Quarant’anni fa, Robert Kennedy tenne un discorso sulla reale ricchezza delle Nazioni e sul PIL. Tre mesi dopo fu assassinato.
Cos’è il PIL, il Prodotto Interno Lordo? Il misuratore della crescita della società? La trasformazione in denaro, un concetto astratto, della nostra salute, del nostro tempo, dell’ambiente? Nessuno ha mai calcolato il COSTO del PIL. I danni dei capannoni vuoti, delle merci inutili, dei camion che girano vuoti come insetti impazziti, della distruzione del pianeta. Nessuno ha mai stimato il valore del tempo perduto per le code, per gli anni sprecati a lavorare per produrre oggetti inutili. Per gli anni buttati per comprare oggetti inutili creati dalla pubblicità. Il tempo, la Terra, la vita, la famiglia (gli unici importanti) sono concetti troppo semplici per il PIL. Un mostro che divora il mondo. Lo mangia e lo accumula. Lo digerisce e lo trasforma in nulla. L’equazione PIL = ricchezza è un incantesimo. I prodotti inutili non diventano utili perché qualcuno li compra.

“Solo quando l’ultimo fiume sarà prosciugato
quando l’ultimo albero sarà abbattuto
quando l’ultimo animale sarà ucciso
solo allora capirete che il denaro non si mangia.”
Profezia Creek.

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Discorso sul PIL di Robert Kennedy del 18 Marzo 1968

Il 18 Marzo del 1968 Robert Kennedy pronunciava, presso l’università del Kansas, un discorso nel quale evidenziava -tra l’altro- l’inadeguatezza del PIL come indicatore del benessere delle nazioni economicamente sviluppate.

Tre mesi dopo veniva ucciso durante la sua campagna elettorale che lo avrebbe  probabilmente portato a divenire Presidente degli Stati Uniti d’America.

Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni.

Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jpnes, nè i successi del paese sulla base del Prodotto Interno Lordo.

Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.

Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.

Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi.

Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.

Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani.

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Robert Kennedy, il PIL e la ricerca della felicità

Beniamino Andrea Piccone – 19 marzi 2012
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Il primo in Italia a studiare la qualità del PIL è stato Giorgio Fuà , fondatore dell’ISTAO ad Ancona. Così lo ricorda Carlo Azeglio Ciampi – in Da Livorno al Quirinale (Il Mulino, 2010, p. 96): “Giorgio accoppiava la preparazione solida da economista con la capacità socratica di stimolare, di domandare, di suscitare interesse nei propri allievi, che gli volevano un bene più che filiale, paterno”.

Il Governatore della BCE Mario Draghi ha così ricordato Giorgio Fuà : “Il nome di Giorgio Fuà è intimamente legato agli studi sullo sviluppo economico…Nella Lettura all’Associazione Il Mulino, Fuà osservava che “… oggi, nei paesi ricchi, … dobbiamo smettere di privilegiare il tradizionale tema della quantità di merce prodotta e dedicare maggiore attenzione ad altri temi, che non possono più essere considerati secondari dal punto di vista del benessere collettivo.

Tra gli altri, citava l’equilibrio con l’ambiente naturale, il senso di soddisfazione o alienazione che caratterizza il lavoro. Per Fuà il reddito nazionale e il benessere collettivo non sono la stessa cosa”.

Entriamo in un campo minato. Parliamo di felicità, ricchezza e benessere. Visto che ricordiamo Bob Kennedy, non è inutile ricordare che la Dichiarazione di indipendenza dei tredici Stati Uniti d’America del 4 luglio 1776 recita che tra gli inalienabili diritti dell’uomo esiste la pursuit of happiness. Non per nulla Will Smith ci ha entusiasmato al cinema con La ricerca della felicità (Muccino style).

Enrico Finzi – uno dei più noti ricercatori sociali italiani – in un libro divertente e interessante – Come siamo felici. L’arte di goderci la vita che il mondo ci invidia (Sperling & Kupfer, 2008) – ci racconta come l’italiano riesca ad essere felice nonostante tutto quello che gli succede intorno.

La felicità non è il conseguimento dell’obiettivo, bensì la spinta verso il fine, il viaggio e non la destinazione.

Oscar Wilde disse: “Ci sono due tragedie nella vita, due drammi che noi viviamo: uno, quello di non avere ciò che desideriamo; l’altro, di aver soddisfatto il nostro desiderio!”

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Crisi economica: magnifica opportunità!

Economic crises

Diciamocelo: noi credenti, in particolare noi cattolici, un po’ strani lo siamo. Cos’altro si potrebbe dire infatti di chi definisce una magnifica opportunità questa crisi economica apparentemente irrisolvibile? Un rompicapo, un paradosso, dove neanche i migliori economisti, che si fregiano di lauree e anni di docenza nelle più prestigiose università di economia, riescono non dico a mettere un po’ d’ordine, ma neanche a far intravvedere un futuro, una uscita dal tunnel. Abbarbicati su grafici, definizioni, correlazioni pseudo-matematiche e molto stocastiche, fra spread, CDO e CDS, sembrano moderni alchimisti che parlano una lingua che nessuno o quasi capisce, ma alla fine non riescono a trovare nessun bandolo della matassa, nessuna soluzione, nessun coniglio fuori dal cilindro.

Questa crisi economica che, a pensarci bene, è tutta un paradosso: con la tecnologia agli apici, nella storia dell’umanità, con i processi industriali e l’automazione a livelli mai visti prima, con i progressi nella scienza, nella medicina, nell’informatica, dovremmo essere nel migliore dei mondi possibili. E invece negozi con scaffali pieni di merci invendute, e contemporaneamente una povertà sempre più dilagante, una disoccupazione sempre più diffusa, destinata ad aumentare ancora. E aziende che chiudono, cessano le partite IVA, e chi ha un lavoro nel pubblico impiego, se solo fino a qualche anno fa si sentiva quasi di serie B, ora se lo tiene ben stretto, felice di appartenere (ancora per quanto?) ad una specie protetta. Per non fare il confronto con i nostri genitori: infatti la generazione che ci ha preceduto riusciva a mettere da parte qualcosa, e a comprare casa con un solo lavoratore per famiglia, qui se non si lavora in due si fatica ad arrivare a fine mese.

crisisMa noi cristiani siamo quelli del paradosso. Fin dall’inizio, seguaci di un Uno che viene messo a morte con il più infamante dei supplizi, segno di una totale disfatta del progetto di Dio, se letta con i parametri umani. Noi siamo fatti così: possediamo una chiave di lettura diversa. Con quali lenti guardare allora la crisi di questi tempi? Perchè definirla una magnifica opportunità? Certo, se fossimo calvinisti, solo il successo negli affari ci potrebbe confermare l’Amore e la predilezione di Dio per noi: ma non lo siamo, siamo cattolici, ben consci che l’Amore e la predilezione di Dio non hanno risparmiato il supplizio all’amatissimo Figlio ma neanche sofferenze e persecuzione a tanti santi, a riprova che “non sempre” (eufemisticamente) i disegni le aspirazioni e la visione di Dio coincidono con i nostri. Non voglio qui sostenere la tesi che spesso si sente dire: che l’oro si tempra col fuoco, e che la sofferenza è un segno evidente di predilezione (Dio corregge chi ama): credo invece che questa crisi sia una vera e propria opportunità di cambiamento, di risveglio, di presa di coscienza che stanno diventando ormai improcrastinabili.

John Perkins, autore del famoso “Confessioni di un sicario dell’economia”, chiese ad una conferenza: “quale fatto grave successe l’11 settembre 2001?” e il pubblico, ovviamente, rispose che c’era stato l’attacco alle torri gemelle, quello cha causò la morte di quasi 3.000 persone all’interno delle twin towers. Allora lui insistette: “No, qualcosa di molto più grave!” E di fronte alla titubanza del pubblico, disse: “L’11 Settembre 2001 sono morte 30.000 persone di fame, nel mondo. E anche il 12, il 13, il 14 settembre.. insomma, ogni giorno dell’anno.”. Touchè.

È evidente che troppo spesso ci concentriamo sui nostri problemi, piccoli, contingenti, a volte passeggeri, e non riusciamo ad innalzare lo sguardo. Come possiamo preoccuparci della crisi di un sistema economico che permette (anzi costringe) che 30.000 persone muoiano ogni giorno per la fame? Che gli stati, soprattutto quelli del terzo mondo ma non solo, siano sopraffatti da debiti impagabili sempre maggiori, e le tasse che si pagano vadano quasi esclusivamente  pagare gli interessi su questi debiti? Dobbiamo proprio disperarci, e combattere per mantenere lo status quo, lottare per non far morire un sistema che si fregia delle proprie conquiste tecnologiche, ma non sa come smettere di sporcare e inquinare il pianeta, e lascerà in eredità ai propri figli un modo più sporco, più inquinato, più velenoso? Come possiamo insomma farci portabandiera di questo sistema ed essere preoccupati se questo modello di società è in crisi?

Forse, a forza di guardare nel nostro piccolo orticello, in cerca di qualche verme da mangiare, abbiamo dimenticato le sconfinate praterie del cielo che Dio ci ha destinato, come l’aquila di De Mello che si era convinta di essere un pollo?

Ecco allora, nell’infinita intelligenza di Dio, una opportunità magnifica: una sberla, una secchiata d’acqua fredda in faccia, qualcosa che, insomma, anche a costo di farci un po’ male (San Paolo sulla via di Damasco era rimasto cieco, mica una robetta da niente… però quanto avrà benedetto e ringraziato, col senno di poi, per quello schiaffo?) ci riporti a ripensare alla nostra vita, alle nostre priorità, ai valori veri. E a riscoprire la solidarietà, tanto per cominciare; e passando di atto in atto, di piccolo gesto in piccolo gesto, a rigettare le basi per una società basata sulla condivisione al posto della competizione; sulla collaborazione piuttosto che sulla divisione; sulla compassione per gli altri piuttosto che l’attenzione per sè stessi.

Perchè, in fin dei conti, la vera scoperta che dobbiamo fare, è che siamo tutti uno, e non esiste il bene individuale: il bene o è condiviso, comune, universale, o, semplicemente, non è.

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Ancora sulla storia falsificata – Filippo Giannini

G.C. -  Filippo Giannini

Autorizzato dal suo autore (*), riprendo questo articolo che evidenzia ancora una volta come la Storia che ci raccontano sia falsata e funzionale alla creazione di certi “miti”. Ancora una volta, insomma, è proprio il caso di dirlo: Ingannati, fin dai tempi della scuola.

(*) Filippo Giannini è nato a Roma.  Architetto, ha lavorato oltre che in Italia, in Libia e in Australia, vive a Cerveteri . E’ collaboratore di numerosi quotidiani e periodici.

Sempre nel ricordo di Piazzale Loreto

SOLITE INFAMIE

Questa volta ad opera di Paolo Mieli

di Filippo Giannini

   Ė vero: ho un caratteraccio! Sarà che ho ancora dentro di me lo spirito del Balilla che non sopporta le vigliaccate. Mi riferisco alla trasmissione di Ballarò del 23 aprile 2013, quando in un intervento del direttore de Il Corriere della Sera, Paolo Mieli, commentando uno dei tanti inciuci riguardanti il connubio PD/PdL, ebbe a ricordare (cito a memoria): <D’altra parte anche nel 1944, Togliatti rientrato in Italia si alleò con la Democrazia Cristiana e nel 1976 Il Partito Comunista di Berlinguer si alleò con Aldo Moro>. Poi il signor Mieli non poteva mancare di ricordare (e te pare!?) che Mussolini portò l’Italia allo sfascio della Seconda Guerra mondiale e alle infami leggi razziali. Per prima cosa osservo: non è possibile che un simile personaggio non conosca la Storia vera, e quindi la falsità di quanto asserisce.

Proviamo a dimostrare quanto sostengo.

Come e perché si giunse alla Seconda Guerra mondiale. Lo storico Rutilio Sermonti attesta (L’Italia nel XX Secolo): <La risposta poteva essere una sola: perché esse volevano un generale conflitto europeo quale unica risorsa per liberarsi della Germania – formidabile concorrente economico – e, soprattutto dell’Italia. Questo è necessario comprendere se si aspira alla realtà storica: soprattutto dell’Italia>.

Nella Conferenza di Ginevra sul disarmo (febbraio 1932), alla quale parteciparono sessantadue Nazioni, l’Italia era rappresenta­ta da Dino Grandi e da Italo Balbo. Grandi, a nome del popolo italiano, sostenne il progetto di una parificazione al livello più basso degli armamenti posseduti dalle singole Nazioni. Venne inoltre esposto il progetto mussoliniano tendente all’abolizione dell’artiglieria pesante, dei carri armati, delle navi da guerra, dei sottomarini, degli aerei da bombardamento, in altre parole la mes­sa al bando di tutto ciò che avrebbe potuto portare ad una guerra di distruzione.

Di fatto, la Conferenza non trovò sbocco alcuno per le oppo­sizioni di Francia e Germania.

Possibile che il signor Mieli non ricorda che Mussolini propose il Patto a Quattro (7 giugno 1933), proprio per integra­re, con un patto politico, l’Europa, mediante un diretto­rio delle quattro Potenze: Inghilterra, Francia, Germania e Italia. Il documento propositivo di Mussolini cominciò a circolare nei tre Stati interpellati. Il documento ebbe successo di siglatura, ma fallì quando, presentato per l’approvazione ai parlamenti inglese e francese la siglatura non fu rispettata e decadde definitivamente a Stresa nel 1935. Mussolini camminava nella tradizione romana, carolingia e cattolica: aspirazione antica sempre delusa. Mussolini aveva ammonito con lungimiranza: “Fare crollare la pace in Europa significa fare crollare l’Europa”>.

Visto che ci siamo, signor Mieli, perché non ricordare che Mussolini, quale Capo del Governo italiano si fece, ancora una volta, promo­tore di un incontro che si svolse a Stresa, nei pressi del Lago Maggiore, tra l’11 e il 14 aprile 1935, con i rappresentanti delle tre Potenze alleate della prima guerra mondiale: l’Italia (Mussolini), Gran Bretagna (MacDonald, J. Simon) e Francia (Laval, Flandin).

Al termine dei lavori fu stilato un documento nel quale i tre Governi constatarono che il ripudio unilaterale posto in essere dal Governo tedesco, nei suoi obblighi per il disarmo, avrebbe potuto pregiudicare la pace in Europa e si dichiararono in perfetto accor­do di opporsi con ogni mezzo a qualsiasi ulteriore disconosci­mento unilaterale degli obblighi previsti nei Trattati e si impegna­rono per una continuazione dei negoziati per il loro riesame. Rin­novarono anche il loro impegno per la sicurezza e l’indipendenza dell’Austria. Signor Mieli, perché  decaddero quegli acordi?

I detentori della maggior parte delle ricchezze della terra, Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti, perché pretesero e ottennero le sanzioni contro l’Italia nel 1935? Per difendere l’Etiopia? Ma non ci faccia ridere; l’Etiopia, forse sobillata proprio da questi Paesi fu responsabile dell’attacco al consolato italiano di Gondar, l’11 novembre 1934 (dove rimase ucciso un militare di colore fedele all’Italia) e, come ricorda il giornalista e storico svizzero, Paul Gentizon (Difesa dell’Italia): <Ancora nel 1924 l’Italia che ha appoggiato lealmente l’accoglimento dell’Etiopia nella Società delle Nazioni riceve festosamente a Roma Ras Tafari, firma con lui un Patto di amicizia accompagnato dalla offerta di un aiuto finanziario. Tutto ciò non disarma la boria e la malvagità del governo abissino che respinge sistematicamente le domande di concessioni e turba il libero commercio tra Eritrea e Etiopia con una tacitamente organizzata guerriglia di rapina. Gli incidenti scoppiano a catena e non si sa più come giustificarli o come accettarne le giustificazioni. Dal maggio ’28 all’agosto ’35 si allineano 26 offese a rappresentanti diplomatici, 15 aggressioni a cittadini italiani, 51 razzie: tutto ciò avviene in territorio italiano e i morti italiani non mancano>.

La tensione nei rapporti italo-etiopici si aggravarono alla fine del 1934, quando un contingente abissino si accampò davanti al fortino di Ual-Ual difeso dai Dubat, soldati somali fedeli all’Ita­lia, al comando del capitano Roberto Cimmaruta. Lo storico Rutilio Sermonti (L’Italia nel XX Secolo, Edizioni All’Insegna del Veltro, 2001) attesta che le truppe assalitrici erano al comando del colonnello inglese Clifford.

Ual-Ual era una località posta al confine, sin da allora incerto, fra Somalia ed Etiopia, ma mai rivendicato dal Governo Abissino.

II 5 dicembre di quell’anno, dopo che i Dubat rifiutarono la richiesta abissina di sgombero, questi scatenarono l’assalto e lo scontro si concluse all’alba del giorno seguente con la vittoria ita­liana, ma le nostre truppe coloniali lasciarono sul terreno 120 morti. Si è scritto che dietro questo grave incidente ci fosse la mano di Londra e Parigi; ma questo non è provato.

Bruno Barrella su Il Giornale d’Italia del 18 luglio 1993, rammentando i fatti di Ual-Ual, scrive: <È l’ultimo di una catena di episodi di sangue che avvenivano lungo uno dei confini più la­bili dell’epoca>.

Per risolvere pacificamente il dissidio creatosi a seguito degli incidenti di Ual-Ual, venne istituita una commissione arbitrale italo-etiopica, presieduta dallo specialista greco di diritto interna­zionale, Nicolaos Politis. La commissione, il 3 settembre 1935, emetteva la sentenza attribuendo le cause degli scontri agli atteg­giamenti ostili di alcune autorità locali abissine, escludendo, di conseguenza, ogni responsabilità italiana.

L’alleanza con il nazionalsocialismo? «Ades­so che la politica inglese aveva forzato Mussolini a schierarsi nell’altro campo, la Germania non era più sola» (La Seconda Guerra Mondiale, di Winston Churchill, 1° volume, pag. 209). Quasi con le stesse parole George Trevelyan nella sua “Storia d’Inghilterra”, a pag. 834, ha scritto: <E l’Italia che per la sua posizione geografica poteva impedire i nostri contatto con l’Austria e i Paesi balcanici, fu gettata in braccio alla Germania>. E vogliamo dimenticare il più noto studioso del fascismo?  Renzo De Felice (Storia degli Ebrei sotto il Fascismo, pag. 137): <Sulla ineluttabilità dell’alleanza con Hitler e quindi della necessità di eliminare tutti i motivi non solo di frizione, ma anche solo di disparità con la Germania>. Mussolini era conscio che l’antisemitismo occupava uno spazio preminente nell’ideologia nazionalsocialista, di conseguenza se voleva eliminare le ultime diffidenze tedesche, anche nel ricordo del “tradimento italiano del 1915” e giungere ad una reale alleanza militare, doveva adeguarsi alle circostanze. Riteniamo che fosse questa e non altre la ragione della scelta del Duce.

Tanto, ma tanto ancora avrei da scrivere e condannare i veri criminali dello scorso secolo, e mi riferisco a Franklin D. Roosevelt e Winston Churchill, personaggi abominevoli che galleggiano su un mare di sangue.

Passo ora a trattare l’argomento più infame: l’accusa di essere Mussolini la concausa della reale, o bugiarda accusa del massacro degli ebrei.

Signor Mieli, mi sa spiegare – e spiegarlo agli italiani – come mai negli anni 1938-1942 gli ebrei che fuggivano dai Paesi occupati dai tedeschi anziché rifugiarsi in Russia o in Inghilterra o negli Stati Uniti si rifugiavano in Italia ed erano decine di migliaia? Eppure in Italia vigevano le leggi razziali.

   Proverò a spiegarlo io, ma se sbagliassi, mi corregga. Se può.

Gli inglesi non usarono solo le parole, ma la violenza contro gli israeliti. Rosa Paini (storica ebrea, Il cammino della speranza) riferisce che nel ’41 un folto nucleo di famiglie fuggito da Bratislava, imbarcato sul piroscafo “Pendeho”, composto da 510 profughi cechi e slovacchi, dopo aver navigato sul Danubio giunse nel Mar Nero. Qui, e precisamente a Sulina, salì a bordo il console britannico e informò i malcapitati che il suo governo li considerava immigranti illegali: di conseguenza, se si fossero avvicinati alle coste della Palestina, sarebbero stati silurati. Dovettero quindi ripartire e, superati diversi incidenti, giunsero all’isola disabitata di Camillanissi dove non c’era nemmeno acqua. Sbarcati, assistettero impotenti all’affondamento del battello. Dopo cinque giorni di sofferenze sopraggiunse una nave della Croce Rossa Italiana che imbarcò i profughi per trasferirli a Rodi, dove rimasero alcuni mesi e quindi imbarcati e trasferiti in Italia. Fra i tanti vale la pena di ricordare un altro dramma: nel febbraio del 1942 lo “Struma”, una nave di profughi proveniente dalla Romania, si vide rifiutare dagli inglesi il permesso di sbarcare, e, respinta anche dai turchi, affondò nel Mar Nero: settecentosettanta persone annegarono (Paul Johnson, Storia degli ebrei, pag. 582).

Lo storico israelita Léon Poliakov (“Il nazismo e lo sterminio degli ebrei”, pag. 63) accusa apertamente il governo britannico ricordando che qualche convoglio clandestino, formato con l’aiuto di Eichmann, tentò di discendere il Danubio su barche, mirando alla Palestina, ma le autorità inglesi rifiutarono il passaggio di questi viaggiatori perchè sprovvisti di visto. <Così si assiste al paradosso che la “Gestapo” spinge gli ebrei verso il luogo della salvezza, mentre il governo democratico di Sua Maestà britannica ne preclude l’accesso alle future vittime dei forni crematori>.

Oppure:   L’esperto di sondaggi Elmo Roper osservò: <Gli Stati Uniti avrebbero certamente potuto accogliere un gran numero di profughi ebrei. Invece, durante il periodo bellico, ne furono ammessi soltanto 21 mila, il 10% del numero concesso secondo la legge delle quote. La ragione di questo fatto era l’ostilità dell’opinione pubblica. Tutti i gruppi patriottici, dall’American Legion ai Veterans of Foreign Wars, invocavano un divieto totale all’immigrazione. Ci fu più antisemitismo durante il periodo della guerra che in qualsiasi altro della storia americana (…). Negli anni 1942-44, ad esempio, tutte le sinagoghe di Washington Heights, New York, furono profanate>.

Un’altra testimonianza ci viene offerta dal “Neue Zürcher Zeitung”, il quale il 18 gennaio 2000 ha pubblicato una lettera a firma di Susi Weill che, fra l’altro, ha scritto: <I miei genitori avevano tentato invano di emigrare in America, ed oggi è un fatto stabilito che le rappresentanze diplomatiche americane in Europa avevano ricevuto l’ordine di respingere tali domande>.

Quando fu necessario, il governo americano usò la forza, come ricorda Franco Monaco (op. cit., pag.175): <Allorchè a un piroscafo carico di ebrei, partito da Amburgo, fu vietato l’attracco a New York, quei fuggiaschi vennero accolti in Italia e poi dislocati in varie zone della Francia, della Dalmazia e della Grecia>.

   Non è sufficiente? E allora andiamo avanti.

Ha scritto Daniele Vicini su “L’Indipendente” del 20 luglio 1993: <Ebrei e comunisti sciamano verso il Brennero, frontiera che possono varcare senza visto a differenza di altre (americana, sovietica, ecc.) apparentemente più congeniali alle loro esigenze>. Dello stesso parere è Klaus Voigt che in “Rifugio precario” osserva quanto fosse strana la dittatura fascista. Infatti scrisse: <Fino all’entrata in guerra dell’Italia non risulta neppure un caso di condanna o allontanamento di un emigrante per attività politica (…). Eppure dal 1936, la Germania è il principale alleato e quegli “emigranti” sono suoi nemici. Polizia e carabinieri ricevevano disposizioni dal Duce, chiare ed essenziali, anzi ridotte ad una sola parola: “Sorvegliare”. Non arrestare>. Allora, Signor Mieli, come ripeto: in Italia vigevano le leggi razziali. Tutti pazzi?

Andiamo avanti, Signor Mieli? Volentieri, fino a che lo spazio me lo concede.

<Mentre, in generale,  i governi filofascisti dell’Europa asservita non opponevano che fiacca resistenza all’attuazione di una rete sistematica di deportazioni capi del fascismo italiani manifestarono in questo campo un atteggiamento ben diverso. Ovunque penetrassero le truppe italiane, uno schermo protettore si levava di fronte agli ebrei (…). Un aperto conflitto si determinò tra Roma e Berlino a proposito del problema ebraico (…). È significativo il fatto che i tedeschi non sollevarono mai il problema degli ebrei in Italia. Certamente temevano di urtare la suscettibilità italiana (…). Appena giunte sui luoghi di loro giurisdizione, le autorità italiane annullavano le disposizioni decretate contro gli ebrei (…)> (Léon Poliakov, “Il nazismo e lo sterminio degli ebrei”, pagg. 219-220).

Andiamo avanti?

Poliakov scrive: <Mentre i Prefetti (francesi) ordinavano arresti e internamenti, allestivano convogli per la Gestapo, le autorità militari italiane, a dispetto delle minacce, ordinavano l’annullamento di tali ordini. Tra le autorità d’occupazione tedesche e il Governo di Berlino, tra il governo di Berlino e il Governo di Roma, tra le autorità di Vichy e i generali italiani vi era un continuo scambio di note nervose e impazienti. La Germania chiedeva all’Italia di agire nello spirito delle disposizioni tedesche. L’Italia rifiutava e resisteva>. Non solo, ma il Governo italiano ottenne che gli ebrei italiani residenti nelle zone occupate dall’esercito tedesco fossero esentati dall’obbligo di mostrare la stella gialla.  Lo stesso accadeva nella Legazione di Bruxelles. Addirittura, secondo quanto scrive Martelli, che include un documento nel quale descrive come il Consolato Italiano di Bruxelles esigeva che venissero esentati dall’imporre la stella gialla e dai lavori forzati, anche gli ebrei greci perchè le truppe italiane occupavano parte del territorio greco. Questo, evidentemente era troppo, infatti un ordine del Conte Blanco Lanza d’Ajeta, del Ministero degli Esteri di Roma, con un telegramma datato agosto 1942, imponeva di <sospendere tutte le iniziative prese in merito ai cittadini ebrei greci>. http://motlc.wiesenthal.com

Lo stesso docente dell’Università ebraica di Gerusalemme, George L. Mosse, nel suo libro “Il razzismo in Europa”, a pag. 245 ha scritto: <Il principale alleato della Germania, l’Italia fascista, sabotò la politica ebraica nazista nei territori sotto il suo controllo. Le leggi razziali introdotte da Mussolini nel 1938 impedivano agli ebrei di svolgere molte attività e si tentò anche di raccogliere gli ebrei in squadre di lavoro forzato; ma mentre in Germania Hitler restringeva sempre più il numero di coloro che potevano sottrarsi alla legge, in Italia avveniva il contrario: le eccezioni furono legioni. Come abbiamo già detto, era stato Mussolini stesso a enunciare il principio “discriminare non perseguire”. Tuttavia l’esercito italiano si spinse anche più in là, indubbiamente con il tacito consenso di Mussolini (…). Ovunque, nell’Europa occupata dai nazisti, le ambasciate italiane protessero gli ebrei in grado di chiedere e ottenere la nazionalità italiana. Le deportazioni degli ebrei cominciarono solo dopo la caduta di Mussolini, quando i tedeschi occuparono l’Italia>.

Vedo che lo spazio a mia disposizione si esaurisce, allora oso chiedere al signor Mieli: se quanto ho scritto risultasse vero, perché tanta vigliaccheria verso l’unico statista onesto e capace che l’Italia abbia avuto da secoli? Mi permetto di esporre la mia idea riferendomi a quanto ha scritto Rutilio Sermonti, e riportato all’inizio di queste pagine: <La risposta poteva essere una sola: perché esse volevano un generale conflitto europeo quale unica risorsa per liberarsi della Germania – formidabile concorrente economico – e, soprattutto dell’Italia. Questo è necessario comprendere se si aspira alla realtà storica: soprattutto dell’Italia>. E la risposta viene per bocca dello stesso Benito Mussolini; nel corso di una intervista che il Duce concesse nel suo studio presso la Prefettura di Milano a Gian Gaetano Cabella, direttore del Popolo di Alessandria, nel pomeriggio del 20 aprile 1945, cioè sei giorni prima del suo assassinio: <RICORDATEVI BENE: ABBIAMO SPAVENTATO IL MONDO DEI GRANDI AFFARISTI E DEI GRANDI SPECULATORI (…)>.

E quel mondo dei grandi affaristi e dei grandi speculatori, oggi sono i padroni e il mondo è una loro colonia.

E l’abbiamo voluto noi, salvo pochi…e fra questi pochi, non ci sono i vari Mieli, Augias, Minoli ecc.

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Da Napolitano a Grillo. Il ruolo detonatore dei movimenti

La rielezione di Napolitano è solo una tappa di un processo che viene da lontano, e che ha visto nella nomina del governo Monti uno dei momenti più significativi. Questo processo parte dal falso postulato, ben propagandato dal sistema mediatico partitico, secondo il quale il cittadino sarebbe maggiormente tutelato quando ad occuparsi dei suoi interessi è un organo neutro, che controlla l’applicazione delle, o applica le, regole del mercato in modo imparziale, piuttosto che un organo legittimato politicamente. Infatti la decisione di “Re Giorgio” di accettare un nuovo mandato trae legittimazione, ed è diretta espressione, della crisi in cui versa l’organo istituzionale detentore del potere politico di indirizzo: il Parlamento. Dal momento in cui tale crisi ha raggiunto livelli macroscopici, tanto da rendere impossibile la formazione di un governo, l’estrema ratio per evitare la completa implosione delle Camere e soprattutto la conseguente isteria dei mercati internazionali, è stata quella di far succedere un presidente a se stesso, e non certo un presidente qualunque. Da qui si aprono due ordini di considerazioni: le prime riguardano il ruolo del Presidente della Repubblica e l’estensione dei suoi poteri e delle sue funzioni, le seconde approcciano invece un tema più generale che è quello della delegittimazione delle istituzioni e della crisi della rappresentanza.

Nel suo precedente mandato, Napolitano ha interpretato ruoli molto diversi all’interno degli equilibri tra organi costituzionali: fino a quando la maggioranza parlamentare era forte e compatta, il presidente si è limitato a controfirmare gli atti che i ministri gli sottoponevano (ha infatti fatto scarsissimo uso- una sola volta in 5 anni- del potere di rinvio alle camere), mentre al momento della crisi di governo ha assunto poteri di indirizzo politico nominando Monti come premier di un governo tecnico. Dal punto di vista giuridico non si possono far molte critiche a questo modo di procedere, dal momento che è proprio del nostro sistema sbilanciarsi verso il capo dello Stato quando non vi è coesione nel Parlamento. Secondo la nostra architettura costituzionale tanto più forte è il Parlamento tanto più debole è il Presidente della Repubblica, e viceversa. Si può dunque dire che la torsione verso una sorta di “presidenzialismo d’emergenza” è pienamente inscritta nelle regole della nostra democrazia parlamentare, dal che ne consegue che le nostre critiche sono dettate da valutazioni squisitamente politiche. Il punto di partenza è infatti la comprensione dei rapporti di forza che sono alla base della strutturazione politica di uno Stato, la comprensione cioè che la decisione costituente del governo di un paese si radica ed è espressione delle forze dominanti, a livello economico e sociale, in quel dato momento storico.

Perciò diciamo che il neo eletto Presidente è stato solo uno strumento di giochi ed equilibri economici e politici, in parte estranei ai centri di potere nazionali. Napolitano ha incarnato e si è fatto portavoce del neoliberismo europeo ed internazionale il quale, attraverso le emergenze economiche e sociali da lui stesso create, si impone in tutta la sua forza (forza di Stato, forza di legge) scaricando i costi della ristrutturazione sulle categorie socio-economiche subalterne, inasprendo dunque le condizioni materiali di vita di tutti. La crisi sistemica, in cui imperversano le economie occidentali, pesa su tutti perchè: se le crisi cicliche erano momento necessario, non solo per aggredire nuovi territori e conquistare nuovi mercati ma, anche per riaffermare come naturali e ineludibili le regole del mercato (per cui bastavano le politiche Tatcheriane e le riforme di Amato), oggi è evidente che sarà necessario cambiare anche i regimi di governo, oltre che incidere sulla struttura produttiva.

Sta di fatto, che i mercati sono spaventati dall’instabilità politica e la necessità di tranquillizzarli diventa il valore ultimo dell’attività degli organi politici: sopire le preoccupazioni delle borse attraverso segnali di continuità. Napolitano è il nostro segnale di continuità!

[ D’altra parte, per tirare questo genere di conclusioni non bisogna neanche più saper leggere tra le righe dal momento che è lo stesso Napolitano ad esplicitarle nel suo discorso di insediamento: “La rielezione, per un secondo mandato, del Presidente uscente, non si era mai verificata nella storia della Repubblica, pur non essendo esclusa dal dettato costituzionale, che in questo senso aveva lasciato – come si è significativamente notato – “schiusa una finestra per tempi eccezionali”.Ci siamo dunque ritrovati insieme in una scelta pienamente legittima, ma eccezionale. Perché senza precedenti è apparso il rischio che ho appena richiamato : senza precedenti e tanto più grave nella condizione di acuta difficoltà e perfino di emergenza che l’Italia sta vivendo in un contesto europeo e internazionale assai critico e per noi sempre più stringente. Bisognava dunque offrire, al paese e al mondo, una testimonianza di consapevolezza e di coesione nazionale, di vitalità istituzionale, di volontà di dare risposte ai nostri problemi : passando di qui una ritrovata fiducia in noi stessi e una rinnovata apertura di fiducia internazionale verso l’Italia.]

Il “vecchio” presidente esprime chiaramente la volontà di consacrare la necessità (ad esempio di assicurare governabilità in un momento di emergenza) come valore ultimo dell’agire politico delle istituzioni, come giustificazione a posteriori di qualunque decisione politica: la necessità, insomma, diventa fonte di legittimità; nel nostro caso legittimità di procedere al rafforzamento del ruolo dell’esecutivo, governo o capo dello Stato poco cambia, a scapito di quello legislativo.

Seguendo il filo di questo ragionamento, individuiamo nella nomina del governo Monti uno dei passaggi più salienti dell’imbarbarimento, della vita politica italiana. Infatti la spoliticizzazione della vita pubblica, la presunta neutralità delle posizioni e delle decisioni di fronte all’emergenza, auspica governi tecnici e chiede a gran voce che negli organi istituzionali non siedano politici di professione, ormai generalmente riconosciuti come una casta, ma tecnici che sanno usare strumenti adeguati per tagliare, cucire, ristrutturare il paese con apposite manovre “salva Italia”. Il dato da sottolineare è che questo spostamento verso i tecnici porta con sé l’abbandono del concetto di responsabilità politica: solo un professore può tagliare i fondi allo stato sociale senza incorrere nella sanzione della mancata rielezione, come solo un buon padre di famiglia è nel diritto di censurare, inibire, reprimere le aspirazioni del figlio o della figlia in nome del loro bene. Monti e Napolitano rappresentano un vero e proprio processo di infantilizzazione, del quale la struttura economica capitalista si è sempre servita per assicurare in generale il suo dominio e la stabilità delle relazioni gerarchiche, in particolare una costante crescita della ricattabilità lavorativa (ma anche esistenziale) attraverso una altrettanto costante crescita della competitività.

E siamo quindi giunti al secondo ordine di considerazioni: la delegittimazione delle istituzioni. Possiamo iniziare col dire che alla crisi economica iniziata nel 2008 ha fatto da contro altare l’esplosione della crisi della rappresentanza, e dunque delle istituzioni democraticamente elette, dal momento che, come dicevamo prima, oggi si gioca la partita della ridefinizione della forma di governo oltre che del sistema produttivo. Infatti la crisi della rappresentanza, non investe le categorie sociali che da sempre non trovano rappresentazione dei propri interessi (i lavoratori, i disoccupati, i precari) ma, è interna alla classe finora dominante: la borghesia. Non a caso i partiti che si trovano in difficoltà sono quelli che, se un tempo riuscivano a rappresentare gli interessi dell’intera classe borghese, oggi sono invece espressione solo di segmenti della stessa: grande borghesia legata all’economia transnazionale ed europea (PD), grande borghesia legata all’economia domestica (PDL). Se il sistema dei partiti, il loro ruolo all’interno del regime democratico, rappresenta l’ossatura della forma di governo, la loro trasformazione da canali di partecipazione a cordate di interessi rappresenta l’involuzione autoritario-corporativa delle democrazie contemporanee, le quali difatti oggi portano avanti aggressioni neo-coloniali (neanche troppo mascherate, in nome dei diritti umani e della civilizzazione), militarizzano territori interni dilaniati da emergenze ambientali (da L’aquila alla Val susa), rinchiudono nei C.I.E. i clandestini che arrivano sulle nostre coste a causa delle guerre scatenate dallo stesso blocco occidentale.

Tornando all’attualità specificamente italiana, il dato politico di questi giorni che bisogna raccogliere è che, per la prima volta, l’elezione del Presidente della Repubblica (che avviene completamente all’interno del palazzo del potere) è divenuto momento di espressione del disagio della cittadinanza, che infatti si è assiepata davanti a Montecitorio per esprimere la sua opposizione/indignazione verso l’ennesimo “inciucio” tra partiti e poteri forti europei. In quella folla non c’erano solo elettori del movimento 5 stelle incitati dalla miopia politica di Grillo (che ha gridato al colpo di stato) a scendere in piazza, ma, come chiunque abbia avuto modo di rendersi conto facendo una passeggiata lì in mezzo, anche molti delusi del Partito Democratico, di Rivoluzione civica, di Sel e di tutti quelli che ancora credono che i partiti possano essere canale di partecipazione, e strumento di traduzione, degli interessi degli elettori. Raccogliere un dato politico significa anzitutto cercare di interpretare le condizioni oggettive che lo hanno determinato, non tanto per riprodurle, ma per analizzarne le potenzialità. Ovviamente l’analisi non è mai neutra, ma influenzata dal punto di osservazione in cui ci si situa: un osservatore modifica un sistema solamente per il fatto di osservarlo. Dunque il punto di vista da cui partiamo è quello della radicale opposizione al capitalismo, che oggi si presenta nella sua declinazione neoliberista.

Da questo punto di vista ci sembra quindi di vedere nel Movimento 5 Stelle un elemento di continuità: il loro obiettivo è salvare l’Italia dal vero cancro che l’affligge: corruzione e partitocrazia. Inutile sottolineare quanto simile prospettiva politica sia distante da noi, anche perchè inevitabilmente destinata a sfociare in proposte liberiste che spostano semplicemente le cordate del profitto da una filiera all’altra (ad esempio attraverso la green economy). É elemento di continuità perchè continua a vedere nel Parlamento, nelle leggi e nelle riforme, strumenti per agire il cambiamento di cui crede essersi fatto catalizzatore, mentre invece ripropone la cultura della delega: Grillo decide quando e come protestare o essere visibili nelle piazze, mentre detta la linea del contegno che i “suoi” parlamentari devono tenere durante i lavori delle camere (ad esempio: sabato scorso davanti Montecitorio si sono ritrovate le persone che avevano risposto alla mobilitazione e che spontaneamente credevano fosse giusto esprimere la propria rabbia di fronte a questa ennesima presa in giro. Ma dopo poco tempo, le pressioni che sicuramente ha ricevuto Grillo, hanno prodotto la ritirata dell’appello alla mobilitazione e in primis la diffusione della falsa notizia secondo la quale il presidio si sarebbe spostato a Piazza del Popolo).

Se l’m5s è espressione di qualcosa possiamo dire che ha sicuramente colto e fatto sua l’insoddisfazione, arrivata al suo apice, verso il sistema politico-partitico Italiano e le sue pratiche, e infatti lo stesso sabato in cui Grillo batteva ritirata, poche migliaia di persone sono comunque approdate in piazza per delegittimare la figura di eroe della patria di Napolitano. Tutte le persone che si sono mosse in corteo, da sotto Montecitorio, non vedevano l’ora di urlare e sfogare la rabbia per una situazione insostenibile.

Sembrerebbe dunque corretto dire che, da un po’ di tempo ormai, si è avviato un processo di consapevolezza che evidentemente risulta soffocato, e soprattutto indirizzato verso falsi obiettivi. Se ci sono dispositivi che intercorrono tra l’indignazione e la capacità di mediarla forse dovremmo svolgere semplicemente il ruolo di detonatore. Infatti, se con la morte della prima Repubblica si è delegato alla magistratura l’insoddisfazione, oggi sicuramente migliaia di persone si sono messe in gioco per denunciare e trovare delle alternative. Come si fa a non cogliere questo? Se prima si rifiutavano alcuni partiti che avevano gettato la maschera, oggi è evidente che si rifiuta il partito prima di tutto come dispositivo che non vuole e non può intercettare la domanda politica e riversarla in parlamento, perchè questo significherebbe recepire, nella forma concetti come orizzontalità e distribuzione delle responsabilità e delle decisioni e, nella sostanza il rifiuto all’austerity e alla sovranità dei mercati sulla politica.

Crediamo che non ha nessun senso e che dimostra, soprattutto, segni di mancanza di lucidità politica, credere che le persone che in questo momento, come nel recente passato, scendono in piazza, che facciano parte del movimento 5 stelle o meno, siano soggetti da portare da un lato piuttosto che dall’altro, ma sono delle persone insieme alle quali capire e affrontare le prossime mosse per resistere e contrattaccare, non certo per salvare l’Italia alla Grillo, ma per non subire l’austerity ed immaginare una rivoluzione possibile, rifiutando quella programmata.
Quello che Grillo compie come operazione comunicativa è l’ennesima mistificazione del concetto di Politico: convince i suoi seguaci della possibilità che un progetto politico possa essere completamente trasversale, purchè basato sul buon senso e sulla trasparenza. Quello che Grillo non rivela ai suoi seguici è che qualsiasi presa di parola politica è necessariamente di parte, significa proprio prendere posizione.

Ciò che inoltre non è chiaro al M5S è che il processo di costruzione di un pensiero, di una alternativa, di un idea rivoluzionaria si accumula nelle pratiche e non solo nella votazione diffusa o per alzata di mano. Politico è il processo che porta alla costruzione congiunta delle opposizioni. Avviare un processo politico significa avviare un processo di verità, intraprendere cioè una percorso di consapevolezza all’interno del quale le oppressioni e le ingiustizie vengono insieme identificate, nominate e combattute. La sfida che si pone a chi vuol essere protagonista di una rottura rivoluzionaria, il che vuol dire non solo determinare un cambiamento ma anche indirizzarlo, è dunque sempre la stessa: farsi accumulatori della rabbia sociale, catalizzare il processo di coscienza facendoci detonatore.

Degage

http://www.infoaut.org/index.php/blog/prima-pagina/item/7624-da-napolitano-a-grillo-il-ruolo-detonatore-dei-movimenti

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Reddito minimo, quanto costa e come si potrebbe fare

Il sostegno al reddito è il punto debole più grave del welfare italiano. Le lezioni della sperimentazione del Reddito minimo d’inserimento mostrano che l’introduzione del reddito minimo garantito è possibile. Ma quanto verrebbe a costare una misura come quella proposta dalla legge d’iniziativa popolare (http://www.redditogarantito.it/#!/home) appena presentata alla Camera? (…) I dati di varie ricerche (Bin- Italia, Caritas, Istat) dicono che il reddito minimo costa dai 6 ai 18 miliardi di euro all’anno. Sottraendo da queste stime quanto viene oggi speso in misure di integrazione del reddito, l’impegno effettivo di spesa sarebbe pari a 5 miliardi circa per garantire un reddito minimo pari a 7.200 euro annui (600 euro al mese). Sono numerose le proposte sulle possibili vie di finanziamento. Come ha sostenuto la Campagna Sbilanciamoci!, l’introduzione di una patrimoniale dello 0,5% sui patrimoni superiori ai 500.000 euro porterebbe a un incasso di 10,5 miliardi di euro. Mediante la tassazione di tutte le rendite finanziarie al 23% (livello standard europeo) si potrebbe ottenere un introito fiscale di circa 2 miliardi di euro.

Sul fronte della spesa pubblica, sono 5 i miliardi che si riuscirebbero a risparmiare con una riduzione della spesa militare. Se non vogliamo allontanarci dai temi sociali, le risorse potrebbero essere reperite tagliando frazioni di erogazioni assistenziali. Si tratta di quella parte della spesa con un’efficacia distributiva inadeguata in quanto indirizzata a soggetti il cui reddito risulta ben superiore alla soglia del rischio di povertà. Azzerando, ad esempio, la spesa pubblica per pensioni e assegni sociali alle persone che hanno un reddito superiore alla mediana, si liberebbero risorse per quasi 2 miliardi di euro. A questo si potrebbe aggiungere il 34% della spesa per assegni al nucleo familiare che viene percepita dalla metà più ricca della popolazione. Si recupererebbero così altri due miliardi. Se applichiamo infine la stessa metodologia alle integrazioni al minimo otteniamo risorse aggiuntive per un ammontare di 3 miliardi di euro.

Complessivamente siamo a 6 miliardi di euro. Sebbene stime dettagliate sul costo del reddito minimo richiedano analisi approfondite e aggiornate, l’introduzione di uno schema di reddito minimo appare oggi del tutto fattibile dal punto di vista finanziario. Il vero problema resta la mancanza di volontà politica. Quando, nel 2003, venne cancellato il Reddito minimo d’inserimento, il progetto venne criticato in quanto utopico e incompatibile con un’economia di mercato. Al contrario, la sperimentazione del 1998, con le opportune modifiche per una sua generalizzazione, mostrano la fattibilità di una sua introduzione. Fattibile, ma soprattutto urgente per tutto ciò a cui stiamo assistendo oggi: crisi dell’economia reale, impoverimento del lavoro, fragilità economico-sociale delle famiglie, lacune spaventose del sistema di welfare, disuguaglianze crescenti.

Armando Travaglini
Fonte: www.ilmanifesto.it
27.04.2013

La versione completa dell’articolo è su www.sbilanciamoci.info

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Il mondo è traviato da un individualismo estremo, un sistema economico e sociale che distrugge il benessere collettivo e quell’armonia che dovrebbe esistere tra tutti gli esseri viventi. Siamo degli schiavi, servi della gleba, non c’è rispetti per la vita ne per il prossimo. Viviamo in un mondo incivile. Il reddito di cittadinanza sarebbe un primo passo verso la civiltà ma dimentico che l’egoismo di chi sta bene a discapito degli altri è la base dell’attuale sistema. Difficile far ragionare menti corrotte da anni di cattiva educazione.

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28 aprile 2013 | Autore

Di Marco Saba, 8 settembre 2004

Nell’articolo precedente della serie dei grandi misteri (“Secondo le banche centrali, i politici e lo Stato sono troppo corrotti” – 25 agosto 2004), ho accennato alla storia del Titanic e del Kursk (vedi nota sotto), alla “fine” dei Romanov, all’attacco di Pearl Harbour e ad altri fatti che trovano origine nel corrotto sistema monetario adottato in occidente. Questo articolo rappresenta idealmente la seconda puntata di quella che potrebbe diventare una telenovela.

Le carte di Mussolini

Proprio in questi ultimi giorni, vi sono stati vari programmi televisivi che hanno trattato del mistero delle carte scomparse di Mussolini. Tra queste carte vi erano lettere tra Mussolini e Churchill e tra Mussolini e Chamberlain. Mussolini cercò di tenerle con sé sino all’ultimo, quasi fossero una polizza sulla vita, ma alla fine scomparvero per venire poi parzialmente pubblicate negli anni seguenti su alcuni giornali. Dopo la morte di Mussolini, vi fu una missione segreta inglese per recuperare queste carte nella zona del lago di Como. Si pensa che circa 450 persone siano state eliminate perché, al pari della Petacci, sapevano “troppo” in merito a queste carte. Questa eliminazione di testimoni non può non ricordare l’episodio dell’assassinio di Kennedy, dove praticamente tutte le persone che erano presenti nella zona del delitto, o sono morte o sono state eliminate.

Il problema è: che cosa dicevano le carte di Mussolini di talmente imbarazzante? Facciamo una ipotesi: trattavano della questione monetaria e del sistema bancario. Mussolini aveva incontrato Ezra Pound nel 1933 ed il poeta lo aveva ampiamente informato su come funzionava il sistema usurocratico. Lo stesso Mussolini aveva sospeso il pagamento dei buoni del Tesoro che costituiscono una parte importante del sistema truffaldino che indebita gli italiani per sempre. Proprio nel codice civile fascista troviamo l’articolo che disciplina il “Fondo Patrimoniale”, un sistema per salvaguardare i beni immobili dagli appetiti delle banche creditrici. In una recente sentenza, il Tribunale di Busto Arsizio, in una causa che vedeva contrapposte a dei privati delle banche creditrici, ha fatto finta che tale articolo non avesse valore (tanto per capire fin da subito da che parte sta certa magistratura). Quanto sopra detto, è sufficiente per ritenere che non solo Mussolini era perfettamente a conoscenza di cosa non andava nel sistema bancario, ma anche che avesse in qualche modo cercato di mettere dei paletti. Con la diffusione di internet, si è oggi in grado di scoprire che tre mesi prima di essere assassinato, Kennedy, andando oltre alle iniziative di Mussolini, aveva promulgato l’ordine esecutivo 11110 tre mesi prima della sua morte. Questo ordine fatale prevedeva che gli stati uniti potessero stamparsi dollari propri senza passare dalla Federal Reserve. Tenendo conto del fatto che le carte mussoliniane non vennero mostrate nemmeno al bravo Peter Tompkis, l’ex agente dell’OSS, vi è ragione di pensare che una approfondita indagine in tale direzione potrebbe rivelare cose inedite.

Ezra Pound in manicomio

Ezra Pound nel 1944 teneva delle trasmissioni radiofoniche e collaborava con un quotidiano (Ezra Pound, “Per il popolo di Alessandria”, 1944,http://www.antoniomaconi.it/libri/pound/index.htm). Venne accusato di tradimento dagli americani e venne arrestato da James Jesus Angleton, che peraltro lo conosceva già da alcuni anni. La parte più interessante del lavoro di Pound, che era principalmente un poeta, riguarda le sue ricerche in campo monetario (Ezra Pound, “ABC dell’economia e altri scritti”, 1994). Nei libri tradizionali dedicati a Pound, molto poco si dice di queste sue scoperte in campo monetario. Diciamola tutta: sono pesantemente censurati in merito. Al meglio parlano di questa ricerca come di una “bizzarria”, quasi giustificata dal suo successivo ricovero in manicomio, al St. Elizabeth. Un manicomio affollato di altri personaggi misteriosi, ad esempio John Forbes Nash e Ron Lafayette Hubbard. Mentre Pound era ricoverato in manicomio, aveva incaricato una persona, Eustace Mullins, di fare una ricerca sulla Federal Reserve e di pubblicarne i risultati (Eustace Mullins, “The London Connection”, Kasper and Horton, New York, 1952, http://www.illuminati-news.com/e-books/Secrets_of_the_Federal_Reserve.pdf). Questo libro venne pubblicato in Germania nel 1955 e, sotto pesanti pressioni della ADL, La Lega Ebraica Antidiffamazione, nonostante il libro non contenga assolutamente la parola “ebreo”, venne sequestrato e bruciato nelle piazze. Ricordo che siamo nel 1955, non durante il ventennio fascista o sotto il nazismo. Ma veniamo agli altri due ospiti illustri del manicomio. John Forbes Nash è un brillante matematico che studiò la teoria dei gioci ed apportò un grande contributo: l’equilibrio di Nash. Per questo prese un premio (dedicato a) Nobel, in economia, da parte della banca centrale svedese. Questo equilibrio è quello in cui tutti i giocatori raggiungono una posizione di massimo profitto, una soluzione ottimale. Una situazione che si potrebbe determinare se il signoraggio sul credito e sulla creazione monetaria venisse ridistribuito al popolo. Su Nash esiste un bel film, A Beautiful Mind, ed un libro, “Il genio dei numeri – Storia di John Nash, matematico e folle”, di Sylvia Nasar, Rizzoli, 1999), per chi volesse approfondire. Tuttavia non si fa cenno, nelle due opere citate, di “questione monetaria”. L’altro ospite del manicomio era Ron Lafayette Hubbard, un ex agente dell’ONI (Office of Naval Intelligence), che era ossessionato da due cose: gli effetti del fallout nucleare e i soci privati che si nascondono dietro alle banche centrali. Pur di continuare la sua lotta per diffondere la consapevolezza su questi due gravi problemi, e cercando una soluzione intelligente per sfuggire alla persecuzione del maccartismo, fondò addirittura una religione: Scientology. Oggi su questa organizzazione circolano varie voci, tuttavia mai si dice che cosa ne pensi del sistema monetario e del signoraggio. Certo è che Scientology ha contribuito notevolmente alla chiusura dei manicomi ed alla dismissione della pratica criminale dell’elettroshock (che tuttavia mi dicono si pratichi ancora: ai monetaristi eretici?). Ho sempre pensato che Scientology fosse, almeno agli inizi, una lungimirante operazione di intelligence. Non esistono prove specifiche di scambi di informazioni tra Nash, Hubbard e Pound, tuttavia la coincidenza del luogo e del tempo, e di altri indizi, lasciano ben sperare da una ricerca in tal senso.

I signori del signoraggio e mediobanca

Visto che eravamo negli anni ’50, occorre parlare di una istituzione da sempre vista con venerazione: Mediobanca. Questa banca d’affari che ha manipolato le regole del mercato da quando è nata, raggruppa il fior fiore delle famiglie capitaliste italiane. E’ tramite questa struttura che queste famiglie possono aver garantita ricchezza eterna, poiché l’istituto di via Filodrammatici possiede partecipazioni nelle società a loro volta socie della Banca d’Italia, quella che ci deruba del signoraggio sull’emissione delle banconote. Forse quest’ultimo non è più un gran mistero, ma siccome non mi risulta che gli attenti biografi di Mediobanca ne facciano mai menzione nelle loro ponderose opere, ho deciso di rompere qui il muro del silenzio. In pratica, la cosiddetta libertà del mercato va a farsi friggere quando un oligopolio si mette d’accordo per tener sotto tutti gli altri. Su Mediobanca occorre aggiungere che il magistrato Gherardo Colombo, nelle sue indagini, scoprì cose che la coinvolgevano assieme all’IRI: alcuni strani fondi neri del periodo 1977-1980. Considerato quanto avvenne in quel periodo, compreso il rapimento e l’uccisione di Moro, passando per la costituzione del conto segreto “Protezione”, varrebbe la pena di andare a rispolverare quelle indagini (almeno per una ricostruzione storica). Normalmente si pensa che i fondi neri servano solo per illeciti arricchimenti: servono anche per finanziare il terrorismo. Fu Francesco Pazienza a scoprire che tredici terroristi italiani che si nascondevano in Nicaragua, andavano a riscuotere la loro “pensione” in banche offshore a Panama (Francesco Pazienza, “Il Disubbidiente”, Longanesi, 1999). Le notizie e le fotografie gliele fornì “faccia d’ananas” Manuel Noriega. Col senno di poi, non è che tutti e due abbiano fatto una gran bella fine: da allora sono in carcere. Della serie: se la sono passata meglio i terroristi che quelli che li indagavano. Da che parte sta la magistratura?

Argentina e Banca Mondiale

Facciamo un salto dagli anni ’80 al 2000. Vi sono due fatti che riguardano l’Argentina e che meritano di essere ricordati: la questione dei bond e quella della moneta locale. I Bond argentini – per quanto ne so – non hanno portato soldi “all’Argentina”, ma ad alcune persone che ne gestivano il traffico. Questi bond venivano offerti alle banche al 30% del prezzo nominale, ecco perché l’Argentina fa una giusta resistenza al loro rimborso integrale. Chi si è rubato il 70% del loro valore? L’Argentina, per difendersi da questi squali del sistema bancario, ha cominciato ad emettere una moneta locale gestita dalle provincie. Recentemente la Banca Mondiale ha fatto enormi pressioni sul governo argentino affinché questa moneta venisse ritirata e soppressa. Difatti questo buon esempio – a mio avviso encomiabile – avrebbe potuto “contagiare” gli altri paesi sudamericani (cosa che avverrà ben presto). Col risultato che i “sempre ricchi” dovranno trovarsi un lavoro onesto per tirare a campare. Insomma, per risollevare un paese dalla povertà, sarebbe sufficiente regalargli delle macchine tipografiche “Intaglio” di modo che si possano stampare la loro moneta senza dover cadere nella trappola dell’usura internazionale. Facile, no?

Restate collegati, seguirà la terza puntata.

Nota di Agent Censored sul Kursk:
Caro Marco,
rispetto a quanto riporti, traendolo come prova da Skolnick, già una volta ti dissi che bisogna fare molta attenzione a non screditarsi pur dicendo cose assolutamente esatte. Il sommergibile Kursk, con scafo in lega di titanio, poteva operare ad una profondità massima di 900 metri. Ciò significa che il punto di implosione, come normalmente calcolato, è al 50% superiore, ovvero 1.400 metri di profondità. Il Titanic si trova a più del doppio della profondità e, quindi, il Kursk non può essere mai giunto fino a 3.750 metri di fondale. Non solo, l’americano Ballard ha fotografato tutto lo scafo con l’ALVIN – un sommergibile speciale che può raggiungere i 5.000 metri di profondità. Io ho visto tutte le foto e non esiste nessuna prova che vi siano lamiere piegate verso l’esterno. Poi il relitto è stato fotografato integralmente anche dal sottomarino francese dell’IFREMER (la società che ha lavorato a Ustica prima degli inglesi) ed idem con patate. Di sottomarini me ne intendo un po’ perché ci ho lavorato. Sull’Alvin, per esempio, ci sono stato quando ero a Houston. Tanto tempo fa…

A.C.

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domenica 30 giugno 2013

Il banchiere John Perkins rivela: “Sono stato arruolato dal governo degli Stati Uniti allo scopo di risucchiare le ricchezze di paesi poveri attraverso manipolazioni economiche, tradimenti, frodi, attentati e guerre”. Le strutture petrolifere della Halliburton e della Bechtel; l’indebitamento e la schiavizzazione dei paesi poveri; la guerra in Iraq; il caso del generale Omar Torrijos, comandante della Guardia Nazionale di Panamá morto in un incidente aereo nel ’78; la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale nell’indebitamento dei paesi.

Marcello Pamio – 28 giugno 2013 – pubblicato da Effervescienza inserto della rivista “Biolcalenda

Questa è la storia di John Perkins, il capo economista di una società di consulenze, ingegneria e costruzioni di Boston.
Fin qui nulla di strano.
Quello che interessa è che Perkins ha lavorato come “sicario dell’economia”, una élite di professionisti il cui compito è di orientare la modernizzazione dei paesi in via di sviluppo verso un continuo processo d’indebitamento e di asservimento agli interessi delle multinazionali e dei governi più potenti del mondo.
Sono professionisti, dallo stipendio fantasmagorico, in grado di sottrarre migliaia di miliardi di dollari a paesi di tutto il mondo.
Riversano, o per meglio dire, rubano, il denaro della Banca Mondiale, dell’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (U.S.A.I.D.) e di altre importanti organizzazioni, per così dire umanitarie, per farli finire nelle casse delle corporation e nelle tasche di un pugno di ricche famiglie che detengono il controllo delle risorse naturali del pianeta.

Il controllo di paesi strategici è sempre avvenuto da centinaia di anni, prima con gli imperi coloniali, ora invece spostando elettronicamente enormi quantità di denaro (creato dal nulla dalle banche) da un luogo ad un altro e facendo sprofondare nei debiti miliardi di persone.
I metodi usati dai sicari sono: falso in bilancio, elezioni truccate, tangenti, estorsioni, sesso, per arrivare all’omicidio!

Il compito di Perkins era quello di incoraggiare i leader mondiali a divenire parte di una vasta rete che favorisse gli interessi commerciali dei soli Stati Uniti d’America. Alla fine questi leader rimanevano intrappolati in una ragnatela, in una trama di debiti che ne garantiva la fedeltà assoluta in tutti gli ambiti.
I sicari dell’economia sono pedine importanti che partecipano alla costruzione e mantenimento dell’Impero, chiamato corporatocrazia.
Utilizzando gli strumenti della finanza internazionale, sono riusciti in passato e ci riescono tuttora, a sottomettere paesi in via di sviluppo, quelli ovviamente con risorse naturali nel sottosuolo come petrolio, oro, diamanti, gas e minerali vari (coltan, ecc.) o quelli in posizioni geostrategiche (Panama p.e.).

Quando un sicario assolve al meglio il suo compito, i prestiti elargiti come aiuti o come fondi necessari alla costruzione di infrastrutture importanti (centrali elettriche, autostrade, ponti, ospedali, aeroporti o poli industriali, ecc.) escono dalla Banca Mondiale e/o dall’U.S.A.I.D., ed entrano nelle casse delle lobbies che hanno studiato e progettato tale criminosa strategia.
Ai paesi destinatari delle infrastrutture, cioè ai paesi bisognosi, non solo non arriva nulla, ma anzi, i prestiti sono così ingenti che il debitore si trova costretto alla morosità dopo poco tempo, e quando ciò accade, viene preteso il risarcimento immediato creando ad arte, le seguenti condizioni: controllo dei voti ai paesi membri delle Nazioni Unite, installazioni di basi militari e l’accesso alle multinazionali alle preziosissime risorse naturali. Si esige la restituzione dei debiti anche sotto forma di concessioni petrolifere.

In pratica tutti i paesi che i sicari dell’economia hanno portato sotto l’ombrello dell’Impero globale, hanno subìto un destino simile. Tutti ad eccezione di Iraq e Venezuela.
Questo spiega perché il debito dei paesi del Terzo mondo è arrivato a oltre 2500 miliardi di dollari, mentre i soli interessi economici (nel 2004 erano oltre 375 miliardi) sono superiori all’intera spesa per la sanità e l’istruzione e venti volte gli aiuti che i paesi in via di sviluppo ricevono annualmente dall’estero!

Cosa succede all’agenda mondialista, quando un sicario fallisce il suo compito?
Entra in gioco una razza ancor più sinistra e pericolosa: gli “sciacalli”.
Gli sciacalli sono uomini, mercenari, agenti dell’intelligence che rovesciano il governo di turno, fomentano rivolte, colpi di stato e golpe militari. Spesso mascherano i loro sporchi intervento con strani incidenti (aereo, auto), malori o malattie, uccidendo i capi di stato che non si piegano ai dettami dell’establishment economico-finanziaria.
Se anche lo sciacallo dovesse fallire, allora entrano in gioco i generali con l’esercito, e il risultato è la guerra. Esattamente quello che negli ultimi anni è accaduto in Afghanistan, Iraq sotto Saddam Hussein e Libia con Gheddafi.
In Iran e Venezuela hanno tentato il rovesciamento, ma per fortuna senza risultati.

L’inizio…
Come può un uomo normalissimo come John Perkins, con una semplice laurea in economia, diventare un sicario dell’economia?
Certamente nulla avviene per caso… E infatti tutto ebbe inizio quando sposò Ann, una giovane donna, il cui padre era un brillante ingegnere che lavorava per il Ministero della Marina, e suo zio un alto dirigente della National Security Agency (N.S.A.), l’Agenzia per la sicurezza nazionale statunitense.
Dopo il matrimonio, Perkins fu chiamato per un colloquio alla N.S.A. il cui scopo, scoprì più tardi, era individuare, attraverso test, i suoi punti deboli.
Alcune settimane dopo gli fu offerto un lavoro con il quale cominciò a far pratica nell’arte dello spionaggio. Il passaggio successivo fu l’assunzione alla Main Inc. di Boston, una società di consulenza internazionale, con circa duemila dipendenti sparsi nel mondo.

A questo punto della storia Perkins incontra, quello che sarà il suo mentore e che avrà un ruolo centrale in tutta la storia. Viene avvicinato da Claudine, una donna che approfittò dei punti deboli della sua personalità usando un misto tra seduzione fisica, manipolazione verbale e mentale: metodi studiati appositamente per lui.
Fu proprio lei a spiegargli in cosa sarebbe consistito il suo vero lavoro: per primo doveva giustificare gli enormi prestiti internazionali che avrebbero poi riportato i soldi alla Main Inc. o ad altre potentissime lobbies statunitensi come Bechtel, Halliburton, Stone & Webster, Brown & Root, attraverso grossi progetti di ingegneria e di edilizia; secondo, avrebbe dovuto mandare in rovina i paesi che ricevevano i prestiti affinché restassero per sempre in obbligo, schiavi dei creditori. In pratica il “sicario dell’economia”

In qualità di economista avrebbe dovuto fare previsioni sugli effetti di investimenti multimiliardari in un determinato paese; in particolare doveva elaborare proiezioni sulla crescita economica nei successivi venti o venticinque anni e le valutazioni dell’impatto di tutta una serie di progetti messi poi in atto dalle aziende statunitensi.
Doveva creare altissimi profitti per gli appaltatori e fare felici un pugno di ricche e influenti famiglie dei paesi destinatari, assicurando al tempo stesso la dipendenza finanziaria e quindi la lealtà politica dei governi in tutto il mondo.
In pratica, veniva pagato profumatamente per rubare miliardi di dollari ai paesi in via di sviluppo.

La storia insegna che fin dai tempi più antichi, gli imperi sono stati costruiti e mantenuti attraverso la forza militare e la minaccia, ma con la fine dell’Unione Sovietica e lo spettro di un olocausto nucleare, la soluzione militare divenne troppo rischiosa, per cui vennero optate altre strategie, come quella economica.
Queste strategie, semplici, di grande funzionamento, non necessitavano di eserciti.
Un esempio per tutti, avvenne nel 1951 quando l’Iran si ribellò alla compagnia petrolifera britannica (oggi B.P., British Petroleum) che sfruttava le risorse naturali e il popolo.
Il primo ministro iraniano Mohammad Mossadeq, eletto democraticamente dal popolo, nazionalizzò l’intero patrimonio petrolifero iraniano, scatenando le ire furiose dell’Inghilterra, la quale chiese aiuto agli U.S.A.

Washington invece delle bombe sganciò uno “sciacallo”, l’agente della C.I.A., Kermit Roosevelt (nipote del presidente Theodore), il quale riuscì, a suon di soldi, tangenti e minacce a persuadere un gran numero di persone e organizzare rivolte e dimostrazioni violente in piazza (la medesima e recente strategia applicata in Libia e Siria). Il clima, creato ad arte, dava l’impressione che Mossadeq fosse incapace e soprattutto impopolare. Il primo ministro cadde nella trappola e passò il resto della sua vita agli arresti domiciliari. A quel punto prese il potere lo scià Mohammad Reza, alleato degli Stati Uniti e divenne il dittatore incontrastato per molto tempo, fino alla Rivoluzione.
Questo è uno degli innumerevoli colpi di stato finanziati e orchestrati dagli Stati Uniti ai danni di paesi sovrani; ricordiamo Ecuador, Indonesia, Cile, Panama, Colombia, El Salvador, Bolivia, e praticamente tutto il continente africano.

Come mai simili accadimenti storici non sono conosciuti dalla maggior parte delle persone?
Negli Stati Uniti, ma il discorso in Europa non cambia, la N.B.C. è della General Electric, la A.B.C. della Walt Disney, la C.B.S. di Viacom, la C.N.N. dell’A.O.L. Time Warner, ecc.
La maggior parte dei quotidiani, periodici e case editrici sono posseduti e manipolati da gigantesche corporation transnazionali. Tutti i media fanno parte del medesimo sistema corporativo che ha portato avanti la distruzione sistematica delle economie dei paesi in via di sviluppo, e quindi veicolano solo le notizie politicamente corrette.

Per concludere John Perkins, probabilmente per ripulirsi la coscienza e per un briciolo di onestà intellettuale si è confessato pubblicamente scrivendo il libro intitolato: “Confessioni di un sicario dell’economia”.
E’ bene ricordare che è la confessione di un uomo che ha permesso a sé stesso di diventare una pedina, un sicario, riuscendo grazie alla propria avidità a sfruttare e saccheggiare miliardi di dollari da paesi in difficoltà, creando centinaia di milioni di poveri.
Il libro comunque è molto interessante, soprattutto perché permette una maggiore comprensione e visione d’insieme, dei fatti storici e dell’andamento della società moderna, tutta focalizzata nella crescita economica.

Sono riusciti, grazie a decenni di propaganda, marketing e pubblicità più o meno occulta, a convincerci che acquistare costantemente è un dovere civico e aiuta l’economia; saccheggiare la terra è nel nostro stesso interesse.
La storia purtroppo, quando non viene compresa, è destinata a ripetersi e a concludersi in tragedia. Gli imperi, infatti non durano, sono tutti falliti miseramente.
L’attuale Impero, gestito e controllato dai banchieri internazionali, centrato nei mercati e derivati finanziari, oramai si sta sgretolando sotto i nostri occhi, lasciando posto ad un sistema dove al centro ci sarà l’uomo e non il dio-denaro!

Riconoscere un problema è il primo passo per trovarne la soluzione e confessare un peccato è l’inizio della redenzione…”.

Concludo con le parole di John Perkins

Titolo:“Confessioni di un sicario dell’economia”, John Perkins, ed. Minimum fax, ISBN: 978-88-6559-069-0

Fonte: disinformazione.it

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