Dopo anni di guerra e di lutti un popolo ricomincia faticosamente a vivere tra le difficoltà e le incertezze di una fragile democrazia e con molte ferite ancora aperte.

18 marzo 1970, Phnom Penh: un colpo di stato militare appoggiato dagli Stati Uniti depone dal trono di Cambogia il Re Norodom Sihanouk e porta al potere il generale Lon Nol. Comincia così una sanguinosa guerra civile che terminerà cinque anni più tardi con la conquista del paese da parte dei Khmer Rossi di Pol Pot.

I mille fronti della guerra civile, che preparano l’orrore dell’olocausto cambogiano, sono il risultato del complicato intreccio delle vicende di questa parte dell’Indocina. Si intrecciano in questo scenario la guerra americana nel vicino Vietnam e le strategie di Unione Sovietica e Cina, le scelte politiche del Trono di Cambogia e quelle del giovane capo del Partito Comunista Cambogiano.

Non è ancora Pol Pot, il suo nome è Saloth Sar, classe 1925 e figlio di agiati proprietari terrieri. Incontra il marxismo in Francia dove era andato a studiare e torna nel suo paese quando il Re fantoccio Sihanouk (che proprio i francesi avevano voluto sul trono) proclama l’indipendenza del paese dalla Francia. Nel 1953 si iscrive al clandestino Partito Comunista che ancora non aveva molti seguaci, ma che già si guadagnava il sostegno degli studenti nel paese…

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Guarda chi si rivede, Pol Pot

Il 17 aprile sarà l’anniversario (1975) dell’ingresso a Phnom Penh, capitale della Cambogia, dei Khmer Rossi di Pol Pot. Parlare del genocidio cambogiano oggi, a quarant’anni di distanza, potrebbe creare più di un imbarazzo.

La grande maggioranza di coloro che oggi hanno tra i venti e i trent’anni e anche di più, non saprebbe cosa dire, né sarebbe in grado di esprimere un’opinione su ciò che avvenne negli anni Settanta in Cambogia. Il 17 aprile sarà l’anniversario (1975) dell’ingresso a Phnom Penh, capitale della Cambogia, dei Khmer Rossi di Pol Pot, il sanguinario Fratello Numero Uno del famigerato partito unico che diede vita alla Kampuchea Democratica .

Nel calendario del fanatismo, quello fu l’Anno Zero che segnò l’inizio del massacro sistematico di due milioni di persone, un quinto della popolazione della Cambogia. Naturalmente l’anniversario non verrà celebrato se non dai sopravvissuti, dai parenti delle vittime i quali ricorderanno che il malvagio Pol Pot nonostante tutti gli orrori che in suo nome sono stati commessi è morto impunito.

Per i gestori del potere occidentale, Pol Pot e il Partito Comunista di Kampuchea è come se fossero rimossi dalla Storia. Eppure, senza la complicità dell’Occidente, l’Anno Zero non ci sarebbe mai stato, né la minaccia del suo ritorno sarebbe perdurata per tanto tempo. I documenti declassificati del governo degli Stati Uniti, lasciano pochi dubbi sul fatto che il bombardamento segreto e illegale dell’allora neutrale Cambogia da parte del presidente Richard Nixon e di Henry Kissinger, tra il 1969 e il 1973, abbia causato tanta morte e devastazione, da essere un aiuto fondamentale per la presa del potere di Pol Pot.

«Usano i danni provocati dagli attacchi dei B-52 quale tema principale della loro propaganda», riportava il 2 maggio 1973 il direttore delle operazioni della CIA. «Quest’approccio ha portato al riuscito arruolamento di giovani. I residenti dicono che la campagna propagandistica è stata efficace presso i rifugiati delle aree oggetto degli attacchi dei B-52».

Nei bombardamenti, equivalenti a cinque Hiroshima, Nixon e Kissinger uccisero circa mezzo milione di persone in prevalenza contadini. L’Anno Zero iniziò, in effetti, con il loro bombardamento, senza il quale non ci sarebbe stata la nascita di un piccolo gruppo settario, i Khmer Rossi, una combinazione di maoismo e medievalismo che raggiunse il potere sebbene non avesse una base popolare. Dopo due anni e mezzo di governo del terrore, i Khmer Rossi furono rovesciati dai vietnamiti nel Natale 1978. Nei mesi e negli anni che seguirono, Stati Uniti, Cina e i loro alleati, in particolare il governo inglese di Margaret Thatcher, continuarono a sostenere Pol Pot in esilio in Thailandia.

Perché lo sostennero? Perché era il nemico del loro nemico: il Vietnam, la cui liberazione della Cambogia non avrebbe mai potuto essere riconosciuta, perché venuta dalla parte sbagliata della guerra fredda. A tale proposito significativa fu, durante il processo del 1999, la dichiarazione dell’avvocato cambogiano che difendeva Ta Mok, il leader militare dei Khmer Rossi catturato l’anno precedente. L’avvocato disse senza mezzi termini: «Tutti gli stranieri interessati devono essere chiamati alla sbarra, e non ci saranno eccezioni. Madeleine Albright, Margaret Thatcher, Henry Kissinger, Jimmy Carter, Ronald Reagan e George Bush. Abbiamo intenzione di invitarli a dire al mondo perché supportavano i Khmer Rossi.». Qualcuno tra gli “invitati” nel frattempo è morto, gli altri continueranno a tacere.

http://www.linkiesta.it/blogs/step-step/guarda-chi-si-rivede-pol-pot-0

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19 luglio 2010 | Autore

Per chi non resiste sotto l’ombrellone ed è alla ricerca di nuove rivelazioni ecco qualcosa di interessante in quanto costituì per anni una colossale campagna di disinformazione. Alla fine capirete che è sempre la solita storia.

Chi era ed é veramente responsabile del genocidio in Cambogia?
Pubblicato su Challenger-Desafio, Supplemento della Rivista del Progressive Labor Party, 19 Febbraio 1986
Traduzione di Alessandro Lattanzio

Gli apologhi del Capitalismo hanno sempre inventato bugie per provare come il Comunismo sia orribile. Recentemente, una delle loro favole favorite riguarda il genocidio in Cambogia attuata dai cosiddetti comunisti Khmer Rossi, guidati da PolPot. Parecchi articoli, un paio di libri e almeno un film importante (Urla del silenzio) sono focalizzati sui crimini dei Khmer Rossi. Pol Pot ha quasi rimpiazzato Stalin come numero uno nella lista dei sempre-odiati-dai-capitalisti. Ma vi è una grande differenza. Il compagno Stalin era un grande comunista. Pol Pot al contrario, non lo è mai stato. Su dei recenti libri scritti da esperti occidentali della Cambogia che usano la prova avuta dopo la caduta di Pol Pot, si dimostra ciò chiaramente.

Questi libri devono essere usati con cura, gli autori o sono revisionisti pro-vietnamiti (Vickery, Chandler, Thion) o imperialisti liberali (Shawcross). Sono i fatti da loro scoperti che sono preziosi, non le loro opinioni o analisi di questi fatti, rovinati dalle loro valutazioni anti-comuniste.
Khmer Rossi (i Kmer sono la maggiore etnia del paese) era il nome preso dai contadini ribelli sotto la guida del Partito Comunista di Kampuchea (antico nome della Cambogia). Al fine di capire come il PCK sia divenuto un pugno di assassini anti-comunisti; una breve storia è essenziale.

Storia della sinistra cambogiana
Nel 1951 il vecchio PC Indocinese, dominato da Ho Chi Minh e dal PC Vietnamita, si scisse nei gruppi vietnamita, cambogiano e laotiano. Come successe all’intero Movimento Comunista mondiale dell’epoca. Questi gruppi erano fradici di nazionalismo e ansiosi di compromettersi con i capitalisti ‘progressisti’ anti-comunisti. A metà degli anni ‘50, il vecchio PCI fu raggiunto da molti studenti militanti nazionalisti che ritornavano dalla Francia, incluso i futuri dirigenti dei Khmer Rossi, Pol Pot (vero nome: Saloth Sar) Ieng Sary e Khieu Samphan. Il PCK era un partito che, negli anni ‘60, era formato da due gruppi. Ma la loro esistenza era stata tenuta segreta fino al 1977, molto dopo aver preso il potere. Apparentemente, questa era una concessione senza precedenti all’anti-comunismo degli ex-studenti nazionalisti. Quando l’anticomunismo non combattè tale avanzata, come vedremo.
La repressione da parte del governo monarchico del principe Sihanouk, spinse il partito alla clandestinità e molti comunisti, del precedente PCI, abbandonarono la lotta ritornando in Viet Nam del Nord. Solo il gruppo nazionalista di Pol Pot rimase. Quando iniziò una rivolta contadina nel 1967, nella regione di Samlaut, presso il confine con la Tailandia, il gruppo di Pol Pot vi si unì. Nessun comunista di fatto, ma solo di nome, avrebbe assunto una linea di pensiero secondo cui, qualche contadino potesse facilmente conquistare le città (sede dei feudatari assenti e dello stato sfruttatore che tassa i contadini) , e in cui chiunque vi abiti sia un nemico, compresi insegnanti, professionisti, operai.
Il romantico attaccamento al contadiname, come classe, è stato per lungo tempo caratteristica della borghesia radicale. In Russia la prima polemica di Lenin (1885) era diretta contro i Narodniki o ‘Amici del Popolo’, la piccola borghesia narodniki, che predicava un comunalismo contadino a parole, ma praticava un terrorismo sanguinario. Vickery trova qui una stretta similitudine tra i Khmer Rossi e i contadini ribelli del Tambov di Antonov, nella Russia occidentale, durante la guerra civile, e che combatterono i comunisti e i monarchici con eguale vigore e con efferate atrocità. A questo odio contadino verso le città, da parte della fazione di Pol Pot, si aggiunse un feroce odio, ammantato di razzismo, verso ogni vietnamita. L’odio del Viet Nam è una visione nazionalista, sviluppata dall’élite cambogiana, che ricordava i conflitti nei secoli passati tra re cambogiani e re vietnamiti, e di come i dominatori vietnamiti scacciarono i cambogiani fuori dal delta del Mekong, che ora è in territorio del Viet Nam. Nel 1970, i militari di Lon Nol, appoggiati dagli USA, rovesciarono Sihanouk. I dominatori USA iniziarono un pesante bombardamento aereo contro le truppe nordvietnamite e le linee di rifornimento nel Nord-Est della Cambogia. I bombardamenti uccisero migliaia di contadini e distrussero virtualmente la vita dei villaggi.
L’odio verso gli USA e il governo di Lon Nol crebbe, ondate di contadini raggiunsero l’esercito dei Khmer Rossi. Ritornando dal Nord Viet Nam per unirsi al movimento, i vecchi membri del PCI si ritrovarono sospettati e qualche volta persino uccisi dal gruppo di Pol Pot. Quindi il PCK, che prese il potere nell’aprile del 1975, era una tesa alleanza fra due gruppi distinti. I membri del PCI filo-vietnamiti e la fazione di Pol Pot avevano due distinte aree di influenza, la prima era più presente all’Est (vicino con il Viet Nam). I loro soldati vestivano perfino divise differenti.

Il genocidio inizia
Benchè gli scribacchini anticomunisti ritraggano l’evacuazione delle città, nell’aprile del 1975, come una atrocità, perfino gli studiosi capitalisti ammettono che fosse un atto necessario. (Zasloff e Brown in Problems of Communism, Jen-Feb.1979; un giornale pubblicato dal Dipartimento di Stato degli USA e devoto alla propaganda anticomunista con una certa inclinazione ‘dotta’). Per esempio, la capitale Phnom Penh era cresciuta da 600mila a 2 milioni di abitanti per via dei contadini che fuggivano dai bombardamenti USA. Come nel Sud Viet Nam, gli USA avevano distrutto completamente l’economia contadina, allo scopo di ripulire la società dei villaggi in cui i Khmer Rossi prosperavano. Phnom Penh era approvvigionata solo dalla massiccia importazione di cibo USA, che fu interrotta brutalmente quando Lon Nol cadde. Se la popolazione cittadina non fosse stata evacuata, sarebbe semplicemente stata decimata dalla fame!
Tra il 1975 e il 1977 nessuno dei gruppi dominò realmente il PCK. Gli ‘esperti’ anticomunisti come J. Barron e A. Paul (autori di “Assassinio di una terra gentile”, una coppia di propagandisti anticomunisti a temo pieno del Reader’s Digest) e F. Ponchaud (Cambogia anno zero) danno l’impressione che i massacri occupassero l’intero periodo 1975-79. Dai ricordi dei sopravvissuti e da centinaia d’interviste dei rifuggiati e di quelli che rimasero nel paese, M.Vickery svela una storia diversa. Benchè vi fossero stati casi di brutalità contro gli originari cittadini, nelle aree controllate dal gruppo di Pol Pot , le esecuzioni di massa non iniziarono prima del 1977, quando Pol Pot consolidò il proprio potere. Allora iniziò una sanguinosa purga contro tutti i sospetti filovietnamiti o i filocontadini ‘tiepidi’. Nel 1978, i filovietnamiti sopravvissuti del PCK, guidarono una rivolta che fu brutalmente repressa. Il governo di Pol Pot allora sterminò chiunque avesse appoggiato questo gruppo, più parecchi vietnamiti della Cambogia orientale. Ciò provocò l’invasione vietnamita del 1979. I Khmer Rossi non furono aiutati da nessuno tranne che dal proprio esercito, e i vietnamiti stabilirono facilmente un regime-fantoccio tramite la fazione sconfitta del PCK, che oggi governa la Kampuchea.

I bombardamenti USA uccisero più cambogiani che non i Khmer Rossi
Quante persone furono uccise durante il genocidio? I media USA, seguendo Dith Pran del NYT (sul cui racconto è basato il film ‘Urla del silenzio’), dichiaravano circa 2 milioni. Quando parlano dei comunisti, non c’è cifra sotto il milione che possa soddisfare uno scrittore capitalista. Vickery dimostra che 300mila, rimanendo una cifra spaventosa, è il limite massimo possibile. Al contrario Zasloff e Brown scrivono di pesanti perdite umane che, gli enormi bombardamenti USA e l’intensificarsi dei combattimenti, causarono prima del 1975, e ritengono credibili, implicitamente, le dichiarazioni dei Khmer Rossi che parlano di una cifra tra i 600mila e il più di un milione di morti. Quando iniziò il genocidio, Pol Pot e soci, al confronto con gli USA, sembravano dei dilettanti.

Gli anticomunisti e Pol Pot
Comunque sia il numero, questi assassinii non era il ‘lavoro’ di comunisti di qualsiasi tipo, anche se revisionisti di tipo sovietico o cinese; ma di anticomunisti. Non tutti i gruppi che si denominano comunisti, lo sono. Per esempio i vietnamiti, i sovietici, i cinesi e altre reliquie del vecchio movimento comunista sono dei capitalisti con una piccola maschera. Tenevano il Marxismo-Leninismo solo al servizio delle labbra, così come la Classe Operaia, l’Internazionalismo Proletario e il bisogno di costruzione di una società senza classi. Al contrario, Pol Pot, i Khmer Rossi e il PCK rigettavano apertamente l’idea stessa del Comunismo! Una breve citazione da Vickery e Chandler lo dimostra:
-Sul Comunismo: “Noi non siamo comunisti … siamo dei rivoluzionari che non appartengono ai comunemente accettati raggruppamenti comunisti indocinesi”. (Ieng Sary 1977, riportato da Chandler, pag.288)
-Sul Marxismo-Leninismo: “La prima pubblica ammisione che l’organizzazione rivoluzionaria fosse Marxista-Leninista, nelle suoi orientamenti, avvenne alla commemorazione della morte di Mao Zedong, svoltasi a Phnom Penh il 18 settembre 1976” (Chandler, pag.55,nota 28). “Loro (gli speaker kampucheani) dichiararono che il PCK è un partito marxista-leninista, ma non dicono nulla sul significato di queste due parole.” (Chandler, pag.45)
-Sul bisogno di un partito rivoluzionario: “La più stravolgente idea di rivoluzione, trattata dai comunisti kampucheani, era che ciò fosse inesprimibile. Negli anni ‘60, l’opposizione alla politica governativa e gli appelli a una posizione antiimperialista costituirono la piattaforma per la sinistra… infatti, la rivoluzione e l’esistenza di un partito rivoluzionario erano escluse dalla propaganda, erano delle verità completamente nascoste, rivelate solo a a quei pochi illuminati che poterono raggiungere le posizioni più importanti nell’apparato (soprattutto gli ex-studenti radicali).” (Thion, Chandler, pag.16). “Fino al 27 settembre 1977, l’esistenza di un partito comunista non era stata rivelata nei discorsi di Pol Pot” (Chandler, pag.37).
-Sulla classe operaia: “Sebbene scarsa, essa esisteva, resiedeva nelle città, ma invece di appoggiarla, i Khmer Rossi procedettero alla sua liquidazione, come se fosse una decadente eredità del passato“. (Thion, pagg.27/28)
Da tutto ciò si può concludere che:
1) Pol Pot e soci non sono comunisti. Nel senso che loro non sono diversi dai sovietici, cinesi e vietnamiti, da R. Reagan o altri capitalisti.
2) Diversamente dai sovietici, cinesi, vietnamiti e altri revisionisti, falsi comunisti, Pol Pot e soci si vantavano di non essere comunisti.
3) L’influenza di una fazione pro-vietnamita significava che qualche terminologia marxista era usata, almeno fino al 1977. Dopo di che, i Khmer Rossi abbandonano ogni chiacchera sul Comunismo.
Il gruppo di Pol Pot, inoltre, tra il 1975 e il 1977, descrisse se stesso come comunista, nel tentativo di ottenere aiuti dalla Cina; per esempio:
Il tributo di Pol Pot al ruolo cruciale giocato dal pensiero di Mao nella rivoluzione cambogiana, contenuto in un discorso fatto a Beijing il 29 settembre 1977, non fu trasmesso dalla radio di Phnom Penh“. (Chandler, pag.45)
Mao e il PC Cinese avevano portato milioni di contadini su una linea di classe filo-operaia, mentre Pol Pot aveva tentato di portare i contadini su una linea di classe anti-operaia e anarchica. La Cina -e ugualmente importante, gli USA- appoggiò Pol Pot per la sua genuina ostilità ai vietnamiti, non per le loro falsi lodi a Mao.

I Khmer Rossi anticomunisti esaltati da USA Today
Allo scopo di indebolire i vietnamiti filosovietici, la classe dominante USA adesso appoggia una coalizione di forze ribelli cambogiane, di cui i Khmer Rossi di Pol Pot sono l’elemento più forte. Ciò comporta solo un leggero imbarazzo ai capi USA: il fatto che mantengano a galla un gruppo che è veramente colpevole di un genocidio ‘comunista’! In cambio i Khmer Rossi fanno appello alla Democrazia e al Capitalismo riformato. Per gli operai del mondo, le lezioni dell’esperienza di Pol Pot sono chiare:
1) Non ci sono sostituti al Comunismo nella lotta al Capitalismo e all’Imperialismo. I Khmer Rossi tentarono di costruire un nuovo tipo di rivoluzione basato sul radicalismo piccolo-borghese. Invece gettarono la Kampuchea in un incubo.
2) Non si deve credere a nulla delle cose che i media USA o della classe dominante dicono sul Comunismo! I capitalisti non si curano per nulla della centinaia di migliaia di assassinati. Se fosse il contrario, perchè appoggiano Pol Pot?
Nel dicembre 1981, il NYT Magazine pubblicò una storia in cui l’autore dice di aver fatto visita ai ‘combattenti della Libertà’ Khmer Rossi che dirigevano la guerra d’indipendenza contro i vietnamiti invasori. Jones, l’autore della storia, dichiarava di aver visto Pol Pot dirigere la lotta, una eroica figura stagliata sul cielo. L’editore del Times pensò che la storia fosse buona e la pubblicarono senza fare l’usuale controllo sull’articolo dello scrittore sconosciuto. Si scoprì che Jones scrisse l’articolo stando in una spiaggia della Spagna! Il Times era così avido di credere a una storia che faceva di Pol Pot e dei Khmer Rossi -che aveva già definito essere dei genocidi- degli eroi anticomunisti, che la spedì di fretta alla stampe! Nulla può spegare più chiaramente la malafede della classe dominante liberale nell’accogliere, nel suo seno, ogni fascista assassino che può aiutarla nella lotta contro il Comunismo.

Bibliografia:
David P. Chandler e Ben Kiernan, Revolution and its aftermath in Kampuchea: Eight essays, New Haven, Yale University Southeast Asia Studies monograph N°25, 1983
Michael Vickery, Cambodia:1975-1982, Boston, South End Press, 1984

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Il comunismo, al pari dell’anarchismo, è un’utopia mai realizzata. Tutti coloro che si sono fregiati di questo “titolo” hanno mentito per realizzare dittature di stampo fascista e coltivare culti della personalità. In alternativa ci si dichiara comunisti o socialisti per ottenere i favori della potenza sedicente comunista di turno, come France-Albert René e il suo golpe nelle Seychelles del 1977, e come i lacché del fascismo. In questo caso anche Pol Pot mancava della necessaria dottrina e avrebbe dichiarato qualsiasi cosa per denaro e favori. Qualcuno mi sa dire, ad esempio, che c’azzecca (scusate il dipietrismo) Kim Jong-Il – egoarca nordcoreano – con il marxismo, il leninismo o qualsiasi altra ideologia che si richiami anche alla dittatura del proletariato?

A proposito di Stalin.
Mi risulta che un certo Lev Trotzckij, parzialmente indicato dallo stesso Lenin, quale successore alla guida di una certa URSS, sia stato abilmente eliminato dalla gara dagli intrighi di un certo Iosip Vissarionovic alias Stalin, che istitui il regime del terrore in contrasto con la rivoluzione, l’uguaglianza e il comunismo (sulla carta). Lo so, è un po’ più complicata di così, ma lo spazio costringe alla sintesi.
Stalin era un grande uomo perché era circondato da imbecilli e lacché di stampo fascista. eliminato Trotzckij, il gioco era fatto (mi ricorda una certa storia italiana: eliminato Fini…)
Per farla breve: l’unica forma di comunismo embrionale che possa fregiarsi di tale nome, e proprio per questo prontamente represso, è la commune francaise.
Il comunismo è una fase della storia che ormai non ha più senso contrastare, il fascismo – o meglio: i fascismi – sono invece sempre presenti. Invocare lo spauracchio del comunismo è proprio una strategia di un certo mondo di oligarchi e dittatori parademocratici; è la tecnica dell’accerchiamento, la strategia della paura. Purtroppo sappiamo che la paura funziona meglio delle promesse.
Ti brucio la macchina è molto più efficiente per ottenere un risultato, che non promettere ti regalerò una macchina.

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19 luglio 2010 | Autore

fonte: sitoaurora

John Pilger, Covert Action Quarterly N°62
Traduzione di Alessandro Lattanzio

Gli USA non solo aiutarono a creare le condizioni che portarono i Khmer rossi della Cambogia al potere, ma aiutarono attivamente le forze genocide, politicamente e finanziariamente. Dal gennaio 1980 gli USA avevano segretamente finanziato le forze di Pol Pot esiliate in Tailandia. L’estensione di questo supporto -85 milioni di dollari USA dal 1980 al 1986- fu rivelato sei anni più tardi, in una corrispondenza tra l’avvocato del Congresso J. Winer, allora consulente del senatore J. Kerry (D-MA) della commissione del Senato per gli affari esteri, e la fondazione dei veterani americani del Viet Nam. Winer disse che le informazioni giunsero dal Servizio Ricerche del Congresso.
Quando le copie di questa lettera circolarono, l’amministrazione Reagan s’infuriò. Allora, senza aver adeguatamente spiegato il perché, Winer ripudiò le statistiche, mentre non disse come esse fossero giunte dal CRS. In una seconda lettera a N. Chomsky, tuttavia, Winer ripeté la versione originale, che come mi confermò, era assolutamente corretta. Washington, inoltre, sostenne i Khmer rossi tramite l’ONU, che fornì i mezzi per il loro ritorno. Benché il governo cessasse di esistere nel gennaio 1979, quando l’esercito vietnamita lo scacciò, i suoi rappresentanti continuarono a occupare il seggio della Cambogia all’ONU. I loro diritti furono difesi e promossi da Washington come estensione della Guerra Fredda, come vendetta contro il Viet Nam e come parte della nuova alleanza con la Cina (principale sostenitore di Pol Pot e nemico storico del Viet Nam).
Nel 1981, il consigliere alla sicurezza del presidente Carter, Z. Brzezinsky, disse: “Auspico un maggiore aiuto cinese a Pol Pot. Gli USA” aggiunse “incitano pubblicamente la Cina nell’inviare armi ai Khmer rossi attraverso la Tailandia“. Per coprire questa guerra segreta contro la Cambogia, Washington istituì un Gruppo di Emergenza per la Kampuchea (KEG) nell’ambasciata USA a Bangkok e al confine Cambogiano-Tailandese. Il lavoro del KEG era il “monitoraggio” della distribuzione degli aiuti umanitari occidentali spediti ai campi-profughi in Tailandia e assicurare che le basi dei Khmer rossi ne fossero fornite. Lavorando attraverso la ‘Task Force 80’ dell’esercito tailandese, che aveva degli ufficiali di collegamento con i Khmer rossi, gli statunitensi assicurarono un costante afflusso di aiuti dell’ONU. Due volontari USA scrissero più tardi, “che il governo USA insisteva affinché i Khmer rossi fossero riforniti. Gli USA preferivano che le operazioni dei Khmer rossi fossero beneficiate dalla credibilità di una operazione umanitaria internazionale“. Nel 1980, sotto la pressione USA, il Programma Alimentare Mondiale inviò aiuti alimentari per 12 milioni di dollari USA all’esercito tailandese da passare ai Khmer rossi. Secondo il primo assistente del segretario di stato Richard Holbrooke: “Da 20mila a 40mila guerriglieri di Pol Pot ne beneficiarono“. Questi aiuti riabilitarono la forza combattente dei Khmer rossi, basata in Tailandia, erano evidentemente una operazione del Dipartimento di Stato.
I dipendenti del KEG erano ufficiali con una lunga esperienza in Indocina. Nei primi anni ’80, esso fu diretta da M. Eiland, che prima di continuare l’intervento USA in Indocina, nel 1969-70 era un ufficiale operativo di un gruppo clandestino della Special Force denominato ‘Daniel Boone’, ed era responsabile della ricognizione dei bombardamenti USA in Cambogia. Dal 1980, il Col. Eiland portò il KEG fuori dall’ambasciata USA di Bangkok, dove veniva presentata come una organizzazione ‘umanitaria’. Responsabile per le interpretazioni delle foto dei satelliti-spia sulla Cambogia, Eiland divenne una valida fonte per qualche giornalista occidentale residente a Bangkok che lo presentava, nei propri servizi, come un analista occidentale. I compiti ‘umanitari’ di Eiland lo portarono alla nomina, da parte della DIA, a direttore della regione del Sud-est asiatico, uno dei più importanti posti dello spionaggio USA.
Nel novembre 1980, proprio all’elezione di Reagan, i Khmer rossi si misero in contatto diretto con il Dr. Ray Cline, ex-direttore della CIA, che visitò segretamente un comando operazioni dei Khmer rossi situato in Cambogia. Cline era allora consigliere per la politica estera del gruppo si transizione del neoeletto presidente Reagan. Entro un anno, secondo le fonti di Washington, 50 agenti della CIA condussero, dalla Tailandia, operazioni in Cambogia. La linea di divisione tra le operazioni di aiuto internazionale e la guerra degli USA divenne sempre più confusa. Per esempio, un colonnello della DIA venne nominato ‘ufficiale di collegamento per la sicurezza’ tra l’UMBRO (ufficio operazioni aiuti ONU) e la DPPU (unità dispiegata per la protezione del personale). A Washington, fonti lo presentano come un collegamento tra governo USA e i Khmer rossi.

L’ONU come base
Dal 1981, numerosi governi, inclusi gli alleati degli USA, divennero decisamente indisposti alla mascherata del continuo riconoscimento, da parte dell’ONU, di Pol Pot quale legittimo capo del paese. Questa dissociazione divenne drammaticamente manifesta quando un nostro collega, N. Claxton, entrò in un bar dell’ONU a New York con Thaoun Prasith, rappresentante di Pol Pot: “In pochi minuti” disse Claxton, “il bar si svuotò“. Chiaramente qualcosa era successo.
Nel 1982, USA e Cina, appoggiati da Singapore, inventarono la ‘Coalizione del Governo Democratico di Kampuchea’ che, come puntualizza B. Kiernan, non era né una coalizione, né democratico, né un governo, e non era in Kampuchea. Piuttosto, era ciò che la CIA chiama ‘illusione maestra’. L’ex signore della Cambogia, il principe Sihanouk, vi fu messo a capo. Sebbene con qualche piccolo cambiamento, i Khmer rossi dominavano i due membri ‘non-comunisti’, Sihanouk e il ‘Fronte di Liberazione Nazionale Popolare Khmer’. Dal suo ufficio dell’ONU l’ambasciatore di Pol Pot, l’urbano Prasith, continuava a parlare per la Cambogia. Uno stretto collaboratore di Pol Pot aveva dichiarato a 175 Khmer espatriati di rientrare in patria, dove parecchi di loro ‘sparirono’. L’ONU era ora lo strumento per punire la Cambogia. In tutta questa storia, il mondo aveva negato gli aiuti per lo sviluppo a un solo paese del Terzo Mondo: la Cambogia. Non solo l’ONU negò -grazie alle insistenze di USA e Cina- un seggio al governo di Phnom Penh, ma le maggiori organizzazioni finanziarie internazionali cancellarono la Cambogia da ogni accordo internazionale sul commercio e le comunicazioni. Perfino l’Organizzazione Sanitaria Mondiale rifiutò aiuti al paese. A casa sua, il governo USA negò ai gruppi religiosi di inviare libri e giocattoli agli orfani. Una legge che data dalla Prima Guerra Mondiale, la ‘legge sul commercio con il nemico’, fu applicata alla Cambogia e, prontamente, al Viet Nam. Neanche Cuba e l’URSS affrontarono un così completo bando senza eccezioni umanitarie o culturali. Dal 1987, il KEG fu trasformato in Gruppo di Lavoro per la Kampuchea, diretto dal Col. Eiland della DIA. I documenti del gruppo di lavoro erano piani di battaglia, materiali di guerra, spionaggio via satellite, forniti ai cosiddetti ‘elementi non-comunisti delle forze di resistenza’. La foglia di fico non-comunista permise al Congresso, spinto anche da uno zelante anticomunista, l’allora deputato repubblicano S. Solarz (R-NY), ad approvare sia aiuti ‘coperti’ che aiuti ‘aperti’, stimati attorno ai 24 milioni di dollari, da dare alla ‘resistenza’. Fino al 1990, il Congresso accettò le speciose argomentazioni di Solarz: “che gli aiuti USA non erano destinati ad aiutare Pol Pot e i genocidi, e gli alleati degli USA non erano così strettamente vicini a loro (i Khmer rossi)“.

I legami militari
Mentre Washington pagava i conti e l’esercito tailandese forniva il supporto logistico, Singapore, come intermediario, era il canale principale delle armi occidentali. L’allora Primo Ministro Lee Kuan Yew era il maggior sostenitore della posizione degli USA e della Cina, cioè che i Khmer rossi dovessero far parte della sistemazione della Cambogia. “Sono i giornalisti” disse “che li hanno demonizzati“. Le armi della Germania Occidentale, degli USA e della Svezia passavano direttamente da Singapore o erano costruite sotto licenza dalle industrie Chartered, che erano di proprietà del governo di Singapore. Alcune di queste armi vennero catturate ai Khmer rossi. La connessione di Singapore permise all’amministrazione Bush di continuare i suoi aiuti segreti alla ‘resistenza’, perfino attraverso questa assistenza si violò la legge votata dal Congresso nel 1989 sugli ‘aiuti letali’, anche indiretti, a Pol Pot. Nell’agosto del 1990, un membro delle forze speciali USA rivelò di aver ordinato di distruggere le prove che dimostrassero che le munizioni USA, in Tailandia, venivano spedite ai Khmer rossi. I registri, disse, coinvolgevano l’NSC e i consiglieri per gli affari esteri del Presidente. Nel 1982, quando USA, Cina e i governi aderenti all’ASEAN escogitarono una ‘coalizione’ che permettesse a Pol Pot di mantenere il seggio all’ONU, gli USA addestrarono e finanziarono le fazioni ‘non-comuniste’ dell’esercito ‘resistente’. Questi seguaci di Sihanouk e del suo Primo Ministro, Son Sann, leder del KPNLF, erano per la maggior parte banditi e irregolari. Questa resistenza non valeva nulla senza le 25mila unità ben addestrate alla guerriglia, ben armate e motivate di Pol Pot, la cui leadership era stata riconosciuta dal comandante militare di Sihanouk, suo figlio Norodom Ranariddh: “I Khmer rossi” disse “sono la maggiore forza d’attacco, le cui vittorie sono celebrate come nostre“.
La tattica guerrigliera dei Khmer, come i Contras in Nicaragua, era di terrorizzare la nazione attraverso imboscate e stendendo campi minati. In questo modo, il governo di Phnom Penh sarebbe stato destabilizzato e i vietnamiti intrappolati in una guerra tenace: il ‘loro Viet Nam’. Per gli statunitensi, a Bangkok e a Washington, il destino della Cambogia era legato alla guerra che avevano perso tecnicamente sette anni prima. “Colpire i vietnamiti sui campi di battaglia della Cambogia” era una espressione popolare nell’establishment politico USA. Distruggere la sinistrata economia vietnamita e, se necessario, rovesciare il governo di Hanoi, era lo scopo finale. Fuori da queste rovine, il governo USA avrebbe ancora affermato se stesso in Indocina.
Gli inglesi -che avevano forze militari speciali nell’Asia del Sud-Est fin dalla II° GM, giocarono, inoltre, un ruolo chiave nel supportare le forze armate di Pol Pot. Dopo ‘l’irangate’, lo scandalo armi-per-ostaggi che esplose a Washington nel 1986, l’addestramento cambogiano iniziò come un’esclusiva operazione inglese. “Quando il Congresso ha scoperto che gli americani erano coinvolti in operazioni di addestramento clandestino in Indocina, rimanemmo i soli con Pol Pot“, disse una fonte del Ministero della Difesa a O’Dwyer-Russell del London Daily Telegraph. “Il pallone andrà nel posto giusto. Era una delle classiche cose dell’accordo Thatcher-Reagan. Era stato stabilito che le SAS avrebbero preso parte allo spettacolo della Cambogia, e lei era d’accordo“.

L’impunità di Pol Pot grazie a Washington
Poco dopo l’inizio della Guerra del Golfo, nel gennaio 1991, il Presidente Bush descrisse S. Hussein come un “Adolf Hitler rivisitato“, la richiesta di Bush per “un’altra Norimberga” per processare S. Hussein grazie alla convenzione sul genocidio, era riecheggiata nel Congresso e, attraverso l’Atlantico, a Londra. Era un’ironica distrazione. Fin da quando l’originale Fuehrer era spirato nel suo bunker, gli USA avevano mantenuto un sistema di dittatori con tendenze hitleriane -da Suharto in Indonesia a Mobutu in Zaire- e una varietà di mostri latinoamericani, molti dei quali laureati nella Scuola delle Americhe dell’US Army. Solo uno fu identificato dalla comunità internazionale come un vero “Adolf Hitler rivisitato“, i cui crimini erano documentati in un rapporto del 1979 dalla Commissione ONU sui diritti umani come: “i peggiori che si siano mai avuti al mondo, dopo il nazismo“. Pol Pot, di certo, si sarebbe meravigliato di questa fortuna. Non solo lui era coccolato, le sue truppe nutrite, rifornite e addestrate; i suoi inviati permettersi ogni privilegio diplomatico ma, diversamente da S. Hussein, era stato assicurato dai suoi padroni che mai sarebbe stato processato per i propri crimini. Queste assicurazioni vennero fatte pubblicamente nel 1991, quando una sottocommissione dell’ONU sui diritti umani tolse, dalla sua agenda, un disegno di risoluzione sulla Cambogia che diceva che “il livello delle atrocità raggiunse il livello del genocidio, commesso in particolare durante il periodo del dominio Khmer rossi“. Mai più, decise l’ONU, i membri del governo sarebbero stati ricercati, incriminati, arrestati o processati, per essere stati i responsabili di crimini contro l’umanità in Cambogia. Mai più i governi avrebbero dichiarato di dover “impedire il ritorno al governo di coloro che erano stati responsabili del genocidio, durante il periodo 1975-78“. Questa garanzia di impunità per i genocidi era, inoltre, parte del ‘piano di pace’ tratteggiato dai membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, tra cui gli USA. Per non offendere i principali sostenitori di Pol Pot, i cinesi, il piano cancellò ogni riferimento al genocidio, rimpiazzandolo con l’eufemismo: “politica e pratica del recente passato“. Su ciò Henry Kissinger, che giocò una parte importante nei bombardamenti a tappeto della Cambogia nei primi anni ‘70, ebbe una parte rilevante.
La propaganda occidentale, precedente al ‘processo di pace’ dell’ONU in Cambogia, si concentrò sulla forza dei Khmer rossi, per giustificare la loro inclusione. Ufficiali ONU e diplomatici USA e australiani parlavano di circa 35/40mila Khmer rossi. “Comprenderai” mi dissero “che non possiamo lasciare una forza così importante fuori dalla tenda“. Così, i Khmer rossi furono ben lieti di ritornare a Phnom Penh e, in effetti, avendo da un quarto a un terzo del paese, si rifiutarono di prendere parte alle elezioni. Il tono allora cambiò. “Loro ora sono finiti“, esclamò un diplomatico occidentale. Sono “deboli ogni oltre speranza“. Nel frattempo i Khmer rossi si erano dimostrati essere il più ricco gruppo terroristico della Storia, grazie alla vendita di tratti di foresta cambogiana, con annesse pietre preziose, a vantaggio dei tailandesi, il cui governo era un firmatario del ‘piano di pace’. Nessuno li fermò. Stabilirono quattro grandi basi nel territorio tailandese, completi di ospedali da campo. I soldati tailandesi controllavano le strade che vi portano. Il “loro sono finiti” è una linea che rimane tuttora. Indubbiamente, sono numericamente diminuiti per via di defezioni e attriti, ma il loro numero era sempre una falsa misura della loro vera forza. Sembra che il Dipartimento di Stato creda che siano lontani dall’essere finiti. Il 10 luglio 1997, il portavoce N. Burnsche affermava che la forza dei Khmer rossi ammontasse a migliaia di unità. La reale minaccia proveniente dai Khmer rossi sorge dalla loro grande capacità di infiltrazione e inganno. Prima della loro presa del potere nel 1975, avevano infiltrato Phnom Penh. Questo processo è certo che si ripeta ancora. Un residente di Phnom Penh ha detto, recentemente: “Loro sono dappertutto“.
Il ‘processo’ a Pol Pot di quest’anno, è un fantastico pezzo di commedia teatrale dei Khmer rossi, ma è, tuttavia, privo di alcun valore, come indicano la forza dell’organizzazione e i suoi scopi immediati. La verità è che nessuno che sia esterno può dire cosa realmente succeda, e che ciò sia solo una misura della forza dell’organizzazione e della sua elasticità. Il leader cambogiano Hun Sen mantiene chiaramente il timore sulla veracità e la minaccia delle loro ambizioni. I media presentano Pol Pot come un mostro. Ciò è assai facile e assai pericoloso. E’ un partner faustiano di Washington, Beijing, Londra, Bangkok, Singapore e chiunque altro aiuti il suo riconoscimento. I Khmer rossi sono stati utilizzati per le loro mire occulte sulla regione. E. Falt, principale portavoce dell’ONU a Phnom Penh, al tempo del ‘trionfo’ delle organizzazioni manipolate in Cambogia, mi disse, con un sorriso immobile, “il processo di pace era destinato a dare ai Khmer rossi rispettabilità“. Sfortunatamente, molti cittadini comuni cambogiani condividono il suo cinismo. Meriterebbero di meglio.

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Il sorriso di Pol Pot di Peter Fröberg Idling

“Non c’è modo di tornare indietro. E d’altra parte è evidente che, in linea di principio, abbiamo dato il nostro sostegno alla parte sbagliata. E, indirettamente, molto indirettamente, al genocidio. Ma cosa posso farci, oggi?”

I fatti, per prima cosa.
Nel 1970, in Cambogia, un colpo di stato guidato dal generale Lon Nol depose il principe Sihanouk. Poco dopo iniziò la guerra civile tra il regime di Lon Nol, appoggiato dagli americani, e i guerriglieri comunisti che avevano preso il nome di ‘khmer rossi’.
Nel 1975 gli americani si ritirarono dal Vietnam del Sud, cadde il corrotto governo cambogiano e i khmer rossi, capeggiati da Pol Pot, presero il potere, avviando una trasformazione sociale radicale nel paese che avevano rinominato Kampuchea Democratica.
All’epoca di Sihanouk la Cambogia aveva l’aspetto di un paese dell’occidente: Phnom Penh era una città moderna dagli ampli viali, migliaia di chilometri di autostrade percorrevano il paese, la rete ferroviaria era estesa, l’alfabetizzazione era ad un buon livello.
Lo stato comunista e contadino che Pol Pot aveva in mente era agli opposti.
La prima misura fu svuotare le città, ordinandone l’evacuazione di massa. Tutti i simboli della civiltà occidentale vennero distrutti: automobili e macchinari, elettrodomestici e case.
Abolite le scuole: gli intellettuali erano al bando, chiunque venisse sorpreso a scrivere, o fosse semplicemente in possesso di matite, veniva ucciso. Bastava avere gli occhiali per essere smascherato come qualcuno che aveva studiato e che doveva essere eliminato.
Una giacca nera abbottonata fino al collo era la divisa per tutti.
La Cambogia- anzi, la Kampuchea Democratica- divenne un immenso campo di lavori forzati.
Arresti, torture, morte, erano in agguato per la minima trasgressione.
E il complesso-prigione S-21 era la destinazione più temuta dagli arrestati: S-21 come Auschwitz, sinonimo di morte. Quando la dittatura di Pol Pot fu rovesciata dal vicino Vietnam nel 1979, uno su quattro cambogiani erano morti, il 25% della popolazione.
Ancora fatti: nell’agosto del 1978 una delegazione di quattro svedesi guidati da Jan Myrdal (non un intellettuale qualunque, era figlio di Alva, premio Nobel per la pace, e di Gunnar, premio Nobel per l’economia) visitò la Cambogia.
Al ritorno i quattro non ebbero che espressioni di ammirazione, opinioni entusiastiche di quanto avevano visto, smentite di voci negative che circolavano e che, a parer loro, erano tendenziose. La Kampuchea Democratica era uno stato modello, una vera e propria rivoluzione dei modelli di vita occidentale.

Partendo da queste premesse, Peter Fröberg Idling, giornalista, scrittore e critico letterario svedese, ha scritto il suo libro di indagine, Il sorriso di Pol Pot.
C’è una domanda centrale nel libro: come è stato possibile?
Se, secondo le statistiche, un milione e trecentotrentamila persone erano già morte al momento in cui gli svedesi atterravano a Phnom Penh, come è stato possibile, primo: che i khmer rossi siano stati in grado di organizzare quell’enorme finzione di ordine, lindore, produttività, soddisfazione (perché ci sono anche fotografie che parlano chiaro), quella sceneggiata orchestrata per gli occhi e gli orecchi dei visitatori; secondo: che i quattro svedesi si siano lasciati ingannare, non si siano insospettiti (dalla città deserta, ad esempio), non abbiano fatto domande (sulla sorte di parecchi scomparsi di loro conoscenza, compreso il marito di una della delegazione).
Forse gli svedesi hanno visto ma non hanno voluto rivelare nulla per non danneggiare una rivoluzione giusta?
Oppure hanno visto e non hanno compreso del tutto, hanno visto cose che non sono stati capaci di porre nel giusto contesto?
Hanno visto e non hanno voluto vedere?

Incomincia così il viaggio di indagine di Peter Fröberg Idling.
Viaggio sul posto, in una Cambogia ancora segnata dalle cicatrici di guerra
, sulle tracce dei sopravvissuti di quei tempi, di coloro che apparivano nelle foto insieme agli svedesi (l’interprete, ad esempio), di quelli che erano vicini a Pol Pot, delle guardie della prigione.
Viaggio nei ricordi
dei membri della delegazione- e non tutti accettano di parlare con limpidezza.
Viaggio nelle biblioteche e negli archivi
. Nella famigerata S-21 con le fotografie degli arrestati morituri- occhi allucinati, cartoncino identificativo appuntato direttamente sulla pelle.
Viaggio nella biografia di Pol Pot, studente alla Sorbona con il nome di Saloth Sar. Capitoli nel passato con il titolo Come un bianco sfarfallio, raccolta di testimonianze intitolate Ho visto quello che ho visto.
E sempre, in primo piano, ossessive, le domande: come è stato possibile?
Come si passa ad essere, da studente, un assassino di masse?
Quante verità ci possono essere?

Dietro, il sorriso di Pol Pot, uguale a quello di altri, uguale a quello di Mao, che scopriva solo l’arcata superiore dei denti. Un sorriso enigmatico come quello della Gioconda. Un libro molto bello, molto intenso, molto appassionante, con frasi secche come staffilate.

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10/2/2008 (7:26) – INTERVISTA A DOUCH
Douch parla per la prima volta:
“Eseguivo ordini”
VALERIO PELLIZZARI

PHNOM PENH
Douch, il professore di matematica, per quaranta mesi sterminò tutta la classe intellettuale cambogiana con rigore scientifico, dentro il liceo di Tuol Sleng, nel cuore della capitale Phnom Penh, impegnato in un teorema personale di algebra degenerata. La sua voce è bassa, rispettosa, ma nello stesso tempo si snoda senza incertezze e soggezione. Sembra stia recitando un mantra, una preghiera buddista, invece incide la colonna sonora di un incubo ancora carico di interrogativi. E il suo aspetto mite, anonimo, quasi gracile, in nessun modo si concilia con il ruolo del carnefice. Tra il 1975 e l’inizio del 79, durante il regime tenebroso e maniacale di Pol Pot, due milioni di uomini e donne, quasi un terzo della intera popolazione, furono brutalmente eliminati. In mezzo a loro oltre diciassettemila cambogiani – quadri del partito, diplomatici, monaci buddisti, ingegneri, medici, professori, studenti, artisti della antichissima tradizione nazionale di musiche e danze – entrarono nella scuola trasformata in centro di tortura. Solo sei ne sono usciti vivi. Gli altri furono portati alla periferia della città e uccisi in una risaia. Di notte. Uccidere con il buio era una ossessione degli uomini con il pigiama nero, ovunque.

Douch è il soprannome scelto da giovane quando entrò nella guerriglia. Il vero nome è Kang Khek Ieu. Dopo la caduta dei khmer rossi il carnefice si era mescolato con i suoi compatrioti, tra campi profughi e villaggi di provincia, scomparso come tanti nel caos del dopoguerra, inghiottito dal nulla. Si era convertito al cristianesimo attraverso i missionari della Golden West Christian Church di Los Angeles. La sua vera identità è stata scoperta nel ’98, e in breve tempo i soldati lo hanno arrestato. Dopo la morte di Pol Pot e di Ta Mok, il «macellaio» zoppo, resta il testimone più inquietante della follia politica progettata dai khmer rossi. Oggi è custodito nella prigione dell’Onu, a Phnom Penh, in attesa che si apra dopo trenta anni e infiniti rinvii il processo ai khmer rossi per genocidio. Ma per oltre otto anni, dopo la cattura, è stato in un carcere cambogiano, controllato dai militari del suo Paese.

Questa è l’unica intervista autorizzata in tutto il periodo di detenzione. Senza registratore, senza macchina fotografica, senza parlare direttamente con lui in francese o in inglese, ma con la mediazione obbligata di un interprete cambogiano. Il generale Neang Phat, segretario di Stato, e altri generali sono seduti nella stessa stanza, ascoltano e scrutano questo uomo indefinibile e inafferrabile, che alcuni di loro vedono per la prima volta. Douch è il ritratto perfetto della banalità e della innocenza del male.

Quando era stato creato il centro di tortura dentro il liceo di Tuol Sleng?
«Il 15 agosto 1975, quattro mesi dopo l’ingresso dei khmer rossi a Phnom Penh. Ma cominciò a funzionare effettivamente solo nel mese di ottobre».

Lei è stato il responsabile fino dall’inizio?
«Sono stato chiamato con l’incarico preciso di crearlo, di metterlo in funzione. Anche se non ho mai saputo perché la scelta fosse caduta su di me. Certo, prima del ‘75, quando i khmer rossi vivevano nella clandestinità, nella giungla, nelle zone liberate, io ero il capo dell’Ufficio 13, ero il responsabile della polizia nella zona speciale confinante con Phnom Penh».

Chi organizzava la vita nel centro, chi decideva i metodi degli interrogatori?
«Quelli che interrogavano venivano in parte dall’Ufficio 13, erano uomini che avevano lavorato con me, ex quadri dell’organizzazione. E poi c’erano quelli provenienti dalla divisione 703, militari, gente che usava violenza e brutalità. Si può dire che i carcerieri erano di due tipi. Quindi il personale della prigione in gran parte non era reclutato da me».

Come si svolgeva la sua giornata in quel luogo?
«Ogni giorno dovevo leggere, controllare le confessioni. Facevo questa lettura dalle sette di mattina a mezzanotte. E ogni giorno, verso le tre del pomeriggio, mi chiamava il professor Son Sen, il ministro della difesa. Lo conoscevo da quando insegnavo al liceo. Era lui che mi aveva chiesto di unirmi alla guerriglia. Mi chiedeva come procedeva il lavoro».

E poi?
Arrivava un messaggero, un emissario, che raccoglieva le confessioni pronte e le portava a Son Sen. Lei sa che i khmer rossi avevano svuotato le città. Non c’era popolazione urbana, le scuole erano chiuse, gli ospedali chiusi, le pagode vuote, le strade vuote. Solo pochissime persone potevano muoversi. Questi messaggeri erano gli unici collegamenti tra un ufficio e un altro. La sera non dormivo a Tuol Sleng. Avevo varie case, e per ragioni di sicurezza dormivo ogni notte in un luogo diverso».

Lei ha avuto momenti di incertezza, dubbi, sentimenti di ribellione mentre sterminava tutta la classe intellettuale del suo paese?
«Per capire quel mondo, quella mentalità, lei deve tenere presente che la pena capitale è sempre esistita in Cambogia».

Anche nei bassorilievi dei templi di Angkor Wat ci sono scene di massacri orrendi, ma erano state scolpite molti secoli fa.
«Certo i capi dei khmer rossi avevano studiato alla Sorbona a Parigi, non erano selvaggi incolti. Ma a Tuol Sleng comunque c’era una convinzione diffusa e tacita, che non aveva bisogno di indicazioni scritte. Io, e tutti quelli che lavoravano in quel luogo, sapevamo che chi entrava lì dentro doveva essere demolito psicologicamente, eliminato con un lavoro progressivo, non doveva avere scampo. Qualsiasi risposta non serviva per evitare la morte».

Sopra di lei qualcuno chiedeva il suo parere?
«Quei metodi non mi convincevano da quando lavoravo all’Ufficio 13. Ma allora, se vuole, c’era il pretesto della lotta rivoluzionaria, della clandestinità, l’idea di neutralizzare le spie infiltrate, o quelle che potevano essere spie. Poi quando è cominciato il lavoro a Tuol Sleng ogni tanto chiedevo ai miei capi: ma dobbiamo usare tutta questa violenza? Son Sen non rispondeva mai. Nuon Chea, il Fratello numero due nella gerarchia del potere, che stava sopra di lui, invece mi diceva: non pensare a queste cose. Personalmente non avevo risposte. Poi con il passare del tempo ho capito: era Ta Mok (considerato da tutti il più sanguinario dei khmer rossi) che aveva ordinato di eliminare tutti i prigionieri. Vedevamo nemici, nemici, nemici dappertutto. Quando scoprii che nella lista delle persone da eliminare c’era anche Von Vet, il ministro dell’economia, rimasi veramente sconvolto, scioccato».

Lo interrompe con rabbia il generale Neang Phat, fino a quel momento composto e taciturno. Si toglie le scarpe, le calze, gli mostra i segni delle torture che ha ancora oggi sulle gambe, a distanza di oltre trenta anni. «Eravamo quattromila uomini nel mio gruppo, siamo sopravvissuti in quattro. E per salvarci siamo dovuti scappare oltre confine. Voi invece avete continuato a torturare ed uccidere». Tacciono gli altri militari. Tace l’interprete. Suo padre era l’ambasciatore cambogiano in Cina, il Paese grande protettore di Pol Pot. Fu richiamato in patria e morì a Tuol Sleng, amministrato da quel piccolo uomo a piedi scalzi che adesso gli sta davanti. Douch risponde al generale, la sua voce riprende fiato, si esprime in modo concitato. Poi congiunge le mani, si piega in avanti, nel gesto dei monaci buddisti, sul viso si disegna un sorriso. In Cambogia e in molte regioni d’Oriente sorridere è un gesto di dolcezza, di cortesia, ma anche di ambiguità, di imbarazzo a volte di autentica perfidia. Questa stanza rettangolare, silenziosa, pulita, bene ammobiliata, è piena di incubi. Fuori è una bellissima giornata di sole e di clima mite.

Che cosa provava davanti a quel numero crescente di vittime che lei contribuiva ad alimentare?
«Ero spinto in un angolo, come tutti in quel meccanismo, non avevo alternativa. Nella confessione di Hu Nim, il ministro dell’informazione, uno dei grandi dirigenti khmer, anche lui arrestato, c’era scritto che la sicurezza in una certa zona era garantita, bene assicurata. Ma Pol Pot, il Fratello numero uno, il capo di tutto, non era soddisfatto per questa affermazione, era troppo normale, bisognava sospettare sempre, temere qualcosa. E quindi arrivava la solita richiesta: interrogateli ancora, interrogateli meglio».

Che significava solo una cosa, nuove torture.
«Succedeva così. Per esempio nel caso di mio cognato. Lo conoscevo bene, si erano creati sinceri legami di parentela, ma dovevo egualmente eliminarlo, sapevo che era una brava persona ma invece dovevo fingere di credere a quella confessione estorta con la violenza. Così per proteggerlo non avevo analizzato con troppo rigore quelle dichiarazioni. E in quella stessa occasione i superiori avevano cominciato a non avere più fiducia piena in me. Contemporaneamente non mi sentivo più sicuro».

In concreto cosa era successo?
«Un giorno mi telefonano alle cinque di mattina. Quello per noi non era un orario normale. Mi dicono che sono convocato per una riunione nell’ufficio dei messaggeri. Come ho detto prima quello era un centro molto importante nel sistema di potere creato da Pol Pot, erano gli unici che potevano muoversi. Nemmeno i diplomatici delle pochissime ambasciate rimaste aperte avevano libertà di movimento. Mandavano qualcuno in strada, chiamavano il soldato che stava lì vicino, quello ascoltava e poi andava a riferire».

Una impossibilità totale di movimento.
«Erano state eliminate le comunicazioni telefoniche nel Paese, non esisteva più il servizio postale. Tutte le direttive arrivavano e tornavano indietro attraverso questi messaggeri, questi corrieri, nelle strade vuote una persona veniva notata subito».

E allora quel giorno della telefonata?
«Alle cinque di mattina prendo una motocicletta e vado vicino alla stazione ferroviaria, appunto dove si trovava quell’ufficio. Vedo una luce accesa in una casa. Ho pensato che fosse arrivata anche per me l’ora di essere eliminato. Trovavano sempre qualche accusa infondata. E invece lì mi dicono: deve venire da voi un messaggero, quando arriva arrestatelo e poi cominciate con gli interrogatori».

Lei ha mantenuto il suo incarico fino all’ultimo. Era un esecutore perfetto?
«Obbedivo, chi arrivava da noi non aveva possibilità di salvezza. E io non potevo liberare nessuno».

Fino a quando ha continuato a funzionare il campo di Tuol Sleng?
«Fino al sette gennaio 1979, quando le forze di liberazione cambogiane appoggiate dai vietnamiti hanno conquistato Phnom Penh. In quel momento il mio superiore era Nuon Chea, il Fratello numero due».

Non esisteva un piano per l’emergenza, non c’era il timore che ormai gli oppositori avessero forze sufficienti per far cadere il regime?
«Non c’era alcun piano in caso di fuga, di ritirata. Organizzammo tutto sul momento. Eravamo trecento uomini a Tuol Sleng. Tutti insieme ci dirigemmo a piedi verso la stazione della radio, che a quel tempo era in una zona piuttosto periferica. E da quel punto ci dividemmo in due gruppi, ognuno per la sua strada».

Da quel momento lei scompare dalle cronache cambogiane, si perdono le sue tracce. E un giorno si converte al cristianesimo. Cosa la porta a quella decisione?
«Mi sono convinto che i cristiani sono una forza, e che questa forza può vincere il comunismo. Al tempo della guerriglia io avevo venticinque anni, la Cambogia era corrotta, il comunismo era pieno di promesse, io ci credevo. Invece quel progetto è completamente fallito. Sono entrato in contatto con i cristiani nella città di Battambang, con la Golden West Christian Church, con il pastore Christopher LaPelle».

Sembra un nome francese.
«No, è un cambogiano. Si chiama Danath La Pel. Ha adottato quel nome per diffondere meglio il messaggio di Cristo nel mondo. All’inizio degli Anni 80 si è trasferito in America. E nel ‘92 è tornato in Cambogia, per aiutare i suoi compatrioti a trovare Cristo».

Quindi lei non segue più gli insegnamenti del Bhudda, è un cristiano?
«Sì».
E padre Christopher conosceva la sua vicenda, il suo ruolo a Tuol Sleng? «All’inizio no, però dopo la conversione ho raccontato tutto».

Gli altipiani dell’Indocina sono stati il santuario di Pol Pot, gli stessi luoghi quaranta anni dopo ospitano adesso le chiese dei missionari cristiani.
«Significa che anche altri hanno fatto la mia scelta».

Lei oggi è pentito, ma tutte quelle migliaia di vittime, quella violenza con metodi primitivi, quelle menzogne trasformate in verità?
«Se uno cerca la responsabilità, e i diversi gradi di responsabilità, io dico che non c’erano vie di fuga per chi entrava nella macchina del potere ideata da Pol Pot. Solo ai vertici conoscevano la vera situazione del Paese, ma i quadri intermedi non sapevano. E poi c’era quella ossessione della segretezza. Certo lei mi chiede se non potevo ribellarmi, almeno fuggire».

Appunto.
«Ma se tentavo di fuggire loro avevano in ostaggio la mia famiglia, e la mia famiglia avrebbe subito la stessa sorte degli altri prigionieri di Tuol Sleng. La mia fuga, la mia ribellione non avrebbe aiutato nessuno».

Oggi non c’è un khmer rosso, anche tra i capi di quel regime, come Khieu Samphan o Jeng Sary, che ammetta di avere avuto colpe, responsabilità. Eravate tutti codardi allora, o siete tutti bugiardi oggi?
Dalla bocca di Douch non esce alcuna parola. Dal fondo della sala qualcuno insistentemente dice che il tempo a disposizione è scaduto, che è arrivata l’ora del pranzo per il prigioniero. Il pretesto più banale, più burocratico, per interrompere il racconto del carnefice. Douch, il seguace di Pol Pot, e oggi seguace di Cristo, congiunge le mani, si inchina, e si allontana. La scodella di riso è pronta. L’ora della giustizia per il genocidio della Cambogia invece aspetta da trenta anni.

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Prima intervista dopo 18 anni dell’ex leader cambogiano: “I morti sono stati solo poche centinaia di migliaia”

La tranquilla coscienza del dittatore Pol Pot

Nell’incontro con il giornalista americano Nate Thayer ha riconosciuto “qualche errore”. Ma ha anche giustificato i massacri dei Khmer Rossi: “Non avevamo altra scelta”

di ANTONIO SCUTERI

Quanto pesano sulla coscienza di un uomo due milioni di morti? Niente, se la coscienza è quella di Pol Pot. Almeno a dar retta a quanto lui stesso dichiara nella prima intervista rilasciata da 18 anni a questa parte. L’ex dittatore non è pentito, non avverte alcun rimorso per il genocidio ordinato durante il regime comunista dei Khmer Rossi da lui guidato tra il ’75 e il ’79.
“Io ero venuto per portare a compimento la lotta, non per uccidere la gente. Anche adesso, può vederlo. Sono forse una persona selvaggia? La mia coscienza è pulita”, ha detto Pol Pot al giornalista statunitense Nate Thayer, corrispondente della “Far Eastern Economic Review” di Hong Kong, che lo ha incontrato as Anlong Veng, ultima roccaforte dei Khmer nel nord del paese asiatico.
L’ex leader maoista, 69 anni, è “molto malato, forse prossimo alla morte”, scrive Thayer, che già in luglio assieme al cameraman David McKaige era stato il primo straniero a vedere Pol Pot dopo la sua fuga nel ’79 a seguito dell’invasione vietnamita della Cambogia.
Inseguendo il disegno di trasformare il Paese in un paradiso agrario comunista “il nostro movimento ha commesso errori”, ha riconosciuto Pol Pol, ma ha subito aggiunto: “Non avevamo altra scelta. Naturalmente dovevamo difenderci. I vietnamiti volevano assassinarmi perché sapevano che senza di me avrebbero potuto facilmente fagocitare la Cambogia”. L’ex comandante dei Khmer Rossi contesta le cifre dei massacri consumati nei campi di sterminio durante il suo governo. “Dire che milioni di persone morirono è troppo. Gran parte dei cambogiani di cui si attribuisce la morte a me sono stati in realtà uccisi dai vietnamiti”, ha dichiarato Pol Pot. Il generale Ta Mok, sopranominato “il macellaio” per la ferocia dimostrata nella repressione durante il regime e pochi mesi fa ribellatosi contro Pol Pot, pure intervistato da Thayer ha concordato con il vecchio capo e ha sostenuto che le vittime non furono due milioni ma “centinaia di migliaia”.
Nell’intervista, Pol Pot parla anche dell’ultima feroce strage da lui ordinata, quella del suo parente ed ex ministro della Difesa dei Khmer rossi, Son Sen, accusato di tradimento e trucidato il 10 giugno scorso con i suoi 14 familiari, compresi i bambini. Ed è qui che l’anziano ex leader cambogiano ha mostrato l’unico segno di rimorso: “Non avevo dato l’ordine di uccidere quella gente, i bambini, i giovani. Per Son Sen e la sua famiglia, sì, sono addolorato. E’ stato un errore mettere in atto quel piano”, ha detto al microfono di Thayer.
Pol Pot era rimasto alla guida dei Khmer rossi, che nel folto della giungla hanno continuato la guerriglia contro il governo, ma dopo l’eccidio di Son Sen e la sua famiglia è stato deposto da Ta Mok, arrestato, processato e condannato all’ergastolo. Vive in una capanna, con la moglie e una figlia di 12 anni. I Khmer rossi avevano avviato un trattativa con le autorità per consegnare Pol Pot in cambio di un’amnistia generale, ma l’accordo che pareva quasi fatto è finito nel nulla a causa del colpo di Stato con cui il 5 luglio il primo ministro ex comunista Hun Sen ha rovesciato l’altro premier, il monarchico Norodom Ranariddh, figlio di re Sihanouk. Dopo il golpe, i guerriglieri Khmer rossi si sono schierati a fianco delle milizie fedeli a Ranariddh, raggruppatesi nel nord del Paese sotto la pressione militare delle più numerose e armate truppe di Hun Sen.

(22 ottobre 1997)

Pol Pot, gli anni del terrore

Pol Pot Pseudonimo di Saloth Sar (provincia di Kompong Thom 1925 – confine con la Thailandia 1998), uomo politico cambogiano. Fondatore del Partito comunista cambogiano, nel 1963 organizzò le formazioni guerrigliere dei Khmer Rossi, per opporsi in seguito al governo filoamericano instaurato da Lon Nol (1970). Deposto Lon Nol nel 1975 e divenuto primo ministro, avviò un progetto di “rieducazione” della popolazione cambogiana, che prevedeva la sua deportazione in massa nelle campagne e il lavoro forzato nei campi. Nei tre anni successivi, il suo regime dittatoriale provocò la morte di quasi quattro milioni di persone, sfinite da un lavoro massacrante, dalle malattie e dalla fame, o uccise durante le repressioni .

Deposto nel gennaio 1979 dai vietnamiti che avevano invaso la Cambogia, Pol Pot riuscì a mantenere il controllo di alcune regioni del paese e a condurre sanguinose azioni di guerriglia contro il regime. Lasciato ufficialmente il comando dei Khmer Rossi nel 1985, continuò a vivere in clandestinità facendo perdere le sue tracce. Nel 1996 alcune fonti annunciarono la sua morte, ma il dittatore fece la sua ricomparsa nel 1997, quando venne usato dai guerriglieri khmer come merce di scambio con il nuovo regime, da essi ora appoggiato. Ricercato per essere sottoposto al giudizio di un tribunale internazionale per crimini contro l’umanità, nell’aprile del 1998 fonti cambogiane diedero notizia della sua morte, avvenuta in una località della giungla ai confini con la Thailandia, dove Pol Pot era tenuto prigioniero dai suoi ex seguaci.

Khmer Rossi Movimento rivoluzionario fondato in Cambogia nel 1963 da Pol Pot, inizialmente in opposizione al governo del principe regnante Norodom Sihanouk. I contendenti si allearono nel 1970, quando un colpo di stato portò al potere il governo filostatunitense di Lon Nol. Deposto Lon Nol nel 1975, Pol Pot venne nominato primo ministro (1976), dando vita a un regime di terrore inteso a rifondare l’intera società cambogiana su base comunista e contadina: le popolazioni delle città furono deportate nelle campagne, furono abolite la moneta e la proprietà, vietata la libera circolazione delle persone, soppressa l’educazione scolastica, se non quella impartita nei “campi di rieducazione” dove circa quattro milioni di persone (il 25% della popolazione) persero la vita.

Il crescere dei contrasti con il vicino Vietnam riunito sfociò nell’invasione della Cambogia nel 1977 da parte delle forze vietnamite, con i khmer rossi costretti a rifugiarsi nella regione di confine con la Thailandia. Il ritiro degli occupanti dieci anni dopo non riportò la pace, poiché Pol Pot, rifiutando di riconoscere i governi di ricostruzione nazionale allora formatisi, continuò con i suoi uomini a praticare una guerriglia finalizzata alla piena riconquista del potere.

Nemmeno gli sforzi delle forze di pace statunitensi inviate in Cambogia per tentare un inserimento dei khmer nel sistema politico cambogiano in occasione delle elezioni del 1993 ebbero successo, e i guerriglieri continuarono a combattere il governo legittimo, mantenendo sotto il proprio controllo il 10% del territorio nazionale, sebbene a partire dal 1994 fossero avviate trattative per una pacificazione che culminarono con l’amnistia concessa dal re nel settembre del 1996. Vari gruppi khmer già nel corso del 1997 accettarono di uscire dalla clandestinità per prendere parte attiva alla realtà politica del paese, rinnegando l’autorità di Pol Pot.

Prima intervista dopo 18 anni dell’ex leader cambogiano: “I morti sono stati solo poche centinaia di migliaia”

La tranquilla coscienza
del dittatore Pol Pot


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