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La Svezia, dove il welfare ha ucciso l’uomo

Tutti sanno delle politiche eugenetiche condotte dai nazisti e da Josef Mengele, ma pochi sanno che altri paesi, civili e democratici, hanno condotto esperimenti simili e sono stati una preziosa fonte di ispirazione per la Germania htileriana. Il caso più eclatante è quello della socialdemocratica Svezia, la cui legge per selezionare la razza è rimasta in vigore per 41 anni, dal 1935 al 1976, e dove le vittime della sterilizzazione forzata sono state circa 60000.

Nel 1909 fu fondata a Stoccolma la Società Svedese per l’Igiene Razziale e il fatto che tale associazione fosse il sottosistema dell’incubatrice associativa tedesca, contribuisce a spiegare i tratti comuni in materia eugenetica tra socialdemocrazia svedese e nazionalsocialismo tedesco. Non a caso, un compito nazionale di primaria importanza era quello di “preservare il ceppo popolare svedese dall’incrocio con elementi razziali stranieri, di qualità inferiore, e di ostacolare l’accesso in Svezia di elementi estranei indesiderati… per mantenere il popolo svedese al riparo da qualsiasi influenza degenerata”. Anche nel linguaggio, l’affinità con il nazismo è evidente. Dal 1922, poi, l’Istituto Svedese di Biologia Razziale di Uppsala pubblicava studi relativi alle caratteristiche razziali e somatiche dei criminali e di qualsiasi categoria ritenuta in qualche modo deviante. A questo istituto si ispirarono i fondatori di un’analoga istituzione nazista, il Kaiser Wilhelm Institut Fur Rassenhygiene di Berlino.

Un ruolo importante venne giocato dai movimenti popolari, la cui matrice culturale è legata al fenomeno religioso dell’Anglo-American Revivalism, di natura protestante. Quest’alleanza tra Partito Socialdemocratico (SAP) e movimenti popolari ha prodotto un humus ideologico tale da giustificare il ricorso all’eugenetica negativa, ossia quella che si propone di migliorare la qualità della vita delle persone eliminando i caratteri negativi del gruppo demografico. Nei confronti della povertà, i Socialdemocratici hanno assunto una concezione etico-religiosa tipicamente protestante, che vede nel disagio delle persone più sfortunate la loro predestinazione a un futuro al di fuori della grazia di Dio.

Il SAP ha applicato un programma organico di sterilizzazione, aborto e castrazione dei propri cittadini, in nome di una sorta di benessere genetico collettivo, prospettando un futuro dominato dalla scienza e dalla pianificazione razionale, grazie a uno Stato, il cui compito era di regolare ed equilibrare le distorsioni sociali ed economiche, nel nome di un’uguaglianza di fatto di tutti i cittadini. Come evidenziato da Luca Dotti, nel suo L’utopia genetica del welfare state svedese, la socialdemocrazia svedese degli anni ’30, permeata da una fiducia positivista nel progresso e nel miglioramento della società umana, fece suoi i miti dell’ingegneria sociale e del Funzionalismo. Il manifesto di quest’ultimo si ispirava ai valori, moderni, antitradizionalisti ed oggettivi, della razionalità industriale e della produzione in serie, con slogan come abbasso la bellezza o viva l’ordine”, mentre l’ingegneria sociale è figlia delle credenze positiviste nell’assoluta certezza della scienza e nell’esattezza del metodo scientifico per la risoluzione dei problemi relativi alla persona, divenuta ormai oggetto di sperimentazione del sapere scientifico di intellettuali, scienziati, esperti accademici e ingegneri sociali di ogni risma.

I provvedimenti eugenetici erano ispirati da Gunnar e Alva Myrdal, entrambi premi Nobel, lui per l’economia (1974) e lei per la pace (1982). Alva Myrdal, esperta in psicopedagogia e psicologia, sostenitrice del modello del consultorio familiare, della pianificazione demografica e della riforma educativa, partecipò al lavoro di molte commissioni di inchiesta su tematiche familiari, educative e dell’infanzia. Gunnar Myrdal, keynesiano, funzionalista e razionalista, fu eletto alla camera alta con i socialdemocratici nel 1935 e ne guidò il gruppo fino al 1938. Da buon keynesiano, Myrdal vide nello Stato il motore della prosperità economica nazionale e nella programmazione scientifica di stampo positivista, attuata da scienziati razionalisti, lo strumento per la risoluzione dei problemi sociali relativi all’abitazione, all’educazione, alla sanità e all’ occupazione.

Vennero progettate unità abitative multiple con servizi centralizzati, mentre le funzioni primarie come cucine, aree per il gioco e lo svago di adulti e bambini furono collettivizzate. Le aree più private e intime della vita familiare furono statalizzate grazie alla presenza di preposte figure addette all’alimentazione, alla cura e all’educazione dei fanciulli e persino alla ricreazione generale. La pianificazione si estendeva al tempo impiegabile per le varie attività collegate alla vita abitativa, mediante una tabella oraria giornaliera da rispettare.

L’emancipazione femminile ebbe un carattere meramente produttivistico, così che all’assegnazione alla donna di un ruolo economico attivo e produttore seguì la socializzazione economica dell’attività domestico-familiare. Per i Myrdal, era del tutto irrazionale il ruolo delle casalinghe, le cui colpe erano così riassunte: “Vi è indubbiamente all’interno del lavoro domestico ancora la possibilità per donne gracili, imbecilli, indolenti e senza ambizioni o in generale individui forniti in minor modo di potenzialità, di restare ancora a casa e tirare avanti. Perciò, in fin dei conti, questa mezza prostituzione concede sempre un rifugio aperto”. La collettivizzazione della sfera familiare avrebbe ridotto e progressivamente eliminato sia l’influenza dell’autorità paterna sui figli, sia l’attività casalinga e la posizione domestica della donna all’interno della casa.

I Myrdal si propnevano di “raggiungere un concetto di qualità umana assoluta e determinata oggettivamente”, attraverso l’”elevazione qualitativa del materiale umano” da plasmare secondo la volontà del pianificatore socialdemocratico. Essi non miravano a una classificazione antropologico-razziale e non erano particolarmente interessati al patrimonio genetico, ma al processo economico e produttivo finalizzato, non al benessere dei singoli, bensì al finanziamento del progetto di Stato attuato dai burocrati scandinavi.

Certo, la Svezia del quarantennio ’34-‘75 non ha avuto la ferocia della Germania nazista e non ha rappresentato un pericolo analogo, ma si è rivelato un regime subdolo e totalitario, democratico, ma totalitario. Che la Svezia sia un paese civile e democratico è fuori di dubbio, ma ciò che deve far riflettere, è che l’immoralità e il male non sempre si nascondono dietro orrori viventi come Hitler e Goebbels, ma anche dietro i volti insospettabili dei coniugi Myrdal. I primi cattivi, feroci e di destra (perciò esecrabili), i secondi civili, democratici e di sinistra (perciò progressisti). Entrambi, accomunati dalla presunzione fatale di aver abbandonato la strada che Gesù Cristo ha indicato al mondo oltre 2000 anni fa.

Antonio Gaspari, nel suo Da Malthus al razzismo verde, cita 3 casi emblematici:

Nils Svensson fu sterilizzato a sedici anni perché ritenuto “un individuo di razza mista precocemente attivo sessualmente”.

Maria Nordin fu chiusa in un riformatorio perché di famiglia povera e perché non sapeva leggere. Per poter lasciare il riformatorio acconsentì, all’età di 18 anni, alla sterilizzazione. Assunta da un proprietario terriero, Maria fu esaminata da un oculista che le diagnosticò una miopia fortissima. Ottenuti degli occhiali imparò a leggere e a scrivere, studiò, resse la contabilità della fattoria e oggi scrive anche articoli per riviste. Maria Nordin ha rivolto al ministro della sanità del suo paese questa domanda: “Mi avete tolto il diritto ad avere bambini solo perché non avevo i soldi per andare dall’oculista?”.

Trobjorn negli anni ’40 era un ragazzino di 13 anni. “Ero una piccola peste e finii in riformatorio. Allora, per tornare a casa, la legge imponeva di farsi sterilizzare. Scrissi ai miei parenti per supplicarli di non accettare. Non sapevo esattamente di che tipo di operazione si trattasse, ma ne ero terrorizzato. I miei genitori finirono invece per dare il loro consenso, senza rendersi conto di quello che facevano”.

(Le Ragioni dell’Occidente, ottobre 2006)

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La prima legge che introduce la sterilizzazione per il miglioramento della razza è dello Stato dell’Indiana nel 1907. Seguiranno altri 24 Stati. Ad esempio nel 1922 la California eseguì 2558 “interventi”.
Su Josef Mengele qualcuno mi può gentilmente fornire della documentazione (relazioni scientifiche, pubblicazioni, documentazione fotografica, documenti d’archivio etc.) sulla sua attività ad Auschwitz – Birkenau? Mengele prese servizio nel maggio del 1943 nel settore nomadi di Auschwitz e vi rimase fino all’agosto 1944. Successivamente passò a Birkenau.
Ad oggi, a parte le contrastanti dichiarazioni di alcune persone che lavoravano ad Auschwitz e le testimonianze di alcuni sopravvissuti all’internamento, non sono riuscito a reperire nessun tipo di documentazione relativa a ciò che è stato attribuito a Mengele.

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Commenti:

La svezia fino alla scoperta dei giacimenti minerari nel Norrland è stato il paese più povero d’europa.
Nel censimento statiunitense del 1890 i cittadini svedesi negli stati uniti erano 800.000.
Tra fine ottocento e inizio novecento vi su un emigrazione di massa dalla svezia agli USA di 1.3 milioni di persone. L’emigrazione finì negli anni 20 grazie agli enormi giacimenti di ferro di Kiruna. Nel 1910 i cittadini svedesi negli USA erano 1.4 milioni che se comparati alla popolazione svedese nel medesimo anno, attestatasi su 5.5 milioni sono una proporzione allucinante.

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Ero al corrente di questi misfatti, che del resto, ebbero massicci esempi anche negli USA e nel Regno Unito, nei quali l’eugenetica era chiamta spesso sotto altri nomi.
Una mio cugina nata in america nel 1906, venne a trovarmi circa trent’anni or sono e parlando delle malformazioni dei neonati (mi confidò compiaciuta: “Il mio medico, mi detto: -Quando nasce un bimbo malformato, non gli facciamo superare il mese di vita…_ Sic! Quando le feci osservare che era un crimine orrendo, restò malissimo e ancor peggio quando le dissi che lei buona cattolica doveva ribellarsi a questa mentalità delittuosa.

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Molti crimini non vengono riconosciuti come tali al momento della loro attuazione.
Solo dopo alcuni decenni ce ne rendiamo conto tutti quanti.
Ciò indica che anche al giorno d’oggi commettiamo crimini orrendi di cui fra 20 anni ci vergogneremo. Questo lo dico per non sentirci evoluti e migliori di altri. Chissà quanti fra i nostri costumi saranno condannati fra 100 o 200 anni come noi facciamo contro chi schiavizzava, ecc.

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Un saggio di Luca Dotti denuncia una pratica sconvolgente e autoritaria. Promossa dai coniugi Myrdal, premi Nobel

Eugenetica, ombra scura sul modello svedese

Per quarant’ anni, nel quadro della socialdemocrazia, si sterilizzarono gli «esseri inferiori»

Ancora oggi siamo abituati a considerare il welfare state realizzato in Svezia dalla socialdemocrazia come una delle grandi, e più positive, esperienze politico-sociali del XX secolo. Ma che le cose non stessero interamente così, che il tanto magnificato «modello svedese» avesse anche qualche tratto oscuro, perfino qualche venatura autoritaria, venne fuori in realtà alla fine degli anni Novanta quando, quasi per caso, una ricercatrice svedese, Maija Runcis, fece una scoperta sconvolgente. Si rese conto che nella Svezia socialdemocratica, in cui nessuno – così, almeno, si era sempre sostenuto – doveva essere trascurato o lasciato indietro, erano state compiute dal 1935 al ‘ 75 (anno di abolizione della relativa legge) oltre 60 mila sterilizzazioni, per il 90-95 per cento riguardanti donne. Ed erano state compiute precisamente con l’ intento, insieme eugenetico ed economico-sociale, di eliminare la capacità riproduttiva delle persone «difettose», cioè degli esseri umani «di tipo B» (come scrivevano comunemente, negli anni Trenta e Quaranta, gli addetti alle scienze sociali e mediche), ciò che avrebbe permesso di utilizzare al meglio le risorse per garantire il benessere della popolazione sana, degli esseri umani «di tipo A». Di questo argomento si occupa Luca Dotti. Il merito principale del suo volume consiste nel mostrare come la politica di sterilizzazione non rappresentasse un incidente di percorso nella lunghissima vicenda dei governi socialdemocratici che furono ininterrottamente al potere dal 1932 al ‘ 76. Negli anni Trenta l’ eugenetica riscuoteva un certo successo in vari Paesi occidentali. Ma in Svezia la sua diffusione poteva giovarsi della paura che, da un lato, il calo demografico (effettivamente in atto), dall’ altro il temuto aumento degli individui «di scarsa qualità» avrebbero indebolito la salute, fisica e morale, della popolazione. L’ elemento probabilmente decisivo fu il fatto che preoccupazioni del genere vennero fatte proprie dalla socialdemocrazia una volta giunta al potere: la sua concezione di una «casa comune del popolo» (l’ equivalente svedese del welfare state) si dimostrò capace di riqualificare in senso economico-sociale la politica di eliminazione (attraverso la sterilizzazione) del materiale umano «di scarto», senza rinunciare del tutto alle vecchie argomentazioni di tipo biologico, fondate sull’ idea di una rigida trasmissione ereditaria delle (presunte) tare fisiche e morali degli individui. Come Dotti mette in rilievo, a favorire l’ affermazione della concezione socialdemocratica di un benessere sociale da creare anche attraverso la sterilizzazione concorrevano almeno altri due elementi. Da un lato, un certo rigorismo luterano, portato a considerare ogni segnale di disordine nel comportamento e nello stile di vita come una minaccia alla salute della collettività: nelle pratiche di sterilizzazione, la «volubilità sessuale» di una donna o la mancanza di pulizia nella casa erano considerate altrettanti segni di pericolosa asocialità. Dall’ altro, c’ era il diffondersi nell’ ambito delle scienze umane di un’ ideologia funzionalista che tendeva a concepire la politica sociale come l’ applicazione di misure algidamente oggettive, e poneva il benessere della società come nettamente prevalente su quello dei singoli individui. Furono i coniugi Gunnar e Alva Myrdal i massimi teorici di questo socialismo che attribuiva allo Stato e alla politica funzioni demiurgiche, affidandosi agli scienziati sociali e alle loro soluzioni indiscutibili, poiché queste si presentavano come il frutto del puro calcolo razionale. Economista (e a lungo capo del gruppo parlamentare socialdemocratico) lui, esperta di problemi della famiglia lei, i Myrdal furono anche insigniti del premio Nobel: il solo caso di coniugi premiati per due materie diverse e in due periodi differenti (i coniugi Curie, l’ unica altra coppia, avevano ricevuto entrambi il Nobel per la fisica). Nel 1934 un loro libro dedicato alla crisi demografica svedese non solo ebbe uno straordinario successo, ma svolse anche una funzione decisiva nell’ orientare la socialdemocrazia e l’ opinione pubblica verso misure tese a eliminare gli «individui superflui» così da evitare che la società sprecasse risorse a causa di persone giudicate irrecuperabili. I Myrdal, e un po’ tutti gli esperti socialdemocratici del tempo, criticarono non poco la legge sulla sterilizzazione del 1934 poiché essa autorizzava in realtà l’ intervento solo nel caso di malati di mente o comunque di individui incapaci di intendere e di volere. Sarebbe stato invece necessario, sostenevano, intervenire su tutta la massa di «sfaccendati», «asociali», «leggermente ritardati» che sfuggivano alle maglie della legge, sottraendosi così all’ ossessione purificatrice degli scienziati sociali e dei rappresentanti della professione medica. Un esponente socialdemocratico dichiarò: «Io penso che sia meglio esagerare che rischiare di avere una progenie inadatta e inferiore». Fu così che pochi anni dopo, nel 1941, una nuova legge introdusse la possibilità di sterilizzare una più ampia casistica di persone. La legge, per la verità, indicava chiaramente che chi risultava capace di intendere e di volere avrebbe dovuto sottoscrivere la richiesta di sterilizzazione. Ma la presenza della firma, argomenta convincentemente Dotti, non certificava di per sé la volontarietà. Esistevano infatti molte forme di pressione che medici e assistenti sociali potevano mettere in atto per convincere ad accettare l’ intervento: la possibilità di ricevere solo a quella condizione l’ assistenza contro la povertà, oppure la prospettiva di essere dimessi da un’ istituzione pubblica, nella quale si era costretti a soggiornare, solo dopo aver accettato l’ intervento di sterilizzazione. Quella raccontata da Dotti con precisione (anche se in una forma non sempre chiarissima) è una vicenda alla quale sono stati dedicati vari studi. E tuttavia su di essa spesso si preferisce sorvolare. Ad esempio, nella voluminosa e informatissima Enciclopedia della sinistra europea nel XX secolo (diretta da Aldo Agosti per gli Editori Riuniti), riguardo all’ opera dei coniugi Myrdal negli anni Trenta ci si limita sostanzialmente a scrivere che si batterono «a favore di ampi ed efficaci programmi di assistenza»; senza appunto menzionare la determinazione con cui quei programmi miravano anche a liberare la società dal peso del «materiale umano scadente». Si trattava, insomma, di programmi non privi nella pratica di risvolti autoritari, come era forse conseguenza inevitabile di un socialismo fortemente statalista, animato da una marcata diffidenza nei confronti della soggettività individuale. Quel socialismo si assegnava infatti il compito di intervenire dentro la sfera privata dei singoli. Non a caso Alva Myrdal partecipò alla progettazione di un modello abitativo di tipo collettivista, che puntava a regolare le aree più private della vita familiare, con la messa in comune di cucine, servizi e spazi per il tempo libero, nonché con la presenza di figure appositamente addette all’ alimentazione e all’ educazione dei bambini. In uno «slancio taylorista-totalitario», come lo definisce Dotti, il progetto arrivava a prescrivere quanto tempo ciascuno avrebbe dovuto impiegare nelle varie attività collegate alla vita domestica. Negli anni Settanta la modifica delle norme sulla sterilizzazione, sopravvissuta da allora nell’ ordinamento svedese soltanto come misura effettivamente volontaria, fu la conseguenza di decisivi mutamenti nel frattempo intervenuti entro l’ intera società riguardo al modo di concepire la malattia mentale e il disagio sociale. I malati, gli emarginati, in genere gli individui in difficoltà erano diventati soggetti da aiutare; non venivano più visti, dunque, come potenziali minacce che la società doveva neutralizzare attraverso la sterilizzazione. Si chiudeva così una esperienza che aveva mostrato quanto, anche nei regimi democratici, possa diventare pericolosa una politica che non si assegni dei limiti, che non dovrebbe essere lecito varcare neanche nella prospettiva, destinata a rivelarsi un’ illusione, di fare in tal modo il superiore interesse di tutta la società. Il saggio di Luca Dotti, «L’ utopia eugenetica del welfare state svedese (1934-1975)», è pubblicato da Rubbettino, pagine 325, euro 22 Una pubblicità della fine degli anni Trenta apparsa sul giornale svedese dei produttori di latte. Lo slogan dice: «L’ obiettivo è una razza più sana… diventiamo tutti uomini A!» La crisi demografica e una razza migliore I coniugi svedesi Gunnar e Alva Myrdal, entrambi premi Nobel (lui per l’ Economia nel ‘ 74 e lei per la Pace nell’ 82), furono autori di un libro sulla crisi demografica svedese che orientò la socialdemocrazia e l’ opinione pubblica verso l’ eugenetica

Belardelli Giovanni

Pagina 37
(3 marzo 2005) – Corriere della Sera

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“Lo psicologo, che intanto aveva letto la missiva del suo collega, mi disse che non potevo abortire. Gli chiesi perché e lui per tutta risposta mi comunicò che, se volevo abortire, avevo solo una possibilità: dovevo anche farmi sterilizzare”.

1. Eugenetica di welfare…

I paesi dell’area scandinava potevano vantare, agli inizi del Novecento, una delle principali comunità di eugenisti presenti nel panorama mondiale. Tra di essi lo svedese Lundborg, il cui attivismo aveva portato nel 1922 alla costituzione, a Uppsala, dell’Istituto svedese di Biologia Razziale, un’istituzione unica al mondo nel suo genere fino a quel momento, ed il norvegese Mjøen, a lungo massima autorità europea in materia di eugenetica. Le politiche di sterilizzazione, varate tra il 1929 ed il 1935 in Danimarca, Svezia, Norvegia e Finlandia, assumeranno negli anni successivi delle notevoli similitudini, a loro volta determinate dalla condivisione di un medesimo modello culturale, sociale ed economico. In tutti i casi si cercherà una legittimazione nelle congetture pseudoscientifiche sulla degenerazione, ma nella realtà saranno le ragioni del Welfare State a prevalere. Tra di essi, quello svedese è probabilmente il più eclatante, considerando il posto che questo paese ha occupato, nell’immaginario collettivo, in relazione a presunti archetipi di ‘progresso’ e ‘civiltà’.

Anche in Svezia il motivo della bonifica dagli elementi biologicamente tarati rimarrà in seguito ridondante nella propaganda eugenetica, ma il ricorso alle retoriche degli svedesi “di serie A” servirà da mero pretesto, mascherando un intervento repressivo di ordine socio-economico che teneva in considerazione, molto più che fattori razziali, un paradigma di “buona cittadinanza” plasmato nel rispetto di un’etica calvinista e puritana. Le pressioni esercitate in tal senso dall’ala riformatrice guidata da Gunnar ed Alva Myrdal furono decisive nel dare un taglio ‘socialdemocratico’ all’eugenetica svedese. Nel 1934 verrà varata la prima legge svedese per la sterilizzazione eugenetica, poi estesa nel 1941 a nuove categorie di marginali. L’obiettivo era di eliminare dal ciclo riproduttivo gli individui moralmente ed economicamente incapaci di assicurare ai propri figli un’educazione ‘appropriata’.

2. …eugenetica al femminile

La macchina sterilizzatoria svedese ebbe come suo principale, quasi esclusivo bersaglio, le donne. L’eccessiva prolificità venne stigmatizzata sia come deleteria per l’ethos collettivo, sia per il bilancio pubblico, prevedendo il Welfare-State un sistema di assegni di maternità. Delle oltre 60.000 sterilizzazioni effettuate in Svezia tra il 1934 ed il 1976, anno in cui la legge eugenetica venne definitivamente accantonata, circa il 95% riguardano donne. Risentire di uno stato depressivo, alzarsi tardi al mattino, avere amicizie maschili, parlare liberamente in pubblico della propria vita sessuale, seguire svogliatamente le lezioni scolastiche o le funzioni religiose, o semplicemente andare a ballare, divennero così tutti atteggiamenti potenzialmente destabilizzanti. Atteggiamenti da stigmatizzare e reprimere attraverso la sterilizzazione, la cui necessità veniva decretata da compiacenti diagnosi di “schizofrenia”, “devianza”, “irresponsabilità morale” di medici al servizio dell’organigramma normalizzatorio svedese.

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La legge eugenetica svedese del 18 maggio 1934

§1 Qualora si possa ritenere che qualcuno -sofferente di malattia mentale, minorazione mentale o altro squilibrio dell’attività mentale- sia per tale ragione incapace di assicurare la cura dei propri figli, o sia destinato a trasmettere ai suoi discendenti in base alla legge dell’ereditarietà tale malattia mentale o minorazione mentale, è possibile, secondo la presente legge, intraprendere la sterilizzazione, laddove questi -a causa delle sue disturbate funzioni mentali- sia permanentemente incapace di fornire un consenso valido all’intervento.

§2 La sterilizzazione, con l’eccezione dei casi stabiliti al punto 3, può essere compiuta esclusivamente su autorizzazione della direzione degli affari sanitari. Tale autorizzazione non può essere concessa senza che abbiano preventivamente avuto la possibilità di pronunciarsi:

– Il coniuge, se l’individuo candidato alla sterilizzazione è sposato;
– Chi esercita la patria potestà, se si tratta di un minore;
– Il tutore, nel caso in cui il paziente sia stato dichiarato incapace di intendere;
– Il medico o il responsabile dell’istituto presso il quale il paziente è ricoverato.

§3 Qualora due medici abilitati, previo consulto reciproco, ritengano che vi sia motivo di procedere alla sterilizzazione di un minorato mentale in base al punto 1, la sterilizzazione può essere portata a termine senza la autorizzazione della Direzione dei servizi sanitari.

(in COLLA P.S., La politica di sterilizzazione in Svezia 1934-1975, “Rivista di Storia Contemporanea”, 3, pp. 332-333, traduzione riadattata da Alessandro Berlini)

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Testimonianza di Karlsson, sterilizzata nel 1945

Mi chiamo Maj Britt Karlsson, ho 70 anni, sono divorziata e ho due figli. In realtà, subito dopo questi due figli, ero rimasta incinta una terza volta. Subito, però, mi resi conto che non era possibile. Come potevamo mettere al mondo un terzo figlio nella modesta situazione economica della nostra famiglia? La nostra casa era minuscola: due vani senza cucina. Nel lavabo dove lavavo i miei figli, lavavo anche piatti e indumenti. Non potevo proprio accettare un terzo figlio. Decisi di abortire. Il mio medico mi ascoltò e per tutta risposta mi disse che quel che dicevo non aveva senso, che non era possibile fare quanto chiedevo, che mi comportavo come una persona mentalmente instabile. Mi spedì con una lettera da uno psicologo al quale spiegai tutta la situazione chiedendo di poter abortire.
Lo psicologo, che intanto aveva letto la missiva del suo collega, mi disse che non potevo abortire. Gli chiesi perché e lui per tutta risposta mi comunicò che, se volevo abortire, avevo solo una possibilità: dovevo anche farmi sterilizzare. “Me lo ha scritto il suo medico”, concluse.
Dopo qualche giorno mi arrivò una lettera che affermava che avevo accettato di farmi sterilizzare. Andai in un ospedale vicino a Stoccolma. Arrivai alle 10 di mattina e mi assegnarono subito un letto. Arrivò un medico e mi chiese come mi sentivo. Gli risposi che ero depressa e arrabbiata perché, per poter abortire, mi veniva imposto anche di farmi sterilizzare. Lui mi disse che aveva letto la mia cartella clinica e che, formalmente, ero stata io a chiedere di essere sterilizzata. Montai su tutte le furie. Gli dissi che, in quell’occasione, volevo solo abortire ma che in seguito, se le cose fossero migliorate, avrei voluto altri figli. Altro che sterilizzazione…
Mi fecero degli esami. Mi trattavano come una bestia. Mi infilarono un ferro ancora caldo nella vagina, non so per quale ragione. Ero indolenzita, disperata. Un giorno, di punto in bianco, mi portarono in sala operatoria e mi diedero qualcosa per addormentarmi. Quando finì tutto mi trovai con un aborto alle spalle: ma ormai ero una donna a metà. Mi avevano sterilizzato. Avevo solo 26 anni.

(intervista a cura di Gianni Cirone, riadattata da Alessandro Berlini)

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News: Eugenetica

Inviato da Richard
mer 04 mar 2009, 19:04

Il Giornale OnlineDi Alessio Mannucci

Eugenetica, da EU (“buono”) e da GENOS (“razza, specie”).
Con il termine “eugenetica” si cerca di far passare il razzismo come “scienza” in nome del “miglioramento della specie umana”.
Il termine fu utilizzato per la prima volta nel 1883 da Francis Galton, psicologo inglese, sostenitore delle teorie evoluzioniste di suo cugino Charles Darwin che aveva scritto:

“Mentre tra i selvaggi i deboli di corpo sono prontamente eliminati, noi civilizzati facciamo ogni sforzo per arrestare il processo di eliminazione: costruiamo ospedali per gli idioti e gli infermi, emaniamo leggi per soccorrere i poveri”.
Galton, che considerava apertamente l’eugenetica una scienza politica, volta a salvaguardare le “classi più dotate”, sosteneva la regolamentazione dei matrimoni e delle nascite in base alle caratteristiche ereditabili dai genitori.

Il vero movimento eugenetico nacque e si sviluppò negli Stati Uniti in concomitanza con gli studi di Galton.
Fu emanata una legge che obbligava la sterilizzazione degli individui “deboli di mente” o in qualche altro modo “minorati”.
Furono emanate anche leggi di restrizione dell’immigrazione per proteggere “il puro ceppo americano”.

Nel 1930, 30 stati americani approvarono leggi sulla sterilizzazione.
Migliaia di cittadini colpevoli di omicidio, rapimento, furti (anche di galline), furono sterilizzati chirurgicamente.
Il presidente americano Theodore Roosevelt disse:

“Il primo dovere di ogni buon cittadino, uomo o donna, di giusta razza, è quello di lasciare la propria stirpe dopo di sé nel mondo; e non è di alcun vantaggio consentire la perpetuazione di cittadini di razza sbagliata.
Spero ardentemente che agli uomini disonesti sia impedita la procreazione”.

In Europa, all’inizio del 1900, la Francia e la Germania importarono ed applicarono il movimento eugenetico americano.
Ecco cosa diceva un ufficiale tedesco nel 1925:
“Quello che viene promosso dagli igienisti razziali non è per niente nuovo.
In una nazione colta e di prim’ordine, gli USA, alla quale noi ci sforziamo di somigliare, questo concetto venne introdotto molto tempo fa. È molto semplice e chiaro”.

Più tardi, fu Hitler stesso a riprendere il discorso di Roosevelt:
“Il mischiarsi delle razze superiori con quelle inferiori è chiaramente contro l’intento della natura e implica l’estinzione della razza superiore ariana.
Ogni qualvolta il sangue ariano è stato mischiato con quello di persone inferiori, il risultato è stato quello di eliminare coloro i quali sono portatori della cultura”.

Questo “pensiero eugenetico” non scomparì dopo la fine della seconda guerra mondiale.
In Svizzera, fino a pochi anni fa, molte persone, uomini e donne, sono state sterilizzate chirurgicamente, specialmente nelle cliniche psichiatriche, sia che fossero sane o meno.

La “nuova eugenetica”, basata sulle biotecnologie, cerca oggi di creare in laboratorio il “nuovo Adamo” partendo dalla manipolazione genetica fino al “transgenismo” con DNA animale.
Gli obiettivi sono sempre gli stessi: il presunto perfezionamento della razza umana, così come lo intendevano i nazisti sia americani che europei.

Nell’agosto del 1932 si tenne a NewYork il “Terzo Congresso Internazionale di Eugenetica”.
Sede dell’evento fu il Museo di Storia Naturale, trasformato per l’occasione in una sfarzosa esposizione dei “progressi dell’eugenetica”.
Numerose vetrine illuminate esibivano per lo più teschi di “razze inferiori”.

Il presidente del Museo, lo zoologo Henry Fairfield Osborne, spiegò che la crisi mondiale non era dovuta al crack di Wall Street del 1929 bensì dalla sovrapproduzione e dalla sovrappopolazione.
E proponeva come rimedio “un umano controllo delle nascite”.

Per l’inglese Sir Bernard Mallet, presidente della “British Eugenics Society”, la colpa era dei “pazzi, epilettici, poveri, criminali, barboni, alcolizzati, prostitute”. Di cui occorreva “limitare la fertilità”.

Il demografo americano W.A.Pecker riferì su “lo sforzo dello Stato della Virginia per preservare la Purezza Razziale”
(dal 1924 era in vigore la legge federale “Immigration Restriction Act” che limitava l’immigrazione su basi razziali.
Nel 1935, il totale delle sterilizzazioni eseguite in America giunse a 21.539, di cui la metà in California, come ha scoperto l’epistemologo francese Pierre Thuillier “La Tentation de l’eugénisme”, su “La Recherche”, maggio 1984).

STATO RAZZIALE

Charles Davenport, presidente della “Società Eugenetica” britannica, aveva aperto il Congresso con una profezia:
“Attraverso gli studi genetici, possiamo aprire la strada al superuomo e al superstato”.
“Rassenygiene”, è la traduzione tedesca di “eugenics”, la nuova scienza inventata in Inghilterra e giunta al trionfo al di là dell’Atlantico.

Elemento centrale del programma nazista fu la costruzione di uno “Stato Razziale” sul modello di quello eugenetico proposto dagli Stati Uniti.
“La questione negra” – scrive Rosenberg nel 1937 – “è negli Usa al vertice di tutte le questioni decisive”; se “l’assurdo principio dell’uguaglianza” era stato cancellato per i neri, perché non trarre “le necessarie conseguenze anche per i gialli e gli ebrei?”.

Rosenberg esprime la sua ammirazione per l’autore americano Lothrop Stoddard, cui spetta il merito di aver per primo coniato il termine “Untermensch” (la massa di “selvaggi e semi selvaggi”, “incapaci di civiltà”).
Secondo Stoddard, negli Usa, come in tutto il mondo, è necessario difendere la “supremazia bianca” contro “la marea montante dei popoli di colore”.

Elogiato, prima ancora che da Rosenberg, già da due presidenti statunitensi (Harding e Hoover), Stoddard viene ricevuto con tutti gli onori a Berlino dove incontra gli esponenti più illustri dell’eugenetica nazista e i più alti gerarchi del regime, compreso Adolf Hitler.

Ernst Ruedin, psichiatra svizzero, dirigeva allora l’“Istituto Kaiser Wilhelm per l’Antropologia, l’Eugenetica e l’Eredità Umana di Monaco di Baviera”, il centro propulsore della “scienza razziale” nazista, che nel 1928 ricevette un ingente finanziamento dalla “Fondazione Rockefeller”.

Ruedin sarà in seguito nominato presidente della “Società per l’Igiene Razziale” voluta dal “gruppo di studio sull’eredità” presieduto da Himmler che elaborò i testi delle leggi naziste sulla sterilizzazione.
Tra i collaboratori di Ruedin si mette in luce il medico e antropologo Joseph Mengele, tristemente noto come l’“Angelo della Morte”.

CRIMINI EUGENETICI

Dal 1935 al 1996, la Svezia negò il diritto di riprodursi a circa 230mila persone (90% donne), nel quadro di un programma basato su teorie eugenetichee per ragioni “di igiene sociale e razziale” (1).
La denuncia era arrivata dal rapporto di una commissione di inchiesta guidata dal professor Carl-Gustaf Andren dopo quattro anni di indagini al Ministero degli Affari Sociali di Stoccolma “Lars Engqvist”.

Le leggi del 1934 e del 1941 furono votate con il consenso generale di tutti i partiti politici.
Di questo rapporto aveva già parlato, alla fine dell’agosto del 1997, il Corriere della Sera (2) riprendendole dal quotidiano liberale svedese “Dagens Nyheter”.
Il professor Andren rivela nel rapporto che l’eugenismo svedese – con tanto di istituti preposti a tale scopo – è proseguito fino al ’96.

Si parla inoltre di simili fatti avvenuti anche in Danimarca, Norvegia, Finlandia, Austria, Svizzera, Canada e Stati Uniti d’America.
Rispetto l’eugenetica nazista, a muovere gli scandinavi sarebbero state soprattutto motivazioni di carattere economico: si mirava a ridurre il rischio di produrre cittadini “non sani” che potessero in futuro gravare sulla società.

(1) Cfr. Stefania Di Lellis, Sterili per ragion di Stato 230mila vittime in Svezia, in la Repubblica, 30-3-2000
(2) Cfr. Francesco S. Alonzo, Svezia, sterilizzazioni per la razza, in Corriere della Sera, 25-8-1997

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Pubblicato in data 24/feb/2013

Alla base dell’ideologia nazionalista sta il “mito del sangue”, cioè la convinzione che solo la razza indoeuropea, o ariana, di cui il popolo tedesco sarebbe la più pura espressione, sia in grado di tramandare la civiltà e, quindi, abbia il diritto di guidare i destini dei popoli. Questa tematica non è nata con Hitler, ma era già diffusa fin dall’Ottocento. Il pensiero romantico aveva esaltato i valori della nazione e del popolo-razza, il Volk; la filologia, evidenziando che le lingue dei popoli indiani e europei derivano da un antichissimo idioma comune, l’indoeuropeo, accreditò il mito di una stirpe primordiale da cui sarebbero derivate le civiltà ariane della storia: da quella persiana, alla greca, alla latina, a quella del Medioevo germanico. In seguito le dottrine del francese Arthur de Gobineau, che nel suo “Saggio sull’ineguaglianza delle razze umane” aveva teorizzato la superiorità dei bianchi, avevano trovato sostegno nel Positivismo. Mentre biologi e antropologi esaminavano le differenze fra le varie etnie, analizzando i gruppi sanguigni e la conformazione dei crani, le dottrine del darwinismo sociale, spostando la teoria evoluzionista della lotta per la vita dal terreno animale alla storia umana, cercavano di giustificare il predominio dei colonizzatori bianchi su tutti i popoli del mondo. Prima della grande guerra si era registrata una significativa diffusione delle dottrine razziste in paesi come la Germania, la Francia, l’Inghilterra e gli stessi Stati Uniti, dove queste teorie ispirano nel dopoguerra la legislazione relativa all’immigrazione, che limita l’ingresso di emigranti dai Paesi meridionali e latini, favorendo invece l’ingresso di manodopera proveniente da Paesi nordici.
Secondo Hans F.K. Günther l’ariano era originario delle regioni meridionali della Scandinavia o della Germania settentrionale, o almeno le caratteristiche razziali originarie si sono mantenute particolarmente pure in tali regioni.
Alfred Rosenberg fu molto efficace nel diffondere le teorie ariane di supremazia tra gli intellettuali tedeschi nell’inizio del XX secolo, particolarmente dopo la Prima guerra mondiale.
Nell’estrema ricerca della purezza della razza fu varato un ampio programma di eugenetica (sterilizzazione obbligatoria dei malati mentali e mentalmente carenti), eutanasia (uccisione dei disabili, fisici e psichici, istituzionalizzata con il programma Aktion T4), genocidio (principalmente degli ebrei e degli zingari) e omicidio di massa (degli omosessuali, dei cosiddetti “antisociali” e degli oppositori del regime).

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Vivere in Svezia

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Il sogno e la crisi – Welfare svedese e italiano a confronto

02/04/2008 – Due modelli differenti, quello italiano e quello scandinavo. Dai risultati diametralmente opposti. Entrambi oggi in crisi per motivi diversi, ed entrambi bisognosi di riforme. Ma mentre il Nord Europa è pronto al cambiamento, il Belpaese è ancora molto indietro. Björn

di Fabristol

Due modelli differenti, quello italiano e quello scandinavo. Dai risultati diametralmente opposti. Entrambi oggi in crisi per motivi diversi, ed entrambi bisognosi di riforme. Ma mentre il Nord Europa è pronto al cambiamento, il Belpaese è ancora molto indietro.

Björn Gustavsson nasce nel 1981, lo stesso anno di Marco Rossi. Björn invece a Stoccolma, in Svezia. Marco a Roma, Italia. Björn comincia la sua carriera scolastica in uno dei paesi con livelli d’istruzione più efficienti ed alti al mondo (la Svezia investe in istruzione lo 7,5% del PIL). La sua famiglia dall’asilo fino all’università non dovrà pagare alcuna tassa per il suo diritto allo studio, perché lì l’istruzione è gratuita. Marco nasce in una nazione che vanta livelli di istruzione e di innovazione tecnologica tra i più bassi in Europa (meno del 5% del PIL è investito in istruzione, ovvero meno della media europea) nonché percentuali di analfabetismo del 12% (Unla, 2005). Marco paga le tasse per l’istruzione allo stato, i libri, nonché – a seconda delle scuole – una sovratassa definita “di contributo scolastico”.

IL MONDO DEL LAVORO – Dall’asilo all’Università. Björn riceve dallo stato svedese un assegno mensile per sei anni (2492 corone svedesi, circa 270 euro) che gli permette di coprire circa il 30% delle sue spese, anche se risulta uno studente universitario part-time. Potrà incrementare fino a 7,259 corone svedesi, circa 770 euro, se chiederà un prestito d’onore. Questi soldi dovrà rimborsarli in futuro allo Stato, il quale chiederà un 4% di interesse annuo. Questo gli permette di andare via da casa intorno ai 17-18 anni, in genere in un monolocale o casa dello studente a prezzi ovviamente vantaggiosi. Marco, una volta laureato e trovato un lavoro, se ne andrà di casa tra i 30-32 anni. Alla fine della sua carriera scolastica ed universitaria potrà dire di aver vissuto alle spalle della propria famiglia per 30 anni della sua vita. Björn una volta laureato (intorno ai 24 anni), se non riesce a trovare lavoro va allo IAF (Ufficio per la disoccupazione) e riceverà 320 SEK al giorno (circa 35 euro) fino a quando non troverà un lavoro. Ma dovrà dimostrare di cercarlo continuamente, altrimenti gli verrà negato l’assegno. Marco trova lavoro dopo alcuni anni di ricerca e di lavoretti saltuari e provvisori tramite la conoscenza di un amico di famiglia. Björn dopo aver lavorato tutta la sua vita intorno tra i 61 e i 67 anni deciderà di andare in pensione. La sua pensione dipenderà dalla quantità di contributi versati nella sua vita lavorativa (il 18,5% del suo stipendio verrà utilizzato per la sua pensione). Verranno inseriti anche gli anni di università e i giorni di malattia.

CONFRONTO IMPIETOSO? – In questo parallelismo tra la vita di uno svedese ed un italiano ci rendiamo conto delle differenze lampanti tra i due stati. Björn è figlio del più efficiente womb-to-tomb system al mondo (letteralmente dall’utero alla tomba). Uno Stato madre che organizza e aiuta i propri figli-cittadini, e rappresenta il più grande datore di lavoro della nazione. Una Svezia che è fiera di definirsi socialdemocrazia, che è rimasta come un faro ed un modello per tutti i partici socialisti europei.

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NOTIZIE UN PO’ DIVERSE DAL PARADISO DEL WELFARE

Published by on 15 marzo 2012

DI ROBERTA*

La Svezia fa nascere discussioni molto vivaci tra chi pensa che sia una nazione stupenda, chi pensa che sia l’opposto e tutti quelli che si trovano più o meno a metà strada.

Oggi Roberta condivide la sua visione sui motivi per non vivere in Svezia.

Vorrei sfatare alcuni miti sulla Scandinavia. Io abito in Svezia da un paio d’anni e sono capitata qua per caso (amore) ma sono stanca di incontrare italiani che vengono qua con il mito della Svezia total Welfare.

Ragazzi, svegliatevi, i tempi sono cambiati, la crisi c’è pure qui solo che non ne parlano.

1 ) Il clima. Siete sicuri di voler passare diversi mesi all’anno in un clima freddo e ventoso (anche d’estate?). Pensateci. Fino a quando siete in Italia non ve ne rendete conto, ma il clima italiano è uno dei migliori al mondo.

2 ) Concetti svedesi: Jantelagen e lagom. Concetti socialdemocratici che appiattiscono l’individualità delle persone.

3 ) Razzismo contro gli stranieri. Una triste realtà, soprattutto se non siete di colori chiari.

4 ) Niente borse di studio per gli studenti EU e zero lavoretti. I lavoretti ci sono ma li tengono per i ragazzi svedesi. Hanno chiuso pure la possibilità agli extra-EU di studiare all’università con tasse più alte che in America.

5 ) Freddezza svedese. Fare amicizia con uno svedese è difficile. Magari vorranno fare conoscenza per curiositá, mentre sarete in Erasmus, tanto prima o poi ve ne andrete…

6 ) Difficoltà nel trovare lavoro – protezionismo svedese. Il lavoro si trova solo in casi particolari e in campi in cui il Paese ha particolarmente bisogno: medici, ingegneri, IT. Bisogna però dire che gli ingegneri se non formati alla scuola locale vengono messi a svolgere lavori di minor conto per ”svedesizzarli”.

7 ) Lingua – difficile impararla bene, ci vogliono anni, soprattutto per acquisire un accento decente. Un accento sbagliato vi penalizzerà, inserendovi in automatico nella lista degli ”stranieri”. Senza conoscenza della lingua non si trova lavoro (a parte alcune eccezioni). Infine, nei corsi di lingua nessuno vi insegnerà la pronuncia esatta.

8 ) Welfare in decadenza. Gli svedesi il welfare se lo vogliono tenere per loro! Recentemente Reinfeldt ha proposto la possibilità di poter lavorare fino volontariamente ai 75 anni. Proposta di cui nessuno è entusiasta perché sospettano che il governo voglia innalzare l’etá pensionabile (al momento fissata a 67).

9 ) Tasse. Anche se le abbassano le aumentano da altre parti!

10) Sistema sanitario organizzato bene ma medici di bassa qualità, a parte pochi specialisti (ai quali si accede dopo una trafila). Meglio i dentisti ma bisogna essere svedesi per accedervi senza pagare cifre alte (120 € per estrarre un dente, 150 dal dentista d’emergenza). Infine impossibile andare dal medico privato senza avere un determinato reddito, non si viene accettati.

11) Un altro dato da non sottovalutare, soprattutto per i maschietti italici che credono di venire qua a fare conquiste: le ragazze non vi calcoleranno. Sarete una parentesi piacevole, una novità, poi tornerano dallo svedese (che possono comandare a bacchetta quanto pare a loro). Inoltre dopo i 25 la leggendaria bellezza svanisce (ingrassano ecc.),

12) Il problema degli alloggi a Stoccolma (ma pure in altre città svedesi). Io, ad esempio, sono in fila da due anni e anziché diminuire i giorni di attesa sono aumentati (!). Idem per quanto riguarda trovare un appartamento: gli svedesi iscrivono i figli praticamente da appena nati perché in certe zone ci vogliono 20 anni e non si può scegliere l’appartamento che si vuole – te lo danno loro.

Infine anche l’acquisto di un appartamento risulta difficile in città se non disponi di un salario più che alto, soprattutto a Stoccolma. I prezzi della case sono inferiori all’Italia ma non molto se conti che poi devi, oltre ad aver pagato la casa, anche pagare il diritto ad abitarvi.

* Link all’originale: http://www.italiansinfuga.com/2012/02/09/dodici-motivi-per-non-vivere-in-svezia/

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Il Welfare svedese compie 100 anni

12 aprile 2013

È passato un secolo da quando la Svezia ha introdotto per la prima volta, nel 1913, il sistema pensionistico pubblico, primo passo di una politica del welfare che è diventata un modello ammirato e rispettato in tutto il mondo. Al momento dell’introduzione l’età pensionabile era di 67 anni, con un’aspettativa di vita di 59 anni. Il sistema pensionistico stabilito entrato in vigore negli anni ’90 è stabile ancora oggi, ma c’è il rischio di creare una forte disuguaglianza tra chi lavora e chi prende la pensione. A causa del cambiamento delle condizioni sociali, la commissione per le pensioni, costituita dai rappresentati dei quattro partiti al Governo e dei Socialdemocratici, intende rivedere l’età pensionabile, il sistema pensionistico e i fondi pensione. La commissione presenterà una proposta di riforma il prossimo 30 aprile in cui saranno evidenziati gli ostacoli da superare e le misure da prendere per alzare l’età pensionabile, le modifiche alle regole per i fondi e una revisione del sistema pensionistico.
Leggi l’articolo completo (in svedese)

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QUEL WELFARE SVEDESE MALATO DI EUGENETICA

Il bellissimo “Ausmerzen”, scritto e recitato magistralmente dall’attore e autore Marco Paolini, mercoledì scorso su La7, ha raccontato al pubblico televisivo italiano che cosa è stata l’eugenetica nazista. Molti, ma non tutti, sanno che il progetto eugenetico ha avuto una sua versione socialdemocratica e svedese, con effetti perduranti fino alla metà degli anni Settanta.
Il mito della pulizia demografica, del miglioramento della popolazione, del raggiungimento del benessere della collettività attraverso interventi di sterilizzazione su esseri umani “difettosi” – che avrebbero rischiato di riprodurre vite non degne di essere vissute – ebbe come convinti alfieri Alva e Gunnar Myrdal. Coniugi, entrambi insigniti del premio Nobel (la prima, nel 1982, per la Pace, il secondo, nel 1974, per l’Economia), i Myrdal considerarono le politiche eugenetiche un corollario necessario della loro concezione di Welfare State. E leggi ispirate dalle loro teorie, tra 1934 e il 1975, portarono nella civilissima Svezia a più di sessantamila sterilizzazioni, in larga parte imposte. Destinatarie, nella quasi totalità, furono donne “devianti”: deboli di mente, alcolizzate, prostitute. Quella lunga e oscurissima pagina della recente storia svedese è ben raccontata in un libro uscito qualche anno fa, intitolato “L’utopia eugenetica del welfare state svedese (1934-1975)”, scritto da Luca Dotti e pubblicato da Rubbettino. Vi è riportato questo brano, nel quale i Myrdal danno un perfetto saggio della loro filosofia di bonifica demografica: “Una ragione di più per una politica di sterilizzazione condotta senza eccessivi riguardi risulta dal fatto che proprio le menomazioni mentali ereditarie si ritrovano spesso tra persone non ricoverate negli istituti, e che quindi hanno a disposizione una libertà di riprodursi non regolata né dalla razionalità, né dalla società…”. Covano mostri spaventosi, in certe avanguardie dedite al culto della razionalizzazione e della scienza.

Nicoletta Tiliacos da Più Voce

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Nella democraticissima Svezia, è legale l’aborto selettivo

L’ABORTO SELETTIVO. CONSUMO, NORMA E BUONSENSO
In Svezia una donna ha abortito tre volte perchè voleva un maschietto. Ma qual è lo spirito della legge?

(1 Giugno 2009) – L’esistenza di una coscienza morale – di solito riconosciuta dall’uomo di ogni razza e religione – potrebbe anche non bastare se si decide di intervenire giuridicamente nei confronti di un qualsiasi nascituro, espropriandolo del diritto alla vita!

In Svezia, già dal 1938 è possibile interrompere una gravidanza. Un’ulteriore legge, però, ha recentemente stabilito la possibilità di praticare l’aborto selettivo in base al sesso del bambino.

Se esiste una legge è certamente possibile appellarsi ad essa, senza correre il rischio dell’illegalità, ignorando qualsiasi criterio di coscienza morale, indipendentemente dal fatto che possa considerarsi “giusta”.

Proprio nel Paese scandinavo, in questi giorni, una donna ha seguito alla lettera la legge! Mamma già di due bambine ha voluto verificare il sesso del nascituro, relativamente alla sua terza gravidanza, sottoponendosi anche all’esame dell’amniocentesi, sperando che potesse trattarsi di un maschietto. Non avendo potuto soddisfare tale desiderio (poiché l’esito dell’esame aveva preannunciato la nascita di una femminuccia) la donna ha deciso di abortire. In realtà, la donna aveva precedentemente abortito (dichiarandolo apertamente ai medici) per ben due volte, sempre per lo stesso motivo: “voleva” un maschietto!

I medici, rivolgendosi alla Commissione nazionale della salute e del welfare, hanno cercato di capire fino a che punto può essere lecito da parte del genitore operare delle pressioni per conoscere il sesso del bambino. La risposta – neanche a dirlo – ha seguito i dettami della legge secondo la quale l’interruzione della gravidanza fino alla 18esima settimana è un diritto della donna, anche per quanto riguarda il sesso del nascituro.

Più del 25% delle gravidanze in Svezia si concludono con un aborto. Con l’introduzione della cosiddetta “pillola del giorno dopo” la percentuale degli aborti è poi aumentata del 17%. Quindi la laicità delle indicazioni ha lasciato per strada la sensibilizzazione sul tema, in particolare delle giovani donne.

Si rimane senza parole di fronte allo scenario di morte che si profila con l’aborto selettivo, fondato semplicemente sul sesso del nascituro, sui desideri spiccioli che considerano l’identità sessuale un mero dato, una merce come le altre, alla stregua addirittura di una eventuale malattia genetica.

Ma “Un figlio non è un dente cariato. Non lo si può estirpare come un dente e buttarlo nella pattumiera, tra il cotone sporco e le garze. Un figlio è una persona, e la vita di una persona è un continuum dall’attimo in cui viene concepita al momento in cui muore.” (dalla Lettera a un bambino mai nato di O. Fallaci)

http://www.medeu.it/notizia.php?tid=1139

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Nuovo Ordine Mondiale, Transumanesimo, Controllo delle Popolazioni

L’utopia eugenetica del welfare state svedese (1934-1975). Il programma socialdemocratico di sterilizzazione, aborto e castrazione

Soveria Mannelli (Cz), Rubbettino, pp. 325, euro 22,00

Il programma statale di sterilizzazione vigente in Svezia per quarant’anni e che interessò 62.888 persone, è un caso di studio cruciale per la comprensione del successo dell’idea eugenetica nella prima metà del XX secolo. Cruciale perché la legislazione fu approntata da un governo socialdemocratico, quello guidato da Per Albin Hansson, che nel 1932 aprì la strada a una lunghissima egemonia politica del Partito Socialdemocratico svedese. Cruciale anche perché il programma rimase tranquillamente in vigore fino al 1975, quando una nuova legge disciplinò la sterilizzazione in modo rigorosamente volontario e con finalità medico-contraccettive piuttosto che eugenetico-sociali. In Italia era già disponibile sul tema un saggio di P. Colla (Carocci, 2000). Il libro di Luca Dotti, che presenta i risultati della sua tesi di laurea, aggiunge un maggiore dettaglio nella ricostruzione dei diversi passaggi legislativi e un’interessante appendice documentaria. La normativa sulla sterilizzazione (e quella, profondamente interconnessa, che nel 1938 autorizza l’aborto per ragioni mediche, eugenetiche e sociali, e nel 1944 la castrazione per i colpevoli di reati sessuali) è interpretata alla luce di alcuni fattori culturali di lungo corso. Da un lato la tradizione religiosa luterana, con l’ansia di moralizzazione della vita pubblica e privata e il severo stigma che la comunità imprime ai trasgressori delle norme (i pericolosi ?asociali? di tanta retorica eugenetica). Dall’altro lato, la mistica nazionalpopolare del Folk che, in sintonia con quanto avviene in Germania nella stessa epoca, alimenta una rappresentazione in chiave biologico-razziale dell’identità nazionale. La svolta cruciale, però, si colloca all’alba dei fatidici anni Trenta, quando entrambi questi elementi sono assunti nel bagaglio ideologico della socialdemocrazia al potere, aggiornati alla luce del peso crescente assunto dallo Stato nel governo della crisi economica e del successo dei miti tecnocratici del funzionalismo. Il progetto di una Folkhemmet (casa del popolo) solidale e di un’assistenza statale universale su cui si incardina il “modello svedese” di welfare ha, infatti, come corollario inquietante l’utopia, coltivata da esperti e teorici di politica sociale (fra cui spiccano i nomi dei premi Nobel Gunnar e Alva Myrdal), di una pianificazione e ?razionalizzazione? integrale della vita collettiva che si estenda agli aspetti più intimi della sfera domestica. Con il risultato che ai soggetti refrattari all’utopia, ai “tipi umani B” (madri singole in difficoltà, padri alcolisti, piccoli teppisti recidivi, vagabondi, stranieri indesiderati, ecc.), si proponga o, spesso, si imponga col gioco sottile dei ricatti e dei condizionamenti, una soluzione al proprio stato di ?improduttività? sociale che passi anche attraverso il sacrificio della capacità di generare. Un insieme di riflessioni stimolanti alle quali avrebbe senz’altro giovato, insieme a minori concessioni al registro dell’indignazione politicamente corretta, una maggiore cura stilistica del testo e delle traduzioni.

Claudia Mantovani

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L’aborto selettivo. Consumo, norma e buonsenso

26 marzo 2013

aborto selettivo_Svezia_sesso del nascituro

In Svezia una donna ha abortito tre volte perchè voleva un maschietto. Ma qual è lo spirito della legge?

L’esistenza di una coscienza morale – di solito riconosciuta dall’uomo di ogni razza e religione – potrebbe anche non bastare se si decide di intervenire giuridicamente nei confronti di un qualsiasi nascituro, espropriandolo del diritto alla vita!

In Svezia, già dal 1938 è possibile interrompere una gravidanza. Un’ulteriore legge, però, ha recentemente stabilito la possibilità di praticare l’aborto selettivo in base al sesso del bambino.

Se esiste una legge è certamente possibile appellarsi ad essa, senza correre il rischio dell’illegalità, ignorando qualsiasi criterio di coscienza morale, indipendentemente dal fatto che possa considerarsi “giusta”.

Proprio nel Paese scandinavo, in questi giorni, una donna ha seguito alla lettera la legge! Mamma già di due bambine ha voluto verificare il sesso del nascituro, relativamente alla sua terza gravidanza, sottoponendosi anche all’esame dell’amniocentesi, sperando che potesse trattarsi di un maschietto. Non avendo potuto soddisfare tale desiderio (poiché l’esito dell’esame aveva preannunciato la nascita di una femminuccia) la donna ha deciso di abortire. In realtà, la donna aveva precedentemente abortito (dichiarandolo apertamente ai medici) per ben due volte, sempre per lo stesso motivo: “voleva” un maschietto!

I medici, rivolgendosi alla Commissione nazionale della salute e del welfare, hanno cercato di capire fino a che punto può essere lecito da parte del genitore operare delle pressioni per conoscere il sesso del bambino. La risposta – neanche a dirlo – ha seguito i dettami della legge secondo la quale l’interruzione della gravidanza fino alla 18esima settimana è un diritto della donna, anche per quanto riguarda il sesso del nascituro.

Più del 25% delle gravidanze in Svezia si concludono con un aborto. Con l’introduzione della cosiddetta “pillola del giorno dopo” la percentuale degli aborti è poi aumentata del 17%. Quindi la laicità delle indicazioni ha lasciato per strada la sensibilizzazione sul tema, in particolare delle giovani donne.

Si rimane senza parole di fronte allo scenario di morte che si profila con l’aborto selettivo, fondato semplicemente sul sesso del nascituro, sui desideri spiccioli che considerano l’identità sessuale un mero dato, una merce come le altre, alla stregua addirittura di una eventuale malattia genetica.

Ma “Un figlio non è un dente cariato. Non lo si può estirpare come un dente e buttarlo nella pattumiera, tra il cotone sporco e le garze. Un figlio è una persona, e la vita di una persona è un continuum dall’attimo in cui viene concepita al momento in cui muore.” (dalla Lettera a un bambino mai nato di O. Fallaci)

di Michelangelo Nasca

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Nuova frontiera della xenofilia in Svezia

marzo 3, 2013

SVEZIA – La coperta comincia a diventare corta anche nella ricca Svezia e molti comuni presi d’assalto da “profughi” di ogni tipo devono scegliere se aiutare gli immigrati, piuttosto che i pensionati locali.
La municipalità di Harjedalen ha deciso di fare da apripista e ha decretato che sacrificherà i propri anziani in favore dei giovani immigrati arabi che stanno ripopolando la zona. Da domani pane, burro, latte e altri generi di prima necessità che finora erano gratuiti negli ospizi e a domicilio degli anziani indigenti, saranno a pagamento.[…]
Raccontano i giornali locali, “la priorità sono i flussi di migranti” cui occorre dare alloggi (spesso nuovi) e sussidi.
La “sinistra” che governa Harjedalen definisce tale scelta come “un investimento sul futuro” e spiega che adesso i nuovi arrivati dalle “primavere arabe” sono un costo, ma presto si renderanno utili perché in una società che invecchia queste giovani reclute andranno a lavorare e pagheranno le tasse che serviranno a pagare le pensioni dei “vecchi” svedesi.

Incommentabile; i paesi nordici si ostinano a volerci sorprendere con la loro inesorabile decadenza.
Non basta più la “discriminazione positiva”, né bastano i soldi pubblici sperperati da Stato, comuni ed enti previdenziali per sostenere gli immigrati. Adesso, per assicurare tali privilegi ai “fratelli migranti”, si tolgono direttamente le tutele ancora concesse agli autoctoni.

E per giustificare questi atti di puro masochismo xenofilo, vengono offerte le solite vacue argomentazioni. L’idea che bisogna aprire le porte all’immigrazione per dare fiato a uno stato sociale, messo in crisi dalla carenza di natalità, è illogica, e nei fatti priva di riscontro. Premesso che tale concetto nasconde l’idea che si possano sostituire europei con immigrati come nulla fosse ( e ciò è assurdo e privo di senso), non si può non ricordare che anche gli immigrati invecchiano, e avranno a quel punto anche loro diritto alla pensione.
Ergo, per poter assicurare un reale vantaggio nel sistema pensionistico, vi dovrebbe essere un continuo arrivo di enormi masse d”immigrati. Secondo uno studio dell’Onu [nbnote]http://en.wikipedia.org/wiki/Reflections_on_the_Revolution_In_Europe[/nbnote], per mantenere in questo modo un livello di welfare paragonabile a quello che nel 1.900 è andato sviluppandosi in Europa, nei prossimi decenni, dovrebbero approdare, nei territori Ue, qualcosa come 700.000.000 di immigrati!

Probabilmente anche uno come Bersani, capirebbe che tale numero avrebbe effetti negativi che supererebbero un po’ ( giusto un po’), la risoluzione del problema pensioni.

Inoltre, gli immigrati, anche se lavorano e non sono totalmente sostentati dalla “tettarella europea”, comunque mettono a dura prova il welfare, per via di lavori poco qualificati e famiglie numerose, in via diretta; e in via indiretta, perché quei lavori poco qualificati e retribuiti ( che siano dipendenti da altri immigrati, da imprese autoctone, o da grandi multinazionali) favoriscono la disoccupazione, e dunque il maggiore ricorso a tutele sociali da parte degli autoctoni.[nbnote]A tutto ciò, per quanto riguarda i paesi nordici, va aggiunto la pura assurdità per cui i sussidi sociali vengono dati anche al primo arrivato, che non ha mai versato nulla. Difatti, storicamente gli immigrati sono richiamati in tali paesi, anzitutto per il welfare “generoso”; e continuare su questa via, togliendo addirittura agli autoctoni per assicurare la paghetta al “migrante”, attirerà sempre più individui parassitari il welfare ( per fare un esempio Danimarca, il 5% di extracomunitari, percepisce il 40% dei sussidi, altro che “pagare le pensioni”). L’atto descritto nell’articolo è un suicidio in piena regola.[/nbnote]

Ovviamente, per i vari Riccardi d’Italia, decisioni come questa svedese, sono un modello da prendere come riferimento. Ma per noi, un paese che toglie tutele a chi quel paese ha aiutato a sostenersi, per dare al primo arrivato, è un paese malato; e i paesi malati si prendono si come esempio, ma come esempio di ciò che non si deve fare

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In Svezia va in fiamme il modello multiculturale

di Federico Cenci

Per il sesto giorno consecutivo, i fuochi delle periferie riscaldano la gelida Svezia. E illuminano al contempo le gesta di centinaia di giovani immigrati che provocano scontri e violenze. Mentre le forze dell’ordine, ormai quasi impotenti rispetto a tale putiferio, chiedono altri rinforzi, il governo moderato di Fredrik Reinfeldt brancola nel buio e prova goffamente a minimizzare la portata degli eventi.

Tutto è iniziato lo scorso 13 maggio, dopo l’uccisione di un uomo armato di coltello da parte della polizia. L’episodio è valso come un detonatore di reazioni forti, con incendi, saccheggi, atti di sciacallaggio. I primi a riversarsi in strada sono stati gli abitanti del quartiere popolare di Husby, distretto settentrionale di Stoccolma, 11mila abitanti di cui l’80% immigrati, provenienti prevalentemente da Turchia e Somalia, ma anche da Siria, Libano e Iraq. Nel corso dei giorni, tuttavia, i disordini si sono estesi anche in altre borgate, coinvolgendone finora almeno 15, come riportano alcuni media locali. Venerdì notte le violenze hanno interessato anche le periferie della città di Orebro, 160 chilometri a ovest della capitale svedese.

Il conto dei danni causati fino ad oggi è molto salato, soprattutto per un Paese come la Svezia, per nulla avvezzo a fronteggiare episodi di tale risma. Si parla di almeno otto persone arrestate – tutte molto giovani, dai 15 ai 19 anni – e del danneggiamento di più di cento autovetture, svariati negozi, due scuole, una stazione di polizia e un centro culturale. Il timore degli svedesi è che le notti di passione proseguano, che le fiamme delle periferie divampino ulteriormente cacciando il mite Paese scandinavo in un duraturo stato di assedio.

Lo scenario svedese di questi giorni ricorda le immagini del 2010. Quella volta teatro degli scontri furono le periferie francesi – le cosiddette banlieues – infuocate dalla rabbia di giovani nati e cresciuti all’interno di quegli enormi formicai di cemento che le caratterizzano. Anche allora, come sta accadendo in queste ore, ovunque venivano intervistati sociologi, esperti di immigrazione e profeti di buonismo i quali, all’unisono, denunciavano l’esclusione sociale ricondotta al razzismo latente quale origine del malessere sfociato in scontri.

Eppure, sia la Francia che la Svezia – quest’ultima in particolare – sono universalmente riconosciute come nazioni modello di integrazione razziale, laboratori del tanto decantato multiculturalismo. La Svezia – Paese in cui le diseguaglianze sociali si attestano su livelli minimi – ha sempre fatto vanto del welfare garantito a tutti. Il che consiste in assistenza salariale ai disoccupati, adeguati servizi sanitari, istruzione pubblica accessibile e di buon livello. Se si considera, poi, la rigida legislazione svedese nei confronti di atteggiamenti giudicati razzisti o xenofobi, il quadro della Svezia come Paese non accogliente verso l’immigrato risulta oltremodo estraneo alla realtà dei fatti.

Pertanto, le analisi moralistiche di questo tipo appaiono obsolete, inadeguate e finanche strumentali. Se ne stanno accorgendo gli stessi svedesi autoctoni, evidentemente esasperati dai grandi flussi migratori che confluiscono nel loro Paese e stanchi di dover indossare i panni degli algidi moderati. «È una situazione esplosiva, sulla quale diamo l’allarme da anni, perché le nuove politiche liberali di questo Paese portano al disagio sociale», dichiara ad Euronews Arne Johannson, amministratore locale.

Ma in tanti si uniscono alle considerazioni di Johannson. In tanti contestano ai governi svedesi succedutisi negli ultimi anni la degenerazione di quelle politiche permissiviste che in verità da sempre contraddistinguono la Svezia. Marta Paterniti, una nostra connazionale ricercatrice del “Karolinska Institut” di Stoccolma, rifugge le ragioni razziali dietro questi scontri. Ciò che invece ella reputa una causa di questo malessere sono alcune riforme attuate, come quella della scuola: «Negli ultimi anni – afferma a Radio Vaticana(la Svezia) ha visto mancare molto la disciplina, c’è molta poca disciplina. C’è l’attitudine, da una parte, a rispettare le idee del bambino e a volte è come se i maestri diventassero passivi o addirittura vittime dei voleri dei bambini. Secondo me, questa cosa sta scappando di mano e messa in un contesto di segregazione crea dei problemi. Quando dalla scuola non arrivano modelli educativi forti, le famiglie di immigrati, che hanno già tutti i disagi del caso, vivono ancora di più questo disagio dei figli».

Altro che razzismo e xenofobia, dunque. Le origini delle violenze vanno ricercate proprio nell’eccessivo permissivismo che pervade la politica e la cultura svedesi. Permissivismo che come un filo rosso attraversa le scelte dei vari dicasteri del governo di Stoccolma, dall’Istruzione all’Immigrazione. Proprio il ministro di quest’ultimo, Tobias Billstroem, di recente ha pronunciato un chiaro mea culpa rispetto all’apertura disinvolta delle frontiere. Ha infatti dichiarato che «la Svezia ha bisogno di rafforzare le leggi per i richiedenti asilo e altri potenziali immigrati, al fine di ridurre il numero di persone che arrivano nel Paese», poiché, ha rincarato, «tale situazione non è sostenibile». Se anche i tolleranti svedesi – svegliati dal fuoco delle periferie in fiamme – se ne sono accorti, significa proprio che il modello multiculturale necessita di un radicale ripensamento.

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