Papa: Gesù nostro avvocato, ci difende da diavolo e da noi stessi

17/04/2013

Zoom Foto Città del Vaticano, 17 apr. (TMNews) – Gesù è “presso” Dio e “intercede” per gli uomini. Lo ha detto il Papa nel corso dell’udienza generale. “Egli – ha detto Francesco – è il nostro avvocato: che bello sentire questo! Quando uno è chiamato dal giudice o ha una causa, la prima cosa che fa è chiamare un avvocato perché lo difenda: noi ne abbiamo uno che ci difende sempre, ci difende dell’insidia del diavolo, da no stessi e dai nostri peccati! Carissimi fratelli e sorelle – ha proseguito Bergoglio ta gli applausi – abbiamo questo avvocato: non abbiamo paura di andare da lui e chiedere perdono, chiedere benedizione e misericordia: lui ci perdona sempre, ci difende sempre, non dimenticatelo”.

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…e verrà a giudicare i vivi ed i morti!

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Ora c’è da domandarsi: e chi è il Giudice. E Nostra Signora è stata “licenziata” dopo essere stata “assunta”? Se Gesù è Avvocato, Lucifero il Giudice o lo è il Dio degli atei devoti e delle Religioni Immanenti? Il fatto è che prima di lui, altri suoi idoli, Ratzinger e Kasper avevano espresso dubbi sulla divinità di Gesù

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Papa: “Gesù è nostro avvocato, capocordata che ci conduce a Dio”

Il Pontefice, in piazza San Pietro per l’udienza generale, ha esortato i giovani a seguire il Signore con entusiasmo e gli 80mila fedeli presenti a non avere paura di chiedere perdono. Poi ha pregato per le vittime del sisma in Iran e Pakistan

CITTA’ DEL VATICANO –  “Quando qualcuno è chiamato dal giudice in causa, la prima cosa che fa è chiamare un avvocato che lo difenda. Noi ne abbiamo uno (Gesù ndr) che ci difende sempre, ci difende dalle insidie del diavolo, da noi stessi e i nostri peccati”. Così Papa Francesco durante l’udienza generale in Piazza San Pietro. “Abbiamo questo avvocato – ha aggiunto il Papa – e non dobbiamo avere paura di chiedere perdono, benedizione e misericordia. Lui ci perdona sempre, è il nostro avvocato che ci difende sempre. Non dimenticate questo”.

“L’Ascensione di Gesù al cielo ci fa conoscere questa realtà così consolante per il nostro cammino: in Cristo, vero Dio e vero uomo, la nostra umanità è stata portata presso Dio; lui ci ha aperto il passaggio; è come un capo cordata quando si scala una montagna, che è giunto alla cima e ci attira a sé conducendoci a Dio”, ha aggiunto Papa Francesco, sottolineando che “se affidiamo a lui la nostra vita, se ci lasciamo guidare da lui siamo certi di essere in mani sicure”.

Vicino a vittime terremoto Iran. ”Ho appreso con tristezza del violento sisma che ha colpito le popolazioni dell’Iran e del Pakistan, portando morte, sofferenza, distruzione”, ha detto, poi, il Papa che ha pregato ”per le vittime e per tutti coloro che sono nel dolore” e ha manifestato ”al popolo iraniano e a quello pakistano” la sua ”vicinanza”.

L’entusiasmo dei giovani.
  ”Non si può capire un giovane senza entusiasmo”, ha proseguito ancora il Papa, parlando ‘a braccio’, con l’intento di incoraggiare le nuove generazioni. Salutando i fedeli di lingua italiana, e in particolare i giovani, il Papa ha detto: ”il Signore risorto riempia del suo amore il cuore di ciascuno di voi, cari giovani, di voi studenti oggi così numerosi, perché siate pronti a seguirlo con entusiasmo”. Quindi ha ribadito, fuori dal testo scritto: ”Non si può capire un giovane senza entusiasmo. Seguire il Signore con entusiasmo e lasciarsi guardare da lui”.

Il saluto agli operai sardi. Fuori programma in piazza San pietro. Il Papa a fine dell’udienza generale ha salutato gli operai sardi della E.On – da settimane in protesta con l’azienda per i tagli previsti – che non sono riusciti ad arrivare a roma a causa di un ritardo dell’aereo.”Vorrei salutare gli operai della E.On: il loro aereo ha avuto un ritardo di tre ore e non sono riusciti ad arrivare, ma li portiamo comunque nel cuore”, ha detto Papa Francesco. I 50 operai di Fiume Santo del gruppo sardo, accompagnati dall’arcivescovo di Sassari mons. Paolo Atzei, erano pronti a partire per esser ricevuti a San Pietro da Bergoglio, ma l’aereo Alghero-Roma delle 7,05 sarebbe slittato alle 9,30 e così è saltato il viaggio.

Lo zucchetto scambiato. Durante il giro sulla “campagnola” scoperta in Piazza San Pietro, prima dell’udienza generale, in cui si è fermato a baciare e accarezzare numerosi bambini, papa Francesco a un certo punto ha fatto sosta per ricevere dalle mani di un fedele uno zucchetto bianco: subito il Pontefice si è tolto il suo dalla testa, consegnandolo al fedele che era oltre la transenna, e si è posto quello nuovo sul capo, tenendolo poi per l’udienza.

La maglia di Messi. Al termine dell’udienza generale, al papa è stato consegnato un dono singolare proveniente da Barcellona: la maglietta ‘azulgrana’ numero 10 autografata dal calciatore argentino Lionel Messi e
affettuosamente dedicata a papa Francesco con ‘mucho carino’. Lo rende noto l’Osservatore Romano. La maglietta è stata portata al pontefice da monsignor Miguel Delgado Galindo, sotto-segretario del Pontificio
Consiglio dei Laici, originario di Barcellona.

La Chiesa non è baby sitter.
La potenza del battesimo spinge i cristiani al coraggio di annunciare Cristo anche senza sicurezze, anche tra le persecuzioni, ha affermato Papa Bergoglio durante la quotidiana messa presieduta stamani nella Domus Sanctae Marthae, alla presenza di un gruppo di dipendenti dello Ior. La Chiesa, ha detto, non è una “baby sitter” e i laici devono riscoprire la “responsabilità” del loro battesimo.

Il messaggio del re dell’Arabia Saudita
. Papa Francesco ha ricevuto oggi un messaggio inviatogli dal re dell’Arabia Saudita, Abdullah bin Abdulaziz Al-Saud. Il testo del regnante musulmano gli è stato consegnato dall’ambasciatore saudita in Italia, Saleh Mohammad Al-Ghamdi, che il Pontefice ha incontrato nello studio dell’Aula Paolo VI, dopo l’udienza generale.

Il tweet. ”Entrare nella gloria di Dio esige la fedeltà quotidiana alla sua volontà, anche quando richiede sacrificio”. Questo il testo di uno dei due messaggi diffusi oggi su Twitter da papa Francesco dopo l’udienza generale. Nell’altro ‘tweet’ il Pontefice scrive: ”L’Ascensione al cielo di Gesù non indica la sua assenza, ma che Egli è vivo in mezzo a noi in modo nuovo, vicino ad ognuno di noi”.

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La visione conciliare che accomuna Ratzinger a Bergoglio

17/04/2013

Un incontro tra Benedetto XVI e BergoglioUn incontro tra Benedetto XVI e Bergoglio. Per entrambi il Vaticano II non è una icona o un tema di studio ma una spiritualità da vivere nel solco del vangelo

Michelangelo NAsca
Roma

Le omelie di Papa Francesco, pronunciate ogni mattina durante la celebrazione della Messa nella Cappella della Domus Santa Marta – che ha ospitato i cardinali durante il Conclave e dove normalmente dimorano diversi vescovi e preti che lavorano in Vaticano, e dove attualmente lo stesso Pontefice ha deciso di abitare – ci offrono quotidianamente un importante spunto di riflessione.

Quella di oggi è un ricorrenza importante, Benedetto XVI compie 86 anni e Papa Francesco lo ha ricordato durante la celebrazione eucaristica dicendo: “Offriamo la Messa per lui, perché il Signore sia con lui, lo conforti e gli dia molta consolazione”. Ma forse non è tutto, visto che nel prosieguo del suo discorso Papa Francesco riprende un tema particolarmente caro a Benedetto XVI (il Concilio).

Nel corso della sua omelia, infatti, Papa Bergoglio sottolinea le parole che Santo Stefano (tema della lettura del giorno) rivolge al popolo, agli anziani e agli scribi prima di subire il martirio: «Testardi e incirconcisi nel cuore e nelle orecchie, voi opponete sempre resistenza allo Spirito Santo. Come i vostri padri, così siete anche voi. Quale dei profeti i vostri padri non hanno perseguitato?” (At 7, 51ss.). Un rimprovero – precisa il Pontefice – che anche Gesù rivolse ai discepoli di Emmaus, e un invito a non porre resistenza all’azione dello Spirito Santo. A questo punto, le parole del Papa, come un fiume in piena, iniziano a dettagliare una delle principali obiezioni che ristagnano spesso nel cuore di molti. “Per dirlo chiaramente: ­– afferma con dirompente schiettezza il Papa argentino – lo Spirito Santo ci dà fastidio. Perché ci muove, ci fa camminare, spinge la Chiesa ad andare avanti. E noi siamo come Pietro nella Trasfigurazione: ‘Ah, che bello stare così, tutti insieme!’ … ma che non ci dia fastidio. Vogliamo che lo Spirito Santo si assopisca … vogliamo addomesticare lo Spirito Santo. E quello non va. Perché Lui è Dio e Lui è quel vento che va e viene e tu non sai da dove. E’ la forza di Dio, è quello che ci dà la consolazione e la forza per andare avanti. Ma: andare avanti! E questo da fastidio. La comodità è più bella”.

Forse non è del tutto vero – precisa il Papa – che “siamo tutti contenti” per la presenza dello Spirito Santo; e subito un esempio a proposito del Concilio Vaticano II. “Il Concilio è stato un’opera bella dello Spirito Santo. Pensate a Papa Giovanni: sembrava un parroco buono e lui è stato obbediente allo Spirito Santo e ha fatto quello. Ma dopo 50 anni, abbiamo fatto tutto quello che ci ha detto lo Spirito Santo nel Concilio? In quella continuità della crescita della Chiesa che è stato il Concilio? No. Festeggiamo questo anniversario, facciamo un monumento, ma che non dia fastidio. Non vogliamo cambiare. Di più: ci sono voci che vogliono andare indietro. Questo si chiama essere testardi, questo si chiama voler addomesticare lo Spirito Santo, questo si chiama diventare stolti e lenti di cuore”.

Nella Pentecoste del 2010 Papa Benedetto XVI diceva: “La fiamma dello Spirito Santo arde ma non brucia. E tuttavia essa opera una trasformazione, e perciò deve consumare qualcosa nell’uomo, le scorie che lo corrompono e lo ostacolano nelle sue relazioni con Dio e con il prossimo.

Questo effetto del fuoco divino però ci spaventa, abbiamo paura di essere “scottati”, preferiremmo rimanere così come siamo. Ciò dipende dal fatto che molte volte la nostra vita è impostata secondo la logica dell’avere, del possedere e non del donarsi. Molte persone credono in Dio e ammirano la figura di Gesù Cristo, ma quando viene chiesto loro di perdere qualcosa di se stessi, allora si tirano indietro, hanno paura delle esigenze della fede. C’è il timore di dover rinunciare a qualcosa di bello, a cui siamo attaccati; il timore che seguire Cristo ci privi della libertà, di certe esperienze, di una parte di noi stessi. Da un lato vogliamo stare con Gesù, seguirlo da vicino, e dall’altro abbiamo paura delle conseguenze che ciò comporta”.

L’attenzione al Concilio e l’invito ad approfondirne i contenuti sono il tema principale dell’Anno della Fede, verso cui né Benedetto XVI (che ne ha indetto la celebrazione) né Papa Francesco intendono prenderne le distanze.

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Erat autem Caiphas: Bergoglio sconfessa se stesso

Nel corso dell’omelia pronunziata domenica 15 Aprile, Bergoglio ha detto:
Ci sono voci che vogliono andare indietro. Questo si chiama essere testardi, questo si chiama voler addomesticare lo Spirito Santo, questo si chiama diventare stolti e lenti di cuore.
Molti hanno voluto cogliere nelle parole del Vescovo di Roma un’aspra critica verso il tradizionalismo, il conservatorismo e in genere nei confronti di qualsiasi atteggiamento che non si dimostri aperto ed entusiasta alla novità assoluta, all’innovazione più ardita.
Certo è che Bergoglio non rischia nemmeno lontanamente di esser considerato un conservatore, men che meno un tradizionalista: è quindi ragionevole supporre che le sue affermazioni, pur nel lacunoso e stentato eloquio che contraddistingue le sue omelie, vadano intese nel senso che vi hanno attribuito i più.
Eppure, allo stesso modo in cui Caifa, nel condannare Nostro Signore come blasfemo dinanzi al Sinedrio, diede la chiave di lettura vera e profonda della Passione redentrice del Salvatore nostro, Expedit unum hominem mori pro populo, crediamo sia da notare come, forse senza nemmeno rendersene conto, Bergoglio abbia detto una verità incontestabile, che però gli si ritorce inesorabilmente contro.
E’ verissimo, infatti, che vi sono testardi che, nonostante la crisi che affligge la Chiesa da decenni, si ostinano a voler andare indietro, riproponendo l’indigesta poltiglia conciliare riscaldata e rancida. E’ verissimo che, dopo cinquant’anni di fallimenti, vi sono stolti che guardano al conciliabolo romano con l’entusiasmo che i figli dei fiori secchi mostrano verso il ciarpame ideologico sessantottino. E’ verissimo che, dopo il Pontificato di Benedetto XVI, vi sono lenti di cuore che rimpiangono le liturgie straccione di Wojtyla, i balli di selvaggi in San Pietro, le baracconate ecumeniche di Assisi e tutto il repertorio del grottesco circo conciliare.

E’ a costoro, vogliamo credere, che involontariamente alludeva Bergoglio; e forse, in un curioso lapsus freudiano, egli ha sconfessato anche se stesso, il suo voler tornare ad una presunta figura piaciona del Vicario di Cristo, scarpe grosse e cervello fino, esautorato non solo nelle proprie insegne – che pur timidamente Benedetto XVI aveva in parte riportato in auge – ma anche nella sostanza, avvilendo il ruolo sovrano del Papa a vantaggio della collegialità, presentando il Successore del Principe degli Apostoli come un prevosto di campagna o un coadiutore parrocchiale di periferia, imponendo orgogliosamente il proprio discutibilissimo ego a detrimento della sacra maestà del Sommo Pontefice.

E ci chiediamo, retoricamente: chi è il testardostolto e lento di cuore?

Caifa considerava una bestemmia il fatto che Nostro Signore si fosse proclamato Dio, e per quella bestemmia scidit vestimenta sua. Anche la Chiesa, che ripercorre le orme del suo Capo sulla via dolorosa del Calvario conciliare, afferma la propria divinità, e un altro Caifa si straccia le vesti: Quid adhuc egemus testibus? Ecce nunc audistis blasphemiam: quid vobis videtur? E il Sinedrio modernista decreta la morte della Chiesa Cattolica, che ha osato ergersi al di sopra delle eresie e degli errori, proclamandosi Domina gentium. Quella Chiesa merita la morte, verrà mandata davanti a Pilato perché sia l’autorità civile, in nome della libertà di religione, a decretarne prima la flagellazione e poi la crocifissione. Quella Chiesa che nella storia ha perpetuato i miracoli del Salvatore facendo solo del bene, verrà spogliata della sua tunica che sarà giocata ai dadi dalle sette; sarà abbeverata col fiele della collegialità, che rifiuterà con sdegno, e finalmente le sarà trapassato il costato con la lancia del pauperismo e della demagogia, lasciandola agonizzante. E quando la natura stessa – qui legit intelligat – tremerà per la morte della Sposa di Cristo, sarà un centurione a riconoscere: Vere filia Dei erat ista, mentre chi l’ha tradita e consegnata ai gran sacerdoti conciliari andrà ad impiccarsi per la disperazione.
Certamente qualche zelante di Curia manderà le proprie guardie a sorvegliarne il sepolcro, ne forte veniant discipuli ejus per trafugarne il cadavere e poi raccontare al popolo: è risorta dai morti, come risorse il suo Signore. Ma essa risorgerà trionfante proprio quando tutti la crederanno sconfitta, e scopriranno il suo sepolcro vuoto le pie donne e i pochi discepoli rimastile fedeli. Essa si mostrerà ai pochi sacerdoti asserragliati nelle loro chiese clandestine a celebrare la Messa cattolica a porte chiuse propter metum modernistarum.
E davvero si compirà quel che dice il profeta Osea: O mors ero mors tua, morsus tuus ero, inferne. O morte, io ti ucciderò; sarò la tua rovina, o inferno.
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Papa Francesco nella Basilica di San Paolo: l’incoerenza mina la credibilità della Chiesa

Il Signore “ci invia ad annunciarlo con gioia come il Risorto”. E’ un forte invito alla testimonianza con la parola e con la vita, che Papa Francesco rivolge nella Messa presieduta domenica pomeriggio in occasione della sua prima visita alla Basilica di San Paolo fuori le Mura. A concelebrare con lui anche Dom Edmund Power, padre Abate dell’Abbazia di San Paolo e il cardinale James Michael Harvey, arciprete della Basilica papale, che gli ha rivolto un indirizzo di saluto. Numerosi i presenti. All’inizio il Pontefice è sostato in preghiera al Sepolcro di San Paolo e ha incensato il Trophæun dell’Apostolo. Il servizio di Debora Donnini:RealAudioMP3

San Paolo ha annunciato il Signore con la parola, lo ha testimoniato con il martirio e lo ha adorato con tutto il cuore. Partendo dalla figura dell’Apostolo delle Genti, di Pietro e degli altri Apostoli, l’omelia di Papa Francesco si dipana su tre verbi: “Annunciare, testimoniare, adorare”. Riferendosi alla prima lettura, il Papa ricorda come gli Apostoli annuncino con coraggio quello che hanno ricevuto. Non li ferma il comando di tacere, non li ferma l’”essere flagellati” o “il venire incarcerati”. “E noi?”, si chiede il Papa:

“Sappiamo parlare di Cristo, di ciò che rappresenta per noi, in famiglia, con le persone che fanno parte della nostra vita quotidiana? La fede nasce dall’ascolto, e si rafforza nell’annuncio”.

L’incontro con Cristo dà una direzione nuova e dunque gli Apostoli rendono testimonianza anche con la vita. Nel Vangelo proclamato Cristo ricorda a Pietro che quando sarà vecchio, un altro lo porterà dove lui non vuole:

“E’ una parola rivolta anzitutto a noi Pastori: non si può pascere il gregge di Dio se non si accetta di essere portati dalla volontà di Dio anche dove non vorremmo, se non si è disposti a testimoniare Cristo con il dono di noi stessi, senza riserve, senza calcoli, a volte anche a prezzo della nostra vita. Ma questo vale per tutti: il Vangelo va annunciato e testimoniato”.

Come in un “grande affresco” vi sono tanti colori e sfumature, così certamente anche la testimonianza della fede ha tante forme. “Nel grande disegno di Dio” – afferma il Pontefice – ogni dettaglio è importante, anche la tua, la mia piccola e umile testimonianza, anche quella nascosta di chi vive con semplicità la sua fede nella quotidianità dei rapporti di famiglia, di lavoro, di amicizia”. “Ci sono i santi di tutti i giorni”, “i santi nascosti”, “una sorta di classe media della santità, come diceva uno scrittore francese”, “di cui tutti possiamo fare parte”. Ma, rileva ancora, “in varie parti del mondo c’è anche chi soffre, come Pietro e gli Apostoli a causa del Vangelo; c’è chi dona la sua vita per rimanere fedele a Cristo con una testimonianza segnata dal prezzo del sangue”. “Ricordiamolo bene tutti”, dice Papa Francesco: “Non si può annunciare il Vangelo di Gesù senza la testimonianza concreta della vita. Chi ci ascolta e ci vede deve poter leggere nelle nostre azioni ciò che ascolta dalla nostra bocca e rendere gloria a Dio”:

“Mi viene in mente adesso un consiglio che San Francesco di Assisi dava ai suoi fratelli: ‘Predicate il Vangelo e, se fosse necessario, anche con le parole’. Predicare con la vita, la testimonianza. L’incoerenza dei fedeli e dei Pastori tra quello che dicono e quello che fanno, tra la parola e il modo di vivere mina la credibilità della Chiesa”.

Ma annunciare e testimoniare sono possibili solo se “siamo vicini a Lui”. “Questo è un punto importante per noi”, dice il Papa: “Vivere un rapporto intenso con Gesù, un’intimità di dialogo e di vita”. “Vorrei che ci ponessimo tutti una domanda: Tu, io, adoriamo il Signore?”, chiede Papa Francesco ricordando cosa significhi adorare il Signore: “Fermarci a dialogare con Lui”, “credere, non semplicemente a parole, che Lui solo guida veramente la nostra vita”, “vuol dire – prosegue il Pontefice – che siamo convinti davanti a Lui che è il solo Dio, il Dio della nostra vita, della nostra storia”. Fare questo, spiega, ha una come conseguenza nella nostra vita di spogliarci dei “tanti idoli piccoli e grandi” nei quali molte volte “riponiamo la nostra sicurezza” e che spesso teniamo ben nascosti come “l’ambizione, il carrierismo, il gusto del successo, il mettere al centro se stessi, la tendenza a prevalere sugli altri, la pretesa di essere gli unici padroni della nostra vita” e ancora “qualche peccato a cui siamo legati, e molti altri”:

“Questa sera vorrei che una domanda risuonasse nel cuore di ciascuno di noi e che vi rispondessimo con sincerità: ho pensato io a quale idolo nascosto ho nella mia vita, che mi impedisce di adorare il Signore? Adorare è spogliarci dei nostri idoli anche quelli più nascosti, e scegliere il Signore come centro, come via maestra della nostra vita”.

Il Signore “ci ha fatto il grande dono di sceglierci come suoi discepoli” e ci invita – conclude il Papa – ad annunciarlo come il Risorto con la parola e la testimonianza della nostra vita spogliandoci degli idoli e adorando Lui solo.

Al termine della Messa, il Papa si è recato nella Cappella del Crocifisso per venerare l’icona della Madonna Theotokos Hodigitria (XIII secolo), davanti alla quale il 22 aprile 1541 Sant’Ignazio di Loyola e i suoi primi compagni fecero la loro professione religiosa solenne, evento fondamentale per la nascente Compagnia di Gesù.

Ultimo aggiornamento: 16 aprile

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«Bergoglio? » papa grazie alla sua sete di potere»

mercoledì 17 aprile 2013 13:16

Nel nome del Padre

Miguel Ignacio Mom Debussy, ex braccio destro di Francesco, svela le ombre nel passato del pontefice

Papato

Miguel Ignacio Mom Debussy, 67 anni, ex gesuita, durante la sua permanenza nella Compagnia di Gesù a San Miguel, Buenos Aires, veniva definito dagli altri sacerdoti “il delfino” di Jorge Mario Bergoglio. Lasciò la Compagnia nel 1986 per divergenze con l’Ordine rispetto al progetto di legge sul divorzio che si stava presentando allora in Argentina. Ora racconta i suoi anni trascorsi al fianco di Bergoglio con il quale ebbe un rapporto di confidenza e stima reciproca, interrotto improvvisamente per «una profonda divergenza politica, tanto in senso pastorale, quanto liturgico ed ideologico». Ne viene fuori un ritratto a tutto tondo di colui che, grazie a una rapida carriera nella Compagnia di Gesù, arrivò ad essere arcivescovo di Buenos Aires e ora è papa. Un ritratto a tratti amaro, dove non mancano zone d’ombra, che delinea una personalità complessa e sfuggevole, un vero e proprio “quadro politico” della Chiesa. Miguel Ignacio, il quotidiano argentino Página 12 riporta che lei è entrato a far parte dei gesuiti nel 1973 e che è stato ordinato sacerdote da Jorge Bergoglio nel 1984. Due anni dopo, nel 1986, lasciò la Compagnia di Gesù. Qual è stato il motivo della sua rinuncia? Prima di tutto devo chiarire che non fui ordinato sacerdote da Bergoglio, che all’epoca non era vescovo. Solo un vescovo può infatti ordinare come “presbitero” (o comunemente, sacerdote) o come vescovo, un’altra persona. Mi ordinò il vescovo della diocesi di San Miguel, credo che si chiamasse Lorenzo di cognome e Bergoglio fu il mio “padrino” di ordinazione sacerdotale, che è un aspetto più che altro formale. Uscii dalla Compagnia di Gesù nel 1986 perché allora in Argentina si stava presentando un progetto di legge sul divorzio con il quale io ero pienamente d’accordo. Non mi sembrava, né mi sembra giusto, che la Chiesa Cattolica voglia e possa imporre i suoi criteri dottrinari nella legislazione civile, di carattere laico, sul matrimonio o qualsiasi altro tema – come l’aborto non punibile o il matrimonio tra persone dello stesso sesso – a persone che non professano la fede cattolica, non la condividono o sono perfino contrarie alla posizione cattolica, ma che certamente hanno gli stessi diritti civili di uguaglianza di fronte alla legge. Questo fu il motivo principale della mia rinuncia non solo dalla Compagnia di Gesù, ma anche della mia separazione totale dal cattolicesimo. Ce ne furono altre ma questa fu decisiva. Ricordo molto bene un professore gesuita durante quegli anni di studio, un grande docente e una grande persona che ci disse: “Ragazzi, è molto difficile studiare Teologia e conservare la fede”. Sono d’accordo con lui senza nessuna obiezione. Di fatto sono agnostico da molti anni e non pratico nessun tipo di rituale religioso pubblico o privato. Lei ha avuto in passato parole molto dure verso l’attuale papa Francesco I. Come mai un giudizio così severo? Che tipo di persona era Bergoglio quando era Superiore Provinciale della Compagnia di Gesù in Argentina? Sono stato quasi 14 anni nella Compagnia di Gesù, dal 1973 fino al 1986. Durante 11 di questi 14 anni Bergoglio fu il mio superiore diretto, prima come maestro dei novizi, poi come Provinciale dei gesuiti in Argentina e successivamente come rettore del Colegio Máximo di San Miguel dove noi “scolari” studiavamo Teologia e Filosofia. In un certo momento, dopo aver avuto con Jorge una relazione molto profonda, di confidenza reciproca per cinque anni – per molti aspetti ero quasi un confidente, gli raccontavo tutte le mie cose personali e lui mi raccontava alcune cose personali sue e altre del suo ruolo come Provinciale – arrivammo ad avere una profonda divergenza politica, tanto in senso pastorale, quanto liturgico ed ideologico. Bergoglio era un uomo molto manipolatore, manipolava le persone, sia seducendole, che minacciandole o punendole, in forma sottile o molto direttamente; per questo dissi in un’occasione “che aveva tratti psicopatici”. Voleva controllare le persone secondo la sua convenienza o per cercare di cooptarle sulla sua linea di pensiero e di azione pastorale e aveva una evidente sete di potere. Per me queste terribili attitudini e la sua “regressione conservatrice” verso posizioni tridentine, il suo allontanamento dallo spirito della “nuova Chiesa” portato avanti dal Concilio Vaticano II erano cose molto gravi, che determinarono la rottura totale della relazione con lui. Da quel momento in poi, non rispose nemmeno più al saluto quotidiano e mi obbligò a rendergli settimanalmente “il rendiconto della coscienza”, nome che i gesuiti danno all’apertura interiore totale al proprio superiore, rispetto al “buono, al cattivo, al bello e al brutto” di se stessi, cioè tutte le cose che io sentivo o pensavo, i miei difetti i miei “peccati”, i miei desideri, le mie delusioni. Tutto. Rispetto alla nostra attività nei quartieri operai o nelle villas de emergencia nella zona di San Miguel o altre vicine, ci aveva proibito qualsiasi attività che potesse essere intesa come politica. Dovevamo occuparci esclusivamente di un’azione evangelica e catechizzatrice. Io non gli obbedii anche se mi muovevo con moltissima cautela e prudenza e solo con alcune persone nelle quali avevo piena fiducia e che si fidavano di me. Ci proibì di toccare temi politici con i gesuiti maggiori, sia da un punto di vista ideologico come in quello dell’attualità politica di allora. Specialmente con i nostri compagni gesuiti che erano cappellani militari. Adesso, con il passare del tempo e con la possibilità di un’altra prospettiva, credo che molto probabilmente quell’ordine di Bergoglio fu dato per proteggerci dall’azione terrorista di Stato che esercitavano le forze armate argentine durante la dittatura civico-militare. Anche ai sacerdoti Orlando Yorio e Francisco Jálics proibì di realizzare qualsiasi attività fino a quando poi non se ne andarono o furono espulsi dalla Compañia… La sua opinione era che la Chiesa non doveva fare politica – anche se lo faceva costantemente, tanto all’interno della Compagnia, quanto verso l’esterno, con i vescovi e le autorità de facto – e questa era anche l’opinione di Giovanni Paolo II. Quando il Generale dell’Ordine, il padre Pedro Arrupe, che era un uomo progressista, rimase invalido a causa di una emorragia celebrale, non ricordo esattamente in che anno, (nel 1981, ndr) e dovette delegare il governo della Compagnia ai suoi assistenti generali fino all’elezione di un nuovo Padre Generale, Giovanni Paolo II nominò due gesuiti ultraconservatori ai vertici della Compagnia, uno dei quali venne in Argentina e si riunì con tutti per garantire che i gesuiti argentini seguissero la linea pastorale decisa dal papa. Rispetto a padre Yorio e a padre Jálics, seppi solo direttamente e personalmente che Bergoglio li discreditava pubblicamente e continuamente tra di noi (ma lo faceva anche con altri gesuiti che si rifiutavano di seguire la sua linea pastorale o la mettevano in discussione). Quello che so in maniera diretta e personale è che quando i militari della Marina, che avevano sequestrato e torturato Orlando (e anche Francisco Jálics) lo liberarono, Orlando molto impaurito chiamò Bergoglio e lui, almeno in quel momento, lo abbandonò. Io ero nell’ufficio provinciale di Bergoglio e stavo parlando con lui quando ricevette la telefonata e ascoltai le risposte taglienti e in tono irritato che dava al suo interlocutore – io in quel momento ignoravo chi fosse – in una conversazione che non durò nemmeno un minuto. Quando terminò, mi disse infastidito: «[Era] Yorio, lo hanno rilasciato dall’Esma». Io, meravigliato, perché non sapevo nulla di quanto era accaduto, gli domandai: “In che senso ‘lo hanno rilasciato’? Lo avevano sequestrato? Jorge, non ne avevo la più pallida idea!”. Rispose: “Perché io avevo proibito di parlare di questa cosa a quelli che lo sapevano” (suppongo si riferisse a qualche cappellano militare gesuita). “È fatta”, aggiunse, “che non mi dia più fastidio, che si arrangi”. E continuò, molto tranquillamente: “Di cosa stavamo parlando?”. Il resto delle cose che so sul sequestro e le torture subite da Orlando Yorio e Francisco Jálics è quello che da tempo ormai è stato diffuso pubblicamente. Di questo sì, ne sono convinto, che quello che ha detto e testimoniato Orlando Yorio fino alla sua morte, è la verità. In un’occasione ha denunciato la cattiva amministrazione che faceva Jorge Bergoglio dei fondi della Compagnia. Può chiarirci questa vicenda? Questo me lo disse il Provinciale che mi fece firmare le dimissioni dalla Compagnia di Gesù nell’anno 1990, quattro anni dopo aver lasciato l’Ordine. Fu il padre Víctor Zorzín, un’eccellente persona, che mi contattò, molto cordiale e comprensivo (Bergoglio invece parlava con profondo disprezzo, accusandoli di essere dei “traditori”, di quelli che lasciavano la Compagnia). Quando mi incontrai con Zorzín per la firma, una delle cose che vennero fuori da quella conversazione fu il fatto che io avevo consegnato del denaro in contanti a Jorge Bergoglio quando lui era Provinciale, denaro che io avevo ricevuto come eredità dopo la morte di mia madre. Io non potevo disporre dei miei beni per il voto perenne di povertà e Bergoglio mi permise di consegnare la metà dell’eredità alle mie sorelle e l’altra metà mi disse che era per la Compagnia. Io gli consegnai il denaro in contanti e senza chiedere nessuna ricevuta, e nemmeno lui me la consegnò. Semplicemente mi fidavo di lui, era il momento in cui avevamo una buona relazione. Seppi quindi, in quell’occasione, nel 1990, dal Provinciale Zorzín che sui libri non c’era nessuna traccia di quel denaro e nemmeno di quello relativo ad alcuni diritti di vendita di un appartamento di mia madre, diritti che non esercitai per ignoranza del tema e che Bergoglio non mi spiegò, anche se avrebbe dovuto farlo. Zorzín e padre Hipólito Salvo, che era dottore in Diritto Canonico e che sarebbe dovuto essere mio avvocato in un giudizio canonico al quale, alla fine rinunciai, mi dissero che Bergoglio avrebbe dovuto depositare il denaro in un conto a mio nome e la Compagnia avrebbe dovuto aiutare mia madre nelle spese mediche, ovviamente registrando tutto nei libri contabili. Il denaro sarebbe dovuto rimanere sul mio conto fino a quando io non avessi fatto professione solenne (se fossi stato ammesso) alla fine della mia formazione, e in quel momento io avrei dovuto disporre un testamento dove specificavo a chi, come e quando andavano quei soldi, se alla Compagnia di Gesù, ai miei familiari o per esempio ai pompieri volontari. Era questa la procedura corretta e nel caso che io me ne fossi andato, come poi è effettivamente successo, quel denaro, mi sarebbe dovuto essere restituito. Ciò nonostante me ne andai senza un soldo, anzi solo con un biglietto da 5 australes, la moneta argentina di allora, che non valeva assolutamente nulla, nemmeno ci pagavi un taxi. Quel biglietto ancora lo conservo. Ambedue i sacerdoti mi informarono che dopo una riunione interna, successiva al provincialato di Bergoglio, era stata accertata la mancanza di circa 6 milioni di dollari che dovevano essere registrati sui libri contabili e invece non ve ne era nessuna traccia. Non ho nessun motivo per dubitare della parola di entrambi. Quale fu in generale la posizione della Compagnia di Gesù verso la dittatura e nel caso specifico quella di Bergoglio? Che ricordi conserva di quell’epoca? C’erano posizioni molto diverse. C’erano quelli che, soprattutto i cappellani militari, erano molto a favore e collaboravano attivamente, altri eravamo contrari, assolutamente contrari e c’erano anche quelli che non si pronunciavano in merito. Non c’era quindi una posizione monolitica della Compagnia di Gesù verso la dittatura civico-militare. Nel caso specifico di Bergoglio, e lui poi lo ha detto pubblicamente, ebbe dei contatti diretti con almeno due dei membri della Giunta Militare che governava il Paese (l’ex generale Videla e l’ex ammiraglio Massera, ormai deceduto). Io lo seppi direttamente da lui: me lo raccontò di ritorno dagli incontri. Io guidavo la sua auto nei viaggi che faceva da San Miguel a Buenos Aires e ritorno. Ora lui dice che ebbe questi incontri perché stava cercando di tirare fuori dalla Scuola di Meccanica dell’Armata Orlando Yorio e Francisco Jálics che erano stati sequestrati dalla Marina. Io pensavo invece che andasse da Massera perché voleva vendere alla Marina l’Osservatorio Nazionale di Fisica Cosmica, una struttura che si dedicava alla ricerca scientifica, proprietà dei gesuiti argentini, confinante con il Colegio Máximo e che alla fine comprò la Forza Aerea. A pochi giorni dal colpo di Stato del 24 marzo del 1976, l’Osservatorio fu invaso e praticamente distrutto dalla Marina, soprattutto nei padiglioni dove si stavano realizzando ricerche molti importanti e avanzate nel campo delle fibre ottiche (come mi aveva raccontato uno scienziato gesuita direttore del Dipartimento di Fisica Solare e vice direttore dell’Osservatorio, l’Argentina stava competendo direttamente e a pari livello con gli Stati Uniti e il Giappone con ricerche molto avanzate sulle fibre ottiche , che poco dopo hanno avuto l’importanza che tutti noi conosciamo). Vennero distrutte anche le installazioni dove si faceva ricerca di missilistica. È certo che la Marina e il governo de facto in generale seguirono le istruzioni o gli ordini dell’ambasciata degli Stati Uniti. Anche oggi ci sono politici dell’opposizione che continuano ad andare all’ambasciata americana a parlare direttamente con l’ambasciatrice (e prima lo hanno fatto con i suoi predecessori) per fornirgli dati o per ricevere istruzioni. Ci sono i cable di Wikileaks che lo provano. Qui in Argentina l’ambasciata statunitense è definita ironicamente “l’ambasciata” e basta, come se non ce ne fossero altre. Che posizione aveva allora Bergoglio verso la Teologia della Liberazione? Totalmente contraria. Di fatto come studenti di Teologia mai abbiamo letto o nemmeno studiato un solo libro per esempio di Gustavo Gutierréz, uno dei fondatori della Teologia della Liberazione o di Boff, o di Paulo Freire, con i suoi studi su una educazione che non sia “dipendenza” culturale. In Filosofia abbiamo letto poco, molto poco di Heidegger e di Kierkegaard, un solo capitolo di Così parlò Zaratustra… Nemmeno a parlarne di Marx, Engels, Sartre, Focault, i postmoderni, eccetera. Niente che potesse contraddire la dottrina o i dogmi cattolici. Tutto questo dietro esplicita disposizione di Jorge Bergoglio. L’attuale papa raccoglie molto consenso per la sua vicinanza ai poveri, per le sue frequentazioni delle favelas di Buenos Aires e per la sua semplicità. Ci sono differenze, che lei ricordi, tra il Bergoglio di oggi e quello di allora? Sono 26 anni che ho lasciato la Compagnia di Gesù e non ho mai più incontrato Bergoglio. L’ho visto solamente sui giornali o qualche volta in televisione. Io per principio, e per esperienza personale, sono portato a credere che le persone possono cambiare e che possono avere cambiamenti profondi, diventare brave persone, avere una vita migliore, vivere più in pace con se stesse e in maniera costruttiva per sé e per gli altri. Vedo in televisione testimonianze di persone che dicono che Bergoglio va nelle villas, porta gli stivali di gomma nei giorni di pioggia, appoggia i sacerdoti che lavorano nei quartieri poveri. A me personalmente non risulta ma molte persone lo affermano e non vedo perché non dovrei credergli o perché non dovrei pensare che Bergoglio non possa essere cambiato. “Per i suoi frutti lo conoscerete” dice il Vangelo. Appetteremo questi frutti, quindi. Ci sono quelli che definiscono papa Francesco I un progressista per l’apertura verso i settori più emarginati della società e ci sono quelli che lo definiscono un conservatore e un “politico” per la sua vicinanza ai settori d’opposione al governo dei Kirchner in Argentina. Qual è la sua opinione al riguardo? Bergoglio politicamente è molto abile ed è una persona molto intelligente. È molto capace di muoversi tra due acque e far sentire tutti vicino a sé. Come dice un giornalista argentino che conosco personalmente e con il quale concordo, Bergoglio “è il quadro politico più importante, per lo meno negli ultimi 20 o 30 anni, nella storia della Chiesa in Argentina”. Ma non credo che sia progressista. Nemmeno lontanamente. Può essere che sia “il meno conservatore” tra tutti i cardinali che hanno partecipato al recente Conclave. Può essere che abbia una autentica preoccupazione per i poveri, i “condannati della Terra” e che dal suo incarico di pontefice cattolico, cercherà di lottare contro le cause strutturali sistemiche della povertà e dell’ indigenza. Ma la Chiesa Cattolica è un’istituzione molto conservatrice, alleata del potere in generale e storicamente, è quindi molto difficile da cambiare. Forse Bergoglio potrà ottenere alcuni cambiamenti, ma saranno minimi. Spero di sbagliarmi del tutto, non solo per il bene dei cattolici e dello stesso Bergoglio, ma per i milioni e milioni di persone che soffrono la povertà e l’emarginazione sempre più feroci che ha impiantato il neoliberalismo imperante, contro il quale molti stiamo lottando in vari paesi dell’America Latina e dei Caraibi. Quali saranno le sfide e i compiti che dovrà affrontare adesso papa Francesco I e perché crede che sia stato eletto proprio lui al soglio Pontificio nonostante quelle ombre così pesanti sul suo passato? Ci sono speranze che la Chiesa Cattolica si possa finalmente rinnovare? Io credo che la gerarchia della Chiesa, almeno dalla conversione al cattolicesimo dell’imperatore Costantino, circa 1.700 anni fa (era l’epoca in cui la religione del principe era la religione del popolo) sia stata sempre relazionata al potere. Quindi la Chiesa Cattolica e tutte le Chiese istituzionali sono sicuramente ultra conservatrici nel senso di conservazione del potere. Rispetto a temi dottrinari e abitudini disciplinarie non credo che Bergoglio possa cambiare nulla, ma in altri aspetti come per esempio una maggiore conversione della Chiesa verso i poveri, una possibile depurazione della cupola vaticana associata agli scandali finanziari, una politica più dura e più chiara verso i sacerdoti o i vescovi pedofili, una maggiore apertura verso i divorziati ed altre questioni di indole familiare e morale sessuale. È più possibile che probabile. Non credo tuttavia che possa riuscire a convertire un’istituzione ultraconservatrice in un’istituzione progressista, neanche se lo volesse. E rispetto ai governi progressiti dell’America latina, che posizione immagina che avrà papa Francesco I? Lui nell’incontro con la nostra presidente ha detto che vede con molta simpatia i governi progressisti che stanno cercando la conformazione di un sub continente più giusto e unito nella Patria Grande che sognarono Simón Bolívar, Francisco de Miranda, Sucre, San Martín, José Martí e altri eroi dell’indipendenza latinoamericana e caraibica. Può essere che favorisca in qualche modo questo processo o che, per lo meno, non gli metta i bastoni fra le ruote; sicuramente non interverrà in maniera pubblica, apertamente. Se sarà coerente con quello che ha detto a Cristina intercederà favorevolmente, appoggerà questi processi sempre con discrezione e da un secondo piano. A me non interessa la religione in sé, salvo come materia di studio, perché mi interessano le religioni comparate. Io voglio un papa, di qualsiasi nazionalità sia, che non si intrometta nella politica argentina e latinoamericana, che interceda decisamente solo per i poveri. So che è inevitabile che la Chiesa Cattolica e le altre chiese facciano politica. Ogni azione pubblica, infatti, anche se di singoli individui, è politica. Annalisa Melandri, Linkiesta

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Tutti buoni, tranne i tradizionalisti

di Matteo Castagna

Si sente dire: “i tradizionalisti sono i soliti lamentoni. A loro non va mai bene niente. Hanno attaccato Bergoglio fin dal momento in cui si è presentato dalla loggia di San Pietro. Forme non convenzionali, atteggiamento informale, rifiuto più o meno esplicito delle espressioni tradizionali della Fede”. Sempre a criticare, questi quattro saccenti, che si permettono di sparare a zero “solo” perché non hanno interessi di parte né sono sul libro paga di chicchessia all’interno della galassia conciliare.

E Allora, giù inviti alla prudenza, all’attesa, al silenzio, anche da parte di coloro che avrebbero dovuto capire, forse per primi, che i segni esteriori erano il preludio di qualcosa di ben peggiore, che è la continuità nei mali prodotti dal Concilio, riproposti con uno stile differente sia dall’intellettuale Ratzinger che dal mediatico Wojtyla, che dall’ “illuminato” Montini, che dal “pacioccone” Roncalli.

Il mondo plaude Bergoglio, il pauperista. I potenti, dalle Massonerie più influenti ai capi di Stato, ai rappresentanti delle grandi lobbies plaudono il pauperista perché parla alla pancia della gente di questo tempo di crisi e politiche d’austerità (mentre loro possono continuare indisturbati a fare i loro comodi) dicendo ciò che essa vuole sentirsi dire: “Dio perdona sempre tutti”, “viva l’amore”, “vogliamoci tutti bene”, “fratellanza universale”, “solidarietà“, miserabilismo, terzomondismo, ecologismo e un pizzico di femminismo che non guasta mai. Il tutto con quel sorrisino e quell’accento da “buon padre di famiglia”, ma per forza mai severo, sempre accondiscendente, nonostante il gregge viva in una società liberale, che già deresponsabilizza davanti a Dio e al prossimo. Il buonismo istituzionalizzato, accompagnato da 8 “saggi” ( «Credo sia legittimo dire che questa decisione di papa Francesco è in qualche modo “figlia” del Concilio Vaticano II» ha dichiarato a Vatican Insider del 17/04/2013 l’arcivescovo Agostino Marchetto, diplomatico della Santa Sede, già segretario del Pontificio consiglio per i migranti e gli itineranti) e un “emerito” nell’ombra, appare un’operazione ben orchestrata per cercare il favore di tutti, ecumenicamente e ad ogni costo. Ma è cattolico tutto ciò? Cristo è ancora “pietra angolare” o è stato trasformato in un sasso piatto, in preparazione della Religione Unica Mondiale per un Nuovo Ordine Mondiale?

La “nuova evangelizzazione” di Bergoglio è in continuità con il Concilio Vaticano II. E’ sì. E su una terra che nella visione bergogliana sembra popolata di buoni, peccatori ma buoni, che guardano a un Dio che non si offenderebbe mai, ma perdonerebbe sempre incondizionatamente, c’è un’eccezione: i tradizionalisti. Loro sembrano proprio essere le percore nere alle quali Bergoglio rivolge le uniche parole di critica, durante l’omelia di ieri nella Cappella della residenza Santa Marta a Roma: “Il Concilio è stato un’opera bella dello Spirito Santo. Pensate a Papa Giovanni: sembrava un parroco buono e lui è stato obbediente allo Spirito Santo e ha fatto quello. Ma dopo 50 anni, abbiamo fatto tutto quello che ci ha detto lo Spirito Santo nel Concilio? In quella continuità della crescita della Chiesa che è stato il Concilio? No. Festeggiamo questo anniversario, facciamo un monumento, ma che non dia fastidio. Non vogliamo cambiare. Di più: ci sono voci che vogliono andare indietro. Questo si chiama essere testardi, questo si chiama voler addomesticare lo Spirito Santo, questo si chiama diventare stolti e lenti di cuore”. 

In questa professione di fede al Conciliabolo Vaticano II, che contraddice la Fede Cattolica, Bergoglio ha dichiarato la sua continuità coi predecessori, esplicitamente fino a chi nel 1962 aprì i lavori di quella rivoluzione in tiara e cappa, che sta alla base della crisi nella Chiesa e nell’Autorità, di cui Jorge Mario Bergoglio dichiara d’ essere figlio compiaciuto. E chi si oppone e lotta contro questa apostasia dilagante appellandosi alla Tradizione immutabile per rimanere Cattolico Apostolico Romano è l’unico che vede cambiare l’atteggiamento del “vescovo di Roma” e si becca del “testardo”, dello “stolto”, del “lento di cuore” proprio da colui che ha già fatto di una sedicente Chiesa cattolica che non condanna nessuno il manifesto del suo incarico nel complesso e travagliato Consiglio di Amministrazione conciliare. Mansueti, tolleranti, benevoli, accondiscendenti e soprattutto “umili” (o amici?) con ogni storico nemico di Cristo: massoni, giudei, mussulmani, protestanti, pubblici peccatori, modernisti. Strali contro i tradizionalisti, ossia i cattolici. Che da questo dovrebbero trarre vero giovamento spirituale. Insultati dai conciliari. Un piccolo gregge, che con la sua costanza riceve questi attacchi, come può non vedere nelle profezie i segni dei tempi? Come può non essere incentivato in questa costanza? Il nemico che occupa i Sacri Palazzi dimostra di aver compreso molto bene che “gli amici del popolo non sono né rivoluzionari né novatori, ma tradizionalisti” (S. Pio X, Lettera Apostolica Notre Charge Apostolique). Ecco perché essi sono gli unici ad essere attaccati. Dobbiamo far tesoro di questa Grazia, traendo anche da questi fatti un’importante lezione, imparando a discernere coi parametri della Fede, della ragione e del Magistero Perenne i veri dai falsi Pastori e i lupi travestiti d’agnelli.

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Ricevo da FMP e pubblico un dialogo con Luigi

Al tuo sms, in cui mi dicevi che che: “Gesù è Difensore assieme allo Spirito Santo: quindi in Cielo abbiamo tre Paracliti”, io ti ho risposto: “E ci difendono da chi?”.
E tu mi hai giustamente risposto: “da Satana, che vaga come un leone ruggente in cerca di anime da divorare”.

Quindi sia Gesù che lo Spirito Santo sono Paracliti (e infatti Gesù dice ai Suoi: “vi invierò un altro Paraclito”), ossia Difensori e Intercessori e Avvocati. Assieme a Maria Santissima.
Rispetto a chi?
Rispetto a Satana, che vaga come un leone ruggente in cerca di Anime da divorare.

Quindi, lo scenario “allargato” è il seguente.

Satana è l’Accusatore che dal Peccato Originale in avanti è il nostro Accusatore davanti al Padre, laddove da allora sia il Figlio (non ancora fattoSi Carne ma già Umano-Divino perché l’Anima di Gesù esiste da sempre ed è tutt’uno con la Sua Divinità da quando il Figlio E’ Generato dal Padre: questa è la mia personale ma ferrea convinzione e che ancora nessuno mi ha mostrato essere eretica) che lo Spirito Santo, Entrambi Dio come l’Eterno Padre (il Figlio Generato da Lui, lo Spirito Santo Procedente da Lui e dal Figlio), sono i nostri Due Difensori, sin dal allora.

Ma Satana, fino al momento del Sacrificio Redentivo di Gesù e Corredentivo di Maria: è stato anche il legittimo padrone e proprietario dei figli degli uomini a causa del Peccato Originale, consapevolmente e lucidamente voluto, rinnovato e confermato dal Primo Uomo.
Quindi Gesù è, in quanto ha posto la Sua Volontà Umana totalmente sotto la Signoria della Volontà del Padre anche e soprattutto nel momento supremo del Sudore di Sangue nel Getsemani: Vittima Sacrificale ed Espiatoria perfetta.
E in virtù di questa perfezione, Egli paga il debito contratto con Lucifero dal primo Figlio di Dio (che tale è Adamo, ed è pure esplicitamente scritto nella genealogia luchiana), a nome di tutta la sua discendenza naturale.
Gesù, quindi, dopo l’Incarnazione e con la Sua Passione: continua ad essere Difensore nei confronti di Satana e diventa anche, in quanto Vittima Espiatoria perfetta: perfetto Intercessore presso Dio.
Avvocato (e) Difensore perfetto, dalle accuse di Satana: perché ha intercesso per noi col Suo stesso Corpo ed il Suo stesso Sangue.
“Intercedere” significa infatti “mettersi in mezzo” tra colui da cui può derivare il danno e colui che quel danno può subire.
E quale intercessione è più sublime e perfetta e colma di Amore di quella di Gesù?
Che “Si è mezzo in mezzo” nel modo più completo, lasciandoSi crocifiggere per pagare il prezzo/debito (a Lucifero e non al Padre) dei nostri peccati e del Peccato Originale?

Ma, proprio perché Avvocato (e) Difensore perfetto, in quanto perfetto Intercessore: Egli è anche perfetto Giudice.
Solo Egli, Uomo-Dio, Dio come il Padre in quanto Figlio Unigenito e Uomo come il primo Figlio di Dio, e vissuto in mezzo al “mondo” ed all’altrui “carne”, così come in mezzo alle suggestioni del demonio: è il Giudice da Quale non c’è nulla da temere, se Lo si ama.
Perché Egli conosce la parte più intima dei nostri cuori e perché, in quanto Uomo, conosce da vicino la nostra umanità che, per quanto da Lui redenta, è ancora soggetta ai fomiti del Peccato Originale (fino al momento in cui non avverrà anche la piena redenzione dei corpi).
E se non Lo si ama (o non Lo si ama come Lui vuole essere amato: ossia come Cristo e Figlio del Dio Vivente), perché non Lo si conosce: anche in quel caso è Giudice perfettamente Giusto, che peserà perfettamente le nostre ignoranze (che invece tanti “dotti” su questa terra vorrebbero causa, di per sé, di perdizione eterna: ma grazie a Dio è Lui, il Giudice, e non loro) e che giudicherà solo e soltanto sulla base dell’aderenza alle Legge Naturale che Egli stesso ha scritto nei nostri cuori.
E che porta, di per sé, quando s’incontra sulla propria strada un affamato, un assetato, un ignudo, un viandante, un ammalato, un carcerato, un cadavere: a sfamarlo, dissetarlo, vestirlo, ospitarlo, visitarlo, seppellirlo, senza sapere (perché non si è cristiani) che in costoro c’è Gesù stesso.

E quindi Gesù, che è Difensore da satana, che è Intercessore presso il Padre (e in quanto Lui Stesso Dio) tra l’uomo e satana, che è unico Mediatore, in quanto Uomo, col Padre, e che ci permette di divenire “Dei” attraverso e solo attraverso di Lui: è anche Giudice, sia alla fine della nostra vita terrena che al momento del Giudizio Universale (un cui “assaggio” ci sarà al momento del Grande Avvertimento, in cui ognuno di noi si vedrà con i Suoi occhi: e per i molti “freddi” sarà una cosa orribile, per la stragrande maggioranza dei “tiepidi” sarà come essere vomitati, e solo per la minoranza o “piccolo resto” dei “caldi” sarà meno brutto o addirittura bello o bellissimo: sarà quel “Giudizio Universale” in piccolo, alla Fine dei Tempi, con cui si dovrà scegliere, senza più infingimenti, tra il restare irreversibilmente freddi o il diventare caldi. E sarà un’enormemente grande prova di Misericordia di Dio, per non cadere nella rete di inganni sempre più ubiquitariamente dispiegata).
Gesù E’ Giudice: e ogni potere di Giudizio Gli è stato rimesso dal Padre, come attesta San Giovanni nel suo Vangelo.

Parlare di Gesù solo Avvocato, presso il Padre Giudice: significa, in un colpo solo, fare “strike”.
Sia del Figlio (a cui è disconosciuto il ruolo di Giudice TOTALMENTE rimessoGli dal Padre) sia del Padre (che si vuole far percepire come Giudice non Umano – in quanto il Padre non ha natura Umana, a differenza del Figlio: e quindi più facilmente pronto a condannare la nostra povera umanità).

E tanti uomini di Chiesa, in passato hanno contribuito a far passare quest’idea di un Padre “arcigno”, “distante”, “assolutamente Altro”, “disgustato” dalle miserie umane, pronto a gettarci all’inferno subito dopo la morte, che si è quasi sadicamente divertito in occasione del Peccato Originale, che avrebbe potuto evitare ad Adamo (in fondo, bastava impedire l’accesso al Giardino del Serpente) e che invece predispose la “tentazione” di Adamo. Per poi scacciarlo impietosamente e “condannarlo”, assieme alla prima Donna, ad una vita di miserie e di stenti.

E, attento: questa visione di un Padre di questo tipo, che escogita instancabilmente le “tentazioni” da inviarci, è la stessa che affiora nella sconfortante traduzione della penultima frase della preghiera che Gesù stesso ci ha insegnato:
“non indurci in tentazione”.

Ma le tentazioni vengono sempre, direttamente o indirettamente, dal demonio. E quando sono veramente tali è sempre perché noi liberamente scegliamo di sottoporci ad esse.
E Dio permette ciò che liberamente scegliamo in quanto profondamente rispettoso, come solo un vero Padre sa essere, della nostra libertà.
Che è TOTALE in quanto si fonda sulla Sua Libertà ASSOLUTA.
E per quelle tentazioni che non nascono dalla nostra scelta totalmente libera, vale ciò che ci dice chiaramente San Paolo:
“tutto concorre al bene di coloro che amano Dio”.
Dio le permette per il nostro bene più grande, alla sola condizione che ci fidiamo di Lui. E come non fidarsi di Colui che Si ama?

Ecco perché io, alla frase suddetta, ho sostituito da mesi il ben più vero:
“e non lasciarci in tentazione”.

Che Dio ci benedica, che la Madonna ci accompagni, che San Michele Arcangelo scorti le nostre vie.

+Christus Vincit+

Maranathà

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Quando non ci si affida a Dio e allo Spirito Santo, ma si vuole fare il gran regista del Concilio altro che Avvocati…. più che altro servono Insegnanti!

“Papa Francesco si stanca troppo”

26 aprile 2013

«Il Papa è stanco, lo abbiamo osservato insieme ad altri confratelli e da diversi giorni ci sembra un po’ affaticato e stressato». A lanciare l’allarme è uno dei cardinali di Curia che martedì scorso ha partecipato alla celebrazione all’interno della Cappella Paolina in Vaticano in occasione dell’onomastico di Francesco.

«Ma questo – continua il porporato che preferisce restare anonimo – deriva dal fatto che lui dedica tutto se stesso al ministero petrino, ci mette tutta la forza possibile, soprattutto durante le udienze generali oppure quando preferisce camminare a piedi anziché usare la macchina di servizio».

Una preoccupazione sulla stanchezza del Papa che sta crescendo giorno dopo giorno in Vaticano, soprattutto tra coloro che hanno colto lo sforzo fisico di Francesco, 77 anni il prossimo 17 dicembre, quando cerca il contatto con la folla festante. Il mercoledì infatti è il giorno clou in cui Bergoglio per far felici migliaia di fedeli accorsi in piazza non si risparmia.

«Il ministero di papa Francesco attrae tanta gente, tanti giovani e li sospinge verso Cristo», ha detto ieri il cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone durante la messa in San Pietro per la festa dell’Università Pontificia Salesiana, «ogni mercoledì sembra una domenica di Pasqua in San Pietro, è una cosa straordinaria e meravigliosa». E proprio durante questo giorno, Francesco, cerca il bagno di folla, scende dalla jeep bianca per salutare personalmente i fedeli e stringere loro le mani, bacia bambini e disabili, mettendoci tutta la forza possibile.

«Ho concelebrato con Papa Bergoglio messa per alcuni giorni di fila – dice il cardinale indiano Telesphore Placidus Toppo, arcivescovo di Ranchi e membro della commissione cardinalizia di vigilanza sullo Ior – anche io l’ho trovato molto stanco e affaticato, sinceramente non so per quanto tempo ancora possa riuscire a reggere questi ritmi a cui non è di certo abituato».

L’agenda di Papa Francesco infatti non è come quella di tutti gli altri pontefici che lo hanno preceduto: Bergoglio ogni mattina celebra messa nella cappella del residence Santa Marta dove ha deciso di continuare a vivere e al termine della celebrazione non si sottrae a chi vuole incontrarlo: ci sono dipendenti del Vaticano, prelati di passaggio a Roma, ospiti argentini e cardinali residenti. «Il Papa incontra tantissimi laici ed ecclesiastici ogni giorno, anche semplici “curiosi” che vogliono stringergli la mano e ovviamente a fine giornata o al termine delle celebrazioni è sempre affaticato – aggiunge il cardinale che ha lanciato l’allarme- inoltre Francesco guarda molto spesso il suo orologio di gomma perché vorrebbe rispettare gli orari, ma non riesce quasi mai, considerato che gli incontri e gli impegni sono troppi».

A questo si aggiunge anche il fatto che il Pontefice vuol mantenere le stesse tradizioni che aveva da arcivescovo di Buenos Aires. Per il giovedì santo, ad esempio, durante la messa in «Coena Domini» nel carcere minorile di Casal del Marmo a Roma, Papa Bergoglio si è inginocchiato sul pavimento sei volte per lavare i piedi ai ragazzi e alle ragazze detenuti nell’istituto penale, «con un certo impegno fisico per i suoi 76 anni» ha voluto precisare il direttore della Sala Stampa Vaticana, il gesuita Padre Federico Lombardi.

Lo stesso impegno fisico che Francesco ha messo lo scorso 19 marzo, al termine della Messa di inaugurazione del pontificato in San Pietro: dopo i saluti personali alle oltre 130 delegazioni straniere, Francesco ha asciugato la fronte sudata e ai suoi più stretti collaboratori ha detto sorridendo: «Anche questa è andata». Ma prima di ritirarsi ha voluto salutare uno per uno anche i dipendenti della basilica di San Pietro e i sacerdoti che urlavano il suo nome. Anche questa volta non ha voluto deludere chi sperava in un abbraccio del Papa.

 (articolo scritto per Il Giornale)

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Eloquio bergogliano

24 aprile 2013

La Chiesa, se cede alla burocrazia, ha detto Papa Francesco,

corre il pericolo di trasformarsi in una ong. E la Chiesa non è una ong. E’ una storia d’amore … Ma ci sono quelli dello Ior scusatemi, eh! .. tutto è necessario, gli uffici sono necessari eh, va be’! Ma sono necessari fino ad un certo punto: come aiuto a questa storia d’amore. Ma quando l’organizzazione prende il primo posto, l’amore viene giù e la Chiesa, poveretta, diventa una ong. E questa non è la strada.

Non si può più pretendere dal Vicario di Cristo che parli fluentemente in latino ciceroniano – per carità, non siamo all’epoca di Leone XIII o di Pio XII – ma almeno che sappia articolare una frase in italiano. O si chiede troppo?

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Sì, si chiede troppo! Non sono più tempi in cui c’è un registro linguistico curato e un contenuto adeguato al corretto pensiero teologico.

Il Bergoglio si riempie al bocca con la parola “amore”. E’ qualcosa che non mi stupisce, dal momento che è un termine che fa colpo e lui, evidentemente, ha voluto fare colpo sin dai primi momenti.

Bisogna però sottolineare che l’enfasi sull’amore, nella nostra epoca, è qualcosa di molto ambiguo. Prima di tutto perché, essendo epoca sensualissima, immediatamente i più pensano all’amore carnale (pure molti preti che non ricusano di praticarlo).

Secondariamente perché il cosiddetto “amore divino” a volte non pare proprio tale, visto che è proprio per amore del Padre che Cristo è stato inviato al supplizio e alla morte in croce e che gli uomini possono avere storie strane e tregiche.

Il fatto che, un tempo, pur sapendo che Dio è agape, non si insistesse così tanto sul termine “amore” è già molto significativo: non c’erano le caratteristiche attuali, essendo epoche morigerate! Poi c’era quel minimo di prudenza che impediva di proiettare su Dio le proprie ossessioni.

Infine non chiediamo al Bergoglio una levatura di pensiero che, sinceramente, non ha mai avuto. E’ il “papa del volgo” ed infatti da esso è amato: grossolano e immediato come sa essere il volgo stesso, pollice in su, manata sulla schiena e urlo in osteria, magari tra un ballo latino-americano ed un altro. Similis cum similibus!

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Ottime osservazioni e foto appropriata all’argomento trattato.

Bei tempi in cui i somari venivano messi in un angolino a meditare la loro crassa ignoranza…. ma ora, la tenerezza bergogliana, che fa molto bene alla causa degli eretici movimentisti ( ingranaggi maleodoranti dei modernisti) possono tirare un sospiro di doppio sollievo…finalmente è arrivato uno che LAVORA per LA SETTA CONCILIARE VATICANOSECONDISTA….

e sulla scia chi, ancora trova il tempo per giustificare l’eresia del cv2, con “riflessioni” che sanno del ridicolo…vedere come questi buzzurri e buzzurre trattano l’argomento…. una frase sola metto in rilievo che poi è il succo del discorso ….

<< In realtà nessun amante della Tradizione è di per sé chiuso agli “aggiornamenti” espressi anche attraverso “novità” che non ne tradiscano i principi, ma la trasmettano fedelmente ad ogni generazione. Del resto aggiornamento e non riforma era il termine usato da Giovanni XXIII in apertura del Concilio.

La difesa della Tradizione non è un tornare indietro, ma un continuo trasmettere ciò che ci è stato donato, consegnato perché lo ritrasmettessimo integralmente. L’approfondimento dovrà sempre essere eodem sensu eademque sententia. La Tradizione non è un peso morto, essa è, come ben scrive mons. Gherardini, la vita e la giovinezza eterna della Chiesa. >>

…come a dire che, si va bene il cv2 (anche dopo aver visto che E’ LA CAUSA DI TUTTO QUESTO GRAN MALE ALL’INTERNO DELLA CHIESA) PERCHè SI PUò INTERPRETARE come si deve …accidenti….e se lo dice uno come Gherardini è legge di Chiesa….

penso che chiunque, può leggere in queste pseudo riflessioni poca sostanza ma molto fumo sofistico.

prima di Gherardini, vi sono stati VERI DIFENSORI, che per AMORE al Cristo, hanno preferito la gogna mediatica della setta conciliare, e dei suoi beceri fanatici ed eretici movimenti al suo interno, (vedasi neocatecumenali, focolarini, sant’egidio, comunione liberazione e rinnovamento nello spirito) piuttosto che tacere EVIDENTI GIOCHETTI DI POTERE DI TIPO MARRANICO….che ha VOLUTO E CONTINUA A difendere chi più chi meno vistosamente il conciliabolo vat.2.

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Bergoglio si appresta a “santificare” il Conciliabolo Vaticano II

Segnalazione di Federico Colombera

di Andrea Tornielli

«Santo subito!»: la canonizzazione di Papa Wojtyla si avvicina a grandi passi e potrebbe essere celebrata già il prossimo ottobre. Nei giorni scorsi la consulta medica della Congregazione delle cause dei santi ha infatti riconosciuto come inspiegabile una guarigione di una donna attribuita al beato Giovanni Paolo II. Un presunto «miracolo» che se sarà approvato, com’è molto probabile, anche dai teologi e dai cardinali, porterà il Pontefice polacco scomparso nel 2005 a ottenere l’aureola di santo in tempi record, ad appena otto anni dalla morte.

Tutto è avvenuto in gran segreto, nella massima riservatezza. In gennaio il postulatore della causa, monsignor Slawomir Oder, ha presentato per un parere preliminare una presunta guarigione miracolosa alla Congregazione vaticana per i santi. Com’è noto, dopo l’approvazione di un miracolo per la proclamazione a beato, le procedure canoniche prevedono il riconoscimento di un secondo miracolo, che deve essere avvenuto dopo la cerimonia di beatificazione

Due medici della consulta vaticana hanno esaminato previamente questo nuovo caso, dando entrambi parere favorevole. Il dossier con le cartelle cliniche e le testimonianze è stato quindi presentato ufficialmente al dicastero, che ha subito messo in agenda l’esame. Nei giorni scorsi è stato discusso da una commissione di sette medici, la consulta presieduta dal dottor Patrizio Polisca, cardiologo di Giovanni Paolo II, medico personale di Benedetto XVI e ora di Papa Francesco. Anche la consulta medica ha dato parere favorevole, il primo via libera ufficiale da parte del Vaticano, e ha definito dunque inspiegabile la guarigione attribuita all’intercessione del beato Karol Wojtyla.

Si tratta del superamento del primo fondamentale scoglio, dato che il presunto miracolo dovrà essere ora approvato dai teologi e quindi dai cardinali e vescovi della Congregazione, prima di essere sottoposto al Papa per il «sì» definitivo. Ma quello della consulta è comunque il passaggio considerato più importante: né i teologi né i cardinali entrano infatti nelle valutazioni cliniche riguardanti il caso.

È evidente, dai passi compiuti, la volontà della Congregazione delle cause dei santi di procedere celermente, com’era già avvenuto per la beatificazione di Giovanni Paolo II, celebrata dal suo successore Benedetto XVI il 1° maggio 2011. Questa corsia preferenziale che continua a essere aperta per Wojtyla sta a indicare che anche Papa Francesco è a favore della canonizzazione del Pontefice polacco.

È ancora prematuro parlare di date per la canonizzazione, ma la rapidità con cui sta avvenendo il processo sul miracolo lascia ancora aperta la possibilità di celebrarla domenica 20 ottobre, a ridosso della festa liturgica stabilita per il beato Wojtyla, fissata il 22 ottobre.

La canonizzazione porterà Giovanni Paolo II ad essere il secondo Papa proclamato santo nell’ultimo secolo, dopo Pio X. Altri due Papi giù beatificati ma non dichiarati santi sono Pio IX e Giovanni XXIII. Un altro Pontefice ormai in dirittura d’arrivo per la beatificazione è Paolo VI: dopo la conclusione del processo un miracolo attribuito alla sua intercessione è già stato presentato alla Congregazione per le cause dei santi. Ancora in attesa della segnalazione di un miracolo è la causa di Pio XII. Mentre è in fase avanzata anche il processo per Papa Luciani. La storia del papato del Novecento, come si vede, è affollata di aureole.

http://vaticaninsider.lastampa.it/vaticano/dettaglio-articolo/articolo/wojtyla-wojtyla-wojtyla-24259/

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Ciò che scrisse Ratzinger nel 1981 non teneva conto che oggi esiste un pensiero unico esclusivista ben determinato a concludere l’operazione neomondialista. Spero che Socci ne tenga conto. Per il resto è evidente che la politica dovrebbe essere conciliante e non terroristica, come invece è. Ma non per colpa dei cristiani, ma per la sua nuova natura.

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APOLOGIA RATZINGERIANA DEL COMPROMESSO

27 aprile 2013

C’è un documento “rivoluzionario” che vale la pena rileggere oggi perché illumina l’attualità politica. Dovrebbero meditarlo tanto i sostenitori del nascente governo Letta, quanto i suoi rabbiosi oppositori.

E’ un formidabile elogio filosofico e teologico del compromesso come moralità della politica. Ed è una bocciatura senza appello di massimalismi, utopismi, fondamentalismi, ideologie e giacobinismi di tutte le epoche e le latitudini (che possono essere atei o religiosi, di sinistra come di destra).

Questo discorso – particolarmente prezioso in giorni nei quali si confonde, deprecandolo, il compromesso con l’inciucio – porta la firma dell’allora cardinale Joseph Ratzinger.

Fu pronunciato il 26 novembre 1981, durante una messa per i deputati cattolici del parlamento tedesco nella chiesa di San Winfried a Bonn.

Il testo è stato poi inserito nel libro “Chiesa, ecumenismo e politica” (edizioni paoline) col titolo “Aspetti biblici del tema fede e politica”.

Ratzinger iniziava spiegando che “lo stato non è la totalità dell’esistenza umana e non abbraccia tutta la speranza umana… questo alleggerisce il peso all’uomo politico e gli apre la strada a una politica razionale”.

Una simile affermazione – che è tipicamente cristiana perché in epoca precristiana il potere tendeva a divinizzarsi, a porsi come assoluto – è la base della vera laicità. Perché afferma che non ci si deve aspettare la felicità e il Bene Assoluto dalla politica.

“La fede cristiana” aggiungeva il cardinale “ha distrutto il mito dello stato divino, il mito dello stato-paradiso e della società senza dominio o potere. Al suo posto ha invece collocato il realismo della ragione”.

Così la politica è chiamata al buon governo delle cose umane, secondo criteri di realismo, gradualismo e razionalità, nella direzione della libertà e della dignità umana.

Con la consapevole accettazione dell’imperfezione che caratterizza ogni realizzazione terrena.

Invece il desiderio di felicità o di Bene Assoluto che riempie il cuore umano è un desiderio infinito che la politica deve servire, ma che non può appagare.

Si deve cercare altrove.

Ogni volta che la politica è stata investita da un’attesa messianica di palingenesi, di purificazione, di redenzione, di liberazione, ha partorito ideologie e sistemi totalitari che – dopo aver promesso il paradiso in terra – hanno costruito inferni.

Infatti Ratzinger osservava – in quel discorso – che “quando la fede cristiana, la fede in una speranza superiore all’uomo, decade, insorge il mito dello stato divino, perché l’uomo non può rinunciare alla totalità della speranza”.

Essendo stato il cristianesimo a portare la laicizzazione dello Stato e della politica, poi, con la scristianizzazione, sono rispuntate le ideologie e i totalitarismi.

E tramontate le ideologie sistematiche e totalitarie del Novecento, un’analoga tentazione – di messianismo politico – continua a permanere oggi nei fondamentalismi, negli utopismi moralisti e giacobini, nei fanatismi manichei che vedono in una parte politica il Bene assoluto e nella parte avversa il Male assoluto.

Ratzinger ha un giudizio netto: “una simile politica, che fa del Regno di Dio un prodotto della politica… è per sua natura politica della schiavitù; è politica mitologica”.

E qui il cardinale sottolinea l’importanza della presenza dei cristiani per proteggere la laicità dello stato dai fanatismi, dai messianismi politici.

Dice: “la fede oppone a questa politica lo sguardo e la misura della ragione cristiana… il rifiuto della speranza che è nella fede è, al tempo stesso, un rifiuto al senso di misura della ragione politica. La rinuncia alle speranze mitiche propria della società non tirannica non è rassegnazione, ma lealtà che mantiene l’uomo nella speranza”.

A questo punto Ratzinger introduce un tema che illumina l’attualità. Oggi infatti in Italia sono sostanzialmente tre politici cattolici, cioè Enrico Letta, Angelino Alfano e Mario Mauro a condurre in porto questa svolta che – se ha successo – può farci uscire dalla guerra civile permanente e portare a una pacificazione storica, a una stagione di ragionevolezza, realismo, bene comune e prosperità.

E anche a un salutare rinnovamento generazionale.

Sono tre giovani politici dai percorsi diversi, ma accomunati dalla fede cattolica e politicamente da un’originaria ispirazione degasperiana .

Anche nel dopoguerra del resto fu la classe politica cattolica, guidata da De Gasperi, a portarci fuori dall’incubo delle ideologie totalitarie e dei loro miti che avevano provocato rovine.

Perché tanto ieri che oggi proprio dei politici cattolici hanno questa funzione storica?

Ratzinger spiega: “Il primo servizio che la fede fa alla politica è la liberazione dell’uomo dall’irrazionalità dei miti politici che sono il vero rischio del nostro tempo”.

Ed ecco la splendida apologia ratzingeriana della razionalità e del compromesso:

“Essere sobri ed attuare ciò che è possibile, e non reclamare con il cuore in fiamme l’impossibile, è sempre stato difficile; la voce della ragione non è mai così forte come il grido irrazionale. Il grido che reclama le grandi cose ha la vibrazione del moralismo; limitarsi al possibile sembra invece una rinuncia alla passione morale, sembra il pragmatismo dei meschini. Ma la verità è che la morale politica consiste precisamente nella resistenza alla seduzione delle grandi parole con cui ci si fa gioco dell’umanità dell’uomo e delle sue possibilità”.

Ratzinger conclude:

“Non è morale il moralismo dell’avventura, che intende realizzare da sé le cose di Dio. Lo è invece la lealtà che accetta le misure dell’uomo e compie, entro queste misure, l’opera dell’uomo. Non l’assenza di ogni compromesso, ma il compromesso stesso è la vera morale dell’attività politica”.

Sono considerazioni autorevoli da prendere come bussola. Oggi che, ancora una volta nella storia di questo Paese, proprio dei politici cattolici stanno provando a “smilitarizzare” la politica, a sminarla dai fondamentalismi, a laicizzarla, a mostrare che il compromesso (se non viene svilito) ha una profonda moralità.

Come nel dopoguerra, si trovano a fianco i riformisti, i liberali e i socialisti. Tutti deprecati dai massimalisti.

E’ il caso di portare a compimento questa svolta con un certo orgoglio, non “alla vergognosa”, se conveniamo – con Ratzinger – che è davvero morale il realismo della razionalità e del compromesso, non l’utopismo, né il giacobinismo, né il massimalismo, né l’integralismo.

Dietro alle tentazioni ideologiche che, nelle diverse forme, hanno bisogno del Nemico e pretendono di mettere sulla scena della politica lo scontro fra il Bene Assoluto e il Male assoluto, sta sempre una forma di gnosticismo, come ha spiegato un grande filosofo, Erich Voegelin, autore del “Mito del mondo nuovo”.

Il cristianesimo ci libera da questo pericolo sempre incombente. Ma – ovviamente – “ciò non significa” conclude Ratzinger “che la fede abbia portato un realismo libero da valori, il realismo della statistica e della pura fisica sociale. Al vero realismo dell’uomo appartiene l’umanesimo e all’umanesimo appartiene Dio”.

Un nuovo umanesimo e un nuovo rinascimento potrebbero essere l’orizzonte e l’ambizione di questa pacificazione nazionale. Se non fallisce e non viene sabotata.

Se non diventa un compromesso al ribasso. Se i protagonisti saranno capaci di far fronte alla grandezza della responsabilità.

Antonio Socci

Da “Libero”, 27 aprile 2013

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I brutti tempi in cui la società cristiana condannava il peccato e la Chiesa faceva proselitismo

Segnalazione del Centro Studi Federici
8/5/2013 – La Chiesa non cresce per il proselitismo, ma per la predicazione e la testimonianza. Il cristiano non alza muri, ma costruisce ponti. I tempi sono cambiati secondo Bergoglio, e con essi anche la società e alcune visioni della Chiesa (…) “Questi ultimi 50 anni, 60 anni – ha affermato il Papa – sono un bel tempo perché io ricordo quando, da bambino, si sentiva nelle famiglie cattoliche, nella mia: ‘No, a casa loro non possiamo andare, perché non sono sposati per la Chiesa, eh!’. Era come una esclusione. No, non potevi andare! O perché sono socialisti o atei, non possiamo andare”. “C’era come una difesa della fede, ma con i muri” ha proseguito; adesso “grazie a Dio”, “non si dice quello, no? Non si dice!”, perché “il Signore ha fatto dei ponti”. La Chiesa “non cresce nel proselitismo”, ma “cresce per attrazione, per la testimonianza, per la predicazione”. E Paolo “aveva proprio questo atteggiamento: annuncia non fa proselitismo”, in virtù del fatto che “non dubitava del suo Signore”. La conclusione del Papa è quindi incisiva: “I cristiani che hanno paura di fare ponti e preferiscono costruire muri, sono cristiani non sicuri della propria fede, non sicuri di Gesù Cristo”. L’esortazione è dunque che ogni cristiano segua l’esempio di Paolo e inizi “a costruire ponti e ad andare avanti”. “Quando la Chiesa perde questo coraggio apostolico – ha concluso il Santo Padre – diventa una Chiesa ferma, una Chiesa ordinata, bella, tutto bello, ma senza fecondità, perché ha perso il coraggio di andare alle periferie, qui dove sono tante persone vittime dell’idolatria, della mondanità, del pensiero debole…”.

http://www.zenit.org/it/articles/il-vero-cristiano-non-fa-proselitismo-ma-dialoga-con-tutti-senza-esclusioni

Postilla sull’attrazione e sul proselitismo

Con la sedicente attrazione bergogliana, in America Latina si sono svuotate le chiese. Col proselitismo dei “tradizionalisti-conciliari”, molte brave persone rimangono in comunione con Bergoglio. A volte il proselitismo serve.

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J. Ratzinger e il Primato di Pietro

ratzinger-primato-pietro-264x300[1]

Segnalazione di Pietro Ferrari

di Carlo Di Pietro

Nei precedenti studi [1] abbiamo constatato che, secondo J. Ratzinger (non secondo la Fede Cattolica), da cardinale prima e da Papa poi, è certo:

– che “la Chiesa assira dell’Oriente” è una “autentica Chiesa particolare, fondata sulla fede ortodossa”;

– che “La Chiesa assira dell’Oriente ha anche preservato la piena fede eucaristica nella presenza di nostro Signore” e in essa “si trovano veri sacramenti, soprattutto, in forza della successione apostolica, il sacerdozio e l’Eucaristia”;

– che “le parole dell’Istituzione Eucaristica sono di fatto presenti nell’Anafora di Addai e Mari”;

– che oggi“siamo testimoni di un nuovo integralismo che sembrerebbe di supporto a ciò che è strettamente Cattolico, ma in realtà lo corrompe dal di dentro. Produce sospetto e animosità, lontani dallo Spirito del Vangelo. C’è un’ossessione per la lettera, che stima la liturgia della Chiesa come invalida, ponendo se stessa fuori della Chiesa”;

– che “la validità della liturgia [Eucaristia] dipende primariamente, non da specifiche parole, ma dalla comunità della Chiesa”;

– che il “Concilio di Trento conclude le sue affermazioni sul Corpo di Cristo con qualcosa che offende le nostre orecchie ecumeniche ed ha senza dubbio contribuito non poco verso lo screditare questo banchetto nell’opinione dei nostri fratelli protestanti. Ma, se noi purifichiamo la sua formulazione dal tono appassionato del 16° secolo, saremmo sorpresi da qualcosa di grande e positivo”. [1]

J. Ratzinger, da cardinale teologo prima e da Papa poi, ritiene [2] anche:

– che la “Chiesa non deve preoccuparsi per la conversione dei Giudei”;

– che“i Giudei sono una predica vivente”;

– che sono “nostri padri nella fede”;

– che “Israele conserva la propria missione”;

– che Israele “al tempo giusto sarà salvata interamente”;

– che “non è necessario conoscere o riconoscere Gesù come Figlio di Dio per essere salvati, se non ci sono ostacoli insormontabili, di cui egli non è colpevole” (Non si cita per nulla l’ignoranza invincibile o la pazzia; lo capiamo dal contesto poiché riguarda i ben informati Giudei, i quali conoscono Cristo e i Vangeli, e dalle successive prassi e dichiarazioni medesime a conferma). [2]

Abbiamo anche dovuto dimostrare [1] [2], e nemmeno con grande difficoltà, che queste convinzioni teologiche evidentemente non provengono dalla Fede Cattolica così come la conosciamo; lo abbiamo fatto richiamando adeguatamente il Magistero universale eordinario, riportando specifiche citazioni delCanone, ben interpretate nell’unanimità, e numerosi dogmi di Fede.

Oggi studieremo quello che, secondo J. Ratzinger, è il Primato di Pietro e come potrebbe essere “modificato” per favorire l’ecumenismo con le “altre chiese”, in visione di presunte “unità”. Lo studio è svolto sempre partendo dal nostro presupposto, confermato, che l’ecumenismo cattolico è ben diverso dal falso ecumenismo conciliare che sembra essere più prossimo all’irenismo o al pancristianesimo. [3]

Abbiamo, in precedenza, notato che l’attuale crisi della Chiesa si potrebbe risolvere con grande determinazione e immediatezza, se solo si ritornasse alla Fede Cattolica così come è presente nel Canone, nel Deposito e, non lontano nel tempo, anche negli scritti vincolanti di Papa San Pio X. [4]

Nel libro Principles of Catholic Theology si legge, sul Primato di Pietro, tanto ed anche di più. Quel tanto che basta per farci capire come la pensava J. Ratzinger sull’argomento, come ha confermato queste sue credenze anche da Papa, e come – lo vedremo – invece la Fede Cattolica ci insegna e comanda.

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Gesù consegna le Chiavi a San PietroGesù consegna le Chiavi a San Pietro

Joseph Ratzinger, Principles of Catholic Theology, 1982, pp. 197-198:

Le richieste per la ricerca dell’unità con gli ortodossi orientali e con i protestanti: Da parte dell’Occidente, la massima richiesta sarebbe che l’oriente riconosca il primato del Vescovo di Roma nella piena portata della definizione del 1870 [Concilio Vaticano PRIMO] e che nel far questo si sottometta nella pratica, al Primato, come è stato accettato dalle chiese Uniate. Da parte dell’Oriente, la massima richiesta sarebbe che l’Occidente dichiari erronea la dottrina del primato definita nel 1870 e che in far ciò sottometta, in pratica, un primato come è stato accettato con la rimozione del Filioque dal Credo, e dei dogmi mariani del 19° e 20° secolo. Riguardo al protestantesimo la massima richiesta della Chiesa Cattolica sarebbe che i ministri ecclesiali protestanti siano riguardati come totalmente invalidi ed i protestanti siano convertiti al cattolicesimo; la massima richiesta dei protestanti […] sarebbe che la Chiesa Cattolica accetti, insieme con l’incondizionato riconoscimento di tutti i ministri protestanti, il concetto protestante di ministero e la loro comprensione della Chiesa e così, in pratica, rinunci alla struttura sacramentale ed apostolica della Chiesa, che significherebbe, in pratica, la conversione dei cattolici al protestantesimo […] NESSUNA DI TALI MASSIME SOLUZIONI OFFRE NESSUNA REALE SPERANZA DI UNITÀ […] NÉ È POSSIBILE […] CONSIDERARE COME LA SOLA FORMA POSSIBILE E, DI CONSEGUENZA, COME VINCOLANTE TUTTI I CRISTIANI LA FORMA CHE QUESTO PRIMATO HA PRESO NEI SECOLI 19° E 20°”.

Proseguiamo. Joseph Ratzinger, Principles of Catholic Theology, 1982, pp. 216-217:

Il Patriarca [ortodosso scismatico] Athenagora […] ha detto […] che […] «Il vescovo di Roma è il primo tra noi in onore, che presiede nella carità». E’ chiaro che, dicendo questo, il patriarca non ha abbandonato le pretese delle Chiese Orientali o il riconoscimento del primato dell’occidente. Piuttosto, ha dichiarato chiaramente che l’Oriente ha compreso come l’ordine, il rango e il titolo, dei vescovi eguali NELLA CHIESA – E VARREBBE LA PENA PER NOI CONSIDERARE SE QUESTA ANTICA CONFESSIONE, CHE NON HA NULLA A CHE VEDERE CON IL “PRIMATO DI GIURISDIZIONE”, MA CONFESSA UN PRIMATO DI “ONORE” E DI AMORE [AGAPE], NON POTREBBE ESSERE RICONOSCIUTA COME UNA FORMULA CHE ADEGUATAMENTE RIFLETTE LA POSIZIONE CHE ROMA OCCUPA NELLA CHIESA – IL “SANTO CORAGGIO” RICHIEDE CHE LA PRUDENZA SIA COMBINATA CON L’ “AUDACIA”: IL REGNO DI DIO SOFFRE VIOLENZA […] IN ALTRE PAROLE, ROMA NON DEVE RICHIEDERE DALL’ORIENTE, RIGUARDO ALLA DOTTRINA DEL PRIMATO, PIÙ DI QUANTO È STATO FORMULATO E VISSUTO NEL PRIMO MILLENNIO. QUANDO IL PATRIARCA ATHENAGORA […] IN OCCASIONE DELLA VISITA DEL PAPA […] LO HA DESIGNATO COME SUCCESSORE DI S. PIETRO, COME IL PIÙ STIMATO TRA NOI, COME COLUI CHE PRESIEDE NELLA CARITÀ, QUESTO GRANDE LEADER DELLA CHIESA STAVA ESPRIMENDO IL CONTENUTO ECCLESIALE DELLA DOTTRINA DEL PRIMATO COSÌ COME ERA CONOSCIUTO NEL PRIMO MILLENNIO. ROMA NON HA BISOGNO DI CHIEDERE DI PIÙ”.

Queste affermazioni, o di molto simili, saranno poi confermate nella prassi ed in successivi scritti e documenti; il pontificato stesso di Benedetto XVI ne è testimonianza diretta.

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Benedetto XVI con i rappresentati delle false chieseBenedetto XVI con i rappresentati dellefalse chiese

Praticamente, queste affermazioni, se ben tradotte e così come si presentano evidentemente al lettore, sembrano contenere numerosi concetti di aggiramento delle Verità Cattoliche e anche di prossimità all’eresia, se non addirittura di eresia stessa:

1) Il falso ecumenismo, che presuppone l’unione, senza che la Chiesa Cattolica richieda il riconoscimento di TUTTA la Fede Cattolica (INTEGRALMENTE) alle altre comunità o “pseudo-chiese”; invece la Chiesa stessa e Cristo (MISSIONE) hanno sempre insegnato che deve essere riconosciuta e professata integralmente la Fede Cattolica (vedi Vangeli, Simbolo atanasiano, Pio XI in Mortalium Animos, ecc…). Noi sappiamo, certamente, che queste idee sono «derivanti da un eretico concetto di unità ecclesiale»;

2) Le “chiese” (scismatiche) sarebbero PARTE dell’unica Chiesa di Cristo. Un cattolico mediamente informato, che ha letto un Catechismo o un C.I.C. pre conciliare, dei documenti di Magistero universale o delle dichiarazioni ex cathedra inerenti, sa bene che la Fede Cattolica non ha mai insegnato questo, nella forma che ci è qui presentata;

3) Di conseguenza, i vescovi di tali “chiese” (scismatiche) SONO vescovi e pastori NELLA Chiesa di Cristo (come vedremo prossimamente in numerosissimi altri testi, e non solo di Ratzinger, ma anche di Paolo VI e Giovanni Paolo II, futuro santo);

4) La Chiesa NON deve chiedere agli ortodossi (scismatici) il riconoscimento del dogma del primato di giurisdizione come definito dal CONCILIO VATICANO I del 1870;

5) Le AGGIUNTE proposte ed applicate. Noi sappiamo con certezza che la Fede Cattolica non aggiunge cose nuove con le definizioni, ma definisce solennemente ciò che si è sempre creduto, com’è sempre stato fin dall’era apostolica. Ciò va contro il Concilio Vaticano I, e contro tutta la Fede Cattolica sempre insegnata dai Papi, dai santi, dai Padri e Dottori, dai teologi, dai catechismi. “Infatti ai successori di Pietro è stato promesso lo Spirito santo non perché per sua rivelazione manifestassero una nuova dottrina, ma perché con la sua assistenza custodissero santamente ed esponessero fedelmente la rivelazione trasmessa dagli apostoli, cioè il deposito della fede” (Concilio Vaticano I);

6) Si DUBITA DEL PRIMATO, così com’era conosciuto nel primo millennio (e quindi anche dagli Apostoli). Si legge “è un primato di onore”, come lo credono gli orientali; in sostanza, secondo il Ratzinger (dottore privato) sembrano avere ragione loro, proprio gli scismatici. Essenzialmente Ratzinger così facendo, stando ai suoi scritti, sembra aderire all’eresia ortodossa scismatica.

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Papa Pio IXPapa Pio IX

In contro, abbiamo gli scritti della Fede Cattolica che ben chiariscono i dubbi che J. Ratzinger ci ha creato.

Pio IX, Concilio Vaticano Primo:

Al solo Simone Pietro, inoltre, dopo la resurrezione, Gesù conferì la giurisdizione di sommo pastore e rettore su tutto il suo ovile, dicendo: Pasci i miei agnelli; pasci le mie pecore. A questa dottrina così chiara delle sacre scritture, com’è stata sempre intesa dalla chiesa cattolica, si oppongono apertamente le false opinioni di coloro che, fraintendendo la forma di governo istituita da Cristo signore nella sua chiesa, negano che il solo Pietro, rispetto agli altri apostoli, sia presi singolarmente che tutti insieme, abbia ricevuto un vero e proprio primato di giurisdizione da Cristo; o quanti affermano che questo primato immediatamente e direttamente sarebbe stato conferito non allo stesso beato Pietro, ma alla chiesa e, per mezzo di essa, a lui, come a suo ministro.

Perciò SE QUALCUNO DIRÀ CHE IL BEATO APOSTOLO PIETRO NON È STATO COSTITUITO DA CRISTO SIGNORE, PRINCIPE DI TUTTI GLI APOSTOLI E CAPO VISIBILE DI TUTTA LA CHIESA MILITANTE; OVVERO CHE EGLI DIRETTAMENTE ED IMMEDIATAMENTE ABBIA RICEVUTO DAL SIGNORE NOSTRO GESÙ CRISTO SOLO UN PRIMATO D’ONORE E NON DI VERA E PROPRIA GIURISDIZIONE: SIA ANATEMA”.

Capitolo II. La perpetuità del primato di Pietro nei romani pontefici:

Ma ciò che il principe dei pastori e pastore supremo del gregge, il signore Gesù Cristo, ha istituito nel beato apostolo Pietro a perpetua salvezza e perenne bene della chiesa, deve per volontà dello stesso Cristo, durare per sempre nella chiesa, che, fondata sulla pietra, resterà incrollabile fino alla fine dei secoli.

Nessuno, a questo proposito, ignora, anzi è noto da secoli a tutti, che il santo e beatissimo Pietro, principe e capo degli apostoli, colonna della fede e fondamento della chiesa cattolica, HA RICEVUTO LE CHIAVI DEL REGNO DA NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO, salvatore e redentore del genere umano: Pietro vive, presiede ed esercita il suo giudizio fino al presente e per sempre nei suoi successori, ossia nei vescovi della santa sede di Roma, da lui fondata e consacrata dal suo sangue. Sicché CHIUNQUE GLI SUCCEDE IN QUESTA CATTEDRA, PER DISPOSIZIONE DELLO STESSO CRISTO, HA IL PRIMATO DI PIETRO SU TUTTA LA CHIESA. Rimane, allora, ciò che ha disposto la verità, e il beato Pietro, perseverando nella solidità di pietra, che ha ricevuto, non ha lasciato la guida della chiesa che gli fu affidata. Per questo motivo ogni chiesa – cioè tutti i fedeli di ogni luogo – dovette sempre concordare con la chiesa Romana in forza della sua origine superiore, affinché in quella sede, da cui emanano su tutti le norme della veneranda comunione, come membra unite nel capo, esse si unissero nella compagine di un solo corpo.

SE, QUINDI, QUALCUNO DIRÀ CHE NON È PER ISTITUZIONE DELLO STESSO CRISTO SIGNORE, CIOÈ PER DIRITTO DIVINO, CHE IL BEATO PIETRO HA SEMPRE DEI SUCCESSORI NEL PRIMATO SU TUTTA LA CHIESA; O CHE IL ROMANO PONTEFICE NON È SUCCESSORE DEL BEATO PIETRO IN QUESTO PRIMATO: SIA ANATEMA”.

Capitolo III. Valore e natura del primato del Romano pontefice:

Basandoci, perciò, sulle CHIARE TESTIMONIANZE DELLE SACRE SCRITTURE, e seguendo gli espliciti decreti sia dei nostri predecessori Romani pontefici, che dei concili generali, rinnoviamo la definizione del concilio ecumenico di Firenze, secondo la quale tutti i cristiani devono credere che “la santa sede apostolica e il Romano pontefice hanno il primato su tutta la terra; e che lo stesso pontefice Romano è successore del beato Pietro, principe degli apostoli, e vero vicario di Cristo, capo di tutta la chiesa, padre e maestro di tutti i cristiani. Che AL BEATO PIETRO, INOLTRE, È STATO DATO DAL SIGNORE NOSTRO GESÙ CRISTO IL PIENO POTERE DI PASCERE, REGGERE E GOVERNARE LA CHIESA UNIVERSALE, COME SI LEGGE NEGLI ATTI DEI CONCILI ECUMENICI E NEI SACRI CANONI.

Insegniamo, perciò, e dichiariamo che la chiesa Romana, per disposizione del Signore, ha un primato di potere ordinario su tutte le altre; e che questa potestà di giurisdizione del Romano pontefice, essendo veramente episcopale, è immediata: QUINDI I PASTORI E I FEDELI, DI QUALSIASI RITO E DIGNITÀ, SIA CONSIDERATI SINGOLARMENTE CHE NEL LORO INSIEME, SONO TENUTI AL DOVERE DELLA SUBORDINAZIONE GERARCHICA E DELLA VERA OBBEDIENZA VERSO DI ESSA, NON SOLO IN CIÒ CHE RIGUARDA LA FEDE E I COSTUMI, MA ANCHE IN CIÒ CHE RIGUARDA LA DISCIPLINA E IL GOVERNO DELLA CHIESA SPARSA SU TUTTA LA TERRA. Di modo che, conservando l’unità della comunione e della professione della stessa fede col Romano pontefice, la chiesa di Cristo sia un solo gregge sotto un solo sommo pastore. QUESTA È LA DOTTRINA DELLA VERITÀ CATTOLICA, DALLA QUALE NESSUNO PUÒ ALLONTANARSI SENZA METTERE IN PERICOLO LA FEDE E LA SALVEZZA.

Questa potestà del sommo pontefice è lontana dal recare pregiudizio alla potestà ordinaria ed immediata della giurisdizione episcopale – in virtù della quale i vescovi, che per disposizione dello Spirito santo successero agli apostoli, in qualità di veri pastori, pascono e governano ciascuno il gregge a lui affidato -. Anzi tale potere è asserito, rafforzato e rivendicato dal pastore supremo ed universale, secondo il detto di S. Gregorio Magno: “il mio onore è l’onore della chiesa universale. Mio onore è il solido vigore dei miei fratelli. Allora io mi sento veramente onorato, quando ad ognuno di essi non si nega l’onore dovuto” … Perciò SE QUALCUNO DIRÀ CHE IL ROMANO PONTEFICE HA SOLO UN POTERE DI VIGILANZA O DI DIREZIONE, E NON, INVECE, LA PIENA E SUPREMA POTESTÀ DI GIURISDIZIONE SU TUTTA LA CHIESA, NON SOLO IN MATERIA DI FEDE E DI COSTUMI, MA ANCHE IN CIÒ CHE RIGUARDA LA DISCIPLINA E IL GOVERNO DELLA CHIESA UNIVERSALE; O CHE EGLI HA SOLO UNA PARTE PRINCIPALE, E NON, INVECE, LA COMPLETA PIENEZZA DI QUESTA POTESTÀ; O CHE ESSA NON È ORDINARIA ED IMMEDIATA, SIA SU TUTTE LE SINGOLE CHIESE, CHE SU TUTTI I SINGOLI PASTORI: SIA ANATEMA …”.

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SIA ANATEMA” grida Pio IX nel Concilio Vaticano I per tutte quelle dottrine così perniciose e già condannate; “anatema” che ha basi solide e infallibili proprio nella Scrittura, nei Concilii precedenti e ricordando, quindi, quelle verità certe di Fede Cattolica, verità alle quali noi crediamo e aderiamo con gioia e con ardimento.

Come posso, dentro di me, non rievocare lo stesso grido di allarme – “SIA ANATEMA” – quando leggo questi scritti di J. Ratzinger? Con che coraggio posso scagliarmi contro la Fede Cattolica nella speranza di non dannarmi se dovessi morire con delle errate convinzioni, conoscendo già certamente quello che Cristo ha insegnato e comandato?

Alla luce anche dello studio sull’Infallibilità di Pietro e della Chiesa, sia nel Magistero universale, sia in quello ordinario [5], come posso vivere sereno davanti a siffatte ed a tante altre dichiarazioni che escludono dalla comunione dei santi?

Carlo Di Pietro

Note:

[1] http://radiospada.org/2013/06/27/j-ratzinger-leucaristia-e-il-racconto-dellistituzione/
[2] http://radiospada.org/2013/06/27/j-ratzinger-leucaristia-e-il-racconto-dellistituzione/
[3] http://radiospada.org/2013/06/18/il-falso-ecumenismo/
[4] http://radiospada.org/2013/06/11/rileggere-san-pio-x-per-capire-la-crisi-attuale/
[5] http://radiospada.org/2013/06/30/linfallibilita-della-chiesa-e-del-papa-magistero-universale-e-ordinario/

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Per Bergoglio “Gesù sarebbe divenuto egli stesso peccato”? Signore pietà

del Prof. Antonio Diano

Mio Dio, perdonaci.
Gesù sarebbe divenuto “egli stesso peccato” (mi trema la mano battendo al pc questa frase blasfema) in tal modo salvandoci!
Così si legge in un sito “francescano” (non nel senso d’Assisi nel’200, ahinoi), poco importa se virgolettato o no.
Se la nouvelle théologie, che ha così perversamente riversato i suoi frutti avvelenati tra il “popolo di Dio”, sta (come in effetti sta,
fecondata dal Vaticano II) alla base di queste follie, ora siamo davvero oltre la frutta.
Sulla “autorità” di “papa Francesco” tra qualche tempo sentiremo in chiesa i parroci annunciare che “Gesù è peccato” e ripeterlo nelle strade da parte di parrocchiani ormai devastati dalle novità (questa è, per parlar chiaro, bestemmia orribile) udite (come dite? in sezione? in una riunione filo-massonica del dopolavoro? macché…) in chiesa!
Preghiamo con tutta la nostra forza affinché Iddio faccia comprendere presto a tutto l’Orbe cattolico che NON E’ POSSIBILE che un Papa dica che “Gesù è peccato”, neanche per transitare in nuovi luoghi teologici, per attrezzare una filosofia della religione adatta al terzo millennio, per quel che vuole. Chi pronuncia o scrive questa frase è un blasfemo, senza sì e senza ma.
Iddio ci risparmi la Sua temibile ira! E ci soccorra la Vergine Benedetta.

Sia Benedetto Gesù Redentore, e sia benedetto il Suo Santo Nome.

Che le angeliche milizie condotte da S. Micherle facciano piazza pulita di chiunque Lo bestemmia, anche se è travestito da papa. Chi si TRAVESTE da papa è servo del demonio.

http://www.papafrancesco.net/gesu-si-e-fatto-uomo-per-guarire-da-dentro-i-nostri-mali/

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