Chi non muore per i propri mali commessi; chi non rinuncia all’orgoglio di quelle che ritiene le sue opere buone; chi non riconosce l’ipocrisia di certe pratiche religiose disgiunte dalla vita e non ne prova disgusto; chi non abbandona le sicurezze che gli derivano dal fatto di aver sempre detto di sì a parole salvo poi non eseguirle nei fatti, non sperimenterà mai la gioia di sentirsi salvato — come “i pubblicani e le prostitute” — dall’amore gratuito del Padre.

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Pochi sanno perchè Gesù salvò la prostituta: ebbene per tanto aver amato ma senza mai prendere un soldo. Era prostituta nel corpo ma non nell’animo. Era alla ricerca della Verità, inquieta nell’anima, finchè cadendo non incontra i piedi di Gesù. E’ lì che esclama: “chi è senza peccato, scagli la prima pietra”. Ed uno ad uno, partendo dal più anziano se ne andarono. La Maddalena da quel momento amerà un solo Uomo, Dio fattosi carne! Eppure non è la sola che Gesù perdona:

E, voltatosi verso la donna, disse a Simone: «Vedi questa donna? Io sono entrato in casa tua, e tu non mi hai dato dell’acqua per i piedi; ma lei mi ha rigato i piedi di lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. Tu non mi hai dato un bacio; ma lei, da quando sono entrato, non ha smesso di baciarmi i piedi. Tu non mi hai versato l’olio sul capo; ma lei mi ha cosparso di profumo i piedi. Perciò, io ti dico: i suoi molti peccati le sono perdonati, perché ha molto amato; ma colui a cui poco è perdonato, poco ama» (Luca 7,44-47)

E Gesù a loro: «Io vi dico in verità: I pubblicani e le prostitute entrano prima di voi nel regno di Dio»(Matteo 21,31)

Già, i pubblicani. I pubblicani più noti nel Vangelo sono Matteo e Zaccheo. San Zaccheo il pubblicano

Il Vangelo secondo Luca ci presenta la figura di Zaccheo (19,1-10). Arrivando Gesù a Gerico, Zaccheo desidera vederlo. Essendo piccolo di statura pensa bene di salire su un sicomoro. Quando Gesù giunge sotto l’albero si ferma e dice:

« Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua »   (Luca 19,5)

« Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto. »   (Luca 19,8)

Zaccheo lo accoglie in casa e si converte, promettendo a Gesù:

« Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto. »    (Luca 19,8)

Non sono solo gli occhi di Zaccheo che non gli permettono di vedere il Signore, tra le righe del Vangelo scorgiamo anche un impedimento spirituale. Luca ci dice che ostinatamente “cercava di vedere quale fosse Gesù”. Zaccheo non solo vuole distinguerlo dai discepoli ma è interessato a capire che tipo di persona si celi dietro quel personaggio. Zaccheo è presentato come un uomo in ricerca, fermo nella sua volontà di capire, disposto a giocarsi la reputazione fino ad arrampicarsi su un albero di sicomoro pur di arrivare al suo intento.

Questo racconto evangelico permette di scoprire un nuovo lato del carattere di Gesù che in questa circostanza usa l’ironia senza offendere la persona. Il figlio di Dio, vedendo Zaccheo appollaiato sull’albero, prova sia compassione sia gioia per una scena tanto ridicola. In questo episodio si nota l’immediata realizzazione della missione di Gesù, il dono della salvezza offerto a chi cerca con cuore sincero. Rimanere sempre aperti a cogliere Dio nel presente, percepire Dio nelle persone e nelle cose: è questo il giusto modo per camminare al seguito del Maestro. Il piccolo uomo Zaccheo invita a innalzarsi, a salire almeno sopra un sicomoro. È esempio di non rassegnazione, chiede di non utilizzare i limiti di ciascun uomo come scusa al disimpegno, alla mancanza di ricerca. Zaccheo sceglie quel sicomoro perché sa che Gesù deve passare di lì, ed ha la pazienza di aspettare.

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MATTEO PUBBLICANO DIVENTA APOSTOLO

Gesù, passando, vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte e gli disse:  “Seguimi”:  Ed egli si alzò e lo seguì.

Mentre Gesù sedeva a mensa in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con lui e con i discepoli.  Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli:  “Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?”.  Gesù li udì e disse:  “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati.  Andate dunque e imparate che cosa significhi:  Misericordia io voglio e non sacrificio.  Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori” (Mt 9,9ss).

L’evangelista Matteo racconta il suo primo incontro con Gesù e la sua prodigiosa conversione.

Scrive Matteo: “Gesù, passando, vide un uomo chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte e gli disse: Seguimi. Ed egli si alzò e lo seguì”.

Il mestiere di Matteo era quello di pubblicano e peccatore. Matteo era peccatore di professione perché il suo mestiere era connesso con molte ingiustizie, prepotenze, violenze…

I pubblicani (o esattori di imposte) erano arbitri indisturbati delle somme di denaro da estorcere al popolo. Lo stato dava loro ogni potere pur di assicurarsi la somma di denaro stabilita per il proprio erario.

I pubblicani avevano un cuore metallico come le monete che raccoglievano ogni giorno. Erano prepotenti, temuti e odiati da tutti. Nessuno poteva opporsi loro.  Nel loro cuore non c’era spazio per la pietà. Quanti poveri, afflitti, umili… erano oppressi senza alcun riguardo. I pubblicani succhiavano loro anche il sangue e li abbandonavano sul lastrico. Lo scopo della loro vita era solo quello di portare a casa ogni giorno una somma considerevole di denaro. L’avarizia distruggeva ogni senso umano o religioso e lasciava nell’animo quella amara “esecranda sete di denaro” o (come dicevano allora) “auri sacra fames”.

In questo ambiente infame si rende presente Gesù, si ferma in mezzo a uomini empi e crudeli colui che era pieno di amore e di bontà fino a dare la vita per noi. Entra fra di loro e si siede a mensa con grande scandalo degli uomini devoti…, i farisei. I farisei erano coloro che sempre e dovunque si credevano giusti, puliti, onesti e criticavano tutti e perfino Dio. Erano i peggiori esseri perché professavano una religiosità senza pietà, senza comprensione.  Una simile religiosità non può essere gradita al Dio di bontà infinita.

Se Gesù non fosse entrato in quel luogo infame non avrebbe portato tanti alla salvezza. Matteo, l’uomo che non aveva mai avuto compassione per nessuno, ora si lascia attrarre come un cagnolino dal padrone. In un attimo lascia il denaro, vecchio padrone che lo tiranneggiava, e si fa servo di Cristo, di colui che era l’ amico dei poveri e dei deboli e dei derelitti.

Bastò una parola di Gesù per causare il grande miracolo della conversione: Gesù disse: Seguimi. E Matteo lo seguì! Questo miracolo è molto più potente di quello compiuto sul lebbroso:  Se vuoi puoi guarirmi. Lo voglio, guarisci.  Subito la lebbra sparì. Miracolo più forte che calmare il mare in tempesta.

Chi mai può smuovere l’animo dell’uomo? Alcune volte neanche Dio. L’uomo si ostina contro Dio e va nell’inferno. Dio non può opporsi alla volontà umana libera.

Che cosa avvenne nell’animo di Matteo quando Gesù gli si avvicinò e lo guardò negli occhi? In quel posto, dietro quei mucchi di denaro, Matteo non aveva mai visto uno sguardo come quello di Gesù, di un Dio fatto uomo, di un Dio che ama anche i peccatori e per essi è capace di dare la vita.

Un uomo seduto al banco delle imposte era il centro verso cui convergevano rabbia e odio mortale…  In quella bolgia di inferno entra Gesù e cambia tutto.  Cambia anche il cuore di Matteo. Come fece? Che cosa fece?

In un istante gli trasformò il cuore. Dall’avarizia schiavizzante passò alla libertà dei figli di Dio. Allora Gesù divenne il suo supremo interesse, al di sopra della famiglia e del lavoro, che lo teneva soggetto. Matteo lasciò casa, famiglia e mestiere per seguire il Maestro ormai diventato il suo unico e supremo amore.

C’è gente oggi che non pensa ad altro che al denaro? Anche loro possono diventare amici intimi di Gesù, se lo incontrano, se si lasciano guardare negli occhi, se lo riconoscono come l’unico grande amico del cuore.

Gesù passava: egli è venuto in questo mondo per incontrare ogni persona, anche noi, ora, attraverso la lettura del brano evangelico.  Tutti lo possiamo incontrare.  Non sempre riusciamo a capire l’importanza di quel momento di grazia.

Gesù è l’Inviato di Dio per cercare e condurre alla casa paterna tutta l’umanità dispersa, ogni persona umana.  Per questo si è fatto uomo, uomo visibile che si muove e guarda; mentre guarda gli altri, gli altri devono guardare lui negli occhi.

Che cosa avverrebbe oggi se si mettesse a servizio dei poveri e dei sofferenti il più temuto boss della mafia o un trafficante di prostitute o un grande spacciatore di droga che semina rovine e incassa somme straordinarie di denaro seminando rovine di vite umane e di famiglie?

Sono convinto che in paradiso vedremo tante facce strane che non avremmo mai immaginato capaci di toccare la soglia del tempio.  Gesù ci insegna che quelle facce sono le nostre, di ciascuno di noi senza eccezione. Solo Gesù e la Madonna sono innocenti.  Tutti gli altri siamo peccatori e incapaci di salvarci, ma Gesù ci salva gratis se lo amiamo nei fratelli e siamo umili con tutti.

Guai a dire: Io non faccio peccati! E’ la frase più bugiarda che possa esistere, la più pericolosa, perché ci esclude dalla salvezza di Cristo. Dice infatti Gesù: Io non sono venuto per i “giusti” (tra virgolette), ma per i peccatori. Coloro che si definiscono da sé “giusti” vengono esclusi dalla salvezza cristiana.  Gesù non può salvare quei falsi giusti perché sono incapaci di pentirsi, pur essendo peccatori come tutti. Sono gli unici e i soli inconvertibili. Per ogni peccato c’è perdono, ma non esiste perdono per chi non riconosce le proprie colpe, accusa gli altri e quindi non ricorre a Gesù, unico Salvatore del mondo.

Il Vangelo oggi ci invita a lasciarci guardare da Gesù, toccare nel cuore e cambiare da peccatori a santi e suoi veri discepoli, anzi apostoli e missionari del Vangelo.

Un uomo chiamato Matteo!

L’evangelista, il santo apostolo ci invita a convertirci al cuore di Gesù. E dice a noi: Ero io quell’uomo peccatore, quel cuore metallico… E la grazia divina ha compiuto miracoli. Li compie per tutti, ma non per i superbi, per coloro che puntano il dito contro gli altri anziché battersi il petto.

Che grande miracolo è la confessione! E la comunione…

Il Vangelo in questa pagina parla di confessione e di comunione.

Nella confessione si riversa tutta la passione dolorosa di Gesù e la forza della sua risurrezione per trasformare i nostri cuori da peccatori e nemici di Dio in santi e suoi intimi. Questo fa il sacramento della confessione. Non lo trascurate.  Preparatevi sempre con impegno riflettendo sul potere divino che Gesù ha lasciato nelle mani del sacerdote e sulla passione dolorosissima che egli subì per noi, per ottenerci il perdono dei peccati e sulla necessità indispensabile di riconoscere i propri peccati e di detestarli sinceramente. Sono le condizioni richieste per una buona confessione.

Tutti i peccati possono essere perdonati, tutti i peccatori possono diventare santi.  Perché per tutti Dio si è fatto uomo, è venuto vicino a noi, può essere incontrato da chiunque si avvicina al sacerdote.

Alla conversione segue la festa del perdono. Dice il Vangelo: “Molti pubblicani e peccatori si misero a tavola con Gesù e con i discepoli”. I discepoli di Gesù si riconoscono peccatori perdonati dall’infinita bontà di Cristo e istruiti sulla necessità di riconoscere in tutti la possibilità del perdono e di divenire intimi e amici di Gesù, seduti con lui a mensa nel regno di Dio.

Gesù ci invita a mensa, cioè alla comunione. Questo vuol dire il Vangelo con le parole: Gesù sedeva a mensa e molti pubblicani e peccatori, ormai pentiti e redenti, si misero a tavola con lui e con i discepoli. Erano diventati discepoli di Gesù, avevano lasciato il brutto mestiere del denaro facile e peccaminoso.

La comunione ossia il banchetto con Gesù esiste anche oggi. Tutti sono chiamati anche i più grandi peccatori. Tutti siamo peccatori e tutti possiamo diventare santi. Gesù ci invita e ci prega a non lasciarci attirare dal mestiere del fariseismo peggiore di quello dei pubblicani. Matteo si convertì, ma non c’è speranza di salvezza per i farisei che giudicano gli altri e non convertono se stessi.

Dice infatti Gesù:  Io sono venuto per salvare quelli che si dicono “giusti” mentre vi dico sempre che uno solo è Giusto, Dio e la sua immacolata Madre.  Chi dice di non aver peccati è peggiore di tutti i peccatori perché è peccatore ed è inconvertibile.

Il Vangelo di oggi ci invita a incontrare Gesù ogni giorno nell’umile riconoscimento quotidiano di essere peccatori, nella ricerca giornaliera dei peccati, difetti, deviazioni per rendere la nostra esistenza meno pesante ai nostri fratelli che vivono con noi.

Dobbiamo ricorrere a Gesù continuamente per essere purificati e per vivere tra fratelli come amici che si perdonano ogni giorno e fanno festaDobbiamo evitare il male peggiore di ogni altro, quello del fariseismo risorgente in ogni gruppo di preghiera o di vita impegnata.  Mai metterci a giudicare il prossimo e lo stesso Gesù che perdona e fa festa con i peccatori perché si lasciano purificare: senza di lui non c’è possibilità di perdono o di virtù o di santità.

Chi fa il mestiere del fariseo è il peggiore di tutti gli uomini esistenti. Per tutti c’è perdono, per loro no perché si considerano senza peccati e disprezzano gli altri. Non vedono peccati in se stessi perché hanno gli occhi sempre fissi sui difetti altrui e non hanno tempo per riflettere sui propri. Vivono sempre critici, arrabbiati, infelici, sgraditi a Dio e agli uomini. Non fanno parte dei discepoli di Gesù che ha detto chiaramente di non essere venuto per loro che già si considerano santi, ma sono senza Gesù, senza Dio e senza paradiso.

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Gli esattori e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio

Matteo  21, 28-32

[28]In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. [29]Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. [30]Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. [31]Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?>>. Risposero: <<Il primo>>.

E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani (cioè gli esattori) e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. [32]Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

I capi religiosi sono furibondi contro Gesù perché Gesù ha dichiarato che il tempio (di Gerusalemme) è un covo di ladri dando implicitamente a loro dei “banditi”. Allora si scagliano contro Gesù e chiedono con quale autorità Gesù faccia questo. E Gesù non risponde.

Gesù dice: “Prima ditemi voi con che autorità esercitava Giovanni il Battista. Veniva il suo insegnamento dal cielo”, cioè da Dio, “o dagli uomini?”.

E le autorità non rispondono. Non rispondono perché tutto il comportamento delle autorità religiose è in base al loro unico Dio, che è la convenienza. Tutto quello che fanno è per la loro convenienza.

Ed è in base alla loro convenienza che ragionano. Se diciamo che “il suo insegnamento veniva dal cielo”, allora diranno “E perché non gli avete creduto?” Quindi confessano di non aver creduto all’inviato da Dio. Se diciamo “dalla terra”, la gente pensa che Giovanni è un profeta e quindi noi ci rimettiamo. Quindi non rispondono.

Allora è ad essi che Gesù rivolge questa parabola di Matteo, cap. 21,28-32.

Quindi quello che Gesù dice è rivolto alle massime autorità religiose. “«Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli, si rivolse al primo e disse: ‘Figlio… ‘» “

Il termine greco adoperato dall’evangelista è pieno di tenerezza. Potremmo tradurlo meglio con “figliolino mio”. E’ lo stesso verbo da cui nasce la parola “partorire”, e quindi è un verbo di grande tenerezza materna. “«’Oggi vai a lavorare nella vigna’»”, la vigna si sa è immagine del popolo di Israele. “«Egli rispose: ‘Non ne ho voglia’, ma poi si pentì e vi andò»”.

Quindi c’è un primo figlio che risponde di no all’invito del Signore, ma poi si pente. “«Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: ‘Sì signore’»”. Mai fidarsi di quelli che dicono Sì Signore! Questo secondo non ha un rapporto con il padre, non ha detto “Sì padre”, dice “Sì signore”. Lui è un signore al quale obbedire.

“«Ma non vi andò»”. Nelle parole di Gesù c’è l’eco della denuncia ripresa dallo stesso Gesù del profeta Isaia: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me”. “Si, Signore”, ma non hanno nessuna intenzione di collaborare all’azione di questo signore al quale si rivolgono con tanto ossequio. E Gesù aveva detto: “Non chi  dice Signore Signore …” Quindi queste persone si sa già che sono escluse dalla realtà di Dio.

E Gesù allora chiede alle autorità religiose, “«Quale dei due ha compiuto la volontà del padre?»” Ecco che appare il termine “Padre”. Sarebbe stato meglio che anche questa volta fossero stati zitti, che non avessero risposto. Invece rispondono. “«Risposero: ‘il primo’»”.

“E Gesù disse loro: «In verità…»” Quindi è un’affermazione solenne, importante, “«Io vi dico …»” E Gesù contrappone ai sommi sacerdoti anziani, i primi della società, gli intimi di Dio, pubblicani e prostitute, gli ultimi della società, gli esclusi da Dio.

“«Pubblicani e prostitute vi passano avanti»”. La costruzione del verbo greco , tradotto con “passare avanti”, non indica precedenza, cioè vi passano avanti e poi voi venite, ma indica esclusione, cioè vi hanno preso il posto.

Quelli che voi pensate siano responsabili del ritardo del regno di Dio, loro ci sono già e voi siete rimasti fuori. E Gesù conclude: “«Giovanni»”, ecco che ritorna l’argomento del Battista, “«infatti venne a voi sulla via della giustizia e non gli avete creduto»”.

Mai le autorità religiose crederanno ad un inviato da Dio. Mai! Sono completamente refrattarie agli annunci divini. Sono completamente sordi alla parola del Signore. “«I pubblicani e le prostitute»”, cioè le categorie considerate da Dio, quelle per le quali si credeva fosse ritardato il regno, “invece gli hanno creduto”.

“«Voi al contrario avete visto queste cose ma poi non vi siete nemmeno pentiti»”. Ecco tre volte nel vangelo di Matteo appare il verbo “pentire”. Qui nella parabola del figlio che si pente, nel caso di Giuda il traditore che si pente, ma le autorità no. Le autorità non si pentiranno mai. Si è pentito Giuda, ma le autorità non si pentiranno mai, perché quello che determina il loro comportamento è la convenienza, l’unico Dio nel quale essi credono.

Non hanno altra divinità alla quale rispondere. L’evangelista ci fa comprendere che le autorità religiose sono completamente refrattarie alla buona notizia di Gesù perché dovrebbero perdere il loro potere, i loro privilegi e il loro prestigio. E la buona notizia di Gesù è un invito ad essere espressione dell’amore che si fa servizio per gli uomini.

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I pubblicani e le prostitute vi passeranno avanti nel Regno di Dio
don Romeo Maggioni

XXVI Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (29/09/2002)
Vangelo: Mt 21,28-32

Capita a volte, di fronte a qualcuno che ci delude, di pensare: basta, questo non cambia più! O anche davanti alle proprie difficoltà, trovarci a dire: non ce la farò mai!

Il vangelo di oggi è una provocazione e una speranza. Al di là della facciata, sembra dirci Gesù, c’è sempre un cuore e una risorsa di rinnovamento; e magari proprio là dove meno lo si aspetta! Dio non mette il cappello in testa a uno con un giudizio definitivo: crede alla conversione, anzi la stimola e l’aiuta. Quanti non hanno risposto pienamente a Dio – e tra questi ci siamo certamente anche noi -, possono ancora cambiare e convertirsi. Questo è il senso globale della parabola dei due figli. Ma vediamola nei particolari.

1) DECIDERSI CON LA FEDE

Immediatamente appare che la salvezza non è questione di buoni sentimenti o propositi, ma di concreta decisione vitale, che passa ai fatti. In questo senso Gesù aveva già detto: “Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli” (Mt 7,21). “Figlioli, non amiamoci a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità” (1Gv 3,18).

“Chi dei due – conclude Gesù riferendosi ai due figli – ha compiuto la volontà del padre? – Dicono: l’ultimo”. Ed ecco la verifica polemica di Gesù: Allora non siete voi ad essere salvi, signori farisei, che dite e non fate, ma i pubblicani (come Matteo, quello delle tasse) e le prostitute (del tipo di Maria Maddalena) che sono pronti a dire di sì all’invito del Regno e a convertirsi.

“In verità vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio”. Io ho incontrato uomini giusti e praticanti – sembra dire Gesù -, ufficialmente cercatori di Dio, e mi hanno rifiutato; ho incontrato uomini di strada, peccatori e prostitute, e mi hanno accolto!

Più precisamente, il fare qui è inteso come decidersi per Cristo, convertirsi alla nuova giustizia del regno di Dio preannunciata già da Giovanni Battista e rappresentata poi dalla persona di Gesù. “E’ venuto a voi Giovanni nella via della giustizia e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, pur avendo visto queste cose, non vi siete nemmeno pentiti per credergli”.

Il punto è “credergli”, andare nella vigna, partecipare alla novità messianica. Questa è l’opera prima da fare: credere in Gesù Cristo! “Questa infatti è la volontà del Padre mio, che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna” (Gv 6,40). Il punto cruciale sta nel pentirsi. “Pur avendo visto queste cose, non vi siete pentiti per credergli“: questo ha bloccato i farisei. Mentre il secondo figlio, “PENTITOSI, ci andò” nella vigna! Se uno è convinto di possedere già la verità, di essere già a posto con Dio – come erano questi farisei – non ha certo pensiero di convertirsi alla novità di Cristo.

Spesso il perbenismo borghese che noi viviamo è una corazza che ci difende da ogni stimolo spirituale, ci narcotizza e assonna la coscienza, e a volte ci fa giudici persino di Cristo e del vangelo perché ci sembra troppo provocatorio e scomodante! Il Signore vuole posizioni chiare, non compromessi. E’ scritto nell’Apocalisse: “Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo e caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca” (Ap 3,15-16). Anche a noi capita di costatare che i convertiti che vengono dall’altra sponda ci scavalchino poi in fervore e santità!

2) DECIDERSI CON LA PROPRIA LIBERTA’

La salvezza allora dipende dal nostro deciderci, dalla nostra libertà, dai nostri atti. “Se il giusto si allontana dalla giustizia – dice oggi la prima lettura -, per commettere l’iniquità, e a causa di questa muore, egli muore appunto per l’iniquità che ha commessa”. Ma la nostra è una libertà “discorsiva”, capace ogni momento di riscattarsi, di cambiare, di pentirsi.

Se il giusto desiste dall’ingiustizia che ha commessa e agisce con giustizia e rettitudine, egli fa vivere se stesso. Ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli certo vivrà e non morirà”. Sono i singoli atti di bene che allenano e preparano alla scelta definitiva di bene per Dio; come sono le singole scelte di male che gradualmente trasformano la nostra umanità in qualcosa di sempre più coinvolto nella materia e nel male fino a rendercene schiavi per sempre. L’atto libero d’ognuno “trasnatura” la nostra qualità di uomini, e la determina per l’eternità.

Niente è definitivamente determinato nella nostra vita: anche l’ultimo sì a Dio può essere detto in croce come il buon ladrone. Ma è certo che quest’ultimo sì è il risultato di precedenti sì, di cui rimane come il risultato e la somma finale. Si muore come si vive! Per questo è indispensabile moltiplicare i sì verso Dio, e imitare Gesù, il quale “non fu sì o no, ma in lui c’è stato il sì” (2Cor 1,19).

E nella sua missione di condivisione con noi non guardò limiti, ma “spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Sec. lettura). Un sì a Dio che lo ha coinvolto totalmente per tutta la vita fino alla morte. E’ appunto detto: “Figlio, va’ OGGI a lavorare nella vigna”. Il nostro destino eterno si decide oggi, e non a parole, ma a fatti. Pensiamo a quanti sono così presuntuosi ancora nel dire di sé: Io sono credente, ma non praticante! Quasi a voler giudicare e snobbare l’invito preciso di Gesù e della sua Chiesa. La strada della salvezza è un sentiero ben tracciato da seguire – quello che passa dalla mediazione di Cristo -, e quindi l’obbedienza passa anche dalla accettazione degli strumenti e delle intermediazioni da Lui volute.

Va oggi a lavorare nella mia… Chiesa“, dovremmo allora tradurre l’invito di Gesù. Obbedire alla Chiesa, amare e lavorare dentro e per la Chiesa locale è certamente la formula sicura della nostra salvezza eterna.

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Lavorare nella vigna è questione di salvezza. Domenica scorsa dicevamo che tale salvezza, per fortuna, non dipende dal nostro lavoro, perché è un dono gratuito di Dio al di là dei nostri meriti. Oggi è sottolineata però la nostra parte di decisione e di lavoro, almeno come condizione. Dio ha voluto scommettere sulla nostra libertà, affidare il suo sogno nelle nostre fragili mani. Forse ha rischiato troppo,… guardando dal nostro punto di vista! Ma la salvezza ha un prezzo, l’amore. “Che sarebbe una salvezza che non fosse libera? Quando si sa cosa significa essere amato da uomini liberi – dice il Signore -, tanti schiavi prosternati non mi dicono nulla. Essere amato liberamente non ha peso, non ha prezzo” (Ch. Péguy).

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Vangelo è “notizia di riscatto” anche per le prostitute

XXVI Domenica del tempo ordinario

Ezechiele 18,25-28, Filippesi 2, 1-11; Matteo 21, 28-32

Le prostitute vi precederanno nel regno dei cieli

“Un uomo aveva due figli; rivoltosi al primo disse: Figlio, va’ oggi a lavorare nella vigna. Ed egli rispose: Sì, signore; ma non andò. Rivoltosi al secondo, gli disse lo stesso. Ed egli rispose: Non ne ho voglia; ma poi, pentitosi, ci andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre? Dicono: L’ultimo”.

Il figlio della parabola che dice sì e fa no rappresenta coloro che conoscevano Dio e seguivano la sua legge, ma poi all’atto pratico, quando si è trattato di accogliere Cristo che era “il fine della legge”, si sono tirati indietro. Il figlio che dice no e fa sì rappresenta coloro che un tempo vivevano fuori della Legge e della volontà di Dio, ma poi, davanti a Gesù, si sono ravveduti e hanno accolto il Vangelo. Di qui la conclusione che Gesù tira davanti ai “principi dei sacerdoti e anziani del popolo”: “In verità vi dico: I pubblicani e le prostitute vi passeranno avanti nel regno di Dio”.

Nessun detto di Cristo è stato più manipolato di questo. Si è finito per creare a volte una specie di aura evangelica intorno alla categoria delle prostitute, idealizzandole e opponendole ai cosiddetti benpensanti, che sarebbero tutti, indistintamente, scribi e farisei ipocriti. La letteratura è piena di prostitute “buone”. Basti pensare alla Traviata di Verdi, o alla mite Sonia di Delitto e castigo di Dostoevskij!

Ma questo è un terribile fraintendimento. Gesù fa un caso limite, come per dire: “Perfino le prostitute -che è tutto dire- vi precederanno nel regno di Dio”. La prostituzione è vista in tutta la sua serietà e presa come termine di paragone per stabilire la gravità del peccato di chi rifiuta ostinatamente la verità.

Non ci si rende conto, oltre tutto, che idealizzando la categoria delle prostitute, si viene a idealizzare anche quella dei pubblicani che sempre l’accompagna nel Vangelo, cioè degli strozzini. Se Gesù accosta tra loro queste due categorie non è, del resto, senza un motivo; gli uni e le altre hanno posto il denaro al di sopra di tutto nella vita.

Sarebbe tragico se quella parola del Vangelo rendesse i cristiani meno attenti a combattere il fenomeno degradante della prostituzione, che ha assunto oggi proporzioni così allarmanti nelle nostre città. Gesù aveva troppo rispetto per la donna per non soffrire, lui per primo, per quello che essa diventa, quando si riduce in questo stato. Ciò per cui egli apprezza la prostituta non è la sua maniera di vivere, ma la sua capacità di cambiare e di mettere a servizio del bene la propria capacità di amare. Come la Maddalena che, convertitasi, seguì Cristo fin sotto la croce e divenne la prima testimone della risurrezione (supposto che fosse una di esse).

Quello che a Gesù preme inculcare con quella sua parola, lo dice chiaramente alla fine: i pubblicani e le prostitute si sono convertite alla predicazione di Giovanni Battista; i principi dei sacerdoti e gli anziani no. Il Vangelo non ci spinge dunque a promuovere campagne moralistiche contro le prostitute, ma neppure a scherzare con il fenomeno, quasi fosse una cosa da nulla.

Oggi, tra l’altro, la prostituzione si presenta sotto una forma nuova che riesce a far soldi a palate, senza neppure correre i tremendi rischi che sempre hanno corso le povere donne condannate alla strada. Questa forma consiste nel vendere il proprio corpo, rimanendo tranquille dietro una macchina fotografica o una telecamera, sotto la luce dei riflettori. Quello che la donna fa quando si presta alla pornografia e a certi eccessi della pubblicità è un vendere il proprio corpo per gli sguardi, anziché per il contatto. È prostituzione bell’e e buona, e peggiore di quella tradizionale, perché si impone pubblicamente e non rispetta la libertà e i sentimenti della gente.

Ma fatta questa doverosa denuncia, tradiremmo lo spirito del Vangelo se non mettessimo anche in luce la speranza che quella parola di Cristo offre alle donne che per le circostanze più diverse della vita (spesso per disperazione), si sono ritrovate sulla strada, vittime il più delle volte di sfruttatori senza scrupoli. Il Vangelo è “vangelo”, cioè buona notizia, notizia di riscatto, di speranza, anche per le prostitute. Anzi forse prima di tutto per esse. Gesù ha voluto che fosse così.

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IL VESCOVO “BERGOGLIO”, PROFANA IL GIOVEDI’ SANTO LAVANDO I PIEDI A DEI DELINQUENTI ED A UNA MUSSULMANA…

giovedì 28 marzo 2013
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Papa Francesco ha dato personalmente la comunione ai fedeli per la prima volta da quando è diventato Papa. Lo ha fatto durante la Messa “in Coena Domini” celebrata nel carcere minorile di Casal del Marmo a Roma. A riferirlo è il direttore della sala stampa vaticana, Padre Federico Lombardi, che ha incontrato i giornalisti al termine della Messa e della visita del Pontefice.

Lombardi ha quindi specificato che alla Messa erano presenti fra le 100 e le 150 persone, tra cui i 49 detenuti, tutti ragazzi tra i 14 e i 21 anni, molti stranieri, i volontari che li assistono quotidianamente e il personale del carcere. Raccontando la celebrazione, Lombardi ha aggiunto: “È stata molto semplice e molto rapida, come fa sempre il Papa. “Il Pontefice – ha proseguito Lombardi – ha ringraziato tutti, in particolare i giovani e li ha incoraggiati a non farsi rubare la speranza”. “Il Papa ha quindi baciato e abbracciato tutti i giovani dando loro un piccolo dono pasquale”.

“Perchè sei venuto qui?”, ha chiesto a Papa Francesco uno dei ragazzi detenuti. Risposta: “Perchè è qualcosa che mi è venuta dal cuore”. È uno dei momenti più commoventi della visita del Papa avvenuta questo pomeriggio al carcere minorile di Casal del Marmo. Padre Federico Lombardi ha aggiunto: “È un pomeriggio per tutti noi molto emozionante e ce lo porteremo veramente nel cuore”. “Il Santo Padre aveva desiderato celebrare la Messa del giovedì Santo in un luogo significativo per la carità, per l’esercizio dell’amore e del servizio e ha quindi deciso di venire qui”.​

“Era molto appropriato che ci fossero anche dei musulmani e delle ragazze”. Così, ancora, il direttore della sala stampa vaticana ha risposto a chi gli chiedeva se fosse stato giusto coinvolgere anche dei giovani musulmani nella celebrazione della Messa del giovedì Santo di Papa Francesco, nel carcere minorile di Casal del Marmo. “Il cappellano – ha proseguito Lombardi – ci aveva detto che tutte le attività all’interno del carcere vengono svolte tutti insieme, maschi e femmine, di tutte le religioni. Il Papa ha quindi ritenuto normale che alla Messa partecipassero tutti e che alla lavanda dei piedi fossero coinvolte anche delle ragazze”. Lombardi ha infine ricordato che Bergoglio “lavava i piedi anche a Buenos Aires e oggi ha quindi continuato una usanza che osservava già in passato”.

“Papa Francesco si è inginocchiato 6 volte per lavare baciare e i piedi dei ragazzi, che erano seduti due per volta. È stato un gesto commovente e impegnativo, un meraviglioso atto di servizio”. Così padre Lombardi ha commentato il rito della lavanda dei piedi compiuto dal Pontefice nella Cappella del carcere minorile. In proposito Lombardi ha anche sottolineato che “il Papa lo ha fatto agevolmente, nonostante i 76 anni di età. Da parte loro – ha aggiunto – anche i ragazzi apparivano commossi”. “C’erano un paio di musulmani e anche due ragazze. A Francesco hanno donato, ha detto, un crocifisso in legno e un inginocchiatoio, sempre in legno, realizzato da loro stessi nel laboratorio artigianale del carcere”. ​

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Postiamo anche il pertinente commento di Baronio su questo sconcertante personaggio, Bergoglio, “venuto da lontano” che ha annunciato al povero Marini “che il tempo delle carenvalate era finito”…

Orgoglio

Dinanzi al Santissimo Sacramento Bergoglio non genuflette in adorazione: si adducono problemi fisici. Ma per farsi benedire da eretici o per baciare i piedi di galeotti e galeotte – nemmeno cristiani – egli piega il ginocchio, dinanzi alle telecamere che pure si era detto che non sarebbero state ammesse alla funzione.
Abbiamo la conferma – l’ennesima – del tratto istrionico di questo personaggio inquietante, del suo facile pauperismo, della demagogia dei suoi gesti, della vacuità delle sue omelie. Profana l’Eucaristia, demolisce il Papato, umilia il Sacerdozio, tradisce il mandato apostolico, ammicca alla Sinagoga e alle sette e prepara, nella speciosa umiltà della sua dimora, le nuove norme che devasteranno ulteriormente la Chiesa di Cristo. Si erge con eretico orgoglio a riformatore, pronto ad usare quell’autorità che a parole disprezza ma che tiene saldamente in pugno, per imporre a forza la propria volontà ai dissenzienti. Rinunzia alle insegne di Vicario di Cristo, ma allude con enfasi all’ephod del Sommo Sacerdote dell’antica legge, e presto lo indosserà enfaticamente.
I suoi estimatori di oggi sono gli stessi che ieri denigravano ed oltraggiavano Benedetto XVI: indice di significative affinità.
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Mt 21,28-32: “I pubblicani e le prostitute vi precederanno nel regno di Dio”

Pubblicato da on 14 set 2008

Chi mi legge sa di me alcune cose, una delle quali è che ormai da molti molti anni non sono più cattolica e neanche cristiana. Può perciò sorprendere che io usi frasi tratte dal vangelo. In effetti, visto il mio interesse verso le religioni, questo fatto è tutt’altro che strano.

Conosco il vangelo come la mia borsetta, ne conosco brani a memoria e ne apprezzo tutt’ora molte cose. Ne ricavo, com’è intuibile, una saggezza molto diversa da quella legata all’interpretazione canonica della chiesa cattolica.

La frase che riporto nel titolo mi piace, mi è sempre piaciuta moltissimo. Gesù la rivolse ai farisei durante una delle tante diatribe dialettiche che ha caratterizzato la sua predicazione.

Ma andiamo con ordine.

In medio oriente praticamente da sempre esiste (o è esistita) l’usanza di confrontarsi e scontrarsi sui temi più vari, di farlo in pubblico un po’ come una partita a scacchi: vince il più bravo dialetticamente, che spesso è anche la persona che è in grado di usare meglio l’iperbole come figura retorica prevalente, le esagerazioni infatti sono tipiche dell’oratoria mediorientale.

Noi siamo abituati a considerare i farisei come “i cattivi”, per via del fatto che molto spesso son stati coloro che più di chiunque altro hanno attaccato Gesù, al punto che per noi ormai la parola “fariseo” è diventata sinonima di “ipocrita”. Il movimento farisaico però non è nato così, è stato un movimento riformatore che si proponeva di riportare il valore delle sacre scritture in modo purista, finendo però poi abbastanza rapidamente per scivolare nell’attaccamento alla lettera del testo scritto senza alcuna possibilità di interpretazione. Gesù ha combattuto proprio questo modo di leggere le scritture, ritenendo che così si perdesse il significato umano delle leggi divine.

I pubblicani erano gli esattori delle tasse, odiati dagli ebrei in quanto esigevano i dazi per Roma e in quanto contravvenivano alle leggi mosaiche che proibiscono agli ebrei di prestare soldi ad usura (pare strano, ma fra le tante leggi presenti nella bibbia c’è anche questa…)

Le prostitute… Sempre secondo le leggi bibliche non ci sarebbero dovute essere prostitute fra le figlie di Israele e qualora ci fosse una donna che svolgeva questo mestiere, essa sarebbe dovuta essere messa a morte per lapidazione. La bibbia in questo è molto esplicita.

Il movimento farisaico cercava di riportare l’applicazione letterale della bibbia, per quanto fosse possibile ad una nazione dominata da Roma, nella convinzione che la volontà di Dio fosse eterna e immutabile, scritta una volta per tutte in quelle leggi, in modo del tutto indipendente dal caso singolo e da ogni possibile modifica legata al cambiamento della società. Praticamente è ciò che poi è successo con la chiesa cattolica. La chiesa cattolica impone e ha imposto nell’arco di secoli (e in questi due millenni) una grande rigidità nel corpus disciplinare legato al comportamento umano.

Ci siamo abbeverati di questo, nel tempo lo abbiamo combattuto o lo abbiamo assecondato, passando nelle varie epoche storiche dall’una all’altra posizione.

Ho vissuto, in gioventù, il periodo in cui in linea di massima lo si combatteva e mi trovo attualmente a vivere quello in cui, molto ipocritamente, ci si attacca alla lettera delle parole delle sacre scritture (o presunte tali) giocando con le parole stesse in modo da includere o escludere dalle definizioni quanto può essere più comodo.

Arrivo al punto. La legge della Carfagna. Ebbene si, alla fine ne parlo anch’io, come al solito ne parlo partendo da Adamo ed Eva (giacché sono in vena di esegesi biblica mi pare l’espressione più corretta).

Quale ipocrisia può spingere un parlamentare a occuparsi in modo così superficiale e punitivo della prostituzione da strada? Non posso non paragonare la Carfagna e coloro che hanno votato questa legge disumana ai farisei dell’epoca di Gesù, quelli che si attaccano alle parole per svuotarne il significato, quelli che si auspicavano il ritorno alla lapidazione pubblica. Quelli che Gesù apostrofava come “sepolcri imbiancati”, belli di fuori ma il cui interno è costituito da cadaveri in decomposizione.

Nessun peccato viene considerato più grave, da parte di Gesù, dell’ipocrisia. Lui odiava gli ipocriti e odiava le persone perfette. Stava con le prostitute e i pubblicani, ascoltava gli uni e le altre, li conosceva. E non credo, nonostante tutto, che abbia usato quelle parole in modo iperbolico.

La prostituzione è peccato, la prostituzione è reato. Ma quale prostituzione? Quella delle ragazze scaraventate ai bordi delle strade, spesso sfruttate e maltrattate, coloro per le quali la vita è già stata abbondantemente punitiva. Tutte le innumerevoli forme di prostituzione largamente diffuse nella nostra società di MERDA invece sono lecite, buone e giuste. Tutti i fenomeni di leccaculismo, tutte le forme di tradimento dei propri ideali, tutte le forme di incoerenza volontaria e in malafede, usata allo scopo di ottenere denaro, potere, tutto questo è la forma più schifosa e abbietta di prostituzione che non verrà mai punita ma che costituisce il vero, gravissimo pericolo per la nostra società, per noi stessi singolarmente.

Vengono punite le ragazze di strada e i loro clienti, puniti per aver usato il sesso come merce di scambio in modo esplicito ed economico, in modo chiaro e inequivocabile, in modo pubblico e aperto. In una parola: SENZA IPOCRISIE.

Sono queste prostitute che, qualora dovesse esserci un “regno dei Cieli” si troverebbero a passare molto ma molto prima di chiunque altro, perché qualunque peccato possano mai aver commesso sicuramente non avrebbero commesso quello dell’ipocrisia.

Sono profondamente disgustata e ogni giorno che passa sto vergognandomi sempre di più di essere italiana. E questo per me costituisce una grande sofferenza perché io ho sempre amato il mio Paese.

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