Chi era “NichitaRoncalli”?

“… il segno lasciato da Roncalli nella storia dell’umanità supera di molto quello impresso dai vari Lenin e Stalin. Infatti se quelli hanno liquidato qualche milione di vite umane, Giovanni XXIII ha liquidato ben duemila anni di Chiesa cattolica.” ( Fabrizio Sarazani, vaticanista)

a cura di Arai Daniele

Tra il libro “Nichitaroncalli» di Franco Bellegrandi, “Cameriere di Spada e Cappa di Sua Santità”, ora in seconda edizione con E.I.L.E.S., Roma, e l’altro libro di Arai Daniele in via di pubblicazione (con Christus Rex) «Giovanni XXIII: un enigma epocale?», abbiamo alcuni spunti sulla controvita di tale «Papa buono» che aprì la Chiesa ai suoi peggiori nemici.

Cominciamo dalle sue indigenti idee moderniste viste dall’insospetto Benedetto Croce, il quale, su «Il Giornale d’Italia» (15.X.07) rispondendo al futuro apostata don Minocchi scrisse: “Il Modernismo pretende di distinguere il contenuto reale del Dogma dalle sue espressioni metafisiche che egli considera come cosa del tutto accidentale, allo stesso modo che sono accidentali le varie espressioni di linguaggio, in cui può venire tradotto un medesimo pensiero. E in questo paragone è il primo e sommo sofisma dei modernisti. Infatti, è verissimo che un medesimo concetto può essere tradotto nelle più varie forme di linguaggio, ma il pensiero metafisico non è linguaggio, non è forma di espressione: è logica ed è concetto. Onde un dogma tradotto in altra forma metafisica, non è più lo stesso dogma, come un concetto trasformato in altro concetto non è più quello.

“Liberissimi i modernisti di trasformare i dogmi secondo le loro idee. Anch’io uso di questa libertà… Soltanto io ho coscienza, facendo questo, di essere fuori della Chiesa, anzi fuori di ogni religione; laddove i modernisti si ostinano a professarsi non solo religiosi, ma cattolici.

“Che se poi, per salvarsi dalla necessaria conseguenza dell’assunto principio, i modernisti, simpatizzando con i positivisti, con i pragmatisti e con gli empiristi di ogni risma, addurranno che essi non credono al valore del pensiero e della logica, cadranno di necessità nell’agnosticismo e nello scetticismo. Dottrine, queste, conciliabili con un vago sentimentalismo religioso, ma che ripugna affatto ad ogni religione positiva”. Concludeva: “non ci capiterà facilmente un’altra volta la fortuna di essere d’accordo con il Papa”.

Infatti, Croce non era cattolico, ma capiva quanto gli errori del modernismo fossero frutto di pensieri contaminati dal peggiore relativismo.

Tale spirito modernista, suscitato da qualcosa di molto segreto e astruso, porta a una nuova religiosità, una specie di profetismo che evoca «segni dei tempi», non riferibili alla spiritualità cristiana, ma a un progresso indefinito dell’umanità; uno spirito di riconciliazione gnostica e agnostica che ha attratto il modernista Roncalli a lavorare per il suo ideale mondialista e umanitarista, convocando il Vaticano II.

La banda dei quattro modernisti a Roma

Si pone la domanda: chi era in verità Roncalli, destinato a divenire Giovanni XXIII e occupare la cattedra di Vicario di Dio per il mutamento della Chiesa? Qual era la sua fede nei segni divini nella storia?

Nel suo citato libro «I quattro del Gesù. Storia di una eresia», Giulio Andreotti racconta che Angelo Roncalli, Giulio Belvederi, zio della moglie di Andreotti, Alfonso Manaresi ed Ernesto Buonaiuti erano quattro seminaristi, stretti da amicizia e dalla comune visione religiosa modernistica. Gli ultimi due hanno portato le loro idee eretiche così avanti da essere censurati e scomunicati (Manaresi e il Buonaiuti). Belvederi e Roncalli furono invece salvati dai loro protettori, nel caso di quest’ultimo dall’allora vescovo di Bergamo Giacomo Radini Tedeschi, in odore di modernismo. Un altro compagno di Roncalli a Bergamo fu Nicola Turchi, che tradusse in italiano lo storico Duchesne, anch’esso censurato.

Roncalli avrebbe dimostrato questo spirito durante tutta la sua lunga carriera, nonostante sia pure certo che abbia prestato il giuramento antimodernista. Si tratterebbe di uno spergiuro aggravato dal tradimento modernista che scomunica un cattolico, ma no il «Papa buono»!

Ora, solo un apparato composto di chierici della sua stessa tendenza ha potuto ignorare il sospetto fondato di spergiuro in questioni di fede, sufficiente per squalificare qualsiasi cittadino, ma più ancora per annullare qualsiasi possibilità di beatificazione.

In Bulgaria e in Turchia, lo strano nunzio Roncalli operò proprio al contrario di quanto allora era insegnato nell’Enciclica «Quas primas», sulla regalità sociale di Gesù Cristo: la peste che infetta la società, la peste del nostro tempo, è il laicismo. Ma Roncalli era per il «principio basilare» della laicità dello stato: la Chiesa si guarderà bene dall’intaccare o discutere questa laicità .

La Massoneria mirava a un «Papa buono» furbo e relativista

Sì perché la Chiesa doveva chiedere scusa per i suoi «peccati» commessi in ogni tempo e direzione. In tal modo la nuova classe clericale non doveva far altro che screditare la Chiesa del passato e al limite, Gesù Cristo stesso, a favore della «bontà e comprensione» di quella chiesa del presente e dei suoi «umilissimi» e «buonissimi» pastori.

C’era «bisogno» di un chierico di “semplicità geniale”, come Jean Guitton aveva definito Roncalli. L’ora opportuna si ripresentò col conclave che seguì alla morte di Pio XII. Era l’occasione della scalata finale alla Chiesa da parte dei poteri occulti che, per meglio dominare il mondo materiale, avevano bisogno di una «chiesa globale». E Angelo Roncalli da giovane si era dimostrato addatto a operare tale mutazione religiosa sostenendo il principio che si deve cercare prima quel che unisce piuttosto che le visioni soprannaturali, dogmatiche e storiche, costitutive della Fede, come la Santissima Trinità, che invece dividono. Come professore modernista gli era stato perciò interdetto d’insegnare una storia priva di quel soprannaturale che fonda la religione, ma divide. Ecco i connotati dello «spirito conciliarista» svelatosi nella nuova «prassi pastorale», intenta a sostituire la professione di fede della Chiesa, i suoi princìpi, norme e azione sociale, con l’«amore per il mondo moderno»; amore che ha per norma l’umanitarismo, per speranza l’evoluzione della coscienza, per carità il soggettivismo che adatta i Vangeli ai «bisogni» dei tempi; e questa «nuova pastorale» si svolge con una nuova liturgia orizzontale, ecumenista e mondialista, tutte contraffazioni modernistiche per introdurre subdolamente nella Chiesa lo spirito del relativismo ecumenista, foriero del nuovo ordine mondiale voluto ora da Benedetto XVI.

Divenuto Giovanni XXIII, Roncalli attuò subito «il metodo di don Beauduin… quello buono», ecumenista, mettendo in moto la macchina conciliare chiamata a «consacrare» il relativismo ecumenista. Così ha operato nel senso di promuovere quella liturgia… per una nuova uguaglianza tra le chiese. Tre giorni prima dell’indizione del Vaticano II, Roncalli confidò ad Andreotti: “Molte delle anticipazioni di allora [del modernismo] erano poi divenute feconde realtà. Il Concilio le avrebbe costituzionalizzate” («I quattro del Gesù Storia di un’eresia», pagina 104). Ecco la conferma testimoniale di quale sia, sin dalle sue origini, l’ «intenzione conciliare» di Giovanni XXII, che continua a essere predicata come cattolica. Lo vediamo anche da come si esprimeva il cardinale Ratzinger ieri e da come lo fa oggi Benedetto XVI, riguardo al programma del Vaticano II iniziato da quel suo predecessore. Di tale «aggiornamento» l’allora prefetto della Congregazione per la Fede, è stato tanto promotore quanto esecutore, avendo rivelato a Vittorio Messori («Inchiesta sul Cristianesimo», SEI, Torino, 1987, pagina 152): «Il problema degli anni sessanta era di acquisire i migliori valori espressi in due secoli di cultura liberale. Ci sono, infatti, dei valori che, depurati e corretti, anche se nati fuori della Chiesa, possono trovare il loro luogo nella visione del mondo. Questo é stato fatto» (con il Vaticano II).

Dai primi giorni del suo pontificato Roncalli sconvolse, come mai prima era avvenuto, la vita tradizionale del Vaticano. Con battute spiritose si rese il protagonista della cronaca e personaggio di prima pagina dei giornali del mondo. La grande comunicazione passò a disporre di un pastore giocondo secondo i suoi bisogni perché solito scherzare sugli argomenti più seri e sacri. L’atteggiamento di fiducia nel mondo e nelle proprie forze, che traspariva nell’«ottimismo» di Roncalli, già indicava un pensiero con radici pelagiane, che fu notato nel mondo cattolico ed espresso da alcuni noti scrittori.

«Qualcuno in Vaticano aveva definito Giovanni XXIII l’Ermete Zacconi (attore della fine del secolo che passava dal dramma alla commedia) della Chiesa moderna, per quella sua innata abilità di presentarsi sotto gli aspetti più disparati. Roncalli infatti aveva due volti che dominava perfettamente. Quello per tutti e per l’ufficialità, amabile e semplice, l’altro,quello che contava tremendamente, fermo e deciso, ostinato e definitivo. A tratti, a chi gli stava a un metro di distanza, poteva capitare di afferrare, dietro la maschera bonaria e al sorriso per tutti, un lampo del volto autentico. In una boutade nel corso di una conversazione, in un cenno delle sue mani… erano le rivelazioni del suo carattere che sapeva essere duro, a volte, fino a sfiorare la spietatezza». Padre Pio «Un esempio ignoto ai più: sobillato dai suoi consiglieri negò al povero padre Pio la benedizione apostolica in occasione del cinquantesimo sacerdotale del frate, nell’agosto 1960, e gli impedì di impartire ai fedeli accorsi a San Giovanni Rotondo la benedizione papale. L’anticomunismo del cappuccino dalle stimmate era ben noto in Vaticano, e la Casa ‘Sollievo della Sofferenza’ il grande ospedale realizzato con le offerte da tutto il mondo, solleticava la cupidigia ardente di tanti tonacati». («Nichitaroncalli», pg. 180)

La politica comunisteggiante di Giovanni XXIII

Per ricordare la politica di Roncalli riprendiamo la testimonianza di Franco Bellegrandi nel suo «NichitaRoncalli».

«Dopo la «Pacem in terris», la visita degli Ajubei in Vaticano e le elezioni italiane del 28 aprile 1963 che videro i comunisti guadagnare un milione di voti rispetto alle elezioni politiche di cinque anni prima, Papa Giovanni ricevette un certo John McCone, arrivato in aereo a Roma dagli Stati Uniti un paio di giorni prima. L’udienza fu annotata sul bollettino ufficiale della Santa Sede, ma nessuno degli osservatori vaticani, allora, ci fece caso. Qualche tempo dopo si seppe nella stretta cerchia della famiglia pontificia chi fosse quel personaggio e si scoprì che era un capo servizio delle “informazioni segrete” degli Stati Uniti, un alto funzionario della CIA. Quando venni a sapere l’identificazione di quel misterioso americano, un altro piccolo spazio vuoto del vasto e poliedrico mosaico giovanneo tracciato negli appunti dei miei tacquini, ebbe finalmente il suo tassello chiarificatore. Infatti, proprio verso i primi di maggio del 1963, se ben ricordo, al termine di una cappella papale, mentre mi avviavo all’uscita laterale della basilica, insieme al cardinale Tisserant che era in gruppo con i cardinali Speilman e Mclntyre, sentii Spellman esprimere all’arcivescovo di Los Angeles le sue preoccupazioni per un passo urgente che il papa gli aveva ordinato di compiere presso la Casa Bianca “…because after receiving that personality, the pope have had the impression to be controlled by american cops and he absolutely did not tolerate…”. Adesso quella battuta si coloriva di un suo significato. Così pure alla luce del poi assunsero una loro precisa dimensione quei brani di conversazione fra il papa e monsignor Capovilla, che mi fecero a lungo riflettere. Il papa parlava di Kruscev. “Bisogna amarlo e aiutarlo quell’uomo”, diceva, “perché forse è l’anello di congiunzione che da tanto tempo aspettavamo fra il comunismo e il cristianesimo… Gesù Cristo, anche lui, a suo modo, era un comunista bello e buono… e fu vittima dell’imperialismo romano… quante analogie con oggi… si, bisogna pregare il Signore per Kruscev… bisogna che ci avviciniamo a lui il più possibile.., a lui e alla Russia sovietica che sarà la protagonista.., del futuro del mondo…”. Quel giorno, appena terminato il servizio, mentre la Chrysler nera della Corte mi riaccompagnava a casa, annotai sul tacquino, come era mia abitudine, quelle parole di Giovanni XXIII che mi schiudevano un orizzonte che in quei giorni ancora non avevo ben messo a fuoco, ma i cui contorni andavo lentamente identificando con crescente stupore. Poche settimane dopo quel mercoledi, da Luciano Casimirri, direttore del Servizio Stampa Vaticano, seppi l’intenzione del papa di invitare in Vaticano il giornalista russo Ajubei genero di Krusciov. Misi immediatamente in relazione quella notizia d’anteprima con le parole di Giovanni XXIII, quel mercoledi di udienza generale.I giorni trascorsero uno dopo l’altro, poi, la notizia del ricevimento di Ajubei fu data ufficialmente e il genero di Krusciov fu ricevuto dal papa. In quei giorni, in uno di quei soliti discorsetti domenicali dalla finestra, Giovanni XXIII disse alla gente raggruppata in piazza San Pietro in attesa della benedizione: “…amate Krusciov, Dio lo ama…” gli rispose il delirio dei comunisti italiani. Si rese conto Giovanni XXIII di come fu strumentalizzata dal PCI la sua opera e la sua persona? Certamente sì. Perché per un lungo tratto la sua politica spiano studiatamente la strada al comunismo in Italia, e in generale, alle sinistre nel mondo occidentale. Anzi, sembra evidente che ogni sua azione, ogni sua parola, ogni suo gesto, sia stato calcolato con assoluto tempismo da Roncalli proprio perché fosse strumentalizzato, fino alle sue più estreme conseguenze, dai comunisti. Sul finire del suo pontificato, probabilmente Roncalli ebbe qualche attimo di ravvedutezza critica nei confronti della sua politica rivoluzionaria e filocomunista…

«Analizzando i fatti di quel breve scorcio di anni in cui si centra il pontificato rivoluzionario di Giovanni XXIII, sembra che la Storia si sia data appuntamento con Roncalli, spianando la strada, nel grande insieme del giuoco politico internaziona le, alla realizzazione del suo programma. Negli Stati Uniti, il presidente Kennedy non aveva trovato da ridire al programma che le sue “teste d’uovo” avevano preparato per l’Italia. Non pareva giusto, a costoro, che l’Italia, liberata anche a costo di sangue americano dal fascismo, continuasse a essere governata da un partito, il democratico cristiano di quei tempi, caratterizzato da una solida impostazione di centro-destra saldamente ancorata al conservatorismo vaticano. E avevano suggerito al giovane ed entusiasta presidente, l’esportazione, in Italia, di quella formula di centrosinistra che, scompigliando i loro calcoli, avrebbe aperto la via all’avvento del comunismo nell’area di potere di quel Paese. La formula, studiata in tutti i possibili dettagli dagli esperti della Casa Bianca, fu spedita ben confezionata in Italia. E piovve, come il cacio sui maccheroni,proprio nel momento piu opportuno, in cui, appunto Giovanni XXIII cominciava ad “aprire” al marxismo, e le parole “distensione” e “dialogo” sembravano le formule magiche indispensabili per risolvere tutti i contrasti e tutte le problematiche con l’Est comunista. La democrazia cristiana italiana, detentrice del potere dalla conclusione del ventennio fascista fino ad allora, fiutando le nuove direzioni del vento, d’oltre Atlantico e d’oltre Tevere, e soprattutto preoccupata, come è buona norma di tutti i partiti politici di quasi tutte le democrazie “approssimative” che rallegrano l’uomo moderno, a mantenere a tutti i costi la sua egemonia, varo subito quella formula semplicemente inconcepibile per l’Italia di allora. Il Vaticano aveva scelto Amintore Fanfani, come il politico più adatto, secondo lui, a realizzare l”apertura” a sinistra. Quella scelta era stata il frutto di una accorta e abilissima opera di persuasione esercitata dai “monsignori scaltri” di Loris Capovilla e dai “nunzi laici” del “visionario” sindaco di Firenze, La Pira.

«Perché l’uomo dei nostri giorni dimentica con tanta facilita? Perché l’uomo della strada non va a rileggersi le collezioni dei giornali? Quante menzogne salterebbero fuori e quanti politici si meriterebbero la qualifica di falsari. Ricordo con esattezza quei tempi. Quando si cominciò a parlare di centro-sinistra, in tutti i circoli più attendibili della nazione si considerava semplicemente follia la realizzazione di una eventualita del genere. Ci si rideva addirittura sopra. Ma dietro alle quinte, lontano dagli occhi dell’opinione pubblica, si lavorava, e come, per imporre la nuova formula. Gli Stati Uniti avevano dato ingenuamente il “la”. Il Vaticano roncalliano, come era ovvio, appoggio con tutto il suo rilevantissimo peso, l’iniziativa politica. Comunisti e socialisti – questi ultimi avrebbero spartito il potere coi democraticicristiani, diventando le punte avanzate del PCI al governo, premettero con tutta la loro forza in quella direzione. E una mattina gli italiani si svegliarono col centro-sinistra bello che fatto. Fanfani era stato il realizzatore ufficiale, da parte democraticocristiana, della storica pensata, legando il suo nome alla iniziativa politica che avrebbe portato l’Italia allo sfacelo dei giorni nostri, e Capovilla manovro con lui e con un altro ristretto entourage di marxisti cattolici italiani per tirar fuori a forza, col forcipe,quel tristo e mal nato esperimento da una Italia che era stata purcapace di quel miracolo economico che aveva fatto stupire il mondo. E che da quel preciso momento cominciò inesorabilmente a tramontare, su un fosco orizzonte di crisi economica, di scioperi e di violenze. Come si vede, nessun momento storico sarebbe stato più propizio di quello, per la politica rivoluzionaria di Roncalli. Egli portò a Roncalli, quel momento storico, su un gran piatto d’argento, l’opportunità da tanto accarezzata, di stabilire finalmente contatti diretti e amichevoli con i rappresentanti ufficiali dei senza Dio.

Ancora una volta, guarda il caso, gli Stati Uniti: nelle prime fasi di disgelo e dell’avvicinamento fra Vaticano e mondo sovietico,aveva fra gli altri,avuto una parte importante un giornalista americano, tale Norman Cousins, direttore della “Saturday Review”, amico personale di John Kennedy. La missione mediatrice di Cousins cominciò ad Andover, nel Maryland, nell’ottobre del 1962, durante la crisi di Cuba. La cittadina americana era l’unico luogo al mondo nel quale scienziati statunitensi e scienziati sovietici si trovavano insieme per un congresso. Cousins, ricevuto un messaggio di Kennedy, fece da tramite fra un prete cattolico, padre Felix Morlion, e i sovietici Shumeiko e Feodorov,amici di Kruscev. Dal contatto fra il religioso e i due russi scocco la scintilla del messaggio di pace di Giovanni XXIII, al cui messaggio taluni fanno attribuire l’improvviso invertimento di rotta delle navi sovietiche che puntavano sulle Antille con i cannoni pronti a sparare. A questo punto Cousins era entrato nel giuoco e volentieri continuo ad agire come mediatore tra il Vaticano e l’Unione Sovietica.

«Era in Vaticano ai primi di settembre del 1962. Dovendosi recare a Mosca, chiese ai monsignori Dell’Acqua e Igino Cardinale, che con i cardinali Cicognani, Bea, Koening, il nunzio in Turchia Lardone e poi Casaroli furono fra i piu stretti collaboratori di Giovanni XXIII nella politica distensiva verso l’Est, quale fosse a loro avviso l’iniziativa che si potesse chiedere a Kruscev per l’apertura di un dialogo. I due prelati, che erano al corrente dei passi compiuti dal cardinale Testa presso Borovoi e Kotilarov al Concilio risposero: “La liberazione dell’arcivescovo Slipyi”. Il 13 dicembre 1962 Norman Cousins fece il suo ingresso nello studio di Kruscev al Cremlino. Dal rapporto che poi Cousins consegno a papa Giovanni è possibile ricostruire nei particolari l’incontro. La conversazione cominciò sul filo dei ricordi familiari e di brevi battute scherzose. Poi Kruscev disse: “Il Papa ed io possiamo avere opinioni divergenti su molte questioni, ma siamo uniti nel desiderio della pace. La cosa piu importante è vivere e lasciar vivere. Tutti i popoli vogliono vivere e tutti i Paesi hanno il diritto di vivere. Specie oggi che la scienza può fare un bene immenso e un male immenso”.

«Il colloquio si protrasse per tre ore. Alla conclusione, la sostanza di esso fu fissata in cinque punti:

“1) La Russia desidera la mediazione del papa e Kruscev ammette che non si tratta solo di mediazione utile all’ultimo momento di una crisi, ma anche del continuo lavoro del papa per la pace;

2) Kruscev desiderauna linea di comunicazione attraverso contatti privati con la Santa Sede; 3) Kruscev riconosce che la Chiesa rispetta il principio di separazione fra Stato e Chiesa in diversi stati; 4) Kruscev riconosce che la Chiesa serve tutti gli esseri umani per i valori sacri della vita e che non si interessa soltanto dei cattolici; 5) Kruscev riconosce che il papa ha avuto un grande coraggio ad agire come ha agito, sapendo che il papa stesso ha problemi all’interno della Chiesa, come Kruscev ha problemi all’interno dell’Unione Sovietica”.

«Roncalli lesse il documento e di suo pugno vi traccio a margine: “Letto da Sua Santità (!) nella notte 22-23/XII/962”. Si potrebbero scrivere volumi per commentare e contestare, fatti alla mano, una per una, le parole dette da Kruscev in quel suo incontro col giornalista americano. Il totale asservimento della Chiesa del Silenzio allo stato comunista, di lì a pochi anni, accettato e riconosciuto dal Vaticano, l’invasione della Cecoslovacchia da parte degli eserciti del Patto di Varsavia, la persecuzione degli ebrei, dei dissidenti rinchiusi nei manicomi e nei lager, parlano da soli e gridano “bugiardo!” a Nikita Kruscev. Dal giorno di quell’incontro trascorse un mese. Il 25 gennaio 1963 alle ore 21 l’ambasciatore sovietico in Italia, Kozyrev, consegnava a Fanfani una nota da parte di Kruscev con la preghiera di comunicarne il contenuto in Vaticano. Nella nota si diceva che all’arcivescovo Slipyi era stata concessa la libertà. Ma da parte sovietica si chiedevano garanzie: soprattutto quella di non sfruttare a fini di propaganda antisovietica il presule restituito. Quando il vescovo ucraino, ridotto il fantasma di se stesso dalla disumana prigionia nel lager sovietico, scese dal treno, nella stazione di Roma, sotto alla pensilina, ad attenderlo, c’era solo il segretario di Roncalli, il marxista Loris Capovilla.

«Come accadde, anni dopo, al Primate d’Ungheria, cardinale Mindszenty, fatto tornare a Roma con un inganno per essere destituito da Montini, ligio all’ultimatum di Kadar, quell’eroico vescovo ucraino fu emarginato nel silenzio. Visse isolato nella sua piccola comunita sulla Via Aurelia, alle porte di Roma. In alcune stanze del Collegio Ucraino di piazza degli Zingari ignoto ai piu, sono conservati sotto vetro gli stracci e i poveri oggetti personali con cui l’arcivescovo Slipyi visse e soffrì la sua prigionia in Siberia.

«Nikita Kruscev aveva gettato l’amo. L’esca ignara era quella larva di uomo di Slipyi. Subito, Roncalli abboccò. Attraverso quei “contatti privati” auspicati dal russo, arrivo al Cremlino l’invito del papa alla figlia del premier sovietico Rada e a suo marito, il giornalista Alexei Ajubei, direttore dell’«Izvestia», di recarsi da lui, in Vaticano. Fu una botta dritta alla Roncalli anni venti. La parte più conservatrice del Vaticano insorse e fece sapere al papa la propria disapprovazione. Il cardinale Ottaviani gli espresse, in un drammatico tu per tu il proprio dissenso. Roncalli non ascoltò nessuno e marciò dritto sulla sua decisione. Nel marzo di quell’anno i due coniugi russi dietro a cui si muove la lunga mano del Cremlino mettono piede in Vaticano. Il comunismo internazionale esulta, il PCI è alle stelle. I due ospiti si intrattennero col papa, nella sua biblioteca, senza che nessun membro del collegio cardinalizio fosse presente al colloquio. Quella visita farà da “pendant” all’altra di qualche anno più tardi, quando – nel giorno del Corpus Domini! – Paolo VI accoglierà a braccia spalancate l’ungherese Kadar, e stringerà fra le sue le mani insanguinate del boia di Budapest. Per qualche giorno la polemica infuria in Vaticano.

«Alla fine la grossa mano del prete di Sotto il Monte si abbatte a ridurre i più coraggiosi al silenzio. Il 20 marzo 1963 Roncalli scrive: “L’assoluta chiarezza del mio linguaggio, dapprima in pubblico e poi nella mia biblioteca privata, merita di venir rilevata e non sottaciuta artificialmente. Bisogna dire che non c’e bisogno di difendere il Papa. Ho detto e ripetuto a Dell’Acqua e Samorè che si pubblichi la nota redatta da padre Kulic (l’interprete), l’unico testimone della udienza concessa a Rada e Alexei Ajubei. La prima sezione non ci sente da questo verso e me ne dispiace”. Quando un papa scrive che una cosa “lo dispiace”, vuoi dire che quella cosa l’ha terribilmente irritato.

«l 22 novembre di quell’anno, a Dallas un cecchino aveva posto termine alla vita del presidente Kennedy. Gli era succeduto Lyndon Johnson che aveva tirato le briglie rimettendo al trotto riunito il galoppo del suo predecessore che correva a rompicollo sulla via di una illusoria, pericolosa nuova politica mondiale. E, puntuale, dopo la visita dei familiari di Kruscev a Roncalli, la “Pacem in Terris” e le elezioni italiane, la CIA varcherà, come s’e detto, il Portone di Bronzo. Ma Giovanni XXIII non si arresta. Anzi, quel tentativo U.S.A. di mettere il morso, come a un cavallo che ha preso la mano, al papa, irrita Roncalli e lo fa correre con maggiore precipitazione sulla sua strada. Vuoi ricevere, adesso Nikita Kruscev. L’incontro e preparato con una serie di contatti coperti dalla segretezza diplomatica e dal piu stretto riserbo del Vaticano. I due figli di contadini dovranno stringersi la mano un giorno memorabile di quell’estate 1963. Anche questa volta, un’agenzia di stampa tedesca capta il “bisbiglio” e spara al mondo la notizia, che suscita reazioni vastissime e non sempre positive. Il quotidiano romano “Il Tempo” scrivera a questo proposito il 20 marzo 1963 che “… nei circoli vaticani si è espressa una certa meraviglia riguardo al termine di ‘coesistenza tattica’ con il quale l’agenzia tedesca definisce lo scopo dell’incontro fra Giovanni XXIII e Nikita Kruscev. Si fa notare che nessuna “tattica comune” sarebbe possibile fra il Vaticano e la Russia, mentre “la coesistenza non è né tattica né strategica, ma semplice riconoscimento della esistenza reciproca che può essere o non essere accompagnata da contatti fra le parti”.

«E, sempre sullo stesso argomento, la rivista dei Gesuiti statunitensi, “America” scrivera che non vi sono ostacoli di principio allo stabilimento di relazioni fra il Vaticano e i sovietici: “Il papa e i suoi collaboratori sentono, dall’altra parte, acutamente le necessità della Chiesa universale, e gli speciali problemi dei Paesi dominati dal comunismo”. Ma la morte, in gara col tempo e con i frenetici programmi di Giovanni XXIII vinse di varie misure. Quella visita memorabile non ci fu più. Rimase per traverso anche a Nikita Kruscev che ormai considerava Roncalli un prezioso strumento per l’espansione “pacifica” del comunismo nel mondo occidentale. Tanto che in un’intervista concessa al giornalista americano Drew Pearson subito dopo la firma del patto nucleare, e pubblicata il 29 agosto 1963 dal quotidiano di Düsseldorf, “Mittag”, il premier sovietico così si espresse su Roncalli: “Il defunto papa Giovanni era un uomo del quale si poteva dire: “Egli sentiva il polso del tempo. Era certamente più saggio del suo predecessore e capiva l’epoca nella quale viviamo”. Per un capo di stato sovietico non è poco! Ma ormai l’esaltazione rivoluzionaria ha preso la mano a Roncalli. Il giorno di giovedì santo, 11 aprile 1963, viene resa nota la sua enciclica “Pacem in Terris”. L’Enciclica papale segnerà la fortuna del PCI. Alle Botteghe Oscure dove già erano noti alcuni passi piu scottanti del documento, la leggono tutta d’un fiato ed esultano.

«Al Cremlino non si crede ai propri occhi, leggendo il testo immediatamente tradotto e divulgato alle direzioni per gli “affari religiosi”. Roncalli da quel momento è il papa dei comunisti. Il partito comunista italiano fa stampare a sue spese e diffondere milioni di copie del Capitolo V dell’Enciclica, che si rivolge, per la prima volta nella storia di questi documenti pontifici, non soltanto all’Episcopato, al clero e ai fedeli della Chiesa di Roma, ma anche a “tutti gli uomini di buona volonta”. La lettera enciclica che abbattera l’ultimo diaframma che separa cristianesimo e marxismo segna, storicamente, l’inizio del confondersi insieme delle due dottrine e del grande equivoco che minerà le fondamenta della Chiesa. L’invito al dialogo è esplicito nei passi in cui l’Enciclica dice”… chi in particolare momento della sua vita non ha chiarezza di fede, o aderisce ad opinioni erronee, può essere domani illuminato e credere alla verità. Gli incontri e le intese, nei vari settori dell’ordine temporale, fra credenti e quanti non credono o credono in modo non adeguato, perché aderiscono ad errori, possono essere occasione per scoprire la verità e per renderle omaggio.

«E la sdrammatizzazione del pericolo marxista vibra e s’innalza la dove il documento giovanneo spiega con rasserenante bonomia che “… va altresi tenuto presente che non si possono neppure identificare false dottrine filosofiche sulla natura, l’origine e il destino dell’universo e dell’uomo, con movimenti storici a finalità economiche, sociali, culturali e politiche, anche se questi movimenti sono stati originati da quelle dottrine e da esse hanno tratto e traggono tuttora ispirazione. Giacché le dottrine, una volta elaborate e definite, rimangono sempre le stesse; mentre i movimenti suddetti, agendo sulle situazioni storiche incessantemente evolventisi, non possono non subire gli influssi e quindi non possono non andare soggetti a mutamenti anche profondi”. Mentre il riconoscimento del valore del marxismo nella misura in cui concorre a risolvere i problemi dell’umanità, Roncalli lo esprime subito appresso, là dove scrive: “inoltre chi può negare che in quei movimenti, nella misura in cui sono conformi ai dettami della retta ragione e si fanno interpreti delle giuste aspirazioni della persona umana, vi siano elementi positivi e meritevoli di approvazione?” E segue, immediato, l’esplicito invito all’incontro, al dialogo, all’accettazione: “Pertanto, puo verificarsi che un avvicinamento o un incontro di ordine pratico, ieri ritenuto non opportuno o non fecondo, oggi invece sia o lo possa divenire domani”.

In quel periodo, un parroco cosi scriveva al periodico “Settimana del Clero”: “…I comunisti nei loro appelli giunti in tutte le case hanno ripetuto con grande gioia: “Vedete, il Papa è con noi. Questo lo ha detto nella sua ultima enciclica. Poi, non lo sapete? Ha ricevuto il genero e la figlia di Kruscev e ormai tra cristianesimo e comunismo la pace è fatta.. Votate per noi che rispetteremo i vostri sentimenti”. Fuori delle chiese, attivisti comunisti, con fare compunto, distribuirono il seguente volantino:

“Cattolici e comunisti: è possibile incontrarsi. Una svolta di grande significato va maturando in questo periodo al vertice della Chiesa cattolica. In numerosi discorsi, e soprattutto in occasione del Concilio ecumenico, il Pontefice Giovanni XXIII ha sottolineato questi elementi: 1) l’esigenza di un grande e sincero impegno di tutti per salvare la pace, per stabilire un clima di convivenza e di reciproca comprensione fra tutti i popoli senza distinzione di fede religiosa, di tendenze ideologiche, di sistema sociale; 2) la necessità di abbandonare le vecchie crociate anticomuniste, di superare l’epoca delle scomuniche per ricercare nel dialogo, “nella misericordia anziché nella severita” (come ha detto appunto il Papa) la via che consente all’umanità di allontanare dalla propria testa la minaccia di una catastrofe atomica; 3) la tendenza a non impegnare direttamente la Chiesa nelle competizioni politiche, al contrario di quanto è avvenuto in passato, allorché il Clero e l’Azione Cattolica arrivavano ad identificare la religione con un solo partito e utilizzavano anche il pulpito per imporre il voto alla democrazia cristiana. Ajubei dal Papa. Il nuovo spirito che anima la Chiesa ha avuto una conferma nella cordiale simpatia con cui nei giorni scorsi il Papa ha ricevuto in Vaticano uno dei massimi dirigenti dell’URSS, Alexei Ajubei. Pur partendo da diverse posizioni ideologiche, cattolici e comunisti possono e debbono incontrarsi per allontanare la minaccia di un conflitto atomico, per instaurare un nuovo clima di distensione e di progresso… La realtà di oggi, la stessa svolta, in atto nella Chiesa, dimostrano che i tempi cambiano e che oggi più di ieri è possibile battere la conservazione per rinnovare il paese in senso democratico e socialista. Cammina coi tempi, cammina con noi. Vota comunista”.

«La trappola del “comunismo clericale” era, adesso, pronta e tesa nella direzione dei “comunistelli delle sagrestie”, sempre smaniosi di intrecciare dialoghi, alla continua ricerca della collaborazione con i marxisti, pungolati dal complesso d’inferiorità verso i “laici aperti” e, ben presto, quella trappola scatto, imprigionando democristiani e cattolici nel giro vizioso del “frontismo”. Tanto per citare uno dei mille esempi che prepararono il clima del “comunismo clericale”, a Vicenza i giovani comunisti affissero manifesti del seguente contenuto:

“Le barriere della paura e della diffidenza cominciano a cadere. Il sindaco cattolico di Firenze (La Pira) accoglie il sindaco comunista di Mosca… In tutto il mondo si sviluppano iniziative per favorire la causa della distensione internazionale… Insieme oggi? Noi giovani comunisti e cattolici dobbiamo agire nell’interesse della nostra patria e della causa della distensione internazionale.., grandi responsabilità sono di fronte a noi giovani comunisti e cattolici…”.

«E i dirigenti nazionali del PCI scrissero, con la piu viva chiarezza:

“Bisogna comprendere che, quando il nostro partito parla di un’intesa con i cattolici, non lo fa per disporre di facili ritorsioni polemiche, per fini esclusivamente di parte, ma perché di questa intesa ha bisogno la classe operaia e il popolo italiano, la causa della pace, della democrazia e del socialismo… affinché si possa mandare avanti con piu forza e con maggiore ampiezza la nostra azione unitaria”.

«Uno dei più “duri” parlamentari del PCI, Arturo Colombi, non indugiò a prender la penna, allora, per scrivere una esaltazione delle ACLI, il sindacato cattolico, i cui capilega e attivisti si erano trovati insieme a quelli del sindacato unitario (comunista) a organizzare e dirigere la lotta… Gomito a gomito si erano trovati nelle assemblee, organizzate negli Oratori e nelle Camere del Lavoro, nei comizi… E certo che molte prevenzioni sono cadute da una parte e dall’altra e che una nuova atmosfera di fraterna fiducia e nata nel fuoco della lotta”. Per far si che la trappola tesa ai cattolici, in sincronia perfetta con l’azione politica di Giovanni XXIII, funzionasse nel modo più efficace e totale, lo stesso segretario del PCI, Palmiro Togliatti se ne uscì con questa affermazione: “Vogliamo sottolineare l’enorme portata ideale e pratica del riconoscimento, esplicitamente fatto da questo Pontefice, che alla pace, alla comprensione e collaborazione fra i popoli si può e si deve giungere anche quando si parte da posizioni diverse e lontane.

«La liquidazione operata in questo modo di vecchi ingombranti ostacoli alla conquista della pace e dell’amicizia fra tutti gli uomini, e stato un servizio inestimabile reso a tutto il genere umano e di cui tutti debbono essere grati all’opera illuminata di questo Pontefice”. Parole abili, pronunciate con tempismo ben calcolato, dalla vecchia volpe comunista che pure non ha avuto indugi a scrivere, rivelando i suoi autentici convincimenti, su “Momenti della Storia d’Italia”, in merito alla collaborazione fra Stato laico e Chiesa cattolica:

“Consapevole del nuovo reale pericolo che minaccia la società capitalistica, del pericolo della ribellione delle masse lavoratrici, la Chiesa cattolica, dopo aver assimilato una parte del metodo liberale, assimila una parte del metodo socialista e si pone… sul terreno della organizzazione delle masse lavoratrici, della mutualita,della difesa economica, del miglioramento sociale… Su questo nuovo piano non soltanto i rapporti fra lo Stato e la Chiesa si configurano in forme nuove, ma si precisano la figura e la funzione della Chiesa stessa e del papato come forze che lottano per la difesa dell’ordine capitalistico ,ora in prima linea, ora come riserva, ora con una tattica, ora con l’altra, a seconda delle circostanze e della particolare situazione internazionale e di ogni paese, ora coprendosi di una maschera democratica, ora mostrando apertamente un volto reazionario. Questo, oggi, e il vero potere temporale dei Papi”.

«Diciasette giorni dopo la promulgazione dell’Enciclica applaudita dai marxisti, si svolsero le elezioni in Italia. La risposta inequivocabile alla “Pacem in Terris” fu l’aumento di un milione tondo di voti per il partito comunista, rispetto alle elezioni politiche di cinque anni prima.

«La distensione intrapresa all’Est, l’udienza degli Ajubei in Vaticano, la “Pacem in Terris” a diciasette giorni dalle elezioni politiche in Italia: Tre colpi di maglio formidabili dell’escalation roncalliana che butteranno all’aria l’equilibrio politico italiano e rimbomberanno sull’Europa, come il primo, lungo, fragoroso tuono, foriero di tempesta. Come si può non pensare a un preciso programma studiato a tavolino e concordato nei suoi più piccoli particolari? Quel primo risultato, quel milione di voti “regalato” con una bella benedizione ai rappresentanti dell’ateismo ufficiale, insieme a quell’enciclica che sarà la chiave che servirà a spalancare la porta inviolata della cittadella cristiana alla penetrazione dei senza Dio, fara aprire gli occhi a quanti ancora si illudono. A quanti ancora si rifiutano di pensare e di credere a un programma di sovversione graduale e rapido. Fatto di colpi di mano. Uno diverso dall’altro. Ma tutti diretti verso lo stesso obiettivo. La trasformazione della Chiesa in un organismo essenzialmente sociologico, in linea con le più avanzate teorie sociologiche e antropologiche dei nostri giorni. Quando sarà noto l’esito di quelle elezioni, una folla di scalmanati sventolanti bandiere rosse si accalcherà in Piazza San Pietro acclamando Giovanni XXIII. Un’altra pagina della Storia era stata voltata, con un gran fruscio e una lunga, gelida ventata d’aria. Le Guardie Svizzere vegliavano, immobili, come da secoli, sulle frontiere del Vaticano, mentre il colonnato del Bernini stringeva nelle sue braccia di pietra il nereggiante clamore di quella moltitudine. Ma da quella sera il significato del loro servizio si era di colpo annullato. Dietro alle loro alabarde, infatti, l’antica Chiesa e la Tradizione non c’erano più. Da quella sera avevano abbandonato per sempre, insalutate ospiti, le undicimila stanze del piccolo Stato.

«All’incirca nove mesi prima di quegli eventi, il papa era stato assalito dal male che lo porterà alla tomba. L’archiatra e i medici che lo coadiuvano, a una precisa domanda di Roncalli gli avevano risposto che gli sarebbe restato, piu o meno, un anno di vita.

«L’appuntamento con la morte sorprende Giovanni XXIII. Sta di fatto che già qualche mese dopo quell’annuncio, l’estroversissimo papa appare a chi gli vive e lavora vicino, più silenzioso, talvolta soprappensiero. Gli avvenimenti messi in moto dalla sua volontà rivoluzionaria, gli precipitano intorno. La forza scatenata dalla sua politica acquisita, per la sua sola forza di inerzia, subisce un’accelerazione sempre maggiore, che sconvolge programmi, e scompiglia pazzamente i confini ella politica europea stabilitisi da oltre trent’anni di dopoguerra, con un disegno a volte tormentato e sofferto. Il conto alla rovescia che lo avvicina giorno dopo giorno alla partenza per l’ultimo viaggio fa destare Roncalli dal suo sogno durato tutta una vita e la realtà uscita dalle sue mani di contadino e di inflessibile rinnovatore, adesso lo fà rabbrividire e, forse, agghiacciare. Qualcuno di quelli che gli sono intorno mi racconta che il papa, a volte, piange in segreto. Ed è diventato taciturno. Ma ormai Roncalli e, come dice il detto orientale, a cavallo alla tigre, che, suo malgrado, lo trascina avanti sorda ai suoi probabili ripensamenti. In quegli ultimi mesi di vita il male l’ha aguantato alla gola. Tutti ce ne siamo accorti, intorno a lui. È assente. Disfatto. Eppure i comunisti continuano a manovrare quel papa che diventato un fantoccio nelle loro mani.

«L’ultimo “amaro tè” che il prete di Sotto il Monte dovra trangugiare per conto del marxismo italiano e internazionale soltanto venticinque giorni prima di morire, è quella torbida invenzione propagandistica delle sinistre, il Premio Balzan per la pace. Roncalli adesso non ne vuol sapere. Tenta il rifiuto e si attacca al pretesto, del resto drammaticamente valido, della sua malattia che l’ha condotto ormai alle soglie della morte. Ma tutto l’apparato creato e voluto da lui, che gli respira intorno, perfettamente congegnato e sincronizzato, tutto quell’apparato che serve il comunismo internazionale, la massoneria, il progressismo, e che ha già belle pronto nella manica il nuovo papa, Montini, gli fà violenza col sorriso sulle labbra. Viene tirato letteralmente giù dal letto. Rivestito dei paramenti papali, portato di peso nella Cappella Sistina perché farlo scendere in San Pietro, in quelle condizioni, equivarrebbe ad ucciderlo.

«Il caso volle che quella mattina, venerdì 10 maggio, fossi intimato di servizio e così scortai quel condannato, questa fu la mia precisa impressione, insieme alle Guardie Nobili e a tutto il fastoso seguito della Corte. Era pallido e sconvolto dal male. Aveva lo sguardo fisso nel vuoto. Una volta posto a sedere sul trono, tremò a lungo, scosso da brividi. Ma c’erano gli altri, intorno a quel trono, a sorridere per lui. C’erano i rappresentanti di quel premio messo insieme col danaro di morti ammazzati sotto il piombo dei rossi nel 1945, c’era il tetro monsignor Capovilla con il luccichio dei suoi denti sotto i grandi occhiali funerei, che sorridevano ai fotografi al posto del papa. Che quando rientrò nelle sue stanze non volle veder più nessuno. Fuori di quella stanza da letto, che di lì a pochi giorni sarebbe stata visitata dall’Angelo della morte, un mare di carta stampata sommerse il mondo, pubblicizzando ai quattro venti quell’evento in cui ancora una volta, l’ultima, Angelo Giuseppe Roncalli, Giovanni XXIII, il papa dei comunisti, era stato prezioso e poderoso strumento nelle mani abili del burattinaio marxista.

«Certamente sul punto di morire Roncalli ebbe un ravvedimento… Prima di rendere l’ultimo respiro, sillabò parola dopo parola la sua professione di fede alla religione cattolica, ed ebbe la forza e la lucidità di dare una sua versione, drammatica, alla sua morte con le parole: “muoio sacrificato come l’Agnello”. Nessuno dei suoi predecessori, in punto di morte, aveva creduto opportuno di esprimere ad alta voce quella professione di fede, per lo meno singolare in un pontefice, capo della Chiesa cattolica e Vicario di Cristo in terra. E poi, quel “muoio sacrificato come l’Agnello”. A cosa voleva alludere il morente Roncalli? La risposta era lì fuori, nel PCI che attendeva quella morte a fauci spalancate. L’afferrò infatti famelico e la fece sua. In Sicilia, dove era in corso la campagna elettorale per le “regionali”, ordinò la sospensione dei comizi di partito in “segno di lutto”; nelle fabbriche, le commissioni interne ordinarono la sospensione del lavoro per alcuni minuti, per ricordare Giovanni XXIII; a Livorno gli operai furono incolonnati e condotti al porto affinche vedessero che un mercantile sovietico ivi ormeggiato aveva esposto la bandiera rossa a mezz’asta per la morte del Pontefice; a Genova e nelle altri grandi città, gli attivisti comunisti andavano di casa in casa per distribuire volantini e ciclostilati in cui si affermava che “l’immensa opera di pace di Giovanni XXIII corre tanti pericoli per la spinta capitalistica verso la guerra” e si sottolineava che l’opera del Papa non era stata facile perche “Egli non è stato risparmiato dagli attacchi più o meno velati, perfino provenienti dalle alte gerarchie ecclesiastiche.., che osteggiano la distensione, per che sanno che essa rappresenterebbe la loro sconfitta politica e ideologica”. «Nemmeno per la morte di Giuseppe Stalin le rotative del PCI lavorarono tanto quanto per quella di Giovanni XXIII. Era arrivata l’ora di compiere il “miracolo”. Sferragliavano adesso giorno e notte per costruire su tonnellate e tonnellate di carta stampata il mito di Angelo Giuseppe Roncalli, il papa dei marxisti. Precipitosamente il Vaticano dette inizio al processo di beatificazione del papa appena defunto.» Ecco il «papa» dei marxisti e dei massoni.

Per la gente di memoria corta ecco la conclusione:

«Sulla pericolosità delle idee e iniziative di Giovanni XXIII, il più celebre vaticanista italiano, il romano conte Fabrizio Sarazani, sul pontificato di Giovanni XXIII e sulle sue conseguenze dice: “… il segno lasciato da Roncalli nella storia dell’umanità supera di molto quello impresso dai vai Lenin e Stalin. Infatti se quelli hanno liquidato qualche milione di vite umane, Giovanni XXIII ha liquidato ben duemila anni di Chiesa cattolica.”

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Lunedì, 7 ottobre 2013 – 15:28:00
Papa, vegliaPapa veglia

Papa Francesco senz’altro bocciato. E con forti dubbi sulla sua fede cattolica. Parola di Matthias Gaudron, responsabile dei lefebvriani tedeschi, che in un’intervista allo Spiegel ci dà giù pesante.

LA CHIESA PERDE, LEFEBVRE VINCE– Tanto per cominciare, la profezia di Gaudron è netta: in Germania, entro 15 o 20 anni la Chiesa cattolica crollerà. Crollerà perché non ci saranno più fedeli e perché la frequenza ai Sacramenti e alla religione è molto scesa. Solo i lefebvriani, dice, stanno vicendo e continuano ad avere ordinazioni sacerdotali e presenza di fedeli: questo perché loro vivono la loro fede. Quella preconciliare. Eggià, perché il problema – ieri come oggi – resta sempre l’accettazione della dottrina espressa dal Concilio Vaticano II e, segnatamente, dalla riforma liturgica che ne è stato uno dei punti più vistosi. Sulla Messa voluta da Paolo VI attraverso il fido monsignor Annibale Bugnini, il giudicizio della Fraternità San Pio X (questo il nome ufficiale dei lefebvriani) è sempre stato quantomai negativo e contrario. Ma anche sulla dottrina conciliare, che propone e promuove temi quali il dialogo interreligioso e l’ecumenismo con le chiese cristiane non cattoliche.

UN NEMICO A ROMA- Gaudron precisa inoltre che i rapporti col Vaticano sono al momento congelati, malgrado un ultimo tentativo di dialogo sia stato fatto da Benedetto XVI poco prima di lasciare il Soglio pontificio: anzi, se proprio devono dirla tutta, a Roma c’è qualcuno che non li ama ed ha un incarico di responsabilità non da poco: è il prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede Gerhard Muller, il quale viene additato dal capo tedesco dei lefebvriani come qualcuno che non li ama e che li avversa.

IL PAPA? CONTRADDITTORIO- Ed eccoci ad una valutazione complessiva di Francesco e del suo pontificato. Bene, secondo Gaudron, il Papa ha un atteggiamento contraddittorio sugli omosessuali: “Il Papa – dice – afferma di accettare la dottrina della Chiesa Cattolica, dottrina secondo la quale l’omosessualità è un peccato. Ma dall’altra parte Francesco ha dato l’impressione che essere gay sia tutto sommato una cosa buona”. E chiarisce che la scelta è un aut-aut: o si accetta l’omosessualità, e quindi si è contro la religione cattolica, o si è nel cattolicesimo, e allora si deve rifiutare l’omosessualità. Legnate poi, a due futuri Santi il 27 aprile prossimo: a Giovanni XXIII viene rimproverata l’apertura del Concilio Vaticano II, mentre Giovanni Paolo II è accusato di aver dato l’impressione “che tutte le religioni siano uguali, ma non è vero. La Chiesa cattolica è stata fondata da Cristo, che è la Verità. Quando ho capito questa verità, non posso far finta che non m’importi quale religione uno professi. Solo la Chiesa cattolica è la vera Chiesa”. Con tanti saluti (e altrettante critiche) allo “spirito di Assisi” e ai due incontri mondiali di preghiera per la pace che il Papa polacco ha incoraggiato nel suo pontificato (incontro ripreso anche da Benedetto XVI, se è per questo). E conclude: la Chiesa di domani sarà più piccola, ma con più fede. Certo, a Gaudron piacerebbe vederne una grande e piena di cattolici convinti, “Ma se il prezzo da pagare è di annacquare la fede, allora ben venga la piccola comunità”.

IL RITORNO DI MARINI?- Chiudiamo infine con una voce che ai lefebvriani potrebbe non piacere: il ritorno in Vaticano di un personaggio di peso, l’ex cerimoniere di Giovanni Paolo II e di Joseph Ratzinger Piero Marini. Classe 1942, Marini – sia pure per breve tempo – potrebbe essere chiamato a guidare la Congregazione per il culto divino. Sarebbe un grosso colpo per monsignor Marini, attuale presidente del Pontificio Comitato per i Congressi Eucaristici Internazionali. Come ha osservato Sandro Magister sul suo blog, Marini è stato il primo co-consacrante del nuovo arcivescovo elemosiniere pontificio, il polacco Konrad Krajewski, pupillo di Bergoglio.

Antonino D’Anna

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Odivi ecclesiam malignantium

Un caro amico, provato nel fisico dal susseguirsi delle novità in cartellone al Circo Bergoglio, mi ha chiamato ieri. Era indignato per le malignità e le cattiverie che si vanno perpetrando, secondo quanto gli riferiva un suo conoscente di Curia, nei confronti di Mons. Guido Marini, Maestro delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice.

Da quel che si è lasciato trapelare, pare che Mons. Maestro terminerà di essere Cerimoniere del Papa dopo il 29 Giugno, alla vigilia delle ferie estive, e che per lui non sia prevista alcuna promozione. Dovrebbe quindi far ritorno nell’Arcidiocesi di Genova: egli sarebbe vittima di un gesto vergognoso, che in tempi cattolici si riservava ai reprobi e che oggi è invece adottato verso i meritevoli. Ma chi si prosterna, dinanzi alle telecamere, a sbaciucchiare i piedi dei galeotti e poi non genuflette davanti al Santissimo Sacramento, è chiaro che tiene in non cale anche i minimi rudimenti della buona creanza e che non si farà scrupoli di alcun genere: se ne sta forse facendo verso Benedetto XVI? In questo Bergoglio dimostra scarsissimo savoir faire e pare propendere piuttosto per il faire savoir.

Lo sdegno legittimo del mio amico, certamente condiviso da molti altri chierici e laici, non deve tuttavia perdere di vista – a mio avviso – alcuni elementi che possono ribaltare completamente la valutazione di quanto si prospetta per Mons. Marini e, temiamo, per molti altri degnissimi Prelati.

Credo infatti che, data la situazione presente, non essere oggetto di promozioni sia un fatto tutt’altro che negativo: in nome dell’adagio Promoveatur ut amoveatur sono assurti alle più alte cariche di Curia personaggi indegni, ed altri sono stati assegnati a Diocesi e sedi cardinalizie, Nunziature e cattedre universitarie. Non solo: quando la promozione viene accordata da chi è alieno al mondo del promosso, essa suona come un riconoscimento che quest’ultimo si guarda bene dal desiderare, non tanto in sé, ma in ragione di chi gli concede la promozione.

Sono certo che quel sant’uomo di Mons. Marini non si adonterà di far onorevolmente ritorno alla propria Diocesi, anziché esser promosso dal demolitore dell’opera liturgica del Predecessore, oggi recluso a Castelgandolfo.

Lasciamo che la setta conciliare innalzi agli onori degli altari i suoi santi, che promuova i suoi sodali, che tributi onori ai suoi simili: l’anticamera papale è piena di questuanti che chiedono a gran voce di esser rimessi al loro posto, di ricevere una mitria in capo o di vestire la Sacra Porpora, ad iniziare dall’omonimo Martiranese, che non fa mistero della necessità di riparare all’esilio – ampiamente meritato – degli scorsi anni.

Ecco: quel personaggio merita certamente una promozione, e chi gliela accorderà confermerà con quel gesto il legame di intrinsecità che qualifica entrambi.

Non sedi cum concilio vanitatis, et cum iniqua gerentibus non introibo. Odivi ecclesiam malignantium, et cum impiis non sedebo.

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Francesco ama ridursi a bonario vescovo di Roma, ma nei fatti agisce con la più forte applicazione dell’autorità sovrana conferita al Papa che si possa ricordare in questi ultimi anni: Bergoglio comanda, decide, fa.

Mi spiacerebbe molto per Mons. Guido Marini se queste anticipazioni risultassero vere.

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Ma quali segreti conosce il Mons “eretico” che ha partecipato al Conclave di Bergoglio de 13 marzo 2013?

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Che il Concilio Vaticano II avrebbe ridotto la chiesa ufficiale ad una pura setta protestantica, 50 anni fa’, pochi potevano prevederlo. Oggi e’ sotto gli occhi di tutti. dal 1962 in poi, in quella chiesa e’ successo di tutto e di piu’ e non dobbiamo meravigliarci di quello che accadra’ o potra’ accadere ancora. (Gesu’ diceva alle masse – GERUSALEMME, GERUSALEMME IL SIGNORE HA FATTO DI TE QUELLO CHE FA LA CHIOCCIA CON I SUOI PULCINI, TI HA PROTETTO SOTTO LE PROPRIE ALI, MA UN GIORNO DI TE NON RESTERA’ PIETRA SU PIETRA PER I TUOI PECCATI.) e Luca nel capitolo 21 ci dice, “Non passera’ questa generazione prima che tutto cio’ avvenga.” Purtroppo chi dovrebbe proteggere la Chiesa Cattolica ed Apostolica, oggi ne sta facendo di nuovo come il Tempio di Gerusalemme “una spelonca di ladri” – allora Gesù prese le funi e sappiamo come andò a finire. Oggi le profezie di Fatima o della Beata Emmerich o le parole di Pio Duodecimo si stanno avverando. Per noi e’ un grande dolore vedere la nostra Santa Madre Chiesa ridotta in questo stato a causa dei personaggi che sono ai vertici; ma se il Signore Onnipotente accetta questo, sà quali sono i nostri peccati e non puo’ lasciali impuniti. Ci ha tolto la cosa che dovrebbe essere piu’ cara all’umanita’ e sopratutto ai Cattolici stolti e dagli occhi bendati.

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Mi auguro che ciò non avvenga (mi riferisco alla sostizione di Mons. Guido Marini): sarebbe un fatto vergognoso e ingiusto nei confronti di Mons. Marini, e uno schiaffo al Papa emerito Benedetto XVI. Ma siccome c’è da aspettarsi di tutto, non è del tutto sbagliato pensare al peggio! Del resto già il giorno dopo l’elezione del nuovo papa, un degno confratello del nuovo vescovo di Roma, intervistato dalla radio nazionale, sentenziava con tanta sicumera che con papa Bergoglio i cerimonieri pontifici “avrebbero dovuto cambiare mestiere”.

 

 
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Ottimo, ottimo! Personalmente non stento a credere a questa notizia, data la personalità bergogliana.

Dunque posso ardire a fare delle previsioni? Tolto il Marini “tradizionale” chiunque arriverà obbedirà alla creatività del Bergoglio.

Via troni e tronetti, faldistori e sedie potificali, via quei fastidiosi alti candelabri sull’altare della confessione, via ogni genere di ostacolo che blocchi la creatività latino-americana!

E si dia finalmente corso a sedie che in nulla si differenzino da quelle di vescovi e cardinali, a colori che in nulla riportino ai fasti della liturgia (niente rosso, per carità, meglio sostituirlo con un color terra, molto più umile!), a candelabri come fece ordinare Paolo VI (non più alti di 20 cm), ad animatrici liturgiche in maglietta e a simpatici pupazzoni danzanti ….

Che meraviglia san Pietro, così, eh?

Così mentre i “fratelli separati” protestanti si fregano le mani dalla felicità, nel versante orientale gli ortodossi guardano in silenzio e pensano in cuor loro: “Che schifo!”, tranne poi, nel chiedere qualche favore al papa, far finta di nulla e prosternarglisi dinnanzi con mille ipocriti inchini e complimenti….

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Il meraviglioso libretto liturgico di mons. Guido Marini per l’inizio del Ministero Petrino di Papa Francesco

sabato 16 marzo 2013

E’ apparso oggi sul sito Vaticano lo splendido libretto per i Riti di inizio del Ministero petrino del Vescovo di Roma e la Santa Messa di inizio Pontificato. Un bellissimo esempio di continuità con il precedente papato, così attento al culto divino e alla bontà e genuinità anche delle forme liturgiche. Il rituale è stato approvato da Benedetto XVI, come spiegava il 22 febbraio Mons. Guido Marini (vedi qui).

La Messa è quella di San Giuseppe, con qualche variante minima nei canti (offertorio), vista l’augusta circostanza. Il Gregoriano risuona con commovente abbondanza e con popolare semplicità (Messa de Angelis). Alla celebrazione Eucaristica sono premessi i gesti della visita al sacello dell’Apostolo san Pietro, la consegna del Pallio papale e dell’anello del Pescatore. Chissà se la presenza di Sua Santità il Patriarca Ecumenico di Costantinopoli non diventi una bella occasione per Papa Francesco: potrebbe invitarlo a scendere insieme a lui e ai patriarchi cattolici alla Tomba di Pietro. Però eviterei di farmi benedire da lui in diretta mondiale (come abbiamo visto anche sul balcone la prima sera). A parte gli strepiti antiecumenici di alcuni cattolici, un gesto del genere, per quanto generoso, metterebbe a disagio Bartolomeo. Per aver benedetto un po’ d’acqua insieme a un cattolico, un vescovo ortodosso Romeno ha rischiato di essere deposto. Figuriamoci le reazioni di Grecia o Russia in un caso del genere….. Il Papa terrà certamente presente tutte e quattro le virtù cardinali.

 

Sentiremo comunque risuonare le laudes regiae e il Te Deum, ma anche le preghiere così cariche di impegno che collocano Francesco nella linea ininterrotta dei suoi predecessori: “TU ES PETRUS!”. Viene simboleggiata la tradizione del delicato e pesante compito di tenere unita tutta la Chiesa “in fide et caritate”, nella stessa fede e nell’amore a Dio e ai fratelli. Questo è il lavoro del Vescovo di Roma. Il Vescovo di Buonos Aires cede il posto dentro di sé al Romano Pontefice. La persona di Bergoglio diventa portatrice del ministero, lo assume su di sé. Un ministero che annienterebbe i più forti e determinati senza la preghiera incessante dell’intero Corpo di Cristo e il sostegno continuo dello Spirito Santo.

Mi dispiace non trovare altro che la copertina del precedente libretto di inizio pontificato, quello di papa Benedetto XVI, nel 2005 ancora non si usavano tutti i PDF di oggi. Quello che abbiamo – comunque – è anche opera sua.

 
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Nec rubricat nec cantat

Perché al gesuita Papa non piacciono riti e “clericalismi”

Prime critiche (liturgiche) a Francesco. Ma nella sua “sciatteria” c’è teologia

3 aprile 2013 – ore 10:52

L’idillio tra i grandi media e Papa Francesco continua. Piacciono le sue omelie brevi, sorprende il suo fermare la jeep che lo porta tra i fedeli che gremiscono piazza San Pietro, commuovono i suoi abbracci ai malati e i baci ai bambini. Si sprecano i paragoni: c’è chi vede in lui un nuovo Albino Luciani e c’è chi nota una somiglianza nello stile con Giovanni XXIII. Roncalli, però, la mozzetta la portava. Non solo, ma fu proprio il successore di Pio XII a riportare in auge il camauro nella versione invernale. E’ uno degli episodi cui si appigliano i tradizionalisti che avanzano sul Web le prime critiche a Francesco. Sul Corriere della Sera di ieri, Luigi Accattoli ricordava come le critiche riguardino le vesti, la liturgia, l’uso delle lingue e la preferenza per il titolo di “vescovo di Roma” anziché di “Papa”. Il sito messainlatino.it, poche ore dopo l’elezione di Bergoglio, ricordava come il nuovo Pontefice si fosse “distinto per un’applicazione tiepida, per usare un eufemismo, del Summorum pontificum (il motu proprio di Papa Ratzinger che consente la celebrazione della messa tridentina, ndr)”. Seguiva una laica preghiera per il maestro delle cerimonie liturgiche: “Povero Guido Marini, chissà quanto poco durerà ancora. Manco la mozzetta è riuscito a mettergli addosso”.

Più articolate le critiche alla scelta di celebrare la messa in Coena Domini nel penitenziario di Casal del Marmo. Sul sito cattoliciromani.com si è discusso sulla stola indossata dal Papa: diaconale e non episcopale, trasversale e non dritta: “Un abuso”, secondo qualche liturgista. A creare più preoccupazione è stata però la scelta di lavare i piedi anche a due donne per di più non cattoliche. Il blog rorate-caeli.blogspot.com ha avvertito che “solo uomini scelti” possono partecipare a quel rito. Altre critiche sono state sollevate per la semplificazione dell’apparato simbolico che accompagna le celebrazioni liturgiche: casule semplici, niente troni, omelie dall’ambone, durata ridotta delle messe – scelta che il vaticanista Sandro Magister, sul suo sito, ha definito “non sempre comprensibile”, come nel caso della veglia pasquale, quando sono state “ridotte all’osso le letture bibliche e si è letteralmente mutilata la prima”. Osservazioni anche sul fatto che Papa Francesco non canta né usa il recto tono per la benedizione Urbi et Orbi. “Il gesuita nec rubricat nec cantat”, non canta né si occupa delle rubriche liturgiche, ha detto con una battuta padre Lombardi (gesuita pure lui) rispondendo a chi mostrava perplessità per l’innovazione introdotta dal Papa argentino, dimenticando quella “certa afonia” di cui la Sala stampa aveva già parlato ricordando i problemi di salute del Pontefice.

“Troppi precetti fanno male alla chiesa”
Ma Francesco, e ancor prima Jorge Mario Bergoglio, è sempre stato così. E’ un gesuita, e la sua insofferenza per i cerimoniali e i rituali l’aveva già espressa più volte. L’ultima qualche mese fa, nell’omelia a chiusura dell’incontro della Pastorale urbana a Buenos Aires: “Gesù mangiava con i peccatori e a chi si scandalizzava diceva che i pubblicani e le prostitute li avrebbero preceduti nel Regno dei cieli. Sono quelli che hanno clericalizzato la chiesa del Signore, che la riempiono di precetti. Questi sono gli ipocriti di oggi”. L’allora arcivescovo della capitale argentina aggiungeva che “clericalizzare la chiesa è un’ipocrisia farisaica”.

E ancora, nella predica della messa crismale, il Papa ricordava che “la liturgia non è semplice ornamento e gusto per i drappi, bensì presenza della gloria del nostro Dio che risplende nel suo popolo vivo e confortato”. I discorsi di Francesco sono diretti, chiari, brevi, ma mai banali. Nelle messe mattutine a Santa Marta il Papa invita a riflettere sul perdono, la pazienza, la gioia oscura del pettegolezzo. Dietro il parlare facile di Bergoglio che segue la grande concettualizzazione di Joseph Ratzinger, dietro il “buon pranzo” con cui saluta i fedeli che gremiscono piazza San Pietro per l’Angelus o il Regina Coeli, c’è un fondo teologico. I gesuiti sono sempre stati grandi teologi, e lo stesso Bergoglio, qualche decennio fa, stava preparando una tesi di dottorato in Teologia su Romano Guardini. Fino a oggi ha preferito citare le massime della nonna o di qualche anziana signora confessata vent’anni fa in cattedrale. Intanto, però, come riportato ieri dalla Stampa, si confronta per la stesura delle omelie con Luis Francisco Ladaria Ferrer, arcivescovo spagnolo, gesuita che Benedetto XVI nominò segretario della congregazione per la dottrina della fede.

Francesco appartiene a un ordine particolare, quello che per volontà di Ignazio di Loyola non contempla i quattro aspetti caratterizzanti l’organizzazione monastica: le decisioni prese a maggioranza dai membri della stessa comunità riuniti nel capitolo, l’elezione del superiore da parte delle comunità, la stabilitas loci (abitare fino alla morte nella stesso luogo) e, soprattutto, la recita corale dell’ufficio divino. I gesuiti sono solitari, pregano da soli nelle loro stanze, danno forma a una spiritualità radicata negli Esercizi. Da sempre favorevoli alla pratica della confessione generale come sintesi di un percorso di introspezione e scoperta di sé, non è un caso che tra le prime omelie di Francesco abbia trovato uno spazio di rilievo il tema della confessione – che per un gesuita deve essere frequente, in modo da ricavare consolazione e forza interiore. I gesuiti sono autonomi, e Bergoglio rispecchia in pieno le caratteristiche del chierico ignaziano: parla con tutti, prende nota e poi decide senza chiedere pareri a nessuno, dicono con qualche apprensione in Vaticano. E lo fa nella sua suite, la numero 201 del residence di Santa Marta. Il suo stile è austero, in sintonia con la vocazione “militare” dell’ordine. Uno stile che già nel XVI secolo lasciò perplesso più di un porporato: “Ma che religiosi siete se non avete neppure il canto e la preghiera corale?”, sbottò il cardinale Gian Pietro Carafa, fondatore dei chierici teatini.

Gurrado I gesuiti al governo

© – FOGLIO QUOTIDIANO

di Matteo Matzuzzi   –   @matteomatzuzzi

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“Occhio, la Liturgia non può essere povera, la sua ricchezza è simbolo di alterità e divinità” è l’articolo di Mattia Rossi ripreso da A. Carradori su Traditio Catholica:
 

4 aprile 2013 – ore 18:00

Occhio, la liturgia non può essere povera, la sua ricchezza è simbolo di alterità e divinità

L’undicesimo volume dell’Opera omnia di Joseph Ratzinger, quello sulla “Teologia della Liturgia”, riporta sul retro della copertina una neanche troppo velata dichiarazione: “Nel rapporto con la liturgia si decide il destino della fede e della chiesa”. Questi primi giorni di pontificato (anzi, di episcopato?) di papa Francesco la rendono tremendamente attuale e ci impongono inevitabilmente una riflessione sul rapporto tra la povertà (e non il pauperismo) e la liturgia. Una riflessione che, non va sottovalutato, è tra una dimensione umana, la povertà, e quella divina, la liturgia. Già, perché è sfuggito, in questi anni di convulsioni post conciliari, la natura squisitamente divina della liturgia: un affacciarsi del Cielo sulla terra, la prefigurazione terrena della Gerusalemme che, pertanto, ne deve richiamare la maestà e la gloria. Nella liturgia, attualizzazione incruenta del Sacrificio di Cristo sulla croce, è Dio che incontra l’uomo: essa non è fatta dall’uomo – altrimenti sarebbe idolatria – ma è divina, come richiama anche il Concilio Vaticano II.

In questo quadro, assume, evidentemente, una notevole importanza anche il discorso relativo ai paramenti. Lo ha già sottolineato magistralmente Annalena Benini nelle sue “Nostalgie benedettine” sul Foglio del 23 marzo scorso: “Benedetto XVI si rivestiva di simboli e di tradizione mostrando a tutti che lui non apparteneva più a se stesso, né tantomeno al mondo”. Era di Cristo, era l’“alter Christus” quale è il sacerdote nella liturgia. Con il paramento egli non è più un uomo privato, ma “prepara” (parare) il posto a qualcun altro: e quel qualcun altro è il Re dell’Universo. Impoverire la maestosità del paramento significa, inevitabilmente, impoverire Cristo. Ed è proprio Gesù stesso ad aver separato il concetto di povertà personale da quella dell’istituzione chiesa. Lo fa nel vangelo di Giovanni, laddove accettò l’unzione di una donna di Betania: “Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell’unguento. Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che doveva poi tradirlo, disse: “Perché quest’olio profumato non si è venduto per trecento denari per poi darli ai poveri?”. Questo egli disse non perché gl’importasse dei poveri, ma perché era ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. Gesù allora disse: “Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me. Versando quest’olio sul mio corpo lo ha fatto in vista della mia sepoltura. In verità vi dico: dovunque sarà predicato questo vangelo, nel mondo intero, sarà detto anche ciò che essa ha fatto, in ricordo di lei” (Gv 12, 3-5). Innanzitutto, Egli giustifica il culto con oli costosi (e, guarda caso, Giovanni ricorda che è Giuda a lamentare lo spreco di danaro che, invece, avrebbe potuto essere destinato ai poveri) e, soprattutto, emerge l’esistenza di una cassa comune tra i dodici.

Torniamo alle origini? Allora si dovrà tornare ai drappi d’oro e porpora ritrovati nella tomba di Pietro. E’ evidente, dunque, che, non essendo il pauperismo un tratto distintivo della vita cultuale della chiesa, essa ci “trasmette ciò che ha ricevuto”, per usare un’affermazione dell’apostolo Paolo (1Cor 15, 3). Pio XII, emblema collettivo dell’opulenza liturgica, si dice che dormisse su tavole di legno nude e crude e seguisse modestissime diete. Ma in privato. L’ancoraggio liturgico alla tradizione fatta di mozzette, pianete e fanoni, è parziale manifestazione della Gerusalemme celeste, della liturgia degli angeli, come dice san Gregorio. Una tradizione fatta di canto gregoriano, che è incarnazione sonora della Parola di Dio, è garanzia di corretta risposta alla Parola stessa. Una tradizione fatta di una lingua sacra, il latino, immutabile nella quale ogni parola è già essa stessa teologia.

B-XVI, nella scuola di liturgia delle sue messe papali, ci ha insegnato magnificamente questo: ristabilire il primato della liturgia, fonte e culmine della vita della chiesa, e il primato di Cristo. “Non più io vivo, ma è Cristo che vive in me”, afferma san Paolo. Il sacerdote, coi paramenti, si “riveste” di Cristo (Gal 3, 27), dell’uomo nuovo (Ef 4, 24), per diventare per Cristo, con Cristo e in Cristo. Il Padre misericordioso, ci ha insegnato Joseph Ratzinger, dopo averlo abbracciato al suo ritorno, che è una risurrezione spirituale, ordina di andare a prendere “il vestito migliore” (Lc 15, 22).
E questo altro non è che l’applicazione di quel Concilio Vaticano II al quale molti si appellano per dimostrare il definitivo superamento dell’arte sacra della tradizione: “Una vigilanza speciale abbiano gli Ordinari nell’evitare che la sacra suppellettile o le opere preziose, che sono ornamento della casa di Dio, vengano alienate o disperse” (Sacrosanctum Concilium, 126) e precisa, inoltre, l’Ordinamento generale del Messale romano: “Nei giorni più solenni si possono usare vesti festive più preziose” (n. 346).

di Mattia Rossi

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Eminenza, che dite, magari, nel cosiddetto “worst case”, un posto da cannonico in San Pedro (à la Camillo Perl), glielo daranno sempre, no?

In fondo, il povero ‘don’ Guido, ha già percorso tutto il cursus honorum del ‘sottogoverno’ arcidiocesano genovese..

Ecce Sacerdos Magnus!

Mons. Guido Marini

“[Dopo l’ordinazione] ha proseguito gli studi a Roma presso la Pontificia Università Lateranense dove ha ottenuto il dottorato in utroque iure. Presso la Pontificia Università Salesiana ha invece conseguito il baccellierato in psicologia della comunicazione.

A partire dal 1988 ha svolto l’ufficio di segretario personale degli arcivescovi di Genova, i cardinali Giovanni Canestri e Dionigi Tettamanzi. Ha ricoperto inoltre il ruolo di maestro delle celebrazioni liturgiche sotto i cardinali Dionigi Tettamanzi, Tarcisio Bertone e Angelo Bagnasco.”

“Dal 1992 si è occupato di insegnamento. In particolar modo è stato docente di diritto canonico alla sezione di Genova della Facoltà teologica dell’Italia settentrionale e anche di teologia dei ministeri all’Istituto superiore di scienze religiose della medesima arcidiocesi.”

“Nel 2002 ha ricevuto la nomina a canonico e successivamente a prefetto, nel 2003, della cattedrale di San Lorenzo. Nel 2004 è stato eletto direttore spirituale del seminario arcivescovile di Genova. Dal 2003 al 2005 ha invece assunto il ruolo di direttore dell’Ufficio diocesano per l’educazione, rivolgendo uno sguardo all’insegnamento della religione cattolica nell’ambito della scuola. Nel 2005 ha ricevuto la nomina a cancelliere arcivescovile ed è divenuto così membro permanente del Consiglio episcopale.”

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Il significato dell’Avvento: intervista per “Avvenire” di Mons. Guido Marini

lunedì 20 dicembre 2010

Qual è il significato dell’Avvento ?
L’Avvento è il tempo dell’attesa. Dell’attesa che fa riferimento a una venuta, quella del Signore Gesù, il Figlio di Dio, l’unico Salvatore del mondo. Il popolo cristiano, in questo tempo forte dell’anno liturgico, vive la propria fede rinnovando la consapevolezza gioiosa di una triplice venuta del Signore, quella di cui parlano anche i Padri della Chiesa.
Una prima venuta, della quale fare grata memoria, è quella del Figlio di Dio nella storia degli uomini, al momento dell’Incarnazione. Una seconda venuta è quella che si realizza nell’oggi della vita, e che è incessante. Essa prende forma in una molteplicità di modi, a cominciare dall’Eucaristia, presenza reale del Signore in mezzo ai suoi, per continuare con i sacramenti, la parola della divina Scrittura, i fratelli, soprattutto se piccoli e bisognosi. Una terza venuta, da attendere nella speranza, è quella che si realizzerà alla fine dei tempi, quando il Signore ritornerà nella gloria e tutto sarà ricapitolato in lui.
Così, nel tempo dell’Avvento il popolo cristiano è chiamato a rinnovare la consapevolezza che la sua vita è tutta contenuta nel mistero di Cristo, Colui che era, che è e che viene. Anche per questo, l’Avvento è un tempo marcatamente “mariano”. La SS. Vergine è colei che in modo unico e irripetibile ha vissuto l’attesa del Figlio di Dio, è colei che in modo singolare è tutta contenuta nel mistero di Cristo.

In che modo i singoli fedeli e le comunità cristiane possono aiutarsi a vivere meglio questo momento forte del tempo liturgico della Chiesa?
Entrando in questo tempo con l’atteggiamento interiore di chi si prepara a vivere un periodo di conversione e di rinnovamento, orientando con decisione la propria vita al Signore Gesù.
La Chiesa, con l’anno liturgico, ci offre periodicamente la grazia di vivere momenti spiritualmente forti, occasioni propizie per ritrovare lo slancio del cammino verso la santità. Nell’Avvento un tale slancio ha un tono singolare, che è quello della gioia. La gioia al pensiero che il Signore si è già mostrato nel suo volto di amore misericordioso e inimmaginabile. La gioia al pensiero che il Signore è nostro contemporaneo e vicino oggi, nel presente della nostra esistenza, nella quotidianità semplice delle nostre giornate. La gioia al pensiero che il futuro non è avvolto nell’oscurità, ma risplende della luce del Cielo di Dio in Cristo.
Tutto questo diventa esperienza di vita anche in virtù di un cammino personale e comunitario di conversione, fatto di una più intensa e prolungata preghiera, di una qualche forma penitenziale e di distacco dalla mentalità del secolo presente, di una carità più generosa e autenticamente cristiana.

Quali sono le caratteristiche delle celebrazioni in questo periodo?
La liturgia, per il tramite dei riti e delle preghiere, conduce alla partecipazione attiva del mistero celebrato. Pertanto, nella celebrazioni del tempo di Avvento, deve trasmettere il senso dell’attesa tipico dell’Avvento. Lo deve fare con le sue preghiere, con il suo canto, con il suo silenzio, con i suoi colori e con le sue luci. In tutto deve farsi presente il mistero del Signore che viene, lui che è il Principio e la Fine della storia; in tutto deve rendersi in qualche modo toccabile la gioia vera e sobria della fede; in tutto deve trasparire l’impegno per il cambiamento del cuore e della mente per un’appartenenza più radicale a Dio.

E quali le particolarità delle liturgie pontificie?
Se pure in un contesto peculiare, quale quello dovuto alla presenza del Santo Padre, le liturgie pontificie non possono che presentare le caratteristiche tipiche di questo tempo dell’anno. Con una nota in più: quello della esemplarità. Perché non è mai da dimenticare che le celebrazioni presiedute dal Papa sono chiamate a essere punto di riferimento per l’intera Chiesa. E’ il Papa il Sommo Pontefice, il grande liturgo nella Chiesa, colui che, anche attraverso la celebrazione, esercita un vero e proprio magistero liturgico a cui tutti devono rivolgersi.

Quest’anno in particolare la liturgia dei primi Vespri di Avvento è inserita in una “Veglia per la vita nascente”. Qual è il significato di questo particolare “abbinamento”?
Si tratta di un abbinamento che si sta rivelando felice. L’iniziativa di una “Veglia per la vita nascente”, promossa dal Pontificio Consiglio per la Famiglia, viene in tal modo a inserirsi nella celebrazione di inizio dell’Avvento, un tempo quanto mai indicato per il richiamo al tema della vita. L’Avvento è il tempo dell’attesa di Maria, che portava nel grembo il Verbo di Dio fatto carne. L’Avvento è l’attesa della Vita vera, quella che si è manifestata nel Figlio di Dio fatto uomo, pienezza e compimento del disegno di Dio sull’umanità. In quella Vita, apparsa a Betlemme, ha trovato significato nuovo e definitivo la dignità di ogni vita umana. Così, davvero, pregare per la vita nascente, nel contesto della celebrazione dei Primi Vespri per l’inizio dell’anno liturgico, risulta significativo e provvidenziale.

Gianni Cardinale

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Messa coram Deo di mons. Guido Marini

mercoledì 19 2010
 
Dal “fans’ club blog” (proprio così, esiste) di mons. Guido Marini, traiamo le belle fotografie della celebrazione per l’Ascensione di N.S.G.C. in Santa Maria Maggiore, domenica scorsa. Forma ordinaria, ma versus Deum. Ce ne fossero…

 
 
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Scusate ma…Un vero sacerdote genovese dell’epoca del Grande Giuseppe Card. Siri si nota…

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Coram Deo e comunione i ginocchio, wow!

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Certamente la celebrazione ad oriente è preferibile.
Quel santo orientamento liturgico tuttavia non attenua le gravi lacune di cui il Novus Ordo è pieno !
Attenzione ! Non facciamoci incantare dalle posizioni liturgiche, dal canto , dai bei paramenti ( che in questo caso non ci sono ).
La nuova messa è stata concepita, con la collaborazione di sei protestanti, per essere di rottura con la linea liturgica cattolico-romana di sempre !
L’offertorio, da Coltivatori diretti, ne è la prova più eclatante.
A proposito dei paramenti utilizzati a Santa Maria Maggiore nel giorno dell’Ascensione.
Possibile che coloro che hanno un certo buon senso liturgico debbano avere paura di tutto e tutti ?
In un certo modo io ammiro i novatori che hanno distrutto tutto.
Sono stati determinati e hanno portato fino in fondo la loro, nefasta, opera.
Noi abbiamo paura delle reazioni , di quello che indossiamo, di quello che respiriamo e di quello che beviamo…
Loro, gli spietati novatori, in pochi anni hanno distrutto un edificio millenario, con annessi e connessi.
Noi per mettere una pianeta, conservata negli scaffali della sagrestia, abbiamo paura, abbiamo timore….
La Chiesa è disunita, questa è la realtà, e prima o poi questa divisione sarà sancita ufficialmente.
Meglio così : l’acqua tiepida diventa stagnante e infetta.
Meglio che i contorni delle due chiese si delineino.
Fa bene il Direttore Ferrara a pubblicare i vaneggiamenti del vescovo di Vienna e dei suoi compari : i fedeli debbono sapere e la Gerarchia deve dare risposte.

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UN PAPA PER IL GUINNESS, o per il livellamento del papato

venerdì 12 aprile 2013

<id=”post-body-2220344131412328881″>Appena compiuto il primo mese dell’elezione al più alto trono, Papa Francisco accumula un così alto numero di cambiamenti da potersi accreditareper un posto di nel famoso “Guinness Book”. Come un detentore del record di coloro che inglobano segni di riferimento successivi, o come si gonfiano disposto a cancellare tutte le dimensioni, il nuovo papa ha fatto un vendicatore di subtilitas da debiti fastidioso di onore e di esternalità, in modo che essi sembrano pesare le loro spalle come strato di piombo. Il Papa è venuto “giorno del giudizio”, nelle parole che detiene il supporto profetico malaugurios (e record non sono affatto esaustivo): – nuovo nome, non ha avuto da nessuno dei suoi predecessori (unica negli ultimi 1100 anni, e è ben eccettuato Giovanni Paolo I, che ha adottato, riattacco, i nomi dei suoi due immediati predecessori); – l’atto di benedizione omissione fin dalla sua presentazione al popolo riuniti in piazza San Pietro il giorno della vostra scelta (un gesto ripetuto convocato i giornalisti dopo la prima udienza, che non benedica “per non offendere la coscienza dei credenti non accreditati c’è”); – adozione della Croce di ferro al posto del petto di oro – scarpe nere e rosso, come si addice all’uso consueto pontificio – bianco taglio singolo senza mantello o rubato; – il più volte lui stesso definito come “vescovo di Roma” evitando scrupolosamente il nome più chiaramente universalizzante Papa o il Papa; – predicazione fatta in piedi senza l’uso della mitra; – celebrazione rituale lavanda dei piedi su Giovedi Santo in un penitenziario per i minori, contro la secolare abitudine di fare in Laterano, e con espressa violazione di tale sezione del messale che dice che ricevere tale gabinetto deve essere “battezzati uomini” (avevano occasionalmente due donne, e musulmani) – baratto del Palazzo Apostolico come residenza per l’ostello di Santa Marta – il non cantare né massa né la fine dell’Angelus domenica; – sostituendo il trono pontificio da una sedia. ‘ri tutti gesti discontinuistas su abitudini ancestrali che influenzano il papato, a cui deve essere aggiunto almeno due visibilmente rottura con il suo predecessore: – si muove intorno all’altare (“Strap altare . ‘) nella Cappella Sistina Benedetto, celebrando contro absidem, aveva ripreso il bellissimo altare originale, inutilizzato da decenni – la riadozione del cast di Paolo VI, poi ereditato da Giovanni Paolo I e II, e fatto in modo sicuro da Benedetto XVI, dopo prendere pazientemente per due anni, con cura squisita non mostrare un gesto che potrebbe essere interpretato come “pausa” dai loro predecessori. Ratzinger, in effetti, ha sostituito la stecca spaventoso Scorzelli ordita da coloro che portavano continuamente dai papi da Pio IX a Montini, che ha ordinato il cambio. ultimi due misure non hanno voluto suggerire che richiede più niente di nuovo: che il papato Ratzinger è stato per molti aspetti un interreño in cui l’applicazione del post-conciliare nuovo trovato un forte rallentamento. I celerísimas il set di “riforme” bergoglianas, la lente di ingrandimento non è tenuto a constatarlas: non basta per essere bendato. E se è vero che potrebbe essere attribuito, ed è degno di nota paradosso, di essere nientemeno che il papa, per la progettazione di uno spirito comune, sprezzante verso qualunque punto qualsiasi eccellenza, in grado di comprendere il simbolismo coinvolti in ciascuno degli oggetti depositata, a spiegare c’è una tesi inquietante (se possibile) in modo sinistro. Poiché è noto che il plebeianism era una nota di distinzione dell’allora Arcivescovo di Buenos Aires, che è conosciuta passi falsi hanno anche liturgica, e in abbondanza, nonostante che incriminanti adagio  lex orandi, lex credendi.   Quale liturgia è segno di alterità divina e ci sembra di essere convinto abbastanza da Sua Eminenza.

Ed è del tutto lecito ricorrere alla spiegazione di impostura, di umiltà finta dannoso per un’istituzione che non si esaurisce con una persona, dal momento che il Papa dovrebbe sapere che chi mette sulle pareti scarta ma non Bergoglio il Vicario di Cristo, la cui dignità deve essere visibile. E torpísima e pretesa fallace questo costo ritornare alla semplicità evangelica presunta storia maul, la storia della Chiesa, come si trova nelle eresie ri-pristinizadoras e pauperistici del Medioevo è quella di ignorare il mistero della Incarnazione. Ma ci ritroviamo con questa spiegazione, in un test-by-accurato della semplice molla è personale di questi gesti sfortunati. Ciò che è più spaventoso è quello che molti autori hanno sottolineato già, ed eminentemente De Mattei in articolo pubblicato un paio di settimane, che delinea il programma chiamato Scuola di Bologna, condivisa da non pochi capi curiali, presumibilmente quelle stesse che è salito al trono-Bergoglio rilanciare il condannato composto conciliarismo tesi, vero pericolo per la sopravvivenza della Chiesa presso l’uscita del Grande Scisma dei secoli XIV e XV. Come risulta da Giuseppe Alberigo, un portavoce di questa scuola,

Sullo sfondo nemico è l’idea di “sovranità papale ‘, nato nel Medioevo, che sarebbe l’origine della deviazione del papato per quanto riguarda il suo spirito originario. Dalla metà del 1400, secondo un altro storico bolognese, Paolo Prodi, si svolse una metamorfosi del papato che ha toccato l’istituzione nel suo complesso, che porta non solo a una mutazione dei connotati istituzionali dello Stato Pontificio, diventare principato temporale, ma anche ad una riformulazione del concetto di sovranità ecclesiastica, la sovranità incarnata politico (…) Speech Center è il passaggio da una visione giuridica della Chiesa, in base al criterio della competenza, ad una concezione sacramentale, basato sull’idea comunione (…) Il rapporto tra il papa ei vescovi, dopo il Vaticano II, secondo Dianich non può più forgiata dai poteri e subordinazione. Il Papa governa la Chiesa “dall’alto”, ma guide nell’ordine di comunione.

Il suo potere di giurisdizione avrebbe ricevuto il sacramento e in effetti, sotto l’aspetto sacramentale, il Papa non è superiore ai vescovi. Lui, prima di essere pastore della Chiesa universale, il Vescovo di Roma e di esercizio del primato su tutta la Chiesa non è del governo ma di amore, proprio perché, ontologicamente e vescovo, il Papa è sullo stesso piano come il altri vescovi. Con questo Dianich sarebbe attribuire più potere al collegio dei vescovi, attribuendo la possibilità di legiferare con autorità. Il Papa dovrebbe esercitare il suo primato in un modo nuovo, unendo il loro potere deliberativo o di organi consultivi, come conferenze episcopali, sinodi, o almeno ai comitati permanenti, che contribuiscono nel governo della Chiesa.

Questo sarebbe un primato di “onore” o di “amore”, ma non di governo e giurisdizione della Chiesa. Queste tesi sono, in ogni caso, in primo luogo, storicamente falsa. La storia del papato non è, infatti, la storia di diverse forme storiche e contrastanti tra loro, ma omogenea evoluzione della suprema giurisdizione inizialmente presente nelle parole di Gesù Cristo a Pietro, e solo lui, ha detto: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa.

Il potere di giurisdizione è eminentemente potere del governo. Il Papa è tale perché governa la Chiesa esercita dottrinale e giurisdizione disciplinare non può essere delegato: c’è, infatti, una differenza tra il potere del governo e il suo esercizio, come se si potesse immaginare la possibilità di un governo la cui caratteristica non essere la regola.L’essenza del papato è in questo senso caratteristiche immutabili: si tratta di una regola assoluta che non può essere delegato ad altri, né in tutto o in parte (…) Per quanto riguarda il relativismo, la Chiesa ha di lasciar andare di infallibilità per presentare al mondo abnegating debole, o meglio usare questo carisma, che solo lei possiede, di opporsi sovranità religiosa e morale alle rovine della modernità? L’alternativa è drammatica, ma inevitabile.

Como un recordman de esos que engullen  sucesivas marcas, o bien como marejada dispuesta a borrar todas las cotas, el nuevo papa se ha hecho un reivindicador de la subtilitas contra todo enojoso reato de honores y exteriorizaciones, tanto que éstos parecen pesar a sus hombros como capa de plomo. El papa venido «del fin del mundo» -según expresión que los malaugurios admiten profética- ostenta (y conste no somos para nada exhaustivos):

– nombre nuevo, no tenido por ninguno de sus predecesores (caso único en los últimos 1100 años, y queda bien exceptuado Juan Pablo I, que adoptó, componiéndolos, los nombres de sus dos inmediatos antecesores);
– omisión del acto de bendecir ya desde su presentación ante el pueblo reunido en la plaza San Pedro el mismo día de su elección (gesto repetido poco después ante los periodistas convocados a la primera audiencia, a los que no bendijo “para no herir la conciencia de los no creyentes allí acreditados”);
– adopción de la cruz de hierro en vez del pectoral de oro;
– de zapatos negros y no rojos, como corresponde al consueto uso pontifical;
– de simple talar blanca sin muceta ni estola;
– el definirse reiteradamente a sí mismo como «obispo de Roma», evitando escrupulosamente la denominación más claramente universalizante de Papa o de Sumo Pontífice;
– predicación hecha de pie y sin uso de la mitra;
– celebración del ritual del lavatorio de los pies del Jueves Santo en una penitenciaría de menores, contra la plurisecular costumbre de hacerlo en Letrán, y con expresa contravención de aquella rúbrica del misal que dice que los que reciben tal lavatorio han de ser «varones bautizados» (había en la ocasión dos mujeres, y una musulmana);
– trueque del Palacio Apostólico como lugar de residencia por el albergue Santa Marta;
– el no cantar ni la misa ni el final del Ángelus dominical;
– sustitución del trono papal por un sillón.

Son todos gestos discontinuistas respecto de costumbres ancestrales que afectan al papado, a los que se deben agregar al menos dos que rompen visiblemente con su predecesor:

– la vuelta al altar móvil («altar postizo») en la Capilla Sixtina. Benedicto, celebrando versus absidem, había recobrado el hermoso altar original, en desuso por décadas;
– la readopción de la férula de Paulo VI, luego heredada por Juan Pablo I y II, y puesta a buen recaudo por Benedicto XVI después de llevarla pacientemente durante dos años -con exquisito cuidado de no exteriorizar un gesto que podía interpretarse como “de ruptura” con sus antecesores. Ratzinger, en efecto, sustituyó la espantable férula pergeñada por Scorzelli por aquella que llevaron ininterrumpidamente los pontífices desde Pío Nono hasta el papa Montini, que ordenó su cambio.

Estas dos últimas medidas quieren sugerir lo que no ya no reviste ninguna novedad: que el pontificado Ratzinger fue, en muchos respectos, un interreño en el que la aplicación de las novedades postconciliares encontró una brusca desaceleración. Cuanto al conjunto de las celerísimas “reformas” bergoglianas, no se requiere la lupa para constatarlas: basta sólo con no tener los ojos vendados. Y si es cierto que podrían atribuirse -y es de notar la paradoja, tratándose nada menos que del papa- al designio de un espíritu vulgar, desdeñoso para con todo cuanto señale alguna excelencia, incapaz de comprender el simbolismo que entraña cada uno de los objetos archivados, para explicarlas hay una tesis más inquietante (si cabe) por lo siniestra. Porque es sabido que el plebeyismo fue una nota de distinción del entonces Arzobispo de Buenos Aires, al que se le han conocido traspiés también litúrgicos, y en abundancia, a despecho de aquel comprometedor adagio que reza lex orandi, lex credendi.  Que la liturgia sea signo de alteridad y de divinidad no parece haber convencido bastante a Su Eminencia.

Y es plenamente admisible recurrir a la explicación de la impostura, de la humildad fingida en detrimento de una institución que no se agota en una persona, toda vez que el papa debiera saber que quien se reviste de los paramentos que él desecha no es Bergoglio sino el Vicario de Cristo, cuya dignidad debe ser visible. Es torpísima y falaz la pretensión de volver a este coste a la presunta sencillez evangélica: mutilar la historia, la historia de la Iglesia -tal como se comprobó en las  herejías re-pristinizadoras y pauperistas de la Edad Media- es desconocer el misterio de la Encarnación. Pero nos quedaríamos, con esta explicación, en un examen -por certero que sea- del mero resorte subjetivo de estos desdichados gestos. Lo que más aterra es lo que ya varios autores han señalado, y eminentemente De Mattei en un artículo publicado hace un par de semanas, en el que reseña el programa de la llamada Escuela de Boloña -compartido por no pocas testas curiales, presumiblemente aquellas mismas que elevaron a Bergoglio al solio- consistente en reflotar la condenada tesis del conciliarismo, verdadero peligro para la supervivencia de la Iglesia a la salida del Gran Cisma de los siglos catorce y quince. Según se deduce de Giuseppe Alberigo, uno de los portavoces de esta escuela,

el enemigo de fondo es la idea de la «soberanía pontificia», nacida en la Edad Media, que se encontraría en el origen de la desviación del papado respecto de su espíritu originario. Desde la mitad del 1400, según otro historiador boloñés, Paolo Prodi, se desenvolvió una metamorfosis del papado que tocó a la institución en su conjunto, llevando no sólo a una mutación de las connotaciones institucionales del estado pontificio, transformado en principado temporal, sino también a una reformulación del concepto de soberanía eclesiástica, plasmada sobre la soberanía política (…) El centro del discurso es el pasaje de una visión jurídica de la Iglesia, basada en el criterio de jurisdicción, a una concepción sacramental, basada en la idea de comunión (…) Las relaciones entre el Papa y los obispos, después del Vaticano II, según Dianich, no pueden ya más forjarse por los poderes y la subordinación. El Papa no gobierna a la Iglesia “desde lo alto”, sino que la guía en el orden de la comunión.

Su poder de jurisdicción lo recibiría de hecho del sacramento y, bajo el aspecto sacramental, el Papa no es superior a los obispos. Él, antes de ser pastor de la iglesia universal, es obispo de Roma, y el primado que ejercita sobre la iglesia universal no es de gobierno sino de amor, justamente porque, ontológicamente y como obispo, el Papa está en el mismo plano que los otros obispos. Por esto Dianich quisiera atribuir mayor poder al colegio episcopal, atribuyéndole la posibilidad de legislar con autoridad. El Papa debería ejercitar su primado de manera nueva, asociando a su poder órganos deliberativos o consultivos, como conferencias episcopales, sínodos, o en todo caso organismos permanentes, que lo coadyuven en el gobierno de la Iglesia.

Se trataría de un primado de “honor” o de “amor”, pero no de gobierno y de jurisdicción de la Iglesia. Estas tesis son, de todos modos y en primer lugar, históricamente falsas. La historia del papado no es, de hecho, la historia de formas históricas distintas y contrastantes entre sí, sino la evolución homogénea de un principio de suprema jurisdicción presente en las palabras de Jesucristo que a san Pedro, y sólo a él, le dijo: Tú eres Pedro, y sobre esta Piedra edificaré mi Iglesia.

El poder de jurisdicción es, eminentemente, poder de gobierno. El Papa es tal porque gobierna a la Iglesia ejercitando una jurisdicción doctrinal y disciplinaria que no puede delegar: no existe, en los hechos, una diferencia entre el poder de gobierno y su ejercicio, como si se pudiese imaginar la posibilidad de un gobierno cuya característica sea la de no gobernar. La esencia del papado tiene en este sentido características inmutables: es un gobierno absoluto que no puede ser delegado a otros ni totalmente ni en parte (…) Frente al relativismo, ¿la Iglesia tendrá que dejar de lado la infalibilidad para presentarse al mundo débil y renunciataria, o más bien servirse de este carisma, que sólo ella posee, para contraponer su soberanía religiosa y moral a las ruinas de la modernidad? La alternativa es dramática, aunque ineludible.

Mucho nos tememos que, de los términos de la alternativa, la malhadada inspiración que anima al vertiginoso pontificado «del fin del mundo» escoja el del encogimiento y retracción, cuyo lema podría ser -muy a su manera- el pasaje de Isaías (40, 4): omnis vallis exaltabitur, et omnis mons et collis humiliabitur. Es decir: a imagen de lo que ocurrió en la moderna sociedad civil, el reemplazo de https://escogitur.files.wordpress.com/2013/04/gregoriovii.jpguna constitución monárquica y jerárquica a una republicana y deliberativa, para lo que al poder creciente de la Secretaría de Estado y los diversos dicasterios, y a la atomización instada por las conferencias episcopales -datos ya crudamente verificados en los últimos años- se le agregue, ahora sí, la humillación más ostensible del papado. Con lo que el quicio sobre el que gira la garantía de perdurabilidad y unidad de la Iglesia resultaría, finalmente, removido, siendo el propio papa el ejecutor de tal programa.

Resultaría admirable la inteligencia de la estratagema, si no contáramos con la certeza del triunfo definitivo de Cristo y del fin que les está anunciado a aquellos que no quieren que Él reine.

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Il disprezzo dei Novatori verso il popolo

 

Ci risiamo: gli Arconti del Nuovo tornano a riproporre, con la spocchia e la faccia tosta che gli deriva dall’avere uno dei loro sul Soglio, la visione classista tipica dei Rivoluzionari. In nome della democrazia, dell’abbattimento dei muri divisori, a partire da quelli che separano le varie chiese cristiane tra di loro, l’eccesso di burocrazia, i residui cerimoniali, leggi e controversie passate, divenuti ormai solo dei detriti.

 
Costoro, che pur si chiamano umili e formalmente detestano ogni distinzione gerarchica, i fatto nutrono un disprezzo sesquipedale per i veri umili, per il popolo che essi considerano ignorante e stolido, e del quale si sono imposti come guide, dopo aver spodestato prima i legittimi Sovrani, poi i Sacri Pastori.
 
Così, armati del loro repertorio ideologico ereticale in formaldeide, salgono in cattedra per spiegare al popolo quello che è bene e quello che è male, per insegnargli ciò che deve e non deve fare, per guidarlo a tappe forzate verso il radioso futuro conciliare ed ecumenico che lo attende. Lutero, al pari di tutti gli eretici, sapeva benissimo che il successo della sua pseudo-riforma era principalmente dovuto all’appoggio dei Principi, mentre il popolo doveva essere blandito con gran discorsi, ma costretto poi nei fatti ad obbedire manu militari se non si adeguava. Anche nell’Inghilterra anglicana l’eresia fu imposta dall’alto, nonostante i suoi artefici millantassero che era voluta dal basso. E lo fecero a colpi di condanne a morte.
 
Che al popolo questo radioso futuro non interessi, o sia addirittura considerato come una sciagura, poco importa: sono gli Eletti, i Gerarchi del Concilio, gli Illuminati dell’Ecumenismo a sapere ciò che la massa deve fare, e non accettano critiche. E dinanzi al rifiuto, sfoderano un autoritarismo che fa impallidire i dittatori più violenti della Storia. Un autoritarismo che si accompagna, indicativamente, al più viscido servilismo verso i potenti del secolo e alla più abbietta cortigianeria verso i nemici di Dio e della Chiesa: basta vedere il plauso di cui godono i Novatori presso eretici, scismatici, idolatri, massoni, liberi pensatori e gazzettieri progressisti.
 
Secondo la vulgata dei Novatori, ogni passo compiuto verso la Rivoluzione è un progresso voluto dal popolo, al quale essi si appellano per legittimarsi, in nome della democratizzazione della Chiesa. Sarebbe stato il popolo a volere il Vaticano II, a chiedere a gran voce la distruzione della Liturgia cattolica, a pretendere l’uso della lingua dei carrettieri nella Messa e nei riti, a fare le barricate per avere dall’ottusa Gerarchia romana la Dignitatis Humanae e la Nostra Aetate.
 
E’ sempre il popolo che ha tolto la talare ai sacerdoti, che ha secolarizzato gli Ordini religiosi e ne ha annacquato le Regole, che ha voluto la Comunione in mano e la cremazione, che non vedeva l’ora di finirla col gregoriano per poter finalmente strimpellare la chitarra in chiesa. E’ il popolo a volere i selvaggi mezzi nudi in San Pietro, l’inculturazione, la nuova dottrina sulla Sinagoga, i baci del Corano, e che si oppone fermamente al pro multis nella consacrazione. E’ il popolo che vuole ridimensionare il Papato, mettere in discussione il Limbo, e che ha preteso a gran voce l’abolizione del Suddiaconato.
 
Al tempo stesso, il popolo non capisce niente: glielo spiegano loro, cosa deve credere, come deve pregare, se e quando deve inginocchiarsi, addirittura come deve ricevere la Comunione.

Tant’è vero che, appena quello stesso popolo riempie le chiese per una Messa tridentina o pretende dal Clero che gli insegni la vera Dottrina, ecco che gli Arconti si stacciano le vesti e gridano alla deriva plebiscitaria. Si inalberano con sdegno per la lesa maestà, e levano il ditino ammonitore minacciando punizioni severissime, scomuniche, interdetti, censure.

Succede come con certi edifici antichi. Nel corso dei secoli, per adattarsi alle esigenze del momento, si sono riempiti di tramezzi, di scalinate, di stanze e stanzette. Arriva il momento quando ci si accorge che tutti questi adattamenti non rispondono più alle esigenze attuali, anzi sono di ostacolo, e allora bisogna avere il coraggio di abbatterli e riportare l’edificio alla semplicità e linearità delle sue origini. [padre Raniero Cantalamessa]

Chi sia poi arbitro nello scegliere cosa abbattere e in cosa consista la semplicità e la linearità delle origini, è per essi evidente: spetta a loro, e a loro soltanto, ergersi a supremi giudici e decidere dove deva abbattersi il maglio impietoso della devastazione. Cose peraltro già viste presso tutte le sette ereticali, e sempre condannate dal Magistero della Chiesa.

Il classismo ripugnante di questi arroganti tiranni è inferiore solo alla loro sfacciataggine: disprezzano le masse, le evitano, se ne tengono alla larga, perché – si sa – il gregge puzza e non capisce niente. Poi mandano avanti Bergoglio con i suoi gesti demagogici e populisti, con le lavande dei piedi estemporanee, con le croci di ferro e le scarpe da manovale. Ma loro se ne stanno in disparte, col fazzoletto intriso di aromi, per non dover sopportare i miasmi di quella plebaglia di cui hanno orrore e che – sia chiaro – non vogliono assolutamente riscattare dal fango. I poveri, i diseredati, gli emarginati servono ad alimentare l’impostura democratica e populista, e per questo motivo devono rimanere tali. Se si riscattano, se non sono più straccioni, delinquenti, ignoranti, atei, pagani; se si convertono e si fanno battezzare; se vivono santamente nell’obbedienza ai Comandamenti e alla Legge della Chiesa; se studiano il Catechismo e recitano il Rosario non servono a niente, anzi danno addirittura fastidio, perché mettono in discussione tutto il castello di carte messo insieme dai Tecnarchi del Vaticano II.

E si sa: il convertito riconosce i muri divisori, a partire da quelli che separano le varie chiese cristiane tra di loro, e proprio per questo sceglie di convertirsi alla vera Chiesa ed abbandonare la setta eretica. Per lui le differenze tra Verità ed errore non sono solo dei detriti, come vorrebbe padre Cantalamessa. Anzi: il fedele semplice e non indottrinato al verbo progressista non crede che vi siano varie chiese cristiane, ma che ve ne sia una e una sola. Ecco perché i Novatori detestano le conversioni e la fede dei semplici: rappresentano una intollerabile sconfessione della loro attività corruttrice.

Secondo padre Lombardi i galeotti di Casal del Marmo sono dei minus habens che non sanno distinguere il senso del gesto che Cristo ha compiuto lavando i piedi ai Suoi Apostoli: sono ignoranti, sono stupidi, poveretti: ci vuole la mente eccelsa di raffinati esperti di regole liturgiche per capire che, siccome Nostro Signore aveva appena consacrato Vescovi i Dodici, voleva insegnar loro che chi è destinato a comandare il gregge deve anche saperlo servire con umiltà. Un mussulmano non capisce niente di questo, come non capisce niente una ragazza traviata, un borseggiatore, un drogato, un ladruncolo, un criminale e via sciorinando fino alle estreme periferie del disagio e dell’emarginazione. E non capisce niente – ça va sans dire – nemmeno un Apostolo. Evidentemente i metodi pedagogici di Nostro Signore sono inadeguati.

Quale satanico orgoglio! (O satanico “Ber”goglio! ndr) Cristo ha scelto come Apostoli delle persone semplici e relativamente ignoranti, e ha posto a loro capo un pescatore. Al Suo posto, i Gerarchi della setta conciliare avrebbero selezionato i candidati negli Istituti di Scienze Religiose, nelle scuole rabbiniche, tra le élite ebraiche e di certo anche tra i sacerdoti pagani al seguito dei Romani. Un consiglio ante litteram, per il dialogo con l’Ebraismo e il Paganesimo. Così si evitava tutta quella sceneggiata della Crocifissione e non si doveva ricucire il velo del tempio.

Questa visione elitaria ripugna ovviamente alla Chiesa Cattolica, che è Madre prima ancora che Maestra. Essa riconosce l’ordine naturale voluto da Dio nella società, e lo rispecchia in parte anche nella sua divina costituzione gerarchica. Ma se da un lato essa non può non essere gerarchica; se non può venir meno alla sua missione di evangelizzare tutte le genti; dall’altro lato essa ha il coraggio e la fierezza di affermare che il suo diritto sovrano di imporre la Verità le viene da Dio, e non da una presunta legittimazione popolare. Essa non si vergogna di essere domina gentium, né di rivendicare a sé, e a sé sola, l’esclusività salvifica che le fa dire Fuori di me non vi è salvezza. E con la munificenza propria dei grandi, la Chiesa erige ospedali e scuole, orfanotrofi ed opere pie, collegi e scuole professionali, case di cura ed ospizi, missioni e lazzaretti: monumenti di vera Carità che l’odio anticristiano risorgimentale ha soppresso e destinato ad ospitarvi negletti burocrati dello Stato. L’oro e le gemme dei calici e degli ostensori non hanno mai privato un povero del soccorso materno della Chiesa, né le sue cerimonie hanno sottratto alcunché allo zelo per i diseredati. La sua sollecitudine per l’arte, la musica, la letteratura, sino alle più umili arti, ha dato un onesto lavoro a migliaia e migliaia di artisti ed artigiani, nobilitati dal poter servire il loro Signore e meritare il pane quotidiano senza l’avvilimento e la schiavitù delle fabbriche moderne, preludio dell’attuale disoccupazione di molti.

La Chiesa si china sul povero per innalzarlo, non per abbassarsi alla mendicità anch’essa; insegna all’ignorante per elevarlo, non per impoverire la sua dottrina; consiglia il dubbioso per rafforzare la sua fede, non per negare la verità; disseta l’assetato e nutre l’affamato per dargli forza e vigore, non per languire con lui sul ciglio della strada; visita il carcerato per fargli scontare la pena con cristiana rassegnazione, in riparazione della giustizia violata, non per rivendicare impunità al colpevole. La Chiesa, insomma, apre le porte della Reggia eterna di cui è anticamera in terra, per sollevare gli uomini degradati ed afflitti dal peccato originale e renderli nuovamente degni di sedere alla mensa dell’Agnello, indossando la veste nuziale del Battesimo e della Grazia. Non abbandona la reggia per condividere la miseria dei poveri, ma li chiama invece al cospetto del Re, donando loro anche gli abiti più sontuosi. Non rende le chiese indegne stamberghe, profanando il Santo dei Santi, ma fa gustare al misero, con la gloriosa santità dei riti, un’anticipazione della eterna Liturgia celeste. Non ghettizza il ricco e il sapiente, non emargina il colto e il potente: gli addita i suoi doveri verso i bisognosi, e gli mostra gli stati di perfezione cristiana cui tendere liberamente per meritare il Cielo.

In forza di questa dignità regale – che trova la sua origine nello Sposo Divino, Re e Sacerdote – la Chiesa conduce le genti verso la salute eterna, verso il Bene supremo che è Dio: poveri e ricchi, colti e ignoranti, principi e sudditi. I suoi Pastori pascono delle pecore che da sole sarebbero aggredite dai lupi, e si disperderebbero: sono i mercenari che scappano dinanzi ai lupi, e quei mercenari oggi osano rivendicare a sé il diritto di guidare verso il baratro il Sacro Gregge, adducendo che sarebbe volontà del popolo abbattere i recinti dell’ovile e farsi sbranare o precipitare nel dirupo. Ma per riuscire in quest’opera, occorre eliminare i Pastori, e il Supremo Pastore anzitutto, in modo che in sua assenza et gregem disperdere valeant. Se poi il Pastore si dimette, il gioco dei lupi è molto più semplice. Ancora più semplice se chi viene dopo di lui si presenta come semplice Vescovo di Roma.

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Ringrazio anch’io il confratello baronio per l’ottimo articolo che ben descrive questi tempi di “empietà trionfante”.
Il cancro, il bubbone è tutto nell’eresia viscida e sgusciante del modernismo che si è insediato nelle università pontificie, in molti seminari e ordini religiosi “rinnovati”.
Rimaniamo ancorati alla verità di sempre che ritorna sempre a galla nonostante la vogliano affossare e lasciamo perdere i novsatori.
 
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Eminentissimo, che dirle se non grazie per le sue sempre chiare esposizioni.

L’odio della setta conciliare è poi lo stesso che di rimando, si tocca con mano con questi sacerdoti modernisti che hanno occupato le nostre Chiese, quindi parrochie, delegano ai laici ma amano a fare i dittatori…..

Altro erano, e con ciò si comportavano, i Sacerdoti Cattolici Apostolici Romani. Avevano un senso di maternità e di paternità con le pecorelle a loro assegnate.

Ricordo il mio vecchio parroco, che andava a mettere sempre una buona parola, in quelle famiglie ove vi erano problemi….

 
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Certi edifici antichi…(la Chiesa dal 1962) si sono riempiti di tramezzi, di stanze, stanzette…(Messe rock, baracchini innanzi agli Altari, ridicoli Amboni, sacrileghi crocifissi, Assisiate varie, visite in Moschee e Sinagoghe, lavande di piedi eretici), allora BISOGNA avere il coraggio di abbatterli e riportare l’edificio alla semplicità e linearità delle sue origini (ante-Concilio).
 
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tutto vero, purtroppo però ora anche il popolo raggirato si è adagiato in questo stato di cose, penso per svariate ragioni: ottusità indotta anche dai media, tiepidezza, voglia di protagonismo dei laici ecc…; constato per es. una grande difficoltà a parlare anche con persone che frequentano abitualmente la chiesa della maggiore bontà della Messa di sempre. D’altra parte, nell’ottica del Motu proprio è necessaria la richiesta di un gruppo di fedeli, è difficile che l’iniziativa parta da un parroco. Noi abbiamo costituito un gruppo formato solo dalla nostra famiglia, grazie al Cielo abbiamo un ottimo Vescovo, ma quante difficoltà a livello locale (orario impossibile, mancano le panche, inerpicarsi alla chiesetta proibitivo per anziani …avvisi mezzi nascosti…). A tutto ciò si somma naturalmente la massa di preoccupazioni e impegni propri del nostro stato di laici. Temo che ora tutto diventerà ancora più difficile. Caro Monsignore,scusi lo sfogo e che Dio ci assista. Sia Lodato Gesù Cristo. PS: vorrei adottare questo saluto cristiano SLGC, quanto meno nei confronti dei Sacerdoti, ma non apparirà cosa stravagante? Gradirei un consiglio.
 
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Il saluto cristiano – che si chiama così proprio perché di distingue dal “buongiorno” laico e borghese – era quasi d’obbligo fino al Concilio. Non smetta mai di usarlo con i sacerdoti, i Prelati, le suore: è il modo migliore per discernere chi tra loro ha la fede o no. Molti non rispondono, infastiditi. Altri rispondono con rime canzonatorie (“Beato chi l’ha visto”, ho sentito dire ad un Vescovo), altri invece si aprono in un sorriso di speranza e di gioia, come riconoscendo un altro cattolico che non si vergogna ad affermarsi tale. E in un mondo in cui i sacerdoti spesso si travestono da quel che non sono, salutarli col “Sia lodato Gesù Cristo” e chiamarli rispettosamente “Reverendo” li rimette al loro posto.
 
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“Lautatus Jesus Christus” risposta “Semper” o “Et Maria Immaculata”
 
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Nel piccolo Kosovo musulmano, i pochi cattolici che ci vivono(il 3%) salutano ancora con il “Sia lodato Gesù Cristo”. Il modernismo non li ha (ancora) traviati.
 
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08 aprile 2013 10:59

E non siamo che all’inizio…

Dico io, si sarebbe mai potuto immaginare il contrario?

Una persona per la quale il simbolo liturgico crea allergia (così è quel che realmente pare), per la quale la storia non dice nulla e che è tutta volta al “domani” (a prescindere dal passato, ovviamente), avrebbe mai potuto fare diversamente?

E’ ovvio che cambierà anche il maestro delle cerimonie e con esso non si rivedranno solo gli orrori dell’ultimo periodo woytjliano ma si supereranno anche i limiti che quel cattivo gusto si poneva. Non faccio il profeta di sventure, semplicemente leggo i fatti e traggo le conseguenze.

Il simbolo, alla fine, non si sopprime mai. Semplicemente si sostituisce. Così in luogo di un simbolo che eleva, che riporta alla comunione con le generazioni passate, si pone un simbolo che schiaccia in basso, che taglia i rapporti intergenerazionali.

Questo fare iconoclasta riporta all’utopia di quel cattolicesimo per cui si deve “ricominciare” partendo da una “tabula rasa”. E’ l’utopia soggiacente a tutto il cattolicesimo di marca progressista che si sente libero da riferimenti del passato, fossero essi pure autorevoli e imprescindibili.

E’ la rivolta del Lutero che abita nel fondo alle coscienze di gran parte dei cattolici contemporanei e che, sollecitato dal primo Bergoglio nascente, si risveglia impetuoso, come un orso dal suo letargo, voglioso solo di sbranare prima possibile e più possibile quanto di sano e vivente lo circonda.

E’ una chiesa che si autodistrugge ubriacandosi di rivoluzioni in una girandola sfrenata di continui festeggiamenti (quello che il popolo sempre vuole, per cui Bergoglio è “popolare”).

E questo lo si vede pure dalle piccole cose: la ferula rinchiusa in museo, come dire “noi col passato non abbiamo più niente a che fare!”.

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Alberto Melloni spiega Bergoglio

 

Quando abbiamo detto e scritto le ragioni del nostro allarme per l’elezione di Bergoglio, alcuni hanno osservato che i timori da noi espressi potevano esser dettati da una visione troppo conservatrice della Chiesa: visione che, ad essere onesti, è l’unica con cui a nostro avviso si può e si deve giudicare ogni evento che coinvolga la Sposa di Cristo.  Nihil est innovandum, dice l’adagio: la novità, l’amore per il nuovo, è uno dei segni distintivi dell’eresia, laddove questa novità tocchi il depositum fidei e la disciplina ecclesiastica.

In questi giorni, su Vita pastorale, è stato pubblicato un articolo estremamente istruttivo di Alberto Melloni, uno dei guru del progressismo felsineo e del movimento ereticale conciliarista. In questo articolo, segnalato da Traditio catholica proprio ieri, tutti gli argomenti da noi addotti sono stati ripresi, nessuno escluso, come chiave di lettura del nuovo pontificato bergogliano; ma quel che noi deploravamo come sciagura per la Chiesa, qui viene esaltato come promessa di grandi innovazioni agognate dalla setta conciliare.

Le parole di Melloni tradiscono l’entusiasmo scomposto di chi, dopo il regno di Benedetto XVI, può finalmente rialzare il capo e sentirsi rappresentato da un personaggio – per usare una sua infelice espressione – della medesima cerchia e dalle identiche vedute. Non è l’unico, a onor del vero, che sgomita per mettersi in mostra, sperando di trarne vantaggio: proprio l’altro giorno le Sua Eminenza Reverendissima il Card. Fernando Filoni e Sua Eccellenza Reverendissima Mons. Piero Marini hanno ricevuto in udienza privata il Vescovo di Roma. Dio non voglia che il primo sia designato alla Segreteria di Stato e il secondo Cerimoniere Pontificio o peggio Prefetto del Culto Divino. Temiamo tuttavia di doverci abituare, nostro malgrado, a veder i peggiori Prelati ricoprire i ruoli più strategici della Curia Romana, e tanto Filoni quanto Marini non hanno mai nascosto la propria smodata ambizione, né l’ideologia che li muove.

Torniamo a Melloni, e vediamo cosa lo entusiasma tanto di Bergoglio.

Il personaggio ha avuto un esordio di pontificato impressionante. […] Una sequenza travolgente: si è presentato senza nessuno dei segni del potere papale, quando ha parla­to non ha nemmeno indossato la stola, ha distinto in maniera molto netta il suo eloquio dalla sua funzio­ne liturgica di vescovo, non ha mai detto le parole Papa, Pontefice, vica­rio di Cristo, nessuno dei titoli che pure gli appartengono eccetto quel­lo di vescovo di Roma.
Ha fatto una serie di cose molto dotte, e non sor­prende come è giusto che sia per un padre gesuita ben formato, ma sen­za fare il professore, in modo pia­no. Cose che in tutto il mondo cristiano hanno suonato chiare: ha preso il nome di un santo non della Chiesa di Roma, scelta audace, che è l’unico santo di tutte le Chiese, un nome di santità ecumenico.

Ecco descritte in poche righe le novità del personaggio. Dalla scelta suntuaria al contenuto dei suoi primi discorsi, sino al riferimento al moloch ecumenico, che Melloni si aspetta ovviamente che venga adeguatamente onorato con gesti concreti ed altrettanto eclatanti, ma senza fare il professore. Con l’esempio, magari: genuflessioni omesse all’elevazione, Comunione nella mano, abbracci indecorosi con nemmeno troppo attempate signore, omelie pronunziate a braccio, proskinesis ai galeotti e, ultima trovata, l’augusto chirografo sul gesso di una bambina infortunata.

I moderati che ci rimproveravano di cercare col lanternino ogni minimo gesto di Bergoglio per poterne trarre argomenti di denigrazione, possono ora vedere che quel che lucidamente avevano denunciato non rappresenta un accanimento ingeneroso, ma puro realismo. Forse avevamo peccato addirittura per difetto, tralasciando di notare alcune cose che speravamo di poter aver travisato.

Esordio impressionante. Sequenza travolgente. Come si vede la scelta delle parole da parte di Melloni è misurata e composta. E ancora:

Ha fatto un atto della Chiesa an­tica, una citazione implicita di Ci­priano. […] Quel gesto di inchinarsi davanti al popolo, che non si era mai visto né a Roma né in nessuna diocesi. È un gesto di prepotenza teologica enor­me, che dà un’idea del ministero: sei al servizio di un soggetto che ha una dignità davanti a Dio, se il po­polo prega per te, Dio l’ascolta e ti benedice: se non prega, sei nei guai. Ha anche citato sant’Ignazio di Antiochia, senza dirlo, parlando del­la presidenza nella carità, non personale di Pietro, ma della Chiesa di Roma: anche qui non esclude la funzione del ministero, ma dice la priorità dell’essere Chiesa.

Un gesto di prepotenza teologica enorme. Sempre per non sbilanciarsi. Ma non era, il personaggio, l’epitome dell’umiltà e della modestia? Apprendiamo invece che è un prepotente teologico. D’altra parte, ce l’hanno dimostrato ampiamente negli ultimi decenni: la prepotenza è virtù conciliare, al pari dell’intemperanza, dell’arroganza, della villania, dell’insofferenza per qualsiasi cosa abbia la minima parvenza di cattolico.

Il populismo melloniano di maniera ricorda a Bergoglio: se il po­polo prega per te, Dio l’ascolta e ti benedice: se non prega, sei nei guai. Che potremmo tradurre, fuor di metafora: Se gli intellettuali secolarizzati e gli pseudoteologi progressisti ti appoggiano con articoli sulla stampa, conferenze, convegni, saggi e omelie puoi strar tranquillo; ma se non ti comporti come ci aspettiamo, sei nei guai. Anche Benedetto XVI fu nei guai, e forse è per questo che intra moenia lo davano per dimissionario già un anno prima dell’abdicazione. Lo stesso messaggio è riformulato per il successore, tant’è vero che, per dare ormai acquisita la transitorietà del Papato, Melloni butta lì questa frasetta:

Da qui al 2033 quando Bergoglio si dimetterà bisognerà trovarne un terzo.

L’incarico a Bergoglio è quindi ventennale, parola del professore.  E non è il Paraclito – ma si sapeva, sin dall’elezione di Roncalli – che ispira i Cardinali elettori, ma il Sinedrio modernista. Non pago, egli aggiunge:

In questi mesi è venuto fuori l’immaginario iper cattolico, è stato detto che con la rinuncia Benedet­to aveva desacralizzato il papato. […] L’ufficio non è sacro, è un ministero del vescovo di Roma a cui vengono date delle prerogati­ve.

Prendiamo nota: fa parte dell’immaginario iper cattolico ritenere che l’abdicazione di Benedetto XVI sia un vulnus al Papato, e nella dottrina della setta conciliare esso non è un ufficio sacro, ma una semplice funzione amministrativa al pari di quelle di un organismo profano. Il chief executive officer di un’azienda almeno può contare sulla liquidazione, il Vicario di Cristo, ridotto a impiegato di I livello con regolare inquadramento sindacale, no.

A questo punto Melloni cita l’auctoritas, emblematica non solo per il contenuto della citazione, ma anche per il fatto ch’egli la collega storicamente al presente:

Mi viene in mente la lettera di don Giuseppe De Luca a Montini do­po l’elezione di Roncalli: «La Roma che tu conosci e dalla quale fosti esi­liato non accenna a mutare come pa­reva che dovesse pur essere alla fine. Il cerchio dei vecchi avvoltoi, dopo il primo spavento, torna. Lentamente, ma torna. E torna con sete di nuovi strazi, di nuove vendette. Intorno al carum caput quel macabro cerchio si stringe. Si è ricomposto, certamen­te».

Guarda guarda: Melloni rispolvera nientemeno che don Giuseppe De Luca, sedicente amico di Roncalli, che nel 1961 fece in modo che Nikita Chruscev mandasse un telegramma di auguri a Giovanni XXIII per il suo ottantessimo genetliaco, favorendo così quella distensione tra l’impero sovietico e il Vaticano. La sua effige, fusa nel bronzo da Manzù, è tutt’oggi visibile sulla Porta della Morte del nartece della Basilica Vaticana. Ad un anno dalla morte (1962) Palmiro Togliatti volle tessere il suo elogio, riscontrando in don De Luca qualcosa di comune negli orientamenti della nostra cultura (cfr. l’Unità, 15 Giugno 1963).

L’amico di Montini, forse senza pensare che i suoi scritti sarebbero un giorno stati divulgati, ricorda al futuro Paolo VI l’esilio ch’egli meritò dalla Segreteria di Stato, sotto Pio XII, a causa delle sue ben note manovre con i servizi segreti comunisti, e il tradimento consumato nei confronti della Chiesa e di Papa Pacelli. E in quelle righe rivela i timori che tutte le speranze riposte nel nuovo Pontefice potessero non trovare conferma a causa dei vecchi avvoltoi, tra i quali certamente egli annoverava il Card. Ottaviani e gli altri Cardinali e Prelati cattolici che non erano disposti a svendere la Chiesa alla mentalità del mondo, né tantomeno all’ideologia bolscevica, che pure Roncalli si rifiutò di far condannare solennemente dal Concilio, nonostante le richiesta di grandissima parte dell’Episcopato mondiale. Ci pensavano già allora: al Concilio, al rinnovamento, all’apertura, al dialogo.

Melloni fa il parallelo tra le aspettative non tradite su Giovanni XXIII e quelle riposte in Bergoglio:

Nelle cose che ha fatto finora ha dato segno di grandissima autorevo­lezza: non è il Papa ingenuo che non ha capito cosa sta facendo. Anche lo svolazzare degli avvol­toi che si sono alzati immediatamen­te intorno a lui non è detto che deb­bano avere molta fortuna. Certo, en­tra in un sistema profondissima­mente malato, e in cui ci sono incro­stazioni di potere fortissime. Rispet­to a queste cose o fa una cosa bruta­le, decisiva e micidiale, ma non mi sembra appartenga al suo stile; op­pure, come ha fatto papa Giovanni, cercherà di smontarlo poco per vol­ta. Di assorbirne le resistenze: que­sto sarà il suo problema e il suo compito nei prossimi tempi.

Non le manda a dire, Melloni: o fa una cosa bruta­le, decisiva e micidiale; op­pure, come ha fatto papa Giovanni, cercherà di smontare il sistema poco per vol­ta. Ecco le due alternative: la devastazione brutale, decisiva e micidiale, o la devastazione progressiva, come ha fatto Roncalli. Ed anche qui, cari lettori, dovrete rassegnarvi a riconoscere che, pur nella debolezza del fisico ultrasessagenario, il vostro Baronio non ha perso la lucidità dell’intelletto: sono anni che andiamo dicendo che l’opera di distruzione della Chiesa iniziò, agli alti livelli, con il Papa Buono – come se gli altri che lo hanno preceduto fossero cattivi – e che fu proprio Roncalli a revocare l’esilio a Montini, che poi prese le consegne dell’opera intrapresa e la proseguì con pari pervicacia.

Il curriculum tratteggiato da Melloni in poche parole rende Bergoglio degno di tutto il suo rispetto.

Viene da un’esperienza a Bue­nos Aires di pastorale di strada, di vero lavoro pastorale di vitalizzazione delle parrocchie. E non meraviglierebbe se si dedicasse per dav­vero a questo a Roma. Poi ha delle scelte da fare: confermare o meno i capi dicastero, il segretario di Sta­to. 

Il messaggio non è nemmeno velato:

Sono scelte importantissime, ne può sbagliare un po’, ma non tutte. Se non riesce a dare un segno di ri­cambio, energico, non sarà facile per lui cavarsela. 

Se domani Bergoglio dovesse non rispondere più alle aspettative della setta conciliare, o se prendesse iniziative in conflitto con gli ordini ricevuti, non sarà facile per lui cavarsela. Come dire: se credi che lavare i piedi ai galeotti o salutare dal balcone a colpi di “Buona domenica e buon pranzo” sia sufficiente per tenerci buoni, ti sbagli. 

Ecco dunque la lista dei compiti:

La cosa che dovrà decidere è se fare o meno qualcosa che riguarda la collegialità. Riguar­da lui come tutti i papi dopo Paolo VI. Deve decidere se vuole essere un altro della lista ormai lunghina, il quinto di quelli che non la fanno o il primo di quelli che la fanno.

Anche qui apprendiamo che sono cinque i papi ai quali erano state date direttive per demolire il Papato: Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco. Non si può certo dire che nessuno di questi abbia mancato gravemente: dai gesti piacioni di Roncalli alla deposizione della tiara di Montini, e di nuovo, come in un pendolo: dai gesti demagogici – quasi cabarettistici, diremmo – di Wojtyla alla rimozione della tiara nello stemma di Ratzinger, per finire con l’abdicazione dello stesso e con l’elezione di Bergoglio. Santi subito: il totem conciliare vuole i suoi idoletti per le bancarelle dell’ecumenismo d’accatto.

Cosa ci si apetta da Bergoglio?

Un organo nuovo, di curia, per un ruolo di comunione. Lo può chia­mare senato di comunione, collegio dei capi delle Chiese, Sinodo straordi­nario a cadenza periodica, segreteria del Sinodo straordinario… O fa un or­gano nuovo o lo ricava da qualcosa di esistente. Questa è una cosa di cui deve dotarsi. 

Qualsiasi cosa purché sia un organo parlamentare e rappresentativo cui affidare il governo della Chiesa: esattamente quello che paventavamo in un nostro articolo alla vigilia del Conclave, dopo la funesta notizia dell’abdicazione di Benedetto XVI.

Scrivevamo:

Va da sé che, in questa nuova visione della Chiesa, il Primato – non risiedendo più nella sola persona del Pontefice Romano – può ed anzi deve essere esercitato da un organo collegiale, quale potrebbe essere in futuro il Sacro Collegio, oppure una forma inizialmente diarchica (un Papa regnante ed uno emerito, ad esempio) e poi oligarchica (più Papi con specifiche mansioni: uno che si occupa della Pastorale, uno delle Canonizzazioni, uno dei Viaggi Apostolici, uno dell’amministrazione ecc.).
Si comprende che, nella sostanza, l’intenzione è quella di rimuovere la figura del Pontefice depotenziandola, visto che di fatto si affiderebbero ai Papi le mansioni dei Prefetti di Dicastero.
Laddove questa sciagurata eventualità dovesse realizzarsi, non vi è dubbio che si verrebbe a creare una controchiesa che nulla ha a che vedere con la Santa Chiesa Cattolica Apostolica Romana, e che questo sinedrio infeudato in Roma non avrebbe titolo per dirsi la prosecutore della divina missione affidata da Cristo alla Sua Chiesa.

Le nostre parole, ancorché profferite da un indegnissimo ecclesiastico non insignito di alcuna autorità, sembrano ora trovar conferma nei vaneggiamenti di Melloni.
Egli raccomanda ancora:

E deve decidere se il se­gretario di Stato deve andare avanti così, continuare a essere un piccolo Papa che fa le cose da solo o no.

Eppure il Segretario di Stato sotto il precedente piccolo Papa era raggiante all’annuncio del neoeletto, e dal balcone sprizzava gioia e contentezza da tutti i pori. Anch’io festevole corro ai tuoi pié, papa Francesco promuovi anche me. Dubitiamo che Bergoglio oserà spodestare i tiranni di Curia, se non per infeudare al loro posto i loro caudatari, ancora peggiori.

Poi, tanto per dare il colpo di grazia, ecco prospettare come inevitabile un nuovo concilio: il dubbio sta solo nel luogo in cui convocarlo, non nell’opportunità di convocarlo o meno:

Non so se Papa Francesco sarà quello che convoca il Lateranense VI, che mi piacerebbe di più del Vaticano III. La sua cattedra è il Laterano, potrebbe andare ad abitare lì. E non mi meraviglierebbe se ab­bandonasse l’ultimo pezzo del potere temporale che è il Palazzo apostoli­co. Quello che diceva Martini nel ’99 è vero: ci sono questioni che vanno al di là del semplice atto dì governo.

Rimaniamo quasi sconcertati dalla faccia tosta di Melloni: è talmente sicuro dell’impunità; anzi, talmente certo di non essere il solo ad aspettarsi gesti di prepotenza teologica da Bergoglio, che non sta più nella pelle e deve dire tutto e subito, far sapere che è finita l’era Ratzinger, in cui si poteva ancora essere modernisti ma non si doveva dirlo troppo apertamente; in cui il Papa era gettato in pasto agli squali mediatici dai suoi stessi collaboratori di Curia; in cui la tiara negata a Benedetto XVI era indossata grottescamente alla terza loggia da chi oggi presenta il conto pro Missa bene cantata al Vescovo di Roma venuto dalla fine del mondo, e che verso la fine del mondo vuole sprofondare tutta la Chiesa.

Va da sé che i farneticamenti di Melloni sono sono frutto esclusivo della sua megalomania né del suo settarismo: se Vita pastorale ha pubblicato con enfasi questa intervista, lo ha fatto per assegnare ai suoi lettori – principalmente ecclesiastici – i compiti a casa: predicare dai pulpiti alle masse indotte, catechizzare il popolo,  identificare i refrattari, istruire la manovalanza della setta conciliare, e soprattutto dare parvenza di un riscontro popolare alla congiura dei Novatori, sì che i Geronti possano spacciare le loro manovre come un gesto di amorevole sollecitudine nei confronti di una richiesta che viene dal basso, dalla base.

I mandanti di Melloni sono noti, come sono noti i destinatari delle sue grottesche lezioncine. A dir la verità, ci pare che a Bergoglio non servano i memorandum di un professorucolo bolognese per dare la stura alle sue velleità mondialiste e pauperiste: il suo repertorio stupirà lo stesso Melloni e tutti i suoi sodali, ne siamo certissimi.

C’è da augurarsi nondimeno che, dinanzi allo spiegamento di forze dell’inimica vis progressista, qualche Prelato alzi la voce, che chieda e pretenda che Bergoglio la smetta di giocare al tribuno della plebe e che la sua zelantissima claque sia zittita. Se ne sono viste di tutti i colori durante il Pontificato di Giovanni Paolo II e in parte anche dopo; non vorremmo vedere riproposti, in peggio, quegli infaustissimi giorni. Di nani e ballerine ne abbiamo già sopportati sin troppi: il Circo Conciliare ha stufato.

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Ottime osservazioni, che poi sarebbero la spiegazione pratica ed in soldoni dell’eesia modernista della setta conciliare.
Vede carissimo Baronio, da un lato questo poveraccio di Melloni, in fondo è chiaro, costui da bravo eretico figlio della falsa chiesa conciliare nonchè membro onorario dellla setta vaticanosecondista, non usa mezzi termini e dice ciò che pensa.

Or bene, di chi avere timore in tempi così bui? Di coloro che si dicono tradizionalisti, che si riempiono la bocca di pseudo tradizionalismo, come i politici attenti ai sondaggi, e deciderequali alleanze.

Si veda il teatrino del PD, oggi Franceschini e la Bindi e pure D’Alema….si sono dichiarati favorevoli ad un accordo con il PDL, seguendo le orme di Renzi in testa ai sondaggi.

Fatta questa premessa, torno ai pseudo tradizionalisti, o meglio coloro che dai sondaggi traggono profitti, sempre pronti ed attenti a scegliere il carro del vincitore.

Vi è un sito gestito da non si sa chi, ma senza ombra di dubbio sono dei sacerdoti, o un sacerdote, ebbene questi o questo, ogni giorno invia messaggi subliminali contro la Tradizione, anche se la facciata che si è scelto è quella di “difendere” la Tradizione, in realtà sta apportando acqua sapone e canovaccio nella cloaca modernista. Lo fa con intento? o in “buona” fede?

In questi giorni, sta facendo “lezioni” un po’ strane….

a) Parlando della FSSPX, auspica (come tutti i pseudo tradizionalisti alla post concilio), un accordo tra quest’ultima e la gerarchia conciliare, non importa quale e in che forma, basta entrare….perchè, secondo la visione distorta che hanno del deposito, bisogna lavorare da dentro…. Bene!! sarebbe cosa buona e giusta, se questi pseudo tradizionalisti, quando affermano queste cose, facessero presente, che la FSSPX, non può essere considerata fuori, per il fatto che chi difende e porta avanti il Deposito di Sempre è il vero Cattolico sono gli altri che son fuori.

Ciò che ha costretto Mons. Lefebvre è stato un atto dovuto, per salvare il Sacerdozio, e la S. Messa di sempre, e vale la pena RICORDARE a questi pseudotradizionalisti, che per scomunicare Mons. Lefebvre, il GPII, di cattiva memoria, ha CAMBIATO IL CODICE DI DIRITTO CANONICO, perchè quello di prima PREVEDEVA IN CASI GRAVI ciò che ha dovuto fare Mons. Lefebvre.

RIDICOLO, maestrini pseudo tradizionalisti, che mettono on line parole di S.Pio X, quando questi condannava il modernismo…..come a dire noi seguiamo la stessa linea…perchè se veramente, avessero intenzione di condannare l’eresia modernista, questi maestrrini o maestrine, CRITICHEREBBERO I DOCUMENTI DEL CONCILIABOLO VAT.2 tutti i giorni…materia per farlo non manca….invece silenzio ….non sveglino il can che dorme….come silenzio sul SACRILEGO ATTO DEL GIOVEDI’ SANTO….commesso da Bergoglio.

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Puó citare in modo sinottico gli articoli del precedente codice e dell’attuale applicabili al gesto dimonsignore? Mi sarebbe utillimo. Grazie.

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non ho il tempo materiale per fare ciò che lei mi ha chiesto. Nel frattempo dia un’occhiata a questa vecchia intervista, del 1995 di cui metto uno stralcio:

………….

Io direi che il Papa stesso non è un legislatore del Diritto canonico: si sono pubblicati dei consigli che gli sono stati dati – l’Osservatore Romano presenta un comunicato in cui si dice che lo stato di necessità al quale fa appello il canone 1323 non era applicabile.

Io ritengo che i suoi consiglieri abbiano sostenuto che Mons. Lefèbvre non avesse il diritto di avvalersi dei canoni 1323 e 1324; è per questo che il Papa non ne parla nella sua dichiarazione. Io sono convinto che i suoi consiglieri avessero torto, poiché, a mio avviso, il caso di Mons. Lefèbvre è proprio un esempio di quanto il nuovo diritto sia tanto meno rigoroso per quanto il precedente fosse del tutto chiaro.

Secondo il precedente Diritto Canonico, se qualcuno compiva un atto illegale, veniva considerato colpevole fino a prova contraria. Il nuovo codice, invece, prevede che se qualcuno commette un atto illegale che ritiene soggettivamente necessario, non necessariamente incorre in una sanzione.

Certo, il Papa potrebbe imporre una sanzione sulla base della sua autorità ed enunciarla come tale, ma è su questo punto che ci troviamo di fronte ad un dilemma. Mons. Lefèbvre ha fatto valere che gli doveva agire per il bene della Chiesa; noi potremmo replicare ch egli ha agito per il suo bene, per il suo interesse; se ne può discutere.

Ed è su questo punto che io penso ci si potrebbe rivolgere al Papa, in rispetto della sua funzione pontificale e della sua autorità, dicendo: «Santità, io penso che il canone 1324 si possa applicare a questo caso.» Quindi Mons. Lefèbvre non può essere stato scomunicato, e a maggior ragione ritengo che nessuno dei suoi fedeli lo sia stato o lo sia. In questo caso si vede bene che tutto è partito dalla dichiarazione pubblica del Cardinale Gantin, secondo il quale i due canoni relativi allo scisma e alla consacrazione illegale sarebbero stati violati intenzionalmente.

Infatti, la dichiarazione pubblica diceva che: «È accertato pubblicamente che costoro non solo hanno violato la legge, ma lo hanno fatto in maniera tale da incorrere nella relativa sanzione.» Ora, il fatto di dichiarare questo non determina l’applicazione della sanzione, ma solo che quest’ultima esisteva già. È per questo che si può affermare il proprio disaccordo, dicendo: «Rispettosamente, io credo che la vostra applicazione della legge sia scorretta.»

Meglio ancora, Mons. Lefèbvre poteva dire: «Che il Cardinale Gandin sia o no d’accordo con me, io posso invocare il canone 1324», poiché il giudizio soggettivo delle circostanze è lasciato all’apprezzamento del singolo.
Se colui che viola la legge afferma con sincerità: «Nel mio ànimo e nella mia coscienza non ho avuto l’intenzione di fare alcunché di male, poiché era necessario che io agissi contro la legge», non gli occorre altro per invocare il canone 1324 ed evitare le sanzioni latae sententiae.

………..

Da notare che chi ha dato la tesi è uno della FSPX, che poi ha ritratto tutto…..ma guarda un po’….. e magari dopo averlo fatto…ha fatto carriera…

Ha ammesso che il nuovo codice non è chiaro, è interpretabile..e se è interpretabile perchè non è chiaro…figuriamoci in mano al nemico della verità e della fede quali risultati può produrre….

http://www.unavox.it/div008.htm

SLGC

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To Rome with sorrow

L’enfasi con cui alcuni gazzettieri si prosternano dinanzi al loro nuovo idolo Bergoglio supera il ridicolo e scade nel grottesco.
 
 
Lo scorso anno Woody Allen ha diretto il film To Rome with love, nel quale Roberto Benigni compare nei panni del signor Leopoldo Pisanello, un emerito signor Nessuno cui tuttavia la stampa dà la caccia come se si trattasse di un personaggio famoso, interessandosi alla sua vita privata, mandando in onda servizi di questo sconosciuto che si fa la barba, o mentre consuma la prima colazione.
 
 

La tragedia psicologica del signor Pisanello inizia nel momento in cui, senza alcun motivo, la stampa smette di perseguitarlo invadendo la sua vita per seguire un altro quivis de populo altrettanto insignificante.

 
Sempre a Roma il nuovo signor Nessuno, venuto dalla fine del mondo, viene ora immortalato mentre fa colazione nel refettorio della Casa Santa Marta, dove ha trasferito – almeno per ora – la propria residenza.  Ovviamente questo Pisanello in veste bianca è tutt’altro che uno sconosciuto, nonostante egli e i suoi manutengoli facciano di tutto per prostrare il Papato a colpi di demagogia; e non dovrebbe stupire che anche il Successore del Principe degli Apostoli mangi, dorma e via dicendo. Evidentemente si vuole far sapere alla massa indotta che il Papa ha una vita normale. Come giustamente diceva un commentatore su Fides et Forma, non occorre vedere la foto di Bergoglio che va dal tabaccaio a fare la ricarica da 10 euro per renderlo umano.
 

Ci piacerebbe pensare che la foto in cui il Vescovo di Roma spalma il burro sul pane sia stata scattata di nascosto da qualche servitore, ma se così fosse essa non avrebbe trovato immediata diffusione sui giornali e sui siti internet.Tra gli scatti in stile (BuonaNovella 2000, eccone un altro con il Papa seduto in ultima fila a sentir Messa nella cappella della Residenza Santa Marta (dove peraltro mancano del tutto gli inginocchiatoi).

 

D’altra parte, abbiamo già visto Bergoglio che bacia i piedi tatuati dei galeotti, Bergoglio che firma il gesso di una bambina, Bergoglio che abbraccia un handicappato, Bergoglio che bacia un neonato, Bergoglio che viaggia in tram.

 
Visto lo stomachevole servilismo della stampa, e la cortigianeria di quanti vanno in deliquio dinanzi a queste discutibilissime scene di vita vissuta, ci chiediamo quanto dovremo aspettare per veder pubblicate anche le foto di Bergoglio che miete il grano.
 
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La cappella di S. Marta sembra una sala da ciolazione di certi modeni alberghi, tutta lucida, funzionale, fredda e asettica come una sala operatoria. Cioe’, tutto, fuorche’ una cappella cattolica.
 
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Riguardo alla cappella, non è QUELLO il posto dove deve stare un papa, pure se assiste alla Messa in forma “privata”. Nei riti orientali un prete (ma pure uno spretato) non può assistere alla messa stando tra i fedeli ma sempre dietro all’iconostasi per indicare che quell’uomo ha assunto l’ordine sacro.
Qui Bergoglio assiste tra i fedeli e, per giunta, in fondo a tutti! Umiltà, dirà qualcuno? No, disprezzo per la carica che egli ha assunto, anche se dissimulato con le “migliori intenzioni” da parte sua.
Questo dimostra quello che ho sempre pensato: i preti del ’68 in realtà non hanno mai capito cosa significa essere preti. Sono dei laici vestiti da preti (quando si vestono!). E lo vediamo pure in uno eletto papa, ora!
 
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L’autore dello scoop, improvvisatosi paparazzo, è monsignor Franco Agnesi, già pro-vicario generale del cardinale Carlo Maria Martini, e oggi vicario episcopale per la zona di Varese del cardinale Angelo Scola. Agnesi, come altri sacerdoti ambrosiani, era alloggiato a Santa Marta nei giorni scorsi. E come tanti altri sacerdoti che nell’ultimo mese sono passati per quella sala da pranzo, ha voluto immortalare con il suo smartphone il Papa intento a mangiare con i collaboratori. Solo che a differenza degli altri, il monsignore ambrosiano non ha tenuto l’immagine per sè o per mostrarla ai suoi cari, ma l’ha prontamente postata sul suo profilo facebook, dove il vaticanista de “Il Fatto Quotidiano” Francesco Antonio Grana l’ha intercettata e ha diffusa su twitter, prima che il monsignore la togliesse.(fonte: http://2.andreatornielli.it/?p=6042)
 
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… e lo show continua…
 
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Sparizioni

Alla vigilia del Conclave, fu recapitato a numerosi Eminentissimi un corposo dossier in cui si denunziavano alcuni comportamenti poco trasparenti nell’attribuzione in locazione dei beni immobiliari della Santa Sede, e si indicavano con dovizia di particolari casi di preferenze e nepotismi a scapito dei dipendenti vaticani bisognosi di aiuto. Preferenze spesso basate su elementi estetici e relative compiacenze.
 
Questo dossier doveva fare in modo che, sull’onda moralizzatrice evocata ed auspicata da più parti, si facesse un po’ di chiarezza su vicende torbide e su ancor più torbidi favoritismi.
 
Certo, il sorriso è scomparso dal volto di numerosi Ecclesiastici di Curia, che pare temano di avere sotto controllo il proprio telefono, l’utenza cellulare, il computer e finanche gli spostamenti. Ma se i metodi da KGB che alcuni lamentano sono forse solo leggenda – chissà! – di certo non vorremmo che cadesse in Lete quel dossier che leggenda non è, come non sono frutto di fantasia i casi in esso denunziati.
 
Sarebbe auspicabile che il sorriso sparisse anche da quanti beneficiano indebitamente di appartamenti dello IOR a prezzi ridicoli senza averne titolo.
 
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Orgoglio

 
Dinanzi al Santissimo Sacramento Bergoglio non genuflette in adorazione: si adducono problemi fisici. Ma per farsi benedire da eretici o per baciare i piedi di galeotti e galeotte – nemmeno cristiani – egli piega il ginocchio, dinanzi alle telecamere che pure si era detto che non sarebbero state ammesse alla funzione.
 
Abbiamo la conferma – l’ennesima – del tratto istrionico di questo personaggio inquietante, del suo facile pauperismo, della demagogia dei suoi gesti, della vacuità delle sue omelie. Profana l’Eucaristia, demolisce il Papato, umilia il Sacerdozio, tradisce il mandato apostolico, ammicca alla Sinagoga e alle sette e prepara, nella speciosa umiltà della sua dimora, le nuove norme che devasteranno ulteriormente la Chiesa di Cristo. Si erge con eretico orgoglio a riformatore, pronto ad usare quell’autorità che a parole disprezza ma che tiene saldamente in pugno, per imporre a forza la propria volontà ai dissenzienti. Rinunzia alle insegne di Vicario di Cristo, ma allude con enfasi all’ephod del Sommo Sacerdote dell’antica legge, e presto lo indosserà enfaticamente.
 
I suoi estimatori di oggi sono gli stessi che ieri denigravano ed oltraggiavano Benedetto XVI: indice di significative affinità.
 
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Un showman che sa autopromuoversi. Sapeva già che sarebbe stato eletto lui e si era già fatto un programma delle mosse future: il Nome nuovo, inusitato (non ditemi che gli è venuto in mente seduta stante!), il rifiuto di “carnevalate”, il “buonasera”, il rifiuto dell’attributo di Papa, il ripristino della baracchetta davanti all’Altare nella Cappelle Sistina, la visita del giorno dopo in S. Maria Maggiore in una macchina più “povera” ( 80.000 €!) di quella di Benedetto, il “buongiorno” all’Angelus, l'”odore di pecora” fino alla Lavanda del piedi dei carcerati (mai sia continuare la Tradizione con i nuovi Sacerdoti in S. Giovanni in Laterano!).
Ed il popolo bue ne è entusiasta.
Alle Giornate della Gioventù saranno milioni ad applaudirlo e sarà record di presenze e di ascolti: un bravo showman…
 
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La Chiesa ha dovuto subire nel tempo la stessa passione di NSGC. Oggi quella passio
continua e la vediamo con i nostri stessi occhi, cominciata 50 anni fa’ va avanti a passi d’elefante fino alla distruzione totale.
Ma noi Cattolici ed Apostolici Romani, crediamo non in questa chiesa conciliarista (setta) ma in quella che ci ha dato Gesu’ la sera del Giovedi Santo, e quella non ci verra’ mai tolta, perche’ Gesu’ quando da’ la Chiesa e la Sua Vita per Essa Sua Sposa
la da’ per sempre e vuole che Essa sia sempre resa grande e prima di ogni cosa, tutto l’altro viene dopo. Buona Santa Pasqua a tutti. –
Christus vincit – Christus regnat et Christus imperat per omnia secula seculorum.
 
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Dopo il SACRILEGO GESTO del Giovedì Santo del sig. Bergoglio, che ha preferito lavare i piedi a carcerati che OLTRETUTTO non appArtengono alla Religione Cattolica, invece di lavare i piedi agli APOSTOLI, COME HA FATTO GESU’ NELL’ULTIMA CENA, giorno più importante dell’Anno ….che dire ….E’ CHIARO che costui ha a che fare con uno spirito della scimmia di Dio.Il sig. Bergoglio, se bramava a tanto ( lavare i piedi, inginocchiarsi davanti a persone che odiano il cristianesimo al pari dei neogiudei) LO POTEVA E DOVEVA fare un’altro giorno, NON IL GIOVEDI’ SANTO!!! chi vuole prendere in giro costui?Vedere il sig. Bergoglio, inginocchiarsi, lavare i piedi e baciarli, mentre NON si INGINOCCHIA DAVANTI A DIO …… semplicemente RACCAPPRICCIANTE…d’ora in poi, quando lo vedrò in tv, cambierò canale, alla sola vista mi vengono i brividi….VEDRETE CHE FRA POCO, i media annunceranno al mondo…..che bravo che santo questo sig. Bergoglio….quei carcerati a cui sono stati lavati i piedi si son “convertiti” …allo stesso modo delle pseudo conversioni meddjugoriane, dico io …. tutti convertiti i mecciùcoriani…basta andare a mecciùgorie…..e si diventa “cattolici” …perbacco …..lì appare la “madonna” ….una figura che dice candidamente che tutte le religioni sono uguali….

 
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Interessante scambio di commenti sul blog di Accattoli, dove un utente spiegava che l’uscita voluta da nuovo Papa è contraria alle regole liturgiche della Chiesa, oltre che alla stessa “Sacrosantum Concilium”. La risposta ottenuta è molto significativa della mentalità che si è diffusa tra una parte dei cattolici.

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Luigi Franti scrive,

29 marzo 2013 @ 11:06

Se poi si vuole per un attimo approfondire la questione. qualcuno ha ricordato in questi giorni questo passo della Sacrosantum Concilium:

«Il Vescovo deve essere considerato come il grande sacerdote del suo gregge: da lui deriva e dipende in certo modo la vita dei suoi fedeli in Cristo. Perciò tutti devono dare la piú grande importanza alla vita liturgica della diocesi che si svolge intorno al Vescovo, principalmente nella chiesa cattedrale, convinti che c’è una speciale manifestazione della Chiesa nella partecipazione piena e attiva di tutto il popolo santo di Dio alle medesime celebrazioni liturgiche, soprattutto alla medesima Eucaristia, alla medesima preghiera, al medesimo altare cui presiede il Vescovo circondato dai suoi sacerdoti e ministri» (Sacrosanctum Concilium, n. 41).

E questo del Caerimoniale episcoporum:
«Tenendo quindi presenti la particolare dignità di questi giorni e la grande importanza spirituale e pastorale di queste celebrazioni nella vita della Chiesa, è sommamente conveniente che il Vescovo presieda nella sua chiesa cattedrale la Messa nella Cena del Signore, l’azione liturgica del venerdí santo “nella passione del Signore”, e la veglia pasquale, soprattutto se in essa si devono celebrare i sacramenti della iniziazione cristiana» (n. 296).

Ora, se il papa ritiene di fare un’altra scelta, va benissimo. Se pensa di non dover celebrare in san Giovanni in Laterano ma nel carcere minorile, fa una scelta particolare che ha una sua ragione e che va umilmente rispettata da tutti, anche nelle modalità in cui solamente può avvenire. Che non sono quelle dell’impudicizia mediatica.

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Marilisa scrive,

29 marzo 2013 @ 11:41

Signor X, il papa ha ritenuto di fare un’altra scelta, e va benissimo, come lei ha appunto detto.
Il Sacrosancum Concilium può essere superato quando si fanno scelte all’insegna di una ‘”umanità” che vuol dire “carità” e che supera di gran lunga le regole.
Qui c’è un papa che piuttosto che considerarsi il “grande sacerdote del suo gregge”, realisticamente e semplicemente si considera un “pastore”, peccatore come tutti noi e in mezzo a noi, suo gregge, e lascia da parte ogni primato e ogni senso di superiorità. Esattamente come faceva Gesù Cristo.
Per questo motivo, caso mai non lo avesse capito, sta conquistando tutti o quasi, fatta eccezione per quelli come lei che al primo sentore di “puzza” di pecore storcono il naso inorriditi.
Perdoni la franchezza di “quella signora”.

Rispondi

Carissimi, ritengo forse troppo affrettate le conclusioni su questo Papa. Alcuni credono, come la trasmissione Misteri di ieri sera, che i Papi siano eletti così come i Presidenti, dagli Illuminati…
Diamo tempo al tempo e vediamo la volontà di Dio sulla Sua Chiesa…
Chi avrà combattuto la buona battaglia avrà conservato la fede.

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Erat autem Caiphas: Bergoglio sconfessa se stesso

Nel corso dell’omelia pronunziata domenica 15 Aprile, Bergoglio ha detto:
 
Ci sono voci che vogliono andare indietro. Questo si chiama essere testardi, questo si chiama voler addomesticare lo Spirito Santo, questo si chiama diventare stolti e lenti di cuore.
Molti hanno voluto cogliere nelle parole del Vescovo di Roma un’aspra critica verso il tradizionalismo, il conservatorismo e in genere nei confronti di qualsiasi atteggiamento che non si dimostri aperto ed entusiasta alla novità assoluta, all’innovazione più ardita.
 
Certo è che Bergoglio non rischia nemmeno lontanamente di esser considerato un conservatore, men che meno un tradizionalista: è quindi ragionevole supporre che le sue affermazioni, pur nel lacunoso e stentato eloquio che contraddistingue le sue omelie, vadano intese nel senso che vi hanno attribuito i più.
 
Eppure, allo stesso modo in cui Caifa, nel condannare Nostro Signore come blasfemo dinanzi al Sinedrio, diede la chiave di lettura vera e profonda della Passione redentrice del Salvatore nostro, Expedit unum hominem mori pro populo, crediamo sia da notare come, forse senza nemmeno rendersene conto, Bergoglio abbia detto una verità incontestabile, che però gli si ritorce inesorabilmente contro.
 
E’ verissimo, infatti, che vi sono testardi che, nonostante la crisi che affligge la Chiesa da decenni, si ostinano a voler andare indietro, riproponendo l’indigesta poltiglia conciliare riscaldata e rancida. E’ verissimo che, dopo cinquant’anni di fallimenti, vi sono stolti che guardano al conciliabolo romano con l’entusiasmo che i figli dei fiori secchi mostrano verso il ciarpame ideologico sessantottino. E’ verissimo che, dopo il Pontificato di Benedetto XVI, vi sono lenti di cuore che rimpiangono le liturgie straccione di Wojtyla, i balli di selvaggi in San Pietro, le baracconate ecumeniche di Assisi e tutto il repertorio del grottesco circo conciliare.
 
E’ a costoro, vogliamo credere, che involontariamente alludeva Bergoglio; e forse, in un curioso lapsus freudiano, egli ha sconfessato anche se stesso, il suo voler tornare ad una presunta figura piaciona del Vicario di Cristo, scarpe grosse e cervello fino, esautorato non solo nelle proprie insegne – che pur timidamente Benedetto XVI aveva in parte riportato in auge – ma anche nella sostanza, avvilendo il ruolo sovrano del Papa a vantaggio della collegialità, presentando il Successore del Principe degli Apostoli come un prevosto di campagna o un coadiutore parrocchiale di periferia, imponendo orgogliosamente il proprio discutibilissimo ego a detrimento della sacra maestà del Sommo Pontefice.E ci chiediamo, retoricamente: chi è il testardostolto e lento di cuore?
 
Caifa considerava una bestemmia il fatto che Nostro Signore si fosse proclamato Dio, e per quella bestemmia scidit vestimenta sua. Anche la Chiesa, che ripercorre le orme del suo Capo sulla via dolorosa del Calvario conciliare, afferma la propria divinità, e un altro Caifa si straccia le vesti: Quid adhuc egemus testibus? Ecce nunc audistis blasphemiam: quid vobis videtur? E il Sinedrio modernista decreta la morte della Chiesa Cattolica, che ha osato ergersi al di sopra delle eresie e degli errori, proclamandosi Domina gentium. Quella Chiesa merita la morte, verrà mandata davanti a Pilato perché sia l’autorità civile, in nome della libertà di religione, a decretarne prima la flagellazione e poi la crocifissione. Quella Chiesa che nella storia ha perpetuato i miracoli del Salvatore facendo solo del bene, verrà spogliata della sua tunica che sarà giocata ai dadi dalle sette; sarà abbeverata col fiele della collegialità, che rifiuterà con sdegno, e finalmente le sarà trapassato il costato con la lancia del pauperismo e della demagogia, lasciandola agonizzante. E quando la natura stessa – qui legit intelligat – tremerà per la morte della Sposa di Cristo, sarà un centurione a riconoscere: Vere filia Dei erat ista, mentre chi l’ha tradita e consegnata ai gran sacerdoti conciliari andrà ad impiccarsi per la disperazione.
 
Certamente qualche zelante di Curia manderà le proprie guardie a sorvegliarne il sepolcro, ne forte veniant discipuli ejus per trafugarne il cadavere e poi raccontare al popolo: è risorta dai morti, come risorse il suo Signore. Ma essa risorgerà trionfante proprio quando tutti la crederanno sconfitta, e scopriranno il suo sepolcro vuoto le pie donne e i pochi discepoli rimastile fedeli. Essa si mostrerà ai pochi sacerdoti asserragliati nelle loro chiese clandestine a celebrare la Messa cattolica a porte chiuse propter metum modernistarum.
 
E davvero si compirà quel che dice il profeta Osea: O mors ero mors tua, morsus tuus ero, inferne. O morte, io ti ucciderò; sarò la tua rovina, o inferno.
 
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credo che il pensiero recondito (di inconsapevole autocondanna, mentre accusa gli eventuali “lenti di cuore” collocandoli forse contro se stesso), che ha mosso il Bergoglio a quel discorso equivoco, sia proprio come Lei sta evidenziando, con una profonda conoscenza delle anime, della psiche umana, della storia, oltre che della trasparenza delle S. Scritture, che si avverano in ogni tempo, e massimamente convergono con le loro profezie in questo travagliatissimo inizio di 3. millennio.
Ora davanti a Caifa si trova il Corpo Mistico di Nostro Signore, e il “caifa” del momento sta decretando la sua condanna, avviando la Chiesa alla sua Crocifissione (mistica), con la resa davanti ai poteri luciferi del mondo nella sua parte visibile, trascinando gran parte del Gregge, clero e fedeli ad una grande apostasia che li porterà all’asservimento del principe di questo mondo, mediante il grande antagonista di Cristo che tra poco si manifesterà grazie al suo profeta così “persuasivo” da ingannare milioni di spettatori del palcoscenico mondial-mediatico, facendo loro credere che TUTTO SIA COME PRIMA: anzi leggo certi sacerdoti che dicono “costui è molto più sensibile al soprannaturale, [molto più tradizionale quindi] di papa BXVI….”(!) e simili valutazioni sconcertanti, che mi pare mostrino grave offuscamento di coscienza, tale da lasciare stupefatte le povere pecore che cercano invano nelle parrocchie e nel web qualche esponente del clero che faccia un po’ di luce (vera Luce) sulla situazione sempre più tenebrosa, dove un ASSEDIO luciferino stritola ora le anime in una vera tenaglia tra i due rischi: 1-perdita della Fede (per scoraggiamento e raffreddamento) e 2- sua ADULTERAZIONE per obbedienza coatta e cieca ad un clero ingannato o addormentato su false sicurezze, indi asservito a falsi profeti che parlano suadenti dall’alto di somme cattedre, senza averne peraltro l’aria, con falsa modestia, e uso di potere ambiguo ma efficace nel plagio delle masse ignare, ovvero coi fatti dice:
“lo rifiuto per ciò che era sempre giusto in un Vicario di Cristo, MA lo uso per ciò che ben serve a soggiogare molti ingenui al padrone del mondo”.
La Crocifissione della Chiesa, così come indicata anche nel Catechismo Cattolico, in quella pagina già riletta e spiegata da molti fedeli vigilanti sul web (leggevo a tal proposito la pagina illuminante sull’impostura religiosa profetizzata da secoli, che predicherà un Vangelo falsificato, di cui si fa cenno al n. 676 del CCC circa l’abominio della desolazione annunciato direttamente da Gesù.), evidentemente è evento già scritto ab aeterno nei Disegni del Nostro Dio Onnipotente e Provvidente che ci ha donato nella pienezza dei tempi Suo Figlio Unigenito per essere immolato come Vittima Perfetta in espiazione dei peccati del mondo.
Ora la Passione si ripete, passo dopo passo, per la Santa Chiesa. E questo personaggio devastante, con l’aria di apparire il “sommo sacerdote” della grande tribolazione della Chiesa, decreta appunto la condanna della Sposa di Cristo alla morte mistica, che avvera la grande tribolazione predetta da S. Giovanni e S. Paolo.
Ma -tragedia nella tragedia- si ha l’impressione che ben pochi se ne avvedano. Preghiamo ilSignore che aumenti nel mondo la vigilanza delle anime, che siano come vergini prudenti che tengono la lampada accesa in attesa del ritorno dello Sposo.
Sarà inevitabile che i seguaci dell’Agnello lavino le loro vesti nel Suo Sangue Preziosissimo; resta da vedere in quanti modi antichi e nuovi ciò accadrà. Ci assista la SS.ma Vergine, Regina dei Santi, dei Martiri e degli Apostoli.
 
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Da Sant’Alfonso Maria de’ Liguori al “Vescovo di Roma” Francesco

di Carlo Di Pietro

Tempi duri per la Chiesa? Con le “dimissioni” di Papa Ratzinger e con l’elezione al Soglio del cardinal Bergoglio, oggi Papa Francesco, numerosi critici e studiosi del cattolicesimo e della cattolicità in tutte le sue espressioni e forme, si sono addentrati in dibattiti e dispute teologiche, dottrinali, liturgiche, disciplinari. Uno dei principali temi affrontati è proprio quello dell’Autorità, requisito che acclude anche elementi quali l’indefettibilità, l’estraneità all’errore, la “tradizionalità”, ecc …

Papa Francesco piace al popolo, è un grande comunicatore, attrae le folle ed affronta tematiche molto care alle classi più disagiate, tanto che se fosse un politico, e perdonatemi il termine, verrebbe definito dai più un “populista”. Ebbene non sta certo a noi giudicare l’operato di un Pontefice o “Vescovo di Roma”, dove per noi intendo quei laici impegnati nel giornalismo, nel missionariato quotidiano, in quell’evangelizzazione laica così fortemente voluta da Montini prima e da Wojtyla poi, tuttavia c’è consentito analizzare, scrivere, confrontarci, crescere insieme.

E’ proprio in quest’ottica ed alla luce della Verità che mi sto interrogando e vorrei porre all’attenzione del lettore una serie di riflessioni, di considerazioni, di appunti che ho preso in questi primi mesi di “doppio pontificato”. Non giungerò dunque ad alcuna conclusione poiché non ne sono all’altezza, ma il mio unico intento è quello di invogliare il lettore a pensare, ad approfondire, a studiare la materia, quella Dottrina a noi così cara e per la Quale tanto ci battiamo, a volte anche “duellando” gli uni contro gli altri, negli stessi ambienti cattolici.

Comincio con una breve citazione tratta da Efesini: “Tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno; prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, cioè la Parola di Dio.”

Il 16 Marzo 2013, durante la sua prima Udienza, Papa Bergoglio impartisce una inconsueta benedizione. «Vi avevo detto che vi avrei dato di cuore la mia benedizione. Molti di voi non appartengono alla Chiesa cattolica, altri non sono credenti. Di cuore imparto questa benedizione, nel silenzio, a ciascuno di voi, rispettando la coscienza di ciascuno, ma sapendo che ciascuno di voi è figlio di Dio.» Nella circostanza non benedì con il segno della Croce. (1)

L’Imam di Firenze testimonia di aver incontrato Bergolgio in Vaticano nella Sala Clementina e ci parla di un Francesco emozionante, il cui discorso ha sottolineato l’importanza del dialogo con l’Islam e del perseguimento della povertà e della carità. Nello stesso incontro, avvenuto il 20 Marzo del 2013, “Papa Francesco ha salutato e ringraziato tutti gli appartenenti alle altre tradizioni religiose, ma si è rivolto con attenzione particolare ai fedeli islamici. Mi rivolgo «innanzitutto ai musulmani – ha detto – che adorano un Dio unico, vivente e misericordioso e lo invocano nella preghiera. Apprezzo molto la vostra presenza – ha poi aggiunto – in essa vedo un segno tangibile della volontà di crescere nella stima reciproca e nella cooperazione per il bene comune».” (2) (3)

Il 16 Aprile 2013, l’Osservatore Romano ci riferisce di un Papa Francesco che dice in MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE: “il concilio è stato un’opera bella dello Spirito Santo. Pensate a Papa Giovanni: sembrava un parroco buono e lui è stato obbediente allo Spirito Santo”, ed ancora “dopo cinquant’anni abbiamo fatto tutto quello che ci ha detto lo Spirito Santo nel concilio, in continuità con quella crescita della Chiesa che è stato il concilio”, terminando con un dura stoccata al mondo della Tradizione “ci sono voci che vogliono andare indietro. Questo si chiama essere testardi, questo si chiama voler addomesticare lo Spirito Santo, questo si chiama diventare stolti e lenti di cuore. (4)

Il Papa alla Caritas Internationalis, in data 16 Maggio 2013, dice che i pani e i pesci del Vangelo Non si moltiplicarono. No, non è la verità: semplicemente non finirono, come non finì la farina e l’olio della vedova. Non finirono. Quando uno dice ‘moltiplicare’ può confondersi e credere che faccia una magia … (io più che di magia parlerei di miracolo n.d.r.) No, semplicemente è la grandezza di Dio e dell’amore che ha messo nel nostro cuore, che – se vogliamo – quello che possediamo non termina”. (5)

E così via! Eppure Papa Francesco piace tanto al popolo, è simpatico, sorride e gioca con i fedeli. Cosa vuole Gesù da un Papa? Lascio al lettore più competente di me la risposta.

Io penso che siamo di fronte a delle “simpatiche innovazioni” dottrinali, esegetiche o, se si può dire, ecclesiologiche. In internet molti si stanno interrogando dinanzi ad evidenti “malintesi” e le coscienze si scuotono. Accadde in passato qualcosa di simile? E come andò a finire?

Qui riporto gli studi di Sant’Alfonso Maria de Liguori e li farò precedere da parte del Magistero di Papa Gregorio XVI circa «l’autorità di Alfonso de’ Liguori» [Cfr. Denz., EDB, pp. 974 e 975].

Parte 1 – «Resp. S. Paenitentiariae ad archiep. Vesuntion.»

– «Risposta della S. Penitenzieria all’arcivescovo di Besançon», 5 luglio 1831: “[…] Quando alla seconda risposta, si deve notare che il giudizio della Santa Sede circa la dottrina di un beatificando avviene in vista della beatificazione. A questo fine è sufficiente che la dottrina «sia immune da qualsiasi censura teologica» – «sit immunis a quacumque theologica censura» (cfr. Benedetto XIV, De Servorum Dei beatificatione, II, 28, § 2). Questo è il caso di Alfonso de’ Liguori».

Vedasi il decreto della S. Congregazione dei Riti del 18 maggio circa l’esame delle sue opere, come pure la bolla di canonizzazione Sanctitas et doctrina del 26 maggio 1839 (Gregorio XVI, Acta, a cura di A.M. Bernasconi 2, 305a-309b) e il decreto inter eos qui del 23 marzo 1871, che gli conferisce il titolo di «dottore della chiesa» (Pio IX, Acta, 1/V, 296-298). […]

«Inoltre ha illuminato questioni oscure e spiegato questioni dubbie, spianando tra le avviluppate opinioni o più lassiste o più rigide dei teologi una via sicura, su cui le guide dei fedeli potessero avanzare senz’inciampo» – «Obscura insuper dilucidavit dubiaque declaravit, cum inter implexas theologorum sive laxiores sive rigidiores sententias tutam straverit viam, per quam Christifidelium moderatores inoffenso pede incedere possent»”.

Lo scritto prosegue con disquisizione circa gli insegnamenti morali di Sant’Alfonso ed emerge chiaramente che “Il confessore […] legge le opere del beato dottore per conoscere accuratamente la sua dottrina […] ritiene di comportarsi in modo sicuro per il fatto stesso che la dottrina, che non contiene nulla degno di censura, egli possa prudentemente giudicare che è sana, sicura, per nulla contraria alla santità evangelica”. Il confessore domanda se può “essere molestato […] se segue tutte le opinioni del beato Alfonso de’ Liguori?”

Appunto 1: all’epoca i preti ben si preoccupavano per la fede del proprio gregge, quindi erano soliti interrogare la Santa Sede o l’Ordinario del luogo per ogni questione; oggi, in periodo “egomenico” alcuni preti, probabilmente soggiogati dalla superbia, agiscono non solo nel dubbio ma spesso si  ergono a “papi” fornendo insegnamenti e teologie sovente prossime all’eresia se non sconfinanti.

La risposta al confessore, confermata dal Papa il 22 Luglio 1831, fu: “No, tenendo conto del pensiero della Santa Sede circa l’approvazione degli scritti dei Servi di Dio per il conseguimento della canonizzazione” [Cfr. Denz., EDB, pp. 974 e 975].

Appunto 2: oggigiorno, invece, essendo stato eliminato dai criteri di beatificazione il canone circa la «perfetta ortodossia della fede vissuta e delle opere del beatificando», appare evidente che la risposta fornita nel 1831 da Papa Gregorio XVI è sicuramente non più opportuna; se, nel beatificare, non si tiene più in conto l’ortodossia della fede nella vita pratica e negli scritti del candidato, ne viene che l’affidabilità è sicuramente sminuita.

Riflessioni, opinabili o non, a parte torniamo al caso … Circa le accuse di errore ai Papi Onorio, Vigilio e Liberio (e altri). Il linguaggio è arcaico ma ben si comprende e sarebbe un’offesa ed una presunzione inutile l’adeguamento ai tempi.

Da Sant’Alfonso, “Verità della fede”, parte III, cap. X, 20,ss.:

Ma come va, dicono gli avversarj, che più pontefici hanno errato in definir cose di fede? Ma questo è stato sempre lo studio degli impugnatori dell’autorità de’ pontefici, di ritrovare errori nelle loro definizioni; ma non mai han potuto appurare alcuno errore circa i dogmi, e proferito da alcun pontefice, come pontefice e dottore della chiesa. Dicono che a tempo de’ concilj di Arimino e di Sirmio Liberio papa cadde nell’eresia ariana, sottoscrivendo la formola di fede che gli ariani teneano. Ma, secondo riferiscono s. Atanasio, s. Ilario, s. Girolamo, Severo Sulpizio e Teodoreto, il fatto fu così: fu data allora da sottoscriversi a Liberio e agli altri vescovi cattolici la formola di fede, nella quale diceasi che il Figliuolo non era creatura come le altre, ma era di sostanza simile al Padre; ma vi mancava l’espressione del concilio niceno, che fosse vero Dio come il Padre e consostanziale al Padre. E qui fu l’inganno, col quale Valente capo degli ariani indusse Liberio a sottoscrivere, promettendo che poi nella formola si sarebbero aggiunte tutte le espressioni necessarie; e così il papa e gli altri vescovi per tal promessa, e per liberarsi ancora dalla persecuzione degli ariani e dell’imperator Costanzo, sottoscrissero quella formola. Altri però con Onorato Tournely vogliono che Liberio non sottoscrisse già questa formola, ch’era la terza, perché nell’anno 359, allorché fu proposta da’ padri sirmiensi la suddetta terza formola, già Liberio sin dall’anno precedente era stato liberato dall’esilio, ed aveva ricuperata la sua sede, come narra s. Atanasio; ma che sottoscrisse la prima formola, la quale da s. Ilario fu interpretata in senso cattolico. Sicché Liberio, o che avesse sottoscritta la terza o la prima formola, quantunque peccò, non può dirsi però aver mai approvata l’eresia ariana. Tanto più che Liberio, avvedutosi poi della sua mancanza, si protestò con pubblico manifesto di non aver mai inteso di scostarsi dalla fede nicena, ed espressamente ritrattò la sua sottoscrizione.

Di più incolpano lo stesso Vigilio di essersi contraddetto intorno alla condanna degli scritti e persone d’Iba, di Teodoro e Teodoreto. Qui la risposta sarebbe lunga, ma la sostanza si è che circa tal punto vi furono due concilj generali, il calcedonese e ‘l costantinopolitano II. Nel calcedonese furono condannati gli scritti d’Iba, ne’ quali si scusavano gli errori di Nestorio, ma non fu condannata la persona d’Iba; nel costantinopolitano poi furono condannati così gli scritti, come la persona d’Iba. Vigilio prima aderì al calcedonese e di poi al costantinopolitano; e da ciò l’incolpano di avere errato in cose di fede. Rispondiamo che, incolpando Vigilio di tal errore, si ha da incolpare ancora anche uno de’ concilj di avere errato in materia di fede. Ma la risposta diretta si è che il calcedonese, scusando le persone, ebbe per vero che Iba e gli altri due avessero scritto in buona fede; all’incontro il costantinopolitano, condannando anche le persone, ebbe per vero che avessero scritto in mala fede. Del resto ivi non si trattò positivamente di alcun dogma, come ben dichiarò s. Gregorio, scrivendo: Scire vos volo quod in ea (scil. in synodo chalcedonensi) de personis tantum non autem de fide aliquid gestum est. Ma leggasi quel che si è detto su questo punto di Vigilio nel capo antecedente al §. 4. n. 59.

Né vale opporre una certa lettera di Vigilio, ove apparisce aver egli approvata l’eresia di Eutiche; poiché questa lettera dal Baronio e dal Bellarmino ed anche dal concilio generale VI fondatamente è riprovata come falsa. Ma se taluno volesse tenerla per vera, sappiasi ch’ella si porta scritta da Vigilio, mentre Silverio vero papa era ancor vivo; ma, morto che fu Silverio, Vigilio rinunziò al pontificato, ed allora di comun consenso del clero fu eletto per papa, ed egli poi apertamente detestò l’eresia eutichiana. Si aggiunge che la supposta lettera si vede scritta da Vigilio privatamente, e con condizione che a niuno si fosse fatta nota: Oportet ergo (così leggesi nella stessa lettera) ut haec quae vobis scribo nullus agnoscat. Sicché quantunque ella fosse stata vera, neppure potrebbesi da quella dedurre alcun argomento contro l’infallibilità delle definizioni pontificie ex cathedra, le quali, per aver forza, debbono esser pubbliche, non private.

Inoltre incolpano Onorio papa di aver aderito nelle sue lettere a Sergio capo de’ monoteliti, che seminava l’errore di essere stata in Cristo una volontà ed una operazione. Ma s. Massimo e Giovanni IV difesero Onorio, dicendo che le sue lettere ben poteano spiegarsi nel senso cattolico. Il fatto fu che Onorio tenea già la retta sentenza, che in Cristo fossero due volontà e due operazioni; ma, essendo sorto l’errore di Sergio, Onorio per sedare lo scisma, ed all’incontro per non dar sospetto ch’egli aderisse o agli eutichiani che voleano una sola natura in Cristo, o a’ nestoriani che voleano in Cristo due persone, nella sua epistola 2 a Sergio volle che non si fossero nominate né una, né due operazioni, e scrisse così: Referentes ergo, sicut diximus, scandalum novellae adinventionis, non nos oportet unam vel duas operationes praedicare, sed pro una, quam quidam dicunt, operatione nos unum operatorem Christum Dominum in utrisque naturis veridice confiteri, et pro duabus operationibus, ablato genuinae operationis vocabulo, ipsas potius duas naturas, id est divinitatis et carnis assumptae, in una persona Unigeniti Dei Patris, confuse, indivise et inconvertibiliter nobiscum praedicare propria operantes. Sicché Onorio dicea che in Cristo vi era un operatore, ma due operazioni, secondo le due nature in esso copulate, delle quali ciascuna avea le sue operazioni proprie: oportet unum operatorem Christum in utrisque naturis confiteri, et pro duabus operationibus ipsas potius duas naturas in una persona Unigeniti Dei Patris praedicare propria operantes. E lo stesso accennò in breve nella prima lettera che scrisse a Sergio, dicendo: In duabus naturis (Christum) operatum divinitus, atque humanitus. E che Onorio veramente sentisse che in Cristo vi erano due operazioni, e per conseguenza due volontà, della divinità e dell’umanità, apparisce maggiormente dalle altre parole che scrisse nella 2 lettera: Utrasque naturas in uno Christo in unitate naturali copulatas, atque operatrices confiteri debemus: divinam quidem quae Dei sunt operantem, et humanam quae carnis sunt exequentem… naturarum differentias integras confitentes. Se dunque dice che in Cristo vi erano due nature operanti secondo le loro intiere differenze, conseguentemente teneva ancora essere in Cristo due volontà. Ed in tanto scrisse quelle parole: Non nos oportet unam, vel duas operatones predicare, in quanto ebbe timore col dire una operazione di favorire l’eresia di Eutiche, e col dire due operazioni di favorire l’eresia di Nestorio.

Né osta che Onorio nella stessa lettera avesse scritto aver Gesù Cristo avuta una volontà: Unam tantum voluntatem fatemur Domini nostri Iesu Christi. Poiché ciò disse a rispetto di quel che aveagli scritto Sergio, cioè che taluni voleano che Cristo come uomo ebbe due volontà contrarie, quali sono in noi di spirito e di carne, e contro questo errore rispose Onorio che Cristo ebbe una sola volontà, cioè la sola di spirito e non quella di carne, ch’è in noi per la colpa di Adamo, così attestarono Giovanni IV papa e s. Massimo ne’ luoghi citati; e così anche lo difendono il Tournely, e il p. Berti, e lo stesso scrive lo stesso Natale Alessandro nel secolo VII, dicendo: Locutus est (Honorius) mente catholica, siquidem absolute duas voluntates Christi non negavit, sed voluntates pugnantes. E ciò apparisce chiaro dalla stessa ragione che di tal detto addusse Onorio nella sua lettera: Quia profecto a divinitate assumpta est nostra natura, non culpa; illa profecto quae ante peccatum creata est, non quae post praevaricationem vitiata… Non est itaque assumpta, sicut praefati sumus, a Salvatore vitiata natura, quae repugnaret legi mentis eius etc.

Ma replicano gli avversarj che ciò non ostante Onorio già fu condannato come eretico dal sinodo VI. insieme con Ciro, Sergio, Pirro ed altri monoteliti. Ma vuole il Baronio, Binio, Frassen ed altri, e il Bellarmino tiene per certo che il nome di Onorio fraudolentemente fu inserito in quell’azione dagli emoli della chiesa romana, e l’argomenta da più motivi e specialmente dal vedere che la condanna di Onorio ripugna a quel che scrisse s. Agatone successore di Onorio all’imperator Costantino Ponolegate, cioè che la fede de’ pontefici romani non era mai mancata, né potea mai mancare, giusta la promessa di Cristo: Apostolica Christi ecclesiae quae nunquam errasse probabitur, sed illibata fine tenus permanet, secundum ipsius Domini pollicitationem, quam suorum discipulorum principi fassus est: Petre etc. E questa epistola di s. Agatone ben fu approvata dal concilio, e dissero i padri essere stata dettata dallo Spirito santo. Di più l’argomenta dal vedere che dal concilio romano, celebrato da s. Martino papa prima del predetto sinodo V., furono condannati i mentovati Ciro, Sergio ecc., ma non fu nominato Onorio.

Ma, anche dato per vero che fra gli eretici fosse stato dal concilio posto insieme il nome di Onorio, dicono il Bellarmino, il Tournely e il p. Berti ne’ luoghi citati col Turrecremata, ch’egli fu condannato per errore di fatto di falsa informazione che n’ebbero i padri del sinodo; il quale non errò in ciò con errore di fatto dogmatico (nel che non può errare né il papa, né il concilio ecumenico), ma di fatto particolare di falsa informazione, presa dalla mala traduzione della lettera di Onorio da latino in greco, ch’egli avesse scritto a Sergio con animo eretico; nel quale errore tutti consentono che anche i concilj generali possono errare. E che in tale errore di fatto particolare abbia errato il concilio si prova da quel che scrissero in difesa di Onorio Giovanni IV, Martino I, s. Agatone, Nicola I e ‘l concilio romano sotto lo stesso Martino, i quali meglio intesero le lettere di Onorio, che i padri greci del sinodo. E perciò gli scrittori più antichi, che furono in maggior numero de’ moderni, hanno esentato Onorio dalla nota di eretico, come s. Massimo, Teofane Isaurico, Zonara, Paolo Diacono, ed anche Fozio nemico della chiesa romana, tutti citati dal Bellarmino; il quale aggiunge che tutti gli storici latini, Anastasio, Beda, Blondo, Nauclero, Sabellico, Platina ed altri chiamano Onorio papa cattolico. Tanto più (dicono il Bellarmino, il Turrecremata, il Cano, il Petit-dider e ‘l Combefisio) che, se mai Onorio in quelle lettere avesse abbracciato l’errore di Sergio, avrebbe errato come uomo privato con quelle lettere private e non encicliche, ma non già come pontefice e dottore universale della chiesa. Ma, attese le parole delle lettere di Onorio di sopra considerate, non sappiamo intendere come Onorio possa condannarsi da eretico. Il vero è quel che scrisse Leone II che, sebbene Onorio non cadde nell’eresia de’ monoteliti, non fu però esente da colpa, perché flammam (come disse Leone II) haeretici dogmatis non, ut decuit apostolicam auctoritatem, incipientem extinxit, sed negligendo confovit. Egli dovea sul principio sopprimere l’errore, ed in ciò mancò.

Di più dicono che Nicola I avesse insegnato esser valido il battesimo conferito in nome di Cristo, senza esprimere le tre divine persone. Ma si risponde che Nicola ivi non fu già interrogato circa la forma del battesimo, ma se era valido il battesimo conferito da un pagano o giudeo. Il papa rispose che sì, e ciò solamente definì allora circa il valore del battesimo, e parlò incidentemente circa la forma; e non si nega che il papa può errare in quelle cose che dice per incidenza, ma non definisce di proposito.

Dicono che Gregorio XIII, permise al marito per l’infermità della moglie di prendersene un’altra. Si risponde che il caso era che quella moglie avea un’impotenza perpetua per causa della sua infermità, e la sua impotenza era antecedente al matrimonio, il quale perciò era senza dubbio nullo.

Dicono che Innocenzo III, stimò esser tenuti i cristiani alla legge mosaica. Si risponde che il papa allega in questo testo le leggi del vecchio testamento, non già come obbligatorie, ma come esemplari, secondo le quali debbono osservarsi nel nuovo testamento alcuni riti nuovamente istituiti.

Dicono che Stefano VII dichiarò irriti gli atti di Formoso papa; ed ordinò che quelli che da Formoso avean presi gli ordini di nuovo fossero ordinati; ma Giovanni IX disse il contrario, dichiarando che Formoso fu legittimo papa. Venne di poi Sergio III, e di nuovo lo dichiarò illegittimo. Onde concludono che o l’uno o gli altri due pontefici hanno errato. Rispose il cardinal Bellarmino che Formoso, benché fosse stato degradato avanti al suo pontificato, fu nondimeno poi vero pontefice, e furono validi gli ordini da lui conferiti, onde errarono Stefano e Sergio, ma il loro errore non fu di legge, ma di puro fatto. E così si risponde a certe simili opposizioni degli avversarj, cioè che se mai alcun pontefice ha errato, o non ha parlato ex cathedra, o l’errore è stato di puro fatto.

Papa San Gregorio VII insegna che la Chiesa romana non ha mai errato, e che non si deve ritenere come cattolico chi non sta unito a questa Chiesa.

I Papi Evaristo, Alessandro I, Sisto I, Pio I, Vittore, Zeffirino, Marcello, Eusebio ed altri sostengono la medesima dottrina.

Abbiamo dunque appreso parte del lavoro di Sant’Alfonso apologeta. Ad ogni “errore”, mi sembra di capire, v’è un rimedio, basta che l’errante o chi per lui lo voglia.

Note:

(1) http://roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/13_marzo_16/benedizione-papa-francesco-anche-per-non-credenti-roma-bergoglio-212214662491.shtml

(2) (http://corrierefiorentino.corriere.it/firenze/notizie/cronaca/2013/20-marzo-2013/imam-firenze-papa-bergoglio-212266550651.shtml

(3) http://www.vatican.va/holy_father/francesco/speeches/2013/march/documents/papa-francesco_20130320_delegati-fraterni_it.html

(4) http://www.vatican.va/holy_father/francesco/cotidie/2013/it/papa-francesco-cotidie_20130416_spirito_it.html

(5) http://www.news.va/it/news/il-papa-alla-caritas-internationalis-aiutare-i-pov

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