Carlo De Benedetti : l’Italia non è un paese normale. L’unica soluzione è la rivoluzione

18 ottobre 2013

“Quando sento parlare di segnali di ripresa che stiamo o che dobbiamo agganciare, penso subito che l’interlocutore stia provando a fregarmi.”

A dirlo è Carlo De Benedetti, presidente del gruppo editoriale L’Espresso. Le sue opinioni vengono riportate dal portale di economia Wall Street Italia.com.

“L’Europa e l’Italia in particolare – commenta ancora De Benedetti – oggi sono la zavorra della crescita mondiale (…) Il declino non è solo economico, ma quello che più deve preoccuparci è una sorta di declino morale che noi italiani stiamo vivendo.
E’ senso di frustrazione, quasi di avvilimento, che sta contagiando tutti, anche noi imprenditori, anche quei giovani che devono essere invece la molla del rilancio.”

“No, non c’è niente di normale in questo paese – risponde a chi gli chiede se l’Italia sia un paese normale – Serve una rivoluzione culturale e generazionale. Non c’è niente altro da fare (…) Va ribaltata dal profondo questa Italia vecchia, bloccata dalle rendite di posizione, dagli interessi di parte, dal cinismo di chi considera il potere un fatto privato da gestire a scopi privati.
(…) E’ la classe dirigente da cambiare. Le consorterie da combattere, così come i poteri di veto sindacali e soprattutto questa orribile politica che non si occupa mai dei problemi del paese”.

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Ma che ipocrita, che faccia di bronzo! E’ proprio lui uno dei burattinai di questa povera Italia.

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Sposetti, ex tesoriere Ds: “non è Casaleggio, è Grillo il vero amico di Prodi, che gli ha fatto certi favori in passato. Senza i suoi voti non ce la farà mai”

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MA L’M5S SA CHI E’ ROMANO PRODI?

DI LEILA
michelcollon.info

Quirinale, anche Romano Prodi tra nomi M5S

Un passato pesante: CIA, Bilderberg, Bolkestein, OGM, Israele, relazioni con la NATO, colpo di stato contro Chavez. Povera sinistra! Cosa hanno scelto gli Italiani, la peste o il colera?

Per mettere fine al regno di Berlusconi, la sinistra antiliberista (sic!, NdT) italiana ha plebiscitato (con le votazioni primarie) l’ex presidente della Commissione Europea, Romano Prodi ed ha accettato di affidargli la missione di guidare l’opposizione alle elezioni legislative del 9 e 10 aprile 2006.

Romano Prodi è uno dei mistificatori dell’Europa sociale. È il più alto responsabile della strategia di Lisbona adottata nel 2000, per una durata di dieci anni. Questa strategia ha accentuato il carattere neoliberista dell’Unione Europea e ha sottoposto alla più alta competitività e alle “leggi” del mercato le politiche sociali (istruzione, pensioni, ecc.) e ambientali.

Il leader della sinistra italiana ha proposto e sostenuto il progetto della “direttiva sui servizi”, la cosiddetta Bolkestein, dal nome del liberalissimo ex Commissario Europeo Olandese, che aveva elaborato questo testo.

Nel 2003, quando il signor Prodi era a capo della Commissione Europea, ha rimosso la moratoria sugli OGM, autorizzando con ciò la commercializzazione e la coltivazione delle piante transgeniche.

Ha qualificato come “molto ragguardevole” il progetto di “riforma” sull’assicurazione-malattie del governo francese, un progetto che aggrava in modo considerevole le ineguaglianze in materia di accesso alle cure.

È stato uno dei promotori del Trattato Costituzionale Europeo. Questo Trattato ha l’obiettivo di incidere nel marmo le politiche ultraliberiste.
Il signor Romano Prodi e altri ultraliberisti hanno posto la libera concorrenza al di sopra del progresso sociale, lasciando la porta aperta al dumping sociale e fiscale. Costoro hanno pianificato una guerra economica permanente, senza fine, posizionando i cittadini europei nelle condizioni di stato di allerta continuo. Hanno voluto fare dell’Europa una giungla, dove il monopolio della violenza (economica o di altra natura) non appartiene, e ne’ può appartenere, che al più forte.

Essendo un cattolico convinto, il leader della sinistra laica pensa che le religioni devono giocare un ruolo importante nello sviluppo dell’Unione Europea.

Prodi ha istituito il GOPA (Group of policy advisers to the president – Gruppo dei consiglieri politici del Presidente), un organismo incaricato in particolare delle questioni religiose, e del quale la maggior parte dei membri sono cattolici praticanti.

In una lettera indirizzata a “la Repubblica”, Romano Prodi si rammarica per l’assenza di riferimenti alle radici cristiane nella nuova Costituzione Europea, quindi collegandosi alle posizioni papali, di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI:

“La domanda comune di tutte le Chiese di un riconoscimento esplicito nel preambolo della Costituzione del ruolo storico del cristianesimo non è stata accettata. Io penso che questo aspetto rappresenta veramente un anello mancante”…“Oggi, l’Unione Europea vede alle sue frontiere orientali la Russia, l’Ucraina, e la Bielorussia, e a sud-est la Turchia; con l’ingresso di Cipro e di Malta, l’Unione Europea è in contatto diretto con il Medio Oriente. In presenza di questa nuova situazione geografica, l’Europa ha una nuova responsabilità internazionale, in quello che concerne il diritto, la giustizia, la pace, ma questa responsabilità non potrà essere esercitata se la questione della sua identità, con il riconoscimento delle sue radici cristiane, non diverrà dirimente”…“Le religioni presenti storicamente in Europa, in particolare il cristianesimo (…) possono apportare un contributo essenziale, in quanto fattori di integrazione e di fraternità, elementi culturali che superano e trascendono il significato etnico di patria, e quindi contribuiscono ad una nuova stagione dell’europeismo e alla vocazione universale dell’Europa”… “La nuova Europa porta in sé i valori che hanno fecondato per due millenni l’essenza del pensiero e del modo di vivere, di cui il mondo intero è stato beneficiario. Il cristianesimo occupa un posto privilegiato fra questi valori”.

Parole di Romano Prodi!

Il libro bianco della Commissione sui principi del governo, che il cantore dell’ultraliberismo ha presentato nel 2001, è uno strumento ideologico per una politica dello Stato minimo, uno Stato dove l’amministrazione pubblica ha per missione non più quella di servire l’insieme della società, ma di fornire beni e servizi ad interessi settoriali e a clienti-consumatori, con il rischio di aggravare le ineguaglianze fra i cittadini e le regioni dell’Europa.

La sinistra antiliberista (sic!) italiana ha dimenticato che il signor Romano Prodi :

– è appartenuto a quella rete stay-behind, una rete che sta dietro le quinte, messa in piedi dagli Statunitensi dopo la Seconda Guerra mondiale per combattere l’influenza comunista.

– è stato membro del comitato di direzione del Gruppo Bilderberg, l’architetto della mondializzazione liberale : “Qualcosa deve rimpiazzare i governi,… e il potere privato mi sembra l’entità adeguata per farlo!”, ha dichiarato David Rockefeller, fondatore del Bilderberg

– era d’accordo per consegnare alla CIA informazioni confidenziali su cittadini europei che si recavano negli Stati Uniti,

– si è felicitato per il colpo di stato militare del 2002 contro il Presidente Hugo Chavez, un presidente eletto democraticamente e il cui governo ha lanciato tutta una serie di riforme sociali in modo che il Venezuela possa divenire un paese più giusto e meno impregnato di ineguaglianze,

– ha condannato il 59% dei cittadini europei che hanno posto Israele alla testa dei paesi che minacciano la pace. Per Prodi i sondaggi “mostrano l’esistenza continua di un pregiudizio che deve essere condannato” e “nella misura in cui questo potrebbe indicare un pregiudizio più profondo e più generale nei riguardi del mondo ebraico, il nostro disgusto è ancora più radicale”,

– non ha mai mancato un’occasione per promuovere la lingua inglese e di imporla come lingua unica dei negoziati per l’allargamento europeo. E la lista sarebbe lunga…

Cosa pensano i cittadini della sinistra antiliberista italiana, membri o no di un partito, di un sindacato, o di un’associazione, e che come noi si battono, senza molto contare, per mettere in scacco i principi neoliberisti, che Romano Prodi e i suoi accoliti ci predicano come ineluttabili? Si sentono, o no, traditi?

Leila
Fonte: http://www.michelcollon.info
Link: http://www.michelcollon.info/articles.php?dateaccess=2006-04-06%2011:02:44&log=invites
12.04.2013

Traduzione a cura di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova

Articolo pubblicato nel 2006 con il titolo: Il passato pesante di Romano Prodi

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L’”ideologo” di Beppe Grillo: Prodi votato da M5S? Se esce lui tolgo il disturbo. Intervista a Paolo Becchi

“Se dovesse uscire Prodi esco io. O meglio poiché non sono neppure entrato tolgo semplicemente il disturbo”. E’ il tweet del Paolo Becchi, “ideologo” del Movimento 5 Stelle, dopo che alle Quirinarie dei simpatizzanti di Grillo, Prodi è risultato uno tra i dieci nomi più votati.

Becchi, davvero la scelta di Prodi è un fatto così grave?

Lo considero un fatto shoccante che mi provoca grande amarezza e delusione. Io non contesto la procedura seguita per le Quirinarie, né ritengo che sia stata inquinata da brogli. Il risultato che emerge mi pone però dei gravi interrogativi su chi siano i rappresentanti del Movimento 5 Stelle. Se quest’ultimo deve essere il nuovo e la rottura con i partiti, non capisco perché abbia votato Prodi che è esattamente il passato. Il Professore è stato presidente del Consiglio e il presidente della Commissione Ue, non mi pare quindi una persona che possa corrispondere ai desiderata del movimento. E’ quindi molto sorprendente questa scelta, che lascia sconcertati e delusi, in quanto fa pensare che all’interno del M5S ci sia un numero consistente di persone che vedrebbero bene Prodi come presidente della Repubblica.

Lei ha definito il deputato grillino Tommaso Currò, che ha aperto a un governo del Pd, come “un traditore”. Ripeterebbe quelle parole?

Se Currò o qualsiasi altro deputato del M5S dovesse votare la fiducia a Bersani, chiaramente sarebbe un traditore. Non so quindi con quali altri termini riferirmi nei confronti di chi è portavoce di un movimenti che dice no a un accordo politico con i partiti, e poi lo sottoscrive a sua volta. Non è neanche un dissidente, è uno che tradisce la linea politica che era ed è tuttora espressione del movimento. Ciò non vuol dire fare le purghe staliniane, il punto è che chi si comporta come Currò si autoelimina da solo. Il problema è che siamo abituati a un linguaggio talmente edulcorato, che parlare oggi di tradimento, nemico politico, conflitto e tutte le altre parole forti crea scandalo. Il linguaggio politico però non è fatto per le anime belle, ma comprende anche queste espressioni forti.

Che cosa ne pensa del fatto che tra i possibili candidati come presidente della Repubblica ci sia lo stesso Beppe Grillo?

Sono un po’ perplesso, anche se è evidente che Grillo è il capo politico del M5S. Ma al di là delle etichette, tra le regole del M5S c’è il fatto che uno non si può candidare chi ha subito comunque una condanna penale. E’ questo il caso di Grillo, il quale infatti non si è presentato per le elezioni al Parlamento. Ciò dovrebbe valere a maggior ragione per la presidenza della Repubblica. Mi domando a questo punto se Grillo si farà votare, e poi si ritirerà lasciando spazio al secondo di questa rosa che sarà votato con una minoranza esigua. Non capisco che significato abbia una scelta del genere, e a maggior ragione mi dispiacerebbe se Grillo corresse per il Quirinale e la maggioranza dei deputati del M5S votassero per un altro. Il mio invito a Grillo è quindi a dimettersi fin da subito dalla corsa per il Quirinale, in modo da lasciare spazio a qualcun altro.

Secondo lei chi dovrebbe essere sostenuto per la corsa al Quirinale dal M5S?

Tra i dieci primi candidati usciti dalle Quirinarie ci sono anche due figure di grande prestigio e levatura come Stefano Rodotà e Gustavo Zagrebelsky. Si tratta di due grandi giuristi, due uomini di cultura, due personalità entrambe d’ispirazione di sinistra. Poiché Rodotà in passato ha avuto anche delle cariche politiche, io lo metterei in secondo piano sulla base dei criteri del movimento rispetto a Zagrebelsky che è stato presidente della Corte costituzionale.

E quindi?

Puntando su uno di questi due il movimento farebbe una scelta molto ampia, farebbe comprendere che il presidente della Repubblica per la funzione che ha è al di sopra delle singole formazioni politiche. Quindi deve essere espressione di un’ampia maggioranza, anche perché per i primi tre scrutini è previsto che si debbano raggiungere i due terzi dei voti. Questi due nomi, e soprattutto Zagrebelsky, potrebbero mettere in difficoltà soprattutto il Pd. Voglio vedere se il Partito Democratico avrà il coraggio di votare contro un candidato che è tendenzialmente di area di sinistra e che ha un nome di così grande prestigio.

a cura di Pietro Vernizzi
Fonte: http://www.ilsussidiario.net/
15.04.2013

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ma questo fa capire che, oltre il fanatismo cieco, nella testa di molti Grillini c’e’….. IL NULLA.

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Anche secondo me la faccenda Prodi è un pessimo segno. Tra l’altro, a voler fare un’impossibile graduatoria di responsabilità del nostro presente, Prodi vince ogni confronto. E’ il più colluso, compromesso e responsabile. Altro che Berlusconi,….

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La mattina del 4 aprile ’78 Prodi si presentò a piazza del Gesù, nella sede della Dc, e comunicò di aver avuto un’indicazione su Gradoli, riguardante la prigione di Moro, condita con alcuni particolari che riferivano questo nome a una località del Lazio, nei pressi de lago di Bolsena. Disse anche che l’informazione arrivava da una seduta spiritica, versione poi ribadita negli interrogatori a partire dall’ottobre 1978.

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Se eleggessero Prodi, il movimento 5 stelle sarebbe finito: diventerebbe automaticamente un movimento di supporto al sistema e quindi perderebbe tutto il suo fascino e gran parte dei suoi voti. Questa storia dei candidati è incredibile: a parte Imposimato, Strada e un Fo un pò troppo legato alla sinistra di regime gli altri sono tutti improponibili.

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Prodi, se è per questo, è stato anche consulente per Goldmann Sachs e British Petroleum BP). Sul voto on line ci sarebbe molto da dire, sopratutto sulle modalità di controllo. Se crediamo che tutto si sia svolto regolarmente allora, evidentemente, c’è uno scarto enorme tra quello che viene urlato ai quattro venti da Grillo e grillini “ufficialmente” ed i risultati delle quirinarie.

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MA perchè Caselli ? La Bonino ? Priore ? Tutta gente inqulificabile per la loro storia come gente di apparato e basta !!! Forse non tutti hanno capito la finezza di Casaleggio & grillo.Praticamente hanno bruciato dei nomi che erano stati preparati ad hoc da berlusconi e bersani…E ce lo fa capire che in mezzo c’è stato messo dario fo che aveva già detto a chiare note che rinunciava… Chi ha votato questi nomi sono stati i militonti del pd e del pdl infiltrati. La mossa di grillo e comany è geniale, presentare questi candidati come gente del M5S che come sappiamo è l’ago della bilancia e dare così adito al pd ed al pdl che il M5S butterà i voti sui loro candidati…e invece..invece questi candidati spaccano nuovamente in due i pefidi accordi tra bersani e belusconi perchè in mezzo c’è prodi candidato del pd e la bonino candidata del pdl… In sostanza un’altra bella azione di sabotaggio esercitata dal M5S… e’ fanta politica ? Pensateci bene…. Ma vi pare che sea vrebbero votato veramente i grillini avrebbero scelto la bonino che ha masscrato le pensioni delle donne e fatto cadere il governo prodi perchè troppo permissivo sulle pensioni di anzianità…lei alla faccia della femminista del cacchio … Oppure caselli e priore che hanno fatto a gara per insabbiare utto ciò che c’era dai insabbiare sulle stragi della repubblica e che per ultimo caselli a criminalizzato i no-tav … Per onno parlare di prodi ex democristiano raccomandato che ha svenduto l’italia ai tedeschi e ai francesi… Gli altri da strada a fo sono solo da contorno che anche se meirtevoli non li avrebbero mai votato gli altri… L’unico forse un pochino presentabile è rodotà… forse è lui che vedde il M5S ?

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Sono sicuro che i nomi di Prodi ma anche Bonino e forse Caselli siano usciti dal cappello magico del votometro online 5* solo grazie al pesante hackeraggio che con abile mossa ha messo in difficoltà la tenuta del movimento. Non credo che gli stellati doc abbiano votato per questi tre personaggi che nulla hanno a che vedere con il moVimento, ma anzi sono espressione di tutto il contrario. E’,deve essere, opera di infiltrati, che come ladri informatici, sono riusciti a manipolare la consultazione on line per il Presidente. Aspettiamo di vedere domani quale nome sarà uscito vincitore dai nove nomi proposti. Grillo si è ritirato ringraziando.. Se saranno Bonino, Prodi o Caselli, io non crederò più al moVimento e non voterò più per chissà quanto. Ultima osservazione: Come facciamo a chiamare democratica e rappresentativa una consultazione che riguarda solo un 160esimo dei voti dati al 5*?

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All’indomani di mani-pulite il “centrosinistra” miracolato dai giudici dimostrò tutta la sua inconsistenza, identificandosi esclusivamente nell’antiberlusconismo (fino ai giorni nostri) e cercando un rappresentante esterno, un “tecnico” iperliberista come campione rappresentativo. Prodi è il simbolo della vergogna della politica italiana tutta, che è poi la ragione stessa di esistenza del M5S. Evidentemente la trasversalità e l’ignoranza di massa, ben coltivata da questo schifo di classe politica, giocano brutti scherzi. Del resto il “popolo” vota Barabba da 2.000 anni almeno.

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http://www.articolotre.com/2013/04/prodi-condannato-dalla-corte-di-giustizia-ue-ma-nessuno-ne-parla/160117 —- condannato ergo ineleggibile da M5S, spero. —- oltre a tutto quello già detto era quello che voleva dare in garanzia dei BOT italiani le riserve auree italiane….. un’altro da buttare nel cesso della storia, altro che Presidente.

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Il partito No Prodi

Il prof. manda segnali distensivi, ma c’è un largo fronte che non lo vuole al Quirinale: D’Alema, Bersani, i giovani turchi e i Popolari del Pd. Poi c’è il Cav. (che ha visto il “prodiano” Renzi). Schemi, manovre, dubbi

16 aprile 2013 – ore 06:59

Il partito anti Romano Prodi nel Pd è una forza maggioritaria, ma ha un problema gigantesco che il segretario Pier Luigi Bersani non sa come aggirare: la sua unica sponda per fermare la corsa di Prodi verso il Quirinale, ed evitare le elezioni anticipate a giugno, si chiama Silvio Berlusconi, cioè l’uomo che rappresenta la più instabile delle contro parti, l’alleato più indigesto che il centrosinistra vittima della sindrome da inciucio possa concepire. “Dopo l’elezione del presidente della Repubblica c’è chi pensa a una collaborazione di scopo tra Pd e Pdl”, dice il giovane bersaniano Matteo Ricci, che tuttavia svela il problema esiziale, il tormento di Bersani: “La scarsa affidabilità di Berlusconi”.

Sarà. Intanto da Prodi o da ambienti a lui non ostili giungono strani segnali distensivi: si narra di un vaporoso contatto telefonico con Gianni Letta (smentito), e c’è un cogitabondo ma più robusto invito alla pacificazione firmato da Marcello Sorgi sulla Stampa di ieri. Basterà a scompaginare i dubbi del partito antiprodiano? Gli iscritti al partito che diffida del prof. sono molti, ma non altrettanto organizzati: il segretario del Pd Bersani, la vecchia volpe baffuta Massimo D’Alema che definì Prodi “un flaccido imbroglione”, i giovani turchi, e poi i Popolari amici di Franco Marini (debolucci). Il gruppo si contrappone ai sostenitori più o meno interessati della candidatura di Prodi: il sindaco di Firenze Matteo Renzi, ma anche Rosy Bindi, cioè tutti i teorici delle elezioni anticipate a giugno. Spaventato dalle troppe esplosioni interne al suo partito, e minacciato all’esterno dagli uomini di Beppe Grillo, Bersani sente di non avere troppe alternative all’inaffidabile Caimano. E il Cavaliere, consapevole della sua ritrovata e sorprendente centralità, non rinuncia neanche un po’ al suo stile, a quel cinismo ludico che è la sua cifra politica. Così ieri pomeriggio ha alzato la cornetta e ha chiamato Bersani al telefono proponendogli all’incirca questa “semplice” alternativa: o Giuliano Amato al Quirinale, con un governo Pd-Pdl (“e io vorrei dei ministri”), o in alternativa – molto evanescente sotto sotto persino per il Cav. – Gianni Letta “o me stesso” al Quirinale “con il governo che ti pare”.

Ma gli ultimi contatti diplomatici descrivono un semi stallo della trattativa tra i due maggiori partiti che si osservano e si misurano. Alla prima votazione per il presidente della Repubblica, giovedì a Montecitorio, Pd e Pdl andranno ciascuno per i fatti suoi, si conteranno. Il Pdl voterà per Silvio Berlusconi al Quirinale. Una mossa concordata, per far decantare la situazione, per stabilire esattamente la consistenza delle rispettive forze in campo, malgrado le trattative continuino, anche in queste ore, senza mai interrompersi. Berlusconi, che ieri ha incontrato Matteo Renzi a Parma, torna oggi a Roma e stasera cenerà con i suoi uomini a Palazzo Grazioli per definire i contorni di un possibile nuovo colloquio vis à vis con Bersani. L’offerta, quella vera, per adesso è sul nome di Amato, e secondo i suoi più raffinati esegeti il Cavaliere in realtà, sotto sotto, fedele com’è alle indicazioni che lui stesso ha dato agli ambasciatori del Pdl (“trattare, trattare, trattare”) è disposto a cedere sulla formazione del governo, a deflettere un po’ dalla richiesta di “pari rappresentanza” nel nuovo esecutivo. Tutto pur di evitare, come vorrebbero anche Bersani e D’Alema, “l’incubo” di Romano Prodi al Quirinale, il candidato “dell’esplicita ostilità nei nostri confronti”, come dice Renato Schifani, il capogruppo del Pdl al Senato. Sia Berlusconi sia Bersani temono lo scenario di un’elezione di Prodi al quarto scrutinio con i voti di Grillo; “voti che renderebbero a quel punto molto difficile per noi non votare per il professore”,  dice il senatore Nicola Latorre.

Ma è possibile votare a giugno, come vorrebbero i sostenitori di Prodi, tra cui Matteo Renzi? Sì. Difficile, ma non impossibile. E’ sufficiente che sia eletto un presidente della Repubblica molto incline allo scioglimento delle Camere, un presidente (come Romano Prodi?) disposto a fare delle consultazioni molto, ma molto, sbrigative. Tecnicamente il nuovo presidente dovrebbe entrare in carica dal 15 maggio, ma è probabile (ed è anche consuetudine) che Giorgio Napolitano anticipi i tempi dimettendosi. Considerati comunque gli adempimenti di legge, tra cui il passaggio di consegne, il nuovo presidente potrà insediarsi a fine mese o ai primi di maggio. A quel punto comincerà un giro di consultazioni, la cui durata è del tutto discrezionale. Anche pochi giorni. Solo una volta terminate le consultazioni potrà sciogliere le Camere. La Costituzione stabilisce che si debba votare non prima di quarantacinque giorni e non dopo settanta dallo scioglimento: realisticamente, le date sono il 16, il 23 giugno, o la piena estate. Insomma il partito anti Prodi interno al Pd, se vuole evitare il voto anticipato, e se non vuole rischiare il caos del quarto scrutinio (a maggioranza assoluta degli aventi diritto: 504 voti) deve necessariamente accordarsi con il mostro di Arcore.

© – FOGLIO QUOTIDIANO

di Salvatore Merlo   –   @SalvatoreMerlo

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Indietro, miei Prodi

– Mar, 16/04/2013 – 08:03

Questo è il terzo articolo che scriviamo per dire che Romano Prodi brucia dal desiderio di diventare presidente della Repubblica. Egli però non è il tipo da gridarlo ai quattro venti e finge di essere disinteressato alla pratica. C’è chi briga in sua vece: sono gli amici di sempre, quelli che gli hanno dato qualcosa in passato e che da lui hanno ricevuto molto: posti, favori, agevolazioni, spinte e spintarelle. Il Professore ha i requisiti per salire al Colle in questo periodo di sbandamento politico, sociale ed economico: è cattolico; è di sinistra ma non è mai stato comunista e può essere spacciato dai compagni come equidistante dai due schieramenti, destra e sinistra; è talmente europeista da aver costretto l’Italia a entrare col cappello in mano nell’euro.
Insomma, è il personaggio giusto per continuare nella politica sbagliata di Mario Monti e dei vari sudditi di Angela Merkel. Inoltre ha battuto due volte alle elezioni nazionali Silvio Berlusconi; merito, questo, che agli occhi degli iscritti al Pd vale una medaglia d’oro, che dico, un premio Nobel. Ha solo un difetto: è sgradito – peggio, è inviso – al centrodestra, che non lo voterà mai, neanche in caso di strage. Un difetto grave. Sul suo nome non convergeranno i consensi unanimi del Parlamento, ciò che invece piacerebbe assai a Pier Luigi Bersani perché gli consentirebbe di aprire un dialogo governativo con i berluscones. Il segretario e candidato premier del Pd, infatti, non ha accantonato la pretesa di governare con i voti degli altri, non avendone a sufficienza per agire in proprio allo scopo di entrare a Palazzo Chigi.
In un primo momento, Bersani sperava di ottenere quelli del M5S, ma Beppe Grillo ha respinto ogni avances. Poi ha ripiegato su quelli del Cavaliere, precisando tuttavia di non volere tra i piedi il Cavaliere. Aspirazione troppo ambiziosa: come si fa a puntare sull’appoggio del Pdl rifiutando la collaborazione del fondatore e leader indiscusso? Impresa ardua. Cosicché Pier Luigi ha cambiato strategia. Ha incontrato lo stesso Berlusconi e gli ha proposto un accordo per eleggere il capo dello Stato. Ottima idea. Ma c’è un ma. La rosa dei nomi tra cui scegliere il papabile chi la prepara? Io, ha risposto il vincitore (si fa per dire) delle elezioni, suscitando le perplessità (…)

(…) dell’interlocutore. Il quale ha suggerito: scegliamolo insieme, tu e io. Dopo un’ora di trattative, i due si sono lasciati con un arrivederci.
Intanto Bersani non ha smesso di ravanare nel mondo politico, arrivando alla seguente conclusione: dato che i grillini si sono sbilanciati in favore di Prodi presidente, significa che sono pronti a votarlo insieme con noi per spedirlo al Quirinale. Ergo, lo possiamo spingere senza l’aiuto del centrodestra. Non solo. Ma se anche i centristi montiani si convincono che il Professore è l’uomo adatto, il gioco è fatto: avremmo facoltà di dire urbi et orbi che Prodi è stato scelto da tre quarti del Parlamento, dunque è il presidente degli italiani.
Bersani non vede l’ora di realizzare il suo piano e di rifilare uno smacco al Cavaliere. Non si cura di altro. Anche perché, in cambio del favore resogli, chiederebbe a Romano di conferirgli un incarico pieno per formare il nuovo governo. Il quale Romano non oserebbe negarglielo. Tanto, chissenefrega. Se Pier Luigi ce la fa, strappando l’appoggio dei grillini, bene. Se non ce la fa, amen. Prodi per sette anni sarebbe comunque blindato lassù, sul Colle.
Il leader di Bettole non demorde: è intimamente persuaso, col patrocinio di Prodi (amico di Grillo), di essere attrezzato per formare una maggioranza e, quindi, un esecutivo duraturo. Non gli passa per la testa che il guru pentastellato, qualora in un momento di debolezza cedesse alle pressioni del Pd, farebbe una figura di palta con il proprio elettorato. Bersani è talmente preso dal desiderio di entrare a Palazzo Chigi da non pensare che i grillini, per quanto affettivamente vicini a Prodi, siano abbastanza scafati da non sacrificare la propria verginità alle ambizioni del vertice pd.
Ma tutto può succedere. Perfino che il M5S opti per il suicidio. Improbabile, non escluso. In attesa di verificare cosa accadrà fra due giorni, quando si tratterà di eleggere il successore di Napolitano, nell’entourage di Prodi c’è fermento: sono in ballo molte poltrone da spartire. Nelle banche e nei giornali, negli enti pubblici e nel sottobosco governativo. Il mio amico Gianni Riotta, bravo giornalista, è sulle spine. Fosse esatto che Mario Calabresi, il famoso orfano, passerebbe dal timone della Stampa a quello del Corriere della Sera, per Riotta sarebbe automatico sostituirlo alla guida del quotidiano della famiglia Agnelli, Giovanni Bazoli permettendo.
A proposito del banchiere, sponsor potente del Professore, si dice che diventerebbe un personaggio stellare quale fu Enrico Cuccia, per decenni dominus del credito patrio. Ciascuno ha le proprie aspirazioni. E Ferruccio de Bortoli ha quella di non andarsene da via Solferino, postazione che giustamente difende con i denti. Ci domandiamo con quale faccia i vincenti prodiani potrebbero licenziarlo, visto che la sua gestione del giornalone della borghesia lombarda è attiva, e rimpiazzarlo con Calabresi che, invece, alla Stampa non sta facendo faville. Ma queste sono questioni secondarie, più attinenti al gossip che alla politica. Le citiamo solo perché sono utili per comprendere il clima che si sta creando attorno alle manovre quirinalizie; e denotano quanto i protagonisti della battaglia tengano maggiormente alle proprie sorti che non a quelle del Paese, a conferma che in Italia cambiano gli sfruttatori ma gli sfruttati sono sempre gli stessi: i cittadini. Che aspettano di uscire dalla crisi e, viceversa, vi si immergono sempre di più. Con una sola prospettiva: prolungare la loro agonia, stretti come sono tra l’austerity europea e le inefficienze nazionali, minacciati dal martello tedesco e spiaccicati sull’incudine fiscale.
Se quanto abbiamo scritto è vero, e saremmo lieti di avere sbagliato tutto, non ci resta che confidare in un guizzo difensivo di Berlusconi. Qui non si tratta di costruire un futuro, ma di demolire il presente. Ultima osservazione. Se proprio è necessario avere un cattolico al Quirinale, pur di non mandarci Prodi ripescheremmo Rosi Bindi, sul conto della quale – simpatia a parte – c’è poco da discutere. È una persona perbene, tosta e coerente. Ciascuno ha la Merkel che si merita.

di Vittorio Feltri

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Quirinale, il fratello di Prodi: “Romano ha l’80% di possibilità di farcela”

Franco Prodi a “Un giorno da pecora”

Il fratello dell’ex premier, Franco: “Ci sarebbe da stupirsi se Romano non ce la facesse. Berlusconi dovrebbe votarlo. Grillo? Vent’anni fa andò da mio fratello a parlare di economia, chedeva lumi per i suoi spettacoli”. Il privato: “Da piccoli in famiglia ci chiamavano Bibì e Bibò. Io in privato lo chiamo Rommy”

ROMANO PRODI (New Press)

ROMANO PRODI (New Press)

Roma, 15 aprile 2013 – Franco Prodi, il metereologo fratello dell’ex Presidente Ue, non ha dubbi: “Secondo me mio fratello Romano ha l’80% di possibilità di diventare Presidente della Repubblica” e “sarebbe da stupirsi se non ce la facesse”.

“Se Berlusconi ci ripensasse – ha affermato Franco Prodi, opite a ‘Un giorno da pecora’ su Radiodue– lo voterebbe alla prima elezione, perché Prodi è sempre stato un avversario leale e non è vendicativo, è la persona più buona e dolce del mondo”. Eppure sembra che quasi che il Cavaliere tema qualche ‘ritorsione’ politica nei suoi confronti. “Romano non lo ha mai fatto, Berlusconi lo sa benissimo che lui è l’ultima persona da temere”.

Franco Prodi ha anche ricordato che “quindici o venti anni fa Beppe Grillo era andato a trovare a casa mio fratello per parlare di economia. Nei suoi primi spettacoli, infatti, Grillo cominciò a introdurre il tema dell’economia, e chiedeva lumi a mio fratello”.

Poi c’è spazio anche per i ricordi. “Da piccoli in famiglia ci chiamavano Bibì e Bibò. Io in privato lo chiamo Rommy”

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Quirinale 2013, Prodi torna tra i papabili. E il suo nome rischia di spaccare il Pd

Sul Professore, entrato nella rosa dei preferiti del M5S, c’è il veto di Berlusconi. Che teme possa far saltare l’accordo con Bersani per una figura condivisa. I democratici intanto si dividono tra chi non lo vuole e chi potrebbe votarlo, renziani in testa

Romano Prodi

Nella corsa al Quirinale torna tra i papabili Romano Prodi. Uno dei nomi più temuti dal Cavaliere. Che ieri, non a caso, dal palco di Bari ha aizzato il pubblico: “Se arriva lui è meglio che andiamo tutti all’estero”. Ma il nome del Professore, gradito a Beppe Grillo ed entrato con le ‘Quirinarie’ nella rosa dei dieci preferiti del Movimento 5 Stelle, ora rischia di spaccare anche il Pd. Perché i prodiani hanno iniziato a sperarci di nuovo, a riorganizzarsi.

Per l’ex presidente della Commissione europea spingono diversi esponenti del partito. Chi in parlamento, chi fuori, come Arturo Parisi. E poi ci sono i renziani: un’ottantina di grandi elettori in tutto che potrebbero convergere sul nome di Prodi. “Per noi che abbiamo partecipato alla fondazione del Pd, lui è il riferimento – sottolinea Roberto Reggi, coordinatore delle primarie del sindaco di Firenze -. Chiedo a Bersani: caro segretario ti senti di dire no a Prodi?”. “Veti sul suo nome sono inaccettabili – aggiunge Graziano Delrio, sindaco di Reggio Emilia e presidente dell’Anci -. Da parte del centrodestra come anche da parte di chi, dentro il centrosinistra, dice ‘Prodi mai’”.

Così attorno al Professore rischia di consumarsi un’altra divisione interna al Pd. Lo stesso Berlusconi teme che Bersani non riesca più a garantire il voto compatto dei suoi intorno a un nome condiviso. E che salti il tentativo di accordo per arrivare all’elezione del capo dello Stato entro i primi tre scrutini, quelli in cui è necessaria una maggioranza dei due terzi. Con favoriti i nomi che sono circolati negli ultimi giorni, da Giuliano Amato a Massimo D’Alema, da Franco Marini a Pietro Grasso, da Anna Finocchiaro a Paola Severino, da Luciano Violante a Sergio Mattarella. Tutte figure che rassicurerebbero le paure giudiziarie di Berlusconi. Non come Prodi, il nemico degli ultimi vent’anni, l’unico che sia riuscito a batterlo alle elezioni per ben due volte.

E che il nome dell’ex leader dell’Ulivo sia tornato tra i più papabili lo dimostra anche la presa di distanze che lui ha cercato di mostrare. Ma quel suo “non ho nessuna candidatura al Quirinale, io sto fuori, io sto semplicemente a guardare”, più che una smentita delle sue ambizioni, sembra piuttosto rispondere a un’altra esigenza: quella di non bruciarsi con una dichiarazione sbagliata. Suonano simili pure le parole della sua portavoce Sandra Zampa, deputata del Pd: “Lui da 5 anni è fuori dalla politica italiana, e passa la maggior parte del suo tempo fuori del Paese”. Come a voler indicare che il Professore sarebbe un nome super partes, caratteristica assai apprezzata per un presidente della Repubblica.

Fuori dall’Italia Prodi lo è anche oggi, partito per l’Africa, in missione Onu. Sarà lì, domani, quando gli attivisti del Movimento 5 Stelle sceglieranno tra i primi dieci il loro candidato definitivo. Difficile che possa davvero vincere il Professore, se si considerano le polemiche che sul suo nome si sono scatenate in Rete. Ma se a sorpresa dovesse farcela, a quel punto le divisioni all’interno del Pd diventerebbero ancora più marcate: difficile giustificare, anche verso la base, il mancato appoggio a un esponente storico del partito votato dai grillini. In ogni caso, il nome di Prodi finito nella top ten del movimento una conseguenza già l’ha avuta. E’ un segnale ai democratici: il M5S è tornato in partita per la scelta sul Quirinale e dal quarto scrutinio in poi potrebbe convergere su un nome proposto dal Pd. Purché Bersani e Berlusconi non trovino un accordo su quello che ieri Grillo definiva sul blog un “inciucio per salvaguardare entrambi, un atto antidemocratico e ributtante”.

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Prodi ironizza sulle parole di berlusconi: «Non vorrei emigrazione di massa»

Vendola: no a veti su Prodi al Quirinale
Il centrodestra: così è muro contro muro

Il leader di Sel replica a Berlusconi: «Metodo Grasso-Boldrini
anche per il Colle». Pdl e Lega: «Vuole teleguidare il Pd»

Nichi VendolaNichi Vendola

È «intollerabile pensare all’esclusione di Romano Prodi» dalla rosa dei nomi dei candidati al Quirinale. Nichi Vendola, ospite di Lucia Annunziata a «In mezz’ora» su Rai3, commenta così il veto posto da Silvio Berlusconi, sabato a Bari, all’elezione del professore a capo dello Stato. «Non vorrei che si creasse un problema di emigrazione di massa, ma le posso solo dire che nella così detta corsa per il Quirinale non ci si iscrive e non ci si deve nemmeno pensare» replica successivamente lo stesso Prodi rispondendo anche lui a Berlusconi in un estratto dell’intervista che sarà trasmessa integralmente giovedì prossimo nel corso della puntata di Servizio Pubblico su La7. Le parole del presidente della Puglia prima e dell’ex premier poi, a quattro giorni dalla prima votazione per l’elezione del presidente della Repubblica, riaccendono lo scontro con il centrodestra.

«METODO BOLDRINI-GRASSO» – Il leader di Sel suggerisce di utilizzare il «metodo Boldrini-Grasso» anche per la scelta del prossimo inquilino al Quirinale. «Che cosa è stato? È figlio di una reazione alla sconfitta elettorale. Invece di esorcizzare il terremoto accaduto – ha spiegato Vendola – ho detto al Pd, a Bersani, di rompere un tabù. Nel M5S ci sono energie fresche che servono a cambiare gli equilibri della politica e allora ho pensato che dovevamo incamminarci su quella strada». «Boldrini – ha aggiunto il leader di Sel – ha commosso l’Italia con le sue parole perché ha rotto il protocollo e ha fatto entrare a Montecitorio la realtà. Facciamo così anche per il Quirinale».

L’IRA DEL CENTRODESTRA – In sostanza, ora che c’è stato un precedente andato a buon fine, Vendola lascia intendere che non necessariamente Pd e Sel dovranno concordare un nome o una rosa di nomi con Pdl, Lega e gli altri gruppi. Fumo negli occhi del Pdl, che con Berlusconi, nel comizio di Bari, aveva seppellito l’ipotesi di votare l’ex capo dell’Ulivo, spingendosi a dire che, se venisse eletto Prodi, ci sarebbero molte ragioni per espatriare. E infatti la reazione del centrodestra non si fa attendere. «Vendola punta a teleguidare il Pd in una scelta per la radicalizzazione», attacca l’ex capogruppo alla Camera del Pdl Fabrizio Cicchitto. «Se la logica, sul Quirinale e su tutto, è quella illustrata da Vendola, se ne deduce che lui e Bersani vogliono il muro contro muro», osserva Daniele Capezzone. «Intollerabile è voler imporre il metodo Boldrini, ovvero l’occupazione da parte della sinistra di tutte le istituzioni», commenta il vice capogruppo alla Camera della Lega Nord, Gianluca Pini.

LE INCERTEZZE DEL PD – Nei giorni scorsi Pier Luigi Bersani, sotto la spinta di Giorgio Napolitano, ha consultato i leader delle varie forze politiche per l’individuazione di un metodo. Il segretario del Pd ha sempre sostenuto che il prossimo presidente dovrà avere un largo sostegno in Parlamento, mentre i 5 Stelle, dopo la scelta di dieci nomi via web, si apprestano a formalizzare il candidato che emergerà dalle «quirinarie». Tra i democratici, non sembrano decollare le candidature di Anna Finocchiaro e Franco Marini – che invece non dispiacerebbe a una parte del Pdl – e i renziani suggeriscono i nomi di Amato, Prodi e D’Alema. Giovedì il primo voto, per ora domina l’incertezza.

Redazione Online14 aprile 2013 (modifica il 15 aprile 2013)

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Colle: Casaleggio, Prodi? Pronti votarlo

Noi ci rimettiamo sempre alle votazioni del Movimento

15 aprile, 18:25

Colle:Casaleggio,Prodi?Pronti votarlo (ANSA) – TORINO, 15 APR – ”Prodi? Noi ci rimettiamo sempre alle decisioni del Movimento, per cui se il Movimento dovesse scegliere Prodi, voteremo lui…”. Gianroberto Casaleggio, co-fondatore del M5S, e’ tornato a parlare cosi’ dell’elezione del Capo dello Stato a margine di un evento a Torino.

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Contatto Letta-Prodi: è giallo Cav&Renzi, incontro riservato Le grandi manovre per il Colle

15/04/2013

Colle, grandi manovre. Tra Letta e Prodi<br /> un contatto?Gianni Letta

Tutto, in questa settimana politica, ruota attorno al Colle. La partita è intricata e vicina alla conclusione. Il nome caldo è quello di Romano Prodi, che farà parte della rosa di nomi che Pier Luigi Bersani proporrà al Pdl. Una rosa che, lo ha spiegato Silvio Berlusconi, però non è ancora pervenuta. Se Mortadella la spuntasse nella corsa alla successione di Giorgio Napolitano, ogni possibile intesa tra democratici e azzurri nafragherebbe. Lo scontro sarebbe totale.

Le posizioni – In questo contesto, nell’arco delle ultime ore, diverse pedine di tutti gli schieramenti stanno cercando la mediazione, o di raggiungere il loro obiettivo. La novità dell’ultimo minuto sarebbe il contatto tra Gianni Letta, fedelissimo del Cav ed ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio, e Romano Prodi. Secondo i rumors, il Professore (che però ha smentito la telefonata) avrebbe ribadito la convinzione che serva una larga convergenza sul nome del Capo dello Stato. Una convinzione per altro ribadata anche da Bersani e Mario Monti dopo un incontro avvenuto nella serata di lunedì 16 aprile. Di stesso avviso anche Pier Ferdinando Casini. Si può ipotizzare che Gianni Letta, nel caso in cui il contatto ci sia stato, sia sceso in campo direttamente per cercare di convincere Prodi a smarcarsi, a provare a tirarsi fuori dalla corsa al Quirinale: al momento è lui il favorito, ma se venisse eletto lo stallo istituzionale sarebbe certo.

Matteo e Silvio – Anche Matteo Renzi si è mosso. Il rottamatore, impegnato in una guerra senza frontiere con il suo partito, ha incontrato Silvio Berlusconi a Parma. Un faccia a faccia casuale. O forse no. I due hanno scambiato qualche battuta in una sala riservata. Avranno parlato di Quirinale? Probabile. Anzi, sicuro. I due hanno un obiettivo comune, che è quello di far fuori Bersani. Il progetto passa per la bocciatura di Prodi. Renzi ha un discreto numero di voti in Parlamento ed è intenzionato a farli pesare.

E i grillini… – Sullo sfondo, infine, le mosse di Gianroberto Casaleggio, “sceso in campo” a Parma, dove si è concesso ai giornalisti. Di cosa si parla? Di Prodi, ovvio. Il guru è protagonista di un balletto: prima chiude a Mortadella. Poi invece apre e spiega che nel caso in cui risultasse il più votato si piegherà al parere dei cittadini. La sostanza? Ai grillini Prodi sta bene: loro, infatti, mirano a far implodere il sistema politico (senza contare i rapporti di buon vicinato tra Casaleggio e Prodi).

Spunta Baffino? – Così, mentre le pressioni trasversali sull’ex leader dell’Unione si fanno più pesanti, in via dell’Umiltà si è tornato a fare il nome di Massimo D’Alema. Lui al Quirinale? Per Berlusconi è sicuramente una soluzione migliore rispetto a Prodi. Baffino, secondo le indiscrezioni, dovrebbe far parte della rosa dei nomi che proporrà Largo del Nazareno. Per avere un verdetto definitivo sulla successione a Napolitano, a questo punto, potrebbero bastare tre o quattro giorni. Ma ogni strada resta aperta.

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I disastri di Prodi all’IRI. Così si sono mangiati l’Italia

Rivendicare con insolenza e orgoglio la propria storia professionale e, in particolare, la responsabilità delle disastrose privatizzazioni che hanno impoverito il Paese negli anni Novanta, dimostra quanto abbiamo già avuto modo di scrivere su Romano Prodi: è un uomo abile e fortunato. Calca la scena politica italiana da quasi trent’anni, si propone alla Seconda – e magari alla Terza – Repubblica, quando è figlio prediletto della degenerazione della Prima. Deve questa straordinaria resistenza, oltre alla buona stella che lo assiste, anche alla tenacia fuori dal comune, alla determinazione e alle ambizioni senza pari, oltre che un gran tempismo e soprattutto un discreto opportunismo. Il suo cursus honorum è costellato di incarichi prestigiosi assolti mediocremente: pessima la sua prima gestione del carrozzone Iri, disastrosa (seppur breve) la seconda, come inquilino di Palazzo Chigi è stato cacciato dalla stessa parte politica che là lo aveva mandato, da presidente della Commissione Ue si è attirato critiche unanimi della stampa internazionale… Eppure – sarà per quell’aria apparentemente inoffensiva e bonaria, da curato di campagna, che spinge i suoi avversari a sottovalutarlo (Massimo Giannini ha recentemente ironizzato: «I suoi artigli grondano bontà») – è sempre riuscito a risorgere dai propri fallimenti. Meglio: è riuscito spesso a far passare l’idea che venisse “epurato” per la propria ostinazione a difendere gli interessi generali invece che quelli dei soliti noti, proprio lui che ha sempre flirtato coi poteri forti e con le aree politiche legate a questi ultimi. Così, da ogni flop ha preso nuovo slancio, potendo contare sulle amicizie giuste, su un “ombrello” di potentati che l’hanno protetto, essendone lui fedele reggicoda. All’inizio fu la compatta falange della sinistra Dc, che poi risulterà non a caso l’unica componente dell’ex Balena Bianca a salvare le penne nella bufera giudiziaria di Tangentopoli. Poi, subito dopo, certi poteri italiani legati agli ambienti cattolici (Nanni Bazoli) e laici (Carlo De Benedetti ma anche Gianni Agnelli) del centrosinistra, con i conseguenti addentellati nel mondo dei mass media (garanzia di un appoggio propagandistico davvero indispensabile per un personaggio sostanzialmente inascoltabile come è lui). Infine, l’ombra lunga di Goldman Sachs.
È, questo, un capitolo piuttosto oscuro della nostra storia. Attraverso le privatizzazioni furono smantellati settori trainanti dell’economia italiana: quello agro-alimentare già dell’Iri (acquisito da gruppi inglesi, olandesi ed americani), il Nuovo Pignone dell’Eni, la siderurgia di Stato, l’Italtel, l’Imi. Sono state inoltre privatizzate Telecom (con le conseguenze che purtroppo stiamo osservando proprio in questi giorni) e in parte anche Enel ed Eni, già enti di Stato che potrebbero presto finire nelle mani delle solite multinazionali estere. Iniziatore e protagonista – pure reo confesso – di questo processo fu Prodi, prima come presidente dell’Iri, specie durante il suo secondo mandato (1993-94), poi come presidente del Consiglio (1996-99).
Ovviamente, una operazione così complessa non nasce né viene portata avanti da un uomo solo, perlopiù impacciato come è il professore bolognese. Serve un forte gruppo di potere. Ve ne sono alcuni, internazionali, particolarmente potenti: Bilderberg, Rothschild, Goldman Sachs… Prendiamo allora quest’ultimo, una cosiddetta merchant bank (banca d’affari) già presente al famoso summit del Britannia, dove si decise lo smantellamento dello Stato-imprenditore italiano; ha poi ricoperto un ruolo essenziale nel processo di privatizzazione delle partecipazioni statali, favorendo l’intervento delle grandi multinazionali sue clienti privilegiate e potendo contare per questo sull’amicizia di importanti uomini di potere nostrani, come Mario Draghi, che è stato fino all’altro ieri vicepresidente Goldman per l’Europa, e poi proprio il Romano Prodi, a più riprese consulente di livello della banca e per questo assai ben remunerato (3,1 miliardi di lire di compensi, come scrissero il Daily Telegraph e l’Economist).
Draghi, oltre che direttore generale del Tesoro tra il ’96 e il 2003, presiedette nel ’93 il Comitato per le privatizzazioni; nello stesso periodo Goldman Sachs, tramite il fondo Whitehall, acquisì nel 2000 l’ingente patrimonio immobiliare dell’Eni di San Donato Milanese, oltre agli immobili della Fondazione Carialo e, assieme alla Morgan Stanley, quelli della Unim, Ras e Toro. Prodi era presidente dell’Iri quando decise la privatizzazione della Credito Italiano proprio tramite la Goldman Sachs, che fissò il valore delle azioni a 2.075 lire, meno di quello di Borsa (che era a quota 2.230). Ma dobbiamo all’attuale premier anche la perdita di molti dei marchi storici del nostro comparto agroalimentare, ovviamente finiti (male) in mano straniera. Prodi concluse la cessione dell’Italgel (900 miliardi di fatturato) alla Nestlé per 703, così come l’assai discussa vendita della Cirio-Bertolli-De Rica (fatturato 110 miliardi, valutata 1.350), ad una fantomatica finanziaria lucana (Fisvi) al prezzo di 310 miliardi, che ne garantì il pagamento con la futura alienazione di parte del gruppo stesso alla multinazionale Unilever (ne abbiamo già parlato ieri a proposito del caso Sme).
Il marchio di Goldman Sachs ritorna prepotentemente alla ribalta ora, perché “suo” uomo è il sottosegretario all’Economia Massimo Tononi, che ha lasciato Londra dopo aver finanziato la campagna elettore del Professore con 100 mila euro, per occuparsi della presenza del Tesoro in società, come Eni ed Enel, oggetto del desiderio della merchant bank. Così come uomo Goldman è quel Claudio Costamagna, giovane banchiere dalla carriera folgorante, consulente di Rupert Murdoch nell’affare Telecom, il cui nome era circolato come possibile nuovo presidente della Cassa depositi e prestiti che avrebbe dovuto rilevare la rete fissa della nostra maggiore compagnia compagnia telefonica, in base al piano elaborato (artigianalmente? Vien davvero da dubitarne) dal fidato braccio destro di Prodi, il dimissionato Angelo Rovati. Tononi e Costamagna hanno lavorato per anni nello stesso team della Goldman Sachs, ça va sans dire. Insomma, l’intreccio è perlomeno curioso, nonché appassionante.
Ma proseguiamo e, per non sembrare cultori di spy story, buttiamoci nella concretezza dei numeri. Quello della Sme a De Benedetti non è l’unica cessione sballata che Prodi avrebbe voluto effettuare, a prezzi poi rivelatisi impropri. Pare essere proprio un vizietto del professore, sempre così generoso coi poteri che contano (passateci la malizia). Pensiamo alla Stet, ricca e potente finanziaria delle telecomunicazioni, che controllava Sip, ma anche Italtel e Sirti: nell’ottobre 1988 Iri vendette a Stet il 26% del pacchetto azionario Italtel per 440 miliardi, quando in base a un piano elaborato due anni prima da Prodi e Fiat ne avrebbe ricavati solo 210. O ancora, alla vicenda del Banco di Santo Spirito, acquistata dalla Cassa di risparmio di Roma diretta dal demitiano Pellegrino Capaldo: il progetto iniziale – appoggiato dall’attuale premier – prevedeva introiti per l’Iri tra i 350 e i 500 miliardi, mentre quello finale, profondamente trasformato, toccò quota 794 miliardi. Abbiamo già accennato alle cifre improprie della privatizzazione Credit, durante il “Prodi II” all’Iri. E forse varrebbe anche la pena di rievocare altre storiacce, come quella della sciagurata gestione del buco Finsider o dei fondi neri Italstat.
Ma vorremmo chiudere invece con l’episodio della vendita Alfa Romeo alla Fiat. Prodi, allora presidente Iri cui apparteneva il marchio del Biscione attraverso Finmeccanica, in tempi recenti ha sostenuto: «Volevo vendere l’Alfa alla Ford, fecero di tutto per impedirmelo e ci riuscirono». È stato subito smentito da Fabiano Fabiani, ex ad di Finmeccanica e all’epoca dei fatti a capo della delegazione che trattava per conto dell’azionista pubblico la cessione della casa automobilistica di Arese: «Non ho percepito un’opposizione di Prodi all’acquisizione dell’Alfa Romeo da parte della Fiat». Le cose andarono così. L’Alfa perdeva centinaia di miliardi l’anno eppure la Ford, probabilmente ritenendo che si potesse usare un nome di grande tradizione e una casa con clienti affezionatissimi per sbarcare in Europa, avanzò un’offerta assai generosa: ben 3.300 miliardi (secondo alcune fonti 4.000) per acquisire gradualmente il pieno controllo entro otto anni, piano di investimento di 4.000 miliardi per il quadriennio successivo all’acquisto, ottime garanzie per coloro che risultavano impiegati nel carrozzone. L’offerta venne formalizzata il 30 settembre del 1986 e restava valida fino al 7 novembre dello stesso anno. Tutti d’accordo? Non proprio. Prodi informò subito Cesare Romiti: nulla di male, poteva essere un tentativo per ottenere un rilancio Fiat, che puntualmente arrivò il 24 ottobre. Ma era assai deludente: prevedeva un prezzo di acquisto di 1.050 miliardi, in cinque rate senza interessi, prima rata nel 1993 (alla fine Fiat sborsò in realtà tra i 300 e i 400 miliardi), poi 4.000 miliardi di investimenti entro il 1995 e molti posti di lavoro da tagliare per recuperare competitività. Bene : il 6 novembre l’Iri di Prodi cedette l’Alfa alla famiglia Agnelli, quella che dieci anni più tardi, con Mortadella al governo, sarebbe stata tenuta artificialmente a galla con gli ecoincentivi per l’auto.
«Per me in particolare sarebbe come sconfessare parte della mia storia professionale, visto che da presidente dell’Iri in quegli anni ho avviato uno dei più consistenti processi di privatizzazione intrapresi in Europa»: Prodi ha voluto ripetere nove volte questa frase, giovedì in Parlamento. Ma siamo davvero sicuri che sia un passato del quale menar vanto?

Il Professore ha svenduto il patrimonio del Paese (facendo felici i poteri forti)

[Data pubblicazione: 01/10/2006]

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Una sciagura chiamata Romano: dall’Iri all’euro, la cronistoria di 30 anni di guai dell’uomo che fu due volte premier

Prodi è ricordato per il folle cambio della lira e per le super tasse. Una volta fu anche ministro

04/09/2012

Il racconto di una sciagura chiamata Romano: dall'Iri all'euro, la storia dei trent'anni di guai dell'uomo che fu due volte premier

di Marco Gorra«Nel suo discorso al consiglio nazionale della Dc, il senatore Fanfani ha citato l’Aida (“Se il mio sogno si avverasse”) e ha auspicato l’arrivo di un esercito di prodi. Un cronista distratto ha completato il concetto: “Un esercito di Prodi e di Andreatta”». Correva l’anno 1981, e a teorizzare che l’impegno politico di Romano Prodi non si sarebbe rivelato un toccasana per il Paese era un certo Giulio Andreotti. Che, avendo avuto il professore reggiano come ministro dell’Industria tre anni prima, forse un minimo di cognizione di causa ce l’aveva.

Il guaio è che nessuno gli diede retta. Un anno dopo, Spadolini nominerà Prodi alla presidenza dell’Iri, dove rimarrà per dodici anni, gestendo tra l’altro (con risultati non esattamente spettacolari) il maxi-pacchetto di privatizzazioni dei primi anni ’90. Dimessosi dall’Iri a metà del ’94, il Professore è pronto per la discesa in campo («Adesso ho mente e animo liberi. Un impegno in politica diventa un dovere, vista la situazione»). A inizio ’95 l’Ulivo è realtà, ed un anno dopo Prodi vince le elezioni.

I danni iniziano da subito. Perché col Professore i comunisti tornano al governo. Non tanto nella stanza dei bottoni (assai affollata di ex freschi di trasformazione in Pds: i comunisti veri incassano solo un sottosegretario agli Esteri in quota Movimento comunista unitario) quanto nelle immediate vicinanze: a tenere su il primo gabinetto del Professore, infatti, concorrono l’appoggio esterno ma decisivo dei venti deputati eletti da Rifondazione comunista. I quali, dopo averlo tenuto a bagnomaria per un paio d’anni, gli staccheranno la spina il 9 ottobre del ’98.

Nel frattempo, però, il governo Prodi troverà il tempo di negoziare con l’Europa un concambio lira/euro oltre lo svantaggioso (offrendo il fianco, quando si dicono i corsi e i ricorsi, a quanti non gli perdoneranno l’acquiescenza ai voleri del «direttorio franco-tedesco»): l’Italia rientrerà nella Sme col cambio fissato a 990 lire per ogni marco tedesco, cifra che farà da base per il cambio lira/euro a 1936,27. L’operazione, da più parti additata oggi come la radice della contrazione del potere di acquisti degli italiani da quando è stata introdotta la moneta unica, ci costa pure: per la moneta unica, il governo impone una eurotassa, la cui restituzione integrale stiamo ancora aspettando.

Il breve volgere di un mandato alla guida della Commissione europea, e il Professore torna sulla scena domestica. Richiamato nel 2006 dai partiti che non hanno uno straccio di nome da contrapporre a Berlusconi, Prodi vince le elezioni di un soffio e si insedia a Palazzo Chigi per la seconda volta. Anche qui, durata poca e danni tanti. Nell’annetto e mezzo che l’Unione impiega a finire a gambe per aria, Prodi riesce, tra le altre cose a: disarticolare la riforma delle pensioni (il celebre scalone) approntata dal precedente governo; introdurre, auspice il ticket formato da Padoa-Schioppa e Visco, una valanga di nuove tasse tanto da far segnare il record decennale di pressione fiscale nel 2007 (quota 43.1%); finire invischiato in un pasticcio con la ristrutturazione di Telecom che costerà il posto al proprio braccio destro Angelo Rovati; fare una serie di figure magrissime con gli americani sfangando una gran quantità di importanti votazioni di politica estera solo grazie ai senatori a vita, il cui apporto riequilibra i voti contrari dei parlamentari comunisti della maggioranza. Il 24 gennaio 2008, Prodi assiste impassibile mentre il Senato gli revoca la fiducia, decretandone l’uscita di scena. Non definitiva, a quanto pare.

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Romano Prodi, un curriculum da conoscere

Romano Prodi, dopo il flop del suo esecutivo ‘di lotta e di governo’, nel 2007, e dopo il conseguente oblio, neanche interpellato sui guai dell’Eurozona di cui fu l’ideatore ed il fondatore, ritorna in auge nel listino degli probabili presidenti della Repubblica, con il voto del PD e del M5S.

Ma chi è Romano Prodi? Cosa ci racconta il suo curriculum?

Iniziamo col dire che non proviene da una ‘famiglia di contadini’, ma, più esattamente, da una famiglia di piccoli proprietari terrieri emiliani, relativamente benestanti visto chei figli poterono studiare presso il prestigioso liceo classico Ariosto di Reggio Emilia e, poi, continuare gli studi universitari come fuori sede.
Romano l’ottavo dei nove figli di Mario Prodi, un ingegnere, sembrerebbe ‘dipendente pubblico’ (Luciano Chiappini, “Una voce fedele e libera: il Taccuino”), e di Enrica, maestra elementare.
Dipendenti pubbici sotto il Fascismo, che dovevano essere di giurata fede, come pretendeva il regime dell’epoca, come anche va ricordato che Romano era il nome il nome di battesimo del più giovane dei figli del Duce. Nulla di male e nulla di nuovo, gran parte degli italiani erano sentitamente fascisti all’epoca.

Una famiglia Prodi che, comunque, credeva nel progresso e – proprio nell’epoca in cui, sappiamo oggi, vennero a costituirsi le famigerate filiere baronali e nepotistiche – ebbe il merito e la fortuna di riuscire ad  inserirsi nel sistema di carriere universitarie.
Infatti, oltre a Romano, ben cinque suoi fratelli sono o sono stati docenti universitari. Tra questi, ricordiamo, in particolare, i più famosi:

  1. Giovanni, il primogenito, nato nel 1925 ed arruolato nelle milizie della Repubblica di Salò nel 1943, costituistosi nel 1944 e detenuto per cinque mesi a Coltano (Giampaolo Pansa – “Vincitori e vinti”). Laureatosi in matematica nel 1948, già nel 1956 era docente universitario e nel 1963 ottiene la prestigosa cattedra all’Università di Pisa, dove sarà a lungo professore di analisi;
  2. Giorgio, il terzo dei nove fratelli, nato nel 1928, medico, docente di Patologia Generale fin dal 1958 e pioniere dell’oncologia in Italia presso l’Univesrità di Bologna;
  3. Paolo, nato nel 1932, è uno storico, preside della Facoltà di Magistero bolognese dal 1969 al 1972  e rettore dell’Università di Trento dal 1972 al 1977. E’ tra i fondatori dell’Associazione di cultura e di politica “il Mulino”, controllante dal 1965 dell’omonima Società editrice il Mulino, sui cui testi si sono (con)formate due generazioni di laureati e tecnici italiani.

Dunque, Romano Prodi era già il fratello di tre noti ed autorevoli docenti universitari quando, nel 1961,  presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, conseguì  una laurea in Giurisprudenza – non in Economia come quella conseguita da Mario Monti nel 1965 presso l’Università Bocconi di Milano – presentando una tesi sul protezionismo nello sviluppo dell’industria italiana.
Due anni dopo, iniziò la sua carriera accademica come assistente presso Università di Bologna, dove due fratelli erano già affermati docenti, e, nel 1973, dodici anni dopo la laurea, Romano ottenne l’incarico per l’insegnamento di “Economia e politica industriale” presso l’Università di Trento, il cui rettore era all’epoca il fratello Paolo. L’anno dopo, arrivava a presiedere la casa editrice il Mulino, controllata dall’omonima associazione di cui lo stesso fratello Paolo era uno dei fondatori.

Nel 1965 – già inserito nel sistema universitario e già consigliere comunale a Reggio Emilia per la Democrazia Cristiana –  conobbe Flavia Franzoni, studentessa diciottenne, sua lontana cugina e figlia di un docente di chimica, anche lei impegnata nell’Azione Cattolica (ndr. un altro fratello di Romano Prodi, Vittorio, diventerà prima presidente dell’Azione Cattolica di Bologna, dal 1986 al 1992, e poi europarlamentare iscritto al gruppo gruppo Alleanza dei Liberali e Democratici per l’Europa).
Nel 1969, l’omelia delle loro nozze fu officiata dall’attuale Cardinale Ruini ed anche lei diventerà docente universitaria presso la facoltà di Scienze politiche di Bologna –  dove «è soprannominata “google”, perché sa tutto» (Alessia Ercolini, Grazia) – e direttrice dell’Istituto regionale per i servizi sociali. Una donna “prima allieva, poi moglie e quindi mamma”, come la definiva il Corsera nel lontano 1995 (link).

Una tipica storia familiare, dunque, come tante altre delle provincie dell’Italia centrale, microcosmi di tradizione contadina, patriarcale, cattolica, ma anche attenti alle opportunità, proprio come nella tradizione lo fu Bertoldo. Un giurista che si occupava di politica economica, dunque, in un paese che predilige la volontà politica ed il giusto intendimento alla prova dei fatti ed alla legge dei numeri.

Prodi 1982 aLa carriera professionale di Romano Prodi ‘economista’, da quel lontano 1965 fino agli Anni ’80, non sembra aver lascitato particolari tracce (su internet) di pubblicazioni o consulenze, ma sappiamo che all’inizio degli Anni Settanta ottenne un primo incarico manageriale come presidente della Maserati e della società nautica Callegari e Ghigi, due imprese in difficoltà gestite dall’istituto finanziario pubblico GEPI allo scopo di risanarle.
Maserati si riprenderà solo con l’arrivo, nel 1975, dell’argentino Alejandro De Tomaso e grazie all’intervento della Benelli, mentre della Callegari e Ghigi, che nel momento più florido dava lavoro a circa 1500 dipendenti e famosa per i suoi gommoni, non v’è più traccia.

Per comprendere l’approccio socio-politico e metodologico dell’operazione, ricordiamo che la GEPI, Società per le Gestioni e Partecipazioni Industriali, era una finanziaria pubblica costituita nel 1971, con capitale posseduto per il 50 % dall’IMI e per l’altra metà suddiviso in parti uguali tra IRI, ENI ed EFIM. Pur avendo lo scopo di assumere il controllo delle aziende private in crisi per risanarle, ristrutturarle, rilanciarle, la GEPI nel linguaggio giornalistico e sindacale dell’epoca fu descritta come “lazzaretto“, “reparto di rianimazione“, “ambulatorio“, “rottamaio di aziende” (fonte Wikipedia).
Un bagno di sangue per le finanze pubbliche italiane, come scriveva Adriano Bonafede (Miliardi nel pozzo Gepi, La Repubblica, 8 gennaio 1988), raccontando che “a posteriori è possibile attribuire a GEPI un notevole ruolo nello sperpero di risorse pubbliche e nel ritardo infrastrutturale italiano, dato che  solamente per la Innocenti, nel decennio tra il 1976 e il 1986, erogò contributi per l’astronomica cifra di 185 miliardi di Lire.

D’altra parte parliamo dell’Italia che iniziava ad uscire dalla Guerra Fredda e si avviava verso il Consociativismo: il ‘metodo GEPI’, con i dovuti correttivi, piacque ad industriali, partiti e sindacati e Romano Prodi venne chiamato ad essere ministro dell’Industria dal novembre 1978 fino al marzo 1979, nel quarto Governo Andreotti, giusto in tempo per emanare un decreto legge che porta il suo nome (legge Prodi), finalizzato proprio al salvataggio delle grandi imprese in crisi.
L’anno successivo – sempre allo scopo di tamponare le crisi del sistema industriale centrosettenrionale invece che ristrutturare e ricollocare più a Sud dove l’industrializzazione era in crescita – alla GEPI fu affidato il compito di prendersi in carico i dipendenti in esubero di grandi imprese private (FIAT, Montedison, SNIA, SIR, Marzotto, eccetera), con il conseguente mantenimento in Cassa Integrazione di decine di operai e tecnici per molti anni (A. Bonafede, op. cit.). Intanto, si avviò lo spacchettamento delle industrie meridionali.

Gianfranco Viesti, politologo con laurea in economia all’Università Bocconi, in Abolire il Mezzogiorno, ricorda che “la ristrutturazione dell’industria a controllo pubblico inizia in ritardo, nel periodo della presidenza di Romano Prodi all’IRI e Franco Reviglio all’ENI“, sottolineando che “per alcuni il Mezzogiorno è una palla al piede. Per altri è un alibi. Per alcuni è un noioso rituale da inserire in agenda. per altri è la scorciatoia per arricchirsi illecitamente. Per tutti è una buona scusa per non affrontare realmente i problemi italiani.

industria meridione prodi svimezNel 1982, il governo Spadolini affidò a Romano Prodi la presidenza dell’IRI, Istituto per la Ricostruzione Industriale, creato da Benito Mussolini al fine di evitare il fallimento delle principali banche italiane (Commerciale, Credito Italiano e Banco di Roma) all’epoca della Grande Crisi del 1929.
Un IRI che Prodi ridimensionò notevolemente e dove verrà successivamenre richiamato, nel 1993, per l’incarico del Presidente del Consiglio Azeglio Ciampi, allo scopo di completare un’enorme serie di privatizzazioni e dismissioni.

La ristrutturazione dell’IRI, attuata da Romano Prodi negli Anni ’80, portò alla cessione di 29 pregiate aziende del gruppo, tra le quali le più dolorose furono quella dell’Alfa Romeo, privatizzata nel 1986, e la liquidazione di Finsider, Italsider ed Italstat, ovvero della siderurgia e della navalmeccanica italiane, con drammatici tagli occupazionali gestiti tramite generosi prepensionamenti, che ancora oggi gravano sul nostro PIL.

Utile ricordare che ciò avvenne azzerando le attività portuali ed industriali di una città come Napoli e provocando il crash del Banco di Napoli, con lo stop degli interventi straordinari nel Mezzogiorno e la canalizzazione su banche settentrionali dei fondi europei.
Non sappiamo quali furono le effettive responsabilità di Romano Prodi, forse nessuna, ma furono certamente suoi il metodo  e la visione con cui si gestirono salvataggi, ristrutturazioni e cessioni di una delle ricchezze primarie del nostro Paese.
Un metodo che non poteva lasciare perplessi, fosse solo perchè era nato per intervenire su realtà limitate ed mergenziali, mentre lo si voleva utilizzare a strumento per ristrutturare il sistema industriale ed infrastrutturale nazionale, senza affatto tenere conto della millenaria tradizione industriale, commerciale ed agroalimentare del Meridone.

Le ricchezze storico-artistiche, le bellezze naturali e ambientali concentrate nelle regioni del Mezzogiorno sono di prim’ordine. é su queste ricchezze che va fondata una nuova via per lo sviluppo. Pensando al da farsi ho anche indicato un nome alla nostra strategia: facciamo del Sud la “Florida d’Europa”… Al Sud ci sono tanti giovani pieni di capacità che devono essere finalizzate“, prometteva il presidente del Consiglio Romano Prodi alla Fiera del Levante di Bari il 14 settembre 1996.

La politica deflazionistica di Prodi e di Ciampi è stata la vera responsabile dell’affondamento del Mezzogiorno. Nel ’97 il governo ha dimezzato le erogazioni di cassa per le aree depresse del Mezzogiorno” e “Bagnoli da sei anni è bloccata al palo da un contenzioso tra Comune e Ansaldo Trasporti” (Panorama, Raccolta Edizioni 1677-1680 – 1998).

I dati pubblicati da Svimez per i 150 anni dell’Unità non lasciano dubbi: l’anno peggiore per l’industria meridionale fu il 1998, mentre la ripresa nel ventennio a seguire fu nei limiti congiunturali. Inoltre, abbiamo visto tutti come è andata con la crisi in Spagna, dove avevano investito nell’industria turistica.

svimez industrializzazione meridionePer avere un’idea delle strategie e degli effetti della seconda tornata all’IRI di Romano Prodi, ‘a protezione dell’industria e dell’occupazione italiane’, ricordiamo almeno una parte di cosa accadde drammaticamente in quegli anni:

  1. Banca Commerciale Italiana, privatizzata nel 1994 ed oggi assorbita in Intesa Sanpaolo. Credito Italiano, privatizzata nel 1993, e Banco di Roma, confluito nella Banca di Roma nel 1992, ed tutti oggi parte di Unicredit;
  2. Finsider, privatizzata “a pezzi” (operazione conclusa nel 1995), di cui oggi restano ‘i problemi’: il raddoppio dell’inquinante stabilimento siderurgico di Taranto (ILVA – Gruppo Riva) e l’area industriale-portuale di Gioia Tauro, che già all’epoca si prevedevano essere investimenti improduttivi;
  3. SOFIN, acquisita dal ILVA – Gruppo Riva, era partecipante di Industrie Ottiche Riunite, Strade Ferrate Secondarie Meridionali, Sidalm, Forus SpA, Acciaierie e Ferriere di Piombino e Vertek;
  4. Finmeccanica e Fincantieri, che fu trasferita al Ministero dell’Economia e delle Finanze, divenuto direttamente proprietario di fabbriche d’armi e risorse energetiche;
  5. Italstat, settore costruzioni, anch’essa trasferita al Ministero dell’Economia e delle Finanze e controllante di Gruppo Autostrade S.p.A. (privatizzata nel 1999), Italinpa, Aeroporti di Roma, Stretto di Messina, eccetera;
  6. STET, fusa nel 1997 con Telecom Italia e trasferite al Ministero dell’Economia e delle Finanze, mentre la prestigiosa controllata Selenia-Divisione Spazio con sede a Napoli veniva fusa con la Elsag e ridislocata, per poi essere del tutto assorbita, dal 1989, dalla controlalnte Finmeccanica;
  7. Cofiri e SPI (Società per la Promozione e Sviluppo Imprenditoriale), invece, furono inghiottite da Sviluppo Italia nel 2000, quando il Governo D’Alema fuse tutte le società di promozione in un’unica azienda per attrarre investimenti esteri per lo sviluppo industriale del sud Italia;
  8. Alitalia, la cui proprietà fu trasferita al Ministero dell’Economia e delle Finanze, arrivando a costare agli italiani almeno un miliardo di euro l’anno in debiti, nel 2008, mentre, pochi mesi fa, annunciava ancora 280 milioni di perdite;
  9. RAI, la proprietà fu trasferita al Ministero dell’Economia e delle Finanze, diventando a pieno titolo una televisione commerciale di Stato.

Aggiungiamo la storia di Finmare, ovvero Tirrenia che fu inglobata in Fintecna e trasferita al Ministero dell’Economia e delle Finanze, che la ha privatizzata circa un anno fa. Proprio a partire dal 1993, la Tirrenia avviò una dispendiosissima politica di ammodernamento della flotta confluita nell’acquisto di quattro nuove navi superveloci, una vera manna dal cielo per la Fincantieri degli stabilimenti di Sestri Levante (GE). Costosi gioielli del mare che furono messi in disarmo dopo pochi anni a causa degli inconvenienti ed elevati consumi di carburante (circa 290 kg di gasolio al minuto), dieci volte superiori ad un traghetto tradizionale di simili capacità. La privatizzazione di Tirrenia è stata assemblata sullo stesso schema di quella di Alitalia e prevede la creazione di una bad company.

O quella di SME, privatizzata “a pezzi” negli anni ’90, con l’ex  Motta venduta alla Nestlé; GS (distribuzione) vendute alla famiglia Benetton ed a Leonardo Del Vecchio, il gruppo Cirio Bertolli De Rica (oli, latte e conserve) venduto alla Fisvi di Carlo Saverio Lamiranda, rivenduto a Unilever e poi passato sotto il controllo di Sergio Cragnotti, con relativi crac e noti scandali, Autogrill (ristorazione). Il tutto perdendo un’occasione unica per realizzare un grande gruppo alimentare italiano, in grado di competere con le multinazionali straniere e di difendersi dalle organizzazioni criminali.
All’epoca, ricordiamolo, ebbe origine l’eterno conflitto tra Prodi e Berlusconi, scatenato dalla tentata vendita della SME al gruppo CIR di Carlo De Benedetti, per la quale Romano Prodi fu accusato di aver stabilito un prezzo troppo basso.

Prodi 1982Una vera e propria tragedia italiana, da togliere il sorriso per una vita, quella che coincise con il passaggio di Romano Prodi all’IRI o ne fu conseguenza o proseguimento.

Una vicenda che, ormai, è affidata alle statistiche ed agli storici di cui tanta Italia sembra essersi dimenticata e che l’intervento alla Camera dei Deputati di Emilia Calini Canavesi (PRC), del 1 luglio 1993,  ben delinea nel contesto dell’epoca: “abbiamo denunciato che la FIAT ha acquistato (si fa per dire, perché per sei anni non ha pagato una lira ed ho presentato un’interrogazione per sapere se sia stata pagata anche solo la prima rata, ma nessuno mi ha ancora fornito una risposta) o meglio, ha avuto in regalo l’Alfa Romeo dal Governo di allora, presieduto da Craxi, il cui braccio destro era allora l’onorevole Amato.
I ministri che hanno trattato questo regalo dell’Alfa Romeo alla FIAT, per citarne solo alcuni, erano Darida, De Lorenzo, Nicolazzi, De Michelis. Dunque, quanti hanno trattato quell’affare non godono certo oggi di una buona fama e reputazione. Questi sono coloro i quali hanno condotto la prima rilevante privatizzazione in Italia. … La percentuale di vendite di auto che ha toccato oggi la FIAT non è mai stata così bassa, neppure quando l’Alfa Romeo era di proprietà statale, dell’IRI.”
Noi posteri, oggi, ben sappiamo quale valore avesse quel Centro Ricerche Alfa, ormai volato via a Detroit.

Dopo una tale mattanza per il futuro industriale italiano e con un futuro inesistente per vasti territori del paese, Romano Prodi, il 31 maggio 1994,  rivendicando i bilanci ‘finalmente’ in attivo dell’IRI, formalizzò le proprie dimissioni al nuovo Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e l’11 agosto  annunciò di entrare in politica: «Adesso ho mente e animo liberi. Un impegno in politica diventa un dovere, vista la situazione».

Riuscì a raggiungere l’obiettivo, due anni dopo, quando venne nominato Presidente del Consiglio dei ministri dopo le elezioni politiche 1996, a capo di una coalizione guidata da quello che è oggi il Partito Democratico, ma molto eterogenea, che, soprattutto, si avvalse di un appoggio esterno da parte di Rifondazione Comunista, con cui aveva stretto un patto di desistenza elettorale (la mancata presentazione di proprie liste nella maggior parte dei collegi elettorali maggioritari), che costituisce, con gli occhi di oggi, una sottile forma di forzatura elettorale.Prodi IRI 1994

Non pochi i risultati, nei due anni di vita che ebbe il Governo Prodi, tra cui il il tentativo di semplificazione amministrativa della P.A. e di deregulation delle scuole e delle facoltà universitarie, il mantenere l’Italia fuori dai conflitti in corso nella ex-Yugoslavia, i finanziamenti per i Beni Culturali. Romano Prodi, soprattutto, ebbe il merito a riportare il rapporto deficit/PIL entro i parametri del Trattato di Maastricht, ma a costo di un impopolare ed iniquo contributo straordinario, chiamato anche “eurotassa” o “tassa per l’Europa”, in parte restituita nel 1999 a furor di popolo.
Oggi possiamo aggiungere che si confidò, molto ottimisticamente, sull’ipotesi che l’entrata nell’euro avrebbe portato un considerevole risparmio di interessi sui titoli di Stato anche nel lungo periodo. Il tutto, senza tenere conto che una pressione fiscale di quel genere non poteva risanare un debito pubblico a due zeri e non poteva essere che una tantum.

Di nuovo, una questione di metodo.
Inoltre, l’Ulivo – la creatura politica che Romano Prodi aveva raccolto intorno a se –  promulgò, sotto D’Alema ed Amato, la pessima riforma del Titolo V della Costituzione e, soprattutto, l’odierno disastro Sanità in Italia: fu quella maggioranza ulivista, con tanto di Lega al seguito, che emanò le quattro leggi che affliggono contribuenti, casse pubbliche, fornitori e, soprattuto, malati: istituzione del Servizio Sanitario Regionale, ridestinazione dei centri psichiatrici, legge sulle malattie rare, recepimento dei parametri dell’Organizzazione Mondiale per la Sanità inerenti lavoro, funzionalità e stato invalidante.

Sfiduciato dalla sua stessa maggioranza e lasciando il movimento appena fondato, nel marzo del 1999, Romano Prodi accetta la designazione dei governi europei  alla Presidenza della Commissione Europea, avviando quel processo che, in Germania, i malevoli chiamano ‘italianizzazione dell’Europa’.
Durante la sua presidenza vennero introdotte gran parte delle innovazioni su cui c’è oggi dibattito e divisione tra gli europei:

  1. 1º gennaio 2002, l’entrata in vigore dell’Euro come valuta corrente dell’Unione, di cui sono ben noti i pregi, i difetti e le polemiche incessanti;
  2. 1º maggio 2004 l’allargamento dell’Unione ad altri 10 paesi: Cipro, Estonia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia, Ungheria, che si è rivelato disastroso per le economie spagnole ed italiane;
  3. il 29 ottobre 2004, la firma a Roma della Costituzione europea, un progetto definitivamente abbandonato nel 2009 a seguito dello stop alle ratifiche imposto dai no ai referendum in diversi paesi europei, tra cui Francia e Paesi Bassi.

Prodi EuroMissione compiuta anche in Europa, dato che sul momento sembrò a tanti un successone, Romano Prodi si candidava alle Primarie, con il Partito Democratico (attuale) che -caso unico nella Storia- non volle candidare un proprio iscritto di particolare fama. Inutile dire che Prodi vinse alla grande, con una marea di equivoci al seguito, visto che c’erano Di Pietro, Bertinotti e Mastella a far da coprotagonisti, mentre D’Alema eterno dominus del PD andava a dettare i tempi ed i modi.
Sull’onda dell’antiberlusconismo e di questi consensi ‘primari’ – apparentemente per la sua persona – Romano vinse anche le elezioni politiche 2006, ma con uno scarto inferiore ai 25.000 voti e solo grazie al Porcellum ottenne 340 seggi alla Camera dei deputati e 159 seggi al Senato della Repubblica.
Una maggioranza risicata e borderline che diede adito a numerosi reclami e ricorsi, respinti, ma, soprattutto, venne ritenuta un azzardo, sia per l’esigua maggioranza al Senato – corroborata dal voto spesso decisivo dei Senatori a vita, fino ad allora per prassi non incidenti sulla fiducia ai governi – sia per la deriva ‘di lotta e di governo’ che la cooptazione dell’estrema sinistra avrebbe imposto, mentre esattamene la metà degli italiani era di opinione del tutto opposta.

Fu un brutto inizio, dato che, nonostante gli italiani già mugugnassero abbondantemente sugli sprechi e sulle inerzie della Casta e nonostante le promesse fatte in campagna elettorale, il governo Prodi II passò alla storia della Repubblica come quello più numeroso (102 tra ministri, viceministri e sottosegretari).

Fu allora che le tasse s’impennarono a livelli ancora più intollerabili, secondo la logica che ogni contribuente è un sospetto evasore. Ciò permise a Romano Prodi di archiviare l’early warning che pendeva sull’Italia dal 2005 per sfondamento del Patto di Stabilità Europeo e così accadde, che archiviata la sanzione e regalati all’Italia altri tre anni di tempo, mentre Comunisti e CGIL raccontavano di un ‘tesoretto’ di risorse pubbliche sommerse da spendere in welfare, passò del tutto inosservato il ‘problema’ che il Trattato di Maastricht prevedeva e prevede (saggiamente) che gli stati non abbiano – grosso modo – un debito pubblico eccedente il 60% del PIL ed un deficit superiore al 3%.
Servivano urgenti misure strutturali, ma lo stesso Romano Prodi riteneva, fin da quando era Presidente della Commissione, “il Patto inattuabile per la sua rigidità, sebbene ritenesse comunque necessario, sulla base del Trattato, cercare di continuare ad applicarlo” (Wikipedia).

Quel governo, come prevedibile, fu vessato, nella sua breve esistenza, da continue contrapposizioni intergovernative, manifestazioni sindacali e della sinistra estrema, tensioni con gli alleati NATO, interventi militari controversi, spese incrementali per lo Stato in nome di una presunta economia in crescita e di un fantomatico Tesoretto nelle casse pubbliche.
Tra l’altro, nonostante venga ricordato per l’avvio dato alla  moratoria universale della pena di morte, adottata in forma non vincolante dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, c’è da sottolineare che è sotto Romano Prodi che nacque l’Equitalia S.p.a. che conosciamo, per l’esattezza il 4 luglio 2006, quando Riscossione S.p.A. (poi ridenominatasi) fu autorizzata ad utilizzare i dati in possesso dell’Agenzia delle entrate, fino ad allora considerati riservati.

Caduto il governo per le insuperabili tensioni interne, il 9 marzo 2008, Romano Prodi annunciava di aver «chiuso con la politica italiana e forse con la politica in generale», ma, sei mesi dopo, il 12 settembre 2008, accettava di presiedere il Gruppo di lavoro ONU-Unione Africana sulle missioni di peacekeeping in Africa.
Nessun proglema riguardo al potenziale conflitto di interessi – specialmente in Nigeria o Libia, ricche di petrolio – per essere “stato chiamato nell’ ‘Advisory Board’ di British Petroleum per i temi di strategia internazionale e industriale”, almeno dal 2009, come confermato dallo stesso Prodi l’11 giugno 2010.

Nè sembrano aver creato imbarazzo i buoni rapporti pregressi con il sanguinario dittatore libico Gheddafi, come anche nè SEL nè Laura Boldrini, l’attuale Presidente della Camera, sembrano ricordare che Il Manifesto del 14 agosto 2004 titolava”Li fermeremo in Libia. Accordo con l’Italia per blindare frontiere e mari. Prodi si congratula con Gheddafi.

No, non appare un cattivo uomo, il professor Romano Prodi, forse solo un po’ troppo accomodante ed ambizioso, certamente notevolmente fortunato e, di conseguenza, fin troppo ottimista. Meno fortunate le sue soluzioni, come lo fu il suo famoso ‘si può fare’ in campagna elettorale, smentito meno di due anni dopo a stretto giro parlamentare.
Un uomo di buona volontà, avrebbe detto qualcuno quando si credeva ancora che ‘chi non sbaglia, non fa’, dmenticando che ‘di buone intenzioni, son lastricate le vie per l’inferno’.

Il suo passaggio all’IRI – ed i ‘risultati’ che oggi, a ragion veduta, possiamo annoverare tra i pochi cocci rimasti – dovrebbero escludere ‘di per se’ la possibilità che Romano Prodi possa diventare il presidente degli italiani; allo stesso modo, per la sua ostinazione nell’arrivare a tappe forzate alla moneta unica europea con i controversi problemi in cui ci troviamo o, peggio, per la sanguinosa questione di Equitalia (ex Riscossione Spa).
Un’ampia parte di noi cittadini potrebbe non sentirsi rappresentata o rassicurata.

Dunque, perchè ostinarsi a candidarlo, se poi dal PdL arriva un “Prodi al Colle? Tutti all’estero” e lui stesso annuncia: “Nessuna mia candidatura al Quirinale, io sto semplicemente a guardare”, ribadendo da Lucca ai giornalisti “io sono fuori”?
Ma, soprattutto, perchè dovrebbero votarlo il Movimento Cinque Stelle ed i Renziani, che promettono di volere il cambiamento da quel ‘metodo’ e da quell’Italia consociativa che fu?

originale postato su demata

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Ma che ci fa Prodi in Cina?

Domenica 16 Maggio 2010 02:00

Noi Italiani, che di questi tempi non abbiamo molto di cui rallegrarci, dovremmo chiederci perché un nostro illustre cittadino, ex-Presidente del consiglio ed ex-“salvatore della patria”, passi molto più tempo oltre confine piuttosto che nei Palazzi del potere del suo, e nostro, Paese. Se poi questo cittadino si chiama Romano Prodi, si capisce bene perché questa curiosità diventa un interrogativo categorico per provare a capire cosa ci riservi il futuro.

Ebbene: Romano Prodi è stato chiamato dalla China Europe International Business School di Shangai – una delle trenta migliori scuole del mondo secondo il Financial Times – a insegnare economia; proposta che ha subito accettato rifiutando quella ben più remunerativa avanzatagli da Putin di diventare presidente di South Stream: “Preferisco insegnare piuttosto che fare affari”, avrebbe detto.

Il professore, che già lavora in Cina come commentatore della tv cinese Cctv, si muove tra Pechino e Shangai e definisce quest’ultima città “Incredibile, più vitale di Los Angeles, New York o Londra: un crocevia di novità” e ci dice anche come vede quel Paese: aperto, laborioso, rivolto al futuro. E difatti il popolo cinese è un popolo che vuole guardare avanti e lo fa a modo suo, senza svendere la propria identità.

La Cina infatti è balzata al secondo posto come Pil, davanti al Giappone e dopo solo agli U.S.A. Ma qual è la “ricetta cinese”, ovvero la strategia messa in campo per arrivare a questo? I motivi sono diversi e tutti da analizzare a fondo: tralasciando l’analisi storica del percorso fatto dalla morte di Mao ad oggi, direi che se ne possono individuare almeno quattro.

Il primo è senza dubbio l’apertura all’esterno, dove per apertura s’intende non solo quella economica e di profitto ma anche quella dovuta a scambi culturali con l’Occidente, cosa che ha permesso e permette loro di imparare da ogni Paese il meglio che esso esprime, dunque le sue caratteristiche peculiari. Il secondo punto è la valutazione delle risorse umane interne: la Cina ha messo a punto un potenziamento del programma per l’istruzione creando – come ci riferisce anche lo stesso Prodi – scuole e università tra le più belle e moderne esistenti e con offerte formative tra le più complete del pianeta. Si aggancia a questo secondo punto il terzo: investimenti per la ricerca, scientifica e non solo, visto che la classe dirigente cinese punta molto sulla green-economy perché ha intuito che è questa la vera scommessa per il futuro; la Cina del resto avendo un tasso d’inquinamento tra i più alti al mondo, sa che non può aspettare mezzo secolo (come è toccato ai Paesi occidentali più industrializzati) per invertire la rotta.

Quarto punto, non certo l’ultimo per importanza. Quello che si ricollega ad una massima antica e sempre molto valida: non fare mai il passo più lungo della gamba. Vale a dire: non andare oltre le proprie possibilità, non credere di aver superato il guado solo perché la ricchezza aumenta. La Cina infatti si autodefinisce “Paese in via di sviluppo”, consapevole com’è di una realtà complessiva tutt’altro che ricca, dunque con larghe fasce di popolazione povera – soprattutto nelle zone di campagna – dove i cambiamenti per le persone sono per lo più negativi visto che si trovano ad abbandonare le loro case e i luoghi natii per far posto a super-ferrovie e super-grattacieli.

La vera sfida della Cina è questa, a mio avviso: raggiungere l’equità sociale. Una sfida non facile, ma necessaria, che porta con se altre sfide, altrettanto importanti, tra cui quella per i diritti dei cittadini. E i diritti, si sa, sono la base della democrazia.

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Romano Prodi: l’intervento in Mali era “inevitabile”

Relazioni esterne − 09-04-2013 – 15:44

Romano Prodi, UN special envoy for the Sahel, during an exchange of views with MEPs on Monday, 8 April Romano Prodi, un intervento “inevitabile”.

L’azione militare in Mali era necessaria. Queste le parole di Romano Prodi. “Il mio obiettivo è sempre la stata pace, ma l’intervento della Francia è stato assolutamente cruciale perché il Mali era al limiti del collasso”, ha sottolineato Prodi, inviato speciale Onu, davanti alle commissioni agli Affari esteri e allo Sviluppo, e alla sottocommissione alla Sicurezza e alla Difesa, lunedì 8 aprile. Prodi era in Parlamento per discutere della situazione del Sahel. Povertà, fame e terrorismo.

Mali: dall’intervento militare alle elezioni

Per Romano Prodi l’intervento militare francese in Mali era “inevitabile”. Almeno quanto un processo di riconciliazione e un regolare svolgimento delle elezioni previste per luglio 2013. “Sono cosciente che se non avviamo le elezioni fin da ora, non ci saranno mai” ha indicato l’ex presidente della Commissione europea.Arnaud Danjean, deputato francese di centro destra e presidente della sottocommissione alla Sicurezza e alla Difesa ha ricordato che “la Francia vuole ritirare il suo esercito il prima possibile, inserendo però quest’azione nel processo elettorale”.Il Sahel è una regione che va dall’Oceano Atlantico all’Eritrea attraversando gran parte del Mali. Prodi ha fatto notare che sarebbe sbagliato focalizzarsi sui singoli stati, preferendo un approccio macroregionale.Il deputato rumeno di centro sinistra, Ioan Mircea Paşcu, vice presidente della commissione agli Affari esteri, ha indicato che l’UE ha una sua strategia per l’intero Sahel.Attualmente l’UE sta sostenendo l’addestramento dell’esercito del Mali. Eva Joly, presidente della commissione allo Sviluppo, ha commentato: “L’addestramento dell’UE è un contributo importante per le riforme sul lungo termine dell’esercito del Mali e del controllo sociale e democratico del paese”.

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Intollerabile è appiopparci Prodi per i prossimi sette anni

By on 15 aprile 2013 11:00

La domenica si dovrebbe aver altro da fare che stare davanti a un televisore ad ascoltare gli sproloqui di un piccolissimo leader che alle ultime elezioni ha raccolto appena il 3% dei voti. Eppure, nel marasma politico di questi giorni, vuoi o non vuoi, certe cose prima o poi ti arrivano all’orecchio. E’ il caso di Nichi Vendola che ieri, ospite di Lucia Annunzia a In Mezz’ora, si è districato nelle sue teorie sempre più contorte e meno comprensibili.

A partire da quello che il leader di Sel chiama “metodo Boldrini-Grasso” (non altro che una occupazione delle cariche Istituzionali, ndr). Secondo Vendola, infatti, il metodo che ha portato alla scelta della seconda e terza carica dello Stato “e’ una risorsa” che andrebbe sfruttata anche in vista dell’elezione del presidente della Repubblica. “Conta soprattutto l’identikit del prossimo inquilino del Quirinale”, ha sostenuto il governatore della Puglia. “Quando dico che dovra’ essere il costode della Costituzione, non faccio un richiamo formale, ma affermo una cosa precisa. In Italia ci sono parti della politica che hanno bombardato i principi della Costituzione. Credo che il presidente della Repubblica non debba essere il garante delle nomenklature, delle lobby e di quella classe dirigente che chiede impunita’. Penso che il nuovo capo dello Stato debba essere il garante della speranza di cambiamento che c’e’ oggi in Italia”.

Non contento, poi, il Nichi nazionale si è lanciato in una sviolinata senza precedenti nei confronti di Romano Prodi. ”Non vorrei mettere in imbarazzo Prodi che non ha bisogno di avvocati difensori, essendo un nome talmente autorevole anche sul piano internazionale, ma in questa fase indicare un nome equivarrebbe a bruciarlo. Tuttavia trovo intollerabile che si possa immaginare l’esclusione di Romano Prodi“.

E’ su quest’ultima affermazione che nascono un paio di riflessioni.

La prima, di carattere politico, riguarda proprio Nichi Vendola. Il leader di Sel parla e agisce come fosse a capo di un partito che ha ottenuto il 30% e non un misero 3, come nella realtà. A riguardo va ricordato che se Vendola fosse andato da solo, e non in coalizione con Bersani, non avrebbe superato nemmeno la soglia di sbarramento prevista dalla legge elettorale attuale.

La seconda, invece, di opportunità, si concentra sulla figura controversa di Romano Prodi. La cui storia è saputa e risaputa, trita e ritrita. Dall’Iri al conflitto d’interessi (mai denunciato dalla sinistra) con Nomisma, passando per la famigerata seduta spiritica di Gradoli (credibile come la storia di Ruby, nipote di Mubarak), per arrivare ai conti truccati per fare entrare l’Italia nell’Euro.

Può una persona con un curriculum del genere essere premiata con la poltrona più prestigiosa e importante del paese? Assolutamente no. Ecco perché la cosa veramente intollerabile è questo indegno tentativo di appiopparci Prodi a tutti i costi per i prossimi sette anni.

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Chi ha paura di Romano Prodi?

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Visto ieri in azione a Bari Silvio Berlusconi dava un’impressione di forza – la piazza stracolma, la colonna sonora da crociera pop, da Renato Carosone a Julio Iglesias, il calore (e anche il sudore) meridionale che è la vera cifra del movimento del Cavaliere, altro che animal spirits del capitalismo padano – ma in realtà era molto preoccupato e si vedeva. Oratoria più moscia rispetto per esempio alla manifestazione di piazza del Popolo del 23 marzo. Battute scontate, con qualche taglio rispetto alla scaletta ripetuta mille volte. E al momento clou del discorso, quando l’uomo di Arcore ha invitato la piazza a fischiare i candidati sgraditi al Quirinale, la paura di Berlusconi si è materializzata. Aveva il volto dell’unico uomo che l’ha sconfitto due volte: Romano Prodi.

Ieri è stata la giornata del Professore. Berlusconi gli ha scatenato contro i manifestanti di Bari: «Con Prodi al Quirinale ci toccherebbe andare tutti all’estero». I 48.282 votanti on line di 5 Stelle iscritti al Movimento entro il 31 dicembre lo hanno inserito, non sappiamo con quanti voti e in quale ordine, nella top ten dei candidati da votare come presidente, insieme a Rodotà, Zagrebelsky, Bonino, Caselli, Gino Strada, Dario Fo (sembra il giudizio universale, la classifica di “Cuore” di tanti anni fa), scatenando parecchie reazioni incazzate sulla Rete. Domani sapremo chi sarà il primo dei nomi indicati: ma di certo la presenza di Prodi tra i primi dieci è una novità clamorosa che autorizza fin da adesso i parlamentari grillini a votare per il Professore dalla quarta votazione in poi (quando basta il quorum della maggioranza assoluta per essere eletti: 504 voti).

C’è una sola forza che sulla candidatura di Prodi al Quirinale (che non è un’auto-candidatura perché non risulta nessun attivismo prodiano in tal senso) non ha ancora preso posizione. Per paradosso è il partito che l’ex premier ha contribuito a fondare: il Pd. Nessuna difesa ieri rispetto agli attacchi di Berlusconi. Nessun commento rispetto ai segnali di disponibilità del movimento grillino. Niente, Bersani tace, dopo aver lasciato passare per settimane l’idea che Prodi fosse il suo candidato in pectore, il presidente che gli avrebbe ri-affidato l’incarico di formare il governo, come se fosse un nome di parte, anzi, di corrente. Muti anche i notabili più influenti, da D’Alema a Franceschini a Enrico Letta.

Solo Nichi Vendola si è ribellato. Nel Pd parlano solo alcuni liberi pensatori come il senatore Walter Tocci, intelligenza con lunga e solida militanza a sinistra, mai stato prodiano, che ieri sull’ “Unità” ha contestato la linea ufficiale del partito, la ricerca di un’intesa con il Pdl per il Quirinale: «Un presidente di garanzia non può consistere nel proteggere il vecchio mondo politico che tramonta bensì nell’aiutare il nuovo che deve ancora sorgere. Si auspica un’ampia intesa, ma curiosamente viene ricercata solo tra i partiti, dimenticando che la metà dell’elettorato non li ha votati. La pacificazione nazionale bisogna cercarla anche con chi è fuori dal gioco politico. La vera garanzia è una rottura con il passato. Una donna. Figure di garanzia come Rodotà o Zagrebelsky. Oppure Romano Prodi, rimasto vittima di atti eversivi, come le infamie di Telekom-Serbia e la compravendita di parlamentari che in altri Paesi avrebbero condotto in rovina i responsabili». E parla un uomo autorevole e rispettato come il sindaco di Reggio Emilia e presidente dell’Anci Graziano Delrio, nella complicata geografia interna del Pd incasellato tra i renziani, che si è posto un semplice dubbio che in molti in queste ore si fanno nel partito e fuori: «Non capisco i veti su Prodi».

Il veto di Berlusconi, in realtà, si capisce benissimo. Meno si comprende il silenzio del gruppo dirigente del Pd che fatica a inserire il nome del suo fondatore perfino nella rosa in cui si affollano Marini, Finocchiaro, Amato, tutte figure degnissime e nobilissime, per carità, ma incapaci di garantire quel mix di esperienza, autorevolezza e novità che Prodi incarna. Lunghissimo corso, dalla presidenza dell’Iri democristiana (da cui fu estromesso in era andreottian-craxiana. E Michele Serra compose l’ “Ode a Romano Prodi cacciato dall’Iri”) alla presidenza del Consiglio alla Commissione europea all’attuale incarico da inviato Onu in Africa. «Pragmatismo, ma anche ostinazione, orientamento empirico unito però alla cocciutaggine, bonomia non disgiunta da una efficace e selettiva cattiveria (come fu detto con un’immagine icastica, Prodi gronda bontà da tutti gli artigli)», lo raccontò in un indimenticabile ritratto Edmondo Berselli. «Ai politici, abituati ai giochi di corridoio per strappare un assessorato, offriva la sensazione irresistibile del ritmo e del rumore della modernità».

Prodi ha modernizzato l’asfittico sistema politico italiano in almeno due versanti. Ha contribuito a sprovincializzare il dibattito, è un uomo di visione internazionale curioso del mondo globalizzato, il premier dell’euro, certo, ma anche lo studioso che si illuminava a parlare della Cina e delle tigri asiatiche già alla fine degli anni Ottanta quando qui da noi pensavamo ancora a Pechino come alla città proibita delle guardie rosse di Mao. Oggi è affascinato dall’Africa, il gigantesco continente nero in risveglio economico lo entusiasma come un bambino. Ed è un politico allergico alla conservazione. In venti anni il sistema politico italiano ha offerto tre innovazioni, il berlusconismo, l’invenzione della Padania leghista e oggi la democrazia diretta di Grillo. Solo una è arrivata da sinistra: le primarie, l’Ulivo, il Partito democratico. Cambiamenti impossibili senza la testardaggine del Professore (e la genialità politica di Arturo Parisi). Senza Prodi non ci sarebbero state né le primarie né il Pd e forse oggi i post-comunisti che aspirano al governo sarebbero ridotti in una riserva indiana. Per difendere le sue convinzioni, la difesa del bipolarismo e la necessità che la scelta dei governanti sia affidata ai cittadini, ha lasciato per due volte Palazzo Chigi, in mezzo a trasformismi, compravendite di parlamentari e patti inconfessabili di ogni genere.

In più, cosa che non guasta, il Professore è un cattolico non clericale, capace di affrontare una piazza ostile come quella mobilitata contro di lui durante il Family Day, più in sintonia con un papa religioso come Francesco che con la Cei trionfante e politicizzata del cardinale Ruini. Ed è un uomo che ha esercitato un grande potere e ricopre molta influenza ma che non ha mai smarrito il carattere popolare delle sue radici emiliane.

Chi ha paura del Professore? Forse la risposta si trova oggi ancora sull’Unità nell’editoriale del direttore Claudio Sardo: «Ci sono larghe intese utili: utili al Paese. Di questi tempi è tornata a crescere un’ondata presidenzialista: i difensori della Carta del ‘48 e del sistema parlamentare hanno una ragione in più per costruire un’intesa al primo voto. Se il Capo dello Stato fosse figlio di uno scontro frontale, perché non affidare la decisione direttamente ai cittadini?». Ecco qui un’altra buona ragione, quella decisiva, per votare Prodi al Quirinale: larghe intese così percepite sono una risposta di conservazione, una barricata innalzata non a difesa della Costituzione (magari!) ma di partiti sempre più deboli e di un sistema politico che ha totalmente smarrito ogni principio d’ordine. Ne resta solo uno, lo abbiamo visto in questi anni: il presidente della Repubblica. Costretto più volte a intervenire e a smettere i panni dell’arbitro per indossare quelli, se non del giocatore, almeno dell’allenatore: colui che fa la squadra.

Se è così, se siamo già in un presidenzialismo di fatto, il capo dello Stato non può essere un personaggio di secondo livello, un figura incolore che sta bene a tutti (una donna chiamata a mascherare di nuovo l’inciucio al ribasso sarebbe la beffa più atroce), un notabile uscito dalle trattative segrete di queste ore, dai vertici e dalle rose dei nomi, riti esoterici e occulti che mal si addicono alle esigenze di trasparenza che l’elezione di un presidente richiederebbe. Partiti deboli e terrorizzati (compreso Berlusconi) si preparano a eleggere un presidente dettato dall’equilibrio del terrore. Anche Grillo ha paura: di entrare in partita, di sporcarsi le mani. Serve più che mai, invece, un presidente traghettatore, cerniera tra il vecchio e il nuovo, garante di ciò che nella Costituzione non va toccato e motore di tutto ciò che invece va cambiato, e in fretta. In grado di sfidare anche Berlusconi sul tema finora tabù della riforma costituzionale e del presidenzialismo. E capace di ascoltare quello che si muove fuori dal Palazzo, quello che si agita nella società italiana.

Siamo al match fatale, in cui si scontrano due concezioni della politica. Politica come conservazione, convergenza tra ciò che c’è nel Palazzo. E politica come ascolto, interpretazione, mediazione delle domande di cambiamento che arriva dalla società. Prodi da anni è indubbiamente minoritario nell’establishment politico (e non solo): ma forse è proprio questo che mette paura.

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Prodi, qualcuno lo vorrebbe Presidente. Ecco come ci ha svenduto ai potentati…

La ‘complicità’ tra Romano Prodi e Carlo De Benedetti inizia nel luglio 1982, quando Prodi viene nominato presidente dell’IRI, il più grande ente economico dello Stato, in casa di Carlo De Benedetti (proprietario del gruppo Repubblica e L’Espresso e di altre 30 riviste/quotidiani/settimanali/mensili in tutta Italia).

L’attività di Prodi dal 1982 al 2007 è stata concentrata principalmente in un solo unico compito: svendere (o regalare) tutti gli enti pubblici dello Stato al suo alleato Carlo De Benedetti a un prezzo irrisorio con bandi truccati.
De Benedetti, dal canto suo, si è poi puntualmente affrettato a rivendere immediatamente tali società al loro reale valore di mercato (di solito 20 volte il loro prezzo d’acquisto) a gruppi stranieri (o addirittura allo Stato stesso, che li ricomprava a prezzi folli), realizzando guadagni incalcolabili a danno degli italiani.
Prodi, per 7 anni guidò l’ IRI dello Stato, concedendo tra l’altro incarichi miliardari alla sua società di consulenza “Nomisma“, con un evidente conflitto di interessi.
Al termine di questi 7 anni il patrimonio dell’ IRI risultò dimezzato per la cessione di importanti gruppi quali Alfa Romeo e FIAT, passando da 3.959 a 2.102 miliardiLa Ford aveva offerto 2.000 miliardi in contanti per l’Alfa Romeo, ma Prodi la regalò alla FIAT per soli 1000 miliardi a rate e, nel frattempo, lottizzò ben 170 nomine dei quali ben 93 diessini.

Le privatizzazioni dell’IRI fatte da Romano Prodi sono state delle vere e proprie svendite del patrimonio economico italiano a gruppi privati della sinistra (De Benedetti, Coop Rosse) complici del professore, anche se “svendere” un ente pubblico a un decimo del suo valore quando ci sono altri gruppi privati che offrono il doppio, più che una “svendita” fu un regalo o, per essere ancora più precisi, una serie incredibile di furti colossali a danno dello Stato e degli italiani perpetrata impunemente per anni.

Giocando sulle parole e sull’interpretazione dello statuto dell’Ente, Romano Prodi vantò utili inverosimili (12 miliardi e 400 milioni nel 1985), ma la Corte dei Conti, magistratura di sorveglianza, portò alla luce l’enorme falso in bilancio di Prodi: «Il complessivo risultato di gestione dell’Istituto IRI per il 1985, cui concorrono… sia il saldo del conto profitti e perdite sia gli utili e le perdite di natura patrimoniale, corrisponde a una perdita di 980,2 miliardi, che si raffronta a quella di 2.737 miliardi consuntivata nel 1984». La Corte, inoltre, segnalava che le perdite nette nel 1985 erano assommate a 1.203 miliardi contro i 2.347 miliardi del 1984.

Romano Prodi si vanta tantissimo che durante i suoi 7 anni alla presidenza dell’ IRI riuscì a far guadagnare utili stratosferici, mentre la verità, come chiarito dalla Corte dei Conti, è che invece di utili stratosferici realizzo perdite stratosferiche, regalando il patrimonio dello Stato e degli Italiani ai suoi amici. Prodi uscì indenne dai processi perché le aziende erano S.P.A. di diritto privato e ,quindi, i dirigenti non erano qualificati come pubblici ufficiali.

La conferma di tutto questo si trova nell’indebitamento dell’Istituto, salito dal 1982 al 1989 da 7.349 a 20.873 miliardi (+184 per cento), e quello del gruppo IRI da 34.948 a 45.672 (+30 per cento). Lo stesso Massimo D’Alema, intervistato da Biagi in televisione, affermò che Romano Prodi, da lui scelto per guidare la coalizione contro Berlusconi, era un «uomo competente» perché quando lasciò l’IRI nel 1989 il bilancio dava un «più 981 miliardi». Fu facile confutare queste affermazioni, facendogli notare che la cifra reale, tenendo contro delle perdite siderurgiche transitate soltanto nel conto patrimoniale, era di «meno» 2.416 miliardi. Il buco reale non fu mai contestato dai diretti interessati.

La vera abilità di Romano Prodi è sempre stata di riuscire a prendere soldi dallo Stato a costo zero. La conferma viene da un articolo di Paolo Cirino Pomicino, nel quale rileva che dei 28.500 miliardi erogati dallo Stato a titolo di fondo di dotazione dalla data di nascita dell’IRI, Romano Prodi ne ottenne ben 17.500!

Va poi ricordato anche che, nel 1986, Romano Prodi svendette il più grande gruppo alimentare dello Stato, la SME alla Buitoni sempre a Carlo De Benedetti per soli 393 miliardi, mentre il valore globale della SME, che già soltanto nelle casse aveva più di 600 miliardi di denaro liquido, ma il suo valore globale era di 3.100 miliardi. A Prodi e De Benedetti fu dato torto in primo grado, in Corte d’appello e in Cassazione da ben 15 magistrati, all’unanimità.

Come presidente dell’IRI, svendette anche la Italtel alla Unilever nonostante un conflitto di interessi evidente, essendo consulente di quest’ultima.

Come se tutto questo non bastasse, durante il suo governo nel 1996, regalò 5.000 miliardi alla Fiat per fare una rottamazione e durante i fallimenti Parmalat e Cirio e difese i banchieri che truffarono i risparmiatori e loro ricambiarono, e ricambiano ancora, il favore con i loro giornali schierati.

Fonte: correttainformazione.it

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    Poche ciance e niente cedimenti. Questo è Prodi, il burocrate dei poteri forti, quelli peggiori ed antinazionali, liquidatori del patrimonio pubblico, che qualcuno vorrebbe mettere sul Colle, in cima agli incubi degli italiani. Persino lo scherzetto tirato a D’Alema dal Corriere (affaire Serravalle), in mano a Bazoli ed ai suoi amici salottieri e finanzieri, aveva l’obiettivo di eliminare un concorrente scomodo per favorire il Professore in bicicletta. Prodi non era l’uomo del KGB, forse un infido interlocutore in qualche circostanza, a meno che non si voglia dar credito all’agente doppio e triplo Litvinenko. Anche quando ha dialogato con l’intelligence dell’est aveva sempre bene in mente chi fossero i suoi mandanti occidentali. Siamo nel campo delle illazioni mentre le uniche certezze, per quanto riguarda Prodi, si chiamano Goldman Sachs (di cui è stato advisor) e Iri in smatellamento (durante la sua reggenza). Inoltre, gli affari si fanno dove si può, e trovandone l’occasione pure in Cina, a patto che si tratti di settori commerciali che non infastidiscono gli statunitensi, gli unici a dettare legge dalle nostre parti. Questo è Prodi, e non è né peggio né meglio di Amato, poichè parliamo di individui che recitano la stessa solfa, a precise ritmiche occidentali. Qualcuno, anche nei cosiddetti ambienti rivoluzionari, è smottato sul punto sostenendo che, tutto sommato, Prodi non sia poi così malvagio per aver avviato un dialogo in Asia, dimenticandosi di tutto il resto e del valore reale di questi striminziti contatti. A costoro o mancano le rotelle o mancano le categorie concettuali per interpretare i nostri tempi. Delle due entrambe? Questo è Prodi e noi non lo vogliamo, travestito o meno da cinese che si presenti.Questo è Prodi, qui http://www.conflittiestrategie.it/indice/wp-content/uploads/2013/04/1VYVLZ1.pdfGianni Petrosillo
    Fonte: www.conflittiestrategie.it
    Link: http://www.conflittiestrategie.it/questo-e-prodi
    17.04.20143
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    si dimentica sempre l’aspetto più importante. Prodi è un illuminato di rango, esperto in esoterismo…..non tenerne conto significa non avere capito molto del vero potere….
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    Romano Prodi su Italia, UE e globalizzazione

    giovedì 23 maggio 2013

    8o-300x222.jpgPer chi non lo sapesse, Romano Prodi è professore di economia (industriale), e viene dalla “scuola” di Andreatta. Personaggio quest’ultimo che ha “privatizzato” di fatto la Banca d’Italia (di diritto pubblico solo ancora di pura facciata) sposando e facendo attuare dalla “sua” Democrazia Cristiana allora al “potere” quel “divorzio” tra quest’ultima e il “Tesoro” che ha amputato lo Stato italiano di quell’essenziale componente della sua potestas che presiede alla politica monetaria. Preludio essenziale all’allora futuro abbandono (e trasferimento a livello sovranazionale) della pratica prevista dalla dottrina dello Stato che vuole tra i caratteri essenziali appunto dello Stato nazionale quello di “battere moneta”, il cui corollario più rilevante è quello di poter fissare il tasso di sconto ufficiale a sua volta fondamentale nel determinare costi e ampiezza del credito, che altro non rappresenta che il flusso sanguigno dell’intero organismo economico.

    Questa è una circostanza rilevante perché ha costituito una implicita sconfessione della teoria keynesiana che deprivata della possibilità di una attiva politica monetaria perde gran parte del suo armamentario “interventista”, risultando la politica fiscale e quella dell’intervento diretto o indiretto sull’economia reale terreno molto meno mistificabile di scontro politico e sociale. Ciò per le immediate ricadute sugli equilibri di “classe” e dei più generali “interessi” della società capitalistica di queste ultime misure, che necessariamente sono per loro ineliminabile natura “discrezionali” e “discriminanti”. Non potendo contare sull’ “illusione monetaria” che è sottesa alla maggiore “universalità” delle categorie concettuali e operative delle grandezze appunto monetarie. Per rimanere nell’ambito della metafora emato-anatomica, mentre la moneta-“sangue” circola in tutto il corpo, la politica fiscale e interventi nel mercato dei beni incidono ex definitione su parti specifiche della anatomia del “corpo”-economico ( e non su altre).

    Poiché è stato Presidente della Commissione Europea dal 1999 al 2004, quindi nel cruciale lasso di tempo che ha preparato e poi attuato la moneta unica europea, Prodi nel diciottesimo DVD de l’Espresso dedicato a “Il modello europeo e la politica economica comunitaria” deve dirci da quale interpolazione tra le varie “idelogie” che si contrappongono in materia di filosofia economica ha ricavato ciò che contribuito in non trascurabile parte a realizzare: il “monstrum” ( tra l’altro) di una Banca Centrale Europea che, nel mentre ha privato di ogni autonomia in termini di politica monetaria le Banche Centrali delle “Nazioni” aderenti all’area euro, ha “dimenticato” di assorbirne il ruolo esclusivo di lender of last resort ( prestatore di ultima istanza ).

    Infatti la prolusione del suo intervento si basa tutta e in modo insistito – come se si trattasse della scoperta della “pietra filosofale” per dirimere irrisolte ed eterne questioni in materia di scelte nel “regno della scarsità” (dimensione dell’economia) – sulla esigenza di saper prendere il meglio da “idelogie” che avrebbero in modo dannoso sin qui diviso il mondo. Dunque false sarebbero le alternative tra liberismo, socialismo, laissez-faire, interventismo. La superiorità del “modello renano” sul modello “anglosassone”, specie alla luce della crisi economica in atto, lo proverebbe in modo inequivoco traducendosi in un mix ottimo tra Stato e Mercato.

    Insomma Prodi vorrebbe dirci che Keynes avrebbe desiderato forse un mix sub-ottimale tra interventismo elaissez-faire? E che un mix ottimale tra Stato e mercato non è una “ideologia”? Non è stato concepito un tale ottimale mix in articulo mortis del capitalismo durante la grande crisi del ’29 a fronte del pericolo comunista in URSS? Ma a Prodi manca qualsiasi rimembranza del “paradosso del mentitore”: affermare la morte delle “ideologie” costituisce in re ipsa una idelogia, e precisamente quella post-modernista che in economia ha condotto al “pensiero unico”.

    Ma quello della “menzogna” è territorio scivoloso per il nostro ex Presidente del Consiglio. Menzogna è infatti sul piano storico quella che Mussolini al costituirsi dell’IRI non ebbe migliore auspicio che affidarsi al pragmatismo nella missione di quell’Istituto, come se Beneduce messo lì al suo vertice dallo stesso “Duce” non avesse da tempo anticipato il keynesismo almeno in termini pro-interventisti, e che dalla stessa Gran Bretagna non si fosse già da tempo manifestato un autentico pellegrinaggio intellettuale tributario del solco in quella direzione inaugurato dalI’Italia.[1]

    Sul resto delle “illuminazioni prodiane” al netto del soporifero stile comunicativo del professore bolognese c’è poco da dire, al di là di una serie di luoghi comuni in stile didascalico circa le doglianze relative alla triste resa dei conti attuale a fronte di ciò che la UE doveva e prometteva di essere e non è poi stato attuato, e sull’esigenza per l’ex Bel Paese di adeguarsi ai tempi imposti dal “mutamento del mondo”, cioè dalla Globalizzazione. Come se questa fosse un decreto del suo cattolico firmamento divino e non già un errore” ideologico” che (tra l’altro cozza irrimediabilmente con la filosofia economica supposta pragmatica del modello renano) riposa sul pur ricordato Keynes che denunciava, nell’ultima pagina della General Theory, le venefiche insidie di teorie sbagliate elaborate da “defunti economisti”. Nel caso, vedi i pericoli della Globalizzazione e le panzane della teoria dei costi/vantaggi comparati in regime di free trade che si devono a Ricardo e alla sua del tutto infondata teoria del commercio internazionale trasformata in dogma dai suoi posteri. Non facendo eccezione a tanto folle fede nei dogmi chi come Prodi ha poca dimestichezza con la logica, cadendo in modo tanto eclatante nel trabocchetto dei suoi paradossi non sapendo, anche per tal verso, di iscriversi tra i molti “ideologi” della Globalizzazione a dispetto della sua fede anti-ideologica. Per non dire della coerenza del Prodi ultimo Presidente dell’IRI, che pur molto poco “renanamente” ne ha scritto l’epitaffio regalando l’Istituto – attore principale della filosofia dello “Stato imprenditore” e artefice del dimenticato “miracolo economico” – a mo’ di saldo inservibile alla logica delle privatizzazioni “thatcheriane”.

    Vittorangelo Orati

    Tratto da: lafinanzasulweb.it

    Fonte: http://www.frontediliberazionedaibanchieri.it/article-prodi-sull-italia-la-ue-e-la-globalizzazione-117951191.html

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