Decrescita felice

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Mauro Corona: la salvezza è nella terra, riprendiamo la zappa

L’ALPINISTA, SCULTORE E SCRITTORE INGANNA LA CRISI ECONOMICA COLTIVANDO FRUTTA E VERDURE. CONSIGLIA DI RISCOPRIRE IL NECESSARIO PER ELIMINARE IL SUPERFLUO E LE PAURE DEL TEMPO
Nell’incrocio tra un barbaro, un alpinista e un poeta si sviluppa il corpo e si modella il pensiero di Mauro Corona. Ha spaccato pietre e usato le parole per raccontarle. Il martello nell’inchiostro. Dunque scrittore a sua insaputa. Guarda dall’alto in basso gli umani, che forse un po’ gli fanno schifo, e il mondo, che forse un po’ lo rattrista. Si gode lo spettacolo dalla parete di una montagna, una roccia chiamata Erto, paese di 400 abitanti collegato a Longarone con il bus e all’Italia dalla tragedia del Vajont. “Grazie ai morti del Vajont siamo italiani. È la disgrazia che ci ha fatto riconoscere. Le televisioni e i giornalisti e le autorità sono giunte a Longarone, mai nella mia Erto che infatti va in malora senza che un cristo (un ministro, un deputato, un potente semplice) faccia un colpo di tosse, una telefonata per chiedere come va. Gli risponderei che serve della ghiaia, serve riparare una strada perché d’inverno tutto smotta e noi rimaniamo isolati, celati alla vista e anche al pronto soccorso, a un medico che ci aiuti, un tabaccaio che apra per noi, un postino che ci faccia imbucare le lettere”. Noi in città ci disperiamo per la recessione economica, lassù lei sta peggio. “Peggio un cavolo! Al netto delle peripezie che tocca fare perché la montagna richiede sacrifici, le rispondo: una favola. Coltivo verze, cavolfiori, patate (le patate sono decisive per vivere). E susine, ciliegie, mele, pere. Toccherà anche a lei imparare a zappare. Il nostro futuro è nella terra: a ogni cosa si può rinunciare tranne che a soddisfare la fame. Quindi, niente paura: una zappa ci salverà”.
CONOSCEREMO i calli alle mani, torneremo alle candele. “Ma benvenuti ai calli, diamine. L’idiozia è restare vittime della dittatura del superfluo, l’idiozia è non capire che per vedere devi togliere roba davanti ai tuoi occhi, cosa te ne fai della Ferrari nel capannone, idiota? Il denaro compra il tempo, ma il tempo è ripetitivo, ci annoia perché non siamo stati abituati a governarlo, dominarlo. Dove sono le passioni, e dove la speranza? Da quel che vedo siamo vicini alla fine”.

Il capitalismo sta schiattando? “Ma certo, che dubbio c’è. Ci ridurrà allo stremo. Nel vicino Friuli c’è un paese dove si facevano sedie. E queste benedette sedie con gli anni sono venute a costare uno sproposito: le vendevano 400 euro l’una. Sono giunti i cinesi con le loro sedie a 20 euro e tutto è finito. Il paese delle sedie che non ne vende più una. Questo è il capitalismo. Si può essere cretini così? Due giorni fa ero a Montecarlo per una conferenza”.

Lei a Montecarlo? “Certo, devi andare dai cretini per parlare dei cretini. Devi giungere nel punto esatto dove si concentrano i soldi per illustrare la loro inutilità”.

Marcuse parlava dell’offerta senza desiderio. “Esatto. Vince l’apparenza sopra la realtà. Il verosimile sul certo. Vince la televisione, il talk show, il frou frou, il cinguettio scadente frutto del pensiero inutile. Se non vai in televisione per dire che ti uccidi neanche tua moglie ci crederà mai”.

I suoi libri hanno venduto perché lei li ha promossi in tv. “Come negarlo? Ho vinto anche un premio Bancarella, e sapevo un mese prima che l’avrei vinto. Sapevo dello Strega a Piperno. Sembra tutto un artificio, una vita di plastica, concepita secondo schemi falsi, triturata dall’omaggio al potere. Forse la mia è solo invidia e la pagherò. Ma questo è il mio pensiero”.

Tutti i potenti sono cattivi, e tutti gli indifesi sono buoni? “DICEVA BORGES: ho scoperto che c’è del male in me e del buono in altri. Perciò dovremmo essere più fiduciosi, collaborativi, disponibili. Ma non si riesce a fare un governo, l’uno addenta l’altro nella negazione che esista un bene comune, uno sguardo comune, una vita in fondo comune. E siamo qui a fare la conta della tragedia, a chiederci di quanto ci impoveriremo, di cosa ci mancherà. A piangere e straziarci. Siamo peggio di quel che vogliamo credere. Noi italiani abbiamo consumato ogni etica, e questa caduta civile, questa deriva economica un po’ ce la siamo conquistata con il nostro stile barbarico. Gli schei ci hanno fatto ammalare e ridotto in povertà. Vanitosi e pigri, ora disperati”. Una parola di conforto? “Una zappa per tutti. Impareremo presto a essere imprenditori della terra. Cioè di noi stessi, e capiremo che è una cosa bellissima”.

da: Il Fatto Quotidiano, 14 aprile 2013

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8 aprile 2012

“Stare zitti sarebbe stato ideale ma io di tacere non sono capace” scrive l’autore

Corona, “Il mondo storto è allontanarci dalla terra”

Romina Vinci

Esce “Confessioni Ultime” (Chiarelettere). L’introduzione del libro e un’intervista di aprile 2012

Mauro Corona

La nostra intervista di aprile 2012

C’è chi lo ha definito l’uomo che parla agli alberi, nei suoi romanzi e nei suoi racconti riproduce i suoni della natura, porta a galla l’umanità dei boschi e fa emergere un mondo dimenticato dotato di rara bellezza. Forse semplicemente un uomo alla ricerca del suo posto nel mondo, nel corso della sua carriera ha scritto diciotto libri, scalato vette italiane ed estere e realizzato sculture che danno forma ai “sì” e ai “no” della vita. Mauro Corona è originario di Erto, un piccolo paese nella Valle del Vajont. Ha ereditato dal padre la passione per le montagne, per le scalate, per la vita all’aria aperta. Dalla madre il dna della lettura e dal nonno la manualità dell’artigiano, il lavoro del legno e gli attrezzi del mestiere, ma non “l’arte di tacere”.

Nel suo libro La fine del mondo storto (Mondadori, 2010) ha auspicato un riavvicinamento alla terra e all’agricoltura, e ha vinto il premio Bancarella 2011. Nel novembre 2011 ha dato alle stampe Come sasso nella corrente (Mondadori, 2011) un libro «per non morire frainteso», una sorta di testamento che consegna ai suoi lettori, e nel quale ripercorre le angherie e le sofferenze di un’infanzia condotta ai margini. È una scrittura sofferta perché lede dentro, scava come uno scalpello l’anima per portare a galla i nodi rimasti irrisolti, un dolore incessante che non trova giovamento. Ne emerge un ritratto di un uomo solo, con una sete d’amore mai sazia. Non chiamatelo artista però, altrimenti succede questo.

Mauro Corona scrittore, scultore, alpinista. Crede che “artista” sia una parola in grado di definirla?
Assolutamente no: la parola artista è una convenzione. Siamo tutti artisti di noi stessi. Già l’atto di nascere e vivere è un arte, anzi, è un lavoro usurante. Non mi ritengo affatto un artista, semmai un buon artigiano. Non vedo differenza tra scrivere, scalare o scolpire: si tratta sempre di togliere. Togliere orpelli, togliere oggetti, togliere cose. Quando vado a scalare devo cercare di far meno movimenti possibili, altrimenti mi stanco e rischio di cadere. Quando scrivo devo cercare di usare poche parole, altrimenti realizzo opere prolisse, libri noiosi. E nella scultura devo togliere legno per vedere cosa salta fuori.

Ed allora chi è l’artista?
Forse Dio. Io non ci credo più ma per chi ha fede probabilmente è Lui un’artista, noi umani siamo tutti degli abili professionisti, dei virtuosi. Inorridisco quando in tv sento delle pseudo soubrette definirsi artiste. Bisogna dare il valore giusto a questa parola. Artista chi? Il pianto di fronte ad un bambino malato di leucemia, questo sì che è un gesto artistico, perché viene dall’anima. Il resto sono soltanto pagliacciate e convenzioni.

Nel 2009 nel corso di un’intervista ha dichiarato: «Ben venga la crisi, che Dio la benedica», citando anche un proverbio della tua Erto: “Quando l’acqua tocca il culo si impara a nuotare”. A due anni di distanza, conferma quelle parole?
Certo, perché l’uomo di sua scelta non è capace di tornare indietro. Ha bisogno di un’imposizione, oppure di una disgrazia. Noi siamo un popolo intelligente, ma anche pigro, e quindi se non c’è qualcuno che ti imponga di mettere il casco tu puoi spaccarti la testa beatamente. Ma io dico: serve una legge per dire metti il casco perché se cadi ti fracassi il cranio? In Italia serve. Ora, con questa crisi, è subentrata una legge della necessità, che farà in modo che l’uomo sia più avveduto nelle scelte, nelle compere, negli acquisti, nel muovere la macchina. Ed allora lo ripeto: ben venga la crisi che ri-umanizza l’uomo.

Qual è il modo per uscirne?
Bisogna tornare alla terra, all’agricoltura, coltivare i campi, imparare a farci da soli il cibo, e non pretendere di andarlo a comprare. Dobbiamo smetterla di investire sulle industrie, ma tornare a fare i contadini. Perché se ti fai il mangiare diventi invincibile perché hai tutto: animali, riso, frumento, insalata, verdure, frutta. Ma io dico, cosa faceva Steve Jobs per vivere? Mangiava computer?

No, però ha scelto il logo della mela per il suo Mac
Lo so che è un’utopia ridicola, e può sembrare ridicola e patetica. Ma se viene la fame bisogna imparare a sostentarsi, perché i soldi non li mangi.

Come definiresti il modo di fare informazione in Italia?
Politicizzato, bieco e spietato. Non c’è più la lealtà tra gli uomini. Portiamo l’esempio di Luca Abbà, l’attivista No Tav folgorato su di un traliccio. Bisogna dare la notizia che un uomo è salito su un traliccio ed è rimasto fulminato precipitando giù, però c’è il giornalista che dà la colpa alla foga dei poliziotti che lo inseguivano per catturarlo, e il giornalista che ti scrive senza giri di parole che si è comportato come un cretino. Ecco l’informazione in Italia, sempre schierata. Io do una notizia ma la piego. È questa la blasfemia. Dov’è il giornalista pulito che fa l’informazione pulita? Non esiste. Perché l’uomo va educato alla lealtà prima che gli venga messo in mano un mestiere.

Perché è un mondo storto quello in cui viviamo?
L’uomo non è mai contento, e crede che la sua felicità sia nella ricerca del di più. La natura invece ha capito, è come una grande montagna, domina tutto il paesaggio e vede se stiamo percorrendo la strada sbagliata. Perché se io cammino su un pendio in cui ha appena nevicato rischio di venir travolto dalla valanga. La nostra umanità da sempre cammina su questi pendii pericolosi, ed ora la valanga è venuta giù. Il mondo storto è stato allontanarci dal contatto con la terra. Perché bisogna indossare una maglietta da mille e quattrocento euro, soltanto perché porta la griffe di Dolce e Gabbana? Perché per guardare l’ora serve un Rolex da 60mila euro? Noi cerchiamo l’inutile. L’uomo non sarà mai felice perché vuole sempre quel che non ha, è tutta qui la chiave. Bisogna tornare all’essenziale. Mangiare poco, un pasto al giorno, ed investire nel tempo libero: la gente non ha più tempo per stare un’ora con i figli, ma è questo qui il mondo?

Dice che i soldi non sono importanti, che bisogna tornare alla natura e all’orto. Ma allora perché scrive per la maggiore case editrice italiana e perché vive di scrittura? È come se parlassi male di un mondo che – volente o nolente – l’ha in ogni caso contaminata.
Avevo bisogno di soldi, ho sempre vissuto nella miseria. Ho allevato i miei figli nella povertà, per un anno ho dormito con mia moglie in un sacco a pelo. Ricordo che chiamavo il notaio, l’avvocato, il medico di turno, gli “amici”, esortandoli a comprare qualche mia scultura, perché ero alla disperata. Sculture per altro belle, non l’ho detto io ma i critici. Chiedevo 500mila lire, loro me ne davano 300mila perché sapevano che io non potevo rifiutare. E quindi lo dico senza vergogna, ho cercato il denaro, ma l’ho distribuito tra i miei figli e mia moglie, perché lei ha pagato un prezzo molto alto per avere un uomo come me al suo fianco, ha patito molte umiliazioni. Son riuscito a far studiare quattro figli all’università, a comprare una casetta, ma non ho un centesimo a mio carico. Non si dovrebbero dire queste cose, ma faccio molte donazioni di denaro ad amici e ai poveri. Per quanto riguarda la Mondadori beh, ho sempre dichiarato di non esser un sostenitore di Berlusconi, mai l’ho votato e mai lo voterò però la sua casa editrice dal lato professionale è la migliore. È un’azienda eccellente e – a differenza di molte altre – paga i suoi autori. Ed allora non sono uno che sputa nel piatto in cui mangia, e non condivido la scelta di esimi autori che adesso sono andati via dalla Mondadori. Io lo sapevo già quindici anni fa chi fosse il proprietario della casa editrice, è inutile che scappi via oggi che il vento è cambiato, basta con questa demagogia fine a se stessa.

Da uomo solitario a uno degli scrittori più apprezzati d’Italia: come si compie questo passo?
Ho cercato la gloria per uscire dal pantano della vita. Ho scritto libri per non morire frainteso e per salvare una memoria che annienta soprattutto gli ultimi, cancellandoli dalla faccia del mondo. Che questo mi abbia portato una certa fama non mi dispiace, ma come diceva Gabriel Garcia Marquez “la notorietà una cosa buona per uno scrittore, ma va tenuta a bada”. Ed io sono stanco di tutto questo perché mi ha tolto gran parte della mia vita antica, a contatto con le montagne e con la terra. È lì che voglio tornare, sparendo da questa popolarità.

Il tuo ultimo libro, Come sasso nella corrente, può essere letto come un testamento che concede ai tuoi lettori. Averlo scritto implica che è iniziata la sua parabola discendente, oppure ascendente, perché è un ritorno indietro a ciò che la fa stare bene?
Entrambe le cose. È discendente nel cammino della vita, perché ormai ho 62 anni, non mi sento vecchio ma devo iniziare a tirare i conti, e quindi il mio tempo, da qui in avanti, diventa preziosissimo. Ma allo stessa maniera è un cammino dolce perché è un ritorno alle origini. Borges narrava la leggenda di un uccello che volava all’indietro, non gli interessava sapere dove sarebbe andato a finire, ma ricordare da dove era partito. Io ho bisogno della mia naturalità.

Racconti di un’infanzia sofferta, di violenze fisiche e psicologiche da parte di due genitori che non sono stati modelli di vita. Li ha perdonati?
Ho fatto una vita infame, un’infanzia maledetta e disgregata con un padre violento, picchiatore e alcolizzato, e una madre che per sfuggire al suo uomo abbandona i suoi figli piccoli. Ormai sono entrambi morti, li ho perdonati, sì, però io non dimentico. Sto per dire una cosa orribile: lui è morto cinque anni fa, lei da pochi mesi, ebbene, nonostante io li amassi ed ho pianto per loro, devo dire che mi hanno fatto un piacere perché adesso, non vedendoli più, posso dire finalmente di aver chiuso una pagina, non sono più un figlio.

Il rancore brucia ancora dentro di lei.
Non hanno mai reso i conti, non hanno mai detto niente, mai una verità, un perché, nulla. Una carezza, un gesto d’affetto, un bicchiere: niente. Quando andavamo al bar ognuno pagava il proprio conto, io volevo offrire loro, e invece “No, non ho bisogno” hanno sempre risposto scrollando il capo. Questa crudezza non è obliabile. Non ho rancore ma non dimentico. Queste ombre tornano a cercarmi, perché un bambino non chiede altro che una carezza ed un pasto al giorno. Io non ho avuto né l’una e né l’altro. Sono andato a elemosina, nei paesi della valle a chiedere la carità, a otto, nove, dieci, undici anni. L’estate lavoravo nei cantieri, da giugno a settembre, gratis, soltanto vitto e alloggio. Io la gavetta l’ho fatta, checché se ne dica. Se mi è capitata un po’ di luce ringrazio qualcuno, ma nessuno mi ha mai regalato niente, non ho mai avuto né raccomandazioni, né nepotismi, né familismi.

Qual è la differenza tra rimpianto e rimorso?
I rimpianti sono una dolcezza lontana, una tenera nostalgia. I rimorsi sono come le disgrazie, diventano tali solo quando sono accaduti e non hai più la possibilità di rimediare, di chiedere scusa o tendere la mano. I rimorsi sono cani che ti azzanno le caviglie e ti disossano. Io sono perseguitato dai rimorsi, ed è per questo che reputo la morte una liberazione. E non perché mi mancheranno le montagne, la lettura o le donne, son già in grado di farne a meno di queste cose, ma il riposo eterno mi libererà dai miei rimorsi e da questo naufragio in terra ferma.

In Come sasso nella corrente racconti di come un bambino possa passare il tempo ad incidere una bocca che sorride sugli oggetti che ha intorno. Quanto sono lontani i periodi in cui un mestolo e un cucchiaio erano le uniche cose che ridevano al suo fianco?
Oggi ho i miei figli che mi vogliono bene, ed anche un po’ di amici. Se faccio una resa dei conti però non è cambiato nulla, provo ancora dolore, e dentro di me sono ancora lì che incido la bocca che mi sorride. Non è un caso che un tema ricorrente delle mie sculture sia la maternità. Cerco di scolpire sul legno le cose che non ho avuto dando così loro la dignità di esistere alla luce del sole. Voglio tenere unita la famiglia almeno nelle sculture, ed invece vedo che tutto si sfaglia intorno a me. È passato tanto tempo, eppure io sto ancora cercando di far sorridere i cucchiai.

Qual è il male più grande del nostro tempo?
L’indifferenza, il cinismo, l’egoismo. Sono sempre stati presenti, ma prima lo erano in minor scala. Oggi invece c’è stato il crack, e la gente si arma e ruba quello che non ha prima di decidersi a coltivarlo. Se vogliano andare sul “tecnico” dobbiamo parlare di questi uomini politici che hanno soltanto l’importanza che si danno. Non fanno nulla per noi che invece li abbiamo delegati a renderci la vita migliore. La burocrazia è spaventosa, per fare un esame in ospedale bisogna aspettare anche due anni: è questo il fallimento più grande di una società che viene e verrà bastonata dalla crisi. Lo ripeto: torneremo ad usare le zappe, ma prima ci sarà la barbarie.

Ed invece la cosa più bella?
Il ritorno della natura, la quale c’è sempre stata, ma ogni tanto fa capolino per non farci dimenticare che noi abbiamo i piedi nella terra. La cosa più bella è che torna la neve anche a Roma. Perché non dovrebbe nevicare a Roma?

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Mauro Corona: sono un cialtrone ma…

Gli esempi di imbecillità sono un cimitero costato due milioni di lire vuoto e case senza canne fumarie. Un architetto di città non può fare l’architetto di montagna, e il legno tagliato con la luna giusta dura più del cemento

Boscaiolo, cavatore, cacciatore, alpinista, scultore, scrittore. Schivo, scontroso,  magnetico, ruvido come le 300 vie di roccia che ha aperto sulle Dolomiti. Mauro Corona si racconta così: «Vengo dagli escrementi della vita, non sono collega di nessuno. Non è che mi reputi uno scrittore; mi aiuto a campare con storie, sculture, scalate. Mi sono messo a scrivere per non spararmi, per non cadere nel baratro. Ho fatto un excursus nella gloria, ora sto per ritirarmi. Non sono un profeta, sono un cialtrone, ma a 62 anni qualcosa la conosco». Erto, paese dov’è nato e vive, è il centro di gravità permanente della sua avventura e anche della nostra conversazione. Nell’ul­timo romanzo La ballata della donna ertana (Mondadori), c’è l’arrivo in paese dei forestieri per costruire una diga, portando finalmente un po’ di be­­nesse­re. Quella diga diventerà una bomba d’acqua distruttiva.
Il Vajont. «Dopo il Vajont hanno tutti fatto finta di essere stati scalzati via come Inca o Aztechi. Non è vero. Io sono stato l’unico ad andare controcorrente. C’era miseria; quando arrivarono per proporre la diga a manovali e artigiani tutti accettarono. Non ci rubarono la terra, gliela demmo noi. Furono accolti da salvatori e la popolazione era servile nei loro confronti, come l’uomo povero fa sempre con i potenti. Abbiamo visto un miraggio, poi abbiamo pagato».

Oggi si continua a discutere del rapporto tra grandi opere e tutela del paesaggio. Qual è la lezione del Vajont?
Il benessere va visto non nel periodo dei cantieri, ma dopo. Ogni territorio richiede interventi consoni. Qui conta l’architettura. Un esempio d’imbecillità cosmica: a Erto, che significa ripido e scosceso, hanno fatto un campo da tennis ora pieno di erbacce e abbandonato. E il cimitero costato due miliardi di lire? Non c’è un morto dentro; la gente vuole andare nel cimitero vecchio. In compenso servirebbe una scuola d’arte e artigianato. Un bel portafrutta di vimini sarà meglio di uno di plastica, no? Io ho attrezzato una palestra di roccia che è famosa in tutto il mondo, vengono dall’America. Senza contributi pubblici, nel 1976.

Manca la cultura del territorio?
Il problema è che cosa ci metti sul territorio: le case, la gente. Venite a vedere Erto nuova, fatta nel 1978, non secoli fa. Un’infamia, una bestemmia turpe di cemento in un paesino dove c’era un equilibrio di prati, alberi e bosco, e tutto degradava dolcemente. Non era il prato che finiva di colpo, sfacciatamente. Si davano il passo pian pianino: prato, cespuglio, albero… Dopo il Vajont potevamo fare delle casettine come in Tirolo, metà di pietra e metà di legno, dove la gente potesse stare bene. La gente ha perso la naturalità, tu li cacci in una cosa che non respira con loro. Un soffocamento di cemento, sbagliato anche tecnicamente. Non hanno fatto le canne fumarie, per cui se finisce il petrolio o una frana blocca il paese per otto giorni non c’è un camino. Questi sono gli architetti che poi scrivono sulle riviste patinate.

E invece come li vorrebbe questi architetti da riviste patinate che non le piacciono?
L’architetto che è nato in montagna sa cosa collocare in quella bellezza (o in quella bruttezza, perché si può mettere una cosa appropriata anche in un luogo ostile). L’architetto di deserto deve progettare nel deserto, invece sono venuti dalle città a fare città in montagna. Una roba orrenda, la gente ci sta male. E poi non è che puoi buttare giù la casa, una volta che l’hai tirata su: quella rimane ai figli, ai nipoti. Tutti costretti a star male. Io sono arrogante: la missione primaria di un uomo sulla terra è non rompere le scatole al suo prossimo, come accade anche costringendolo a stare in un posto come Erto nuova. Mi viene da pensare che abbiano progettato a caso: la chiesa doveva essere una banca, e quella che doveva essere la banca è la chiesa. Tanto è la stessa cosa, no? Come lucro, sì, se non peggio.

Quindi quello che è accaduto a Erto è una dimostrazione di scarsa attenzione alla tutela del paesaggio?
Ora Erto è più grande, ma a fare i paesi non sono le case, è la gente. Come la natura: il mare, i boschi, se non c’è l’uomo che li guarda che senso hanno? Noi cominciamo a perdere l’idea che vada protetto l’uomo, nonostante faccia di tutto per danneggiarsi, perché c’è un rigurgito di ecologia che va a scapito di chi ne fruisce. Una mela da sola non si può gustare, da sola non è nulla: ci vuole un palato. Proteggere la natura è una missione nobile, anche se oggi lo si fa con retorica e falsità.

La retorica dell’ambiente comprende anche la bioarchitettura?
No. Quest’idea mi piace molto perché si usano materiali che sono in simbiosi con l’uomo, per esempio il legno che era scomparso. Ma lo sa che se tagliato in luna giusta dura più del cemento armato? Basta andare in Tirolo o in Val Badia, sui masi alti di San Martino: lì c’è una miriade di casette di 400 anni, fatte di legno di larice diventato rosso e sgraffiato dalle intemperie. Sono sculture. Qualche giorno ho scalato il monte Putia, scendendo ho visto le casette. Il legno, intatto, ha subito solo l’abbronzatura del tempo. Non lo intacchi nemmeno con la motosega. Se tagliato in lune calanti di novembre, le linfe non lavorano più quindi il legno diventa marmo. Poi la dolcezza, l’accoglienza. Impagabili.

A parte il legno?
Il riscaldamento, costruire con una speciale attenzione al comfort. In Val Badia le case di settecento anni fa hanno tutte le finestre doppie.

Ma per lei come dev’essere la casa ideale?
Io vivo di paradossi, ma possono aiutare a riflettere. La casa ideale è quella in cui stando seduto prendi tutto quel che ti serve: il pane, un libro, la bottiglia di vino… Piccola, accogliente. Una casettina vivibilissima, dove l’uomo torna dopo le intemperie della giornata di lavoro e respira. Ecco, la casa anche se di una sola stanza quando entri ti deve abbracciare. Devi sentire un abbraccio. La casa deve avere una dimensione di bisogno di affetto.

Ne vede molte, così?
Nel 95% delle case sento gelo. Amici miei, famosi medici e avvocati, mi invitano a vedere le loro case e me le mostrano orgogliosi, e io sbigottito: sono tombe con questi enormi marmi da cui devi togliere la polvere. Invece lasciala stare, la polvere! Iosif Brodskij la definiva la tintarella dei secoli. Invece in quelle case in Val Badia pensi: qui sto bene. Non si può mica campare sempre angosciati, bisogna rasserenarsi e la casa può essere un nido. Ma se la fai per esibire la tua ricchezza, la tua spocchia… Ti invitano a vedere il loro nulla. Io difficilmente ci vado, perché sento l’odore dei fasulli.

Che cosa la indispone di più?
Tanto per cominciare, quando vedo le piastrelle lucide per terra. Mettete del legno, che dura millenni! E poi chi pensa mai a un piano sollevato? Quando entri in una casa non può stare tutto sullo stesso piano. La scultura insegna che il naso non è sullo stesso piano dello zigomo, e l’orecchio è su un altro ancora. Sfalsa i piani, sempre! Il posto in cui leggo deve essere sollevato, e allora mi sento protetto, perché sullo stesso piano l’anima svilisce. E invece il piano sollevato con una coperta ti eleva, ti isola. Ti dà il gusto dello straniamento.

Qual è la qualità principale di un architetto?
Un architetto non deve solo imparare a fare le cose, ma essere sensibile. A volte sono tecnicamente preparati, ma insensibili. Come per la scultura: provate a fare una maternità. Cento scultori la fanno diversa, e lì vedi chi ha più anima, perché è questione di graffio sulla lavagna dell’anima. Quando crei luoghi dove vive la gente, devi immedesimarti e se hai l’anima gelida farai cose gelide. Se non hai calore non puoi produrlo. Non si scappa.

L’architettura contemporanea è anaffettiva?
Innanzitutto gli architetti sono tanti e confusi, poi cercano l’originalità. Diceva Jorge Luis Borges: non essere originale, è meglio essere immortale. Cerca di essere naturale, perché l’originalità presuppone molte vanità. È giusto che un architetto abbia ambizioni, ma senza esagerare. Tutti vogliono essere archistar. Mi ha colpito l’incarico a Mario Botta per la mostra a Belluno di Andrea Brustolon, il Michelangelo del legno, per certi versi il mio maestro anche se vissuto cinque secoli fa. Io non vedo la necessità d’incaricare un architetto per allestire un posto dove esporre scultura. La scultura basta a se stessa. Per fare colpo sulla gente, Botta ha realizzato uno stendibiancheria, ha teso fili bianchi, una cosa orribile. Ma tutti s’inchinavano «perché è Botta». Non devi inchinarti alla fama. E nessuno che dica: tirateli via quei fili bianchi, fatemi vedere le sculture. Ah, ma doveva rappresentare il cielo… Il cielo a fili?

Un esempio di architettura contemporanea che la convince?
Di Botta mi piace il Mart di Rovereto: dove l’uomo non si monta la testa fa cose belle e utili. E il Parco della musica di Roma, con gli «scarabei» di legno. Però mi chiedo: ha considerato Renzo Piano quando tagliarli quei legni? Non poteva considerarlo, altrimenti ci avrebbe messo cent’anni a costruirli. Il legno ha una notte speciale, canta una sola notte. Perché Stradivari, Guarnieri del Gesù o altri liutai famosi hanno fatto violini che suonano in quel modo? Non è la vernice, perché è stata rifatta uguale invano.  Fior di chimici l’anno scrostata, analizzata e riprodotta: cera, resina, essenze. L’han fatta uguale ma non suona uguale. Quel che conta è la notte in cui si taglia il legno, perché solo il 21 maggio dopo mezzanotte sentirai frullare, come una vibrazione. Tutti i boschi della terra dall’Amazzonia a Erto si mettono a vibrare, come se fosse un passaparola. E quello è il momento di tagliare la pianta. Prova a fare una bacchetta da direttore di orchestra quella notte. L’acustica del Parco della musica è buona, ma se avessero tagliato il legno di una capsula il 21 maggio…

E invece com’è la sua casa?
Io sono un barbone legale: sono riuscito a rendere allegro un cubo di cemento, una stanza. Legno dappertutto, un tavolo per scrivere fatto da me con tronchi piallati. Niente vernici a rovinare l’odore, l’effluvio di pino cembro che dura duemila anni. Le zaffate di resine dolcissime. Poi scartoffie. Quando sono stufo faccio rientrare il piano e recupero spazio. Niente binari, sarebbe troppo sofisticato: scorre su due tavole. Ogni trent’anni una passatina di sapone. Poi altre panche, una con una lana d’agnello su cui dormo. Sul duro, e non ho mai mal di schiena. Intorno sculture, figure che mi guardano. Duemila libri in librerie scavate da tronchi con figure femminili. Le sculture-librerie sono personaggi come il generale di Cent’anni di solitudine. Otto metri per otto e lì c’è tutto, compresa una stanzetta con una piccola parete di pietra per allenarmi e un piccolo bagno. Stop: il resto ve lo regalo. Ma se vieni in quella mia bottega te ne innamori. Paolo Rumiz si è buttato sulla panca e c’è stato tutta la notte. Non riusciva più ad andarsene. Luce, finestre grandi senza tende, perché voglio vedere la luna che passa. Per una tendina ho mandato in malora un matrimonio, lei mi chiudeva in una catacomba: e fammi vedere la notte! Tubi e termosifoni lungo il muro, non sotto il pavimento: che l’ha detto che sono antiestetici? Libri segnati, la bottiglia di vino, che cosa ti serve di più?

Alberi, case, legno, bosco: tutti elementi di quello che nel suo libro definisce «il mondo storto»?
Alberi ce ne sono anche troppi, ormai. La foresta ha invaso i cortili, non c’è più la cultura del bosco. Non è vero che stiamo disboscando, anzi. L’uomo è andato nelle città e con il lavoro subordinato ha rinunciato alla responsabilità insita nel lavoro della terra. Se monti male un pezzo in fabbrica è un problema del padrone, se sbagli a tagliare un albero è tuo. Il bosco è un’industria, ma se lo maltratti l’anno dopo lo paghi. E poi c’è fatica, la mucca non è una moto che parcheggi. Ma ora con la crisi le fabbriche chiudono e l’uomo deve ripensarsi. Se non hai più soldi, il cibo non puoi andare a comprarlo come prima. E allora devi pensare di produrlo. La naturalità del ritorno alla terra che ipotizzo nel libro è forse un’utopia patetica: se tutto il mondo diventasse imprenditore di terra, la società tornerebbe sana. Un mondo di contadini che si nutrono e poi hanno tempo libero per fare quello che vogliono.

Che cosa può spingere l’uomo verso la sua patetica utopia?
Dalle mie parti sono morti due coniugi che si erano persi in un bosco. Li hanno trovati abbracciati, entrambi con accendini e sigarette. Non sei capace di accendere un fuoco? Se ti perdi di notte in un bosco muori di freddo. Vieni con me che ti insegno ad accendere un fuoco strisciando due legnetti secchi, finché fa la brace e poi ci soffi sopra. Ma devi prendere i legnetti sottobosco, sui pini ci sono barbe sempre asciutte. Anche se diluvia. Poi soffi, soffi, soffi… L’uomo ha perso il contatto con la natura.

Che cosa pensa dell’Expo 2015, intitolata «nutrire il pianeta»?
Nutrire il pianeta? E di che? È già nutrito, ci dà tutto. Occorre invece educare l’uomo a nutrirsi di quello che serve, non del superfluo. Vivere in questo pianeta è come scolpire: devi togliere per vedere la scultura, mentre noi continuiamo ad aggiungere, a coprire. Così non vedi la scultura. Io mangio quando ho fame, allora mi piace tutto.

È anche la disciplina della montagna?
La montagna è selettiva: se non stai in equilibrio rotoli giù. Così nella vita. Quando ci sarà il mondo storto, andremo con i Rolex per scambiarli con un sacco di farina e ci diranno di no. A me serve il grano, non un orologio.

La montagna come sta?
Dove nevica firmato si sta bene. C’è tutto. Ma solo lì. Perché i vip vanno tutti a Cortina e nessuno viene a Erto? Perché là sei un vip, qui no. Perché nessuno scansa il luogo comune? Quando si paga, non esiste freno. Nè leggi, né piani regolatori. L’uomo è fragile e comprabile. Lo dimostro io, che pubblico i libri con Berlusconi perché mi paga il triplo.

di Giuseppe Salvaggiulo, da Il Giornale dell’Architettura numero 100, dicembre 2011
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