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Ecco le 500 Lire che uccisero Aldo Moro

Posted by on 1, nov, 2012

Tornare alla moneta di stato, ecco la soluzione che costo’ la vita ad Aldo Moro

– di Marco Saba  –

Se recuperassimo l’idea di Aldo Moro di emettere biglietti di stato a corso legale senza bisogno di chiedere banconote in prestito via Bankitalia-Bce, potremmo non soltanto assolvere i vari bisogni del popolo italiano, ma anche varare un bel corso gratuito di criminologia monetaria e bancaria.

Fu infatti così che i governi Moro finanziarono le spese statali, per circa 500 miliardi di lire degli anni ‘60 e ‘70, attraverso l’emissione di cartamoneta da 500 lire “biglietto di stato a corso legale” (emissioni “Aretusa” e “Mercurio”). La prima emissione fu normata con i DPR 20-06-1966 e 20-10-1967 del presidente Giuseppe Saragat per le 500 lire cartacee biglietto di Stato serie Aretusa, (Legge 31-05-1966). La seconda emissione fu regolata con il DPR 14-02-1974, del Presidente Giovanni Leone per le 500 lire cartacee biglietto di stato serie Mercurio, DM 2 aprile 1979.

Questa moneta di stato tra l’altro aveva l’importante funzione di immettere denaro senza debito che rendeva solvibile – almeno in parte – il sistema usuraio poiché serviva per pagare gli interessi per i quali il sistema bancario NON emetteva moneta e strozzava il paese (come invece ora fa). L’idea era stata copiata dal periodo fascista in cui tante opere pubbliche vennero finanziate a questo modo. Mentre l’analoga operazione di emettere Am-Lire da parte degli occupanti alleati fu una vera e propria opera di falsari che imposero la loro moneta a suon di bombardamenti addebitandola per lo più a debito pubblico (una perdita di circa 300 miliardi di lire dell’epoca 1943-1952, oltre a tutti i beni di cui si erano appropriati con questo denaro falso). Fu Giovanni Leone a firmare l’ultimo DPR con cui si emettevano le 500 lire. Sia Moro che Leone non ebbero gran fortuna e sappiamo come vennero ringraziati da Bankenstein… Ma ora c’è internet, ora sarebbe molto più facile impedire la reazione della bancocrazia totalitaria diffondendo la conoscenza della materia. Infatti, col senno di poi, non è difficile capire a cosa doveva portare il disegno del terrorismo nel nostro paese: gli anni di piombo si chiusero con due stragi nell’anno del Trattato di Maastricht, il 1992… Questo trattato è un papello tra “Stati” e banchieri mannari, il cui risultato oggi è sotto gli occhi di tutti. Ci ha portato al golpe morbido del governo Monti… Comunque, in seguito all’assassinio di Moro e alle dimissioni anticipate di Leone, l’Italia smise di emettere cartamoneta di Stato. La bancocrazia ci aveva anche provato prima a ricattare lo Stato, emettendo i famosi miniassegni per erodere il signoraggio che lo stato guadagnava con la propria moneta, ma poi, non essendo la “misura” sufficiente, ricorsero ai mitra e bombe. Ricordatevi che il terrorismo in Italia inizia con due attentati dinamitardi negli anni ‘60 contro due banche di Stato (all’epoca): Banca Nazionale dell’Agricoltura a Milano e BNL a Roma… Oggi lo Stato guadagna decisamente spiccioli con il conio delle monetine, dove i margini e la quantità di signoraggio sono niente rispetto all’emissione di cartamoneta e denaro virtuale, proprio una mancia per salvare le apparenze. Dobbiamo proporre di introdurre con vigore una cartamoneta complementare nazionale chiamata Biglietto di stato, con cui soddisfare i bisogni interni del paese. Questa cartamoneta non influirebbe sui parametri di Francoforte, non creerebbe debito e darebbe la libertà al paese di soddisfare tutte le esigenze di base della cittadinanza. La Moro-nomics è un’alternativa degna di essere seriamente presa in considerazione.

http://miccolismauro.wordpress.com/2012/03/20/tornare-alla-moneta-di-stato-ecco-la-soluzione-che-cost-la-vita-ad-aldo-moro/

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Così una nuova lira può salvare l’Italia

Giovanni Passali

Sono decenni che i media principali e tutti i cosiddetti esperti insistono su frasi fatte e dogmi in materia di economia; è veramente difficile per noi oggi iniziare a pensare in termini diversi. Occorre davvero un cambio di mentalità, una metanoia, una conversione culturale. Ma occorre farlo, occorre impegnarsi in questa fatica culturale per rovesciare questo sistema dispotico. Quando ho iniziato il mio libro sulla crisi, che presto verrà pubblicato, avevo ben chiari i motivi per cui valeva la pena di questa fatica. E le stesse motivazioni sono quelle che mi spingono alla fatica di questi articoli. Occorre rendersi conto che non si tratta di aggiungere alcune informazioni, quelle da me proposte, a un quadro chiaro di conoscenze. Occorre invece rovesciare completamente il quadro,occorre ridisegnarlo completamente, partendo dalle informazioni proposte (qui e non solo qui).

Una metanoia culturale che si trasformi in una rivoluzione sociale. Riprenderò alla fine il filo di questo ragionamento, dopo aver affrontato da un punto di vista logico e scientifico l’argomento della sovranità monetaria. Per questo colgo l’occasione di un commento a un mio articolo per smontare uno dei tanti luoghi comuni. Ecco il testo completo di quel commento. “Ma se lo capisce anche un bambino che tornare alla lira sarebbe una catastrofe per tutti gli italiani, non riesco a capacitarmi come ancora certi soloni e fior fiori di economisti, come l’autore, insistano sulla convenienza ad abbandonare l’euro. Certo nella moneta unica, alle condizioni che ci hanno imposto, non dovevamo entrarci…ma Mortadella questo allora non lo aveva capito, adesso è troppo tardi e la frittata è stata fatta. PS: Anch’io non so nulla di economia ma avendo un mutuo in euro, so quel poco che basta per affermare con certezza che tornare alla lira è una colossale sciocchezza.”

Cominciamo col dire che l’economia, evidentemente, non è cosa da bambini. E lo posso dire con la massima disinvoltura, non essendo un economista. Non ho un’etichetta da difendere. Ma ragioniamo, usando però, oltre al buon senso, anche tutte le informazioni a nostra disposizione, come gli esempi storici e i dati che ne derivano. Il ragionamento sottinteso nel commento è il seguente. L’euro è forte, mentre una qualsiasi moneta nazionale sarebbe debole; figuriamoci una moneta italiana, con la considerazione (bassa) che hanno di noi all’estero. Quindi, se ritorniamo a una nostra moneta, per prima cosa avremo una svalutazione dovuta alla speculazione dei mercati finanziari. Poi, svalutata la moneta, pagheremo carissimo tutto ciò che importiamo, quindi avremo anche una fortissima inflazione. E per finire la tragedia, chi oggi ha un mutuo (contratto ovviamente in euro), con una moneta svalutata, avrà il costo delle rate che diverrà insostenibile.

Bene, cominciamo a ragionare. Ipotizziamo, per facilità di ragionamento, che lo Stato instauri una nuova moneta chiamata “fiorino”, al cambio di 1000 a 1, cioè 1000 fiorini valgono 1 euro dal giorno 1 giugno di quest’anno. Da quel giorno lo Stato accetterà il pagamento delle tasse in fiorini, le banche distribuiranno fiorini, sul mercato dei cambi si potranno acquistare e vendere fiorini. Da quel giorno, tutti i conti correnti saranno denominati in fiorini (il numero sarà quindi moltiplicato per 1000) e gli stipendi distribuiti in fiorini. I commercianti avranno l’obbligo di convertire i prezzi in fiorini (moltiplicandoli per 1000). Avevi uno stipendio da 1000 Euro? Riceverai un milione di fiorini. La macchina costava 15mila Euro? La pagherai 15 milioni di fiorini.

Ora facciamo l’ipotesi fantastica che il giorno dopo, il 2 giugno, ci svegliamo con una moneta svalutata del 50%, perché nella notte la speculazione si è scatenata, svalutando la nostra moneta. Prima domanda: svalutata rispetto a che? Perché la svalutazione non è un termine assoluto, la svalutazione è un rapporto. Facciamo i casi estremi: immaginiamo prima una svalutazione del 50% rispetto all’euro. E cosa vorrà dire? Vuol dire che non è detto che vi sarà una svalutazione rispetto al dollaro. E vorrà dire che tutti quei paesi dell’area euro che vendevano in Italia, in primis Germania e Francia, non venderanno più un tubo, poiché i loro prezzi saranno improvvisamente rincarati del 50%. Quindi in Italia esploderà positivamente il mercato interno, ma solo per le aziende Italiane che producono in Italia.

Tanto per fare un esempio, le automobili Fiat prodotte in Italia saranno convenienti come sempre per il mercato interno, ma nello stesso mercato saranno impossibili da acquistare le automobili tedesche o francesi, così come le Fiat prodotte in stabilimenti europei (tutte queste dovranno pagare i propri operai in euro). Al contrario, i nostri prodotti saranno convenientissimi da acquistare all’estero. La prima conseguenza, facile da prevedere, sarà un boom dell’occupazione italiana.

Ancora un tassello: se abbiamo una svalutazione rispetto all’euro, cioè l’euro avrà una forte rivalutazione rispetto a tutte le altre monete, questo deprimerà pesantemente le esportazioni di chi ha quella moneta e nel contempo favorirà sui mercati internazionali proprio le aziende italiane, favorite dalla minore concorrenza delle altre aziende europee. Con una rivalutazione del 50% sul dollaro, il cambio euro/dollaro arriverebbe a circa 1,90. Le aziende dell’area euro rischierebbero di non vendere più nemmeno un chiodo all’estero. Ma veniamo al caso opposto, alla seconda ipotesi. La nostra moneta si svaluta del 50% rispetto sia all’euro che al dollaro. Si mantengono valide tutte le considerazioni svolte in precedenza: aziende italiane favorite sia sul mercato interno che nelle esportazioni in area euro. A questo si aggiunge anche un enorme vantaggio competitivo verso tutte quelle imprese che utilizzano il dollaro, verso il quale ci siamo svalutati. Quindi convenienza quasi raddoppiata.

L’altra faccia della medaglia sarebbe però, secondo il pensiero comune oggi dominante, il fatto di dover pagare in carissimi dollari una serie di beni indispensabili per la nostra economia. E il pensiero suggerito è subito quello del petrolio. E se aumenta del 50% il petrolio, di conseguenza aumenteranno del 50% pure la benzina e il gasolio, e poi aumenteranno di fatto tutte le merci (tutte le merci devono essere trasportate!) e quindi avremo un’inflazione pazzesca. Bel ragionamento, sembra non fare una grinza. Invece, già al primo tassello non ci siamo. Noi tutti consumiamo benzina, non petrolio. Importiamo petrolio, lo raffiniamo in loco e poi consumiamo benzina. La raffinazione è un costo italiano, fatto nella svalutatissima moneta nazionale. E poi ci sono le tasse, pesantissime, al 60% del costo del carburante. Il costo industriale della benzina è, secondo l’Osservatorio Prezzi del Ministero dello Sviluppo Economico, di 0,74 euro al litro. Vuol dire che oltre un euro al litro sono di tasse. Ma la componente di costo del solo petrolio, compreso nei 0,74 euro al litro, si aggira sui 0,50 euro al litro. Questa è la parte che dovremmo pagare con la nostra moneta svalutata. Vuol dire che, anche con un aumento del 50%, avremmo un aumento di 0,25 euro al litro e quindi (a parità delle altre componenti) un aumento percentuale inferiore al 15% (sul prezzo di 1,780 rilevato dall’Osservatorio Prezzi citato).

Cioè, ipotizzando una svalutazione catastrofica del 50%, avremmo il costo della benzina che arriva a circa 2,03 euro al litro. E se con la benzina io trasporto zucchine (tanto per fare un esempio concreto), il costo del trasporto sarà una frazione dei costi di produzione e quindi si avrà un impatto sempre più limitato sul prezzo di vendita delle zucchine. Al contrario, in caso di forte svalutazione, le mie esportazioni godranno al 100% degli effetti benefici della svalutazione. La svalutazione porta quindi effetti negativi per tutto ciò che importiamo ed effetti benefici per tutto ciò che esportiamo: ma gli effetti negativi sono comunque moderati dalle nostre lavorazioni e dal nostro costo del lavoro, mentre gli effetti positivi della svalutazione ricadono al 100% sui prezzi dei prodotti che vendiamo all’estero.

Non solo, ma l’Italia è sempre stata strutturalmente una nazione esportatrice. Quindi gli effetti positivi per noi sarebbero ancora più vistosi. In fin dei conti, quello che sarebbe ragionevole prevedere è una discreta inflazione insieme al boom delle esportazioni, con un forte aumento dell’occupazione.

Queste cose, chi oggi è al governo in Italia, le sa benissimo: Monti, in maniera ironica, chiese agli economisti tedeschi se preferivano competere con le innovative imprese italiane aventi una nuova lira svalutata del 30-40% rispetto all’euro. E lo sapevano benissimo tutti quelli che hanno collaborato alla costruzione di questo euro, sapevano benissimo che avrebbe portato alla crisi: lo testimonia uno studio, scaricabile dal sito ufficiale della Commissione Europea, che raccoglie 170 pubblicazioni di economisti americani sulla nascita dell’euro, il cui titolo è tutto un programma:”Non può succedere, è una cattiva idea, non può durare”.

Questo vale in termini di ragionamento: ma la storia ha qualcosa da dirci? Vediamo. Nel 1992 la speculazione contro la lira ci costringe ad uscire temporaneamente dallo Sme, con una svalutazione della lira che è stata circa del 20%. Ma l’inflazione come andò? Tra quell’anno e quello successivo l’inflazione è passata dal 5% al 4%, cioè è calata. Un altro esempio? Tra il 1999 e il 2000 la lira aveva già il cambio fisso con l’euro a 1936,27. In quel periodo l’euro si svalutò sul dollaro di circa il 30%, passando da 1,15 a 0,84 Euro su Dollaro. Quindi per noi il petrolio, che paghiamo in dollari, costava il 30% di più. Ma anche in quel periodo l’inflazione rimase contenuta, intorno al 3%. Dunque la storia e i freddi numeri sembrano disegnare uno scenario concorde con i ragionamenti sopra esposti: all’Italia converrebbe uscire dall’euro e ripristinare una moneta nazionale.

Del resto, a conclusioni analoghe sono giunti due studiosi della famosa banca americana Merrill Lynch, che hanno pubblicato uno studio nel quale mostrano come alla Germania addirittura converrebbe pagare l’Italia per farla rimanere nell’euro.

Ma veniamo al punto sollevato all’inizio, cioè il pagamento delle rate di un mutuo contratto inizialmente in euro. Io non sono un esperto giurista, ma direi che qui si applica la cosiddetta Lex Monetae, in base alla quale uno Stato sovrano sceglie liberamente quale moneta usare. Ne consegue che tutti i contratti possono essere riconvertiti nella nuova valuta, al tasso fissato inizialmente, senza che alcuna delle parti contrattuali possa avere nulla da eccepire. Il principio è reso concreto dai seguenti articoli del Codice Civile.

Articolo 1278. Se la somma dovuta è determinata in una moneta non avente corso legale nello Stato, il debitore ha facoltà di pagare in moneta legale al corso del cambio nel giorno della scadenza e nel luogo stabilito per il pagamento.
Articolo 1279. La disposizione dell’articolo precedente non si applica, se la moneta non avente corso legale nello Stato indicata con la clausola “effettivo” o altra equivalente, salvo che alla scadenza dell’obbligazione non sia possibile procurarsi tale moneta.

Questi due articoli sembrano incastrare il debitore a pagare comunque, anche in moneta nazionale, ma la cifra del mutuo contratto in valuta iniziale (l’euro); cioè, una rata del mutuo che costava 1000 Euro, cioè 1 milione di fiorini prima della svalutazione, rischia di costare, dopo la svalutazione del 50%, sempre 1000 Euro ma 1 milione e 500 mila fiorini. Una catastrofe per tante famiglie e tante imprese, la catastrofe temuta dal nostro commentatore. Ma…

Articolo 1280. Il pagamento deve farsi con una specie di moneta avente valore intrinseco… Se però la moneta non è reperibile, o non ha più corso, o ne è alterato il valore intrinseco, il pagamento si effettua con moneta corrente che rappresenti il valore intrinseco che la specie monetaria dovuta aveva al tempo in cui l’obbligazione fu assunta.
Articolo 1281. Le norme che precedono si osservano in quanto non siano in contrasto con i principi derivanti da leggi speciali. Sono salve le disposizioni particolari concernenti i pagamenti da farsi fuori del territorio dello Stato.
L’Articolo 1280, che riporto per completezza, introduce un argomento delicato, quello del valore intrinseco, su cui si potrebbe discettare. Ma il successivo articolo chiarisce in maniera sostanziale la questione che ci interessa. Infatti, il governo in carica, che dovesse stabilire il ripristino della sovranità monetaria, dovrebbe fare proprio una legge speciale, in modo da preservare la solvibilità dei debitori e di tutti i contratti pregressi. E come potrebbe essere altrimenti? Come si potrebbe permettere una legge per il ripristino della sovranità monetaria e che manda in rovina il 90% di famiglie e imprese? Ma vi pare ragionevole?

Vi pare che io (almeno io!) possa essere così folle da proporre il ripristino della sovranità monetaria per difendere l’economia reale (i nostri stipendi!) dalla speculazione finanziaria, e poi permetta un sistema che mette nelle mani della speculazione finanziaria il valore dei nostri stipendi? Se un governo, se uno Stato non ha il potere di decidere quale moneta utilizzare per la propria economia e per i propri pagamenti, compresi i pagamenti dei debiti, a che serve la sovranità monetaria? Quale sarebbe il contenuto di tale sovranità?

Ovviamente uno Stato sovrano che agisce indiscriminatamente può danneggiare qualcuno o danneggiare interi settori dell’economia: ma questo è precisamente il potere di uno Stato sovrano, che esercita la sovranità (come recita l’Articolo 1 della nostra Costituzione) che appartiene al popolo. Certamente c’è il pericolo che tale sovranità venga esercitata a danno del popolo, ma c’è di peggio: che tale sovranità non venga proprio esercitata, o venga lasciata nelle mani della speculazione finanziaria. Proprio quello che, con la sua politica monetaria criminale, sta facendo la Banca centrale europea.

Qui si inserisce l’ultimo, decisivo, argomento di natura tecnica. Come noto, una parte consistente dei nostri titoli di Stato è in mano a banche e fondi stranieri. Se tali titoli vengono da oggi pagati nella nostra moneta nazionale, secondo voi quale sarà la reazione di tali fondi? Speculeranno contro la nostra moneta, distruggendo così il valore dei miliardi di titoli che hanno in tasca? Io ho in realtà un solo timore: che, ripristinata la nostra moneta nazionale, non si abbia uno straccio di svalutazione, e le nostre imprese non abbiano gratis un vantaggio nelle esportazioni.

E vorrei chiudere questa analisi con l’argomento accennato all’inizio di questo articolo. La nascita dell’Italia è del 1861. Siamo una Repubblica dal 1946, dopo una sanguinosa guerra mondiale che per noi si è tramutata in una guerra fratricida. Io non credo che vi sia stato uno solo dei Mille che seguivano Garibaldi, o un solo partigiano che si decise di partire per la montagna lasciando la sua famiglia, che si sia preoccupato della rata del mutuo o della possibile inflazione per l’anno dopo. Quello che facevano, mettendo a rischio la propria vita e quella dei propri cari, lo facevano per un ideale, lo facevano per una lotta di liberazione. Non lo facevano certo per l’inflazione o per la rata del mutuo.

Ecco, io credo che quello sia lo stesso spirito che deve animare chiunque desideri il ritorno alla sovranità monetaria. Anzi, quello è lo spirito che anima me e tanti italiani che come me chiedono il ritorno alla sovranità monetaria. Questa è una affermazione di sovranità che deve essere riconquistata, perché è in gioco la nostra libertà. Non solo la nostra libertà di fare spesa pubblica. Non solo la nostra libertà di fare impresa. Non solo la nostra libertà di avere una sanità pubblica e una pubblica istruzione con mezzi finanziari adeguati.

Quello che veramente è in gioco è la nostra possibilità e la nostra capacità di dare valore, anche monetario e finanziario, ai nostri valori, ai valori che riteniamo fondanti per il nostro popolo. Io ritengo che ciascuno di noi abbia il dovere morale di ribellarsi a una dittatura finanziaria che ha deciso e pianificato di fare della crisi economica un metodo di governo attraverso la deliberata, esplicita e rivendicata soppressione del dibattito democratico. Si è mai visto nella storia moderna uno Stato ripetere un referendum, perché il risultato iniziale non ha soddisfatto i suoi desideri?

Eppure questo è quello che hanno fatto in Irlanda, raggiungendo alla fine il risultato di capovolgere il primo risultato (risultato capovolto per ben due volte, nel 2002 e nel 2009); lo stesso hanno fatto in Danimarca, per il Trattato di Maastricht, raggiungendo il risultato; e lo stesso hanno fatto in Svizzera, senza però raggiungere il risultato. Dopo il fallito referendum del 2005 in Francia sulla Costituzione Europea, hanno smesso di consultare i popoli, sono andati avanti a colpi di fiducia e a decreti approvati in pieno agosto (come il Trattato di Lisbona, che modifica e ratifica il Trattato per l’Unione europea mai approvato, pubblicato in G.U. l’8 agosto 2008), nel silenzio generale dei media.

Se anche il recupero della sovranità monetaria dovesse portare alla catastrofe economica, incluse le dieci piaghe d’Egitto, ogni cittadino italiano degno di tal nome dovrebbe sentire il dovere morale e civile di battersi per contrastare l’attuale dittatura finanziaria, che minaccia di diventare dittatura e basta. Credete forse che per il popolo ebreo l’uscita dalla schiavitù dell’Egitto sia stata una passeggiata? Non hanno camminato per quarant’anni nel deserto prima di arrivare alla Terra Promessa? E allora che dovevano fare? Rimanere schiavi? Lo ripeto: qui è in gioco la nostra libertà, il nostro futuro. Quindi è in gioco anche la nostra fiducia per il futuro, cioè la possibilità di una ragionevole speranza.

Il contrario della libertà è la schiavitù: nel passato, in un tempo lontano, l’incapacità di ripagare un debito portava alla schiavitù; e questo vogliono i poteri finanziari, riportarci indietro nel tempo, a uno stadio di inciviltà in cui era accettabile e ragionevole la schiavitù. E il contrario della speranza è la disperazione, cioè il motivo per cui tanti italiani arrivano al suicidio per la crisi economica, come i coniugi di Civitanova Marche, ultimi di una lunga lista, che purtroppo non terminerà oggi. Questo è quello che veramente è in gioco: vogliamo ancora parlare “della rata del mutuo”?

http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2013/4/14/FINANZA-2-Cosi-una-nuova-lira-puo-salvare-l-Italia/381039/

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Ebbene sì, dopo tanto tempo, studi “matti e disperatissimi”, ricerche di archivio, confronto con i più grandi studiosi italiani, è in libreria – lo potete trovare alla Libreria Hoepli – il volume di Paolo Baffi, Parola di Governatore, curato da Sandro Gerbi e Beniamino A. Piccone, Nino Aragno Editore.

Paolo Baffi (1911-1989), Governatore della Banca d’Italia dal ’75 al ’79, è stato una figura di spicco nella storia economica del Paese e, allo stesso tempo, una delle tante vittime ‘eccellenti’ del nostro secondo Novecento.

Il libro vuole documentare entrambi questi aspetti della sua biografia. Nella prima sezione, infatti, si possono leggere le sue quattro Considerazioni finali; nella seconda, il suo diario del 1978-81 (Cronaca breve di una vicenda giudiziaria), pubblicato integralmente per la prima volta nel 1990.

Come scrisse uno dei suoi ‘allievi’ prediletti, Tommaso Padoa-Schioppa, il governatorato di Baffi «si svolse in anni che sono tra i più duri e più disgraziati nella storia della Repubblica italiana. Furono anni segnati dall’inflazione, dallo shock petrolifero, da un’indicizzazione forsennata dei redditi, dal dominio di idee balorde (il salario variabile indipendente, l’indicizzazione come antidoto all’inflazione, la parità salariale Nord-Sud imposta dall’alto, e via dicendo), da un’ennesima abdicazione di responsabilità delle nostre classi dirigenti, da tardive riforme sociali mal progettate e ignare delle effettive risorse del Paese. Furono gli anni terribili del terrorismo, di delitti oscuri, della messa a morte di Aldo Moro».

L’attualità del pensiero di Paolo Baffi è sconvolgente. Se riprendiamo il suo intervento all’Accademia dei Lincei nel marzo del 1974, leggiamo che ogni volta che il settore pubblico si indebita non per effettuare investimenti, ma per effettuare spesa corrente, “tradisce l’intenzione di risparmio delle famiglie“.
E siamo ancora qui quarant’anni dopo a insistere per la mancata azioni incisiva sulle spese correnti, che salgono sempre e sui tagli sbagliati agli investimenti.

E’ per questo motivo, che Baffi – molto sensibile alla sorte avversa (il padre tornò da emigrante dall’Argentina “per difetto di fortuna”) dei risparmiatori falcidiati dall’inflazione, si impegnò per la creazione di un nuovo titolo indicizzato, il Certificato di Credito del Tesoro, alias CCT, ancora attualissimo.

Il prof. Masciandaro ha definito con saggezza Paolo Baffi il Governatore della Vigilanza. E vediamo dalle ultime vicende del Monte dei Paschi quanto la lezione di Baffi di una Vigilanza attenta, severa, che non guarda in faccia a nessuno sia all’ordine del giorno.

In una lettera a Masciandaro del 2 giugno 1988, Baffi scrive: “La presenza di operatori disonesti impegnò in quel tempo le energie della Banca sul fronte della Vigilanza; è in ragione di quel serio e forse temerario impegno che chi Le scrive e il suo maggiore collaboratore [Mario Sarcinelli] nel campo indicato furono fatti cadere“.

Nell’introduzione, ho cercato di concentrarmi sul Baffi economista. Il timore di alcuni era di focalizzarsi eccessivamente sulle vicende giudiziarie, che hanno visto la Banca d’Italia vittima di un attacco politico giudiziario, culminato il 24 marzo 1979 con l’arresto di Mario Sarcinelli e l’incriminazione del Governatore Baffi.

Marco Vitale ha scritto: “Quando Beniamino Andrea Piccone mi parlò del progetto di questo libro, raccomandai di non restringere la storia alla vicenda giudiziaria, sacrificando la figura di Baffi, grande economista ed operatore economico. Basta pensare ai 12 anni decisivi per la ricostruzione dal 1944 al 1956 nei quali Baffi diresse l’ufficio studi di Banca d’Italia. Ed i quindici anni di fuoco dal 1960 al 1975, nei quali Baffi resse la Direzione Generale della Banca.

Il pericolo che temevo non si è concretizzato. Pur costretto al periodo del governatorato 1975-79, il libro ci offre un profilo di Baffi completo e preciso“.

Paolo Baffi

Come scrisse Luigi Spaventa, fu troppo onesto per piacere ai politici: “A maestro di vita lo hanno promosso la sua opera in vita, l’insegnamento che ha dato in parole e in azioni, i suoi scritti, il suo dubitare laico e la sua laica tolleranza“.   Chi vuole, può passare a salutarmi in ufficio. Gli farò una dedica personale.

Caro Paolo Baffi, siamo ormai in tanti a rimembrarti. I maestri non muoiono mai. Sono sempre con noi.

La terra ti sia lieve.

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Il 24 marzo è un giorno importante. Mai la Banca d’Italia ha visto profanata la propria immagine come il 24 marzo 1979 con l’arresto del vice-direttore generale Mario Sarcinelli e l’incriminazione del Governatore Paolo Baffi, banchieri centrali stimati in Italia e all’estero.

Come dice Milan Kundera nel Libro del riso e dell’oblio (Adelphi, 1998) “La memoria è l’arma dei deboli contro i forti”. Allora torniamo al racconto dei fatti. Qui trovate il link alla prima parte, pubblicata lunedì.

Come mai nel 1979 il “coacervo politico-affaristico-giudiziario” prende di mira e vuole punire la Banca d’Italia? Quali sono le “colpe” di Baffi e Sarcinelli?

1) aver fatto sciogliere il cda dell’Italcasse, cioè del più importante istituto di credito dominato dal potere DC;

Beniamino Andreatta
2) aver ordinato un’ispezione presso il Banco Ambrosiano guidato da Roberto Calvi ; nel processo per bancarotta del Banco Ambrosiano nel 1982, Andreatta riferirà che: “Sarcinelli pallido in volto e con il tono amaro, mi disse che lui era finito in galera proprio per Calvi, giacchè il caso giudiziario che gli era occorso era stato montato in concomitanza con la conclusione dell’ispezione al Banca Ambrosiano del 1978, e proprio a causa della stessa”.

3) l’opposizione ferrea ai piani di salvataggio delle banche di Sindona, il cui commissario liquidatore era Giorgio Ambrosoli .

Umberto Ambrosoli scrive: “Queste sollecitazioni mirano a far sì che alla liquidazione sia data una soluzione fantasiosa…il buco lasciato dalle condotte criminose di Sindona sarebbe stato ripianato con i soldi della collettività. Di fatto, sarebbe stato annullato il provvedimento di commissariamento e messa in liquidazione della banca, Sindona sarebbe stato restituito vergine alla sua capacità di continuare a fare affari in Italia, sarebbe venuto meno il processo penale: tutto grazie ai soldi della collettività”.

Sarcinelli alle sollecitazioni di Andreotti, Evangelisti e l’avv. di Sindona Guzzi rispose: “Noi non guardiamo cose che ci provengono dagli avvocati di persone che secondo noi sono dei bancarottieri, perchè dobbiamo guardarlo?”

Giorgio Ambrosoli
Nel 1986, il faccendiere Pazienza affermerà, davanti ai magistrati, che l’incriminazione di Baffi e Sarcinelli era stata decisa dalla Loggia P2 capitanata da Licio Gelli.

Baffi e Sarcinelli vennero scagionati nel 1981 per l’assoluta insussistenza delle accuse. E’ significativo ricordare che al momento di lasciare la Magistratura, dopo 42 anni di carriera, il Sostituto Procuratore dellaa Cassazione, Cesare d’Anna scrisse: “Mi sia permesso di chiudere la mia carriera con un atto di umiltà: a nome di quella giustizia italiana che non ho mai tradita, intendo chiedere solennemente perdono ai professori Baffi e Sarcinelli ed a tutte le eventuali vittime di un distorto, iniquo esercizio del potere giudiziario”.

Marco Vitale con rammarico ed un filo di sarcasmo scrisse: “Ho sempre sostenuto che la nomina da Baffi a governatore delle Banca d’Italia è stata l’unica riforma di struttura degli anni ’70. Non è dunque un caso che Baffi e Sarcinelli siano trattati come malfattori. […] Così come non è un caso che tutta l’Italia seria, quella che guarda al futuro e non al passato, ha subito compreso, al di là del merito giuridico, il significato politico dell’episodio e dice a Baffi ed a Sarcinelli: resistete. […] La realtà è che questa Banca d’Italia seria dava fastidio e meritava una lezione. Così come merita una lezione tutta questa Italia seria che sta cercando, con tutta fatica, di ricostruire il proprio tessuto economico e il proprio volto di paese civile.”

Federico Caffé
I migliori economisti italiani capitanati da Sergio Steve – Caffè, Andreatta, Spaventa, Savona, Monti, Tarantelli (ricordato ieri su questo blog), Reviglio e altri, in totale circa 150 – il 2 aprile 1979 firmano una dichiarazione a favore di Baffi e Sarcinelli e contro l’ignobile attacco: “Conosciamo da anni la dirittura morale, l’impegno intellettuale e civile e la competenza tecnica di Paolo Baffi e Mario Sarcinelli; siamo certi delle loro assoluta correttezza nello svolgimento dei compiti del loro ufficio. […] Il Paese ha bisogno che uomini retti come Baffi e Sarcinelli ed istituzioni di alto prestigio ed efficienza quali la Banca d’Italia possano operare serenamente per il bene di tutti”.

Il 24 Aprile 1979 gli economisti che firmarono il manifesto appena menzionato, furono convocati in massa presso il Palazzo di giustizia ed interrogati dal pubblico ministero Alibrandi. Gli economisti vennero maltrattati con frase denigratorie o accusatorie del tipo: “Levi i gomiti dal tavolo, qui il professore sono io” o “Avrebbe firmato un manifesto per le Brigate rosse? (un magistrato ha il coraggio di paragonare Baffi e Sarcinelli alle Brigate Rosse, la fine della storia, direbbe Fukuyama, ndr)”.

Paolo Baffi
Nelle Considerazioni finali del 1979 – le sue ultime, si dimetterà nell’ottobre 1979 – Baffi scrisse: “Ai detrattori della Banca auguro che nel morso della coscienza trovino riscatto dal male che hanno compiuto alimentando una campagna di stampa intessuta di argomenti falsi o tendenziosi e mossa da qualche oscuro disegno. Un destino beffardo ha voluto che da questa campagna io fossi investito dopo 43 anni di servizio”.

Ma nelle memorie (documento storico eccezionale) consegnate a Massimo Riva e pubblicate su Panorama l’11 febbraio 1990 – che potete trovare ai link: Cronache brevi prima parte ; Cronache brevi seconda parte – Baffi commentò: “Queste parole piuttosto pacate non danno certo misura dell’amarezza e dello sdegno che io provavo in quei giorni: ma se vi avessi dato sfogo, forse mi sarei procurato nuove incriminazioni”.

Così Carlo Azeglio Ciampi: “Nell’ottobre del 1979, Paolo Baffi rinunciò alla carica di Governatore nel timore che la Banca risentisse della vicenda giudiziaria che ne aveva tanto ingiustamente colpito il vertice. La dignità di cui Paolo Baffi diede esempio ne ha innalzato la figura”.

Caro Paolo Baffi, sei uno dei nostri più alti riferimenti. Nella dispensa per gli studenti, chiudo un approfondimento su Paolo Baffi riportando le parole di Massimo Riva – Una stella nel cielo degli onesti (La Repubblica, 8 agosto 1989): “Con la coscienza tragica di Prometeo, Paolo Baffi sapeva altrettanto bene che la libertà e la dignità dell’uomo si riscattano solo facendo il proprio dovere, avvenga che può. Lasciandosi questa lezione alle spalle, ora è andato ad arricchire quel cielo stellato sulle nostre teste, a cui guardano tutti gli uomini che, pur in tempi di degrado dell’etica pubblica, non hanno perso la volontà di fare la propria parte anche a costo di suscitare la vendetta degli dèi. Basterà allora alzare gli occhi: in quel cielo da ieri notte c’è una stella in più e la sua luce risulta già più forte delle trame e dei mediocri maneggi dei piccoli mercanti che ancora occupano il tempio della politica”.

Caro Governatore, ti sia lieve la terra.

Per approfondimenti si consiglia:

– Sandro Gerbi (a cura di) Giorgio Ambrosoli. Nel nome di un’Italia pulita, (con contributi di U. Ambrosoli, G. Modolo, G. Turone e S. Bragantini), Aragno, Torino 2010
– Giuseppe Amari (a cura di), In difesa dello Stato al servizio del paese, Ediesse Editore, 2010
– Giorgio Ambrosoli e Paolo Baffi. Due storie esemplari, Università Bocconi Editore, 2009
– SIBC, Atti del convegno Etica pubblica e poteri di controllo: la vicenda Baffi, Sarcinelli, Ambrosoli, Roma, 22 ottobre 2009
– Umberto Ambrosoli, Qualunque cosa succeda, Sironi Editore, 2009
– Corrado Stajano, Un eroe borghese. Il caso dell’avvocato Giorgio Ambrosoli assassinato dalla mafia politica, Einaudi, 1991
– Paolo Baffi. Testimonianze e ricordi, Scheiwiller, 1990
– Paolo Baffi, Cronache brevi, pubblicate da Panorama, 11 febbraio 1990
– Marco Vitale, Intervento al Circolo Società Civile, il 15 maggio 1989

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Un ipocrita, traditore del Nuovo Ordine Mondiale, ricorda

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Ministero dell’Economia e delle Finanze – Roma
13/02/2008

Signor Presidente della Repubblica, gentile e cara signora Giana, Eleonora, Filippo, Autorità, cari amici.

La mia conoscenza di Andreatta ebbe inizio nei primi anni sessanta; i nostri rapporti, dapprima di sola collaborazione, si trasformarono successivamente in vera amicizia.

L’ultima, rilevante occasione di collaborare con Andreatta risale al periodo 1993-94, quando egli ricoprì la carica di Ministro degli Esteri nel Governo che ebbi l’onore di presiedere.

In questa sede voglio soffermarmi sulla sua azione di Ministro del Tesoro, mentre ero Governatore della Banca d’Italia.

La sua attività come responsabile dell’Economia si svolse in anni difficili, per molti versi drammatici, non solo per la situazione economica e finanziaria del Paese stretto tra deficit pubblici in crescita, crisi valutarie e spinte inflazionistiche, ma soprattutto perché permaneva la violenza terroristica ed era venuta alla luce la trama eversiva di una loggia massonica deviata.

Ricorderò due fatti che hanno visto Andreatta protagonista, ne hanno messo in luce le non comuni doti etiche e professionali e la determinazione nel perseguire il bene comune: il cosiddetto divorzio e la crisi del Banco Ambrosiano.

Prima però voglio aggiungere che il ricordo più vivo che conservo di lui è il suo altissimo senso delle istituzioni, il rispetto che ne aveva. Con la Banca d’Italia, Andreatta sollecitava una dialettica, anche serrata, ma non condivideva certo la posizione di chi vedeva la Banca d’Italia come un centro di potere, un fortino da espugnare e occupare.

* * *

Veniamo al “divorzio”. Agli inizi degli anni ’80 la creazione di moneta avveniva prevalentemente attraverso il canale Tesoro. Gli interventi della Banca d’Italia erano volti essenzialmente a cercare di assorbire gli eccessi di liquidità in tal modo creati.

Dal 1976 la Banca d’Italia era divenuta acquirente residuale di tutti i BOT emessi dal Tesoro al tasso di interesse deciso dallo stesso Tesoro e rimasti invenduti all’emissione. Ciò avveniva non “in forza di un obbligo di legge” come precisò il Governatore Paolo Baffi nelle Considerazioni finali di quell’anno “ma perché l’Istituto ha creduto di accettare la validità di una ragione economica e storica più cogente della pur profonda convinzione di quanto sia effimero e dispersivo il sostegno dell’occupazione e del reddito affidato all’inflazione.”

Nel tempo, di questa situazione ne soffriva l’intera economia.

Il convincimento che ci facemmo Andreatta e io era che fosse indispensabile ridare autonomia alla politica monetaria.

Di qui l’idea, sulla quale concordammo entrambi, di modificare la prassi introdotta nel 1976. L’attuazione di questo proposito fu oggetto, nell’autunno 1980-81, di lunghi colloqui tra Andreatta e me. Nel febbraio 1981, a conclusione di quei colloqui, e sulla base di uno studio effettuato da un gruppo di lavoro Tesoro-Banca d’Italia, ci fu uno scambio di lettere con le quali si stabiliva di abolire il meccanismo automatico di acquisto dei BOT da parte della Banca d’Italia: una decisione che la pubblicistica economica battezzò con il nome di “divorzio”.

Avevamo posto la prima pietra per costruire quella “cultura della stabilità” che poi avrebbe consentito all’Italia di partecipare fin dall’inizio alla moneta unica europea.

Per quanto concerne il Banco Ambrosiano, le cause della crisi e del fallimento appartengono ormai alla storia del sistema bancario italiano. Su di esse si sono espressi il Parlamento e l’Autorità Giudiziaria; numerosi studiosi, anche di recente, hanno approfondito i diversi aspetti della vicenda.

In questa occasione intendo limitarmi a ricordare il contributo fornito da Andreatta per pervenire nel massimo della chiarezza alla soluzione del problema.

Lo spessore morale di Andreatta consentì di trovare soluzioni di ”pulizia” netta. Con il suo alto senso delle istituzioni non cercò di minimizzare l’accaduto o di occultare responsabilità e comportamenti scorretti, sul piano giuridico e su quello deontologico. Intervenendo alla Camera per riferire sull’accaduto definì la vicenda dell’Ambrosiano come “la più grave deviazione . . . rispetto alle regole della professione bancaria verificatasi . . . in un grande paese industriale negli ultimi quarant’anni”.

La linea di severità che si scelse di seguire permise anche di ridurre l’entità delle perdite, recuperando ingenti fondi, in Italia e soprattutto, all’estero.

Con determinazione, concretezza e massima trasparenza Andreatta assunse le decisioni necessarie alla soluzione del caso; decisioni non facili per le implicazioni riguardanti Stati esteri e i loro sistemi bancari.

La crisi dell’Ambrosiano precipitò il 12 giugno del 1982 con la fuga di Calvi. Si decise l’immediato commissariamento del Banco.

Durante il commissariamento Tesoro e Banca d’Italia convennero nel cercare la formazione di un pool di banche disponibili a fornire liquidità al Banco Ambrosiano, sì da evitare la chiusura anche solo temporanea degli sportelli. Lo stesso pool di banche si dichiarò disponibile a subentrare al Banco Ambrosiano qualora dagli accertamenti dei commissari ne fosse emerso il dissesto patrimoniale. Tutto ciò fu definito il 9 luglio nel corso di una lunga riunione svoltasi in Banca d’Italia e che si tenne alla presenza del Ministro Andreatta. Il contenuto della riunione fu reso pubblico da un comunicato stampa stilato dalle stesse banche partecipanti.

I commissari accertarono che l’attività del Banco in Italia era prevalentemente sana; il “marcio” si annidava nelle consociate estere.

L’acclaramento delle modalità operative di Calvi mise in luce che egli aveva sfruttato l’insufficiente grado di coordinamento tra le Autorità di vigilanza dei diversi Paesi e in tal modo aveva eluso i controlli.

Con Andreatta si convenne che nelle sedi internazionali occorreva fare riferimento con fermezza a quanto stabilito dall’accordo di Basilea circa l’azione della Vigilanza; essa, infatti, non aveva responsabilità per l’attività svolta all’estero da una banca nazionale attraverso società giuridicamente distinte dalla casa madre e non soggette alla Vigilanza del paese della stessa casa madre.

La soluzione della crisi fu attuata in tempi strettissimi, grazie all’intensa collaborazione tra il Tesoro e la Banca d’Italia.

Il 4 agosto, mercoledì, i commissari straordinari, terminato il loro compito, chiesero la liquidazione del Banco Ambrosiano; il venerdì successivo il CICR approvò la proposta di liquidazione. Il fine settimana fu utilizzato per dar luogo alla costituzione del Nuovo Banco, alla nomina degli amministratori e dei Sindaci, al subentro del nuovo Banco nell’attività del cessato Banco Ambrosiano. Il lunedì, 9 agosto, tutti gli sportelli del Nuovo Banco operarono regolarmente.

Questi, in estrema sintesi, i miei ricordi della fase acuta di quel drammatico “caso”, alla cui soluzione Nino Andreatta contribuì in misura determinante.

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post pubblicato in Kosmos, il 24 marzo 2009

Il caso Baffi–Sarcinelli “scoppia” il mattino del 24 Marzo 1979 quando il colonnello Campo dei carabinieri si presenta in via Nazionale, presso la sede della Banca d’Italia, per notificare una comunicazione giudiziaria al governatore Paolo Baffi ed eseguire il mandato di cattura spiccato nei confonti di Mario Sarcinelli, vicedirettore generale nonché capo dell’Ispettorato vigilanza sugli istituti di credito della Banca d’Italia. A emettere i due provvedimenti sono il giudice istruttore Antonio Alibrandi e il pm Luciano Infelisi. In realtà anche Baffi dovrebbe essere arrestato ma evita il carcere “in considerazione dell’età avanzata”. La notizia si diffonde rapidamente: è la prima volta dalla sua fondazione che un altissimo dirigente della Banca d’Italia subisce l’onta dell’arresto.

Di cosa sono accusati Baffi e Sarcinelli? Occorre fare un passo indietro.

Il 13 Luglio 1977 il senatore DC Vincenzo Carollo (risultato poi iscritto alla P2) presenta un’interrogazione parlamentare circa i finanziamenti erogati dall’IMI, attraverso il Credito Industriale Sardo (CIS), a favore della SIR di Nino Rovelli. Nel comitato esecutivo dell’IMI sedevano, all’epoca dei fatti, anche Giorgio Cappon, Paolo Baffi e Nino Andreatta. A seguito dell’interrogazione Carollo parte un’inchiesta della magistratura sulle presunte irregolarità nelle procedure di emissione dei crediti alla SIR. In realtà alla fine questa inchiesta porterà all’incriminazione di Rovelli e dei suoi collaboratori per truffa ai danni dello Stato, ma questo solo molto tempo dopo i fatti che qui raccontiamo.

L’azione nei confronti dei vertici della Banca d’Italia comunque prende le mosse proprio da questa inchiesta: Baffi e Sarcinelli vengono accusati di aver nascosto alla magistratura inquirente un rapporto stilato dagli ispettori della Banca d’Italia proprio sui finanziamenti del CIS alla SIR; inoltre si accusa il governatore di aver agito per coprire proprie responsabilità, in quanto ex membro del comitato esecutivo dell’IMI. Tuttavia queste accuse appaiono fin da subito infondate e quantomeno pretestuose e l’offensiva del giudice Alibrandi (ambiguo personaggio vicino alla destra missina) eccessiva, tanto da creare imbarazzo nella stessa Procura di Roma.

Le reazioni non si fanno attendere. Il Direttorio della Banca d’Italia (Baffi, Carlo Azeglio Ciampi e Alfredo Persiani Acerbo), immediatamente convocato, emette un comunicato: si assicura la massima collaborazione alla magistratura; si respingono con determinazione tutte le accuse mosse a Sarcinelli e si ribadisce la correttezza dei vertici dell’Istituto; i membri del Direttorio minacciano inoltre di dimettersi. Gli stessi collaboratori di Sarcinelli difendono l’operato del loro direttore: dicono ai giornalisti che la procura di Roma conosce benissimo la procedura che l’Ispettorato segue per le ispezioni bancarie; che vengono sempre comunicati alla magistratura tutti i rapporti da cui emerga un reato ma che dal rapporto sul CIS non emergeva appunto alcun reato e comunque il rapporto stesso era sempre a disposizione dei giudici. A suffragare questa tesi c’è in effetti la “perizia fiume” sui finanziamenti del CIS già eseguita, su incarico della stessa procura di Roma, da un gruppo di esperti (Ferri, Arcangioli, Trementozzi, Del Maro, Bertani, Ranellucci, Sarnari, Piovano) che concludono così:

Non trova spazio di credibilità che gli istituti di credito non abbiano tenuto fede ai loro obblighi legislativi e statutari. Si rimane increduli di fronte all’ipotesi che la truffa si sarebbe dovuta necessariamente compiere col concorso di un esercito di persone!

I periti elencano tutti gli organi che d’accordo tra loro avrebbero dovuto alterare i documenti e concludono che l’unica cosa sbagliata nella vicenda SIR “sarebbe stato il grande programma di sviluppo totalmente o parzialmente inadeguato alle esigenze economiche nazionali.

Appare chiaro fin da subito che Baffi e Sarcinelli sono in realtà vittime di un gioco ben più grande. Eraldo Gaffino su “La Repubblica” del 25 Marzo 1979 scrive: “Il vice direttore generale [Sarcinelli] indubbiamente era divenuto negli ultimi anni uno dei più ferrei (e odiati) controllori delle banche italiane.” Come già detto infatti Sarcinelli, oltre che vicedirettore generale, era responsabile di uno degli uffici chiave della Banca d’Italia: l’Ispettorato vigilanza sugli istituti di credito. Sempre Sarcinelli, d’intesa con il governatore Baffi, aveva fatto sciogliere il CdA dell’Italcasse, “cioè del più importante istituto di credito dove si concentrava il potere democristiano” [E. Gaffino cit.]; aveva ordinato un’ispezione (effettuata tra il 17 Aprile e il 17 Settembre 1978) presso il Banco Ambrosiano di Roberto Calvi; manteneva una posizione nettamente contraria al salvataggio della Banca Privata Italiana di Michele Sindona, appoggiandone il liquidatore, l’avvocato Giorgio Ambrosoli, nonostante le forti pressioni di una parte del mondo politico, in particolare la corrente andreottiana della DC. Sono queste ultime due vicende, ma lo si scoprirà solo in seguito, a far scattare le manette ai polsi del vicedirettore. Nel suo libro “Un eroe borghese” Corrado Stajano rileva lucidamente:

Nell’affare Baffi–Sarcinelli c’è una sostanziale ripetitività con l’affare Ambrosoli-Sindona, più bruciante, più tragico. I giornali che attaccano il governatore e il suo modo indipendente di guidare la Banca d’Italia sono gli stessi che hanno avallato Michele Sindona nelle sue avventure, disavventure e nel tentativo di salvataggio: “Il Fiorino”, “Il Borghese”, “Il Secolo d’Italia”, l’agenzia “Aipe” e l’Agenzia “OP” di Mino Pecorelli. Anche il gioco delle parti è lo stesso, uguali o simili i personaggi, Andreotti, Evangelisti, Stammati, gli uomini del Banco di Roma, la Società Generale Immobiliare, i palazzinari romani, i giornalisti della P2 con in più i magistrati dell’ufficio istruzione di Roma, Luciano Infelisi, Achille Gallucci, Antonio Alibrandi.

Il 2 Aprile 1979 viene pubblicata una dichiarazione-manifesto a favore di Baffi e Sarcinelli firmata tra gli altri da Federico Caffè, Nino Andreatta, Luigi Spaventa, Claudio Napoleoni, Siro Lombardini, Mario Monti, Luciano Cafagna, Ezio Tarantelli, Franco Reviglio. Risultato: tutti i firmatari vengono convocati dai magistrati come testimoni. Il 5 Aprile Sarcinelli ottiene la libertà provvisoria ma solo dopo che, ventiquattro ore prima, Baffi è stato costretto a firmare la sua sospensione dall’incarico di capo della Vigilanza. Il governatore nel suo diario del 4 Aprile scrive:

La lettera di sospensione a Sarcinelli è l’atto più avvilente al quale sia stato chiamato nella mia vita. La mortificazione mi viene inflitta con l’incriminazione e con questo atto che impone l’abbandono della carica: non posso continuare a identificarmi col sistema delle istituzioni che mi colpisce o consente che mi si colpisca in questo modo. Inoltre sono paralizzato nell’esercizio delle mie funzioni: come potrei discutere di industria chimica al CIRC o inviare rapporti al giudice penale su ipotesi di reati simili a quelli di cui sono imputato?

Il 6 Aprile su “La Repubblica”, in una intervista a Giuseppe Turani, Nino Andreatta ripercorre la vicenda dei finanziamenti alla SIR, ammettendo che fu un grosso errore tecnico ma precisando:

L’idea che dietro quell’errore ci fosse un disegno criminoso mi sembra pazzesca. Per noi in quel momento si trattava solo di utilizzare i soldi raccolti sul mercato per un’operazione che rientrava perfettamente nella logica di una banca di finanziamento industriale. […] Io sospetto però che si voglia colpire Baffi come ex presidente dell’IMI per colpirlo in realtà come governatore della Banca d’Italia.

Sempre lo stesso giorno su “La Repubblica” il direttore Eugenio Scalfari si domanda “A chi piace questo golpe?” e tra l’altro rileva:

In tutta questa vicenda il presidente del Consiglio [Andreotti] è rimasto assolutamente muto. E’ un silenzio assai strano. […] La Banca d’Italia ha promosso negli ultimi tempi azioni ispettive nei confronti di alcuni “santuari” del potere. In particolare le ispezioni hanno avuto per oggetto l’Italcasse e il Banco Ambrosiano. Il silenzio della Presidenza del Consiglio è forse motivato da quelle ispezioni e dal desiderio di sgombrare il campo da vigilanze troppo meticolose? Noi non vogliamo crederlo, ma il silenzio del presidente del Consiglio certo non ci aiuta a respingere questo sospetto. […] A questo punto ciascuno dei protagonisti politici deve parlar chiaro ed assumere le relative responsabilità. Far finta che tutto stia procedendo normalmente è un’ipocrisia che ormai non regge più.

In effetti il silenzio di palazzo Chigi è… assordante. Andreotti pare voglia apparire “neutro, quasi anglosassone” [C. Stajano cit.]. Commentando nel suo diario la dichiarazione-manifesto dei professori pubblicata il 2 Aprile scrive: “Temo che non giovi a trovare una rapida via d’uscita.”

Il 15 Aprile è Massimo Riva, giornalista e senatore della Sinistra Indipendente, a scrivere un pezzo durissimo contro il Presidente del Consiglio chiedendo una convocazione straordinaria della Camera. Anni dopo, nell’elogio funebre scritto dopo la morte di Baffi e prima della pubblicazione del diario del governatore, Andreotti cercherà di giustificare quel suo comportamento:

Presiedendo il Governo, dovetti intervenire per sottolineare che la Banca d’Italia ha un ruolo così superiore e atipico che dovrebbe conseguirne una salvaguardia particolare persino nelle procedure penali. E potei farlo con una certa efficacia proprio perché (pur prendendomi da alcuni male parole e incomprensioni) non mi misi a polemizzare in pubblico, come altri fecero, dando addosso al giudice. […] I legionari della zizzania non persero tuttavia (né perdono) l’occasione per insinuare chi sa quali retroscena politici per lo svolgersi di quella penosa congiuntura.

Tuttavia a confermare ai “legionari della zizzania” i sospetti su “chi sa quali retroscena politici” sarà una fonte del tutto inaspettata.

Il 21 Aprile 1979, conversando a palazzo di giustizia con il redattore giudiziario de “Il Messaggero”, il giudice Alibrandi rivela che Mario Sarcinelli è stato così duramente colpito dalla magistratura romana perché, nella sua attività di capo della Vigilanza, sembrava aver preso particolarmente di mira istituti bancari in Trentino, in Veneto e in Sicilia, “cioè in quelle località notoriamente note come feudi democristiani.” Il redattore de “Il Messaggero” scrive:

Sorpresi di tanta franchezza, i giornalisti hanno chiesto ad Alibrandi come mai si sia fatto paladino della DC nei confronti della presunta “persecuzione” della Banca d’Italia. Risposta del giudice: “Qui non si tratta di ideologie ma d’amministrare la giustizia ed io, come giudice non posso non rilevare questa mancanza di obiettività da parte della Banca d’Italia. C’è da augurarsi che Sarcinelli impari la lezione, se un giorno o l’altro riprenderà il suo posto”.

“La Repubblica”, il giorno dopo, commenta:

Siamo dunque in presenza d’un magistrato il quale applica la legge per dare ad un cittadino veri e propri “avvertimenti mafiosi” per conto del partito di governo […] incurante delle conseguenze che questo modo di procedere potrà avere su una delle principali istituzioni dello Stato, nella speranza che quel cittadino “impari la lezione” e la smetta dunque di fare il dover suo. Dichiarazioni del genere gettano un’ombra sinistra su una delle più delicate vicende giudiziarie di questi anni e sui legami sotterranei tra gli uffici giudiziari romani e il partito democristiano.

31 Maggio 1979, stralcio della relazione del governatore della Banca d’Italia per l’assemblea annuale:

Ai detrattori della Banca, auguro che nel morso della coscienza trovino riscatto dal male che hanno compiuto alimentando una campagna di stampa intessuta di argomenti falsi o tendenziosi e mossa da qualche oscuro disegno.

Anni dopo commentando queste frasi lo stesso Baffi scriverà:

Queste parole piuttosto pacate non danno certo la misura dell’amarezza e dello sdegno che io provavo in quei giorni: ma se vi avessi dato sfogo, forse mi sarei procurato nuove incriminazioni.

E’ uno degli ultimi atti da governatore della Banca d’Italia.

Quello stesso 31 Maggio Baffi annuncia di voler lasciare la carica entro pochi mesi. La lettera formale di dimissioni viene recapitata al competente Consiglio superiore della Banca d’Italia il 16 Agosto ma la notizia viene diffusa solo dieci giorni dopo. Nella lettera il governatore indica un termine ultimativo di sei mesi entro cui dovrà essere risolto il problema della sua successione. Il 20 settembre 1979 il Consiglio superiore della Banca d’Italia, riunito in seduta straordinaria per “prendere atto” delle dimissioni di Baffi, nomina i nuovi vertici dell’Istituto: governatore Carlo Azeglio Ciampi (ex direttore generale); direttore generale Lamberto Dini (ex direttore esecutivo del Fondo Monetario Internazionale); vicedirettori (riconfermati) Mario Sarcinelli e Alfredo Persiani Acerbo. Baffi viene nominato presidente onorario. In serata il Governo ratifica la decisione. L’insediamento dei nuovi vertici avverrà l’8 Ottobre successivo.

Si conclude così con un arroccamento dell’establishment di via Nazionale intorno ai “suoi” uomini e ai “suoi” tecnici quello che il “Financial Times” aveva definito qualche giorno prima, ripercorrendo in un lungo articolo l’intera vicenda, un gravissimo “assalto dei politici” all’istituzione più prestigiosa e “più incontaminata” dello Stato italiano. Il quotidiano londinese non esita a mettere sullo stesso piano l’attentato di via Fani con l’arresto di Sarcinelli e l’incriminazione di Baffi. E aggiunge che una battaglia è stata comunque già persa dall’Istituto di emissione: continua infatti a pendere sul capo di Sarcinelli un ingiusto mandato di cattura, e quindi “l’Ispettorato vigilanza sugli istituti di credito da lui diretto è ancora completamente paralizzato“. Ricorda le indagini di Sarcinelli sull’Italcasse e soprattutto su Sindona (e le grane che ciò ha provocato alla DC) e chiude amaramente citando l’ex governatore Guido Carli:

I politici italiani non sono interessati a come funziona il sistema bancario, alle politiche che esso propone e porta avanti. Essi vogliono solo piazzare i loro uomini nel sistema e tenere lontani coloro che appartengono a gruppi di potere rivali.

Proprio per evitare contaminazioni pericolose del mondo politico Baffi sceglie quindi, come ultimo atto, di portare al vertice dell’Istituto solo i “suoi uomini”.

La vicenda in cui furono coinvolti Paolo Baffi e Mario Sarcinelli ebbe fine l’11 Giugno 1981 con una sentenza di proscioglimento del giudice istruttore Antonio Alibrandi per tutti gli imputati.

Nel 1984 il giudice istruttore della procura di Milano, Giuliano Turone, nell’ambito dell’inchiesta su Michele Sindona rileverà come il puntuale operato di Sarcinelli costituisse “un oggettivo ostacolo agli interessi finanziari facenti capo [al] “sistema di potere” della P2 , del quale Sindona e Calvi erano solo due esponenti di rilievo.” [Sentenza-ordinanza 17 Luglio 1984] La manovra della procura di Roma, paralizzando di fatto la Banca d’Italia e impedendole per oltre un anno di adottare provvedimenti amministrativi nei confronti del Banco Ambrosiano, consentì a Roberto Calvi di proseguire i suoi criminosi maneggi finanziari e le malversazioni che porteranno l’Ambrosiano stesso alla bancarotta.

Nel Luglio del 1986 il faccendiere Francesco Pazienza confermerà alla magistratura che l’incriminazione di Baffi e Sarcinelli era stata decisa dalla Loggia P2 nel corso di una riunione svoltasi a Montecarlo, presenti il presidente del Banco Ambrosiano, Roberto Calvi, e il braccio destro di Licio Gelli, Umberto Ortolani.

La manovra dei magistrati romani Antonio Alibrandi e Luciano Infelisi resterà impunita. La vedova di Roberto Calvi, Clara Canetti, racconterà ai magistrati milanesi che suo marito aveva regalato ad Infelisi una lussuosa BMW dotata anche di computer di bordo. Questa denuncia darà luogo ad un’istruttoria presso la procura di Perugia che si concluderà con il proscioglimento del magistrato romano. Anni dopo, nel 1998, in un’intervista al quotidiano “La Padania”, Luciano Infelisi, diventato procuratore generale presso la Corte d’Appello di Roma, cercherà ancora di dimostrare la correttezza sua e di Alibrandi nella conduzione del caso Baffi-Sarcinelli.

Mario Sarcinelli è rimasto in Banca d’Italia fino al 1981. E’ stato direttore generale del Tesoro e, per pochi mesi, ministro. Oggi insegna Economia Monetaria all’Università “La Sapienza” di Roma ed è consigliere e membro del comitato esecutivo dell’ABI.

Paolo Baffi ha insegnato Politica monetaria presso la facoltà di Scienze politiche dell’Università “La Sapienza” fino al 1981. E’ morto il 4 Agosto 1989. “Dolente figura di uomo di Stato ancorato ai principi della corretta amministrazione, non rimarginò mai più quella sua ferita inflittagli dieci anni prima.” [C. Stajano, cit.].

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Vicende processuali legate al vecchio Banco Ambrosiano

Ai tempi della gestione di Roberto Calvi, il maggiore azionista del Banco era l’Istituto per le Opere di Religione (IOR)[1]. Roberto Calvi in un processo, tre anni prima della sua morte, dichiarò: “il Banco Ambrosiano non è più mio da tempo”. La dichiarazione di Calvi potrebbe essere interpretata in relazione al fatto che, essendo lui stesso iscritto alla loggia massonica P2, molto probabilmente chi controllava le mosse finanziarie del Banco poteva essere perfino lo stesso Licio Gelli, il fondatore della loggia.[senza fonte]. Vennero consegnate dallo IOR, su richiesta di Calvi, delle lettere di patronage (garanzia di copertura del debito) relative a società offshore in paradisi fiscali come il Lussemburgo, Panamá o il Liechtenstein controllate dallo IOR e fortemente indebitate con il Banco Ambrosiano. Queste lettere garantivano la copertura del debito estero delle suddette società offshore per un altro anno a partire da quel momento. In cambio Calvi firmò all’allora presidente della Banca Vaticana, l’arcivescovo Paul Marcinkus, una manleva, ossia una dichiarazione che tutte le azioni passate e future relative al Banco Ambrosiano fossero unica responsabilità di Calvi[4][5]. Le società offshore si potevano creare con un capitale minimo (a Panamá, ad esempio, il costo da sostenere per crearne una era di 285 dollari) e potevano indebitarsi per centinaia di milioni di dollari[6].

In una lettera del 5 giugno 1982 rilasciata dal figlio diversi anni dopo e pubblicata nel libro di Raffaella Notariale[7], Calvi scrive anche a papa Giovanni Paolo II cercando aiuto:

« …Santità sono stato io ad addossarmi il pesante fardello degli errori nonché delle colpe commesse dagli attuali e precedenti rappresentanti dello IOR, comprese le malefatte di Sindona…; sono stato io che, su preciso incarico dei Suoi autorevoli rappresentanti, ho disposto cospicui finanziamenti in favore di molti Paesi e associazioni politico-religiose dell’Est e dell’Ovest…; sono stato io in tutto il Centro-Sudamerica che ho coordinato la creazione di numerose entità bancarie, soprattutto allo scopo di contrastare la penetrazione e l’espandersi di ideologie filomarxiste; e sono io infine che oggi vengo tradito e abbandonato… »

I commissari della Banca d’Italia chiesero all’arcivescovo Marcinkus di saldare il debito, ottenendo una risposta negativa[4]. La Banca Vaticana, senza ammettere alcuna responsabilità, pagò volontariamente, definendolo contributo volontario[5], 250 milioni di dollari. Il debito delle società offshore controllate dallo IOR nei confronti del Banco Ambrosiano era di 1,2 miliardi di dollari. Furono incriminati, per bancarotta fraudolenta, sia l’arcivescovo Marcinkus che diversi ecclesiastici. La Corte di Cassazione stabilì che, in accordo all’articolo 11 dei Patti Lateranensi, Gli enti centrali della Chiesa Cattolica sono esenti da ogni ingerenza da parte dello Stato italiano[7].

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IL DIVORZIO DI BANCA D’ITALIA E’ L’INIZIO DELLA FINE DELLA DEMOCRAZIA ITALIANA

In questi giorni di attesa spasmodica e di paura per il futuro della nazione, molti osservatori cercano di capire come mai l’Italia, che un tempo era fra le 5 nazioni più potenti e ricche del mondo, abbia potuto scendere così in basso fino ad arrivare ai limiti del default e del fallimento finanziario.

Molti analisti concordano col dire che uno dei momenti cruciali per capire la storia recente dell’Italia sia stato quando la Banca d’Italia, che allora era ancora la banca nazionale di emissione della moneta sovrana lira, smise di fare la banca centrale e lasciò lo stato nelle mani delle banche private, iniziando il periodo noto come divorzio fra la Banca d’Italia e lo Stato italiano.

Era il luglio del 1981, quando su proposta di legge del ministro del Tesoro Beniamino Andreatta, Banca d’Italia non entrò più nelle aste primarie di collocamento dei titoli di stato come prestatore di ultima di istanza (per comprare i titoli di stato invenduti o calmierare le aste nel caso in cui le offerte degli investitori privati fossero state troppo basse) lasciando campo libero alle banche private, agli operatori e agli speculatori finanziari che come ampiamente prevedibile cominciarono a scannarsi alla ricerca del maggiore rendimento (che raggiunse in quegli anni livelli assurdi superiori al 12%, mentre oggi l’Italia rischia il default con un misero 7%).
Il ministro del Tesoro Beniamino Andreatta giustificò questa sua bravata del divorzio di Banca d’Italia dicendo che voleva interrompere la politica dei soldi facili per abbassare il debito pubblico, ridurre l’inflazione e consentire all’Italia di entrare nei rigidi parametri dello SME (Sistema Monetario Europeo, ovvero l’anticamera dell’Unione Europea), ma l’effetto che provocò fu esattamente il contrario perchè poco dopo il divorzio fra Banca d’Italia e lo Stato il debito pubblico cominciò a crescere in modo galoppante, diventando in sostanza quell’enorme massa di debito che ci portiamo avanti fino ad oggi.
Infatti è utile ricordare che nel 1981 quando il ministro Andreatta sancì il divorzio fra Banca d’Italia e lo Stato, nessuno poteva immaginare che la Banca d’Italia nazionale fosse già da tempo passata in mano privata (il capitale della Banca d’Italia è partecipato tutt’oggi dalle principali banche private come Unicredit, Banca Intesa e Banca Montepaschi di Siena, mentre solo il 5% della proprietà appartiene ad enti pubblici), perchè l’inchiesta che svelò la lista degli anonimi azionisti privati di Banca d’Italia, che ingenuamente molti ritenevano un’istituzione pubblica, è solo del 2005.

Quindi il ministro del Tesoro Beniamino Andreatta e l’allora governatore di Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi (presidente emerito della repubblica, ma emerito per cosa? Per aver contribuito allo sfascio della democrazia italiana? Mistero) erano parecchio in mala fede quando decretarono di comune accordo quel divorzio perchè sapevano che impedendo a Banca d’Italia di intervenire nelle aste primarie di collocamento dei titoli di stato avrebbero messo lo Stato italiano nelle mani di voraci banche private come Unicredit, Banca Intesa, Montepaschi, Goldman Sachs, Morgan Stanley, JP Morgan, gli hedge funds, gli speculatori finanziari, che infatti in quel periodo indirizzarono le aste al rialzo, gettandosi a capofitto nella grande abbuffata di titoli di stato ad alto rendimento e facendo lievitare in modo inimmaginabile il debito pubblico.
Ad onor del vero anche parecchi cittadini privati italiani si arricchirono con i titoli di stato, tuttavia quello era un periodo in cui lo Stato italiano cominciava a perdere pezzi della sua struttura democratica ma era ancora uno stato sovrano, con la sua banca centrale e la sua moneta sovrana la lira, quindi il rischio di fallimento non era nemmeno lontanamente contemplato (al massimo si svalutava la lira rispetto alle altre monete estere, l’inflazione schizzava alle stelle e si cominciava daccapo con la speculazione).
Oggi quel processo iniziato tanti anni fa, proprio con il divorzio fra Banca d’Italia e lo stato italiano, è arrivato al suo finale compimento, perchè non solo la banca centrale Bankitalia S.p.A. è stata privatizzata ma anche l’intero Stato Italiano e la sua effimera democrazia sono stati trasformati in una gigantesca società per azioni, avendo di fatto lo stato ceduto la sua sovranità politica ad una pletora di tecnocrati europei per quanto riguarda l’aspetto legislativo ed esecutivo, e agli avvoltoi della finanza per quel che rimaneva dell’antica sovranità economica e monetaria.

Piero Valerio
http://www.ultimenotizie.we-news.com/politica/interna/6323-il-divorzio-di-banca-ditalia-e-linizio-della-fine-della-democrazia-italiana

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Ecco a seguire le parole dello stesso Andreatta.

Al momento dico: è vero che nel ’92 l’avremmo comunque persa la sovranità monetaria, ma in oltre un decennio quella politica CRIMINALE ci ha fatto passare il rapporto debito/PIL dal 60% ad oltre il 124%; … e gli andreatta boys continuano a imperversare.

Ma noi abbiamo perso la sovranità monetaria nel settembre 1979, quando Ciampi ha sostituito Paolo Baffi.

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l divorzio tra Tesoro e Bankitalia e la lite delle comari: uno scritto per il Sole del 26 luglio 1991

di Nino Andreatta

In questo testo, pubblicato il 26 luglio 1991dal Sole-24 Ore, Beniamino Andreatta analizzava, a distanza di dieci anni, la storica “separazione dei beni” tra Banca d’Italia e ministero del Tesoro avvenuta nel luglio del 1981. Nel finale dell’articolo, Andreatta rievocava anche la vicenda delle “comari”, lo scontro con il ministro delle Finanze socialista Rino Formica che nel 1982 portò alla crisi del Governo Spadolini.

Con l’ asta dei BoT del luglio 1981 iniziava, dieci anni fa, un nuovo regime di politica monetaria. Si inaugurava, infatti, il cosidetto “divorzio” fra Tesoro e Banca d’ Italia: una “separazione dei beni” che esimeva la seconda dal garantire in asta il collocamento integrale dei titoli offerti dal primo. Oggi la “separatezza” fra i poteri esecutivo, legislativo e monetario e’ chiamata a test ancora più impegnativi, con gli impegni prossimi venturi in tema di unione monetaria e di vincoli al finanziamento e alla misura stessa del deficit di bilancio. Il Sole-24 Ore ha voluto ricordare, con gli scritti dei protagonisti e dei testimoni privilegiati del “divorzio” del 1981, uno spartiacque della politica economica degli anni 80. Con l’ augurio che questo decennio veda ulteriori progressi nella chiarezza dei ruoli e delle responsabilita’.
Ero al ministero del Tesoro da poco piu’ di tre mesi, di cui due quasi integralmente occupati a rimettere in movimento il meccanismo delle nomine bancarie -nomine da ministro della Repubblica, senza condiscendenze alle pressioni dei partiti della maggioranza – quando dovetti valutare, con senso di urgenza, che la crisi del secondo shock petrolifero imponeva di essere affrontata con decisioni politiche mai tentate prima di allora. La propensione al risparmio finanziario degli italiani si stava proprio in quei mesi abbassando paurosamente e il valore dei cespiti reali – case e azioni- aumentava a un tasso del cento per cento all’ anno.
La soluzione classica sarebbe stata quella di una stretta del credito, accompagnata da una stretta fiscale, che, come nel 1975, avesse creato una recessione con una caduta di alcuni punti del prodotto interno lordo; ma l’ esperienza stessa degli anni 70 indicava due ordini di difficoltà:

a) la Banca d’ Italia aveva perduto il controllo dell’ offerta di moneta, fino a quando essa non fosse stata liberata dall’ obbligo di garantire il finanziamento del Tesoro;
b) il demenziale rafforzamento della scala mobile, prodotto dell’ accordo tra Confindustria e sindacati confederali proprio nei primi mesi del 1975, aveva talmente irrigidito la struttura dei prezzi, che, in presenza di un raddoppio del prezzo dell’ energia, anche una forte stretta da sola era impotente a impedire che un nuovo equilibrio potesse essere raggiunto senza un’ inflazione tale da riallineare prezzi e salari ai costi dell’ energia.

L’ imperativo era di cambiare il regime della politica economica e lo dovevo fare in una compagine ministeriale in cui non avevo alleati, ma colleghi ossessionati dall’ ideologia della crescita a ogni costo, sostenuta da bassi tassi di interesse reali e da un cambio debole. La nostra stessa presenza nello Sme era allora messa in pericolo (c’è da ricordare che il partito socialista si era astenuto quando il Parlamento voto’ nel 1978 sull’ adesione all’ accordo di cambio e che i ministri socialisti avevano di fatto un potere di veto sulla politica economica).
I miei consulenti legali mi diedero un parere favorevole sulla mia esclusiva competenza, come ministro del Tesoro, di ridefinire i termini delle disposizioni date alla Banca d’ Italia circa le modalita’ dei suoi interventi sul mercato e il 12 febbraio 1981 scrissi la lettera che avrebbe portato nel luglio dello stesso anno al “divorzio”. Il termine intendeva sottolineare una discontinuita’ , un mutamento appunto di regime della politica economica; un’ analoga operazione che negli Stati Uniti pose termine nel 1951 alla politica di denaro facile, che aveva permesso il finanziamento della Seconda guerra mondiale, veniva ricordata come l’agreement tra Tesoro e Fed. Nei limiti stretti delle mie competenze era invece mia intenzione sottolineare la novita’ , la rottura con il passato, quando poteva apparire “sedizioso” un comportamento della Banca che rifiutasse il finanziamento del fabbisogno pubblico per non creare base monetaria in eccesso.
Il divorzio non ebbe allora il consenso politico, ne’ lo avrebbe avuto negli anni seguenti; nato come “congiura aperta” tra il ministro e il governatore divenne, prima che la coalizione degli interessi contrari potesse organizzarsi, un fatto della vita che sarebbe stato troppo costoso – soprattutto sul mercato dei cambi – abolire per ritornare alle piu’ confortevoli abitudini del passato.
Per rafforzare l’ autonomia della Banca d’ Italia altre due questioni
venivano affrontate in quella lettera:

1) costituzione di un consorzio di collocamento tra banche commerciali, nelle mie intenzioni destinato soprattutto per il debito pubblico a piu’ lunga scadenza;
2) una nuova regolamentazione dello scoperto del conto corrente di Tesoreria.

I tempi non erano maturi per affrontare questi aspetti e la Banca d’ Italia preferi’ procedere solo sul nuovo regolamento della sua presenza nelle aste. Facendo queste proposte era mia intenzione drammatizzare la separazione tra Banca e Tesoro per operare una disinflazione meno cruenta in termini di perdita di occupazione e di produzione, sostenuta dalla maggiore credibilita’ dell’ istituto di emissione una volta che esso fosse liberato dalla funzione di banchiere del Tesoro. Accarezzai anche l’ ipotesi di un rebasement della lira che avrebbe potuto essere sostituita da uno scudo italiano, con parita’ uno a uno con l’ Ecu, e con l’ impegno unilaterale di mantenere nel tempo questa parita’ e approfondii l’ argomento in numerose conversazioni con Ortoli, allora vicepresidente della Commissione di Bruxelles. Il filo conduttore era lo stesso che ispiro’ il divorzio, quello, cioe’ , di facilitare la politica di stabilizzazione favorendo il formarsi di aspettative favorevoli da parte degli operatori che avrebbero agevolato la trasmissione sui prezzi della politica monetaria, minimizzando gli effetti negativi sui volumi.
Senza presunzioni eccessive, questa lettera ha segnato davvero una svolta e il divorzio, assieme all’ adesione allo Sme (di cui era un’ inevitabile conseguenza), ha dominato la vita economica degli anni 80, permettendo un processo di disinflazione relativamente indolore, senza che i problemi della ristrutturazione industriale venissero ulteriormente complicati da una pesante recessione da stabilizzazione.
Naturalmente la riduzione del signoraggio monetario e i tassi di interesse positivi in termini reali si tradussero rapidamente in un nuovo grave problema per la politica economica, aumentando il fabbisogno del Tesoro e l’ escalation della crescita del debito rispetto al prodotto nazionale.
Da quel momento in avanti la vita dei ministri del Tesoro si era fatta piu’ difficile e a ogni asta il loro operato era sottoposto al giudizio del mercato. Il bilancio di competenza del 1982 e’ la dimostrazione di questa nuova situazione: riuscii in pratica ad azzerare i fondi globali, cosa che non era successa prima ne’ successe dopo. Il saldo netto da finanziare del bilancio preventivo e il fabbisogno del consuntivo furono del 10% inferiore agli analoghi aggregati dell’ anno precedente, anche se poi la Tesoreria, caricata nel recente passato, provoco’ un volume eccezionalmente elevato di indebitamento.
Bisognava continuare a stringere le spese di competenza e nella preparazione del bilancio ‘ 83 si chiese al Parlamento una delega amplissima per affrontare con decreti delegati i nodi che il Parlamento stesso si dimostrava riluttante a sciogliere. Queste deleghe furono nell’ autunno rifiutate e, nel mezzo del turbamento che ne segui’ sui mercati finanziari, il collega Formica propose di rimborsare una quota soltanto del debito del Tesoro con una specie di concordato extragiudiziale. Risposi a rime baciate per sdrammatizzare il panico che ne sarebbe potuto seguire; e subito fu l’affare delle comari. Pochi mesi piu’ tardi, in analoghe circostanze, Jacques Delors riusci’ a sbarcare cinque ministri che avevano sostenuto – privatamente – la convenienza per la Francia di uscire dallo Sme. La stampa e i politici di casa nostra sembravano invece ignorare il baratro che avevamo sfiorato e ipocritamente si scandalizzarono per la forma delle mie risposte. Il divorzio aveva fatto la sua prima vittima ed era il suo autore; ma aveva dimostrato di funzionare. Negli anni successivi non divenne certo popolare nei palazzi della politica, ma continuo’ ad assicurare legami fra la politica italiana e quella dell’ Europa.

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Commenti su ComeDonchisciotte

L’operato di Andreatta non si potrebbe capire senza conoscerne il profilo politico: neoliberista della prima ora, ministro del Tesoro nel governo Spadolini. (il divorzio avvenne quando al governo c’era il repubblicano Spadolini, che non ne sapesse niente?).

S’era avvicinato alla politica molto prima, negli anni Sessanta, elaborando con altri studiosi la «piattaforma economica» del centrosinistra. In quest’opera era aiutato dalla sua formazione accademica neo-keynesiana, che appariva perfetta da coniugare con il solidarismo cattolico. Andreatta era laureato non in economia ma in giurisprudenza, all’università di Padova.

Poi aveva studiato economia alla Cattolica di Milano ed era stato a Cambridge come visiting professor. Nel 1961 era stato inviato in India, per collaborare alla Planning Commission del governo Nehru. Tornato in Italia, professore alla facoltà di Scienze politiche di Bologna da lui stesso fondata, diventò il punto di riferimento degli economisti cattolici, nel ’74 fondò Prometeia, il centro di analisi e previsione economica bolognese; e nel ’76 l’Arel, agenzia di ricerche e legislazione.

Raccolse intorno a se una vera e propria scuola, i nomi vanno da Angelo Tantazzi a Romano Prodi, ad Alberto Quadrio Curzio. Fondò l’Università di Cosenza sul modello dei campus anglosassoni.

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Tutte le vicende intorno alla perdita della sovranità monetaria che abbiamo dovuto subire, sono molto importanti da studiare e da capire, perchè sono alla base dei nostri problemi economici.
Voglio aggiungere un tassello a quanto già ben esposto, ovvero il periodo delle stragi, dei progettati colpi di stato, delle intimidazioni, culminati nell’assassinio di Aldo Moro (1978, un pò prima che iniziassimo a perdere la sovranità monetaria). Queste azioni terroristiche erano portate avanti soprattutto dagli inglesi e dagli americani che non tolleravano che in Italia si perseguisse una politica che promuovesse gli interessi della nostra nazione. L’Italia doveva essere una colonia, e alla fine ce l’hanno fatta diventare, togliendo di mezzo tutti gli oppositori, con qualunque mezzo, dopo di che hanno cominciato a toglierci le sovranità.

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Alcune osservazioni che P.P Pasolini faceva già nel 1974….

Come mai quel 12 dicembre 1969 furono proprio le sedi di queste tre banche:

– Banca Nazionale dell’Agricoltura, Piazza Fontana, Milano
– Banca Commerciale Italiana, Milano (la bomba non esplose)
– Banca Nazionale del Lavoro, via Veneto, Roma

ad essere prescelte quali luoghi deputati delle esplosioni delle bombe con le quali si dette il via alla “strategia della tensione”?

Provo a dare una risposta……

La Banca Nazionale dell’Agricoltura aveva cominciato poco tempo prima ad emettere le 500 Lire cartacee con dicitura:…..”Biglietto di Stato a corso legale”……. L’emissione fu sospesa pochi giorni dopo l’attentato!!!!!

Lo Stato Italiano decreto la nascita delle 500 Lire in banconota di proprietà dello Stato Italiano e questo andò a scontrarsi con gli interessi dei Rothschild e all’oligarchia reale/bancaria anglo-olandese (oltre che americana).

Poi certo non erano solo i fantomatici agenti americani della solita e più nota “CIA”….la difesa della sovranità italiana da parte di soggetti come De Gasperi, Fanfani, Moro, Mattei, Andreotti, Craxi, Raul Gardini dava fastidio al nazionalismo americano, francese, tedesco, inglese austriaco, belga, olandese, ecc………….insomma ATLANTICO & EUROPEO………

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Tema interessante. La via italiana alla moneta unica è particolarmente significativa per interpretare il “fenomeno” euro, la moneta che rischia di passare alla storia come il fallimento più corposo e rapido tra tutti. Gli architetti dell’euro si sono fatti le ossa studiando in america, questo è chiaro, con in più l’influsso diretto, la supervisione, della vicina city di Londra. Aggiungi il pallino della stabilità tedesco, il tabù inviolabile del giocatore più forte, ed ecco servito il piatto più indigesto della storia monetaria contemporanea, il cambio fisso tra valute incompatibili in un mercato unico forzoso e senza regole che non fossero quelle delle corporations dominanti.

Divorzio tesoro-bc e privatizzazioni-fusioni bancarie furono le due facce di un processo propedeutico all’ingresso nella mattanza dell’euro per i PIIGS.

E’ vero, la stagione delle stragi di stato e del terrorismo eterodiretto prepararono il terreno per le forzature politiche interpretate dai “tecnici” Andreatta, Ciampi, Draghi, ma non dimentichiamo “mani pulite” tra i golpe più o meno silenziosi che aprirono la stagione berlusconiana, la più caratteristica tra le dittature “liberiste”, così come il fascismo mussoliniano fù il più caratteristico ed estetico-macchiettistico al mondo, tant’è che la parola “fascismo” è entrata nel linguaggio corrente a livello internazionale.

Insomma, quel che ci sta accadendo ora è l’epilogo di fenomeni globali interpretati in salsa italiana, un mix di antropologia mediterranea e colonialismo plurimo, prima solo anglosassone, poi anche franco-tedesco (grazie all’euro). Se Napoli piange, il resto d’Italia non se la passa tanto meglio, quanto a corruzione di provincia da basso impero.

Perfetto! Siamo nelle condizioni ideali per ribaltare il tavolo.
Un default monetario tanto drammatico quanto virtuale se non Italia dove?

L’epicentro della tempesta perfetta, per un cambiamento vero e radicale di paradigma politico-monetario. In più abbiamo gli esempi virtuosi dell’america latina (guarda caso) e il sacrificio della Grecia, tanto per cominciare, con Irlanda e Portogallo. I tempi sono maturi, e lo roadmap si sta delineando. Prima tappa: audit pubblico sulla formazione dei debiti e l’attribuzione delle responsabilità e dei patrimoni.

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1981- comincia l’eclissi della sovranità italiana.

Lo vuole scrivere Travaglio o continuiamo con la litania e mistificazione comoda che è solo ed unicamente colpa di Craxi?

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E’ giusto dire che dietro a tutto questo non ci sono semplicemente la CIA e gli americani. Dal libro “Il golpe inglese” di Cereghino e Fasanella, appena uscito e basato su documenti desecretati inglesi, risulta che siano implicati almeno USA, Gran Bretagna, Germania e Francia.
Per esempio:
L’8 Luglio 1976 ci fu un vertice segreto da cui l’Italia era esclusa, tra i rappresentanti dei quattro paesi sopraddetti, dove dovevano mettersi d’accordo su alcune importanti ingerenze da perpetrare nel nostro paese.
Il “compromesso storico” tra DC e PCI, che avrebbe dato maggiore impulso a una sana politica nazionalista, doveva essere fermato, e il PCI non doveva andare al governo, per quanti voti avesse preso.
Decisero di contattare i politici e le personalità importanti italiane, uno per uno, per fargli capire bene cosa dovevano fare.
Il rappresentante inglese stilò un rapporto su questo vertice segreto, che venne poi letto dal capo del governo inglese, Jim Callaghan, il quale rimase turbato per i contenuti e i toni di quel documento.
Scrisse subito una lettera ai capi di governo francese e tedesco, Giscard d’Estaing e Helmut Schmidt, raccomandandosi;
” Dovremmo usare molta cautela nel trattare questo documento, tenendo conto dell’enorme danno che ne deriverebbe se la sua esistenza divenisse di dominio pubblico: sarebbe considerato un’intrusione diretta negli affari di uno Stato europeo nostro alleato.”
Insomma, è un vero intrigo internazionale.

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C’è BC e BC, ognuna col suo statuto e con regole diverse nei rapporti coi rispettivi governi, ma una cosa è certa: non a caso si chiamano Banche CENTRALI, sono il pilastro del sistema monetario e il principale attore economico del paese in cui operano. E non a caso stanno all’interno di una gerarchia di banche centrali di livello superiore, come la BCE e la FED per vaste aree di moneta unica e come la BIS, il FMI, la BM a livello globale. Da questa realtà ormai storica si evince che in un mondo di scambi commerciali planetari ogni sistema monetario risente pesantemente del comportamento degli altri, non può ignorarne i condizionamenti, adeguandosi pena insostenibili svantaggi macroeconomici.

Da quasi un secolo il player dominante sono gli USA col loro dollaro, la cui storia penso sia piuttosto nota (probabilmente mai abbastanza). Niente da meravigliarsi che gli altri sistemi si siano ad esso adeguati, assumendone in primis l’architettura di base, all’interno della quale il titolo di debito pubblico assume un ruolo chiave nelle dinamiche monetarie. E dal funerale del gold standard questa dinamica si è rapidamente “evoluta” fino ai paradossi più estremi della trappola del debito nella quale siamo recentemente caduti.

Ciò che fa la differenza tra i principali paesi in termini di politica monetaria dipende essenzialmente dalla loro BC, e soprattutto dalla relazione tra politica monetaria e politica sociale, divergenti in funzione del controllo privatistico dei grandi capitali, che incredibilmente prende il sopravvento anche in paesi cosiddetti civili e democratici.

Ciò che sta capitando all’Italia in questi giorni non è logico, ne civile e tantomeno democratico. E’ semplicemente assurdo, un feudalesimo omaggiato gratis ai signori del capitale finanziario!

E’ una degenerazione cancerogena potenzialmente congenita all’architettura monetaria fondata su questi principi, evidentemente malsani, molto malsani e funzionali alla stagione dell’imperialismo applicato all’esplosione tecnologica. Troppe vittime e troppo pochi privilegiati. Non m’interessa il dibattito all’interno di questa architettura, m’interessa un’architettura alternativa nelle sue fondamenta, esente da questo gene cancerogeno del debito crescente tutto da una parte.

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• da Il Sole 24 Ore del 16 marzo 2007, pag. 13

di Mario Draghi

Con la relazione «La politica monetaria del Governatore Baffi», Mario Draghi è intervenuto ieri all’Università Bocconi di Milano. Il Governatore della Banca d’Italia ha ripreso, con il suo intervento, la tradizione delle «Testimonianze di politica monetaria e finanziaria», appuntamento che si era interrotto da un decennio. L’iniziativa è promossa dal Centro di Economia monetaria e finanziaria della Bocconi. Pubblichiamo un ampio stralcio della relazione.

Nell’estate del 1975, quando Paolo Baf­fi subentrò a Carli, l’economia era ca­duta nella recessione più acuta dal dopoguerra, innescata dallo shock petroli­fero e dalla stretta creditizia concordata con l’Fmi per contrastare lo squilibrio nei conti con l’estero, l’impennata dell’inflazio­ne, il deprezzamento della lira.

Lo shock colpì l’Italia nel pieno di un ci­clo espansivo, in un momento di estrema debolezza del governo dell’economia. I sa­lari, con tassi di crescita annui che supera­vano il 20%, avevano smarrito ogni riferi­mento alla produttività; la spirale svaluta­zione-inflazione, anche a causa della per­versa indicizzazione, appariva indomabile. I disavanzi del Tesoro, sospinti da aumenti della spesa pubblica fuori controllo, aveva­no superato i valori compatibili con un fi­nanziamento non inflazionistico: la Banca centrale, inascoltata, assisteva spettatrice. Nel contesto internazionale, l’opinione prevalente sul ruolo della politica moneta­ria stava cambiando: dal ’74 la Bundesbank annunciava obiettivi per la quantità di mo­neta, la Federai Reserve, sotto la guida di Paul Volcker, avrebbe adottato obiettivi quantitativi monetari nel ’79.

Nelle sue prime Considerazioni Finali (lette il 31 maggio 1976) Baffi riteneva, ri­chiamando analoghe opinioni di Einaudi e Carli in momenti drammatici, che i pesanti condizionamenti posti dal contesto istitu­zionale non permettessero alla Banca cen­trale libertà di comportamento; sottolinea­va come, in presenza di dissesto finanzia­rio e di inflazione salariale, «il controllo della massa monetaria debba essere abban­donato, per evitare, almeno nell’immedia­to, mali maggiori».

Obiettivo stabilità

Ma non rinunciava a perseguire l’obietti­vo fondamentale: traghettare il Paese ver­so un assetto istituzionale in materia mo­netaria che garantisse la stabilità moneta­ria nel più lungo periodo. Per l’avvio effet­tivo di questo processo bisognerà aspetta­re l’inizio degli anni 80, con il “divorzio” tra Banca d’Italia e Tesoro promosso da Andreatta e da Ciampi; Baffi, nella fase storica che attraversò come Governato­re, aprì una vera “battaglia della persua­sione”, che doveva investire l’opinione pubblica e le forze politiche.

Era sua convinzione che la politica mo­netaria, per avere successo, dovesse appog­giarsi sul consenso da parte di tutta la socie­tà intorno agli obiettivi da conseguire, tra questi la stabilità dei prezzi. L’Italia era an­cora lontana da questa situazione: nel de­terminare le decisioni di finanza pubblica e la dinamica salariale, prevaleva secondo Baffi un’alleanza tra diverse forze politi­che e sociali che alimentava l’inflazione.

Nella visione del Governatore, una ri­forma della costituzione monetaria richie­deva in primo luogo che il principio della tutela della stabilità della moneta diven­tasse il cardine della gestione della politi­ca monetaria. Baffi considerava però un insormontabile ostacolo la mancanza, nel quadro giuridico italiano, di una disposi­zione di legge che, come in Germania, affi­dasse espressamente alla Banca centrale il compito di difendere la moneta.

Sistematica fu la ricerca di appigli a so­stegno dell’attribuzione alla Banca di un’autonoma responsabilità nel fissare e perseguire obiettivi di base monetaria: nel corso di riunioni interne si ipotizzò a più riprese di sollecitare l’assunzione di impegni a tal proposito da parte del Go­verno o di utilizzare indicazioni in tal senso da parte delle istituzioni interna­zionali, come la Cee o l’Fmi.

Come ha ricordato un suo autorevole col­laboratore, egli si rivolse ai legali della Ban­ca perché «frugassero in ogni meandro legi­slativo alla ricerca del precetto desidera­to». L’assenza di un quadro istituzionale ben definito costringeva a non semplici esercizi logici per affermare le ragioni della difesa monetaria: per Baffi il principio no taxation without representation, violato dall’inflazione in quanto pone in essere una redistribuzione arbitraria, era quello a cui appellarsi per investire l’istituto di emissio­ne del compito di difendere la moneta.

In questa “battaglia della persuasione”, Baffi discuteva frequentemente sulla stam­pa le scelte di politica monetaria. Riteneva che annunciare obiettivi monetari fosse un elemento di trasparenza che avrebbe modi­ficato stabilmente il modus operandi delle banche centrali. Come avrebbe detto in se­guito, «le azioni delle banche centrali sono uscite dal silenzio, forse per non più ritor­narvi: se quel silenzio è stato in passato per­cepito come garanzia di indipendenza, og­gi l’indipendenza si realizza nel rendere conto esplicito della propria azione».(…)

L’eredità del Governatore

Se, nel corso del mandato di Baffi, i risultati della lotta contro l’inflazione furono solo parziali, i successi che furono poi consegui­ti nel corso degli anni 80 e 90 si devono an­che al seme da lui gettato con il suo impe­gno per una nuova costituzione monetaria.

Durante il suo mandato fu posta la que­stione della separazione di responsabilità fra Governo e Banca centrale; il processo messo successivamente in moto ha visto la cessazione, e poi il divieto, dei finanzia­menti monetari al Tesoro, l’attribuzione alla Banca del potere di manovra del tas­so di sconto, il riconoscimento formale della sua indipendenza e, infine, l’assegna­zione ad essa, nell’ambito del Sistema eu­ropeo di banche centrali, dell’obiettivo di stabilità dei prezzi.

Il compimento dell’autonomia ha tutta­via richiesto un altro quindicennio, rile­vanti riforme legislative e, da ultimo, un Trattato internazionale. Nel corso degli anni 80 e nei primi anni 90, con un’azione di riforma iniziata e stimolata anche dalla Banca d’Italia, sono stati creati mercati monetari e dei titoli pubblici ampi ed effi­cienti; l’efficacia degli strumenti indiretti di controllo monetario è aumentata.

La figura di Paolo Baffi Governatore può essere icasticamente rappresentata come quella di un traghettatore di idee, con tutta la fatica che questa espressione comporta. Il suo patrimonio culturale era liberale, conteneva più fermenti di moder­nità di quanti ve ne fossero nella cultura politica ed economica del momento. Ma le durezze di quel tempo ne imprigionarono l’azione. Stiamo parlando di anni di pro­fonda divisione sociale, anni di terrori­smo, non dimentichiamolo.

La percezione del dramma sociale era in Baffi dolorosamente acuta; ben lo sanno co­loro che gli furono vicini in quegli anni e poterono raccogliere quelle tracce che il suo temperamento gli consentì di far filtra­re. Gli avvenimenti successivi, nel nostro Paese e in Europa, e i conseguenti sviluppi della teoria economica, hanno confermato che l’efficacia della manovra monetaria dipende soprattutto dall’esistenza di un ade­guato assetto istituzionale e dalla capacità di incidere sulle aspettative e sui comportamenti del pubblico; che, a sua volta, un ade­guato assetto istituzionale non è indipen­dente dal consenso politico e sociale.

Esso comprende l’insieme di regole, scritte e non scritte, che guidano il compor­tamento della Banca centrale, il riconosci­mento formale dei suoi obiettivi e della sua indipendenza e un appropriato disegno degli strumenti, che garantisca effica­cia senza interferire con il funzionamento di un’economia di mercato.

A noi Baffi, l’antitesi del politico, ha la­sciato la convinzione che la politica econo­mica trae la sua forza dal rigore dei compor­tamenti, dall’essere condivisa dalla società nella quale esprime i suoi effetti.

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Italia: I passi che hanno portato alla dittatura

3 aprile 2012

Gli emissari dei nuovi detentori del potere sovrano, Mario Monti (Goldman Sachs), Elsa Fornero (Banca Intesa), Corrado Passera (Banca Intesa), sono persone molto ricche, addestrate a dovere e foraggiate nel corso della loro carriera a forza di parcelle milionarie, a cui è stato chiesto solo un piccolo gesto di riconoscenza per mettere in pratica rapidamente ciò che i politici di professione stavano attuando con troppa lentezza.

Il parlamento stesso ormai è un’istituzione inutile, ridondante, poco efficiente perchè di fatto non ha più alcun potere decisionale e può solo vidimare a valle ciò che è stato stabilito a monte dai nuovi reggenti. Il parlamento verrà sfoltito (cosa giusta e sacrosanta, ma se la finalità è quella di delegittimare un fondamentale organo costituzionale del paese allora è sbagliata), i dipendenti pubblici dovranno adeguarsi alla mobilità e ai licenziamenti (come sta già accadendo in Grecia) e i funzionari pubblici avranno soltanto il compito di mettere timbri sulle concessioni da assegnare ai nuovi proprietari privati del patrimonio pubblico. Tutto qui, lo stato sarà solo un piazzista di beni pubblici e un semplice intermediario fra la manovalanza e i padroni. Dimenticativi quindi termini aulici come giustizia, uguaglianza, libertà, diritto costituzionale perché tutto ciò che è giusto ed equo lo decide soltanto il mercato in base a semplici calcoli di utilità e profitto.

Per avere un’idea di quali sono state le tappe più importanti e i nomi che hanno contribuito alla realizzazione del progetto di espropriazione della democrazia, teniamo sempre a mente queste date e questi eventi:

1. 1979: l’Italia decide di entrare nello SME (Sistema Monetario Europeo) dove la lira non può più svalutarsi liberamente secondo le leggi del mercato e i flussi commerciali con l’estero, ma è costretta ad essere agganciata in una rigida banda di oscillazione (±6%) chiamata “serpente monetario” ad altre dieci monete europee. In questo modo la politica monetaria italiana viene condizionata e limitata dall’obbligo di mantenere la lira all’interno di questo stretto corridoio (Giulio Andreotti, presidente del consiglio, poi sostituito da Francesco Cossiga, Paolo Baffi, governatore della Banca d’Italia, travolto da un’inchiesta giudiziaria e costretto a dimettersi per lasciare la carica a Carlo Azeglio Ciampi)

2. 1981: viene sancito il cosiddetto “divorzio” fra Banca d’Italia e il Ministero del Tesoro, perché la banca centrale non può più acquistare titoli di stato nelle aste primarie di collocamento come acquirente residuale per mantenere basso il rendimento dei titoli. Da quel momento l’Italia perde parte della sua sovranità monetaria, dato che mantiene ancora un conto di deposito presso la banca centrale con facoltà di scoperto ma può vendere i suoi titoli di stato soltanto alle banche commerciali. A causa dell’aumento incontrollato del rendimento e dell’interesse dei titoli, il debito pubblico comincia la sua cavalcata inarrestabile (Beniamino Andreatta, ministro delle finanze, Carlo Azeglio Ciampi, governatore di Banca d’Italia)

3. 1990: Carlo Azeglio Ciampi decide di restringere la banda di oscillazione della lira rispetto alle altre monete europee dentro un corridoio più stretto del ±2,25%, iniziando una politica monetaria di contrazione della liquidità che favorì un ulteriore innalzamento dell’interesse sui titoli e del debito pubblico. Questa estrema rigidità di cambio della lira impedisce quei necessari e spontanei processi di aggiustamento e svalutazione della moneta nazionale che favoriscono la produttività e le esportazioni senza intaccare i salari dei lavoratori e i profitti delle imprese

4. 1992: l’Italia aderisce al Trattato di Maastricht e la Banca d’Italia è costretta l’anno successivo a congelare il conto di deposito detenuto dallo stato, senza potere più concedere anticipazioni o scoperti di conto allo stato. Fine della sovranità monetaria. Lo spazio di manovra politica e democratica dello stato viene di fatto azzerato, perché uno stato che non può più spendere i suoi soldi per il benessere dei cittadini non ha più senso di esistere, il contratto sociale che prima rendeva a tutti conveniente l’aggregazione sotto un’unica nazione e l’osservanza di una costituzione non ha più alcun valore. La convivenza civile si baserà adesso su altre regole basate sulla libera concorrenza, la competitività, l’efficienza muscolare, la ricerca del profitto ad ogni costo, la subordinazione e ogni cittadino è solo, senza più diritti e tutele, a confrontarsi in questo immenso mercato degli schiavi

Nel grafico sotto, tratto dal giornale on-line Linkiesta, possiamo vedere che ad ogni tappa del processo di espropriazione e spoliazione della democrazia sia corrisposto un relativo incremento del debito pubblico italiano, che al contrario di quello che si crede non è dovuto tanto ad un eccesso di spesa pubblica ma a un aumento incontrollato degli interessi sul debito e a un sempre maggiore indebitamento con l’estero causato principalmente dalla rigidità del tasso di cambio della valuta nazionale.

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Quando Belzebù chiamò i giudici

di Orazio Carabini – 14 novembre 2010

«Chi ha salvato la Banca d’Italia in quei difficili frangenti è stato Giulio Andreotti». Giuseppe Guarino, 88 anni, docente universitario e avvocato, ministro delle Finanze nel governo Fanfani del 1987 e dell’Industria nel governo Amato del 1992, legato alla Banca d’Italia dal 1960 come consulente e poi come componente del collegio sindacale, non ha paura di mettere in crisi le ricostruzioni storiche di una brutta vicenda. Tra il 1978 e il 1980 alcuni magistrati lanciarono un attacco mirato al cuore della Banca d’Italia e in particolare al governatore di allora Paolo Baffi e al vicedirettore generale Mario Sarcinelli, responsabile della vigilanza sulle banche.

Antonio Alibrandi e Luciano Infelisi li accusarono di aver chiuso gli occhi sui prestiti concessi al gruppo chimico Sir di Nino Rovelli dall’Imi e dal Credito industriale sardo, due banche specializzate nei finanziamenti all’industria. In realtà dietro quelle accuse si celava l’obiettivo di fermare un’istituzione e i due uomini coraggiosi che la guidavano. Perché erano loro a ostacolare i disegni criminali di Michele Sindona, di Roberto Calvi e del suo Banco ambrosiano, dei fratelli Caltagirone (Gaetano, Camillo e Francesco Bellavista) impegnati nella spoliazione dell’Iccri.
E chi proteggeva Sindona, Calvi, i Caltagirone? Andreotti. Con il fido Franco Evangelisti che veniva mandato in avanscoperta a verificare quali possibilità esistevano di conciliare i desideri degli “amici” con il rispetto delle regole. Andreotti era, ed è, considerato Belzebù, tutore d’interessi illeciti, spesso di origine malavitosa e spesso con agganci misteriosi alla finanza vaticana.
Fin qui la “saggezza convenzionale”. Proprio in questi giorni è stato pubblicato un volume patrocinato dalla Cgil: In difesa dello stato, al servizio del paese, curato da Giuseppe Amari della Fondazione Di Vittorio, che racconta le battaglie di Baffi e Sarcinelli, ma anche di Giorgio Ambrosoli, il liquidatore delle banche di Sindona assassinato da un killer assoldato dal finanziere siciliano, di Silvio Novembre, l’ufficiale della Guardia di finanza braccio destro di Ambrosoli, e di Tina Anselmi, presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2. Guarino ha contribuito con una testimonianza inedita abbastanza sorprendente.

Il professore racconta di quando fu coinvolto informalmente nella difesa di Baffi e Sarcinelli. E arriva al 5 aprile 1979, giorno in cui Alibrandi concesse a Sarcinelli, che era stato arrestato, la libertà provvisoria. «Libertà sì, ma intrisa di veleno – nota Guarino –. Il giudice aveva concesso la libertà provvisoria. Ma avrebbe disposto la sospensione dai pubblici uffici. La misura riguardava formalmente Sarcinelli, ma colpiva anche Baffi, le cui imputazioni erano identiche a quelle di Sarcinelli. Il governatore veniva di fatto delegittimato. La reazione pubblica, quella dei circoli accademici, dei più autorevoli quotidiani, delle più accreditate istituzioni finanziarie fu d’indignazione e sconcerto. Alibrandi, con pervicacia e assoluta sconsideratezza, minava l’autorità e il prestigio della banca centrale e del suo governatore, nello stesso momento in cui Baffi, con piena delega del governo, rappresentava il paese nella difficile trattativa avente ad oggetto il Sistema monetario europeo (Sme), preludio della costituenda Unione monetaria. Baffi trattava direttamente, in nome dell’Italia con capi di stato e di governo, oltre che con banchieri centrali. Godeva della più alta considerazione».
Il ministro del Tesoro era Filippo Maria Pandolfi (dc) che difese sempre con fermezza la Banca d’Italia. Guarino tuttavia capì che non sarebbe bastato il soccorso di Pandolfi per uscire da quella situazione pericolosa. Tommaso Morlino, un altro dc che era ministro della Giustizia, suggerì ad Andreotti di esaminare personalmente il caso. E il presidente accettò il consiglio: nel giro di tre ore incontrò di persona Nino Andreatta, l’economista che allora era responsabile economico della dc, Sarcinelli, Baffi e infine lo stesso Guarino, tutti riuniti, tra un incontro e l’altro, nello studio del professore di piazza Borghese.
«Uscito dal colloquio con Andreotti – racconta il professore – Andreatta mi chiamò: “Quel serpente (testuale!) mi ha convinto che, nei limiti dei suoi poteri, non vi è nulla che possa fare”». Poi fu la volta di Sarcinelli e Baffi: entrambi tornarono scuri in volto. «Un’ombra di tristezza profonda – ricorda Guarino – oscurava il suo (di Baffi, ndr) volto, già di per sé severo».

A quel punto toccava al professore che non si era mai trovato a tu per tu con Andreotti. Che esordì: «Ci dica lei cosa possiamo fare. Ci stiamo girando attorno, ma non riusciamo a trovare la soluzione». Guarino rispose in modo diretto, rischiando d’irritare il suo interlocutore. «L’attacco alla Banca d’Italia – disse – viene fatto risalire a tre ispiratori, se non propriamente mandanti, Rovelli, Gelli, Sindona. Lei è al governo da sempre. Ha conosciuto ed è dovuto venire a contatto con tutti. Lei viene comunemente indicato come referente politico dei tre personaggi».
«Lei, presidente – proseguì Guarino –, può non aver presente che il 3 giugno prossimo si terranno le elezioni politiche. Il 31 maggio si terrà l’assemblea generale della Banca d’Italia. In quel giorno, conoscendo Baffi, sono certo che il governatore, ove non veda seduto accanto a sé anche Sarcinelli al tavolo del direttorio, darà le dimissioni in assemblea. E con lui tutto il direttorio. Lei, preso da altri e non meno gravi problemi politici, può aver sottovalutato l’impatto della questione sull’opinione pubblica. La sensazione che sia in atto una vera e propria aggressione, di origine oscura, nei confronti dell’Istituto è diffusa. Baffi è persona dai costumi integerrimi. La Banca d’Italia, da Stringher in poi, gode di un prestigio massimo in Italia e anche tra le istituzioni finanziarie internazionali. Né Baffi potrebbe non dare le dimissioni perché l’interdizione dai pubblici uffici disposta dal giudice per Sarcinelli, in modo indiretto ma certo, colpisce anche Baffi. I riflessi delle dimissioni date dal direttorio in assemblea sarebbero non inferiori a quelle dell’affaire Dreyfus nella Francia ottocentesca. Lei ne subirebbe il riflesso nelle elezioni. Un risultato negativo potrebbe compromettere tutto il suo futuro politico».

Anziché mettere alla porta l’interlocutore, Andreotti domandò: «E Ciampi?». Carlo Azeglio Ciampi, a quel tempo, era direttore generale della Banca d’Italia. Se non avesse dato le dimissioni e avesse accettato di subentrare a Baffi come governatore – annota Guarino – la questione sarebbe svanita e la Banca sarebbe tornata alla normalità.
Guarino rispose deciso: «Credo di conoscere bene Ciampi. Se Baffi si dimettesse in assemblea, seduta stante lo farebbe anche Ciampi». Il senso di quella frase era chiaro: Alibrandi doveva revocare, subito, il provvedimento d’interdizione dagli uffici pubblici. Già, ma come si sarebbe potuto ottenere quel risultato? Guarino non fu in grado di dare consigli. Andreotti lo congedò dandogli appuntamento per la mattina successiva nel suo studio privato.
Fu un breve incontro. Andreotti disse: «Si può fare». E in effetti Alibrandi il 4 maggio revocò il provvedimento d’interdizione. Come aveva fatto a convincere il giudice? Guarino lo seppe solo molti anni dopo. «Gli telefonai direttamente», rivelò il presidente. È così che Guarino arriva alla sua conclusione: «Chi ha salvato la Banca d’Italia in quei difficili frangenti è stato Andreotti». Con il quale lo stesso Guarino rimase in rapporti di consuetudine che portarono anche alla sua candidatura alle elezioni europee nelle liste della Dc nel 1983.
L’avvocato rivela anche che, quando Baffi presentò le dimissioni, il direttorio propose all’unanimità il suo nome per l’incarico di direttore generale al fianco di Ciampi. «Il governo andò in diverso avviso», scrive oggi Guarino. Francesco Cossiga, presidente del Consiglio dopo Andreotti, era stato suo assistente all’università di Sassari.
Ciampi manifesta la sua gratitudine a Guarino nel suo recente Da Livorno al Quirinale, scritto con Arrigo Levi: «Se la soluzione fu \ trovata – racconta Ciampi – bisogna darne merito all’abilità di Giuseppe Guarino, non solo grande giurista, ma da sempre vicino alla Banca, al quale sono sempre stato molto grato, soprattutto per la Banca». Nello stesso volume Ciampi conferma che a precisa domanda del segretario generale di Palazzo Chigi («Se Baffi si dimette perché non accettiamo il reintegro di Sarcinelli lei che fa?») rispose: «Mi dimetto anch’io».

Dunque fu Andreotti a impedire una crisi istituzionale che avrebbe potuto avere conseguenze devastanti, anche in termini di tenuta dell’Italia sui mercati finanziari internazionali? Probabilmente sì, anche se rimane il fondato sospetto che Andreotti sia comunque stato un protagonista in negativo della vicenda in quanto “protettore” della finanza deviata di Sindona, di Calvi, dei Caltagirone. Le manovre raccontate da Baffi nei suoi diari e da Sarcinelli nei suoi interrogatori, le innumerevoli testimonianze sui rapporti esistenti tra la corrente del leader democristiano e quegli ambienti economici non lasciano molti dubbi. Il 28 febbraio del 1990, a una commemorazione di Sandro Pertini davanti al parlamento riunito in seduta plenaria, Andreotti rivelò di aver proposto al presidente della Repubblica di nominare «un illustre bancario» (Baffi, ndr) senatore a vita. Pertini gli avrebbe risposto: «Non era con me quando lottavamo contro il fascismo». Erano passati pochi mesi dalla pubblicazione postuma dei diari di Baffi, affidati al giornalista Massimo Riva. Andreotti non nominò l’ex-governatore, lo qualificò come “bancario” e gli affibbiò, ricordando le parole di Pertini, la patente di fascista.
Guarino però è convinto del contrario. «Non era Andreotti che tirava le fila di quella macchinazione – dice al Sole 24 Ore –. Lui ha fatto la sua parte: non si sottrasse alle sue responsabilità e decise che cosa bisognava fare». La cautela peraltro è d’obbligo. Perché tra le caratteristiche di Belzebù spicca la doppiezza: aver “salvato” la Banca d’Italia dopo averla picconata non basta per ottenere la beatificazione.

La storia e i protagonisti
L’attacco alla Banca d’Italia partì il 24 marzo 1979, lo stesso giorno in cui morì il leader del partito repubblicano Ugo La Malfa. Il vicedirettore generale Mario Sarcinelli fu arrestato. Il governatore Paolo Baffi non subì l’onta dell’arresto e del carcere solo perché aveva 68 anni. Entrambi furono poi prosciolti, con la formula più ampia, soltanto due anni dopo. Per quella vicenda, di fatto, furono costretti a lasciare la Banca d’Italia.
I magistrati. Furono il giudice istruttore Antonio Alibrandi (nella foto a lato) e il pm Luciano Infelisi (in basso) a emettere i provvedimenti. Baffi e Sarcinelli erano accusati d’interessi privati in atti d’ufficio e di favoreggiamento personale per i finanziamenti concessi da Imi e Cis alla Sir di Nino Rovelli. Entrambi i magistrati erano vicini alla destra.

Scoppia il caso
I banchieri. In quei mesi era in atto un tentativo di salvataggio dello scricchiolante impero di Michele Sindona (nella foto a lato). La Banca d’Italia si opponeva alle scorciatoie suggerite dalla politica. Inoltre cominciava a indagare sulle oscure attività di Roberto Calvi (a lato) e del Banco ambrosiano. Sullo sfondo tramavano i poteri oscuri della loggia massonica deviata P2.

Sullo sfondo poteri oscuri
I politici. L’economista Nino Andreatta (a lato) era responsabile economico della Dc mentre Filippo Maria Pandolfi (sotto) era ministro del Tesoro. Entrambi presero pubblicamente posizione a favore di Bankitalia. Nei giorni dell’attacco anche la comunità degli economisti, guidata da Sergio Steve, si schierò con una dichiarazione di stima per Baffi e per Sarcinelli. Alcuni di loro furono interrogati dai giudici.

14 novembre 2010

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Paolo Baffi, Governatore integerrimo

lunedì 20 settembre 2010
Esattamente 31 anni fa – il 20 settembre 1979 – Paolo Baffi si dimise da Governatore della Banca d’Italia. Le dimissioni di Baffi furono accolte dal Consiglio Superiore “con effetto a partire dalle ore 24 del 7 ottobre 1979“. Cogliamo quindi l’occasione per ricordare una persona modello, un meraviglioso civil servant.
Proveniente da una famiglia con pochi mezzi economici – il padre Giovanni emigrò in Argentina, “donde rientrò qualche tempo dopo per difetto di fortuna” – la madre vedova all’età di 22 anni allevò il figlio Paolo fino alla laurea (1932) lavorando come sarta.
Allievo di Giorgio Mortara all’Università Bocconi, nel 1936 entra in Banca d’Italia.
Nel dopoguerra Baffi contribuì a disegnare la “linea Einaudi” di riequilibrio monetario. Fu l’anima intellettuale ma anche l’organizzatore e la guida del Servizio Studi.
Dal 1960 al 1975, quando le crescenti difficoltà dell’economia chiamarono la politica monetaria a compiti nuovi, Baffi operò per adeguare gli strumenti e la struttura interna della Banca, per elevare il livello professionale del personale.
Nel 1975, nominato Governatore, all’inizio di quello che avrebbe ricordato come “il mio quinquennio di fuoco”, si dispiegarono gli effetti recessivi dei rincaro dei prezzi petroliferi: per la prima volta dal dopoguerra il reddito nazionale diminuì. Baffi era preoccupato che la restrizione monetaria provocasse effetti rovinosi sull’economia.
Il cuore della sua analisi è enunciato nelle sue prime Considerazioni finali nel 1976 scrisse: “Dall’inosservanza, nella politica di bilancio e in quella retributiva, di regole compatibili con la stabilità monetaria, derivano due conseguenze. La prima, che la capacità del sistema creditizio di operare come meccanismo di allocazione delle risorse è menomata; la seconda, che l’autorità è indotta a tentare di ristabilire quella compatibilità mediante interventi di carattere amministrativo”.
Baffi contribuì a guidare l’economia verso il riequilibrio dei conti con l’estero e il ripristino del merito di credito. Ciampi ricorda: “Nei consessi internazionali, il Suo prestigio aiutò a ristabilire un clima di fiducia; accrebbe la disposizione della comunità internazionale a sostenere lo sforzo dell’Italia verso condizioni economiche e finanziarie più ordinate”. Il contenimento dell’inflazione e il riequilibrio dei conti con l’estero permisero di non mancare, nel 1978-79, l’appuntamento con il Sistema Monetario Europeo – in cui entrammo con la banda larga del 6%. Storiche furono le negoziazioni di Baffi con il Governatore della Bundesbank Emminger.
Il 1979 è un anno terribile. Il 29 gennaio a Milano viene assassinato dai terroristi di Prima Linea il giudice Emilio Alessandrini. Il 20 marzo Michele Sindona viene incriminato dalla magistratura americana per la bancarotta della Franklin National Bank. Sempre il 20 marzo viene assassinato a Roma Mino Pecorelli, direttore dell’Agenzia “OP”, specialista in scandali, depistaggi, in combutta con i servizi segreti. Il 24 marzo Ugo La Malfa – che si rifiutò di convocare il Comitato Interministeriale per il Credito e il Risparmio al fine di bloccare l’aumento di capitale di Finambro di Sindona – viene colpito da un ictus. Morirà due giorni dopo.
Il 24 marzo si presentano in Banca d’Italia i carabinieri e arrestano Mario Sarcinelli, responsabile della Vigilanza e sequestrano il passaporto a Baffi (non lo arrestano solo per limiti di età). A Baffi fu impedito di andare a Basilea ai consueti consessi mensili dei banchieri centrali europei presso la Banca dei Regolamenti Internazionali, dove rappresentava l’Italia con notevole prestigio. Vengono accusati di interessi privati in atti d’ufficio e di favoreggiamento personale.
La verità – si saprà anni dopo – è che la P2 – su pressione della Democrazia Cristiana e dei soggetti economici vicini agli esponenti democristiani (Sindona, Caltagirone, Calvi, Italcasse) organizzò una manovra d’attacco alla Banca d’Italia servendosi di due suoi iscritti: l’inqualificabile giudice istruttore Infelisi e il pm Alibrandi, che si permise di trattare in modo violento e ostile Baffi durante l‘interrogatorio (Alibrandi allevò “meravigliosamente” il figlio – eversore di destra e membro dei NAR verrà ucciso anni dopo in uno scontro a fuoco con la polizia).
Le principali colpe dei due?
1) aver fatto sciogliere il cda dell’Italcasse, cioè del più importante istituto di credito dominato dal potere DC;
2) aver ordinato un’ispezione presso il Banco Ambrosiano guidato da Roberto Calvi;
3) l’opposizione ferrea ai piani di salvataggio delle banche di Sindona.
Naturalmente Baffi e Sarcinelli vennero scagionati anni dopo per l’assoluta insussistenza delle accuse.
I migliori economisti italiani – Caffè, Andreatta, Spaventa, Savona, Monti, Tarantelli, Reviglio e altri – il 2 aprile 1979 firmano una dichiarazione a favore di Baffi e Sarcinelli e contro l’ignobile attacco.
L’ineffabile Andreotti scrive nel suo diario: “Per reagire contro l’arresto di Sarcinelli e l’avviso a Baffi un gruppo di professori firma una dichiarazione-manifesto. Temo che non giovi a trovare una rapida via d’uscita”.
Marco Vitale commenta: “Ho sempre sostenuto che la nomina di Paolo Baffi a Governatore della Banca d’Italia è stata l’unica riforma di struttura degli anni settanta. Non è dunque un caso che Baffi e Sarcinelli siano trattati come malfattori. Così come non è un caso che tutta l’Italia seria ha subito compreso il significato politico dell’episodio e dice a Baffi e Sarcinelli: resistete…. In realtà questa Banca d’Italia seria dava fastidio e meritava una lezione”.
Ma Baffi, dolente figura di uomo di Stato ancorato ai principi della corretta amministrazione, non rimarginò mai più quella sua ferita. Nelle Considerazioni finali del 1979 Baffi scrisse: “Ai detrattori della Banca, auguro che nel morso della coscienza trovino riscatto dal male che hanno compiuto alimentando una campagna di stampa intessuta di argomenti falsi o tendenziosi e mossa da qualche oscuro disegno”. Ma nelle memorie consegnate a Massimo Riva e pubblicate su Panorama l’11 febbraio 1990 – che potete trovare al link http://www.unibg.it/dati/persone/2806/3147-Memorie_Paolo_Baffi_IParte.pdf; http://www.unibg.it/dati/persone/2806/3146-Memorie_Paolo_Baffi_IIParte.pdf – Baffi commentò: “Queste parole piuttosto pacate non danno certo misura dell’amarezza e dello sdegno che io provavo in quei giorni: ma se vi avessi dato sfogo, forse mi sarei procurato nuove incriminazioni.”
Padoa-Schioppa aggiunge: “Proprio quell’urto – che veniva da un uomo schivo, all’antica, profondamente rispettoso dell’autorità dello Stato e del primato della politica – è il servizio che Baffi ha reso all’Italia
”.
Ma non vogliamo ridurre la figura di Baffi a questo episodio. Siamo d’accordo con
Ciampi: “La dignità di cui Paolo Baffi diede esempio ne ha innalzato la figura; ma farebbe torto all’elevatezza delle Sue doti, alla vastità e molteplicità della sua opera, chi incentrasse su quella dolorosa vicenda la Sua memoria”.Mio padre – grazie papà, sono sicuro che apprezzeresti questo post – mi ha insegnato con lungimiranza a costruire e tenere aggiornato un archivio. Fin dai 15 anni. Alcuni mi ha consigliato di digitalizzarlo. Vedremo. Fino ad oggi ha funzionato benissimo cartaceo.
Ecco l’autorevole giudizio di tre Governatori della Banca d‘Italia – tratte dai miei amati ritagli.
Mario Draghi: “Per oltre mezzo secolo la vita della Banca d’Italia è stata segnata dall’opera e dal pensiero di Paolo Baffi. Da quando entrò giovanissimo in Banca d’Italia sino agli ultimi anni come Governatore onorario, con il suo esempio contribuì a plasmare questa istituzione con la serietà e il rigore”.
Carlo Azeglio Ciampi: “La sua sola presenza scoraggiava ogni superficialità; innalzava la soglia della valutazione morale e professionale degli uomini; contribuiva a dare un senso sicuro al mandato e alle azioni di chi è chiamato a responsabilità pubbliche…La sua opera fu decisiva, sin dal Suo ingresso nel nostro Istituto, nell’affermare un metodo di lavoro: quello che nel rigore dell’analisi e nell’indipendenza del giudizio vede innanzitutto un dovere, uno dei modi attraverso i quali si estrinseca la funzione della Banca, al servizio della collettività”.
Luigi Einaudi: “Di Paolo Baffi dirò solo che la stima che di lui hanno gli studiosi di cose economiche è siffatta che reputarono l’anno scorso degno di essere eletto, lui estraneo alla carriera universitaria, socio corrispondente dell’Accademia dei Lincei”.Quando i tempi sono tristi, bisogna guardare in alto alla ricerca di esempi positivi. Nel cielo degli onesti e dei competenti è presente di diritto Paolo Baffi, nato a Broni (PV) il 5 agosto 1911 e morto a Roma il 4 agosto 1989.
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Nel toccante libro “Qualunque cosa succeda” di U, Ambrosoli, si coglie chiaramente il clima di corruzione generale nel quale versava la vita politica ed economica degli anni ’70. A ciò si aggiungevano gli eventi violenti provocati tanto dalla destra quanto dalla sinistra (nel libro vengono elencate numerose vittime).
Credo che sia proprio in tali frangenti che si possa cogliere la vera statura morale degli uomini.. Perchè non c’è niente di più semplice del comportarsi onestamente in un ambiente corretto… Il difficile arriva quando è il sistema stesso ad essere viziato alla radice..Baffi è stato capace, anche in condizioni completamente sfavorevoli (molti politici spingevano per il salvataggio di Sindona, tra cui appunto Andreotti), di mantenere viva la sua fedeltà allo Stato e ai suoi cittadini, mettendo in gioco la sua stessa carriera (chissà quale dispiacere ha provato, privato del passaporto, nel dover mancare alle riunioni a Basilea, che gettavano le basi per il moderno sistema economico europeo..). Quanti uomini, al suo posto, avrebbero fatto lo stesso?E’ però triste constatare come, a 30 anni di distanza dalle vicende della Banca Privata Italiana, si verifichino ancora le stesse situazioni, solo con protagonisti diversi (vedi caso Verdini). A dimostrazione che i disonesti cambiano nome (loggia p2, furbetti del quartierino, tangentopoli, p3..) ma fanno sempre parte del nostro sistema.. C’è da sperare che, allo stesso modo, ci siano sempre dei Baffi, degli Ambrosoli e via dicendo..
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Aldo Moro, i servizi segreti, Gladio e la sovranità monetaria

sabato 6 luglio 2013
Quando ero piccolo e sentivo parlare del cosiddetto “affare Moro” mi ero fatto l’idea che Moro fosse il solito politicante intrallazzatore della Democraza Cristiana, che ha avuto la sfortuna di essere oggetto della violenza di una frangia violenta di terroristi comunisti.

Adesso che sono grande invece ritengo che ciiò sia esattamente quanto le élite dominanti ci hanno voluto fare credere.

Un po’ come Kennedy avevo visto solo una delle due facce, quella oscura (vedi l’articolo http://scienzamarcia.blogspot.it/2008/03/le-due-facce-di-kennedy-il-signoraggio.html).

Il ripensamento è iniziato quando ho compreso che se hanno ucciso Moro è stato anche perché lo Stato lo ha abbandonato. Una volta assodato questo (e non ci vuole poi molto se si studiano i documenti o se si va indietro con la propria memoria) le cose si vedono sotto un altro aspetto.

Qui di seguito una rassegna di link che permette a chiunque di farsi rapidamente un’idea di quello che realmente è successo dopo avere letto che:

– leader politici spifferano il nome della via in cui viene tenuto sequestrato, ma la polizia non lo trova
– l’appartamento in cui viene tenuto nascosto si trova nello stesso palazzo di alcuni appartamenti dei servizi segreti
– i terroristi hanno una precisione di tiro spaventosa: uccidono tutti i membri della scorta senza fare un graffio ad Aldo Moro
– c’era un’organizzazione segreta (Gladio) dotata di un incredibile arsenale militare e con lo scopo di impedire ai comunisti di andare al governo (Aldo Moro preparava il terreno per un governo con il PCI)
– un leader della CIA ha ammesso di avere manovrato i terroristi affinché uccidessero Moro
– Moro ha curato il conio di monete e cartamoneta esenti dal signoraggio (come fece Kennedy poco prima di essere ucciso)

Buona lettura

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1991/07/24/casson-cossiga-mi-onora.html

http://www.repubblica.it/politica/2010/08/17/news/cossiga_il_presidente_picconatore-6182111/

http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/daassociare/visualizza_new.html_20756880.html

http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2013/05/ecco-chi-ha-ucciso-aldo-moro.html

http://www.frontediliberazionedaibanchieri.it/article-aldo-moro-morto-per-500-lire-110527476.html

http://www.ilgiornale.it/news/interni/quel-fantasma-caso-moro-che-incombe-su-prodi-colle-906392.html

http://www.corriere.it/cronache/08_marzo_13/caso_moro_bianconi_ruolo_servizi_segreti_77fbf906-f108-11dc-9d4f-0003ba99c667.shtml

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1992/02/01/casson-ma-io-non-mi-fermo.html

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