Nuovo Ordine Mondiale, Controllo delle Popolazioni e del Ripopolamento, Cultura della Morte, Forme di Finanziamento Guerre e Governi Locali, Sistemi Matriciali

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Il mercato delle droghe

-Alessio “rutz” Torrieri-

Anni fa credevo che la legalizzazione fosse l’unica soluzione del problema, mi sbagliavo.

Ritenevo che rendendo libera la circolazione delle sostanza stupefacenti, le organizzazioni criminali avrebbero perso gran parte dei loro proventi e la qualità delle sostanza sarebbe aumentata, diminuendo i rischi alla salute, mi sbagliavo, di nuovo.

Nel nostro paese, non c’è mai stata la volontà ne di legalizzare, ne di eliminare le droghe dal mercato.

Anche se, praticamente in tutta Europa, l’uso e il commercio di stupefacenti è illegale, l’afflusso di sostanze non tende a diminuire, ne gli stati fanno alcunché per estirpare questa piaga.

Fino ad ora, anche con l’inasprimento delle leggi, si è fatta solo propaganda.

Come al solito lo stato italiano ha redatto leggi solo per lucrare soldi alle tasche dei cittadini, ma senza mai cercare di risolvere la natura del problema. Come dicevamo prima il mercato delle droghe è un business a svariati zeri …

La legalizzazione, anche solo della marijuana, non creerebbe che un aumento dei consumi e dei consumatori, essa non sarebbe altro che un richiamo, una pubblicità, un invito a l’uso. Anche coloro che credono che fumare erba non faccia male, in realtà si illudono, l’utilizzo costante di canapa e dei suoi derivati, porta solo all’ alienazione e all’ investimento di energie e risorse preziose in un’attività sterile.

Le droghe non sono altro che un ulteriore mezzo di distrazione di massa.

Questo e il considerevole giro di denari, che fa gola a molti, sono i motivi fondamentali per cui non si vuole interrompere il narcotraffico.

Se ci pensate bene, i paesi maggiori produttori ed esportatori sono pochi e le tratte di arrivo anche.
Hashish dal Marocco tramite Spagna, cocaina dal Sudamerica sempre tramite Spagna, oppio e derivati da Afganistan ed altri paesi asiatici attraverso Turchia e poi Balcani, droghe sintetiche soprattutto da laboratori svizzeri ed olandesi …

Queste sono ipotesi, ma molto ben attendibili, che chiunque potrebbe verificare, noi ci chiediamo come mai, conoscendo comunemente l’origine di questi prodotti ILLEGALI, non si fa nulla per prevenire alla radice l’arrivo di determinate sostanza.

Forse, appunto, perché non si vuole.

Lo stato massonico vuole solo il nostro rincoglionimento: tv, calcio, videogame, pornografia, alcol e droga, non sono altro che zuccherini avvelenati per farci stare buoni e narcotizzati, non sono altro che viziosi circoli di voluttà che conducono solo a soddisfazioni effimere.

Rifletteteci e se davvero volete essere alternativi ed idealisti, rifiutate di fare parte di questo teatrino.

http://www.losai.eu/il-mercato-delle-droghe/

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Mi sento di dissentire pacatamente ( grazie al THC )

hashis e marjuana non sono considerate Droghe non causando assuefazione
anche se usate quotidianamente;
lo sono caffeina – teina – nicotina- cioccolato,oltre quelle -ina illegali gestite dai Servizi non deviati.
Inoltre bisogna differenziare tra USo ed ABUSO
le proprietà terapeutiche della marjuana sono molte e comprovate da studi, non risultano situazioni di dipendenza dalle Canne e a chi stigmatiiza ” da dipendenza psichica ” chiedo : sono innamorato di una smart 40enne, la penso spesso – quando mi chiama sprizzo di gioia – quando mi trascura vado in down……chiedo a Giovanardi di inserirLa nella lista delle droghe, visto la dipendenza psichica che mi da?
Se fosse possibile coltivare la Cannabis Sativa, che cresce anche in Italia , non avremmo bisogno di importare droghe leggere.
Concordando in toto su quelle pesanti, un’eventuale legalizzazione deve avere dei paletti, soprattutto evitarne l’abuso e l’assunzione da adolescenti, come si dovrebbe fare con i superalcolici.

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La Droga: uno strumento di politica globale

28 agosto, 2012 Dmitrij Sedov Geoeconomia 3 commenti
La Droga: uno strumento di politica globale

Sulla scia della Seconda Guerra mondiale, le elite politiche statunitensi e britanniche si ritrovarono ad affrontare la minaccia del socialismo su scala globale. Nonostante le incombenti perplessità circa il futuro, decisero di reagire mobilitando risorse – pubbliche e nascoste – al fine di implementare un programma di “Roll Back” atto a invertire l’avanzata comunista mondiale.

Un vero e proprio blocco sulla strada della mobilitazione anti-comunista era rappresentato dal fatto che la maggior parte della popolazione statunitense era diffidente verso un progetto di politica estera di così ampia portata. Per lo statunitense medio il mondo era rappresentato unicamente dall’America del Nord e l’interesse per la politica estera era minimo. A causa di questo radicato isolazionismo, negli Stati Uniti, agli esordi della Guerra Fredda, spese governative ingenti nella politica estera erano fuori questione. Inoltre la CIA, principale fonte economica nel reame della politica estera americana, rappresentava, per la maggioranza degli americani nell’epoca post-bellica, un’agenzia come un’altra, mentre in realtà questa stava diventando un protagonista chiave. Pur perseguendo l’impegno di portare a termine massicce operazioni mondiali, la CIA chiese alla Casa Bianca una licenza per inserirsi in fonti di finanziamento alternativi. La droga figurava come il business più remunerativo tra quelli più noti. La natura criminale del business dettava quindi le regole del gioco. Mentre alcuni dei guadagni erano effettivamente utilizzati a supporto di operazioni sotto copertura, altri erano deviati verso l’arricchimento personale di agenti e dirigenti dell’agenzia oppure rimanevano nelle mani di gruppi finanziari con potere di lobby nell’amministrazione statunitense. Di conseguenza, la complicità nel business della droga iniziò a diffondersi verso il livello più alto dell’establishment nordamericano.

Il primo caso rappresentante le connessioni tra la CIA e il business della droga risalgono al 1947, anno in cui Washington, preoccupato dell’ascesa del movimento comunista nella Francia post-bellica, si associò con la nota e spietata mafia corsa nella lotta contro la sinistra. Dal momento che il denaro non poteva essere riversato nella sgradevole alleanza attraverso canali ufficiali, una grossa fabbrica di eroina venne istituita a Marsiglia con l’assistenza della CIA, che alimentava l’affare. L’iniziativa imprenditoriale impiegava abitanti del posto, mentre la CIA organizzava il ciclo degli approvvigionamenti, ed il terrore fisico e psicologico contro i comunisti in Francia alfine impedì loro di raggiungere il potere.

Successivamente lo schema adottato è stato replicato nel mondo. All’inizio degli anni ’50 la CIA dirigeva un network di fabbriche di eroina nel Sud Est Asiatico e con parte dei guadagni sosteneva Chiang Kai-shek, che combatteva contro la Cina comunista. La CIA iniziò quindi a patrocinare il regime militare in Laos, rafforzando i propri legami nella regione del Triangolo d’oro comprendente Laos, Tailandia e Birmania, Paesi che hanno contribuito per il 70% della fornitura globale di oppio. La maggior parte della merce era diretta a Marsiglia e in Sicilia per il trattamento effettuato dalle fabbriche gestite dalla mafia corsa e siciliana. In Sicilia, l’associazione criminale che gestiva diverse fabbriche di droga era stata fondata da Lucky Luciano, un gangster americano nato in Italia e rideportatovi dopo la Seconda Guerra mondiale. Le informazioni non classificate non lasciano alcun dubbio circa il lavoro che Luciano svolgeva per l’intelligence americana. L’uomo è stato, senza grosse motivazioni, rilasciato dalla prigione americana nel 1946 prima di aver scontato la sua condanna; l’associazione criminale italiana che operava sotto il controllo statunitense condivideva i guadagni con i patroni americani, i quali utilizzavano il denaro per portare avanti una guerra segreta contro il partito comunista italiano.

La CIA continuò a prelevare denaro dal Triangolo d’oro durante la Guerra del Vietnam. La droga proveniente da questa regione veniva trafficata illegalmente negli Stati Uniti e distribuita a basi militari americane all’estero. Ne deriva che molti dei veterani della Guerra del Vietnam sono rimasti segnati non solo dalla guerra, ma anche dall’uso di narcotici. Le attività legate al traffico della droga portate avanti dalla CIA dovevano rimanere segrete, ma evitare di venire a conoscenza di azioni così gravi era difficile. Uno scandalo enorme scoppiò infatti negli anni ’80 coinvolgendo la banca Nugan Hand di Sydney, con filiali registrate alle isole Cayman, e il precedente direttore della CIA W. Colby avente funzione di consigliere legale. La CIA ha utilizzato la suddetta banca per operazioni di riciclaggio di denaro sporco nella gestione dei proventi derivanti dal traffico di droga e armi in Indocina.

La geografia dei traffici di droga appoggiati dalla CIA si ampliò costantemente. Negli anni ’80, lo scambio armi per droga è stato replicato per finanziare i Contras del Nicaragua, ma dopo essere stato scoperto il Comitato delle relazioni estere del Senato americano ha dovuto aprire un’inchiesta. Una frase del rapporto del Senato sul famoso accadimento affermava: “I decisori statunitensi non erano immuni all’idea che i soldi della droga fossero una soluzione ideale al problema del finanziamento del Contras”. Questa dichiarazione, in linea generale, potrebbe dimostrare che le attività della CIA erano strettamente collegate alla politica estera americana. Il business della CIA nel narcotraffico si è diffuso senza precedenti quando gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica entrarono indirettamente in conflitto in Afghanistan. La comunità dell’intelligence americana finanziò generosamente i Mujahiddin, in parte con i soldi derivanti dal narcotraffico. Gli aerei statunitensi che consegnavano armi alla nazione rientravano carichi di eroina. Secondo giudizi indipendenti, all’epoca, circa il 50% del consumo di eroina negli Stati Uniti proveniva dall’Afghanistan.

La mafia, la CIA e George Bush di Pete Brewton (New York: S.P.I. Books, 1992) offre una serie di dati concreti che provano i legami esistenti tra il direttore della CIA e il Presidente americano G. Bush e la mafia. Lo stesso Presidente, in certe fasi della sua carriera, combinò la propria funzione pubblica con la politica e il business della droga. L’establishment americano ha concluso che la droga oltre ad essere stata impiegata per circostanze politiche, potrebbe tornare utile nel raggiungimento di obiettivi geopolitici di lungo termine. Quando P. Brenner divenne capo di Baghdad con un’autorità che nemmeno S. Hussein si sognava, non fece alcun tentativo per innalzare una barriera contro l’ondata del narcotraffico che travolse l’Iraq. Inoltre è importate notare che il business della droga, durante il governo di S. Hussein, era un problema inesistente nel paese. “Questa è la panacea di ogni rivolta. Drogateli, rendeteli dipendenti come pesci affamati. In seguito, dopo aver preso il controllo della loro radio e televisione, storditeli con la propaganda…”. BAGHDAD: la città che non ha mai visto l’eroina, una dipendenza mortale, fino a Marzo del 2003, ora è sommersa di stupefacenti, inclusa l’eroina.

Secondo un rapporto pubblicato dal giornale “The Indipendent” di Londra, i cittadini di Baghdad si lamentavano che la droga, come l’eroina e la cocaina, erano smerciate per le strade delle metropoli irachene. “Alcune relazioni suggeriscono che il traffico di droga e armi era sostenuto dalla CIA, al fine di finanziare le sue operazioni segrete internazionali”, scrive Brenda Stardom. Nel suo rapporto, un abitante di Baghdad spiegava: “Saresti impiccato per il traffico di droga. Ma ora si può ottenere eroina, cocaina, qualsiasi cosa”. I civili tossicodipendenti non hanno nessuna volontà di resistere, mentre la trionfante Washington, che ottenne le risorse del paese, è incurante del fatto che questa gente è condannata all’estinzione.

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L’operazione anti-terroristica lanciata immediatamente dopo il dramma dell’11 Settembre è giunta a conclusione in Afghanistan 11 anni dopo. Washington tratta la questione come un successo, ma evitare l’opinione pubblica genera gravi effetti collaterali. L’Afghanistan è stato abbandonato in uno stato di distruzione, con interi villaggi annientati, migliaia di persone decedute, prigionieri, campi di concentramento e rifugiati in tutto il paese.
Sconfiggere il business della droga era l’obiettivo più pubblicizzato dell’intera Guerra al terrore americana, ma il risultato e gli obiettivi della campagna erano completamente diversi. Nelle mani della coalizione occidentale, l’Afghanistan si è trasformato nel principale produttore mondiale di droga. Gli USA e il business della droga si sono intrecciati sin dalla fine del secondo conflitto mondiale. Per Washington, la droga è stata a lungo un elemento strutturale della politica estera, oltre all’enorme mercato nero mondiale che alimenta l’economia “legittima” dell’Occidente… Un dollaro destinato al commercio della droga rende fino a $12.000, nella migliore delle ipotesi. Il costo dell’eroina afgano aumenta nettamente man mano che ci si sposta a nord del Paese – in Pakistan ammonta a circa $650 al chilo, $1.200 in Kyrgyzstan, raggiungendo i $70 al grammo nella città di Mosca. Un chilo di eroina equivale a 200.000 dosi e una dipendenza disperata inizia dopo 3 o 4 dosi.

Il capitale “legittimo” sarebbe temporaneamente insostenibile senza il trascinante mercato nero globale. Entrambi i componenti dell’economia mondiale sono incentrati sugli Stati Uniti. Washington è consapevole che la produzione di droga può essere messa in atto solo dopo aver soddisfatto il requisito principale, cioè che gli utili finali non creino un effetto a cascata sul produttore. Diversamente, il mercato nero si sgretolerebbe all’istante. La mafia che gestisce il traffico di droga in linea riesce ad ottenere il 90% dei ricavi dall’eroina. Accanto ad altri soggetti coinvolti nel traffico, coloro che lavorano la materia prima ricevono il 2% del guadagno, gli agricoltori di papavero il 6% e i commercianti di oppio il 2%. La produttività del mercato nero utilizza anche aree coltivate a prezzi marginali. Promuovere un conflitto armato nella zona agricola è il modo più semplice per attenuare i costi richiesti dagli agricoltori, considerando che le armi sono la merce con più alto valore equivalente. La formula è che più sanguinoso è il conflitto e più alti sono i ricavi dalle vendite di armi e droga. L’instabilità, associata al controllo del disordine, rappresenta il motore del mercato nero. I due fattori armonizzano la domanda e l’offerta, tuttavia per assottigliare i costi e non avere difficoltà occorre diffondere aspirazioni separatiste. Il comandante della situazione dovrebbe impegnarsi con gruppi etnici, clan o fazioni religiose piuttosto che con enti statali.

L’Afghanistan ha distribuito un totale di circa 50 tonnellate di oppio durante la metà degli anni ’80, ma la cifra è balzata a 600 tonnellate entro il 1990, un anno dopo il ritiro dei sovietici. Dopo aver sequestrato il 90% del territorio afgano e preso controllo della coltivazione di papavero locale, i talebani si sono scrollati di dosso la presa della CIA e del dipartimento di Stato americano, causando la perdita della quota statunitense dei circa 130 miliardi di dollari di profitto che la mafia poteva ottenere se le forniture venivano incanalate con successo in Asia centrale. Riprendere il controllo della produzione di eroina dal potere dei talebani era l’obiettivo fondamentale dietro la campagna statunitense in Afghanistan. Al momento la missione è compiuta, gran parte dell’eroina viene acquistata e trasmessa dalla CIA e dal Pentagono ad altri paesi. Dopo aver costruito le basi militari in Kyrgyzstan, Uzbekistan e Tagikistan e insediato il governo di H. Karzai, Washington ha aperto nuove rotte di approvvigionamento, eliminando i concorrenti e facendo sì che la capacità degli stabilimenti di trasformazione dell’oppio in eroina non siano mai privi di lavoro.

Al momento, l’Afghanistan rappresenta il 75% del mercato globale di eroina, l’80% del mercato europeo e il 35% del mercato statunitense. Circa il 65% del rifornimento di droga dell’Afghanistan attraversa l’Asia centrale post-sovietica e anche se questa disposizione sarà leggermente modificata, il traffico persisterà anche dopo il ritiro della coalizione occidentale dall’Afghanistan. L’alleanza criminale tra la CIA e i talebani è un fatto noto e non svanirà. Attualmente, i gruppi criminali albanesi del Kosovo possiedono un ruolo di primo piano nel commercio internazionale della droga. L’indipendenza del Kosovo dalla Serbia ha permesso agli Stati Uniti di pianificare un nuovo punto di appoggio per il business della droga, con particolare riguardo all’Europa. Oltre un milione di albanesi risiedono in Europa occidentale e la maggior parte di loro sopravvive grazie a diversi affari illegali, soprattutto quello della droga. Senza dubbio, gli Stati Uniti hanno deliberatamente presentato all’Europa un problema che d’ora in poi aumenterà.

Secondo l’agenzia anti-narcotici russa, circa 100.000 persone in tutto il mondo – più di quante uccise dall’esplosione nucleare che distrusse Hiroshima – muoiono ogni anno a causa degli stupefacenti provenienti dall’Afghanistan. In questo contesto, in Russia, il bilancio è di circa 30.000 vittime. L’agenzia russa sul controllo della droga afferma che la produttività è raddoppiata negli ultimi dieci anni e ad oggi il 90% delle dosi di droga consumate globalmente – un totale di 7 miliardi – rappresentano eroina. La tossicodipendenza sta invadendo l’odierna Russia e nel mix con l’abuso di alcool sta mettendo in pericolo l’esistenza stessa della nazione. La Russia è molto attiva nell’incoraggiare la lotta internazionale contro la droga – il Ministro degli esteri S. Lavrov, per esempio, ha ricordato al forum anti-droga 2010 che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite osserva il problema della droga come una minaccia alla pace e alla sicurezza globale. Il suo punto di vista era che il mandato della coalizione in Afghanistan dovrebbe essere aggiornato per includere delle misure ben più robuste, incluso lo sradicamento dei campi di oppio e lo smantellamento delle fabbriche di droga. I passi per contrastare la produzione di stupefacenti in Afghanistan dovrebbero essere altrettanto decisi di quelli scattati in America Latina contro il traffico di cocaina, afferma Lavrov sottolineando anche, che un coordinamento in tempo reale tra la Russia e la NATO, lungo il confine con l’Afghanistan, potrebbe essere di grande aiuto. Mosca ha mandato per anni segnali in merito, ma l’atteggiamento della NATO sembra essere impassibile.

Il capo dell’agenzia russa del controllo della droga V. Ivanov ha affermato nel 2010 che la Russia ha fornito delle informazioni riservate agli Stati Uniti e all’amministrazione afgana riguardo 175 stabilimenti di droga in Afghanistan, eppure nessuno di questi è stato smantellato. I fondi continuano quindi ad accumularsi sui conti bancari di coloro che gestiscono questi traffici ed è chiaro che questa condizione richiede un fronte anti-narcotico molto più ampio. Mosca perderà solo tempo e vedrà sempre più russi morire se attende una mossa dell’Occidente per sottoscrivere tali iniziative. È giunto il momento di adottare misure drastiche contro coloro che diffondono la morte confezionata in dosi.

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Dalla guerra dell’oppio all’affare della droga
dal libro di Orio Nardi: “Mondialismo e Trilaterale

«Si ricorda quando l’Occidente ci impose le guerre dell’oppio? – chiese il primo ministro cinese Ciu EN-LAI al presidente egiziano Nasser nel giugno 1965. E proseguì: – Ci combatterono con l’oppio. Adesso noi li combatteremo con le stesse armi… L’effetto di questa demoralizzazione sugli Stati Uniti sarà molto più grande di quanto si possa immaginare».
E così avvenne. La guerra nel Vietnam vide i soldati americani moralmente disfatti dalla droga, e la droga continua ad essere l’arma di distruzione dei giovani americani e di gran parte delle nazioni del mondo. L’affare della droga assume la portata di una operazione politica mondiale con cui i cinesi, gli inglesi e altri complici vanno seminando la morte e la rovina di molti popoli..
Esaminando i punti nodali della diffusione della droga ci accorgiamo che essa segue le antiche strade della rivoluzione, spesso con gli stessi nomi, le stesse organizzazioni economiche, gli identici centri di potere politico.

Le guerre dell’oppio contro la Cina
Con l’istituzione della Compagnia delle Indie Orientali nel 1715 l ‘Inghilterra dava l’avvio al commercio della droga dal Bengala alla Cina. Gli obiettivi erano due: ridurre il deficit della bilancia dei pagamenti, incoraggiare il consumo della droga tra gli appartenenti alla classe dei Mandarini cinesi.
L’agente segreto della Compagnia delle Indie Orientali, ADAM SMITH, metteva a punto la politica di saccheggio coloniale con il suo libro “La ricchezza delle nazioni”. Il denaro sporco ricavato dal traffico dell’oppio, costituì la grossa parte del fondo usato per pagare i mercenari asiatici inviati nell’America del Nord a schiacciare la ribellione contro gi inglesi dal 1775 al 1883. Il traffico dell’oppio nel frattempo si era moltiplicato di venti volte.

1. Questo traffico provocò la reazione dell’Imperatore cinese contro la setta della TRIADE, che sotto la protezione inglese diffondeva la droga tra i popoli gialli. Gli inglesi reagirono violentemente con la prima guerra dell’oppio
LORD PALMERSTON, il grande architetto della politica inglese alle dipendenze della Regina Vittoria, mandò la flotta ad assediare Canton (giugno 1840) e indusse l’Imperatore a un trattato che concedeva agli inglesi il libero commercio della droga in un gran numero di porti cinesi. Nel trattato di Nanchino (1842), oltre a una enorme somma di indennità, gli inglesi estorcevano alla Cina anche il controllo sul porto franco di Hong Kong, che rimane fino ad oggi la capitale del traffico della droga nel mondo.

2. Nel 1859 Lord Palmerston, il gran maestro del Rito Scozzese della massoneria, era tornato a ricoprire la carica di primo ministro per lanciare la seconda guerra dell’oppio e portare a termine la politica della «Cina aperta», da lui stesso elaborata vent’anní prima. La spedizione navale incaricata di impossessarsi dei forti di Pechino era rimasta incagliata sui bassifondi fangosi, e centinaia di marinai che avevano cercato di raggiungere la riva tra il fango erano rimasti catturati o uccisi. Il Times di Londra scrisse allora che si doveva «impartire una lezione tale a queste orde perfide (cinesi), che d’ora in poi il nome dell’Europa sarà un passaporto di paura, se non potrà esserlo di amore, per tutto il paese». Nell’ottobre 1860 Pechino cadde sotto le truppe inglesi e francesi in un sol giorno. Templi ed edifici sacri furono saccheggiati e distrutti col fuoco in segno di disprezzo verso i cinesi.

3. Col trattato di Tientsin (25 ottobre 1860) la Gran Bretagna poté controllare più di tre quarti dell’ingente commercio cinese, con un nuovo incremento al traffico della droga. Le stesse di origine scozzese che controllavano il traffico dell’oppio in oriente, esercitavano il traffico degli schiavi e del cotone nel sud degli Stati Unti: erano le famiglie Sutherland, Jardine, Matheson, Baring. Nel frattempo la famiglia Rothschild, come pure i banchieri sionisti di New York, i Kuhn, Loeb Seligman, Lehman, fecero tutti il loro ingresso negli Stati Uniti grazie al commercio del cotone e degli schiavi nel periodo precedente la guerra civile.
Un’idea dell’incremento del commercio dell’oppio verso la Cina si ha da alcuni dati ufficiali inglesi. Dal 1801 al 1820 l ‘esportazione ammontava a 5.000 casse annue. L’istituzione di una rete di compagnie commerciali ausiliarie, capeggiate dalla Jardine Matheson, favorì un aumento vertiginoso del traffico della droga: nel 1830 le casse ammontarono a 18.956, nel 1836 a 30.000, nel 1860 a 58.681, nel 1880 a ben 105.508 casse (Kd 28).

La droga e i cavalieri di Lord Palmerston
1. L ‘espansione del traffico della droga nel mondo è legata, più in generale, all’impulso dato dal ministro inglese LORD PALMERSTON al colonialismo inglese dell’Ottocento tramite l’organizzazione del Rito Scozzese di cui era il gran capo.
Per rifarsi della crisi del commercio del cotone,gli oligarchi inglesi ricorsero al traffico dell’oppio negli Stati Uniti: nel 1864 fondarono allo scopo la Hong-Shang (Hong Kong and Shanghai Corporation), che rimane tuttora la banca centrale per il traffico della droga nel mondo; quasi simultaneamente la Matheson fondò la Rio Tinto per l’estrazione lo stagno in Spagna, che ben presto si servì del minerale per pagare, l’oppio.

Il traffico della droga in USA trovò un terreno fertile nel sottofondo delle reti cospiratorie legate alla malavita, soprattutto quando la tratta dei gialli riversò negli Stati Uniti migliaia di consumatori d’oppio.
Il traffico degli immigrati cinesi (che nel solo 1846 raggiunsero la cifra di 117 mila), gettò le basi per il commercio su larga scala della droga negli USA per via S. Francisco, Vancouver e altri porti della costa occidentale. I consumatori abituali americani di oppio arrivarono a 120.000.
Il traffico di oppio costituì la fortuna delle famiglie Astor, Baring, Bingham, Girard, Forbes, Perkins, Russell, ecc. (famiglie chiamate dei Bramini di Boston), i cui interessi sul mercato della droga si aggiunsero a quelli della Jardine, Matheson, Sassoon, Japhet, Dent, Morgan.
La Baring Broothers costituisce la principale banca di affari per il traffico dell’oppio in America dal 1873 ad oggi; grande importanza vi ha pure la Banca Morgan (che fondò l’università di Harvard). Gli affari di queste banche si intrecciano con quelli della Hong-Shang, sotto l’egida del Royal Institute of International Affaire (RIIA) di Londra e dell’Institute Pacific Relations (Istituto per le relazioni del Pacifico, IPR).

2. Le proteste internazionali contro la politica inglese favorevole al commercio della droga non ebbero alcun effetto restrittivo. Così gli accordi del 1905 e del 1911 all’Aja andarono a vuoto, e le fumerie di oppio di Shanghai negli anni 1911-1914 salirono da 87 a 663, con grandi profitti da parte degli inglesi. Il commercio dell’oppio si estese anche al Giappone, si intensificò enormemente in India nonostante le proteste di Gandhi.
Un rapporto del 1923 alla Società delle Nazioni denunziava il mercato dell’oppio come un grave problema internazionale, soprattutto per la massa dei drogati delle colonie inglesi: gli inviati cinesi e americani abbandonarono l’aula per protesta contro il delegato britannico che si oppose al piano di riduzione del traffico dell’oppio

La creazione del ministero per la Guerra Economica nel 1939 costituì il punto di incontro per gli eredi delle vecchie famiglie britanniche che controllano tuttora il commercio della droga: Sir J.H. Keswick, architetto della Peking Connection; Sir Mark Turner, presidente attuale della vecchia ditta dei Matheson e Keswich, la Rio Tinto Zinc; Gerald Hyde Villiers; John Kidston Swire, ecc. Le anche famiglie Inchcape, Keswick, Pease, Japhet, Rothschild ecc. che esercitavano il controllo del mondo bancario londinese implicato nell’affare della droga costituiscono un fittissimo intreccio di matrimoni da apparire come un’unica entità familiare (Kd 166 s).
A dare un ulteriore impulso al commercio dell’oppio intervennero i comunisti cinesi.

3. Il patto tra il RIIA e CIU EN-LAI per il commercio della droga in Estremo Oriente risale al tempo in cui i comunisti cinesi si erano insediati nella roccaforte dello Yenan. Questo patto fu stipulato da J.H. KESWICK per la parte britannica e Ciu EN-LAI per la parte cinese. Keswíck rappresentava il RIIA e l’IPR, nonché la Jardine Matheson.
L’IPR (Institute for Pacific Relations) costituiva la versione americana degli intenti del RIIA, Come il CIIA (Canadian Institute of International Affairs) ne costituiva la filiale canadese. In armonia con il RIIA agirono i centri di influsso filomaoista, rispettivamente in USA e Canada.

Nel 1949, quando MAO entrò a Shanghai, i britannici conclusero un accordo per tenere Hong Kong sotto il controllo di Londra, e aprirono una linea di comunicazioni confidenziali tra la Cina continentale e Hong Kong. E i britannici cominciarono una campagna propagandistica ufficiale, filomaoista. Keswick aprì quella serie dì canali tra Pechino e Hong Kong che ha il nome di Peking Connection.
Fin dagli inizi della Repubblica Popolare Cinese, Mao e il suo ministro Ciu En-lai intuirono l’importanza che avrebbe potuto avere il traffico della droga per la causa rivoluzionaria. Nel 1952, in un discorso pronunciato a Wuhan, Ciu En-Lai disse: «Noi stiamo cercando di appoggiare in ogni modo la coltivazione del papavero da oppio. Dal punto di vista della rivoluzione, l’oppio è uno dei mezzi per aiutare la causa rivoluzionaria, e dev’essere usato attivamente. Se affrontiamo la questione dal punto di vista di classe, vediamo che l’oppio costituisce una delle armi più potenti della rivoluzione proletaria… Per noi è della massima importanza esportare eroina e morfina in grandi quantità, usarle per indebolire la capacità di combattere dell’avversario e distruggere il nemico senza fargli guerra” (Isvestia, 17 febbraio 1978; in Kd 156).

L’arrivo di Pechino a Hong Kong ha trasformato la Cina da semplice produttore di oppio nel socio internazionale della Gran Bretagna nella distribuzione e in seguito nel finanziamento e nel commercio della droga, che offre a Pechino un reddito di 80 miliardi di dollari all’anno.
LA Repubblica Popolare Cinese è socio di minoranza al 40% dell’oligarchia britannica nel traffico dei narcotici nell’Estremo Oriente. Il traffico della droga, inoltre costituisce la rete di collegamento dello spionaggio cinese.

Il più colossale affare del mondo
Il traffico della droga comporta un giro di affari di circa 200 miliardi di dollari, cioè un quinto del commercio mondiale complessivo, valutato sui 1000 miliardi. Rappresenta il più grande affare del mondo, diciotto volte maggiore di quello dell’oro (11 miliardi), quaranta volte maggiore di quello dei diamanti (5 miliardi).
Da un secolo e mezzo si svolge sotto il controllo dell’oligarchia bancaria, anglo-olandese soprattutto tramite le banche di Hong Kong (Hong-Shang, Jardine Matheson, Charterhouse Japhet).

1. Coltivazione. L’oppio viene prodotto soprattutto nel Triangolo d’Oro, che si estende dallo Yunnan cinese alla Thailandia, Birmania e Laos. Dalle settecento tonnellate di oppio grezzo si possono ricavare 70 tonnellate di eroina (10%), che per la sua leggerezza offre condizioni di grande commerciabilità.
Le piantagioni di marijuana sono nell’America Latina: Guyana, Giamaica, ecc. Altri centri di produzione della droga sono il Medio Oriente, gli Stati Uniti, ecc.

2. Commercio. Il lattice d’oppio grezzo sul luogo di produzione nel Triangolo d’Oro viene pagato 220 dollari al kg. Portato sulle grosse concentrazioni di mercato viene venduto al doppio prezzo, 440 dollari. Quando attraverso altre mediazioni giunge ai grandi mercati di Hong Kong, Bangkok e Rangoon costa dieci volte di più, cioè 4400 dollari, e dallo spacciatore di strada viene veduto in occidente dieci volte tanto. Le successive mediazioni commerciali comprendono varie misure di conservazione e di sicurezza, come le bustarelle alla polizia che a Hong Kong costituiscono la cospicua cifra del 10% dell’incasso, cioè 1 miliardo di dollari su 10.

E’ notevole il fatto che il prezzo della droga rimane presso che costante in tutti i centri di vendita mondiale: gran parte della sovrapproduzione viene immagazzinata o anche distrutta allo scopo di evitare variazioni di mercato che provocherebbero gravi danni finanziari.
La corruzione degli organi pubblici a Hong Kong «è gestita da almeno 28 organizzazioni. Le bustarelle non vengono né richieste né offerte: ogni lunedì mattina vari corrieri fanno il giro di tutti gli uffici della polizia e di altri palazzi governativi, lasciando una busta che contiene da 100 a 500 dollari nel primo cassetto di ogni scrivania. Secondo alcuni funzionari di polizia, il poliziotto che rifiutasse di prendere la sua busta potrebbe trovarsi stecchito entro 48 ore» (Kd 137).

Hong Kong primeggia per il numero più alto di drogati del mondo, cioè oltre un milione (20% della popolazione), il doppio di quelli di New York. Dal prezzo che il tossicodipendente deve spendere per la droga – circa 50 dollari al giorno – si può avere l’idea del giro d’affari della Hong-Shang. Dove prendono i denari tali drogati? Perlopiù dalla malavita: intorno alla droga si sviluppa il crimine organizzato con racket, furti d’auto, prostituzione, pornografia, occupazioni, sequestri, ecc. Hong Kong domina il mondo bancario dell’estremo oriente, e presenta il più alto tasso di liquidità del denaro.

3. Rete organizzativa. Non è facile inoltrarsi nel dedalo delle istituzioni coinvolte nel traffico della droga e negli affari connessi a tale commercio (oro per pagare i contadini coltivatori, diamanti, bustarelle alla polizia, malavita, ecc.).
Dalle complesse connessioni descritte con ricchezza di particolari dallo studio Droga SpA, possiamo sintetizzare alcune indicazioni fondamentali:

– alla banca centrale di Hong Kong, la Hong-Shang , fanno capo gli interessi dell’oligarchia britannica tramite le principali banche inglesi e sioniste di Londra, Wall Street, Israele, Canada, ecc. che con alcune multinazionali fanno da filtro capace di nascondere il «regista al di sopra di ogni sospetto»;

– alla stessa Hong-Shang fanno capo gli interessi della Repubblica Popolare Cinese (40% delle azioni) e delle banche degli espatriati cinesi Ciao Ciu, commercianti della droga in Estremo Oriente. Su 700 tonnellate di oppio, 400 vengono smerciate sul luogo, e 300 passano alle raffinerie che ne estraggono l’eroina per l’occidente. I grossisti Ciao Ciu attingono prestiti e depongono gli incassi in istituti bancari collegati con la Hong-Shang ;

– le ingenti somme di denaro sporco accumulato dallo spaccio della droga vengono riciclate in un vasto sistema di banche offshore con trasferimenti bancari via telex in isole o entità esenti da controlli internazionali che non siano anglo-olandesi (Londra, Hong Kong, Svizzera, Liechtenstein, isole Cayman, Bahamas, Caraibi, ecc.).

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Droga, mafie, economia e politica

di · Leave a Comment · in Politica italiana, Scenari · 3 febbraio 2012

#Occupyscampia

Oggi a Scampia andrà in scena #Occupyscampia, manifestazione nata sul web e volta ad accendere i riflettori sulla nuova faida tra clan camorristici che sta riemergendo nella periferia nord di Napoli (ne hanno parlato ieri Raffaele Cantone sul Mattino e Roberto Saviano su Repubblica). E’ una manifestazione importante e discussa, ma che con ogni probabilità tra qualche giorno uscirà dall’agenda politica e mediatica nazionale. Al netto dell’impegno meritorio di alcuni magistrati, poliziotti, imprenditori, politici, giornalisti e cittadini, la lotta alle mafie non è mai stata una vera priorità dei governi italiani che si sono succeduti dal dopoguerra ad oggi. Come il debito pubblico, l’estensione del potere criminale sui territori del nostro Paese è cresciuta in maniera ininterrotta nella nostra storia repubblicana, con la differenza che su questo dossier non abbiamo vincoli esterni a spingerci al cambiamento.

Alcune riflessioni sulle politiche antimafia, tra impegno civile e necessario realismo, generate da una domanda ben precisa: se il cuore delle attività economiche delle mafie italiane sta nel commercio di droga, se Scampia è considerata il droga-shop più grande d’Europa, se dal riciclaggio degli enormi proventi illeciti derivati dalla vendita di droga si dirama tutta l’estesa rete di connessioni economiche della Mafia Spa, perché l’aspetto del consumo rimane sempre nascosto? In Italia c’è un’assurda ed incomprensibile interdizione pubblica a parlare di droga e delle sue implicazioni politico-economiche, come se questo tema riguardasse solo gli aspetti clinico-psicologici dei soggetti tossicodipendenti, o quelli penali dello spaccio. Proviamo a ribaltare questo interdetto.

Cinque scenari possibili

1) La “soluzione Giovanardi”, non consumare più droga per non fornire più riserve di liquidità alle mafie. Sul piano logico è un’argomentazione imbattibile, sul piano pratico non fa i conti con la desiderabilità sociale ed ormai pienamente interclassista della droga, nelle sue varie tipologie. Questo obiettivo potrebbe anche essere raggiunto con un rafforzato e prolungato dispiegamento del controllo repressivo nei confronti del traffico e dello spaccio, soprattutto per quanto riguarda l’ingresso via mare/porti della droga. Qui entra però in gioco il discorso della volontà politica del governo centrale cui prima si faceva riferimento.

2) Consumare meno droga. Questo è un obiettivo più realistico, ma per l’interdetto di cui sopra non se ne parla quasi mai, e se non se ne parla è dura farlo diventare un obiettivo perseguibile, magari attraverso delle campagne di sensibilizzazione.

3) L’autoproduzione di alcune droghe come forma di disobbedienza civile contro le mafie. Che mille Christiania fioriscano!

4) La legalizzazione della droga, come proposto recentemente proprio da Roberto Saviano, soluzione che però oltre alle ovvie opposizioni di principio (non siamo l’Olanda, siamo il Paese del Vaticano) ne ha anche una economica: come fornire ai consumatori italiani i prodotti “cocaina” o “eroina”, che hanno bisogno dell’intermediazione necessaria dei produttori sudamericani o afghani? Bisognerebbe indirizzare le preferenze di mercato verso droghe producibili sul territorio italiano. Di certo in questo modo si potrebbero creare tanti posti di lavoro legali sia nell’agricoltura che nel retail, dando opportunità ai giovani, soprattutto al Sud. In questo caso che ruolo avrebbero però gli “incumbent”, ovvero le mafie con il loro sedimentato know-how nel settore? Diventerebbero delle imprese a tutti gli effetti, con tanto di brand globalmente affermato?

5) Il mantenimento dello status quo, che suona pressappoco così. Se la droga non la commerciamo noi italiani illegalmente mantenendo la nostra leadership globale nel settore, altre mafie di altri paesi (Albania, Turchia, Russia, Marocco) lo faranno per noi, allora tanto vale che continuiamo a farlo così almeno a modo nostro facciamo girare l’economia nazionale (con la complicità di molti imprenditori, banchieri, finanzieri, consulenti e avvocati, come ricordano le relazioni semestrali della Direzione Investigativa Antimafia) e diamo un reddito a molta gente in territori senza altre prospettive, che se aspettiamo che intervenga lo Stato a migliorare le loro esistenze stiamo freschi. Al mantenimento di questo status quo contribuiscono anche i tanti consumatori italiani che quasi mai si interrogano sulla filiera del prodotto acquistato e sui suoi beneficiari. Esattamente lo stesso comportamento di inavvertita complicità dei ragazzini che ai concerti acquistano le magliette contraffatte del proprio idolo musicale senza sapere che i loro soldi finiranno alla camorra che le ha fatte stampare prima di quelle originali (non sto inventando niente, su questo tema Fabri Fibra nel suo libro che a breve recensiremo su LSDP ha scritto pagine sociologicamente molto penetranti).

Mafie e Made in Italy

Quest’ultimo scenario merita un approfondimento ulteriore. Se per assurdo da domani le mafie italiane uscissero dal commercio internazionale della droga il contraccolpo economico per l’economia italiana sarebbe micidiale, soprattutto al Sud. Nel suo libro-testamento “Fotti il Potere”, coltivando quella tradizione del realismo politico abituata a guardare in faccia con estremo disincanto il “male” della politica, Francesco Cossiga a proposito della mafie italiane diceva che non possiamo considerarle un corpo estraneo, perché fanno parte in maniera indissolubile della nostra società. Sono un prodotto storico del nostro spirito nazionale con cui bisogna rapportarsi riconoscendone il peso strutturale. Aggiungerei anche che le mafie sono un marchio (diabolico) del genio del fare italico. Riguardo a quest’ultimo punto è la contrastante sensazione che rimane addosso con estrema potenza leggendo il libro “Mafia Export” del magistrato ed ex presidente della commissione parlamentare antimafia Francesco Forgione, o questo splendido pezzo di Saviano scritto nel 2007, “L’impero della cocaina”, che non a caso verte in maniera molto lucida e dettagliata sulla potenza industriale della camorra. Un giorno degli storici dell’economia lavoreranno per capire come piccoli gruppi di uomini radicati in lembi dimenticati del territorio italiano come la provincia napoletana-casertana o le pendici dell’Aspromonte siano stati capaci di gestire e controllare da leader un sistema internazionale molto complesso e molto remunerativo come quello dei traffici di droga.

Sud, mafie e crescita economica

La ricostruzione del quinto scenario va sempre tenuta a mente per evitare le trappole della pur nobile retorica dell’antimafia, che mentre celebra i suoi eroi a volte perde di vista la concretezza materiale delle realtà in gioco quando parliamo di mafie. L’impegno civile deve però prevalere sulla seduzione del realismo. Lo status quo non è una prospettiva accettabile, innanzitutto per ragioni economiche. Come mi ricordava ieri Raffaele Mauro commentando le mie idee preparatorie per questa analisi, il potere delle mafie al Sud è legato al fatto che le opportunità di farsi una vita indipendente, avere una casa ed un posto di lavoro, per meriti personali sono molto basse. Devi essere vicino a “qualcuno” anche se vuoi un posto da cameriere. La deprivazione costante di opportunità è una leva moltiplicativa per il potere delle mafie, che controllano migliaia di posti di lavoro – la maggior parte dei quali assolutamente legali (in attività commerciali, agricole, industriali) – in modo diretto o indiretto. Per questo sono meritorie iniziative come Libera che cercano di fare in modo che i beni confiscati alle mafie possano subito tornare a produrre ricchezza per il territorio.

Se le mafie si indeboliscono ci sarà spazio per nuove prospettive economiche oggi bloccate (pensiamo agli investimenti esteri) dalle tante distorsioni generate da Mafia Spa. Nella speranza che qualche governo ne faccia un giorno il primo punto del suo programma.

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di Antonio Maria Costa

Il traffico internazionale di droga: la cocaina

Come premessa occorre chiarire che cosa si intende per ciascuno dei termini che fanno parte del titolo, seguendo l’ordine in senso inverso. In primo luogo, questo approfondimento tratta solamente delle ‘droghe’ illecite, o per meglio dire di quelle poste sotto controllo in seguito ad accordi internazionali (le Convenzioni delle Nazioni Unite) (Un), poi recepiti dalle legislazioni nazionali. In secondo luogo, questo testo si concentra sul traffico, appunto per esaminare un solo segmento del mercato della droga: la parte commerciale, diciamo, che si inserisce operativamente tra la produzione (offerta) e il consumo (domanda) di droga. Da ultimo, trattiamo altresì di traffico internazionale, cioè quello che valica confini di stato; lasciamo quindi da parte le situazioni (importanti per le droghe sintetiche, come si vedrà) in cui produzione e consumo coincidono geograficamente. Il nostro approccio consiste inoltre nel separare i flussi della droga, e i relativi mercati, in base al tipo di sostanza. In questo primo approfondimento ci concentreremo dunque su una droga botanica: la cocaina.

La cocaina proviene da tre paesi della regione andina: Colombia, Perù e Bolivia. In un primo tempo, ovvero nel secondo dopoguerra, quasi tutta la produzione di cocaina era diretta a nord, verso il mercato statunitense. Ma a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso la domanda negli Usa è scesa, fino a calare drasticamente di recente, soprattutto a partire dal 2003. Al contempo il consumo di cocaina in Europa ha iniziato a crescere, aumentando rapidamente nell’ultimo decennio: nel 2010 il traffico di cocaina dai paesi andini si è diviso in parti quasi uguali (rispettivamente, circa il 40%) tra i mercati dell’America del Nord e dell’Europa, con il restante 20% commerciato altrove – e, in maniera crescente, in Africa occidentale.

1. Dal Sud al Nordamerica

Le modalità attraverso le quali la cocaina veniva trafficata dal Sud al Nordamerica sono variate nel tempo, in parte in risposta alle operazioni delle forze dell’ordine e in parte a causa dei cambiamenti avvenuti nei gruppi criminali. Oggi la cocaina è per lo più trasportata dalla Colombia al Messico o all’America centrale via mare (solitamente dai colombiani), per poi proseguire via terra verso gli Stati Uniti e il Canada (solitamente attraverso i messicani). Le autorità statunitensi stimano che circa il 90% della cocaina entra nel paese attraversando il confine territoriale tra gli Stati Uniti e il Messico, mentre circa il 70% della cocaina lascia la Colombia via Oceano Pacifico, il 20% attraverso l’Atlantico e il 10% attraverso il Venezuela e i Caraibi.

Dopo lo smantellamento del cartello di Medellín e di Cali nei primi anni Novanta, i gruppi criminali organizzati colombiani sono diventati più piccoli e i livelli di violenza sono diminuiti. Al contempo i gruppi messicani sono cresciuti in dimensione e forza, e sono ora responsabili della maggior parte delle violenze perpetrate in Messico. Una delle ragioni della recrudescenza della violenza legata alla droga in Messico sta nel fatto che, essendo il mercato nordamericano in calo, le organizzazioni criminali combattono tra di loro per mantenere una presenza, a spese della concorrenza. Negli ultimi dieci anni circa, 30.000 persone hanno subito morte violenta in Messico in fatti di sangue legati al commercio di droga: il governo messicano stima che oltre il 90% di tali decessi coinvolga i trafficanti stessi.

Per far fronte alla domanda di cocaina statunitense sono necessarie circa 196 tonnellate, un flusso che nel 2008 è stato stimato nell’ordine dei 38 miliardi di dollari. Questo ricavato non è però distribuito equamente. Ai coltivatori di coca nei tre paesi andini è stato attribuito un introito di circa 1,1 miliardi di dollari. Gli importi generati dalle attività di lavorazione e dal traffico all’interno dei paesi andini per la cocaina destinata all’America settentrionale sono pari a circa 400 milioni di dollari. I profitti totali lordi derivanti dall’importazione di cocaina in Messico possono essere stimati intorno ai 2,4 miliardi di dollari (escludendo i costi di trasporto), mentre sempre nel 2008 i cartelli messicani che trasportano la cocaina attraverso il confine Usa hanno totalizzato un guadagno di 2,9 miliardi di dollari. Tuttavia, i profitti più alti vengono generati negli stessi Stati Uniti, dove la vendita all’ingrosso e quella al dettaglio producono circa 29,5 miliardi di dollari. Di questi profitti lordi la maggior parte viene realizzata attraverso lo spaccio tra rivenditori di medio livello e consumatori, per un giro d’affari che supera i 24 miliardi di dollari, ovvero il 70% del valore totale della cocaina sul mercato statunitense.

2. Dalla regione andina all’Europa

Nel corso dell’ultimo decennio il numero dei consumatori di cocaina in Europa è raddoppiato – da circa due milioni a 4,1 milioni. Sebbene il consumo di cocaina in Europa, stando alla media continentale, sia ancora inferiore al livello dell’America del Nord, tre paesi dell’Unione Europea (Spagna, Regno Unito e Italia) hanno ora un tasso annuale di diffusione più alto rispetto agli Usa. Il mercato europeo di cocaina è conseguentemente cresciuto di valore: dai 14 miliardi di dollari del 2001 ai 34 miliardi di dollari di oggi, circa la stessa dimensione del mercato statunitense. I dati preliminari suggeriscono però che la rapida crescita del mercato europeo della cocaina stia cominciando a stabilizzarsi, seguendo il profilo logico (passaggio ad altri tipi di sostanze psicoattive) e cronologico (esaurimento della spinta commerciale) d’oltreoceano.

La maggior parte del traffico di cocaina diretta in Europa avviene via mare, attraverso i due maggiori scali regionali: nel sud, in Spagna e Portogallo; a nord, nei Paesi Bassi e in Belgio. La Colombia rimane la principale fonte della cocaina rinvenuta in Europa, ma le spedizioni provenienti dal Perù e dalla Bolivia sono di gran lunga più comuni che nei mercati statunitensi.

Nell’ultimo decennio si è assistito a un cambiamento delle rotte utilizzate per il traffico verso l’Europa. Tra il 2004 e il 2007 sono emersi nell’Africa occidentale almeno due distinti snodi di commerci illeciti: uno in Guinea-Bissau e Guinea, e l’altro nel Golfo del Benin, che si estende dal Ghana alla Nigeria. Più recentemente si è però notata un’inversione di tendenza. Le rotte attraverso l’Africa occidentale hanno infatti perso peso a seguito di una molteplicità di fattori: i tumulti politici nei paesi arabi del Nord Africa, attraverso i quali la droga arrivava in Europa; il successo delle misure d’interdizione nella stessa Europa; il forte pattugliamento delle aree attraversate dai flussi di droga, a seguito del crescente coinvolgimento di gruppi terroristici panarabi (legati a volte alla rete di al-Qaida) in questo tipo di commercio. Ciò sembra avere indebolito i flussi su questa via di transito, anche se potrebbe verificarsi una veloce ripresa, essendo i governi dell’Africa occidentale pressoché inattivi nell’opera di contrasto ai traffici illeciti, quando non c’è un coinvolgimento delle autorità stesse. Dall’altra sponda dell’oceano, si riscontra che i flussi di cocaina in Africa occidentale provengono in misura decrescente dalla Colombia. Il Brasile e il Venezuela sono invece emersi come paesi chiave per il transito di carichi diretti all’Europa, in particolare per le spedizioni marittime di grandi entità.

In fatto di volumi si stima che in Europa siano distribuite circa 124 tonnellate di cocaina del valore di 34 miliardi di dollari. Meno dell’1% del valore della cocaina venduta in Europa andrebbe ai coltivatori andini di coca, mentre l’1% sarebbe destinato ai trafficanti nelle regioni andine. I trafficanti internazionali che gestiscono la cocaina dalle regioni andine ai principali punti di entrata (specialmente la Spagna) otterrebbero il 25% del valore finale delle vendite. Un ulteriore 17% sarebbe generato dal trasporto attraverso l’Europa: dai punti d’ingresso ai grossisti dei paesi di destinazione. Oltre la metà degli introiti (circa il 56%) viene generata negli stessi paesi di destinazione, e deriva dal commercio spicciolo tra spacciatori al dettaglio e consumatori diretti. Poiché in Europa il numero di spacciatori a livello nazionale è più elevato, il loro reddito pro capite è più basso rispetto a quello degli spacciatori che fanno parte del piccolo gruppo di trafficanti che gestisce il flusso internazionale.

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Traffico di droga

Combattimenti a Guangzhou durante la seconda guerra dell’oppio

Il traffico delle droghe (o narcotraffico) è un’industria illegale fondata sulla produzione, acquisto e vendita di sostanze stupefacenti illegali. Queste sono certamente una delle principali fonti di ricchezza e potere delle organizzazioni malavitose, ma sarebbe errato pensare che queste attività vengano osteggiate dalle autorità nazionali e sovranazionali, così come comunemente invece si pensa. Infatti, ci sono prove storiche incontrovertibili che attestano l’esistenza di rapporti diretti e indiretti, se non proprio costanti quantomeno saltuari, tra istituzioni e mafie di ogni tipo, allo scopo di controllare questo mercato e poterne così non solo lucrarne immense ricchezze ma anche utilizzarlo strumento di controllo sociale.

Breve storia del narcotraffico

Secondo molti storici, già nel IV secolo a.C. Alessandro Magno prese l’abitudine di diffondere l’oppio tra i suoi soldati affinché non sentissero la stanchezza della guerra e delle esercitazioni militari. Alessandro Magno avrebbe anche esportato l’oppio in India, mentre nel VII secolo d.C. sarebbero stati i mercanti arabi ad introdurre le sue coltivazioni in Estremo Oriente. In seguito, nel XVII secolo, fumare l’oppio divenne una cura adottata dagli spagnoli e dagli olandesi contro la malaria.

Le principali aree della coltivazione di oppio

Bandiera adottata nel 1707 dalla Compagnia delle Indie orientali. Tra i tanti affari intrapresi dalla stessa vi era pure quello del traffico d’oppio

Con la penetrazione inglese in India, a partire dalla metà del XVIII secolo la Compagnia delle Indie Orientali s’impadronì del monopolio del commercio di oppio (sino ad allora controllato dai Gran Mogol), che così veniva coltivato dagli inglesi in India e venduto a tonnellate in Cina. Adam Smith, riferendosi ai rapporti tra la Compagnia Inglese delle Indie Orientali, scriveva che «non era insolito» che i funzionari della Compagnia, «quando il capo prevedeva che l’oppio avrebbe reso un maggiore profitto», facessero scassare «un fertile campo di riso o di grano… per sostituirlo con una piantagione di papaveri» [1].

Uno dei momenti storici più importanti per il traffico di droga, che dimostra innegabilmente come le istituzioni occidentali siano da sempre interessate a controllare il commercio degli stupefacenti, senza peraltro porsi alcuna remora morale, è stata la guerra dell’oppio tra la Cina e l’Inghilterra, che voleva perpetuare il libero commercio dell’oppio dopo che nel 1820 era stato proibito in Cina a caua del crescente dilagare della tossicodipendenza tra la popolazione. Gli inglesi non potevano accettare la fine di questi traffici, per cui trovò il modo di dichiarare guerra alla potenza europea.

Ci furono due conflitti. Il primo (18391842) vide la vittoria della Gran Bretagna e l’imposizione del libero commercio dell’oppio con basse tariffe doganali. Gli inglesi ebbero anche il controllo sulla città di Hong Kong. Il secondo conflitto (18561860), che costrinse la Cina a fronteggiare le azioni militari di Gran Bretagna e Francia (appoggiati diplomaticamente da Russia e Usa), comportò una nuova sconfitta della Cina. Una volta liquidata la Compagnia delle Indie orientali, a partire dal 1858, il commercio dell’oppio fu gestito direttamente dal governo britannico. Lentamente dai paesi asiatici la droga cominciò a diffondersi anche in Europa, specialmente tra artisti, scrittori e poeti.

La sconfitta dei cinesi costrinse il paese a tollerare il commercio dell’oppio ed a firmare con gli inglesi i trattati (svantaggiosi per i cinesi) di Nanchino e di Tientsin, che prevedevano l’apertura di nuovi porti al commercio e la cessione di Hong Kong al Regno Unito. La Gran Bretagna continuò il commercio massiccio di oppio con la Cina fino al 1920.

Il traffico di droga ebbe sino ad allora i paesi asiatici come centro nevralgico, ma in seguito, a partire dagli anni ’30, furono le mafie siciliane, italiane ed italo-americane a controllare il narcotraffico. Nei primi anni settanta un’operazione poliziesca denominata French Connection, portò all’arresto di numerosi malavitosi corsi ed americani e alla scoperta di raffinerie di eroina nella zona di Marsiglia. Con French Connection si indicava l’insieme dei malavitosi francesi (principalmente corsi) specializzati nel traffico di eroina da Marsiglia agli Stati Uniti e la cui attività raggiunse l’apice negli anni cinquanta e sessanta. I francesi rifornirono la mafia italo-americana, in particolare la famiglia mafiosa Lucchese e il boss Lucky Luciano.

Negli anni ’60, le zone in cui maggiormente si coltivava l’oppio era la zona asiatica dell’Indocina (Laos, Thailandia), in seguito sono diventate regioni importanti anche il Pakistan e l’Afghanistan. Attualmente, i cartelli della droga più importanti sono quelli sudamericani (colombiani prima e messicani poi), interessati soprattutto smerciare eroina e cocaina con gli Stati Uniti. Sempre nell’attualità, grande importanza ha oggi in Europa la zona dei Balcani e del Kosovo in particolare.

Traffici occulti

Legami tra istituzioni e organizzazioni criminali

In Italia su molti esponenti delle istituzioni e dei partiti, che sono stati anche al governo in tempi recenti e passati, sono da sempre esistiti pesanti indizi sui loro legami con la criminalità organizzata, quando non sono addirittura parte integrante delle cosche mafiose. Esistono testimonianze foto e filmati documentari e di repertorio (vedi il film “Forza Italia!“), dove si dimostra chiaramente come esponenti politici intrattengono o abbiano intrattenuto rapporti amichevoli con persone che in seguito saranno condannate per spaccio di droga.

Marcello Dell’Utri

L’ex-presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi, tra il 1973 e il 1976 ha avuto alle sue dipendenze, come stalliere e factotum, il mafioso Vittorio Mangano, condannato per traffico di droga, estorsione e per l’esecuzione materiale di Giovambattista Romano. Mangano era legato a rapporti di amicizia sia con Berlusconi e sia con Dell’Utri. In un’intervista durante il programma Satyricon di Gabriele Luttazzi, il giornalista Marco Travaglio definì Dell’Utri come «il braccio destro di Silvio Berlusconi, palermitano, l’’uomo che nel 1974 quando Berlusconi ha bisogno di uno stalliere va a Palermo, prende un boss mafioso glielo porta a Milano e glielo mette in Villa per un anno e mezzo: si chiamava Mangano questo boss, è stato poi processato al maxiprocesso di Falcone e Borsellino e poi è stato condannato all’ergastolo per traffico di droga, mafia e omicidio, ed era in rapporto con Dell’Utri fino almeno al ’93-’94». Proseguendo, Travaglio poi citò Ezio Cartotto, collaboratore di Dell’Utri e Berlusconi alla nascita di Forza Italia, secondo cui Berlusconi tra il 1992 e il 1993 si aggirava per le sue aziende dicendo «se non andiamo in politica ci accuseranno di essere mafiosi». Dell’Utri, subito dopo la morte di Mangano, lo definì pubblicamente «un eroe, a modo suo» in quanto «era ammalato di cancro quando è entrato in carcere ed è stato ripetutamente invitato a fare dichiarazioni contro di me e il presidente Berlusconi. Se lo avesse fatto, lo avrebbero scarcerato con lauti premi e si sarebbe salvato.» [2]

Una vicenda che ha rappresentato emblematicamente rapporti ambigui ed oscuri tra istituzioni e cartelli della droga e quello che ha visto coinvolto il generale dei carabinieri Paolo Ganzer (comandante dei ROS), che in primo grado (12 luglio 2010) è stato condannato a 14 anni di reclusione. I giudici, oltre a Ganzer, hanno condannato altre 13 persone (pene variabili dai 18 anni in giù), tra cui il generale Mauro Obinu e altri ex sottufficiali dell’Arma. Nelle motivazioni della sentenza si puà leggere [3]:

«Il generale Gianpaolo Ganzer non si è fatto scrupolo di accordarsi con pericolosissimi trafficanti ai quali ha dato la possibilità di vendere in Italia decine di chili di droga garantendo loro l’assoluta impunità. Ganzer ha tradito per interesse lo Stato e tutti i suoi doveri tra cui quello di rispettare e fare rispettare la legge».

Risalendo all’indietro nel tempo, è certo che anche il fascismo ebbe rapporti con organizzazioni dedite allo spaccio: il boss Vito Genovese [4] era in Italia quando l’anarchico Carlo Tresca venne assassinato. Vi giunse dagli USA nel 1935 con il beneplacito del regime fascista, che lo salvò così da un arresto per omicidio. In seguito l’Oss (ex CIA), investigando su questi avvenimenti prese atto che la Casa del fascio di Nola era stata costruita con un finanziamento proprio di Vito Genovese, che in questo modo intendeva ringraziare il “Duce” per la protezione ricevuta. Il Genovese, durante l’armistizio, “trafficava” droga sempre nel Nolano, insieme al suo “segretario” Mike Miranda e in combutta col suo socio d’affari Lucky Luciano. Già prima di questo periodo i fascisti non lo ostacolarono per nulla nello sviluppo dei suoi affari. Nel proseguo la moglie di Genovese descriverà i propri viaggi negli USA (commissione Kefauver, 1952), necessari per prelevare e rifornire di denaro il consorte, di cui qualche “briciola” fu anche utilizzata per la costruzione della casa del fascio di Nola.

Il problema ovviamente non è solo italiano, infatti, secondo The Politics of Heroin in Southeast Asia, uno studio del 1972 firmato da Alfred W. McCoy, i servizi segreti francesi finanziarono i guerriglieri Hmong nella Prima guerra d’Indocina prendendo il controllo del cosiddetto “Triangolo d’oro” e dando protezione economica ai pirati del fiume Mekong, che possedevano le piantagioni di oppio. Negli anni sessanta, sempre secondo la stessa fonte, la CIA sostenne economicamente il Kuomintang, cioè le forze fedeli al generale Chiang Kai-Shek che combattevano i comunisti cinesi, aiutando gli anticomunisti e alcuni criminali cinesi a contrabbandare l’oppio dalla Birmania e dalla Thailandia. Fu la stesa CIA a fornire aerei della Air America, la famosa compagnia aerea usata per operazioni segrete durante la guerra del Vietnam.

Secondo Noam Chomsky il governo americano ha da sempre avuto un ruolo importante nel traffico degli stupefacenti fin dalla II guerra mondiale. In quell’epoca la preoccupazione principale della CIA era quella di impedire che la resistenza antifascista europea evolvesse verso la rivoluzione sociale:

«La Cia pertanto iniziò a indebolire ed a dividere il movimento operaio francese – con l’aiuto dei principali leader laburisti americani, i quali furono piuttosto orgogliosi del loro ruolo. Il compito della Cia richiedeva l’utilizzo di crumiri e di agenti provocatori. E chi li poteva procurare più facilmente se non la Mafia? Questa ovviamente non si accollò questa fatica solo per il gusto di farlo, ma volle un compenso per l’impegno profuso. E lo ottenne: fu autorizzata a ricostruire il racket dell’eroina, che era stato soppresso dai governi fascisti – ed ecco come nacque la famosa “French connection” che dominò il mercato della droga fino agli anni 60. Successivamente il centro del mercato della droga si spostò in Indocina, soprattutto in Laos e in Thailandia. Anche questo cambiamento fu un “effetto collaterale” di un’operazione della Cia: la “guerra segreta” combattuta in quei paesi durante la guerra del Vietnam da un esercito mercenario al soldo dell’intelligence americana. Anche costoro avevano preteso un compenso per il contributo prestato. Più tardi, quando la Cia spostò il proprio campo di attività in Pakistan e in Afghanistan, il racket della droga esplose anche lì. Allo stesso modo, la guerra clandestina contro il Nicaragua rappresentò l’asso nella manica per i narcotrafficanti della regione, quando i voli illegali allestiti dalla Cia per le forze mercenarie pagate dagli Usa offrirono una via facile e comoda, nel viaggio di ritorno, per spedire la droga in America: qualche volta addirittura, riferiscono i narcotrafficanti, istradata attraverso le basi dell’aviazione degli Stati Uniti. La stretta correlazione tra il racket della droga e il terrorismo internazionale (chiamato talora “contro-guerriglia”, “conflitto a bassa intensità” o con qualche altro eufemismo) non sorprende. Le operazioni clandestine richiedono un’enorme quantità di denaro, alle cui origini è meglio che non si possa risalire. E richiedono anche manodopera criminale. Il resto viene da sé» [5].

I legami tra spaccio e istituzioni si consolidano spesso in periodi di forte conflitto sociale o in guerra, quando la droga oltre a finanziare i gruppi reazionari viene utilizzata anche in chiave repressiva.

Militarismo, imperialismo, guerre e traffico di droga

«La strategia militare intensifica la guerra contro la droga e la crisi bancaria, rafforza le relazioni con i trafficanti di droga» [6]

La guerra dell’oppio (XIX secolo) tra Cina e Inghilterra sono state l’esemplificazione di come dietro la guerra militare possa nascondersi il bieco obiettivo della diffusione e commercializzazione delle sostanze stupefacenti. Molto spesso, al contrario, gli interventi militari e le guerre vengono invece lo smercio illegale di droghe serve proprio per il finanziamento di queste operazioni.

Per esempio, durante l’amministrazione Reagan (20 gennaio 1981 – 20 gennaio 1989) e quella Bush (20 gennaio 1989 – 20 gennaio 1993), gli USA hanno appoggiato direttamente e indirettamente governi reazionari o gruppi paramilatari criminali del centro e sud-america, i quali spesso erano legati ad attività criminali che implicavano il traffico di droga, esseri umani, sfruttamento della prostituzione, ecc. Un caso emblematico fu quello di Panama, che dal 1983 era sostanzialmente sotto il controllo di Manuel Noriega, un criminale spacciatore di droga al servizio della CIA e dello spionaggio americano. Nel suo I cortili dello zio Tom (cap. L’invasione di Panama), Noam Chomsky riporta che «nel 1983, una commissione del Senato americano concluse che Panama era uno dei principali centri per il riciclaggio dei proventi della droga, oltre che un crocevia per il suo smistamento ma i governi americani continuarono a giovarsi dei servizi di Noriega. Nel maggio del 1986 il direttore della Drug Enforcement Agency (l’agenzia federale antidroga degli Usa, NdT) elogiò Noriega per la sua “efficace politica anti-trafficanti”. Un anno dopo, lo stesso direttore di compiaceva “della stretta collaborazione con Noriega”, mentre il procuratore generale Edwin Meese bloccava un’indagine del Dipartimento di Giustizia Usa sulle attività criminali dell’uomo forte di Panama.»

Manuel Noriega, grande trafficante di droga, fu leader militare e politico di Panama dal 1983 al 1989. Supportato lungamente dagli USA (da sempre al corrente della natura criminale di Noriega), fu poi incriminato e arrestato per spaccio di droga e violazione dei diritti umani.

Solo nel 1988 Noriega venne incriminato dalle autorità americane, ma la questione della droga e dei diritti umani fu solo un pretesto per coprire il loro reale interesse: invadere il paese e controllare il canale di Panama. Così, dopo un fallito golpe, gli yankee invasero il paese nel 1990. Subito dopo la destituzione di Noriega, il potere passò alla minoranza bianca panamense, gran parte dei quali erano dei banchieri. «Il narcotraffico da quelle parti è sempre stato svolto soprattutto dalle banche – il sistema bancario in pratica sfugge ad ogni regolamentazione e rappresenta quindi un o sbocco naturale per il denaro sporco.» [7]

Anche l’attenzionamento da parte dei militari USA verso El Salvador, Grenada, Panama, Honduras, Guatemala e Nicaragua [8]comportò il sostegno di gruppi paramilatari locali che presero ad attaccare i movimenti sociali che in quei luoghi, soprattutto tra gli anni ’80 e i primi anni ’90, presero a chiedere più democrazia e maggiori diritti per le classi più povere. Non solo questi paramilitari finanziavano le proprie atrocità attraverso lo spaccio, ma la “guerra alle droghe” fu presa a pretesto dal governo americano per giustificare l’invasione militare di questi paesi.

«Dal punto di vista internazionale, la “guerra alla droga” costituisce una copertura per l’ingerenza negli affari di altri paesi. All’interno, non ha molto a che vedere con il problema della droga, ma serve a distrarre la popolazione, ad aumentare la repressione nelle città, a costruire il consenso per l’attacco da sferrare contro le libertà civili […] Allo stesso modo, la guerra clandestina contro il Nicaragua rappresentò l’asso nella manica per i narcotrafficanti della regione, quando i voli illegali allestiti dalla Cia per le forze mercenarie pagate dagli Usa offrirono una via facile e comoda, nel viaggio di ritorno, per spedire la droga in America: qualche volta addirittura, riferiscono i narcotrafficanti, istradata attraverso le basi dell’aviazione degli Stati Uniti. La stretta correlazione tra il racket della droga e il terrorismo internazionale (chiamato talora “contro-guerriglia”, “conflitto a bassa intensità” o con qualche altro eufemismo) non sorprende. Le operazioni clandestine richiedono un’enorme quantità di denaro, alle cui origini è meglio che non si possa risalire. E richiedono anche manodopera criminale. Il resto viene da sé.» (Noam Chomsky, I cortili dello zio Tom (cap. La lotta contro (certe) droghe))

Chiarisce ancora Laura Carlsen in un articolo pubblicato su CounterPunch:

«La guerra alla droga è diventata il principale veicolo di militarizzazione dell’America Latina. Un veicolo finanziato e promosso dal governo degli Stati Uniti e alimentato da una combinazione di falsa morale, ipocrisia e molto timore profondo. La cosiddetta “guerra alla droga” è in realtà una guerra contro le persone, soprattutto contro i giovani, le donne, i popoli indigeni e i dissidenti. La guerra alla droga è diventata la strada principale del Pentagono per occupare e controllare i paesi a spese di intere società e molte, molte vite» (

Inutile sottolineare che dopo la guerra molti di questi paesi furono socialmente distrutti, Grenada, per esempio, divenne uno dei principali centri di riciclaggio dei narcodollari. «Anche il Nicaragua, dopo la vittoria di Washington nelle elezioni del 1990, è diventato un crocevia per la droga diretta verso il mercato americano». Stesso schema è stato utilizzato anche in Somalia, che ha subito diverse e violente ingerenze militari occidentali (guidate dagli USA), tra cui la fallimentare missione militare pseudo-umanitaria denominata Operazione Restore Hope (3 dicembre 19924 maggio 1993), «dove le milizie filo-statunitensi, in questi giorni, hanno sostenuto una battaglia contro le milizie “islamiche” per disputarsi il controllo dell’aeroporto di Dainile a Mogadiscio, e quindi del traffico di droga che passa per quell’aeroporto». [9]

Molto interessanti furono anche le dichiarazioni del pentito di mafia Francesco Marino Mannoia, il quale dichiarò ai giudici americani che Cosa Nostra utilizzava la base Nato di Sigonella per spedire ingenti quantitativi di eroina dalla Sicilia verso gli Stati Uniti. Secondo il pentito, «tra il 1979 ed il 1980 furono spedite diverse “partite” di eroina, raffinata dallo stesso Marino Mannoia per conto della “famiglia” di Santa Maria di Gesù, che faceva capo ai fratelli Stefano e Giovanni Bontade, e di altri boss, come Antonino Grado e Francesco Mafara.»[10]

I due paragrafi seguenti trattano nello specifico altri due casi (Afghanistan e Kosovo) che mostrano ancora una volta le relazioni inequivocabili esistenti tra spaccio di droga e militarismo.

La CIA, Al Qaeda e l’Afghanistan

Secondo diverse ipotesi [11] [12], anche la stessa guerra in Afghanistan sarebbe stata messa in atto, tra le altre cose, per controllare la produzione di oppio. Secondo il sito web TheUnjustmedia, vicino alle posizioni talebani, riporta che «gli invasori terroristi [13]pattugliano i campi di oppio nella provincia dell’Helmand”. “Si noti che mentre sotto l’Emirato Islamico le coltivazioni di oppio ebbero uno stop, sotto gli invasori americani, l’Afganistan è diventato il primo produttore mondiale, col 90% del totale”.». Al di là delle posizioni di parte espresse da questo sito web, i dati parlano chiaro e dicono che con l’invasione della NATO la produzione di oppio è aumentata, così pure gli affari giganteschi che vi girano attorno.
…Tratto ed ispirato da Il Libro Nero della Polvere Bianca. Droga: trafficanti, Cia e stampa

Fine anno del 1979: i sovietici decisero di invadere l’Afghanistan. Prima che Osama e i Talebani diventassero “famosi”, il leader dei cosiddetti mujaheddin era Yunus Khalis. I mujaheddin non sono un gruppo unico, ma tanti. Khalis combatteva anche contro gli altri gruppi afgani: l’obbiettivo era il controllo dei campi di papavero, delle strade e dei sentieri che portavano ai suoi laboratori di eroina vicino al suo quartier generale, nella città di Ribat al Ali.

A Darra, la CIA vi aveva installato una fabbrica di armi per produrre copie delle armi sovietiche (in modo da eludere l’embargo sulle armi). La fabbrica era gestita, in appalto, dall’ISI (Inter-Service Intelligence pakistano). I guerriglieri afgani trasportavano l’oppio dall’Afghanistan al Pakistan, vendendolo al governatore pakistano del territorio nord-occidentale, il generale di corpo d’armata Fazle Haq. Trasformato l’oppio in eroina, i camion dell’esercito pakistano la portavano a Karachi, quindi spedita in Europa e USA.

Foto di Osama bin Laden durante un’intervista del 1997

Afghanistan, provincia di Helmand: alcuni marines americani in un campo di oppio.

Nella primavera del 1979, il «Washington Post» riferì che ai mujaheddin piaceva «torturare le loro vittime tagliando loro prima il naso, le orecchie e i genitali, quindi rimuovendo un pezzo di pelle dopo l’altro».

Gli agenti della DEA sapevano molto bene che una ditta usata dalla CIA per finanziare i mujaheddin, la Shakarchi Trading Company, era coinvolta nel traffico internazionale di droga. La DEA scoprì che uno dei principali clienti di questa ditta era Yasir Musullulu, arrestato in flagrante mentre tentava di vendere un carico di oppio grezzo afgano da 8,5 tonnellate a esponenti della “famiglia” Gambino di New York City.

Nel 1984, il vicepresidente George Bush si recò in Pakistan a visitare il generale del regime pakistano, Zia Ul-Haq. In quel periodo Bush era a capo del National Narcotics Border Interdiction System (Sistema nazionale di interdizione dei narcotici al confine). Investito di questa funzione, Bush incaricò la CIA delle operazioni antidroga, dell’uso e del controllo degli informatori. Nominò capo operativo l’ammiraglio in pensione Daniel J. Murphy. Questi chiese con insistenza l’accesso alle informazioni riservate sui cartelli dei narcotrafficanti (il popolo viene tenuto nell’ignoranza, ma a certi livelli del potere ognuno sa quel che c’è da sapere…). Ovviamente la CIA non gli diede nulla. Il vicepresidente tuonò sui quotidiani americani che «non sarebbe mai sceso a patti con i narcotrafficanti sul suolo statunitense, né su quello straniero». Lodò il regime di Ul-Haq «per il suo inflessibile sostegno alla “guerra alla droga” [14]» e trovò anche il tempo per far sottoscrivere ai pakistani un contratto per l’acquisto di 40 milioni di dollari di turbine a gas prodotte dalla General Electric.

Durante gli anni ’80, l’amministrazione Reagan addossò la colpa del boom della produzione di eroina in Pakistan ai generali sovietici di stanza a Kabul. Invece il dipartimento di giustizia USA aveva ricostruito la storia delle importazioni di droga dal Pakistan almeno fino al 1982 (mercato controllato dai ribelli afgani e dai militari pakistani).

Nel 1982, l’Interpol aveva identificato Ul-Haq come pedina chiave nel traffico di oppio fra Afghanistan e Pakistan. Qualche tempo dopo, Zia Ul-Haq fu fatto saltare in aria con una bomba piazzata sul suo aereo presidenziale. Di conseguenza, Fazle Haq perse la preziosa protezione di Ul-Haq e fu arrestato per un omicidio di un religioso sciita (commesso qualche tempo prima).

Dopo aver destituito il primo ministro Benazir Bhutto (che sarà poi uccisa nel 2007), il sostituto Ishaq Khan fece scarcerare Fazle Haq (sarà ucciso qualche tempo dopo, forse per vendetta per la morte del religioso sciita).

La DEA americana venne in possesso di informazioni relative al marito della Bhutto, Asif Ali Zardari, per aver finanziato spedizioni di eroina dal Pakistan verso Gran Bretagna e USA. La DEA aveva affidato le indagini sul grande traffico internazionale di droga a John Banks, per lavorare sotto copertura in Pakistan. Banks era un agente esperto, aveva già lavorato per la DEA e pure per la Gran Bretagna. L’agente sotto copertura incontrò il marito della Bhutto, un generale dell’aviazione e un banchiere pakistano per discutere circa la logistica del trasporto, e gli dissero che «il Regno Unito era un’altra zona verso la quale avevano regolarmente spedito eroina e hashish». Un agente in pensione della polizia doganale britannica disse al «Financial Times» che tenevano sott’occhio Zardari, e che avevano informato i servizi segreti britannici. Anche Banks disse che la CIA bloccò le indagini della DEA su Zardari.

Si arriva al 1996: conquistano il potere a Kabul i vecchi “amici” della CIA, i Talebani (finanziati in passato dall’ISI e dalla CIA). Il loro leader, Mullah Omar, modificò tutte le leggi contrarie alla sharia islamica. Le donne dovevano portare il velo e stare a casa; non potevano entrare in ospedali, scuole e bagni pubblici. La CIA continuò a sostenere questi bastardi medioevali. L’italiana Emma Bonino, all’epoca Commissario dell’Unione Europea per gli Aiuti Umanitari, a proposito delle violazioni sulle donne afgane disse che i Talebani stavano commettendo un «genocidio di genere». Evidentemente non è stata abbastanza convincente…

Osama e i Talebani sono una “creatura” della CIA e dell’ISI, poi sfuggiti al controllo dei servizi segreti che li hanno finanziati e protetti per anni. L’odio di Bin Laden verso i suoi ex alleati americani comincia presto, come disse lui stesso: «Gli eventi che ebbero un’influenza diretta su di me si svolsero nel 1982, e poi successivamente, quando gli USA permisero a Israele di invadere il Libano con l’aiuto della stessa flotta americana. Cominciarono a bombardare, e tanti morirono, altri dovettero fuggire terrorizzati. Ancora ricordo quelle scene commoventi – sangue, corpi dilaniati, donne e bambini morti; case sventrate ovunque e interi palazzi che furono fatti crollare sui loro residenti… Tutto il mondo vide e sentì, ma non fece nulla. In quei momenti critici fui sopraffatto da idee che non posso neppure descrivere, ma esse svegliarono in me un impulso potente a ribellarmi all’ingiustizia, e fecero nascere in me la ferma determinazione a punire l’oppressore. Mi sono convinto che l’iniquità e l’assassinio premeditato di donne e di bambini è un principio americano consolidato, e che il terrore sia il vero volto della cosiddetta “libertà” e “democrazia”, mentre chi combatte questo viene chiamato “terrorista”».

Dal principio l’obbiettivo di Osama erano i regimi corrotti del Medioriente (l’Arabia Saudita per esempio), ma si resero conto che sarebbe morta la loro gente già martoriata dagli occidentali. Così scelsero USA ed Europa.

Il ruolo del Kosovo: nuovo epicentro europeo del traffico

Il Kosovo è un territorio serbo amministrato dall’Organizzazione delle Nazioni Unite che il 17 febbraio 2008 ha dichiarato unilateralmente la propria indipendenza dalla Serbia. Lo stesso giorno la Costarica ne ha riconosciuto l’indipendenza, il giorno dopo è stata la volta di USA e Albania.

91 dei 193 paesi dell’ONU (tra cui 22 dell’Unione europea, Stati Uniti, Francia e Regno Unito, tutti membri permanenti del consiglio di sicurezza con diritto di veto) ne riconoscono l’indipendenza; al contrario, atri 51 stati membri (tra cui Russia e Cina, entrambi membri permanenti del consiglio di sicurezza con diritto di veto) si rifiutano accettarne la separazione dalla Serbia.

Hashim Thaçi, Fatmir Sejdiu e Bush durante un incontro

La storia recente del Kosovo è legata al conflitto del 1999, quando diverse forze internazionali (tra cui l’Italia) intervennero in armi per proteggere la componente albanese del Kosovo, che sarebbe stata presa di mira dal governo di Belgrado, e sostenere i guerriglieri dell’UCK (Esercito di liberazione del Kosovo). Ufficialmente la guerra fu un intervento umanitario, ma in realtà oggi è risaputo che «i leader di etnia albanese dell’Esercito di liberazione del Kosovo (Uck) erano responsabili dei traffici di organi umani alla fine degli anni novanta»[15]. Inoltre i boss della droga kosovari parteciparono attivamente alle trattative prima della guerra ed ai negoziati francesi di Rambouillet (febbraio 1999) fu delegato [16], in qualità di leader dei kosovari albanesi, colui che veniva definito dagli occidentali la «voce della ragione» all’interno del UÇK: Hashim Thaci. In realtà Thaci, diventato primo ministro del paese con le elezioni di fine 2007, è un personaggio ambiguo, accusato più volte di essere coinvolto in traffici di armi e droga:

«Il capo del governo del Kosovo – anticipano il Guardian e la Bbc – viene indicato come il boss di un racket che ha iniziato le sue attività criminali nel corso della guerra del Kosovo proseguendole nel decennio successivo. Il rapporto, che conclude due anni di indagini e cita fra le sue fonti l’Fbi e altri servizi di intelligence, scrive che Thaci ha esercitato un “controllo violento” nell’ultimo decennio sul commercio di eroina» [17].

Durante il periodo nel quale fu a capo dell’UÇK, egli è ritenuto responsabile – secondo quanto riporta il Washington Times – d’aver finanziato l’organizzazione attraverso il controllo di del traffico di eroina e cocaina verso l’Europa occidentale. [18] Un’inchiesta coordinata da Dick Marty per il Consiglio d’Europa e svoltasi tra il 2008 e il 2010, ha identificato nel primo ministro kosovaro un criminale implicato nel contrabbando di armi, auto rubate, petrolio ed esseri umani (prostituzione e traffico d’organi), accusandolo inoltre di essere in connessione con altre organizzazioni malavitose internazionali. [19]

Prima, durante e dopo la guerra (marzo-giugno 1999), il Kosovo ha goduto del totale sostegno, militare e politico della NATO, presentatasi come unica forza in grado di tutelare le varie etnie presenti nel paese e garantirne il rispetto dei diritti umani. Nonostante (o forse proprio per questo?) la sponsorizzazione della NATO e la presenza di varie missioni militari e civili (EULEX, UNMK e KFOR: queste dovrebbero garantire l’ordine e la stabilità del paese), il Kosovo è divenuto l’epicentro del traffico degli stupefacenti in Europa. Il reddito di questo traffico raggiunge i 3 miliardi di euro, cioè il doppio rispetto al bilancio del Kosovo. Non è un caso che nel piccolo paese dei Balcani ci siano una moltitudine di banche, le cui due più importanti, ProCredit Bank e Raffeisen Bank, hanno sostanzialmente il monopolio sul credito ed hanno colonizzato ogni cosa.

«Il neonato Stato balcanico, creatura della NATO, risulta noto ormai come Mafialand, un Paese in cui ci sono più banche che abitanti. Il proliferare di banche e di sportelli ha ovviamente una sola motivazione: riciclaggio. » [20]

Gli anarchici e l’antiproibizionismo

Militari statunitensi in Afghanistan: da quando è iniziata l’occupazione la produzione è più che raddoppiata

La posizione degli anarchici rispetto al proibizionismo è conosciuta a tutti ed è ben distante dall’antiproibizionismo del Partito Radicale, che auspica una “legalizzazione” delle droghe e non la “liberalizzazione”, come invece voluto dagli anarchici. Liberalizzare la droga quindi perché si riconosce ad ogni individuo la facoltà di gestire la propria vita come gli aggrada, ma soprattutto perché ciò impedirebbe anche di sviluppare quel cancro formato dalle strettissime relazioni esistenti tra mafia, istituzioni politiche, capitalismo e neocolonialismo.

Esempio recente di questi rapporti è l’aggressione militare all’Afghanistan portata avanti dagli Stati Uniti a partire dal 2001. Secondo le dichiarazioni istituzionali statunitensi la guerra avrebbe dovuto combattere i narcotrafficanti talebani, i dati dimostrano però che da quando è iniziata l’occupazione militare del paese asiatico si è assistito ad un incremento della produzione e del commercio dell’oppio [21]: dal 2000 al 2008 si è passati dalle 3278 alle 7700 tonnellate di oppio, registrando un lieve calo rispetto al 2007 (8200) ma avendo un più che raddoppiamento della produzione da quando gli americani si sono insediati nel paese [22].

Ancor più inquietante è la strana coincidenza esistente tra il traficco degli stupefacenti e la presenza militare statunitense:

«Secondo le agenzie specializzate dell’ONU, la cocaina parte dalla Colombia (guarda caso, occupata dagli USA) ed arriva al porto di Napoli (casualmente controllato dagli USA). Allo stesso modo, l’oppio parte dall’Afghanistan, occupato dagli USA, e transita per il Kosovo, occupato dagli USA con una delle più grandi basi militari del mondo, Bondsteel. Da Bondsteel l’oppio raffinato approda poi a Napoli, che è la colonia militare statunitense per eccellenza dal 1943. Ovviamente sono soltanto coincidenze del tutto “casuali”, tanto è vero che i rapporti ONU si guardano bene dal rilevare questa strana onnipresenza statunitense sui luoghi del delitto di narcotraffico.» [23].

Tutti questi dati dimostrano anche l’ipocrisia che si nasconde dietro certe affermazioni della classe politica che a parole vorrebbe combattere la droga, ma nei fatti la avalla e la promuove in quanto “affare” economico e strumento di controllo delle masse.

Note

  1. Anno 501, la conquista continua. Capitolo I° di Noam Chomsky
  2. Dell’Utri: Mangano è un EROE, a modo suo… e la storia va riscritta
  3. “Ganzer si accordò con narcotrafficanti”. Le accuse dei giudici al generale
  4. Foto di Vito Genovese con Salvatore Giuliano. Genovese è fotografato con la divisa dell’esercito americano,insieme a Salvatore Giuliano, responsabile dei fatti di Portella della Ginestra, ciò dimostra che i due si conoscevano, anzi Giuliano godeva della protezione di Genovese quando passò con i “liberatori”.
  5. La lotta contro certe droghe di Noam Chomsky
  6. L’imperialismo in Messico
  7. Chomsky, “Year 501: World Orders, Old and New, part. 1”, in Z; marzo 1992, pp. 24-36.
  8. Il Salvador, dal 1980 al 1992, con vari gradi intensità, fu sconvolto da una drammatica una guerra civile tra diversi movimenti sociali e forze reazionarie sostenute dagli USA; Grenada fu invasa nel 1983, Panama nel 1989; negli anni ’80 gli USA appoggiarono governi illiberali locali che non si facevano scrupolo ad arrestare ed ammazzare i membri della sinistra hondurena. Durante il governo di Suazo Córdova gli Stati Uniti, attraverso la loro base di Palmerola, usarono il territorio honduregno come base dei controrivoluzionari nicaraguensi con il fine di deporre il governo comunista di Daniel Ortega in Nicaragua; dagli anni cinquanta agli anni novanta (con un periodo di pausa tra il 1977 e il 1982), il governo USA supportò direttamente l’esercito del Guatemala che non si fece scrupolo ad assassinare brutalmente migliaia di civili ( Nel 1992 il premio Nobel per la pace venne assegnato a Rigoberta Menchú, un’attivista indigena per i diritti umani, grazie ai suoi sforzi per portare l’attenzione internazionale sul genocidio perpetrato dal governo nei confronti della popolazione indigena.); in Nicaragua gli USA appoggiarono lungamente la dittatura della famiglia Somoza, responsabile peraltro di innumerevoli massacri tra i ciivli, contro i rivoluzionari sandinisti. Fra il 1980 e il 1989 furono attivi i gruppi militari dei Contras, in Honduras ed El Salvador, in gran parte vecchi membri della Guardia Nacional fedele a Somoza. Questi furono finanziati illegalmente dagli Stati Uniti, cosa che innescò lo scandalo Iran-Contras (detto anche “Irangate”). La loro principale attività consisteva nel creare uno stato di agitazione nei confini, spesso uccidendo figure importanti del governo sandinista dando l’impressione alla stampa internazionale di una resistenza interna al governo.
  9. Articolo del Comidad
  10. Dalla Base Nato di Sigonella la mafia spediva droga in USA
  11. Afghanistan ed oppio
  12. Per Obama sarà l’oppio afghano a salvare l’economia
  13. Con il terimne “terroristi” ci si riferisce alla NATO
  14. War_on_Drugs
  15. “Traffico di organi umani”. Bufera sul governo del Kosovo
  16. Nel suo La televisione va alla guerra (ed. RAI-ERI), Ennio Ramondino racconta che fu trovata una notevole quantità di “polvere bianca” nel bagaglio di uno dei delegati kosovari dell’UCK a Rambouillet.
  17. Kosovo, “premier Thaci boss mafioso”
  18. “KLA finances fight with heroin sales Terror group is linked to crime network”; Jerry Seper. Washington Times. Washington, D.C.: May 3, 1999. pg. A.1
  19. Articolo
  20. La NATO sponsor del crimine organizzato
  21. Alcuni dati sulla produzione di oppio in Afghanistan
  22. L’oppio in Afghanistan
  23. Articolo del comidad.org

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Il traffico di droga viene controllato dagli Stati Uniti: ecco le prove!

Creato il 01 settembre 2012 da TnepdIl traffico di droga viene controllato dagli Stati Uniti: ecco le prove!

E’ ora di tirare giù le mutande ai grandi trafficanti di droga.

In poche righe vi fornirò le prove che  il traffico di cocaina ed eroina sono controllati dagli Stati Uniti che attraverso mafie di ogni parte del mondo poi distribuiscono capillarmente.

Parliamo di cocaina. Alcuni anni fa venne svelata la ricetta segreta della Coca Cola. Uno degli ingredienti segreti è l’estratto di foglie di coca decocainizzato.

Se calcolate la produzione mondiale di Coca Cola, e fate conto di quante foglie di coca servano a fare poche gocce di estratto, calcolatrice alla mano, si può dedurre che il 70% della produzione mondiale di foglie di coca venga assorbito dalle fabbriche colombiane della Coca Cola.

Evidentemente la cocaina estratta dalle foglie di coca per produrre l’estratto non viene buttata, ma rivenduta ai narcos colombiani che poi la distribuiscono in tutto il mondo con mafie loro alleate. Per fare prima i narcos producono direttamente l’estratto da rivendere alla Coca Cola e si tengono la cocaina. E’ evidente che chi produce l’estratto sia anche il produttore della cocaina.

Si potrebbe quasi dire che in origine quando nella Coca Cola l’estratto di foglie di coca non era decocainizzato, il traffico  era molto minore. Ma dal momento che la Coca Cola ha dovuto togliere la cocaina dal suo prodotto, l’hanno cominciata a commerciare in grande stile.

Ho già detto troppo, parliamo di eroina.

Se il 95% dell’eroina è di origine afghana e ogni metro quadrato dell’Afghanistan è controllato dai satelliti USA, dall’esercito USA, dalle pattuglie USA, dai radar USA, è evidente che ogni piantagione di oppio è conosciuta e controllata, direi propio difesa dall’esercito USA. Nel 2000 la produzione di eroina afghana era diminuita del 50% dopo lunghi ed estenuanti tentativi di differenziare le coltivazioni garantendo reddito ai contadini su finanziamento dell’ONU e di organizzazioni private.

Nel 2001 la produzione scese addirittura dell’80% se non sbaglio, e le scorte di eroina erano quasi finite.  Non è sbagliato dire che l’invasione dell’Afghanistam sia avvenuta per garantire che nel 2002 fosse regolarmente piantato oppio, altrimenti le mafie a cui veniva assegnata la distribuzione di eroina avrebbero fatto la guerra in casa agli Stati Uniti.  I contadini guadagnavano di più, ma i trafficanti di meno.

Quindi la lotta al narcotraffico in realtà è una pagliacciata. Gli Stati Uniti attraverso il suo esercito garantiscono ad alcuni poteri occulti alleati con la massoneria inglese di guadagnare sul traffico internazionale di droga.

In realtà la polizia internazionale sa chi produce, e chi traffica.

E anche la polizia locale sa chi vende al consumatore locale.

 Se arresti uno spacciatore, dopo un giorno un altro prende il suo posto. Se arresti il secondo spacciatore, un terzo prende il suo posto. Se arresti il terzo, un quarto prende il suo posto. Se arresti il quarto, un quinto prende il suo posto. La droga dopo 4 arresti viene venduta lo stesso e in più ti trovi 4 spacciatori in galera a spese del contribuente. Prima c’era solo un criminale, dopo quattro arresti ce ne sono cinque.

Per non parlare delle ritorsioni con la polizia, gli scontri a fuoco, le vittime.

Quindi è evidente che lo spacciatore ufficiale è in accordo con la polizia e vengono arrestati solo piccoli spacciatori che si mettono in proprio rubando il traffico alla mafia. Quando non è la mafia stessa ad eliminare possibili rivali in scontri fra bande o  cambiare distributore consegnando alla polizia qualche puscher che magari si ritagliava una percentuale troppo grossa servendo un prodotto inadeguato.
E così a livello mondiale quando vengono arrestati trafficanti internazionali si tratta spesso di pesci piccoli che si erano messi in proprio, o avevano rubato partite di droga, oppure semplicemente messinscena per i media.

Io non sto dicendo che il traffico di droga non vada controllato.

Però è assurdo indurre il consumo di droga, alla pari di alcool, sigarette, gioco d’azzardo, prostitute.

L’economia mondiale si basa troppo sul vizio, su prodotti e servizi inutili e dannosi.

Al posto di promuovere la Coca Cola si può indurre il consumo di spremute d’arance e frullati di frutta e la tassazione delle bibite gasate mi sembra un ottimo passo in avanti..
E quindi invece di portare la gente a mignotte e a bere alcoolci così poi hanno bisogno di pippare cocaina, si può creare un servizio personal trainer ed accompagnatrici, stimolando il salutismo e la cultura.

E  il cliente tipico dell’eroina invece può essere stimolato a viaggi, avventure, cultura, concerti, circuito internazionale di lavoro ed altre proposte che potrebbero interessargli in modo che spenda i suoi soldi in modo più saggio, compreso un fondo pensione per poter vivere di rendita a 45-50 anni.
Le mafie come la camorra che si occupano del commercio di droga quindi potrebbero dedicarsi ad altri business differenziando.
In Colombia si potrebbero coltivare arance e frutta se aumentassero i consumi negli USA di spremute e frullati. Anche in Afghanistan si possono produrre alimenti e se interessano business elevati forse la stevia potrebbe essere molto redditizia, oppure la canapa sativa.
Mentre la rete di spacciatori potrebbe guadagnare con altri business legati alla salute, alla cultura, la compagnia, prodotti migliori come cibo, arredamento, vestiario.
La gente se non spendesse più soldi in droga, li spenderebbe in un altro modo. Invece di esserci milioni di agenti in ogni via, in ogni scuola, in ogni azienda sempre pronti ad offrire droga, potrebbero proporre altri prodotti, per esempio una serata alla pista di pattinaggio, un weekend in montagna,  un pomeriggio con la personal trainer, un vestito di moda.
Come per il petrolio e con le armi si tratta di approcciarsi serenamente ad un nuova epoca dove sono preferibili altri prodotti.

Con le sigarette in molti paesi siamo a buon punto. Non sono vietate, ma c’è scritto chiaramente che il fumo uccide e il loro utilizzo è disincentivato in ogni modo.

La gente se non compra sigarette spende i soldi in altro modo, non c’è problema.
Anche con la droga va fatto un passo in avanti. Va introdotto il test antidroga obbligatorio.
Niente di male a controllare il traffico per tenere la situazione in pugno, ma il consumo non va incentivato in nessuna maniera e gli spacciatori devono poter avere altri prodotti da offrire in modo da potersi garantire un reddito. Per esempio liberalizzando il commercio abusivo con i mercatini.
Grazie dell’attenzione
Domenico Schietti

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Droga, scoperto asse Colombia-Olanda-Italia
La Sicilia dominio dei clan Pillera e Laudani

Di Federica Motta | 9 luglio 2012

Sono 42 le persone accusate di associazione a delinquere per il traffico e lo spaccio di sostanze stupefacenti e arrestate stamattina durante l’operazione Pret a porter. La conclusione di un’indagine iniziata nel 2006 e che ha portato la procura etnea a scoprire un organizzato traffico internazionale. Gestito nel Sud Italia dalla famiglia criminale campana dei Gionta in collaborazione con i clan etnei, referenti per l’isola

pret a porter_interna

Un asse Colombia-Olanda-Italia con Catania tra le città satellite per l’arrivo e la distribuzione di droga. E’ la tratta del commercio di stupefacenti scoperta dalla Guardia di Finanza e dalla Procura distrettuale antimafia etnee nell’ambito dell’operazione denominata Pret a porter. Un maxi bliz che, all’alba di questa mattina, ha impiegato oltre duecento uomini, elicotteri e mezzi di terra insieme a diverse unità cinofile a seguito di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, richiesta dai pubblici ministeri Antonino Fanara e Andrea Bonomo, nei confronti di 42 persone accusate di associazione a delinquere per il traffico e lo spaccio di sostanze stupefacenti.

«Si tratta di indagini lunghe e complicate iniziate quattro anni fa, dopo l’arresto il 23 dicembre 2006 di una colombiana (Mercedes Brito Bianela Julissa ndr) fermata all’aereoporto di Catania con oltre un chilo di cocaina», spiega il procuratore aggiunto Amedeo Bertone. Un episodio che consentì di individuare le rotte e la modalità di scambio delle droghe dall’Olanda all’Italia. La donna, infatti, era una delle cosiddette ovulatrici, pagata per ingerire ovuli contenenti stupefacenti e trasportarli da una nazione all’altra.

Anni di osservazioni, sopralluoghi e pedinamenti che hanno portato a scoprire una vera e
propria associazione a delinquere composta da italiani e stranieri. Un filo diretto di scambi, al Sud, univa due note famiglie criminali etnee al clan campano dei Gionta per lo scambio di cocaina e mariujana importate dal Sud America e dai Paesi Bassi. A gestire i traffici in arrivo verso l’isola, a Catania, erano il clan dei Laudani guidato da Sebastiano Laudani e quello dei Pillera-Puntina, capeggiato da Francesco Ieni detto u’ castoro.

«Nel corso di questi anni di indagine sono stati intercettati e bloccati altri trasferimenti di questo tipo per un totale di 14 chili di cocaina e 28 chili di mariujana sequestrati. E dieci persone, nel ruolo di corrieri, arrestate», continua il procuratore. «Abbiamo individuato anche la città di Bologna come punto di stoccaggio delle droghe e fatto indagini di verifica patrimoniale per alcuni soggetti fino ad arrivare al sequestro di cinque milioni di euro di immobili. Beni spropositati rispetto ai loro redditi e frutto del commercio illegale di queste sostanze». 

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La C.i.a. e il traffico internazionale di droga –

L’IMPERO DELLA DROGA IN MANO ALLA CIA?

IL RETROTERRA DEL COINVOLGIMENTO STATUNITENSE NEL TRAFFICO DI STUPEFACENTI

La storia di come gli Stati Uniti siano rimasti coinvolti nel traffico di narcotici risale a più di 150 anni. Prominenti famiglie dalla grande ricchezza – spesso membri di società segrete come quella esclusiva di Yale, l’Ordine del Teschio e delle Ossa – si buttarono sul commercio dell’oppio per produrre benessere e influenza. Una delle famiglie che fondarono Teschio e Ossa fu quella dei Russell. Sino ad oggi, il Trust dei Russell è l’entità legale dell’Order of the Skull and Bones.
Nel 1823, Samuel Russell fondò la Russell and Company. Acquisì le sue forniture d’oppio in Turchia e le contrabbandò in Cina a bordo di veloci velieri. Nel 1830, Russell rilevò il cartello dell’oppio di Perkins a Boston e fondò la più grande impresa per il contrabbando d’oppio del Connecticut. Il suo uomo a Canton era Warren Delano, Jr – nonno di Franklin Roosevelt che fu Presidente degli Stati Uniti negli anni prima e durante la Seconda Guerra Mondiale. Gli altri partner di Russell comprendevano le famiglie dei Coolidge, dei Perkins, degli Sturgi, dei Forbes e dei Low.
Nel 1832 il cugino di Samuel Russell, William Huntington, formò il primo circolo statunitense dell’Ordine del Teschio e delle Ossa. Vi fece affluire membri dalle più potenti ed influenti famiglie d’America. La lista di appartenenza è quella di chi conta negli Stati Uniti: Lord, Whitney, Taft, Jay, Bundy, Harriman, Weyerhauser, Pinchot, Rockefeller, Goodyear, Sloane, Simpson, Phelps, Pillsbury, Perkins, Kellogg, Vanderbilt, Bush e Lovett, per citare alcuni dei più importanti.
É significativo come gli uomini del Skull and Bones abbiano sempre avuto un legame molto stretto e duraturo con la comunità dell’intelligence statunitense. L’ex Presidente degli Stati Uniti e membro dell’ordine George Bush fu direttore della CIA nel 1975-76. Non sorprende che il collegamento con l’intelligence risalga al College di Yale, dove quattro diplomati formarono parte del “Culper Ring”, una delle prime operazioni dell’intelligence statunitense, organizzata in gran segreto da George Washington onde raccogliere informazioni vitali sui britannici durante la Guerra d’Indipendenza.
Nel 1903, la Divinity School di Yale aveva allestito in tutta la Cina diverse scuole ed ospedali. Mao Tze Tung era un membro dello staff. Negli anni ‘30, l’influenza del collegamento cinese con Yale era tale che i servizi segreti statunitensi si appellarono alla “Yale in Cina” per ottenerne l’aiuto in operazioni di intelligence.1
É interessante come il sottoprodotto dell’oppio, l’eroina, fosse un nome commerciale della compagnia Bayer la quale nel 1898 lanciò il suo prodotto, che da’ forte dipendenza, ed è ancora leader mondiale dell’industria farmaceutica. Eroina e cocaina erano legalmente disponibili per l’acquisto sino a che vennero messe fuori legge dalla Società delle Nazioni – l’antesignana delle Nazioni Unite – e dagli USA negli anni ‘20. In seguito al proibizionismo, il consumo di queste droghe cominciò ad aumentare vertiginosamente. Anche così, il periodo di guerra 1939-46 vide l’assuefazione virtualmente sradicata in Europa e in America del Nord – un felice stato di cose che non sarebbe durato a lungo.

POI VENNE LA GUERRA IN VIETNAM

L’Indocina, gran parte della quale era sotto controllo o influenza francese dalla metà del 19mo secolo, venne catturata dai giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale. Alla fine delle ostilità, la Francia riguadagnò autorità su Vietnam, Cambogia, Laos e Tailandia. Ma i movimenti di indipendenza avevano iniziato a combattere per sfrattarla. Alla fine questo sfociò, nel 1954, nella battaglia di Dien Bien Phu, orchestrata dai Viet Minh, che risultò in una sconfitta della Francia e nel suo conseguente ritiro dall’Indocina, nonché nella sua immediata sostituzione con gli Stati Uniti.
Nel frattempo, la Francia aveva sviluppato nella regione un apparato di intelligence ad ampio raggio, finanziato dall’oppio. Maurice Belleux, ex capo del SDECE, l’equivalente francese della CIA, ne confermò l’esistenza durante un’intervista notevolmente schietta con il professor Alfred McCoy, storico. Belleux raccontò a McCoy che “l’intelligence militare francese finanziava tutte le sue operazioni clandestine grazie al controllo del commercio di droga in Indocina”. Quest’ultimo servì a sostenere la Guerra Coloniale francese dal 1946 sino al 1954.
Belleux rivelò come funzionava. Paracadutisti francesi che combattevano con le tribù sparse nella regione raccoglievano l’oppio grezzo e lo trasportavano, a bordo di aerei militari francesi, a Saigon, dove passava alla mafia sino-vietnamita per la distribuzione. Pesantemente coinvolte nel traffico d’oppio erano anche le organizzazioni criminali corse, che lo spedivano a Marsiglia, in Francia, per raffinarlo in eroina. Da lì veniva distribuita in Europa e Stati Uniti: tale rete iniziò ad essere conosciuta come “the French Connection”. Si trattava della malavita che lavorava culo e camicia col governo francese – con entrambi a beneficiare finanziariamente dall’accordo. I profitti ricavati venivano incanalati in conti della banca centrale, sotto il controllo dei servizi segreti militari francesi. La grande spia del SDECE chiuse la sua intervista affermando di ritenere che la CIA “aveva rilevato tutte le attività francesi e stava perseguendo qualcosa della stessa politica”.2
Il termine “Guerra del Vietnam” è un termine improprio. Più esattamente, il coinvolgimento statunitense nell’intera regione andrebbe chiamato la “Guerra del Sud-est asiatico”. Mentre i combattimenti in Vietnam raggiungevano i media giornalmente, la guerra segreta in Cambogia, Laos e Tailandia rimase tale e continuò sino agli anni ‘80. Questa era la piccola guerra privata della CIA, combattuta con l’assistenza di tribù locali e soldati e aviatori americani ‘fuori dai libri paga’ – i quali, una volta catturati, venivano abbandonati da un agghiacciante governo segreto, cinico e ingrato.3
La strategia militare statunitense in Vietnam era singolare. Sebbene gli americani possedessero la superiorità militare, con la capacità di vincere la guerra approssimativamente in un anno, era loro espressamente proibito di farlo dagli artefici della politica estera statunitense. Questa dottrina venne espressa nel National Security Council Memorandum 68, che era l’architrave per la Guerra Fredda. Era la stessa politica che proibì la vittoria alleata in Corea – come spiegato dal colonnello Philip Corso, ex Capo Settore Progetti Speciali, Divisione Intelligence, Comando dell’Estremo Oriente, in una testimonianza al Congresso nel 1996. Di ritorno dalla Corea, Corso fu assegnato al Comitato Coordinamento Operazioni del Consiglio di Sicurezza Nazionale della Casa Bianca, dove scoprì la politica del “non vincere”. Ne rimase sgomento.4
Ma se la vittoria militare non era un obiettivo statunitense, assicurarsi il controllo della produzione di oppio della regione sicuramente lo era. Passò poco tempo prima che la CIA avesse un controllo totale sul commercio di oppio. Ne risultò un massiccio incremento della produzione seguito da un’ondata di assuefazioni da eroina in Nord America ed Europa occidentale. Parallelamente a questo ci fu un enorme aumento di tossicodipendenti fra le truppe statunitensi che combattevano in Vietnam. Non meno di un terzo di tutte le forze combattenti vennero assuefatte alla “China white” – cortese concessione degli uomini di Spionville, Virginia.5
Il traffico di droga dilagava presso i comandanti militari sudvietnamiti. Uno dei personaggi principali era il generale Dang Van Quang, Assistente Militare e alla Sicurezza del Presidente Nguyen Van Thieu. Quang allestì una rete di traffici di stupefacenti tramite Forze Speciali vietnamite operanti in Laos.
Il Laos, un feudo della CIA, era uno dei principali produttori di oppio sotto il controllo nominale del generale Vang Pao, capo tribù dei Meo che combattevano la guerra segreta della CIA. Vang Pao raccoglieva l’oppio grezzo coltivato in tutto il Laos settentrionale e lo trasportava a Long Thien a bordo di elicotteri della compagnia della CIA, la “Air America”. Un enorme complesso costruito disordinatamente dagli Stati Uniti, Long Thien da alcuni era conosciuto come il “Paradiso della Spia” e da altri come “Alternato 20”. Era qui che l’oppio grezzo del generale Pao veniva raffinato in eroina bianca di tipo China No.4 purissima. A questo punto, il coinvolgimento diretto della CIA nel ‘prodotto’ terminava.
Nel frattempo, la CIA fornì a Vang Pao una propria linea aerea – conosciuta da quelli addentro alla questione come “Air Opium” – che avrebbe trasportato la droga a Saigon, atterrando presso la gigantesca base aerea statunitense di Ton Sohn Nut. In seguito, parte del carico veniva suddiviso tra l’organizzazione di Quang per lo spaccio ai militari statunitensi tossicodipendenti; il resto veniva spedito alla malavita corsa di Marsiglia per la spedizione a Cuba – un punto di passaggio controllato da Santos Trafficante, boss della mafia in Florida – e da lì agli Stati Uniti. Una normale variazione del percorso di consegna avvenne quando sacchetti sigillati di eroina vennero cuciti all’interno dei cadaveri di militari statunitensi che tornavano a casa per la sepoltura.
Tornati a casa, ai politici statunitensi non importava un fico secco del problema della droga in aumento tra i militari di truppa. Questo disprezzo fu espresso al meglio dal Segretario di Stato Henry Kissinger che disse ai giornalisti Woodward e Bernstein del Washington Post che “i militari sono stupidi ed ottusi animali da usarsi come pedine per la politica estera”.6
A questo riguardo potremmo anche seguire un ragionamento collegato. Se i militari sono “stupidi ed ottusi animali” da usare e di cui abusare come “pedine per la politica estera”, i normali cittadini contribuenti sono forse visti in maniera diversa quando si arriva alla fornitura di eroina in gran quantità alle città americane? Senz’altro una popolazione tossicodipendente provvede più che adeguatamente ad uno dei requisiti del NSC 68: stabilire la “tranquillità nazionale”.7
In ogni caso, i proventi dalle vendite di stupefacenti venivano riciclati tramite la Nugan Hand Bank in Australia ed utilizzati per finanziare la guerra segreta della CIA in tutta la regione.
In seguito all’invasione della Cambogia, appoggiata dagli Stati Uniti nel maggio 1970, fu allestito un altro canale per il traffico di eroina. Regioni della Cambogia, ideali per la coltivazione dell’oppio e in precedenza inaccessibili, vennero immediatamente messe in produzione. La rete di contrabbando era gestita dalla marina vietnamita che disponeva di basi a Phnom Penh e lungo tutto il fiume Mekong. Entro una settimana dall’incursione cambogiana una flotta di 140 navi da guerra della marina vietnamita e di quella statunitense, al comando del capitano Nyugen Thaanh Chau, penetrò in Cambogia. Questa fu “acclamata come una ‘brillante mossa tattica’ ed una grande ‘flotta militare umanitaria’”. La flotta si mise immediatamente al lavoro contrabbandando “grandi quantità di oppio ed eroina nel Vietnam del sud”.8
Dopo il ritiro statunitense dal Vietnam del sud, il generale Quang, del quale si dice fosse il più grande spacciatore nel paese, si trasferì tranquillamente a Montreal, in Canada, passando per la base dell’esercito di Fort Chaffee, in Arkansas. Si dice che l’entrata in Canada di Quang fosse dovuta a gentili ma intense pressioni dal governo degli Stati Uniti.

COSTRUIRE MERCATI: SRADICARE LA CONCORRENZA

L’apparente dicotomia di facciata tra il commercio di stupefacenti pluridecennale della CIA e la “Guerra alla Droga” da parte della Drug Enforcement Administration (DEA) è illusoria. Durante un’intervista alla radio nel 1991, il prof. Alfred McCoy spiegò quello che lui definiva “il rapporto istituzionale tra la DEA e la CIA”. Negli anni ‘30 venne fondato il Federal Bureau of Narcotics (FBN), precursore della DEA, per ridurre l’uso e la vendita di narcotici. L’FBN era la sola agenzia statunitense ad avere agenti operanti in clandestinità prima della Seconda Guerra Mondiale. Con l’arrivo di quest’ultima, agenti chiave dell’FBN furono trasferiti all’appena istituito Office of Strategic Services (OSS), precursore della CIA, onde insegnarne al personale le “arti clandestine”. McCoy dichiara che questa relazione continua a tutt’oggi. Il risultato è che in quelle parti del mondo dove la CIA sta conducendo traffici di droga, ufficialmente la DEA va a dormire.9
Questo ha portato a comprendere che il principale incarico della DEA è quello di impedire l’afflusso di droghe da fonti diverse da quelle “approvate dalla CIA”, e che i successivi programmi statunitensi di “Guerra alla Droga” sono, di fatto, intrapresi per distruggere la concorrenza. Che questa sia una politica finalizzata o meno, il risultato è chiaramente lo stesso. Portato alla sua logica conclusione, è che i trafficanti approvati e protetti dalla CIA continueranno incessantemente a guadagnare un controllo sempre maggiore sul commercio globale di stupefacenti, facendo del governo statunitense il più grande spacciatore di droga al mondo. Nel frattempo, qualcuno ritiene che questo sia già accaduto e fosse da sempre parte dei piani a lungo termine concertati da oscuri politicanti, da quando gettarono il loro avido sguardo verso le materie prime del pianeta – essendo i narcotici una delle più remunerative.
L’eroina in entrata negli Stati Uniti veniva prodotta da due principali monopoli dell’oppio: quello controllato dalla CIA nel sud-est asiatico, e quello dalla Turchia, uno stretto alleato degli Stati Uniti. Quando il Presidente Richard Nixon dichiarò la sua “Guerra alla Droga” nel 1973, questo chiuse la connessione turca che fluiva attraverso Marsiglia sotto il controllo del crimine organizzato corso. Ciò creò una sempre maggiore domanda di eroina prodotta nel Triangolo D’oro del sud-est asiatico, specialmente in Birmania.
In precedenza, nel 1949, questa regione era diventata una ridotta armata per le forze nazionaliste cinesi in fuga al comando di Chiang Kai-shek, inseguite dall’Armata Rossa di Mao. La CIA organizzò una massiccia operazione di supporto che utilizzò queste forze cinesi per raccogliere informazioni all’interno della Cina, ingaggiare battaglie campali con le forze comuniste e fare da “allarme” per una temuta invasione comunista del sud-est asiatico. Per finanziare questa piccola guerra segreta, la CIA necessitava del tipo di fondi neri che provengono da una vendita di narcotici su vasta scala. Fu lì che le vecchie “mani cinesi” dell’OSS fecero il loro dovere trasformando la regione nel maggior singolo produttore di oppio del mondo, con quasi 1.000 tonnellate nel 1961. Oggi, i “campi coltivati” birmani rimangono sotto l’attento controllo di Khun Sa, il signorotto locale appoggiato dalla CIA.

LA VIA DELL’EROINA DI KHUN SA

É qui che si chiude il cerchio della nostra storia. Nella prima parte abbiamo rivelato il contenuto di un affidavit firmato dal colonnello Edward P. Cutolo in merito al suo coinvolgimento in un traffico di cocaina, sanzionato da militari statunitensi, da Bogotà in Colombia a Panama. All’epoca l’ufficiale comandante anziano delle Forze Speciali statunitensi dell’intera regione del Comando Meridionale era il tenente colonnello James “Bo” Gritz.
Bo Gritz fu uno di quelli che si buttarono discretamente ad indagare sulla morte di Cutolo e quella di altri ufficiali, ed è anche stato per lungo tempo un promotore a favore dei Dispersi in Azione/Prigionieri di Guerra statunitensi (MIA/POWs) dall’epoca del Vietnam.
Gritz venne informato da Ross Perot che tre prigionieri di guerra americani erano detenuti da Khun Sa e che il signorotto aveva acconsentito a consegnarli. Tramite contatti ad alto livello col governo cinese, Perot prese accordi per ottenere accesso al quartier generale di Khun Sa, sulle sperdute colline di Shanland. Ma Gritz, sapendo di poter entrare ed uscire molto più velocemente utilizzando la sua rete di contatti nella regione, partì nel novembre del 1986 con alcuni sceltissimi ex-componenti delle Forze Speciali.
Per Gritz e compagni ci vollero tre giorni di negoziati per accedere al remoto e selvaggio territorio di Shanland. Alla fine Gritz si incontrò con un perplesso Khun Sa il quale gli disse che non c’era mai stato alcun prigioniero di guerra statunitense. Comunque, nel corso della loro conversazione Gritz chiese perché Khun Sa fosse così pesantemente coinvolto con l’oppio, sottolineando quanti problemi questo avesse causato in America. La risposta fu sconvolgente.
Khun Sa affermò che l’intera fornitura di oppio – circa 900 tonnellate l’anno, all’epoca – veniva acquistata dal governo statunitense. Il signorotto affermò poi di voler cambiare la produzione in quanto lui odiava l’oppio, e se Gritz avesse ottenuto che gli Stati Uniti fornissero appena un decimo di quello che spendevano per la Guerra alla Droga nella regione, lui avrebbe cambiato la produzione in altre coltivazioni.
Uno sbigottito Gritz riportò il suggerimento al governo statunitense e rimase ancor più stupefatto nel sapere che l’offerta venne rifiutata. L’ex colonnello dei Berretti Verdi venne inoltre avvertito che sarebbe stato oggetto di sporchi trucchi se non avesse abbandonato l’argomento dell’oppio. Ignorando queste minacce, cinque mesi dopo Gritz ritornò in Birmania, nel maggio 1987, per un secondo incontro con Khun Sa. Stavolta si portò una telecamera e chiese a Khun Sa di fare i nomi dei responsabili di fronte ad essa.
Khun Sa diede istruzioni al suo segretario di leggere i nomi dal suo diario, ma si accordò affinché i nomi che rivelava fossero quelli vecchi, e non quelli di coloro con i quali era in affari in quel momento. L’ufficiale governativo statunitense responsabile dell’acquisto dell’oppio era Richard Armitage, un ufficiale dell’amministrazione ben conosciuto e di alto livello. Armitage stava lavorando, lesse il segretario, con un individuo di nome Santos Trafficante che agiva in qualità di “gestore del traffico” di Armitage. Gritz era ben consapevole di chi fosse Trafficante: il leggendario “Boss” della mafia della Florida.
Nel corso di una conferenza nel 1991, Gritz illustrò l’aspetto economico del movimento di eroina di Khun Sa verso gli Stati Uniti. Al signorotto venivano pagati 300.000 dollari a tonnellata dal governo statunitense, ma il prodotto veniva venduto sulla strada per un milione di dollari a libbra (circa mezzo chilo, ndt). “Nessuno lo vuole lontano dagli affari”, osservò ironicamente Gritz.
Gritz disse che al suo ritorno in America nel 1987 cercò di far prendere nota a qualcuno nell’amministrazione, compreso il vicepresidente George Bush, delle sue informazioni. I suoi approcci vennero nuovamente energicamente respinti.
Come gesto di buona volontà verso il governo degli Stati Uniti, Khun Sa scrisse a George Bush una lettera, datata 15 marzo 1988, nella quale gli offriva, assolutamente gratis, una tonnellata di “eroina asiatica No.4 purissima”. Questo era il sistema del signorotto di offrire un incentivo affinché gli Stati Uniti giungessero ad un accordo volto a convertire la produzione da oppio ad un’altra coltivazione. Bush non rispose alla lettera, e la risposta del Dipartimento di Stato fu “non interessa”.
Disgustato, Gritz iniziò attivamente a partecipare ad una campagna per avvertire gli americani di cosa stesse facendo il loro governo a loro nome. Questo alla fine sfociò nella sua chiamata in giudizio con l’accusa di aver usato un passaporto falso durante una delle sue visite in Birmania. Dichiarandosi colpevole dell’accusa, ma spiegando che si trattava della normale procedura nel mondo delle “operazioni nere”, venne riconosciuto innocente dalla giuria.
Da allora, Gritz è diventato un esplicito critico dei successivi governi e le loro finzioni politiche segrete, e di conseguenza ha sofferto nelle mani dei media disgraziatamente prevenuti.
Malgrado ciò, la storia principale di Gritz non è stata abbandonata. Da dietro le quinte altri hanno raccolto l’appello. Sono iniziate discrete e scrupolose indagini sulle attività nascoste di Richard Armitage.

LA DRUG-MEISTER DELLA SPIA

Un “insider” immensamente potente, Armitage aveva fatto in modo che il colonnello Dave Brown finisse accanto al Presidente Reagan come ufficiale di collegamento su base giornaliera. Lo scopo di questa mossa era, nelle parole di un individuo in familiarità con questi eventi, “influenzare giornalmente in modo sottile il suo modo di pensare”. In aggiunta, “altre azioni di questo tipo erano state istituite in agenzie e dipartimenti chiave”.10
Col Presidente Reagan efficacemente imbavagliato, Armitage e la sua cricca di fautori e agitatori di Washington
credettero di essere intoccabili. In larga misura lo erano.
Già Assistente Segretario alla Difesa, in seguito alla vittoria alle elezioni presidenziali di Bush, Armitage fu nominato nel febbraio 1989 per divenire Assistente Segretario di Stato per le Questioni in Estremo Oriente. Questa mossa venne bloccata e, invece, Armitage fu nominato al posto di Segretario dell’Esercito.
Dietro le quinte, era in corso una guerra virtuale in quanto il Dipartimento della Giustizia e l’FBI combattevano per incriminare Armitage per i narcotici ed altre sue attività criminali. A queste misure opponeva una potente resistenza il Procuratore Generale Thornburg, una persona nominata politicamente dal Presidente Bush.
Comunque, è significativo che Armitage fosse sotto indagine anche da parte di investigatori federali al lavoro per conto della Commissione sul Crimine Organizzato voluta dal Presidente, che si era concentrata sull’attività criminale di organizzazione straniera nel gioco d’azzardo e nel traffico di droga. Questa risultò dallo stretto rapporto di Armitage con una donna vietnamita, Ngdyet Tui (Nanette) O’Rourke.
La O’Rourke era al centro di un circolo di gioco d’azzardo su vastissima scala gestito da vietnamiti residenti negli Stati Uniti. Le era stata concessa la cittadinanza statunitense – secondo una fonte, in “circostanze estremamente sospette”. Era anche sospettata di essere una prostituta. Nel corso delle indagini, gli investigatori arrivarono a ritenere che l’associazione di Armitage con la O’Rourke risaliva al suo servizio in Vietnam, quando si pensa abbia gestito con lei un equivoco locale a Saigon. C’erano anche sospetti che la O’Rourke abbia agito come “corriere” di Armitage.
Un’altra fonte implicata in queste indagini notò che “quasi ogni donna vietnamita coinvolta in importanti operazioni di gioco d’azzardo sulla costa orientale [USA] è sposata ad un americano che o è della CIA o ha collegamenti con l’agenzia” – compreso il marito della O’Rourke.
Nel frattempo, un altro investigatore che riteneva che Armitage fosse “sporco” veniva frustrato nelle sue indagini dal Segretario alla Difesa Frank Carlucci, e da altri potenti protettori. Nel 1975, durante il turno in Vietnam presso la CIA di Armitage, Carlucci era l’uomo No.2 della CIA.
A causa di numerosi ostruzionismi ad alto livello, le indagini sulle attività criminali di Armitage vennero ridotte, ma non prima che fossero state raccolte alcune dannose informazioni. Non ultima era la speciale relazione di Armitage con O’Rourke. Gli investigatori scoprirono una foto, che si riteneva fosse stata scattata professionalmente, la quale mostrava una O’Rourke nuda in posa nella sua camera da letto con un Armitage parzialmente svestito. Questo, ed altri fattori, portò gli investigatori e, in effetti, alcuni influenti politici, a concludere che O’Rourke stava in realtà lavorando per l’intelligence nordvietnamita, e che la foto fosse stata usata per ricattare Armitage e farlo diventare una spia.11
La forza delle informazioni raccolte su Armitage era tale che egli fu obbligato a rinunciare alla sua nomina a Segretario dell’Esercito e, in realtà, a tutti gli altri posti ufficiali nel governo statunitense. Successivamente, ufficiali della Difesa dichiararono privatamente che ad Armitage non sarebbe mai più stato permesso di fare visita al Dipartimento della Difesa.
Conosciuto presso la comunità vietnamita come “Mr Phu” (che significa letteralmente “signor Ricco”), Armitage, malgrado le sue disgrazie, era ancora in grado di far conto sull’enorme potere dei suoi protettori politici e riuscire ad evitare l’incriminazione. Il conoscere di gran lunga troppo delle “porcherie” del governo statunitense durante le tre decadi precedenti lo forniva di un’istantanea carta “non va in galera”.
Si stima che nella stagione 1991-92 il raccolto annuale di oppio della regione di Khun Sa nel Triangolo d’Oro aveva raggiunto la cifra sbalorditiva di 3.000 tonnellate. Laddove era sempre stato difficile trasportare le merci a causa del terreno montagnoso, venne costruita una agevole strada in asfalto, consentendo ai camion di trasportare velocemente la droga agli aeroporti gestiti dal governo in Tailandia. da lì, l’eroina raffinata veniva indirizzata verso gli Stati Uniti ed altre destinazioni occidentali.
Se Frank Carlucci, ex No.2 nella gerarchia della CIA, era uno dei principali “protettori” di Armitage durante i suoi anni “difficili”, possiamo legittimamente chiederci chi altro potrebbe aver protetto quello che fu un ufficiale della CIA ed era ora in disgrazia. Forse non è sorprendente che George Bush abbia regnato come No.1 della CIA a seguire la sua nomina a Direttore della Central Intelligence nel 1975 da parte del Presidente Gerald Ford. Ciò potrebbe fare il mondo piccolo ma, chiaramente, anche molto sporco.
In ultima analisi, le attività della CIA in corso per conto di una piccola cerchia di potenti individui chiaramente conferma l’esistenza di un governo segreto che utilizza le strutture democratiche poco più che come un’utile facciata dietro la quale nascondersi. La droga, un prodotto straordinariamente remunerativo, ha finanziato molte delle attività clandestine di tale governo segreto. Anche le armi sono un altro strumento utile e molto remunerativo, finanziato col denaro pubblico. Apparentemente, la opprimente ma clandestina politica è quella di continuare a creare sporche guerre oltremare e allo stesso tempo tenere drogata fino agli occhi la gente a casa, o meglio, quelle sezioni della società viste come seccanti subordinati dell’elite dei padroni autoproclamati che governano dall’ombra.
Lo svantaggio nascosto nell’intera faccenda non è semplicemente che viene fatto in vostro nome e nel nome della libertà e della democrazia, con slogan accattivanti che significano meno di niente per coloro che li proferiscono, ma è il vostro denaro, i vostri dollari di tasse che continuano a finanziare l’intero complotto. Forse questo è un motivo per cui il termine popolare di “droga” è “dope” (che significa anche vernice per ritocchi, ndt). &Mac176;

DROGA E MEDIA: SEGRETI INNOMINABILI

Quando Gary Webb, un intraprendente e coraggioso giornalista investigativo del Mercury News di San Jose, pubblicò la sua storia nell’agosto del 1996, potenti onde d’urto rimbombarono attraversando gli Stati Uniti verso est per buona parte dell’anno. Webb aveva speso un anno a scoprire lo sporco segreto del crack di cocaina e di come si fosse diffuso a Los Angeles.
L’articolo in tre parti era intitolato “L’Oscura Alleanza” e faceva nomi – specialmente di ex personaggi di rilievo del movimento Contra appoggiato dalla CIA. Webb si aspettava e ricevette il sentito appoggio del suo direttore e dei compagni giornalisti del Mercury News. Il giornale dedicò anche un sito web alla serie di articoli e pubblicò copie elettroniche di importanti documenti di conferma. Nel frattempo, le onde d’urto raggiunsero Washington, DC.
Inarrestabili, fluirono oltre in direzione di Langley, Virginia – sede della Central Intelligence Agency.
Col tempo, una contro-onda d’urto ancora più turbante da Washington, DC, rotolò indietro in direzione ovest raccogliendo impulso da Langley. Gary Webb aveva divulgato l’indivulgabile. Aveva espresso una semplice verità – una verità, per di più, già ben risaputa da molti giornalisti, politici, accademici, ufficiali militari, personale dell’intelligence ed altre persone addentro da decenni. La verità espressa era che la CIA era impegnata nella distribuzione di enormi quantità di droghe illegali.
Entro un anno, i colleghi di Webb al Mercury News capovolsero il loro iniziale appoggio ed iniziarono a denunciarlo.
Tale fu il potere del segnale di ritorno dalla costa orientale che molti altri giornalisti del Mercury News iniziarono a temere che la loro promozione – specialmente alle più prestigiose corporazioni giornalistiche d’America – avrebbe potuto essere rovinata. Era il classico caso di colpevolezza per associazione. Peggio ancora, anche il direttore precedentemente coraggioso di Webb lo denunciò e pubblicò un editoriale sul Mercury News, dicendo che la qualità della documentazione d’appoggio di Webb nella serie “L’Oscura Alleanza” era scarsa. Il chiaro messaggio era che la verità pronunciata in realtà non era stata pronunciata. Orwell chiamava questo “doppio discorso”.
Per aver osato dire la verità, Webb venne punito col trasferimento in una cittadina, in una redazione del Mercury News in una zona depressa, ben lontano dalla notorietà della redazione centrale. Webb mantenne il lavoro, o almeno una specie di raffazzonata morte vivente alla voodoo come lavoro. Nessuno può biasimare Webb per aver accettato il posto: aveva una famiglia da mantenere, e date le circostanze le sue possibilità di assicurarsi un altro lavoro altrove nei media erano sicuramente compromesse. Anche il direttore chiaramente mantenne il posto, ma possiamo e dobbiamo biasimarlo per rendere a Cesare la sua integrità giornalistica. Nel frattempo alcuni dei colleghi di Webb si sono trasferiti in posizioni più elevate ed importanti in quelle anche troppo ambite corporazioni giornalistiche nazionali. Qui possono scrivere tutto il giorno, sull’argomento che desiderano – purché non si tratti di argomenti innominabili. Senza un Quarto Potere indipendente e coraggioso, non c’é protezione dalla sottile e consistente campagna per distruggere la democrazia in tutto tranne il nome.
Quando Webb intraprese quell’indagine che gli avrebbe cambiato l’esistenza, era beatamente inconsapevole dell’enorme minaccia che presto avrebbe costituito per la sicurezza nazionale e l’establishment politico degli Stati Uniti.
La sua storia ha svelato una sinistra politica che risale alla Seconda Guerra Mondiale: il controllo clandestino statunitense sull’industria globale delle droghe illegali, durato quattro decenni. Questo era solo uno della gran quantità di sgradevoli segreti che il governo segreto non voleva fossero raccontati. Ce ne sono molti altri.12

Note:

1. Il materiale su Yale è stato liberamente tratto dall’eccellente saggio di Kris Millegan, “Everything you wanted to know about Skull and Bones but were afraid to ask”. Altro materiale di prima classe è disponibile nell’opera di Paul Goldstein e Jeffrey Steinberg, George Bush, Skull and Bones and the New World Order. Per quanto ne so, entrambi sono disponibili solo su Internet.
2. Prof. Alfred McCoy, citando un colloquio privato con Maurice Belleux, in un’intervista col conduttore radiofonico Paul DiRienzo il 9 novembre 1991.
3. Per una dettagliata analisi della connessione tra droga e MIA/POWs, vedere Kiss the Boys Goodbye, di Jensen-Stevenson & Stevenson (Bloomsbury, UK, 1990; Futura, 1992).
4. Vedere la testimonianza resa da Corso il 17 settembre 1996 di fronte alla Sottocommissione della Camera sul Personale Militare. “La politica del ‘non vincere’ era contenuta nel NSC 68, NSC 68/2 e NSC 135/3,” disse Corso ai membri del Congresso, aggiungendo che “le basi di questa politica erano nelle direttive ORE 750, NIE 2, 2/1, 2/2, 10 e 11. Noi la chiamavamo la ‘politica della foglia di fico’.”
5. Cifre menzionate dal prof. Alfred McCoy durante la sua intervista alla radio con Paul DiRienzo il 9 novembre 1991.
6. Vedere Kiss the Boys Goodbye di Jensen-Stevenson & Stevenson (Futura, 1992, p. 97).
7. Memorandum 68 del National Security Council, 14 aprile 1950. Questo documento sottolineava le necessità degli Stati Uniti in seguito alla Guerra Fredda.
8. Documenti confidenziali in possesso dell’autore.
9. Intervista radio di Paul DiRienzo col prof. Alfred McCoy, 9 novembre 1991.
10. Estratto da una lettera indirizzata al Senatore Paul Laxalt, datata 27 aprile 1987.
11. Sono stato informato da fonti affidabili che Ross Perot era uno di coloro che credevano che Armitage fosse una spia nord vietnamita.
12. La morale della storia di Webb è di non aspettarsi che i principali media vi informino di quanto sta realmente accadendo nel mondo – non lo faranno. Per parafrasare la battuta di Walter Matthau, espressa alla perfezione nel film JFK, “Questi cani non cacciano” – perlomeno, non più. Oggi, il vecchio giornalista ‘segugio’ è rannicchiato su un tappetino di fronte al fuoco del salario. I suoi muscoli sono logori, la pancia è piena, il suo naso ha scordato come si punta, e i suoi sogni di sgambettare sono quelli di tanto tempo fa.

(Nexus n.17)

L’impero della droga in mano alla CIA?

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Afghanistan: al servizio della pace senza tam-tam mediatico

Il lavoro dei nostri militari in Afghanistan è tanto concreto e utile quanto poco conosciuto qui in Italia, a causa dei silenzi dei media, ben più attenti ad elogiare associazioni pacifiste e ideologizzate come “Emergency”.

di Marco Turi Daniele


È incredibile come in Afghanistan, un Paese di 28.513.677 abitanti (stima del 2004) si sia passati precipitosamente, senza percorsi intermedi, dalla comunicazione primitiva a quella satellitare attraverso l’uso del telefonino cellulare. Così è accaduto che la rete di villaggi e “borghi” che non si è sviluppata prima, forse, giammai si svilupperà ora.

Ma, viste le premesse è veramente strano come siano così simili le forme dei loro villaggi, le tecniche utilizzate, ancora più del materiale fangoso ricavato da un territorio arido e tiranno capace di offrire solo quanto basta per la sopravvivenza di piccoli gruppi di persone ed in periodi limitati dell’anno, visto il clima rigido invernale. Tutto fa immaginare che ad un certo punto la storia li abbia abbandonati a se stessi, o che non ci sia mai stata una vera storia.

Una desolante arretratezza

Purtroppo è la totale assenza di informazioni evolute, un senso, una direzione, una “via”, un percorso della storia, la frequenza di scambi culturali, con altre idee fatte conoscere da viaggiatori, mercanti, monaci, missionari, viandanti, pellegrini, cronisti e narratori che ha bloccato il processo di integrazione ed il progresso. Quel progresso, inteso nel concetto non proprio illuministico, ma come una sommatoria di esperienze inserite eticamente in un processo di sviluppo umano e solidale, fatto di operatività, funzionalità, interscambiabilità e trasferimento di conoscenze, ricerca del bello e organizzazione di una società rivolta al bene.

Parliamo comunque di una popolazione composta prevalentemente da un 80% di contadini e 10% di pastori. L’aspettativa di vita è molto bassa: 43 anni. La mortalità infantile è elevata visto che solo 85 bambini su 100 superano i 10 anni.

Questa assenza di evoluzione, almeno nel concetto con cui ci relazioniamo noi occidentali, è quello con cui si identifica la popolazione afgana, nel bene e nel male. È il loro “status quo”. È sostanzialmente una scelta derivante dall’obbligo morale di non compromettersi né con il mondo né con lo straniero.
Il livello di alfabetizzazione è molto basso. Solo il 45% degli uomini sa leggere e scrivere. Delle donne il 15%.

Multietnicità senza avvenire
Il 38 % della popolazione è Pashtu, la maggiore e forse tra le più antiche tribù che si conoscano a livello mondiale, di origine indoeuropea, formata da 40 milioni di persone.

Poi ci sono i Tajik (25%), gli Hazara (19%), gli Uzbek (6%). Esistono almeno 10 differenti gruppi etnici, almeno 60 differenti tribù. Nel contesto, tutto quanto rappresenta una identità frammentaria, dolce, orgogliosa e bella, ma pur sempre senza sbocchi, senza futuro. Perché oltre alla riproduzione della specie e del genere non hanno messo in programmazione nel proprio processo organizzativo e religioso nessun avvenire. Così erano, così saranno ancora per millenni. Almeno che, qualcuno, magari passando attraverso una revisione interna dei loro sistemi sociali, non riesca a dimostrare loro che si può rimanere giovani, puri, anche investendo su altre forme di organizzazione sociale e quindi di verità.

L’opera degli italiani a Herat
Herat, il capoluogo di una delle 33 Province dell’Afghanistan è il luogo in cui più culture si sono incrociate per via della Seta. In questa zona vi operano gruppi speciali della NATO a comando italiano e organizzazioni non governative, che si prefiggono lo scopo di assistere il governo locale ad estendere la propria autorità, al fine di facilitare l’instaurarsi di un ambiente stabile e sicuro nella propria area di operazioni e favorire le attività correlate con il programma “security sector reform” e con il processo di ricostruzione del Paese in queste terre lontane dal mondo, fornendo tra l’altro un minimo di infrastrutture urbanistiche, edili, sanitarie, scolastiche ed agricole, oltre che pozzi per la raccolta dell’acqua potabile.

Nelle settimane di marzo, a causa della discussione in Parlamento sulla opportunità o meno di rifinanziare la missione in Afghanistan, i media hanno parlato in maniera continua e diffusa di ingaggi e di progetti di cooperazione civile e militare. Così capita che si sia parlato anche dei nuovi centri sanitari, delle scuole, delle reti idriche che gli italiani stanno realizzando e inaugurando nei villaggi isolati nei distretti della Provincia di Herat.

I giornalisti nazionali ed internazionali che sono passati recentemente da Herat hanno imparato a conoscere da vicino questa mole di attività che si stanno portando avanti anche con il contributo volontario di donazioni che provengono da tutto il mondo. Hanno scoperto che l’Italia, con queste missioni, ha messo una pietra miliare nel rapporto di stima con la popolazione locale. È una grande esperienza di “vita”.

La procedura, che passa attraverso un avvicinamento al territorio, privilegia, dopo un contatto diretto con le autorità locali, la costruzione di strutture di base per lo sviluppo a basso impatto culturale ed in tempi assai veloci. Gli incidenti diplomatici, nella situazione di massima esposizione in cui operano le truppe NATO, non possono che portare ricadute negative se non addirittura drammatiche su tutti coloro che si trovano in zona con l’intento di fare del bene.

La recente inaugurazione di una scuola nella zona sud di Herat e lo scambio culturale di disegni tra gli alunni di elementare della scuola romana A. Manzoni e gli alunni di questa nuova struttura ha sicuramente segnato un ulteriore passo in avanti nella relazione fra popoli e culture nel segno della “cordialità”, perché i bambini annunciano all’altro quello che apprendono, ma anche quello che elaborano attraverso l’esperienza e apprezzano di più fra le cose che li circondano e li formano. A volte fanno anche denunce.

All’interno di queste organizzazioni militari si strutturano vere e proprie competenze, capaci di instaurare contatti e collaborazioni proficue tra le autorità locali, le popolazioni, gli operatori di pace, educatori e progettisti. Hanno tutti buoni e sani propositi.

I “Borghi di Xenobia”
Non si può essere in queste terre senza giusta preparazione né tanto meno senza i presupposti morali. Motivano l’intera missione. E possono essere identificati in tutti i sensi a quelle che sono state le potenzialità e capacità del progetto culturale dell’Impero Romano su cui si è innestata la esperienza universale cristiana.

Infatti chi opera in queste missioni non può non sentirsi romano oltre che cristiano. Romani nel metodo e nel modulo di approccio fatto di rispetto e solidarietà. Cristiani nel senso della pietà e della consapevolezza di come portare il “bene e la speranza nella carità e a tutti indistintamente”.
I Pozzi e le Scuole de “I Borghi di Xenobia” sono una cartina di tornasole di come un cristiano possa interagire con queste popolazioni senza imporre le proprie sovrastrutture culturali. Del resto era ad un pozzo che si abbeverava la Samaritana. E su questo “marchio” penso che, presto, sarebbe opportuno unire altre forze e persone di buona volontà per portare un significativo contributo anche sul piano della cooperazione, della sussidiarietà, del bene comune, del buon governo.

Perché nella cose fattibili e necessarie a chi le riceve, c’è sempre un granello di valore morale e di prestigio culturale. Questo è vero amore. Questo è quello che ho trovato che manca veramente nei loro villaggi.

(RC n. 25 – Giugno 2007)