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Ovviamente è la Chiesa che concorre al Nuovo Ordine Mondiale, e non il mondo con le sue opere al Regno di Dio. Almeno questo Bergoglio lo ha voluto ribadire.

Papa Francesco incontra Ban Ki Moon. E gli ricorda che l’agenda internazionale della Santa Sede è il bene comune

Ha parlato del bene comune, che poi è l’agenda internazionale della Santa Sede, Papa Francesco. Ha ricordato il contributo della Chiesa Cattolica in favore della dignità umana integrale, da portare avanti con i mezzi che le sono propri. Ha chiesto di portare avanti una cultura dell’Incontro, un tema che ha tenuto particolarmente fosse inserito nel comunicato ufficiale. Tutto questo – parafrasando il comunicato della Sala Stampa vaticana – ha detto Papa Francesco a Ban Ki Moon, segretario generale dell’ONU, che gli ha fatto visita con moglie e seguito nel Palazzo Apostolico.

Il comunicato ricalca incredibilmente (e quasi parola per parola) quello che fu diramato in occasione della visita di Ban Ki Moon a Benedetto XVI, nel 2007, e vi si legge che l’incontro “vuole esprimere l’apprezzamento che la Santa Sede nutre per il ruolo centrale dell’Organizzazione nella preservazione della pace nel mondo, nella promozione del bene comune dell’umanità e nella difesa dei diritti fondamentali dell’uomo”.

Più che sui principi, nei trenta minuti di incontro (avvenuto alla presenza di un interprete) ci si è soffermati su pratici temi di interesse comune: l’emergenza in Siria, la crisi nella penisola Coreana, i conflitti nel continente africano. E poi, si è “fatto cenno – recita il comunicato – al problema della tratta delle persone, in particolare delle donne, e a quello dei rifugiati e dei migranti”. Anche questo un tema cui Papa Francesco teneva molto.

Questo ha dato a Ban Ki Moon l’opportunità di esporre il programma del suo secondo mandato, appena cominciato: prevenzione dei conflitti, solidarietà internazionale, sviluppo economico equo e sostenibile. E qui Papa Francesco ha ricordato l’agenda internazionale della Santa Sede.

Ban Ki Moon è il settimo segretario generale dell’ONU a fare visita a un Papa in Vaticano. Dai tempi di Giovanni XXIII, sono andati in udienza dal Papa Dag Hammarskjöld, U Thant, Javier Pérez de Cuéllar, Boutros Boutros-Ghali,  Kurt Waldheim, Kofi Annan e Ban-Ki-moon.

Ban Ki Moon aveva avuto un’altra occasione per incontrare Papa Benedetto, quando questi andò a parlare all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 18 aprile 2008.

In quell’occasione, parlando in francese e in inglese il Papa aveva ragionato sui diritti umani e sul principio che sta alla radice dell’esistenza delle Nazioni Unite, “il principio della responsabilità del proteggere”, ma aveva anche sottolineato che l’Onu deve salvaguardare “l’idea di persona”, perché è l’immagine di Dio, mettendo in guardia da un approccio solo pragmatico, da una concezione relativistica che nega ai diritti umani “universalità” e ne limita il valore in base a contesti culturali, politici, sociali o religiosi.

Prima di Benedetto XVI, erano andati a parlare nel Palazzo di Vetro Paolo VI e due volte Giovanni Paolo II. Tutti a difendere i diritti dell’uomo, tutti a promuovere (con i loro documenti, i loro sforzi diplomatici) un organismo internazionale che fosse veramente per l’uomo, come dice la stessa carta delle Nazioni Unite, i cui fondatori hanno voluto nel preambolo dirsi decisi a “riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nella eguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne e delle nazioni grandi e piccole”.

Il fatto che venga usata la parola “fede” è indicativo. La fede indica un dato irrinunciabile e incontestabile. L’Onu si base sulla fede sull’uomo. Una fede che tutti i popoli possono condividere, qualunque sia la loro estrazione religiosa.

Sta anche qui il senso della rappresentanza diplomatica della Santa Sede, e l’importanza del lavoro che fa la diplomazia vaticana alle Nazioni Unite, dove è attivissima.

Ban Ki Moon aveva salutato l’elezione di Papa Francesco con un comunicato tempestivo, in cui sottolineava come “le Nazioni Unite e la Santa Sede condividono molti obiettivi comuni: la pace, la giustizia sociale e i diritti umani, l’eliminazione della fame e della povertà”. Il segretario generale concludeva dicendosi “certo che Sua Santità continuerà sulla strada già intrapresa da Benedetto XVI promuovendo il dialogo interreligioso, perché le sfide del mondo di oggi si possono risolvere solo attraverso il dialogo”. Queste parole rappresentano forse proprio quella Cultura dell’Incontro che il Papa ha tanto voluto fosse inserita nel comunicato, e di cui potrebbe parlare nel Palazzo di Vetro, dove Ban Ki Moon lo ha invitato a tenere un discorso all’Assemblea Generale, sulle orme dei predecessori.

Al dialogo interreligioso, Papa Francesco ha fatto un cenno importante durante il suo primo incontro con il corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, mettendo in luce tutti i temi del suo Pontificato: povertà spirituale e materiale, cura del creato, dialogo con i non credenti e dialogo con l’Islam. C’è, però, un altro tema da considerare, ed è quello della riforma delle Nazioni Unite.

A cinquant’anni dalla Pacem in Terris, quando per la prima volta la Santa Sede mise in luce la necessità di un’Autorità Mondiale con competenze universali, il tema è tornato prepotentemente in luce nell’attività diplomatica vaticana. Addirittura, il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace aveva lanciato un progetto (poi caduto) di invitare lo stesso Ban Ki Moon per il cinquantesimo dell’enciclica di Giovanni XXIII per parlare proprio della possibile riforma delle Nazioni Unite, tra l’altro auspicata e delineata anche nell’enciclica sociale di Benedetto XVI Caritas in Veritate.

E sì che, quando Ban Ki Moon venne in Vaticano il 18 aprile del 2007, il comunicato ricordava come le numerose udienze dei Pontefici con differenti segretari generali dell’ONU sono sempre state un “segno di apprezzamento della Santa Sede per il ruolo centrale svolto dall’Organizzazione nel mantenere la pace nel mondo e promuovere lo sviluppo dei popoli”. Nel comunicato, si leggeva come Ban Ki Moon e Papa Benedetto si fossero “soffermati su temi di comune interesse, come il ripristino della fiducia nel multilateralismo e il rafforzamento del dialogo tra le culture, non mancando pure di accennare a situazioni internazionali che meritano particolare attenzione. Si è evocato inoltre il contributo che la Chiesa Cattolica e la Santa Sede possono dare, a partire dalla loro identità e con i mezzi loro propri, all’azione delle Nazioni Unite per la soluzione dei conflitti in atto e il raggiungimento dell’intesa tra le Nazioni”. Queste ultime, parole quasi completamente riprese nel comunicato diramato oggi.

Scritto da Andrea Gagliarducci

Martedì 09 Aprile 2013 08:32

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Incontro tra il Papa e Ban Ki-moon

aprile 09, 2013   il cardinale   No comments

vaticano

Papa Francesco è stato invitato a parlare all’Assemblea Generale dell’Onu di New York, come hanno fatto Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Lo ha comunicato il portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi al termine dell’incontro tra il Pontefice e Ban Ki-moon. “L’invito – ha precisato Lombardi – è stato anticipato a voce dal segretario generale nel corso del colloquio e ora arrivera’ anche attraverso le vie formali”.

“L’incontro – riferisce una nota della Sala stampa della Santa Sede – che si colloca nella tradizione delle udienze concesse dai Pontefici ai vari Segretari Generali delle Nazioni Unite succedutisi nel tempo, vuole esprimere l’apprezzamento che la Santa Sede nutre per il ruolo centrale dell’Organizzazione nella preservazione della pace nel mondo, nella promozione del bene comune dell’umanità e nella difesa dei diritti fondamentali dell’uomo”.

“Nei cordiali colloqui ci si è soffermati su temi di reciproco interesse, in particolare sulle situazioni di conflitto e di grave emergenza umanitaria, soprattutto quella in Siria, e altre, come quella nella penisola coreana e nel Continente africano, dove la pace e la stabilità sono minacciate. Si è fatto cenno al problema della tratta delle persone, in particolare delle donne, e a quello dei rifugiati e dei migranti. Il Segretario Generale dell’ONU, il quale ha recentemente iniziato il secondo mandato nell’incarico, ha esposto il suo programma per il quinquennio, incentrato, tra l’altro, sulla prevenzione dei conflitti, la solidarietà internazionale e lo sviluppo economico equo e sostenibile”.

“Papa Francesco ha anche ricordato il contributo della Chiesa Cattolica, a partire dalla sua identità e con i mezzi che le sono propri, in favore della dignità umana integrale e per la promozione di una Cultura dell’Incontro che concorra ai più alti fini istituzionali dell’Organizzazione”.

Il segretario dell’Onu – il settimo a essere ricevuto da un papa, a partire da Giovanni XXIII – era accompagnato da una delegazione composta di 12 persone. Accolto nel cortile di san Damaso da un picchetto della Guardia svizzera, Ban Ki-moon si è rivolto al Papa dicendo: “A nome delle Nazioni Uniti le faccio le congratulazioni per l’inizio del suo mandato. E’ molto importante -ha aggiunto – incontrare un leader spirituale del mondo”. Egli ha successivamente affermato che “le Nazioni Unite e la Santa Sede condividono idee e obiettivi”.

Il Papa e il segretario generale dell’Onu hanno avuto un colloquio privato di 20 minuti, con la presenza di un interprete. Nel successivo consueto scambio di doni, Ban Ki Moon ha regalato al Papa con la carta delle Nazioni Unite nelle 6 lingue ufficiali (arabo, cinese, inglese, francese, russo, spagnolo). Francesco ha ricambiato con un mosaico con una immagine di Roma. Rosari per i componenti della delegazione.

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Il nome Francesco è un messaggio potente

By on 10 aprile 2013 10:30

“Ho detto a Sua Santita’ che la scelta del suo nome legato a San Francesco d’Assisi e’ un messaggio potente per i molti obiettivi condivisi dalle Nazioni Unite”. Lo ha rivelato il segretario dell’Onu, Ban Ki-moon, in un’intervista alla Radio Vaticana. “Il Papa – ha sottolineato – ribadisce ad alta voce il suo impegno per i poveri. Apprezzo il suo profondo senso di umilta’, la sua passione e la sua compassione volte a migliorare la condizione umana”. Per il segretario dell’Onu, “Papa Francesco e’ un uomo di pace e di azione, e’ voce per chi non ha voce”. “E’ stato – ha detto – un incontro edificante e pieno di speranza. Spero di poter proseguire in questa nostra conversazione e con questo spirito, e seguendo la tradizione dei suoi predecessori, ho avuto l’onore di invitare Papa Francesco a visitare le Nazioni Unite appena possibile”.

“Ho avuto il privilegio particolare di incontrare Papa Francesco – ha spiegato il segretario dell’Onu – quando mancano esattamente mille giorni allo scadere del termine per il raggiungimento degli Obiettivi di sviluppo del millennio. Abbiamo parlato della necessita’ di far progredire la giustizia sociale e di accelerare le azioni per raggiungere tali Obiettivi”. Secondo Ban Ki-moon, “questo e’ vitale per i piu’ poveri del mondo”. “Mi ha anche molto rincuorato – ha confidato ancora Ban Ki-moon nell’intervi1_0_681119sta – l’impegno di Papa Francesco a costruire ponti tra comunita’ di diverse fedi: credo fermamente che il dialogo interreligioso possa aprire la strada a un profondo apprezzamento per valori condivisi che, a sua volta, porta alla tolleranza, all’inclusione e quindi alla pace”.

“Questa – ha concluso – e’ la forza motivante delle Nazioni Unite in tutte le sue iniziative di civilizzazione e ho ampiamente apprezzato l’occasione di poter confrontarmi con Papa Francesco su come promuovere ulteriormente questa opera essenziale”.

(da AGI)

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Il segretario dell’Onu incontra papa Francesco, “Obiettivi comuni” tra Santa Sede e Nazioni Unite

09/04/2013, 19:00 a cura di Caterina Portovenero
Responsabile Categoria: Serena Casu

Il segretario dell'Onu incontra papa Francesco,

CITTA’ DEL VATICANO, 9 APRILE 2013 – E’ avvenuto stamattina uno storico incontro tra il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon e papa Francesco in Vaticano. “E’ molto importante incontrare il leader spirituale del mondo all’inizio del suo mandato”, ha dichiarato Ki-moon al momento del saluto al papa, cui è seguito un faccia a faccia privato di circa venti minuti, avvenuto, come da protocollo ufficiale, nello studio privato del papa, alla presenza di un sacerdote della Segreteria di Stato che ha fatto da interprete. Il segretario generale era accompagnato dalla moglie e da 12 persone del suo seguito, ad attenderlo nel cortile di San Damaso un picchetto d’onore delle Guardie Svizzere e il prefetto della Casa Pontificia monsignor Georg Gaenswein.

Secondo il comunicato ufficiale della Sala Stampa Vaticana “L’incontro, che si colloca nella tradizione delle udienze concesse dai Pontefici ai vari Segretari Generali delle Nazioni Unite succedutisi nel tempo, vuole esprimere l’apprezzamento che la Santa Sede nutre per il ruolo centrale dell’Organizzazione nella preservazione della pace nel mondo, nella promozione del bene comune dell’umanità e nella difesa dei diritti fondamentali dell’uomo”.

Nell’incontro si sono trattati temi di “reciproco interesse”, e soprattutto si è posto l’accento sul clima di tensione attuale e sulle situazioni di grave emergenza umanitaria presenti in Siria, in Corea e nel continente africano. Temi forti quelli cui si è fatto cenno, come la tratta delle persone, delle donne, e si è parlato anche del problema dei rifugiati e dei migranti. Ki-moon ha esposto a papa Francesco il suo programma quinquennale, incentrato proprio sulla prevenzione dei conflitti, la solidarietà internazionale e lo sviluppo economico equo e sostenibile.
Papa Francesco ha parlato del contributo della Chiesa Cattolica, con i mezzi che le sono propri, in favore della dignità umana e della promozione di una Cultura dell’Incontro.
Dopo la visita a papa Francesco, Ban Ki-moon ha visto anche il Segretario di Stato, Cardinale Tarcisio Bertone, accompagnato da Monsignor Antoine Camilleri, Sotto-Segretario per i Rapporti con gli Stati.

Approfondimento. Ban Ki-moon ha anche invitato Papa Francesco a parlare all’Assemblea Generale dell’Onu di New York, come hanno fatto in passato Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. L’ invito sarà presto fatto anche per vie formali. A tal proposito ricordiamo l’intervento di Giovanni Paolo II del 5 ottobre 1995, in cui il papa ha sottolineato i valori costitutivi delle Nazioni Unite che definisce veri e propri “impegni morali” scritti su carta.

“Penso ad esempio all’impegno di “riaffermare la fede nei diritti umani fondamentali, nella dignità e valore della persona umana”; come pure all’impegno di “promuovere il progresso sociale e migliori condizioni di vita in una libertà più ampia” (preamb.). I cinquantuno Stati che hanno fondato questa Organizzazione nel 1945 hanno veramente acceso una fiaccola, la cui luce può disperdere le tenebre causate dalla tirannia, una luce che può indicare la via della libertà, della pace e della solidarietà”.

In quell’occasione il papa ha sottolineato anche che fu la violazione di tali principi a produrre azioni di violenza durante e dopo la seconda guerra mondiale e a generare “crimini terribili in nome di dottrine infauste”. Non meno importante il tema dell’universalità da lui trattato, esigenza espressa “attraverso una forte coscienza dei doveri che le nazioni hanno nei confronti delle altre e dell’intera umanità. Primo fra tutti è certamente il dovere di vivere in atteggiamento di pace, di rispetto e di solidarietà con le altre nazioni. In tal modo l’esercizio dei diritti delle nazioni, bilanciato dall’affermazione e dalla pratica dei doveri, promuove un fecondo “scambio di doni”, che rafforza l’unità tra tutti gli uomini”.

Bellissimo anche il discorso sulle “differenze” tra le nazioni e le diverse culture, che papa Giovanni Paolo ben conosceva grazie agli innumerevoli pellegrinaggi pastorali da lui compiuti. “Purtroppo, il mondo deve ancora imparare a convivere con la diversità”, aveva detto nel lontano 1995, affrontando questo tema così delicato e ancora attualissimo dicendo che “la paura della “differenza” può condurre alla negazione dell’umanità stessa dell'”altro”, con il risultato che le persone entrano in una spirale di violenza dalla quale nessuno – nemmeno i bambini – viene risparmiato”.

La libertà è stato poi il tema affrontato con maggiore fervore, espressione di dignità e grandezza dell’uomo, essa va utilizzata, secondo Wojtyla, con grande responsabilità, possedendo essa una struttura morale “che è l’architettura interiore della cultura della libertà”.

“La libertà non è semplicemente assenza di tirannia o di oppressione, né è licenza di fare tutto ciò che si vuole. La libertà possiede una “logica” interna che la qualifica e la nobilita: essa è ordinata alla verità e si realizza nella ricerca e nell’attuazione della verità. Staccata dalla verità della persona umana, essa scade, nella vita individuale, in licenza e, nella vita politica, nell’arbitrio dei più forti e in arroganza del potere. Perciò, lungi dall’essere una limitazione o una minaccia alla libertà, il riferimento alla verità sull’uomo, – verità universalmente conoscibile attraverso la legge morale inscritta nel cuore di ciascuno – è, in realtà, la garanzia del futuro della libertà”.

Il suo discorso si è poi concluso con un invito a non avere paura del futuro nè dell’uomo, poichè ognuno di noi è stato creato ad immagine e somiglianza di Dio e per questo possiede capacità di sapienza e virtù.

“Con tali doni, e con l’aiuto della grazia di Dio, possiamo costruire nel secolo che sta per giungere e per il prossimo millennio una civiltà degna della persona umana, una vera cultura della libertà. Possiamo e dobbiamo farlo! E, facendolo, potremo renderci conto che le lacrime di questo secolo hanno preparato il terreno ad una nuova primavera dello spirito umano”.

Dai tempi di Giovanni XXIII sino a Benedetto XVI si sono recati in Vaticano per incontrare il papa 7 Segretari generali dell’ONU: Dag Hammarskjöld, U Thant, Javier Pérez de Cuéllar, Boutros Boutros-Ghali, Kurt Waldheim, Kofi Annan e Ban-Ki-moon (Vedi fotogallery)

Per il discorso completo di papa Giovanni Paolo II alle Nazioni Unite del 5 ottobre 1995 clicca qui.

(Foto dal sito l’arena.it)

Katia Portovenero e Alessia Malachiti

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  • Papa: Ban Ki-moon, vero costruttore di pace. Spero visiti presto Onu

(ASCA) – Citta’ del Vaticano, 9 apr – ”E’ stato un incontro edificante e pieno di speranza: papa Francesco e’ un uomo di pace e di azione, e’ voce per chi non ha voce. Spero di poter proseguire in questa nostra conversazione. Con questo spirito, e seguendo la tradizione dei suoi predecessori, ho avuto l’onore di invitare papa Francesco a visitare le Nazioni Unite appena possibile”. Lo ha detto il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, riferisce Radio Vaticana, incontrando un gruppo di giornalisti al termine del colloquio con papa Francesco in Vaticano. ”Ho detto a Sua Santita’ – ha proseguito Ban Ki-moon – che la scelta del suo nome legato a San Francesco d’Assisi e’ un messaggio potente per i molti obiettivi condivisi dalle Nazioni Unite. Il Papa ribadisce ad alta voce il suo impegno per i poveri. Apprezzo il suo profondo senso di umilta’, la sua passione e la sua compassione volte a migliorare la condizione umana. Ho avuto il privilegio particolare di incontrare papa Francesco quando mancano esattamente mille giorni allo scadere del termine per il raggiungimento degli Obiettivi di sviluppo del millennio”. ”Abbiamo parlato della necessita’ – ha aggiunto Ban Ki-moon – di far progredire la giustizia sociale e di accelerare le azioni per raggiungere tali Obiettivi. Questo e’ vitale per i piu’ poveri del mondo. Mi ha anche molto rincuorato l’impegno di papa Francesco a costruire ponti tra comunita’ di diverse fedi: credo fermamente che il dialogo interreligioso possa aprire la strada a un profondo apprezzamento per valori condivisi che, a sua volta, porta alla tolleranza, all’inclusione e quindi alla pace. Questa e’ la forza motivante delle Nazioni Unite in tutte le sue iniziative di civilizzazione e ho ampiamente apprezzato l’occasione di poter confrontarmi con Papa Francesco su come promuovere ulteriormente questa opera essenziale”.

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Vaticano: papa Bergoglio nomina gli otto super consulenti

I cardinali che lo affiancheranno nella riforma della Curia.

Jorge Mario Bergoglio.(© Ansa) Jorge Mario Bergoglio.

Sono rappresentativi di tutti i continenti. La gran parte ha importanti esperienze pastorali, ma tra loro ci sono anche ex-nunzi e uomini di Curia.
Gli otto cardinali nominati da papa Bergoglio come suoi «super-consulenti» per assisterlo nel governo della Chiesa e nel progetto di riforma della Curia romana – che così, dopo le ipotesi e le indiscrezioni, prende ufficialmente il via – sono una sorta di distillato del recente Conclave e delle varie anime del cattolicesimo mondiale. E impersonano quella volontà emersa dalle Congregazioni generali di una maggiore collegialità nella guida della Chiesa e degli stessi organismi vaticani.
LA RIVOLUZIONE DI BERGOGLIO. È una svolta storica quella impressa da papa Francesco con la creazione della commissione: una svolta i cui frutti si vedranno gradualmente, tanto che la prima riunione collegiale sarà all’inizio di ottobre, anche se il lavoro di consultazione e il progetto di revisione della Pastor bonus, la Costituzione apostolica del giugno 1988, promulgata da Giovanni Paolo II, con cui è stata realizzata l’ultima riforma della Curia romana e dei suoi dicasteri, sono praticamente già partiti.
IL COORDINATORE È RODRIGUEZ MARANDIAGA. Coordinatore della commissione è il cardinale honduregno Oscar Andres Rodriguez Maradiaga, 70 anni, arcivescovo di Tegucigalpa, salesiano, dalla grande esperienza nel campo sociale e umanitario come presidente di Caritas Internationalis.
Molto influente nell’episcopato latino-americano, Maradiaga era uno dei papabili nel Conclave del 2005. Ha fortemente danneggiato la sua immagine l’essersi schierato nel giugno 2009 dalla parte del golpe che ha deposto il presidente honduregno Manuel Zelaya, a favore del nuovo presidente Roberto Micheletti.
NEL TEAM L’ITALIANO BERTELLO. Tra gli altri membri, l’italiano Giuseppe Bertello, 70 anni, piemontese, è l’unico in carica in Curia essendo dal settembre 2011 presidente del Governatorato. Viene dalla carriera diplomatica, prima come nunzio in Ghana, Togo e Benin, in Rwanda (ai tempi del sanguinoso conflitto tra hutu e tutsi), poi osservatore all’Onu di Ginevra, quindi nunzio in Messico e infine in Italia. Nel recente toto-nomine era dato come possibile successore di Tarcisio Bertone alla segreteria di Stato.
O’MALLEY, LA VOCE DEGLI USA. L’americano Sean Patrick O’Malley, 68 anni, arcivescovo di Boston, frate cappuccino abituato a indossare il saio, ha avuto grande notorietà come papabile nel recente Conclave. Alle spalle ha la strenua lotta alla piaga della pedofilia che ha travolto le diocesi Usa e, da vero francescano, una politica di estrema sobrietà nella gestione dei beni e nella vita personale, che lo mette in particolare sintonia con papa Bergoglio.
OSSA, IL PIÙ ANZIANO. Il cileno Francisco Javier Errazuriz Ossa, 80 anni il prossimo settembre, è il più anziano del gruppo. Arcivescovo emerito di Santiago, appartiene alla congregazione dei Padri di Schoenstatt, molto cara a Benedetto XVI. Ha lavorato in Curia come segretario della Congregazione per gli Istituti di Vita consacrata. È stato presidente della conferenza episcopale latino-americana (Celam). IL PRESIDENTE DEI VESCOVI ASIATICI GRACIAS. L’indiano Oswald Gracias, 68 anni, è arcivescovo di Bombay. Dopo aver superato problemi di salute, è diventato presidente dei vescovi asiatici. L’australiano George Pell, 71 anni, è arcivescovo di Sydney. Ha fama di conservatore, essendo tra l’altro uno dei cardinali che hanno scelto di celebrare la messa tridentina. Era dato come possibile prefetto della Congregazione dei vescovi prima che fosse nominato il canadese Marc Ouellet.
IL CONGOLESE PASINYA E IL TEDESCO MARX. Il congolese Laurent Monsengwo Pasinya, 73 anni, è arcivescovo di Kinshasa e tra i più influenti presuli africani. Nella Quaresima 2012 Benedetto XVI lo ha chiamato a predicare gli esercizi spirituali della Curia romana. Il tedesco Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco di Baviera, con i suoi 59 anni è uno dei porporati più giovani del Sacro Collegio.
Molto impegnato sui temi della nuova evangelizzazione, dall’anno scorso è presidente della Commissione Episcopale della Comunità europea (Comece). La segreteria del gruppo è infine affidata al vescovo di Albano mons. Marcello Semeraro, 65 anni, pugliese, che Bergoglio conosce dal Sinodo del 2001,dove il futuro papa Francesco era relatore generale aggiunto e Semeraro segretario generale.

Sabato, 13 Aprile 2013

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Parole e Fatti: il Golpista di Papa Bergoglio

Due diversi aspetti della stessa personalità di questo Papa che sta facendo una grande campagna pubblicitaria per dare di se stesso l’immagine di un uomo semplice, francescano, amante dei poveri, amante della semplicità, un pastore di greggi di cui – come ha detto- si è impregnato dell’odore di beccume. A Piazza San Pietro è tutto semplicità povertà buoni sentimenti. Nelle stanze dei bottoni della Chiesa è tutta un’altra roba.
Ma il vero odore di cui è impregnata Papa Bergoglio non è quello delle pecore ma è quello del golpe. A capo della Commissione di Cardinali nominata perchè lo consiglino sul modo migliore di guidare la Chiesa (ma potrebbe essere anche un governo chiamato con nome diverso) ha messo il cardinale dell’Honduras Oscar Maradiaga.
Il suddetto nel 2009 fu attivo nel golpe fomentato dagli USA per sostituire il Presidente dell’Honduras Manuel Zelaja con persona sensibile agli interessi americani e dei grandi latifondisti.
Il Presidente Zelaja venne prelevato in piena notte dai golpisti nella sua camera da letto. Non gli fu permesso neppure di indossare un paio di pantaloni e subito fu imbarcato in un aereo dell’aviazione militare USA. Mentre era ancora in volo il Presidente Obama con enorme faccia tosta dichiarava che nel golpe gli USA erano estranei e che avrebbe fatto di tutto per rimetterlo
al suo posto. Quando il Presidente Zelaja ritenendo veritiere le affermazioni di Obama rientrò nel suo Paese trovò ad accoglierlo all’aeroporta il cardinale Maradiaga che gli ingiunse di andarsene al più presto e di non rimettere mai più piede nel suo Paese.
Questo è il Cardinale che il Papa ha messo a capo della Commissione fatta esclusivamente da Cardinali assistita da un vescovo che funge da segretario. Una scelta gerarchica fatta nel gruppo dirigente alto della Chiesa che non concede niente a possibili aperture che non sia guidate dall’alto e dalla persona stessa del Pontefice.
Questa scelta conferma nell’opinione di molti osservatori che vogliono questo papa combattere il socialismo sopratutto in America Latina per emulare la lotta al comunismo fatta dal Papa Polacco in Europa.
http://it.wikipedia.org/wiki/%C3%93scar_Rodr%C3%ADguez_Maradiaga

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Vaticano tra Sodoma e Gomorra: aspettando la pulizia di Bergoglio, che fine farà Bertone?

Quella omosessualità che la Chiesa tanto condanna è, invece, sempre più parte della Chiesa stessa. Dopo la linea ratzingeriana intrapresa da papa Francesco, che ha cacciato il cardinale messicano Law per essere coinvolto in 5 mila casi di pedofilia, arriva l’ennesimo scandalone: denuncia The Independent che in Vaticano qualcuno scarica film pornografici con la transessuale Tiffany Starr. Intanto si spera nell’opera di pulizia interna da parte di Bergoglio, non solo per la questione ‘preti-pedofili’ ma anche per lo scandalo dello Ior e per rigenerare fino in fondo la scelta da prendere è la cacciata di Tarcisio Bertone.

di Maria Cristina Giovannitti – venerdì 12 aprile 2013

vaticano_tra_sodoma_e_gomorraNon è una novità l’ostracismo della Chiesa verso l’omosessualità, addirittura ritenuta una malattia dalla quale curarsi per guarire. Allo stesso tempo, però, non è una novità le storie di preti-pedofili e delle loro omosessualità che sfociano in vere e proprie perversioni. La linea di papa Benedetto XVI era stata quella della denuncia – con i famosi scandali del Vaticanleaks – in opposizione al pontificato più sommerso di Giovanni Paolo II.

NUOVO PAPA, NUOVO SCANDALO: IL VIZIETTO DEI TRANSESSUALI – Non appena insediatosi il nuovo Papa si trova di fronte un nuovo scandalo che fa arrossire. La denuncia arriva dal The Indipendent che dichiara il vizietto che qualcuno ha in Vaticano: guardare film hard con transessuali. Giochetti perversi che scottano: con l’ID contrassegnato con la posizione di “Santa Sede Città del Vaticano”, scrive il The Indipendent, è stata scaricata una serie di film torrents adulti che hanno protagonista la transessuale Tiffany Starr.

Intanto la linea del gesuita Bergoglio sembra essere in continuum con quella di Ratzinger, così la pulizia interna continua attraverso le condanne alla pedofilia. Solo dopo due giorni dall’instaurazione del nuovo pontificio, papa Francesco ha espulso il cardinale messicano Bernard Law per casi di pedofilia.

cardinale_law_pedofiliaNon una sola vicenda ma ben 5 mila le vittime che hanno denunciato violenze sessuale subite da prelati della diocesi di Boston e hanno giurato che il cardinale Law conosceva tutto ed aveva taciuto.

Un silenzio che lo ha reso complice di pedofili aguzzini ma mai nessuno che davvero avesse punito pesantemente Law che è diventato arciprete della basilica romana, ha partecipato ai funerali di papa Giovanni Paolo II ed addirittura ha fatto parte del Conclave per l’elezione di Ratzinger.

Assurdità che rendono rivoltante una già disgustosa vicenda.

ASPETTANDO IL RIBALTONE DI BERGOGLIO – Si scongiurano conferme nelle cariche ‘Donec aliter provideatur’ e i possibili candidabili per la segreteria di Stato sarebbero: Luigi Ventura, il cui nome era emerso anche come outsider in occasione della successione alla guida della diocesi di Milano dopo Dionigi Tettamanzi e il diplomatico Fernando Filoni ora a capo della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli (Propaganda Fide).

Loro sarebbero i preferiti per essere nuovi segretari di Stato, facendo tremare la terra sotto ai piedi a Tarcisio Bertone, il leader del Vaticano – quello che è stato riconfermato per due volte alla carica, nonostante avesse superato la soglia massima dell’età ( 75 anni ). La pulizia interna – oltre agli scandali sessuali anche quelli finanziari dello Ior e del sistema di riciclaggio – è corposa e faticosa: il Progress Report – ovvero la relazione Moneyval per discutere sulla legalità e trasparenza del sistema economico – sarà pronta a dicembre e non ora.

Temporeggia Bergoglio soprattutto su come muoversi per evitare nuovi scandali e nuovi conflitti d’interessi. C’è chi i giura che il rinnovamento si avrà solo mandando a casa Bertone. Se così fosse che fine farà il segretario (ex) di Stato?

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Il Presidente Bergoglio nomina il “Conciliar Vatican S.p.A.”: 8 “saggi” + 2, di cui uno dal profilo più singolare degli altri

di Redazione

Bergoglio, fin dall’inizio, è parso esplicitamente allergico alla parola “Papa”. Molte sue dichiarazioni, già riportate su questo sito, fanno comprendere che egli ha una concezione tutta particolare dell’Autorità, che si allontana incredibilmente da quella Cattolica. Non voler attribuire a tutti i costi un’Autorità che lui stesso rifiuta, almeno de facto, appare, quindi, anche un atto di carità.

Prende corpo la “chiesa bergogliana” sull’eredità di quella del predecessore “emerito”. Come primo atto vi è una certa attinenza con le strutture dei Consigli di Amministrazione, una sorta di “Conciliar Vatican S.p.A.” con Presidente Bergoglio, Presidente emerito Ratzinger e 8 “saggi” scelti tra i “cardinali” a far da consiglieri per tentare di risolvere alcuni guai di Curia. In tutto 10 “saggi”, esattamente lo stesso numero di  quelli nominati da Napolitano (oramai prossimo alla pensione, speriamo!) per studiare soluzioni alla crisi economica e politica del Paese.

Segnalazione de La Voce del Rompiscatole

Ecco l’articolo che riporta di questa nuova Commissione: http://roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/13_aprile_13/papa-nomina-otto-cardinali-212628467438.shtml.

Curioso il profilo di uno dei membri:

http://blog.messainlatino.it/2010/10/messe-gay-comunione-ai-protestanti-e.html

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Un Papa neocatecumenale?

Nel loro delirio di onnipotenza, ratificato peraltro da decenni di appoggi autorevolissimi e di non meno eloquenti silenzi dinanzi alle eresie, ai sacrilegi ed agli abusi di cui si sono resi responsabili, i gerarchi del movimento neocatecumenale vanno gonfiandosi di inane soddisfazione – tristi rane nel putrido stagno conciliare – per i nefasti pronostici che qualche curiale ha loro rivelato.
D’altra parte, che nella Curia Romana e nello stesso Sacro Collegio si possano annoverare non pochi sostenitori della setta di Kiko Arguelo è cosa ahimè nota. Meno noto è che si vociferi insistentemente tra gli adepti che il prossimo Papa sara uno dei loro, e che entro tre mesi dall’elezione al Soglio costui celebrerà nel loro sacrilego rito.
Non si capisce se la loro certezza derivi da locuzioni interiori col Principe delle Tenebre o da trame indegne in seno al Conclave. Certo è che, presente un Papa emerito che usurpa il titolo di Sua Santià e mantiene il nome che scelse prima dell’abdicazione, sarà arduo riconoscere l’elezione di chiunque. Meno arduo doversi piegare dinanzi a un eretico conclamato, giacché nessuno che si ponga fuori dalla Chiesa Cattolica può legittimamente governarla. Duole notare che, nonostante ciò, sia accreditato come papabile proprio chi compendia in sé tutte le più belle ed elette virtù moderniste: apertura alla mentalità corrotta del secolo; stolido servilismo verso la Sinagoga; disinvolta promiscuità con atei, eretici e scismatici d’ogni specie; compiacente appoggio alle autorità civili ed alle lobby economiche; cortigianeria nei confronti dei media; equivocità pastorale e dottrinale; superficiale patina culturale pour épater les bourgeois; estrema prosopopea conciliare; soverchio concetto di sé; disprezzo del popolo cristiano; vendicativa indole femminea; petulanza ecumenica; spocchia filomassonica.
Il ritratto è completo, e molti paiono potervisi specchiare. Ma ci piace ricordare a quanti promettono appoggi ai neocatecumenali per ingraziarsi i loro porporati sponsor, che il loro orgoglio li sprofonderà tra le fiamme assieme ai loro sodali e al padre loro Lucifero. Potranno anche assurgere alla presidenza della chiesa conciliare (con l’ipoteca di dimissioni prossime o remote), ma di certo non al Soglio del Principe degli Apostoli e del Vicario di Cristo.
Sono matta da legare, cantava Milva…
Memento,  Eminenza: anche per il prosieguo.
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“stolido servilismo verso la Sinagoga; disinvolta promiscuità con atei,eretici e scismatici di ogni specie;…equivocità pastorale e dottrinale… disprezzo del popolo cristiano, vendicativa indole femminea; spocchia filomassonica” e ce ne sarebbero ancora…
E’ la perfetta sintesi di 53 anni di Storia del Papato.
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La setta dei neocatecumenali, è una delle parti visibili rumorose del grande male che è in seno alla Chiesa, non dimentichiamo gli altri potentissimi focolarini. Movimento eretico masson/comunista che può contare di molte presenze focolarine al servizio dei berettini rossi vaticani.
Due facce della stessa medaglia che vanno d’amore e d’accordo. I primi concretamente compiono sacrilegi alla luce del sole, i secondi i focolarini hanno preparato le menti di quanti si sono fatti ammagliare, per commettere gli abusi senza neppure (in certi casi) accorgersene.Li hanno svuotati resi degli automi, il loro motto ” morire a se stessi” …solo che intendono, ” far morire l’intelletto e assopire la mente “. Svuotare le menti delle persone per riempirle con la satanica eresia ecumenista….
Ricordo che all’interno di quella setta focolarina, vi sono numerosi eretici scismatici, appartenenti alle false religioni, gli abusi dei focolarini sono gli stessi degli eretici neocatecumeni.
Quindi che differenza ci sarà tra un nuovo “papa” neocatecatecumenale da uno che fosse “focolarino” o del rinnovamento o altra scemenza del genere?NESSUNA SONO TUTTI DELLA STESSA ERETICA E DIABOLICA PASSIONE….DISTRUGGERE LA CHIESA CATTOLICA CHE E’ LA TRADIZIONE.Tradizione che NON PUO’ GIOCARE all’equilibrismo, nè tantomeno SFORZARSI a trovare, qualcosa di “buono” nel conciliabolo vat2.Il Papa NON E’ AL DI SOPRA DEI CONCILI DOGMATICI, che sono fino Concilio Vat. I, ma può esserlo se il concilio è pastorale come per il cv2.Il Papa NON E’ AL DI SOPRA DI UN CONCILIO DOGMATICO, SEMPLICEMENTE PERCHE’ LUI HA IL COMPITO DI CUSTODIRE CIO’ CHE E’ STATO DEFINITO DOGMATICAMENTE nel Concilio Dogmatico, NON PUO’ ELUDERE O BAIPASSARE NULLA!!!
DEVE solo TRASMETTERE e CUSTODIRE.

TUTTI i papi postconciliari a partire da GXXIII, fino all’ultimo Benedetto XVI, invece, SI SONO POSTI AL DI SOPRA DEI CONCILI DOGMATICI E PER QUESTO SONO DA CONSIDERARSI CONTRO IL DEPOSITO DELLA CHIESA.

Brevi e chiari concetti che riassumono, ciò che è questa FALSA CHIESA, possiamo ormai dirlo in tutta franchezza, gli elementi non mancano.
Mi stupiscono assai (e non mi stancherò di dirlo), quelle persone che malgrado l’evidenza continuino, imperterrite ad addolcire i tempi in cui viviamo, riponendo fiducia nell’azione dello Spirito Santo….dicono…

Ora, se lo Spirito Santo davvero fosse adorato dai cattolici, come 3° Persona della Santissima Trinità, la confusione e la sporcizia all’internio della Chiesa non vi sarebbe.
IN VERITA’, oggi chi parla di “Spirito” ne parla perchè non conosce quello VERO, E NEMMENO CONOSCE COME E QUANDO E IN CHE MODO, AGISCE E QUALI SONO I SEGNI PER RICONOSCERE LA SUA VERA AZIONE!!!PUO’ DIO CONTRADDIRE SE STESSO? Siamo arrivati a questo punto? Siamo arrivati a sparare eresie ed offese allo Spirito Santo così impunemente? Ma non si vergoganno chi scrive o gestisce blog che “trattano” (a modo loro ) di difesa della fede fondata sulla Tradizione Perenne e parlare di Spirito Santo, quando invece, senza volerlo ( ma anche no), propinano quello uscito dal conciliabolo v2 che è la scimmia del vero, ossia spirito del mondo?
E’ mai possibile, che ancor oggi malgrado sia chiaro il quadro del pericolo, vi siano persone infastidite dagli ammonimenti di Fatima? Mi chiedo a che gioco stanno giocando? Chi è il loro maestro? Le stesse pongono fiducia nella parte sana della Chiesa dicono….quale mi chiedo se da questa parte sana, ancora nessuna voce FORTE SI E’ ALZATA contro l’atto gravissimo di questo ” papa emerito”, che con serenità se ne è andato in pensione?Me ne sono accorta anche io….troppa serenità in quel volto di Benedetto XVI, all’ultimo sui Angelus …troppa malgrado L’ATTO GRAVISSIMO DI CUI SI E’ MACCHIATO!!!Ancora una volta confondono “prudenza” con la difesa della Fede? E’ questa la parte sana? …… LO SI GRIDI SUI TETTI ALTRO CHE il ridicolo motto o frase trita e ritrita del tipo ” non fasciamoci la testa prima di rompersela” …. cecità e stoltezza sono la base di TALUNE “attese e prudenze”.
Lo si gridi, come hanno fatto un gruppo di cattolici stanchi e non più disposti a farsi prendere in giro da questa FALSA CHIESA VOLUTA DALlA SETTA CONCILIARE, nata dal concilibolo vat.2.!!!Propongo 3 articoli interessanti:http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/7071

http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1350213

http://nullapossiamocontrolaverita.blogspot.it/2013/03/essi-avevano-un-idolo-che-prendevano.html

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Se Papa Francesco ricuce con l’Islam

14 aprile 2013

Per il pontefice il dialogo con le altre religioni è fondamentale. E può dare la giusta scossa al cammino della Chiesa

Se Papa Francesco ricuce con l'Islam

Credits: Illustrazioni di Antonello Silverini
  • papa Francesco (Jorge Mario Bergoglio), Abraham Skorka
  • Il cielo e la terra. Il pensiero di Papa Francesco sulla famiglia, la fede e la missione della Chiesa nel XXI secoloMondadori 2013
di Ignazio Ingrao

«Me hicieron la cama», mi hanno teso un tranello. Così Jorge Mario Bergoglio, poco dopo essere stato nominato arcivescovo di Buenos Aires, nel 1992, commentava la visita del rabbino e dell’imam della città. Ma era un modo scherzoso per ringraziarli delle loro attenzioni: Bergoglio infatti aveva rifiutato il palazzo arcivescovile ed era andato a vivere in una piccola stanza con un letto, un tavolo e poche sedie. Convinto di essere spiato dal governo, preferiva ricevere gli ospiti di riguardo nella sua camera. L’ebreo e il musulmano si erano seduti sul letto e si erano accorti che il materasso era sfondato. Così, all’insaputa dello stesso arcivescovo, l’indomani gliene avevano fatto recapitare uno nuovo. La battuta del gesuita significava infatti, letteralmente, «mi hanno fatto il letto» e, metaforicamente, «mi hanno teso un tranello».

Basta questo aneddoto (riferito a Panorama da Alberto Barlocci, ex direttore del periodico argentino dei focolari Ciudad nueva) per spiegare il rapporto tra Papa Francesco e le altre religioni, in particolare gli ebrei e l’Islam. Se le buone relazioni con gli ebrei sono testimoniate dall’affettuoso messaggio al rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, e dal volume scritto a quattro mani con il rabbino Abraham Skorka, Il cielo e la terra (Mondadori, 228 pagine, 9,90 euro), quelle con i musulmani sono confermate dal richiamo all’importanza del dialogo con l’Islam, contenuto nel discorso al corpo diplomatico.

La simpatia tra Papa Francesco e il sultano ha gettato scompiglio tra le fila dei crociati cattolici. Magdi Cristiano Allam ha scritto una lettera aperta a Bergoglio, chiedendogli un incontro per discutere dei pericoli di questa apertura all’Islam. Contemporaneamente i tradizionalisti lanciano l’allarme per una Chiesa che rischia di aprire le porte al «nemico». E condannano il gesto del Papa che ha lavato i piedi a due musulmani in occasione della Messa in coena Domini, il Giovedì santo presso il carcere minorile di Casal del Marmo.

Una discussione che sembra riportare le lancette dell’orologio al 2006, in occasione delle furiose polemiche seguite al discorso di Ratisbona di Benedetto XVI. In realtà la Chiesa ha saputo lasciarsi dietro le spalle gli scontri di allora. Il forum cattolico islamico, promosso dallo stesso Joseph Ratzinger, ha compiuto passi importanti sulla via del dialogo. Ma per il «Papa emerito» dialogo interreligioso e dialogo interculturale si muovono su due piani diversi e con l’Islam è praticabile solo il secondo. Bergoglio, invece, è fermamente convinto che il confronto religioso e quello culturale siano strettamente connessi, l’uno non può procedere senza l’altro. Ma, soprattutto, le grandi religioni nate dalla radice di Abramo devono collaborare per promuovere la giustizia. Per questo l’allora arcivescovo di Buenos Aires chiamava nella sua stanza, lontano da orecchie indiscrete, seduti sul suo materasso sfondato, il rabbino e l’imam per discutere insieme come rapportarsi correttamente al governo e al potere politico, per difendere i diritti dei più deboli, per far valere l’autorità dei leader spirituali.

Il cardinale Bergoglio faceva anche di più: in occasione del Te Deum, la liturgia di ringraziamento, chiedeva ai leader delle altre religioni di partecipare alla cerimonia e, negli ultimi anni, invitava anche loro a dire una preghiera. Chissà se vorrà riproporre questo gesto di fraternità tra le religioni anche ora che è diventato Papa, in occasione del tradizionale Te Deum di fine anno. Ma non mancheranno certamente gesti significativi, forse clamorosi, per sottolineare l’importanza del dialogo tra le fedi.

Papa Francesco si colloca nel solco della Dignitatis humanae, la dichiarazione del Concilio Vaticano II sulla libertà religiosa. Se da un lato reclama il diritto della Chiesa cattolica a esprimere la propria fede e a esercitare la propria missione, dall’altro riconosce i «semi di verità» presenti nelle altre religioni e, senza rinunciare ad annunciare il Vangelo, apre al dialogo e alla collaborazione per la difesa dei diritti della persona.

Il tema del dialogo per una Chiesa che non sia più autoreferenziale ma si apra al mondo, e si metta in cammino sui nuovi sentieri dell’umanità, è stato al centro dell’intervento di Bergoglio pronunciato venerdì 8 marzo, dinanzi al collegio cardinalizio, alla vigilia del conclave. È il discorso che gli ha guadagnato il favore della maggioranza degli elettori e ha convinto anche i più reticenti a votarlo. E nel cerchio del dialogo, per Bergoglio, sono comprese anche le altre religioni, come affermato da Paolo VI al Concilio Vaticano II.

Forte della sua esperienza a Buenos Aires, Papa Francesco mette la metropoli al centro della sua pastorale. In un testo, ancora inedito in Italia, che Panorama ha potuto consultare (Dios en la ciudad: primer Congreso pastoral urbana región Buenos Aires, San Pablo 2012), il Papa gesuita affronta la questione dell’annuncio del Vangelo nel contesto multireligioso. Nella realtà urbana dove molti «non sono cittadini o sono cittadini solo a metà» la prima cosa da fare, per Bergoglio, è non stancarsi mai di riaffermare che «Dio vive nella città» e nessuno, quale sia la propria religione, deve smarrire la speranza.

Un messaggio forte, una parola di vita che supera le differenze e le diffidenze religiose e culturali ma che costringerà a rivedere gli schemi consolidati. Non a caso, proprio in Dios en la ciudad, Bergoglio cita quello che sarà il suo principale avversario al conclave, il cardinale Angelo Scola, che ha coniato la fortunata espressione del «meticciato di civiltà» per descrivere l’età contemporanea.

Leggi Panorama on line

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Habemus Papam?

Mons. Sanborn e don Cekada commentano l’elezione di ‘Papa’ Francesco

Restoration Radio, 14 marzo 2013

Intervista di S. Heiner 

a cura di Federico Colombera

La recente elezione al soglio pontificio di Jorge Bergoglio non rappresenta altro che un’ulteriore, inconfutabile prova della tenace occupazione modernista del Vaticano, iniziata sul finire degli anni ’50 in corrispondenza dell’ascesa di ‘Papa’ Roncalli. Mons. Sanborn e don Cekada, intervistati da Stephen Heiner, analizzano gli aspetti più importanti ed assieme controversi dell’evento che ha calamitato l’attenzione del mondo intero.

In particolare, i prelati statunitensi, traendo spunto dalla biografia del ‘Papa’ argentino, ed al fine di agevolare la comprensione del possibile significato dell’elezione ed i futuri sviluppi del pontificato bergogliano, sottopongono agli ascoltatori i seguenti fatti:

ORDINAZIONE EPISCOPALE. Jorge Mario Bergoglio nasce a Buenos Aires il 17 dicembre 1936 e riceve l’ordinazione episcopale il 27 giugno 1992. Ora, come sappiamo, nel 1968 ‘Papa’ Paolo VI promulga la riforma degli ordini sacri, modificando radicalmente la precedente, venerabile prassi, soprattutto per quanto riguarda la forma sacramentale. Alla luce della teologia autenticamente cattolica in vigore sino al Concilio Vaticano II, tali cambiamenti rendono dubbio, quasi sicuramente invalido, il nuovo rito. Non è dunque possibile affermare che Bergoglio sia vescovo.

L’ordinazione sacerdotale dell’argentino, avvenuta pure con il nuovo rito nel dicembre del 1969, si deve allo stesso modo considerare per lo meno dubbia, e quindi altrettanto invalida dal punto di vista pratico. ‘Papa’ Francesco non può dunque ritenersi il ‘vescovo di Roma’ e, in quanto semplice battezzato e cresimato, probabilmente non in possesso d’alcun potere derivante dall’ordine sacro!

ECUMENISMO. San Pietro morì nella città di Roma, luogo in cui venne eretto il trono papale. Roma è il ‘veicolo’ della giurisdizione universale di cui gode il Papa regnante. Certo, il Papa è pure ‘vescovo di Roma’ – ma tale prerogativa è di secondaria importanza. La giurisdizione universale permette al Papa di esercitare un potere che trascende quello relativo a tutte le diocesi del mondo.

Sin dai suoi primi discorsi pubblici, Bergoglio non ha mai voluto definirsi ‘Papa’, preferendo il più – apparentemente – modesto titolo di ‘vescovo di Roma’ (affermazione che, come illustrato in precedenza, é agevolmente smentibile!). Tutto ciò è da ritenersi strumentale al fine di accattivarsi le simpatie degli eretici protestanti e scismatici orientali, che rifiutano appunto la giurisdizione universale del pontefice cattolico.

Inoltre, Bergoglio si è sin da subito dimostrato vicino al mondo ebraico, tanto da dichiarare al mondo intero che gli appartenenti al ‘giudaismo militante’, capitanato dal rabbino capo di Roma e dalla loggia B’nai B’rith, si debbano reputare come “fratelli maggiori nella fede”. Si tratta dell’ennesimo insulto a Nostro Signore Gesù Cristo, poiché l’oggetto della fede cristiana è poggia sulla divinità e dignità messianica del Salvatore. Bergoglio esprime così il suo ecumenismo radicale, rifiutando di scindere il legame mortifero col mondo giudaico.

AMERICA DEL SUD. La parte meridionale del continente americano è una delle maggiori roccheforti dell’organizzazione Novus Ordo. Seppur minacciata dall’influenza delle sette protestanti, la nuova fede sembra ancora raccogliere consensi in America latina. Europa e Stati Uniti vedono il consenso religioso abbassarsi vertiginosamente, tanto da sembrare totalmente assente in alcune aree. L’elezione dell’argentino Bergoglio intende quindi rafforzare e consolidare il bacino d’utenza sudamericano, che guarda con speranza al mondo occidentale, come avvenne per l’Europa orientale ai tempi di Wojtyla. L’arretratezza economica dell’America centro-meridionale, che ha comunque protetto i popoli dal capitalismo occidentale e dalla relativa mentalità liberal-positivista, viene in tal modo sfruttata per infondere un credo basato sul dogma pseudo-scientifico dell’evoluzione, una speranza contaminata dal socialismo ed una carità schiava dell’umanitarismo. La vera dottrina sociale della Chiesa, come espressa sapientemente da Papa Leone XIII e successori, lascia lo spazio alla teologia della liberazione, la figura di Gesù Cristo viene distorta e manipolata all’inverosimile. Insomma, una rivisitazione in salsa marxista della Gaudium et spes, profanamente somministrata ad ignari avventori verosimilmente ancora assetati di vera religione e giustizia!

LINGUAGGIO E LITURGIA. Bergoglio si dimostra non solo ‘politicamente corretto’ dal punto di vista del linguaggio, ma spesso sembra lanciare dei precisi messaggi in codice ai membri della massoneria. Il vocabolario adoperato rinvia ad un copione ben preciso, fatto di banalità pauperistiche e vuote piroette di stampo utopico; tuttavia, egli sembra sempre intento a rassicurare gli ‘invisibili supervisori’ rispetto al proprio programma d’azione.

Il linguaggio bergogliano rende trasparente la sua concezione della liturgia. Abbondano i gesti compiuti in aperto disprezzo nei confronti del rito tradizionale: in Argentina, prima della recente elezione, il ‘cardinale’ soleva celebrare delle farsesche ‘Messe’ per bambini usando pure dei palloncini! Da questo punto di vista, Bergoglio sembra riprendere gli atteggiamenti e la mentalità di ‘Papa’ Montini. Il Paolo VI di triste memoria si contraddistingueva infatti per il pessimo gusto, ripristinato dal suo attuale erede: ne è testimonianza l’orribile ‘croce di latta’ precocemente ostentata, assomigliante più ad un cavaturaccioli artigianale che al regale simbolo del Messia. Anche in questo caso la conclusione che possiamo trarre sembra palese: assistiamo ad un ritorno alle aberrazioni di Montini e Wojtyla, corredato da un vistoso e radicale allontanamento dal solco tracciato da Ratzinger. Bergoglio dimostra di voler ampiamente trascurare ogni legame con il sacro, infischiandosene pure delle apparenze!

ERMENEUTICA DELLA DIS-CONTINUITA’. Ora, che Ratzinger sia stato (e sia) un modernista ultra-progressista è ampiamente dimostrato dalle dottrine teologiche eterodosse da lui costantemente sostenute, insegnate e divulgate. Pure, i suoi atteggiamenti e la sua personalità, la sua dimostrata competenza cinesica, vestemica, prossemica ecc., sembravano sempre avvicinarlo a dei parametri tradizionali, ingannando spesso l’interlocutore abituato a giudicare secondo la fenomenologia corrente. Bergoglio abbandona tutto ciò: le apparenze non nascondono nulla della realtà! Insomma, la dottrina bergogliana non differisce dalla ratzingeriana, ma cambia la maniera di convogliare il messaggio, muta la strategia di diffusione e nulla sembra occultato della sua inettitudine a fare il Papa! Sì, in questo caso ‘l’abito fa il monaco!’ Il ‘Signor B.’ è fiero della sua umiltà (sic!), e avanza inesorabilmente verso quella ‘ermeneutica della discontinuità’ tanto odiata dei neo-conservatori, che vedono miseramente affondare l’illusione incarnata dal ‘pastore tedesco’.

Risulta matematicamente  certo che i cardinali, tutti designati da Wojtyla e Ratzinger, si sono dimostrati compatti nell’eleggere ‘Mister B.’. I ‘ratzingeriani’ hanno quindi votato per Bergoglio, forse perché consapevolii che la strategia del loro beniamino non era più utile o necessaria; la dottrina del Vaticano II ha sempre adottato la maschera della tradizione per poter avanzare verso l’obiettivo, ma forse oggi ciò risulta superfluo perché la sete d’innovazione, visti i catastrofici scenari socio-economici odierni, è rampante e poco incline al rispetto delle antiche forme.

IL PAPATO CATTOLICO. Bergoglio è un nemico dichiarato dell’autentico papato cattolico, che vuole costantemente svuotare di ogni significato autentico e tradizionale. Ogni diminuzione dell’autorità pontificia rappresenta infatti una vittoria ed un avanzamento dell’ecumenismo. La distruzione della fede cattolica procede quindi a velocità doppia rispetto al passato. E non ci si deve ingannare: Bergoglio fa parte del sistema, non è l’innocente vittima designata dello stesso. Egli è a tutti gli effetti ‘un uomo d’apparato’!

Se analizziamo la biografia dell’argentino prima della sua elezione, non troviamo nessun gesto, discorso, scritto che possa far pensare al contrario. Il suo maestro e sostenitore era il defunto ‘cardinale’ Martini, un altro ‘radical-chic’ gesuita di nota fama, che non ha mai esitato a sferrare colpi bassi alla figura ed alla istituzione del papato nella sua forma tradizionale.

LE CONSEGUENZE DEL CONCILIO VATICANO II. A partire dagli anni ’50/’60 dello scorso secolo, l’élite modernista ha operato uno svuotamento progressivo della fede cattolica bi-millenaria, compiendo atti intesi a colpire mortalmente l’essenza stessa della Chiesa. Le scuse pubbliche e la vergogna per il passato dell’istituzione divina che pretendevano di rappresentare e guidare, ha portato i vertici ecclesiastici post-conciliari a ripudiare l’eredità lasciata dal Magistero infallibile, dai Padri e dai Dottori della Chiesa, dai martiri, dagli eroi combattenti per la fede ecc.. In pratica, I ‘papi’ ligi al Concilio Vaticano II si vergognano di esistere!

L’agenda bergogliana applicherà tale programma dando un’accelerazione senza precedenti allo smantellamento degli ultimi bastioni della Chiesa tradizionale ‘di sempre’. ‘Mister B.’ – che alcuni già chiamano addirittura ‘zio Francesco’ o peggio – avrà il compito di portare il Concilio alle sue estreme, devastanti conseguenze. E, come esplicato sopra, la mancanza d’ortodossia colora costantemente gli atti di Bergoglio, che consentono di gettare la maschera conservatrice indossata dal/dai predecessore/i. Quindi … si salvi chi può!

APPELLI E SPERANZE. In conclusione, Bergoglio é da considerarsi come il sesto antipapa della nuova religione inaugurata dal Concilio Vaticano II. Il papato cattolico rinascerà quando la falange modernista abiurerà le tesi vaticansecondiste, vere metastasi nel cuore della Chiesa.

Dobbiamo augurarci che, visto il sistematico e palese disprezzo del cattolicesimo dimostrato da ‘Papa’ Francesco, una sempre più larga fascia di credenti (o presunti tali) prenda le distanze dal golpe modernista che ha violato i sacri palazzi, adoperandosi per porre in essere una vera e propria rinascita e riforma del cattolicesimo che, paradossalmente, almeno in superficie, può andare in una sola direzione: ritornare alla fede perenne di autentica matrice apostolica.

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LA GNOSI SPURIA DEL «PENSIERO ECUMENISTA CONCILIARE»

o_pensador_de_rodin[1]L’EDITORIALE DEL VENERDI

di Arai Daniele

La ‘scienza’ del pensare, può essere una delle definizioni della filosofia, che è amore per la sapienza. Infatti la filosofia dei grandi filosofi ha portato a Dio.

Si pensi ad Aristotele, fondatore della vera filosofia. Vediamo l’essenza della sua filosofia. Essa riportando il pensiero umano, relativo e mutevole, all’Essere assoluto e immobile, è rappresentata, più che dai princìpi a cui si deve ancora arrivare, dalla direzione in cui essi vanno cercati e nel senso in cui essi si rivelano.

Questa direzione del pensiero umano verso la verità, è solo illuminante nel senso del Principio trascendente di Dio verso l’immanente dell’uomo.

La direzione contraria – dell’uomo che pensa Dio – è quella della gnosi e del pensiero massonico che comanda sempre più nella chiesa conciliare.

broken crossesAristotele vedeva Dio come Pensiero del Pensiero; Principio di tutto; del pensare stesso. A quanti accusano il ‘pensiero cattolico’ di entrare nel mondo di una complessa filosofia solo con credenziali mistiche, la risposta è semplice: si tratta del pensiero che è già arrivato allo scopo prefisso dell’amore della sapienza. Gli manca solo farne l’uso previsto e cioè, mettere la ‘scienza del pensare’ a servizio della vera conoscenza: debitamente studiare questa scienze, per condursi e condurre, con l’aiuto della divina grazia, nuovamente alla Parola di Dio”

Lo sbaglio è di cominciare lo studio della filosofia dalla sua confusa, interminabile storia, che porta solo a un elenco, più di errori e di deviazioni che di sano pensiero.

Sul rapporto fede-ragione la Chiesa Cattolica ha proclamato nella Cost. apost. Dei Filius, del Concilio Ecumenico Vaticano (24.4.1870): “Né solamente la fede e la ragione non possono mai essere in contrasto tra di loro, ma anzi si aiutano vicendevolmente; infatti la retta regione dimostra i fondamenti della fede, e, dal lume di questa illustrata, coltiva la scienza delle cose divine: e la fede, da par­te sua, rende libera e sicura dagli errori la ragione, e l’arricchisce di molte cognizioni. Perciò è completa­mente falso che la Chiesa si opponga alla cultura delle umane arti e discipline, anzi le aiuta e promuove in molte maniere. La Chiesa non ignora né disprezza i vantaggi che da queste provengono alla vita umana; essa piuttosto confessa che queste derivarono da Dio Signore delle scienze, e perciò, se sono debitamente studiate, conducono, con l’aiuto della divina grazia, nuovamente a Dio”. La ragione non può mai essere in contrasto con la Fede, anzi è la Fede a liberarla dagli errori.

La decadenza del mondo nell’ora presente è necessariamente legata alla mentalità che lo condiziona. E come si è visto, è in causa più di quel che si pensa, come si pensa; il vero problema: perdere di vista l’origine, la ragione del pensare.

Il pensiero cattolico è riconoscibile, anche senza considerare le categorie delle eresie e degli scismi, dalla giusta direzione che segue: dai principi ai valori.

Tale è la sola vera direzione in cui si manifesta il senso della Religione. Ma anche del retto pensare. È importante ripetere ciò poiché l’uomo, da grande imitatore, può in un dato momento riprendere tutto dalla Religione, tranne il suo senso. E è quando la direzione s’inverte e si presenta la falsa copia del ‘pensiero di Dio’, come se fosse l’originale; un falso ‘volere divino’ come se fosse la Volontà di Dio stesso, spacciando così un falso religioso in nome di un «arcano gnostico».

Qui siamo all’abominevole ‘pensiero’ del Vaticano 2 i cui profeti hanno insegnato (e operato) come se il principio della missione della Chiesa fosse quello della pace massonica: di un’unione dell’umanità nella pace a scapito della Fede.

La desolazione è che, ignorando l’origine di una tale contraffazione, anche un certo tradizionalismo ne è complice, poiché riconosce l«autorità dei contraffattori».

Che l’umanità viva una crisi universale che tocca il fondo delle anime è incontestabile. Ma crisi nella crisi è l’incapacità di trovare il modo di intenderla e perciò di affrontarla. Si dice che è la crisi inevitabile di un progresso che mette in dubbio i valori tradizionali. Ma il sentimento generale è di delusione perché non ci sono risposte per i problemi suscitati da tale progresso. Mancano quindi i princìpi di giudizio che per la loro natura non possono cambiare con i tempi. E quando si parla di princìpi il cattolico sa che si tratta di quanto è alla base della Cristianità. Crisi di fede? Ma la fede è virtù teologale, infusa da Dio. Si può rischiare di perderla; non di averla in parte, in crisi. La fede si ha o non si ha.

A questo punto va detto che la crisi attuale è piuttosto del pensiero, ed essendo universale è propria del pensiero cattolico. La riprova si ha costatando che essa si estende anche tra i cosiddetti tradizionalisti, la cui divisione interna è segno della mancanza di un pensiero comune. Ma cos’è allora questo pensiero cattolico ovunque in crisi? Esso non è la fede, ma è il naturale retto pensare verso la Fede.

Per caratterizzare il pensiero cattolico si è ricordato che il retto vivere deriva dal retto pensare, che a sua volta deriva dal vero credere. Ciò vale per l’intelligenza umana in generale, che da sola non può conoscere il principio, lo stato attuale e il fine ultimo della vita dell’uomo; deve partire dal credere che ci siano una causa e senso per cercarli e capirli. E dalle ragioni naturali la mente si eleva a quelle soprannaturali. S. Agostino dice che l’intendimento è la ricompensa della fede e aggiunge: perciò non cercate d’intendere quanto dovete credere, ma credete in quanto dovete intendere. A ciò si ricollega il credo ut intelligam di S. Anselmo.

Il pensiero umano ha bisogno di una guida che non è altro che l’ordine che lo precede. Ma qui si trova in un bivio fatale con i falsi cristi e falsi pastori.

Da un lato la via religiosa naturale caratterizzata da un segno creduto e tramandato e quindi è naturalmente tradizionale; e infatti il pensiero cattolico è legato ad una Tradizione e segue la conoscenza derivata dal suo Principio divino. Dall’altro lato ci sono i pensieri sul bene e anche su Dio, derivati da idee dedotte o da utopie immaginate secondo false autorità e conoscenze umane. Da un lato i princìpi, le certezze, l’amore per applicarle alla vita malgrado l’ostilità del mondo; dall’altro l’amore del mondo e del proprio pensiero e conoscenza – la gnosi spuria – perfino il dubbio sorto dall’«autorità» dei nuovi «pontefici».

Ora la volontà divina di salvezza è universale e Dio vuole recuperare l’uomo in quanto persona: essere dotato di intelligenza e volontà. La Sua grazia è quindi indirizzata al credere: è la fede, che passa necessariamente per l’impostazione della mente atta a trascenderla. Si tratta di quanto abbiamo chiamato rapporto tra credere e pensare, per il quale si fa presente quel che è; quel che è vero e che guida la vita al suo fine ultimo. La mente è elevata al piano religioso, a Colui che è: Dio, Causa e Principio della vita e della ragione,.

L’idea del ‘nuovo ordine mondiale’ domina una tale mentalità consistente nell’utopia che sostituisce l’anteriore ordine cristiano. Ora se la mentalità dominante ha in vista un ordine umano da sostituire a quello divino, il suo argomento non è l’ordine in sé, che è un’attrazione al vero, ma l’idea che l’uomo possa erigere un suo ordine. Tale è dichiaratamente la rivoluzione religiosa del Vaticano II. Ciononostante si rende necessario dimostrarlo al mondo cattolico che, confuso dalla struttura gerarchica d’aspetto non solo tradizionale ma addirittura mariale della nuova chiesa conciliare, non riesce a distinguere la realtà. Anche in ambito religioso ha fatto presa la pastorale del presente, per cui si crede e si pensa secondo la religione che si vive, e non il contrario, secondo la lex orandi, lex credendi. Il senso della fede teandrica è stato rovesciato in un ‘androteismo’ gnostico. Si tratta dell’antropocentrismo pacifista che ha corroso il pensiero dei modernisti, da Roncalli a Ratzinger, ora Bergoglio.

Quando un Papa nella definizione dogmatica parla delle sue ragioni, cioè princìpi, l’onore della santa e individua Trinità; gloria e ornamento della Vergine Madre di Dio; esaltazione della fede cattolica, e l’incremento della religione cristiana, dichiara che la verità dell’Immacolata Concezione di Maria è un principio della Fede e la sua conoscenza un principio della Religione rivelata da Dio.

Pio IX nella Bolla dogmatica Ineffabilis Deus sull’Immacolata Concezione (8/12/1854) interpreta nel senso mariologico il Protovangelo: “la santissima Vergine, congiunta con Lui (Gesù Cristo) con strettissimo ed indissolubile vincolo, fu insieme con Lui e per mezzo di Lui sempiterna nemica del velenoso serpente e riportando trionfo plenissimo su di esso, ne schiacciò, con l’immacolato piede, la testa”. Così ribadisce la Tradizione.

Nella questione dell’Immacolata Concezione il pensiero umano si volge principalmente alla purezza virginale di Maria Santissima. Ed è naturale che si veda per primo il risultato fisico della Sua santissima castità. Ma esso ha per principio la sua santissima saggezza, che ha meritato la pienezza della grazia. La perfetta purezza corporale è il riflesso di una mente ordinata da un’anima preservata da ogni macchia perché attirata dall’Amore infinito. Si può dire che il pensiero di Maria, libero, come quello di ogni essere umano, era ordinato volontariamente alla Saggezza divina, perciò era la Sofiastessa. Si può dire che Maria, che come ogni discendente di Adamo ed Eva aveva bisogno del Redentore divino per salvarsi, era predestinata a nutrire la Saggezza stessa per partecipare alla sua opera redentrice. Ed ecco che negare l’Immacolata Concezione comporta negare la Fede cattolica che, sviluppando quanto è rivelato sulla Redenzione, è fonte della conoscenza essenziale sul essere umano; e negando la Fede che è il fondamento della conoscenza stessa di tutto quanto concerne la natura dell’uomo e l’esistenza del mondo: della causalità divina, si perde l’intelligenza di ogni realtà.

Il giorno 29/5/96, Giovanni Paolo II nella sua esegesi riguardante questo brano della Genesi (3, 15) dice:

“… tale versione non corrisponde al testo ebraico, nel quale non è la donna, bensì la sua stirpe, il suo discendente [sic] a calpestare la testa del serpente. Tale testo attribuisce non a Maria, ma a Suo Figlio la vittoria su satana. «Però», poiché la concezione biblica pone una profonda solidarietà tra il genitore e la sua discendenza, è coerente con il senso originale del passo la rappresentazione dell’Immacolata che schiaccia il serpente, non per virtù propria, ma della grazia del Figlio”.

Qui ci sono almeno due novità che implicano una ‘conclusione ecumenica’. La prima è l’allusione al testo ebraico la cui ‘concezione biblica’ sarebbe più chiarificante che l’interpretazione dei Papi, rappresentanti dell’Autorità divina, i quali hanno sempre riconosciuto il senso mariologico di questo testo. Nel nostro secolo lo ha fatto Pio XII nella bolla dogmatica Munificentissimus Deus per la definizione del dogma dell’Assunzione di Maria Santissima.

La seconda è che ci sia un’interpretazione cristologica della Genesi che, invece di completarsi con quella mariologica, la escluda. Ora, la discendenza della Donna, congiunta con Gesù Cristo con strettissimo ed indissolubile vincolo, è l’umanità redenta dal Suo Figlio Salvatore congiunta con Lui (Gesù Cristo) con strettissimo ed indissolubile vincolo. E quest’unione è fin da tutta l’eternità, per cui i Santi Padri vedono Maria come ‘la nuova Eva strettamente unita al nuovo Adamo’… ‘unione nella comune inimicizia e nella piena vittoria sul diavolo seduttore’ (Pio XII, ib.). Si tratta dunque di verità di fede.

LA CONCLUSIONE ECUMENISTA:

A questo punto si potrebbe domandare perché gettare ombre sull’interpretazione tradizionale della Chiesa sul testo basilare per la comprensione del compito di Maria nell’opera di Redenzione? La risposta si può avere considerando la parola ‘stirpe’. Infatti vi sono due ‘stirpi’: quella della prima Eva, che è tutta l’umanità; quella di Maria, che è quella di coloro che hanno creduto e sono rinati nella fede del Redentore, cioè i cristiani di sempre. È chiaro che per la ‘nuova teologia’, dei cristiani anonimi e della redenzione universale, c’è una sola stirpe umana dei figli della prima Eva, vincitori volenti o nolenti del nemico ‘non per virtù propria ma per la grazia di Cristo’, nella quale anche la seconda Eva deve rientrare, come tutti gli uomini. Ecco la nuova esegesi che affonda le sue radici nella ‘nuova coscienza conciliare’.

Si comprende allora il ben preciso disegno della Provvidenza attraverso le apparizioni di Nostra Signora, sia attraverso il magistero dei Papi degli ultimi tempi che hanno proclamato dei dogmi mariani; l’aiuto che è dato ai cristiani in questo momento storico di estrema decadenza spirituale è, come avevano profetizzato tanti santi, tra cui S. Luigi Maria Grignion de Monfort, la Madre di Dio stessa che richiama all’amore e all’intelligenza della scienza sulle cose di Dio. A questo proposito è bene ricordare che la Madonna a Fatima ha parlato dei grandi errori del mondo che sono causa di guerre e di rivoluzioni. Che altro sono “gli errori sparsi dalla Russia nel mondo”? Ecco allora che l’impegno cattolico di questo lavoro si definisce nel piano culturale e non prettamente spirituale. I grandi nemici da svelare non sono i futuristi religiosi alla Teilhard de Chardin, ma i realisti ideologici alla Antonio Gramsci, che stimolano ogni finzione culturale a danno della verità e della Fede. È nel campo politico che la sconfitta cattolica è avvenuta dopo il non expedit di Pio IX. Se qualcuno fallisce nella sfera superiore della Religione non può che degradare nel piano inferiore della politica. Infatti, i vari Roncalli e Montini più che eresiarchi religiosi sono deviati ideologici. Paulo VI era una sorta di catto-socialista, come si è visto nell’analisi delle sue lettere. Li è la sua deviazione, come nel mondialismo è quella di Wojtyla. Cercare in loro una grande eresia è vano. Sono le loro scelte sociali, politiche mondialiste per un nuovo ordine mondiale che ne svelano il pensiero anti-cattolico non dichiarato per i loro piani ecumenisti.

La teoria della ‘redenzione universale’ di Giovanni Paolo II più che una nuova ‘fede’ è una leva per azzerare le diversità religiose.

Il «pensiero ecumenista conciliare» é gnosi spuria

Basta seguire il «pensiero» dei vari Rahner, De Lubac, Wojtyla, Ratzinger e ora di Bergoglio, per capire che essi non sono per l’Ecumenismo che porta alla Fede, ma sono per una nuova fede che porta alla conciliazione ecumenista delle religioni! Mettono una pace ecumenista prima dell’ordine nella Pace di Gesù Cristo che, messa in rischio, deve invocare più la difesa con ogni messo, che non il pacifismo.

Ora, anche la difesa si fa nel pensiero cattolico libero dalla cosiddetta ‘cultura moderna’ e specialmente curato dai Papi degli ultimi tempi nel rapporto armonico tra fede e ragione, per cui la retta ragione dimostra i fondamenti della fede ed è arricchita dalla scienza delle cose divine, che la difende e libera dagli errori.

Ora abbiamo Bergoglio con le sue impressionanti deviazioni dal pensiero cattolico.

Si osservi questo video quando “ministra” la cresima e invece del gesto tradizionale per cui nell’atto sacramentale il cresimando riceve un lieve schiaffo in viso, che figura la disposizione di tutto affrontare per Gesù Cristo; qui è baciato da Bergoglio!

Si può pensare che quest’abbraccio nella rinuncia alla lotta per la fede sia come il bacio di Giuda?

La nuova chiesa della compiacenza globale. È nella definizione dei princìpi dell’Autorità, del culto della Chiesa, della Missione apostolica, che l’‘ideologia’ conciliar-modernista svela tutta la sua perversità dottrinale e liturgica, perché strumentalizza quanto è divino e cattolico per scopi umani e pancristiani. Ecco che è inutile accusare tali deviati nel campo della verità; essi sono bersagli di gomma che possono anche ripetere un credo tradizionale o professare una devozione mariana. Come svelare un piano diabolico, di cui tali protagonisti principali possono ben essere solo in parte coscienti, se non dimostrando la contraddizione della loro autorità apparente, il cui senso è invertito in rapporto ai Princìpi divini?

Il credere, l’autorità e il pensare – Considerando la grande insistenza con cui Dio nelle Sacre Scritture richiede agli uomini il ‘credere’ facendo sapere che esso è decisivo sia per la sua armonia terrena che per la sua salvezza eterna, si capisce l’importanza vitale del credere per la salute mentale dell’uomo; il credere non è meno necessario per la vita mentale che l’aria per la vita fisica. La differenza è che senz’aria il corpo muore, ma senza credere la mente non muore; uccide. Lo si è visto seguendo il filosofo De Corte nel capitolo sull’utopismo: un credere trasferito di prepotenza alle proprie o altrui elucubrazioni innanzitutto annienta la propria vita spirituale per in seguito cercare un’affermazione materiale, un dominio sulle cose mondane, capace perfino di sopprimere la vita altrui.
Nella vita moderna è prevalsa la praxis del pensare come si vive di un diffuso esistenzialismo in campo panteista, per cui il senso della vita sarebbe nell’esistenza stessa e Dio sarebbe in tutto quanto esiste. Il modo di pensare moderno diviene così indifferenziato ed è sottomesso al bisogno dei tempi, al numero, all’idea democratica di vita. E a questo punto è la vita materiale a determinare quella mentale e non l’inverso. Parimenti, sono le elucubrazioni mentali dei nuovi «papi conciliari» a determinare la demolizione della Fede!

Sorge allora l’utopia che scarta la realtà per la fantasia solleticata dall’impulso di dominio. E tale ‘creatività’ si estende al campo religioso. È l’avvento della religione pluralista che raccoglie impulsi, sentimenti e illusioni religiose.

Essa ha per principio l’uomo che è anche il suo fine. Per essa il bene umano è in questo mondo e si riassume nella pace in tutto. È il ‘pensiero moderno’ sull’uomo e sul mondo a cui l’idea di Dio deve assecondare. È il modernismo che spunta in pieno con l’aggiornamento della Religione al mondo. Ma il tutto si riassume nell’ascolto di una falsa autorità pontificale; un anticristo!

« Essi hanno ingannato il Mio popolo dicendo: c’è la pace. E la pace non c’è! » (Ez 13, 10).

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Non è importante!

Quando il Concilio stava dando i suoi tristissimi frutti, molti dei miei confratelli iniziarono a deporre la veste talare e ad usare il clergyman, e in breve li si vide in abiti civili, com’era prevedibile. Io continuavo ad usare la talare e la sacra Tonsura, che in quegli anni era molto piccola ma pur sempre visibile ed obbligatoria.
A quell’epoca mi trovavo spesso a celebrare la Messa in una Basilica romana, dove non di rado mi capitava di incontrare il Cardinal Vicario, qualche Eminentissimo, non pochi Eccellentissimi e parecchi Monsignori e Sacerdoti, oltre ad un’infinità di chierici e seminaristi.
Mi accadeva spesso di esser fermato in sacristia e sentirmi chiedere: “Reverendo, perché continua a portare la sottana? Non è importante la veste! Perché tiene la tonsura? Non è importante! Si aggiorni: c’è stato il Concilio!” Io mi limitavo spesso a rispondere che la veste talare era considerata ancora, e a tutti gli effetti canonici, l’abito normale obbligatorio, e che il clergyman era tollerato solo per il compimento di azioni completamente profane come ad esempio l’andare il viaggio, il prendere l’aereo, o il fare escursioni in montagna. Quindi non vi era motivo, specialmente nell’Alma Urbe, di disobbedire alla legge della Chiesa per travestirmi da pastore luterano, visto che ero un sacerdote cattolico. Quanto alla Tonsura, essa era allora facoltativa, e quando Paolo VI l’ha abolita la canizie ha provveduto ad impormela sino al sacello.
Talvolta erano addirittura Vescovi o Cardinali, vestiti in nigris come ai tempi di Pio IX, a rimproverarmi – talvolta anche in modo villano – per la mia ostentazione inutile, per il mio volermi arroccare su posizioni di intransigenza preconciliari, per tutto quel nero che poco di addiceva alle magnifiche sorti e progressive inaugurate dal Concilio appena chiuso.
E tutti, invariabilmente, mi dicevano: “Non è importante, quella veste!“, e mi stupiva quel ritornello, detto con un sorrisetto canzonatorio, quasi meritassi pietà o mi rendessi ridicolo per il solo fatto di vestire la sacra livrea dei Leviti.
Un giorno, dopo che un importante Monsignore di Curia mi fece la solita reprimenda, mi permisi di rispondere: “Eccellenza, se la veste è così poco importante, perché ogni volta che mi incrocia mi deve rimproverare di indossarla? Forse mi permetto io di rimproverarLa perché non la indossa quasi mai, nonostante essa sia obbligatoria, sempre e comunque, a Roma?
 
Questi remoti episodi, che mai mi hanno dissuaso dall’indossare la veste, mi sono tornati alla mente in questi giorni, dopo aver letto numerosi interventi in cui personaggi più o meno legittimati ad esprimersi hanno elogiato con enfasi l’opinabilissima scelta di Bergoglio di non indossare gli abiti propri del Papa, preferendo la semplice veste piana bianca; essi sono addirittura giunti a lodare la ricomparsa di paramenti e insegne semplici e squallide, sostituite ai ben più degni paramenti usati dalla Santità di Nostro Signore Benedetto XVI.  
 
L’argomento addotto è sempre lo stesso: fanoni, mitrie, scarpe rosse, mozzette con l’ermellino, croci pettorali preziose, ferule ecc. non sono importanti. Dinanzi a questa idiozia sesquipedale, mi sono spazientito come allora, perché è una falsità a cui per primi non credono coloro che la formulano, altrimenti non si fisserebbero così tanto su questi dettagli.
Usiamo i termini come si conviene: le vesti e le insegne esteriori di una dignità non sono essenziali alla dignità medesima, ma non per questo esse sono meno importanti, dal momento che manifestano nei segni quello una realtà che ontologicamente non è altrimenti visibile.
Si mette l’Ostia Santa nell’ostensorio non perché l’Augustissimo Sacramento dell’Altare abbia bisogno di un piedistallo d’oro e pietre preziose, ma perché si testimonia con i segni la fede nella Presenza Reale di Nostro Signore, al Quale va tributato ogni onore e gloria. Onore e gloria: manifestazioni esterne, visibili, tangibili, percepibili con i sensi.
Un Carabiniere indossa quella particolare divisa non perché egli sia meno Carabiniere quando è in abiti civili, ma per riconoscerlo come tale quando esercita le sue funzioni. Il medico veste il camice bianco mentre visita i malati non perché egli sia meno capace di diagnosticare le malattie e prescrivere le cure quando è in borghese, ma per distinguerlo e poterglisi rivolgere in caso di bisogno. Il Magistrato indossa la toga e il tocco quando pronunzia una sentenza non per dare valore alle proprie parole, ma per evidenziare che in quel momento egli parla in nome della Legge, con l’autorità che lo Stato gli ha conferito. Gli esempi si potrebbero moltiplicare, e pur tuttavia si potrebbe citare anche un caso molto meno aulico ma non meno valido, specialmente per la mentalità odierna: quando i ragazzi vanno a ballare in un locale, vi è o no il cosiddetto dress code, in base al quale si è ammessi o respinti, secondo precise norme di vestiario? A chi verrebbe in mente di andare alla prima della Scala in tuta da operaio o in veste da camera?
E ancora: se ad una parata militare venisse in mente ad un soldato o ad un ufficiale di mettere le scarpe da tennis, o i jeans, o anche solo un dettaglio della divisa diverso da quanto prescritto, credete che lo si lascerebbe impunemente marciare con gli altri, in nome della libertà di espressione? E perché allora si tollera che ogni sacerdote si vesta come meglio gli talenta, senza alcun rispetto per le norme e le disposizioni dell’Autorità Ecclesiastica?
Non capisco perché una cosa tanto evidente nel mondo profano debba trovare tante difficoltà ad esser recepita tra i chierici. Quello stupido ritornello – Non è importante! – ha autorizzato il rilassamento della disciplina del Clero, ed oggi è assurto a paradigma sin dal più alto Soglio, dove il Vescovo di Roma si permette di comparire dinanzi ad un Sovrano con le vesti che usa per far colazione a Santa Marta, ad onta del cerimoniale e del protocollo. Ed anche se la mozzetta, il rocchetto, la croce preziosa, il camauro ed i calzari rossi non sono importanti, il messaggio che se ne ricava è chiarissimo: Io sono Bergoglio, e faccio come voglio. Dei sovrani che ricevo in udienza non me ne importa un fico secco, io sono umile, bacio i piedi ai carcerati e faccio gli autografi sul gesso delle bambine. Detesto i trionfalismi e i formalismi.
L’esempio che cala dall’alto – exempla trahunt – ora legittima l’anarchia più assoluta, peraltro tollerata da decenni. Ma se un Vescovo può vestirsi in borghese e nascondere la croce pettorale nel taschino, per quale motivo io non posso allora passeggiare per via della Conciliazione in cappamagna marezzata e galero? Se tutti questi orpelli sono così poco importanti, come mai gli stessi che li deridono e li disprezzano non li tollerano addosso ad altri? Se la tiara è stata deposta dal Papa, posso indossarla io mentre celebro al faldistorio, visto che ho l’uso dei pontificali?
La mia è ovviamente una provocazione. Fu una provocazione molto più meritevole di elogio – e degna di una persona di grande senso dell’umorismo e della carità cristiana – anche quella di scegliere e far approvare dall’Autorità Ecclesiastica l’abito proprio dei Canonici Regolari dell’Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote: un abito nero con fodere azzurre, con il fiocco azzurro sulla berretta, la mozzetta filettata di azzurro, la croce canonicale con nastro azzurro ecc. Alcuni invidiosi si erano tanto scandalizzati per l’abito protonotarile che indossava a suo tempo Mons. Wach, da mandare lettere anonime a Roma per protestare vibratamente contro l’intollerabile abuso: ora si godono Monsignore e tutti i suoi Canonici vestiti, nella più rigida conformità alla norma, come San Francesco di Sales.
Queste mie riflessioni, tra il serio e il faceto, vogliono nondimeno far presente l’importanza dei segni esteriori. Se Bergoglio non ne vuol sapere di chiamarsi Papa e si ostina a presentarsi come Vescovo di Roma, non stupisce che non voglia nemmeno le insegne del Vicario di Cristo: in Segreteria di Stato ci sono Prelati ambiziosi che non vedono l’ora di calcarsela in capo. Ma sarebbe il caso di ricordargli che sono i missionari africani ad usare la veste bianca, e che Roma non è capitale del Burkina Faso.
Io intanto, per la prossima Messa cantata, indosserò il fanone.