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Monika, figlia di nazisti, riuscì a vendicare Che Guevara

Amburgo, Germania, ore 9.40 del 1° aprile 1971. Una bella donna elegante, dagli occhi azzurri, entra nell’ufficio del console della Bolivia, al quale ha chiesto un incontro qualche giorno prima, e attende pazientemente di essere ricevuta. Quando entra nell’ufficio nel suo abito scuro, il console Roberto Quintanilla Pereira resta folgorato dalla bellezza dell’ospite “australiana”, che nell’attesa sta osservando i quadri appesi alle pareti. La ragazza lo fissa negli occhi, poi estrae un revolver e gli spara. Tre colpi a freddo, tutti a segno. Nessuna resistenza, nessuna lotta. Nella fuga, la donna si lascia alle spalle una parrucca, la sua borsa, la sua Colt Cobra 38 Special. E un foglio, sul quale si legge: “Victoria o muerte. Eln”. Il console a terra privo di vita è l’ex colonnello responsabile, meno di quattro anni prima, dell’ultimo oltraggio a Ernesto “Che” Guevara: gli amputò le mani, dopo averlo fatto fucilare a La Higuera il 9 ottobre 1967.

Con quella profanazione, scrive Nina Ramon ricordando l’episodio, Quintanilla aveva firmato la sua condanna a morte: da quel giorno, la Monika Ertlragazza “australiana” si era votata a una missione ad altissimo rischio, vendicare il “Che”. Oltre a quel gesto solitario, ha dell’incredibile l’intera biografia della ragazza: Monika Ertl, baravese, si allontana dalla Germania dopo la Seconda Guerra Mondiale per seguire il padre, cine-operatore di Hitler, lungo la “via dei ratti”, che offre rifugio a molti criminali nazisti in Sudamerica, al riparo dalla giustizia internazionale. La storia di Monika, scrive Nina Ramon in un post su “Conflitti Metropolitani”, ha potuto essere ampiamente raccontata grazie alle ricerche del giornalista investigativo Jürgen Schreiber, autore del libro “La ragazza che vendicò Che Guerava”. Il documentarista Hans Ertl aveva ritratto i Giochi Olimpici di Berlino del 1936 sotto la direzione di Leni Riefenstahl, la regista del regime nazista, ed era considerato “il fotografo di Roberto Quintanilla PereiraHitler” benché l’iconografo ufficiale del Führer sia stato Heinrich Hoffman, delle SS.

Uomo in realtà pacifico e senza nemici, neppure iscritto al partito nazista, dopo la guerra il padre di Monika abbandona la Germania per il Cile, raggiungendo l’arcipelago australe di Juan Fernández, «affascinante paradiso perduto» dove realizza un documentario nel 1950. L’anno seguente raggiunge Chiquitania, a cento chilometri da Santa Cruz, per stabilirsi nelle terre vergini amazzoniche e insediarsi a “La Dolorida”, una proprietà di tremila ettari. Monika, che ha vissuto la sua infanzia nell’effervescenza del nazismo della Germania, in Bolivia apprende l’arte di suo padre, utile poi per lavorare con il documentarista boliviano Jorge Ruiz. La ragazza cresce in una cerchia ristretta e razzista, dominata dal padre e da un sinistro personaggio, lo “Zio Klaus”, presentatole come “imprenditore tedesco di origine ebraica”. Vero nome: Klaus Barbie, alto dirigente della Gestapo, noto come “il boia di La morte del Che in BoliviaLione”. Perfetto, lo “Zio Klaus”, per lavorare sotto falso nome (Altmann) come consulente per svariate dittature fasciste sudamericane.

La vita di Monika, dopo il matrimonio fallito con un giovane tedesco e l’apertura di un ospizio per orfani a La Paz, cambia di colpo con la notizia dell’atroce fine di Ernesto Guevara, l’icona rivoluzionaria di Cuba. «Lo adorava come fosse un dio», confida la sorella, Beatriz. Col padre i rapporti si complicano improvvisamente, nonostante Hans sia legatissimo alla figlia: «Monika fu la sua figlia preferita, mio padre era molto freddo nei nostri confronti e lei sembrava essere l’unica che amasse», racconta la sorella alla Bbc. «Mio padre nacque come risultato di uno stupro, mia nonna non gli dimostrò mai affetto e questo lo segnò per sempre; l’unico affetto che dimostrò fu per Monika». Che, alla morte del “Che”, si separa dal padre e aderisce alla militanza della sinistra Klaus Barbiesudamericana, impugnando le armi con la guerriglia di Ñancahuazú, seguendo le orme del suo eroe, per combattere la disuguaglianza sociale.

«Monika – scrive Nina Ramon – smise di essere quella ragazza appassionata di fotografia per diventare “Imilla la rivoluzionaria”, rifugiata in un accampamento sulle colline boliviane. Man mano che la maggior parte dei suoi compagni cadevano, il suo dolore si trasformò in forza per pretendere giustizia e lei divenne una figura chiave dell’Eln. Nei quattro anni durante i quali restò nell’accampamento, scrisse a suo padre una sola volta l’anno, per dirgli testualmente “non preoccupatevi per me, sto bene”. Purtroppo, non l’avrebbe mai più rivista, né viva, né morta». Così, nel 1971 Monika attraversa l’Atlantico, torna nella sua Germania e, ad Amburgo, giustizia personalmente il console boliviano, il “macellaio” Quintanilla, l’uomo che tutti i guerriglieri sognano di uccidere. Un istante dopo, Monika si trasforma a sua volta in preda, braccata in ogni dove da polizie e servizi segreti. Cade due anni dopo, nel 1973, in Bolivia, vittima di un’imboscata tesale dal mostruoso Barbie, lo “Zio Klaus”. Monika Ertl aveva solo 36 anni. La sua tomba “simbolica” è in un cimitero di La Paz, ma i suoi resti – sepolti chissà dove – non sono mai stati consegnati ai familiari. Barbie le sopravvisse per Il libro di Schreiberquasi vent’anni: identificato come criminale nazista ed estradato nell’83 in Francia, morì quattro anni dopo la sentenza del 1987 che lo condannò all’ergastolo.

«Che Monika avesse un viso d’angelo non significa nulla, e la cronaca nera dei nostri giorni ce lo insegna», scrive l’editore (Nutrimenti) presentando volume di Schreiber, libro-inchiesta che si legge come un noir. «E tuttavia, più leggiamo di lei, della sua famiglia, del suo vissuto, più ci riesce difficile sottrarci al sentimento di simpatia che proviamo nei suoi confronti: come avviene allo stesso Schreiber, che non ha problemi a confessarlo. Perché Monika Ertl è un’assassina che uccide un assassino». Non ci si deve fare giustizia da sé: ma se non ci sono “alternative”? Nata a Monaco di Baviera nel 1937, Monika era cresciuta accanto a persone che non solo non scontavano le loro colpe, ma neppure si riconoscevano colpevoli. Il padre Hans, “fotografo di Hitler”, non aveva mai preso posizione davanti alle atrocità che fissava sulla pellicola. Poi, una volta in Bolivia, aveva dato piena copertura a un criminale del calibro di Barbie: quanto aveva influito, sulle scelte di Monika, il passato nazista dalla famiglia?

(Il libro: Jürgen Schreiber, “La ragazza che vendicò Che Guevara. Storia di Monika Ertl”, Edizioni Nutrimenti, 392 pagine, euro 19,50).

Fonte: www.libreidee.org
19.05.2013

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Ratlines: I Criminali Nazisti Salvati dal Vaticano

martedì 9 aprile 2013
[nota di escogitur: potremmo dire che la storia è una battaglia continua in cui una forza cerca di sopprimere l’altra. In realtà la Chiesa è composta di uomini che misurano talvolta la loro forza sulla base delle strategie, dei tatticismi, della diplomazia e si accordano con i potenti di turno. Ma questa non è la vera Chiesa di Dio, ma il Vaticano che perpetua se stesso come un potere temporale. E’ la parte della Chiesa in cui nessuno può considerarsi parte. Altra cosa è difendere la Fede, il Territorio, la Patria, le Famiglie a cui tutti i Cattolici sono chiamati nella Verità.]
[nota di nwo-truthresearch: estraiamo interamente questo saggio, così com’e, dal sito del Coordinamento Nazionale Per la Jugoslavia; in questo sito potrete visitare inoltre una sezione dedicata che raccoglie documentazione su Ratline e Odessa. Al saggio abbiamo aggiunto solo due note. Tutti i link contenuti nel saggio riportano al documento nel sito originale. Buona lettura.]

Ratlines: La guerra della Chiesa contro il comunismo

Premessa

La storia che qui viene raccontata è quella delle reti di fuga dei criminali di guerra nazisti e ustascia nell’immediato dopoguerra. Questi loschi individui furono in ogni momento appoggiati dal Vaticano, nella persona di papa Pio XII e del sottosegretario Montini (che divenne in seguito papa Paolo VI), con la connivenza dei servizi segreti occidentali. Questi ultimi cercarono di utilizzarli come terroristi, nel tentativo di abbattere i regimi comunisti.
Due reti distinte (ma pur sempre collegate) erano state approntate: una per i tedeschi, diretta dal vescovo Hudal, ed una per i croati, diretta da padre Draganovic. Personaggi come il truce dittatore Ante Pavelic, che era stato messo da Hitler a capo dello stato fantoccio della Croazia Indipendente, sfuggirono ai tribunali che dovevano punirli per i loro sanguinosi delitti, attraverso la rete dei conventi e degli istituti religiosi che era stata predisposta all’uopo. Questi assassini furono poi riutilizzati nel tentativo di far cadere la Jugoslavia di Tito, formando un una banda di terroristi denotati “krizari” (crociati). Alla fine sono quasi tutti riusciti a rifugiarsi oltreoceano, in America Latina, in Australia e in Nord America.
Quelli che seguono sono degli appunti tratti dalla prima parte del libro Ratlines, scritto dai giornalisti Mark Aarons e John Loftus, australiano il primo e americano il secondo. Le parti “tra virgolette” riproducono citazioni testuali dal libro. Tra parentesi, dopo ogni affermazione, è riportato il numero della pagina da cui l’affermazione è stata tratta. Talvolta sono state utilizzate fonti diverse, che sono sempre indicate.
In nessun modo questi appunti vogliono sostituirsi al libro. Ratlines è ricco di dati e informazioni, tratti soprattutto dagli archivi dei servizi segreti americani. E sempre al libro si rimanda per la citazione delle fonti. Tuttavia, il modo con cui è stato scritto il libro è un po’ caotico, e le informazioni non vengono sempre legate fra loro nel modo più efficace. Per questo motivo, l’uso di questi appunti sarà sicuramente di aiuto a chi si lancerà nella lettura di Ratlines.
Nella prefazione, gli autori dichiarano che non hanno voluto scrivere un libro che attaccasse la Chiesa; tuttavia la sensazione di chi legge è che si tratta proprio di un libro contro la Chiesa cattolica apostolica romana, oltre che contro i governi degli Stati Uniti, della Gran Bretagna, della Francia e dell’Italia. Altrettanto ambigua è la posizione degli autori nei confronti della Federazione Jugoslava di Tito: per quanto riguarda i fatti narrati, infatti, non c’è nulla da eccepire contro quello stato (l’unico che sembra realmente intenzionato a non lasciarsi sfuggire gli assassini, tra gli stati menzionati!), e tuttavia gli autori sono molto più severi contro quel governo che non contro il papato o contro quelle nazioni che fecero fuggire i peggiori individui che la cultura europea moderna potesse produrre.
Credo che gli autori abbiano cercato in questo modo di ostentare, nella forma, la loro fedeltà allo schieramento occidentale, pur raccontando fatti che infamano proprio tale schieramento. Forse tale impostazione è stata necessaria per trovare un editore disposto a pubblicare il libro? Se così fosse, ci sarebbe certamente da essere preoccupati per la democrazia americana, a 40 e più anni dall’epoca del senatore Mc Carthy!
Il libro è suddiviso in due parti, intitolate “La guerra della Chiesa contro il comunismo” e “La guerra del comunismo contro la Chiesa”. Gli appunti per ora riguardano soltanto la prima parte. Terminato questo lavoro, mi metterò a studiare “La guerra del comunismo contro la Chiesa”, e, se sarà interessante come la prima parte, produrrò un’altra serie di appunti.

Indice:


Il titolo

“Letteralmente, una ratline è la scala di corda che arriva fino in cima all’albero della nave e rappresenta l’ultimo luogo sicuro quando l’imbarcazione affonda. Pertanto ratline è diventato il termine generico con cui i servizi segreti identificano le reti o le organizzazioni istituite allo scopo di far fuggire qualcuno” (7).


Note sull’olocausto

1. Il campo di Treblinka, comandato da Franz Stangl

“Al loro arrivo a Treblinka, gli uomini, le donne e i bambini, stipati nei loro carri merci chiusi, trovavano ad attenderli una normale stazione ferroviaria, graziosamente decorata con cassette di fiori. A distanza, si scorgevano alcune baracche dall’aria innocua. Franz Stangl ci teneva all’ordine. Ai passeggeri veniva detto di scendere dai carri per riposare e per farsi una doccia. Mentre si svestivano, veniva detto loro di mettere al sicuro i loro oggetti di valore in cassette numerate, di modo che, dopo la doccia, avrebbero potuto ritrovarli facilmente.
Tutto si svolgeva in maniera così rapida, organizzata, letale. Le docce erano, in realtà, camere a gas dove 900.000 persone, per la maggior parte ebrei, furono uccise immediatamente al loro arrivo. A differenza di Auschwitz, lì non si svolgeva alcun lavoro. Treblinka esisteva solo per uno scopo: lo sterminio” (33-34).

2. La Croazia Indipendente di Ante Pavelic

La dittatura croata si macchiò di gravi crimini, “tra cui gli orribili massacri di serbi, ebrei e zingari nel corso dei quattro anni [in cui stette in piedi il regime]: mezzo milione di civili innocenti trucidati per ordine personale [di Pavelic]. Molti erano stati giustiziati con metodi da pieno Medioevo: erano stati cavati loro gli occhi, recise le membra, strappati gli intestini e gli altri organi interni dai corpi ancora vivi. Alcune persone furono massacrate come bestie: venne tagliata loro la gola da un orecchio all’altro con coltelli speciali. Altre morirono in seguito a colpi di maglio sulla testa. In numero ancora maggiore furono semplicemente bruciate vive” (80).
Ante Pavelic
 “Durante i primi mesi del regime di Pavelic furono massacrate circa 150.000 persone di fede serbo-ortodossa. In molti casi -è un fatto documentato- fu offerta loro la salvezza se avessero rinunciato alla loro fede per divenire cattolici” (92). “Le conversioni forzate [venivano celebrate] da preti cattolici sotto l’attento controllo di unità di polizia ustascia armate fino ai denti. Su tali cerimonie incombeva la minaccia di morte, poiché i contadini serbi erano perfettamente a conoscenza dei massacri condotti da quelle stesse unità nelle zone limitrofe” (106). A dirigere le conversioni forzate era padre Draganovic (106).

3. Le posizioni del Vaticano e dell’Occidente durante la guerra

“Nell’aprile del 1943 […] il Foreign Office e il Dipartimento di Stato temevano entrambi che il Terzo Reich fosse disposto a fermare le camere a gas, a svuotare i campi di concentramento e a lasciare che centinaia di migliaia (se non milioni) di superstiti ebrei emigrassero in Occidente” (21).
Anche il papa, sebbene ne fosse a conoscenza, tacque sull’olocausto: “Il terribile silenzio da parte del Vaticano nei confronti degli ebrei si accordò completamente con la politica occidentale” (22). Tuttavia, a fronte dell’indifferenza degli anglo-americani, per lo meno (magra consolazione) “il papa tacque in pubblico, ma in segreto aiutò alcuni ebrei” (24).
[nota di nwo-truthresearch: quella di Pio XII era per lo più un’operazione di immagine per comprarsi il giudizio futuro della storia: sappiamo benissimo che PioXII sostenne il nazismo sia prima che dopo (con le ratlines appunto) questa magra opera di salvezza. Se Pio XII e la sua Chiesa satanica non avessero contribuito in modo decisivo all’ascesa dei nazisti al potere, questo regime totalitario non avrebbe certo avuto la possibilità di uccidere alcun ebreo, ed egli, quindi, non avrebbe certo avuto bisogno di salvarne alcuno; il conteggio da imputare al nostro uomo “Pio”, quindi, non è quello degli ebrei da lui salvati, ma semmai il numero totale di tutti quelli che sono morti per sua diretta responsabilità; e questo è un fatto che nemmeno molti studiosi ebrei, soffocati dalla propaganda vaticana, riescono a comprendere. Pio XII poi non ha solo la responsabilità della morte degli ebrei, ma anche dell’intera carneficina della seconda guerra mondiale. A fronte di ciò, l’operazione di salvataggio dal lui portata avanti verso alcuni ebrei appare proprio essere un’operazione di maquillage, operazione in cui la Chiesa cattolica ha un’esperienza di 2000 anni.]
Fu tramite il Vaticano, inoltre, che nel 1944 le SS cercarono di “stabilire contatti […] con le potenze occidentali” per convincerle a “troncare i rapporti con Stalin e a unirsi alla Germania nella lotta contro i bolscevichi” (25).
“Durante la guerra il Vaticano non si era pronunciato pubblicamente riguardo alle atrocità compiute dai sovietici e dai tedeschi” (qui Aarons e Loftus mettono Hitler e Stalin sullo stesso piano, cosa molto discutibile, dato che Hitler uccise 11 milioni di civili innocenti, metà dei quali erano ebrei). Ma nel 1945, a guerra perduta per i nazisti, papa Pio XII “capovolse la sua politica e decise che era giunto il momento di levare la voce della Chiesa contro i crimini commessi da Stalin”, mentre continuò a tacere quelli commessi da Hitler, approvandoli tacitamente (27).
Per ulteriori note sull’olocausto, leggere il numero di Storia Illustrata citato in bibliografia.

Geopolitica vaticana

L’interesse secolare della Chiesa è sempre stato quello dell’evangelizzazione, ossia della trasformazione in cattolici di quanti più uomini sia possibile, e la contrapposizione a tutte le altre filosofie o religioni. In questo modo il Vaticano si assicura un vero e proprio controllo politico su territori e nazioni. Il papato ha dunque una sua politica estera che è ben definita, anche se per molti non percettibile: “Pensano in termini di secoli e fanno piani per l’eternità; questo rende la loro politica inevitabilmente imperscrutabile, disorientante e, in certe occasioni, riprovevole per le menti pratiche e condizionate dal tempo” (lettera dell’ambasciatore inglese Sir D’Arcy Osborne, marzo 1947, riportata nell’epigrafe).
“Era desiderio del Vaticano aiutare chiunque a prescindere dalla sua nazionalità o dalle sue opinioni politiche, fintantoché quella persona possa dimostrare di essere cattolica. Il Vaticano giustifica inoltre la sua partecipazione col desiderio di introdursi non soltanto nei paesi europei, ma anche in quelli latino-americani, attraverso persone di qualsiasi convinzione politica, purché anticomuniste e favorevoli alla Chiesa Cattolica” (57).
L’obiettivo del papa per l’Europa era molto semplice: “la creazione di un grande Stato federale danubiano” che raggruppasse le nazioni cattoliche d’Europa centrale (60), insomma in un certo senso un ritorno ai bei tempi del potere temporale della Chiesa; la creazione di una nazione sulla quale il pontificato possa esercitare la sua autorità. In questo quadro, è fondamentale la posizione della Croazia: “La Santa Sede considerava la Croazia come la frontiera della cristianità; tra la Croazia e il papa esisteva un rapporto particolare che risaliva al 700 d.C.” (80). “La Croazia è una delle nazioni più benvolute dalla Chiesa, un baluardo cattolico contro gli scismatici ortodossi” (66). “Nell’isterismo che caratterizzò i primi anni della guerra fredda, il Vaticano considerava la Croazia come la propria roccaforte nei Balcani” (136).
Per raggiungere i suoi scopi, il papa optò per lo spionaggio (29) e sul reclutamento di ex-nazisti per combattere i comunisti, cioè coloro che gli contendevano i territori dell’Unione Danubiana (32). Il Vaticano cercò anche di riutilizzare l’organizzazione clandestina costituita durante la guerra dai disertori dell’esercito russo in Germania ed in Austria: Estoni, Lituani, Cechi e altri cittadini di cultura prevalentemente cattolica (30-31). “Per essere ammesso, ogni membro doveva prestare giuramento di fedeltà alla Chiesa, impegnandosi a a metterne gli interessi al di sopra persino della propria nazione di appartenenza” (31).

Geopolitica europea

Le potenze europee avevano dei progetti molto simili a quelli del papato:

1. Francia

“Non appena cessarono le ostilità, De Gaulle indisse un’agguerrita campagna per ottenere la simpatia dei popoli dell’Europa orientale. Il suo scopo era quello di creare un contraltare ai piani inglesi. […] Il leader francese riteneva infatti che fosse necessario prepararsi a una nuova guerra contro Stalin per ristabilire il “legittimo” ruolo della Francia nella regione” (62). De Gaulle aveva allacciato stretti contatti con il Vaticano, tramite il cardinale francese Tisserant (63).
“De Gaulle voleva l’aiuto del papa per creare una confederazione europea che riunisse, tra gli altri, i cattolici di Spagna, Francia, Italia, Austria, Germania, Polonia, Ungheria, Slovacchia, Croazia, Slovenia e Stati baltici. […] La Francia avrebbe dovuto firmare dei trattati di amicizia con la Spagna e con l’Italia, stabilendo così un potente triangolo che avrebbe ricevuto in seguito, grazie all’influenza del papa, l’aiuto degli stati cattolici sudamericani” (63).
La riuscita di questo triangolo era legata a quella della “creazione di uno stato federale della Germania cattolica, separato dalla maggioranza protestante. L’ultimo anello del piano di De Gaulle era rappresentato da una Confederazione Pandanubiana Cattolica dell’Europa centrale. Un’alleanza con la Polonia e con gli Stati baltici avrebbe permesso agli slavi cattolici di staccarsi dai loro compatrioti ortodossi e protestanti assicurando il crollo della Jugoslavia, della Cecoslovacchia e di gran parte dell’Unione Sovietica” (63).
In poche parole, la Francia auspicava esattamente quello che è accaduto negli ultimi anni!

2. Gran Bretagna

“Gli Inglesi erano convinti che presto sarebbe scoppiata la guerra contro i sovietici” (65). Il premier inglese Winston Churchill stava portando avanti sin dagli inizi del 1944 la politica di “creare una confederazione di nazioni dell’Europa centrale sotto l’influenza di Londra. Quando finì la guerra il SIS lanciò una sofisticata operazione spionistica per reclutare gli emigrati politici dell’Europa centrale e orientale. Il SIS mirava ad istituire un’unione politica contro il bolscevismo e a fornire un aiuto materiale con lo scopo di attirare gli esuli nella sfera d’influenza inglese per operazioni di controspionaggio antisovietico e paramilitari. Gli inglesi avevano anche istituito delle logge massoniche tra gli esuli, attraendo in tal modo i più importanti leader balcanici” (64).
Padre Draganovic cominciò a far pressioni sugli inglesi in favore della Confederazione Pandanubiana agli inizi del 1944, quando consegnò all’ambasciatore inglese presso il Vaticano una lunga nota, con cui inoltrava proposte fatte da alti ministri ustascia a Zagabria” (66).

3. Gli intrighi degli Inglesi

Il dato che emerge è la rivalità che c’era subito dopo la fine della guerra fra Londra e Parigi, entrambe nel tentativo di controllare l’Europa centrale. Tuttavia le loro politiche si concretizzavano in piani molto simili, e simili a quelli del papato: essenzialmente l’idea della Confederazione Danubiana. Molto presto gli inglesi riuscirono a togliere l’iniziativa ai francesi. “Alla fine dell’estate 1946 i servizi segreti inglesi avevano ottenuto un innegabile predominio sui rivali francesi” (65).
“Esisteva almeno un importante punto di accordo tra Parigi e Londra: si sarebbero dovuti escludere gli Stati Uniti da queste operazioni clandestine. Fu adottato lo slogan “l’Europa agli Europei, senza Russi né Americani. Facciamo combattere gli Stati Uniti contro i Russi e sfruttiamo la vittoria”” (65).
Gli inglesi “avevano fatto infiltrare alcuni agenti tra gli emigrati politici, istituendo così dei centri spionistici a Graz e a Klagenfurt, nella zona austriaca [da loro] controllata” (64). “Gli inglesi diedero assistenza persino ai nazisti e agli ustascia e, fin dall’inizio, costituirono centri militari e terroristici tra tutti i profughi balcanici. Avevano fretta e non volevano perdere tempo, per cui ebbero presto una magnifica organizzazione che si estendeva fino alle parti più remote dei Balcani” (65).
“John Colville, del Foreign Office, […] ammise di aver permesso deliberatamente a molti fanatici ustascia di sfuggire alla giustizia” (111). “Nel maggio del 1945, gli inglesi avevano riconsegnato molti croati relativamente innocenti nelle mani del governo comunista di Tito, destinandoli a una morte sicura. Invece molti criminali di guerra colpevoli di orrendi delitti erano fuggiti” (98). “Avvalendosi dei seguaci di Pavelic, gli inglesi avevano intenzione di rovesciare il governo comunista di Belgrado. Alcuni simpatizzanti americani collaboravano già a queste operazioni senza autorizzazione ufficiale” (94).
“La maggior parte delle volte, le operazioni occidentali [di arresto dei criminali di guerra] facevano fiasco in maniera spettacolare. La ragione di questo era molto semplice. Interi settori delle autorità alleate collaboravano, in realtà, con il Vaticano per garantire che a molti fuggiaschi fosse permesso di partire di nascosto da Genova. Un diplomatico statunitense scoprì che le potenze occidentali erano apparentemente conniventi con il Vaticano e con l’Argentina per portare al sicuro in quest’ultimo paese persone colpevoli di crimini di guerra. Le cose stavano effettivamente così. Sia Washington sia Londra erano scese a patti con la Santa Sede per aiutare molti collaboratori dei nazisti a emigrare verso il sistema di espatrio clandestino messo a punto da Draganovic. Il Vaticano veniva cinicamente usato come copertura per la condotta immorale dell’occidente” (119).
“In quel periodo si poteva quasi parlare di cariche dirigenziali interdipendenti tra i servizi segreti occidentali e il Vaticano” (123).

Intermarium

Intermarium era una “rete ben organizzata di emigrati politici nazisti dell’Europa centrale e orientale, la quale riceveva segretamente sostegno da parte di una piccola ma potente congrega di cui faceva parte lo stesso Pio XII (59). Le radici di quest’organizzazione anticomunista risalivano “agli anni Venti, […] sorta a partire da un cosiddetto gruppo di esuli russi bianchi che fuggirono a Parigi in seguito alla presa del potere da parte dei bolscevichi” (59).
“L’Intermarium proclamava la necessità di una potente Confederazione Anticomunista Pandanubiana, composta per la maggior parte dalle nazioni cattoliche dell’Europa centrale. Prima della guerra, essa aveva ricevuto grandi aiuti dai servizi segreti francesi e inglesi per operazioni anticomuniste. [Nella fase prebellica] lo scopo dell’Intermarium era quello di creare un cordon sanitaire sia contro i russi sia contro i tedeschi” (60).
Durante la guerra era stata uno “strumento nelle mani dei servizi segreti tedeschi: […] nel 1939 la maggior parte dei capi dell’Intermarium aveva unito le proprie sorti a quelle di Hitler. Dopo la guerra, riuscirono a non farsi punire aiutando gli inglesi contro i sovietici” (71).
“Il Vaticano aveva appoggiato [le operazioni relative all’organizzazione di movimenti clandestini contro i russi] lavorando ufficiosamente con i francesi e con gli inglesi affinché dopo la seconda guerra mondiale l’Intermarium tornasse in attività” (61). “La grande maggioranza dei capi dell’Intermarium era composta da ex-capi fascisti che lavoravano per i servizi segreti inglesi o francesi” (67).
“Per iniziativa di Rohracher, [arcivescovo di Salisburgo,] il vescovo di Klagenfurt indisse un incontro per discutere l’opportunità di riunire, in questa Confederazione [Pandanubiana] le nazioni cattoliche dell’Europa centrale. Oltre a Rohracher e al vescovo di Klagenfurt, parteciparono all’incontro anche i vescovi Gregory Rozman di Lubiana e Ivan Saric di Sarajevo. Questi ultimi due prelati erano stati collaboratori entusiasti dei nazisti” (136).
Il presidente di Intermarium era lo sloveno Miha Krek (67).. Il principale organizzatore era l’ungherese Ferenc Vajta. Secondo quest’ultimo, occorreva “una Confederazione Danubiana in cui venisse riconosciuta la libertà di tutti i popoli attraverso una democrazia sana e tradizionale. [Secondo lui era] giunto il momento di creare la grande unità europea e una Confederazione Pandanubiana composta da popoli aventi la stessa cultura e le stesse tradizioni” (72).
“Sotto la direzione francese, Vajta formò dei centri spionistici ad Innsbruck, Friburgo e Parigi. Gli emigrati politici viaggiavano coi documenti dell’Etat Majeur, così da poter andare in giro in tutta sicurezza e costituire una sofisticata rete di spionaggio” (62). Erano coinvolti anche i gesuiti, “come agenti chiave del Vaticano, coinvolti in un programma di penetrazione all’interno di zone occupate dai comunisti” (68).
“Molti personaggi di spicco dell’Intermarium guidavano i corpi d’emigrazione patrocinati dal Vaticano:” il vescovo Hudal, padre Draganovic, monsignor Preseren, il vescovo Bucko, e padre Gallov (68).
Il CIC, servizio segreto americano, indagando trovò “tracce di questa confederazione pandanubiana nella rinascita postbellica del movimento ustascia. Formatosi alla fine degli anni Venti, questo gruppo fascista aveva condotto, negli anni Trenta, una campagna terroristica a livello internazionale. Poi, durante la guerra, fu messo al potere in Croazia dai nazisti e procedette allo sterminio di centinaia di migliaia di civili innocenti. Il 25 giugno, soltanto sette settimane dopo la conclusione della guerra, gli ustascia si erano messi in contatto con la missione papale a Salisburgo, nella zona dell’Austria controllata dagli Stati Uniti. Chiedevano l’assistenza del papa per creare un altro Stato croato indipendente, o almeno un’unione adriatico-danubiana in cui la Croazia, secondo le leggi di natura, avrebbe potuto avere la possibilità di svilupparsi” (60).
Intermarium sfociò, fra le altre cose, nel movimento dei krizari, ossia un’organizzazione di terroristi croati, reclutati nelle file degli ex-ustascia, al fine di destabilizzare la Federazione di Jugoslavia (136).
In Italia, il referente politico era la Democrazia Cristiana (68).

Strategia americana

Secondo Ferenc Vajta, dopo la guerra i servizi segreti americani avrebbero assoldato “soltanto ebrei: sovietofili e idioti”, credendo i “profughi” dei paesi cattolici dell’Europa centrale essere “tutti nazisti, tutti collaboratori, traditori e gente con cui non si poteva lavorare” (72). Questo era il motivo per cui i migliori esperti dell’Intermarium si misero a disposizione dei servizi francesi ed inglesi, i quali a differenza degli americani li accolsero “a braccia aperte”. La conseguenza per gli USA fu la perdita del controllo delle attività spionistiche in Austria e Germania (72).
Nel 1947, Vajta tentò di ottenere l’inversione di questa politica americana, cercando di convincere l’agente del CIC Gowen: “ne abbiamo abbastanza dei piccoli intrighi inglesi e francesi. Ora, finalmente, è giunto il momento di riorganizzare l’Europa orientale in modo che la pace sia fruttuosa. […] Gli inglesi e i francesi non ci possono più aiutare economicamente, ma gli Stati Uniti possono farlo” (72).
Alcuni agenti americani stavano già collaborando con gli inglesi al piano per rovesciare il governo comunista di Belgrado avvalendosi dei seguaci di Pavelic, ma questo avveniva senza autorizzazione da parte dei comandi a Washington (94). “Nei primi giorni di luglio 1947, invece, Gowen cominciò a sostenere energicamente che i servizi segreti americani avrebbero dovuto assumere il controllo dell’Intermarium; non molto tempo dopo, il funzionario del CIC smise di dare la caccia ai nazisti, ed incominciò piuttosto ad ingaggiarli” (70). In particolare, gli americani rinunciarono a portare a compimento l’arresto di Ante Pavelic, marcando così la conclusione della loro alleanza con Vajta (92).
Nel settembre 1947, gli Stati Uniti aiutarono Vajta a fuggire dall’Italia verso la Spagna, e gli promisero “che, se l’ungherese fosse riuscito ad organizzare un nuovo movimento, avrebbe avuto a disposizione i fondi statunitensi” (74).

L’Unione Continentale

Nell’autunno 1947 Vajta decise di fondare un nuovo gruppo anticomunista, che battezzò Unione Continentale. Il suo scopo era quello di togliere all’Intermarium, controllato dagli inglesi, i capi degli immigrati politici, per attirarli nell’orbita di Washington” (74-75).
Vajta e Gowen “ricevettero anche l’aiuto di un alto sacerdote cattolico ungherese, monsignor Zoltán Nyísztor. […] Ciò consentì loro di procurarsi il sostegno del nunzio papale a Madrid, che giunse in loro aiuto con una lettera dai toni accesi di quattro pagine, indirizzata al ministro degli esteri [spagnolo] Artajo, avvertendo che l’Intermarium aveva subito delle infiltrazioni da parte della massoneria francese e inglese. In seguito all’intervento diplomatico del Vaticano, Artajo ordinò ai suoi funzionari di aiutare Vajta e la sua Unione Continentale” (75).
Insieme al suo “vecchio amico” Marjan Szumlakowski, Vajta intavolò “dei negoziati con alti funzionari del governo del generale Franco, il cui risultato fu l’istituzione di un nuovo centro di emigrati politici a Madrid” (75). Gli uomini dell’Unione Continentale avevano “libero ingresso in Spagna […] in cambio di informazioni segrete sulle operazioni sovietiche” (75).
Erano stati stabiliti contatti con l’arcivescovo di Toledo (68). Era inoltre coinvolto anche Joaquin Ruiz-Giménez, il quale poco dopo “venne nominato ambasciatore del generale Franco presso la Santa Sede” (75). L’istituto culturale spagnolo diretto da Giménez costituiva la copertura ai finanziamenti governativi spagnoli (75).
L’Unione Continentale morì nel 1948, quando Vajta fu arrestato negli Stati Uniti (77).

La rete di fuga dei criminali di guerra tedeschi

I conventi, gli istituti religiosi e le organizzazioni caritatevoli costituivano nel 1945 la rete attraverso la quale i nazisti poterono sfuggire ai tribunali:

“Alcuni dei criminali di guerra più ricercati passarono da Rauff, a Milano, al vescovo Hudal nel Pontificio Collegio di Santa Maria dell’Anima a Roma, per finire poi dall’arcivescovo Siri a Genova. Qui s’imbarcarono su delle navi e salparono verso una nuova vita in Sudamerica” (48).

La rete era stata predisposta con un certo anticipo: Hudal incontrò Walter Rauff, assassino di circa 100.000 persone uccise nei furgoni a gas mobili, fin dalla primavera del 1943 (41). In quell’occasione “furono stabiliti i primi contatti […] che avrebbero portato, infine, all’istituzione, da parte di Hudal, di una rete per l’espatrio clandestino dei criminali nazisti” (42).
“A seguito del crollo effettivo dell’esercito tedesco in Italia, Pio XII avviò una campagna per ottenere il diritto di inviare i suoi rappresentanti personali in visita alle decine di migliaia di prigionieri di guerra e internati civili che allora si trovavano nei campi italiani”, con particolare riferimento a quelli di lingua tedesca (43-44). Ottenuto tale diritto, fu nominato “per prestar soccorso alla popolazione nemica sconfitta [il vescovo antisemita] Hudal” (44). La scelta ebbe il complice avallo degli Americani, che “sapevano tutto sulle convinzioni politiche del vescovo austriaco” e il cui servizio segreto aveva redatto un dossier sul libro filonazista che costui aveva pubblicato nel 1936 (45).
“Senza la diretta intercessione diplomatica del Vaticano [egli] non sarebbe mai riuscito a entrare in contatto con tanti criminali di guerra nazisti” (45).
Lo stesso Hudal, molti anni più tardi scrisse:

“Ringrazio Dio per avermi permesso di visitare e confortare molte vittime nelle loro prigioni e nei campi di concentramento e di aiutarle a fuggire con falsi documenti di identità.

[…] La guerra intrapresa dagli alleati contro la Germania non fu motivata da una crociata, bensì dalla rivalità dei complessi economici per la cui vittoria essi avevano combattuto. Questo cosiddetto business […] si servì di slogan come democrazia, razza, libertà religiosa e cristianesimo quali esche per le masse. Tutte queste esperienze mi fecero sentire in dovere, dopo il 1945, di dedicare la mia opera caritatevole principalmente ad ex-nazionalsocialisti ed ex-fascisti, soprattutto ai cosiddetti “criminali di guerra”” (45).

Hudal era in grado di fornire qualsiasi tipo di documenti falsi: “carte d’identità italiane, falsi certificati di nascita, persino dei visti per il paese verso cui si era diretti. I più utili erano i passaporti della Croce Rossa Internazionale” (48).
“La Santa Sede patrocinava il traffico illecito di documenti della Croce Rossa, ottenuti con un falso nome o una falsa nazionalità. […] Il perno di questa operazione era il prete ungherese Gallov” (52).
I passaporti e documenti di identità e di viaggio occorrenti per aiutare i suoi amici nazisti erano forniti al vescovo Hudal da Montini tramite la Commissione Pontificia di Assistenza ai profughi e la Caritas Internazionale (43).
Il traffico illecito di documenti della Croce Rossa era noto ai servizi segreti americani (49), ed anche il fatto che il Vaticano stava agevolando la fuga di criminali di guerra, come è scritto nel “Rapporto La Vista” del 1947: vi erano elencate “più di venti organizzazioni assistenziali vaticane implicate nell’emigrazione illecita o sospettate di esserlo. In cima alla lista degli ecclesiastici coinvolti c’era l’onnipresente vescovo Hudal(50). “I burocrati di Washington decisero, alla fine, di inoltrare soltanto una protesta discreta e molto informale presso la Santa Sede” (53). “Il Dipartimento di Stato sembrava preoccuparsi maggiormente del fatto che i documenti falsi potessero inavvertitamente aiutare degli ebrei diretti in Palestina o degli agenti segreti comunisti […] diretti verso l’emisfero occidentale” (53).
Inoltre il capitale privato americano aveva preso, autonomamente rispetto al proprio governo, l’iniziativa di finanziare quest’emigrazione illegale (54).
Alois Hudal
Le azioni di Hudal a favore dei nazisti non passarono inosservate, ed una serie di articoli apparsi sulla stampa italiana nel 1947 fecero scoppiare uno scandalo, mettendo in cattiva luce persino Pio XII (54). Hudal fu costretto a ritirarsi, ma non per questo terminò il traffico: “da quel momento vennero prese misure straordinarie per nascondere i percorsi di fuga dei nazisti” (55).
La rete fu riorganizzata meglio, e sempre con l’autorizzazione di alti funzionari ecclesiastici: “Il Vaticano sceglieva, per questo lavoro, dei preti fascisti dell’Europa Centrale” (55).
La rete di fuga di Hudal era inserita nell’organizzazione nota con la sigla ODESSA – Organisation der Ehemaligen SS Angehörigen (organizzazione degli ex-appartenenti alle SS). Troviamo ulteriori annotazioni nell’articolo “I segreti della ODESSA” su Storia Illustrata:
“Segnando un giorno su un mappamondo gli itinerari percorsi nella loro fuga da alcuni tra i maggiori criminali nazisti, Simon Wiesenthal [un sopravvissuto del campo di concentramento di Mauthausen, diventato poi cacciatore di nazisti e direttore del Centro di Documentazione di Vienna sull’olocausto] si accorse che seguivano grosso modo tre direttrici principali. Il primo di questi itinerari conduceva dalla Germania in Austria, poi in Italia e di qui in Spagna. Il secondo collegava la Germania con i paesi arabi, il terzo con il Sud America, precisamente con l’Argentina. Questo paese infatti, fino al 1955 -l’anno in cui cadde la dittatura di Perón- fu uno dei rifugi preferiti dei criminali nazisti che in seguito si indirizzarono verso il Paraguay.
Wiesenthal constatò che molte fughe, iniziate nelle più diverse città tedesche, convergevano verso Memmingen, un centro medievale nel cuore dell’Allgäu (regione della Germania meridionale, tra la Baviera e il Württemberg); da qui i fuggiaschi si dirigevano a Innsbruck e, attraverso il Brennero, passavano in Italia.
[…] Alla fine della guerra, in piena occupazione alleata, era sorta in Germania una serie di reti di contatto tra i nazisti chiusi in carcere e gruppi clandestini che facevano capo a ex-gerarchi i quali vivevano nascosti sotto falsi nomi. Già molto tempo prima del crollo del Terzo Reich, infatti, i capi nazisti avevano ricevuto dal partito documenti di identità con nomi falsi e stabilito dei codici segreti da usare in caso di necessità.
[…] Le due principali vie di fuga andavano da Brema a Roma e da Brema a Genova. Lungo tutto il confine austro-tedesco, nel distretto di Salisburgo e in Tirolo, ogni 60 o 70 km di percorso c’era uno scalo costituito da un massimo di cinque persone, le quali conoscevano soltanto l’ubicazione dei due scali più vicini: quello da cui giungevano a loro i fuggiaschi e quello a cui dovevano indirizzarli. Questi scali erano mimetizzati nei luoghi più fuorimano: capanne isolate, fattorie vicine ai confini, locande nascoste in mezzo ai boschi. Qui i fuggiaschi giungevano accompagnati dai “corrieri”, persone che si occultavano sotto le più impensate attività.
Tra questi corrieri, ad esempio, c’erano molti degli autisti tedeschi che gli Alleati avevano assunto per guidare sull’autostrada Monaco-Saliburgo i camion militari adibiti al trasporto del giornale dell’esercito americano “The Stars and Stripes”. Così, spesso, nascosti dietro pacchi di giornali, viaggiavano criminali nazisti. Questi poi, con documenti falsi e talvolta accompagnati da donne e bambini che per sviare l’attenzione delle autorità di frontiera si dichiaravano loro parenti, riuscivano a varcare il confine.
[…] Fu grazie all’ODESSA -afferma Wiesenthal- che Bormann, Eichmann, Mengele e altri, riuscirono a fuggire dalla Germania e a far perdere così bene le loro tracce.
In seguito, da altre fonti, Wiesenthal apprese che uno dei principali organizzatori dell’ODESSA era un ex-capitano delle SS: Franz Röstel, che si nascondeva sotto il nome di Haddad Said, viaggiava con passaporto siriano e faceva la spola da Lindau a Zurigo o Ginevra e da qui verso la Costa Brava, in Spagna (altro rifugio prediletto dagli ex-nazisti), l’Oriente, il Sud America. Scoprì anche che l’ODESSA si era valsa più volte, tra l’Italia e l’Austria, della cosiddetta via dei conventi, servendosi cioè di case religiose, soprattutto di frati i quali, per carità cristiana, davano ospitalità per qualche ora o per qualche giorno ai fuggiaschi, come in passato avevano accolto gli ebrei braccati dai nazisti.”
L’ODESSA era finanziata con i fondi degli “industriali della Renania e della Ruhr, che nel 1933 erano stati i sostenitori di Hitler, [i quali] avendo compreso che la guerra era ormai perduta, avevano deciso di buttare a mare il Führer. Si erano perciò accordati per impedire che le ricchezze del Terzo Reich cadessero in mano agli Alleati. Così cominciarono a trasferire cospicui fondi nei Paesi neutrali, sotto la copertura di uomini di paglia che, con operazioni commerciali legittime, diedero vita a colossali imprese.
Un rapporto pubblicato nel 1946 dal Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti riferisce che le società create in tutto il mondo con il denaro proveniente dai forzieri degli industriali nazisti erano allora 750, di cui 112 in Spagna, 58 in Portogallo, 35 in Turchia, 98 in Argentina, 214 in Svizzera, 233 in vari altri paesi. Ma il segreto bancario, inviolabile, copre questi trasferimenti di fondi e con essi i nomi dei finanziatori dell’organizzazione ODESSA.”

La rete di fuga dei criminali di guerra croati

“La maggior parte degli assassini non era neppure tedesca. Alla fine della seconda guerra mondiale, c’erano decine di migliaia di europei dell’Europa orientale e centrale che avevano collaborato con i nazisti ed erano altrettanto colpevoli. Erano capi dei governi fantoccio nazisti, funzionari municipali, capi di polizia e membri delle unità locali di polizia ausiliaria che avevano eseguito l’olocausto. Molti si trovavano sulle liste nere degli alleati” (97).
Fra gli stati fantoccio di Hitler vi era la Croazia indipendente, governata dal movimento ustascia (fascisti croati) di Ante Pavelic. Se la rete del vescovo Hudal era specializzata nella fuga dei criminali di guerra tedeschi, esisteva una seconda rete specializzata negli ustascia.
“Padre Krunoslav Draganovic, segretario dell’Istituto Croato di San Girolamo, era il principale organizzatore delle ratlines utilizzate da noti criminali di guerra per sfuggire” alla giustizia (85). “Gli ustascia furono i primi a beneficiare della protezione di Draganovic.” Secondo gli storici ufficiali del Vaticano, infatti, si trattava di “profughi croati” (98). La maggior parte dei fuggiaschi finì per trovare rifugio in Gran Bretagna, Canada, Australia e Stati Uniti (97).
Padre Draganovic
Non era per puri fini umanitari che il Vaticano metteva in salvo queste persone: “Draganovic li reclutava per entrare a far parte dei krizari, e per utilizzarli in azioni terroristiche contro la Federazione Jugoslava (131).
Anche i fascisti sloveni fuggivano: “nell’agosto del 1944 […] gli ecclesiastici sloveni stavano collaborando attivamente con i nazisti e già operavano a stretto contatto con Draganovic per fornire assistenza ai profughi” (137).
“La Chiesa aveva conferito pieni poteri a Draganovic” e, a dire di padre Cecelja, ne approvava il lavoro (105).
“Una volta, all’inizio di marzo del 1946, il sacerdote croato si appellò a eminenti figure ecclesiastiche in varie parti del mondo, tra cui i cardinali Griffin e Gilroy in Inghilterra e in Australia, richiedendo la loro assistenza. Poi fece pressioni sulla Segreteria di Stato affinché intervenisse ufficialmente. Infine, si rivolse direttamente a Pio XII.
L’oggetto del suo appello erano duecento ex-miliziani ustascia e numerosi membri delle scellerate divisioni SS Principe Eugenio e Handzar. I primi erano slavi tedeschi, mentre i secondi venivano raccolti tra la considerevole popolazione musulmana della Bosnia. Entrambi i gruppi avevano commesso delle atrocità contro civili innocenti. Tra le altre persone difese da Draganovic, figuravano gli ex-ministri del governo ustascia Dragutin Toth, Vjekoslav Vrancic, Mile Starcevic, e Stjiepo Peric, come pure l’ex-capo dell’aviazione Vladimir Kren. […] Alcuni di questi uomini si nascondevano all’interno dell’Istituto di San Girolamo o in Vaticano.
Il Vaticano agì subito, sottoponendo questi casi all’attenzione dei diplomatici inglesi e americani e raccomandando alla loro cortese attenzione e considerazione l’appello di padre Draganovic. Fecero seguito molti altri interventi diplomatici da parte del Vaticano, la maggioranza dei quali in favore di uomini che avevano perpetrato di recente l’olocausto nazista” (126-127).
Come nel caso della rete di Hudal, i preparativi iniziarono con grande anticipo. Sin dall’agosto 1943 Draganovic cominciò ad intercedere per Ante Pavelic in Vaticano, e ad attuare “i piani di Pavelic relativi all’istituzione di un sistema per l’espatrio clandestino dei nazisti”, coinvolgendo lo stesso papa Pio XII e “alti funzionari della Segreteria di Stato vaticana e dei servizi segreti italiani. Il suo collegamento più importante era quello con monsignor Montini(66,98). Nel 1944, la ratline era già pronta per essere aperta (67).
“La maggior parte dell’organico [della ratline] era costituito da sacerdoti croati”, la maggior parte dei quali erano legati alla Confraternita di San Girolamo (107-108). “Con l’aiuto di altri ecclesiastici, fanatici nazionalisti croati, [la Confraternita] divenne il quartier generale delle ratlines” (66).
“Sebbene Draganovic fosse noto ai diplomatici occidentali come fanatico ustascia, i servizi segreti alleati gli diedero carta bianca” per visitare i campi profughi, esattamente come avevano fatto con Hudal (98-99).
“Nel maggio del 1945, servendosi di documenti di viaggio americani, il sacerdote slavo si avventurò fuori di Roma. A bordo di un’automobile americana, visitò l’Italia settentrionale e le zone intorno a Klagenfurt e Villach, sul confine austro-jugoslavo. Lì prese contatto con i maggiori leader ustascia, nonché con altri sacerdoti fascisti che prendevano parte alle operazioni della ratline.
Il perno dell’organizzazione di Draganovic per l’espatrio clandestino era la Confraternita di San Girolamo, che prendeva il nome dall’omonimo istituto situato a Roma, in via Tomacelli 132, base principale delle sue operazioni.
Il comitato centrale della confraternita era costituito da monsignor Juraj Magjerec, presidente e rettore dell’Istituto, da padre Dominik Mandic, vicepresidente e tesoriere, e dal suo assistente Vitomir Naletilic, nonché naturalmente da padre Krunoslav Draganovic, che ricopriva la carica di segretario. La confraternita fu presto riconosciuta Comitato ufficiale croato della Commissione Assistenziale Pontificia, il corpo papale di assistenza ai profughi.
[…] In apparenza, il comitato croato offriva assistenza morale e materiale ai profughi, ma attraverso la commissione pontificia manteneva anche stretti collegamenti con la Croce Rossa Internazionale e con le autorità alleate in Italia. Draganovic aveva rapporti particolarmente stretti con due ufficiali dei servizi segreti occidentali, il colonnello C. Findlay, direttore della sezione profughi e rimpatrio delle forze di occupazione, e il suo assistente, il maggiore Simcock.
[…] Draganovic aveva anche stretti rapporti con importanti funzionari italiani, specialmente col funzionario degli Affari Interni, Migliore, che dirigeva il servizio segreto italiano e la sezione di polizia che si occupava dei profughi in Italia. Draganovic raggiunse un accordo con Migliore per ottenere ufficiosamente l’appoggio dell’Italia -in particolare quello della sezione stranieri della questura- alla sua ratline.
Attraverso questa ragnatela di influenti contatti, Draganovic costruì una sofisticata organizzazione che si estendeva in Italia, in Austria e in Germania. Il comitato croato della Commissione Profughi del papa era in grado d’inviare i suoi agenti a far visita ai numerosi campi in cui si erano rifugiati i criminali di guerra nazisti che cercavano di fuggire. La maggior parte di questi agenti era costituita da sacerdoti cattolici croati e, anche se gran parte del loro lavoro spirituale e materiale consisteva nell’aiutare effettivamente i malati, gli invalidi, le vedove e i veri profughi, c’era tempo in abbondanza per aiutare anche i fuggiaschi” (99-100).
Tra i fuggiaschi che ricevettero l’aiuto di Draganovic, il nome eccellente è quello dell’ex-dittatore croato Ante Pavelic in persona. “Nell’ambito dei servizi segreti occidentali, quasi tutti sapevano che Draganovic stava proteggendo Ante Pavelic, che si nascondeva in Vaticano. Inoltre, all’epoca, la ratline di Draganovic era nota a tutti nell’ambito dei servizi segreti. Il sacerdote era tristemente noto per il suo vizio di aiutare i criminali di guerra a fuggire” (123). Del resto, gli anglo-americani non si limitavano a lasciarlo fare. “Draganovic faceva regolarmente visita al quartier generale dell’esercito e dei servizi segreti a Roma, dove il maggiore Simcock gli rivelava i dettagli delle imminenti operazioni di arresto dei fuggiaschi” (121).
“Gli Italiani vennero a sapere che, presso la Confraternita di San Girolamo, erano alloggiati molti criminali latitanti, tra i quali alcuni alti membri del governo di Pavelic. Tuttavia non venne intrapresa alcuna azione contro Draganovic né contro i funzionari italiani che gli davano una mano” (109-110). Ed infatti, erano stretti i legami del prete croato nei servizi segreti italiani (123).
Grazie all’aiuto di Montini e della Commissione papale per l’assistenza ai profughi, Draganovic “ottenne una gran quantità di documenti di identità. […] Migliaia di questi documenti aiutarono i fuggitivi ad eludere la giustizia” (67). “La ratline di Draganovic era una rete sofisticata e professionale. Era ottimamente organizzata e poteva occuparsi di centinaia di fuggitivi alla volta. [In tutto] furono fatte pervenire a Roma circa 30.000 persone provenienti dall’Austria, per poi farle proseguire fino a Genova e a nuove patrie nell’America settentrionale e meridionale e in Australia” (96).
“Le operazioni di espatrio clandestino ebbero inizio in Austria, dove padre Cecelja fungeva da collegamento con Roma” (100). Cecelja era il terminale austriaco di Draganovic, e aveva iniziato a lavorare alla preparazione della rete di espatrio sin dal maggio 1944 (102).
Cecelja si trovava a Vienna. L’armata rossa avanzava, e la sconfitta si avvicinava. Nella Pasqua del 1945 “l’irriducibile “ustascia giurato” (Cecelja) lasciò Vienna e trasferì la sua base vicino a Salisburgo, dove, alla fine della guerra, si erano riuniti molti fuggitivi nazisti” (102).
Intervistato dagli autori del libro, “Cecelja dichiarò con orgoglio [che il suo compito era stato quello di] fornire documenti alle persone che avevano perduto i propri. Non nascose di aver aiutato dei fuggitivi a cambiare identità:

Disponevo di moduli di domanda della Croce Rossa a pacchi, per mezzo dei quali fornivo una nuova identità a chiunque volesse cambiare il proprio nome e la propria storia personale” (103).

“In Austria era la sua sezione dell’organizzazione a prendersi cura dei fuggitivi, dando loro i soldi, il cibo, l’alloggio e i documenti falsi di cui avevano bisogno per intraprendere il viaggio dall’Austria all’Italia. A Roma, invece, era Draganovic il centro nevralgico dell’operazione. Provvedeva ai documenti di viaggio internazionali e, attraverso i suoi contatti ad alto livello con i consolati sudamericani procurava i visti necessari, soprattutto per l’Argentina. Una volta a settimana Cecelja chiamava Draganovic per sapere quanti posti fossero disponibili per quella settimana, e poi inviava a Roma quel numero esatto di persone” (105).
Draganovic forniva ai fuggiaschi croati “il necessario aiuto morale e materiale, facendo in modo di farli fuggire in Sudamerica. Veniva aiutato in questa attività dai suoi numerosi contatti con le ambasciate e le legazioni del Sudamerica in Italia e con la Croce Rossa Internazionale, nonché dal fatto che la Confraternita croata del Collegio di San Girolamo degli Illirici, dove aveva il suo ufficio, emetteva false carte d’identità a beneficio degli ustascia. Con tali documenti e con l’approvazione della Commissione Pontificia per l’Assistenza ai Profughi, situata in via Piave 41 a Roma e controllata quasi esclusivamente dagli ustascia, si potevano ottenere passaporti della Croce Rossa Internazionale, di cui Draganovic riusciva a garantire l’emissione” (109).
“Le carte d’identità false rilasciate ai criminali di guerra in fuga erano stampate nella tipografia francescana. […] A organizzare tutto questo era [il francescano] padre Dominik Mandic, il rappresentante ufficiale del Vaticano presso la Confraternita di San Girolamo” (109). “Avvalendosi dei suoi collegamenti con la polizia segreta italiana, Draganovic fece sì che le carte d’identità francescane venissero accettate come documenti ufficiali sulla cui base venivano poi rilasciate le carte d’identità italiane e i permessi di residenza” (109).
Mandic “mise anche la tipografia francescana a disposizione dell’apparato propagandistico degli ustascia. Gran parte della campagna, patrocinata dagli inglesi e intrapresa nei campi profughi come quelli di Fermo, di Modena e di Bagnoli, dovette il suo successo ai tipografi francescani. Lo stesso Mandic visitava regolarmente i campi per pronunciare discorsi d’incitamento ai militanti ustascia riuniti per ascoltarlo” (109).
“La tappa successiva della sofisticata ratline del Vaticano era Genova, dove un altro sacerdote croato si occupava dei passeggeri: monsignor Karlo Petranovic(113).
“Draganovic gli telefonava regolarmente per dirgli di quanti posti avesse bisogno. Petranovic aveva già visitato gli uffici d’imbarco locali e prenotato delle cuccette. Diceva allora a Draganovic quante fossero le cuccette disponibili e, un paio di giorni prima dell’imbarco, veniva mandato a Genova un numero corrispondente di persone. Draganovic aveva già fornito ai passeggeri i documenti di viaggio e i visti necessari, perciò Petranovic non doveva fare altro che trovar loro un alloggio per pochi giorni e poi condurli alla nave. Alcune delle persone che aiutò erano senza dubbio profughi veri e propri; [tuttavia] molti importanti criminali di guerra fuggirono da Genova grazie al suo aiuto” (116).
Gli inglesi conoscevano benissimo i movimenti di Petranovic a Genova, dato che lo tenevano sotto sorveglianza speciale (116).

I krizari

Il motivo per cui il Vaticano ed i servizi segreti occidentali lasciarono fuggire gli ustascia era la necessità di sconfiggere il nemico “ateo bolscevico”, creando un movimento di resistenza clandestino per far scoppiare un’insurrezione nella neonata Jugoslavia di Tito.
Oltre al compito di aiutarli a scappare, nel dopoguerra Draganovic aveva anche “quello di coordinare e dirigere l’attività degli ustascia in Italia” (108).
Poche settimane dopo la conclusione della guerra, il 25 giugno 1945, gli ustascia si erano messi in contatto con la missione papale a Salisburgo, nella zona dell’Austria controllata dagli Stati Uniti (60). “Chiedevano l’assistenza del papa per creare un altro Stato croato indipendente, o almeno un’unione adriatico-danubiana in cui la Croazia, secondo le leggi di natura, avrebbe la possibilità di svilupparsi” (60).
“Uno degli ecclesiastici che maggiormente si impegnarono ad aiutare gli ustascia fu l’arcivescovo di Salisburgo Andreas Rohracher [il quale] mise la Chiesa a disposizione della Confederazione Pandanubiana dell’Intermarium(136).
I servizi segreti occidentali conoscevano benissimo queste trame, ed un rapporto dei servizi segreti USA di quegli anni lo riassumeva con le seguenti parole: “Stanno tentando di istituire lo Stato Intermarium o Inter-Danubio, composto da tutte le nazioni cattoliche dell’Europa sudorientale” (149). Anche “importanti politici e burocrati italiani aiutavano le operazioni terroristiche dei krizari” (135).
Nel 1945 gli ustascia formularono “l’offerta di mettersi a disposizione del comando anglo-americano. […] Gli inglesi avevano accettato immediatamente questa offerta” (136).
“Sia gli inglesi sia, in un secondo momento, gli americani avevano assoldato quegli stessi nazisti che venivano protetti dalla Chiesa” (128) per “colpire con azioni terroristiche bersagli strategici e uomini al servizio dei comunisti” all’interno della Jugoslavia (129). “Questi agenti venivano presi dalle fila degli ustascia sconfitti di Pavelic. Riandando ai giorni della cristianità militante, il poglavnik chiamò questi guerrieri cattolici “krizari”, ossia i suoi crociati” (129). Tale nome derivava da quello di un gruppo ecclesiastico ufficiale degli anni Trenta, denominato anch’esso “krizari” (145).
“Il distaccamento del CIC a Trieste riceveva informazioni sulle operazioni che inglesi e americani dovevano compiere congiuntamente, tra cui una campagna di reclutamento patrocinata dagli alleati al fine di procacciare volontari per il movimento krizari. Molti di questi volontari erano già stati portati in un campo di addestramento americano ad Udine o lì vicino, dove ricevevano la preparazione necessaria. Venivano dati loro approvvigionamenti e uniformi dell’esercito americano, più 700 lire al giorno di paga. Alla fine del loro addestramento, gli uomini venivano muniti di armi americane e portati in Austria, dai cui confini entravano in territorio jugoslavo. Potevano utilizzare i campi inglesi in Austria, nei quali si ritiravano periodicamente per riposarsi” (145).
Uno dei principali collegamenti americani con la ratline di Draganovic “durante gli anni 1946-47 [era] il colonnello Lewis Perry, [che] faceva parte del distaccamento del CIC a Trieste” (145-146). Costui manteneva rapporti in particolare con Srecko Rover (146).
“Pavelic e Draganovic collaboravano strettamente, impartendo di comune accordo i loro ordini ai gruppi terroristici” (132). “Pavelic e i camerati più vicini a lui s’incontravano regolarmente con elementi simpatizzanti delle forze armate inglesi, che avevano pagato per la riorganizzazione unitaria degli ustascia da usare, alla fine, contro Tito” (136).
“I rifornimenti militari ai krizari provenivano quasi esclusivamente dagli inglesi e comprendevano mortai, mitragliatrici, fucili mitragliatori, radio ricetrasmittenti da campo e uniformi di fattura inglese” (136-137). In Vaticano si trovava “il centro del comando. Gli aiuti […] armi e altri rifornimenti di base arrivavano dal Vaticano con metodi clandestini. […] Le armi che giungevano in Croazia provenivano dalla Svizzera” (137).
Il finanziamento del movimento avveniva attraverso le operazioni di riciclaggio di denaro sporco di sangue proveniente dal furto nei confronti degli ebrei e dei serbi durante la guerra; inoltre “attraverso figure molto influenti in ambito ecclesiastico, il comando dei krizari riceveva dei fondi vaticani. Alcuni furono usati per indurre il governo italiano di Alcide de Gasperi a fornire le armi richieste per la loro crociata contro Tito” (143).
“Il colonnello dei krizari Drago Marinkovic […] aveva la responsabilità di procurarsi armi e fondi di provenienza italiana, viaggiando in lungo e in largo per le missioni tra Trieste, Venezia e Roma. Inoltre Marinkovic aveva contattato il Vaticano a Roma, dove [era] riuscito ad ottenere una grossa somma di denaro. […] Questi soldi servirono per procurarsi delle armi: […] un camion con rimorchio che trasportava fucili mitragliatori nascosti tra pezzi di mobilio [fu consegnato ad] un gruppo di persone in attesa di portare le armi in Jugoslavia” (143).
“I criminali comuni, soprattutto spacciatori di droga e operatori del mercato nero, venivano spesso utilizzati per aiutare i krizari ad attraversare il confine jugoslavo” (145). Il traffico delle armi avveniva “dietro la copertura della Croce Rossa Italiana” (145).
A dicembre 1945 “padre Ivan Condric e altri quattro preti furono riconosciuti colpevoli di aver organizzato le azioni terroristiche dei krizari” (131). Si trattava del primo processo contro i krizari in Jugoslavia: in seguito ne vennero altri.
“Nell’agosto del 1946, una quantità considerevole di opuscoli venne gettata sul territorio croato da alcuni aeroplani, decollati, a quanto pare, dalla zona inglese dell’Austria. Questi opuscoli, firmati da Pavelic, dichiaravano che la guerra sarebbe continuata senza tregua fino alla definitiva eliminazione di Tito […](136).
Negli anni 1946-47, i krizari si infiltrarono in Croazia a partire dalle loro basi in Austria: “i loro ordini erano di rafforzare il movimento clandestino e di lanciare una violenta campagna di assassinii e sabotaggi, per prepararsi al momento in cui avrebbero finalmente regolato i conti coi loro vecchi nemici. Il loro scopo era quello di ricongiungersi coi potenti reparti che operavano sull’impervio terreno, distruggere le comunicazioni telegrafiche, telefoniche e ferroviarie, attaccare l’industria e assassinare i più importanti rappresentanti politici e militari. Invece di trovare un movimento clandestino ben organizzato di 300.000 uomini, s’imbatterono presto nell’efficiente e spietata polizia segreta di Tito. A pochi giorni, se non addirittura a poche ore, dal superamento del confine, la maggior parte di loro si ritrovò in mano ai comunisti” (130-131).
Tra di loro “c’erano alcune persone che avevano eseguito le stragi più brutali per conto di Ante Pavelic, uomini che avevano messo in atto i sanguinosi metodi politici e razziali del loro poglavnik con incredibile accanimento” (130).
“Il contatto radio era mantenuto mediante una radio da campo fatta funzionare da Vrancic […] e situata nella zona inglese dell’Austria. Si ritiene che al servizio di corriere ustascia all’interno delle zone austriache collaborasse la Chiesa cattolica romana in Austria [e in particolare] il cardinale di Graz” (133).
“L’uomo al comando delle operazioni era uno dei più fedeli servitori del poglavnik, Bozidar Kavran, assistito da Lovro Susic(134).
“Gli Sloveni avevano istituito la loro sezione del movimento krizari” sotto la leadership spirituale del vescovo di Lubiana Rozman, che si era rifugiato a Klagenfurt (137-138). Il capo dei krizari sloveni era Franjo Lipovec (143). “Nel 1945 [Lipovec] fu arrestato dal SIS a Trieste, dove […] fu assunto e stipendiato” dal servizio segreto inglese (143).
“Lipovec costituiva il principale legame tra i krizari e il governo italiano. Nell’agosto 1946, s’incontrò con alti ufficiali del servizio segreto militare italiano, i quali proposero di stabilire un certo grado di collaborazione. Lipovec accettò la loro offerta e vendette completamente se stesso e i suoi piani agli italiani. Tali piani vennero a loro volta forniti al capo di gabinetto di De Gasperi e, in seguito, il presidente del Consiglio italiano assicurò a Lipovec che il suo governo avrebbe fatto, in via ufficiosa, qualsiasi cosa in suo potere per rafforzare l’opposizione a Tito, promettendogli un appoggio incondizionato nel caso in cui la situazione si fosse fatta più favorevole.
Con il sostegno finanziario dei servizi segreti italiani, Lipovec e i suoi camerati lanciarono quindi una campagna di propaganda per procurarsi nuove reclute tra gli esuli politici a Trieste. Il passo successivo fu quello di armare le unità di krizari che si trovavano nella zona e, dopo diversi incontri col servizio segreto italiano, Lipovec raggiunse un accordo secondo cui armi provenienti dai depositi dell’esercito italiano sarebbero state messe a sua disposizione per essere inviate ad elementi krizari che si trovavano a Trieste. Nei mesi di febbraio e marzo del 1947, secondo l’accordo, […] furono consegnati otto carichi d’armi, che comprendevano 500 armi automatiche, circa 4.000 granate a mano, 100 pistole e più di 30 bombe a orologeria. I servizi segreti italiani pagarono le spese di trasporto per portare le armi fuori dalla zona alleata di Trieste fino in Jugoslavia” (143-144).
“Trieste [che si trovava sotto l’amministrazione militare degli inglesi] rappresentava il punto d’incontro tra le forze di resistenza all’interno della Jugoslavia e le forze che le stavano finanziando, controllando e dirigendo in Italia. Il principale collegamento era costituito dal professor Ivan Protulipac, […] l’uomo di padre Draganovic a Trieste” (144-145). Protulipac “dopo la guerra assunse un ruolo di primo piano […] finché verso la fine del 1946 gli agenti comunisti non lo assassinarono a Trieste” (145).
“La sezione croata della Croce Rossa fondata da Cecelja era, in effetti, sotto il controllo degli ustascia, che ne utilizzavano i vari uffici come agenzia per la raccolta di informazioni per operazioni clandestine in Jugoslavia e in Austria. Inoltre Cecelja era noto come uno dei principali organizzatori ustascia in Austria, dove [venivano organizzati] regolarmente raduni militari” (104).
Una delle loro basi era a Trofaiach (Austria), ed era diretta da Bozidar Kavran e Srecko Rover (146). Quest’ultimo fu successivamente sospettato di essere una spia di Tito, in quanto tutte le operazioni da lui dirette si rivelarono disastrose: i suoi uomini venivano regolarmente arrestati appena mettevano piede in Jugoslavia, mentre lui la scampava sempre (147-148).
“Tanti dei criminali di guerra che vennero [tratti in salvo dalla rete di Draganovic] furono catturati in seguito durante missioni terroristiche compiute all’interno della Jugoslavia” (121).
In luglio ed agosto del 1948, si tenne a Zagabria un processo giudiziario contro 57 imputati, per gli atti di terrorismo compiuti dai krizari. “Il verdetto, dichiarando colpevoli gli imputati, li condannava a morte o a lunghi periodi di carcere” (130).
In Ratlines, il procedimento viene chiamato sarcasticamente “processo pilotato”, e viene manifestato chiaramente il disprezzo degli autori nei confronti della Jugoslavia di Tito. Dopo sei pagine di denigrazione del processo, tuttavia, gli autori arrivano alla seguente conclusione:

“È possibile che le strane accuse fatte dagli jugoslavi durante il “processo pilotato” ai krizari avessero, dopotutto, una certa sostanza” (137).

Il Foreign Office smentiva le accuse che gli venivano formulate al processo, accusando invece l’alleato americano; tuttavia “dietro la rinascita militare e politica degli ustascia c’era proprio il SIS(132).
“Nel 1948 le prove presentate durante il processo pilotato ai krizari lasciarono ben pochi dubbi sul fatto che la polizia segreta comunista si fosse servita di agenti doppiogiochisti per condurre una contro-operazione molto sofisticata. Erano riusciti in qualche modo a procurarsi i codici radio segreti usati dai krizari ed erano informati, con buon anticipo, sui dettagli precisi delle loro operazioni. Conoscevano gli itinerari esatti adoperati dai gruppi che cercavano di entrare clandestinamente in Jugoslavia, come pure la data e l’ora del loro ingresso nel paese. Grazie a questi vantaggi, era facile per la polizia segreta attirare i krizari inconsapevoli nelle loro mani, servendosi dei loro stessi codici radio. Una volta all’interno del paese, potevano catturarli quando volevano.
[…] Nonostante questi terribili rovesci, le operazioni proseguirono e si estesero addirittura in altri paesi comunisti. Per tutti gli anni Cinquanta, fino agli inizi degli anni Sessanta, il governo jugoslavo continuò a processare gli agenti catturati, molti dei quali erano presumibilmente finanziati da padre Draganovic e agivano dietro suoi ordini” (148-149).
“Altri eserciti cattolici clandestini erano stati radunati per disgregare e, se possibile, rovesciare i regimi comunisti dell’Europa centrale e orientale. In Cecoslovacchia, in Polonia, negli Stati Baltici e in Ucraina gruppi di nazisti clandestini operavano a stretto contatto con i krizari. [Fra i] complici dei krizari c’erano famigerati [fascisti ucraini, sotto il comando di] Stjepan Bandera, per costruire […] il Blocco delle Nazioni Anti-bolsceviche. Cominciarono presto a lavorare per l’occidente” (149).

Riciclaggio di denaro sporco (di sangue)

Oltre a nascondere i fuggiaschi ed a impiegarli nel terrorismo, alcuni funzionari ecclesiastici riciclavano i tesori rubati dai nazisti alle loro vittime (32). Erano coinvolte nelle operazioni numerose “banche situate in Gran Bretagna, in Palestina, in Italia e in Svizzera.”
Inoltre Walter Rauff, dopo aver preso contatto con l’arcivescovo Siri “si impegnò a riciclare denaro falso con l’aiuto di Frederick Schwendt, un ex-collega di Rauff nelle SS. Schwendt è considerato tra i più grandi falsari della storia” (47).
Walter Rauff
“Con l’aiuto dei preti cattolici, all’inizio del 1944 Pavelic aveva cominciato a trasferire [a Berna] notevoli quantità d’oro e di valuta.” Il tesoro doveva ammontare a 2500-3000 kg di oro (142), “ossia in realtà i valori delle vittime assassinate da Pavelic, rubati dagli ustascia in fuga” (127-128).
Una parte del tesoro fu portata a Roma con dei camion dal tenente colonnello inglese Jonson. “Due autocarri […] che trasportavano una parte del tesoro degli ustascia avevano […] raggiunto l’Austria” e furono trasferiti in Italia “per finanziare il movimento croato di resistenza in Jugoslavia” (133).
Inoltre, “a Wolfsber erano stati nascosti 400 kg d’oro, del valore di milioni di dollari, nonché una considerevole quantità di valuta straniera, e lì si trovavano sotto il controllo dell’ex-ministro ustascia Lovro Susic.” Gli ufficiali ustascia “dissero a Draganovic di tenere [il tesoro] al sicuro. Il sacerdote obbedì fin troppo volentieri; contattò Susic e, con il suo accordo, prese 40 kg di lingotti d’oro e li portò a Roma, nascosti in due casse da imballaggio” (133).
“Susic nominò Draganovic membro di un comitato di tre persone incaricato di controllare il tesoro. [Gli altri due erano] l’ex-ministro ustascia Stjepan Hefer e il generale di gendarmeria Vilko Pecnikar (134). Draganovic “consentì a Pecnikar di avere accesso al tesoro accumulato per la sua ratline. […] Parte di quel tesoro andò a finanziare anche una nuova campagna terroristica, appoggiata dall’occidente, all’interno della Jugoslavia”, ossia il movimento dei krizari (112).
Nella veste di “tesoriere della sezione ufficiale croata della Pontificia Commissione di Assistenza Profughi [padre Mandic] provvedeva alla vendita dell’oro, dei gioielli e della valuta straniera depositati dagli alti ufficiali ustascia in cambio di valuta italiana” (127-128).
Nei primi mesi del 1948 il vescovo di Lubiana Rozman si recò a Berna, dove “2400 kg d’oro e altri valori rimanevano ancora nascosti. […] Avrebbero dovuto essere usati per aiutare i profughi di religione cattolica”, il solito eufemismo per dire gli ex-ustascia. Gli alleati, e in particolare gli americani, erano perfettamente a conoscenza dell’esistenza di questo tesoro (142). “Gli amici ustascia di Rozman erano impegnati in un’enorme truffa, in cui ci si serviva del mercato nero per convertire l’oro in dollari e, più tardi, in scellini austriaci” (142).

I personaggi

I preti

papa Pio XII (Eugenio Pacelli)

Fu papa dal 1939 al 1958, era un fervente anticomunista, e a causa delle sue posizioni politiche veniva detto “il papa tedesco” (54). Durante la guerra appoggiò la Croazia di Ante Pavelic (82-83). Era perfettamente al corrente delle ratlines organizzate da Hudal e Draganovic, in quanto era tenuto al corrente da Montini (122,126).

Giovanni Montini, il futuro papa Paolo VI

Assistente personale di papa Pio XII nella veste di sottosegretario di Stato per gli affari ecclesiastici (25-26). Durante la guerra fu coinvolto nelle trattative fra nazisti e occidente (25) e fu organizzatore, per conto del papa, del Servizio Informazioni del Vaticano (il servizio segreto vaticano) (26). 
Fu lui a rifiutare l’udienza a Bokun, inviato dalla monarchia jugoslava per trasmettere al Vaticano le prove delle atrocità di Pavelic, malgrado che “non ci fossero dubbi che Montini fosse ben informato sulla reale situazione” (82).
Aiutò e collaborò con Hudal per l’organizzazione della fuga dei nazisti (43). Era anche l’amico di Draganovic (67,94). Questi talvolta “chiedeva a Montini di procurarsi più visti da paesi che non ne emettevano in numero adeguato, e il burocrate vaticano intercedeva presso i diplomatici competenti” (125). Altre volte, invece, era Montini a chiedere a Draganovic di “far espatriare clandestinamente certa gente” (125). Era sempre Montini che nascondeva Ante Pavelic a Castel Gandolfo (87).
“In quel periodo Montini era il prediletto del papa e dirigeva l’opera caritatevole della Santa Sede a beneficio dei profughi. Dato che i due prelati s’incontravano quotidianamente per parlare del lavoro che la Segreteria di Stato doveva svolgere, è inconcepibile che Pio XII fosse all’oscuro di tutto” (126).

Alois Hudal

Vescovo austriaco, amico di Pio XII (40), antisemita convinto (55), e principale organizzatore della rete di fuga (ratline) per i criminali di guerra tedeschi nell’immediato dopoguerra.
“Nato il 31 maggio 1885, divenne professore di studi sull’Antico Testamento all’Università di Graz nel 1919. Quattro anni più tardi, Hudal si trasferì a Roma come rettore del Pontificio Collegio di Santa Maria dell’Anima, situato su una strada che paradossalmente si chiama Via della Pace” (37).
In tale veste, durante la guerra il vescovo aveva “prestato servizio come commissario dell’episcopato per i cattolici di lingua tedesca in Italia [e] come padre confessore della comunità tedesca a Roma” (37).
Il Pontificio Collegio, uno dei tre seminari per preti tedeschi a Roma (34), “era stato fondato nel XVI secolo per la formazione teologica dei preti tedeschi, ma nel dopoguerra divenne un centro nevralgico per l’espatrio clandestino dei nazisti” (37).
Hudal “era un ardente anticomunista, convinto che la vera minaccia per l’Europa fosse rappresentata dal bolscevismo ateo. Era perciò favorevole al raggiungimento di un accordo con i nazionalsocialisti tedeschi, che rappresentavano l’unica potenza abbastanza forte da sconfiggere i comunisti. […] Riteneva che questa fosse una lotta di importanza vitale per la Chiesa, una lotta che avrebbe deciso chi, fra il comunismo e la cristianità, sarebbe alla fine sopravvissuto” (37-38).
“All’inizio degli anni Trenta […] appoggiò apertamente Hitler, viaggiando in molte zone dell’Italia e della Germania per arringare le grandi folle di cattolici di lingua tedesca” (37). “Pensava di essere stato chiamato da Dio per stabilire dei rapporti fra i nazisti e la Chiesa Cattolica” (37).
Nell’aprile 1933 negoziò con Franz von Papen, il vicecancelliere di Hitler, il concordato tra Berlino e la Santa Sede. “Prima della fine di quello stesso anno divenne senz’altro l’alleato politico di von Papen e fu da lui consultato immediatamente dopo il fallito putsch nazista in Austria” (38).
“Nel 1936 pubblicò un trattato filosofico intitolato I Fondamenti del Nazionalsocialismo, libro che ottenne l’imprimatur (ossia il permesso ufficiale della Chiesa per la pubblicazione) da parte del primate della Chiesa austriaca, il cardinale filonazista Theodore Innitzer (38). “Il cardinale lo approvò calorosamente come prezioso tentativo di pacificare la situazione religiosa del popolo tedesco” (38-39).
Il libro fu bandito dal ministro tedesco della propaganda Joseph Göbbels, il quale “non permetteva che i fondamenti del movimento venissero analizzati e criticati da un vescovo romano” (39). Ciononostante, Hudal rimaneva ben visto alla gerarchia nazista, e “portava un distintivo d’oro di appartenenza al partito di Hitler” (39). Inoltre se ne andava “orgogliosamente in giro per Roma con il vessillo di una Germania più grande sulla sua automobile; ma quando, nel giugno del 1944, gli alleati giunsero nella capitale italiana, Hudal fu il primo a cambiarla: improvvisamente la sua bandiera divenne austriaca” (42).
“Nel 1945, dall’oggi al domani, Hudal, da ideologo fascista qual era, cominciò a manifestare le sue nuove aspirazioni democratiche. Abbandonando la sua posizione favorevole alla Germania, s’affrettò a unirsi al libero comitato austriaco di Roma, e collaborò persino all’organizzazione di una liberazione simbolica della legazione austriaca.” Quest’atteggiamento ipocrita era molto diffuso fra gli Austriaci, popolo “la cui percentuale di iscritti al partito nazista era più elevata di quella della Germania” e che malgrado ciò ha “immediatamente richiesto un trattamento speciale in quanto prima vittima di Hitler” (42).
Dopo la guerra Hudal fece scappare numerosi criminali di guerra attraverso la rete di fuga che aveva provveduto a predisporre sin dal 1943. Nel 1947 il suo operato fu scoperto e lo scandalo lo costrinse a farsi da parte. Tuttavia “ci vollero quasi quattro anni per sostituire il vescovo austriaco come rettore del Collegio di Santa Maria dell’Anima. Infine, nel Natale del 1951 Hudal si arrese di fronte all’ineluttabile, annunciando che avrebbe lasciato il Collegio nel luglio seguente.” (55).
“Convinto che la sua unica colpa fosse quella di avere una cattiva immagine presso la stampa, Hudal rimase a Roma fino alla sua morte, [che avvenne nel 1963 a Grottaferrata], senza pentirsi mai della sua opera a beneficio dei criminali di guerra nazisti:

Aiutare la gente, salvare qualcuno, senza pensare alle conseguenze, lavorando altruisticamente e con determinazione, era naturalmente ciò che ci si sarebbe dovuti aspettare da un vero cristiano. Noi non crediamo all'”occhio per occhio” degli ebrei” (55).

Siri

Il vescovo di Genova Siri era il terminale genovese della rete del vescovo Hudal. “Era uno dei principali coordinatori di un’organizzazione internazionale il cui scopo era quello di provvedere all’emigrazione di europei anticomunisti in Sudamerica. Questa classificazione generale di anticomunisti comprende, ovviamente, tutte le persone compromesse politicamente agli occhi dei comunisti, vale a dire fascisti, ustascia e altri gruppi del genere. […] Siri rappresentava il contatto di Walter Rauff nella messa a punto del sistema usato da Hudal per far fuggire clandestinamente dall’Europa i latitanti tedeschi” (117). 
“Anche se pensava soprattutto a mantenere la propria organizzazione, Siri sapeva tutto sulla rete croata e aiutava talvolta Petranovic “dandogli una mano ogni volta che poteva” (117).

Krunoslav Draganovic

Prete croato, stretto collaboratore di Ante Pavelic, sia durante che dopo la guerra. In quanto “rappresentante croato all’Intermarium in veste quasi ufficiale” (65) si impegnò a far fuggire molti criminali ustascia ed a organizzare il movimento dei krizari. Era noto come “l’eminenza grigia dei Balcani” (123) ed anche “come “il prete d’oro” poiché controllava gran parte del tesoro rubato alle vittime degli ustascia durante la guerra (133).
Nacque nel 1903 a Brcko, in Bosnia, e prese i voti nel 1928. Dal ’32 al ’35 studiò al Pio Pontificio Istituto Orientale e all’Università Gregoriana Pontificia, lavorando negli archivi vaticani (66). “Divenne in seguito segretario del vescovo di Sarajevo Ivan Saric, che raggiunse una certa notorietà durante la guerra come boia dei Serbi” (66,136).
“Quando i nazisti occuparono Zagabria nell’aprile del 1941, era professore di teologia all’università locale. In seguito raccontò:

Quando venne proclamato lo stato croato indipendente ero in attesa a Zagabria con le lacrime agli occhi. Pensavo che la nazione croata, dopo otto secoli, avesse finalmente realizzato il suo più profondo desiderio d’indipendenza e d’autonomia” (106).

(In realtà lo stato croato non era per nulla indipendente: era uno stato fantoccio impiantato dai Tedeschi senza che i Croati avessero neanche dovuto combattere)
“Era vicepresidente dell’Ufficio per la Colonizzazione ustascia. Questo ufficio costituiva parte integrante della macchina usata dai nazisti per il genocidio, poiché disponeva dei serbi o degli ebrei destinati allo sterminio, oppure, se erano molto fortunati, alla deportazione” (106).
“Draganovic era un criminale di guerra latitante: la Commissione Jugoslava per i Crimini di Guerra mise a verbale che il sacerdote era stato un alto funzionario del comitato addetto alla conversione forzata al cattolicesimo dei serbi ortodossi. Inoltre aveva scoperto il suo ruolo di primo piano nella requisizione forzata di cibo durante la sanguinosa offensiva anti-partigiana compiuta dai nazisti sul Monte Kozara, nella Bosnia occidentale, durante l’estate del 1942. Fu la stessa offensiva in cui l’ex-presidente austriaco Kurt Waldheim svolse un ruolo di primo piano come ufficiale nazista. Pavelic conferì a Waldheim un’importante decorazione per i suoi servigi e poi, alla fine della guerra, lo seguì in Austria” (105-106).
“Nell’agosto del 1943, Pavelic e l’arcivescovo Stepinàc inviarono Draganovic a Roma [con la carica di] rappresentante ustascia in Vaticano [per] costruire la rete clandestina per l’espatrio dei nazisti” (107). In tale veste, ed in quella di rappresentante della Croce Rossa croata, iniziò a preparare i percorsi di fuga per i criminali di guerra (66).
“Riceveva l’appoggio dell’arcivescovo di Croazia, Aloysius Stepinàc, che gli aveva procurato influenti contatti in Vaticano”: si incontrava regolarmente con il segretario di Stato Maglione, con il vicesegretario di Stato Montini (il futuro papa Paolo VI), e persino con papa Pio XII (66-67,94).
Divenne segretario della Confraternita croata di San Girolamo, situata a Roma, in Via Tomacelli 132 (65). “Fondata nel 1453 con il patrocinio di papa Nicola V, la Confraternita di San Girolamo aveva sfornato alcuni dei più eminenti studiosi, scienziati, scrittori e preti della Croazia” (66).
Nel dopoguerra sarà lui a coordinare e dirigere il movimento ustascia in Italia (108), facendo fuggire i criminali di guerra attraverso la sua rete clandestina e reclutandoli per entrare a far parte dei krizari (131).
“Draganovic era non soltanto un capo del Partito Clericale Croato, ma anche uno dei maggiori leader dei krizari. Manteneva eccellenti contatti con le sue forze all’interno della Croazia e riceveva il sostegno della Chiesa Cattolica” (137).
“Nell’estate del 1945, Draganovic fece personalmente un giro dei campi in cui erano stati sistemati ex-componenti delle forze armate e delle organizzazioni politiche ustascia. Avviò ben presto un’intensa attività politica e prese contatto con i principali rappresentanti ustascia. In questo era assistito da altri sacerdoti croati, con l’aiuto dei quali si mantennero stretti rapporti fra la Confraternita di San Girolamo e i gruppi ustascia in tutta Italia e anche in Austria. Ciò condusse alla formazione di un servizio di spionaggio politico che permise alla Confraternita di raccogliere resoconti e dati sulle tendenze politiche tra gli emigrati. È altresì probabile che le informazioni apprese da questi rapporti venissero poi trasmesse al Vaticano” (107).
Si sospetta che Draganovic agisse nell’ambito del servizio segreto vaticano, agli ordini di monsignor Angelo Dell’Acqua; sono inoltre confermati “stretti legami tra Draganovic e i servizi segreti italiani” (123).
Draganovic “dichiarava inequivocabilmente che coloro i quali hanno commesso crimini di guerra, soprattutto crimini contro l’umanità, devono essere puniti. Tuttavia sosteneva che proprio i più colpevoli non avrebbero dovuto essere classificati come criminali di guerra” (119). “Le uniche persone condannate da Draganovic come criminali di guerra furono i soldati che s’insanguinarono effettivamente le mani […]. Egli escludeva […] i politici che avevano effettivamente decretato le leggi razziali che avevano reso legale la strage” (120).

Vilim Cecelja

“Schedato dal governo di Tito come criminale di guerra numero 7103” (101), questo prete ustascia collaborò attivamente con il regime di Ante Pavelic durante la guerra, e dopo divenne il collegamento austriaco della rete di Draganovic (100).
“Dieci giorni dopo che Pavelic fu messo al potere dai nazisti, il quotidiano ufficiale ustascia “Hrvatsky Narod” (Nazione Croata) pubblicò una lunga intervista con Cecelja. L’articolo s’intitolava “Il prete ustascia Cecelja” e rivelava quelle che erano, all’epoca, le sue vere attitudini. Nel corso di esso, Cecelja si vantava dell’importante ruolo svolto, prima della guerra, nelle attività illegali del movimento a Zagabria, dove molti capi ustascia che operavano clandestinamente s’erano incontrati in segreto nella sua parrocchia.
Ammise [di fronte agli autori di Ratlines, che lo intervistarono nel 1989] di aver fatto parte segretamente del movimento ustascia, descrivendo con orgoglio il giuramento rituale che aveva compiuto davanti a due candele, a un crocifisso e a una spada e una pistola incrociate. Ciò gli valse il titolo di “Ustascia Giurato”, concesso soltanto a coloro che militavano nel partito da prima della guerra. Successivamente il prete fascista offrì a Pavelic il suo crocifisso e le sue candele in segno di devozione. Cecelja parlò con orgoglio anche del suo ruolo di primo piano nel coordinamento di 800 contadini che combatterono a fianco dei nazisti invasori.
Quando ci fu bisogno di un sacerdote per officiare alla cerimonia del giuramento di Pavelic, Cecelja fu ben lieto di farlo, impartendo così la benedizione della Chiesa al regime fantoccio dei nazisti. Poco tempo dopo, in pubblico, Cecelja “salutò con gioia il momento di libertà”, proclamando apertamente i suoi stretti collegamenti con i maggiori ministri del gabinetto ustascia, come Mile Budak. Qualche settimana più tardi Budak annunciò pubblicamente il destino di due milioni di serbi in Croazia: un terzo doveva essere ucciso, un altro terzo deportato e il resto convertito con la forza al cattolicesimo. Cecelja, tuttavia, non modificò il suo atteggiamento benevolo nei confronti di Budak” (101).
Fece parte “della delegazione ufficiale di Pavelic a Roma, benedetta in Vaticano da Pio XII il 17 maggio del 1941. A quell’epoca il dittatore croato aveva già promulgato le sue leggi contro i serbi e gli ebrei e il genocidio era in corso. La principale conquista della delegazione fu la cessione della costa dalmata all’Italia, cosa che non rappresentò certo un atto di patriottismo croato” (101).
“Cecelja ha tranquillamente ammesso di essere stato cappellano militare nelle forze ustascia durante la guerra, […] nominato da Pavelic in persona nell’ottobre del 1941 e più tardi confermato dal suo caro amico, l’arcivescovo (in seguito cardinale) Aloysius Stepinàc” (101).
“Nel maggio del 1944 abbandonò finalmente la sua carica [di cappellano militare] per recarsi a Vienna, ufficialmente per prendersi cura dei soldati croati feriti in battaglia. In realtà, il suo compito era quello di preparare il capo austriaco della rete per l’espatrio clandestino dei criminali nazisti, per cui fondò anche la sezione locale della Croce Rossa Croata, che forniva una copertura ideale alla sua attività illecita” (102). A proposito della Croce Rossa Croata, bisogna far notare che la stessa Croce Rossa Internazionale si rifiutò di riconoscerla, “pur offrendole ufficiosamente notevole assistenza” (102).
“Un diplomatico americano sollevò Cecelja da qualsiasi accusa di collaborazionismo con i nazisti. Il console americano a Zagabria affermò che il sacerdote era stato esiliato a Vienna da Pavelic per il suo ruolo in un complotto anti-ustascia.” Queste affermazioni erano tuttavia smentite dal fatto che “Cecelja continuò a viaggiare su aerei ufficiali degli ustascia tra Vienna, Zagabria, Praga e Berlino.” Egli inoltre “ricevette da Zagabria l’ordine di condurre un’intensa campagna propagandistica tra gli ustascia presenti in Austria” (102).
Nel 1945, Cecelja si trasferì da Vienna a Salisburgo: “il sacerdote ustascia era provvisto di documenti americani e della Croce Rossa che gli permisero di viaggiare liberamente attraverso la zona di occupazione statunitense” (102-103). “Il 19 ottobre del 1945 venne arrestato dal quattrocentesimo distaccamento CIC dell’esercito degli Stati Uniti. Rimase in carcere per i 18 mesi successivi.” In agosto 1946 “il governo jugoslavo richiese la sua estradizione come traditore, descrivendone accuratamente le attività in favore degli ustascia durante la guerra” (103).
Tuttavia nel marzo 1947 Cecelja venne rilasciato e ciò malgrado la “decisione da parte dell’Extradition Board americano in Austria di approvare la richiesta jugoslava” (104). Avevano parlato a suo favore: l’arcivescovo Stepinàc; il vescovo americano Joseph Patrick Hurley, che si trovava in Jugoslavia come rappresentante del papa; il Foreign Office inglese, secondo il quale “la maggior parte delle sue azioni [era] stata di carattere umanitario e non politico”; il console americano a Zagabria, per il quale Cecelja era un “sacerdote di sani principi”; ed il Segretario di Stato americano George Marshall (103-104).
Cecelja partecipò anche alla costituzione del movimento dei krizari: “era noto come uno dei principali organizzatori ustascia in Austria, dove partecipava regolarmente a raduni militari e faceva infuocati discorsi ai fedeli riuniti” (104).
“In seguito, fu direttamente implicato dalle autorità del controspionaggio australiano in una serie di azioni terroristiche intraprese da cellule ustascia operanti a Sidney e Melbourne” (104). Nel 1957 ottenne un visto per visitare gli Stati Uniti (104).
“Cecelja morì qualche mese dopo aver concesso un’intervista” agli autori di Ratlines (100). Ha “trascorso i suoi ultimi anni di vita in un pittoresco villaggio appena fuori Salisburgo, dove le suore del convento Maria Pline si prendevano cura di lui” (100). All’epoca dell’intervista aveva 80 anni ed “era ancora molto fiero dell’importante ruolo che aveva svolto in favore della sua amata Croazia. Pur criticando gli ustascia per aver procurato una brutta reputazione ai Croati, non mostrava né senso di colpa né rimorso” (100).
Nell’intervista rilasciata nel 1989, Cecelja ammise:

“Fui fiero di aiutare questi fuggiaschi, registrandoli e offrendo loro cibo, alloggio e documenti di immigrazione, nonché l’opportunità di spostarsi in giro per il mondo fino in Argentina. Ricevevo i documenti dalla Croce Rossa” (104-105).

Karlo Petranovic

Nel 1934 divenne parroco di Ogulin, “un distretto composto sia da serbi sia da croati” (114). “Quando i nazisti invasero la Jugoslavia nell’aprile del 1941, Petranovic era cappellano nell’esercito” (114). “Si era unito al movimento [ustascia] subito dopo l’invasione” (114).
“Fu chiamato a ricoprire cariche ufficiali molto alte e influenti. […] Gli era stato conferito il grado di capitano nell’esercito ustascia e aveva accettato la carica di vice del capo ustascia di Ogulin. […] Egli divenne un fattore molto importante nella politica locale del regime ustascia, che decideva della vita e della morte dei serbi di Ogulin e del distretto circostante. […] Tale politica consisteva nel seminare il terrore tra la popolazione serba completamente innocente e si risolse nello sterminio di circa duemila serbi locali” (114).
“Una volta aveva diretto l’arresto e l’esecuzione di eminenti personalità serbe. Un’altra volta il prete, a quanto si diceva, fu responsabile del prelevamento dall’ospedale di Ogulin di cinque o sei pazienti serbi che furono uccisi nelle circostanze più brutali. Un altro episodio fu l’assassinio del dottor Branko Zivanovic, avvenuto il 31 luglio del 1941. […] Petranovic aveva collaborato all’organizzazione degli arresti di massa dei serbi di Ogulin e del distretto, che furono derubati e uccisi, alcuni a Brezno, gli altri vicino al villaggio di St. Petar. [Ebbe un ruolo] nella morte di circa un centinaio di serbi alla fine di luglio, un massacro compiuto in seguito a una decisione presa dal comitato ustascia di Ogulin, di cui Petranovic era un alto e influente membro. […] Il comitato ustascia di Ogulin, di cui Petranovic era funzionario, fu responsabile dell’invio di centinaia di serbi e di croati del posto ai campi di concentramento degli ustascia, cosa che si concluse con lo sterminio della maggior parte di queste persone” (115).
Nel 1947 gli jugoslavi ne chiesero l’estradizione agli inglesi (114), ma questa non fu concessa. Fino ad oggi, Petranovic ha continuato a negare i suoi crimini di guerra, affermando che non era stato messo al corrente di quanto accadeva (114).
Nel 1989 Petranovic fu intervistato dagli autori di Ratlines. “A domande relative alle sue attività postbelliche, Monsignor Petranovic rispose ammettendo senza problemi di aver aiutato un paio di migliaia di persone a lasciare l’Italia via Genova” (115).
Al termine della guerra “fu inviato al confine austro-jugoslavo, dove poteva muoversi liberamente tra gli ustascia in fuga. Si stabilì per un certo tempo a Graz, dove si nascondevano molti famigerati criminali di guerra. Lì fu aiutato nel suo lavoro dal vescovo Ferdinand Pawlikowski, che ottenne dal capo della polizia locale il permesso di far rimanere Petranovic a Graz. Da lì il sacerdote croato riuscì a scendere fino a Trieste, dove il vescovo locale provvide al suo alloggiamento; poi proseguì verso Milano, dove venne aiutato dal cardinale Schuster, per arrivare finalmente a Genova verso la fine del 1945. Voleva recarsi presso la Confraternita di San Girolamo a Roma, ma era già piena; perciò rimase a Genova e divenne l’agente locale di Draganovic, dopo essere stato assoldato da questi in persona durante una visita a Genova (115-116).
Petranovic manteneva “ottimi collegamenti nella gerarchia ecclesiastica, soprattutto con il vescovo di Genova Siri, il quale era il terminale genovese dell’altra rete di fuga, quella del vescovo Hudal (117).
Monsignor Petranovic “ha oggi quasi 80 anni e, negli ultimi tre decenni è vissuto a Niagara Falls, in Canada” (113).

Gregory Rozman

“Durante la guerra, in assenza di Krek, [il vescovo di Lubiana] Rozman si era assunto la responsabilità del Partito Clericale Sloveno, stabilendo stretti contatti sia con i fascisti italiani sia con i nazisti” (138). “Verso la metà del 1942 andò in Vaticano per una missione segreta, consistente nel chiedere a Pio XII armi, cibo uniformi e altro equipaggiamento essenziale per il suo esercito anticomunista cattolico. Di conseguenza, gli italiani rifornirono le forze armate di Rozman. Dietro suo suggerimento, un certo numero di preti assunse anche ruoli chiave a livello militare e spionistico per conto delle potenze dell’Asse.
Quando, nel settembre del 1943, gli italiani capitolarono, Rozman fece in modo che il passaggio al dominio nazista fosse il più facile possibile, suggerendo al gauleiter di Hitler la formazione della Guardia Nazionale Slovena. Questa Guardia Nazionale era completamente sotto il controllo tedesco, poiché obbediva direttamente agli ordini del capo delle SS locali e della Polizia Superiore. Fu tristemente nota per i suoi massacri di civili, soprattutto sostenitori dei partigiani guidati dai comunisti, mentre la polizia segreta conduceva una campagna terroristica sotto la direzione della Gestapo.
Mentre avevano luogo queste atrocità, Rozman sosteneva entusiasticamente la causa nazista, emettendo numerosi appelli affinché gli Sloveni combattessero dalla parte della Germania. La sua Lettera Pastorale del 30 novembre 1943 rappresentò un’espressione tipica del tono filonazista che caratterizzava l’opera spirituale del vescovo. Dopo aver sollecitato i suoi fedeli a combattere per la Germania, sottolineò che soltanto “per mezzo di questa coraggiosa lotta e di questo industrioso lavoro per Dio, per il popolo e per la terra dei padri [gli Sloveni si assicureranno], sotto la guida della Germania, la [loro] esistenza e un futuro migliore, nella lotta contro la congiura ebraica”” (138-139).
Nel 1943 fu “fotografato sul palco con il comandante delle SS locali, [il generale Rosener,] durante una cerimonia ufficiale. La Guardia Nazionale aveva appena giurato di presentare servizio sotto la guida di Hitler, e stava marciando di fronte al suo ufficiale di comando. Il generale delle SS se ne stava rigido sull’attenti, facendo il saluto nazista, mentre il vescovo dava la pia approvazione al suo esercito collaborazionista” (139).
(La stretta di mano fra Rozman e Rosener è raffigurata nella fotografia nei risguardi della copertina del libro.)
“Sei mesi prima della fine della guerra, Krek e monsignor Preseren perorarono la causa di Rozman presso il papa. Nel corso di un incontro con Pio XII tenutosi il 26 novembre del 1944, consegnarono al pontefice la lettera personale del vescovo. Rozman esponeva per sommi capi il suo piano per uno sforzo, appoggiato dall’Occidente, destinato a sconfiggere i partigiani di Tito e a instaurare un governo filooccidentale. Non appena cessarono le ostilità, il Vaticano intraprese una campagna per ottenere la libertà del suo vescovo, chiedendo ripetutamente che gli venisse concesso un salvacondotto dall’Austria per potersi rifugiare presso la Santa Sede. Si offrirono persino di inviare un sacerdote appositamente scelto fino a Klagenfurt, [nella zona di occupazione inglese,] per prendere Rozman. L’uomo scelto per questo compito fu nientemeno che padre Draganovic.” La missione ebbe luogo nel maggio 1945 (139).
“Gli inglesi [con la complicità statunitense] gli permisero di fuggire e di svolgere un ruolo di primo piano nell’ambito del movimento dei krizari (139-140). La decisione degli inglesi di lasciar fuggire Rozman conseguì dalle pressioni di Krek “sul Foreign Office, tramite i buoni uffici di un membro laburista del Parlamento” (140). “L’11 novembre del 1947 Rozman sparì dal palazzo del vescovo di Klagenfurt e […] si recò a Salisburgo per mettersi sotto la protezione dell’arcivescovo Rohracher. […] Aveva lasciato Klagenfurt in un’automobile del personale dell’esercito americano, guidata da un autista americano” (142).
“Rozman, non appena fuggito da Klagenfurt, aveva ripreso con entusiasmo il suo lavoro per il movimento clandestino nazista. Il vescovo collaborazionista s’era unito ai krizari” per finanziare i quali si dedicò al recupero del tesoro di guerra (142). “Alla fine di maggio 1948, Rozman […] viaggiò fino agli Stati Uniti e si stabilì a Cleveland, nell’Ohio” (143).

Dragutin Kamber

Era “legato alla Confraternita di San Girolamo, all’interno della quale aveva studiato dalla fine degli anni Venti ai primi anni Trenta” (108). “Dal 1936 era stato membro del partito ustascia” (108). “Il sacerdote era stato anche ufficiale della famigerata guardia del corpo personale di Pavelic” (108).
“Padre Dragutin Kamber era un sanguinario responsabile di omicidi di massa” (108). “Dopo l’invasione da parte dell’Asse, fu messo a capo dell’amministrazione ustascia nella città di Doboj, [in Bosnia,] e uno dei primi provvedimenti che prese fu quello di istituire un campo di concentramento, di cui era comandante lui stesso. Introdusse nel distretto le regole razziali naziste e, di conseguenza, ordinò agli ebrei e ai serbi di portare intorno al braccio rispettivamente una fascia gialla e una fascia bianca. In seguito proclamò che i serbi e gli ebrei dovevano essere sterminati in quanto dannosi per lo stato ustascia” (108).
“A Doboj, compì arresti in massa e fece internare i serbi. Molte delle vittime venivano spesso portate in casa di Kamber per essere interrogate e, dietro suo ordine, uccise nelle cantine. I primi ad essere assassinati in questo modo furono i sacerdoti e gli insegnanti serbi” (108).

Milan Simcic

“Uno dei colleghi più vicini a Draganovic nella rete per l’espatrio clandestino dei criminali di guerra (100). “Lavorava all’interno della Confraternita di san Girolamo e aiutava Draganovic nelle sue operazioni” (110). “Lavorò diversi anni per la ratline a Roma” (122).
“Oggi Simcic è un alto funzionario vaticano e ammette apertamente che la Confraternita di San Girolamo protesse eminenti fuggiaschi ustascia. […] Ha detto con assoluta chiarezza che il dottor Draganovic si prendeva cura a parte delle persone più importanti, tra cui ex-ministri del governo ed ex-capi di polizia” (124). Sempre secondo la testimonianza di Monsignor Simcic, “il dottor Draganovic e Montini s’incontrarono molte volte per parlare dell’operato della Confraternita di San Girolamo” (125).

Dominik Mandic

Era “rappresentante ufficiale del Vaticano presso la Confraternita di San Girolamo: […] era, inoltre, un alto funzionario dell’ordine francescano, poiché ricopriva la carica di economo generale (tesoriere)” (109). “Mandic era l’alto funzionario francescano che mise la stampatrice dell’ordine a disposizione della Confraternita di San Girolamo in modo da poter fornire le carte d’identità false ai fuggiaschi” (128). “Padre Dominik Mandic controllava le finanze dell’istituto di san Girolamo con notevole destrezza [nella veste di] tesoriere della sezione ufficiale croata della Pontificia Commissione di Assistenza Profughi” e provvide a riciclare il denaro sporco di sangue degli ustascia (127-128).

Josip Bujanovic

Sacerdote fascista croato (134) e criminale ricercato (95). “Durante la guerra era stato il leader ustascia della città di Gospic” (134-135). “Prese parte al massacro dei contadini ortodossi” (135). “Bujanovic abbandonò la Croazia all’arrivo dei comunisti e divenne un alto ufficiale krizari (135). “Organizzò il viaggio di Pavelic in Argentina e poi [sembra che] lo seguì in Sudamerica, prima di stabilirsi definitivamente in Australia”, dove oggi vive ancora serenamente (95,135).

I nazisti

Ferenc Vajta

Ferenc Vajta era un “criminale di guerra ungherese, tirapiedi nazista” (76), “autore di spietati eccidi di massa” (78).
Prima della guerra aveva studiato alla Sorbona e si era unito alla loggia Grand Orient, “specializzata nelle faccende dell’Europa centrale e orientale” e con vedute filofrancesi (62). “È stato protagonista attivo della politica clandestina degli emigrati politici sin dal 1932, quando cominciò a impegnarsi in questi campi per ordine del Ministero degli Affari Esteri ungherese” (73).
Fu “uno dei principali propagandisti nazisti nei quotidiani patrocinati dalla Germania” (71). Inoltre “aveva lavorato per i servizi segreti ungheresi prima della guerra” (71). “Tra il 1941 e il 1944, i governi ungheresi filonazisti avevano inviato spesso Vajta in missioni speciali, anche a Berlino, a Istanbul e in numerosi paesi balcanici che, all’epoca, collaboravano attivamente con i tedeschi” (71). Nel 1944 fu promosso a Console Generale a Vienna (71). Tentò poi di giustificare il suo collaborazionismo con la necessità di frenare l’avanzata comunista (71).
Alla fine della guerra fu “console ungherese a Vienna, inviato per organizzare il trasloco dell’industria ungherese e stabilire itinerari di fuga per i “profughi”. […] Allestì più di 7.000 vagoni ferroviari carichi di macchinari e di pezzi di fabbriche per raggiungere la Germania occidentale e salvò dai sovietici la grande maggioranza dei borghesi e degli aristocratici ungheresi. I francesi scoprirono presto che Vajta era uno dei pochi uomini a sapere dove fosse stata trasferita l’industria ungherese. I francesi erano disperatamente a corto di soldi per finanziare le operazioni clandestine e il tesoro rubato di Vajta divenne, nel 1945, la principale base finanziaria della ripresa d’interesse per l’Intermarium da parte della Francia” (61).
Subito dopo la guerra “fu preso in una retata del CIC e detenuto a Dachau. Fortuna volle che uno dei suoi compagni di prigione fosse il principe ereditario del Siam; un funzionario inglese venne per liberare quest’ultimo, e riconoscendo il nome di Vajta fece uscire anche lui” (70).
Vajta, infatti, era “considerato troppo prezioso nelle operazioni di spionaggio da francesi e inglesi, per essere riconsegnato al governo del suo paese” (71). E infatti nel 1945 “fu assoldato dal Deuxième Bureau e dall’Alto Comando Francese in Austria” (62). Lavorò “per più di due anni sia coi servizi segreti francesi sia con quelli inglesi, organizzando due movimenti clandestini contro i russi” (61). Sotto la direzione francese prima e inglese poi, fu il principale organizzatore dell’Intermarium (62).
Il 10 aprile 1947, Vajta fu arrestato a Roma dalle autorità italiane, “ma il 26 aprile venne rilasciato, malgrado si trovasse sulla lista ufficiale dei criminali di guerra e l’Italia dovesse consegnarlo come tale alle autorità straniere. […] Il rilascio di Vajta era stato congegnato da Pecorari, segretario generale della Democrazia Cristiana [e vicepresidente dell’Assemblea costituente] e da Insabato, capo del Partito Agrario Italiano” (69).
In seguito cercò di ottenere l’appoggio degli Stati Uniti all’Intermarium, e nel mese di luglio fu assoldato dal CIC (70). Aveva “eccellenti contatti in Vaticano, in Inghilterra, in Francia e in Spagna” (73). Inoltre “conosceva personalmente il generale Franco, il ministro degli esteri spagnolo Artajo e il cardinale primate di Spagna” (74).
Nel 1947, Vajta intraprese un viaggio segreto con Casimir Papee, “uno straordinario diplomatico polacco […] presso la Santa Sede dal 1939, […] un autorevole membro dell’Intermarium [che aveva] collegamenti con i servizi segreti occidentali. […] Nel corso del loro viaggio i due s’incontrano con funzionari dei servizi segreti inglesi e francesi” (73-74).
A seguito di pressioni da parte del governo ungherese, la polizia italiana emise un mandato d’arresto nei confronti di Vajta (73). Il 3 settembre, al ritorno dal suo viaggio con Papee, l’ungherese fu avvisato “del suo imminente arresto. […] Vajta si recò immediatamente a Castelgandolfo, la residenza estiva del Pontefice.” La mattina del giorno successivo poté tornare impunemente a Roma, grazie alle sue potenti amicizie: “Alcide De Gasperi, che era anche primo ministro, aveva personalmente garantito per la [sua] salvezza.” Inoltre egli aveva ottenuto dei documenti falsi, rilasciati dai francesi. A Roma ottenne una breve ospitalità “presso un padre gesuita ungherese nell’Università Gregoriana Gesuita”, e scappò poi per Livorno con l’agente del CIC Gowen, per poi scappare in Spagna (74).
Da quell’anno, si mise a lavorare per gli americani al progetto dell’Unione Continentale (74-75). Il 16 dicembre 1947 arriva a New York “con un visto emesso dal consolato americano a Madrid e contrassegnato dalla dicitura “Diplomatico”” (76). Negli USA, Vajta incontrò “il cardinale Spellmann, il leader gesuita padre La Farge e un gran numero di capi politici emigrati” allo scopo di “procurarsi appoggi per l’Unione Continentale” (77).
La visita di Vajta non passò inosservata, e grazie all’intervento dei due noti giornalisti Drew Pearson e Walter Winchell “il governo fu sommerso dalla pubblicità negativa” (77). “Vajta fu immediatamente arrestato, e il 3 febbraio 1948 gli ungheresi chiesero la sua estradizione.” “Gli americani non volevano restituirlo all’Ungheria” e finalmente fu “cacciato dagli Stati Uniti nel febbraio del 1950 [e] dopo il rifiuto da parte di Italia e Spagna di raccoglierlo, andò in Colombia” (77).
“Il Vaticano intervenne e fece in modo che la Colombia lo accettasse e che un piccolo collegio cattolico situato laggiù lo impiegasse. Trascorse il resto della sua vita a Bogotà come professore di economia” (78).

Walter Rauff

Criminale di guerra, capo della Gestapo nella Repubblica di Salò e terminale milanese della rete di fuga del vescovo Hudal nel dopoguerra.
Partecipò direttamente allo sterminio degli Ebrei, mettendo a punto un’innovativa tecnica di morte: “A seguito dell’angoscia provata da Himmler [ministro degli interni] nell’assistere a una fucilazione di massa di ebrei a Minsk nel 1941, Rauff aveva diretto lo svolgimento del programma per la messa a punto di furgoni a gas mobili” nei quali morirono “circa centomila persone, per la maggior parte donne e bambini dell’Europa orientale” (41).
“In seguito alla caduta del regime di Mussolini, nel settembre del 1943 Rauff fu inviato in Italia settentrionale, dove prestò servizio presso le SS nella zona intorno a Genova, Torino e Milano. Ancora una volta il suo incarico era quello di sterminare la popolazione ebrea” (41).
Nella primavera del 1943, il vescovo Hudal “entrò in contatto con questo famigerato autore di stragi”, incontrandolo a Roma, dove Rauff era stato mandato dal suo superiore Martin Borrmann per sei mesi (41-42). “In quei mesi furono stabiliti i primi contatti col Vaticano, che avrebbero portato, infine, all’istituzione da parte di Hudal di una rete per l’espatrio clandestino dei criminali nazisti” (42).
“Con l’aiuto di Rauff, i più alti funzionari della Wehrmacht nell’Italia settentrionale [ed in particolare l’Obergruppenführer Karl Wolff] intrapresero una serie di negoziati segreti per la resa. Allen Dulles, il capo del servizio segreto americano in Svizzera, concluse la resa con le forze tedesche con l’aiuto di intermediari del Vaticano. A questi negoziati venne dato il nome in codice di “operazione Sunrise” e, anche se non abbreviarono la guerra, gli ufficiali nazisti che vi parteciparono sfuggirono ad una dura pena” (46).
Sull’operazione Sunrise, Il Secolo Corto ci fornisce ulteriori particolari (cap. 15).
L’operazione era condotta ufficialmente “per risparmiare inutili morti”, ma il suo scopo reale era invece “di evitare che fossero i partigiani democratici italiani a conseguire la vittoria sull’esercito tedesco, poiché ciò avrebbe rafforzato il loro potere.” I contatti fra Dulles e Rauff erano cominciati “già all’inizio del gennaio 1945. Nel marzo dello stesso anno, le trattative fra OSS e SS erano giunte a un punto talmente avanzato da giustificare una prova concreta di buona fede da parte tedesca. Il 3 marzo Walter Rauff ebbe un incontro a Lugano con Dulles. […] L’incontro […] servì per organizzare il rilascio dei prigionieri americani e inglesi che si trovavano nelle mani della Gestapo in Italia. Le trattative proseguirono poi a ritmo serrato.” A metà aprile “Wolff si recò in Svizzera contando sulla sua reputazione personale presso gli anglo-americani per ottenere garanzie da parte di Dulles che “gli elementi idealisti e rispettabili dell’esercito, del partito, e delle SS avrebbero potuto svolgere una parte attiva nella ricostruzione della Germania”. Non si trattava quindi soltanto della resa delle truppe tedesche nell’Italia settentrionale, ma di qualcosa che implicava una connivenza futura con i quadri qualificati del nazismo. Dulles concesse in pratica un’amnistia ufficiosa alle SS. Quasi una pace separata, comprendente non solo la salvaguardia della vita, ma anche la libertà personale e la protezione dell’espatrio verso luoghi lontani e sicuri.”
“Quando, il 29 aprile del 1945, l’esercito tedesco si arrese, Rauff ottenne un falso passaporto a nome di Carlo Comte e affittò un appartamento a Milano. Poi prese la sua copia dei documenti della polizia segreta di Mussolini, che comprendevano le liste degli iscritti al partito fascista, e la seppellì di nascosto fuori città. Sapeva che quei documenti si sarebbero rivelati molto utili nei mesi a venire e la sua previsione si dimostrò corretta. Il giorno seguente, tuttavia, Rauff venne arrestato dagli americani e rinchiuso nella prigione di San Vittore a Milano. Nel giro di alcune ore, arrivò un sacerdote e fece in modo che l’ufficiale tedesco venisse trasferito in un ospedale dell’esercito americano” (46).
“Rauff venne rilasciato per essere affidato alla custodia della “S Force Verona”, un’unità dell’OSS che operava con la squadra di controspionaggio speciale anglo-americana in Italia, comandata da James Jesus Angleton. Tra le altre cose, la S Force era l’equivalente occidentale della sezione anticomunista di Rauff durante la guerra” (46). NOTA: Angleton e Dulles divennero in seguito, rispettivamente, capo del controspionaggio e direttore della CIA, e mantennero per tutta la durata della loro carriera il controllo esclusivo sui collegamenti tra i servizi segreti americani ed il Vaticano (47).
[nota di nwo-tuthresearch: Angleton e Dulles erano entrambi Cavalieri di Malta]
Rauff fu rilasciato dopo un lungo interrogatorio sulle attività anticomuniste della Gestapo (47). Monsignor Giuseppe Bicchierai, segretario del cardinale di Milano Schuster, “organizzò le cose in modo tale che questi potesse starsene nascosto nei conventi della Santa Sede” (46).
“Rauff prese contatto con l’arcivescovo di Genova Siri e andò immediatamente [a Milano] a lavorare per il Vaticano alla creazione di un sistema per far fuggire clandestinamente i nazisti” (47).
Secondo Il Secolo Corto, dal 1945 al 1949 Rauff, agendo per conto dei servizi segreti americani “sotto la copertura di un’organizzazione di aiuto ai rifugiati gestita dal Vaticano, avrebbe fatto partire clandestinamente verso asili sicuri più di 5.000 fra agenti della Gestapo e SS.”
Nel 1949 Rauff lascia l’Italia per il Sud America, senza neanche prendere la precauzione di usare documenti falsi: il nome sul passaporto era infatti proprio il suo. Visse tranquillamente in Cile, paese che ne negò l’estradizione anche dopo che fu eletto il socialista Salvador Allende.

Franz Stangl

Fu comandante del campo di sterminio di Treblinka (33). Verso la fine della guerra fu trasferito in Jugoslavia a combattere contro i partigiani (34). Catturato dagli americani, dal 1945 al 1947 fu rinchiuso nel campo di prigionieri di guerra di Glasembach. Intorno al Natale 1947 gli americani lo consegnarono agli austriaci, che lo trasferirono a Linz. Da qui evase nel maggio successivo, e si incamminò verso Roma (34).
“Dopo essere giunto a Roma, si mise alla ricerca del vescovo Alois Hudal, [il quale gli procurò] un alloggio a Roma, […] gli diede […] denaro, […] un passaporto della Croce Rossa, […] un visto d’entrata in Siria, un posto in una fabbrica di tessuti a Damasco, e un biglietto per la nave” (34-35).
Fuggì insieme a Gustav Wagner e “alla fine giunsero in Brasile entrambi e lodarono il vescovo Hudal per l’aiuto che aveva offerto loro” (36).
Stangl fu catturato definitivamente da Simon Wiesenthal nel 1967 in Brasile (35-36). Nel 1970 venne condannato all’ergastolo in Germania, e morì in carcere un anno dopo.

Gustav Wagner

Comandante del campo di concentramento di Sobibor durante la guerra (36). Arrestato, fuggì dalle prigioni alleate e percorse insieme a Franz Stangl la strada per Roma. Fuggì infine in Brasile grazie all’opera caritatevole del vescovo Hudal (36).

Alois Brunner

“Uno degli ufficiali più spietati che portarono a compimento il programma di deportazione degli ebrei”, riuscì a fuggire “attraverso la rete ordita dal Vaticano per permettere la fuga dei nazisti” (36).
“Fuggì a Damasco, in Siria, dove vive ancora sotto il nome di dottor George Fischer, […] impunito per le centinaia di migliaia di vittime che inviò a Stangl e Wagner affinché le processassero” (36).

Adolf Eichmann

“Principale artefice dell’olocausto” nella veste di “capo del Dipartimento per gli affari ebrei” (36).
Nel 1950, Hudal gli fornì “una nuova identità, quella del profugo croato Richard Klement e lo mandò a Genova. Lì Eichmann […] fu nascosto in un monastero, sotto il controllo caritatevole dell’arcivescovo Siri, prima di essere fatto fuggire clandestinamente in Sudamerica” (36).
“La Caritas ha pagato tutte le spese di viaggio per permettere a Eichmann di raggiungere il Sudamerica” (37).
“Alla fine, Eichmann fu rintracciato in Argentina dal servizio segreto israeliano, rapito, processato e giustiziato a Gerusalemme nel 1962” (36).

Gli ustascia

Ante Pavelic

Detto “il poglavnik” (il duce). Durante la guerra fu leader dello “Stato Croato Indipendente” ustascia, nel quale mezzo milione di serbi, ebrei e zingari furono trucidati per suo ordine personale (80). Dopo la guerra si impegnò nella costituzione del movimento dei krizari, prima di fuggire in Sudamerica.
Su Ante Pavelic si confronti anche La politica dei papi nel XX secolo:“Nato nel 1889 in Erzegovina, laureatosi in legge nel 1915”, avvocato a Zagabria successivamente. “Il 7 gennaio 1929, un giorno dopo la proclamazione della dittatura regia di Alessandro I, Pavelic […] ed altri ustascia fondarono la lega per la lotta nazionalrivoluzionaria. […] Ogni membro doveva giurare ubbidienza attraverso un pronunciamento al cospetto di Dio onnipotente e di tutto ciò che è sacro.”
(Si veda anche la descrizione del giuramento fatta da padre Cecelja.)“Il loro precursore spirituale, il politico e pubblicista Ante Starcevic, morto nel 1896, capo del Partito della Destra Croata, sosteneva la tesi che […] “i Serbi sono lavoro per il macello”, [idea che gli valse il titolo di] Padre della Patria e maggiore ideologo politico croato.” “Ciò che si preparava [era] una guerra santa, una guerra di religione, che ammetteva qualunque Terrore ed includeva “la Bibbia e la Bomba l’una di fianco all’altra come distintivo e mezzo di lotta”.
Neanche ebbe fondato il suo partito di ribelli, che Pavelic […] con i suoi compari più prossimi si rifugiò a Vienna, poi in Bulgaria, ed infine il regime fascista italiano gli assicurò ricovero ed alimenti. Mentre un tribunale serbo lo condannava già a morte in contumacia, Mussolini metteva a disposizione della famiglia Pavelic una casa a Bologna, la quale servì poi per anni come quartier generale degli ustascia. Con l’aiuto del capo della polizia segreta Ercole Conti e del Ministro di Polizia Bocchini, il boss dei congiurati fece poi addestrare in Toscana e sulle isole Lipari gli emigranti croati ed i seguaci ustascia transfughi, per gli assassinii a venire. Egli disponeva di alcune trasmissioni di Radio Bari, pubblicava il giornale “Ustasa” in lingua croata, teneva contatti con centrali di propaganda nazional-croata a Vienna, Berlino, negli USA ed in Argentina, e rendeva noti i suoi piani gloriosi al mondo di volta in volta, attraverso l’esplosione di bombe sui treni Vienna-Belgrado, con un più rilevante tentativo -subito sedato- di rivolta nelle montagne del Velebit (1932), e con una serie di attentati particolari.
Tra le prime azioni degne di nota ci furono l’eliminazione del direttore del foglio filojugoslavo zagrebino “Jedinstvo” (l’Unità), Ristovic, freddato nell’agosto 1928 in pieno giorno in un caffè di Zagabria, e l’assassinio del redattore capo del giornale di Zagabria “Novosti”, Slegl, il 22 marzo 1929. Pavelic lasciò che la polizia rinchiudesse il suo più stretto collaboratore, Gustav Percec, in una prigione di Arezzo, e lì gli sparò di propria mano, dopo un interrogatorio con sevizie.
Ma la sua vittima certo più eminente fu il Re di Jugoslavia Alessandro. Un primo attentato al regnante, uomo gradito in effetti a tanti croati, fu sventato nell’autunno 1933 a Zagabria dal servizio segreto jugoslavo. Tuttavia, quando un anno più tardi il monarca giunse a Marsiglia dagli alleati francesi, il 9 ottobre 1934, fu assassinato mentre era ancora nella zona del porto, assieme al Ministro degli Esteri francese Louis Barthou, da un emissario di Pavelic -subito sottoposto a linciaggio dalla folla. Di nuovo Pavelic fu condannato a morte in contumacia da Francia e Jugoslavia -ed era la seconda volta. Ebbene, i fascisti italiani, dopo una custodia preventiva, gli assegnarono una nuova residenza a Siena ed una pensione di stato di 5.000 lire al mese.”
In Ratlines troviamo che oltre agli italiani, “prima della guerra [anche] i servizi segreti britannici mantennero stretti rapporti con la sua rete terroristica clandestina, anche dopo l’assassinio […] del Re jugoslavo” (80-81).
Continuiamo a leggere su La Politica dei papi nel XX secolo:“Uno scritto autografo, redatto da Pavelic nel 1936 e riguardante la causa croata, giunse al Ministero degli Esteri [tedesco] solo nell’aprile 1941, mentre erano in atto i preparativi della campagna di Jugoslavia. Il documento di 30 pagine […] celebra Hitler come “maggiore e miglior figlio della Germania”, loda la Germania hitleriana quale “potentissima combattente per il diritto vitale, la vera cultura e la più alta civiltà”. […] Il 6 aprile 1941, mentre Belgrado sottoposta al terrore incessante delle bombe tedesche cominciava a bruciare e la Dodicesima Armata del Feldmaresciallo Generale List attaccava il sud della Serbia dalla Bulgaria, Pavelic incitava le truppe croate per mezzo di un’emittente clandestina, acché puntassero le armi contro i serbi. “D’ora in poi combatteremo fianco a fianco con i nostri nuovi alleati, i Tedeschi e gli Italiani”. […] La Wehrmacht di Hitler era salutata in Slovenia e in Croazia amichevolmente ed anche con entusiasmo.
Il 10 aprile, […] mentre i tedeschi occupavano Zagabria, capitale del vecchio Banato, avveniva la proclamazione della “Croazia Indipendente”, sempre in assenza di Pavelic: […] “Dio è con i Croati! Pronti per la Patria!”. [La proclamazione era stata] firmata dall’ex-[…] colonnello Slavko Kvaternik, rappresentante del poglavnik e Comandante Supremo delle Forze Armate […].
Il poglavnik fece tenere ancora una parata alla sua truppa di circa 300 uomini, lo stesso 10 aprile a Pistoia; la sera fu convocato a Roma da Mussolini; l’11 aprile assicurò a Hitler gratitudine e sottomissione con un telegramma; durante la notte del 13 oltrepassò il confine jugoslavo presso Fiume, giunse a Zagabria nella notte del 15, ed il 17 nominò il suo primo Gabinetto. Era adesso Capo dello Stato, del Governo e del Partito, nonché Comandante in Capo delle truppe, e governava da dittatore -certo con sudditanza rispetto ai suoi grandi alleati, dai cui regimi copiò ampiamente- alla testa di 3 milioni di Croati cattolici, 2 milioni di Serbi ortodossi, mezzo milione di Musulmani bosniaci e parecchi altri gruppi etnici minori, tra i quali 40.000 Ebrei.
Il 18 aprile l’esercito jugoslavo capitolava senza condizioni. La Serbia fu sottoposta all’occupazione militare tedesca, e quasi due quinti del Regno di Jugoslavia andarono a formare lo Stato Indipendente di Croazia, che si componeva del nucleo di Croazia e Slavonia insieme alla Sirmia, a tutta la Bosnia (fino alla Drina) e all’Erzegovina, con una parte del litorale dalmatino; in tutto quasi 102.000 km quadrati.
Però nel maggio seguente Pavelic regalò in tutti i modi quasi la metà della Jugoslavia ai paesi limitrofi: nel Nord ai Tedeschi, per cui i confini del Reich arrivavano a soli 20 km da Zagabria, nel Nordest all’Ungheria, nel sud alla Bulgaria e all’Albania, ed infine il Sudovest, l’Ovest (dove la popolazione croata era la stragrande maggioranza) ed il Nordovest all’Italia. Qui giunse Pavelic il 7 maggio con ministri e membri del clero, tra i quali il vicario generale dell’arcivescovo Stepinàc, vescovo di Salis-Sewis, ed offrì al Re Vittorio Emanuele III la cosiddetta corona di Zvonimiro (ultimo re indipendente della Croazia nell’XI secolo), destinata al meno significativo Conte Aimone di Spoleto, il quale in effetti non venne mai incoronato, non apparve mai nel suo regno, e tuttavia parlò in Vaticano già il 17 maggio quale re designato della Croazia (con l’appellativo di Tomislao II).
E lì, in Vaticano, il giorno seguente si presentò il poglavnik, colui il quale era stato ripetutamente condannato a morte a causa di svariati omicidi, accompagnato da una delegazione numerosa -Pavelic “circondato dai suoi banditi”, annotava lo stesso Ministro degli Esteri Ciano nel suo diario solo poche settimane prima. Le concessioni territoriali del poglavnik all’Italia, che laggiù conduceva con brutalità la sua politica del “mare nostro”, causarono sconforto in tutta la Croazia, come riferì il 21 maggio il generale Glaise von Horstenau. “Dovunque si vada si ascoltano minacce contro gli Italiani”. Eppure la stampa cattolica del paese era molto commossa per l’attenzione e la cordialità di papa Pio XII, che salutò Pavelic ed i suoi gangsters durante un’udienza privata particolarmente festosa -un grande ricevimento- e si accomiatò da loro in modo amichevole, con i migliori auguri di buon proseguimento.”
Anche Ratlines si sofferma sui rapporti fra il poglavnik e la Chiesa:“Le atrocità erano già in corso nel momento stesso in cui Pio XII ricevette il poglavnik in un’udienza privata alla fine di aprile 1941” (80). “Pio XII e i suoi consiglieri più anziani nutrivano opinioni estremamente benevole nei confronti del suo cattolicesimo militante. Durante la guerra Pavelic aveva convertito con la forza decine di migliaia di ortodossi serbi sotto la minaccia della pena capitale” (80). In virtù di ciò “agli occhi del Vaticano Pavelic rappresentava un militante cattolico, un uomo che ha peccato, ma che l’ha fatto per lottare a favore del cattolicesimo” (92).
Il papa riceveva regolarmente gli emissari di Pavelic, ai quali forniva ogni volta “delle assicurazioni relative al fatto che il Santo Padre avrebbe aiutato la Croazia cattolica” (82-83). A Branko Bokun, giovane jugoslavo che tentò di segnalare alle autorità vaticane i misfatti del regime croato, non fu invece accordata l’udienza richiesta. “Bokun era stato mandato a Roma da uno dei capi dei servizi segreti jugoslavi a chiedere l’intervento del Vaticano per fermare il massacro in Croazia. [Egli era] armato di un voluminoso fascio di documenti, di resoconti e di testimoni oculari, e persino di fotografie dei massacri. […] Voleva consegnare il suo incartamento a monsignor Giovanni Montini, sottosegretario di Stato per gli Affari Correnti, ma non riuscì a ottenere udienza” (81-82). “A Bokun venne semplicemente detto che le atrocità descritte nell’incartamento erano opera dei comunisti, ma che erano state attribuite in mala fede ai cattolici” (82).
“Allo stato di Pavelic fu negato il riconoscimento ufficiale da parte del Vaticano” (82), ma “quando Pavelic chiese un’altra udienza con il Santo Padre nel maggio del 1943, il Segretario di Stato Maglione gli assicurò che non c’erano difficoltà connesse con la visita del poglavnik al Santo Padre, se non per il fatto che non lo si sarebbe potuto ricevere come un Capo di Stato. Lo stesso Pio XII promise di dare nuovamente a Pavelic la sua benedizione personale, [malgrado il fatto che] in quel periodo la Santa Sede possedesse già abbondanti prove delle atrocità commesse dal suo regime” (82).
Pavelic amava vantarsi dei suoi crimini, e si dice che esibiva sul suo tavolo una grossa coppa contenente “circa venti chili di occhi di serbi inviatigli dai suoi fedeli ustascia” (83).
Al termine della guerra Pavelic scomparve (83). “Mentre i suoi uomini combattevano ancora, il poglavnik era scappato con il suo seguito di comprimari, tra cui circa 500 padri cattolici, a capo dei quali erano il vescovo di Banja Luka, Jozo Gavic, e l’arcivescovo di Sarajevo, Ivan Saric (morto poi a Madrid nel 1960). Fu accolto nel convento di San Gilgen, presso Salisburgo, insieme a quintali d’oro rubato(da La politica dei papi). Nel maggio 1945, Pavelic fu arrestato dagli agenti del SIS (133). Più che di un arresto, bisogna parlare però di una protezione. Infatti fu proprio il SIS ad aiutarlo a fuggire (129), nascondendolo “a Klagenfurt, dove possedeva un appartamento e una villa” (86). Il vescovo di Klagenfurt era un membro dell’Intermarium (136). Klagenfurt si trovava nella zona occupata dagli inglesi.
“Nel luglio del 1945 l’ambasciatore jugoslavo a Londra disse agli inglesi che Pavelic […] era stato fatto prigioniero a Celovac (Klagenfurt) da truppe inglesi. Il Foreign Office si mostrò inflessibile nel sostenere che Pavelic non era mai stato in mano loro” (83). Anche i “serbi cetnici sostenevano che Pavelic era travestito da monaco in un monastero a Klagenfurt” (84).
Londra negava, ma secondo rapporti statunitensi del 1947 gli “alleati inglesi avevano sempre mentito. […] Il servizio segreto jugoslavo aveva sempre avuto ragione. Secondo fonti attendibili, Pavelic era davvero riuscito a superare la frontiera austriaca e a raggiungere i confini inglesi, dove venne protetto dagli inglesi, nei settori sorvegliati e requisiti dagli inglesi, per un periodo di due settimane, […] restò nella zona di occupazione inglese per almeno due o tre mesi, rimanendo in contatto con il SIS (86).
“Nell’aprile del 1946, Pavelic lasciò l’Austria e giunse a Roma, accompagnato soltanto da un tenente di nome Dochsen. Entrambi gli uomini erano vestiti da preti della Chiesa cattolica romana. Trovarono rifugio in un collegio situato in via Gioacchino Belli 3. Il compagno di viaggio di Pavelic era, in realtà, Dragutin Dosen, un ex-alto ufficiale della guardia del corpo del poglavnik” (86). “Subito dopo essere arrivato […] a Roma, il poglavnik […] aveva trovato rifugio presso Castelgandolfo, residenza estiva del papa”, dove aveva spesso l’occasione di incontrarsi in segreto con monsignor Montini” (87). “Sembra che molti nazisti gravitassero intorno a Castelgandolfo, [e] che Pavelic alloggiasse con un ex-ministro del governo nazista rumeno” (87).
“Pavelic aveva ottenuto un passaporto spagnolo sotto il nome di Don Pedro Gonner, in previsione della sua fuga definitiva, probabilmente alla volta della Spagna o del Sudamerica” (87). “I gesuiti furono tra gli ecclesiastici che maggiormente l’aiutarono e appoggiarono i suoi piani per lasciare l’Italia organizzando il suo viaggio verso la Spagna sotto il falso nome di padre Gomez” (89). “Tuttavia, verso la metà del 1946 Pavelic temette di trovarsi troppo strettamente sotto controllo e […] ritornò in Austria” (87), e ritornò nuovamente a Roma alla fine dell’anno.
Sin dal momento in cui era fuggito, il poglavnik era rimasto in stretto contatto con padre Draganovic, segretario della Confraternita di San Girolamo dei Croati a Roma (88,94), il quale “sin dal mese di agosto del 1943 […] si era trovato a Roma a negoziare per Pavelic in Vaticano” (98). L’agente segreto del CIC Robert Mudd, nel febbraio 1947, scrisse il seguente rapporto sull’istituto di San Girolamo:

“Per poter entrare in questo monastero, bisogna sottoporsi ad una perquisizione personale per verificare se si è in possesso di armi o di documenti, si deve rispondere a domande sulla propria provenienza, sulla propria identità, su chi si conosce, su quale sia lo scopo della propria visita e come si sia venuti a sapere della presenza di croati all’interno del monastero. Tutte le porte che mettono in comunicazione stanze diverse sono chiuse e quelle che non lo sono hanno di fronte una guardia armata e c’è bisogno di una parola d’ordine per andare da una stanza all’altra. Tutta la zona è sorvegliata da giovani ustascia armati in abiti civili e ci si scambia continuamente il saluto ustascia” (110).

“In un’intervista registrata, Simcic ammise l’esistenza, all’epoca, di una strettissima sorveglianza all’interno dell’istituto […] necessaria a causa della minaccia, sempre presente, di attacco da parte dei comunisti” (110).
Il motivo di tante precauzioni era molto semplice. Fra l’Istituto di San Girolamo e “quella che si riteneva fosse una delle biblioteche vaticane, in via Giacomo Venezian 17-C” si trovavano nel 1947 numerosi ustascia ricercati. Si trattava del poglavnik Ante Pavelic e di membri del suo governo (111):
  1. Ivan Devcic, tenente colonnello
  2. Vjekoslav Vrancic, vice ministro
  3. Dragutin Toth, ministro
  4. Lovro Susic, ministro
  5. Mile Starcevic, ministro
  6. Dragutin Rupcic, generale
  7. Vilko Pecnikar, generale
  8. Josip Markovic, ministro
  9. Vladimir Kren, generale
Alcuni di questi assassini risiedevano in Vaticano: “Gli ustascia che risiedevano in Vaticano facevano la spola tra i loro alloggi e la Confraternita [andando] avanti e indietro dal Vaticano varie volte la settimana, a bordo di un’automobile con autista la cui targa recava le iniziali CD, Corpo Diplomatico. […] A causa dell’immunità diplomatica, era impossibile fermare l’automobile” (113).
La realtà è che “il Vaticano stava nascondendo il poglavnik, con la connivenza del SIS (132). Ovviamente, “il SIS non aveva aiutato il Vaticano a salvare Ante Pavelic per malintesi concetti di benevolenza e carità. Voleva molto in cambio. Voleva degli agenti per infiltrarsi nella Jugoslavia comunista, per ottenere informazioni segrete e per colpire con azioni terroristiche bersagli strategici e uomini al servizio dei comunisti, soprattutto gli agenti della temuta polizia segreta” (129). Fu solo 18 mesi dopo la scomparsa di Pavelic che gli inglesi ufficialmente “scoprirono” che costui si trovava in Vaticano. A quel punto scaricarono la responsabilità dichiarando che era fuori dalla loro giurisdizione (85).
All’inizio del 1947 Pavelic si trovava “in un complesso extraterritoriale cinto da mura [che] si trova in cima al colle Aventino [e] che secondo l’opinione generale è crivellato di tunnel sotterranei che uniscono tra loro i singoli edifici.” Tale complesso ospita varie organizzazioni della Chiesa, fra cui il Monastero di Santa Sabina, nel quale l’agente americano Gowen riteneva a quei tempi che avesse trovato ospitalità il poglavnik, e l’Ordine Militare Sovrano dei Cavalieri di Malta (87-88). Secondo l’autore de Il Secolo Corto, l’Ordine di Malta aveva anch’esso una sua rete per la fuga dei criminali di guerra. Ne faceva parte William J. Casey, che divenne capo della CIA negli anni ottanta.
Gli ustascia godevano di ottimi contatti con la polizia italiana (89). Un’altra delle loro basi si trovava in Via Cavour 210 (88).
In agosto Pavelic “si nascondeva come ex-generale ungherese sotto il nome di Giuseppe […] e viveva in una proprietà della Chiesa sotto la protezione del Vaticano, a Via Giacomo Venezian, […] insieme al famoso terrorista bulgaro Vancia Mikoiloff (sic) e ad altre due persone. Nell’edificio vivevano circa altri dodici uomini. Erano tutti ustascia e costituivano la guardia del corpo di Pavelic. Quando Pavelic usciva, si serviva di un’automobile con la targa del Vaticano (SCV)” (90-91). “Andava regolarmente in giro a bordo delle auto ufficiali vaticane che, recando le speciali targhe dei corpi diplomatici, non potevano essere fermate dalle autorità occidentali, neppure quando Pavelic lasciava il territorio vaticano” (91).
I servizi segreti inglesi e americani conoscevano i movimenti di Pavelic ed avevano ricevuto l’ordine di arrestarlo. Tuttavia, dopo un continuo scarica-barile fra i due servizi segreti, l’operazione fu “lasciata morire” (89-91). “La posizione degli inglesi era cinica e disonesta; mentre il SIS proteggeva Pavelic, il Foreign Office protestava perché gli Stati Uniti si sforzavano di sabotare il piano per arrestare il poglavnik” (89). “Il motivo […] era davvero molto semplice. Gli alti ufficiali statunitensi stavano formando, all’epoca, la loro rete di ex-nazisti, e cominciavano a coordinare le proprie attività con quelle del Vaticano e di Londra” (92).
Alla fine Pavelic riparò in Argentina: “salpò dall’Italia il 13 settembre del 1947, viaggiando a bordo del piroscafo italiano Sestriere sotto il nome di Pablo Aranyos, un presunto profugo ungherese, e giunse a Buenos Aires il 16 novembre” (95). “Pavelic si servì dei suoi contatti molto influenti all’interno dei servizi segreti italiani per attuare il suo piano di fuga” (96). “Padre Draganovic […] fornì il passaporto della Croce Rossa di cui si servì Pavelic e organizzò i dettagli del viaggio in nave” (95). Sembra addirittura che Draganovic “accompagnò personalmente il criminale di guerra a Buenos Aires, dove rimase con lui per dodici mesi” (95). Secondo un’altra versione dei fatti, tuttavia, la persona che accompagnò l’ex-poglavnik era “un altro sacerdote croato, un certo padre Jole, che era in realtà padre Josip Bujanovic (95).
Quando “riapparve in Argentina, […] il dittatore Juan Perón lo assunse come consulente per la sicurezza” (95). “Un certo Daniel Crljen [mandato in Argentina da Draganovic per trovare una sistemazione a Pavelic] era giunto in aereo a Buenos Aires, grazie all’assistenza del Vaticano, per conferire con il generale Perón a proposito dell’organizzazione in Argentina di un movimento ustascia chiamato “Élite”. Crljen era uno dei principali ideologi e propagandisti del movimento, dato che durante la guerra aveva incitato al massacro dei Serbi. La missione di Crljen ebbe certamente successo; l’arrivo di Pavelic servì solamente a completare il trasferimento in Argentina di quasi tutto il suo governo. Tra i veterani che l’attendevano per dargli il benvenuto c’erano quasi tutti i ministri del gabinetto sopravvissuti, come pure molti funzionari municipali, capi militari e della polizia. Erano per la maggior parte criminali di guerra ricercati” (96).
Per il seguito della storia di Pavelic, leggiamo La Storia dei Papi del XX secolo:“Dopo la caduta di Perón, Pavelic sfuggì nel 1957 ad un attentato così come riuscì a sottrarsi alla polizia argentina; di nuovo finì in un convento, stavolta presso i Francescani di Madrid, e morì settantenne (alla fine del 1959) nell’ospedale tedesco (sic!) della capitale spagnola.”

Vladimir Kren

Durante la guerra fu generale e comandante in capo dell’aviazione dello “Stato Croato Indipendente”: “il generale Vladimir Kren, l’ex-ufficiale dell’aviazione jugoslava che, nell’aprile del 1941, aveva organizzato il passaggio ai tedeschi di molti dei suoi militari, era stato ricompensato con la carica di comandante dell’aviazione di Pavelic (118).
Vladimir Kren fu uno dei pochi amici di Pavelic che fu preso:
Nell’indagare sulla presenza di criminali croati a San Girolamo, l’agente americano “Gowen organizzò un audace furto con scasso nell’ufficio di Draganovic. […] Uno dei documenti più importanti era una lista di nomi di croati che venivano nutriti, vestiti, alloggiati e provvisti di ogni altra cosa nel monastero di San Girolamo. […] In tale elenco erano inclusi anche i nomi di diversi criminali di guerra jugoslavi ricercati da tempo, dei quali Draganovic aveva continuamente negato la presenza: […] almeno una ventina delle persone alloggiate all’interno dell’istituto si trovavano nelle liste nere occidentali” (112-113).
In questo modo, i servizi occidentali avevano saputo che “un gruppo di criminali di guerra ricercati […] si era imbarcato sulla “Philippa” il 4 marzo 1947” e che fra loro si trovava Vladimir Kren, che viaggiava sotto il falso nome di Marko Rubini (118-119). Kren fu arrestato dal maggiore Clissold, della British Special Screening Mission, la squadra alla ricerca dei nazisti. “Questa fu una delle pochissime occasioni in cui lo spionaggio occidentale trionfò. […] Qualche settimana più tardi, gli inglesi prepararono un’imboscata nello stesso istituto di San Girolamo, arrestando circa un centinaio di uomini che stavano andandosene al termine di un incontro” (118). Alla fine, Kren fu consegnato al governo jugoslavo (118).

Vjekoslav Vrancic

Fu sottosegretario del Ministero degli Interni di Ante Pavelic. “Tale ministero […] era direttamente responsabile dei campi di concentramento nonché dell’apparato poliziesco particolarmente repressivo” (112). Divenne poi il contatto radio in Austria per le missioni dei krizari (133).
Nel 1947, “Vrancic doveva essere consegnato agli jugoslavi ma, tre giorni dopo questa decisione, egli sfuggì misteriosamente alla custodia degli inglesi. Riuscì quindi a mettersi al sicuro all’interno della Confraternita di San Girolamo, prima che padre Draganovic lo facesse espatriare attraverso la sua ratline. Nel novembre del 1947 [arrivò] in Argentina sotto il nome di Ivo Rajicevic; in quel paese Vrancic divenne una figura di primo piano nella rinascita dell’apparato terroristico ustascia” (112).

Vilko Pecnikar

Genero di Ante Pavelic (134), Pecnikar era un “veterano del movimento e organizzatore dei gruppi terroristici di Pavelic prima della guerra. Durante il conflitto raggiunse il grado di generale nella guardia del corpo personale di Pavelic e fu capo anche della brutale gendarmeria che operava in stretta collaborazione con la Gestapo (112).
Dopo la fine del conflitto Draganovic e Pecnikar lavorarono a stretto contatto per riorganizzare il movimento ustascia” (112) ed entrambi gestirono insieme il tesoro degli ustascia (134). “Manteneva contatti con diverse organizzazioni naziste clandestine e gestiva un sofisticato servizio segreto che collegava i gruppi italiani con quelli austriaci” (134).

Ivo Omrcanin

Durante il breve periodo di vita della Croazia Indipendente, fu “un funzionario del Ministero degli Esteri ustascia” (127).
Successivamente, “Lavorò a stretto contatto con Draganovic per dare una mano nelle vicende relative all’emigrazione dei profughi croati. […] Lavorò direttamente sotto la guida di Draganovic nel Pontificio Comitato Croato di Assistenza tra il 1948 e il 1953, girando per i campi di profughi e inviando migliaia di fuggiaschi attraverso la ratline. […] Si vanta anche di aver inviato attraverso la ratline 30.000 persone, tra cui molti scienziati e tecnici tedeschi” (127).
“Omrcanin [….] vive oggi a Washington, da dove pubblica una serie di trattati di propaganda pro-ustascia” (127).

Ljubo Milos

“Fu un alto ufficiale nel campo di concentramento di Jasenovac. Uno dei suoi atti esemplari fu l’uccisione rituale degli ebrei. Dopo l’arrivo al campo di un mezzo di trasporto, Milos indossava un camice da medico, ordinava alla guardia di portargli tutti coloro che avevano richiesto un ospedale, li conduceva all’ambulanza, li metteva lungo il muro e, con un colpo di coltello, tagliava la gola delle vittime, spezzava loro le costole e le sventrava.
Milos diresse anche altri brutali metodi di sterminio. Prigionieri nudi venivano gettati vivi nella fornace accesa della fabbrica di mattoni annessa al campo, mentre altri venivano percossi a morte con mazze e martelli. Decisamente, Milos non era un innocente patriota croato che si era limitato a prestar servizio nel governo di Pavelic per senso del dovere nei confronti della propria nazione. Era un volgare e sadico assassino, colpevole proprio di quel tipo di crimini che Draganovic riteneva meritassero una punizione. Eppure Draganovic estese anche a lui la sua carità cristiana.” (120).
Il prete croato, infatti, fece fuggire Milos, e gli diede anche molti soldi (120). Milos scampò “all’arresto da parte degli alleati proprio grazie a padre Draganovic, nonostante i suoi sanguinosi precedenti” (132). “Milos viveva in un campo italiano e stavano per arrestarlo. Draganovic fu avvertito segretamente da qualche agente dei servizi segreti inglesi e usò la sua sofisticata organizzazione per far sparire Milos, portandolo in salvo” (121).
In seguito fu catturato in Jugoslavia nel corso di una missione terroristica (121): nel 1948 figurò come imputato al processo dei krizari (132).

Lovro Susic

Ministro dell’economia di Ante Pavelic (111), “collaborò strettamente coi nazisti alla deportazione di lavoratori croati per lavori forzati in Germania, prestando servizio, in seguito, presso la sanguinaria divisione delle SS denominata Principe Eugenio” (111).
Nel 1945 si trovava a Wolfsber, dove custodiva gran parte del tesoro ustascia, prima di affidare tale tesoro a Draganovic, Hefer, e Pecnikar (133-134). Nel 1947 si rifugiò nell’istituto di San Girolamo (111), e poi divenne uno dei comandanti delle operazioni dei krizari (134).

Dragutin Toth

Durante il conflitto il dottor Dragutin Toth fu Ministro del Commercio di Ante Pavelic, presidente della Banca Nazionale Croata e, infine, Ministro delle Finanze (111). “Riuscì ad arrivare alla ratline di Draganovic e a raggiungere l’Argentina verso la metà del 1947”, e ciò malgrado il fatto che Londra e Washington avessero già raggiunto un accordo per consegnarlo a Tito (111).

Bozidar Kavran

“Prima della guerra [aveva fatto parte, insieme a Rover,] del movimento clandestino ustascia in Bosnia, [ed entrambi] furono coinvolti in un complotto per assassinare Re Pietro” (146). “In tempo di guerra fu il comandante del quartier generale ustascia” (146).
“Dopo la fine del conflitto gli fu affidata la responsabilità della base austriaca dei krizari a Trofaiach. Lavorò direttamente agli ordini di Pavelic e Draganovic nelle operazioni terroristiche e spionistiche dei krizari” (146). Finì imputato al “processo pilotato” del 1948 (146).

Srecko Rover

Ustascia sin da prima della guerra, i suoi camerati lo soprannominavano affettuosamente “piccolo lupo” (147). Fece parte, insieme a Kavran, di un complotto per assassinare Re Pietro (146). “Quando nel 1941 arrivarono i nazisti, Rover entrò a far parte di una delle micidiali corti marziali itineranti di Pavelic, che giustiziavano in maniera sommaria i nemici razziali e politici degli ustascia. Dopo aver prestato servizio in questa squadra di sterminio itinerante, Rover fu inviato in Austria per essere addestrato come agente speciale e quindi promosso a prestar servizio nella guardia del corpo personale di Pavelic, un’unità di polizia repressiva simile alla Gestapo (146).
Divenne il contatto degli americani nei krizari: “Dopo la guerra, Rover si unì alla moltitudine di criminali di guerra latitanti, dandosi alla macchia nella campagna italiana, e presto si arruolò nel movimento clandestino dei krizari. Alla Confraternita di San Girolamo, ottenne da Draganovic i documenti d’identità falsi che gli permisero di procurarsi dei certificati ufficiali, soprattutto quelli di residenza italiana.
Rover lavorò a stretto contatto con Draganovic, intraprendendo numerose missioni per conto dell’eminenza grigia degli ustascia, [ossia Draganovic,] e riuscendo ad arrivare, alla fine, ai vertici del comando dei krizari. All’inizio del 1946, Rover fu mandato a Trieste per lavorare nella rete spionistica di Draganovic. Contattò il colonnello Perry e stabilì stretti rapporti di lavoro con l’ufficiale dei servizi segreti americani. […] Perry rimase impressionato dai progetti di Rover, dato che reclutò il capitano dei krizari e gli fornì documenti di viaggio e d’identità. L’americano lo inviò in Jugoslavia per creare un percorso clandestino attraverso cui si potessero far penetrare degli agenti all’interno di quel paese.
[…] Quasi ogni volta che [Rover] si trovava nei guai con le autorità occidentali, Perry veniva in suo aiuto. I reparti alleati specializzati nella caccia ai nazisti arrestarono Rover in varie occasioni, ma gli interventi di Perry ne garantivano sempre il rilascio. Il rapporto con gli americani permise anche al “piccolo lupo” di avere accesso a risorse e informazioni grazie alle quali fece rapidamente carriera tra le file dei krizari, fino a diventare, alla fine, comandante in seconda di Kavran della base di Trofaiach, in Austria.
[…] Da principio faceva il corriere e consegnava istruzioni top secret ai capi krizari. Divenne anche abile nel procurarsi e falsificare sofisticati documenti d’identità e di viaggio, permettendo a se stesso e ai suoi compagni di viaggiare liberamente persino all’interno della Jugoslavia comunista. Poi reclutò volontari per le missioni terroristiche e di spionaggio.
[…] Si recò a Roma per incontrarsi con Draganovic e riferirgli di persona i suoi ultimi successi. Cominciò presto a lavorare a stretto contatto con altri importanti membri della rete di Draganovic. […] Fin dall’inizio del suo rapporto con Perry, sembrò che le cose andassero storte. Per esempio, la prima missione per conto dell’americano aveva condotto Rover a Rijeka e Zagabria. Questi tornò indietro senza correre rischi, ma la persona che percorse dopo di lui lo stesso itinerario venne immediatamente catturata.
[…] Quasi tutte le operazioni dei krizari in cui ci fu lo zampino di Rover si rivelarono un completo disastro. Lo stesso Pavelic arrivò a sospettare che Rover fosse un agente comunista che faceva il doppio gioco, o almeno una specie di agente provocatore. Tra i principali leader dei krizari, Rover sembra sia stato uno dei pochi a entrare più volte in Jugoslavia senza essere scoperto e arrestato dalla polizia segreta di Tito.
[…] Quando, verso la metà del 1948, furono varate le ultime disastrose operazioni, a Rover fu affidata la responsabilità di guidare i gruppi terroristici all’interno del paese. Per coincidenza, tutti gli uomini da lui portati oltre il confine furono uccisi o catturati, la maggior parte nel giro di poche ore, i dispersi entro pochi giorni. Nello stesso anno, i sopravvissuti si trovarono di fronte al tribunale di Tito a Zagabria. Sembra che Srecko Rover sia stato uno dei pochi tra i più importanti krizari a non trovarsi tra le loro fila. In seguito Rover riportò fiaschi simili anche in Australia” (146-148).

Miha Krek

Presidente di Intermarium e amico intimo di Vajta (67). “Capo del Partito Popolare Cattolico della Slovenia, […] Krek lavorava per i servizi segreti inglesi” (67,137). Lavorava in stretta collaborazione con monsignor Anton Preseren, “assistente generale del potente ordine dei gesuiti” (137).

L’agente statunitense William Gowen

Fu incaricato dal CIC per indagare sulla rete clandestina istituita per permettere ai nazisti di fuggire ed arrestare i criminali ricercati presenti a Roma (57). Fu tuttavia convinto da Ferenc Vajta a premere sugli USA affinché collaborassero con Intermarium (73). Vajta gli aveva anche rivelato l’appoggio del SIS ai krizari (132).
Fu l’artefice della scelta americana di coprire i criminali in fuga. Consigliò “all’America di chiudere un occhio sul fatto che il Vaticano proteggesse un nazista”, e cioè Vajta, giustificando la cosa “in considerazione del contributo della Santa Sede alla causa anticomunista” (78). Il 6 luglio 1947, Gowen “suggerì che i servizi segreti americani assumessero il controllo dell’Intermarium” (92).

Le sigle

  • Servizi segreti americani
    • OSS = Office of Strategic Service
    • CIC = Counter Intelligence Corps (militare)
  • Servizi segreti inglesi
    • SIS = Secret Intelligence Service
    • SOE = Special Operations Executive (militare)
  • Servizi di sicurezza della Germania hitleriana
    • SS = Schutz Staffel (braccio armato del partito nazista)
    • Ge.sta.po = Geheime Staatspolizei

Bibliografia

  1. Ratlines
    di Mark Aarons e John Loftus
    edizione inglese: 1991
    L’edizione da me usata è quella italiana, edita da Newton Compton nel 1993.
  2. Il Secolo Corto. La Filosofia del Bombardamento. La Storia da Riscrivere.
    di Filippo Gaja
    Maquis editore, 1994.
  3. Die Politik der Päpste im 20. Jahrhundert (La Politica dei papi nel XX secolo)
    di Karlheinz Deschner
    Rowohlt, 1991
    I brani qui riportati sono stati scelti e tradotti da Andrea Martocchia.
  4. Storia illustrata, supplemento al n.186, intitolato “La caccia ai criminali nazisti”, 1973
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Sull’evoluzione attuale della situazione jugoslava, si rimanda al Dossier Jugoslavia, a cura del Gruppo Romano Aiuti alla Bosnia Erzegovina.
Attenzione: si fa notare che per caricare il documento, potrebbe essere necessario un certo tempo. Si consiglia quindi di salvarlo localmente per poterlo leggere con calma.

Redazione de “L’indice puntato: viaggio nell’informazione negata” (Radio Città Aperta)
Franco Marenco – aprile 1995


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