1° Maggio 1908 nasceva il grande giornalista cattolico Giovannino Guareschi

Segnalazione del Centro Studi Federici

Il 1° maggio 1908 nasceva a Fontanelle di Roccabianca (Parma) Giovannino Guareschi: un grandissimo uomo, un grandissimo giornalista, scrittore e vignettista. Troppo cattolico per essere valorizzato dalla cultura ufficiale. Per le sue idee fu incarcerato dal governo democristiano: ricordiamo la vicenda con una serie di testi. 
Oggi certi personaggi presenti nel mondo tradizionalista, autentici trinariciuti conciliari, tendono ad appropriarsi di Guareschi, che dimostrò invece, in più di un’occasione, prima della morte avvenuta nel 1968, la sua profonda avversione al nuovo corso conciliare.
Quando De Gasperi mandò in carcere Giovannino Guareschi, di Dario Mazzocchi
26 maggio 1954: Giovannino Guareschi entra nel carcere San Francesco di Parma per uscirne il 4 luglio dell’anno successivo, dopo 409 trascorsi sotto la più stretta sorveglianza. È l’atto che chiude quella che il giornalista parmense aveva definito la vicenda del “Ta-pum del cecchino”: lo scontro con Alcide De Gasperi, prima verbale dalle colonne del Candido, in seguito ad alcune scelte strategiche del leader democristiano che puntava ad aprire a sinistra, poi a colpi di documenti in tribunale per diffamazione a mezzo stampa.
Una storia dell’Italia repubblicana, la cui costituzione all’articolo 21 tutela la libertà di stampa. Il 24 e il 31 gennaio 1954 sul settimanale diretto da Guareschi vennero pubblicate due lettere risalenti a dieci anni prima, in piena Seconda guerra mondiale, e firmate da De Gasperi, che ai tempi aveva trovato rifugio in Vaticano: due missive dirette al generale britannico Harold Alexander, comandante delle forze alleate in Italia, chiedendo il bombardamento di alcuni punti nevralgici di Roma, come l’acquedotto, «per infrangere l’ultima resistenza morale del popolo romano» nei confronti di fascisti e truppe tedesche.
Materiale scottante, sottoposto a Guareschi da Enrico De Toma, nome che ritorna anche nella storia che riguarda il carteggio Benito Mussolini – Winston Churchill e che aveva prestato servizio come sottotenente della Guardia nazionale repubblicana ai tempi della Repubblica di Salò. Le lettere vennero riprodotte (Indro Montanelli ha più volte ripercorso i giorni precedenti alla loro pubblicazione, ricordando come in qualsiasi modo avesse cercato di convincere il collega a desistere e rivolgendosi direttamente all’editore del Candido, Rizzoli) e agli inizi del febbraio ’54 De Gasperi sporse querela. Istituito il processo, il 13 e il 14 aprile ebbero luogo la seconda e la terza udienza e il 15 giunse la condanna a dodici mesi di carcere per diffamazione.
Nel frattempo l’abitazione milanese di Guareschi in via Righi era stata visitata due volte da alcuni topi di appartamento e nella seconda occasione, nel mese di marzo, gli venne rubata la macchina da scrivere dalla quale era nata la saga di Don Camillo e Peppone e furono ispezionate alcune cartellette contenenti i documenti legati alla vicenda del “Ta-pum”, ma le due lettere incriminate non poterono essere trovate, dal momento che le custodiva De Toma in Svizzera. L’autore parmigiano non ricorse in appello e De Gasperi commentò la sentenza dichiarando: «Sono stato in galera anch’io e ci può andare anche Guareschi».
«In tutta questa faccenda hanno tenuto conto dell’”alibi morale” di De Gasperi e non si è neppure ammesso che io possegga un “alibi morale”. Quarantacinque o quarantasei anni di vita pubblica, di lavoro onesto non sono un luminoso “alibi morale”?», si chiedeva il giornalista sul Candido del 25 aprile. Non contestando la sentenza («È regolare, ha il crisma della legalità»), contestava «il costume». «Mi hanno negato ogni prova che potesse servire a dimostrare che io non avevo agito con premeditazione, con dolo. Non è per la condanna, ma per il modo con cui sono stato condannato». Perché in tribunale, la perizia calligrafica avanzata dalla difesa sulle due lettere non venne mai ammessa. Al contrario, nel 1956, nel corso del processo intentato in contumacia contro De Toma, il tribunale di Milano affidò a un collegio di tre periti l’esame delle due lettere negato due anni prima a Guareschi e la conclusione fu che «non esistevano prove tali da stabilire inequivocabilmente la falsità delle lettere».
A quel punto ancora il tribunale incaricò un quarto perito che ritenne le lettere «sicuramente false». Tra un’analisi e l’altra, il 17 dicembre 1958 i giudici dichiaranono estinto per amnistia il reato di falso e assolsero De Toma dall’accusa di truffa per insufficienza di prove, con l’ordine di distruggere i documenti. 409 nove giorni di carcere, dei quali rimangono alcuni ricordi come una fotografia scattata di nascosto che ritraeva Guareschi dietro alle sbarre, con i consueti baffi che ornavano anche la sua firma. Ai dodici mesi di condanna si aggiunsero gli arretrati: già nel 1950 era stato condannato per diffamazione in seguito alla pubblicazione di una vignetta del collega Carlo Manzoni dove figuravano due file di bottiglie bene allineate recanti, in collage, l’etichetta “Nebiolo – Poderi del Senatore Luigi Einaudi” e che facevano “da corazzieri” al presidente della Repubblica Einaudi, disegnato sul fondo. Assolti in prima istanza, i due in appello furono condannati a 8 mesi di reclusione per vilipendio al Capo dello stato e non scontarono la pena l’applicazione della libertà condizionale, ma il conto gli fu presentato alla prima occasione giusta. Giovannino tornò definitivamente un uomo e un giornalista libero solo il 26 gennaio 1956, giorno della scadenza della libertà vigilata alla quale fu sottoposto una volta rientrato alla base, nella sua casa di Roncole Verdi.
«Per rimanere liberi bisogna, a un bel momento, prendere senza esitare la via della prigione», affermò orgoglioso alla vigilia del suo ingresso in carcere, dove si presentò con la sacca che lo aveva accompagnato durante la prigionia nei campi tedeschi come Internato militare italiano dopo l’8 settembre 1943. Dalla Polonia rientrò con un fisico duramente provato, ma pronto a ricominciare con accanto la moglie Ennia, chiamata Margherita nei suoi racconti, e i figli Alberto e Carlotta. I giorni di Parma invece ne segnarono tremendamente il fisico e l’animo. Ma il galantuomo che era in lui non se n’era andato: De Gasperì morì il 19 agosto 1954, mentre Guareschi scontava la condanna. «Mi ha invece rattristato – scrisse – la morte improvvisa di quel poveretto. Io, alla mia uscita, avrei voluto trovarlo sano e potentissimo come l’avevo lasciato: ma inchiniamoci ai Decreti del Padreterno».

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Quale abbraccio fu più mortale per la “chiesa conciliare”?

                               

Concilio Vaticano II                          =                       D.C.

di Arai Daniele

Nessuno s’inganni: la «chiesa conciliare», l’abbraccio letale se lo porta dentro, perché è intrinsecamente corrotta nella fede.

Ma poiché Dio ha permesso che quest’apparato «religioso» percorresse un tragitto storico che ha varcato i cinquant’anni, è utile rivedere la sua misera storia di contraddizioni e compromessi col mondo a cui si prostituì come la lucciola descritta dal profeta Osea: pagando!

Con che pagava? Concedendo nella Dottrina della Chiesa Cattolica, in nome della quale si presentava e si presenta ancora.

È la lunga storia della battona modernista, per cui si doveva distinguere fra “il Cristo della storia e il Cristo della fede”! Si pensi!

Il Cristo della Storia riconosciuto più dal Talmud, che Lo diffama, che da teologastri che mangiano in Casa Sua!

Ci sarebbe da allungarsi troppo. Andiamo perciò alla posizione «politica» di questa «chiesa montiniana» e alle sue aperture notturne.

Si tratta dell’apparato demo-cristiano per amicarsi la clientela comunista e altra. Allora sentiamo il suo teorico, Antonio Gramsci:

Il comunista Gramsci, in occasione della fondazione del Partito Popolare (democristiano), ha visto più lontano dei «benedetti» vertici vaticani, scrivendo su “Ordine Nuovo” (2.11.1919): “Il Cattolicesimo riapparve alla luce della storia, ma alquanto modificato, alquanto riformato [sì perché Totò lo confonde col modernismo…]; i Popolari rappresentano una fase necessaria del processo di sviluppo del proletariato italiano verso il comunismo… Il cattolicesimo democratico… fa ciò che il socialismo non potrebbe: amalgama, ordina, vivifica e si suicida”. Il piano di Gramsci era: “coinvolgiamo i «cattolici» nella collaborazione con noi e poi li facciamo fuori” (Quaderni dal Carcere). Gramsci vedeva, già allora, il Cattolicesimo e il Papato come una specie di corrente politica, conseguenza inevitabile del “pensiero democristiano” che faceva leva sulla “dottrina sociale della Chiesa” come su di un programma politico. In tal senso, si sono pure avverate le sue parole al riguardo: “Il Papato ha colpito il modernismo [San Pio X] come tendenza riformatrice della Chiesa, ma ha sviluppato il popolarismo [Benedetto XV in poi], cioè la base economico-sociale del modernismo”. Infatti, l’ammissione dei valori e dei metodi democratici comportava l’idea che la socio-politica fosse la priorità cui ogni religione doveva servire per arrivare alla libertà religiosa completa del famigerato Vaticano II!

L’idea democristiana, in verità, è essenzialmente un capovolgimento del rapporto, politica e religione: l’uomo (la politica) al posto di Dio (la religione), contrapponendo la religione dell’uomo a quella di Dio. Ma a questo punto: “Il socialismo è precisamente la religione che ammazzerà il cristianesimo” (Gramsci, ‘Audacia e fede’, in Avanti!, in ‘Sotto la Mole’, 1916-20. Einaudi, Torino 1960, p.148). “La filosofia della praxis” – è il nome con cui Gramsci indica il materialismo dialettico e storico – “presuppone tutto questo passato culturale, la Rinascita e la Riforma, la filosofia tedesca e la rivoluzione francese, il calvinismo e l’economia classica inglese, il liberalismo laico e lo storicismo che è alla base di tutta la concezione moderna della vita. La filosofia della prassi è il coronamento di tutto questo movimento di riforma morale e intellettuale […]. Corrisponde al nesso: riforma protestante + rivoluzione francese […]“.

Il XX secolo e il tradimento dei chierici – Diceva Chesterton: “Oggi il criminale più pericoloso è il filosofo moderno, emancipatosi da ogni legge”; “dalla legge di Dio che è il Vangelo, ed emancipatosi dalla legge naturale che è il Decalogo”; aggiunge Jean Madiran, che continua: “La filosofia moderna non è, in essenza, una filosofia, è un atteggiamento religioso a livello della religione naturale, una contro-religione naturale, l’opposto dei primi quattro comandamenti del Decalogo”; “La formidabile eresia del XX secolo consiste nell’affermare cose che non sono vere in nessun ordine reale, in nessun dominio dell’essere, che sembrano vere solo nell’ambito della filosofia moderna e specialmente marxista, e che fuor da codeste farneticazioni ideologiche non hanno né una realtà, né un senso” (L’eresia del XX secolo, Volpe, Roma, 1972).

La rivoluzione democristiana in Italia segue la medesima dottrina del “Sillon”, condannata all’inizio del secolo da un Papa santo, seguita, però, dai «pensatori» della forchetta come Roncalli. Ma poiché il partito popolare della “conciliazione cristiana”, (bel nome per lo “squillo”) nasceva in Italia nel 1919 con l’approvazione papale (Benedetto XV), si può dire che da quella data cadesse in modo ufficioso nel dimenticatoio il “non expedit”, divieto di partecipazione dei cattolici italiani alla prostituzione politica sotto governi legati alla spoliazione dei territori della Santa Sede. Gli errori connessi a queste ‘squillo’ furono promossi dal partito della democrazia cristiana nella vita politica di paesi europei come l’Italia, la Germania, ecc… Ma tale partito è andato al potere solo a causa di una congiuntura storica. Dopo la II Guerra mondiale e la vittoria delle democrazie e del comunismo in Europa, c’era paura di un ritorno di ideologie autoritarie, ma più ancora del comunismo, che avanzava col terrore. Ciò favorì indirettamente in Italia il partito della ‘democrazia cristiana’(DC), che presentava ingredienti per essere largamente frequentata, sia in basi popolari che da clienti internazionali: appariva come una distrazione per tenere a bada i comunisti, attenti ai voleri di Stalin (vedi patto Montini-Stalin, «Sì sì no no», sett. 15, 1984). Ma una porta aperta alla clientela democratista, umanitarista ed ecumenista, foraggiata dai filibustieri americanisti, sempre più vivi ed attivi (vedi Made in USA. Le origini americane della Repubblica italiana’ (Rizzoli)… Montini informatore segreto dell’americano Myron Taylor’… inediti dei National archives di Washington, Ennio Caretto e Bruno Marolo).

E così la DC divenne una forza politica egemone con l’appoggio e la collaborazione di chierici, come Montini, che Pio XII pensava di tenere sotto controllo. Ma il troppo attivo futuro Paolo VI, ha sempre inneggiato all’‘ispirazione cristiana’ derivata dalle idee del Sillon e condannate da Papa Sarto. Queste esaltavano i valori di libertà, di democrazia e di solidarietà a scapito dell’ordine cristiano. La sua giustizia era abbinata alla pace, non in un rapporto di causa-effetto, ma come se la pace tra gli uomini dovesse essere ottenuta anche a scapito di aperture della stessa giustizia e perciò separata dalla verità. La conseguenza fu un irenismo sociale che aprì le case a ogni problema venereo, prima nella società, poi nelle cappelle attraverso una «onorevole gerarchia democristiana».

Questa scelse la via dei compromessi. Inutili le obiezioni di Pio XII, che nella Lett. “C’est un geste” (10.7.1946), afferma: “È inammissibile che un cristiano si comprometta con l’errore, anche solo minimamente, sia pure per mantenere i contatti con quelli che sono nell’errore”. Il Papa temeva le ‘aperture a sinistra’, ma il vero piano DC andava molto oltre. Era la politica del compromesso storico e di un’indiscriminata unità notturna, che in realtà era invito ai comunisti. Un’operazione invisibile della rivoluzione avveniva silenziosamente, sotto la copertura di una presunta difesa dei valori cristiani. E la DC, patrocinata da Paolo VI, trovò nel Vaticano II l’avallo all’ispirazione cristiana del compromesso storico, cioè, gli elementi dottrinali per un’incontro epocale!

Eppure l’esito di quest’abbraccio, diciamo politico, fu più o meno la gogna annunciata da Gramsci; l’esito religioso è la profonda apostasia, che non sono nemmeno capaci di riconoscere. Mentre il degrado sociale e il ‘raggelante vuoto dei giovani’ dimostrano in pieno il risultato deleterio di tali compromessi e incontri ‘cristiani’.

La riduzione del Cristianesimo a intesa sociale non fu casuale per la DC, ma parte integrante del suo programma, ampliato dal Vaticano II. Col governo DC, durato cinquanta anni, si è operata in Italia, sede del Papato, la totale secolarizzazione della vita sociale e, per conseguenza, della diseducazione e sformazione delle coscienze.

La DC si proclamava il partito dell’ispirazione cristiana. Ma non si deve sottovalutare il significato di questa “ispirazione notturna”, che non era intesa in senso passivo, e cioè di riverente ossequio, bensì in senso attivo, e cioè nel senso che la politica avrebbe dovuto prostituire pure la vita clericale, persino nelle sue libere scelte… Mentre Pio XII ancora cercava di guidare tale “ispirazione”, Mons. Montini, al suo seguito, operava in senso opposto.  Cioè, che fosse la politica a fornire gli elementi per orientare il rallegramento della Chiesa. Si legge in Andreotti, testimone privilegiato di quei rapporti (Ogni morte di Papa), come De Gasperi avesse pianto di rabbia quando fu proclamato il dogma dell’Assunzione, che egli sapeva inviso ai Protestanti.

Le verità di fede e l’onore dato alla Madre di Dio gli importavano meno della possibilità di un’ammucchiata ecumenista, poi fatta propria dal Vaticano II. Già negli anni sessanta, quando il Segreto di Fatima poteva essere capito, “perché le cose sarebbero state più chiare”, si era sulla via politica del male minore, cioè delle alleanze coi vecchi nemici della Chiesa, con gli azionisti dell’umanesimo massonico e della laicizzazione ad oltranza, con quelli che avversano l’autorità della vera Chiesa, cioè, con i nemici della Legge di Dio.

Il partito dell’unità dei cristiani, maggioritario grazie ad un’Italia ancora cattolica, strinse ogni sorta d’alleanza. Si avviò sotto Paolo VI al compromesso storico con i comunisti, interrotto solo da azioni terroristiche che culminarono con l’assassinio del gran tessitore di tali intese, Aldo Moro, amico di Montini. La DC, che si vantava d’essere la rappresentante per eccellenza della democrazia e si trovava, quindi, a disagio nel passeggiare senza amici, fu messa ironicamente alla prova proprio in occasione dell’approvazione della legge sull’aborto.

In quell’occasione, infatti, essa era sola, onde a firmare per l’aborto fu una compagine ministeriale composta di soli democristiani. Democristiano era pure il Presidente della Repubblica, Leone. Presto egli, e più tardi il primo ministro di allora, Andreotti, sarebbero stati coinvolti in processi infamanti.

Il risultato politico prevedibile di un’idea che ostenta valori subalterni a scapito dei principi immutabili si è visto con la questione dell’aborto. Nella sua accettazione ci sono chiaramente i termini della trasgressione della legge di Dio da parte del legislatore umano. Ma il più grave fu l’allineamento della “Chiesa conciliare” alla prassi del partito “cristiano” in occasione del successivo referendum sull’aborto in Italia. La Conferenza episcopale italiana, col tacito consenso del “vescovo di Roma”, sostenne un progetto “miniaborto”, come se esso fosse meno contrario alla legge divina. La DC voleva salvare le apparenze “cristiane” e conservare il potere civile. Quale principio poteva addurre la CEI per giustificare tale azione?

La questione dell’aborto non è certamente l’unica, ma essendo clamorosa, serve d’esempio per capire l’inganno in cui il modernismo conciliare ha coinvolto i cattolici.

Non si poteva cambiare la natura omicida dell’aborto, ma si poteva portare i fedeli ad accettare la discussione democratica su tale questione che implica la distinzione tra bene e male.

La novità stava nell’invitare i fedeli al festino rivoluzionario per cui una maggioranza può decidere su quanto stabilito dalla Legge divina. Ignorano la Lettera di San Giacomo: “Adulteri, volete piacere al mondo… (4, 4s).

Eppure, la storia della rovina seguita a tanti abbracci fatali è ancora in corso. Per conoscerla meglio è bene rileggere anche gli antichi Profeti.

In speciale Daniele sull’abominio della desolazione del Vaticano II nel Luogo Santo.

Lo raccomanda il Signore stesso. Che sempre sia lodato!

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Verso un Nuovo Ordine Mondiale ed il Controllo delle Masse con l’Inganno

ANNO 1946 (provvisorio)
(Anno 1946 – Quarta Parte)

Papa Pio XII – Eugenio Pacelli
Pio XII 

Pio XII Eugenio Pacelli, nato a Roma 2 Maggio 1876. Consacrato sacerdote 1899. Nella Segretaria di Stato dal 1901 al 1939. Nel 1915 Missione segreta a Vienna. Nel 1920 accreditato come Nunzio Apostolico presso il Governo del Reich e si trasferisce a Berlino nel 1925. Nel 1929 presta il suo contributo per la firma del concordato con la Prussia. Il 2 marzo 1939 e’ eletto Pontefice. Nel 1948 in occasione delle elezioni, fa valere la sua autorita’ per evitare al Paese una svolta a sinistra. Il 1° luglio 1949 con un decreto del Sant’Ufficio, scomunica chiunque aderisce al Partito Comunista o in qualche modo possa favorirlo o aiutarlo. Sei mesi dopo proclama l’anno 1950 il dogma dell’Assunzione. Tutte le contrade d’Italia sono percorse dal baldacchino con la “Madonna Pellegrina”, accentuando la frattura con le chiese riformate. Muore il 9 Ottobre 1958

*** PADRE LOMBARDI E GEDDA

22 DICEMBRE – Nel suo discorso pastorale PIO XII scende in campo in modo palese e chiaro. Parla nella sua omelia del grave pericolo comunista. I seguaci della Stella Rossa li indica come incarnazione dell’Anticristo, la Russia “Un popolo senza Dio”  e minaccia scomuniche. Termina con una invocazione che sembra una dichiarazione di guerra “O con Cristo o contro Cristo“.

Dopo la disfatta della DC, soprattutto a Roma (La Città Santa in mano rossa), Pio XII guardò con preoccupazione lo scenario italiano, i successi elettorali dei comunisti, e ruppe le esitazioni dando apertamente l’appoggio a De Gasperi e al suo partito.

Da questo momento la DC non deve più preoccuparsi, non deve educare l’elettorato, non deve trasmettergli valori e non deve creare un apparato elettorale, perché la Chiesa ha già tutto questo, da duemila anni.

E ha due uomini che si riveleranno, pur con tutte le riserve e le critiche della opposizione, gli uomini giusti per condurre quello che verrà poi chiamato nella politica italiana il “periodo del confessionismo”. Adottando mezzi e i sistemi che fanno quasi parte dell’antropologia della Chiesa. (vedi anni 306-320 – Costantino)

GEDDA

LUIGI GEDDA é l’uomo giusto, quello che ci vuole, con il suo zelo frenetico e il suo dinamismo per mobilitare tutte le associazioni cattoliche, tutte le parrocchie d’Italia, i centri ricreativi e assistenziali, le associazioni, il lavoratori cristiani (ACLI), le corporazioni di categorie varie (crea associazioni cristiane di medici, professori, universitari, di mestieri, di contadini, edicolanti, cinematografari, artisti, giornalisti, editori, ecc. ecc. Chi non ne fa parte ha la sua strada tutta in salita in ogni settore pubblico e privato). Gedda entra nei giornali, fonda riviste, domina sulla radio e quasi più nulla é lasciato in mano ad altri e nulla lasciato al caso. ( VEDI GEDDA QUI

DE GASPERI é l’altro uomo giusto. Non é compromesso con il fascismo. Non é mai entrato come attivista nella lotta all’antifascismo, e neppure in alcun comitato. Non é un dichiarato monarchico  e non è neppure  un repubblicano. Non ha  militanza fascista e neppure esperienze prefasciste, quindi nessun conto in sospeso da saldare. Non é un sacrista e non é nello stesso tempo ne’ un Romolo Murri ne’ un Don Sturzo capace di sfidare le alte gerarchie vaticane. E’ invece un abile tessitore.

De Gasperi stesso dichiara “Noi siamo pluralisti, non siamo totalitari, noi contiamo su alleanze e fiancheggiatori, su forze spirituali al di fuori di noi, come le forze dei cattolici militanti; come quelle scolastiche; sulle forze autonome del sindacato, sulle associazioni economiche. Quindi un complesso di importanti relazioni e connessioni che legano il partito a queste collaborazioni, a questi contributi indipendenti da esso. Il partito e’ il quadro di una realta’ piu’ vasta, che deve interessare il campo elettorale e, per suo mezzo, il popolo“.

Un De Gasperi abile nel curare i rapporti con le forze antifasciste, a tenere a freno gli integristi invasati, ed é abile a promuovere con la stampa il suo pensiero globale che andava in varie direzioni. Agli imprenditori e operai diceva che aveva bisogno di entrambi perchè  altrimenti rendeva vano il prestito che lo Stato aveva sottoscritto (emesso il 31 Ottobre che porterà nelle casse statali 231 miliardi), rendeva vani gli aiuti americani, e rendeva vano senza la loro collaborazione ogni sforzo organizzativo per ricostruire il Paese, la società, l’economia.

Rivolgendosi invece a quelle categorie che si erano quasi defilate o stavano alla finestra: la classe media che stava vivendo inquietudine non sapendo da che parte stare; e rivolgendosi anche a tutto quel mondo fatto di burocrazia, statale e pubblica, magistratura, esercito, università, parastato, anche questi tutti timorosi di essere messi da parte da questo o quel partito, li tranquillizzò fece capire che aveva bisogno anche di loro per costruire la nuova Italia, e che   “nessuno avrebbe torto loro un capello”.

Fu così abile (fu un vero capolavoro della sua politica) che convinse anche il capo dei comunisti. Non solo facendogli mettere la firma ma anche trasformandolo in un utile messaggero. Infatti PALMIRO TOGLIATTI col suo partito approvò nella Costituzione l’art.7 (I Patti Lateranensi fatti da Mussolini – Stato Chiesa,  indipendenti e sovrani ) convinto che fosse rispettato l’art.3 (Davanti alla legge pari dignità, senza distinzione di religione…ecc)

I preti non gli furono  riconoscenti di quella importante firma. Il 30 aprile del ’48 il Card. Ruffini con una lettera al Ministero degli Interni chiedeva di mettere fuori legge il PCI, e  il 1° luglio ’49 il Sant’Uffizio emise il decreto di scomunica dei suoi aderenti e insieme  gli amici degli aderenti, cioè compresi i partiti che si alleavano (vedi manifesto riportato nell’anno 1948).
(Vale la pena rileggere cosa disse Togliatti al momento della votazione sull’Art.7)
QUI

Togliatti aveva votato l’inserimento dell’art. 7 ! Ma voleva il rispetto dell’art. 3 del medesimo testo. Se disatteso portava pari pari, nel nuovo aspetto politico istituzionale, al Concordato stipulato sotto il regime fascista fra Stato e Chiesa, a tutto vantaggio ora di quest’ultima. (Mussolini con il concordato ebbe appunto l’appoggio di tutta la Chiesa, nel ’29)

In questa occasione Togliatti fece anche il “messaggero” che serviva al partito cattolico. Lui voleva la pace religiosa. Non avrebbe mai immaginato questo ribaltamento di ruoli e l’ingratitudine ” la classe operaia non vuole una scissione nel Paese per motivi religiosi. Noi non vogliamo la guerra” . Per farla breve l’articolo 7 passò con 350 voti, 149 contrari. A favore i comunisti, i democristiani, i qualunquisti. A risultati ottenuti Togliatti affermò con ottimismo “Questo voto ci assicura un posto al governo per i prossimi venti anni”.

Non fu un buon profeta, fra poco scenderanno in campo gli “arditi della fede”, i “baschi verdi”, che addestrati da Gedda canteranno “siamo arditi della fede/ siamo araldi della croce/ siam un esercito all’altar”-. Poi verranno le mobilitazioni con i “Treni dell’Amicizia”, e la spettacolare “Peregrinatio Mariae”, l’anno della Madonna (una cosa nuova, mai avvenuta in precedenza, inventata) che in ogni piu’ piccolo paese d’Italia mobiliterà le 27.647 parrocchie, 66.351 chiese, 3172 case religiose maschili, 16.248 case religiose femminili, 4.456 istituti di assistenza e beneficenza, i 249.042 ecclesiastici, fra cui 71.072 preti, 27.107 religiosi professi e 150.843 professe.

Ci fu così una enfasi irrazionale nelle migliaia di processioni che si tennero in ogni angolo della penisola; sempre più  in crescendo, che sbigottivano perfino agli addetti. La psicosi poi delle madonne che piangevano si diffuse in ogni angolo d’Italia. “Perché e’ addolorata dalla “belva comunista” si disse ” e piange dal dolore”. (Questo accadeva anche alla statua di Giunone e a tanti altri dei antichi a Roma duemila anni prima quando le cose andavano non per il verso giusto). I radiomessaggi del papa diventarono martellanti, indirizzati ogni volta a una categoria precisa; l’abbraccio ecumenico c’era ma era rivolto solo a una categoria: solo ai cattolici di provata fede.

L’infallibilità episcopale e sacerdotale si dilatò. Ogni curato era un vescovo, ogni vescovo un papa. Questo “confessionismo”, questa esaltazione si insinuò nella vita di tutti i giorni. La Chiesa dentro lo Stato. E fu molto difficile dalla campagna fino agli alti impieghi in città trovare un posto di lavoro se si era contro o non si partecipava con solerzia. Perfino in famiglia liti fra mogli, sorelle, figlie con gli ex partigiani, gli ex prigionieri, ex lavoratori, ex illusi.
Le prime con le loro tradizioni ataviche, correvano nelle chiese e nelle processioni, gli altri a rodersi il fegato. E quasi si vergognavano nell’acquistare dagli attivisti in strada il giornale l’Unita’ che ormai ogni edicola si rifiutava di vendere. (C’era la scomunica  per chi lo stampava, lo leggeva, lo diffondeva).

PADRE LOMBARDI gli “spot elettorali con “il microfono di Dio”

Poi sorsero (grande invenzione di Gedda) i Comitati Civici; poi dalla radio cominciò a tuonare Padre Lombardi, con il suo “Microfono di Dio”. Non contento di far arrivare la sua “voce dal cielo”  (allora non c’era la Tv) Dio lo si trovava in ogni piazza d’Italia, tutte affollate, monopolizzate con la mobilitazione di preti, monache, associazioni, parrocchie, boys scout, ad ascoltare l’ oratoria di Lombardi, che era decisamente straordinaria, una eloquenza  che strappava gli applausi alla folla in delirio. Lui, tribuno nato, con la sua irruenza, come un ciclone, martellava, scuoteva, anatemizzava, criminalizzava i comunisti “senza Dio” nelle piazze. Trascinava la folla all’esaltazione e nello stesso tempo gli incuteva tutto il terrore della prossima Apocalisse, il cupo avvento dell’Anticristo “rosso” dall’Est.

Una vera e propria crociata contro i comunisti, particolarmente e fortemente polemica contro questi “atei senza Cristo, senza Dio, senza anima, figli del demonio con le mani sporche di sangue”

Gedda giustificò questa lotta appellandosi agli antichi martiri della Chiesa ” questa fede che abbiamo radicata in noi é fino al punto di dare per essa se necessario il sangue”. Per lavare l’onta della Città Santa in mano agli atei comunisti,  con il suo fanatismo, minacciò perfino De Gasperi (che risentiva di questo smacco, ma non era angosciato come Gedda) di dare vita a una forte coalizione clerico-fascista indipendentemente dalla DC degasperiana.
(Qui Gedda fu anche ingenuo perchè rivelò implicitamente la tipologia dell’elettorato della DC)

Inizia così il 1947. Con la riaffermazione del potere temporale della Chiesa.
Oltre le manifestazioni di sopra, l’esenzione fiscale agli enti ecclesiastici, la legislazione matrimoniale, i severi controlli sull’editoria, i riti religiosi collettivi, l’istruzione pubblica, la selezione dei quadri direttivi nelle aziende private o pubbliche, la persecuzione verso i “nuovi pagani” le scomuniche, ricordavano proprio i metodi dell’antropologia ecclesiastica dei tempi di Costantino.

Era sceso in campo l’esercito della fede: altri Arditi. Nel Paese, molti si adeguarono al nuovo corso che prometteva, prometteva, prometteva. Ma attenzione, come nel fascismo, un bel giorno, anche questo clima si spense da solo, tutto era stato appoggiato su una base di argilla. Verrà il ’68, e poi negli anni ’90 tangentopoli. DC a piangere, i comunisti a godersi la disfatta, e non tanto per loro merito, ma dovuto a personaggi mediocri che i leader si erano allevati in casa.

31 DICEMBRE – Finisce l’anno con un colpo di scena. Il 26 dicembre per iniziativa di GIORGIO ALMIRANTE, nasce il Movimento Sociale Italiano (MSI). Il bacino di adesioni è inizialmente composto dai reduci di Salò, familiari e parenti dei caduti, dai colleghi e dagli amici (circa 300.000) dei 15 mila “martiri” (ma si afferma 40-50 mila), secondo Almirante  giustiziati sommariamente senza un regolare processo e alcuni uccisi solo perchè portavano la divisa di quello Stato che in quel momento era sul territorio del Nord sovrano, quindi non fanatici ma giovani richiamati dalle regolari liste di leva. E non si potevano certo opporre. Fuggire, disertare, lo poteva fare solo chi era solo senza una famiglia; perchè a questa sarebbero ricadute le conseguenza (come in tutti i regimi, anche quelli altamente democratici (vedi in America durante la guerra nel Vietnam!)

Il 31 dicembre, Almirante, fa il suo storico discorso……

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Quando De Gasperi mandò in carcere Giovannino Guareschi

26 maggio 1954: Giovannino Guareschi entra nel carcere San Francesco di Parma per uscirne il 4 luglio
Giovannino Guareschi

26 maggio 1954: Giovannino Guareschi entra nel carcere San Francesco di Parma per uscirne il 4 luglio dell’anno successivo, dopo 409 trascorsi sotto la più stretta sorveglianza. È l’atto che chiude quella che il giornalista parmense aveva definito la vicenda del “Ta-pum del cecchino”: lo scontro con Alcide De Gasperi, prima verbale dalle colonne del Candido, in seguito ad alcune scelte strategiche del leader democristiano che puntava ad aprire a sinistra, poi a colpi di documenti in tribunale per diffamazione a mezzo stampa.

Una storia dell’Italia repubblicana, la cui costituzione all’articolo 21 tutela la libertà di stampa. Il 24 e il 31 gennaio 1954 sul settimanale diretto da Guareschi vennero pubblicate due lettere risalenti a dieci anni prima, in piena Seconda guerra mondiale, e firmate da De Gasperi, che ai tempi aveva trovato rifugio in Vaticano: due missive dirette al generale britannico Harold Alexander, comandante delle forze alleate in Italia, chiedendo il bombardamento di alcuni punti nevralgici di Roma, come l’acquedotto, «per infrangere l’ultima resistenza morale del popolo romano» nei confronti di fascisti e truppe tedesche.

Materiale scottante, sottoposto a Guareschi da Enrico De Toma, nome che ritorna anche nella storia che riguarda il carteggio Benito Mussolini – Winston Churchill e che aveva prestato servizio come sottotenente della Guardia nazionale repubblicana ai tempi della Repubblica di Salò. Le lettere vennero riprodotte (Indro Montanelli ha più volte ripercorso i giorni precedenti alla loro pubblicazione, ricordando come in qualsiasi modo avesse cercato di convincere il collega a desistere e rivolgendosi direttamente all’editore del Candido, Rizzoli) e agli inizi del febbraio ’54 De Gasperi sporse querela. Istituito il processo, il 13 e il 14 aprile ebbero luogo la seconda e la terza udienza e il 15 giunse la condanna a dodici mesi di carcere per diffamazione.

Nel frattempo l’abitazione milanese di Guareschi in via Righi era stata visitata due volte da alcuni topi di appartamento e nella seconda occasione, nel mese di marzo, gli venne rubata la macchina da scrivere dalla quale era nata la saga di Don Camillo e Peppone e furono ispezionate alcune cartellette contenenti i documenti legati alla vicenda del “Ta-pum”, ma le due lettere incriminate non poterono essere trovate, dal momento che le custodiva De Toma in Svizzera. L’autore parmigiano non ricorse in appello e De Gasperi commentò la sentenza dichiarando: «Sono stato in galera anch’io e ci può andare anche Guareschi».

«In tutta questa faccenda hanno tenuto conto dell'”alibi morale” di De Gasperi e non si è neppure ammesso che io possegga un “alibi morale”. Quarantacinque o quarantasei anni di vita pubblica, di lavoro onesto non sono un luminoso “alibi morale”?», si chiedeva il giornalista sul Candido del 25 aprile. Non contestando la sentenza («È regolare, ha il crisma della legalità»), contestava «il costume». «Mi hanno negato ogni prova che potesse servire a dimostrare che io non avevo agito con premeditazione, con dolo. Non è per la condanna, ma per il modo con cui sono stato condannato». Perché in tribunale, la perizia calligrafica avanzata dalla difesa sulle due lettere non venne mai ammessa. Al contrario, nel 1956, nel corso del processo intentato in contumacia contro De Toma, il tribunale di Milano affidò a un collegio di tre periti l’esame delle due lettere negato due anni prima a Guareschi e la conclusione fu che «non esistevano prove tali da stabilire inequivocabilmente la falsità delle lettere».

A quel punto ancora il tribunale incaricò un quarto perito che ritenne le lettere «sicuramente false». Tra un’analisi e l’altra, il 17 dicembre 1958 i giudici dichiaranono estinto per amnistia il reato di falso e assolsero De Toma dall’accusa di truffa per insufficienza di prove, con l’ordine di distruggere i documenti. 409 nove giorni di carcere, dei quali rimangono alcuni ricordi come una fotografia scattata di nascosto che ritraeva Guareschi dietro alle sbarre, con i consueti baffi che ornavano anche la sua firma. Ai dodici mesi di condanna si aggiunsero gli arretrati: già nel 1950 era stato condannato per diffamazione in seguito alla pubblicazione di una vignetta del collega Carlo Manzoni dove figuravano due file di bottiglie bene allineate recanti, in collage, l’etichetta “Nebiolo – Poderi del Senatore Luigi Einaudi” e che facevano “da corazzieri” al presidente della Repubblica Einaudi, disegnato sul fondo. Assolti in prima istanza, i due in appello furono condannati a 8 mesi di reclusione per vilipendio al Capo dello stato e non scontarono la pena l’applicazione della libertà condizionale, ma il conto gli fu presentato alla prima occasione giusta. Giovannino tornò definitivamente un uomo e un giornalista libero solo il 26 gennaio 1956, giorno della scadenza della libertà vigilata alla quale fu sottoposto una volta rientrato alla base, nella sua casa di Roncole Verdi.

«Per rimanere liberi bisogna, a un bel momento, prendere senza esitare la via della prigione», affermò orgoglioso alla vigilia del suo ingresso in carcere, dove si presentò con la sacca che lo aveva accompagnato durante la prigionia nei campi tedeschi come Internato militare italiano dopo l’8 settembre 1943. Dalla Polonia rientrò con un fisico duramente provato, ma pronto a ricominciare con accanto la moglie Ennia, chiamata Margherita nei suoi racconti, e i figli Alberto e Carlotta. I giorni di Parma invece ne segnarono tremendamente il fisico e l’animo. Ma il galantuomo che era in lui non se n’era andato: De Gasperì morì il 19 agosto 1954, mentre Guareschi scontava la condanna. «Mi ha invece rattristato – scrisse – la morte improvvisa di quel poveretto. Io, alla mia uscita, avrei voluto trovarlo sano e potentissimo come l’avevo lasciato: ma inchiniamoci ai Decreti del Padreterno».

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Guareschi è stato un grande scrittore ed un buon giornalista: purtroppo, ha voluto diventare un uomo politico. Questo, non ha mai portato bene a nessun uomo di penna. Una piccola osservazione: perchè il monarchico Guareschi, nel 1948, si è battuto per quella democrazia cristiana che aveva deposto la monarchia con un vero e proprio colpo di stato, quando De Gasperi aveva assunto le funzione di Capo dello stato prima della proclamazione ufficiale dei risultati del referendum? Per salvare l’Italia dal comunismo sarebbe bastato che i voti andati allo scudo crociato affluissero al Blocco Nazionale, formato intorno al Partito Liberale che fu l’unico partito governativo a pronunciarsi per il mantenimento della monarchia.

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1° maggio 1908: a Fontanelle, l’infanzia

nasce a Fontanelle di Roccabianca (PR) Giovannino Oliviero Giuseppe Guareschi figlio di Lina Maghenzani, maestra elementare del paese, e di Primo Augusto, negoziante di biciclette, macchine da cucire e macchine agricole. La casa natale è anche sede della «Cooperativa Socialista» che, in occasione della «Festa del Lavoro», ha organizzato un comizio. Le bandiere rosse delle sezioni socialiste della Bassa si ammassano sotto le finestre di casa Guareschi.

«quella mattina (…) ho il primo contatto diretto con la politica e la lotta di classe. (…) Il capo di quei rossi, Giovanni Faraboli, un omaccio alto e massiccio come una quercia (…) fattosi alla finestra di cucina, mi mostra agli altri rossi (…) spiegando loro che, essendo io nato il primo maggio, ciò significa che sarei diventato un campione dei rossi socialisti! (…) E anni e anni passeranno carichi di travaglio da questo primo maggio, ma intatto mi rimarrà nella carne il tepore delle mani forti di Giovanni Faraboli.»

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1914 – 1924: a Parma e Marore, gli studi
la famiglia di Giovannino si trasferisce a Parma, in Vicolo di Volta Ortalli al numero 3. La madre maestra è stata trasferita a Marore, un paesino confinante con Parma e fa la spola tra la città e il paese. Il padre ha cambiato lavoro e vive commerciando con poca fortuna stabili e facendo il mediatore. Viene richiamato alle armi come operaio militare, e verrà congedato nel 1918. Giovannino viene iscritto nella Scuola elementare «Jacopo Sanvitale» dove frequenterà tutt’e quattro le classi (1914 – 1918). La sua chiesa – San Bartolomeo – è retta da don Pietro Zarotto.

1914-1918 «Scoppiata la guerra io rimasi solo con nonna Giuseppina poiché mio padre dovette mettersi in grigioverde e mia madre faceva la maestra in un lontano paese di campagna.»

1918-1919 «Ho dieci anni e sono costretto ancora a portare i capelli alla Bebè. (…) Mi prendono in giro tutti e ben presto la scuola diviene per me un incubo. (…) Passo le mie giornate nel greto del torrente. (…) Vengo bocciato. (…) Sono un bambino comune e faccio una gran fatica a seguire quello che spiegano i professori perché non provo nessun interesse per gli studi tecnici. (…) Mi lasciano finire l’anno e poi mi spediscono in collegio e mi rapano a zero, con mia grande soddisfazione (…) e incomincio da capo.»

1920 Giovannino viene messo nel collegio «Maria Luigia di Parma e frequenta il Regio Ginnasio «Romagnosi». Il suo professore di greco e di latino è Ferdinando Bernini, traduttore della «Cronaca» di fra Salimbene de Adam e profondo conoscitore dell’umorismo europeo. Anche in lui, come in altri ginnasiali che diverranno illustri, imprime il marchio indelebile della curiosità intellettuale.

1921 La famiglia si trasferisce da Parma nel nuovo palazzo delle Scuole di Marore e Giovannino la raggiunge per i fine settimana e le vacanze.

1924 Inizia l’Istruzione premilitare (Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale) iscrivendosi alla Società di Tiro a Segno di Parma e continuerà fino al 1929.

 La “carriera scolastica” di GG

1914-1918 Scuola elementare «Jacopo Sanvitale»

1918-1920 R. Istituto Tecnico «Pietro Giordani» (ripete la prima poi viene ritirato)

1920-1925 R. Ginnasio «Romagnosi» (Convittore al «Maria Luigia»)

1925-1928 R. Liceo «Romagnosi (da esterno)

1929-1931 Iscritto all’Università di Parma alla facoltà di legge senza frequentare.

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1925: a Parma, la crisi 

La famiglia di Giovannino viene travolta da traversie economiche e, il 4 novembre, il padre viene dichiarato fallito. Questo influisce sul suo rendimento scolastico.

giugno: giunge allo scrutinio finale con ottimi voti ma viene rimandato con 5 in latino e 4 in storia e geografia nell’esame d’ammissione alla 1ª liceo. Giovannino è in crisi. Cesare Zavattini – suo istitutore di pochi anni più vecchio che ne ha intuito le doti di irrefrenabile umorismo – deve scrivere, nelle note dell’ultimo trimestre firmate dal rettore, che è diventato«un caposquadra pericoloso».

«L’ultima nota rivela una mia improvvisa insofferenza per la disciplina e a causa de grossi disagi economici di mio padre modifico, negli ultimi mesi, il mio atteggiamento nei confronti della scuola. Mi capita più volte, come del resto a tutti gli altri membri della famiglia, tornando a casa per le vacanze, di dover dormire per terra e devo trascurare gli studi per costruire con le mie mani dei letti, delle sedie, una tavola, un buffet e una scrivania.»

Nell’estate va a ripetizione di latino da don Lamberto Torricelli, il parroco di Marore e a ottobre passa con due 8.

«Il mio vecchio parroco (…) assomigliava molto a don Camillo (…) mi allentava uno scapaccione e poi mi insegnava a fare il compito di latino.»

ottobre: Giovannino, a causa del tracollo familiare, deve abbandonare il convitto «Maria Luigia» e frequentare il Liceo «Romagnosi» da esterno.

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1927 – 1930: a Parma, la maturità classica, il giornalismo 

1927, 23 ottobre: partecipa alla vita del liceo candidandosi alla presidenza dell’Associazione liceale venendo eletto presidente. Inizia a fare piccoli lavori come cartellonista per avere qualche soldo in tasca.

1928: inizia a correggere le bozze al Corriere Emiliano che, il 30 giugno, ha assorbito la Gazzetta di Parma. Continuerà fino al 1931 quando passerà redattore.

luglio: ottiene la maturità classica.

1929, 8 gennaio: si iscrive alla facoltà di legge dell’Università di Parma. Rimarrà iscritto fino al 1931 per poter rimandare il servizio militare, quando viene assunto dal Corriere Emiliano. 

17 maggio: inizia a collaborare al settimanale La Voce di Parma con articoli, poesie e disegni. Il primo articolo è la cronaca del viaggio degli universitari di Parma a Roma. Firma i suoi pezzi “Michelaccio”. Continuerà fino alla fine del 1930.

10 luglio: vince il concorso della Voce di Parma con la novella «Silvania, dolce terra».

6 agosto: viene assunto come portiere stagionale allo zuccherificio di Parma della «Ligure Lombarda». Farà sei stagioni.

5 dicembre: viene assunto come istitutore al «Maria Luigia» (novembre – giugno 1930).

Fa delle xilografie per il numero unico La Valanga.

1930 marzo: collabora al settimanale La Fiamma con pezzi, disegni e incisioni riprese anche da altri giornali. Continuerà fino al 1933.

Fa incisioni su linoleum per disegni pubblicitari.

maggio: fa le xilografie per due testate di numeri unici: La Caffettiera e Corse al Trotto.

luglio: appaiono sul Tevere  un suo pezzo firmato “Petronio” e le sue illustrazioni di cinque racconti brevi di Cesare Zavattini.

dicembre: collabora a La Guardia del Brennero, numero speciale della Voce di Parma.

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1931 – 1933: a Parma il giornalismo, la bohème 

1931: diventa aiuto cronista al Corriere Emiliano con una collaborazione fissa. Passerà poi cronista e infine capo cronista facendo articoli, cronaca, capicronaca, corsivetti, novelle, rubriche e disegni (anche politici). Si firmerà spesso “Michelaccio”. Nel giugno del 1935 sarà licenziato per esubero di personale.

«Viaggio su una orrenda bicicletta da donna che pare una centrale elettrica tanto è aggrovigliata di fil di ferro. Per non ungermi i pantaloni me li rimbocco fin sopra il ginocchio e pedalo alla diotifulmini” pestando sui pedali coi tacchi e tenendo le ginocchia in fuori.»

febbraio: fa la xilografia per la testata del numero unico Sua Maestà il Carnevale.

aprile: viene assunto come ufficiale supplente per il Censimento del 21 aprile.

23 giugno: Mino Maccari lo invita a collaborare al Selvaggio ma la cosa non ha seguito.

novembre:  collabora con pezzi, poesie e disegni al numero unico Bazar. Curerà anche i numeri del 1933, 1934, 1935, 1937 e 1939.

Si trasferisce da Marore a Parma nella soffitta di Borgo del Gesso n. 19.

« prendo in affitto una stanza all’ultimo piano di una casupola di Borgo del Gesso. La casa fa pensare a una misera fetta di polenta ficcata, di taglio e all’impiedi, fra due mattoni.»

1932 dicembre: collabora al numero unico La Cometa con disegni, pezzi e poesie.

1933 maggio: incide su linoleum la testata del Numerunico.

giugno: conosce Ennia Pallini, la compagna della sua vita.

luglio: organizza una mostra per l’Opera Nazionale Balilla.

Conosce una giovane commessa di un negozio di scarpe in città, Ennia Pallini, che inizia a frequentare il suo “appartamento”. Ennia ha una splendida chioma rossa, occhi fiammeggianti e un carattere molto volitivo. Ennia sarà “Margherita”, la sua compagna, nel bene e nel male, nei suoi libri e nella vita.

Osserviamo l’”appartamento” di Giovannino nella stanza di Borgo del Gesso: Giovannino offre un “banchetto” a una bella visitatrice (…) la pettinatura, il grande colletto di pizzo e il cinturone a vita alta ci confermano che la bella visitatrice è l’Ennia.

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1934 – 1936: a Potenza il militare, il gran salto per Milano 


1934, 8 novembre: parte per il servizio militare. Destinazione la Scuola Allievi Ufficiali di complemento di Potenza. Alla Scuola collabora al Numero unico Macpizero con «L’epistolario amoroso del soldato Pippo» (testo e disegni) e altre caricature.

1935, 10 maggio: torna a Parma in licenza in attesa di nomina ad aspirante ufficiale e inizia la collaborazione con disegni e pezzi al Secolo Illustrato. Continuerà fino al febbraio 1936.

Collabora al Lunedì della Voce di Parma. Compare un suo disegno sulla Domenica del Corriere («Le Cartoline del pubblico»). Altri in agosto e settembre e uno nel settembre 1937.

settembre: inizia a collaborare a Cinema Illustrazione – diretto da Zavattini – dove pubblica, settimanalmente, un disegno fino a dicembre.

ottobre: pubblica un disegno su Menelik.

1936, febbraio: inizia il servizio di prima nomina al 6° Reggimento di Corpo d’Armata di Modena come aspirante ufficiale. Viene promosso sottotenente di complemento in maggio.

luglio: termina il servizio di prima nomina.

8 agosto: Angelo Rizzoli gli scrive proponendogli il posto di redattore al Bertoldo.

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1936 – 1940: a Milano, il Bertoldo, la famiglia 

1936 settembre: si trasferisce a Milano in una stanza d’affitto in via Gustavo Modena assieme a Ennia e inizia a lavorare al Bertoldo come redattore, collaborando con pezzi e disegni. In febbraio del 1937 passa redattore capo con l’impegno di curare anche l’impaginazione dell’Almanacco Arcibertoldo e collaborare con pezzi e disegni. Continuerà, come redattore capo fino alla chiusura del settimanale il 10 settembre 1943.

1937: riprende a collaborare con disegni e pezzi al Secolo Illustrato e pubblica dei disegni su L’Asso firmandosi con il cognome di Ennia (Pallini).

marzo: collabora al Corriere Emiliano con pezzi, con la rubrica «Bianco e Nero» (firma “Michelaccio”) e con disegni fino all’aprile.

giugno: dietro sollecitazione di Leo Longanesi invia delle tempere e una viene pubblicata su Omnibus.

1938: si trasferisce in un appartamento al quarto piano del 18 di Via Ciro Menotti.

Visitiamolo questo quarto piano; siamo nel 1938. Tra i due deve esserci un poco di maretta: (…) Giovannino si è ritratto piuttosto incavolato, mentre il ritratto di Ennia risente molto del suo malumore. Anche la didascalia che correderà il disegno su Bertoldo è ruvida. Unica cosa positiva il disegno fedele delle sedie, del tavolo e del paralume che esistono ancora nell’«Incompiuta» alle Roncole.

Collabora all’Ambrosiano come illustratore di novelle e con vignette. Collabora con la rubrica «Dizionarietto della signora» ad Annabella. Collabora a Kines, Kinema e Piccola.

marzo: compare un suo disegno sul numero unico E vi farem vedere (i sorci verdi).

aprile: diventa redattore e collaboratore del settimanale Tutto di Rizzoli.

agosto: Inizia a collaborare alla Stampa con delle strrips. Continuerà fino all’ottobre del 1942.

Inizia a collaborare con l’l’E.I.A.R. scrivendo testi. La sua collaborazione continua con scenette, conversazioni, pubblicità e rubriche a puntate, fino al 1942, quando, a causa del suo arresto, gli verrà tolta.

Le collaborazioni all’E.I.A.R.

1938 A

ttualità «Partenze», «Caccia e cacciatori», «Storielle di stagione» e «Pompieri»; (a sei mani con Marchesi, Metz, Morbelli, Nizza e Rosi) il testo di «Attenti al martellone», “radioallegria”; il testo dell’attualità «Ritorno a piedi» e «Casa mia, casa mia»; i testi «È arrivato l’annunciatore» e «Intervista col Trio Lescano»; «Voci del mondo – L’ora delle cassiere» e «Il grattacielo n. 15» (a puntate). 1939 «Rivista dei luoghi comuni: Inverno»; «Presto si parte»; («Battista» e «Camillo») per la rubrica a puntate «Dimmi il tuo nome».

1940 Assieme a Cavaliere il testo per cinque puntate della rubrica «Salotti»; una “Conversazione” e per la scena «Quel povero galantuomo di un ladro». Partecipa alla trasmissione «Al gatto bianco» assieme a Carletto Manzoni.

1941 Scrive assieme a Carletto Manzoni il testo della fantasia musicale «Giovanni dammi la lira».

1942 Scrive alcune puntate della rubrica in versi «La classe degli asini»; la commedia radiofonica «Il doppio fidanzato di Chiaravalle»; assieme a Cavaliere e Buzzichini il testo per l’E.I.A.R. «Mani in alto!» per la rubrica «Terziglio».

novembre: illustra un romanzo a puntate di Notari sull’ambrosiano.

1939: collabora al Guerin Meschino con pezzi e disegni. Pubblica un disegno su Milano in fiore. Collabora alla sceneggiatura del film di Francini «Imputato, alzatevi» che sarà interpretato da Macario.

maggio: viene richiamato e destinato al 2° Reggimento di Art. di C. A.- XXIII° Gruppo 105/28 ad Acqui (AL).

Si sposta in vari campi: Carcare, Spotorno, Albissola, Finale Ligure, Alassio e Cairo M.

Viene trasferito a Sambuco (CN) e a Pietraporzio.

Ritorna ad Acqui. Poi a Milano in licenza per un mese.

1940: viene iscritto all’Ordine dei Giornalisti. Collabora con delle novelle a Gioia.

Collabora a Stampa Sera con la rubrica (illustrata con un suo disegno) «Oh, che bel mestiere!»

10 febbraio: si sposa con Ennia.

Collabora come redattore al Marc’Aurelio.

Collabora come redattore e con pezzi e disegni al Settebello di Rizzoli. Continuerà anche nel 1941.

Presenta il 15 maggio a Lecco e il 30 maggio a Bologna la «Serata del dilettante» .

agosto: scrive assieme a Manzoni il testo per la rivista «Tutto per tutti e niente per nessuno»

settembre: collabora a Novella-Film con disegni e novelle.

novembre: pubblica due disegni su Storia di ieri e di oggi.

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1940 – 1943: a Milano, le collaborazioni (Corriere della Sera ecc.)

1940:inizia la collaborazione con elzeviri, novelle, due cicloreportage al Corriere della Sera. Continuerà fino al 4 novembre 1942.

«Il giretto è finito: i nostri novanta chilogrammi ritornano a occupare la casella che il destino ha loro assegnato in questo straordinario casellario milanese.»

dicembre: collabora con un articolo al numero speciale Juvenilia

1941: collabora a Film. 

Illustra la rubrica in versi di Cavaliere «Cronache per tutte le ruote» sull’Illustrazione Italiana.

gennaio: collabora con una novella a Scena Illustrata.

ottobre: collabora a Novella-Film con una rubrica illustrata con suoi disegni.

novembre: esce «La scoperta di Milano»

dicembre: disegna un fumetto per il mensile della C.R. delle P. lombarde Fonteviva.

1942: pubblica alcune vignette pubblicitarie sul Travaso. 

Illustra l’opuscolo in versi di propaganda anti-inglese di A. Cavaliere «Sentinelle del cielo».

marzo: collabora alla Radio Militare fino all’ottobre/novembre.

Illustra 5 numeri di una storia a fumetti con testo di Brancacci per Ridere : «La famiglia Brambilla (naviga, vola, trema e viaggia)».

aprile: illustra il fumetto con testo di Brancacci «Pasticca & C» per Ridere.

luglio: esce «Il destino si chiama Clotilde»

14 ottobre: arrestato dall’UPI per avere “diffamato” – durante una sbornia – Mussolini & compagni. Verrà liberato il giorno dopo ma, in dicembre, verrà richiamato per punizione. Dopo il suo arresto gli verrà tolta la collaborazione al Corriere della Sera, alla Stampa e all’E.I.A.R.

dicembre: richiamato (per punizione) e destinato all 11° art. 1060 Batt. di Alessandria.

Inizia a collaborare con pezzi e disegni all’Illustrazione del Popolo pubblicando a puntate «Il marito in collegio». L’ultima puntata esce nel maggio 1943.

1943, aprile: viene bombardata e distrutta la casa di Via Ciro Menotti e Giovannino, in licenza per l’ulcera, partecipa allo spegnimento delle fiamme isolando il tetto.

settembre: prepara testo e disegni per l’album a fumetti «Ciccio Pasticcio e i due compari» per gli Albi Ragazzi Avventurosi. (Uscirà in ottobre quando è prigioniero in Polonia).

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settembre 1943: la prigionìa in Polonia e Germania

«Non abbiamo vissuto come i bruti. Non ci siamo richiusi nel nostro egoismo. La fame, la sporcizia, il freddo, le malattie, la disperata nostalgia delle nostre mamme e dei nostri figli, il cupo dolore per l’infelicità della nostra terra non ci hanno sconfitti. Non abbiamo dimenticato mai di essere uomini civili, con un passato e un avvenire.»

Le tappe della prigionìa di Giovannino

9 settembre 1943: viene fatto prigioniero dai tedeschi nella caserma di Alessandria. Il 13 parte dalla stazione di Alessandria e arriva a quella di Bremerwörde (D) il 18. Di lì, lo stesso giorno, a piedi, va nell’OFLAG XB di Sandbostel. Riparte a piedi il 23 per la stazione di Bremerwörde (D) da dove riparte subito e arriva il 27 alla stazione di Czestokowa (Pol.) e da lì alla NORDKASERNE STALAG 367. Il 12 ottobre viene condotto al Santuario di Czestokowa. Dalla NORDKASERNE STALAG 367 l’8 novembre viene condotto alla stazione di Czestokowa da dove parte e arriva il 10 a Beniaminowo (OFLAG 73 – STALAG 333). Riparte per la Germania il 30 marzo 1944 e arriva alla stazione di Bremerwörde (D) il 1° aprile. Da lì, a piedi, viene condotto all’OFLAG X B di Sandbostel (D) il 2. Dall’OFLAG X B di Sandbostel (D) a piedi alla stazione di Bremerwörde (D) il 29 gennaio 1945 e riparte il 30 per l’OFLAG 83 di Wietzendorf (D) dove arriva il 31 Viene liberato il 16 aprile e parte dall’OFLAG 83 di Wietzendorf per la cittadina di Bergen il 22. Dalla cittadina di Bergen (D) rientra nell’OFLAG 83 di Wietzendorf (D) il 1° maggio. Dall’OFLAG 83 di Wietzendorf (D) viene rimpatriato il 29 agosto e arriva a Parma il 4 settembre 1945. 

1944, agosto: viene pubblicato «Il marito in collegio».

«il romanzetto mi raggiungerà nel Lager di Sandbostel in Germania. Risulterà ben stampato ma non commestibile e mi lascerà perfettamente indifferente.»

1945, settembre: ritorna a Milano con la famiglia che era sfollata a Marore (PR) e occupa l’appartamento di Via Pinturicchio n. 25.

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1945 – 1948: ancora a Milano, il Candido 
ottobre: collabora con pezzi e disegni a Tempo Perduto fino a novembre.

novembre: viene assunto da Rizzoli per il futuro settimanale Candido.

dicembre:viene assunto dal quotidiano Milano Sera come redattore ordinario rimanendo in forza fino al 30 marzo 1946.

Pubblica «La Favola di Natale.»

« “Buon Natale, mamma, buon Natale, Albertino” dice il babbo. “Ora ritornate a casa (…)”

«”E tu non vieni, papà”

« “Domani, Albertino…” (…)

«”Papà, perché non mi prendi con te?»

«”Neppure in sogno i bambini debbono entrare laggiù. Promettimi che non verrai mai”».

«”Te lo prometto, papà.”» 

dicembre: fonda assieme a Mosca e Mondaini il settimanale Candido collaborando con scritti e disegni. Mosca e Giovannino rimarranno condirettori fino al 1950 quando Mosca verrà allontanato da Rizzoli. Rimarrà unico direttore fino al 10 novembre 1957. Poi subentrerà Alessandro Minardi.

A Candidolavoreranno scrittori e disegnatori come Carletto Manzoni, Massimo Simili, Giaci Mondaini, Vittorio Metz, Bruno Angoletta,

Disegnatori come Walter Molino, Ferdinando Palermo, Sergio Toppi, Giorgio Cavallo, Resio, Gigi Vidris, ecc…

Per le rubriche e servizi: Pietrino Bianchi (Volpone), Oreste del Buono (Strabicus, Melitretto, Domenico Pomeriggio), Eugenio Gara (Bardolfo), Enrico Piceni (Picus), Vittorio Metz (Gaius), Nino Nutrizio (Domenico Pomeriggio), Jader Jacobelli, Massimo Rendina, Giorgio Pillon, Franco Pagliano, Roberto Cantalupo, Aldo Cocchia, Teodoro Celli, Giorgio Torelli, Lino Rizzi, Giovanni Cavallotti (Vice), Enrico Mattei (Quirinetto, L’osservatore), Ferdinando Palmieri (Laerte), Leo Longanesi (Il Borghese), Indro Montanelli, Lorenzo Bocchi (Lorenzaccio), Giuseppe Biscossa (Leponto), Vittore Castiglioni (Micromega), Leonida Fietta (Il Provinciale), Luisa Castagnin (Luca), Giuseppe Puglisi, Giovvanni Durando, Vincenzo Porzio, Manrico Viti, Giacomo Di Marzano, eccetera.

Collaboreranno, tra gli altri, Massimo Pallottino, Vittorio Paliotti, Pasquale Pala, Piero Operti, Giorgio Pisanò, Emilio Faldella, Giorgio De Chirico.

Segretaria di redazione la fedelissima Rosanna Manca di Villahermosa.

1946: su Candido conduce assieme a Mosca e ai collaboratori una strenua battaglia a favore della monarchia in occasione del Referendum istituzionale. Collabora con una rubrica a Oggi. Collabora con una rubrica e novelle a Gioia.

febbraio: collabora con disegni fino all’aprile a Riscatto.

giugno:collabora al Giornale dell’Emilia con disegni e rubriche fino ad agosto.

settembre:pubblica un articolo su Le Alpi.

23 dicembre:collabora con un disegno e un pezzo al Sanbartolomeo.

Pubblica due disegni su Il Reduce. 

Pubblica il primo racconto della serie “Mondo piccolo” su Candido n. 3 con il titolo «Don Camillo» (lo titolerà «Peccato confessato» quando, nel 1948, lo inserirà nel volume «Mondo piccolo»

1947: collabora con una rubrica e con disegni a Oggi .

Collabora con una novella a Gioia.

aprile: scrive i testi per la rubrica radiofonica pubblicitaria per il Calzaturificio di Varese «Caccia ai ricordi». Scrive i testi per la serie pubblicitaria per la «Gazzoni» dei Radio-processi «Signori, entra la corte» (29 puntate trasmesso tra il 1947 e il 1949). Collaborerà ancora con la RAI fino al 1949.

maggio: scrive per Il Commento un pezzo sul «Giro d’Italia». Scrive un articolo su Valtellina.

novembre: pubblica «Italia provvisoria».

1948: conduce assieme a Mosca e ai collaboratori una forte battaglia contro il Fronte Popolare per le elezioni politiche.

gennaio: collabora con 8 disegni al Giornale del Popolo di Lugano fino a marzo.

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1948-1949: a Milano, Don Camillo

1948: conduce assieme a Mosca e ai collaboratori una forte battaglia contro il Fronte Popolare per le elezioni politiche.

marzo: pubblica «Mondo piccolo – Don Camillo»

dicembre: pubblica «Lo Zibaldino»

«Così vi ho detto, amici miei, come sono nati il mio pretone e il mio grosso sindaco della Bassa. (…) Chi li ha creati è la Bassa. Io li ho incontrati, li ho presi sottobraccio e li ho fatti camminare su e giù per l’alfabeto.»

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1949: a Milano, il Diario clandestino 

giugno: scrive il testo per il volumetto «Storia dell’automobile» per la «Ardiv» di Milano.

dicembre: esce «Il Diario clandestino»

«Il quale diario, come dicevamo, è tanto clandestino che non è neppure un diario, ma secondo me potrà servire, sotto certi aspetti, più di un diario vero e proprio a dare un’idea di quei giorni, di quei pensieri e di quelle sofferenze.»

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1950: a Milano, la casa 

1950 si trasferisce nella casa di Via Augusto Righi, n. 6.

«Ero diventato un pezzo della casa di Milano: la parte più disgraziata, quella che, dalla mattina alla sera, si arrabattava con martelli, tenaglie, trapani, chiodi, scope, aspirapolvere, lucidatrici. E quando non si aggirava per la casa in preda a frenesia, doveva starsene ad ascoltare Margherita ossessionata dai tremendi, insolubili problemi legati alla conduzione di una casa.»

giugno: Scrive il soggetto, la sceneggiatura e i dialoghi per il film «Gente così»

13 luglio: muore la madre, la signora Maestra Lina Maghenzani.

Seppellita a Milano, tre giorni dopo Giovannino la fa riesumare e trasportare a casa, a Marore. Tre mesi dopo, il 16 ottobre 1950, le giungerà il «Diploma di benemerenza di prima classe con facoltà di fregiarsi di medaglia d’oro. Quattro anni dopo, 15 maggio 1954, il Ministero della Pubblica Istruzione le riconoscerà il diritto alla pensione.

22 agosto: quaranta giorni dopo la madre muore il padre, Primo Augusto.

ottobre: Mosca viene allontanato dal Candido da Rizzoli e Giovannino rimane direttore unico del settimanale.

4 dicembre: viene assolto assieme a Manzoni nel processo Einaudi (“Nebiolo”) dall’accusa di vilipendio al Presidente della Repubblica Luigi Einaudi. Il Procuratore Generale della Repubblica ricorre in appello e il 10 aprile 1950 verrà condannato in appello assieme a Manzoni in appello, a otto mesi con la condizionale.

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1951: a Milano e Brescello, la saga cinematografica 

Scrive il soggetto, la sceneggiatura e i dialoghi per il film «Don Camillo»

«Gino Cervi corrisponde esattamente al mio Peppone.»

«Fernandel non ha la minima somiglianza col mio don Camillo. Però è talmente bravo che ha soffiato il posto al mio pretone. Così ore, quando mi avventuro in qualche nuova storia di don Camillo, mi trovo in grave difficoltà perché mi tocca di far lavorare un prete che ha la faccia di Fernandel.»

10 aprile: viene condannato assieme a Manzoni, in appello, a otto mesi con la condizionale nel processo Einaudi (“Nebiolo”) per avere offeso, a mezzo stampa, il Presidente della Repubblica Luigi Einaudi.

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1952: ritorno alla Bassa 

agosto: si trasferisce con la famiglia alle Roncole (PR) e fa il pendolare con Milano dove vive tre giorni alla settimana lavorando per il Candido.

«Appena sistemata la mia casetta di Milano come voleva Margherita, l’ho abbandonata scappando qui alla Bassa dove mi sono fatto un nuovo nido.»

«Mi appresso alla finestra a guardare il piccolo borgo delle Roncole che si intravede attraverso l’intrico arguto dei rami spogli degli olmi: è ancora più bello e mi piace ancora di più.»

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1953: alle Roncole, Giovannino l’agricoltore 

Scrive il soggetto, la sceneggiatura e i dialoghi per il film «Il ritorno di don Camillo».

Pubblica «Don Camillo e il suo gregge» .

Giovannino è un Guareschi del ramo “Bazziga” e, come tale, ama la campagna e le macchine. Dopo aver cercato di riacquistare, senza successo, le vecchie ex proprietà dei suoi, compra diversi poderi, risistemando, dove necessario, i terreni, rimodernando e ampliando le abitazioni dei mezzadri e affittuari e costruendo – quasi sempre ex novo stalle moderne, barchesse, rustici. Li attrezza con macchine moderne: Ma la nuova politica agraria pare voglia penalizzare le persone come lui che hanno investito danaro nella terra. Dopo pochi anni Giovannino, deluso, inizierà a svendere i suoi poderi.

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1954: la vicenda del “Ta-pum” (il processo De Gasperi)

LA VICENDA DEL
“TA-PUM del CECCHINO”
narrata basandosi solo su documenti, consultabili nel Centro Studi del Club dei Ventitré
Antefatto: il “caso” Guareschi – Einaudi 1950

Il 18 giugno 1950 GG pubblica su Candido n. 25 una vignetta di Carletto Manzoni dove figurano due file di bottiglie bene allineate recanti, in collage, l’etichetta “Nebiolo – Poderi del Senatore Luigi Einaudi”. Le etichette “fanno da corazzieri” al Presidente della Repubblica Luigi Einaudi, disegnato sul fondo. Un’interrogazione alla Camera dei deputati degli onorevoli Treves (PSI) e Bettiol (DC) convince il sottosegretario alla Giustizia, onorevole Tosato, a concedere l’autorizzazione a procedere. GG Guareschi, direttore responsabile di Candido, e Carletto Manzoni, autore del disegno vengono assolti in prima istanza ma, su ricorso del Procuratore generale della Repubblica, vengono condannati in Appello a 8 mesi per vilipendio a mezzo stampa al Presidente della Repubblica. Non scontano la pena grazie all’applicazione della libertà condizionale.

Cronistoria della “vicenda”del “Ta-pum”

Il 20 e 27 gennaio 1954 GG pubblica su Candido due lettere attribuite a De Gasperi con un duro commento. 

Nei primi giorni di febbraio: De Gasperi querela GG. 

Viene istruito il processo e, dopo due rinvii, il 13 e 14 aprile hanno luogo la seconda e terza udienza del processo e GG, il 15 aprile, viene condannato a dodici mesi per diffamazione. 

Non ricorre in appello e il 26 maggio entra nelle Carceri di San Francesco a Parma e uscirà il
4 luglio 1955 (409 giorni) in libertà vigilata. 

Il 26 gennaio 1956 termina la libertà vigilata.

Commento

GG, querelato da De Gasperi con ampia facoltà di prova, consegnò al Tribunale le lettere accompagnate da una perizia calligrafica che non venne tenuta in considerazione dal Tribunale. Nel procedimento l’ampia facoltà di prova, in pratica, gli fu negata perché non gli furono concessi né le nuove perizie richieste né l’ascolto di testimoni a suo favore. Sulla base delle testimonianze a favore di De Gasperi, del suo alibi morale e del suo giuramento che le lettere erano false, il Tribunale decise di aver raggiunto la “prova storica” del falso condannando GG a un anno di carcere per diffamazione. La sentenza metteva in evidenza il fatto che, anche nel caso di una perizia grafica favorevole all’imputato, “una semplice affermazione del perito non avrebbe potuto far diventare credibile e certo ciò che obiettivamente è risultato impossibile e inverosimile”. Per questa ragione GG non ricorse in appello e, avendo perso la condizionale nella precedente condanna a otto mesi per vilipendio del Presidente della Repubblica Lugi Einaudi- nonostante fosse stata nel frattempo decretata un’amnistia che riguardava reati ben più gravi – andò in prigione. Non chiese grazie o agevolazioni, non usufruì di condoni e, durante la sua incarcerazione, gli venne assommata la pena della precedente condanna. Scontò in carcere 409 giorni uscendone in forza di legge e grazie alla qualifica di “buono” ottenuta in carcere. Scontò i rimanenti sei mesi in libertà vigilata. 

Coda

Nel 1956, nel corso del processo intentato in contumacia contro Enrico De Toma, il fornitore delle due famose lettere a GG, il Tribunale di Milano affidò a un collegio di tre periti l’esame delle due lettere negato due anni prima a GG. La conclusione dei periti fu che “non esistevano prove tali da stabilire inequivocabilmente la falsità delle lettere”. Il Tribunale incaricò un successivo superperito che dichiarò le lettere “sicuramente false”. La difesa di De Toma impugnò la superperizia e ne chiede una di parte. Sconcertante il responso dei periti della difesa che dichiararono di rilevare “palesi diversità fra dette lettere e quelle pubblicate su Candido”. Il Tribunale non tenne conto di nessuna di queste perizie. Il 17 dicembre 1958 dichiarò estinto per amnistia il reato di falso e assolse De Toma dall’accusa di truffa per insufficienza di prove, con l’ordine di distruggere i documenti.

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La storia di Giovannino senza paura (1954)1954: la vicenda del “Ta-pum” (il processo De Gasperi) gennaio-aprile le due lettere pubblicate26 maggio: entra nelle Carceri di San Francesco a Parma. Alla vigilia della scadenza del termine per ricorrere in appello inatteso arrivo di Scelba in Via Righi: Giovannino non lo riceve ma questi aspetta tre ore prima di andarsene.

«No, niente Appello. La mia dignità di uomo libero, di cittadino e di giornalista libero è faccenda mia personale e, in questo caso, accetto soltanto il consiglio della mia coscienza.

«Riprenderò la mia vecchia e sbudellata sacca di prigioniero volontario e mi avvierò tranquillo e sereno in quest’altro Lager.

«Ritroverò il vecchio Giovannino fatto d’aria e di sogni e riprenderò, assieme a lui, il viaggio incominciato nel 1943 e interrotto nel 1945.

«Niente di teatrale, niente di drammatico. Tutto semplice e naturale.

«Per rimanere liberi bisogna, a un bel momento, prendere senza esitare la via della prigione.»

agosto-settembre: storie di “grazie e perdoni”

dicembre: esce il «Corrierino delle famiglie»

«In queste ultimissime ore del 1954 l’appuntamento è con la Signora Coscienza. Si tratta di una chiacchierata serena, piacevole. La signora Coscienza non ha bisogno di permesso speciale per il colloquio. E la guardia non è mai presente. Ma potrebbe esserci. Non esistono traffici oscuri tra me e la Signora.

«È stato un ottimo anno, per me, questo 1954. Non bisogna badare all’apparenza. E c’è galera e galera.»

-o0o-La storia di Giovannino senza paura (1955)


1955: il carcere di Parma 

Scrive in carcere il soggetto, la sceneggiatura e i dialoghi per il film «Don Camillo e l’onorevole Peppone»

«Io lavoro avviluppato – dalle pantofole alla cintola – in una coperta tenuta su da un asciugamani annodato sul ventre (il detenuto non può detenere né corde né cinghie per impedirgli di procurare grane al direttore impiccandosi): dalla cintola ai baffi sono immerso in un vasto campionario di maglie e maglioni. In cima a questo grosso fagotto di stracci un coperchio di lana a righe bianche e blu, inclinato in modo da lasciar liberi gli occhi e il naso (la Repubblica permette ai detenuti di tener chiusa la bocca respirando soltanto con una, due narici o tre narici). Il complesso è piuttosto massiccio e la guardia di servizio viene ogni tanto a sincerarsi che io sia effettivamente dentro il fagotto.»

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1955 – 1957: la libertà, Giovannino il caffettiere 
  1955, 4 luglio: esce dal carcere e riprende a dirigere il Candido collaborando con scritti e disegni.

1956, 26 gennaio: termina la libertà vigilata.
Inizia una campagna di stampa disinformativa.

1957, 27 settembre: realizza una sua passione aprendo un piccolo caffè alle Roncole, di fianco alla casa natale di Giuseppe Verdi. Il progetto, l’arredamento e le direttive per la conduzione sono suoi. È stato il primo (e forse l’unico) locale pubblico dove, in vetrina, era appiccicato il cartello: «In questo locale non c’è Juke box» Amplierà la sua “attività turistica” aggiungendo al caffè – nel 1964 – un ristorante.  10 novembre: lascia la direzione di Candido continuando a collaborare con articoli e disegni.

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1959 – 1961: Cadegigi, la morte di Candido 

ottobre: scrive «Il compagno don Camillo» che appare a puntate sul Candido (uscirà in volume nel 1963) a Cademario (Cadegigi) in Ticino dove, dal 1956, passa l’autunno e l’inverno.

1961: scrive soggetto, sceneggiatura e dialoghi per «Don Camillo monsignore… ma non troppo».

22 ottobre: lascia il Candido e Rizzoli chiude il giornale.

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1962: il lavoro alla Notte 

  maggio: inizia una breve collaborazione con quattro disegni al quotidiano La Notte diretto dall’amico Nino Nutrizio. La collaborazione riprenderà nel novembre 1963 con più vignette giornaliere e continuerà – con pause dovute a malattia – fino al 22 maggio 1968.

Giovannino, in questa vignetta disegnata per La Notte, si è ritratto assieme all’amico Nino Nutrizio, direttore del quotidiano. Nutrizio è seduto alla scrivania e lui gli è di fronte, con l’ultima delle sue “divise”, col berretto in mano e l’ombrello sul braccio come un contadino piovuto in città.

luglio: viene colpito da un primo infarto.

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1963: a Roma la «Rabbia» di Giovannino e di Pasolini 

gennaio:è a Roma dove rimane fino al 26 marzo per scrivere il soggetto, la sceneggiatura, i dialoghi e curare la regia della seconda parte del film «La Rabbia». La prima parte è di Pier Paolo Pasolini.

«Il fatto che io abbia accettato di comporre la seconda parte di un film della cui pria parte è autore PPPasolini non significa che anche io abbia aperto a sinistra. Come non significa che PPP abbia aperto a destra. L’apertura di PPP è rimasta quella che era.»

febbraio: comincia a collaborare al Borghese, diretto da Mario Tedeschi, con rubriche, articoli e disegni che compariranno settimanalmente – salvo interruzioni per malattia – fino al 30 maggio del 1968.

Collabora dal 24 al Giornale di Bergamo, diretto da Alessandro Minardi, inviando 19 disegni fino al 5 maggio. Riprenderà con 4 disegni, gli ultimi, nel dicembre 1966.

dicembre: esce «Il compagno don Camillo».

1964: scrive il soggetto, la sceneggiatura e i dialoghi del «Compagno don Camillo».

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1964 – 1965: alle Roncole, Giovannino il ristoratore 

aprile: inaugura alle Roncole un piccolo ristorante a fianco del caffè aperto nel 1957, anche questo realizzato e condotto su suo disegno e direttive. Condotto dal figlio con la sua famiglia, rimarrà aperto per più di trent’anni e nel 1995 chiuderà per cedere il posto alla Mostra antologica permanente «Tutto il mondo di Guareschi», al piccolo Centro Studi, all’Archivio Guareschi e alla sede del «Club dei Ventitré».

«Guadagnati coi libri dei quattrini ho tentato di fare l’agricoltore e l’oste, con lacrimevoli risultati per me, per l’agricoltura e per l’industria turistico-alberghiera del mio paese. Adesso sono pressoché disoccupato, perché nessuno in Italia, eccettuato un amico di Roma, ha l’incoscienza di pubblicare i miei articoli e disegni politici. Ma io non mi agito e mi limito ad aspettare tranquillamente che scoppi la rivoluzione.»

10 ottobre: inizia a collaborare con una rubrica di critica televisiva e costume e con disegni a Oggi. Continuerà fino al maggio del 1968.

1965: inizia a collaborare con la Paul Film scrivendo i testi per caroselli pubblicitari e continuerà fino al 1966.

1966, luglio: a Cervia dove, da anni, passa l’estate, scrive il testo per il libro pubblicitario «La calda estate del Pestifero». Il libro uscirà nel 1967.

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1966 – 1967: a Cadegigi, il merlo in cima al pioppo  

1966: isolato per salute a Cademario assieme a Ennia, scrive per Oggi quasi tutte le puntate di «Don Camillo e don Chichì» (su Oggi si chiama «Don Camillo e la ragazza yé yé»). Il libro, preparato da Giovannino, uscirà postumo e incompleto nel 1969 col titolo «Don Camillo e i giovani d’oggi» . La Rizzoli lo ha riproposto nel 1996 in forma integrale e col titolo originale.

«Io vivo isolato come un merlo impaniato sulla cima di un pioppo. Fischio ma come faccio a sapere se quelli che stanno giù mi sentono fischiare o se mi scambiano con un cornacchione?»

1967: esce «La calda estate di Gigino Pestifero»

Il titolo e il testo sono stati modificati a sua insaputa. Giovannino consente all’editore di vendere la 1ª edizione diffidandolo dal farne altre. Verrà ristampato, col testo originale e senza disegni, nell’aprile del 1994 dalla Rizzoli, col titolo scelto da Giovannino: «La calda estate del Pestifero».

«A noi uomini comuni i figli e i nipoti interessano più di ogni altra cosa. Più ancora di noi stessi, perché noi ci consideriamo il chicco di grano che si nutre dei succhi della terra per dar vita alla spiga e la nostra esistenza è in funzione della spiga.»

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22 luglio 1968: a Cervia, il congedo 

muore a Cervia (RA) per infarto cardiaco.
Le rosse bandiere dei socialisti della Bassa sventolavano sotto la sua finestra quando, il 1° maggio di sessant’anni prima, nacque a Fontanelle. La bandiera con lo stemma, la stessa che accompagnò nel suo ultimo viaggio la signora Maestra, lo accompagnò al cimitero delle Roncole. Per tutta la vita sventolò per lui la bandiera della Libertà.
L’Italia meschina e vile, l’Italia provvisoria, come lo stesso Guareschi con amara intuizione la definì nel 1947, ci ha fornito ieri l’esatta misura del limite estremo della sua insensibilità morale e della sua pochezza spirituale. 

Giovannino Guareschi è lo scrittore italiano più letto nel mondo con traduzioni in tutte le lingue e cifre di tiratura da capogiro. Ma l’Italia ufficiale lo ha ignorato. Molti dei nostri attuali governanti devono pur qualcosa a Guareschi e alla sua strenua battaglia del 1948 se oggi siedono ancora su poltrone ministeriali, ma nessuno di essi si è mosso. Nessuno di essi si è fatto vivo (…). Anche Giovannino Guareschi ormai riposa al cimitero dei galantuomini. E’ un luogo poco affollato. L’abbiamo capito ieri, mentre ci contavamo tra di noi vecchi amici degli anni di gioventù e qualche giornalista, sulle dita delle due mani.

Baldassarre Molossi, Gazzetta di Parma, 25 luglio 1968

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LE DUE LETTERE PUBBLICATE

IERI

Non voglio rivangare vecchie storie che sono diventate polvere di tribunale e di galera: Dio sa come effettivamente sono andate le cose e questo mi tranquillizza in pieno. Né voglio rivedere posizioni che non possono essere mutate in quanto assunte per solo suggerimento della coscienza. Voglio soltanto rendere omaggio alla verità e riconoscere che, al confronto dei campioni politici d’oggi, De Gasperi era un gigante.Così ha scritto su Candido nostro padre il 17 maggio 1957. Facciamo nostre le sue parole con le quali iniziamo queste poche righe di Avvertenza per i suoi lettori.

Questa “Autobiografia” non è un saggio, non è un romanzo. È solo la cronaca documentata della sua vita. Con descrizioni e notizie su luoghi, fatti e persone di cui si parla o che hanno fatto da sfondo al periodo. Siamo nel 1954. Il 20 gennaio inizia il duro attacco di nostro padre contro l’onorevole Alcide De Gasperi. Questa vicenda, che lui ha chiamato il “Ta-pum del Cecchino”, non può essere riassunta perché è molto importante, oltre che complessa.Molte cose sono state dette su questa vicenda e con molte inesattezze. E siccome nessuno ha riproposto la vicenda dal punto di vista di nostro padre, è nostro desiderio far risentire la sua versione trascrivendo la sua cronaca dei fatti. Ne ha il diritto perché ha pagato duramente: tredici mesi di prigione, sei di libertà vigilata, la carriera e parecchi anni di vita:

Non mi pesa la condanna in sé, ma il modo con cui sono stato condannato…

Non abbiamo aggiunto una parola alla vicenda del Tapum del Cecchino”. E non vogliamo suggerire nessun giudizio ai suoi lettori:

Dio sa come effettivamente sono andate le cose e questo mi tranquillizza in pieno…

In precedenza, assieme ad altre migliaia di persone, aveva scelto di rimanere internato nei Lager tedeschi per fare il proprio dovere di soldato e per tenere fede a un giuramento. E così difficile credere che anche in questa vicenda le sue posizioni siano state “assunte per solo suggerimento della coscienza”?

Alberto e Carlotta Guareschida Chi sogna nuovi gerani? Giovannino Guareschi – “Autobiografia”, Rizzoli, Milano 1993

OGGI

giugno 2001

Sono passati quarantasette anni dal processo De Gasperi Guareschi e otto anni da quando abbiamo scritto questa “Avvertenza” all’inizio del Capitolo che riguarda l’intera vicenda del “Ta-pum del Cecchino”. Vicenda che, diventata “polvere di tribunale e di galera”, è stata coperta anche dalla polvere del tempo che ha nascosto o mascherato lo svolgimento reale dei fatti. Recentemente, nella puntata del 4 giugno della trasmissione del signor Baudo “Novecento” siamo stati invitati a parlare, assieme ad Alessandro Gnocchi, del processo De Gasperi chiarendo che, contrariamente a quanto affermato dal signor Baudo nella trasmissione “Porta a porta” di qualche tempo prima, De Gasperi non fece nulla per evitare a nostro padre la galera. Due giorni dopo e` uscito un articolo su

Avvenire

nel quale la figlia di De Gasperi, Maria Romana, raccontava la sua versione dei fatti. Prendendo spunto da questo suo articolo basato su opinioni e testimonianze che rispettiamo pur senza condividerle in quanto prive di documentazione, vogliamo, con serenità, ricordare sul

Fogliaccio

quella vicenda che condusse nostro padre in prigione basandoci esclusivamente sui documenti (fondamentali gli Atti processuali), senza permetterci interpretazioni di nessun genere né lasciandoci influenzare dalle nostre personali convinzioni. Questo per evitare di cadere nel medesimo errore in cui cadono molti storici del costume che presentano come dati di fatto le loro opinioni. Iniziamo dalla descrizione che Maria Romana De Gasperi fa delle due famose lettere che nostro padre attribuì a De Gasperi:

(…) Il 24 gennaio l95l [ pensiamo ad un errore di stampa: in effetti si tratta del 1954, N.d.R. ], quando De Gasperi non era più al governo, il settimanale Candido, edito da Rizzoli e diretto da Giovanni Guareschi, uscì con un violento attacco contro lo stesso De Gasperi riproducendo su un’intera pagina una lettera dattiloscritta con firma che veniva presentata, come autografa, di De Gasperi. Lo scritto era su carta intestata della Segreteria di Stato di Sua Santità e diretta al tenente colonnello Bonhan Carter, al recapito del “Peninsular Base Section” di Salerno in data 12 gennaio 1944. L’autore della lettera assicurava il generale Alexander che le sue istruzioni sarebbero state eseguite dai patrioti e diceva che, allo scopo di venire affiancati dalla popolazione romana nell’insurrezione, fosse necessario il bombardamento delle aree periferiche di Roma, in particolare dell’acquedotto. Una settimana dopo lo stesso giornale pubblicava una seconda lettera che portava la data del 19 gennaio 1944, attribuendo anche questa a De Gasperi e che iniziava così: “…Non avendo ricevuto alcun riscontro in merito alla mia ultima del 12 gennaio 1944…”. (…)Secondo Maria Romana De Gasperi le due lettere – datate 12 e 19 gennaio 1944 – sono indirizzate al medesimo destinatario. Per amore di verità riportiamo la descrizione delle due lettere effettivamente pubblicate su Candido da nostro padre tratta dalla Sentenza di condanna n. 896 del 15 aprile 1954 del Tribunale Civile di Milano – sezione 3ª nella causa penale contro Giovannino Guareschi (…)

IMPUTATOdel reato di cui agli artt. 57 n. 1, 595 1° e 2° comma C.P. ed art. 13 Legge 8 febbraio 1948 n. 47, perché quale direttore responsabile del periodico Candido, con direzione e tipografia a Milano, pubblicava a sua firma sul n. 4 di tale periodico, edito colla data 24/1/1954 [in edicola il 20/1/1954, N.d.R.], un articolo lesivo dalla reputazione dell’On. Alcide De Gasperi, attribuendogli il fatto determinato di avere, in data 19 gennaio 1944, indirizzato da Roma a certo Tenente Colonnello A. D. Bonham Carter – Peninsular Base Section Salerno, una lettera per chiedere all’aviazione del Generale Alexander il bombardamento di Roma; documento questo dichiarato falso dall’On. Alcide De Gasperi, alla cui pubblicazione l’articolista faceva seguire un commento aspramente offensivo “Qui vediamo De Gasperi che, ospite del Vaticano, scrive tranquillamente su carta intestata della Segreteria di Stato di Sua Santità delle lettere contenenti richiesta di bombardamento su Roma. Non è un gesto incosciente e stolto: è un vero e proprio sacrilegio. Non è il semplice gesto di uno che tradisce la ospitalità è il gesto nefando di un cattolico che tradisce il Santo Padre. È un foglio di carta da lettera sottratto sì, ma in mano ai nemici della Chiesa avrebbe potuto diventare potentissima arma di denigrazione. Oggi che la tattica spietata del politicante De Gasperi è ben nota, il documento non può più servire ai nemici di Cristo come un’accusa contro il Capo della Cristianità, ma servirà semplicemente a puntualizzare la figura del politicante De Gasperi il quale pur di arrivare al suo scopo non la perdona neppure a Cristo. Del sacrilegio orrendo commesso dal Cattolico De Gasperi siamo ben sicuri: carta canta….” ed ancora faceva seguire altri frasi diffamatorie fra le quali “freddo, spietato, privo di ogni scrupolo, feroce, se occorre, De Gasperi è in questo particolare momento, l’uomo più pericoloso che l’Italia si possa trovare alle costole”.

FATTONel n.4 del periodico Candido settimanale del sabato edito in data 24 gennaio 1954 [ in edicola il 20 gennaio 1954, N.d.R. ], veniva riprodotta, a pagina 21, una lettera datata Roma 19 gennaio 1944 a firma “De Gasperi”, indirizzata al Tenente Colonnello A. D. Bonham Carter presso la Peninsular Base Section in Salerno.

Nella predetta lettera, scritta a macchina su carta intestata dalla Segreteria di Stato di Sua Santità e recante lo stemma Vaticano, venivano richieste “azioni di bombardamento nella zona periferica della città (di Roma) nonché sugli obbiettivi militari segnalati”. Si chiariva più innanzi quanto segue: “Questa azione, che a cuore stretto invochiamo, è la sola che potrà infrangere l’ultima resistenza morale del popolo romano, se particolarmente verrà preso quale obbiettivo l’acquedotto, punto nevralgico vitale”.

Come già si è detto la lettera recava la firma “De Gasperi”. Nella pagina 20 del predetto settimanale era pubblicato articolo del direttore del settimanale stesso, Giovannino Guareschi, nel quale si attribuiva all’On. Alcide Gasperi la lettera di cui innanzi e se ne garantiva l’autenticità attraverso una serie di dichiarazioni (certificazione del notaio Bruno Stamm di Locarno attestante l’autenticità della fotocopia; visto della Pretura di Locarno per l’autentica della firma e del sigillo del predetto notaio; visto della “Cancelleria dello Stato della Repubblica e Cantone Ticino” per l’autentica della firma e del bollo apposti dal sig. Ettore Pedrotta per il Pretore di Locarno; dichiarazione del sig. Umberto Focaccia, Perito calligrafo del Tribunale di Milano, che, raffrontata la firma De Gasperi apposta alla lettera con le fotocopie di autografi sicuramente autentici, la riconosce “in piena coscienza” per autentica; certificato del Notaio Ercole Doninelli di Chiasso attestante l’autenticità della firma apposta dal perito Focaccia nella dichiarazione di cui innanzi). Faceva seguito un commento dove tra l’altro, testualmente, si diceva: “Niente davvero di straordinario: nella storia della Resistenza si può trovare materiale assai più interessante e significativo. Ma, agli effetti della nostra tesi, ha il suo valore. Quando, infatti, definiamo De Gasperi un politicante spietato, non ci basiamo su nostre personali impressioni. E quando diciamo che De Gasperi è uomo che non si ferma davanti a nessuno e a niente, ci basiamo su qualcosa di concreto. Qui, per esempio, vediamo il De Gasperi che, ospite del Vaticano, scrive tranquillamente, su carta intestata della “Segreteria di Stato di Sua Santità” delle lettere contenenti richieste di bombardamenti su Roma! Non è un gesto incosciente e stolto: è un vero e proprio sacrilegio. Non è il semplice gesto di uno che tradisce l’ospitalità, è il gesto nefando di un cattolico che tradisce il Santo Padre. È un foglio di carta da lettera sottratto sì: ma in mano dei nemici della Chiesa avrebbe potuto diventare una potentissima arma di denigrazione. Oggi, che la tattica spietata del politicante De Gasperi è ben nota, il documento non può più servire ai nemici di Cristo come un’accusa contro il Capo della Cristianità, ma servirà semplicemente a puntualizzare la figura del politicante De Gasperi. Il quale, pur di arrivare al suo scopo, non la perdona neppure a Cristo. Del sacrilegio orrendo commesso dal cattolico De Gasperi siamo ben sicuri: carta canta…..”

E più innanzi continuava: “Freddo, spietato, privo di ogni scrupolo, feroce, se occorre, De Gasperi è, in questo particolare momento, l’uomo più pericoloso che l‘Italia passa trovarsi alla costole”.

Nel successivo numero di Candido [ in edicola il 27.01.1954, N.d.R. ] veniva riprodotta un’altra lettera in data 26.1.1944 sempre a firma “De Gasperi”, non dattiloscritta questa, ma autografa, del seguente tenore: “Carissimo, spero di ottenere da Salerno il colpo di grazia. Avrete presto gli aiuti chiesti. Coraggio, avanti sempre, per la santa battaglia, auguri, buon lavoro e fede .” Questa lettera, la cui autenticità, secondo l’articolista, doveva discendere “dalle autentiche e dalla perizia calligrafica” (dichiarazioni simili a quelle riportate in riferimento alla precedente lettera), rappresentava la conferma inequivocabile del documento prodotto la settimana precedente.

In seguito alla pubblicazione di tali lettere con relativo commento, l’On. Alcide De Gasperi, a mezzo del suo procuratore speciale Avv. Prof. Giacomo Delitala , in data 6 febbraio 1954 sporgeva formale querela per il reato di diffamazione a mezzo della stampa contro il signor Giovannino Guareschi, direttore del settimanale Candido.

Si era ritenuto, infatti, “gravemente lesivo dell’onore e della reputazione dell’On. De Gasperi” l’articolo a firma del Guareschi pubblicato nel n. 4 del predetto settimanale.

Dal confronto fra la descrizione fatta dalla Sentenza e quella fatta da Maria Romana De Gasperi risulta che delle due lettere da lei descritte è stata pubblicata da nostro padre su Candido solo quella datata 19 gennaio 1944 mentre non è stata pubblicata quella del 12 gennaio 1944. Questa precisazione è importante perché Maria Romana De Gasperi, nel suo articolo su Avvenire, aggiunge, proprio a proposito di questa lettera:In particolare Vedovato (membro della Commissione per la pubblicazione dei documenti storici,N.d.R.) aveva preso visione della presunta lettera del 12 gennaio 1944 con la segnatura della segreteria di Stato del Vaticano che portava il numero di protocollo 297-4-55, dopo un controllo alla segreteria i numeri di protocollo risultarono assolutamente immaginari e del tutto differenti dal sistema usato dal dicastero pontificio.Va da sé che le sue considerazioni sui numeri di protocollo di questa lettera non pubblicata non hanno nessun valore ai fini della nostra vicenda. Per la cronaca quella lettera è stata solamente citata da De Gasperi negli Atti processuali e nostro padre, nel corso del primo verbale, alla domanda se lui l’avesse mai vista rispose: “Della lettera del 12 gennaio ne sono venuto a conoscenza in seguito ad una pubblicazione fatta dal Corriere della Sera, ma non l’ho mai vista”. Dalla riproduzione dell’unica lettera su carta intestata pubblicata da nostro padre si nota chiaramente che non esiste alcuna segnatura della Segreteria di Stato del Vaticano.

Una considerazione. Quando Antonio Di Pietro su Oggi (29 luglio 1998) scrisse che le famose lettere pubblicate da nostro padre su Candido “vennero considerate false sulla base della parola di De Gasperi”, Maria Romana De Gasperi commentò su Avvenire (1° agosto 1998): “Chi firma l’articolo non ha certo letto gli atti di quel processo o non ha voluto comprenderli”. Alla luce di quanto sopra dubitiamo che Maria Romana De Gasperi abbia letto con attenzione quegli atti.

Concludiamo rilevando un’altra inesattezza nell’articolo di Maria Romana De Gasperi relativa alla famosa perizia richiesta dalla difesa di nostro padre ma non concessa in sede processuale.

Il processo per diffamazione durò tre giorni e Guareschi venne condannato a un anno di carcere. Quando gli avversari chiesero anche una loro perizia calligrafica i giudici non la concessero perché dichiararono con prove inconfutabili quanto fosse falsa l’accusa.Leggendo queste righe sembrerebbe che tra le “prove inconfutabili” cui si sono attenuti i giudici quando hanno negato alla difesa di nostro padre (“gli avversari”) “anche una loro perizia calligrafica” potrebbe esserci stata anche una perizia concessa alla parte lesa e a lei favorevole. Forse questo equivoco nasce dal piazzamento infelice della congiunzione coordinativa “anche” nella frase.

In ogni caso e per togliere qualsiasi equivoco ricordiamo che non fu concesso nessun tipo di perizia né alla parte lesa né alla difesa, come appare dalla Sentenza n. 896 del 15 aprile 1954 del Tribunale Civile di Milano – sezione 3ª nella causa penale contro Giovannino Guareschi (…)

Dalle considerazioni di cui innanzi, anche senza tener conto dei dinieghi della parte lesa [De Gasperi, N.d.R.] che, per aver prestato giuramento, per il nostro sistema processuale, va creduta, appare evidentemente che le lettere riportate sul Candido non possono essere che false.

La chiesta perizia grafica con tutte le incertezze insite in tal genere di perizia, non avrebbe potuto apportare alcun lume anche perché, nella migliore delle ipotesi per l’imputato, una semplice affermazione del perito non avrebbe potuto far diventare credibile e certo, ciò che obiettivamente è risultato impossibile ed inverosimile.

Le perizie perciò non avrebbero detto nulla per quanto riguarda la prova del fatto addebitato all’offeso e sarebbero soltanto servite a procrastinare una decisione che, con gli elementi acquisiti, poteva e doveva già essere presa.

L’unica perizia alle due lettere pubblicate su Candido fu quella effettuata dal perito calligrafo Umberto Focaccia accreditato presso il Tribunale di Milano. La perizia era favorevole all’autenticità delle due lettere, fu citata nella Sentenza ma il Tribunale non ne tenne conto.

Le lettere, la perizia

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(A1)copia fotografica della prima lettera pubblicata da GG sul n. 4 di Candido del 24 gennaio 1954 ( in edicola il 20 gennaio 1954 ) a pagina 21. A pagina 20 dello stesso numero ha pubblico il testo delle dichiarazioni che sono state aggiunte a questa copia per certificarne l’autenticità: la dichiarazione del notaio Bruno Stamm di Locarno che certifica che la copia fotografica corrisponde all’originale in sue mani; le autentiche della firma del notaio; la dichiarazione di autenticità della firma “Degasperi” di Umberto Focaccia, perito calligrafo accreditato presso il Tribunale di Milano, e l’autentica rilasciata dal notaio della firma del perito. In questa riproduzione di Candido si legge solo la prima parte della dichiarazione del notaio Bruno Stamm di Locarno. L’altra parte delle “aggiunte” è visibile nella riproduzione della seconda parte della copia fotografica della lettera che viene qui pubblicata (forse) per la prima volta (A2).

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(B1)copia fotografica della seconda lettera pubblicata da GG sul n. 5 di Candido del 31 gennaio 1954 (in edicola il 27 gennaio 1954) a pagina 20. Nella stessa pagina GG pubblica il testo delle dichiarazioni che sono state aggiunte a questa copia per certificarne l’autenticità: la dichiarazione del notaio Bruno Stamm di Locarno che certifica che la copia fotografica corrisponde all’originale in sue mani; le autentiche della firma del notaio; la dichiarazione che la scrittura del testo e della firma sono autentiche di Degasperi di Umberto Focaccia, perito calligrafo accreditato presso il Tribunale di Milano. La prima parte delle autentiche si possono vedere in (B1) mentre la seconda parte compare a pagina 21 dello stesso numero di Candido nella riproduzione della copia fotografica che qui riportiamo (B2).

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Ricordiamo che gli originali delle due lettere vennero consegnati dal notaio Bruno Stamm al Presidente del Tribunale in sede processuale il 14 aprile 1954.
Maria Romana De Gasperi nella parte finale del suo articolo fa riferimento alla lettera inviata dal padre alla “Procura di Roma dove era stata presentata nell’interesse di Giovanni Guareschi domanda di grazia”. Da questo articolo sono nate un paio di agenzie stampa e il signor Baudo nella puntata di “Novecento” di lunedì 11 giugno 2001 lesse la risposta affermativa di De Gasperi alla Procura di Roma in merito alla concessione di grazia a nostro padre.

Rimandiamo il racconto di quella particolare domanda di grazia e del relativo “perdono” della parte lesa ad agosto-settembre: storie di “grazie e perdoni”

1954: la vicenda del “Ta-pum” (il processo De Gasperi)

LA VICENDA DEL
“TA-PUM del CECCHINO”
narrata basandosi solo su documenti, consultabili nel Centro Studi del Club dei Ventitré

Antefatto: il “caso” Guareschi – Einaudi 1950

Il 18 giugno 1950 GG pubblica su Candido n. 25 una vignetta di Carletto Manzoni dove figurano due file di bottiglie bene allineate recanti, in collage, l’etichetta “Nebiolo – Poderi del Senatore Luigi Einaudi”. Le etichette “fanno da corazzieri” al Presidente della Repubblica Luigi Einaudi, disegnato sul fondo. Un’interrogazione alla Camera dei deputati degli onorevoli Treves (PSI) e Bettiol (DC) convince il sottosegretario alla Giustizia, onorevole Tosato, a concedere l’autorizzazione a procedere. GG Guareschi, direttore responsabile di Candido, e Carletto Manzoni, autore del disegno vengono assolti in prima istanza ma, su ricorso del Procuratore generale della Repubblica, vengono condannati in Appello a 8 mesi per vilipendio a mezzo stampa al Presidente della Repubblica. Non scontano la pena grazie all’applicazione della libertà condizionale.

Cronistoria della “vicenda”del “Ta-pum”

Il 20 e 27 gennaio 1954 GG pubblica su Candido due lettere attribuite a De Gasperi con un duro commento. 

Nei primi giorni di febbraio: De Gasperi querela GG. 

Viene istruito il processo e, dopo due rinvii, il 13 e 14 aprile hanno luogo la seconda e terza udienza del processo e GG, il 15 aprile, viene condannato a dodici mesi per diffamazione. 

Non ricorre in appello e il 26 maggio entra nelle Carceri di San Francesco a Parma e uscirà il 
4 luglio 1955 (409 giorni) in libertà vigilata. 

Il 26 gennaio 1956 termina la libertà vigilata.

Commento

GG, querelato da De Gasperi con ampia facoltà di prova, consegnò al Tribunale le lettere accompagnate da una perizia calligrafica che non venne tenuta in considerazione dal Tribunale. Nel procedimento l’ampia facoltà di prova, in pratica, gli fu negata perché non gli furono concessi né le nuove perizie richieste né l’ascolto di testimoni a suo favore. Sulla base delle testimonianze a favore di De Gasperi, del suo alibi morale e del suo giuramento che le lettere erano false, il Tribunale decise di aver raggiunto la “prova storica” del falso condannando GG a un anno di carcere per diffamazione. La sentenza metteva in evidenza il fatto che, anche nel caso di una perizia grafica favorevole all’imputato, “una semplice affermazione del perito non avrebbe potuto far diventare credibile e certo ciò che obiettivamente è risultato impossibile e inverosimile”. Per questa ragione GG non ricorse in appello e, avendo perso la condizionale nella precedente condanna a otto mesi per vilipendio del Presidente della Repubblica Lugi Einaudi- nonostante fosse stata nel frattempo decretata un’amnistia che riguardava reati ben più gravi – andò in prigione. Non chiese grazie o agevolazioni, non usufruì di condoni e, durante la sua incarcerazione, gli venne assommata la pena della precedente condanna. Scontò in carcere 409 giorni uscendone in forza di legge e grazie alla qualifica di “buono” ottenuta in carcere. Scontò i rimanenti sei mesi in libertà vigilata. 

Coda

Nel 1956, nel corso del processo intentato in contumacia contro Enrico De Toma, il fornitore delle due famose lettere a GG, il Tribunale di Milano affidò a un collegio di tre periti l’esame delle due lettere negato due anni prima a GG. La conclusione dei periti fu che “non esistevano prove tali da stabilire inequivocabilmente la falsità delle lettere”. Il Tribunale incaricò un successivo superperito che dichiarò le lettere “sicuramente false”. La difesa di De Toma impugnò la superperizia e ne chiede una di parte. Sconcertante il responso dei periti della difesa che dichiararono di rilevare “palesi diversità fra dette lettere e quelle pubblicate su Candido”. Il Tribunale non tenne conto di nessuna di queste perizie. Il 17 dicembre 1958 dichiarò estinto per amnistia il reato di falso e assolse De Toma dall’accusa di truffa per insufficienza di prove, con l’ordine di distruggere i documenti.

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La Democrazia Cristiana, uno scudo senza croce: genesi di un declino

di Carlo Di Pietro

“Cosa sta accadendo alla società?”, si sente sempre più spesso dire dagli anziani e dalle persone di buon senso; “che fine ha fatto la Madre e Maestra?” (che è la Chiesa così come Cristo ha insegnato e comandato) ci viene da pensare!

Oggigiorno ammonimenti giusti e santi come quello del card. Caffarra («Siamo giunti a un tale oscuramento della ragione, da pensare che siano le leggi a stabilire la verità delle cose» [1]) fanno letteralmente “gasare” i pochi cattolici rimasti, quando invece quello era lo stesso parlare di Gesù (SI,SI … NO,NO), niente di diverso: è FEDE CATTOLICA.

Presenterò un breve studio, “LA D.C. CONTRO LA CHIESA” (“SCUDO SENZA CROCE” Documentazione a cura del M.S.I. – Supplemento al N. 228 de «Il Secolo d’Italia» del 25-IX-1960) che, quasi profeticamente, disegna con accuratezza e lungimiranza quello che, da lì a poco dopo il Concilio Vaticano II, sarebbe diventata la società italiana e, forse, mondiale; le colpe della politica e l’assopimento della Gerarchia nel condannare eresie e diavolerie.

Politica è statistica, si può quasi dire che è anche “arte matematica”, tuttavia la politica senza alcuni “paletti etici” invalicabili (temi non negoziabili) non può seguire la vittoriosa strada della giustizia e del bene comune ma anzi, come è accaduto, può condurre le società all’autodistruzione, al culto dell’uomo, all’io-dio, alla morte della ragione.

Emerge, quindi, dallo scritto “LA D.C. CONTRO LA CHIESA”, che negli anni a cavallo fra il 1957 ed il 1960 non solo la Chiesa era ancora visibilmente Madre e Maestra, ma si imponeva, con tutta l’autorità che per diritto divino le è propria, anche con i princìpi ed i governati, affinché il loro non fosse operato di pecorelle smarrite, ma di gregge guidato dal buon Pastore.

Leggeremo di un Roncalli e di un Montini totalmente anticomunisti ed antisocialisti, attenti e vigilanti, pronti all’intervento ed all’ammonizione, ma poi? Alla convocazione del Concilio Vaticano II, la maggior parte dei padri immaginavano un Sinodo di condanna, giusta e doverosa, all’eresia comunista, socialista, al marxismo; purtroppo non fu così: si posero le basi per edificare il cattocomunismo da sacrestia, oggi spacciato per Fede Cattolica.

Cosa accadde realmente? Un segreto di Fatima probabilmente mai svelato nella sua autenticità, un cardinale (il conservatore Giuseppe Siri) forse eletto papa e mai riconosciuto; un documento (la Dignitatis Humanae) in contraddizione con la Tradizione apostolica e il Magistero costante della Chiesa; gli Stati non più subordinati al santo insegnamento della Chiesa, come è soggetto il corpo all’anima; un Giovanni XXIII (cf. dossier FBI Cardinal Siri; Nikita Roncalli, controvita di un papa) che probabilmente APRE al modernismo, al comunismo, al marxismo; una scomunica a comunisti ed una ai massoni probabilmente eliminate; un Paolo VI che con dichiarazioni quali “È necessario che a tutti i cittadini e a tutte le comunità religiose venga riconosciuto il diritto alla libertà in materia religiosa. […] Libertà religiosa che deve essere riconosciuta come un diritto a tutti gli uomini e a tutte le comunità e che deve essere sancita nell’ordinamento giuridico” pare estirpare ed offende il Diritto pubblico ecclesiastico, così come lo conosciamo da Papa Gelasio fino a Pio XII; vescovi “pensionati”; cardinali “non elettori” ed infine “papi che si dimettono”.

Cosa accadde realmente?

APRENDO la porta sbagliata (quella LARGA), «attraverso qualche fessura» denunciò Paolo VI «il fumo di Satana è entrato nella Chiesa»; INDEBOLITA la Chiesa, CROLLA la società civile.

Carlo Di Pietro (http://radiospada.org/2013/07/11/scudo-senza-croce-genesi-di-un-declino/)

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24 aprile 1952: in vista delle elezioni amministrative del comune di Roma, Andreotti scrive a Pio XII un appunto che lo convincerà a rinunciare all’«operazione Sturzo» cioè all’idea di un’alleanza elettorale che coinvolgesse anche i neofascisti, in funzione anticomunista.

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SCUDO SENZA CROCE

LA PAROLA DEL PONTEFICE

La documentazione contenuta in questo opuscolo, anche se diffusa in periodo di elezioni, non è di carattere elettorale; non è stata raccolta e pubblicata per indurre i cattolici a votare in questa occasione per un partito piuttosto che per un altro; ma per porre i cattolici di fronte ad una più alta e durevole responsabilità: quella che discende loro da due constatazioni:

1) dopo quindici anni di regime democristiano, la minaccia contro i valori cattolici in Italia si è fatta più pesante che mai;

2) i voti cattolici dati alla DC sono stati utilizzati dalla classe dirigente della DC per tentare di realizzare quella apertura a sinistra che la Chiesa considera e definisce nefasta alla Causa del cattolicesimo.

Dopo di che, noi, cattolici del MSI, non abbiamo null’altro da dire a tutti gli altri cattolici italiani. Li invitiamo a leggere e meditare i documenti che seguono; e soprattutto il primo.

Si tratta di uno scritto dell’attuale Pontefice Giovanni XXIII, quando era ancora il Cardinale Angelo Roncalli, Patriarca di Venezia (vedi: Card. Angelo Roncalli, «Scritti e discorsi», vol. II, pag. 456). Ascoltate:

«Infine, debbo sottolineare con particolare rammarico del mio spirito la constatazione della pertinacia avvertita in alcuno di sostenere ad ogni costo la cosiddetta “apertura a sinistra” contro la posizione netta presa dalle più autorevoli Gerarchie della Chiesa… Anche su questo punto mi è doloroso segnalare che per dei cattolici ancora una volta ci troviamo in faccia ad un errore dottrinale gravissimo e ad una violazione flagrante della cattolica disciplina. L’errore è di parteggiare praticamente, di far comunella con una ideologia, la marxista, che è la negazione del Cristianesimo e le cui applicazioni non possono accoppiarsi coi presupposti del Vangelo di Cristo».

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1° luglio 1949, Congregazione del Sant’Uffizio, “scomunica ai comunisti”

I PUNTI FERMI
dell’«Osservatore Romano»

Il 18 maggio del 1960 (si noti bene: era da poco stato costituito il Governo Tambroni) il giornale ufficiale del Vaticano, l’«Osservatore Romano», ha pubblicato la seguente nota con il titolo «Punti fermi»:

«L’antitesi irriducibile tra sistema marxista e dottrina cristiana è evidente per se stessa, come quella che oppone il materialismo allo spiritualismo, l’ateismo alla fede religiosa. Perciò la Chiesa non può permettere ai fedeli di aderire, favorire o collaborare con quei movimenti che adottano e seguono l’ideologia marxista e le sue applicazioni. Tale adesione o collaborazione porterebbe inevitabilmente a compromettere e sacrificare i principi intangibili della fede e della morale cristiana.

E’ appena il caso qui di richiamare le chiare e ripetute norme date, al riguardo, dalla Suprema Sacra Congregazione del Sant’Uffizio. [2]

E’ spiegabile che gli avversari tentino di rigettare o di aggirare con indegne mistificazioni le norme emanate dalla Chiesa, come è accaduto in recenti episodi, anche per ingannare il popolo cristiano sulle loro manovre e i loro veri obiettivi. Ma è sommamente deplorevole che alcuni, pur professandosi cattolici, non solo osino comportarsi nella condotta politica e sociale in contrasto con la Chiesa, ma si arroghino anche il diritto di sottoporne le norme e i precetti al proprio giudizio di interpretazione e di valutazione, con evidente superficialità e temerarietà.

Nell’ora grave che volge, è urgente fare appello alla coerenza e al senso di disciplina di tutti i cattolici, perché tutti sappiano allinearsi non con le fragili opinioni di maestri improvvisati, ma con il pensiero e le direttive della Gerarchia Ecclesiastica, alla quale soltanto — come già accennammo — è riservato di giudicare se, in una determinata situazione sociale e politica, siano di fatto coinvolti comunque o compromessi i superiori principi di ordine religioso e morale.

A quelle direttive e a quel giudizio, ogni fedele ha il dovere di conformarsi anche nel campo politico: soltanto così sarà sicuro di agire in armonia con la fede che professa e potrà contribuire efficacemente al benessere morale e civile della Patria».

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Amintore Fanfani preso per le orecchie

IL PUNTO DEBOLE di Amintore Fanfani

Dunque, un cattolico non può «aderire, favorire, collaborare» con movimenti marxisti; ed è «deplorevole»che alcuni cattolici «osino comportarsi nella condotta politica e sociale in contrasto con la Chiesa» e si arroghino anche il diritto di «sottoporne le norme e i precetti al proprio giudizio di interpretazione e di valutazione».

Eppure, tutti sanno che da anni l’on. Amintore Fanfani tenacemente, testardamente, persegue un fine dichiarato: quella apertura a sinistra che il Cardinale Roncalli, lo abbiamo visto, tanto duramente condannava.

Ecco, in risposta ai «punti fermi» dell’«Osservatore Romano», il «punto debole» di Amintore Fanfani; attraverso due tra le tante citazioni che dai suoi scritti e discorsi possono essere desunte:

FANFANI REDENTORE: «La presa di coscienza dei compiti nuovi riservati alla DC come capofila delle forze democratiche da posizioni di Governo, chiamate a redimere gli elettori di sinistra dalle lusinghe dell’estremismo, e chiamate altresì a incoraggiare forze organiche di sinistra all’autonomia democratica ci darà la forza di bene operare… Si tratta di allargare a sinistra l’area democratica con il consolidamento di uno Stato democratico, libero ed efficiente». (al Consiglio Nazionale D.C., 26 maggio 1960)

FANFANI SFONDATORE: «La crescita dei consensi allo Stato democratico o si ottiene con lo sfondamento a sinistra in campo elettorale, o si ottiene con il distacco del PSI dal PCI. L’unica cosa a cui non credo è che i consensi allo Stato democratico crescano con combinazioni di destra». (al Congresso di Firenze, ottobre 1959)

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Il vescovo di Brindisi, mons. Margiotta consegna le reliquie di San Lorenzo (da Brindisi) al vescovo di Bari mons. Nicodemo

HA CACCIATO I MERCANTI

L’8 maggio 1960 Monsignor Nicodemo, Arcivescovo di Bari, scacciava dalla processione per San Nicola il Sindaco socialista Papalia e la Giunta social-comunista, dichiarando:

«Pur nel rispetto dovuto agli Amministratori comunali e ali’Autorità di cui sono legittimamente investiti, ritengo doveroso, anche se questo dovere adempio con profondo dolore, fare una precisazione. La partecipazione del Sindaco e di membri della Giunta social-comunista alla Messa in piazza Mercantile e alla processione, non solo non è stata richiesta e non è gradita ma non è ammessa, come fu a suo tempo dichiarato dalla Suprema Sacra Congregazione del Sant’Uffizio, in applicazione del noto decreto del 1. luglio 1949.

Nel caso particolare, ciò è stato fatto sapere al Sindaco in via convenzionale. Il fatto riveste pertanto un carattere di speciale gravità; se non è, almeno può apparire una sfida all’Autorità ecclesiastica. L’Arcivescovo avrebbe dovuto a rigore sospendere la Messa, la processione, rimbarco della Statua. Ma se ciò avesse fatto, avrebbe turbato le feste patronali e avrebbe messo in serio imbarazzo i tutori dell’ordine. Dell’una e dell’altra l’Arcivescovo è debitore al popolo fedele che egli, in qualità di Maestro e di Pastore, deve sottrarre alla perplessità e alla confusione e mettere in guardia contro l’inganno».

Sturzo profetico. «L’attuale polemica tra PCI e PSI è tattica elettorale, mirando ad ottenere per ciascuno dei due partiti, maggiori voti possibili. Dall’altro lato i «basisti» e gli «altisti» DC mostrano fiducia a un Nenni del futuro, sperando di prendere essi in mano la direttiva del partito e potere, al momento buono, marciare verso il Viminale insieme con un Nenni distaccato dai comunisti. Se il distacco avvenisse con il passaggio di Nenni ad una DC sinistrorsa e sinistrata, i due associati dovrebbero fermarsi avanti le barricate comuniste per fraternizzare in nome dell’unità proletaria». (22 viaggio 1958, articolo: «Dovere civico»)

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Stretta di mano fra Moro e Berlinguer

INTRODUCE I MERCANTI

L’on. Aldo Moro, che non è soltanto il segretario nazionale della D.C.. ma è anche il più votato tra i deputati di Bari della D.C., non ha perduto alcuna occasione per dimostrare di non condividere minimamente gli atteggiamenti del Pastore cattolico della sua città.

Moro vuole che il partito socialista collabori con la Democrazia Cristiana; Moro ha fatto dì tale obbiettivo il fine stesso della sua battaglia politica. Lo dimostrano, fra le tante, le due citazioni che seguono:

«A parte le divergenze ideologiche, che pur sono fondamentali, il solo punto da affrontare, nei confronti del PSI, è ora quello relativo alla fedeltà democratica, alla comune appartenenza al metodo della democrazia.

Il PSI, proponendosi una politica nuova caratterizzata dal proprio attivo inserimento per eliminare le insufficienze nel processo di sviluppo democratico del nostro Paese, ha affrontato, anche in risposta agli interrogativi che venivano rivolti da altre formazioni politiche e soprattutto dalla costante impostazione politica della D.C., il problema della sua autonomia…

E’ dovere della Democrazia Cristiana tenere aperto il problema del partito socialista ed esprimere ancora una volta, al di fuori di ogni particolare considerazione ed interesse di partito, l’auspicio che il travaglio del partito socialista, per difficili e lenti che ne siano gli sviluppi, abbia uno sbocco democratico». (al Congresso di Firenze, ottobre 1959)

«Prende atto della buona volontà dimostrata dal partito socialista italiano con la rinuncia ad una opposizione preconcetta e conferma l’interesse della Democrazia Cristiana all’allargamento dell’area democratica, alla separazione dai comunisti del partito socialista, del quale riconosce la funzione democratica». (dal resoconto sommario ufficiale della Camera dei Deputati, 5 agosto 1960)

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Il cardinale Ruffini con papa Pio XII, al secolo Eugenio Pacelli

IL VANGELO DI CRISTO

Il Cardinale Ruffini, Arcivescovo di Palermo e tutti gli Arcivescovi e Vescovi della Sicilia hanno recentemente indirizzato al Clero e al laicato cattolico una lettera in cui tra l’altro si afferma:

«Noi Vescovi di Sicilia, consapevoli della nostra grave responsabilità di Pastori di anime, ci sentiamo ancora una volta in dovere di esortare i fedeli, nostri figli, a diffidare di qualunque tendenza che invita, direttamente o indirettamente, a piegare verso il comunismo e il socialismo, suo alleato.

Tra i pericoli maggiori del momento attuale è da segnalare un linguaggio equivoco, del quale si servono i nemici di Dio e della Chiesa per illudere e possibilmente ingannare i cattolici.

Democrazia, orientamento di sinistra o di destra, libertà… sono vocaboli che hanno per sé un senso buono e assolutamente accettabile; ma vengono invece usati da molti, nei discorsi e nella stampa, per mascherare ideologie e movimenti inconciliabili con la nostra Santa Religione.

Al bando dunque il comunismo e il socialismo marxista, e del pari al bando ogni sistema economico che non conosce praticamente le giuste istanze dei lavoratori. La nostra dottrina è quella dell’Evangelo e se tutti i cattolici ne avessero profonda conoscenza e fossero saldamente uniti per attuarla, senza dar retta in nessuna occasione a falsi profeti che mirano a confonderli o a dividerli, ancora si potrebbe sperare entro breve tempo — almeno per la nostra Patria — il migliore avanzamento nel vivere civile. Del resto una doppia esperienza, abbastanza recente, conferma quanto asseriamo. Ci sono Nazioni che non ammettono il comunismo ed hanno realizzato enormi progressi; mentre qui da noi a nulla è giovato aver dato credito all’appoggio dei materialisti organizzati.

Se il social-comunìsmo è riuscito ad incantare anche persone oneste é perché queste hanno posato lo sguardo su pochi elementi che sono stati strappati al ricco contenuto della Dottrina Cattolica. Si sa peraltro che i comunisti ed i filo-comunisti non smettono mai, una volta giunti al potere, di far guerra alla Religione e di impedire che la Religione si affermi specialmente mediante la scuola, della quale a parole sostengono la libertà, mentre coi fatti la negano alla Chiesa sol che ne abbiano o credano di averne la possibilità».

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Il democristiano Fiorentino Sullo

L’ALLEATO DEL DIAVOLO

Dopo la voce di un Ministro di Dio, ecco la voce di un Ministro di Fanfani, l’on. Fiorentino Sullo:

«Bisogna stabilire l’alleanza tra la cultura cattolica e la cultura laica e marxista, purché, si capisce, abbiano il minimo denominatore della accettazione piena e totale del metodo della libertà e della democrazia.

O la DC si avvia senza timore all’alternativa con tutte le conseguenze, ritentando una qualche alleanza capace di stabilire per cinque o dieci anni una situazione stabile nel nostro paese, oppure si va verso il decadimento del partito.

Si tratta di allargare attraverso il PSI le nostre alleanze, rendendo marginale l’azione della destra conservatrice … Io quindi, pur sottoscrivendo i rilievi per il passato del PSI, non posso fare a meno di rilevare che nulla abbiamo fatto da Trento in poi per aiutare il PSI ad essere autonomo… Al PSI dobbiamo consentire un inserimento dignitoso nella vita del Paese… Sarà possibile creare questa nuova alleanza che, facendo perno sulla DC, e confermando la direzione politica del Paese al nostro partito, dia dignità alla collaborazione del PSI, del PSDI e del PRI come forma di collegamento tra la nostra cultura e le altre culture della sinistra non comunista italiana?». (al Congresso di Firenze – ottobre 1959)

Un monito di Sturzo. «Nenni potrà polemizzare quanto vuole col PCI, ma al momento buono Nenni è e sarà col PCI, specialmente se, attraverso il PCI, potrà ritornare al potere. L’attrazione di partecipare al Governo gli farà cadere le riserve e le attenuazioni del ti vedo e non ti vedo dell’attuale polemica». (7 maggio 1958, articolo: «La scelta e le scelte»)

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Nostro Signore Gesù Cristo, vero Dio e vero Uomo

I PASTORI DELLA CHIESA

IL CARDINALE MONTINI. Il 2 giugno 1960 il Cardinale Giovanni Battista Montini, Arcivescovo di Milano ha inviato una lettera al Clero lombardo nella quale facendo appello alla coerenza di spirito, di parole, di scritto e di azione dei sacerdoti, li esorta ad opporsi alla cosiddetta «apertura a sinistra» che coinvolgerebbe «conseguenze molto gravi nelle anime in ordine alla fede ed alla vita cristiana».

I VESCOVI SARDI. Nel maggio 1960 una notificazione dell’Episcopato Sardo precisa: «Si ricordano ai cattolici le direttive, norme e condanne già ripetutamente elencate dalla Santa Sede nei riguardi del comunismo ateo e di quei raggruppamenti che con esso collaborano. Ciò include in Italia anche il socialismo del PSI, il quale è intimamente connesso al comunismo, sia nella posizione ideologica marxista e materialista, sia nell’azione antireligiosa e anticristiana. Le disposizioni della Santa Sede valgono come ripudio per qualsiasi forma di collaborazione, anche se attenuata e velata sotto ambigue ma sempre pericolose e riprovevoli apparenze».

STURZO CONTRO MAX. «La D.C. orientandosi a sinistra corre il rischio di avallare la politica dei sinistri (fino a Nenni) come la vera, la effettiva, la sostanziale politica sociale (parola anche questa oramai senza senso). Non fa altro che accettare l’interventismo statale in campo economico, unico mezzo con il quale i partiti di sinistra intendono risolvere i problemi di classe.

Tale avallo produce un primo effetto: la dottrina cristiana sociale basata sulla collaborazione delle classi e lo spirito di fraternità tutta cristiana, è messa al secondo posto, se non è dimenticata; mentre la teoria del centro che va verso sinistra indica che il politico cristiano cerca aiuto in Carlo Marx». (14 giugno 1958 – articolo: «L’equivoco: centro-sinistra»)

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Il democristiano Arnaldo Forlani

I COMUNISTELLI DI SACRESTIA

IL FANFANIANO FORLANI. «Siamo convinti che il complesso di inferiorità lo ha chi si rifiuta pregiudizialmente di affrontare il problema del partito socialista. Crediamo che nel processo di sviluppo democratico possano realizzarsi condizioni per le quali altre forze potranno maturare sulla via della libertà». (al Congresso di Firenze, ottobre 1959)

IL BASISTA GRANELLI. «Il giorno in cui si creassero le condizioni nel nostro Paese per riuscire veramente a inserire nella vita dello Stato non qualche vertice, non qualche gruppo isolato, ma quella parte della classe operaia che attorno al partito socialista conduce una battaglia di libertà, in quel momento noi avremo allargato le basi democratiche dello Stato attraverso la via parlamentare, la via democratica sulla quale è fondato il nostro ordinamento costituzionale… Vogliamo una linea politica della DC che prenda nuovamente contatto con i partiti laici, con i partiti democratici, che affronti il problema del socialismo per isolare da una parte le destre conservatrici e dall’altra il comunismo frontista». (al Congresso di Firenze, ottobre 1959)

Parole chiare (e inascoltate) di Sturzo. «Nenni vuole arrivare al governo di alternativa, cioè fronte popolare di origine classista. Chi dice il contrario s’inganna o mente. Noi non possiamo correre né il pericolo di una falsa alleanza che sarebbe capitolazione, né il pericolo di una dittatura di sinistra nella quale un Nenni autonomo farebbe la fine di Masaryk; troppa gloria per uno che non ha saputo far altro che arzigogolare con tutti. Il peggio non sarà per Nenni, ma per coloro che porteranno il Paese sull’orlo della rovina per far piacere alle sinistre di tutti i partiti ». (17 maggio 1958. articolo: «Dal laicismo al comunismo»)

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Santa Casa di Loreto

FEDE IN DIO

Gli Arcivescovi e Vescovi delle Marche, riuniti nel Santuario di Loreto (aprile 1960), dichiarano che:

1) data la comune ideologia, materialista e atea, del comunismo e del socialismo, le condanne pronunciate contro il comunismo valgono altresì contro il socialismo marxista (l’«Osservatore Romano» dell’8 febbraio 1960 rievoca i documenti e gli insegnamenti pontifici in materia);

2) come è deprecabile e condannata la collaborazione dei cattolici con i comunisti, in campo sociale e politico, deprecabile e da condannarsi è anche la collaborazione tra cattolici e socialisti, che condividono le idee marxiste del comunismo;

3) il decreto del Sant’Uffizio del 1 luglio 1949 che condanna l’appartenenza al partito comunista, condanna altresì coloro che aiutano il comunismo cooperando con esso; tale condanna è stata ribadita con il decreto del 4 aprile 1959;

4) la collaborazione dei cattolici con i socialisti in materia amministrativa o di regime politico, tollerata in alcuni Paesi, è spiegabile con le condizioni locali, le quali non hanno riscontro in Italia, per gli atteggiamenti del socialismo marxista italiano.

FRUSTATE DI STURZO. «Appena avute le prime notizie dell’esito elettorale, la solita agenzia delle sinistre DC è venuta fuori a ricantare le possibilità di una intesa con Nenni. Ora è “La Stampa” che sinistreggia e perfino Enrico Mattei che nel “Resto del Carlino” rimpiange l’incauta dichiarazione (di Nenni) sulla indispensabilità della presenza dei comunisti in una maggioranza socialista E’ strano che si dimentichi così presto il certificato di benemerenza dato a Nenni da Mosca, dove l’insinuante romagnolo è preferito al disciplinato Togliatti; e che non sia stata apprezzata nel suo giusto valore la dichiarazione di Nenni fatta proprio nel periodo della polemica con “l’Unità”, ribadendo i suoi legami con il comunismo, nonché le sue vecchie e nuove affermazioni estrose e incoerenti sulla politica internazionale». (31 maggio 1958 articolo: «Responsabilità DC»)

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Benigno Zaccagnini con Aldo Moro

FEDE NEL SOCIALISMO
E PERSINO NEL COMUNISMO

Ecco un passo del discorso pronunciato al Congresso di Firenze della DC dal Ministro Zaccagnini: «Sul piano culturale io credo nella fatalità della evoluzione democratica non soltanto del socialismo ma anche del comunismo. Non credere queste cose significa non credere che la libertà sia un fatto insopprimibile dell’uomo e che non c’è dittatura che possa durare in eterno sopprimendo questa libertà. Naturalmente, ripeto, questo sul piano culturale; ma se quel giorno verrà, è questa la nostra fede, quel giorno il comunismo non sarà più tale, e il socialismo sarà una forma, un aspetto della democrazia».

Sturzo e le «aperture». «Né l’unificazione dei cattolici sotto l’insegna D.C. (e non tutti i cattolici, unificati e non unificati, sono di sinistra), né i motivi della campagna elettorale danno diritto a Fanfani, o daranno diritto al consiglio nazionale D.C. di fare un passo verso sinistra, chiudendo la porta alle giuste, opportune, eque domande di ceti che rappresentano gli interessi e i motivi, anche etici, della conservazione sociale, fra i quali si trovano un gran numero di piccoli e grandi produttori dell’agricoltura dell’industria e del commercio. Piegare a sinistra senza pesi compensatori, vuol dire accettare un riformismo socialistoide, accentuare la statizzazione economica (a parte quella scolastica), sia pure a mezzo di leggi (è tanto facile improvvisare leggi quando i partiti si impongono); continuare nello sperpero del denaro a mezzo di enti pubblici; rendere più acuto il disagio delle classi produttrici e per giunta attenuare la possibilità di investimenti esteri nel nostro Paese». (8 giugno 1958 – articolo «Metodo e prezzo delle alleanze»)

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La cattedrale metropolitana di San Gerlando è il principale luogo di culto cattolico di Agrigento

AGRIGENTO CATTOLICA

Nei giorni 16 e 22 luglio 1960 si è riunito in Agrigento il Comitato Diocesano, presieduto dal Vescovo mons. Francesco Fasola, e composto dal Vicario generale e da tutte le autorità cattoliche della diocesi. Il comitato ha indirizzato all’on. Moro e agli altri dirigenti nazionali della DC il seguente ordine del giorno:

«CONSTATATO che in alcune amministrazioni comunali della provincia di Agrigento, compreso il capoluogo, è stata operata l’apertura a sinistra o si è su un piano di collaborazione della DC con consiglieri del PSI.

CONSTATATO che tale indirizzo della Segreteria Provinciale è in netto contrasto colle direttive date dal nostro Arcivescovo Mons. G. B. Peruzzo nella sua lettera pastorale del febbraio scorso, con le direttive della CEI e degli organi della S. Sede.

CONSTATATO che, malgrado tali chiari ed autorevoli pronunziamenti, i dirigenti locali DC continuano ad insistere nella loro linea politica di collaborazione col PSI senza aver dato alcun segno che faccia anche solo sperare un cambiamento di indirizzo.

SI DOMANDA se, permanendo tali condizioni e perseverando i dirigenti provinciali DC in tale indirizzo, il clero e l’elettorato cattolico, nelle prossime elezioni amministrative, possano collaborare in provincia con la DC.

Il Comitato Diocesano pertanto delibera all’unanimità di domandare a codesta Segreteria Nazionale del Partito DC:

a) quali provvedimenti intenda prendere per la provincia di Agrigento;

b) quali garanzie possa far dare all’elettorato cattolico Agrigentino dai dirigenti locali DC per la linea di condotta politica da seguire in avvenire in ordine ai motivi religiosi dello stesso elettorato.

SUBORDINA alla risposta di codesta Segreteria Nazionale le decisioni da prendere e le direttive da dare in diocesi in assoluta conformità e fedeltà alle direttive della Chiesa.

I membri del Comitato Diocesano danno quindi mandato al CCZ di Agrigento di inoltrare il presente esposto alle Autorità competenti di cui agli indirizzi».

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La lupara

LUPARA DEMOCRISTIANA

L’ordine del giorno pubblicato nella pagina qui a fianco è stato riportato dal giornale della sinistra democristiana — «Politica » — con il titolo ingiurioso: «La lupara ideologica» (ingiuria che è anche troppo facile ritorcere sugli autentici mafiosi politici della DC); e con un commento che tra l’altro dice:

Ci sembra inutile che il Comitato Civico di Agrigento attenda una risposta dall’onorevole Moro, o un provvedimento d’esilio per l’onorevole Raffaello Rubino e per gli altri dirigenti della Democrazia Cristiana di Agrigento. Si ricorda di quel convegno di dirigenti democristiani del centro nord, tenuto a Bologna alcuni mesi addietro? Ebbene, in quella occasione l’onorevole Moro disse che sarebbero state rimosse — per le prossime elezioni amministrative — alcune preclusioni vigenti in passato, ferma restando soltanto la proibizione di stringere alleanze coi comunisti e coi missini. Perché disse cosi? Disse cosi, perché l’onorevole Moro è responsabile del partito oltreché una persona responsabile, e quindi capisce che la democrazia italiana non può assolutamente permettersi il bis di quella rovinosa esperienza che sono state, dal ’50 ad oggi, le Giunte difficili e la pioggia delle gestioni commissariali.

E il gradimento del segretario del partito per la astensione dei socialisti davanti al governo Fanfani non induce alla prudenza?

E la riforma della legge per le elezioni provinciali — che permette ai socialisti la lista in concorrenza coi comunisti, e salva la Democrazia Cristiana dall’imbarcare fascisti e indipendenti di destra — non suggerisce il sospetto che l’onorevole Moro abbia voluto preparare anche uno strumento più duttile di alleanze amministrative, per impedire comunque il ripetersi delle Giunte difficili?

Intendiamoci bene: questo non significa che le alleanze amministrative coi socialisti sono state contrattate in blocco. La riforma della legge elettorale toglie la preclusione verso di loro, ma lascia ai dirigenti locali della Democrazia Cristiana il compito di giudicare essi se esiste le necessità e l’opportunità di questa intesa.

E allora perché il Comitato Civico di Agrigento domanda all’onorevole Moro una risposta che é già implicita nelle scelte politiche del segretario del partito?

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Pio XII impone la berretta cardinalizia a Giuseppe Siri

LA CHIESA CONTRO IL SOCIALCOMUNISMO

Nell’ultimo anno pastorali e notificazioni di condanna del comunismo, socialismo e laicismo sono state diffuse dal Cardinale Ernesto Ruffini, Arcivescovo di Palermo, e dal Cardinale Giovanni Battista Montini, Arcivescovo di Milano, dagli Arcivescovi S. E. Domenico Picchinenna, S. E. Augusto Bertazzoni, S. E. Giacomo Palombella, S. E. Demetrio Moscato, S. E. Paolo Botto, S. E. Sebastiano Fragoi, S. E. Angelo Mazzotti, S. E. Guido Luigi Bentivoglio, S. E. Angelo Paino, S. E. Francesco Carpino, S. E. Ettore Baranzini, S. E. Enrico Niccodemo, S. E. Agostino Mancinelli, S. E. Andrea Cesarano, S. E. Natale Mosconi, S. E. Egidio Bignamini, S. E. Giuseppe D’Avack, S. E. Norberto Perini, S. E. Anacleto Cazzaniga e S. E. Angelo Rossini; e dai Vescovi S. E. Paolo Carta, S. E. Antonio Pirotto, S. E. Virgilio Dondeo, S. E. Pasquale Venezia, S. E. Mario Di Lieto, S. E. Gioacchino Pedicini, S. E. Alberto Carinci, S. E. Renato Luisi, S. E. Oddo Bernacchia, S. E. Domenico Vendola, S. E. Francesco Orlando, S. E. Costantino Caminada, S. E. Felice Leonardo, S. E. Pio Crivellari, S. E. Stanislao Battistelli, S. E. Antonio Poma, S. E. Giuseppe Angrisani, 3. E. Vincenzo Del Signore, S. E. Giovanbattista Pardini, S. E. Domenico Brizi, S. E. Emilio Baroncelli, S. E. Ferdinando Longinotti, S. E. Silvio Cassulo, S. E. Vincenzo Radicioni, S. E. Raffaele Campelli, S. E. Amedeo Polidori, s. E. Antonio Bergamaschi, S. E. Luigi Carlo Borromeo, S. E. Giovanni Capobianco, S. E. Umberto Ravetta, S. E. Giuseppe Maria Balatucci, S. E. Alfredo Vozzi, S. E. Domenico Petroni, S. E. Antonio Rosario Mennonna, S. E. Cristoforo Domenico Carullo, S. E. Secondo Taglaibue, S. E. Raffaele Delle Nocche, S. E. Felicissimo Stefano Tinivella, S. E. Fortunato Zoppas, S. E. Guido Casullo, S. E. Federico Pezzullo, S. E. Biagio D’Agostino, S. E. Giovanni Pirastru, S. E. Giuseppe Melas, S. E. Lorenzo Basoli, S. E. Antonio Tedde, S. E. Adolfo Ciuchini, S. E. Carlo Re, S. E. Francesco Spanedda, S. E. Francesco Cogoni, S. E. Salvatore Russo, S. E. Bernardino Salvatore Re, S. E. Clemente Gaddi, S. E. Giuseppe Pullara, S. E. Giovanni Battista Perazzo, S. E. Francesco Monaco, S. E. Emilio Cagnoni, S. E. Gioacchino Di Leo, S. E. Corrado Mingo, S. E. Pietro Capizzi, S. E. Angelo Calabretta, S. E. Antonio Catarella, S. E. Francesco Pennesi, S. E. Albino Luciani, S. E. Corrado Ursi.

dall’ARCHIVIO STORICO fam. DI PIETRO
LA D.C. CONTRO LA CHIESA” – “SCUDO SENZA CROCE” Documentazione a cura del M.S.I. – Supplemento al N. 228 de «Il Secolo d’Italia» del 25-IX-1960

pubblicazione a cura di Carlo Di Pietro (http://radiospada.org/2013/07/11/scudo-senza-croce-genesi-di-un-declino/)

Note:

[1] http://www.tempi.it/caffarra-siamo-giunti-a-un-tale-oscuramento-della-ragione-da-pensare-che-siano-le-leggi-a-stabilire-la-verita-delle-cose#.Ud7v7EE70TU
[2] http://nullapossiamocontrolaverita.blogspot.it/2010/08/la-congregazione-del-santuffizio-e-la.html