8 aprile 2013

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/07/acqua-in-bottiglia-business-da-2-miliardi-allanno-alle-regioni-solo-briciole/552328/

La denuncia viene da un rapporto di Legambiente, secondo cui agli enti pubblici va solo l’1% del giro d’affari dei privati. Colpa di concessioni vecchie e sbilanciate a favore dei privati. Casi limite in Puglia, Liguria, Campania e Basilicata. Il Lazio, invece, ha adottato il triplo canone

di Lorenzo Vendemiale

L’acqua in bottiglia è sempre più un affare per le aziende che operano sul territorio italiano. Ma solo per loro. Allo Stato, infatti, non restano che poche gocce, neanche l’1% di tutti questi soldi. La denuncia viene da  Legambiente e Altreconomia, e dal dossier Acque in bottiglia, un’imbarazzante storia italiana”. La sua massiccia produzione (oltre 12 miliardi di litri all’anno) ha un impatto ambientale quantificabile nel consumo di 6 miliardi di bottiglie di plastica e 456mila tonnellate di petrolio, nonché nell’emissione nell’atmosfera di 1,2 milioni di anidride carbonica. Acqua preziosa per le industrie, acqua però svenduta dall’Italia. Ci sono Regioni, come ad esempio la Puglia e la Liguria, che incassano davvero spiccioli dalle concessioni: 20mila euro nel primo caso, addirittura 3mila euro nel secondo. “Eppure parliamo di un bene che viene preso dal suolo pubblico e imbottigliato. E’ chiaro che le aziende hanno delle spese relative ai macchinari, ai trasporti, al personale. Ma ciò non giustifica una simile sproporzione nella distribuzione dei ricavi”, afferma Giorgio Zampetti, responsabile scientifico di Legambiente.

La colpa, però, non è dei privati, ma delle Regioni che adottano canoni troppo vantaggiosi per le società, prevedendo un criterio in funzione degli  ettari sfruttati e non dei litri imbottigliati; o fissando tariffe più basse del dovuto. Il Lazio, infatti, è l’unica Regione che adotta il triplo canone, ovvero quello stabilito dalla Conferenza delle Regioni nel 2006, e che prevede una tariffa da 1€ a 2,5€ per metro cubo di acqua imbottigliata, da 0,5€ a 2€ per metro cubo di acqua emunta e 30€ per ettaro di superficie concessa. Ci sono comunque altre Regioni virtuose: 9 in particolare (Trentino Alto-Adige, Lombardia, Veneto, Toscana, Umbria, Marche) che prevedono un doppio canone, secondo le linee guida nazionali. Ma nel resto d’Italia queste direttive sono disattese. E ciò si traduce in un regalo’ di svariate decine di milioni di euro alle industrie. Addirittura 70 milioni di euro ogni anno, secondo il calcolo di Legambiente (che però ipotizza un canone molto alto, di 10€ per metro cubo). Ma anche fermandosi ad una più realistica cifra di 2,3€ a metro cubo (quella applicata dal Lazio), sono almeno 15 i milioni di euro a cui rinunciano le amministrazioni locali. Nella classifica stilata da Legambiente la Provincia autonoma di Bolzano, la Liguria, l’Emilia-Romagna, il Molise, la Puglia e la Sardegna (che prevedono solo il canone in funzione degli ettari concessi) sono bocciate senza appello. Ma è in Campania, Basilicata e Piemonte, tra i maggiori produttori in Italia, che si registrano i differenziali massimi tra quanto incassato attualmente e quanto si potrebbe incassare con tariffe più eque: addirittura 3 milioni di euro ogni anno in Campania, dove un miliardo e mezzo di litri d’acqua vengono pagati solo 30 centesimi al metro cubo; tariffa che sale (si fa per dire) a 60 centesimi in Basilicata e 75 centesimi in Piemonte.
“E’ una situazione illogica sotto tanti punti di vista”, sostiene Zampetti: “Innanzitutto a livello di competitività: è assurdo che ci siano tali discrepanze fra un territorio e l’altro, bisognerebbe uniformare il mercato. Adeguare i canoni di concessione tutelerebbe la dignità di un bene prezioso come l’acqua. E porterebbe nelle casse delle amministrazioni locali risorse importanti, di cui ci sarebbe grande bisogno in un momento economico così delicato. Ma nessuno fa nulla da anni. Davvero non riusciamo a capire il perché”.
Una spiegazione prova a fornirla Giancarlo Chiavazzo, responsabile scientifico di Legambiente Campania: “L’acqua in bottiglia è l’altra faccia della medaglia dell’acqua del rubinetto che non viene utilizzata. Le responsabilità sono tutte della classe dirigente: non si è mai fatto nulla per rendere più competitiva e appetibile dal punto di vista percettivo l’acqua corrente. Così si è agevolata l’esplosione di questa bolla dell’acqua in bottiglia. E nel frattempo, in questo settore effimero e poco sostenibile dal punto di vista ambientale, dove guadagnano solo i privati, si è creata occupazioneche adesso non si può più andare a toccare”. Lo dimostra il caso di una Regione ‘virtuosa’ come il Veneto, esosa nei confronti delle aziende ma solo sulla carta: qui, nel triennio 2013-2015 (come già tra il 2010-2012), il canone di 3€ al metro cubo è stato dimezzato “in considerazione del protrarsi delle condizioni di crisi e dell’esigenza di garantire la difesa dei livelli occupazionali”.
E una conferma importante arriva anche da Marcello Pittella, assessore alle Attività produttive della Regione Basilicata: “Siamo pienamente consapevoli del problema: la Basilicata, come altre Regioni, svende la propria acqua. Ma possiamo farci ben poco: forse in passato alcune grandi aziende hanno speculato, ma adesso tutte le industrie del comparto sono in crisi, almeno da noi. In questa congiuntura economica alzare i canoni significherebbe mandare in mobilità centinaia, se non migliaia di lavoratori. Per altro, quello che incasseremmo dalle concessioni saremmo costretti a spenderlo in cassa integrazione. Ora come ora non ci sono alternative a mantenere gli attuali canoni, che sono molto bassi. In futuro, se ci sarà uno spiraglio per farlo, non escludiamo di aumentarli. L’errore c’è, ma è stato fatto in passato a livello nazionale”, conclude Pittella. “E’ la storia del nostro Paese, purtroppo: descriveremmo la fisionomia di un’Italia diversa e migliore, se potessimo tornare indietro e non commettere gli stessi sbagli”.

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Una scelta ideologica da imporre ai paesi in crisi

La Commissione europea sta deliberatamente promuovendo la privatizzazione dei servizi idrici come una delle condizioni imposte per le economie a rischio di insolvenza del debito e che ricevono l'”aiuto” del fondo europeo di stabilità.

Dopo averlo scritto all’Italia nella lettera “segreta” della BCE, la direzione generale del Commissario agli affari economici e monetari Oli Rehn lo ha scritto chiaramente in una lettera aperta dello scorso settembre che riguardava il ruolo della Commissione europea nell’imposizione della privatizzazione attraverso la Troika (Commissione, BCE, FMI) in Grecia, Portogallo ed altri paesi.

Scrive la Commissione “la privatizzazione di aziende pubbliche contribuisce a ridurre il debito pubblico…inoltre ha il potenziale di incrementare l’efficienza dell’azienda e, per estensione, la competitività dell’economia… La Commissione crede che la privatizzazione delle public utilities, incluse le aziende idriche, possa portare benefici alla società, quando fatta con attenzione. A questo fine, la privatizzazione dovrà essere fatta una volta che sia stato preparato un appropriato quadro di regole che eviti l’abuso da parte di monopoli privati… La Commissione controllerà che i processi di privatizzazione delle aziende idriche garantiscano il pieno accesso all’acqua per tutti i cittadini”.

In Portogallo le condizioni della Troika includono la privatizzazione della azienda pubblica Aguas do Portugal. Per la Grecia il pacchetto di condizioni della Troika include una lunga lista di aziende pubbliche da privatizzare, tra cui le aziende idriche di Atene e Salonicco (che è attualmente in attivo ed è un contribuente importante del bilancio della città).

Questo nonostante il Trattato (art 345) e la direttiva servizi (art.17.1) impongano alla Commissione la neutralità sulla questione delle proprietà delle reti idriche e nonostante le evidenze che dimostrano il fallimento della gestione privata dell’acqua (come ha dimostrato la recente esperienza di Parigi)1.

Una importante ricerca, nel 2010, su tutti i casi di privatizzazione del settore idrico ha dimostrato che non vi è stata nessuna riduzione dei costi del servizio attribuibile alla privatizzazione. 2

Una decisione ideologica, non basata sui fatti e che disprezza la volontà popolare.

Il Parlamento europeo ha chiesto alla Commissione di chiarire la contraddizione tra le raccomandazioni della Troika e la neutralità che deve avere la Commissione stessa.

Oltretutto la Commissione, sino ad oggi, si è rifiutata di implementare la Risoluzione delle Nazioni Unite del luglio 2010 così come il protocollo sui servizi di interesse generale del Trattato europeo.

Per questo motivo il successo dell’ICE, l’iniziativa dei cittadini europei, sull’acqua  è ancora più importante e decisivo. Un milione di firme diranno con chiarezza che l’acqua non può essere sottoposta alle regole del mercato interno e che deve essere esclusa dai processi di liberalizzazione e di privatizzazione.

1Vedi http://www.remunicipalisation.org e “Remunicipalisation: Putting water back into public hands“, Pigeon M., MacDonald D., Hoedeman O., Kishimoto S., TNI/CEO/MSP, March 2012.
2Bel, Germà , Xavier Fageda and Mildred E. Warner 2010. “Is Private Production of Public Services Cheaper than Public Production? A meta-regression analysis of solid waste and water services,” Journal of Policy Analysis and Management, 29(3): 553-577


 (1.49 MB)Il libro sulla rimunicipalizzazioni (in inglese) (1.49 MB)

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IL SIGNIFICATO DEI REFERENDUM PER LA POLITICA ITALIANA

Posted on 17 giugno 2011

di Iglis Restani

Vi  sono vari aspetti da considerare sul voto ai 4 referendum del 12/13 giugno. Alcuni di questi sono sicuramente positivi. Innanzitutto l’affluenza al voto, erano 16 anni che i referendum non raggiungevano il quorum infatti . Il fatto che il referendum, pur essendo in Italia soltanto abrogativo, si sia riconfermato come una possibilità per i cittadini di intervenire sulla politica , è sicuramente positivo . Non altrettanto si può dire per le proposte di legge di iniziativa popolare di cui nessuna, nella storia parlamentare, è stata poi tradotta in legge dello stato.

Si è detto che il numero raggiunto dei votanti ha superato di 8 milioni la somma degli elettori del centro-sinistra schierato per il sì e che quindi una buona fetta dell’elettorato di centro-destra ha espresso la sua stanchezza ed il suo malumore verso il governo. Ma il fatto nuovo che ha inciso sull’esito del referendum è stata la larga partecipazione al voto dei giovani. Molti di questi hanno visto nel SI’ il modo di dire di non sentirsi rappresentati dalla politica del governo e di non trovare da parte della politica risposte alle proprie esigenze , in particolare il lavoro.

Che ci sia un risveglio, una attenzione da parte dei giovani sulle vicende politiche del paese è un altro aspetto positivo e importante per gli anni a venire.

Sui contenuti dei quesiti referendari non vi è stato un sufficiente dibattito che abbia permesso ai cittadini una comprensione piena dei problemi, i referendum sono stati indubbiamente politicizzati a scapito della chiarezza. La responsabilità di questo è da addebitare in primo luogo al governo che aveva varato le leggi abrogate. Tralasciamo la questione del legittimo impedimento ricordando che l’abolizione dell’immunità parlamentare dopo il processo ai partiti per tangenti nei primi anni 90 ha lasciato aperto il problema della tutela ai parlamentari eletti durante il loro mandato. Sul nucleare sappiamo che esiste una giusta preoccupazione dei cittadini sulla sicurezza delle centrali specie dopo gli incidenti e di Chernobyl nel 1987 e di Fukushima quest’anno. Deve essere tenuto presente anche che esiste una tradizione culturale nel paese non propriamente favorevole alla scienza tanto da considerarla a lungo nel secolo scorso inferiore alle materie umanistiche . Sui servizi pubblici , perchè la legge Ronchi abrogata non si riferiva solo all’erogazione ed alla gestione dell’acqua ma anche ad altri servizi pubblici tranne l’energia e le farmacie , sappiamo che accanto alla volontà di grandi gruppi di entrare nel business dell’acqua esistono anche consolidati interessi attorno alle aziende municipalizzate in cui tutti i partiti hanno la loro fetta.

Su questi temi particolarmente sentiti dalla popolazione era necessario , e lo è ancora oggi , una discussione con con gli enti locali, con i comitati dei cittadini, con la cittadinanza nel suo insieme. Il governo Berlusconi, come già detto in precedente articolo, non ha fatto niente di tutto questo.

. Dopo la sonora sconfitta ricevuta dal governo i problemi dell’energia e dei servizi pubblici restano però ancora da affrontare e risolvere , ovviamente esistono anche altri problemi ma intanto affrontiamo questi.

Energia elettrica. Il fabbisogno energetico dell’Italia è composto da un 13% di carbone,52% di gas,9% petrolio,26% rinnovabili cui si aggiunge un altro 10% di energia nucleare acquistata dalla Francia per sopperire agli aumenti di richiesta di energia elettrica. La media dei paesi dell’Unione Europea è 27% carbone,23 % gas, 3% petrolio,28% nucleare,19 % rinnovabili ( dati tratti da Il Sole-24 ore del 14/06 ) . Più di metà del nostro fabbisogno di energia elettrica dipende dal gas che importiamo soprattutto da Algeria , Russia e Libia. La non costruzione delle 4 centrali elettronucleari richiederà una spinta nello sfruttamento delle altre forme di energia ed è prevedibile un maggior ricorso almeno nei prossimi anni all’utilizzo del gas . Si presentano già da oggi due questioni. L’Italia si è imbarcata in una guerra neocoloniale in Libia da cui importiamo buona parte del gas. Non solo occorre lottare per il ritiro dell’Italia perchè venga sconfitta la politica di aggressione che impedisce una collaborazione pacifica tra i popoli , ma evidentemente perchè è in una politica di cooperazione che si sviluppano gli scambi economici e quindi anche l’importazione del gas. La seconda questione è che per migliorare gli approvvigionamenti e la trasformazione del gas occorrono rigassificatori, fatti nel modo giusto , regione per regione . I promotori dei referendum sono favorevoli ai rigassificatori ? E’ evidente che occorre un piano energetico nazionale che risponda alle esigenze del paese, cosa che il governo non ha fatto finora e su cui

i partiti di opposizione non hanno finora avanzato proposte , il PD ad esempio si è accodato all’ultimo momento ai referendum. Nello stesso tempo la questione energetica deve trovare una linea condivisa a livello europeo :Non è ammissibile infatti che continuino ad essere in funzione in Europa e specialmente in Francia che ha più di 50 centrali, centrali elettronucleari obsolete che possono causare gravi danni alle popolazioni Il fabbisogno di energia e la sicurezza devono essere temi di interesse comune in Europa e con regole accettate da tutti. Questo deve valere anche per l’ENEL ed altre aziende italiane che hanno intenzione di andare in Romania o in altri paesi dell’ Est: che tipo di centrali intendono costruire in quei paesi e con quali tecnologie e in base a quali accordi intergovernativi ?

Il piano energetico nazionale deve , in base alle indicazioni del voto dei cittadini, privilegiare sicuramente le fonti rinnovabili e il nostro paese deve superare il gap tecnologico con altri paesi europei. Sarebbe però un errore abbandonare la ricerca per arrivare a produrre energia dall’atomo con una tecnologia superiore all’attuale e sicura perchè anche l’energia che si può trarre dall’atomo deve essere scientificamente considerata tale.

Questione dell’acqua ovvero servizio idrico. E’ sotto agli occhi di tutti la situazione in alcuni casi scandalosa, con la gente che va a prendere l’acqua con il secchio, che il servizio idrico attuale , a parte alcuni casi come Milano ed altre zone della Lombardia , ha perdite di acqua attorno almeno al 40% e una disparit,à di tariffe tra regione e regione che va dai110 euro per 200 metrocubi all’anno a Milano ai 282 di Palermo e ai 427 di Parma (Il Corriere della Sera del 15 giugno pag.12 ).

Occorrono almeno 60 miliardi per i prossimi anni per rimodernare gli impianti e già l’associazione dei comuni italiani ha fatto richiesta al governo per avere finanziamenti per gli investimenti necessari, richiesta che , considerando la situazione delle casse pubbliche, comporterebbe

l’ingresso dei capitali privati di cui fra l’altro parla la proposta di legge depositata nel novembre scorso dal PD. Se è vero che la legge abrogata dava troppo spazio ai privati nella gestione dell’acqua e apriva alla privatizzazione dell’intero settore è altrettanto vero che la sua abrogazione non risolve affatto al questione di fondo . Qual’è la questione di fondo ? E’ che l’acqua , come altri servizi, è gestita in gran parte da società municipalizzate, gestite dai partiti, di cui quelle controllate al 100% dagli enti locali non sono sottomesse a gare e in cui .Non solo, la legge abrogata prevedeva che un sindaco o un amministratore locale , anche dopo le dimissioni o la non

rielezione , doveva aspettare 3 anni per poter entrare nei consigli di amministrazione delle società municipalizzate , adesso potranno tranquillamente farlo, nella logica della spartizione delle poltrone .Stiamo parlando di circa 11000 posti tra comuni e province più altri 7000 nei consorzi e tutti con stipendi non certo da metalmeccanici. L’errore in cui parte dei firmatari del referendum incorre è di

pensare che pubblico significhi di per sé gestito dai cittadini , quando sappiamo che pubblico in Italia significa spartizione della torta tra i partiti.

Per questi motivi è importante e necessario che i comitati che già esistevano in alcune parti d’Italia per la difesa dell’acqua come bene pubblico e per un costo contenuto della bolletta , nonché gli altri comitati creati negli ultimi tempi mantengano la loro attività . Gli intrallazzi tra le varie municipalizzate e i gruppi privati devono essere individuati. Gli alti costi della “casta” dei partiti che si sono impadroniti della cosa pubblica devono essere abbattuti. Gli investimenti necessari a dare acqua pulita e a prezzi equi e uniformi su tutto il territorio nazionale devono essere fatti con gare pubbliche e sottoposti al vaglio della cittadinanza e dei comitati con appositi referendum.

Occorre una discussione di massa sui problemi principali che ha il nostro paese per costruire

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MA COME STANNO REALMENTE LE COSE. TORNIAMO INDIETRO DI 10 ANNI

Business acqua municipalizzate allo sprint finale

3 ottobre 2003

Tecnicamente si chiama addendum sulle risorse idriche. Nei fatti è lo strumento che completa il ciclo integrato delle acque focalizzando risorse, e accelerando il decollo degli Ato, gli ambiti territoriali ottimali che gestiranno l’ acqua in Sicilia. Qualche giorno fa il documento ha superato tutta la trafila regionale, ottenendo l’ approvazione dei sindacati. «E consentendo di delineare meglio il piano di investimenti», dice Gabriella Palocci, responsabile del dipartimento regionale Programmazione. Le cifre sono consistenti: 1.105,40 milioni di euro, cioè 2.140 miliardi delle vecchie lire. Una somma che mette assieme finanziamenti destinati alle aree depresse (oltre 500 milioni di euro), fondi comunitari di Agenda 2000 e risorse del piano stralcio per la depurazione. La porzione più consistente andrà all’ Ato di Palermo, mentre gli ambiti più deboli («che dipendono dall’ esterno per l’ approvvigionamento d’ acqua») cioè Agrigento, Caltanissetta, Enna e Trapani avranno un contributo aggiuntivo. Si risveglia dunque l’ attenzione attorno all’ affaire acqua. Anche perché le gare per l’ affidamento degli Ato dovrebbero partire a giorni. Entro il 9 ottobre, stando ai tempi imposti dall’ ordinanza del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi firmata lo scorso luglio. Nelle ultime settimane le aziende municipalizzate hanno intrapreso una corsa contro il tempo per far passare le loro richieste di affidamento temporaneo della gestione idrica. Una soluzione che interessa soprattutto l’ Amap di Palermo e l’ Amam di Messina. «Chiediamo un incarico fino al dicembre 2006 per non sprecare tempo nell’ utilizzo dei fondi di Agenda 2000», spiega Vincenzo Clemente presidente regionale di Confservizi e a capo dell’ Amam di Messina. Il fatto è che l’ attuale legge regionale prevede che gli ambiti vengano affidati tramite gara d’ appalto e non con contratti diretti. Un sistema che limita le possibilità delle attuali municipalizzate, appesantite da bilanci in rosso e poco allettanti per qualsiasi partner privato. Così dalla Confederazione dei servizi pubblici ecco arrivare in extremis un disegno di legge che cambia le regole e riapre le porte per la privatizzazione delle municipalizzate fino al 31 dicembre 2004. Il testo è stato approvato la scorsa settimana all’ assemblea regionale dell’ Associazione. A spingere è soprattutto Forza Italia interessata al futuro dell’ Amap di Palermo, uno dei sottogoverni comunali di maggior prestigio. «Il ddl da solo non basta – dice ancora Clemente – Sulla vicenda dovrebbe intervenire il presidente Cuffaro che fino al 2004 è anche commissario per l’ emergenza idrica e quindi ha la possibilità di modificare il percorso di affidamento della gestione idrica. Stando così le cose rischiamo di venire colonizzati dai colossi europei e di perdere una parte dei fondi comunitari». «Agenda 2000 è diventata ormai un capro espiatorio. Non esiste alcun rischio di perdere i finanziamenti – replica Gabriella Palocci – Le autonomie d’ ambito potranno già avviare le gare di alcune opere ancora prima dell’ aggiudicazione all’ ente gestore. Una soluzione ponte messa a punto proprio per evitare i rischi paventati dalla Confservizi».

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Privatizzazione delle municipalizzate – Acqua: il caso esemplare di Arezzo

Submitted by Admin on 14/12/2005

Il dossier si può trovare a questo indirizzo:
http://www.isf.lilik.it/files/arezzo.rtf

Tutto privato ad Arezzo. E il Forum sociale indaga
articolo da un dossier del Forum sociale di Arezzo VI PROPONIAMO il racconto di una “presa di possesso” della questione dell’acqua da parte di cittadini e movimenti sociali in una città del centro Italia. Si tratta di una ricerca del Forum sociale di Arezzo: un dossier molto serio e documentato, che spiega passo dopo passo i problemi della gestione dell’acqua in Toscana e in particolare ad Arezzo, su cui il Forum ha anche organizzato una “giornata tematica”, una domenica in cui chiunque, compresi i bambini ai quali sono stati offerti giochi didattici, ha potuto capire che cosa era successo al suo acquedotto. Il dossier si intitola “Un’altra acqua è possibile. Più partecipazione, maggiore conoscenza, diversa gestione”, ed è frutto di un lavoro durato diversi mesi. Nella premessa, si spiega che “la domanda di fondo alla quale il gruppo ha cercato di dare una risposta è sostanzialmente questa: esiste la possibilità di gestire la risorsa idrica con modalità diverse e migliori di quelle attuali? È possibile, per esempio, attivare pratiche democratiche e partecipate nella gestione? E possibile avere una struttura tariffaria più equa ed in linea con il principio che l’acqua non è una merce ma un diritto? Ed ancora, è possibile resistere ed opporsi ai processi di privatizzazione e di invertire la tendenza?”. Ecco le loro risposte.

La Regione Toscana
La legge Galli [numero 36 del 5 gennaio 1994], che tra l’altro sancisce solennemente che “tutte le acque superficiali e sotterranee, ancorché non estratte dal sottosuolo, sono pubbliche e costituiscono una risorsa che è salvaguardata ed utilizzata secondo criteri di solidarietà”, si basa sull’organizzazione territoriale del Servizio idrico integrato, e cioè sull’integrazione tra il servizio degli acquedotti e i servizi di fognatura e depurazione; la legge indica che i servizi idrici devono essere organizzati in base ai cosiddetti Ambiti territoriali ottimali [Aato], come spiega in queste pagine l’articolo di Stefano Lenzi, del Wwf.
Le Regioni, secondo la legge, devono delimitare questi ambiti territoriali; la Regione Toscana ha adempiuto a questo dovere nel ’95, con la legge regionale del 21 luglio. Ha suddiviso i comuni toscani in sei Autorità di ambito territoriale ottimale [Aato]. In sintesi, ogni Aato deve: programmare l’organizzazione del servizio idrico integrato; definire il programma degli investimenti necessari per rendere efficienti gli impianti; scegliere la forma di gestione del servizio idrico ed affidarlo ad un unico “soggetto gestore” per ognuno degli Aato; garantire l’interesse degli utenti. La legge regionale toscana ha poi deciso che la cooperazione tra gli enti locali debba avvenire attraverso un consorzio.
Questa legge regionale – dice il dossier aretino – ha mostrato, rispetto ad altre regioni italiane, dei limiti e degli errori, probabilmente dovuti al fatto che la Toscana è stata la prima a legiferare, cosa che, a suo tempo, venne considerata molto positiva. Per esempio, solo la Campania e la Toscana, in tutta Italia, hanno individuato ambiti territoriali diversi dai confini effettivi delle province o delle Regioni; oppure, la scelta del consorzio come forma obbligatoria di associazione tra gli enti locali è una camicia stretta: in altre regioni è prevista la convenzione, oppure si è lasciata libertà di scelta agli enti locali. Semplificando, le scelte della Regione Toscana hanno impedito ogni flessibilità della gestione del sistema e hanno avuto gravi conseguenze sull’organizzazione degli Aato; in molte regioni italiane i compiti degli Aato sono svolti da semplici segreterie tecniche, interni alle province o regionali, che poi legano i comuni con normali convenzioni. In Toscana, invece, ogni Aato è un vero e proprio ente con una sua sede, un suo consiglio di amministrazione, il suo personale: le conseguenze di questa organizzazione “pesante” ricadono sull’efficienza del sistema, e soprattutto sulle tasche degli utenti, perché tutto questo personale in più costa, e il costo ricade sulle tariffe. Inoltre, questa disorganizzazione è un perfetto alibi per affidare la gestione del servizio idrico ad un soggetto privato.

Il caso di Arezzo
L’Autorità di Ambito territoriale ottimale numero 4 dell’Alto Valdarno ha sede ad Arezzo, ed è stata costituita nel 1996. Comprende trentasette comuni sparsi in maniera diseguale tra la provincia di Arezzo [trentadue] e quella di Siena [cinque]. Organo decisionale è l’assemblea dei sindaci. Dopo una lunga fase di confronto, anche molto duro, e di discussione, i sindaci scelgono il 17 luglio del 1997 di affidare la gestione del servizio idrico integrato ad una società per azioni a prevalente capitale pubblico, la Nuove acque Spa; il 25 settembre 1998, i sindaci decidono di disciplinare la gara per la selezione del socio privato. Alla selezione partecipano tre raggruppamenti di imprese, con capogruppo, rispettivamente, le multinazionali francesi Vivendi e Suez Lyonnaise des eaux e Acea Spa, che è una società mista pubblico-privato che gestisce anche l’acquedotto di Roma. Il 21 ottobre del ’98 viene nominata una commissione di esperti [presidente Angelo Riccaboni, ne fanno parte Giovanni Abbate, Girolamo Beone, Remo Chiarini e Diego Zurli], che decide di avvalersi della consulenza della Arthur Andersen Mba; il 14 gennaio 1999, la Commissione redige la graduatoria dei concorrenti e quello che ha più punti [83] è la Lyonnaise des eaux, mentre Vivendi ne ha ottenuti 59 e Acea 43.
Il raggruppamento privato della Nuove acque Spa possiede il 46 per cento delle azioni: oltre alla Lyonnaise des eaux c’è Amga Spa [che gestisce anche il servizio di distribuzione del gas metano a Genova], Iride Spa [che nasce dalle associazioni degli artigiani di Arezzo, Confartigianato e Cna], la Banca popolare dell’Etruria, il Monte dei Paschi di Siena. Il 54 per cento che rimane pubblico, invece, vede la partecipazione dei comuni, di Coingas [il consorzio pubblico che distribuisce il gas metano ad Arezzo], Cigaf [che gestisce il servizio idrico nel senese], la società che distribuisce il gas metano nel Senese [gestioni Valdichiana Spa] e le comunità montane del Casentino, della Val Tiberina e della provincia di Arezzo.
I rapporti di Nuove acque Spa e i comuni dell’Aato dell’Alto Valdarno sono regolati da una convenzione di affidamento: la durata della concessione alla Nuove acque Spa è di 25 anni, durante i quali le vengono affidati tutti gli impianti, che torneranno agli enti locali allo scadere dell’accordo. Le regole che definiscono i rapporti tra la parte privata e la parte pubblica della Nuove acque sono definiti nello Statuto della società: il quale, per esempio, prescrive che la composizione del Consiglio di amministrazione della società debba essere tale da assicurare quattro membri al Consorzio privato [che si chiama Intesa aretina] e cinque alla parte pubblica [articolo 1]; ma dice anche che la scelta dell’amministratore delegato compete alla parte privata [articolo 3].
Se andiamo a vedere il programma del consorzio costituito dalla parte privata della Nuove acque, leggiamo tra l’altro: “Il consorzio si propone di prestare servizi e fornire beni alla società mista [Nuove acque Spa], sia direttamente che indirettamente, in ogni modo legittimo che sarà possibile; al riguardo il consorzio favorirà l’apporto dei consorziati nella fornitura di prestazioni, servizi e lavori alla società mista, in funzione delle specifiche competenze e professionalità dei singoli consorziati […]. In particolare Sle [Suez Lyonnaise des eaux] ed Amga forniranno, tramite il consorzio, le prestazioni di servizi accessori all’oggetto sociale della società mista […]; saranno inoltre favorite le prestazioni di servizi e lavori legate all’attività artigianale, che saranno fornite da Iride tramite strutture locali da essa costituite; inoltre saranno favoriti i servizi di carattere bancario e finanziario che saranno forniti da Banca popolare dell’Etruria e da Monte dei Paschi di Siena”. Senza usare l’immaginazione, e limitandoci a leggere gli atti ufficiali, è ovvio che la Nuove acque Spa è orientata soprattutto a garantire gli interessi dei singoli soggetti privati, e solo in via subordinata gli interessi della società nella sua totalità; l’interesse della collettività non è neanche preso in considerazione.

Il bilancio di quattro anni
L’esperienza di quattro anni di questa gestione permette di fare un bilancio e delle valutazioni critiche. L’aumento delle tariffe, in quattro anni, è stato pari a circa il 21 per cento, e la quota fissa nello stesso periodo è aumentata del 12 per cento. Questo aumento è causato essenzialmente da tre fattori: le remunerazioni dei soggetti privati, i costi di mantenimento della struttura dell’Aato, i canoni a favore dei comuni, che sono molto più alti del valore effettivo degli impianti conferiti. Per quello che riguarda l’applicazione della legge Galli, nell’Aato di Arezzo non è stato rispettata l’indicazione secondo cui “nella modulazione della tariffa sono assicurate agevolazioni per i consumi domestici essenziali nonché per i consumi di determinate categorie secondo prefissati scaglioni di reddito”: nell’Aato 4 il parametro “reddito”, nel determinare le tariffe, è semplicemente ignorato.
Per quanto riguarda gli investimenti, il risultato della Nuove acque è assolutamente insoddisfacente; lo stesso Consiglio di amministrazione ha ammesso che il livello degli investimenti del 2002 è stato “molto al di sotto di quanto previsto e di quanto era necessario”. Non è poi comprensibile perché, dal punto di vista dell’economicità della gestione, la Nuove acque non utilizzi i finanziamenti della Cassa depositi e prestiti, che normalmente concede mutui agli enti locali e offre condizioni senz’altro migliori rispetto al Monte dei Paschi di Siena e alla Banca popolare Etruria. La forma stessa della società per azioni, sostiene il dossier, non è adatta alla gestione dell’acqua: la finalità di lucro non è compatibile con l’amministrazione di un diritto. Ed è evidente la contraddizione fra l’esigenza di una società di vendere il maggior numero possibile di metri cubi di acqua e l’esigenza della collettività di tutelare, preservare, risparmiare l’acqua.
L’organizzazione della Nuove acque, tra l’altro, prevede tre consigli di amministrazione differenti [quello della società, quello del consorzio dei soggetti privati Intesa aretina, quello dell’Aato 4] con trenta membri complessivi, per un costo annuo di centinaia di migliaia di euro, costi che ricadono, direttamente e indirettamente, sulle bollette. Il soggetto privato, pur essendo in minoranza, ha nella società di gestione tutti i poteri di ordinaria e straordinaria amministrazione, perché ha il diritto di nominare l’amministratore delegato; il potere della parte pubblica di Nuove acque, nei confronti di quella privata, è molto modesto.
La tesi per cui, per garantire un servizio di qualità, siano necessari particolari competenze ottenibili solo da soggetti privati, è stata ribadita più volte per giustificare quanto accadeva ad Arezzo. Ma il [presunto] “know how” della Lyonnaise des eaux non viene apportato come “bagaglio” della Nuove acque, ma pagato a parte con un esborso di circa un milione di euro l’anno. E allora, non si capisce come mai non affidarsi al libero mercato, invece di legarsi per 25 anni a un unico soggetto, per lo più pagandolo a caro prezzo ogni volta. La rinuncia all’acquisizione di un “sapere pubblico” sulla gestione dell’acqua è strategica, e determina la sempre maggiore dipendenza dagli industriali privati. La partecipazione dei cittadini non è contemplata affatto, e d’altronde non lo è stata neanche in passato: è probabile che, proprio a causa di questa assenza, siano stati commessi molti “errori”.
L’abbandono di questo modello di gestione, oneroso e dispersivo, e il ritorno ad una gestione esclusivamente pubblica, significherebbe una diminuzione delle bollette e permetterebbe di garantire poi quattro punti fondamentali, definiti dal Forum sociale di Arezzo: l’accesso a quaranta litri di acqua al giorno, per persona, come diritto inalienabile fuori da ogni logica di mercato; il rispetto del parametro del reddito; il costo a metro cubo pro capite dovrebbe essere lo stesso per tutte le famiglie a prescindere dal numero dei componenti; il forte disincentivo all’abuso dell’acqua.

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Giornata mondiale dell’acqua, un milione di firme contro la privatizzazione

Parte in tutta Italia una mobilitazione a sostegno dell’iniziativa dei cittadini europei per ottenere da Bruxelles il riconoscimento delle risorse idriche come bene comune non mercificabile. Eventi fino al 24 marzo per sostenere la raccolta di firme a favore dell’acqua pubblica

Giornata mondiale dell’acqua, un milione di firme contro la privatizzazione

L’acqua è un diritto di tutti e deve restare pubblica. Per ribadire questo principio nel giorno in cui si celebra la Giornata mondiale dell’acqua, in tutta Italia è partita una mobilitazione a sostegno di un’iniziativa dei cittadini europei che punta a ottenere da Bruxelles un risultato concreto: le risorse idriche devono essere messe fuori dal mercato e al riparo dai tentativi di privatizzazione.

Anche il neopresidente della Camera, Laura Boldrini, si è mostrata attenta al problema. ”L’acqua pubblica torni ad essere un diritto umano universale e fondamentale, come stabilisce una risoluzione dell’Onu di tre anni fa – si legge in un messaggio della terza carica dello Stato – Impegnarsi a promuovere attività concrete in sua difesa è un dovere. Per la politica italiana è un dovere doppio, lo hanno chiesto espressamente i cittadini con i referendum del 2011”. Gli italiani, votando “sì” con percentuali pari al 95, 66% e al 96,11% ai due quesiti sull’acqua, avevano indicato chiaramente quale fosse la loro posizione: sull’acqua non si devono fare profitti e le risorse idriche vanno amministrate in base a criteri di equità e giustizia sociale, e non secondo logiche di mercato.

Le speranze sono state, però, in parte disattese: secondo quanto denuncia il Forum italiano dei movimenti per l’acqua, promotore dei due quesiti referendari, la nuova tariffa transitoria per il servizio idrico integrato, introdotta dall’Autorità per l’energia elettrica e il gas, non rispetta pienamente l’esito dei referendum: per questo, il Forum e Federconsumatori hanno presentato, lo scorso 7 marzo, ricorso al Tar della Lombardia.

Non solo: il Forum ha promosso, per il weekend dal 22 al 24 marzo, una mobilitazione generale su tutto il territorio nazionale, con una serie di eventi per sostenere una raccolta di firme a livello europeo, promossa con la nuova formula dell’Ice (Iniziativa dei cittadini europei). Il problema dell’acqua pubblica non sta a cuore solo agli italiani, ma riguarda tutti gli abitanti dell’Ue. Attraverso l’Ice, un nuovo strumento introdotto dal Trattato di Lisbona, cittadini e organizzazioni della società civile hanno presentato alla Commissione europea un’iniziativa legislativa sull’acqua pubblica. Per renderla effettiva, bisogna raccogliere in 12 mesi un milione di firme in almeno sette Paesi membri; per ogni Paese, inoltre, è stabilita una quota minima, che in Italia è di 54.750 firme.

L’iniziativa dei cittadini europei sulle risorse idriche ribadisce, fin dal titolo, che l’acqua potabile e i servizi sanitari sono diritti umani fondamentali, e che l’acqua è un bene comune, non una merce. Per questo, i cittadini esortano la Commissione europea a proporre una normativa che promuova, tra l’altro, “l’erogazione di servizi idrici e igienico-sanitari in quanto servizi pubblici fondamentali per tutti”. Si chiede inoltre che “l’approvvigionamento in acqua potabile e la gestione delle risorse idriche non siano soggetti alle logiche del mercato unico, e che i servizi idrici siano esclusi da ogni forma di liberalizzazione”.

A sostegno dell’iniziativa, il 22 marzo sono in programma manifestazioni e raccolte di firme in diversi Paesi membri dell’Unione europea: dalla Finlandia al Portogallo, passando per la Germania e la Grecia, il calendario degli eventi è fitto. In Italia, dal 22 al 24 marzo, l’agenda è altrettanto ricca di appuntamenti, promossi dal Forum dei movimenti per l’Acqua e dalla Cgil funzione pubblica. Banchetti informativi e di raccolta delle adesioni sono stati allestiti in numerose città, e sono inoltre previsti dibattiti pubblici e conferenze sul tema delle risorse idriche.

Il 21 marzo la petizione europea aveva raccolto quasi 1 milione e 300mila firme, e la soglia minima era già stata superata in cinque Paesi su sette (Germania, Austria, Belgio, Slovenia e Slovacchia). Altre nazioni sono vicine al raggiungimento del quorum, come Finlandia, Lussemburgo, Lituania e persino Grecia e Cipro, nonostante le gravi difficoltà finanziarie. Perché disporre di acqua pulita è e deve restare un diritto di tutti i cittadini.

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POLITICA DELL’ACQUA

La risorsa idrica e la sua gestione

L’acqua è una risorsa estremamente abbondante sulla Terra, ma la gran parte di essa non è immediatamente disponibile per gli usi umani. Dell’acqua presente negli oceani e nelle acque superficiali, una piccola parte è messa in moto dall’energia solare attraverso l’evaporazione e partecipa al ciclo dell’acqua, precipitando nuovamente al suolo. La gran parte di quest’ultima aliquota non costituisce risorsa idrica in quanto evapora nuovamente dal suolo o è intercettata dalla vegetazione, oppure defluisce verso il mare in breve tempo e non è dunque disponibile con continuità nell’anno. L’acqua precipitata al suolo che è immagazzinata in strati di terreni permeabili, i quali ne rallentano il deflusso verso il mare, rappresenta invece la risorsa idrica, potenzialmente accessibile con continuità per gli usi antropici. Tale quantità è per l’Italia il 7% delle precipitazioni, e si distingue in risorsa disponibile (2,5%) cioè quella che affiora spontaneamente in sorgenti e dà vita ai corsi d’acqua, e risorsa potenziale (4,5%) che resta in falda ed è potenzialmente emungibile mediante pozzi.

Gli utilizzi della risorsa variano molto da un Paese all’altro in relazione alle attività produttive prevalenti. Per l’Italia gli utilizzi principali sono quello irriguo (45%), industriale (20%), energetico (15%) e ovviamente quello idropotabile (20%), cioè l’acqua utilizzata per gli usi domestici.

Il fabbisogno idropotabile, 200 l/ab/giorno, è comprensivo di consumo umano (10%), igiene personale (30%), scarico del WC (30%) e altri usi domestici (30%), quali lavastoviglie, lavatrice, innaffiamento giardini, ecc.

L’evoluzione della gestione della risorsa idrica

E’ un dato storico noto che i primi insediamenti umani siano sorti in prossimità delle sorgenti di acqua e dei fiumi, e le prime civiltà organizzate siano nate attorno ai fiumi essenzialmente per l’esigenza di organizzare collettivamente la gestione della risorsa idrica: così in Mesopotamia, Egitto, India, per la necessità di canalizzazione delle acque fluviali.

La costruzione di acquedotti a gravità, introdotti in Europa dai Romani, ha permesso di allontanare l’insediamento urbano dalle fonti primarie di acque. L’acqua veniva trasportata attraverso canali a pelo libero e convogliata in cisterne dalle quali veniva sollevata manualmente, con secchi o pompe idrauliche avviate a braccia; gli acquedotti di questo tipo sono rimasti in esercizio fino all’800.

Lo sviluppo della metallurgia nel XIX secolo ha permesso la realizzazione di acquedotti in pressione, che convogliano l’acqua all’interno di condotti chiusi, conservandone l’energia potenziale gravitazionale sotto forma di pressione e consentendo così di portare l’acqua anche in salita e quindi fino a casa propria. Ciò rappresenta un miglioramento anche dal punto di vista igienico, in quanto il sistema precedente poteva determinare facilmente la contaminazione delle acque addotte con le acque reflue.

Naturalmente, la realizzazione di acquedotti in pressione poteva avvenire soltanto grazie ai finanziamenti di grandi investitori privati (ad es. banche), e pertanto i primi acquedotti furono realizzati nei grandi centri urbani, in cui era prevedibile il ritorno dell’investimento, come ad esempio nella città di Londra dove l’acquedotto in pressione fu realizzato nel 1854.

Negli anni ’30 del XX secolo, tuttavia, si è diffusa la coscienza dell’importanza strategica della risorsa idrica e la proprietà delle acque è diventata pubblica[1][2].

Parimenti, negli stessi anni, si è diffusa la coscienza della necessità di garantire l’accesso universale[3][4] al servizio idrico, per motivi igienici e umanitari, con l’obiettivo cioè di portare l’acqua in tutte le case, cosa che il mercato da solo non è in grado di realizzare, in quanto il costo iniziale dell’infrastruttura è molto alto e il prezzo che l’investitore dovrebbe imporre per rientrare dall’investimento fatto non incontrerebbe la disponibilità a pagare dei potenziali utenti, per i quali risulterebbe più conveniente economicamente raggiungere a piedi la fonte d’acqua. Ai costi dell’infrastruttura, si aggiungono poi i costi di esercizio dovuti alla manutenzione, all’energia spesa per il sollevamento e l’allontamento dei reflui e alla necessaria depurazione, costi che in molti contesti non urbani non erano sostenibili.

In Europa, si è potuto quasi portare a termine, nel corso degli ultimi cinquant’anni, l’obiettivo dell’allaccimento di tutta popolazione alla rete idrica, soltanto grazie all’intervento di capitali statali, nonché grazie al contributo del Piano Marshall nel secondo dopoguerra.

Nei Paesi in via di sviluppo, in mancanza di risorse economiche pubbliche, la Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo finanzia progetti per infrastrutture idriche avendo come vincolo economico il rientro del capitale investito attraverso la loro gestione.

Questi investimenti risultano spesso fallimentari, dato che in questi Paesi la gran parte della popolazione non può pagare le tariffe previste e l’infrastruttura realizzata risulta accessibile soltanto ai più ricchi, incontrando sovente le proteste di parte della popolazione.

Diversi movimenti nella società civile di questi Paesi rivendicano il diritto all’acqua come uno dei fondamentali diritti umani, rivolgendosi contro le compagnie private, come le francesi Vivendi, Suez e Saur o la tedesca Rwe/Thames water.

Un esempio è quanto avvenuto in Bolivia, dove nel 1999 la Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo impose la privatizzazione della rete idrica alla città di Cochabamba come condizione per un prestito di 25 milioni di dollari[5]. La conseguenza della privatizzazione è stata un aumento delle tariffe fino al 400%, con un’incidenza sul salario medio di un boliviano del 20%. Questa situazione ha portato nel 2000 a violenti scontri di piazza e alla ripubblicizzazione del servizio idrico nazionale.

Parimenti, non sono mancate le personalità di rilievo che hanno prospettato la necessità di un nuovo Piano Marshall per finanziare con capitale pubblico l’infrastrutturazione nei Paesi in via di sviluppo. La realizzazione di questo obiettivo, che richiederebbe un maggiore sforzo economico da parte dei Paesi ricchi, incontra ostacoli da parte di analoghi movimenti della società civile in questi Paesi, che lottano per ottenere la gratuità del servizio idrico integrato a casa propria.

La normativa pubblica sulle acque in Italia

La competenza pubblica sulla risorsa idrica

In Italia, la prima legge che ha definito le acque pubbliche, disciplinandone l’uso secondo criteri di salvaguardia dell’interesse generale, è stato il regio decreto 2644 del 10 agosto 1884, che individuava i criteri in base ai quali una risorsa dovesse essere considerata pubblica[6] e stabiliva che:

« nessuno può derivare acque pubbliche, né stabilire su queste mulini ed altri opifici, se non abbia un titolo legittimo o non ne ottenga la concessione dal Governo »

specificando quale titolo legittimo quello dell’antico uso, cioè un uso continuativo e dimostrabile per almeno un trentennio precedente la data di pubblicazione della legge.

Fino alla riforma avviata dalla L. 36/1994 (Galli), la legge generale di riferimento era il R.D. 1775/1933 – Testo unico sulle acque pubbliche[7], che riordinava le leggi emanate in materia a partire dal suddetto R.D. 2644/1884.

Il Testo unico sulle acque pubbliche stabiliva, all’articolo 1 (oggi superato dalla riforma avviata dalla legge Galli), che:

« Art.1. – Sono pubbliche tutte le acque sorgenti, fluenti e lacuali, anche se artificialmente estratte dal sottosuolo, sistemate o incrementate, le quali, considerate sia isolatamente per la loro portata o per l’ampiezza del rispettivo bacino imbrifero, sia in relazione al sistema idrografico al quale appartengono, abbiano od acquistino attitudine ad usi di pubblico generale interesse. Le acque pubbliche sono iscritte, a cura del ministero dei lavori pubblici, distintamente per province, in elenchi da approvarsi per decreto reale, su proposta del ministro dei lavori pubblici, sentito il consiglio superiore dei lavori pubblici, previa la procedura da esperirsi nei modi indicati dal regolamento. Con le stesse forme, possono essere compilati e approvati elenchi suppletivi per modificare e integrare gli elenchi principali. Entro il termine perentorio di sei mesi dalla pubblicazione degli elenchi principali o suppletivi nella Gazzetta Ufficiale del Regno, gli interessati possono ricorrere ai tribunali delle acque pubbliche avverso le iscrizioni dei corsi d’acqua negli elenchi stessi. »

Il diritto universale all’acqua potabile

Un’altra legge storicamente importante per il settore idrico è il R.D. 27 luglio 1934, n. 1265 – cd. Testo unico sulle leggi sanitarie[8], che istituiva l’obbligo, a carico dei Comuni, isolatamente oppure organizzati in consorzi volontari, di essere fornito di acque pure, con ciò di fatto la legge rendeva l’approvvigionamento idrico e il servizio idrico universale (a favore cioè di tutti i cittadini) un vero obbligo di legge, mentre prima infrastrutture idrauliche erano state realizzate soltanto nelle città più grandi e a seguito di occasioni particolari, come la realizzazione dell’Acquedotto per Napoli (1881).

Per effetto del T.U. sulle leggi sanitarie, i comuni avevano l’onere, qualora non disponessero di adeguata risorsa idrica nel proprio territorio, di presentare allo Stato progetti per la realizzazione di infrastrutture per l’approvvigionamento idrico, come bottini di captazione, campi pozzi, gallerie, adduttrici in pressione,ecc. Tali opere, a seguito di approvazione da parte del governo centrale, erano finanziati dalla Cassa depositi e prestiti o dalla Cassa del Mezzogiorno e realizzati a spese dello Stato, e restavano di proprietà statale. L’assetto del governo delle risorse idriche così avviato era dunque bipolare: da una parte lo Stato, attraverso la Cassa DDPP o del Mezzogiorno, si occupava degli investimenti e restava il proprietario dell’infrastruttura, dall’altra il comune era il beneficiario-richiedente dell’opera e si occupava della sua gestione operativa, direttamente (cioè in economia) o attraverso società municipali ad hoc, oppure anche mediante consorzi di Comuni. Tale sistema (spesa per investimenti statale, gestione operativa comunale) rispondeva a quanto normato in generale dall’art. 822 del Codice Civile, che attribuiva al demanio dello Stato non soltanto le acque pubbliche, ma anche le infrastrutture realizzate mediante finanziamenti statali:

« Appartengono allo Stato e fanno parte del demanio pubblico […] i fiumi, i torrenti, i laghi e le altre acque definite pubbliche dalle leggi in materia (Cod. Nav. 28, 692); […] Fanno parimenti parte del demanio pubblico, se appartengono allo Stato […] gli acquedotti […] e infine gli altri beni che sono dalla legge assoggettati al regime proprio del demanio pubblico »

L’assetto rimase invariato anche nel dopoguerra, quando furono avviate molte infrastrutture, beneficiando lo Stato Italiano anche dei finanziamenti del Piano Marshall. Per regolare le priorità di investimento e dare una indicazione di progetto del fabbisogno da garantire a ciascun Comune d’Italia attraverso l’infrastrutturazione, su disposizione della legge n. 129 del 1963, fu redatto il Piano regolatore generale degli acquedotti (Prga)[9] approvato poi a mezzo DM del 16 marzo 1967. L’obiettivo del Prga era la valutazione di un fabbisogno idrico comunale, da assumere come riferimento per la progettazione delle opere, che tenesse conto anche dello sviluppo demografico prevedibile per il futuro, con proiezione a 50 anni (2015) attraverso una opportuna funzione di crescita, e inoltre con dotazioni procapite differenziate per classi idrografiche di appartenenza dei Comuni; per le sette maggiori città furono effettuate valutazioni separate.

La salvaguardia della risorsa idrica

A seguito dell’istituzione delle Regioni, negli anni ’70, molte delle competenze sulle infrastrutture idriche dallo Stato si trasferiscono ad esse, avviando un processo che sarebbe stato completato nei decenni seguenti dalle leggi Bassanini e dalla riforma del titolo V della Costituzione.

La crescita dei consumi idrici e la conseguente dispersione in ambiente di sempre maggiori quantità di reflui determina l’esigenza di migliorare la copertura del territorio anche per quanto riguarda i servizi di raccolta, collettamento e depurazione delle acque reflue, e di normare con attenzione la disciplina degli scarichi, nell’ottica di un utilizzo della risorsa idrica più attento alle problematiche ambientali.

A tal fine, la legge 319 del 1976, cd. legge Merli[10], stabilisce la disciplina degli scarichi nei corpi idrici ricettori e a mare, ripartendo le competenze in materia tra Stato, Regioni ed Enti locali e disponendo una ricognizione generale dello stato di fatto.

Successivamente con la legge 183/1989 per il riassetto organizzativo e funzionale della difesa del suolo[11] sono stati individuati i bacini idrografici dei principali corpi idrici ricettori, di interesse nazionale, regionale ed interregionale e sono state istituite le Autorità di bacino ad essi preposte. La legge stabilisce anche le misure che le Autorità di Bacino devono intraprendere per la conoscenza dello stato qualitativo dei corpi idrici e per il miglioramento della loro tutela, considerando anche il servizio idrico urbano come uno dei carichi inquinanti che devono sottostare ai vincoli della tutela dei corpi idrici. Con questa legge l’asse della politica dell’acqua si sposta dal garantire il diritto all’accesso umano all’acqua alla tutela della risorsa idrica nel suo complesso, cioè con un’ottica anche alla conservazione nel tempo del patrimonio naturale.

La sostenibilità finanziaria della gestione

Molte gestioni locali presentavano sistematicamente chiusure di bilancio negative, puntualmente ripianate da trasferimenti statali con il criterio del rimborso a piè di lista, mentre la tariffazione del servizio agli utenti era a prezzi sociali e forfetari, cioè senza misurazione del consumo effettivo a mezzo di contatori, ma con pagamento in base al numero di persone residenti o di rubinetti dichiarati.

Inoltre in molte gestioni la tariffazione sociale – spesso neppure adeguata per tenere conto dell’inflazione – si univa all’incremento dei costi operativi dovuto al crescente degrado delle infrastrutture (obsolescenza degli impianti di pompaggio, con rendimenti decrescenti, obsolescenza degli adduttori e delle reti distributive, con crescenti aliquote di acqua dispersa, ecc.) sicché il deficit tra costi e ricavi non solo persisteva ma cresceva negli anni. Ciò era dovuto anche alla difficoltà degli Enti locali a reperire i fondi per eseguire in proprio gli investimenti necessari (ammodernamento degli impianti, sostituzione di condotte ecc.) unite alla ritrosia nel disporre incrementi di tariffa per far fronte all’ammodernamento di opere che restavano di proprietà statale e non locale ed i cui benefici si sarebbero comunque osservati soltanto a lungo termine.

Per ovviare a questa situazione, comune a molte gestioni di servizi pubblici locali (acqua, trasporti, gas, ecc.), già a partire dagli anni ’80 si tenta di affermare il principio della sostenibilità finanziaria della gestione, mediante il passaggio dal sistema di rimborso dei costi “a piè di lista” al criterio del “costo standard”, che incontra però molte resistenze.

Soltanto con la legge 142/90, di ordinamento delle autonomie locali[12], furono ammesse modalità di gestione più adeguate a quei servizi pubblici locali che abbiano fini sociali e rilevanza economica: ferma restando la gestione in economia per i servizi di entità modesta, si stabiliva la separazione giuridica e contabile tra l’ente locale e l’ente strumentale adibito alla gestione, quest’ultimo nella forma di istituzione o in quella di azienda speciale, in entrambi i casi di diritto pubblico; l’ente locale avrebbe avuto la funzione di indirizzo e controllo a fini di tutela dell’interesse generale, mentre l’ente strumentale avrebbe avuto l’obiettivo del pareggio di bilancio sotto i vincoli imposti dall’ente locale:

« L’azienda e l’istituzione informano la loro attività a criteri di efficacia, efficienza ed economicità ed hanno l’obbligo del pareggio di bilancio da perseguire attraverso l’equilibrio dei costi e dei ricavi, compresi i trasferimenti. […] L’ente locale conferisce il capitale di dotazione; determina le finalità e gli indirizzi; approva gli atti fondamentali; esercita la vigilanza; verifica i risultati della gestione; provvede alla copertura degli eventuali costi sociali »
(art. 23 commi 4 e 6)

La legge ammetteva anche la trasformazione dell’azienda speciale in un’azienda a capitale misto pubblico-privato, purché comunque a maggioranza dell’ente locale, e consentiva altresì la possibilità di affidamento del servizio in concessione, ove ciò risultasse conveniente da un punto di vista economico-gestionale e sociale.

La gestione integrata del servizio idrico

Un riassetto complessivo della normativa del settore arriva con la legge “Galli” n.36 del 5 gennaio 1994.

Nei principi generali, la legge ha esteso la tutela pubblica a tutte le acque, senza bisogno dell’iscrizione in appositi registri, ed ha applicato ad esse il criterio di sostenibilità dell’uso, cioè un uso che non comprometta la trasmissione della risorsa ai posteri:

« Tutte le acque superficiali e sotterranee, ancorché non estratte dal sottosuolo, sono pubbliche e costituiscono una risorsa che è salvaguardata ed utilizzata secondo criteri di solidarietà.Qualsiasi uso delle acque è effettuato salvaguardando le aspettative ed i diritti delle generazioni future a fruire di un integro patrimonio ambientale. Gli usi delle acque sono indirizzati al risparmio e al rinnovo delle risorse per non pregiudicare il patrimonio idrico, la vivibilità dell’ambiente, l’agricoltura, la fauna e la flora acquatiche, i processi geomorfologici e gli equilibri idrologici »
(art. 1 commi 1,2,3)

In pratica, si affidava alle Autorità di bacino (cfr. L. 183/89) il compito di stabilire le quantità di acqua che possono essere sottratte all’ambiente, nel rispetto del vincolo ambientale, per soddisfare i diversi usi, in primo luogo quello idropotabile, e quindi il compito di aggiornare le precedenti disposizioni del PRGA redigendo i piani di bacino.

Un aspetto particolarmente innovativo della legge fu la disposizione dell’unicità della gestione del servizio idrico integrato, che include sia l’approvvigionamento, la potabilizzazione, l’adduzione e la distribuzione della risorsa idropotabile, sia la raccolta delle acque reflue, sia ancora la loro depurazione e restituzione all’ambiente. L’obiettivo era superare l’eccessiva frammentazione delle gestioni e realizzare maggiori economie di scala. La legge non include invece nel servizio idrico integrato il collettamento delle acque meteoriche e la depurazione delle acque di prima pioggia, prevedendo implicitamente la creazione di reti di collettamento duali (bianche e nere).

La legge n. 36/94 conserva anche la distinzione (cfr. L. 146/90) tra ente locale e società di gestione, e persegue l’efficientamento delle società di gestione mediante:

  • la predisposizione da parte degli enti locali di piani di investimenti per ridurre le perdite in rete;
  • l’installazione di contatori sulle singole unità abitative, al fine di responsabilizzare gli utenti al consumo e attribuire tariffe eque in base ai mc consumati;
  • l’individuazione di ambiti territoriali ottimali di gestione, sovracomunali, secondo criteri di continuità con i limiti amministrativi e del bacino idrografico, di superamento della frammentarietà delle gestioni e di raggiungimento di dimensioni gestionali che consentano economie di scala;
  • la copertura, mediante la tariffa, dei costi di gestione del servizio idrico integrato, compresa la remunerazione del capitale investito, al fine di responsabilizzare il gestore anche sull’efficacia e la conservazione nel tempo delle infrastrutture.

La legge delegava alle Regioni la definizione degli ambiti territoriali ottimali, per ciascuno dei quali si sarebbe dovuta istituire l’Autorità di ambito territoriale ottimale (AATO), mediante consorziamento obbligatorio dei comuni ricadenti nell’ATO.

L’Autorità d’ambito è il gestore amministrativo dell’ATO, che ha il compito, in via preliminare, di fare una ricognizione della rete e degli impianti esistenti nel territorio, individuare gli interventi da effettuare, stabilire un piano finanziario degli investimenti e determinare la tariffa unica in base all’equilibrio con i costi di gestione e di investimento.

« La tariffa è determinata tenendo conto della qualità della risorsa idrica e del servizio fornito, delle opere e degli adeguamenti necessari, dell’entità dei costi di gestione delle opere, dell’adeguatezza della remunerazione del capitale investito e dei costi di gestione delle aree di salvaguardia, in modo che sia assicurata la copertura integrale dei costi di investimento e di esercizio »
(art. 13 comma 2)

Dopo la fase ricognitiva, l’AATO deve predisporre l’affidamento alla società di gestione, stabilendo il regime giuridico tra quelli previsti dalla L. 142/90 e i termini della convenzione (come la durata, il livello di servizio da garantire, lo stato di conservazione delle opere da assicurare, le modalità di valutazione del rispetto della convenzione, le sanzioni in caso di inadempimenti, le regole di adeguamento delle tariffe, le condizioni di risoluzione della convenzione), e deve poi, per tutta la durata della convenzione, controllare e monitorare il rispetto dei vincoli da parte della società di gestione.

La L.36/94 è stata seguita dal D.P.C.M. del 4 marzo 1996 e dal D.Lgs. 152/1999, di attuazione di alcune direttive europee.

Il quadro normativo è stato ridefinito dal D.Lgs 152/2006, Testo Unico Ambientale, di recepimento della direttiva quadro sulle acque (Wfd) 2000/60/CE. Tale decreto ha abrogato la L. 36/94 e molte altre leggi del settore come la 183/89, conservando tuttavia l’impostazione giuridica imposta da tali leggi, basata sugli ATO per il servizio idrico integrato e sulle Autorità di Bacino per la tutela dei corpi idrici.

La disciplina delle gare e la gestione in house

Alle aziende speciali (di diritto pubblico e perciò non soggette a tassazione dell’IVA) era stata concessa (cf. L. 142/90) la possibilità di trasformarsi in società di diritto privato, che hanno meno vincoli delle società di diritto pubblico (ad es. non sono obbligate ad assumere a seguito dell’indizione di un concorso pubblico, le tipologie di contratto di lavoro previste sono più flessibili, ecc.) ma sono di norma soggette alla tassazione degli utili. Per favorire l’ingresso di capitali nel settore e la fusione delle gestioni nell’ottica di superamento della frammentazione, in un primo momento le società a maggioranza pubblica, anche se di diritto privato, erano state esentate dal pagamento dell’IVA in quanto nella pratica soggette comunque a vincoli sociali (ad es. non licenziare il personale in esubero), tuttavia ciò è stato vietato dalla disciplina antitrust nel momento in cui tali società entravano in competizione con società private per l’affidamento di servizi in concessione.

Infatti, il quadro disposto dalle L. 142/90 e L. 36/94 prevedeva la possibilità per l’ente locale (cioè l’Autorità d’ambito) di indire un affidamento del servizio idrico integrato mediante gara ad evidenza pubblica. Tale procedimento ricade nella competenza della disciplina europea antitrust, che stabilisce che i lavori pubblici e servizi devono essere affidati secondo principi di concorrenza e libero mercato. Ovviamente la concorrenza è costituita dalla competizione per l’ottenimento dell’affidamento, e non durante il periodo di esecuzione dei lavori o di erogazione dei servizi, si parla cioè di concorrenza per il mercato e non di concorrenza nel mercato. Infatti, la stipula della convenzione definisce una situazione di monopolio legale a vantaggio della società di gestione concessionaria, si tratta però di un monopolio cui il concessionario monopolista ha avuto accesso previa concertazione con l’ente appaltante in una situazione di competizione con altri aspiranti concessionari. In pratica, dunque, gli obblighi di convenzione stabiliti dall’ente appaltante fissano in partenza i livelli di prestazione che la società di gestione deve garantire, gli investimenti da effettuare e le tariffe da imporre agli utenti, restando eventuali adeguamenti tariffari a discrezione esclusiva dell’ente appaltante. Pertanto le leve del profitto della società di gestione sono limitate al solo contenimento dei costi operativi, tanto più che la disciplina antitrust inibisce qualsiasi forma di trasferimenti statali o altre agevolazioni, fiscali o di altro tipo, a vantaggio della società di gestione.

Non tutte le Autorità d’ambito hanno messo a gara il servizio idrico integrato. La maggior parte di esse, anzi, pur avendo operato la separazione contabile con la società di gestione, ha affidato direttamente a quest’ultima il servizio (gestione “in house”). Alcune società di gestione in house hanno tuttavia ottenuto l’affidamento anche di altre gestioni partecipando alle gare ad evidenza pubblica indette da altre AATO. L’Unione europea ha censurato anche questa possibilità come violazione della disciplina antitrust, stabilendo che le società che esercitano la gestione in house non possono partecipare alle gare ad evidenza pubblica indette da altre AATO né cedere alcuna quota del proprio capitale ad altri soggetti, pubblici o privati. Tali criteri sono stati definiti in particolare a partire dalla sentenza Teckal srl contro Comune di Viano (1999), ma situazioni contrarie a questo principio si erano già verificate, come dimostrano i casi di Acea, Hera, Iren, che sono state quotate in borsa, hanno venduto sul mercato parte delle loro quote azionarie, ed hanno ottenuto affidamenti presso altri ATO senza invece competere per l’affidamento della gestione nel proprio ATO originario.

Nel complesso l’obiettivo della L. 36/94 di riduzione della frammentarietà è stato ottenuto, essendosi ridotte le società di gestione da circa 13.500 nel 1994 a circa 90 oggi, mentre circa i tre quarti delle gestioni sono rimaste in house (incluse le situazioni in cui la società in house non è più interamente pubblica e/o ha ottenuto affidamenti anche presso altri ATO).

Recentemente, l’articolo 23 della Finanziaria 2008 (Legge 113/2008), poi modificato dal D.l. 135/2009, aveva stabilito che tutte le gestioni in house dovessero essere messe a gara entro il 2012, escludendo le società di gestione “in house” con bilanci già in attivo al netto dei trasferimenti statali (vietati per le società di gestione non “in house”), e prevedendo anche, per le società “in house” con bilanci non in attivo e che volessero comunque evitare la gara, la possibilità di partenariato pubblico-privato o dell’ingresso di capitali privati. L’esito del referendum del 12-13 giugno 2011 ha tuttavia abrogato tale legge, paventando in particolare gli (ipotetici) effetti nefasti di quest’ultima possibilità residuale.

La scarsità di acqua potabile

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Diritto all’acqua, Crisi idrica, Distribuzione delle risorse idriche, Acqua potabile e Servizio idrico integrato.

Approvvigionamento dell’acqua in un villaggio della Tanzania

A differenza di altri beni di primaria importanza, come il petrolio, il rame o il grano, l’acqua non è sostituibile nella maggior parte dei suoi impieghi e non è economicamente conveniente il suo trasporto a distanze superiori a qualche centinaio di chilometri.

A causa della crescita delle attività umane, la disponibilità di acqua potabile per persona sta diminuendo. La negazione sempre più diffusa del diritto all’acqua ha conseguenze terribili. All’inizio del terzo millennio si calcolava che oltre un miliardo di persone non avesse accesso all’acqua potabile[13] e che il 40% della popolazione mondiale non potesse permettersi il lusso dell’acqua dolce per una minima igiene.
La conseguenza è che nel 2006 trentamila persone sono morte ogni giorno nel mondo per cause riconducibili alla mancanza d’acqua.[14]
Inoltre il World Water Development Report dell’UNESCO nel 2003 indica chiaramente che nei prossimi vent’anni la quantità d’acqua disponibile per ogni persona diminuirà del 30%.
Per questo l’acqua è una risorsa strategica per molti Paesi.

Ismail Serageldin, vicepresidente della Banca mondiale, nel 1995 affermò: “Se le guerre del Ventesimo secolo sono state combattute per il petrolio, quelle del Ventunesimo avranno come oggetto del contendere l’acqua”.[15]

Ad oggi molti popoli sono stati coinvolti in una lunga successione di conflitti, armati e politici, per l’accesso all’acqua. Forti tensioni governano alcuni rapporti diplomatici proprio per il controllo sulle riserve acquifere. Dal conflitto indo-pakistano in Punjab alla Turchia dove nel 1989 l’allora primo ministro Turgut Ozal minacciò di tagliare la fornitura d’acqua alla Siria se non avesse espulso il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK). Dal conflitto per le acque del Nilo tra Egitto ed Etiopia all’idro-jihad lanciata dalle popolazioni nomadi del Tigri e dell’Eufrate contro il gigantesco progetto fluviale di Saddam Hussein.

In Medioriente l’apartheid dell’acqua a danno dei palestinesi alimenta il conflitto con Israele, che occupa dal 1967 la Cisgiordania e le alture del Golan e, dopo aver occupato dal 1982 al 2000 la cosiddetta “fascia di sicurezza” nel Libano meridionale, è ancora presente nella zona del Libano meridionale detta “Fattorie di Sheb’a“, attraverso la quale passano i fiumi Wazzani e Hasbani, che alimentano il fiume Giordano. Il Giordano, a sua volta, alimenta il Lago di Tiberiade, principale fonte di acqua dolce per Israele e Giordania.[16]

Il dibattito sulle soluzioni

Impianto di irrigazione in una piantagione di cotone

Il problema della diminuzione delle riserve acquifere ha tre soluzioni praticabili:

L’acqua pulita è quotata come il petrolio del futuro.[17] L’acqua dolce, ora più preziosa che mai per il suo uso estensivo in agricoltura, nelle manifatture ad alta tecnologia e per la produzione di energia idroelettrica, sta pian piano acquisendo l’attenzione della gente per una gestione più intelligente e un uso sostenibile.

L’acqua salata non è adatta a nessuna delle suddette applicazioni. Il sale elimina la fertilità dei terreni, impedendo successivi raccolti; incrosta le turbine e le pale di una centrale, e in generale i componenti meccanici di un’industria manifatturiera.

Schema di un dissalatore multiflash, utilizzato per il trattamento dell’acqua di mare

L’acqua del mare è presente in una quantità pressoché infinita sulla Terra[senza fonte], e potrebbe risolvere definitivamente il problema della siccità nel mondo, se si riuscisse a ricavarne acqua dolce. La tecnica di desalinizzazione più usata e meno costosa, al momento, utilizza l’osmosi inversa, ma è comunque dispendiosa dal punto di vista energetico (6 kWh/m3 di acqua). Fra le ipotesi discusse, si è pensato all’utilizzo di reattori nucleari per alimentare gli impianti, oppure ad un eolico off-shore in cui le pale al largo nel mare forniscono l’energia che serve ai desalinazzatori sottostanti per depurare l’acqua e pomparla fino alla costa.

Israele è un Paese pioniere nel trattamento delle acque reflue e marine, ed ha raggiunto una percentuale del 13% del fabbisogno idrico nazionale soddisfatta dalla desalinazione. Il costo al metro cubo di acqua desalinizzata è sceso sotto i 57 centesimi di euro, divenendo competitivo con quello della acqua dolce pompata direttamente fino alle utenze finali[18].

Ad Ashkelon, a sud di Tel Aviv, si trova il più grande desalinizzatore al mondo con una portata di 100 milioni di metri cubi di acqua potabile all’anno. L’acqua marina è pompata all’interno di 3000 cartucce contenenti ciascuna 37 m2 di membrane, ad una pressione di 72 bar, con la quale metà dell’acqua diviene dolce e potabile, cedendo il proprio contenuto di sale al restante di 50% che ricade in mare con una salinità raddoppiata.

I governi di molti Paesi hanno programmato di distribuire l’acqua ai bisognosi gratuitamente. Altri sostengono che il meccanismo del mercato e della libera iniziativa privata sia più adeguato alla gestione di questa preziosa risorsa e al finanziamento per la costruzione di pozzi, cisterne e dighe.[senza fonte]

I contrari alla privatizzazione temono che questa porti con sé forti rincari dei prezzi. L’acqua, come altri prodotti o servizi essenziali alla vita, è un bene a domanda scarsamente elastica rispetto a variazioni del prezzo, e che dunque consente ampi margini di rincaro. Il confronto con un prodotto indiretto e di mercato altrettanto diffuso, come quello delle acque minerali, che costano un multiplo dell’acqua del rubinetto, mostra che i cittadini accetterebbero notevoli variazioni del prezzo, che già pagano acquistando l’acqua in bottiglia.

Un argomento portato dai sostenitori della privatizzazione delle acque, è che una gestione non pubblica porterebbe efficienza nella produzione, distribuzione e impiego dell’acqua dolce: la rarità del bene e un prezzo, anche più alto, che tenesse conto del suo reale valore dovrebbero indurre i consumatori al risparmio idrico, la concorrenza fra società idriche, per ottenere in esclusiva la gestione in un certo territorio, tramite un quadro regolatorio e ritorni certi, e specifiche richieste in questo senso nei bandi di gara, dovrebbe incoraggiare gli investimenti di lungo periodo, spingere all’ammodernamento degli impianti e alla riduzione delle perdite negli acquedotti.

Bandi di gara annuali rappresentano un elemento di incertezza e disincentivo per investimenti che hanno tempi di ripagamento molto lunghi. Al contrario, concessioni decennali farebbero passare da un monopolio pubblico a uno privato, molto più costoso per i cittadini. A sostegno di questa tesi, valga dire che l’acqua è un monopolio naturale e le infrasrutture idriche sono un costo non replicabile, almeno nel medio-lungo periodo, pianificandosi investimenti ingenti con un orizzonte di ripagamento trentennale. I tempi di ripagamento si possono naturalmente abbreviare, rimodulando però verso l’alto le tariffe per gli utenti.

I contrari sostengono che senza una legge sul servizio universale idrico e l’obbligo di inserire nei bandi di gara clausola a protezione dei centri svantaggiati e dei meno abbienti, viene meno la garanzia per tutti i cittadini del godimento pieno e continuativo di un servizio essenziale alla vita. Il privato potrebbe interrompere la fornitura ai clienti meno abbienti che non pagano, ovvero decidere di non servire una località, perché i ricavi non coprono i costi operativi.
Gli ambiti territoriali ottimali cesserebbero di esistere e con essi ogni possibilità di controllo governativo sui prezzi, non potendo per il diritto antitrust nessuna autorità pubblica imporre dei prezzi amministrati a soggetti privati.

Le normative vigenti non prevedono la creazione di un’authority nazionale per l’acqua, così come già esiste per altri servizi essenziali e di rilevanza economica generale, quali telecomunicazioni, gas e corrente elettrica. L’authority sarebbe l’unico ente pubblico con i poteri di fissare un massimale di riferimento alle tariffe per l’acqua; garantire una reale concorrenza in un servizio gestito tramite monopoli locali, che potrebbero avere durata oltre l’anno a seconda del quadro regolatorio; la definizione di un servizio minimo universale da fornire a tutti e ovunque,; una fascia di reddito agevolata o del tutto esente le cui bollette sono finanziate dai clienti a reddito più alto; attribuire un compenso equi alle amministrazioni locali per la concessione in esclusiva del servizio, e alle comunità dove sorgono gli acquedotti per lo sfruttamento “non potabile” delle loro risorse sorgive, per la quantità d’acqua sottratta al consumo per usi industriali o produzioni agricole di cui non beneficia il territorio locale. La Costituzione prevede che la Repubblica rimuova gli ostacoli alla piena realizzazione della persona (art. 3) e, altrove, che le comunità montane siano equamente indennizzate per lo sfruttamento delle risorse.

Non esiste nemmeno una disciplina del conflitto di interessi che vieti ai produttori di acque minerali il controllo di società che forniscono il servizio idrico. In simili casi, il produttore potrebbe degradare la qualità dell’acqua e la continuità del servizio, ovvero aumentare le tariffe al di sopra del prezzo dell’acqua in bottiglia.

La normativa italiana, soprattutto non afferma che l’acqua è un bene demaniale perché nasce e scorre su suolo pubblico, e come tale è proprietà dello Stato. Affermare la proprietà pubblica dell’acqua comporta che chiunque tragga profitto dalla gestione del servizio, eventualmente anche quale proprietari degli acquedotti, è tenuto a pagare un canone per le risorse che consuma.

Per i contrari, gestione privatistica non è nemmeno sinonimo di efficienza, almeno dal lato dei consumi. Per la loro natura tenderebbero a fare condizioni di favore ai clienti industriali e agricoli, che incidono su alte percentuali del loro fatturato; in un’ottica di profitto, e dato il potere contrattuale dei maggiori utenti di risorse idriche, è probabile l’adozione di schemi tariffari che prevedono sconti quantità, e in questo modo disincentivano il risparmio, premiando i maggiori consumatori di risorse idriche.

L’80% dell’acqua dolce è destinata all’agricoltura per l’irrigazione e all’industria, mentre solo una minima parte serve le utenze civili. Ma le tecnologie tradizionali in agricoltura generano uno spreco enorme: nelle ore calde, buona parte dell’acqua destinata all’irrigazione di aree aperte, evapora. Gli impianti tradizionali inoltre non rilevano l’umidità del terreno e se è satura la sua capacità di assorbimento, oltre la quale l’acqua irrigata evapora o si perde in superficie senza nutrire le coltivazioni, la percentuale di spreco è molto alta.[senza fonte]

Dispositivo di irrigazione a goccia

Gli impianti di irrigazione a microgoccia sono una tecnologia che consente di abbattere di alcuni ordini di grandezza i consumi idrici in agricoltura, soprattutto se integrati con canalizzazioni per la microirrigazione interrate, che portano l’acqua direttamente alle radici delle piante, evitando le perdite per evaporazione e la dispersione nel terreno. Oltre all’acqua, arrivano micronutirienti e fosfati, abbattendo i rischi d inquinamento dei terreni e i costi di concimazione.

Anche nel caso dell’industria, vi sono margini di efficienza attraverso la depurazione degli scarichi e il riutilizzo delle acque reflue negli stessi impianti industriali o per l’irrigazione, contenendo le emissioni inquinanti nelle falde acquifere, dalle quali si attinge l’acqua potabile.

Alcune ulteriori fonti di risparmio idrico sono rappresentate dalla raccolta di acqua piovana in apposite cisterne, in particolare per l’irrigazione, dall’utilizzo di acqua di condensa ottenuta tramite deumidificatori o di altri sistemi in grado ad esempio di ricavare acqua dolce dalla condensa della nebbia.

Note

  1. ^ DPR 18 febbraio 1999, n. 238. URL consultato in data 22-12-2008.
  2. ^ Riferimenti normativi. URL consultato in data 22-12-2008.
  3. ^ Parlamento Europeo – Commissione per il commercio internazionale. URL consultato in data 22-12-2008.
  4. ^ Forum italiano dei movimenti per l’acqua . URL consultato in data 12-03-2010.
  5. ^ Acqua: Bolivia.. URL consultato in data 22-12-2008.
  6. ^ Regio Decreto 2644 del 10 agosto 1884. URL consultato in data 31-05-2011.
  7. ^ Regio decreto 1775 del 11 dicembre 1933. URL consultato in data 31-05-2011.
  8. ^ Regio Decreto 1265 del 27 luglio 1934. URL consultato in data 31-05-2011.
  9. ^ Legge 204 del 20 febbraio 1963. URL consultato in data 31-05-2011.
  10. ^ Legge 319 del 10 Maggio 1976 – Norme per la tutela delle acque dall’inquinamento. URL consultato in data 25-06-2011.
  11. ^ Legge 183 del 18 Maggio 1989 – Norme per il riassetto organizzativo e funzionale della difesa del suolo. URL consultato in data 31-05-2011.
  12. ^ Legge 142 dell’ 8 giugno 1990 – Ordinamento delle autonomie locali. URL consultato in data 31-05-2011.
  13. ^ Campagna del Millennio Obiettivo di Sviluppo del Millennio 7 (PDF)
  14. ^ Water-L News n.3 pubblicato dall’IISD (Istituto Internazionale per lo Sviluppo Sostenibile), marzo 2003, in inglese.
    “Diregiovani”, 21 marzo 2007 in italiano
  15. ^ Vandana Shiva Le guerre dell’acqua, Milano, Feltrinelli, 2003
  16. ^ Israele E Fattorie Di Sheba Carta Buona Per Due Tavoli
  17. ^ Cfr., ad esempio, Acqua, il petrolio del XXI secolo.
  18. ^ Cfr., Il Sole 24 Ore di giovedì 5 luglio 2007 (inserto “Inchieste”, pag. 5).

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Emergenza acqua

L’acqua sulla Terra è il 40 per cento in meno di trent’anni fa, e nel 2020 tre miliardi di persone resteranno senza. Ma gli Stati più forti stanno già sfruttando la situazione per trasformare questa risorsa in bene commerciabile.
Il pianeta è rimasto a secco e, guarda caso, ce ne siamo accorti troppo tardi. Sotto la spinta della crescita demografica e per effetto dell’inquinamento, le risorse idriche pro capite negli ultimi trent’anni si sono ridotte del 40 per cento. Gli scienziati avvertono che, intorno al 2020, quando ad abitare la Terra saremo circa 8 miliardi, il numero delle persone senza accesso all’acqua potabile sarà di 3 miliardi circa. Le soluzioni prospettate finora per far fronte al problema hanno cercato di aumentare l’offerta, piuttosto che di contenere la domanda, rivelandosi però inefficaci: le grandi dighe sono al centro di dibattiti per gli alti costi umani e ambientali e per la razionalità ecologica, mentre la desalinizzazione, oltre ad avere costi economici proibitivi, presenta forti controindicazioni dal punto di vista ambientale ed energetico. Questi e altri stratagemmi mostrano tutti i loro limiti rispetto al complesso ecosistema del ciclo dell’acqua.
Di fronte al fallimento della tecnica, aumentano le previsioni catastrofiche sulla battaglia planetaria che si scatenerà per l’accesso all'”oro blu” del XXI secolo. “Il whisky è per bere, l’acqua per combattersi”, sosteneva Mark Twain, e le tesi di osservatori internazionali, personalità politiche ed esperti di strategia sembrano confermare quella riflessione. Di fronte ai dati allarmanti sullo stato delle risorse idriche del pianeta, la maggior parte degli esperti hanno dichiarato che “le guerre del ventunesimo secolo scoppieranno a causa delle dispute sull’accesso all’acqua”.
Quello delle “guerre per l’acqua” è un tema che si presta a catturare l’attenzione e le preoccupazioni dell’opinione pubblica, vista la centralità – e addirittura la sacralità – che l’acqua riveste in molte società e culture. Eppure il discorso, presentato esclusivamente nei termini della crescente scarsità – e conseguente rischio di conflitti armati – può risultare semplicistico: si tende a presentare la situazione come immodificabile, quasi apocalittica, senza interrogarsi sulle cause reali che hanno portato il pianeta sull’orlo del collasso idrico e che impediscono a un terzo dell’umanità di avere l’accesso diretto alle acque potabili.

Fiumi inquinati, acqua imbevibile

Viene da chiedersi come mai la Cina, sul cui territorio si concentrano più del 40 per cento delle risorse idriche mondiali, si trova ad affrontare una grave penuria d’acqua potabile e irrigua: mettendo al primo posto la crescita industriale, il governo di Pechino non si è infatti preoccupato di tutelare le risorse ambientali, con il risultato che attualmente un terzo dei corsi d’acqua è inquinato, mentre nelle città il 50 per cento dell’acqua non è potabile. E le vendite dell’acqua in bottiglia delle multinazionali come Danone e Nestlé esplodono grazie alla preoccupazione dei consumatori per la scarsa qualità dell’acqua del rubinetto.
Altro dubbio legittimo: a cosa si deve la differenza tra coloni israeliani e popolazione araba che, pur vivendo negli stessi territori, usufruiscono di differenti possibilità d’accesso e di utilizzazione delle risorse idriche? Il consumo medio palestinese, in Cisgiordania e a Gaza, è di circa 150 mc pro capite all’anno, mentre quello dei coloni israeliani dei territori occupati si aggira intorno ai 700-800 mc. L’accesso alle risorse idriche diventa così fonte di disuguaglianza e tensione, alimentando i problemi legati alla sicurezza: non è un caso se in Israele l’acqua dipende dal Ministero dell’Agricoltura, in Palestina dal Ministero Israeliano della Difesa. Il semplice riferimento alle dotazioni naturali non spiega neanche come mai due paesi come Spagna e Giordania, a parità di risorse idriche pro capite, percepiscono in modo assai diverso la loro situazione: chi si sognerebbe di pronosticare un’entrata in guerra della Spagna contro i suoi vicini per garantirsi l’approvvigionamento idrico? E’ chiaro che, in molti casi in cui l’acqua sembrerebbe disponibile (come in Brasile, Cina, India, Turchia…), larghe fasce della popolazione non riescono a far valere il proprio titolo valido, per dirla alla Amartya Sen. La capacità di disporre di beni e servizi, e tra questi l’acqua (bene primario in termini igienico-sanitari e di sopravvivenza alimentare) dipende cioè dalle caratteristiche giuridiche, politiche, economiche e sociali di una certa società, e dalla posizione che l’individuo occupa in essa, piuttosto che dalla semplice disponibilità del bene o del servizio in questione.

Tariffe salate

I conflitti per l’accesso all’acqua iniziano all’interno dello Stato, coinvolgendo e opponendo i grossi coltivatori – fautori dell’agricoltura intensiva – ai piccoli proprietari terrieri, gli industriali agli operatori turistici, ma soprattutto tagliando fuori le comunità rurali e indigene il cui “approccio” all’acqua è, per così dire, di tipo imprenditoriale, e, inevitabilmente, gli abitanti delle periferie delle megalopoli, in cui le infrastrutture igienico-sanitarie sono poche o nulle. Questo tipo di conflitti non dipende tanto da fattori naturali come il clima o la dotazione di risorse idriche, quanto dalle scelte politiche, economiche e sociali di chi gestisce la res publica. In Bolivia, dove l’acqua non manca, all’inizio di aprile si è proclamato lo stato d’assedio per frenare le azioni di protesta diffuse in tutto il paese contro l’aumento delle tariffe dell’acqua del 20 per cento, previsto dal progetto governativo della Legge delle Acque che ne affida la gestione a un consorzio di multinazionali europee e americane.
Attualmente, nel mondo ci sono circa cinquanta conflitti tra Stati per cause legate all’accesso, all’utilizzo e alla proprietà di risorse idriche. Anche in questo caso, la maggior parte delle analisi citano come causa primaria un divario sempre più ampio tra la domanda e l’offerta, e, senza dubbio, si tratta di fattori cruciali: la zona in cui lo “stress idrico” minaccia da un momento all’altro di trasformarsi in conflitto armato è quella del Medio Oriente, dove il clima e le riserve idriche sono tra i più disgraziati del pianeta. Ma le spiegazioni basate sulla penuria d’acqua sono solo una mezza verità: che dire ad esempio della Turchia, vero e proprio chateau d’eau del Medio Oriente, con risorse idriche pro capite superiori a quelle italiane, e che però combatte da anni con Siria e Iraq per il controllo di Tigri ed Eufrate? Quello turco – ma anche quello dell’Egitto nei confronti di Etiopia e Sudan, e di Israele verso i suoi vicini arabi, tanto per citarne qualcuno – è un classico esempio di “idropolitica”, ovvero di politica fatta con l’acqua: strumento strategico per assicurarsi il potere e la supremazia economica in una determinata regione.

Acqua come il petrolio

Nelle zone più aride la questione idrica è sempre servita ad alimentare la propaganda di regimi nazionalisti – si pensi alla retorica che circonda la costruzione di una grande diga, e ai nomi che le vengono dati: Saddam, Ataturk, Nasser. Così l’acqua si è trasformata, di volta in volta, in obiettivo strategico da colpire per indebolire l’avversario, in uno strumento di ricatto che serviva a garantire la supremazia regionale. Con l’attuazione del progetto Gap, che prevede la realizzazione di 22 dighe e 19 centrali idroelettriche, la Turchia ha due obiettivi: ribadire la sua supremazia rispetto a Siria e Iraq – anche quelli alle prese con progetti idraulici altrettanto imponenti – e controllare militarmente (con la scusa di proteggere i cantieri dagli attentati) i territori dell’Anatolia sudorientale, che da sempre sono roccaforte dei curdi.
Il caso turco, così come quello israeliano, dimostra come le “guerre per l’acqua” possano essere la conseguenza più che la causa delle tensioni internazionali, e rivela la pericolosità delle logiche dell’idropolitica. Una politica di potenza basata sul ricatto idrico, e sulle difficoltà di approvvigionamento degli avversari, non è certo la strada migliore per risolvere la penuria d’acqua: al contrario, tende a “mantenere” la scarsità per poter far valere i propri meccanismi. E’ chiaro che, in questo contesto, la proposta di considerare l’acqua come bene economico raro, assegnandole un prezzo di mercato che ne rifletta la scarsità, non favorisce la pace e la cooperazione, come sostengono i suoi fautori, ma porta dritti alla petrolizzazione dell’acqua. La soluzione ai problemi legati alla scarsità idrica in molti casi non si trova nell’acqua, o in costose e discutibili soluzioni tecniche, ma passa per la volontà politica dei dirigenti. Che vuol dire avviare una seria cooperazione a livello regionale e internazionale

Tratto da http://www.oneworld.org

Quanto costerà l’acqua?

La Banca mondiale sostiene la privatizzazione dei diritti all’acqua nel terzo mondo

Alcuni anni fa, Ismail Serageldin, il vice presidente della Banca mondiale, disse che le guerre nel ventunesimo secolo saranno guerre per l’acqua. Si riferì al fatto che le fonti di acqua fresca nel mondo sono destinate a scarseggiare in modo allarmante e che di conseguenza saranno inevitabili dei conflitti.
In risposta alla crisi, la Banca mondiale ha deciso di sostenere la privatizzazione delle acque e la tariffazione a costo pieno. Questa decisione sta causando sconcerto in parecchi dei paesi del terzo mondo dove forse in futuro la gente non si potrà più permettere l’utilizzo dell’acqua dopo che venga privatizzata.
In Bolivia, dove un rappresentante della Banca mondiale partecipa a pieno titolo nelle riunioni del Consiglio dei Ministri, la Banca si è rifiutata di prestare garanzia per un prestito di 25 milioni di dollari per il rifinanziamento dei servizi idrici a Cochabamba, la terza città del paese, se non a condizione che il governo vendesse il sistema pubblico delle acque al settore privato e permettesse che tutti i costi gravassero d’ora in avanti sui consumatori. Nelle trattative di vendita una sola offerta veniva considerata, e il sistema idrico passò nelle mani di un sussidiario della Bechtel Corporation, già tristemente famosa per un progetto idroelettrico in Cina detto “delle tre gole”, che ha provocato lo sradicamento di 1.300.000 persone nella zona.
Nel Gennaio 1999, prima di aprire un suo ufficio, Bechtel già annunciò il raddoppiamento dei prezzi dell’acqua. Per molti boliviani, questo significava che ormai l’acqua era più costosa dello stesso cibo. Molta gente che sopravvive con un salario minimo o che non ha lavoro, vedeva la bolletta dell’acqua consumare quasi la metà del loro magro budget mensile.
Aggiungendo la beffa al danno, la Banca mondiale impose un regime di monopolio per i concessionari privati dell’acqua, annunciò il suo sostegno per la tariffazione a pieno costo, legò il prezzo dell’acqua al dollaro e dichiarò che nessuno dei suoi crediti poteva essere utilizzato per dare sussidi ai poveri per i servizi idrici. Tutte le acque, incluse quelle da fonti comunali, erano soggette a permessi di utilizzo ed i contadini dovevano perfino comprare dei permessi per le eventuali cisterne sui loro terreni che immagazzinavano l’acqua piovana!
Storie di questo genere si vedono già in molte parti del mondo. Nel momento in cui l’umanità comincia a rendersi conto delle terribili implicazioni della crisi dell’acqua potabile, alcune multinazionali dell’alimentazione e dell’acqua, con il sostegno della Banca mondiale, stanno commercializzando le risorse idriche dei paesi del terzo mondo. Nel forum internazionale sull’acqua all’Aia nel marzo di quest’anno, organizzato dalle Nazioni Unite e dalla Banca mondiale, la voce dominante era chiaramente quella delle multinazionali.
La privatizzazione delle risorse idriche comunali può essere una cosa terribile e i suoi effetti sono ben documentati. Le tariffe vengono raddoppiate o triplicate, i profitti dei gestori aumentano anche del 700 per cento, la corruzione è evidente, la qualità dell’acqua diminuisce, a volte in modo drammatico, si incoraggia l’utilizzo sconsiderato dell’acqua per aumentare il profitto e si chiude il rubinetto agli utenti che non possono pagare. Quando la privatizzazione arriva al terzo mondo, quelli che non possono pagare moriranno.
Non vi disperate però. Almeno in Bolivia, la storia ha avuto, per ora, un lieto fine. Centinaia di migliaia di Boliviani si sono messi in moto marciando su Cochabamba per protestare contro le decisioni del governo. Il 10 aprile l’hanno vinta. Il governo ha espulso la Bechtel Corporation ed ha revocato la legislazione sulla privatizzazione delle acque.
Oscar Olivera, il calzolaio boliviano che ha innescato la battaglia ha portato il suo messaggio in Nordamerica parlando ad una manifestazione a Washington in occasione di recenti riunioni della Banca mondiale e del Fondo Monetario Internazionale. Egli diceva che dove l’acqua viene privatizzata e commercializzata per profitto, non raggiunge più la gente che ne ha bisogno ma al contrario, servirà solamente per arricchire una manciata di multinazionali dell’acqua.

Questo articolo è stato scritto da Maude Barlow per il Toronto Globe and Mail, Canada, l’11 maggio 2000. Abbiamo trovato il testo (in inglese) nella rivista NEXUS (La Leva di Archimede)
http://www.theglobeandmail.com
http://www.nexus.com
www.nexusitalia.com

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ENTI LOCALI| LA SENTENZA della corte costituzionale

Privatizzazioni, lo stop della Consulta

Cancellata la norma sui servizi pubblici locali: ignorava il referendum sull’acqua. I movimenti: «restituita voce a cittadini»

Una dei manifesti della campagna referendaria contro la privatizzazione delle risorse idricheUna dei manifesti della campagna referendaria contro la privatizzazione delle risorse idriche

ROMA – Scacco matto alle privatizzazioni dei servizi pubblici locali. La Corte Costituzionale ieri, accogliendo il ricorso di sei Regioni, ha cancellato in un sol colpo tutta la normativa, varata dal governo Berlusconi, che apriva il mercato dei servizi pubblici (tranne quello dell’acqua) alla concorrenza imponendone in qualche modo la privatizzazione.

Secondo la Consulta, il difetto di queste regole, che erano contenute nella Finanziaria-bis del 2011, sta nel fatto che esse riproducono la medesima ratio di quelle che il referendum del giugno 2011 aveva cancellato, note con il nome di «legge Ronchi» e risalenti al 2009. La violazione dell’articolo 75 della Costituzione, che vieta di riproporre norme cassate dalla volontà popolare, riporta ora indietro l’orologio normativo di circa 15 anni, a prima della legge Ronchi. Esultano le Regioni, a partire dalla Puglia di Nichi Vendola, prima firmataria del ricorso.

Per capire cosa è successo bisogna premettere che la normativa comunitaria consente agli enti locali di gestire direttamente i servizi pubblici ponendo come unica condizione che il capitale della società cui li affida (società in house ) sia totalmente pubblico. Ora, la norma cassata, secondo la Consulta e in particolare Giuseppe Tesauro (ex Garante Antitrust), estensore della sentenza, andava oltre quelle europee, rendendo «ancora più remota l’ipotesi dell’affidamento diretto dei servizi». Come? In due modi. Primo: subordinava l’affidamento in house alla dimostrazione che, «in base ad una analisi di mercato», la libera iniziativa economica privata non garantisse «un servizio rispondente ai bisogni della comunità». Secondo: stabiliva una soglia, pari a 900 mila euro, al di sopra della quale automaticamente era esclusa la possibilità di affidamenti diretti. Una soglia che l’ultimo decreto Liberalizzazioni aveva ulteriormente abbassato, a 200 mila euro.

La legge siffatta, come si è detto, riprendeva in toto lo spirito di quella cassata dal referendum, avendo cura di escludere dal suo raggio di azione quei servizi idrici che erano stati la miccia che aveva innescato la campagna referendaria. Tale accortezza non è bastata a salvare la norma.

«Bene – ironizza la deputata Linda Lanzillotta (gruppo misto), da anni impegnata a favore dell’apertura del mercato dei servizi – tutto l’impianto delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni è demolito. La Corte dimostra il suo orientamento poco favorevole al mercato. Ora bisognerà vedere cosa resta del decreto del governo Monti che era intervenuto sul tema».

Sul punto interviene il sottosegretario allo Sviluppo economico, Claudio De Vincenti, secondo cui la sentenza «non riguarda le norme sui servizi pubblici locali varate dall’attuale governo con il disegno di legge Liberalizzazioni, che sono in linea con il risultato referendario e considerano la gestione cosiddetta in house legittima al pari della concessione a terzi e della società mista».

Ma cosa succederà adesso? «Non c’è più la norma che imponeva la privatizzazione – spiega Giancarlo Cremonesi, presidente di Confservizi – starà alla decisione delle singole amministrazioni e dei singoli soci decidere il da farsi».
Ne sa qualcosa il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, che ieri si è affrettato a spiegare che «la sentenza della Corte Costituzionale libera gli enti locali da vincoli rigidi nei processi di privatizzazione e liberalizzazione dei servizi pubblici locali ma non rende affatto illegittima la nostra delibera sulla costituzione della holding e la vendita del 21% di Acea».

Vendola, rivendica a sé il risultato: «La Puglia ha vinto, ma soprattutto, con la Puglia, hanno vinto la democrazia e il popolo del referendum». Per il Governatore sarebbero «a rischio anche le norme del decreto sulla spending review che mirano a fissare gli stessi limiti, abrogati dalla Consulta, sulle società in house ».
Festeggiano il «Forum italiano dei movimenti per l’acqua» e Legambiente, promotori del referendum. E il leader dell’Idv, Antonio Di Pietro, «vigilerà, fuori e dentro il Parlamento, affinché il responso dei cittadini e la sentenza della Corte costituzionale vengano rispettate».

Antonella Baccaro20 luglio 2012 (modifica il 21 luglio 2012)

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