In morte del Divo Giulio

Intervista a John Kleeves del 2005 alla Radio IRIB

-o0o-

Il Signore dell’“Anello”

Licio_Gelli_tessera_fascioIn un’intervista rilasciata recentemente al settimane “Oggi”, Licio Gelli conferma per la prima volta che il senatore Andreotti sarebbe stato il referente di un’organizzazione quasi sconosciuta, un sorta di servizio segreto parallelo e clandestino, un possibile anello di congiunzione tra 007 usati in funzione anticomunista e la società civile. “Oggi”, naturalmente com’è logico che fosse ha chiesto un commento al senGiulioAndreotti_DSC63062-236x300atore Andreotti, tuttavia senza nessun costrutto considerato che l’interessato ha fatto sapere di non voler rilasciare alcun commento in merito. A questo punto la curiosità sollecita qualche riflessione al riguardo e proprio per questo motivo cerchiamo di capirne di più facendo un passo indietro per tentare di ricostruire tutta questa vicenda. Ecco come ricostruisce tutta la vicenda in un’intervista pubblicata sul quotidiano “il Riformista”.

Capii subito la portata della scoperta – dice Giannuli – ma, per trarne tutte le conseguenze, c’è voluto un lavoro di anni». Quei documenti erano stati fatti sparire ma per un errore una copia finì nel fascicolo di tale fonte Dario. «Naturalmente – dice Giannuli – pensammo che si trattasse di un documento relativo a quella stessa fonte che provvedemmo a individuare e che ci confermò che era così. In realtà, come scoprimmo poi, quella fonte non era attendibile. A metterci in guardia furono alcuni errori che commise, come quello di collocare il generale Roatta nel quadro del golpe Borghese. Roatta, però, all’epoca era già morto». Non fu l’unica trappola «ma – spiega Giannuli – una volta trovata la chiave di lettura di quel documento, fu possibile una rilettura di numerosi episodi della storia italiana i quali spesso apparivano slegati mentre, proprio attraverso l’esistenza di questa struttura segreta, fu possibile ricostruire in un quadro complessivo».Roatta_Mario Il Noto Servizio nacque sulle ceneri del servizio segreto militare sul finire della Seconda guerra mondiale, il Sim, a opera del generale Mario Roatta che del Sim era l’ex capo. «Il gruppo – dice Giannuli – rimase coeso, poi Roatta lo cedette agli americani». «È sempre stata una struttura di fatto, non avendo mai ricevuto un riconoscimento formale». Dunque, è rimasta una struttura segreta e parallela da attivare all’occasione e, per questo, non ricollegabile ai servizi segreti istituzionali. Era così in grado di svolgere operazioni sporche senza coinvolgere direttamente lo Stato. Proprio questa informalità, tra l’altro, spiega il perché la sua esistenza è rimasta riservata così a lungo.

Neppure un nome ha mai avuto. Nei rari documenti nei quali se ne parla, viene indicato come Noto Servizio. La dicitura Anello è una autoattribuzione degli stessi agehlenppartenenti alla struttura. «In un certo senso – dice ancora Giannuli – ci fu il tentativo di costruire una organizzazione equivalente a quella di Ghelen in Germania. Il fatto è che quella struttura alla fine fu riconosciuta mentre il Noto Servizio quel riconoscimento non lo ebbe mai». La conseguenza è che venne continuamente rimaneggiato, attraversando varie fasi. «Una prima crisi ci fu a cavallo del ’50 quando escono i roattiani, forse anche per una scabrosa storia relativa a un traffico di armi. Allora arrivarono apparati legati agli industriali del Nord. A metà degli anni Sessanta c’è l’ingresso di pezzi della vecchia Rsi il cui servizio segreto fu così recuperato. A metà anni Settanta c’è un’altra crisi perché il segreto sulla esistenza dell’Anello rischiava di esser svelato. Poi, torneranno alla carica con il caso Kappler e la vicenda Cirillo. Sino agli anni 90 c’è traccia della loro esistenza, come attesta una risposta che ebbe Bettino Craxi dall’interno dei servizi segreti»…

Spiega Giannuli che, però, «Andreotti se anche ne è stato il refenerente, non si può dire che abbia gestito questa organizzazione». Certo, essendo stato l’artefice della ricostruzione dei servizi nell’Italia post bellica, «ha sempre avuto le mani in pasta in questi ambienti, tanto che oggi capisco meglio quando Montanelli diceva: “Quando vanno in chiesa, De Gasperi parla con Dio, Andreotti col sagrestano”. Di questi rapporti, Andreotti ha poi fatto una delle leve della sua scalata al potere. Ma da qui a dire che li gestiva ce ne corre»[1].

Ad ogni modo l’Anello – altrimenti conosciuto come “Anello della Repubblica” – spiega su Oggi lo storico Aldo Giannuli, già consulente della Commissione Stragi che nel 1998 scoprì questa struttura, quando rinvenì in un armadio del Viminale alcun documenti riservati, «fu un servizio segreto parallelo e clandestino, scoperto solo di recente nel corso della nuova inchiesta sulla strage di Brescia. Fu proprio in quella circostanza che Giannuli, su incarico della Procura di Brescia che stava indagando sulla strage di piazza della Loggia, e del giudice Guido Salvini al lavoro sulla strage di Piazza Fontana, s’imbatte in alcuni documenti dell’Ufficio Affari Riservati conservati in un archivio del Viminale. In mezzo a quelle carte anche un documento con la spiegazione dell’esistenza di un servizio segreto nato per volontà dell’ex capo del Sim (servizio segreto fascista) generale Roatta, con il compito di ostacolare l’avanzata delle sinistre. Quei documenti, ricorda ora Giannuli, gli erano stati segnalati da funzionari di polizia. Proprio su questa vicenda recentemente la giornalista Stefania Limiti ha scritto un libroL_anello_della_Repubblica_b per i tipi di Chirelettere dal titolo per l’appunto “L’Anello della Repubblica. La scoperta di un nuovo servizio segreto. Dal fascismo alle brigate rosse, partendo da questi episodi ha ricostruito la storia di “Anello” che, tra l’altro, fu coinvolto anche nella fuga del gerarca nazista Herbert Kappler dall’ospedale militare del Celio. Fondato nel 1944 dal generale Roatta per i «lavori sporchi» che non dovevano coinvolgere direttamente uomini dei servizi, questo organismo subì diverse trasformazioni, scissioni e nuove entrare, per sciogliersi definitivamente intorno al 1990-91. Il termine “Anello” non compare in alcun atto ma è citato da alcuni appartenenti all’organizzazione che si attribuiscono il ruolo di anello di congiunzione tra i servizi segreti (usati in funzione anticomunista) e la società civile»[2]. La prima volta che in questo Paese si parla di un servizio parallelo è nel 1944-45, in occasione del processo al Generale Mario Roatta per l’assassinio dei fratelli Rosselli che contribuì a far venire alla luce il coinvolgimento del Servizio Informazioni Militari (SIM), nell’assassinio dei fratelli Rosselli (che si erano rifugiati a Parigi) che incaricò un gruppo di fascisti francesi. Verso la fine del 1945, il processo fini male per il Gen. Roatta e lui immediatamente riparò all’estero, mettendosi in salvo prima in Vaticano e poi, con la moglie, in Spagna, ospite di un amico di lunga data, il Generalissimo Francisco Franco.

kappler 3

Per un bel po’ di tempo non si sentirà più parlare di servizi segreti, che resteranno come si suol dire in gergo “in sonno”, dopodiché verso la fine degli anni sessanta inopinatamente sarebbero tornati ad operare. Il “noto servizio” o “Anello, di cui parla nel suo libro Stefania Limiti, rappresenta l’ultimo servizio occulto di cui non si sapeva nulla, aveva probabilmente tra i suoi compiti principali ostacolare le sinistre e condizionare il sistema politico con mezzi illegali, senza sovvertirlo, ed operava alle “informali” dipendenze del Capo del Governo ed era costituito da ex ufficiali badogliani, imprenditori, faccendieri. Il sedicente colonnello Adalberto Titta, meglio noto allora per i suoi trascorsi di maggiore pilota nella regia Aeronautica e nella Repubblica di Salò, guidò fin dal 1948 questa struttura, quasi clandestina avvalendosi anche del proficuo sostegno della CIA. La storia di questo servizio s’incrocia inevitabilmente con molte delle vicende più oscure che hanno costellato la storia del nostro paese: dalla fuga di Kappler alla strage di piazza Fontana, tanto per citarne alcune. Ma vediamo più da vicino i particolari relativi alla inopinata fuga del famigerato gerarca nazista.

a1977nHerbert Kappler era nato a Stoccarda il 23 settembre 1907. Dopo i suoi studi ginnasiali si iscrisse alla facoltà di ingegneria che tuttavia abbandonò in seguito perché attratto dalla carriera nella Polizia scientifica. Dopo la firma dell’armistizio dell’Italia con gli Alleati, l’8 settembre 1943, fu promosso tenente colonnello delle S.S. e nominato capo del servizio di sicurezza. Per la sua ferocia nel portare a temine gli incarichi che gli erano stati affidati dai propri superiori, nel luglio del 1948 gli fu inflitta la condanna all’ergastolo con l’imputazione del delitto previsto dagli art. 185, 2ª comma, e 211 c.p.m.g., e rinchiuso nel carcere militare di Gaeta, dove vi sarebbe rimasto per circa 30 anni. Se non che, il 12 marzo del 1976, un apposito decreto emanato dall’allora ministro della difesa Arnaldo Forlani, gli permise il ricovero presso l’ospedale militare del Celio perché gravemente ammalato di tumore al colon, ordinando a tre carabinieri di sorvegliarlo costantemente. Ad ogni modo, nella notte fra il 14 ed il 15 agosto 1977, l’ex ufficiale nazista tagliò la corda dal nosocomio grazie al provvidenziale aiuto fornitogli dalla moglie frau Annelise Wengler che aveva sposato quando era ancora in carcere, il 19 aprile 1972. All’inizio si disse che era stata la consorte a calarlo da una finestra alta 17 metri con delle corde e a metterlo, una volta all’esterno dell’ospedale, dentro una valigia samsonite, trascinandolo fino ad una 132 Fiat parcheggiata nel cortile.

Subito dopo, era intanto passata da alcuni minuti l’una di notte, secondo le cronache coeve, la donna sarebbe tornata indietro per accertarsi che l’audace piano fosse andato in porto; così aprì la porta della stanza dove era ricoverato il marito e, uscendo con le sue scarpe in mano per non destare sospetti, fece segno con un dito ai tre carabinieri di guardia di far silenzio fingendo che il marito si era appena assopito. Quindi risalì in macchina e dopo alcuni metri si fermò all’uscita dell’ospedale nei pressi del piantone per consegnargli una lettera con la raccomandazione di farla pervenire nelle mani del frate portoghese padre Monteiro. Quindi, dopo aver percorso ancora pochi metri, i due fuggiaschi abbandonarono la Fiat 132 per intrufolarsi in una Opel Commodore bianca con targa tedesca FB-CT-66, a bordo della quale c’era ad attenderli il figlio di primo letto dell’ex ufficiale nazista, Ekerard Walther, in compagnia di altri due uomini. Dopo essersi assicurati che tutto era andato come previsto, immediatamente si diedero alla fuga diretti alla volta del Brennero, da dove poi avrebbero agevolmente raggiunto l’abitazione della moglie del gerarca nazista al n. 6 della Wilhelmstrasse di Soltau, nella Bassa Sassonia, dove visse fino alla sua morte che sopraggiunse nella notte fra l’8 e il 9 febbraio del 1978 (questa rocambolesca vicenda, degna dei migliori romanzi di spy-story, è stata descritta, con dovizia di particolari, dalla moglie di Kappler nel suo libro A. Kappler, “Ti porterò a casa: il caso Kappler da via Rasella alla fuga da Roma” (C. Ardini, Roma 1988)[3]. A quel punto l’ex gerarca nazista poteva ormai ritenersi completamente al sicuro visto che l’articolo 16 paragrafo 2 della Costituzione tedesca vietava categoricamente l’estradizione in quanto cittadino tedesco. Immediatamente si formularono varie ipotesi in merito a tale vicenda; qualcuno, all’inizio, sostenne perfino che questa rocambolesca fuga si era consumata sotto l’abile regia dell’organizzazione Gehlen. Poi si disse che dietro questa rocambolesca vicenda c’era l’organizzazione Odessa, nota per aver favorito la fuga di vari nazisti nell’America Latina. Tuttavia, recentemente, un’inchiesta giornalistica condotta dal settimanale “Diario”, ha rivelato che, stando alle dichiarazioni rilasciate dal generale Ambrogio Viviani, per quattro anni alla guida del controspionaggio italiano e nel 1977 addetto militare a Bonn, emergerebbe «che Kappler fu barattato con un prestito con lo Stato tedesco […]

Viviani – continua il redattore del settimanale “Diario” – ha rivelato a Pierangelo Maurizio del Giornale che Kappler venne nascosto all’isola Tiberina, portato prima a Ponte San Pietro, vicino a Bergamo, e poi a Desenzano sul Garda, in provincia di Brescia, dove fu preso in consegna dagli uomini del Bfv, il servizio segreto tedesco […]».

Inoltre, secondo la testimonianza fornita dal medico «che visitò Kappler nella notte della fuga, Giovanni Maria Pedroni, classe 1927 che fu partigiano a Trieste: “[l’ex aviatore repubblichino Adalberto] Titta andò a Roma e prelevò Kappler dall’Ospedale dell’Isola Tiberina… Il tutto era stato organizzato nell’ambito di un accordo segreto tra il governo italiano e quello tedesco consistente nello scambio tra il nazista e un grosso prestito in favore del governo italiano. Insomma c’era una ragione economica dietro ai motivi umanitari»[4]. Del resto sulla stessa lunghezza d’onda era anche il presidente del Tribunale supremo, gen. Renzo Apollonio, il quale asserì che: «senza certe colpevoli omissioni, senza alte complicità, in Italia e nella Germania di Bonn, l’ex colonnello delle SS non avrebbe potuto fuggire»[5].

© Giovanni Preziosi, 2011

La riproduzione degli articoli pubblicati in questo Blog richiede il permesso espresso dell’Autore.


[1] Alessandro Calvi, L’Anello e il mistero della loquacità di Gelli, in “Il Riformista” del 18 febbraio 2011.

[2] Licio Gelli: “Berlusconi un debole, Andreotti a capo dell’Anello e Fini è senza carattere”, in “Oggi” del 15 febbraio 2011.

[3] Si veda, in merito, anche l’articolo di S. Viola, Una dama bionda e tre carabinieri, in “la Repubblica”, 17 agosto 1977.

[4] Cfr. l’articolo di P. Cucchiarelli, La manina, la manona e l’Anello, in “Diario”, 12 dicembre 2003.

[5] Cfr. S. Pardera, Il gen. Apollonio: ‘Gravi complicità’, in “l’Unità”, 16 agosto 1977.

—————–o0o—————–

La morte di John Kleeves (Stefano Anelli)

Vengo a sapere della maniera incredibile e spettacolare in cui è morta una persona che  un po’ conoscevo: Stefano Anelli, meglio noto come John Kleeves.

John Kleeves, per me, era innanzitutto l’autore di un libro, Sacrifici umani. Stati Uniti: i signori della guerra, edito dal Cerchio di Rimini. Un libro dignitoso.

Un quadro generale dell’impero americano, scritto da una persona informata e documentata. Non c’era nulla di nuovo per chi conosceva la letteratura americana sul tema; ma era una buona opera di divulgazione, per l’Italia, su un tema fondamentale in un’epoca dominata dall’impero statunitense.

Tutti i campanelli di un buon reparto di psichiatria suonano quando ci sono troppi punti esclamativi o si mettono troppe parole tra virgolette. E suonano soprattutto quando si lascia uno spazio vuoto tra una parola e la virgola che segue, prova certa della presenza della Sindrome dello Scribacchino Fuso (SSF).

Bene, nel libro di John Kleeves, non c’era alcuno di questi elementi. Solo una sorta di sottile rabbia, un’insistenza eccessiva, una tendenza a fare troppi collegamenti forzati. Ma era solo una lieve stonatura, appena percettibile, e certamente non peggio di quanto si trovi regolarmente nei media ufficiali.

La critica che potrei fare al libro è una sola: mancava una salda teoria sull’essenza degli Stati Uniti, che spiegasse la fusione di struttura economica e ideologia. Al posto di tale teoria, un’antipatia generica e vaga. Però era sempre meglio del 90% di ciò che si legge in giro sugli Stati Uniti, e non è poco.

Avrei incontrato di nuovo John Kleeves citato in un’occasione curiosa: l’unica volta che ho sentito Umberto Bossi parlare dal vivo, fu durante il breve attimo in cui la Lega si schierò contro la guerra americana nel Kosovo. Umberto Bossi citò lunghi estratti dal libro di John Kleeves, senza mai riconoscerne la fonte, Anzi, si divertiva a far notare ai presenti come lui stesso fosse più colto di quanto loro potessero pensare. Credo di essere stato l’unico, nella platea composta da entusiasti leghisti bolognesi, a riconoscere il plagio.

Non mi ricordo chi sia stato a mettermi in contatto direttamente con John Kleeves, comunque sapevo che si chiamava Stefano Anelli, abitava a Rimini, era vissuto a lungo negli Stati Uniti per motivi di lavoro e proveniva dal vecchio PCI.

Ci siamo sentiti qualche volta per telefono. Con voce cupa, Stefano Anelli/John Kleeves sottolineava la maniera in cui gli altri avevano capito meno di lui della questione americana; e sosteneva che una piccola casa editrice avrebbe stampato qualche copia in più di un suo libro, senza pagargli i relativi diritti d’autore. Una tesi che non mi convinceva: il libro non aveva un mercato; la casa editrice si poteva accusare di tutto tranne che di disonestà; e poi quando si pubblica con un piccolo editore di nicchia che sopravvive appena, è già grasso che cola se ci guadagni abbastanza da offrire una pizza agli amici.

Stefano Anelli ci teneva al proprio anonimato. Capisco perfettamente l’esigenza di restare anonimi, in quella gorgogliante fogna che è Internet, dove il fatto che avevi fatto forca a scuola una volta mezzo secolo fa ti verrà usato contro per sempre. Ma percepivo anche qualcos’altro; mi sembrava che Stefano Anelli si sentisse enormemente importante, incompreso e minacciato: se non lo conosceva il mondo intero, era solo per colpa di editori cialtroni; e se lo avesse conosciuto il mondo intero, l’impero americano avrebbe ricevuto un colpo decisivo.

Sentivo che avevamo poco in comune. Io sono affascinato dalle persone mentalmente disturbate, ma a patto che possiedano anche senso dell’umorismo o fantasia visionaria, ed entrambe le cose mancavano a Stefano Anelli.

Leggevo, molto distrattamente, gli scritti di John Kleeves che giravano in rete, senza che lui mettesse in piedi nemmeno un proprio blog.

Alcune cose erano interessanti, altre meno. Spesso, come quando scriveva di cinema,  intuizioni validissime si mescolavano all’ossessione con l’elemento meno importante di tutto il sistema statunitense: il governo.

Un giorno, ho letto un suo bizzarro attacco agli albanesi:

“Gli albanesi non sono degli europei, non sono degli ” slavi ” come spesso viene detto per fuorviare ; sono una etnia turca, una delle tante, questa arrivata nel XIV secolo con l’avanzata dell’Impero Ottomano. Io direi anzi che sono una delle peggiori, assieme ai ceceni.

Con questa fantastica premessa, Kleeves collegava piccoli episodi di delinquenza da parte di qualche immigrato albanese in Italia ai grandi disegni politici statunitensi.

Che se sento parlare così il fruttivendolo, mi va bene. Se parla così uno che, come Stefano Anelli, ha evidentemente una discreta cultura, vuol dire che c’è qualcosa di fondo che non va. E’ un percorso già visto – mi viene in mente la tragica fine che hanno fatto due grandi menti, Wilhelm Reich e Ida Magli.

Io sono sicuro che la morte di Stefano Anelli presenti aspetti strani; cosa non sorprendente, visto che lui stesso era una persona decisamente strana.

Questo è un complimento da parte mia: Stefano Anelli ha l’immenso merito di non aver fatto parte del gregge addormentato dell’umanità media.

Però è labile il confine che separa l’uscita dal gregge dall’uscita per disperazione dalla vita stessa. Ed è un fatto,  che dalla nostra parte,  ci sarà sempre un gran numero di persone sovreccitate, rancorose, che si arrampicano sugli specchi nei ragionamenti, che si offendono per niente e che credono di essere indispensabili al mondo. E se sono indispensabili, immaginano di essere nel mirino del potere, cosa che le rende anche tremendamente sospettose.

Non rinnego la loro compagnia, ma è un problema serio.

Sarebbe splendido se uscire dall’orrore dell’asservimento e dell’obnubilazione, dal mondo della Sciampista e del Telecomandante, coincidesse con la scoperta della vita, della gioia, della verità, della leggerezza. Mentre tante volte è solo una caduta nel precipizio, con il peso di tutti i propri demoni interiori.

John Kleeves è stato assassinato, come sostiene qualcuno?

Io non c’ero, e quindi non lo so. Se io scoprissi la località segreta in cui una grande azienda ha seppellito tonnellate di rifiuti tossici, ad esempio, credo che sarei a rischio. Solo che dubito che mi farebbero fuori con un duplice omicidio con balestre: scomparirei con un banale infarto.

Ma l’esperienza mi insegna che qualunque cosa tu scriva sui grandi sistemi di potere cade nel nulla, perché non incide in alcun modo. Le cose che scriveva John Kleeves, o che scrivo io, contano – agli occhi del sistema – poco più dei blog delle casalinghe poetesse.

Poi è chiaro che con un po’ di fantasia, qualunque cosa può trasformarsi in ciò che ci pare. Basta lanciare qualche “chi sa se è solo un caso”. Qualcuno ha lasciato delle rose rosse sul luogo dell’omicidio? Il fattaccio è avvenuto in località Santa Cristina? Ma Santa Cristina non era la martire uccisa con una freccia?

C’è qualcosa di poetico in simili fantasie, ma viene da ridere a pensare al funzionario della CIA incaricato di far fuori il pensionato che ha scoperto tutto, mentre costruisce non si sa bene perché uno scenario pieno di messaggi simbolici.

USA/Mark J. Sullivan, attuale direttore dei servizi segreti degli Stati Uniti, mentre decide quale segno esoterico lasciare sul luogo del delitto

Io vorrei riconoscere a Stefano Anelli, oltre alla sua intelligenza, anche il diritto al suo infinito, rancoroso, confuso, lucido dolore. Che noi chiamiamo pazzia, perché così ci abbiamo messo su un’etichetta, senza che nessuno sappia cosa voglia dire.

Ma, Dio, che tristezza, che a cadere non sia stato nessuno di quei signori che davvero meriterebbero di morire con un colpo di balestra al collo. Solo una ragazza di Rimini dai capelli neri e un pensionato, come dicono i media, depresso.

-o0o-

Ho letto il link sul cinema (Forrest Gump) e devo dire che trovo la sua analisi ideologica del film praticamente inoppugnabile, tanto che in effetti si regge benissimo da sola senza bisogno di alcuna stampella
(mi sto limitando nell’uso delle virgolette- un mio vizio- per non passare per matto, non si sa mai!)
del genere “deviazione da parte dei servizi”.
Credo che l’ideologia americana sia talmente pervasiva che ben pochi registi o sceneggiatori d’oltreoceano abbiano in effetti bisogno di un controllo dall’alto.
Conosco alcuni operatori del settore, anche qua in Italia, che ne sono talmente imbevuti, che farebbero da soli film totalmente analoghi, ideologicamente, a quello esaminato dal povero Kleeves, senza che nessuno li obblighi. Sono, va detto, ancora piuttosto giovani (nell’accezione italiana del termine) e di cultura mediobassa, quindi non rispecchiano il cinematografaro italiano-tipo; ma non è detto che non lo diventino.
Figuriamoci se personaggi così mancano negli USA…

Per curiosità ho visto in streaming qualche giorno fa un film muto degli anni Venti, Tell it to the marines, e sono rimasto stupito di quanto sia assolutamente identico a qualunque fim dello stesso genere venga prodotto oggi; solo il ruolo della donna è un po’ diverso (ma neppure tanto).

Mi dispiace per Kleeves, qualunque cosa sia successa.

-o0o-

Complimenti per l’articolo. Finalmente una disamina del problema. Senza venature complottiste dall’altra e spocchiose cavolate anticomplottiste dall’altra (ai cosiddetti anti complottisti poi bisognerebbe spiegare come fa Massimo Mazzucco che la colpa delle teorie complottiste è INNANZITUTTO di chi non si fa domande ed accetta , in malafede, versioni che sono un insulto all’intelligenza). Ho letto anch’io i libri di Kleeves ( Anelli) e devo dire che (specialmente quello più corposo Un Paese Pericoloso: storia degli Stati Uniti d’America ), possono avere si aspetti interessanti ma sono guastati da dei difetti che fanno dell’autore il PEGGIOR NEMICO DELLE TESI CHE PORTA AVANTI! Quando lei dice “Solo una sorta di sottile rabbia, un’insistenza eccessiva, una tendenza a fare troppi collegamenti forzati. Ma era solo una lieve stonatura, appena percettibile, e certamente non peggio di quanto si trovi regolarmente nei media ufficiali.” francamente mi pare un po’riduttivo ( ah le virgolette ci sono perchè sto citandoLa, spero di non avere fra le mie varie sindromi anche quella dello scribacchino fuso.)Collegamenti forzati ce ne sono a iosa: il signor Kleeves aveva un vero e proprio odio per tutto ciò che è statunitense, non aveva la, almeno per me , giustificata antipatia per il cosiddetto modo di vivere americano o american way of life che dir si voglia. Per Kleeves gli americani in quanto persone erano il MALE assoluto incarnato. Vedevo in lui, a volte, la stessa fobia che i razzisti WASP avevano per i negri, un esempio fra tutti il Dixon di The Clansman ( traslato in film con The Birth of a Nation di Griffith, film tanto bello quanto il libro è pallosissimo!) o di The Leopard Spot. Fobia come lei ben sa vuol dire sia odio che paura, sentimenti che vanno di pari passo. Dire forzature il considerare Lincoln un presidente Democratico, ovvero del Partito, per affermare che le guerre sono scatenate dai democratici in quanto rappresentanti del capitalismo insoddisfatto, mi pare alquanto riduttivo, mi scusi se mi ripeto. Come sa un qualsiasi studente dei primi corsi di storia americana, Lincoln è stato il primo presidente del Partito Repubblicano, ed il partito Repubblicano dei tempi di Lincoln , non era solo il partito delle grandi Banche el Nord Est, dei trust del New Emgland, ma il partito dei ceti medi e dei piccoli medi agricoltori del nordovest, anche loro ceti attivi ed “insoddisfatti”, di cui Lincoln stesso era espressione, erano i piantatori del Sud, storici bastioni del Partito democratico, i conservatori, Lincoln non ha mai considerato la guerra civile una guerra contro un paese straniero bensì un’operazione di polizia. Uno svarione del genere se perdonabile in un articolo che sfiori la storia americana, è imperdonabile in un libro, abbastanza corposo, che pretenda di spiegarmi la storia di un paese. Ancora peggio è il modo, anche perchè non è l’unico svarione, per squalificare degli argomenti che potrebbero essere, invece, più che validi…Un altro esempio, come si può credere che la spinta ai mercati dell’estremo oriente, quella che ha ispirato la teoria del destino Manifesto, fosse già un obiettivo dei Padri Pellegrini’ non voglio tediarla ulteriormente, e la saluto, ringraziandola per la pazienza…

—————-o0o—————-

La morte di John Kleeves: sopire, troncare, troncare, sopire…

lunedì 13 febbraio 2012

 
“Un paese pericoloso”, uno dei grandi libri di John Kleeves
La – sospettissima – morte di  John Kleeves: troppo facilmente dimenticata.
L’uccisione di John Kleeves, ovvero il duplice, fantomatico, “delitto della balestra”: l’omicidio-suicidio attribuito all’ingegnere riminese Stefano Anelli, autore – con lo pseudonimo, appunto, di John Kleeves – di importanti saggi sugli Stati Uniti d’America, il quale avrebbe ucciso la nipote – l’avvocato Monica Anelli – con una freccia lanciata da una balestra e si sarebbe poi suicidato con la stessa modalità!
Le cose non sono andate esattamente così, neppure nella versione finale divulgata dai media, ma questa è l’immagine che i media stessi hanno impresso nell’”opinione pubblica”.
Il “delitto della balestra”, ovvero uno dei tanti casi di sterminio dell’intelligenza dei creduloni operata, quasi senza colpo ferire, dall’informazione mainstream.
Ecco cosa arrivarono a scrivere all’epoca:

“Nel frattempo Stefano Anelli scappa a bordo di una ‘Fiat 600’ bianco. Nel tragitto che porta alla chiesa di Santa Cristina mille pensieri ruotano come un tornado infernale nella sua testa. L’ingegnere inforca una balestra artigianale appoggiandola al parabrezza e preme il grilletto. Il dardo gli si conficca all’altezza del cuore uccidendolo immediatamente e, per il contraccolpo, l’arma sfonda il parabrezza”[1].

Inforca una balestra?! In una 600 del 1999??!! Appoggia la balestra al parabrezza???!!! Per il contraccolpo l’arma sfonda il parabrezza????!!!!
Il seguente filmato su Youtube riporta una versione ulteriore, quella “definitiva” della questura: non si uccise con una balestra ma con un fucile…
Confrontate allora la lunghezza del fucile con la distanza del corpo dal parabrezza. In entrambi i casi (balestra o fucile), giudicate voi dalle foto.
 
 

Senza contare la smagliatura tra la versione della questura e quella divulgata in un primo tempo dall’ANSA:

“Agenti della polizia al lavoro all’esterno della vettura con il corpo senza vita di Stefano Anelli, lo zio dell’avvocato riminese Monica Anelli uccisa oggi 17 settembre 2010. Il cadavere dell’uomo era sulle colline riminesi, nell’auto con la quale si era allontanato dalla citta’. La balestra con cui Anelli si e’ tolto la vita non e’ la stessa con cui aveva ucciso la nipote ma un’altra arma dello stesso tipo della sua collezione”. ANSA/PASQUALE BOVE
Tanto più che l’ANSA scrisse addirittura del cadavere di Kleeves/Anelli ritrovato con una freccia conficcata nel torace[2]: da quale fonte l’ANSA ha desunto questo particolare?
All’epoca, Ugo Tassinari, scrivendo dell’”omicidio-suicidio” di Anelli-Kleeves, lo definì come un “fatto, che si può spiegare semplicemente con un temperamento paranoico”[3].
In realtà, il temperamento “paranoico” poteva al massimo spiegare l’isolamento dello scrittore prima della sua morte, non certo le asserite modalità dell’”omicidio-suicidio”. Come dicevano i latini? Contra factum non datur argomentum.
Non meno sinistramente controverso è stato poi l’omicidio della nipote di Kleeves, Monica Anelli.
 
Il cadavere di Monica Anelli
Cosa c’è di più eclatante di una freccia conficcata sul collo[4]? Eppure, non fu questa la prima versione apparsa sulla stampa:

I vigili del fuoco scoprono una donna deceduta in fondo al pianerottolo di una palazzina di via XXIII Settembre. Sono in corso le indagini per scoprire le cause del decesso e chi abbia provocato la pericolosa fuoriuscita dall’appartamento

RIMINI – Cercando una fuga di gas, scoprono un cadavere. Rimane avvolto nel mistero il rinvenimento del corpo di una donna ormai senza vita ai piedi delle scale di una palazzina di via XXIII Settembre, al civico 132/c. Stando a quanto trapelato finora, sono stati i vigili del fuoco, usciti per verificare l’allarme per la fuoriuscita di gas all’interno dell’edificio, a trovare la persona morta nel pianerottolo, non appena varcata la soglia della struttura.

La chiamata è stata registrata dalla centrale operativa del 115 pochi minuti prima delle 13. E’ quindi partita la squadra dei vigili del fuoco, attrezzata con gli appositi rilevatori. Salendo le scale hanno visto la persona a terra, ormai deceduta. Stando alle prime informazioni, la fuga di gas sarebbe stata individuata proprio nell’appartamento al primo piano nel quale viveva la donna.
Restano tuttavia aperti gli interrogativi sulla causa del decesso. Non è infatti chiaro se la morte sia sopraggiunta per intossicazione, così come chi sia stato a provocare la rottura delle tubature del gas[5]. 

Dunque, a quanto pare i vigili (chiamati da chi?) non videro tracce né di balestre, né di frecce, né di cesoie (lo strumento con cui Kleeves avrebbe infierito sulla nipote).
Insomma, la fatidica balestra nella morte di Monica Anelli compare in un secondo tempo.

Nella morte dello zio scompare in un secondo tempo.

 
Venere (deità massonica): già gli aztechi la vedevano lanciatrice di frecce

Una girandola di spettrali “verità”: ecco come potrebbe essere definito il susseguirsi delle versioni apparse all’epoca sui media.

Si legga in proposito la rassegna stampa raccolta all’epoca sul forum “Poteri occulti”: http://poteriocculti.mastertopforum.biz/1-vt2293.html?postdays=0&postorder=asc&start=0

E la discussione sul forum “Luogocomune”:
http://www.luogocomune.net/site/modules/newbb/viewtopic.php?topic_id=5929&viewmode=flat&order=ASC&start=0

 
Il logo della Rosacroce Golden Dawn (Alba Dorata), la massoneria mai indagata

Girandola che mise in ombra uno dei pochi punti fermi: l’assenza , per entrambi i delitti, di testimoni oculari ufficiali.

All’epoca, bisogna dire, non tutti si bevvero la spiegazione mainstream. Oltre al detto forum vanno menzionati almeno Gianluca Freda[6] e Rutilio Sermonti[7].
Ma la spiegazione maggioritaria fu naturalmente quella dello pseudo argomento: la “deriva di tipo paranoide”. Chi si distinse in ciò fu, sorprendentemente (data la sua fama di intellettuale “anticonformista”), il primo editore di Kleeves, il riminese Adolfo Morganti. Fui proprio io a divulgare in rete, sul mio blog, il testo di una sua intervista in merito (all’epoca, mi interessava comunque divulgare un parere positivo sul Kleeves scrittore). Ecco cosa disse Morganti che, ricordiamolo, oltre che editore è anche psicologo:
“Si è sempre più chiuso in un orizzonte mentale dove l’assenza di un senso religioso e spirituale lo ha portato ad una deriva di tipo paranoide. Si sentiva molto frustrato. Questo era un mondo in cui non si trovava: non avendo nessuna alternativa, neanche a livello spirituale, a un certo punto è imploso, e poi la violenza è esplosa”[8].
 
Adolfo Morganti
Parole tipiche di un certo modo di intendere la psicologia ( e replicate da Morganti in occasione di un altro clamoroso “omicidio-suicidio”: quello di Gianluca Casseri[9]).
Un modo che, almeno a me, ricorda quello del Conte Zio del Manzoni. Ricordate? Il capitolo 19 dei Promessi Sposi: “sopire, troncare, troncare, sopire”…
[4] Vedi l’articolo citato in nota 2.

[9] La Strada che ci attende. Gianluca Casseri, John Kleeves e gli altri: http://www.golosariapiazzetta.it/index.php?action=index&p=61&art=32196

—————-o0o—————-

—————-o0o—————-

Assassinato John Kleeves?

redazione on September 19, 20101 Comment

di Gianluca Freda fonte Blogghete

Avevo sentito parlare dell’omicidio di Rimini, in cui un ingegnere di 62 anni, Stefano Anelli, ha ucciso la nipote Monica Anelli con un colpo di balestra al collo, per poi suicidarsi con lo stesso, improbabile sistema. Non avevo degnato la vicenda della minima considerazione, ritenendola uno dei tanti riempitivi con cui la stampa quotidiana svolge il proprio compito, che è quello di tenere lontani i lettori dalle notizie reali. Apprendo però adesso una notizia che, se confermata, sarebbe sconcertante: Stefano Anelli sarebbe stato in realtà l’uomo che scriveva saggi e teneva conferenze sotto lo pseudonimo di John Kleeves.

Kleeves è un autore che attraverso i suoi libri e i suoi frequenti interventi in conferenze e dibattiti mira a denunciare i reali meccanismi di funzionamento del sistema geopolitico americano. Nelle conferenze, John Kleeves parla appunto con un forte accento romagnolo e se la sua identificazione con il presunto omicida/suicida di Rimini fosse confermata (le foto pubblicate su internet non lasciano molto spazio a dubbi) la vicenda di cronaca acquisterebbe, a questo punto, un risvolto inquietante. Le modalità del suo “suicidio”, come pure l’arma utilizzata per condurlo a termine, sono a dir poco inconsuete e – se collegate ai molti interventi e saggi scomodi di cui Kleeves era stato autore – dovrebbero spingere gli inquirenti a prendere perlomeno in forte considerazione l’ipotesi che il “suicidio” sia in realtà un delitto con inquietanti connotazioni rituali maturato in ambienti tutt’altro che domestici e per cause ben diverse da quelle finora presentate dalla stampa.

Kleeves stava da anni rivelando al pubblico gli interessi e le strategie reali che si nascondono dietro l’agire dell’America e il suo mito della “democrazia”. L’anno scorso avevo pubblicato un suo intervento relativo alle strategie di indottrinamento propagandistico portate avanti dal cinema americano, con particolare riferimento al film “Forrest Gump”.

Giornali e TV, per adesso, non hanno minimamente menzionato la possibilità che Stefano Anelli possa essere l’uomo più noto presso gli utenti del web e gli studiosi dei meccanismi del dominio statunitense con il suo pseudonimo di saggista. Kleeves aveva parlato spesso della messinscena dell’11 settembre, della truffa del fantomatico “terrorismo islamico” e della tradizione degli Stati Uniti di autoinfliggersi attentati per giustificare le guerre con cui perseguono le proprie finalità di dominio. I media stanno presentando Anelli al pubblico come un criminale, malato di eccentricità e pieno di manie, ossessionato dalla nipote e ammiratore degli assassini di Erba, Olindo e Rosa Romano. Stanno per caso  preparando la consueta “damnatio memoriae” dell’intellettuale non allineato?

Riporto di seguito una mail che Kleeves inviò il 30/03/2005 a Sherif el Sebaie, titolare del blog http://salamelik.blogspot.com/ . La mail è ripresa dal forum Escogitur, che l’ha ripubblicata ieri. In alto, potete vedere un brano dell’intervento di Kleeves al dibattito “L’italia è una nazione Sovrana? Roma – Washington: alleanza e sudditanza”, che è scaricabile integralmente dal sito di Arcoiris.

***

Un collega mi ha segnalato il suo sito http://sherif.clarence.com/permalink/185532.html, dove c’è un suo scritto che mi chiama in causa; ed eccomi. Dallo scritto sembra che Lei abbia diffuso una recensione di un mio libro, che non specifica ma dovrebbe essere o il “Vecchi Trucchi ” del 1991 o il “Sacrifici Umani” del 1993; evidentemente, quale che sia, lo ha ritenuto degno di menzione. La ringrazio per questo. Sembra che Lei abbia ottenuto critiche per la Sua iniziativa, conseguenti a critiche al sottoscritto, critiche al sottoscritto che pare abbiano anche fatto riferimento alla mia scelta di pubblicare sotto uno pseudonimo, quello di John Kleeves.

Anche Lei si chiede il perchè di questa mia scelta. Glielo dico volentieri. Quando io iniziai la mia attività pubblicistica contro gli Stati Uniti lo feci – nel 1991 – con il libro “Vecchi Trucchi. Le strategie e la prassi della politica estera americana dalle armi nucleari in Europa all’asservimento dell’America Latina al traffico internazionale di droga ed altro”. Non era un semplice libro “antiamericano”: vi erano cose nuove sugli Usa, delle interpretazioni e degli argomenti che avevo elaborato io e che erano obiettivamente micidiali, almeno sul piano concettuale o pubblicistico (che comunque è quello che conta), per la superpotenza in questione. Faccio un solo esempio, ma ce ne sono vari altri: il traffico di droga. In “Vecchi trucchi ” io credo di avere rivelato un segreto assoluto della politica estera statunitense: la gestione del traffico internazionale di droga (eroina e cocaina) allo scopo di corrompere governi esteri. Già altri autori avevano evidenziato gli intrecci fra traffico di droga e entità statali o parastatali statunitensi, e faccio solo i nomi di Richard Kunnes e di Alfred McCoy (due indubbi benemeriti della verità), ma solo io ho offerto la spiegazione logica della cosa, solo io ho individuato il grande movente, quello che chiarifica e rende verosimile il tutto: non il danaro (che agli Usa non manca), non la corruzione di ufficiali e burocrati (che arriva solo là dove la si lascia arrivare), ma un motivo di Stato, una vera politica estera, appunto un sistema per corrompere e asservire governi e quindi Stati esteri. Bene, come questo c’erano in “Vecchi Trucchi” almeno altri 5/6 argomenti nuovi e di analoga portata, altrettanti siluri lanciati contro gli Usa. Per ciò io scelsi di adoperare uno pseudonimo: in sostanza, perchè il mio attacco contro gli Usa era nuovo ed efficace, e pensavo che questi avrebbero potuto reagire.

Ora vedo che non avevano bisogno di farlo. Perchè sapevano quello che io ancora non sapevo, e cioè che il mio attacco, portato in Italia, sarebbe finito da sè in niente. L’Italia è una colonia di fatto degli Usa: essa viene tenuta sotto con la repressione di fatto e con la censura di fatto. Quì un autore d’opposizione come me basta lasciarlo agli “editori” mediatici del luogo: quelli di massa (che rappresentano il regime, certo) per forza lo ignorano, quelli “alternativi” lo stampano, ma mai quel tanto che servirebbe per farlo uscire dalla ristretta e impotente cerchia degli “intellettuali”, mai quel tanto in breve che renderebbe la sua attività efficace. Adesso essere “antiamericano” è quasi di moda: le mosse Usa contro la Yugoslavia, e poi contro l’Afghanistan e poi contro l’Iraq hanno dimostrato che c’è qualcosa di grosso che non va nella superpotenza “democratica” dell’Occidente. Ora tutti fanno notare questo, almeno fra gli intellettuali che si ritengono più radicali, ma allora non era così, allora ero solo a dire certe cose. Solo, oso dire, a livello internazionale (ha letto il Chomsky ante 1991, o anche quello di adesso? Riesce a vedere le fondamentali differenze di concetto sugli Usa che ci sono fra lui e me? Se vuole ne potremmo parlare). Però adesso in Italia mi vengono a rinfacciare lo pseudonimo, dicono che mi ci nascondo dietro.

Guardi, non è questione di pseudonimo. Quello è un pretesto per minimizzare e banalizzare le mie analisi antiamericane. Non usassi uno pseudonimo l’attacco verrebbe da un’altra parte. A quelle persone, a quegli italiani al cubo, potrei dire che forse l’unico appunto che mi si può fare è di aver scelto male lo pseudonimo: anzichè quello di “John Kleeves” avrei dovuto usare quello di “George Brown”, lo pseudonimo che adoperava Giuseppe Mazzini quando risiedeva in Italia (fra l’altro sotto questo nome morì – in Italia – il ” padre” dell’Italia Unita). In ogni caso, pseudonimo o no, non mi sono mai nascosto, ho sempre dato la mia disponibilità a presenziare a convegni e dibattiti, mostrando sempre la mia faccia accompagnata dalla mia inflessione romagnola. Così ho sempre detto e ripetuto ai miei editori, aggiungendo che mi bastava il rimborso delle spese di viaggio. Ma non mi invita nessuno. E quando capita che mi invitano poi mi “tagliano”: nel 1999 andai a un convegno della regione Lombardia a Milano gestito dal funzionario RAI Roberto Besana, ma poi quello mi disse che aveva perso la registrazione del mio intervento (fra le altre cose avevo detto di fronte a una platea che mi parve entusiasta che in Italia chi comanda non è il Presidente della Repubblica ma l’Ambasciatore americano); gliela ricostruii a memoria ma poi la relazione del convegno “saltò” tutta e non rimase nulla di stampato. Nel 2003 mi intervistò il giornalista Rai Paolo Mondani per conto della trasmissione “Report”, dieci minuti di intervista filmata che scomparvero anche quelli (avevo accusato di truffa il FMI circa la faccenda Argentina e altre precedenti). Per quanto riguarda i miei editori non uno di loro (ne ho tre) ha mai organizzato una presentazione dei miei libri da loro stessi pubblicati, non una. Addirittura con uno di loro, la Società Editrice Barbarossa, sono attualmente in causa presso il Giudice di Pace di Milano per la riscossione dei diritti d’Autore che mi spettano in base al contratto scritto. Fra l’altro, nella causa in oggetto mi presento – ovviamente – con nome e cognome reali, e relativo pseudonimo.

Ma non sono un professore universitario. Forse sono un accademico, ma allora di niuna accademia. Avrebbe dovuto saperlo. In Italia c’è un regime e chi prende la paga dal regime, come in primis fanno i dipendenti pubblici, non può non essere asservito al medesimo. Non può esistere un professore universitario che fa il John Kleeves dicendo quelle cose (vere) sul padrone Usa. Lei nomina il professor Cardini, ma il prof.Cardini è ben lungi dall’essere un oppositore politico del regime, anzi, anzi, anzi. Io invece sono un oppositore. Ed un oppositore vero, che aiuta chi sta dalla mia parte. Anche se con poca fortuna. Mi dispiace in particolare il caso dell’Iraq. Se Saddam Hussein avesse letto “Sacrifici Umani” non avrebbe fatto lo sbaglio di liberarsi dell’arsenale chimico-batteriologico sotto la pressione e le false promesse dell’Onu: in quel libro dicevo che gli Usa nella Prima Guerra del Golfo si erano fermati non per diplomazia ma perchè decimati dalle testate chimiche irachene (si è poi visto negli anni: 30.000 morti, 380.000 contaminati fra gli “Alleati”). Se avesse letto il mio articolo “Non abboccare Saddam”, pubblicato su Internet (di più non ho potuto fare perchè anche le testate più insospettabili censurano alcuni miei scritti, guarda caso sempre i più dannosi per gli Usa e tirapiedi vari tipo il Vaticano ) durante la missione Blix, forse avrebbe anche potuto evitare l’attacco Usa del 2003: 100 o 145 o 300mila iracheni non sarebbero morti.

Parlerei per ore di queste cose ma ho già abusato della sua disponibilità e devo concludere. Le chiedo solo se mi può dire quali critiche sono state portate in particolare a quel mio libro recensito: quali sarebbero secondo loro le cose sugli Usa che io ho scritto e che invece secondo loro non sarebbero vere? Rimango davvero ansioso di saperle, ma tanto. Se vuole può anche pubblicare questa mia lettera sul Suo blog.

Cordiali saluti, Rimini 30 marzo 2005

John Kleeves

——————-o0o——————-

Pazzo omicida-suicida o scomodo ricercatore che infastidiva il potere?

HANNO AMMAZZATO JOHN KLEEVES

UN OMICIDIO-SUICIDIO IMPOSSIBILE PER NOI MORTALI

di Rutilio Sermonti

Seminascosto in cronaca, un laconico trafiletto di “nera” ha informato in questi giorni il popolo bue che l’ingegnere Stefano Anelli, sessantaduenne, trovandosi in auto con la nipote Monica, presso Rimini, colto da subitanea follia, aveva ucciso la giovane, seduta al suo fianco, con un colpo di balestra al collo, e poi si sarebbe suicidato sparandosi, sempre al collo, con la stessa balestra. Delitto-suicidio, assurdo, con modalità impossibili, ma la gente è abituata a bersi tutto dicendo bah. Invece, la logica c’era. Una logica agghiacciante, orrenda, ma peraltro così abituale, da parte dei “Liberatori” del mondo, da apparire quasi monotona. Perchè l’ingegner Anelli altro non era che lo scrittore, studioso e politologo di eccelso livello, che, con lo pseudonimo di John Kleeves, ha svelato a tutti noi, con libri, articoli e conferenze innumerevoli, il putridume che si cela dietro l’ipocrita democrazia Usa. Non è stato il solo, certo. Ma nessuno gli è stato pari come ricchezza di informazione e di documentazione e come acutezza d’indagine, tanto che la bestia sanguinaria ha dovuto incassare i suoi colpi maestri, senza trovare, tra i suoi tanti pennivendoli, neanche uno in grado di sconfessarlo o di smentirlo. Si erano ridotti solo a mobilitare tutta la loro rete di influenze e di ricatti perchè i suoi scritti non avessero diffusione tra il “grande pubblico”, e cioè tra i perfetti imbecilli che costituiscono la loro granitica “base”.
Ma non era agli imbecilli che John Kleeves intendeva rivolgersi. Egli intendeva raggiungere e rafforzare coloro che avevano bisogno della verità, come mezzo di lotta per la redenzione umana. E – nonostante tutto – c’è riuscito! In ognuno di noi, i suoi insegnamenti e le sue rivelazioni sono ormai parte integrante della nostra cultura, e quindi del nostro orientamento. E la sua requisitoria pacata, obbiettiva, implacabile, continuava senza sosta a fornirci notizie e considerazioni preziose, per combattere le menzogne e le truffe con cui la casta apolide dei Grandi Usurai, che dispoticamente governa la “grande democrazia” americana, ha sconciato il mondo.
Allora, come sempre in simili frangenti, essi fanno intervenire i “Servizi”. I servizi (abbreviazione di servizi segreti) non sono che l’indicazione con uno stesso nome di cose ben diverse, accomunate soltanto dall’essere istituzionalmente coperte dal c.d. “segreto di Stato”.
Quando esisteva ancora la civiltà, le nazioni avevano dovuto ricorrere ai “Servizi d’informazione” come necessario succedaneo, nella guerra moderna, della palese azione militare, in funzione di spionaggio e di contro-spionaggio. Realmente nell’ambito dell’informazione, quindi. Ma, impadronitasi del super-potere globale la casta sopra menzionata, i “servizi” assunsero prontamente lo stampo criminale di coloro che servivano. Ben oltre le mediocri prestazioni informative, essi divennero gigantesche associazioni per delinquere, legibus solutae e fuori (neanche a dirlo) da qualsiasi controllo democratico, specialiste in sequestri di persona, nella messa in scena di avvenimenti fasulli (tipo Twin Towers), e anche negli assassinii a comando, camuffati da incidenti o da suicidii, come quello di Anelli, a mezzo di… balestra.
Anche chi scrive, novantenne e superinvalido com’è, all’infausta notizia ha sentito, prepotente, l’impulso di procacciarsi un’arma e di correre urlando a scannare tre o quattro dei “sepolcri imbiancati” mandanti degli assassini o complici di essi. Riacquistato però il lume della ragione, ha sentito solo rafforzarsi in sé la ferrea determinazione che è stata di tutta la sua vita, e uguale effetto, spera, l’ennesimo infame crimine sortirà sui camerati vecchi e giovani che, in tutta Italia, non si arrendono.
Onore a te, John Kleeves! Chiniamo tutti le nostre insegne dinanzi alle tue spoglie straziate. Ma tu non sei morto. Sei vivo e ancora combatti in tutti noi che hai illuminati col tuo sapere e il tuo acume. E sta pur certo che di quello ci faremo senza sosta divulgatori ed epigoni. E le Grandi Carogne avranno, ancora una volta, fallito. (Rinascita.eu, 22/09/2010)

Aurora – Testi di John Kleeves (www.sitoaurora.altervista.org ):

—————o0o—————

Poteri Occulti. Avvocato uccisa a rimini con un colpo di balestra

Di tutta questa orribile vicenda occorre fare il punto ed arrivare ad una conclusione: non ne sappiamo nulla perchè non abbiamo alcun elemento certo, e nessun elemento certo ci è stato fornito dai media.
Non c’è l’ora certa della morte delle due vittime, non sappiamo nemmeno i referti dell’autopsia, non sappiamom ancora di preciso dove è stato trovato il cadavere di Anelli e perchè fin dall’inizio è stato condierato subito l’omicida della nipote.

Il passo per far andare l’intera vicenda sull’omicidio simbolico/massonico è breve.

Intanto chi ci avrebbe dovuto dare delle precise notizie non ha alcuna intenzione di farlo.
Senza alcun elemento si va di fantasia.

Rimini – Chi ha ucciso John Kleeves?

La doppia vita di Stefano Anelli e la sua doppia fine: omicidio-suicidio dice Rimini, complotto americano scrive Internet. Il suo editore: “Se gli Usa erano Atene, lui sperava in Sparta”

RIMINI – Vittima di un non più contenibile odio represso oppure ucciso del sistema di controllo americano? La doppia vita di Stefano Anelli, alias John Kleeves, ha una doppia fine. Morto suicida dopo l’omicidio della nipote o assassinato dagli Stati Uniti d’America, poiché troppo scomodo. Sicuramente hanno i loro aspetti di verità entrambe i percorsi.
Gli States l’hanno ossessionato, e la vita a Rimini ha prodotto un contesto fertile per la sua deriva violenta. “Proveniva dal classico comunismo reattivo, anche se non era marxista in senso stretto: se gli Usa erano Atene, lui sperava in una Sparta. Quando tornò in Italia, era convinto di poter trovare una realtà alternativa agli Usa. Ma trovò Rimini…”. A descrivere chi era Stefano Anelli, è forse uno dei maggiori conoscitori di John Kleeves, Adolfo Morganti, l’editore dei suoi libri, fondatore della casa editrice Il Cerchio, intervistato da La Voce di Romagna oggi in edicola.

Così convivono ora due società e due Stefano Anelli: una riminese, tangibile e concreta, l’altra internauta, velata e relativistica. Sotto gli occhi della prima c’è il dramma di una famiglia, c’è Monica Anelli uccisa senza una spiegazione logica da uno zio prima burbero poi pazzo. Cambia oggetto l’altro punto di vista, con John Kleeves l’antiamericano morto in circostanze misteriose.
Così sul web si scatena la foga di chi seguiva i suoi approfonditi e documentati studi di ricerca sugli Stati Uniti d’America, una letteratura che ha trovato nei canali di Internet un ambiente fertile di discussione e di scambio di opinioni. Un ambiente che ora costruisce su quanto accaduto una trama complessa e complottista. Una rete che alla voce John Kleeves, su Google indicizza 7mila risultati con link ad interventi di John Kleeves alla radio satellitare iraniana in italiano, ad archivi di testi e brevi saggi firmati e a diversi video con suoi interventi a conferenze e dibattiti. Intanto mercoledì mattina Stefano Anelli verrà seppellito a Rimini. La famiglia ha deciso di farlo senza il sacramento religioso.

http://www.romagnanoi.it/News/Romagna/Rimini/Cronaca/articoli/224271/Chi-ha-ucciso-John-Kleeves.asp

……….. e senza aver pubblicato alcun referto dell’autopsia seppelliscono,senza sacramenti religiosi, qualcuno di cui non si è ancora certi sia un assassino.

-o0o-

Ho appena avuto la sfortuna di assistere ad uno spezzone di Porta a Porta, dopo aver casualmente captato che l’argomento di discussione era proprio il delitto della balestra.

Sia Vespa che i vari espertoni di psicologia hanno dipinto l’omicidio come estrema reazione manifestata dallo squilibrato di turno (appassionato di armi e con scarsi rapporti di vicinato) che ha reagito in modo esasperato alla convivenza con la nipote, la quale veniva percepita da Anelli come una persona che invadeva il suo territorio.
Ovviamente i riferimenti alla vicenda di Rosa e Olindo sono il leit motiv del dibattito.

Nel servizio giornalistico mandato in onda viene più volte intervistato l’ufficiale di polizia che probabilmente lavora al caso, il quale esplica tutti gli atteggiamenti negativi ed aggressivi che le indagini avrebbero già appurato sul conto di Anelli. Egli viene descritto come una persona estremamente arrabbiata con il resto del mondo.

L’apice dello spettacolo si è toccato nel momento in cui Vespa ha letto la lettera dei famigliari delle vittime. Una lettera molto stringata in cui sostanzialmente si diceva che i rapporti fra lo zio e la nipote erano molto sereni e pacifici, puntualizzando che, fra i due, non si erano mai verificati segnali di tensione tali da giustificare l’accaduto. In pratica sbugiardano tutto quanto detto e ridetto da Vespa & soci.
Naturalmente, dopo un momento di accorato rispetto nei confronti della famiglia, il teatrino ricomincia e la versione di Vespa & soci (che dipinge Anelli come un mostro) diventa nuovamente quella giusta.

Stavo guardando la trasmissione con mio babbo e ho tentato di spiegargli che Anelli era uno scrittore di politica molto contrario agli USA, che pubblicava sotto pseudonimo e che giornalisti famosi come Marcello Veneziani e Massimo Fini hanno scritto le presentazioni dei suoi libri.
Ebbene secondo mio babbo su internet si leggono solo delle cavolate, perché una notizia del genere, se fosse vera, Vespa l’avrebbe detta di sicuro…
Alché non ho proseguito oltre, né nella discussione né nella visione…

-o0o-

Il sito escogitur.com sta pubblicando tutti gli articoli di John Kleeves/Stefano Anelli
—> http://www.escogitur.com
Ce n’è anche uno interessante su Marco Pantani

anche nel forum del sito è presente una discussione con articoli e considerazioni
—> http://forum.escogitur.com/index.php/topic,50810.0.html
Tra un contributo e l’altro ho notato che chi scrive ad un certo punto fa un riferimento alla Rosa Rossa

Ho dato un’occhiata al sito, che si presenta come “manuale antimodernista per la rievangelizzazione della cultura”, e sembra che abbia cominciato a funzionare esattamente il giorno dopo la morte di Stefano Anelli… se riuscite a trovare articoli antecedenti al 18 settembre 2010 avvertitemi

-o0o-

l’articolo in cui Kleeves parlava di questo è qui:

http://byebyeunclesam.files.wordpress.com/2010/09/italia-volpe.pdf

…….conclude l’articolo chiedendosi : era forse meglio perdere subito la Sicilia?

C’è da chiedersi se non fosse stato meglio che a suo tempo il Movimento Separatista Siciliano avesse avuto successo, e la Sicilia fosse diventata effettivamente il 49° Stato americano ( precedendo Alaska e Hawaii, fatti Stati nel 1959 ) ; il resto del Paese, senza Mafia e protetto da un confine sullo Stretto, sarebbe stato meno permeabile alle influenze dell’occupante, sarebbe stato come Germania e Giappone adesso. Ma gli americani non furono così sciocchi da accontentare i Separatisti : loro volevano tutto il Paese. E ora il dilemma è diventato se lasciare al suo destino – non solo la Sicilia – ma tutta quanta la parte peninsulare del Paese, dalla linea Magra-Rubicone in giù. Il problema dell’Italia sono gli americani in casa. Non ci fossero, e ci fosse così un governo nazionale genuino, dove emergono le forze e gli uomini che fisiologicamente nel Paese devono emergere, ogni cosa sarebbe risolta in sei mesi : tanto occorre, ad un governo che lo voglia, eliminare Mafia e collegati, e quindi sanare il Sud e rimettere tutto il Paese in carreggiata. Ma ci sono, e il Paese tutto intero, e cioè configurato così com’è adesso, non riesce a difendersene.
20/02/2001 John Kleeves

——————–o0o——————–

American beauty

“Attacco al potere” e Willis-Mitrione

L’attentato di Madrid dell’11 Marzo 2004: considerazioni

Autoattentato statunitense a Riyad, in Arabia Saudita. Ecco il motivo

Berlusconi Evertz. Lo chiameranno “berrettino”?

Capire gli Stati Uniti

Capitalisti con la pistola

Dietro la “potente lobby ebraica” degli USA c’è qualcun altro

Divi di Stato. Le balle spaziali di Hollywood

Dominare il mondo

E’ scoppiata la guerra della Colombia

Il Fondo Monetario Internazionale e la truffa del dittatore matto

Forrest Gump e Jean Seberg

Guerra Fredda. E’ nel dopoguerra che iniziò il neocolonialismo anglo-americano

Hai abboccato Saddam

Hollywood mente sull’America latina, Ken Loach no

Intervista de “La Padania”, 4/06/1999

Intervista di Radio Iran, 12/07/2005

Intervista di S. Vernole, 29/09/2005

Italia, una volpe nella tagliola

Un libro di cui si può fare a meno

Mondo in pericolo

Non abboccare Saddam

Gli obiettivi sbagliati del popolo di Seattle

Le opposizioni “unite” sull’Iraq per meglio servire lo Zio Sam

Osama è un fasullo, ce lo dice l’America

Passaggio a nord-ovest

Primi nella guerra dei vigliacchi

Il revisionismo buono del “Corriere”

Riforma elettorale. Ultima tappa della conquista coloniale USA dell’Italia

Salvate il soldato Ryan

La sottile linea rossa. Ognuno combatte la sua guerra, anche Hollywood

Lo sporco gioco del Vaticano in Iraq

Il trattamento dei prigionieri Talebani. X-Rays field, ciak si gira

11 Settembre 2001: una covert operation dello Zio Sam?

UPA: USA Patriot Act. All’estero lo faranno rispettare i kapò

Visto mai un Papa colonialista? Eccolo qua: Wojtyla

Wojtyla, Papa dell’ingiustizia

—————-o0o—————-

John Kleeves

Di Lino Rossi

Ho incontrato una sola volta, pochi anni fa, un uomo che si è presentato come Stefano Anelli, alias John Kleeves. Non sono certo nè del suo vero nome, nè dello pseudonimo, ma ieri quella persona, Stefano Anelli, “ingegnere in pensione e scrittore” come scrivono i giornali, si è suicidato con un dardo di una balestra, e poche ore prima la nipote, Monica Anelli, avvocato di 40 anni, è stata trovata uccisa da un dardo di una balestra che l’ha colpita al collo, presso la sua abitazione di via XXIII settembre a Rimini, dove viveva anche lo zio Stefano. La foto del suicida che compare sui giornali corrisponde alla persona che incontrai, pochi anni fa. Il corpo del suicida è stato ritrovato in via Santa Cristina a Rimini entro la sua Fiat 600.

John Kleeves su Arcoiris
Corriere della SeraCorriere della Sera

UN PAESE PERICOLOSO – Storia non romanzata degli Stati Uniti d’America
di John Kleeves, Edizioni Barbarossa, 1999, 382 pagine – Euro 18 richiedere a: Società Editrice Barbarossa C. P. 136 – 20095 Cusano Milanino (MI) tel. 02 66400383 E-mail: barbarossasrl@tiscali.it
di Massimo Fini**

Kleeves parte da un presupposto abbastanza sorprendente: degli Stati Uniti si crede di sapere tutto ma in realtà si sa assai poco. Ciò è dovuto sostanzialmente a due motivi. Il primo è che si tratta di un paese singolare, con una forte specificità, le cui affinità con le culture di altre aree del mondo, compresa quell’Europa da cui provengono, sono più apparenti che reali. Il secondo motivo è che gli Usa dispiegano una forza propagandistica enorme per essere percepiti come vogliono essere percepiti ma come in realtà non sono.
In America esiste una United States Information Agency (Usia), con un budget di tre miliardi di dollari e 50 mila funzionari sparsi in tutto il mondo, il suo scopo statutario è di «influenzare le opinioni e le attitudini del pubblico estero in modo da favorire le politiche degli Stati Uniti d’America». (…)
Così gli americani hanno potuto presentarsi come i vessilliferi dei buoni sentimenti e della pace, il che è abbastanza straordinario per un paese che dalla sua nascita ha compiuto più di 200 interventi armati in tutte le aree del mondo, il cui schiavismo ha provocato 40 milioni di morti, autore di uno dei più spietati e cinici genocidi della storia, quello dei Pellerossa, infine l’unico ad aver usato, senza troppi scrupoli, la bomba atomica.
Kleeves, che fa largo uso della ricerca motivazionale, utilizzata in psicologia, individua l’origine del «modo di essere americano, di quella che è una vera e propria teologia, nel protestantesimo declinato nella sua versione più radicale ed estrema, il puritanesimo. Ciò dà all’americano medio la certezza di essere dalla parte degli Eletti, dei Buoni, dei Giusti e agli Stati Uniti la caratteristica di paese straordinariamente aggressivo, convinto di avere il diritto, anzi il dovere, di portare il proprio modello ovunque.
Il presidente Roosevelt lo disse esplicitamente: “L’americanizzazione del mondo è il nostro destino”.
Su questo sentimento (…) si inseriscono gli interessi economici di quell’oligarchia mercantile che rappresenta il 5% della popolazione, detiene la metà della ricchezza nazionale e il cui interesse non è quello di esportare i Buoni Sentimenti ma di omologare l’intero pianeta al proprio modello per potervi vendere i propri prodotti e sacrificare così a quello che gli stessi americani chiamano Almighty Dollar, Il Dollaro Onnipotente. Per ottenere questo scopo sono disposti a distruggere culture, habitat, diversità, tradizioni, economie.
(** “Avvenire”)

-o0o-

La cosa assai strana è che questa triste vicenda la si stia collegando alla strage di Erba dopo il ‘presunto’ ritrovamento di una lettera indirizzata ai due coniugi che vengono definiti ” vittime del sistema e della magistratura “:
link…………

RIMINI – Non è stato un raptus, né un omicidio per la spartizione di una grossa eredità, ma un delitto premeditato legato a futili motivi di vicinato. Proprio come a Erba. Tanto che nell’appartamento dell’omicida, tra le varie armi artigianali e illegali, è stata ritrovata anche la brutta copia di una lettera indirizzata a Olindo e Rosa Romano, gli autori della strage di Erba: l’autore li definiva «vittime del sistema e della magistratura» ed elogiava il loro operato.
Sembrano esserci proprio una serie di rancori dovuti al vicinato e coltivati in una mente malata alla base dell’omicidio dell’avvocato riminese Monica Anelli, uccisa con il dardo di una balestra dallo zio Stefano, 62 anni, ingegnere meccanico in pensione. L’uomo da tempo soffriva di manie e si era chiuso al mondo: la palazzina di tre soli appartamenti, di cui uno sfitto e l’altro da pochi mesi abitato dalla nipote con il suo compagno, era diventata il suo inferno.

IL DIARIO – A indirizzare in questo senso le indagini della squadra mobile di Rimini ci sono due elementi concreti. C’è intanto una sorta di diario di Stefano Anelli dove erano scrupolosamente annotate – dal mese di marzo fino al 16 settembre, il giorno antecedente l’omicidio – tutte le volte in cui la nipote entrava e usciva da casa. Il diario dà valore all’ipotesi che lo zio, che viveva con la terza moglie romena, non avesse gradito la decisione della nipote di andare a convivere col proprio compagno in uno dei tre appartamenti della palazzina, tutti della famiglia Anelli (un altro parente di recente aveva preferito andarsene dallo stabile).

LA DOPPIA ARMA – Inoltre la giovane vittima – ritrovata riversa su un gradino nel pianerottolo della palazzina, in posizione innaturale, quasi fosse stata ricomposta – è stata prima aggredita al capo, al torace e alla schiena con un paio di forbici da giardino, usate per la potatura delle siepi, e poi finita con il dardo della balestra. L’uso di due armi, per gli inquirenti, fa scartare l’ipotesi del raptus. Secondo la ricostruzione degli inquirenti l’uomo, dopo aver finito la nipote e averla forse adagiata sul gradino trascinandola su una maglietta, è entrato in casa per togliersi l’indumento sporco di sangue, lavarsi le mani. Successivamente è rientrato nell’appartamento della nipote e ha tranciato i tubi del gas, lasciando una candela accesa sul pianerottolo. Secondo gli inquirenti, la sua intenzione era quella di far saltare in aria l’intera palazzina, simulando un incidente: avrebbe così potuto anche tornare a casa dopo il crollo o magari tentare la fuga (nell’auto dove si è ucciso sono stati trovati 16 mila euro). Poi, invece, la decisione di farla finita. E’ stato ritrovato morto alcune ore dopo il delitto sulle colline riminesi all’interno della sua auto: si era suicidato con un fucile artigianale calibro 12 da lui stesso costruito.

-o0o-

Citazione:

non vuol dire che non si sappia come è morto, semplicemente non è stato detto ai media, che per sopperire quindi inventano da mezze frasi sentite nei corridoi

o forse non si legge attentamente:

Quello zio, Stefano Anelli 62 anni, da subito irreperibile e cercato dalla Squadra mobile che si e’ tolto la vita in auto, sulle colline riminesi, con un’altra balestra della sua collezione. La polizia l’ha trovato in serata, in localita’ Santa Cristina, con una freccia conficcata nel torace.

…..è stata la polizia a trovare il cadavere con una freccia conficcata nel torace.

Citazione:

ma d’altra parte, chi legge la stampa per conoscere la verità?

solo un ingenuo

arrivi a conclusioni affrettate.

EDIT

ASSASSINATO JOHN KLEEVES?

Avevo sentito parlare dell’omicidio di Rimini, in cui un ingegnere di 62 anni, Stefano Anelli, ha ucciso la nipote Monica Anelli con un colpo di balestra al collo, per poi suicidarsi con lo stesso, improbabile sistema. Non avevo degnato la vicenda della minima considerazione, ritenendola uno dei tanti riempitivi con cui la stampa quotidiana svolge il proprio compito, che è quello di tenere lontani i lettori dalle notizie reali. Apprendo però adesso una notizia che, se confermata, sarebbe sconcertante: Stefano Anelli sarebbe stato in realtà l’uomo che scriveva saggi e teneva conferenze sotto lo pseudonimo di John Kleeves.

A seguito, “JOHN KLEEVES, LA BALESTRA E LA TARTARUGA” (Paniscus, paniscus.splinder.com);

Kleeves è un autore che attraverso i suoi libri e i suoi frequenti interventi in conferenze e dibattiti mira a denunciare i reali meccanismi di funzionamento del sistema geopolitico americano. Nelle conferenze, John Kleeves parla appunto con un forte accento romagnolo e se la sua identificazione con il presunto omicida/suicida di Rimini fosse confermata (le foto pubblicate su internet non lasciano molto spazio a dubbi) la vicenda di cronaca acquisterebbe, a questo punto, un risvolto inquietante. Le modalità del suo “suicidio”, come pure l’arma utilizzata per condurlo a termine, sono a dir poco inconsuete e – se collegate ai molti interventi e saggi scomodi di cui Kleeves era stato autore – dovrebbero spingere gli inquirenti a prendere perlomeno in forte considerazione l’ipotesi che il “suicidio” sia in realtà un delitto con inquietanti connotazioni rituali maturato in ambienti tutt’altro che domestici e per cause ben diverse da quelle finora presentate dalla stampa.

Kleeves stava da anni rivelando al pubblico gli interessi e le strategie reali che si nascondono dietro l’agire dell’America e il suo mito della “democrazia”. L’anno scorso avevo pubblicato un suo intervento relativo alle strategie di indottrinamento propagandistico portate avanti dal cinema americano, con particolare riferimento al film “Forrest Gump”.

Giornali e TV, per adesso, non hanno minimamente menzionato la possibilità che Stefano Anelli possa essere l’uomo più noto presso gli utenti del web e gli studiosi dei meccanismi del dominio statunitense con il suo pseudonimo di saggista. Kleeves aveva parlato spesso della messinscena dell’11 settembre, della truffa del fantomatico “terrorismo islamico” e della tradizione degli Stati Uniti di autoinfliggersi attentati per giustificare le guerre con cui perseguono le proprie finalità di dominio. I media stanno presentando Anelli al pubblico come un criminale, malato di eccentricità e pieno di manie, ossessionato dalla nipote e ammiratore degli assassini di Erba, Olindo e Rosa Romano. Stanno per caso preparando la consueta “damnatio memoriae” dell’intellettuale non allineato?

Riporto di seguito una mail che Kleeves inviò il 30/03/2005 a Sherif el Sebaie, titolare del blog http://salamelik.blogspot.com/ . La mail è ripresa dal forum Escogitur, che l’ha ripubblicata ieri. In alto, potete vedere un brano dell’intervento di Kleeves al dibattito “L’italia è una nazione Sovrana? Roma – Washington: alleanza e sudditanza”, che è scaricabile integralmente dal sito di Arcoiris.

Gianluca Freda
Fonte: http://blogghete.blog.dada.net
Link: http://blogghete.blog.dada.net/archivi/2010-09-19
19.09.2019

-o0o-

Stefano Anelli si è tolto la vita sparandosi al petto con una balestra artigianale; ritrovato nei pressi della chiesa di Santa Cristina

RIMINI – Lo hanno trovato alcuni avventori di un bar verso le 20.30 nei pressi della chiesa di Santa Cristina riverso al volante della sua Fiat 600 bianca: si è conclusa drammaticamente la fuga di Stefano Anelli l’ingegnere zio dell’avvocato Monica Anelli fortemente sospettato di essere coinvolto nell’omicidio della nipote avvenuto venerdì in tarda mattinata.

Stefano Anelli è arrivato nei pressi della chiesa a bordo della vettura che, dal pomeriggio di venerdì, era ricercata dalle forze dell’ordine e, una volta dietro la costruzione, ha inforcato una balestra artigianale appoggiandola al parabrezza e premendo il grilletto. Il dardo gli si è conficcato all’altezza del cuore uccidendolo immediatamente e, per il contraccolpo, l’arma ha sfondato il parabrezza.

A fare il macabro ritrovamento gli avventori di un circolo Arci poco distante dal luogo del suicidio che, proprio verso le 20.30, apre i battenti.

Sul posto sono giunti immediatamente gli uomini della Squadra mobile che seguono le indagini sulla morte dell’avvocatessa Monica Anelli che, dopo aver transennato la zona, hanno subito iniziato ad eseguire i rilievi di rito.

http://www.romagnanoi.it/News/Romagna/Rimini/Cronaca/articoli/222750/Trovato-morto-lo-zio-di-Monica.asp

chissà chi ha trovato il cadavere di anelli vicino alla chiesa di S.Cristina…..considerato che a Rimini la chiesa di S.Cristina non esiste!

-o0o-

…e considerato che Santa Cristina è morta con le frecce, fra l’altro!

-o0o-

Citazione:

Proprio un bel rompicapo!

dici?
piuttosto mi metterei a guardare bene perchè non c’è un elemento che coincida.
Non sappiamo nemmeno gli orari della morte delle due vittime.
Non sappiamo nemmeno dove è stato trovato il cadavere di Anelli.
Non sappiamo da chi è stato trovato per primo il cadavere dell’avvocato/nipote e nemmeno a che ora è stato trovato.
Non sappiamo ancora chi ha telefonato ai vigili del fuoco per la fuga di gas che c’era nello stabile.
Non sappiamo ancora se Anelli era capace di usare la balestra che non è un’arma facile da usare e che serve per lanciare le frecce lontano e non vicino come sono state lanciate su tutti e due i cadaveri.

Gli esami dell’autopsia non sono ancora noti.

Citazione:

Infine, sembra che ai servizi segreti, come metodologia, non basti eliminare fisicamente le persone scomode, ma cercano anche di infangare la loro memoria

oppure cercano di raffazzonare dei pezzi quando di solito qualcosa è andato storto.

Citazione:

Se avessi organizzato l’assassinio di un intellettuale dissidente, oltre a farlo apparire come un raptus di un folle che si suicida, magari abbattendo una testimone non prevista,

nello specifico la testimone non prevista è arrivata a sorpresa in un orario insolito (e forse soprendendo il buontempone di turno che rompeva i tubi del gas).
Quindi la storia doveva essere riscritta.
Ma è stata riscritta all’ultimo momento ed appare anche ridicola.

EDIT

http://blogghete.blog.dada.net/post/1207164192/L
L’ASSASSINIO DI S.CRISTINA

questo un commento:

20/09/2010 20:13:14 @Freeman: in effetti, mai come questa volta, i fautori della “doppia personalità” di Anelli si sono attivati con straordinario tempismo. Non solo Cibernoid, ma anche Paniscus, il cui articolo hai forse letto su ComeDonChisciotte. Non voglio fare illazioni, ma la certezza che costoro ostentano sulla personalità criminale di Anelli, fondandosi sul nulla sottovuoto, è davvero curiosa. Perfino io, per una volta, sono stato più cauto di loro nell’ostentare certezze (che per ora non esistono) sulla dinamica degli eventi. Poi dicono che siamo noi quelli che saltano a conclusioni affrettate. Devo anche dire che, dopo che mi hanno fatto notare che la località in cui il corpo di Anelli è stato ritrovato è Santa Cristina (e non Santa Costanza, come avevo scritto all’inizio) la pista simbolico-massonica si va facendo veramente agghiacciante. Hai visto la Santa Cristina di Carlo Dolci che ho messo in cima all’articolo? Quando l’ho trovata su Google, confesso che mi è preso un colpo… Gianluca Freda

-o0o-

http://it.altermedia.info/economia/john-kleeves-sugli-attentati-di-londra_1954.htmlJohn Kleeves sugli attentati di Londra
…………..Non solo, ma gli USA hanno mostrato di apprezzare a tal punto i vantaggi dell’atto terroristico attribuito ad altri da essere arrivati a organizzare degli attentati contro se stessi, contro cittadini, beni e territorio degli USA stessi !Di nuovo non sono io ma è la storia a dirlo, fornendo degli esempi davvero notevoli e incontrovertibili, riconosciuti da qualunque studioso animato da un minimo di obiettività : nel 1898 furono agenti del governo USA a far saltare la corazzata USS Maine e i suoi 160 uomini di equipaggio nel porto dell’Avana, ottenendo così il pretesto per dichiarare quella guerra alla Spagna che avrebbe fruttato Cuba, Guam e le Filippine ; nel 1915 furono i funzionari doganali americani a lasciar trapelare la presenza nelle stive del Lusitania di ingenti rifornimenti bellici per la Gran Bretagna, rendendo così la nave una preda ambita per gli U Boote tedeschi ; fu il presidente Franklin Delano Roosevelt in persona ( il buono e sofferente paralitico ), e il suo staff più intimo guidato dal gen. George Marshall, a provocare deliberatamente l’attacco giapponese a Pearl Harbor del 7 dicembre 1941 e a congegnare perché provocasse più morti possibile fra il personale americano, al solito scopo di avere il pretesto per la guerra.E, ormai è certo, l’attentato alle Torri Gemelle di New York dell’11 settembre 2001 è stato un autoattentato, organizzato dai servizi USA per avere la scusa di lanciare la “ guerra al terrorismo internazionale “, cioè in altre parole di partire alla conquista del pianeta cominciando con il Medioriente, il suo petrolio, e la sua collocazione strategica nei confronti di Russia e Cina. Ho detto che è certo essersi trattato di un autoattentato perché se ne sono ottenute le prove materiali ; ad esempio, è stato dimostrato con fotografie che l’11 settembre 2001 il Pentagono non fu colpito da un aereo di linea dirottato ma da un missile da crociera. In questo autoattentato sono periti circa 2700 cittadini statunitensi ; per gli ascoltatori della radio satellitare iraniana in lingua italiana che ci stanno ascoltando questo sembra incredibile, sembra un abominio impensabile, un crimine che nessuno mai si sognerebbe di compiere verso il proprio popolo, ma per combinazione è circa lo stesso numero dei soldati statunitensi morti a Pearl Harbor. L’abominio era già stato commesso una volta.

Di questa disponibilità statunitense all’autoattentato è rimasta addirittura una testimonianza scritta : il piano denominato “ Northwoods “, preparato dal gen. Lemnitzer nel 1962 e recentemente venuto alla luce in forma integrale, che prevedeva l’esecuzione di vari e alcuni assai efferati attentati terroristici contro cittadini e mezzi statunitensi dei quali incolpare Cuba e il solito “ malvagio “ Fidel Castro. Il piano, aggiungono le fonti USA, fu respinto dal presidente Kennedy : attendibile o no questa conclusione, questo “ lieto fine “ un po’ hollywoodiano, rimane il fatto che il piano fu preparato e ciò basta a testimoniare un cinismo intollerabile.

………….
………….
Domanda 2 : Dottor Kleeves, lei individua un ruolo di Israele nella vicenda ?

Risposta 2.

Israele è un Paese di secondo piano, anzi ancora meno che così. E’ una scelta, una strategia degli USA iniziata nel 1967, di spacciare Israele come eminenza grigia della politica estera USA. Gli USA in tale modo si nascondono dietro Israele, fingono di essere mal consigliati da una entità malevola, fingono di essere dei bonaccioni traviati da amicizie equivoche.

Molti dei personaggi più esposti nella gestione del potere statunitense sono di origine ebraica, come oggi Brezinsky, Wolfowitz, Feith, Perle, eccetera e come ieri altri tipo la Albright e Kissinger, perché i Veri Americani che detengono il potere, che sono esponenti dei WASP ( White Anglo Saxon Protestants ), vogliono creare l’apparenza di una certa situazione che in realtà non c’è. Se si studia la storia della diaspora ebraica si vede che questa situazione si è ripetuta molte volte, sia per la disponibilità oggettiva degli ebrei, cioè la loro presenza come corpi estranei nella varie società, che per la loro disponibilità soggettiva a fare da parafulmini, magari per vanità, e anche per bramosia perché ci sono vantaggi materiali nel ruolo.

Così, è vero che Israele figura assieme agli USA in quasi tutti i loro malaffari mondiali, e va da sé in quelli mediorientali, ma ricoprendo il ruolo del gregario e non quello del caposquadra. Non bisogna lasciarsi ingannare : chi comanda sono gli USA, e da loro vengono i problemi. Anche se naturalmente chi approfitta tanto della loro protezione, come fa senza ritegno Israele, ha le sue colpe.

Per quanto riguarda gli autoattentati può anche darsi che i servizi israeliani abbiano giocato un ruolo di supporto, anche se sarebbe strano che gli americani si siano fidati di loro per cose tanto delicate. Per l’autoattentato delle Torri Gemelle di New York è documentata una presenza dei servizi israeliani, però non si sa a quale titolo. Sicuramente erano al corrente dell’attentato prima che avvenisse, ma non è certo che ne conoscessero la vera logica. Forse hanno anche rischiato di mandare tutto all’aria perché hanno pensato di avvertire gli ebrei che lavoravano alle Torri di stare a casa quel giorno.

In sostanza, ciò che voglio dire è che mi sembra sbagliato pensare che gli attentati di New York, Madrid e Londra, o uno o due di loro, siano stati organizzati o pilotati dai servizi israeliani allo scopo di dirigere l’ira USA verso certi Paesi vicini che Israele vuole vedere distrutti. Gli USA non sono così babbei, e neanche lo è la Gran Bretagna, e Israele non potrebbe evitare una punizione micidiale. So che invece la credenza nella onnipotenza dell’ebraismo mondiale è molto diffusa, e che molti pensano che il mondo sia diretto a forza di diabolici complotti ebraici. Mi sembra un grave errore di prospettiva, che distoglie l’attenzione dai veri congiurati ed ostacola alla fine la soluzione dei problemi.

**********
http://www2.irib.ir/worldservice/ItalyRADIO/Intrvste/testi/kleevp.htm

Qual’è il motivo per qui la gente non si rende conto dei pericoli di questo paese?

Perchè gli Usa adottano su una scala eccezzionale e difficilmente immaginabile l’arma della propaganda. Gli Stati Uniti si definiscono il paese della libertà di espressione, in realtà questo non è vero. Tutto ci? che viene prodotto negli Usa che riguarda i media, cioè i libri, romanzi, … è controllato dallo Stato, anche quello che viene prodotto negli Stati Uniti per il mercato interno, perchè pu? essere poi esportato. Gli Usa quindi cercano di diffondere nel mondo un immagine di loro stessi falsa. Perchè fanno questo? Perchè si devono mimetizzare. Il mondo non deve rendersi conto di che tipo è questo paese, altrimenti il mondo si metterebbe in guardia.

Lei nel Suo libro fa balenare l’ipotesi del non lontano crollo dell’impero. Su cosa si basa quest’ipotesi?

Si basa su nun parallelo storico e su un ragionamento sintetico. Il parallelo storico è questo: secondo me gli Stati Uniti non sono una rivisione dell’impero romano, ma più che altro sono veramente somiglianti all’impero cartaginese, un impero marinaro che non conquistava territori, ma teneva soggetti vastissimi territori allo scopo di sfruttamenti commerciali che a un certo momento si scontr? con un impero terrestre, o una confederazione terrestre, qual’era a quel tempo Roma, e fu distrutto. Il secondo motivo che mi fa pensare che gli Usa sono destinati alla sconfitta, ma una sconfitta definitiva, è che loro cercano di schiavizzare il mondo, ma pensate che il mondo è fatto di sei miliardi di persone, credete che il mondo si farà mettere sotto dagli americani? Il mondo realizzerà il problema e rimuoverà la minaccia.

——————o0o——————

John Kleeves: sotto pseudonimo per coprirsi

20 ottobre 2010

La storia di Stefano Anelli (Aka John Kleeves) raccontata dal suo editore

RIMINI – Kleeves è un plurale che non si trova nei vocabolari d’inglese. Ma chi ha conosciuto e frequentato Stefano Anelli, sa che cosa significa: l’ingegnere riminese aveva scelto il suo cognome d’arte, prendendo un termine che in una parlata locale degli States è traducibile come “anellini”. Insomma John Kleeves, lo pseudonimo usato per firmare i libri di denuncia contro la politica imperialistica degli Usa, voleva ricordare in qualche modo la sua vera identità anagrafica. Ce lo ha spiegato Adolfo Morganti, fondatore e leader della casa editrice Il Cerchio, che ha avuto dal 1990 in poi, fino a circa due anni fa, una frequentazione abituale con l’Anelli studioso e scrittore.
Dottor Morganti, come lo ha conosciuto?
“Alla fine del 1990, quando era appena tornato dagli Stati Uniti. In America aveva lavorato come ingegnere. Si era sposato con una donna ingegnere che lavorava in un laboratorio di ricerca dell’aeronautica militare Usa a Pensacola, ricordo il grado, sergente. Mi disse che era un iscritto al Partito Comunista Americano”.
Come arrivò alla casa editrice?
“Mi fu portato da un suo amico, un giovane che era vicesindaco del Pci di un paese del nostro entroterra, Verucchio se non sbaglio. Aveva pronto il testo di quello che sarebbe diventato il suo primo libro, «Vecchi trucchi», che era parte di un dattiloscritto enorme, un suo studio di 2.500 pagine suddivise in 5-6 fascicoli rilegati in rosso. Erano le sue ricerche sugli Stati Uniti d’America, fatte sul campo. Aveva proposto questa pubblicazione alla Manifesto Libri, ma questa cerchia di intellettuali, la’sinistra al caviale’, rispose picche. Non se la sentivano. Noi avevamo appena pubblicato un libro di Noam Chomsky sulla politica Usa di controllo degli stati sudamericani, quindi eravamo in tema. Facemmo qualche verifica sul testo, i riferimenti bibliografici, numerosi, erano validi e così pubblicammo il libro. Fu una piccola ‘bomba’. Anelli era un personaggio particolarissimo, molto sicuro di sé e delle sue affermazioni. La tesi centrale del libro è quella del traffico della droga, ‘gestito’ dalla Cia sui due filoni, cocaina e eroina, con due finalità, controllare i regimi dittatoriali e creare fondi neri per la Cia stessa. Dopo qualche anno San Patrignano, sempre molto attenta a questi temi, mi chiese una sintesi del libro, che io feci e fu pubblicata sulla rivista della comunità. Argomenti che all’epoca erano nuovi, nessuno pubblicava, ma che vennero confermati ad esempio dallo scoppio del caso Noriega”.
Perché lo pseudonimo?
“Anelli vivendo negli Usa era rimasto colpito da questa mentalità che oggi chiameremmo fondamentalista, di ispirazione veterotestamentaria, che in realtà è una fusione fra un messianismo secolarizzato e la ricerca del potere. Lo pseudonimo era un modo per coprirsi”.
Temeva che qualcuno potesse “inseguirlo” per le sue tesi?
“Sì. Quanto al nome, mi disse che kleeves era un termine dialettale che significa ‘anellini’. Da quel colossale faldone poi trasse i libri seguenti. Il secondo fatto con noi, «Sacrifici umani», affronta questa lettura fondamentalista americana del ‘bene contro il male’. Era la prima volta che qualcuno svelava gli studi tecnici di Douhet da cui nacquero i bombardamenti a tappeto, ‘strategici’, della guerra totale. Il libro ebbe un buon successo. E sullo pseudonimo tutti ci cascarono, qualcuno addirittura si inventò un’immaginaria edizione americana di «Old Tricks», «Vecchi trucchi» appunto, per dimostrare di saperne di più di altri…”.
Qual’era il pensiero di Anelli-Kleeves?
“Aveva una struttura di pensiero particolare: prendeva quello che lo colpiva, e lo approfondiva con notevole acribia, facendo scavi, carotaggi. Proveniva dal classico comunismo reattivo, anche se non era marxista in senso stretto: se gli Usa erano Atene, lui sperava in una Sparta. Quando tornò in Italia, era convinto di poter trovare una realtà alternativa agli Usa. Ma trovò Rimini…è inutile dire altro. Il fatto che non avesse mai avuto nessun tipo di interesse religioso spiega la china che poi ha preso. Si lamentava dell’indifferenza attorno ai suoi studi, di una serie di boicottaggi subìti, come interviste saltate e cose di questo genere. Viveva ritiratissimo. Poi intraprese un certo tunnel mentale: l’Italia, bisogna riconoscerlo, è sempre rimasta una semi-colonia degli Usa, con ogni governo. Così si è sempre più chiuso in un orizzonte mentale dove l’assenza di un senso religioso e spirituale, lo ha portato ad una deriva di tipo paranoide. Si sentiva molto frustrato. Questo era un mondo in cui non si trovava: non avendo nessuna alternativa, neanche a livello spirituale, a un certo punto è imploso, e poi la violenza è esplosa”.
Aveva scatti violenti?
“Mai. Si infervorava nelle discussioni, ma niente di più. Penso che al momento di questa esplosione di violenza fosse incapace di intendere e di volere”.
E le armi?
“Se le è autocostruite quando era già entrato nel tunnel mentale. È molto “americana” questa forma di paranoia. Ha odiato tutta la vita gli Usa ma nen se n’è mai liberato”.

Rimangono ancora degli interrogativi sulla doppia tragedia di venerdì scorso. Perché colpire proprio la nipote, persona con cui andava d’accordo? Morganti, che ricordiamo è psicologo di professione, lascia intendere che chi crede di combattere contro il nemico, spesso finisce per identificarlo nella persona a lui più vicina. Ma qui finisce il colloquio con l’editore riminese di Anelli, che – va sottolineato – non crede a una visione alternativa dei fatti. Nessun assassinio mascherato da suicidio. Intanto arrivano da tutta Italia richieste di acquisto dei libri di John Kleeves.

Paolo Facciotto

FONTE: Andrea Carancini Blogspot

——————-o0o——————-

JOHN KLEEVES, LA BALESTRA E LA TARTARUGA

DI PANISCUS
paniscus.splinder.com

I complottisti inveterati, si sa, non si meravigliano mai di niente.
La soddisfazione di averli spiazzati e lasciati a bocca aperta, per definizione, non la concederanno mai a nessuno.

Perché, per restare spiazzati, bisogna sbattere il muso su qualche assurdità davvero incredibile. Talmente incredibile che perfino il misteriofilo sognatore, quello che in fondo è una persona normale in quasi tutto il resto, ma è pronto a credere che l’influenza suina sia stata creata di proposito in laboratorio, o che aerei diabolici [sciechimicheinfo.blogspot.com] si aggirino sopra le nostre teste disseminando veleni deliberati… bè, perfino lui, ha un suo personale filtro passa-basso [it.wikipedia.org] delle assurdità: come per le frequenze elettriche, quelle troppo elevate non passano.

La soglia di assurdità ammissibile può stabilirla dove vuole, spesso in regioni già di gran lunga intollerabili per lo scettico, ma una volta fissata è fissata: il misteriofilo sognatore, quando l’incredibile è troppo, se ne accorge da solo, che è troppo. E si ferma volentieri, accompagnando la sua frenata pindarica prima con crescente stupore, poi con inatteso e rassicurante buon senso, e infine con una risata liberatoria.

Il complottista vero, invece, no.

Tanto per cominciare non si ferma, e poi soprattutto non ride.

Non si ferma perché al complottista vero il filtro passa-basso manca del tutto: un colpaccio bizzarro del fato gliel’ha convertito nel suo esatto contrario [it.wikipedia.org]. Il complottista vero, le uniche cose cui non riesce a credere sono quelle evidenti, normali, quelle che tutto sommato sarebbero plausibili senza troppe storie. Per il resto, è disposto a prendere sul serio qualsiasi enormità, senza stupore, senza meraviglia: se c’è qualcosa che non gli quadra, riuscirà caparbiamente a rappezzarla con un’enormità ancora più spinta, perennemente teso tra la soddisfazione di aver chiuso uno spiffero, e la frustrazione di averne aperti altri dieci da richiudere ancora.

E allora per forza, non ride.

Il complottista vero non conosce senso di meraviglia, e quindi non può conoscere il senso del paradosso, del rovesciamento, dell’ironia.

Non c’è nulla che gli appaia talmente assurdo da spiazzarlo. Non è un dramma da poco.

E allora scava, smonta, sposta, svuota, riempie, ogni giorno blandisce e abbatte la sua costruzione sempre più amara, come un eccentrico tecnologo dilettante si chiude in cantina a fabbricare macchinari favolosi, dimenticando la vita che c’è fuori, ogni giorno un po’. Più si convince di aver capovolto l’evidenza comune, più i suoi capovolgimenti diventano nervosi, sterili, inefficaci, più vibrano e stridono di rabbia senza speranza, oscillando qua e là senza più riuscire a muoversi di un centimetro. E’ come se a capovolgersi fosse stata una tartaruga, di quelle terrestri col guscio ben convesso.

La costruzione procede, cresce, sempre più complessa, sempre più totale, sempre più affinata nella diffidenza e nel rancore. Chi non la coglie e non la segue assume, per il complottista, il volto deforme dell’odio (anche perché i volti veri non loivede più, defilato com’è dalla vita reale). Ogni tanto qualcuno la trova ridicola, e allora sì che la furia lievita senza freni. Se c’erano amici concreti, si sono dispersi, se c’era una famiglia si è sfasciata, validissimi rapporti di collaborazione finiscono a denunce e tribunali. Ai nemici ideologici si riservano fiumi di parole e di inchiostro, confutazioni pedanti inframmezzate a ingiurie confusionali. Da una nicchia spinosa di isolamento, i pochi seguaci fedelissimi vengono illuminati sempre più in tralice, sempre più da lontano. Spesso sotto falso nome, o compiacendosi di recitare il personaggio di un alter ego virtuale.

Un inconsueto fattaccio di sangue ha campeggiato sui media negli ultimi due giorni: una donna quarantenne di Rimini, di professione avvocato e di vita personale normalissima, ha trovato una morte orribile sulle scale di casa propria, trafitta al collo nientemeno che da una freccia di balestra. Sembrava un lavoro per gli sceneggiatori di un thriller storico, di quelli a due o tre piani temporali distinti, densi di documenti maledetti, opere d’arte cifrate, confraternite spietate, vendette secolari, tesori insanguinati.

E invece no, nessun complotto: immediatamente dopo il delitto, si constata che è sparito dalla circolazione un parente della vittima, nonché suo vicino di casa. Lo ritroveranno dopo qualche ora, anch’egli morto, inequivocabilmente di propria mano. Un ingegnere in pensione ultrasessantenne, riservato, scontroso, sofferente di manie di persecuzione, che viveva appartato in casa e ne usciva ormai solo per litigare, appassionato di stravaganze tecnologiche e avidissimo collezionista d’armi e poi – che c’entra? – anche autore logorroico di saggi “indipendenti” di politica internazionale.

Nel giro di pochi anni, da commentatore estremo ma arguto dei meccanismi di potere e delle dinamiche economiche dell’Occidente si era trasformato in uno sguaiato demonizzatore dell’America senza appello, e in un cultore invasato di qualsiasi teoria della cospirazione gli capitasse a tiro. Anzi, a questo punto sarà stata perfino una sola, la sua cospirazione globale: quella che spiega chi ha veramente buttato giù le Torri Gemelle, sì, ma al contempo chiarisce anche come sia realmente morto Marco Pantani [it.altermedia.info].

Nessun movente complesso dietro al dramma, a quanto si è capito: solo un inesorabile, lento delirio di follia, sedimentato nel corso di anni, insieme alle sue sfrenate tesi sul mondo.

Il suo vero nome era Stefano Anelli, ma i lettori di vicende planetarie l’avranno sicuramente incrociato, qualche volta, sotto lo pseudonimo di John Kleeves.

Ignoro come abbiano intenzione di ricordarlo i suoi imbarazzati ammiratori.

Il più coerente omaggio che potranno offrirgli sarà la fabbricazione immediata di un bel complotto nuovo, che spieghi le “vere” cause della sua morte, l’identità di chi ha “messo in scena” tutto questo per “chiudere la bocca per sempre alla sua temutissima voce scomoda”.

Eh già, perché lo si era già detto: i complottisti veri, alle spiegazioni semplici e crude, non ci possono proprio credere.

Fonte: http://paniscus.splinder.com
Link: http://paniscus.splinder.com/post/23327983/john-kleeves-la-balestra-e-la-tartaruga
19.08.2010

-o0o-

july 18th, 2005 · Intervista a John Kleeves della Radio satellitare iraniana in lingua italiana ( HotBird 3, 13° Est, 12.437 Mhz, H ); argomento: attentato a Londra del 7 luglio 2005. Domanda 1 : Dottor Kleeves, cosa pensa dell’attentato avvenuto a Londra lo scorso giovedì 7 luglio 2005 ? Risposta 1. E’ un attentato molto simile a quello di Madrid dell’11 marzo dello scorso anno. Nella capitale spagnola esplosero simultaneamente varie bombe, piazzate in treni e stazioni ferroviarie, che provocarono un totale di 200 morti e 1400 feriti. A Londra ad esplodere simultaneamente sono stati degli ordigni posti in carrozze della metropolitana e in almeno un autobus di superficie, che hanno causato 700 feriti e un numero di morti calcolato per il momento in 70 ma destinato sicuramente ad aumentare. Anche l’ora degli attentati è simile, collocata in entrambi i casi verso le 8.30 del mattino, quando operai e impiegati si recano al lavoro. Anche il giorno : in entrambi i casi era un giovedì, un giovedì lavorativo. Attentati di questo genere, così complessi e insieme così ben studiati e puntualmente eseguiti, non sono alla portata di gruppi terroristici “ privati “, nati e cresciuti al di fuori di strutture in qualche modo ufficiali, ma possono essere realizzati solo dai servizi segreti di una qualche Nazione, o di più Nazioni allo scopo associate. Per queste operazioni i servizi segreti possono agire in due modi : o in prima persona oppure infiltrando un ignaro gruppo terroristico “ privato “, che inducono all’azione fornendogli il necessario, cioè il danaro, le armi e gli esplosivi con i relativi accessori, e soprattutto fornendogli le informazioni esclusive sugli obiettivi. Così ad organizzare questi attentati di Madrid e Londra è stato sicuramente un governo, o i governi associati di più Paesi. Riuscire a convergere verso qualcuno in particolare non è come cercare un ago in un pagliaio. Infatti, non sono molti i Paesi che hanno la consuetudine di ricorrere a questi sistemi in tempi di pace. In passato si sono distinti in tal senso la Gran Bretagna, gli Stati Uniti, la Turchia e la Francia, e forse qualche volta la Germania e la Russia. Negli ultimi decenni, e attualmente, si può dire che solo gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, Israele e la Francia ricorrono a questi sistemi. I Paesi più e più volte accusati dagli USA e dai loro alleati, e dai vari e variopinti pulpiti internazionali loro legati, di essere dei “ rogue States “, dei “ Paesi canaglia “ che fomentano il “ terrorismo internazionale “ e si macchiano di ogni altra infamia, sono al contrario completamente innocenti, e specie col terrorismo non hanno nulla a che fare. A dirlo non sono io ma è la storia e la cronaca : si leggano i libri e si vadano a rileggere i giornali degli anni e decenni passati e questa verità balzerà evidente. Quindi i sospetti si riducono a USA, GB, Israele, Francia. Per focalizzare su quale o su quali di loro ( nel caso si sia formata una associazione ) non c’è che porsi la solita, vecchia ma generalmente infallibile domanda : cui prodest ? A chi l’operazione ha fatto comodo ? a chi l’attentato ha portato vantaggi ? Nel caso dell’attentato di Madrid io, ragionando in questi termini, avevo concluso che il colpevole erano gli USA. Gli USA hanno alle spalle una storia lunghissima di covert operations realizzate sotto mentite spoglie, una storia cominciata così precocemente come nel 1773, con la faccenda del Boston Tea Party, quando alcuni ribelli coloniali americani travestiti da indiani buttarono a mare il carico di tè di un mercantile inglese, e poi continuata con l’impresa dei sedicenti coloni di Sam Houston che nel 1836 avrebbe fruttato la regione messicana del Tejas ( poi diviso in Texas, New Mexico, Colorado e Arizona ) ; una storia ripetuta con la costituzione di bande armate apparentemente locali cui far condurre le proprie guerre ( i Contras del Nicaragua, le AUC della Colombia, la Mano Bianca degli esuli cubani, gli Squadroni della Morte di un po’ tutta l’America Latina, la Al Qaeda dell’Afghanistan, l’UCK del Kossovo e della Macedonia, le bande della Cecenia, altri ) ; e una storia andata avanti con l’esecuzione di una miriade di attentati e omicidi politici compiuti strisciando nell’ombra di qualcun altro ( Mattei-Mafia, Moro-Brigate Rosse, M.L.King-Uomo squilibrato, John Lennon-Uomo squilibrato, H.M.Schleyer-Rote Armee Fraction, D’Antona-Brigate Rosse, Biagi-Brigate Rosse, altri ). Non solo, ma gli USA hanno mostrato di apprezzare a tal punto i vantaggi dell’atto terroristico attribuito ad altri da essere arrivati a organizzare degli attentati contro se stessi, contro cittadini, beni e territorio degli USA stessi ! Di nuovo non sono io ma è la storia a dirlo, fornendo degli esempi davvero notevoli e incontrovertibili, riconosciuti da qualunque studioso animato da un minimo di obiettività : nel 1898 furono agenti del governo USA a far saltare la corazzata USS Maine e i suoi 160 uomini di equipaggio nel porto dell’Avana, ottenendo così il pretesto per dichiarare quella guerra alla Spagna che avrebbe fruttato Cuba, Guam e le Filippine ; nel 1915 furono i funzionari doganali americani a lasciar trapelare la presenza nelle stive del Lusitania di ingenti rifornimenti bellici per la Gran Bretagna, rendendo così la nave una preda ambita per gli U Boote tedeschi ; fu il presidente Franklin Delano Roosevelt in persona ( il buono e sofferente paralitico ), e il suo staff più intimo guidato dal gen. George Marshall, a provocare deliberatamente l’attacco giapponese a Pearl Harbor del 7 dicembre 1941 e a congegnare perché provocasse più morti possibile fra il personale americano, al solito scopo di avere il pretesto per la guerra. E, ormai è certo, l’attentato alle Torri Gemelle di New York dell’11 settembre 2001 è stato un autoattentato, organizzato dai servizi USA per avere la scusa di lanciare la “ guerra al terrorismo internazionale “, cioè in altre parole di partire alla conquista del pianeta cominciando con il Medioriente, il suo petrolio, e la sua collocazione strategica nei confronti di Russia e Cina. Ho detto che è certo essersi trattato di un autoattentato perché se ne sono ottenute le prove materiali ; ad esempio, è stato dimostrato con fotografie che l’11 settembre 2001 il Pentagono non fu colpito da un aereo di linea dirottato ma da un missile da crociera. In questo autoattentato sono periti circa 2700 cittadini statunitensi ; per gli ascoltatori della radio satellitare iraniana in lingua italiana che ci stanno ascoltando questo sembra incredibile, sembra un abominio impensabile, un crimine che nessuno mai si sognerebbe di compiere verso il proprio popolo, ma per combinazione è circa lo stesso numero dei soldati statunitensi morti a Pearl Harbor. L’abominio era già stato commesso una volta. Di questa disponibilità statunitense all’autoattentato è rimasta addirittura una testimonianza scritta : il piano denominato “ Northwoods “, preparato dal gen. Lemnitzer nel 1962 e recentemente venuto alla luce in forma integrale, che prevedeva l’esecuzione di vari e alcuni assai efferati attentati terroristici contro cittadini e mezzi statunitensi dei quali incolpare Cuba e il solito “ malvagio “ Fidel Castro. Il piano, aggiungono le fonti USA, fu respinto dal presidente Kennedy : attendibile o no questa conclusione, questo “ lieto fine “ un po’ hollywoodiano, rimane il fatto che il piano fu preparato e ciò basta a testimoniare un cinismo intollerabile. Nel caso dell’attentato di Madrid il cui prodest ? per gli USA stava nelle intenzioni. Eseguendo l’attentato di Madrid, o facendolo eseguire da chissà quale scheggia impazzita del sottobosco politico europeo o musulmano, gli USA agitavano lo spauracchio del terrorismo in Europa, contando che con ciò gli europei avrebbero rotto gli indugi e avrebbero seguito gli USA nella loro crociata mediorientale, spacciata appunto per crociata contro il terrorismo internazionale. In particolare e in concreto l’obiettivo era di affidare alla NATO la continuazione della guerra coloniale in Iraq, liberando così truppa americana per altre conquiste. Per quanto riguardava le elezioni politiche generali spagnole, che si sarebbero svolte tre giorni dopo, gli USA pensavano che il PPE dell’alleato Aznar avrebbe potuto trarre solo vantaggio da un attentato del genere, e anche in caso contrario il pronostico favorevole non si sarebbe sovvertito visto il vantaggio che i sondaggi assegnavano ad Aznar. Ma non andò così. Gli Spagnoli confermarono l’infallibile fiuto che li aveva tenuti fuori dalla prima e dalla seconda guerra mondiale : Aznar perse le elezioni nei confronti del socialista Zapatero, che come primo atto stabilì il ritiro del contingente spagnolo dall’Iraq. E ciò bloccò tutto il programma circa la NATO in Iraq. In conclusione, a mio parere l’attentato di Madrid fu una covert operation andata male, che anzi aveva ottenuto un risultato contrario al previsto, una covert operation che aveva avuto un effetto boomerang, che aveva backfired. Non è una cosa così rara come si può pensare. In ogni caso non ci sono alternative a questo scenario. Qualcuno potrebbe dire che l’attentato fu compiuto da qualcuno che voleva proprio quel risultato, il rovesciamento di Aznar, la vittoria di Zapatero e di conseguenza il ritiro della Spagna dall’Iraq e la paralisi della NATO nel teatro. E cioè che l’attentato fu compiuto non da chi voleva gli Occidentali in Iraq, come gli USA, ma da chi non li voleva, ad esempio la Russia, la Cina o l’Iran. Ma non è possibile. A parte che si tratta di Paesi che non seguono la prassi degli attentati terroristici, né palesi né covert, c’è da dire che se così fosse stato allora un attentato del genere si sarebbe ripetuto in ogni Paese europeo dove c’era una elezione sensibile sull’Iraq, perché così si sarebbe potuto determinare il risultato voluto, e invece ciò non si è verificato. Anzi, a dimostrazione del fatto che in Europa – ma credo si possa dire nel mondo – non esiste ciò che viene chiamato “ terrorismo islamico “, ognuno può constatare che in Europa dopo l’attentato di Madrid non ci sono stati attentati attribuibili agli islamici, come del resto non c’erano mai stati prima. …………………………………….. Invece il primo attentato “ islamico “ in Europa dopo quello di Madrid è stato quello di Londra. Perché ? Perché, appunto, non è un attentato terroristico islamico. E’ anche questo una covert operation, e anche questo – credo – è opera dello Zio Sam. Il cui prodest ? è chiaro e netto. In effetti, è lo stesso dell’attentato di Madrid : portare la NATO in Iraq. Vincere le resistenze della Francia e della Germania e porre senza remore la NATO alle dipendenze dirette degli USA. Gli USA non avevano certo rinunciato all’obiettivo, che è una tappa indispensabile, ineludibile, necessaria verso il dominio totale del pianeta. L’obiettivo è in questi tempi ancora più pregnante, ancora più fatidico. In Europa si è sviluppato un braccio di ferro terribile fra Francia e Gran Bretagna, fra Chirac e Blair. Il nodo su chi comanda nella Europa Unita ( nella UE ) stando in Europa è venuto al pettine. Si è sempre saputo sin dall’inizio che l’alternativa era tra Francia e Gran Bretagna, perché sono gli unici due Paesi con armi nucleari, e cioè sono gli unici due Paesi che contano ; gli altri sono comparse, compresa la Germania nonostante la sua economia gigantesca. Ora appunto bisogna decidere, perché i Due Grandi hanno preso due strade divergenti nei confronti degli USA : la GB di totale e acritico appoggio, la F di aperto dissenso, addirittura di concorrenza ( vedi fra le altre cose la lotta per la supremazia aerea civile tra Airbus e Boeing, che in prospettiva può portare alla supremazia nell’aviazione militare : la F ha già messo in produzione il caccia senza pilota, mentre gli USA hanno difficoltà in proposito ). La GB vuole una UE da lei GB guidata alla piena sottomissione agli USA ; la F vuole una UE da lei F guidata e in concorrenza con gli USA. Il momento è critico anche per l’accumularsi di due eventi : i referendum di Francia e Olanda che hanno respinto la Carta Costituzionale europea poche settimane fa, e l’inizio del semestre inglese alla presidenza europea. E’ una congiuntura esplosiva. Il referendum francese non è avvenuto per caso : è stato Chirac a volerlo, non per “ far decidere al popolo “ per democrazia, come ha detto e sperando che il popolo dicesse sì, ma per respingere la Carta sapendo e sperando che il popolo avrebbe detto no. In pratica Chirac tramite quel referendum ha fatto la seguente affermazione : o l’Unione Europea accetta la leadership della Francia ( messa in discussione da alcune recenti risoluzioni, come per l’ammissione della Turchia e il boicottaggio dell’esercito autonomo europeo ) o l’UE non si fa. E ora alla presidenza dell’UE c’è, per i prossimi sei mesi, Tony Blair, che ha già dichiarato che il suo scopo è di aggirare, di sovvertire, di annullare gli effetti del referendum francese. Solo pochi decenni fa per un dissidio del genere in Europa sarebbe scoppiata una guerra. E sono interessati alla vicenda anche gli USA. C’è da crederci : in Europa si sta svolgendo ora un confronto che per loro vale il dominio del Pianeta. Chiaro che gli USA non si fermeranno di fronte a niente. E neanche la GB si fermerà di fronte a niente : per stabilire la supremazia della GB in Europa la dirigenza inglese non ha esitato a scatenare prima la prima e poi la seconda guerra mondiale. Un grande attentato in Inghilterra, quasi sicuramente a Londra, probabilmente era stato studiato da molto, forse dall’indomani dell’attentato fallito di Madrid : la riunione del G8 a Glenneagles, in Scozia, è servita per dargli l’approvazione finale. E’ stato Blair informato ? Ha dato il suo assenso alla strage londinese ? Chissà, ma in ogni caso non era necessario : da tempo Blair sa a che gioco si sta giocando ; non lo sapesse non ricoprirebbe il posto che copre. Lo stesso si può dire della signora regina Elisabetta e degli esponenti della più interna cerchia del potere inglese. Vale la pena di osservare che anche nell’attentato di Londra, come in quello delle Torri Gemelle e in quello di Madrid, le vittime sono state in maggioranza dei poveri pendolari, spesso degli immigrati senza cittadinanza ( nella strage di Madrid su 200 vittime 90 erano immigrati romeni ). In effetti questi attentati sembrano proprio essere stati studiati per essere essenzialmente degli eventi mediatici, col più alto rapporto possibile fra risonanza politica e danni umani, specie danni umani nella parte più “ pregiata “ della popolazione, quella appartenente all’establishment. Al proposito si può anche osservare che se veramente gli autori dell’attentato fossero stati degli islamici animati da malanimo nei confronti degli europei, non avrebbero scelto per le esplosioni quei luoghi e quell’orario ; semmai avrebbero pensato a stadi di calcio affollati, o concentrazioni equivalenti di folla inerme e possibilmente pregiata, come nelle tribune dei concorsi ippici. Comunque, avvenuto l’attentato, Blair si è comportato proprio secondo il copione che l’ottica sin qui seguita avrebbe suggerito. Ha pungolato l’orgoglio inglese, dissuadendo in via preventiva la popolazione dal chiedere un ritiro dall’Iraq. Hanno aiutato in ciò le disposizioni date in precedenza durante le esercitazioni di nascondere i brandelli umani sparsi dietro tende istantaneamente innalzate sui luoghi, il divieto di trasmettere immagini di feriti agonizzanti e di trasmettere interviste con sopravvissuti particolarmente scossi : si sono visti in effetti alla televisione solo volti insanguinati, ma integri e in buono spirito : people wounded but with grace. Nel contempo Blair ha soffiato sul fuoco dell’allarmismo : dal giorno dell’attentato si sono succeduti incalzanti e continui gli allarmi bomba a Londra e in altri luoghi come Birmingham, tutti rivelatisi infondati. E’ la tipica combinazione di rassicurazioni ( niente crudezze in vista sui media, cioè : non ci sono reali pericoli da fronteggiare ) e di psicosi allarmistica che mira a far accettare ai popoli una guerra assai pericolosa. Poi Blair ha invitato l’UE a rinserrare i ranghi contro il “ terrorismo internazionale “, implicitamente invitandola anche ad accettare la leadership inglese naturalmente, una nomina oramai d’obbligo visti i danni subiti. Ha alluso a nuove iniziative da prendere in sede comunitaria ( e il presidente Barroso ha annunciato proprio oggi martedì 12 luglio che sarà approvato domani un nuovo pacchetto di misure comunitarie contro il terrorismo ), ha cominciato a parlare di NATO. Per quanto riguarda l’Iran, Blair aveva minacciato questo Paese solo pochi giorni prima, quando lo aveva ammonito a non sottovalutare la determinazione inglese a privarlo della tecnologia nucleare, il che è poco meno di una dichiarazione di guerra. Probabilmente verrà scoperto qualche iraniano fra i sospetti attentatori. Già mi pare che ci sia un siriano. Mi si lasci un’ultima considerazione su Bush e Blair. Sono due poveri uomini patetici, due patetici capi di due patetici Paesi senza spirito e senza futuro. Questi Paesi ebbero un’epopea durante la seconda guerra mondiale. Fu un’epopea in gran parte falsa e frutto di circostanze, ma in ogni caso l’effetto nel mondo fu grande. E ora tutto ciò che sanno fare è guardare a quelle glorie passate e cercare di riprodurle : Bush cerca di fare rivivere il mito di Pearl Harbor ( che fu falso, ripeto, ma la gente non lo sa ), il mito dell’America attaccata proditoriamente che reagisce e alla fine vince, e Blair rifà il verso a Churchill e al suo famoso discorso sulle “ tears and blood “, le lacrime e sangue che precederanno l’immancabile vittoria ; fra poco saluterà con le dita a V. Da qui si vede che sono due Paesi che sembrano sulla cresta dell’onda ma che invece sono finiti, che tra breve saranno travolti dall’umanità in movimento. Domanda 2 : Dottor Kleeves, lei individua un ruolo di Israele nella vicenda ? Risposta 2. Israele è un Paese di secondo piano, anzi ancora meno che così. E’ una scelta, una strategia degli USA iniziata nel 1967, di spacciare Israele come eminenza grigia della politica estera USA. Gli USA in tale modo si nascondono dietro Israele, fingono di essere mal consigliati da una entità malevola, fingono di essere dei bonaccioni traviati da amicizie equivoche. Molti dei personaggi più esposti nella gestione del potere statunitense sono di origine ebraica, come oggi Brezinsky, Wolfowitz, Feith, Perle, eccetera e come ieri altri tipo la Albright e Kissinger, perché i Veri Americani che detengono il potere, che sono esponenti dei WASP ( White Anglo Saxon Protestants ), vogliono creare l’apparenza di una certa situazione che in realtà non c’è. Se si studia la storia della diaspora ebraica si vede che questa situazione si è ripetuta molte volte, sia per la disponibilità oggettiva degli ebrei, cioè la loro presenza come corpi estranei nella varie società, che per la loro disponibilità soggettiva a fare da parafulmini, magari per vanità, e anche per bramosia perché ci sono vantaggi materiali nel ruolo. Così, è vero che Israele figura assieme agli USA in quasi tutti i loro malaffari mondiali, e va da sé in quelli mediorientali, ma ricoprendo il ruolo del gregario e non quello del caposquadra. Non bisogna lasciarsi ingannare : chi comanda sono gli USA, e da loro vengono i problemi. Anche se naturalmente chi approfitta tanto della loro protezione, come fa senza ritegno Israele, ha le sue colpe. Per quanto riguarda gli autoattentati può anche darsi che i servizi israeliani abbiano giocato un ruolo di supporto, anche se sarebbe strano che gli americani si siano fidati di loro per cose tanto delicate. Per l’autoattentato delle Torri Gemelle di New York è documentata una presenza dei servizi israeliani, però non si sa a quale titolo. Sicuramente erano al corrente dell’attentato prima che avvenisse, ma non è certo che ne conoscessero la vera logica. Forse hanno anche rischiato di mandare tutto all’aria perché hanno pensato di avvertire gli ebrei che lavoravano alle Torri di stare a casa quel giorno. In sostanza, ciò che voglio dire è che mi sembra sbagliato pensare che gli attentati di New York, Madrid e Londra, o uno o due di loro, siano stati organizzati o pilotati dai servizi israeliani allo scopo di dirigere l’ira USA verso certi Paesi vicini che Israele vuole vedere distrutti. Gli USA non sono così babbei, e neanche lo è la Gran Bretagna, e Israele non potrebbe evitare una punizione micidiale. So che invece la credenza nella onnipotenza dell’ebraismo mondiale è molto diffusa, e che molti pensano che il mondo sia diretto a forza di diabolici complotti ebraici. Mi sembra un grave errore di prospettiva, che distoglie l’attenzione dai veri congiurati ed ostacola alla fine la soluzione dei problemi. fonte: http://www.irib.ir/worldservice/italyRADIO/default.htm 12 luglio 2005

——————o0o——————

IL PENSIONATO IMPAZZITO CHE GUARDAVA VESPA

DI DEBORA BILLI
crisis.blogosfere.it

Avrete letto anche voi del caso del pensionato di Rimini, Stefano Anelli, quello che ha preso una balestra e ha ucciso la nipote per poi suicidarsi con lo stesso metodo nel chiuso della sua Fiat 600. Una di quelle vicende di cronaca sconfortanti, di improvvisa follia dove ci vanno di mezzo degli innocenti, proprio come la storia della Franzoni o quella dei coniugi di Erba. Bruno Vespa ne ha parlato fino allo sfinimento, e forse proprio per questo il pensionato -si sa che tanti pensionati guardano molto la TV- ha pensato di lasciare in bella vista un’ultima lettera dedicata proprio a Olindo e Rosa, in cui con un linguaggio terra terra inveisce contro gli immigrati ed esprime comprensione per il folle gesto della coppia. Un povero pazzo.

Poi c’è un’altra storia. Quella di John Kleeves, scrittore, saggista e conferenziere che si occupava di geopolitica e rapporti internazionali. A me era capitato di leggere, qualche anno fa, sue argute recensioni di film hollywoodiani in chiave politica. Poi l’avevo perso di vista, ma Kleeves aveva pubblicato libri con una piccola e seria casa editrice, partecipato a conferenze invitato anche dalle Regioni, concesso interviste alla RAI. Era un ferocissimo critico delle politiche statunitensi, si spingeva ad analisi forti non condivise da molti e rappresentava, in Rete dove era piuttosto conosciuto, una delle voci più estremiste per quanto concerne le politiche globali. Era sposato da 17 anni con una signora rumena.

Ora: a me pare una notizia davvero interessante, il fatto che Stefano Anelli e John Kleeves fossero la stessa persona. Eppure da due giorni non esiste una sola testata giornalistica, in tutto il panorama italiano, che abbia menzionato questa curiosa coincidenza. In genere si buttano a pesce a sviscerare i fatti di cronaca più sanguinosi, e per giorni e giorni ci raccontano ogni più piccolo particolare. Stavolta la nostra stampa ha bucato clamorosamente quella che poteva essere un’ottima occasione per raccontare della “doppia vita”, o dello “sdoppiamento di personalità”, di come uno scrittore possa sprofondare nella follia fino a scrivere lettere da analfabeti o a inveire contro gli immigrati quando ne ha sposata una. Una bella analisi psicologica e criminologica da riempirci una trasmissione mattutina.

Confidiamo in Bruno Vespa.

Debora Billi
Fonte: http://crisis.blogosfere.it
20.09.2010

—————–o0o—————–

L’ ASSASSINIO DI SANTA COSTANZA

DI GIANLUCA FREDA
blogghete.blog.dada.net

Gianluca, ti prego di credermi: non appena ho sentito la notizia fugacemente, ho sentito puzza di massoneria. Ho deciso di approfondire, almeno un pochetto, e ti posso dire, per quel pochetto che ho imparato, che sono praticamente sicuro che sia un omicidio “con messaggio” incorporato. A chi, non lo so, ma ormai si riconoscono ” a pelle”.

Ciao Freeman. Non faccio la minima fatica a crederti o perlomeno a tenere in forte considerazione il tuo punto di vista. La tua “sensazione a pelle” è anche la mia e se tu potessi fornire qualche elemento a uno come me, che di simbologie massoniche conosce solo il minimo indispensabile, te ne sarei ovviamente grato. E tuttavia, per non offrire il fianco alle consuete accuse di “complottismo spinto”, nell’articolo di ieri mi sono sforzato (con grande fatica e con risultati forse non ottimali) di mantenere per il momento un tono dubitativo, nell’attesa (spero non vana) che emergano elementi più precisi. Detto questo, già adesso le stranezze su questa vicenda sono numerose:

1) I media, come al solito, parlano a vanvera, sulla base di “sentito dire” e di lanci d’agenzia. Come sempre, non c’è da riporre la minima fiducia in ciò che dicono. Ad esempio, leggo sul sito del TG1 ( http://www.tg1.rai.it/dl/tg1/2010/articoli/ContentItem-62603b4f-1df8-424b-963b-674272347206.html ) che i rapporti tra Stefano Anelli e la nipote sarebbero sempre stati buoni, contrariamente a quanto riportato da altri organi di stampa. Nemmeno su un elemento così importante nell’interpretazione della vicenda i media riescono ad avere una posizione comune.

2) Non si sa neppure se l’arma usata da Anelli per “suicidarsi” sia davvero una balestra oppure un’arma da fuoco. Io propenderei per l’arma da fuoco, visto che nelle foto della scena del delitto si nota un foro sul parabrezza della Fiat 600 della vittima che è difficile attribuire ad un dardo di balestra. In ogni caso, tutto è vago e contraddittorio, soprattutto i fatti nudi e crudi, il che ha l’inconfondibile odore di verità preconfezionata che io e te dovremmo conoscere bene.

3) Se l’arma dell’omicidio/suicidio fosse davvero una balestra, la cosa dovrebbe destare più di un sospetto. Qual è l’incidenza percentuale dell’utilizzo di questo tipo di arma nella storia del crimine italiano? Presumo non molto alta. Ancor meno alto – nonché meno spiegabile – dovrebbe essere l’utilizzo delle forbici congiuntamente all’arma principale. Perchè proprio le forbici e non un’arma più adeguata ad un intento omicida? Qui l’idea di un’esecuzione massonica, corredata di tutte le simbologie del caso, diventa davvero molto forte. Non so molto di simbologia massonica (qui spero in un imminente intervento di Paolo Franceschetti), ma perfino io ho notato qualche particolare: le rose rosse viste comparire nei TG sul luogo dell’omicidio di Monica; il luogo in cui è stato ritrovato il corpo di Anelli, che è la località Santa Costanza, vicino Rimini. Secondo la tradizione, Santa Costanza venne uccisa con un colpo netto alla gola , proprio come sarebbe accaduto alle due vittime.

4) La storia della lettera di Anelli a Olindo e Rosa Romano, così come è stata presentata dai media, puzza di falso e di criminalizzazione spicciola lontano un chilometro. Oltre all’incredibile tempismo con cui la lettera è saltata fuori, è anche curioso che i media appuntino l’attenzione su un elemento così poco determinante per la comprensione della dinamica dei fatti. Sembra quasi che – tanto per cambiare – siano alla ricerca di elementi per sostenere una tesi precostituita e per criminalizzare la vittima, anziché per capire e far capire al lettore che cosa sia davvero accaduto. O magari per mandare un messaggio a chiunque si prenda la briga di indagare sulla strage di Erba? Conoscendo le idee di John Kleeves (e in assenza di delucidazioni ulteriori) mi sembra più probabile che la “lettera” fossero in realtà appunti per un suo futuro articolo sul delitto di Erba, in relazione al quale, com’è noto, i dubbi sulla colpevolezza dei coniugi Romano sono numerosi ( http://www.crimeblog.it/post/4572/intervista-edoardo-montolli-a-crimeblog-montagne-di-dubbi-sulla-colpevolezza-di-olindo-e-rosa ) , come pure i sospetti sul carattere massonico di quell’eccidio.

5) Kleeves, per chi ha letto i suoi libri e seguito i suoi interventi in dibattiti e conferenze, era una persona colta, tranquilla, estremamente calma e riflessiva. Pur non volendo scartare a priori l’idea di un improvviso raptus di follia, tale pista investigativa non mi appare di certo (né dovrebbe apparire agli inquirenti) come l’unica possibile, né necessariamente la più verosimile. Per carattere, tendo a non credere molto ai “raptus di follia” dei personaggi scomodi. Sono troppo comodi per essere credibili.

6) La cosa più sospetta in assoluto è che, fino a questo momento – e siamo già a tre giorni ai delitti – i media non abbiano minimamente accennato al fatto che Stefano Anelli era più noto al pubblico come John Kleeves, che scriveva saggi e articoli sulle strategie di dominio globale statunitense e che aveva spesso messo a nudo nei suoi scritti le tecniche di propaganda giornalistica, televisiva e cinematografica con cui il potere manipola le percezioni del pubblico/massa. Se non esistessero i blog, non sapremmo neppure che Anelli e Kleeves erano la stessa persona, visto che i media ufficiali non hanno fatto la minima menzione della cosa. Sarà stata una svista? Già solo questo sarebbe una sciatteria imperdonabile per dei personaggi che pretendono non solo di fare, ma addirittura di essere l’informazione. La prova definitiva della loro assoluta inattendibilità. Ma ormai la notizia dell’identità Anelli/Kleeves è su internet da due giorni e i media ufficiali continuano a tacere. Credo che a questo punto non sia più tanto imprudente parlare di dolo e di volontà di nascondere al pubblico gli studi e le ricerche della vittima, anziché di semplice disattenzione colposa, che sarebbe già di per sé assai grave.

7) E’ altrettanto sospetto (per quanto ancora giustificabile, per il momento, essendo i fatti assai recenti) il silenzio mantenuto dalle stesse autorità investigative sullo pseudonimo di Anelli. Se nei prossimi giorni la pista legata alle attività di scrittore e ricercatore della vittima non dovesse comparire tra quelle battute dagli inquirenti, avremmo la prova certa che ciò che si sta conducendo è un’attività di copertura e non certo un’indagine.

(Nell’immagine in alto: iconografia di Santa Costanza martire, con la caratteristica ferita alla gola, tratta dal sito del Comune di San Donato Val di Comino , dove sono conservate le reliquie della santa)

Gianluca Freda
Fonte: http://blogghete.blog.dada.net/
20.09.2010

-o0o-

1. I primi post che parlano di John Kleeves in relazione a Stefano Anelli sono della sera del 18.9.2010 (con Google non sono riuscito a trovarne di precedenti).
Alle 3.42 del mattino dopo un certo Paniscus aveva gia’ scritto un preventivo articolo di insulti verso i “complottisti” che avrebbero potuto sospettare un assassinio politico. Piuttosto zelante direi, quasi preveggente …

2. Due dei quattro libri di Kleeves: “Divi di Stato. Il controllo politico su Hollywood” e “Un paese pericoloso. Storia non romanzata degli Stati Uniti d’America” sono da tempo esauriti e introvabili presso librerie e biblioteche (con l’occasione, se qualcuno sa dove trovarli …).

Sara’ una combinazione, ma il tutto rientra in un certo stile USA nel confrontarsi con gli intellettuali (http://www.mondoarabo.it/distruzione-di-una-civilta.html).

—————o0o—————

Andreotti: “Ho qualche segreto di Stato e lo porterò con me in Paradiso”…

Andreotti: "Ho qualche segreto di Stato e lo porterò con me in paradiso"Così scriveva La Repubblica del 9 settembre del 2009: “Mercoledì compie 90 anni. Sette volte presidente del consiglio ora è senatore a vita “Provo rabbia perché hanno usato i processi per mettermi fuori gioco politicamente” “Andreotti: “Ho qualche segreto di Stato e lo porterò con me in paradiso”di Goffredo Demarchis

ROMA – Belzebù in Paradiso? “Penso proprio di sì. Ma per la bontà di Dio, non perché me lo meriti”. Fra pochi giorni Giulio Andreotti compie 90 anni e guarda avanti, “senza fretta”. Protagonista assoluto della seconda metà del secolo scorso, il volto e il corpo più conosciuti della Prima repubblica, sette volte presidente del Consiglio, imputato per mafia e per omicidio poi assolto in via definitiva (con una prescrizione), oggi senatore a vita.

Andreotti è nato a Roma il 14 gennaio 1919, la festa è mercoledì prossimo. Un piccolo dono, tre etti di caramelle Rossana, viene gradito. “Ora però le nascondiamo. Posso mangiarne solo due al giorno”. Il metodo, la disciplina lo aiutano ad affrontare la vecchiaia: “Mai cambiato abitudini”. Al traguardo Andreotti arriva in buona forma. “Oggi sembra quasi normale toccare questa quota. Ma quando ero ragazzino io, un uomo di 30 anni era adulto e uno di 40 un vecchio”. Altri tempi, è davvero il caso di dirlo. Che sta bene gliel’ha detto anche Benedetto XVI. “L’ho incontrato qualche giorno fa, al compleanno di padre Busa (95 anni). Si avvicina e mi fa: “Lei non invecchia mai””.

(…)
A sua moglie Livia promise che si sarebbe ritirato a 60 anni, nel 1979. Ne sono passati altri 30.
“Sono quelle promesse che si fanno. Livia all’inizio si è lamentata poi ha smesso. La mia vita è questa, non posso cambiarla. La politica che si fa adesso comunque è molto più calma e non solo perché i miei impegni sono diminuiti. I primi anni facevo il globetrotter, conoscevo tutti i comuni del mio collegio, il Lazio, non ho mai dormito a casa un sabato. È una fatica ma ti tiene vivo. Il contatto con la gente mi piaceva. Farsi un’idea dei problemi sulla carta, in un ufficio o peggio in televisione non è politica, diventa quasi un teorema di matematica”.È contento della sua vita fin qui?
“Ho avuto tutto. Ho una famiglia molto semplice, i miei figli fanno una vita regolare. Ognuno ha seguito la sua strada e alcuni hanno fatto carriera. Uno è vicepresidente di una multinazionale. Del lavoro non mi lamento. Ancora oggi mi chiedono articoli, mi invitano alle riunioni e mi piace molto andare in commissione. In aula invece il dibattito è un po’ togato. Sono lontani i tempi della guerra fredda, dei grandi scontri”. [ovviamanete il Divo Giulio non dichiara alcun pentimento per aver firmato la legge sull’aborto, giustificato peraltro da moltissimi suoi amici alti prelati conciliari dell’epoca che considerarono la cosa un male minore a fronte dell’incertezza dovuta all’eventualità della caduta del governo… n.d.r.]
(…)
Un tempo era lei l’uomo più potente d’Italia.
“Macché. Al massimo potevo essere un valvassino. Diciamo che andavo bene nel mio collegio. Nel Lazio non avevo concorrenti temibili anche perché me ne occupavo dalla mattina alla sera. Nessuno mi ha mai regalato niente. Se non fossi senatore a vita, i voti li prenderei anche adesso. Giro ancora abbastanza, raramente la sera sto a casa. Partecipo a molte riunioni, anche a certi incontri che si fanno presso famiglie. Sono persone semplici, si parla di tutto. Prima mi informo su chi sono per evitare passi falsi”.
(…)
Nel suo rapporto speciale con il Vaticano ha fatto più gli interessi della Chiesa che dell’Italia?
“Glielo garantisco, il Vaticano non ha bisogno di aiuti, né del mio né di altri. Certo, la Santa sede è a Roma e chi si occupa di politica estera ne deve tenere conto. Semmai sono loro ad aver aiutato noi. Quando De Gasperi andò in America dopo la guerra, il cardinale Spellman ci aprì molte porte perché gli italiani erano visti malissimo”.Custodisce molti segreti?
“Un po’ di vita interna dello Stato la conosco. Molti no, qualcuno sì. Ma li tengo per me. Non farei mai un libro o un’intervista su certi episodi. La categoria del folklore politico non mi appartiene”.
Annunci