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Il cyberbullismo: un nuovo disagio per i figli del terzo millennio

Post di Mariangela data: marzo – 25 – 2013

cyberbullismo

Holly Grogan, 15 anni, di Cheltenham (Regno Unito), si è gettata da un ponte perché depressa: per mesi è stata perseguitata su Facebook da un gruppo di suoi coetanei con messaggi denigratori, offensivi e derisori. Carolina, 14 anni, di Novara, si è gettata dalla finestra dell’appartamento dove viveva con i genitori a causa delle prese in giro subite attraverso i social network. Un  15enne, soprannominato “il ragazzo dai pantaloni rosa”, nel novembre del 2012 si suicida perché denigrato per il suo presunto orientamento sessuale su Facebook. L’elenco potrebbe continuare all’infinito. Sono le vittime del cyberbullismo, il nuovo disagio dei figli del terzo millennio. 

Il cyberbullismo è un fenomeno relativamente recente ma in costante crescita. È un comportamento che mira a danneggiare emotivamente altre persone, attraverso veri e propri atti di crudeltà. Una delle molestie più frequenti consiste nel tempestare di commenti a carattere offensivo, minaccioso o anche a sfondo sessuale la vittima, soprattutto sui social network come Facebook o Twitter. Questo è quello che emerge dalla ricerca “I ragazzi e il cyberbullismo”, realizzata da Ipsos per Save The Children lo scorso febbraio, nella quale i social network sono al primo posto, per il 61 per cento dei ragazzi intervistati, come luogo elettivo per il cyberbullismo. I cyberbulli aggrediscono i coetanei soprattutto attraverso la diffusione di foto e immagini offensive e calunniose (59 per cento) o attraverso la creazione di veri e propri gruppi chiusi “contro” la vittima designata (57 per cento). Il cyberbullismo viene subito dal 67 per cento degli adolescenti intervistati per l’aspetto fisico, dal 56 per cento per l’orientamento sessuale, dal 43 per cento perché stranieri. In alcuni casi si è subito cyberbullismo perché disabili. Sembra una lotta contro la diversità, in tutte le sue svariate accezioni.

La ricerca di Save The Children è stata diffusa alla vigilia del Safer Internet Day (5 febbraio 2013) , la giornata istituita dalla Commissione Europea per la promozione di un utilizzo sicuro e responsabile dei nuovi media tra i più giovani. L’indagine è stata realizzata lo scorso gennaio attraverso 810 interviste con questionari compilati on line a ragazzini di età compresa fra 12 e 17 anni. Un altro dato inquietante emerso dal sondaggio è che il cyberbullismo, riconosciuto dagli adolescenti come la loro maggiore minaccia attuale, nel 57 per cento dei casi esaminati ha portato a serissime conseguenze psicologiche, come la depressione e l’isolamento. Inoltre, per l’80 per cento dei ragazzini intervistati, la scuola rappresenta il luogo ideale di nascita del bullismo, sia reale che virtuale.

«I ragazzi trascorrono gran parte del loro tempo fra i banchi di scuola ed è lì che sperimentano una buona fetta della loro socialità. Il ruolo della scuola è di primaria importanza per valutare e implementare interventi mirati contro il dilagare del cyberbullismo. L’insegnante, per il suo stesso ruolo, deve essere un’antenna pronta ad intercettare e leggere ciò che accade alle dinamiche relazionali della classe» afferma Valerio Neri, Direttore Generale di Save The Children Italia.

Il fenomeno è in crescita, anche perché attraverso il web il cyberbullo agisce indisturbato, essendo protetto dall’anonimato che questo genere di tecnologia gli garantisce e può cambiare o avere contemporaneamente diverse “identità virtuali”. Nell’ultima indagine sulla condizione dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia, realizzata da Telefono Azzurro e Eurispes (2012), alla domanda “ti è mai capitato di trovare on line…” i ragazzi hanno risposto: foto o video imbarazzanti che ritraggono i coetanei ( 40,1 per cento), foto personali che hanno loro creato imbarazzo (20,5 per cento), video spiacevoli in cui erano presenti (11,1 per cento). Un dato interessante che emerge da questa indagine è che la percentuale di vittime di cyberbullismo è più alta tra le ragazze (23,3 per cento) che tra i ragazzi (14,7 per cento).

Sembra fondamentale, allo stato attuale del fenomeno, educare genitori e ragazzi affinchè il cyberbullismo non dilaghi, diventando la piaga dei figli del terzo millennio. È quello che ha cercato di fare la cooperativa sociale Pepita Onlus lo scorso 4 marzo. La cooperativa Pepita ha organizzato, infatti, in una scuola media di Monza , un incontro per mettere in guardia i ragazzi dall’abuso di smartphone, iPhone e social network, nell’ambito del progetto “Usa la testa”. L’incontro ha voluto sensibilizzare i ragazzi di seconda e terza media soprattutto riguardo all’uso consapevole dei nuovi media: gli adolescenti sono stati chiamati a riflettere realizzando qualcosa di concreto.

«Crediamo sia il metodo migliore per lasciare ai ragazzi qualcosa di tangibile e riproducibile» spiega Ivano Zoppi, Presidente di Pepita Onlus «non lavoriamo su lezioni frontali ma piuttosto tirando fuori dai ragazzi i loro vissuti, le loro esperienze e su questo costruiamo sensibilizzazione e partecipazione».

La Onlus ha poi organizzato un secondo incontro, tenutosi lo scorso 6 marzo, per i genitori, per sollecitarli ad una vigilanza attiva e documentata sull’utilizzo dei nuovi dispositivi elettronici da parte dei propri figli e per richiamarli ad una nuova responsabilità educativa.

Ma perché queste ultime generazioni sembrano così “inedite”? Genitori, insegnanti, psicologi, sociologi e scrittori avvertono un salto generazionale troppo drastico, caratterizzato da un’accelerazione tanto forte e vertiginosa da non avere uguali nella storia dell’umanità. I figli del terzo millennio hanno stili di vita, comportamenti, cognizioni, aspettative e percezioni estremamente differenti da quelli degli adolescenti di solo due decenni fa. La tecnologia ha sicuramente fatto la sua parte in questo mutamento generazionale: Internet ha dato libero accesso a una sovrastimolazione continua e incessante. PlayStation, Wii, iPhone, Ipad costituiscono le varianti tecnologiche più diffuse tra gli adolescenti di oggi e ne condizionano abitudini, gesti, stili di vita e modi di pensare. Ebbene, sembra che tutti questi stimoli superveloci che ti fanno comunicare, fotografare, ascoltare musica, girare video, cercare informazioni contemporaneamente, abbiano reso gli adolescenti incapaci di individuare, gestire e modulare le proprie emozioni, i propri desideri, i propri stati d’animo, rendendoli incontrollabili e pertanto non tollerabili. Ed ecco allora spuntare l’ombra del cyberbullismo, perché “gli altri” sembrano non avere queste stesse paure: di solitudine, di non farcela ( a crescere, a essere autonomi, a innamorarsi, anche solo a divertirsi). Ecco quindi apparire i cyberbulli, sfrontati, sfacciati, eccessivamente sicuri di sé e profondamente angosciati.

Mariangela Campo

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Cyberbullismo e social network, Flora è l’ennesima vittima

Amanda Todds 15 anni, si è suicidata il 10 Ottobre. Prima di morire ha lasciato uno sconcertante video su Youtube in cui denuncia al mondo il suo caso e la sua solitudine. Dopo di lei c’è stato il caso del ragazzino suicida a Roma. Tutti eventi legati ad una parola: cyberbullismo. In questi giorni emerge da Twitter il caso di Flora, 17 anni, massacrata su Twitter (gli hashtag sono #Flora e #iostoconflora), rea di aver vinto un biglietto per un concerto. Cos’è il cyberbullismo, quali sono i suoi legami con il suicidio adolescenziale e da dove deriva?

Cyberbullismo è un termine utilizzato per indicare il fenomeno che avviene quando bambini e/o adolescenti si avvalgono dell’utilizzo di internet, dei telefoni o di altri tipi di tecnologia per maltrattare e molestare ripetutamente i propri coetanei. Secondo i dati diffusi nel convegno «Cyberbullismo e rischio devianza», organizzato dal ministero dell’Istruzione, uno studente italiano su quattro compie o subisce atti di prevaricazione via web: il 26% di ragazzi ne è vittima, mentre il 23,5% si definirebbe cyberbullo.  La ricerca condotta su 2.419 adolescenti dall’Osservatorio Open Eyes – di cui fanno parte oltre al Miur anche l’associazione ChiamaMilano, l’Istituto Niccolò Machiavelli, il dipartimento di Psicologia dell’Università di Napoli – arriva a stilare una top-ten delle persecuzioni online.

Flaming:  messaggi violenti o volgari (commesso dal 17,8% dei maschi e l’8,7% di femmine); Denigrazione e danneggiamento della reputazione (10,2% dei ragazzi e 6,9% delle ragazze); Furto di identità, ovvero la creazione di un profilo fittizio (6,2% degli studenti e 4,1% delle studentesse). L’8,4% dei cyberbulli (3,8% delle cyberbulle) pratica, invece, l’esclusione della vittima dai gruppi di amici. Secondo uno studio americano (LeBlanc, J. C. (2012). Cyberbullying and Suicide: A Retrospective Analysis of 41 Cases. Paper presented at the American Academy of Pediatrics (AAP) National Conference and Exhibition in New Orleans),  sui suicidi di 24 femmine e  17 maschi avvenuti in un’ età compresa tra i 13 e i 18 anni,  negli Stati Uniti, in Canada, nel Regno Unito e in Australia, il 24 per cento dei ragazzi è stato vittima di bullismo omofobico (di cui solo il 12 per cento è identificato come realmente omosessuale).

Secondo lo studio, il 78 per cento degli adolescenti che hanno commesso suicidio sono stati vittime di bullismo sia a scuola che on-line, mentre solo il 17 per cento sono stati esclusivamente vittime di cyberbullismo.
In questi casi di suicidi adolescenziali c’erano però malattie mentali pre-esistenti quindi gli autori dello studio hanno così concluso che il cyberbullismo è un fattore presente in alcuni suicidi, ma quasi sempre ci sono altri fattori come la malattia mentale o la presenza di altre forme di bullismo, come quello faccia a faccia. Il cyberbullismo in genere rientra nel contesto del normale bullismo.
Perché il maschio adolescente passa più frequentemente all’agito aggressivo? Ha molto peso l’assenza genitoriale: l’assenza del padre soprattutto lascia l’adolescente in balìa della paura di restare inglobato nella fusione materna e per emanciparsi egli deve compiere atti maschili di forte rottura. Secondo Stoller la nostalgia dell’esperienza fusionale primaria è una minaccia sempre latente per la virilità, all’origine di tutte le difese maschili; spetta alla funzione paterna sostenere la separazione dalla matrice simbiotica originaria e avviare il figlio all’autonomia. Per fuggire dal terrore di dipendenza e passività, l’adolescente maschio con relazioni primarie  insoddisfacenti e bisogni infantili non contenuti, giunge alla devianza.

Perché anche le ragazzine? La mancanza di una funzione di accoglimento primaria, ascolto capace di metabolizzare rabbie e paure trasformandole in pensieri, lascia l’adolescente di entrambi i sessi  in balìa del gruppo. Il gruppo agisce come un’orda primitiva l’aggressività contro il nemico di turno poiché ogni singolo membro deve dimostrare a se stesso e agli altri di essere immune dalla paura e quindi la proietta sotto forma di violenza contro un nemico. Così il terrore della passività, impotenza e fusione infantile, viene esorcizzato attraverso il gruppo e l’agito violento verso un nemico che altro non è che il lato bambino, piccolo, spaventato e indifeso che ogni adolescente ha in se stesso ma elimina e aggredisce proiettandolo e aggredendolo in chi è più debole di lui.

Quello che può fare ogni genitore è parlare costantemente con il figlio, raccontare queste storie, più che pontificare chiedere un parere:“ Tu cosa ne pensi ?” e iniziare un dialogo. Scrive lo psichiatra Giuliano Castigliego dopo il recente suicidio di un’ altra vittima di cyberbullismo, Carolina: “Siamo forse  noi psichiatri, psicologi, psicoterapeuti, che parliamo volentieri di psicoterapia online , che dovremmo trovare ed offrire una modalità adeguata per accompagnare online anche questi processi –  che di sostegno hanno talvolta bisogno per non cedere al puro contagio emotivo o all’agito aggressivo (come sembra tra l’altro sia già avvenuto in questo caso) –  e per intercettare in rete il bisogno di informazione ed  il malessere  di adolescenti e giovani, come fa ad esempio Ciao.ch nella Svizzera Francese.”

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Bullismo e cyberbullismo in crescita: lo studio della Sun

Il bullismo è una forma di abuso di potere. Il 60 per cento dei bulli rischia, in età adulta, di diventare un delinquente, di avere esperienze carcerarie, e di fare uso di droghe e di alcol. Ma a preoccupare di più, perché in continua crescita, è il fenomeno del cyberbullismo: secondo uno studio presentato oggi a Napoli il 30% dei ragazzi intervistati dichiara di esserne già stato vittima.

Le nuove tendenze in fatto di bullismo sono emerse nel corso di un incontro a Città della Scienza promosso dal progetto Label, Laboratori su antisocialità, bullismo ed educazione alla legalità nella scuola, organizzato in collaborazione con la Seconda Università di Napoli e l’Osservatorio regionale sul bullismo dell’Ufficio scolastico regionale della Campania. Label nasce per volontà dell’Usr della Campania e cerca di offrire strumenti per fronteggiare il bullismo ad insegnanti e personale della scuola.

Il fenomeno è trasversale: in tutte le scuole di ogni ordine e grado gli atti di bullismo tra maschi e femmine sono in crescita. Emergono però negli ultimi anni anche nuove forme come il cyberbullying e l’omofobico. Dallo studio sul bullismo presentato da Dario Bacchini, professore di Psicologia dello Sviluppo della Sun di Napoli, emergono diversi dati preoccupanti: “Abbiamo parlato con 4.760 bambini e ragazzi delle scuole regionali delle classi IV elementare, II media, II superiore e V superiore – spiega Bacchini – Abbiamo posto loro alcune domande per comprendere bene reazioni, stati d’animo, e soprattutto quanti sono gli atti di bullismo nelle nostre scuole. Ed è venuto fuori che l’atto di bullismo è un sistematico abuso di potere. I bulli hanno fiancheggiatori, vogliono sottomettere le vittime e quasi sempre ci sono delle modalità di intervento specifiche per maschi e femmine. Un atto di bullismo porta sempre a conseguenze psicologiche sia per le vittime che per prepotenti”.

Dal rapporto emerge che i bambini e i ragazzi intervistati spesso non raccontano né di essere vittime né di compiere atti di bullismo. Il 19 per cento dei maschi dice di essere stato almeno una o due volte vittima di atti violenti, così come il 23 per cento delle ragazze. Le modalità sono diverse: nella sfera maschile il bullismo si manifesta con la violenza fisica (calci e pugni), l’esclusione dal gruppo è quasi sempre legato a quella femminile. “Il dato più allarmante – aggiunge Bacchini – è che il 30% dichiara di essere già stato coinvolto in atti di cyberbullismo. La rete, soprattutto in età di scuola media e superiore, è un’arma dalla quale è difficile difendersi”.

“Questa nuova frontiera del bullismo è a noi veramente poco nota – spiega l’assessore all’Educazione del Comune di Napoli, Annamaria Palmieri – va studiata e compresa. Ed è anche giusto ricordare che non sempre fenomeni violenti si verificano in contesti disagiati, anzi si verificano più casi proprio nelle classi medio alte. Il ruolo fondamentale lo deve sempre svolgere la famiglia, ma anche la scuola deve saper rispondere”.

Fonte:http://interno18.it/attualita/32263/dal-bullismo-al-cyberbullismo-fenomeno-crescita-presentato-dalla-sun

http://informazioneconsapevole.blogspot.it/2013/04/bullismo-e-cyberbullismo-in-crescitalo.html

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Cyberbullismo: sul palco con Justin Bieber, le fan la riempiono di insulti sui social network

27 marzo 2013

Avete presente Justin Bieber? No? Se avete più di vent’anni o non avete una figlia adolescente non preoccupatevi, siete in buona compagnia.  Si  tratta del fenomeno musicale del momento, classe 1994, che sabato scorso ha tenuto un concerto a Casalecchio di Reno (Bo): pubblico di ragazzine under 15 in delirio, non poche accampate fuori già dal giorno prima, biglietti introvabili da mesi. Tra le presenti, una è stata scelta per andare sul palco, dove Justin le  ha dedicato un po’ di attenzione e qualche gesto tenero. Emozionatissima, e stupita per essere stata scelta, la 14enne di Pescara accompagnata dalla mamma. Direte: «Cosa c’è di strano?». Fino a qui niente. E’ che le  Beliebers (così si chiamano le fans di Bieber)  non le hanno perdonato di essere stata una  «Ollg» ovvero «One less lonely girl»,  nel loro gergo una privilegiata. E il giorno dopo via Facebook e Twitter le hanno vomitato addosso una sequela di insulti e minacce da fare impallidire chiunque. Disperata la ragazzina in lacrime che si toglie da Facebook, arrabbiata la madre intenzionata a sporgere denuncia alla polizia postale. E intanto ha tolto il telefonino alla figlia che è precipitata dalla gioia alla disperazione.
Un po’ quello che è successo a Flora, 17 anni di Bologna, che aveva vinto a dicembre scorso un concorso con in palio un biglietto per incontrare gli One Direction a New York. Le fan del gruppo non glielo hanno perdonato e sempre tramite i social network le hanno inviato ogni possibile minaccia.
A queste ragazze vorrei dire che l’invidia è una brutta bestia, di fregarsene e pensare che tanto loro una soddisfazione l’hanno avuta e le invidiose no. Ma credo che sarebbe semplicistico. Quel che sconcerta noi adulti è la semplicità con la quale  un/una giovanissimo/a si può trincerare dietro un account per cercare di distruggere un coetaneo. Di cyberbullismo è morto il ragazzino romano di 15 anni, nel novembre del 2012: dileggiato sui tetwork e tacciato di esere gay, si è suicidato. La stessa cosa è successa a Carolina di Novara, 14 bellissimi anni e un volo dal balcone per una gogna mediatica i cui responsabili non verranno mai puniti. E se vengono individuati, hanno genitori che cascano dalle nuvole nello sbattere il muso contro i giochi crudeli del loro pargolo. Senza fare del moralismo, i vari Facebook e Twitter non sono colpevoli, ovviamente, ma solo casse di risonanza per una cattiveria che in tempi non mediatici avrebbe fatto molta più fatica a manifestarsi, se non altro perchè scrivere lettere anonime è un lavoraccio, poi bisogna comprare il francobollo e impostarle e insomma sono costi e fatica, vuoi mettere un tweet?
Secondo Save the Children okltre il 72% degli adolescenti teme il cyberbullismo. C’è in proposito una ricerca, che riporto in parte, da leggere su http://http://www.savethechildren.it.
Secondo la ricerca “I ragazzi e il cyber bullismo” realizzata da Ipsos per Save the Children, i social network sono la modalità d’attacco preferita dal cyber bullo (61%), che di solito colpisce la vittima attraverso la diffusione di foto e immagini denigratorie (59%) o tramite la creazione di gruppi “contro” (57%). Giovani sempre più connessi, sempre più prepotenti: 4 minori su 10 testimoni di atti di bullismo online verso coetanei, percepiti “diversi” per aspetto fisico (67%) per orientamento sessuale (56%) o perché stranieri (43%). Madri “sentinelle digitali”: 46 su 100 conoscono la password del profilo del figlio, nota al 36% dei papà.
Neologismo che ha faticato poco ad entrare nel linguaggio quotidiano, il “cyber bullismo” è cresciuto nella fertilità di un non-luogo fuori dalla portata e dal controllo dei ragazzi. Azzerate le distanze grazie alla tecnologia, i 2/3 dei minori italiani riconoscono nel cyber bullismo la principale minaccia che aleggia sui banchi di scuola, nella propria cameretta, nel campo di calcio, di giorno come di notte. E percepiscono, soprattutto le ragazze, alcuni degli ultimi tragici fatti di cronaca molto (33%) o abbastanza (48%) connessi al fenomeno. Per tanti di loro, il cyber bullismo arriva a compromettere il rendimento scolastico (38%, che sale al 43% nel nord-ovest) erode la volontà di aggregazione della vittima (65%, con picchi del 70% nelle ragazzine tra i 12 e i 14 anni e al centro), e nei peggiori dei casi può comportare serie conseguenze psicologiche come la depressione (57%, percentuale che sale al 63% nelle ragazze tra i 15 e i 17 anni, mentre si abbassa al 51% nel nord-est). Più pericoloso tra le minacce tangibili della nostra era per il 72% dei ragazzi intervistati (percentuale che sale all’85% per i maschi tra i 12 e i 14 anni e al 77% nel sud e nelle isole, ), più della droga (55%), del pericolo di subire una molestia da un adulto (44%) o del rischio di contrarre una malattia sessualmente trasmissibile (24%).

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Cyberbullismo, il nuovo tumore della società

Uno studio presentato oggi alla Città della Scienza di Napoli dimostra come il fenomeno del cyberbullismo sia in costante aumento e come influisca negativamente sul futuro dei ragazzi, sia aggressori che vittime.

cyber-G.C.-16 aprile 2013- Qualche anno fa non lo si sarebbe neanche potuto immaginare. I bulli erano quelli che aggredivano i ragazzi fuori dalle scuole, per strada, ai giardini. I prepotenti che cercavano di sfogare le proprie frustrazioni sui più deboli: pressioni psicologiche e violenze fisiche che minavano generazioni.

Era un fenomeno grave, lo è ancora. Eppure, in un certo qual modo, era più semplice da individuare, meno subdolo e strisciante di quello che adesso, negli ultimi anni, sta prendendo vergognosamente piede. Il cyberbullismo, che ogni giorno conta migliaia di vittime, perché più immediato, perché più semplice e meno rischioso. Da dietro uno schermo è più facile esercitare e abusare del potere. Più semplice minacciare e spaventare, umiliare e denigrare: porre in una condizione di schiavitù psicologica la propria vittima.

E’ una delle tante conseguenze di una società frenetica, lanciata nel progresso, che nella conquista della tecnologia sta perdendo di vista le fondamenta del vivere civile, l’educazione e i valori. Ragazzi schiavi di social network che in essi trovano la via di fuga dal proprio “mal d’essere”, qualcuno in modo negativo: esercitando bullismo, appunto.

E non è un fenomeno circoscritto, raro. Solo oggi, a Napoli, durante un incontro presso la Città della Scienza, è stato presentato uno studio che analizza questa nuova frontiera di maltrattamento psicologico: il 30% dei ragazzi intervistati ha dichiarato di esserne già rimasto vittima. Ma è difficile che i giovani ne parlino: come in ogni violenza, esiste una percentuale di vergogna e paura che comporta una grande dose di omertà, che nasconde il fenomeno. Così che, celato dal silenzio, questo nuovo tumore della società continua a proliferare, a infettare nuovi individui, a contagiare.

Certo, perchè il “cyberbullo” si forma per lo più a seguito di un periodo di soggiogamento. Il 61% dei prepotenti del pc, infatti, sono ragazzi che sono stati a loro volta vittime delle stesse angherie virtuali. E così, se un tempo il bullo poteva essere solo l’individuo “più forte” e minaccioso, quello contro cui nessuno si sarebbe mai schierato, adesso gli stessi “deboli” possono sentirsi potenti, nascosti dall’anonimato, favoriti da tastiere e connessioni internet. La forza fisica, l’aspetto temibile non contano più: diventano comunque mostri, ancora più forti perché fantasmi virtuali, evanescenti colpevoli dell’etere, spinti dall’esigenza di riscatto, dal tedio, da una serie di malesseri che la società stessa ha creato e in cui i ragazzi più giovani si trovano alla deriva, abbandonati.

Unico punto di contatto con il bullismo “tradizionale” sono le vittime. Sempre le stesse. Gli stranieri, gli omosessuali. Soprattutto, coloro che non si vestono alla moda, o non sono considerati abbastanza belli, abbastanza magri, abbastanza simpatici. Chiunque, insomma, sia considerato dalla massa “il diverso”, e qui sta il paradosso. Il cyberbullo che cerca, attraverso l’abuso, di riscattare una propria identità, unica e singola, differente da quella altrui, si ritrova lui stesso intrappolato in una figura che colpisce chi viene ritenuto “fuori dalle righe”. E il suo futuro, secondo lo studio, non sarà certo roseo: il 60 per cento dei bulli rischia, in età adulta, di diventare un delinquente, di avere esperienze carcerarie, e di fare uso di droghe e di alcol.

Non migliori le aspettative per chi subisce il fenomeno. Sette ragazzi su dieci temono il cyberbullismo più di ogni altra cosa. D’altronde, le vittime, quando non si trasformano loro stesse in bulli, rischiano gravi conseguenze: depressione, isolamento, vergogna, pensieri suicidi, non raramente divenuti azioni. E il fenomeno è in continua crescita, troppo spesso sottovalutato, troppo spesso coperto dal silenzio, dall’indifferenza e, non in ultimo, dall’incomprensione degli adulti.

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Cyberbullismo è allarme, il virus che contamina
la generazione dei ragazzi tra gli 11 e i 18 anni

di Marida Lombardo Pijola

ROMA – Talvolta hanno due volti, come Giano, entrambi mascherati, così da nasconderne l’identità. Sono gli stessi, si scambiano i ruoli, i cyberbulli e i cyberbulleggiati, i persecutori e i perseguitati. Questi ultimi, che sono più di un ragazzo su tre, in oltre la metà dei casi (61 per cento), colpiscono solo dopo che qualcuno li ha colpiti. Vendetta, rivincita, recupero di autostima, e il cyberbullismo scatena altro cyberbullismo, si riproduce per partenogenesi, diventa un’epidemia fuori controllo, diventa un’emergenza, ciò che è, come risulta dalle indagini di Save The Children, di Telefono Azzurro, dell’Unicef, di Microsoft, della Polizia Postale. Allarme rosso: il virus sta contaminando una generazione tra gli 11 e i 18 anni.

Attorno ai cecchini virtuali, e dentro il loro cuore, galleggia tutto ciò che ha fatto deperire i sentimenti e i riferimenti generazionali. Rabbia indistinta, noia, conformismo, autostima da rilanciare in un gruppo dove fa punti mostrarsi prepotenti: il peggio che cova nel pensiero unico dei nativi digitali, armati e frastornati come sono dal potere dei nuovi strumenti di comunicazione, poco accuditi, abbandonati senza istruzioni nella deriva dei valori, dell’affettività, del web. Soli davanti a uno schermo. E così i copioni più feroci del bullismo, ormai, nel 61 per cento dei casi, si inscenano sul web. In fondo è tutto assai più facile di com’era (ed è ancora) nel bullismo vecchia maniera: le botte, i sabotaggi, gli scherzi cattivi, gli insulti faccia a faccia. Adesso, col minimo dello sforzo, si può ottenere il massimo del risultato: aggressione protetta dall’anonimato, pubblica, in piazza, sotto gli occhi di centinaia di persone, con cori di plauso da parte di una claque. Il tutto attuabile con continuità, in ogni tempo e in ogni luogo della tua vita e di quella del tuo perseguitato. Il tutto tatuato in rete in modo permanente. Un gesto che resta. Che non si consuma. Che ti fa sentire un po’ immortale. Eppure basta poco. Bastano i polpastrelli, una tastiera, uno schermo, una buona preparazione linguistica sul turpiloquio, l’assenza di freni inibitori, un minimo sindacale (o un massimo) di aggressività.

Il coraggio no, quello non serve. La fantasia nemmeno. Sulla gogna, in genere, si viene intrappolati sempre per le medesime ragioni. Perché diversi, soprattutto per questo, in ogni possibile declinazione delle diversità: brutti o malvestiti (67%), omossessuali (56%), stranieri (43%). E così sembrano riprodotti in copia con varianti minime gli insulti, le minacce, i pettegolezzi, le denigrazioni che si espandono nei territori abitati dai ragazzi. I social network (61%), You Tube o ogni altro luogo dove sia possibile diffondere foto e video osceni (59%), i gruppi “contro” creati apposta per accerchiare la vittima di turno (57%), i profili rubati, le email o i cellulari (48%).

Gli effetti, per chi subisce, possono essere drammatici. Depressione, perdita di identità, isolamento, solitudine, vergogna, pensieri suicidi che più di una volta sono diventati azioni. Dolore. Disperazione. Quasi sette ragazzi su dieci, infatti, temono il cyberbullismo più di ogni altra disgrazia che possa abbattersi sulle loro vite. Quattro di loro su dieci hanno assistito ad atti di cyberbullismo, ne sono stati testimoni: sanno di che si tratta, conoscono l’ inferno nel quale ti possono scaraventare. Eppure quasi nessuno denuncia, quasi nessuno ne parla con i genitori, quasi nessuno chiede aiuto ai suoi adulti di riferimento. E quasi nessuno, tra gli adulti di riferimento, conosce il pericolo nelle sue reali proporzioni, informa, protegge, accompagna i propri figli nella navigazione. E’ come una scissione verticale tra due mondi. In mezzo c’è un baratro nel quale possono precipitare o sono già precipitati i nostri figli. Un baratro che raramente riusciamo ad avvistare.

Lunedì 15 Aprile 2013 – 16:05

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Cos’è il cyberbullismo

Il Cyberbullismo può essere definito come “l’uso delle tecnologie di comunicazione elettronica e il coinvolgimento in atti di crudeltà e comportamenti ripetuti e/o largamente diffusi che procurano danni emotivi nei confronti di altri”. Le vittime di questi comportamenti possono non sapere chi sia l’autore di queste prevaricazioni, sebbene nella metà dei casi lo sanno. Non tutte le forme di cyberbullismo sono altrettanto fastidiose o pericolose. Interagire con qualcuno che non è di fronte a te o all’altro capo del telefono facilita anche l’espressione di idee e pensieri senza che essi vengano mediati dai sentimenti di rimorso: si comprende appieno quindi l’impatto negativo delle parole e delle azioni, perchè in tutti questi casi la persona che agisce in tal modo non vede la sua vittima, così come essa stessa non può essere scoperta, il che aumenta il rischio associato a questi comportamenti.
Possono essere individuare diverse categorie di cyberbullismo:

infiammare (dispute online usando un linguaggio volgare ed aggressivo)
molestare (messaggi di insulti, come il bullismo indiretto)
denigrare (inviare commenti e pettegolezzi crudeli riguardo a qualcuno al solo scopo di danneggiare la sua reputazione)
escludere (volontariamente da gruppi e comunità online)
sostituzione di identità (fingere di essere qualcun altro per metterlo in difficoltà, in pericolo o danneggiarne la reputazione)
rivelazioni (pubblicare informazioni private o segreti di altri)
ingannare (ottenere la fiducia di qualcuno online per poi avere informazioni da pubblicare)
cyberstalking (cyber-persecuzioni), (spiare, controllare e minacciare qualcuno in maniera ossessiva e ripetuta)
cyber minacce (possono essere sia minacce dirette che “materiale angosciante” – dichiarazioni che lasciano intendere come l’autore sia triste e sconsolato e possa fare del male agli altri o a sé stesso, fino a commettere il suicidio)
Sexting (è la combinazione delle parole inglesi “sesso” e “testo”: il termine si applica a quelle situazioni in cui si inviano immagini o testi a sfondo sessuale autoprodotti. Ci si focalizza in particolar modo sulle immagini di nudo perché hanno una più alta probabilità di essere largamente diffuse e perché la distribuzioni di tali foto in rete pone i giovani ad alto rischio).

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IL CYBERBULLISMO

 1. Che cos’è il cyberbullismo?

Il cyberbullismo è un fenomeno nato negli ultimi anni tra i ragazzi e viene messo in atto attraverso internet, telefoni cellulari o computer. Il bullo invia messaggi molesti alla vittima tramite sms, e-mail o in chat oppure la fotografa e filma in momenti in cui non desidera essere ripresa. Solitamente il bullo invia poi le immagini della vittima ad altri, per diffamarla, minacciarla o infastidirla. Secondo la definizione di uno dei più importanti studiosi di bullismo, Peter Smith, per cyberbullismo si intende “una forma di prevaricazione volontaria e ripetuta, attuata attraverso un testo elettronico, agita contro un singolo o un gruppo con l’obiettivo di ferire e mettere a disagio la vittima di tale comportamento che non riesce a difendersi” (2008). Il cyberbullismo o bullismo elettronico comprende quindi tutte le forme di prevaricazione e prepotenze tra coetanei messe in atto attraverso e-mail, messaggini con i cellulari, chat, blog, siti internet, immagini o video diffusi sulla rete. L’obiettivo del bullo è sempre lo stesso: molestare la vittima, minacciarla, deriderla. Il fenomeno è in crescita, anche perché attraverso il web o il telefono cellulare il bullo si può nascondere dietro l’anonimato e agire indisturbato. Non solo: il bullismo elettronico può essere maggiormente nascosto al mondo degli adulti poiché i ragazzi hanno in genere una competenza informatica maggiore rispetto ai genitori o agli insegnanti.

2. Il cyberbullismo è solo una nuova forma di bullismo?

Tra i ricercatori è aperto il dibattito se il bullismo elettronico vada considerato semplicemente una forma nuova di un vecchio fenomeno, il bullismo, o se sia invece qualcosa di diverso. La maggior parte degli studiosi ritiene che sia una nuova manifestazione del bullismo tradizionale e, a conferma di questa ipotesi, ci sono alcune ricerche che sottolineano come chi mette in atto il bullismo tradizionale utilizzi con maggiore frequenza anche il cyberbullismo. In Italia il primo episodio che ha aperto il dibattito sul cyberbullismo risale al 2006 e ha coinvolto un ragazzo disabile: i compagni di classe lo hanno picchiato e uno di loro ha ripreso tutto l’accaduto con il telefono cellulare.

3. Quanto è diffuso il cyberbullismo?

Il cyberbullismo è un fenomeno molto recente e, anche per questo motivo, non è facile da quantificare. Sono state tuttavia condotte alcune ricerche che fanno capire la dimensione del fenomeno. Negli Stati Uniti un’indagine condotta su oltre 1400 studenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado, sottolinea come il 41% dei ragazzi siano stati vittima di cyberbullismo almeno una volta nell’ultimo anno. Le forme più frequenti, secondo il campione intervistato, sono gli insulti (66%) e violazione della privacy entrando nelle pagine personali del web (33%). Altre ricerche sono state condotte in Inghilterra, in Olanda, in Svezia, in Australia, mentre in Italia i dati sono ancora limitati: secondo il decimo Rapporto nazionale sull’infanzia e l’adolescenza di Telefono Azzurro ed Eurispes (www.azzurro.it/index.php?id=225), il 3,2% degli adolescenti intervistati ha dichiarato di avere inviato o diffuso messaggi offensivi o minacciosi attraverso supporti tecnologici, il 4% ha utilizzato Internet o il telefonino cellulare per diffondere informazioni false sul conto di un compagno, mentre il 7,5% ha intenzionalmente escluso qualcuno da gruppi online. Un’indagine dell’Istituto di formazione sardo, portata avanti nel 2008 su un campione di oltre mille ragazzi di età compresa tra gli undici e i venti anni di Sardegna, Lazio, Marche, Sicilia e Lombardia, ha rilevato che il 14% degli studenti della scuola secondaria di primo grado e il 16% di quella di secondo grado sono stati vittima di atti di cyberbullismo nell’ultimo anno.

4. Che differenza c’è tra cyberbullismo e cyberharrassment?

Il cyberbullismo riguarda e avviene esclusivamente tra i minorenni. Le molestie attraverso le tecnologie che avvengono tra adulti, oppure tra adulti e minorenni, vengono definite con un’altra parola, e cioè con il termine inglese cyberharrassment, “cyber molesie”.

5.Quali sono i tratti distintivi del cyberbullismo?

Ci sono alcune particolari caratteristiche che differenziano il cyberbullismo da quello tradizionale:

  • assenza di relazione tra vittima e bullo: per chi subisce le molestie è ancora più difficile difendersi, perché molto spesso le vittime non riescono neppure a individuare chi è il bullo;
  • l’anonimato: spesso il bullo si nasconde dietro nomi falsi, pensando di non poter essere scoperto. Non avere un contatto diretto con la vittima abbassa l’inibizione dei bulli: questo è uno degli aspetti che rende il fenomeno tanto diffuso;
  • assenza di remore etiche: l’anonimato e il fatto di utilizzare strumenti informatici spesso tolgono qualsiasi genere di freno al bullo. Chi mette in atto le prepotenze giustifica così le proprie azioni, pensando che il cyberbullismo sia solo un gioco virtuale.
  • mancanza di limiti spazio-temporali: il cyberbullismo può invadere la privacy della vittima, in ogni momento del giorno o della notte;

Come si manifesta il cyberbullismo?

Il cyberbullismo viene messo in atto in diversi modi:

      • attraverso internet: posta elettronica, blog, reti sociali informatiche, siti personali, siti di diffusione di immagini o filmati;
      • attraverso telefoni cellulari: sms, fotografie scattate senza permesso, scambio di filmati, diffusione di filmati intimi o riservati.

Anche il tipo di azione ha caratteristiche differenti:

    • può molestare: con la diffusione di messaggi elettronici o sul cellulare;
    • può offendere: insultare utilizzando messaggi elettronici con linguaggio volgare;
    • può appropriarsi di identità altrui: entrando nel sito internet della vittima, scrivendo o mandando messaggi a suo nome per metterla in cattiva luce o rovinare le sue amicizie;
    • può diffamare: denigrare con pettegolezzi per rovinare l’immagine o la reputazione della vittima o rompere dei legami di amicizia;
    • può escludere: isolare intenzionalmente la vittima da un gruppo online, come ad esempio da una lista di amici;
    • può diffondere informazioni riservate: svelare o scoprire con l’inganno questioni private che riguardano la vittima, divulgare informazioni imbarazzanti, oppure diffondere con internet o il cellulare immagini intime o a contenuto sessuale;
    • può perseguitare: inviare alla vittima ripetuti messaggi minacciosi;
    • può agire attraverso il cosiddetto happy slapping: il termine indica la ripresa, con videotelefono, macchina fotografica o videocamera, di scene violente per mostrale ad amici o diffonderle.

7. Quali sono degli esempi di cyberbullismo?

Emma frequenta le scuole medie e ha dovuto cambiare numero di telefono e dire ai compagni che aveva perso il cellulare. Ogni giorno, soprattutto di pomeriggio e di sera, le arrivavano decide di messaggini, da un numero sconosciuto. Gli sms riguardavano sempre il suo modo di vestire oppure il suo aspetto fisico, deridendola, insultandola oppure prendendola in giro per i suoi jeans non firmati. Aveva sempre la sensazione di essere osservata e giudicata da qualcuno quando era a scuola, perché i messaggi arrivavano di sicuro da qualche compagna. Emma non ha osato dire nulla nemmeno alle sue amiche più care e ai suoi genitori.
Luca ha 16 anni e diversi suoi compagni di scuola hanno ricevuto messaggi offensivi via mail, provenienti dal suo indirizzo di posta elettronica. Hanno così cominciato a eliminarlo dai propri indirizzi, escludendolo anche dalle chat. Luca all’inizio non capiva, ma poi ha scoperto che qualche altro compagno di classe, di cui però non è mai riuscito a sapere l’identità, conosceva la sua password e inviava mail offensive dal suo indirizzo: con l’obiettivo di rovinare tutti i suoi rapporti di amicizia e isolarlo dal resto del gruppo.

8. Quali sono le conseguenze del cyberbullismo sulla vittima?

Non sono state ancora condotte ricerche approfondite sulle conseguenze del cyberbullismo, a differenza di quanto invece avvenuto per il bullismo tradizionale del quale si conoscono a fondo le conseguenze per i ragazzi. Secondo gli studi più recenti, i danni su cyberbulli e cybervittime sono comunque simili rispetto a quelli di bulli e vittime tradizionali. Le vittime, ad esempio, molto frequentemente sviluppano un’autostima bassa, depressione, ansia, paure, problemi di rendimento scolastico, problemi relazionali e nei casi più gravi anche pensieri di suicidio. Alcune ricerche hanno dimostrato che, secondo bambini e adolescenti, offese e minacce attuate attraverso e-mail o messaggini telefonici hanno un impatto minore rispetto al bullismo tradizionale. Al contrario le forme di cyberbullismo messe in atto con telefonate hanno effetti simili a quelli del bullismo tradizionale, mentre il diffondere foto o video che danneggiano o umiliano la vittima ha un impatto molto elevato. Anche per il cyberbullismo, così come avviene nei casi di bullismo, bambini e adolescenti difficilmente parlano con gli adulti o con gli amici degli episodi di cui sono vittime.

9. Il cyberbullismo ha conseguenze sul piano legale?

Gli episodi più gravi di cyberbullismo possono sfociare in reati: come ad esempio alcune azioni dei bulli che violano la privacy della vittima, molestie o adescamenti a fini sessuali, ma anche persecuzioni gravi e ripetute che alterano la normale vita quotidiana della vittima. Un’indagine condotta online su un gruppo di oltre 1500 ragazzi statunitensi di età compresa tra gli 11 e i 15 anni ha dimostrato che il 35% delle vittime di molestie digitali ha subito approcci sessuali indesiderati anche fuori dal Web e che il 21% dei cyberbulli  ha cercato contatti con le vittime nel mondo reale.

10. Per quali motivi agisce il cyberbullo?

Il cyberbullo in genere compie azioni di prepotenza per ottenere popolarità all’interno di un gruppo, per divertimento o semplicemente per noia.
Per il cyberbullismo, in particolare, sono stati definiti alcuni comportamenti specifici che possono scatenare il fenomeno:

    • un utilizzo eccessivo di Internet: in particolare la vittima, utilizza il Web più frequentemente rispetto ai coetanei;
    • un accesso alla rete senza controllo da parte degli adulti: sia il bullo che la vittima navigano su Internet senza un controllo da parte dei genitori o di qualche adulto.
    • partecipazione a gruppi online particolari, e diffusi tra i giovanissimi, nei quali ci sono anche incitazioni esplicite alla violenza;
    • può offendere: insultare utilizzando messaggi elettronici con linguaggio volgare;
    • utilizzo di webcam e social network che possono favorire la diffusione di immagini o informazioni personali;
    • utilizzo molto frequente di videogiochi violenti che rafforzano nel cyberbullo l’idea che minacce o insulti sul Web siano solo virtuali e quindi un gioco.

11. A chi ci si può rivolgere in caso di necessità?

Il Ministero della Pubblica Istruzione ha attivato dal 2007 il numero verde nazionale 800 669696, all’interno della campagna per la lotta al bullismo “Smonta il bullo”. Gli operatori rispondono a dubbi e domande, raccolgono segnalazioni di atti di bullismo, danno informazioni sul fenomeno e consigliano i comportamenti migliori da tenere in situazioni critiche. L’equipe del numero anti bullismo è formata da psicologi, insegnanti, genitori e personale ministeriale. Il numero è attivo dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 13 e dalle 14 alle 19.  Le domande più frequenti poste agli operatori del numero verde sono disponibili sul sito web www.smontailbullo.it.

E’ possibile rivolgersi anche alle linee di consulenza telefonica di Telefono Azzurro. Il Centro nazionale di ascolto dell’associazione è attivo in tutta Italia 24 ore su 24, 365 giorni all’anno.

Esistono due linee:

  • la linea gratuita 19696: a disposizione di tutti i bambini e gli adolescenti fino a 18 anni di età che desiderano parlare con un consulente (psicologo o pedagogista) per affrontare il proprio disagio.
  • la linea istituzionale 199151515: a disposizione dei ragazzi oltre i 14 anni e degli adulti che desiderano confrontarsi su situazioni di disagio.

In caso di pericolo o della necessità di un intervento di emergenza, è possibile fare riferimento anche alla linea 114 – Emergenza Infanzia. Il servizio é una linea telefonica accessibile gratuitamente da telefonia fissa e mobile 24ore su 24 e dedicata a chiunque intenda segnalare situazioni di pericolo immediato per l’incolumità psico-fisica di bambini e adolescenti. Il 114 è gestito da Telefono Azzurro e promosso dal Ministero delle Comunicazioni in collaborazione con il Ministero della Solidarietà Sociale, il Dipartimento Politiche per la Famiglia, il Dipartimento per i Diritti e le Pari Opportunità.

In caso di minacce gravi o molestie sessuali è possibile rivolgersi alla Polizia o ai Carabinieri.

12. Cosa si può fare per fermare il cyberbullismo?

Esistono dei segnali ai quali i genitori dovrebbero fare attenzione. Gli indicatori che il proprio figlio potrebbe essere coinvolto in episodi di cyberbullismo, come vittima o come bullo, possono essere riassunti così:

    • si rifiuta di parlare di ciò che fa online;
    • utilizza Internet fino a tarda notte;
    • fa un uso eccessivo del computer e di Internet;
    • ha un calo dei voti scolastici;
    • è turbato dopo aver utilizzato Internet.

Se i genitori temono che il proprio figlio sia vittima di cyberbullismo possono mettere in atto alcuni accorgimenti pratici:

    • tenere il computer in una stanza della casa frequentata da tutti;
    • controllare con regolarità che cosa faccia il proprio figlio, condividendo con lui anche le attività sul computer;
    • cercare di parlargli per capire quale genere di attività online gli piacciono;
    • cercare online il suo nome: esaminando i suoi profili o i messaggi sui siti delle comunità di teenager, si può capire se è coinvolto in atti di bullismo.

È importante, inoltre, insegnare ai ragazzi alcune regole base per un uso sicuro di Internet:

  • mai dare informazioni personali, come nome, indirizzo, numero di telefono, età, nome e località della scuola o nome degli amici a chi non si conosce personalmente o a chi si conosce sul web;
  • non condividere le proprie password, neanche con gli amici;
  • non accettare incontri di persona con qualcuno conosciuto online;
  • mai rispondere a un messaggio che faccia sentire confusi o a disagio. Meglio ignorare il mittente, terminare la comunicazione e riferire quanto accaduto a un adulto;
  • mai usare un linguaggio offensivo o mandare messaggi volgari online.

13. Se un ragazzo è vittima di cyberbullismo, come dovrebbe comportarsi?

Ci sono consigli pratici anche per i ragazzi:

  • non rispondere a e-mail o sms molesti e offensivi;
  • non rispondere a chi insulta o prende in giro;
  • non rispondere a chi offende nelle chat o esclude da una chat;
  • salvare i messaggi offensivi che si ricevono (sms, mms, e-mail), prendendo nota del giorno e dell’ora in cui il messaggio è arrivato;
  • cambiare il proprio nickname;
  • cambiare il proprio numero di cellulare e comunicalo solo agli amici;
  • utilizzare filtri per bloccare le e-mail moleste;
  • non fornire mai dati personali (nome, cognome, indirizzo di residenza) a chi si conosce in chat o sul web;
  • parlane immediatamente con un adulto (genitori o insegnanti);
  • in caso di  minacce fisiche o sessuali, è possibile contattare anche la Polizia.

Le dinamiche che provocano episodi di cyberbullismo sono le stesse del bullismo tradizionale. Per prevenirlo ci può quindi attenere agli gli stessi consigli: cercare di comprendere e migliorare i comportamenti e le relazioni tra i ragazzi. Tuttavia, il bullismo elettronico può essere più facile da bloccare. La Commissione europea, ad esempio, è riuscita a fare firmare a diciassette compagnie del web un accordo per introdurre dispositivi che rendano più sicura la partecipazione dei minorenni alle reti sociali online. Un’iniziativa necessaria sia per il numero crescente di utenti dei social network in Europa (41,7 milioni e 107,4 milioni stimati nel 2012) sia per l’alto numero di episodi di abuso che coinvolgono i minorenni. L’accordo prevede, in particolare, che le  compagnie attivino il tasto “segnalazione di abusi”: gli utenti possono quindi cliccare sul bottone per segnalare contatti o comportamenti inappropriati di altri utenti. Non solo: il documento assicura che i profili online e gli elenchi dei contatti di utenti di siti Internet registrati come minorenni siano automaticamente classificati come “privati” e garantisce che non sia possibile compiere ricerche sui loro profili (su siti Internet o con i motori di ricerca). Infine, impedisce di utilizzare i servizi a utenti che non abbiano l’età minima richiesta: se un sito di socializzazione in rete è destinato ad adolescenti con più di 13 anni, dovrebbe essere difficile registrarsi per chi ha meno di quell’età.

14. Quali sono i metodi più efficaci per contrastare il cyberbullismo?

Secondo diverse associazioni che si occupano di bullismo e cyberbullismo, le azioni di prevenzioni più efficaci sono state quelle che hanno coinvolto gli adulti, responsabilizzando genitori e insegnanti sull’importanza di educare i ragazzi all’uso delle nuove tecnologie. Oltre ad indicazioni su cosa concretante insegnare, in diversi contesti si sono dimostrati utili anche lavori sulle capacità relazionali dei ragazzi: rispetto, assertività, empatia, senso critico. Si sono rivelate utili anche le campagne portate avanti dal Ministero della Pubblica Istruzione che, dal 2007, ha emanato le “Linee di indirizzo generali e azioni a livello nazionale per la prevenzione e la lotta al bullismo” (www.smontailbullo.it/normative/20070219_Direttiva_Bullismo.pdf).

15. Link utili

Campagna nazionale contro il bullismo
www.smontailbullo.it

Sito del Ministero della Pubblica Istruzione dedicato agli studenti
http://iostudio.pubblica.istruzione.it

Il bullismo, a cura della Polizia di Stato
www.poliziadistato.it

Telefono azzurro
www.azzurro.it

Meglio amici che bulli, a cura del Moige
www.meglioamicichebulli.it

Associazione SOS bullismo
www.bullismo.com

Il bullismo, a cura dell’Informagiovani d’Italia
www.informagiovani-italia.com/bullismo.htm

Stop al bullismo
www.stopalbullismo.it

Bullismo.it
www.bullismo.it

Info Bullismo
www.bullismo.info

Bullismo elettronico
www.cyberbullismo.com

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Il Cyber Bullismo alle Iene Show con l’intervista a Fabrizio Corona del 13/01/2012

Posted by in Video le Iene

Uno dei fenomeni più allarmanti e meno controllabili, o arginatili, è quello del “cyber bullismo“. Con l’avvento di Internet e l’esplosione dei social network, la privacy ormai è messa quotidianamente in pericolo al punto che qualcuno è arrivato a sentenziarne la morte. Ma se il bullismo reale è sempre esistito, quello virtuale è un fenomeno recente, dagli effetti potenzialmente devastanti. Si moltiplicano i casi di ragazzini, presi di mira dal cyber bullismo e le conseguenze sono spesso irreparabili. Sulla questione ha indagato ieri, nel corso della prima puntata delle Iene show del 2013, la bravissima Nadia Toffa. Nel servizio dell’inviata delle Iene trovate anche un’interessante intervista a Fabrizio Corona, il Re del bulli, nonché dei paparazzi. Il contributo video lo trovate appena qui sotto. Buona visione.

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03-08-07 14:11

Dieci persone che lo conoscono bene svelano chi è veramente il protagonista di Vallettopoli Fabrizio Corona. “Era un bambino perfetto: dolce, ubbidiente, generoso, servizievole. E mammone! A scuola non era particolarmente brillante. Ma diligente e rispettoso, sì. Tranne l’ultimo anno di liceo, allo scientifico privato Oppenheimer di Milano. Arrivò impreparato alla maturità: era stato lavativo tutto l’anno. All’esame si mise pure a fare lo strafottente e lo bocciarono. Ma prima di quell’episodio non ha mai fatto l’esibizionista o il bullo, come oggi vorrebbe apparire”. E’ quanto dichiarato dalla mamma Gabriella Corona, che si racconta a Donna Moderna.
.Marco Salvatori, il suo primo personal trainer, lo ricorda invece timido e impacciato. “Giocava da portiere, ma voleva irrobustirsi. Si allenava con impegno almeno un’ora al giorno. Man mano che si faceva il fisico le ragazze gli cascavano ai piedi. E si fece più sicuro di sé. Uscivamo spesso a bere una birra o a mangiare una pizza. Era un vero salutista. Una volta – racconta – prese degli aminoacidi ramificati per migliorare le sue prestazioni atletiche: gli venne un’ansia tremenda e dovetti portarlo al pronto soccorso! Poi conobbe Nina Moric. Tornò in palestra elettrizzato. Usciva con una top model. Di lì a poco cambiò palestra e giro d’amicizie”.
Antongiulio Grande, stilista e amico di Nina Moric, racconta che conobbe Fabrizio Corona quando divenne l’assistente di Lele Mora: “Quando conobbi Fabrizio aveva appena smesso di fare il modello. Non voleva più sfilare: se non sei un top ti pagano poco e lui aveva l’ansia di guadagnare. Era orgoglioso di Nina: si dava da fare per farla lavorare. Ma litigavano molto, spesso in pubblico”.
Per Lele Mora Fabrizio è un bravo ragazzo: “Ma per lavorare in un settore cinico come il nostro ha indossato la maschera da “duro”. E ora che ha scoperto che piace, ci marcia. Ma chi come me l’ha conosciuto quando aveva 23 anni, vede ancora uno dei tanti ragazzi della moda che folleggiavano negli anni novanta nelle discoteche di Milano. Voleva fare il giornalista, come suo padre. Era sveglio, lo presi come assistente. Ma voleva guadagnare di più, – chiude l’agente – così fondò l’agenzia fotografica. Ci vedevamo spesso: il suo ufficio è sotto il mio. Ma tra noi c’è stata solo amicizia. Fabrizio è eterosessuale e io non gli ho mai fatto delle avances”.

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“L’altra faccia del bullismo fatta di fragilità”

Di Redazione • 23 gen, 2013

Dopo una breve latitanza Fabrizio Corona è stato arrestato, tra le lacrime, in Portogallo. Il commento di Francesco Merlo

Non si è costituito volontariamente, precisa la polizia, Fabrizio Corona sentendosi braccato e senza possibilità di scampo si è consegnato “in lacrime e in preda allo sconforto” nella stazione ferroviaria metropolitana di Queluz, vicino a Lisbona.

A tradirlo il gps dell’antifurto dell’auto che ha utilizzato per la fuga, altro particolare che fa della sua interpretazione una parodia del personaggio del “giovane maledetto”, per dirla con la parole di Francesco Merlo, il cui commento ci è sembrato il più completo e intelligente perché non lascia scampo a Corona pur affermando che sarebbe “Meglio Corona libero che ”Giggino ‘a purpetta” senatore”

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Corto, Non è Amore:i codici della violenza e stalking

Corto prodotto dall’Associazione Italiana di Psicologia e Criminologia. Regia di Massimo Terranova, da un’idea di Massimo Lattanzi e Tiziana Calzone. Un uomo ed una donna descrivono i codici della violenza e stalking. Non è amore!

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Gli “atti persecutori”, indicati gergalmente con la parola anglosassone stalking (letteralmente significa “fare la posta”), in termini psicologici sono un complesso fenomeno relazionale, indicato anche come “sindrome del molestatore assillante” e, seppur articolato in una moltitudine di dettagli, è tuttavia possibile descriverne i contorni generali.I protagonisti principali sono:

  • il “persecutore” o molestatore assillante (l’attore),
  • la vittima
  • la relazione “forzata” e controllante che si stabilisce tra i due e finisce per condizionare il normale svolgimento della vita quotidiana della seconda, provocando un continuo stato di ansia e paura. La paura e la preoccupazione risultano, quindi, elementi fondanti e imprescindibili della “sindrome del molestatore assillante” per configurarla concretamente e darne la connotazione soggettiva che gli è propria.

I comportamenti persecutori sono definiti come “un insieme di condotte vessatorie, sotto forma di minaccia, molestia, atti lesivi continuati che inducono nella persona che le subisce un disagio psichico e fisico e un ragionevole senso di timore“.

Quindi, non sono tanto le singole condotte ad essere considerate persecutorie, ma piuttosto è la modalità ripetuta nel tempo, contro la volontà della vittima, che riassume in sé il principale significato delle condotte persecutorie.

Lo stalking può presentare una durata variabile, da un paio di mesi fino a coprire un periodo lungo anche anni.

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LIVELLI DELLA PROGRAMMAZIONE MONARCH

I livelli di programmazione Monarch identificano le “funzioni” dello schiavo e prendono il nome dalla elettroencefalografia (EEG) delle onde cerebrali ad essi associate.

Tipi di onde cerebrali

Considerata come la programmazione “generale” o regolare, quella ALPHA si situa all’interno delle dinamiche di base del controllo della personalità. È caratterizzata da una ritenzione mnemonica estremamente pronunciata, insieme ad un sostanziale incremento della forza fisica e visiva. La programmazione alpha si realizza attraverso la deliberata suddivisione della personalità delle vittime, in sostanza, provoca una divisione sinistra-destra del cervello, consentendo una riunione programmata dell’emisfero sinistro e destro attraverso la stimolazione neuronale.

La BETA rappresenta la programmazione “sessuale” (schiavi sessuali). Questa programmazione elimina le convinzioni morali apprese e stimola l’istinto sessuale primitivo, privo di inibizioni. Alterego “Gatte” possono crearsi a questo livello. Conosciuta come la programmazione Sex-Kitten, è la più visibile delle programmazioni sulle celebrità femminili, sulle modelle, sulle attrici e sulle cantanti che sono state sottoposte a questo tipo di programmazione. Nella cultura popolare, i vestiti con stampe feline spesso denotano la programmazione sex-kitten.

La DELTA è nota come programmazione “killer” ed è stata originariamente sviluppata per l’addestramento degli agenti speciali o dei soldati d’elite (cioè la Delta Force, il First Earth Battalion, il Mossad, ecc) nelle operazioni di infiltrazione. L’ottima risposta adrenalinica e l’aggressività controllata sono evidenti. I soggetti sono privi di paura e sono molto sistematici nello svolgimento delle loro assegnazioni. Istruzioni come il suicidio sono stratificate in a questo livello.

THETA. Viene considerata una programmazione psichica. I bloodliners (cioè coloro che discendono da famiglie di tradizione satanista) hanno una propensione psichica, sconosciuta a chi non appartiene alle loro casate, utilizzando la telepatia. Tuttavia, dati i limiti intrinseci di questo tipo di controllo mentale vennero introdotti svariati sistemi elettronici, come impianti cerebrali che sfruttano le tecnologie laser ed elettromagnetiche. È noto che essi vengono utilizzati in abbinamento a super computer e a satelliti di geolocazione.

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Dalla Romania una notizia agghiacciante: il dittatore faceva iniettare negli orfani il virus dell’ Hiv

“Mia figlia vittima di Ceausescu”

La bimba adottata dal giornalista e’ morta lo scorso ottobre Su cento piccoli infettati in Europa quasi sessanta sono romeni ” Ci vuole una nuova Norimberga per processare questi crimini ” Damato: anche Andreea cavia degli esperimenti sull’ Aids

Dalla Romania una notizia agghiacciante: il dittatore faceva iniettare negli orfani il virus dell’Hiv “Mia figlia vittima di Ceausescu” La bimba adottata dal giornalista e’ morta lo scorso ottobre Su cento piccoli infettati in Europa quasi sessanta sono romeni “Ci vuole una nuova Norimberga per processare questi crimini” Damato: anche Andreea cavia degli esperimenti sull’Aids MILANO – Bambini – cavia per studiare gli effetti dell’Hiv, il virus dell’Aids. E’ l’ultima agghiacciante notizia che arriva dalla Romania, un altro tassello del mosaico degli orrori, composto durante il passato regime comunista, sotto la guida del dittatore Nicolae Ceausescu. “Tra il 1987 e il 1988 – rivela il quotidiano romeno Evenimentul Zilei – Ceausescu avrebbe ordinato ai medici di iniettare, a scopo sperimentale, il virus Hiv nei corpi di bambini che vivevano negli orfanotrofi del Paese”. La notizia si basa su uno studio condotto dall’ospedale di Iasi, in collaborazione con l’Istituto Pasteur di Parigi. I ricercatori hanno accertato che praticamente tutti i bimbi romeni affetti da Aids sono portatori dello stesso tipo di virus: l’Hiv 1, sottogruppo F. Strana coincidenza. “Sarebbe piu’ logico – si fa notare – se i piccoli pazienti fossero infettati da una piu’ vasta gamma di “sottogruppi” del virus”. “Adesso il quadro si completa, i dubbi si vanno sciogliendo – dice il giornalista Mino Damato -. Ora si capisce l’origine di quello che fu definito dall’Organizzazione mondiale della Sanita’ l’unico caso al mondo di epidemia nosocomiale. I dati, infatti, dicono che su 100 bambini europei malati di Aids oltre la meta’ sono romeni”. La memoria di Mino Damato va alla sua piccola Andreea, la bimba che egli adotto’ nel 1987. Aveva tre anni, era sieropositiva. Il giornalista e la moglie l’hanno curata con amore, con dedizione assoluta. Ma, nell’ottobre del ’96, il suo corpicino minato dalla malattia non ha retto. Damato non e’ stato solo un papa’ adottivo. Piu’ volte e’ volato Bucarest, al Victor Babes, l’ospedale dove aveva trovato Andreea sofferente. Con determinazione, ha messo in piedi una catena di solidarieta’. E il risultato concreto e’ un nuovo padiglione del nosocomio romeno gia’ funzionante. E un altro di prossima inaugurazione. “I bimbi che stavano al Victor Babes – racconta – provenivano da vari orfanotrofi. Tutti malati di Aids. Allora si facevano varie ipotesi a proposito dell’epidemia. Si parlava di partite di sangue infetto, donato da studenti stranieri. Si accenno’ anche ad una sperimentazione, ma in modo vago, confuso…”. “Perche’ gli orfani? – s’indigna Damato – E’ evidente: nessuno protesta per loro, nessuno ne difende i diritti. Le loro sono vite a perdere. E cosi’ quel criminale di Ceausescu ha potuto impunemente usarli come cavie”. “Sono convinto, pero’ – aggiunge – che le sperimentazioni sono andate avanti, oltre il 1990. Anche se in Romania lo negano. L’hanno scorso lo dissi in faccia al ministro della Sanita’ in carica, Iulian Mincu”. “Qui ci vuole una Norimberga che processi questi crimini – dice il giornalista -. Credo che il nuovo governo romeno, che sta andando verso la CEE, che guarda all’Occidente, abbia intenzione di sollevare il coperchio degli orrori. Ma se non lo fara’, dovra’ assolutamente intervenire il Tribunale per i diritti dell’uomo”. Damato, lei ritiene che in Italia siano arrivati bambini romeni, sieropositivi, all’insaputa dei genitori adottivi? “Nulla si puo’ escludere. Certo, se l’adozione passa attraverso vie legali, i test dell’Hiv vengono eseguiti. Quindi il genitore sa se il bimbo e’ sano o malato. Se, invece, si agisce nell’illegalita’, tutto e’ possibile”.

Fumagalli Marisa

Pagina 17
(21 febbraio 1997) – Corriere della Sera

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I bambini delle fogne di Bucarest?

A Bucarest ci sono circa 5000 bambini abbandonati in strada. L’ex dittatore Ceausescu in una delle sue follie megalomani voleva governare un popoli di 30 milioni di persone,quindi aveva proibito contraccettivi e aborti e faceva controlli severi e improvvisi. Risultato: la nascita di tanti bambini che non potevano essere mantenuti e che venivano abbandonati nelle strade. Cade la dittaura.I bambini si stabiliscono nelle fogne per scaldarsi, si prostituiscono per pochi spiccioli,per mangiare. Dopo la prestazione sessuale possono venire uccisi,nessuno ne reclama il corpo.Pochi diventano adulti,la maggior parte prende l’AIDS, per vari motivi: sangue infetto mandato da altri stati (tipo l’Italia), infettati apposta dai pedofili, vittime di eseprimenti della moglie di ceausescu che ha infettato volontariamente centinaia di loro. La Romania è terra fertile per i pedofili, se viene fatta una denuncia arriva la polizia e picchia i bambini. In molti orfanatrofi stanno peggio che in strada….
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Dimenticare e mentire

Opera, 13 novembre 2012

Da sempre il Partito comunista italiano, poi Partito democratico della sinistra, si accredita come forza politica che si batte per avere la verità su quello che si ostina a chiamare “terrorismo”, soprattutto su quello che contro ogni evidenza continua a definire “nero”, e sulle stragi.
Questo partito ha mobilitato i suoi storici, i suoi giornalisti, i suoi magistrati per costruire una verità che fosse funzionale ai suoi progetti politici di inserimento nell’area governativa, prima della caduta dell’impero sovietico, e di condivisione del potere, dopo la fine del comunismo internazionale.
Ha organizzato manifestazioni, convegni, dibattiti pubblici per provare la sua ansia di verità, ma poi  ha lasciato solo il senatore Giovanni Pellegrino che è stato l’unico presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo e le stragi a cercare la verità con onestà e impegno.
Ha portato in parlamento Sabina Rossa, figlia dell’operaio Guido Rossa ucciso a Genova dalle Brigate rosse, che si è battuta, secondo le direttive ricevute dai suoi dirigenti di partito, per fare del 9 maggio di ogni anno la data della memoria delle vittime del “terrorismo”, così che queste devono essere commemorate lo stesso giorno in cui il direttore onorario del mandamento penale di Opera, Mario Moretti, ha ucciso Aldo Moro, uno fra i protagonisti indiscussi della guerra politica italiana.
Perché è ai Massimo D’Alema, Walter Veltroni, Piero Fassino ecc. che dobbiamo l’assurdità di fare del giorno della morte di Aldo Moro la data della memoria delle vittime di una guerra di cui costui, insieme ai suoi colleghi di partito, da Amintore Fanfani a Giulio Andreotti, porta la responsabilità politica e morale di averla dichiarata e sostenuta contro il popolo italiano.
Le esigenze di partito e di potere vengono prima dell’affermazione e del rispetto della verità, così i Fassino ed i suoi colleghi hanno portato al Senato perfino magistrati che hanno cercato di bloccare la sola inchiesta seria fatta sulla strage di piazza Fontana dal giudice istruttore di Milano, Guido Salvini.
Abbiamo, come presidente della Repubblica, un ex dirigente nazionale del Partito comunista italiano, Giorgio Napolitano, che si prodiga di ricevere vedove ed orfani, nel consegnare medaglie ed attestati, che si commuove perfino nel ricordo delle vittime ma dal quale è inutile attendersi una parola di verità su una storia tragica che costui ha vissuto all’interno della direzione nazionale del Pci di cui faceva parte.
Perché la parola d’ordine degli ex comunisti è dimenticare e far dimenticare, anzi dimenticare e mentire magari attribuendo ad una inesistente e generica “follia collettiva giovanile” le responsabilità della guerra civile.
Come gli ex comunisti, insieme ai democristiani e agli ex neofascisti del Movimento sociale italiano, sono riusciti a bloccare la divulgazione delle note informative della Central intelligence agency (Cia) americana sulle elezioni politiche del 18 aprile 1948, siamo certi che sono riusciti, tutti insieme, a frenare l’afflusso di informazioni provenienti dagli archivi dell’ex Kgb sovietico sull’Italia e il ruolo del Pci.
Ma le prove dell’attività difensiva del Partito comunista italiano contro gli eventuali colpi di mano del potere democristiano ci sono.
Ad esempio, dopo la guerra dei “sei giorni” che ha visto Israele aggredire, senza preavviso, l’Egitto e distruggerne il potenziale militare, la situazione internazionale precipita.
L’Unione sovietica e tutti gli Stati comunisti europei, meno la Romania di Nicolae Ceausescu, rompono i rapporti diplomatici con Israele, mentre in Italia viene designato come capo di Stato maggiore dell’Arma dei carabinieri l’israelita Arnaldo Ferrara che ci resterà per ben dieci anni, senza che nessuno osi porre domande sulla eccezionalità del fatto.
Il Partito comunista si preoccupa e prende le sue contromisure. Il 27 giugno 1967, il responsabile del Kgb presso l’ambasciata sovietica a Roma, Gurgen Semenovic Agajan, invia un telegramma a Mosca nel quale comunica la richiesta avanzata dal segretario nazionale del Pci, Luigi Longo, di poter inviare tre uomini in Unione sovietica perché siano addestrati alle tecniche di cospirazione, costruzione di documenti falsi e trasmissioni di radio clandestine.
La patria, in quegli anni, per i dirigenti nazionali del Pci non era l’Italia, bensì l’Unione sovietica alla quale, ovviamente, si rivolgevano per essere aiutati in caso di “colpo di Stato” anticomunista.
Dall’Unione sovietica giungono finanziamenti copiosi al Pci e, insieme, la protezione del Kgb e dei servizi segreti dei Paesi dell’est europeo.
Nella primavera del 1973, in Italia, è in corso di preparazione l’ennesimo tentativo di giungere ad una soluzione autoritaria per fare dello Stato italiano un baluardo anticomunista.
La direzione nazionale del Partito comunista è consapevole del pericolo così che l’11 maggio 1973, pochi giorni prima che il confidente del Sid Gianfranco Bertoli cerchi di uccidere Mariano Rumor a Milano (17 maggio 1973), a Mosca, Boris Ponomarev, uomo di collegamento fra il Pcus e il Pci, invia al comitato centrale del partito una nota avente per oggetto “assistenza speciale al Partito comunista italiano”.
“La direzione del Partito comunista italiano (compagno A. Cossutta) ha chiesto al Cc del Pcus – scrive Ponomarev – l’assistenza per quanto riguarda l’avvio di collegamenti radio e la preparazione di documenti (carte d’identità, passaporti ed altro) nel caso che la situazione politica in Italia dovesse aggravarsi (si allega la richiesta della direzione del Pci)”.
La motivazione avanzata da Enrico Berlinguer e dai suoi compagni della direzione nazionale del Pci è esplicita, e non fa riferimento alcuno al “terrorismo nero”, non dice che teme la rivoluzione fascista guidata dal “Caccola” e dal “Pippone”, ma precisa che teme l’aggravarsi della situazione politica in un Paese in cui il partito egemone, quello che controlla Forze armate e corpi di polizia, è la Democrazia cristiana.
“La direzione del Pci – prosegue Ponomarev – chiede, fra l’altro, che vengano consegnati al partito tre radiotrasmettitori, cifrari per i collegamenti radio e miniattrezzature per la preparazione di documenti: chiede inoltre di ritrasmettere alle varie città italiane messaggi cifrati della direzione del partito nel caso che questo dovesse passare alla clandestinità”.
La direzione nazionale del Pci, di cui fa parte Giorgio Napolitano, si prepara a fronteggiare un “colpo di Stato” istituzionale e la possibilità di essere posto fuori legge.
La lettura della nota di Boris Ponomarev non lascia spazio alle interpretazioni perché illustra in maniera cristallina le paure di Enrico Berlinguer e dei suoi colleghi di partito dinanzi alla prospettiva concreta di un intervento politico-militare finalizzato a fare dell’Italia una “democrazia autoritaria” che, sul modello tedesco, metta fuori legge anche il Partito comunista, non solo le le organizzazioni della sinistra extra-parlamentare.
L’allarme comunista non sorge nella primavera del 1973, perché nella sua nota Boris Ponomarev fa esplicito riferimento a documenti del 16 giugno 1970, 21 luglio 1971, 20 ottobre 1972, confermando che “negli ultimi anni su richiesta del Pci è stato svolto un lavoro di preparazione e radiotelegrafisti e di confezione di cifrari”.
In altre parole, a partire dall’estate del 1967, il Partito comunista italiano vive la stagione della grande paura di scioglimento decretato per legge dai detentori democristiani del potere in Italia.
La situazione si aggrava, così che il 26 aprile 1974, a Mosca, Boris Ponomarev sottopone al comitato centrale del Pcus un’altra richiesta di “assistenza speciale” avanzata dal Partito comunista italiano:
“Il membro dell’Ufficio politico del Partito comunista italiano, compagno A. Cossutta, a nome della direzione del Pci (compagni L. Longo e E. Berlinguer) si è rivolto al CC del PCUS con la richiesta che venga prestata al Pci assistenza per questioni speciali.
Nel corso delle consultazioni di lavoro svolte a Mosca – prosegue Ponomarev – il compagno Cossutta ha specificato che la direzione del Pci, per agevolare il lavoro del partito nelle condizioni di un forte inasprimento della situazione politica nel Paese, chiede di aiutare il Pci nell’addestramento di istruttori esperti di collegamento radio, di cifrari, di tecniche di travestimento e camouflage, nonché nell’elaborazione dei programmi dei collegamenti radio, dei documenti in cifra e nella preparazione di documenti italiani e stranieri per l’uso interno ed esterno”.
Dopo aver ricordato le passate delibere del Pcus in materia e la consegna di tre radiotrasmettitori e cifrari ai “compagni italiani” nel 1973, Ponomarev entra nel merito delle richieste della direzione nazionale del Pci:
“Riterremmo opportuno accettare la richiesta della direzione del Pci di accogliere in Unione sovietica nel 1974 19 comunisti italiani per corso di preparazione speciale, di cui 6 persone per un corso sui collegamenti segreti, sull’utilizzo delle emittenze BR-3U e sull’uso dei cifrari (durata massima 3 mesi), 9 persone per studiare le tecniche di partito (durata massima 2 mesi) e 2 persone per studiare le tecniche di travestimento e camouflage (durata massima 2 settimane); si dovrebbe inoltre autorizzare l’arrivo a Mosca di un esperto del Pci, per le consultazioni sull’avvio di topi speciali di radiotrasmissione in ambienti chiusi….la questione – conclude Ponomarev – è stata concordata con il KGB (compagno Ju. V. Andropov)”.
Quali siano i pericoli che minacciano il Pci, nel corso della sua visita a Mosca, dal 15 al 19 luglio 1974, il segretario nazionale del partito lo dice esplicitamente a Boris Ponomarev citando gli esempi di Cile e di Cipro.
Nessun riferimento al “terrorismo nero” o a “follie collettive giovanili”, perché Enrico Berlinguer e, con lui, gli altri componenti della direzione nazionale del Pci sanno perfettamente che la minaccia proviene da ambienti politici democristiani, socialdemocratici e liberali collegato con le Forze armate.
La forza elettorale del Pci cresce e, insieme ad essa, la paura dei dirigenti comunisti italiani che sanno bene come siano ancora in vigore i patti di Jalta che vietano ai comunisti italiani di assumere la guida del governo.
Nel 1976 il consenso elettorale del Partito comunista giunge al massimo storico, tanto che si presenta concreta la possibilità di un “sorpasso” da parte del partito dell’avversario storico, la Democrazia cristiana.
Diventare il partito di maggioranza relativa non garantisce al Partito comunista, in modo automatico, la direzione del governo italiano perché la Democrazia cristiana ed i suoi alleati avrebbero, in Parlamento, i voti necessari per ribaltare l’esito delle urne e formare un governo di coalizione.
Ma gli Stati uniti, la Nato, i settori oltranzisti della Democrazia cristiana, il Vaticano, l’alta finanza si sentirebbero egualmente rassicurati dalla certezza che il Partito comunista italiano, sebbene vincitore delle elezioni politiche, resterebbe confinato all’opposizione in Parlamento?
Cosa potrà accadere non passa per le decisioni dei “terroristi neri”, dal “Caccola” al “Pippone”, e neanche per quelle del futuro dirigente penitenziario Mario Moretti, capo si dice delle Brigate rosse, ma per quelle dei governi occidentali e dei poteri forti, nazionali ed internazionali.
Enrico Berlinguer lo sa, come anche Giorgio Napolitano e gli altri componenti della direzione nazionale del Pci, così che il 10 gennaio 1976, a Mosca, Boris Ponomarev indirizza ancora una volta una lettere al comitato centrale del Pcus, nella quale scrive:
“Il membro della Direzione e della segreteria del Pci, compagno Ugo Pecchioli, su incarico della Direzione del suo partito (compagno Berlinguer) si è rivolto al CC del Pcus con la richiesta di assistenza al Pci per quanto riguarda l’addestramento di istruttori, rediotelegrafisti, esperti di tecniche di partito, organizzazione di nascondigli segreti, di individuazione di microfoni segreti nonché assistenza per quanto riguarda la realizzazione di documenti italiani in bianco per uso interno ed esterno.
Queste richieste della Direzione del Pci – sottolinea Ponomarev – sono motivate dal proposito di garantire al partito la sicurezza in caso di repentino aggravamento della situazione politica nel Paese”.
Nel 1976 la destra golpista e stragista stava a cuccia in attesa che qualcuno la volesse ancora utilizzare; l’eco delle stragi del 1974 si era spenta; gli esponenti politici più compromessi con la strategia della tensione, come Paolo Emilio Taviani per la Democrazia Cristiana e Mario Tanassi per il Partito socialdemocratico italiano, erano stati estromessi definitivamente dai govreni in carica, era il momento dei Moro e degli Andreotti che, ufficialmente, guardavano al Pci come ad un interlocutore affidabile se non proprio ad un alleato a tutti gli effetti del governo, ma la dirigenza comunista vive egualmente nel terrore.
Ponomarev ricorda ai componenti del comitato centrale del Pcus che “negli ultimi anni è stato prestato ai compagni italiani un aiuto permanente nella preparazione di esperti in collegamento radio e in altre questioni speciali”, e chiede che anche questa volta la richiesta del Pci sia accolta, facendo giungere in Unione sovietica “per un corso di preparazione speciale sette comunisti italiani, di cui uno per un corso sui collegamenti radio segreti utilizzando apparecchiature avanzate (durata del corso: due mesi); un istruttore di tecniche radiotelegrafiche e di lavoro in cifra (tre mesi), due esperti di tecniche di partito (due mesi), un esperto di tecniche di travestimento e  camouflage (due settimane), una persona specializzata nell’organizzazione di nascondigli segreti (due settimane).
Inoltre sarebbe opportuno preparare per il Pci 100 documenti italiani in bianco tra passaporti per l’estero, carte d’identità, patenti di guida ecc., secondo i modelli che verranno spediti dai compagni italiani.
L’accoglienza e i relativi servizi agli allievi saranno affidati alla sezione internazionale e alla Direzione amministrativa del CC del Pcus, mentre la loro preparazione e la selezione degli interpreti italiani verranno addebitate sul bilancio di spesa per l’accoglienza di funzionari di partiti stranieri. La questione è stata concordata con il Kgb (compagno Andropov)”.
Negli anni Settanta, il Partito comunista italiano è sulla difensiva. Svanita, fin dal 1945-46, la già remota possibilità di fare una rivoluzione proletaria per impadronirsi del potere, il Pci ha smantellato nel corso degli anni il suo apparato paramilitare, mantenendo inalterata la struttura clandestina che deve intervenire nel caso di scioglimento del partito, per garantirne la sopravvivenza, assicurare la fuga ai dirigenti nazionali, mantenere i collegamenti con i servizi segreti della madrepatria sovietica e quelli dell’Europa dell’est.
A partire dal 1976 e per quasi tutti gli anni Settanta, il Pci vive in permanente stato di allarme perché conosce, tramite il Kgb, quello che si trama in questo Paese e in seno all’Alleanza atlantica per eliminarlo dalla scena politica italiana o, comunque, per neutralizzarne l’ascesa elettorale.
Luigi Longo, prima, ed Enrico Berlinguer, dopo, non si trovano a fronteggiare “trame nere” ordite da nazifascisti e “servizi segreti deviati”, ma trame democristiane e socialdemocratiche, atlantiche, americane ed israeliane.
Tacere queste verità ordinando ai propri storici e agli asserviti giornalisti, soprattutto televisivi, di proseguire nel loro bombardamento mediatico sullo Stato aggredito dal “terrorismo nero” e “rosso” che ha saputo vincere grazie all’unione nazionale fra tutti i partiti, primi la Democrazia cristiana  e il Partito comunista italiano, è una responsabilità che pesa sulle spalle dei D’Alema, dei Veltroni, dei Fassino e via enumerando.
La necessità di andare avanti procedendo con “inciuci” continui con i loto ex nemici di ieri, non giustifica la decisione di perpetuare la menzogna storica sulla guerra politica italiana, fingendo che non è esistita una contrapposizione totale fra il Pci e l’Unione sovietica, da un lato, e la Democrazia cristiana, i suoi alleati, gli Stati uniti e la Nato, dall’altro.
Non possono pretendere di andare avanti raccontando agli italiani che il Partito comunista e la Democrazia cristiana insieme hanno fronteggiato e, poi, sconfitto l’inesistente “terrorismo nero” e quello “rosso”, quando i comunisti italiano sanno perfettamente che il primo è stato il “braccio armato” dello Stato e del potere democristiano, mentre il secondo è stato largamente infiltrato e strumentalizzato per creare un’opposizione alla sinistra del Pci e trascinarlo nel vortice della guerra civile.
Noi siamo certi che la stragrande maggioranza degli iscritti e dei militanti del Pd è composta da persone oneste, per bene, intelligenti alle quali ci rivolgiamo perché pretendano dai dirigenti del loro partito la rimozione degli ostacoli che si frappongono all’affermazione della verità sulla tragedia italiana.
E’ un diritto che devono rivendicare, insieme a tutti gli italiani che, a prescindere dalle loro posizioni politiche, sentono il bisogno di comprendere quale sia stata la condotta di un potere criminale che, oggi, non deve più essere protetto.
Non esiste l’anti-politica, ma solo una politica onesta che deve porsi come primo obiettivo, formando uno schieramento trasversale, l’affermazione della verità sulla guerra politica come un dovere per i vivi e per i morti, senza alcuna discriminazione, e come base per costruire un futuro che sia ben diverso dal passato.

Vincenzo Vinciguerra