“Lo IOR” di Solange Manfredi

In questi anni di ricerca, in cui mi sono trovata a leggere tanti atti processuali sui principali misteri italiani, una cosa mi ha colpita ed indotta a riflettere: tutti i casi giudiziari sembrano collegati tra loro. Vi si possono riscontrare spesso gli stessi nomi, le stesse organizzazioni, gli stessi meccanismi, le stesse modalità per eliminare civilmente o fisicamente i testimoni, giudici, poliziotti, ecc … . E’ come se i misteri italiani fossero tutti all’interno della tela di un ragno. Il problema è capire chi o cosa sia, il ragno. Difficile a dirsi, anche perché chi ha tentato di raggiungere il centro di questa “tela” è morto. Già i morti. Nella storia della nostra Repubblica le stragi e gli omicidi per cui non si è riusciti a risalire ai mandanti sono decisamente troppi. Ho pensato allora di ricercare se vi era un filo che potesse collegare alcune morti della storia italiana, una sorta di minimo comun denominatore ed ho trovato lo IOR. Lo IOR a partire dagli anni ’60 ovviamente, ovvero da quando vi entrano a far parte alcuni personaggi legati alla massoneria.

 Lo IOR e la massoneria

E’ il 1955 quando l’arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini elegge a suo consulente finanziario Michele Sindona (massone dell’obbedienza di Piazza del Gesù, fa parte della loggia coperta “Giustizia e Libertà, vedi articolo del 09 febbraio 2008 su questo blog). Nel 1960, probabilmente grazie ai buoni uffici dell’arcivescovo Montini, la società “Fasco Ag” di Michele Sindona, domiciliata in Liechtenstein, acquista dal presidente dello IOR Massimo Spada il pacchetto di maggioranza della “Banca Privata Finanziaria”. E’ l’inizio dell’ascesa di Sindona. Il 3 giugno 1963 Giovanni XXIII muore. Viene convocato il conclave per elegger il nuovo papa. “Pochi giorni prima, i cardinali, guidati da Giacomo Lercaro di Bologna, si riunirono in una villa di Grottaferrata di proprietà di Umberto Ortolani, dove, protetti dalla notte e dagli agenti dell’Entità (servizio segreto vaticano n.d.r.) incaricati di sorvegliare le eminenze prima del conclave, venne deciso il nome del candidato da appoggiare. Il prescelto fu Giovanni Battista Montini, arcivescovo di Milano, che era a conoscenza della riunione svoltasi in casa del famoso membro della massoneria. Il conclave iniziò il 13 giugno del 1963. Due giorni dopo, alla quinta votazione, il sessantacinquenne cardinale Giovanni Battista Montini fu eletto papa e adottò il nome di Paolo VI. L’incoronazione ebbe luogo nove giorni dopo. Per prima cosa il nuovo papa ricompensò l’ospitalità del massone Ortolani nominandolo … [1]. Il nuovo papa, la cui candidatura parrebbe essere stata così caldamente appoggiata dalla massoneria, apre le porte del Vaticano a Sindona (P2), Calvi (P2), Gelli (P2) e Ortolani (P2), quindi consegna lo IOR nelle mani Marcinkus. In effetti lo IOR rappresenta per i faccendieri di loggia una manna. Viene loro offerta, infatti, la possibilità di operare con un Istituto:

 – che non è tenuto a nessun tipo di informativa;

che non è tenuto a pubblicare un bilancio o un consuntivo sulle proprie attività;

i cui conti sono numerati, né nominativo né foto del correntista;

che non rilascia ricevute delle operazioni, né documenti contabili;

– il conto può essere aperto in qualsiasi valuta;

il denaro, senza né limiti né vincoli, può essere movimentato su qualsiasi banca del pianeta senza essere soggetto ad alcun controllo, ecc … .

I faccendieri di loggia utilizzano lo IOR per esportare fondi neri e riciclare denaro, come conferma anche Sindona: «Lo Ior apriva un conto corrente con l’istituto di credito italiano che voleva esportare lire in nero. Il cliente della banca italiana depositava i soldi liquidi sul conto e lo Ior provvedeva ad accreditarglieli all’estero, nella valuta e presso la banca che gli erano state indicate. Nell’eseguire l’operazione, lo Ior distraeva una commissione poco più alta della normale. La Banca d’Italia ed altre autorità non hanno mai interferito […]. Sono al corrente di queste cose perché lo Ior agiva in questa veste per conto di miei clienti della Banca Privata Finanziaria e della Banca Unione. Il vescovo Marcinkus, una volta arrivato a capire tutta la faccenda, si convinse che il sistema usato dallo Ior per esportare fondi fosse una specie di delitto perfetto» [2]. Già un “delitto perfetto”. Ma quanti sono quelli che hanno pagato con la vita perché, in un modo o nell’altro, hanno rischiato di “rompere” il “giocattolo”?

I morti: una strage

Il generale Enrico Mino

E’ il 1975 quando al comandante dell’arma dei Carabinieri, il generale Enrico Mino, viene assegnato l’incarico di accertare quali prelati della Curia romana fossero massoni. Due mesi dopo il generale Mino consegna il dossier dei presunti massoni vaticani, tra cui vi sono i nomi del cardinale Sebastiano Baggio, del cardinale Jean Villot, del vicario di Roma Ugo Poletti, di monsignor Paul Marcinkus, di monsignor Agostino Casaroli, di monsignor Donato De Bonis, di monsignor Pio De Laghi e di decine di altri prelati” [3]. Il dossier consegnato crea alcuni problemi ad alcuni prelati presenti nella lista. Nell’estate del 1977 il cardinale ultraconservatore Giuseppe Siri incarica il generale Mino di svolgere una seconda inchiesta sui prelati della Curia affiliati o vicini alla massoneria. Questa volta, però, il comandante dell’Arma non riuscirà a concludere la sua inchiesta: il 31 ottobre muore precipitando con l’elicottero esploso in volo. Il perché di quella esplosione non verrà mai chiarito” [4]. Il dossier del 1975, invece, viene fatto sparire sepolto tra le carte dell’archivio Vaticano.

Papa Luciani

Il 26 agosto 1978, alla morte di Paolo VI, viene eletto papa il cardinale Albino Luciani che prenderà il nome di Papa Giovanni Paolo I. Il cardinale Albino Luciani non aveva mai nascosto di non apprezzare la spregiudicata gestione economica della Chiesa, soprattutto per quanto concerne la gestione dello IOR operata da Marcinkus e fratelli. Così, appena eletto papa, decise di raccogliere informazioni circa le voci che circolavano riguardo lo IOR e le infiltrazioni massoniche in Vaticano. L’incarico fu dato a padre Da Nicola, agente dell’Entità infiltrato nello IOR. Avute tutte le informazioni necessarie papa Luciani : “… manifestò subito l’intenzione di procedere ad un radicale rinnovamento dei vertici curiali: sollevando dai loro incarichi alcuni dei più chiacchierati maggiorenti della nomenklatura: dallo spregiudicato presidente dello IOR monsignor Paul Marcinkus, al segretario dello Ior, l’intrigante monsignor Donato De Bonis; dal controverso [ ??? ] dello Stato cardinale Jean Villot, al discusso vicario di Roma cardinale Ugo Poletti. Tutti costoro, perdipiù, erano stati esplicitamente indicati da OP come presunti affiliati alla massoneria ecclesiastica” [5]. Non farà in tempo. Il 28 settembre 1978 Papa Luciani, dopo soli 33 giorni di pontificato, morirà nel suo letto probabilmente avvelenato anche se la versione ufficiale parla di infarto miocardico.

Padre Giovanni da Nicola

Padre Giovanni Da Nicola: “… agente dell’Entità, infiltrato nello IOR che informava il sommo pontefice delle malversazioni finanziarie realizzate da Paul Marcinkus e dai suoi soci attraverso lo IOR sapeva, ora che Giovanni Paolo I era morto, di avere i giorni contati. La spia chiese protezione al cardinale Benelli, ma le misure adottate non furono mai effettive. Infatti Benelli era riuscito, attraverso la segreteria di Stato, a far trasferire Da Nicola alla nunziatura in Canada, ma la conferma del cambio di destinazione della spia non arrivava. Quattro giorni dopo la morte di Giovanni Paolo I, mentre il mondo era ancora sotto scok, la spia dell’Entità fu trovata impiccata in un parco isolato di Roma, frequentato da travestiti e prostitute. La polizia chiuse il caso considerandolo un suicidio e nessuno si preoccupò di indagare sugli ematomi che Da Nicola aveva sulle braccia e sul corpo, segni evidenti di una colluttazione. L’autopsia dimostrò che Giovanni Da Nicola aveva il collo rotto per una frattura provocata forse da un colpo alla nuca e non dal peso del corpo caduto nel vuoto appeso ad una corda. Senza alcun dubbio l’uomo che più sapeva dei segreti dello IOR e di Paul Marcinkus era stato assassinato. Nessuno fece domande, neanche i capi dello spionaggio e del controspionaggio vaticano [6].

Vittorio Occorsio

Il giudice Vittorio Occorsio stava indagando sui rapporti tra terrorismo fascista e P2. L’08 luglio 1976 il giudice Occorsio, parlando con un giornalista, fa notare una strana coincidenza: il totale della cifra pagata per i riscatti dei rapimenti per cui era stato arrestato Albert Bergamelli (ovvero quelli dei figli di Roberto Ortolani, Alfredo Danesi e Giovanni Bulgari, tutti e tre iscritti alla P2) corrisponde esattamente alla cifra spesa per l’acquisto della sede della costituenda organizzazione internazionale massonica OMPAM (Organizzazione Mondiale del Pensiero e dell’Assistenza Massonica). Il 09 luglio 1976 Occorsio viene assassinato a Roma da una raffica di mitra. L’attentato viene prima rivendicato dal gruppo terroristico “Ordine Nuovo” e successivamente dalle “Brigate Rosse” con un volantino fatto trovare in una cabina telefonica a Reggio Emilia. Quasi come a dire: uno vale l’altro. Probabilmente al vertice c’è stata un po’ di confusione su chi, per l’occasione, avrebbe dovuto rivendicare l’attentato. Comunque alla fine viene accertato che l’autore materiale dell’omicidio del giudice Occorsio è un neofascista, Pierluigi Concutelli. Ma Pierluigi Concutelli pare sia anche un massone. Infatti la sua scheda, con l’indicazione della tessera n. 11.070, viene ritrovata da Giovanni Falcone a Palermo, nella sede della loggia massonica Camea. La loggia Camea è una loggia che ha al suo interno come affiliati non solo Sindona, ma anche il boss Stefano Bontade e quel Giacomino Vitale che, come vedremo successivamente, si adopererà per fare le telefonate minatorie all’avv. Giorgio Ambrosoli. Tutti fratelli di loggia … che strana coincidenza.

Emilio Alessandrini

Il giudice Emilio Alessandrini conduce le indagini sugli scandali finanziari del “Banco Ambrosiano” e su Calvi. Nel novembre ’78 gli ispettori di Bankitalia stilano un rapporto allarmante sulla situazione finanziaria del Banco Ambrosiano. Il 23 dicembre ’78 il giudice Alessandrini riceve il rapporto di Bankitalia sull’Ambrosiano. Un mese dopo, il 29 gennaio 1979 viene ucciso a Milano da un commando di “Prima linea”.

Mino Pecorelli

E’ il 12 settembre 1978. Mino Pecorelli pubblica su “OP” la lista di 121 nomi di presunti prelati massoni, tra cui il segretario di Paolo VI Pasquale Macchi, il vicedirettore dell’Osservatore romano Virgilio Levi, il cappellano di Paolo VI Annibale Ilari e altri prelati, fra cui addetti alla gestione delle finanze vaticane guidati dal vescovo dello Ior Paul Marcinkus, massone matricola 43/649. Il 20 marzo 1979 alle ore 20.30, Pecorelli lascia la redazione di “Op”, in via Tacito 50, sale sull’auto ed accende il motore. Un uomo si avvicina al finestrino e spara un colpo in bocca al giornalista, poi, aperta la porta della vettura fa fuoco sul corpo di Pecorelli altre tre volte.

Giorgio Ambrosoli

L’11 luglio 1979 Giorgio Ambrosoli, commissario liquidatore della Banca privata italiana di Michele Sindona, già precedentemente minacciato dal mafioso massone Giacomino Vitale, cognato del boss massone Stefano Bontate, viene ucciso davanti al portone di casa da William Aricò (morto poi in carcere durante un “presunto” tentativo di evasione. Secondo la versione ufficiale voleva scappare uscendo dalla finestra della sua cella, il problema è che la sua cella si trovava al nono piano e, come era prevedibile, è precipitato). Collaboravano con Ambrosoli Antonio Varisco e Boris Giuliano.

Antonio Varisco

Il 13 luglio 1979, due giorni dopo Ambrosoli, muore il colonnello Antonio Varisco comandante del Nucleo traduzione e scorte del Tribunale di Roma. Antonio Varisco viene colpito da una raffica di mitragliatrice sparata da due uomini mentre si trovava nella sua auto fermo ad un semaforo. L’omicidio viene rivendicato con una telefonata dalle “Brigate Rosse”.

Antonio Strallo

Ad indagare sull’omicidio di Varisco è il capitano della Digos Antonio Strallo che però, nonostante la rivendicazione, non è convinto che gli autori dell’attentato siano le BR. Verrà ucciso prima di portare a termine l‘indagine.

Boris Giuliano

Il 20 luglio 1979 Boris Giuliano, capo della squadra mobile di Palermo viene ucciso nel bar Lux di Palermo da un uomo che si avvicina e gli spara un colpo alla nuca. “Prima di uscire dal locale l’assassino depose sul cadavere un garofano bianco. Anni dopo si scoprì che quel fiore era un segno utilizzato dall’Inquisizione romana, negli anni in cui il cardinale e inquisitore generale Michele Ghislieri seminava il terrore nella città eterna. Il garofano bianco infatti veniva lasciato davanti alle case per indicare agli uomini del Sant’Uffizio che chi vi abitava doveva essere arrestato e torturato” [7]. Boris Giuliano aveva scoperto i flussi internazionali del denaro sporco delle banche di Sindona e stando a quanto ha dichiarato l’avvocato Giuseppe Melzi – legale di un gruppo di piccoli azionisti del Banco Ambrosiano – su questo importante aspetto a metà giugno del 1979 c’era stato un incontro tra Boris Giuliano e l’avvocato Ambrosoli. Successore di Boris Giuliano, come capo della squadra mobile, sarà Giuseppe Impallomeni, (tessera P2 n. 2213).

Graziella Corrocher

Il 17 giugno 1982 la segretaria di Calvi da 15 anni, Gabriella Corrocher, dopo aver partecipato all’ultima riunione del consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano precipita giù dalla finestra del palazzo. La sua morte verrà archiviata come suicidio.

Roberto Calvi

Il 18 giugno 1982 Roberto Calvi viene ritrovato appeso all’impalcatura del ponte dei Blackfriars a Londra.

Giuseppe Dellacha

Il 2 ottobre 1982 anche il dirigente del Banco Ambrosiano, che pare facesse da corriere speciale tra Calvi e Marcinkus, precipita giù da un balcone. Anche questo caso verrà archiviato come suicidio.

Barbara, Salvatore e Giuseppe Asta

Carlo Palermo, partendo da una indagine sul traffico di armi, scopre che vi sono connivenze ad alto livello rese possibili da logge massoniche coperte e che collegavano alcuni misteri italiani tra cui: Banco Ambrosiano, P2, IOR, suicidio Calvi, i servizi segreti deviati e l’attentato al papa. Inizia ad acquisire documenti e scopre depistaggi. Immediatamente partono le contromisure e dopo denunce penali e disciplinari (che si riveleranno, poi, assolutamente infondate), ecco il tritolo a porre definitivamente la parola fine alle indagini. E’ il 2 aprile del 1985 quando il giudice Carlo Palermo subisce l’attentato di Pizzolungo. Il giudice e la scorta restano feriti dall’esplosione. Barbara Asta e i suoi due gemelli, Salvatore e Giuseppe di 6 anni, invece, perdono la vita. La loro auto si trova tra quella del giudice e l’autobomba imbottita con 20 kg di tritolo.

Michele Sindona

Il faccendiere piduista ed assassino Michele Sindona (vedi articolo su questo blog del 09 febbraio 2008 “Il caso Sindona e l’importanza del giuramento massonico”), dopo la condanna per l’omicidio di Giorgio Ambrosoli, sentendosi “tradito ed abbandonato dai suoi” minaccia di parlare e di dire nomi e cognomi delle persone per cui, negli anni, ha riciclato il denaro. Non farà in tempo. Muore nel carcere di Voghera il 22 marzo 1986 bevendo un caffè al cianuro. Il caso viene archiviato come suicidio.

Raul Gardini e Gabriele Cagliari

Per lo scandalo Enimont, Gabriele Cagliari presidente dell’Eni e Raul Gardini patron del Gruppo Ferruzzi, muoiono, apparentemente suicidandosi (vedi articolo su questo blog del 30 luglio 2008 “Tre suicidi eccellenti”), poche ore prima di essere ascoltati dai magistrati. I miliardi di Ferruzzi pare siano transitati per la banca vaticana, per poi venire depositati in un conto estero cifrato.

Paolo Borsellino

Il giudice Paolo Borsellino, grazie alle confessioni del pentito Calcara, ha informazioni importanti sulla morte di papa Luciani e sull’attentato a papa Giovanni Paolo II. La delicatezza e pericolosità delle informazioni lo induce a condurre le indagini per trovare i riscontri ai racconti di Calcara in gran segreto, riscontri che appunta, di volta in volta, nella sua agendina rossa. Eppure, nel maggio del 1992, la notizia su cosa stia indagando Borsellino, viene divulgata. Il 19 luglio 1992 Paolo Borsellino e i cinque agenti della sua scorta (Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina) vengono dilaniati da 100 kg di tritolo sotto casa della madre del giudice in via D’Amelio. L’agendina rossa verrà trafugata dal luogo della strage. Come per l’attentato al giudice Carlo Palermo, anche in questo caso e nonostante i numerosi riscontri in senso contrario, l’attentato verrà attribuito alla mafia.

Conclusioni

Abbiamo visto quante persone (e l’elenco non è sicuramente completo) che in qualche modo con la loro attività hanno minacciato lo IOR, siano morte. Il dato, però, che salta subito agli occhi è come siano morte, con una tempestività straordinaria, per mani diverse e a prima vista uccise da organizzazioni che tra loro non dovrebbero avere nulla a che fare: BR, Ordine nuovo, Prima Linea, Mafia, ecc.. Anche i suicidi sono stati “troppo” tempestivi. Ora una domanda sorge spontanea: possibile che la depressione (per i suicidi) e/o organizzazioni tra loro distanti abbiano deciso di entrare in azione uccidendo tutte queste persone proprio al momento giusto per impedire che lo scandalo IOR scoppiasse? Troppe coincidenze, difficile credervi, non sarebbe invece più facile credere che Ordine Nuovo, BR, Prima Linea, Mafia, depressione che porta al suicidio, ecc … non siano altro che sigle o “depressioni” mosse da un identico vertice e create ad arte per depistare non solo la magistratura ma ancor prima i cittadini? Probabilmente si.

[1] “L’Entità”, Eric Frattini, Fazi Editore, pag. 331.

[2] Sergio Flamini, “Trame Atlantiche, Storia segreta della loggia massonica P2”, Kaos Edizioni, pag. 81.

[3] “All’ombra del Papa infermo”, Discepoli di Verità, Kaos Edizioni, pag. 16-17.

[4] “All’ombra del Papa infermo”, Discepoli di Verità, Kaos Edizioni, pag. 17.

[5] “All’ombra del Papa infermo”, Discepoli di Verità, Kaos Edizioni, pag. 19.

[6] “L’Entità”, Eric Frattini, Fazi Editore, pag. 362-363.

[7] “L’Entità”, Eric Frattini, Fazi Editore, pag 371.

Fonte: http://paolofranceschetti.blogspot.it/2008/10/ior.html

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Fonte: http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1350551

Non solo le dimissioni dei suoi due massimi dirigenti operativi, ma anche le rivelazioni sul nuovo “prelato” nominato da Francesco. Venutone a conoscenza, il papa potrebbe presto revocarne la nomina

di Sandro Magister

ROMA, 3 luglio 2013 – Dal primo di questo mese l’Istituto per le Opere di Religione, IOR, è al centro di una doppia tempesta.

Doppia perché costituita non soltanto dalle clamorose dimissioni del direttore generale e del vicedirettore della controversa “banca” vaticana, Paolo Cipriani e Massimo Tulli, ma anche da un altro scandalo vicino ad esplodere, riguardante il “prelato” dello stesso IOR, monsignor Battista Ricca, fresco di nomina ad opera di papa Francesco.

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Per quanto riguarda le dimissioni dei due massimi dirigenti operativi dello IOR, nel comunicato che ne ha dato notizia la sera di lunedì 1 luglio si legge che “dopo molti anni di servizio ambedue hanno deciso che questo atto sarebbe stato nel migliore interesse dell’Istituto stesso e della Santa Sede”.

Il presidente dello IOR Ernst von Freyberg – che fino all’ultimo aveva espresso fiducia nei due e aveva asserito di “lavorare insieme con loro in modo veramente felice” – è stato incaricato di “assumere ‘ad interim’ le funzioni di direttore generale”.

Freyberg ricoprirà questo ruolo provvisorio con l’aiuto di due fiduciari da lui scelti: il primo, Rolando Marranci, in qualità di vicedirettore e il secondo, Antonio Montaresi, come Chief Risk Officer.

Ma è stato annunciato che è già in corso la ricerca di un nuovo direttore generale e di un nuovo vicedirettore. Nonostante Freyberg cerchi ora di prendere le distanze dalla gestione di Cipriani e Tulli, anche per lui il futuro di presidente appare incerto.

Il colpo finale – ma solo l’ultimo di una serie – che ha indotto i due a dimettersi è stato l’arresto a fine giugno di monsignor Nunzio Scarano, fino a maggio responsabile contabile dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica ed esonerato da questo ruolo in seguito all’avvio di una indagine giudiziaria nei suoi confronti, da parte della magistratura italiana, per traffici illeciti di denari anche attraverso conti presso lo IOR, con ingenti e sospette movimentazioni, autorizzate dai massimi dirigenti dell’Istituto proprio mentre il Vaticano si era impegnato a conformarsi alle normative internazionali antiriciclaggio.

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Quanto allo scandalo che minaccia di esplodere, riguardante il nuovo “prelato” dello IOR, va subito detto che il primo a sentirsene ferito – già fin d’ora – è proprio papa Francesco.

Jorge Mario Bergoglio ha nominato lo scorso 15 giugno monsignor Battista Ricca, 57 anni, “prelato” dello IOR proprio per collocare all’interno dell’Istituto una persona fidatissima in un ruolo chiave. Col potere statutario di accedere agli atti e ai documenti e di partecipare alle riunioni sia della commissione cardinalizia di vigilanza, sia del consiglio di sovrintendenza, cioè del board della “banca” vaticana.

Ricca presta servizio diplomatico presso la segreteria di Stato. Ma si è conquistata la fiducia del papa soprattutto per la familiarità dei rapporti intrecciati con lui in quanto direttore della Domus Sanctae Marthae – dove Francesco ha scelto di abitare – e di altre due residenze per sacerdoti e vescovi di passaggio a Roma, tra cui quella di via della Scrofa in cui Bergoglio usava soggiornare da cardinale.

Nel dare notizia della sua nomina a “prelato” dello IOR, i media di tutto il mondo sono stati concordi nel ricondurla personalmente al papa e nell’attribuire al personaggio una fama di “incorruttibile”, di uomo adatto a “far pulizia”.

Ma nel corso della sua carriera diplomatica, quando era in servizio all’estero, Ricca ha lasciato dietro di sé precedenti di segno diverso.

Dopo aver prestato servizio nell’arco di un decennio in Congo, in Algeria, in Colombia e in Svizzera, alla fine del 1999 si ritrova a lavorare in Uruguay col nunzio Janusz Bolonek, polacco, oggi rappresentante pontificio in Bulgaria. Ma al suo fianco resta per poco più di un anno. Nel 2001 Ricca è trasferito alla nunziatura di Trinidad e Tobago, per poi essere richiamato in Vaticano.

Il buco nero, nella storia personale di Ricca, è quell’anno da lui trascorso in Uruguay, a Montevideo, sulla sponda nord del Rio de la Plata, di fronte a Buenos Aires.

Ciò che provocò la rottura col nunzio Bolonek e il suo brusco trasferimento è riassumibile in due espressioni utilizzate da chi in Uruguay ha indagato riservatamente sul suo caso: “pink power” e “conducta escandalosa”.

Papa Francesco era del tutto all’oscuro di questo precedente, quando ha nominato Ricca prelato dello IOR.

Ma nella seconda metà di giugno, con tutti i nunzi convenuti a Roma e incontrati di persona – anche durante il concerto in suo onore da lui disertato il 22 del mese –, è arrivato a convincersi, grazie non a una ma a più fonti inoppugnabili, di aver riposto fiducia nella persona sbagliata.

Dolore, gratitudine a chi gli ha aperto gli occhi, volontà di rimediare: sono questi i sentimenti raccolti dalla viva voce del papa, durante questi colloqui.

Ricca, venuto a conoscenza di ciò che si dice di lui in Uruguay, ha chiesto e ottenuto un incontro con Francesco, per difendersi e accusare.

Ma il papa sembra deciso ad agire sulla base delle informazioni avute. Forse più presto del previsto, perché in Uruguay lo scandalo pare vicino ad esplodere pubblicamente.

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Il comunicato del 1 luglio sulle dimissioni di Paolo Cipriani e Massimo Tulli:

> Dimissioni della Direzione dello IOR

Il chirografo del 24 giugno con cui papa Francesco ha istituito una commissione referente sullo IOR, con i nomi dei suoi componenti:

> “Il Santo Padre ha istituito…”

Il comunicato del 15 giugno con l’annuncio della nomina di monsignor Battista Ricca a “prelato” dello IOR:

> “Con l’approvazione del Santo Padre…”

La notizia data dalla Radio Vaticana dell’incontro del 19 giugno tra i responsabili amministrativi dei vari uffici ed enti organizzato dalla prefettura per gli affari economici della Santa Sede:

> “Ieri mattina…”

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Gli ultimi tre precedenti servizi di http://www.chiesa:

1.7.2013
> Il cardinale che si oppone alla corte suprema
Per Camillo Ruini la sentenza americana contro il matrimonio soltanto tra uomo e donna è l’illusione che pretende di negare la realtà. Il futuro appartiene a chi sa difendere l’essere umano autentico. Le unioni civili tra omosessuali: un compromesso “inutile e dannoso”

27.6.2013
> Diario Vaticano / La diplomazia del bastone e della carota
Verso i rappresentanti pontifici nel mondo Francesco non ha pregiudizi. Un giorno li rimprovera, un altro li rincuora. Alcuni li stima, altri no. Da loro soprattutto si aspetta che selezionino bene i futuri vescovi. Ecco come

24.6.2013
> I cento giorni di Francesco e l’enigma della poltrona vuota
Il suo improvviso rifiuto di ascoltare la Nona Sinfonia di Beethoven offerta per l’Anno della fede è il suggello di un inizio di pontificato difficile da decifrare. Il successo mediatico di cui gode ha un motivo e un costo: il suo silenzio sulle questioni politiche cruciali dell’aborto, dell’eutanasia, del matrimonio omosessuale

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Lettere da Radio Maria agli ascoltatori anziani: “Fate testamento in favore dell’emittente”

Lettere da Radio Maria agli ascoltatori anziani: "Fate testamento in favore dell'emittente"Segnalazione e commento di Maurizio-G. Ruggiero

Conciliari sempre a caccia di quattrini, la sola cosa che adorino e che capiscono: vu testà?

di Concita De Gregorio

Sotto forma di questionario, il testo spiega come disporre lasciti e donazioni. “Danno consulenza a domicilio: chissà quanti accettano in cambio di un po’ di compagnia”

MARCO arriva all’appuntamento con i fogli del questionario e la lettera in mano. Li posa sul tavolino del bar. Tre pagine, e un bollettino di conto corrente postale. Ecco, indica. Sono questi i fogli che ha sfilato con dolcezza dalle mani di sua madre, 92 anni. Adele li aveva compilati meticolosamente, chissà quanto tempo aveva impiegato a leggere tutte le domande, aveva messo la sua firma in fondo.

Aveva scritto tutti i suoi dati e indicato che sì, avrebbe parlato volentieri con un gentile operatore per capire meglio come fare quel lascito, il testamento olografo o come si chiama. Che le telefonasse pure, la persona di Radio Maria, per prendere appuntamento. Tanto lei sta sempre a casa. Doveva solo ripiegare i fogli, Adele, quando Marco ha suonato al campanello ed è salito per il saluto quotidiano. Come va, mamma? Bene devo solo mettere questi fogli in busta non serve il francobollo me la porti tu alla posta per favore? Certo, che lettera è mamma? Mi ha scritto il prete di Radio Maria, guarda c’è la sua foto accanto alla firma, che bel giovane vedi? Dice che hanno bisogno del mio aiuto per far conoscere la parola di Maria in tutto il mondo che basta solo che compili il questionario poi ci pensano loro, se voglio fare una donazione mi aiutano loro a fare quello, come si chiama, leggi un po’, ah ecco sì: il testamento olografo.

In realtà finita nella cassetta della posta di migliaia di persone, anziani soprattutto. La gran parte della platea degli ascoltatori (oltre un milione e mezzo al giorno) dell’emittente cattolica diretta da don Livio Fanzaga, la più pervasiva radio privata italiana, quella che conta oltre 850 ripetitori.

Marco, che è l’ultimo dei tanti figli di Adele, dice con gli occhi lucidi di rabbia che lui a sua madre del testamento non aveva parlato mai fino a quel giorno. Per delicatezza, per amore, per non evocare neppure l’ombra del pensiero della sua morte, non con lei. Dice che nemmeno sua madre l’aveva mai fatto con loro, coi figli. Neppure da quando è rimasta vedova, mai. Che poi non è che ci sia chissà che cosa in ballo. Due lire, un pezzetto di terra nell’Agro, il nulla che si è fatta bastare per vivere. È che di queste cose non si parla, che sembra che uno se lo auguri. Non si dice: mamma, e il testamento? Non so come spiegarti – si ostina Marco – ma non si fa, capisci? Dunque si sono trovati a parlarne per la prima volta, lui e Adele, l’altro giorno al tavolo del tinello davanti a quella bella lettera firmata da padre Livio Fanzaga, inviata da Erba. Dice ad Adele, padre Fanzaga, che “milioni di persone come te e come me ogni giorno sperano gioiscono e si consolano ascoltando Radio Maria”, vuoi che lo facciano ancora in tanti, vuoi aiutare a portare nelle case la parola di Dio? “Un lascito testamentario, anche piccolo, è un atto d’amore”. Allega, il padre, un questionario in sette punti. Punto uno: condividi l’idea che Radio Maria ti informi sui lasciti testamentari? domanda mentre in effetti lo sta già facendo. Punto due, tranquillizzante: non danneggi i tuoi familiari, non temere, a loro spetterà comunque una quota. Punto tre, decisivo: sai che per fare un testamento olografo basta un foglio bianco, scritto di tuo pugno, datato e firmato? E quali dubbi potresti avere rispetto alla decisione di fare testamento in favore di Radio Maria?, si domanda al punto cinque. Segue breve elenco: pensi che costi, non hai un notaio, non hai chi ti aiuti? Allora, punto sei, possiamo inviarti una Guida ai lasciti testamentari, uno snello opuscolo. Oppure, punto sette, una persona di Radio Maria può contattarti direttamente. Dicci a che numero di telefono e a che ora. Lascia i tuoi dati anagrafici, spedisci tutto mettendo questi fogli nella busta allegata e preaffrancata, non costa nulla. Grazie della tua preziosa collaborazione, Adele. Il bollettino di conto corrente è in più, se volessi fare una donazione subito.

Dice Marco, che ha chiesto al suo amico Andrea Satta di raccontare questa storia sul suo blog, che magari è tutto normale. Che non c’è niente di strano e che la Chiesa vive anche di donazioni, certo, lo sa. Ma che inviare un questionario così alle persone molto anziane gli fa pensare a una specie di circonvenzione d’incapace soave. Che sua madre per esempio non ha capito benissimo cosa stesse facendo, e chissà quanti vecchi inviano la busta e poi sono raggiunti dalla persona che li aiuta a fare testamento in loro favore. Dice anche che il punto sette è il più insidioso, perché se sei da solo magari hai anche voglia che una persona gentile ti “contatti direttamente” e passi un po’ di tempo con te. E chissà quanti lo fanno. E chissà se è un problema suo, che a sua madre di quando sarà morta non gli voleva parlare, o se è un problema loro, che vanno a bussare ai vecchi per chiedergli i soldi che hanno messo da parte alle Poste o nel barattolo in cucina. Se poi c’è qualcosa di più, da donare, tanto meglio. Gliene sarà resa gloria nel regno dei cieli. Un foglio bianco, una firma e tranquilli: nessuno fra i parenti se ne avrà a male se avete fatto un’opera buona, se avete fatto testamento a favore della vergine Maria.

Fonte: http://www.repubblica.it/cronaca/2013/06/07/news/radio_maria-60545254/?ref=DRL-7

(07 giugno 2013)

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C’è il Vaticano dietro il più grosso produttore d’armi italiano

Proprio la banca vaticana figura come secondo maggior azionista del gruppo Beretta Holding SpAProprio la banca vaticana figura come secondo maggior azionista del gruppo Beretta Holding SpA

Lo IOR (L’Istituto per le Opere di Religione), vale a dire la Banca Vaticana, sarebbe il secondo maggior azionista del più grande produttore d’armi italiano. la notizia è stata divulgata dal blog “I Segreti della Casta di Montecitorio” che scrive:

Pochi sanno infatti che la Fabbrica d’armi Pietro Beretta spa (tra le più grandi industrie di armi al mondo) è controllata dal gruppo Beretta Holding SpA e il maggior azionista del gruppo Beretta Holding SpA, dopo Ugo Gussalli Beretta, è clamorosamente lo IOR (L’Istituto per le Opere di Religione) la banca del Vaticano!

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ARMI BERETTA e BANCA VATICANA (IOR)
Gira in rete la seguente notizia: per quanto ho verificato senza alcun fondamento!
“Forse pochi sanno che la FABBRICA D’ARMI PIETRO BERETTA ( tra le più grandi indu…strie di armi al mondo [UTF-8?]… ) S.p.A. è controllata dal gruppo Beretta Holding SpA e il maggior azionista del gruppo Beretta Holding SpA dopo Ugo Gussalli Beretta, è lo IOR (L’Istituto per le Opere di Religione [comunemente conosciuto come Banca Vaticana]) è un istituto privato, creato nel 1942 da papa Pio XII e con sede nella Città del Vaticano”.

Ho chiesto a Carlo Tombola coordinatore scientifico di OPAL (Osservatorio sulla produzione di armi leggere – Brescia) un parere.
Mi ha così risposto:

Caro Fabio,
mi sembra notizia destituita di fondamento.
La FAPB (Fabbrica Armi Pietro Beretta) ha unico azionista la Beretta Holding,
La copia del verbale dell’ultima assemblea pubblica della Beretta Holding, tenutasi il 7.6.2011, nella parte che cita le quote presenti e con diritto di voto così si esprime:

UPIFRA S.A. azioni: 77.690.529 – 97,1132% (partecipazione)
delega a Monique Poncelet (moglie di Ugo Gussalli Beretta)
Cadeo Pietro azioni: 760.48 – 0,9506% in proprio
Lorenzo Moretti azioni: 412.219 – 0,5153% in proprio
Luigi Moretti azioni: 358.230 – 0,4478% in proprio
Aldo Allevi azioni: 12.000 – 1,24 in proprio
TOTALI azioni: 79.233.467 – 99,0419%

Per la composizione azionaria della UPIFRA S.A., che non ha sede in Italia:
GUSSALLI Beretta UGO 49,86%
PIETRO 17,25%
FRANCO 17,25%
CATTURICH Anna 7,52% (moglie di P.Beretta)
BREDE DI CECINA INTERNATIONAL SA 6,92%
PONCELET Monique 1,24% (moglie di Ugo G. Beretta)

Almeno questa pare che possiamo risparmiarcela!
Credo che al buon Beretta interessi poco avere un azionista come il Vaticano, troppa visibilità e rischio verifiche, preferisce “giocare in casa”, i soldi non gli mancano.
(Giorgio Bernardelli)

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Il vaticano ha azioni di case produttrici di preservativi?

ho letto su internet da un paio di siti che il vaticano ha azioni di “AKUEL”o “HATU” AZIENDA PRODUTTRICE DI PRESERVATIVI!….è vero?? perchè se è così li schiferò a vita…prima dicono di non fare sesso prima del matrimonio e di usarlo solo per procearsi e poi hanno le azioni dei preservativi?? che senso ha?

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IOR, una lunga storia
Ferrucci Pinotti “Poteri Forti
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I legami tra Vaticano e mondo bancario sono un nodo importante dell’intera vicenda. E per capire le logiche che dominano tutti questi complessi rapporti non si può prescindere dalle origini dello Ior.
Lo Ior ha come antenato la Commissione Ad pias causas, istituita nel 1887 da Leone XIII al fine di convertire le offerte dei fedeli in un fondo facilmente smobilizzabile. La prima riforma delle finanze vaticane risale al 1908, quando su iniziativa di papa Pio X l’istituto assume il nome di Commissione amministratrice delle Opere di Religione. Ma è solo con Benito Mussolini che decollano le fortune economiche del Vaticano, in particolare quando il duce risolve la cosiddetta «questione romana», ossia la decisione di annettere gran parte delle proprietà pontificie presa nel 1870 dal Regno d’Italia. Da allora lo Stato garantiva al Vaticano una sovranità limitata e un sussidio di 3.250.000 lire annue. Ma all’indomani dei Patti Lateranensi del 1929 l ‘Italia, oltre a riconoscere al nuovo Stato denominato «Città del Vaticano» l’esenzione dalle tasse e dai dazi sulle merci importate, predispose un risarcimento per i danni finanziari subiti dallo Stato pontificio in seguito alla fine del potere temporale. L’art. 1 lo quantificava nella «somma di 750 milioni di lire e di ulteriori azioni di Stato consolidate al 5 per cento al portatore, per un valore nominale di un miliardo di lire»[1]

Per gestire questo ingente patrimonio, subito dopo la firma dei Patti Lateranensi papa Pio XI istituisce l’Amministrazione speciale per le Opere di Religione, che affida a un laico esperto, l’ingegner Bernardino Nogara, un abile banchiere proveniente dalla Comit, membro della delegazione che, dopo la prima guerra mondiale, negoziò il trattato di pace e, successivamente, delegato alla Banca Commerciale di Istanbul. Grazie alla sua abilità, Nogara trasforma l’Amministrazione in un impero edilizio, industriale e finanziario. Le condizioni che il banchiere pose a Pio XI per accettare l’incarico di gestire il patrimonio del Vaticano erano due: «1. Qualsiasi investimento che scelgo di fare deve essere completamente libero da qualsiasi considerazione religiosa o dottrinale; 2. devo essere libero di investire i fondi del Vaticano in ogni parte del mondo»[2]
Il Papa accettò e si aprì così la strada alle speculazioni monetarie e ad altre operazioni di mercato nella Borsa valori, compreso l’acquisto di azioni di società che svolgevano attività in netto contrasto con l’insegnamento cattolico. «Prodotti come bombe, carri armati, pistole e contraccettivi potevano essere condannati dal pulpito, ma le azioni che Nogara comprava aiutarono a riempire le casseforti di San Pietro» commenta Yallop.[3]

Nogara rilevò l’Italgas, fornitore unico in molte città italiane, e fece entrare nel consiglio di amministrazione, come rappresentante del Vaticano nella società, l’avvocato Francesco Pacelli, fratello del cardinale Eugenio che poco dopo sarà eletto Papa e assumerà il nome di Pio XII. Grazie alla gestione di Nogara, il Banco di Roma, il Banco di Santo Spirito e la Cassa di Risparmio di Roma entrarono ben presto nell’ambito dell’influenza del Vaticano.
Quando acquisiva quote di una società, raramente Nogara entrava nel consiglio di amministrazione: preferiva affidare quest’incarico a uno dei suoi uomini di fiducia, tutti appartenenti all’elite vaticana che si occupava della gestione degli interessi della Chiesa. I tre nipoti di Pio XII, i principi Carlo, Marcantonio e Giulio Pacelli, ne facevano parte, i loro nomi cominciarono ad apparire tra quelli degli amministratori di un elenco sempre più lungo di società. Gli uomini di fiducia della Chiesa erano presenti dappertutto: industrie tessili, comunicazioni telefoniche, ferrovie, cemento, elettricità, acqua. Bernardino Nogara sorvegliava ogni settore che promettesse margini di remunerazione.

Nel 1935, quando Mussolini ebbe bisogno di anni per la campagna d’Etiopia, una considerevole quantità fu fornita da una fabbrica di munizioni che Nogara aveva acquisito per il Vaticano. E rendendosi conto, prima di molti altri, dell’inevitabilità della seconda guerra mondiale, sempre Nogara cambiò in oro parte del patrimonio Vaticano da lui gestito. Le sue speculazioni sul mercato dell’oro continuarono per tutto il periodo in cui fu alla guida dell’amministrazione dei beni del Vaticano.
Il 27 giugno 1942 Pio XII decide di cambiare nome all’Amministrazione speciale per le Opere di Religione che diventa Istituto per le Opere di Religione. Nasce così un ente bancario dotato di un’autonoma personalità giuridica e che si dedicherà non soltanto al compito di raccogliere beni per la Santa Sede , ma anche a quello di amministrare il denaro e le proprietà ceduti o affidati all’istituto stesso da persone fisiche o giuridiche per opere religiose e di carità cristiana.
Il 31 dicembre 1942 il ministro delle Finanze del governo italiano Paolo Thaon di Revel emise una circolare in cui si affermava che la Santa Sede era esonerata dal pagare le imposte sui dividendi azionari.

Nogara continuò a lavorare per accrescere le risorse del Vaticano. Furono rafforzati i legami con diverse banche. Già dai primi del Novecento i Rothschild di Londra e di Parigi trattavano con il Vaticano, ma con la gestione Nogara gli affari e i partner bancari aumentarono vertiginosamente: Credit Suisse, Hambros Bank, Morgan Guarantee Trust, The Bankers Trust di New York (di cui Nogara si serviva quando voleva comprare e vendere titoli a Wall Street), Chase Manhattan, Continental Illinois National Bank. E Nogara assicurò al Vaticano partecipazioni in società che operavano nei settori più diversi: alimentare, assicurativo, acciaio, meccanica, cemento e beni immobili. Un susseguirsi di successi finanziari senza precedenti per la Chiesa cattolica.
Nel 1954 Bernardino Nogara decide di ritirarsi senza tuttavia interrompere l’attività di consulente finanziario del Vaticano, che continuò fino alla morte, avvenuta nel 1958. La stampa dedicò poco spazio alla sua scomparsa, ma il cardinale Francis Spellmann di New York pronunciò per lui un memorabile epitaffio: «Dopo Gesù Cristo la cosa più grande che è capitata alla Chiesa cattolica è Bernardino Nogara».[4]
Al geniale banchiere, nel corso della sua lunga attività, venne affiancato il principe Massimo Spada. Anche lui mostrò lungimiranza e spregiudicatezza nella gestione degli interessi del Vaticano e si lanciò in varie operazioni, la maggior parte delle quali – come si è visto – in collaborazione con Michele Sindona.

Lo Ior, in quanto istituto che opera con modalità proprie, non è mai stato tenuto a nessun tipo di informativa – né verso i propri clienti, né verso terzi – né tanto meno a pubblicare un bilancio o un consuntivo sulle proprie attività. All’epoca del caso Calvi-Ambrosiano, l’istituto doveva rispondere, in via puramente teorica, a una commissione esterna di cinque cardinali, ma di fatto gli amministratori si muovevano senza alcun vincolo.
A favore di chi, allora, operava lo Ior? Marcinkus dichiarò che i profitti erano realizzati «a favore di opere di religione» e che «qualsiasi guadagno dello Ior è a disposizione del Papa». Ma come osserva Bellavite Pellegrini: «Con le sue caratteristiche, lo Ior veniva veramente ad assomigliare a un intermediario che agisce su una piazza off shore»[5]  

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[1] David Yallop, “In nome di Dio”, Pironti, Napoli, pp.98-100
[2] Ibidem
[3] Ibidem
[4] Ibidem, p.103
[5] Carlo Bellavite Pellegrini, Storia del Banco Ambrosiano, Laterza, Roma-Bari 2001, p.177

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Giallo sulla scelta del nuovo presidente Ior

Iacopo Scaramuzzi
Città del Vaticano
L’ESITO finale potrebbe essere un ritorno al passato. Se alla fine la scelta del Papa per il prossimo presidente dello Ior cadesse sul belga Bernard De Corte, come ieri diverse indiscrezioni di stampa accreditavano, il Vaticano rispolvererebbe i tempi del mitologico Bernardino Nogara, banchiere chiamato da …
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Iacopo Scaramuzzi
Città del Vaticano
L’ESITO finale potrebbe essere un ritorno al passato. Se alla fine la scelta del Papa per il prossimo presidente dello Ior cadesse sul belga Bernard De Corte, come ieri diverse indiscrezioni di stampa accreditavano, il Vaticano rispolvererebbe i tempi del mitologico Bernardino Nogara, banchiere chiamato da Pio XI, dopo i Patti lateranensi del 1929, a dar forma alle finanze del neonato Stato pontificio. Nogara rimase in sella 25 anni e costruì un impero finanziario, diversificando gli investimenti in mezzo mondo, dagli edifici della Roma del boom edilizio agli immobili di alcune capitali europee alle partecipazioni nella rampante industria statunitense dopo la crisi del ’29. Più che un banchiere classico, un tessitore di relazioni transnazionali e un abile investitore. E Bernard De Corte, il ‘papabile’ alla presidenza dello Ior, è un po’ della stessa pasta. Ha lavorato in diverse società d’investimento private tra il Belgio e il resto del mondo. È stato in Copeba, società con un valore stimato di circa 1,2 miliardi di euro, alla Wereldhave Belgium SA, si è occupato di immobili, in Brederode è stato a capo del business dell’acqua e dell’energia. Un esperto di questioni finanziarie che potrebbe guidare l’istituto tra i perigli della crisi economica globale. Affrontare con perizia le controversie, ricorrenti in questi anni, con la Banca d’Italia e la procura di Roma. E proiettare lo Ior, come aveva fatto Bernardino Nogara, sullo scenario internazionale più che nelle pastoie italiane.

IL CONDIZIONALE, però, è d’obbligo. Il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, non ha confermato la sua nomina, che invece era circolata non solo in alcuni giornali ieri mattina ma anche rilanciata da alcune agenzie di stampa verso le 13 di ieri, di fatto dando vita a un vero e proprio giallo. «Non mi risulta, non confermo», ha detto. «Confermo che la decisione è imminente, ma non è una gara al primo che indovina». Una riunione decisiva dovrebbe tenersi domani. Dietro la prudenza del gesuita, la complessa partita curiale che le dimissioni del Papa hanno accelerato.
Già nei mesi scorsi il cardinale segretario di Stato, Tarcisio Bertone, si era scontrato con il cardinale Attilio Nicora, capo dell’authority finanziaria del Vaticano, sull’adeguamento dello Stato pontificio agli standard internazionali sull’anti-riciclaggio. Controverso anche il licenziamento, il 24 maggio, del presidente Ior Ettore Gotti Tedeschi, casella rimasta scoperta da allora. A decidere il siluramento furono i banchieri del ‘consiglio di sorveglianza’ dello Ior, il board laico che guida operativamente l’Istituto per le Opere di Religione, ma Bertone avallò quella decisione. Troncando così i rapporti con un banchiere, Gotti Tedeschi, che lui stesso aveva promosso. Adesso, mentre si avvicina l’addio di Ratzinger il 28 febbraio, scade anche — il 24 febbraio — il mandato quinquennale dei cinque cardinali che presiedono lo Ior: oltre a Bertone e Nicora, Odilo Scherer, Toppo e Tauran.

I RUMORS di palazzo raccontano che Bertone vorrebbe sostituire Tauran e Nicora — i più ribelli — con altri due porporati, Sandri e Calcagno. Ovviamente Tauran e Nicora, legati alla vecchia guardia woytiliana non sono molto favorevoli. E non è affatto scontato che le cose vadano così. Intanto Bertone si è mosso per cambiare pelle al board dei banchieri. Fuori Gotti Tedeschi, andrebbe via anche il tedesco Hermann Schmitz, ex ad di Deutsche Bank (la banca che gestiva, fino al blocco di Bankitalia, i bancomat del Vaticano) e, sinora, presidente ‘ad interim’ dello Ior. Rimangono il potente Carl Anderson (Usa) e lo spagnolo Manuel Soto Serrano (banco Santander). New entry, un altro tedesco, Ernest von Freyber, e, appunto, il belga Bernard De Corte. Che, però, prima di occupare la poltrona che fu Paul Marcinkus, il controverso monsignore del crac del Banco Ambrosiano, deve attendere che la Curia romana trovi, tra molti contrasti, la quadratura del cerchio.

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La Banca Vaticana e la Loggia P2

La Città del Vaticano (0,43 kmq con una popolazione di 911 residenti di cui 532 cittadini, il cui reddito pro-capite ammonta a 407.095 euro, http://www.vatican.va) è sede di tre istituti finanziari: l’APSA (Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica), che è la Banca Centrale del Vaticano; il Ministero dell’Economia o Prefettura per gli Affari economici; lo IOR, con i quali vengono gestiti circa un miliardo di cattolici sparsi nel mondo.

La Città del Vaticano è composta di tre enti o istituzioni: lo Stato, la Santa Sede e la Curia. Il primo è l’entità territoriale, la seconda è il vertice della Chiesa e la Curia è la struttura organizzativa. Tutte le istituzioni vaticane spesso rivendicano l’extraterritorialità e l’indipendenza dalle leggi degli altri Stati-Nazione.
L’Apsa è in pratica la Banca Centrale della Città del Vaticano. Essa svolge funzioni di tesoreria e gestisce gli stipendi dello Stato. Fra i suoi compiti c’è anche quello di coniare moneta. Nel 1998 infatti, l’Ue ha autorizzato l’Apsa ad emettere 670 mila euro l’anno. Con la possibilità di emetterne altri 201mila in occasione di Concili ecumenici, Anni Santi o in occasione di un’apertura della Sede vacante. Secondo quanto riportato dai dati ufficiali della Prefettura per gli Affari Economici, per il 2002 il Vaticano e la Santa Sede sarebbero in deficit di 29,5 milioni di euro. Nel bilancio però non figurano strutture come le università pontificie, gli ospedali cattolici (Bambini Gesù di Roma, ad esempio), i santuari (Lauretani, Pompeiani). Ma soprattutto non figura l’obolo, che ha portato nel solo 2002 un gettito nelle casse della Città del Vaticano di 52,8 milioni di euro.
Altra Banca Vaticana è lo IOR (Istituto per le Opere di Religione) ha sede presso la Città del Vaticano. Ufficialmente l’unico azionista di questa banca è il papa.
Lo IOR fu fondato nel 1887 da Leone XIII, col nome di “Commissione per le Opere Pie”, al fine di convertire le offerte dei fedeli in un fondo facilmente smobilizzabile. La prima riforma delle finanze vaticane risale al 1908, quando su iniziativa di papa Pio X l’istituto assunse il nome di Commissione amministratrice delle Opere di Religione.
La trasformazione in una banca vera e propria avvenne nel 1941, anche se il finanziamento più significativo che indusse il papato a favorire tale trasformazione, fu quello concesso dal fascismo, col Concordato (Patti Lateranensi) del 1929, che prevedeva, a titolo di risarcimento per la perdita degli Stati pontifici l’indomani dell’unificazione nazionale, qualcosa come 100 milioni di dollari (40 in contanti e 60 in obbligazioni; in lire erano 750 milioni), oltre all’esenzione dalle tasse e dai dazi sulle merci importate in Vaticano.
Per gestire questo ingente patrimonio, papa Pio XI istituisce l’Amministrazione speciale per le Opere di Religione, che affida a un laico esperto, l’ingegner Bernardino Nogara, un abile banchiere proveniente dalla Comit, membro della delegazione che, dopo la prima guerra mondiale, negoziò il trattato di pace e, successivamente, delegato alla Banca Commerciale di Istanbul.
Grazie alla sua abilità, Nogara trasformò l’Amministrazione in un impero edilizio, industriale e finanziario. Le condizioni che il banchiere pose a Pio XI per accettare l’incarico di gestire il patrimonio del Vaticano furono due: gli investimenti dovevano essere liberi da qualsiasi considerazione religiosa o dottrinale e realizzabili in ogni parte del mondo.
Il Papa accettò e si aprì così la strada alle speculazioni monetarie e ad altre operazioni di mercato nella Borsa valori, compreso l’acquisto di azioni di società che svolgevano attività in netto contrasto con l’insegnamento cattolico (armi, contraccettivi ecc.).
Nogara rilevò l’Italgas, fornitore unico in molte città italiane, e fece entrare nel consiglio di amministrazione, come rappresentante del Vaticano nella società, l’avvocato Francesco Pacelli, fratello del cardinale Eugenio che poco dopo sarà eletto Papa e assumerà il nome di Pio XII. Grazie alla gestione di Nogara, il Banco di Roma, il Banco di Santo Spirito e la Cassa di Risparmio di Roma entrarono ben presto nell’ambito dell’influenza del Vaticano.
Quando acquisiva quote di una società, raramente Nogara entrava nel consiglio di amministrazione: preferiva affidare quest’incarico a uno dei suoi uomini di fiducia, tutti appartenenti all’elite vaticana che si occupava della gestione degli interessi della Chiesa. I tre nipoti di Pio XII, i principi Carlo, Marcantonio e Giulio Pacelli, ne facevano parte, i loro nomi cominciarono ad apparire tra quelli degli amministratori di un elenco sempre più lungo di società. Gli uomini di fiducia della Chiesa erano presenti dappertutto: industrie tessili, comunicazioni telefoniche, ferrovie, cemento, elettricità, acqua. Bernardino Nogara sorvegliava ogni settore che promettesse margini di remunerazione.
Nel 1935, quando Mussolini ebbe bisogno di armi per la campagna d’Etiopia, una considerevole quantità fu fornita da una fabbrica di munizioni che Nogara aveva acquisito per il Vaticano. E rendendosi conto, prima di molti altri, dell’inevitabilità della seconda guerra mondiale, sempre Nogara cambiò in oro parte del patrimonio Vaticano da lui gestito. Le sue speculazioni sul mercato dell’oro continuarono per tutto il periodo in cui fu alla guida dell’amministrazione dei beni del Vaticano.
Sin dai tempi di Pio XII lo IOR, bisognoso di disporre di fondi sicuri, fornì sbocchi bancari ai fascisti italiani e ai nazisti, nonché alla mafia, anche perché al tempo della dittatura fascista era molto difficile al Vaticano gestire liberamente l’Obolo di S. Pietro proveniente dalle due Americhe.
Il 27 giugno 1942 Pio XII decise di cambiare nome all’Amministrazione speciale per le Opere di Religione che diventò Istituto per le Opere di Religione. Nasce così un ente bancario dotato di un’autonoma personalità giuridica e che si dedicherà non soltanto al compito di raccogliere beni per la Santa Sede, ma anche a quello di amministrare il denaro e le proprietà ceduti o affidati all’istituto stesso da persone fisiche o giuridiche per opere religiose e di carità cristiana.
Il 31 dicembre 1942 il ministro delle Finanze del governo italiano Paolo Thaon di Revel emise una circolare in cui si affermava che la Santa Sede era esonerata dal pagare le imposte sui dividendi azionari.
Inoltre il Vaticano, essendosi dichiarato neutrale durante la II guerra mondiale, poté, come la Svizzera, trattare tranquillamente affari con la Germania di Hitler. Finita la guerra il Vaticano non risarcì mai le vittime dell’olocausto, restituendo loro i preziosi che i nazisti avevano trasformato in lingotti.
Anzi la Banca Vaticana contribuì a nascondere l’oro nazista non solo nella stessa Santa Sede, ma anche presso il santuario di Fatima in Portogallo, controllato da elementi massonici, i quali solo apparentemente risultano anticlericali (è noto infatti che la loggia segreta P2 aveva ampi contatti con gli ambienti vaticani).
Lo IOR ha contribuito anche alla scomparsa di buona parte dell’oro della Croazia indipendente, che durante l’ultima guerra mondiale collaborava coi nazisti. Gli ustascia (i cattolici nazisti) massacrarono impunemente ben mezzo milione di serbi ortodossi, nonché decine di migliaia di ebrei e di gitani.
La leadership ustascia, finita la guerra, si era rifugiata proprio in Vaticano e in alcune proprietà francescane italiane. Uno dei mediatori che permise agli ustascia e anche ad altri criminali nazisti di ottenere l’impunità, fu il segretario di stato Montini, in seguito papa Paolo VI.
In particolare gli ustascia ebbero bisogno della Banca Vaticana proprio per gestire finanziariamente il loro governo esiliato in Argentina e per spedire i propri criminali in fuga verso il Sudamerica, l’Australia e altri luoghi con la protezione della Cia.
Ovviamente il Segretariato Vaticano è a tutt’oggi assolutamente contrario a rendere pubblici gli archivi relativi alla II guerra mondiale.
Intanto Nogara continuava a lavorare per accrescere le risorse del Vaticano. Negli anni ’50 e ’60 lo IOR prese ad arricchirsi coi fondi che molte famiglie agiate volevano trasferire all’estero per pagare meno tasse.
Furono rafforzati i legami con diverse banche. Già dai primi del Novecento i Rothschild di Londra e di Parigi trattavano con il Vaticano, ma con la gestione Nogara gli affari e i partner bancari aumentarono vertiginosamente: Credit Suisse, Hambros Bank, Morgan Guarantee Trust, The Bankers Trust di New York (di cui Nogara si serviva quando voleva comprare e vendere titoli a Wall Street), Chase Manhattan, Continental Illinois National Bank. E Nogara assicurò al Vaticano partecipazioni in società che operavano nei settori più diversi: alimentare, assicurativo, acciaio, meccanica, cemento e beni immobili. Un susseguirsi di successi finanziari senza precedenti per la Chiesa cattolica.
Nel 1954 Bernardino Nogara decise di ritirarsi, senza tuttavia interrompere l’attività di consulente finanziario del Vaticano, che continuò fino alla morte, avvenuta nel 1958. La stampa dedicò poco spazio alla sua scomparsa, ma negli ambienti vaticani si era ben consapevoli della sua eccezionale importanza.
Al geniale banchiere, nel corso della sua lunga attività, venne affiancato il principe Massimo Spada. Anche lui mostrò lungimiranza e spregiudicatezza nella gestione degli interessi del Vaticano e si lanciò in varie operazioni, la maggior parte delle quali in collaborazione con Michele Sindona.
Lo IOR, in quanto istituto che opera con modalità proprie, non è mai stato tenuto a nessun tipo di informativa – né verso i propri clienti, né verso terzi – né tanto meno a pubblicare un bilancio o un consuntivo sulle proprie attività.
A ogni cliente viene fornita una tessera di credito con un numero codificato: né nome né foto. Con questa si viene identificati: alle operazioni non si rilasciano ricevute, nessun documento contabile. Non ci sono libretti di assegni intestati allo IOR: chi li vuole dovrà appoggiarsi alla Banca di Roma, convenzionata con l’istituto vaticano.
I clienti dello IOR possono essere solo esponenti del mondo ecclesiastico: ordini religiosi, diocesi, parrocchie, istituzioni e organismi cattolici, cardinali, vescovi e monsignori, laici con cittadinanza vaticana, diplomatici accreditati alla Santa Sede. A questi si aggiungono i dipendenti del Vaticano e pochissime eccezioni, selezionate con criteri non conosciuti.
Il conto può essere aperto in euro o in valuta straniera: circostanza, questa, inedita rispetto alle altre banche. Aperto il conto, il cliente può ricevere o trasferire i soldi in qualsiasi momento da e verso qualsiasi banca estera. Senza alcun controllo. Per questo, negli ambienti finanziari, si dice che lo IOR è l’ideale per chi ha capitali che vuole far passare inosservati. I suoi bilanci sono noti a una cerchia ristrettissima di cardinali, qualsiasi passaggio di denaro avviene nella massima riservatezza, senza vincoli né limiti.
Lo IOR è indipendente dagli altri due istituti finanziari vaticani e sulla sua attività si sa soltanto che è gestito da cardinali di alto livello e da banchieri internazionali.
Il vescovo Paul Marcinkus, il più famoso dirigente dello IOR, faceva chiaramente capire che la Banca Vaticana godeva di privilegi assoluti nell’esportazione all’estero dei capitali. Ed egli era in grado di servirsi dei noti finanzieri e bancarottieri, Michele Sindona, colluso coi poteri mafiosi italo-americani, avvelenato in carcere, e Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano, trovato impiccato a Londra; nonché del capo della P2, Licio Gelli, arrestato per attività sovversiva, e del vescovo Hnilica, che per tutti gli anni ’80 trasferì in Vaticano i fondi anticomunisti provenienti dall’Europa dell’est e i fondi cospicui provenienti dai pellegrinaggi di Medjugorje in Bosnia.
Utilizzando numerose società fantasma con sede a Panama o nel Lussemburgo, lo IOR divenne uno dei maggiori esponenti dei mercati finanziari mondiali alla fine degli anni ’70. Era infatti in grado di utilizzare le filiere mafiose di Sindona per istradare grosse somme fuori dal Paese, sotto il naso di tutti gli organismi di controllo.
Poi, quando Sindona era diventato meno frequentabile, a seguito dei suoi debiti con la giustizia, lo IOR cominciò a servirsi di Roberto Calvi e della sua banca.
In quel periodo nel Vaticano si fronteggiavano due fazioni politiche contrapposte: una, massonica-moderata, denominata “Mafia di Faenza”, faceva capo a Casaroli, Samorè, Silvestrini e Pio Laghi, l’altra, integralista, legata all’Opus Dei, faceva capo a Marcinkus, Mons. Virgilio Levi, vice direttore dell'”Osservatorio Romano”, e Mons. Luigi Cheli, Nunzio pontificio presso l’ONU.
Coinvolto nello scandalo del Banco Ambrosiano di Calvi, lo IOR subì un vero e proprio terremoto: il cardinale Markinkus riuscì a farla franca solo appellandosi all’immunità diplomatica.
Dopo le vicende legate al banco Ambrosiano, al crac e al cardinale Marcinkus, nel 1990 papa Giovanni Paolo II lo ha riformato, affidandone la gestione a persone laiche ma di credenze cattoliche; lo presiede, infatti, Angelo Caloia, professore dell’università Cattolica di Milano, ex presidente del Medio Credito Lombardo e attualmente a capo di due società di Banca Intesa. Ai prelati è riservata una funzione di vigilanza.
Lo IOR ha sede unica in Vaticano. Ufficialmente non ha filiali in nessun altro luogo. Non ha accesso diretto ai circuiti finanziari internazionali. Non aderisce alle norme antiriciclaggio sulla trasparenza dei conti. Il riferimento è la segreteria di Stato vaticana di monsignor Angelo Sodano. Per operare in Europa lo IOR si avvale di due grandi banche, una tedesca e una italiana, i cui nomi non si conoscono. Si pensa a Banca Intesa, della quale lo IOR possiede il 3,37% insieme con la Banca Lombarda e la Mittel (il cosiddetto Gruppo bresciano dei soci), e di Deutsche Bank, ma nessuno lo conferma con certezza.
Oggi lo IOR amministra un patrimonio stimato in 5 miliardi di euro e funziona come un fondo chiuso. In pratica ha rendimenti da hedge fund, visto che ai suoi clienti (dipendenti del Vaticano, membri della Santa Sede, ordini religiosi, benefattori) garantisce interessi medi annui superiori al 12%. Anche per depositi di lieve consistenza.
Secondo un rapporto del giugno 2002 del Dipartimento del Tesoro americano, basato su stime della Fed, solo in titoli Usa il Vaticano ha 298 milioni di dollari: 195 in azioni, 102 in obbligazioni a lungo termine (49 milioni in bond societari, 36 milioni in emissioni delle agenzie governative e 17 milioni in titoli governativi) più un milione di euro in obbligazioni a breve del Tesoro. E l’advisor inglese The Guthrie Group nei suoi tabulati segnala una joint venture da 273,6 milioni di euro tra IOR e partner Usa.
I segreti finanziari del Vaticano vengono conservati nelle Isole Cayman, il paradiso fiscale caraibico, spiritualmente guidato dal cardinale Adam Joseph Maida che, tra l’altro, siede nel collegio di vigilanza dello IOR. Le Cayman sono state sottratte al controllo della diocesi giamaicana di Kingston per essere proclamate Missio sui iuris, alle dipendenze dirette del Vaticano.
In Italia i diritti di voto dei 45 milioni di quote di Banca Intesa (per un valore in Borsa di circa 130 milioni di euro) sono stati concessi alla Mittel di Giovanni Bazoli in cambio di un dividendo maggiorato rispetto a quello di competenza. E quando la Borsa tira, gli affari si moltiplicano. Nel 1998 p. es. non sfuggì a molti l’ottimo investimento (100 miliardi di lire) deciso dallo IOR nelle azioni della Banca popolare di Brescia: in meno di 12 mesi il capitale si quadruplicò, naturalmente molto prima del crollo del titolo Bipop.
Ma il patrimonio dello IOR non è solo mobile. Dell’Istituto si parla anche in relazione alle beghe con gli inquilini di quattro condomini di Roma e Frascati che lo IOR, a cavallo fra il 2002 e il 2003, ha venduto alla società Marine Investimenti Sud, all’epoca di proprietà al 90% della Finnat Fiduciaria di Giampietro Nattino, uno dei laici della Prefettura degli affari economici della Santa Sede, e oggi in mano alla lussemburghese Longueville.
Gli inquilini, però, affermano di sentirsi chiedere il pagamento del canone di locazione ancora dallo IOR, che nei documenti ufficiali compare anche come Ocrot: Officia pro caritatis religionisque operibus tutandis, con il codice fiscale italiano dell’istituto: 80206390587.
Per il 25esimo anniversario di pontificato, Giovanni Paolo II il 25 ottobre 2003 ha ricevuto un assegno da 2,5 milioni di dollari, la rendita di un fondo d’investimento americano da 20 milioni di dollari dedicato a lui, il Vicarius Christi Fund.
Il denaro è gestito dall’ordine cavalleresco cattolico più grande del mondo, nato 122 anni fa nel Connecticut: The Knights of Columbus (I Cavalieri di Colombo), che conta 1,6 milioni di membri tra Stati Uniti, Canada, Messico, Porto Rico, Repubblica Dominicana, Filippine, Bahamas, Guatemala, Guam, Saipan e Isole Vergini.
Il suo cavaliere supremo, Virgil Dechant, è uno dei 9 consiglieri dello Stato Città del Vaticano e anche vicepresidente dello IOR. Con i 2,5 milioni di dollari regalati a Karol Wojtyla il 9 ottobre 2003, il totale delle donazioni dell’ordine cavalleresco al vicario di Cristo ha superato i 35 milioni di dollari. Nulla, in confronto ai 47 miliardi di dollari del fondo assicurativo sulla vita gestito dai Cavalieri di Colombo, al quale Standard & Poor’s assegna da anni il rating più elevato.
L’ordine investe nei corporate bond emessi da più di 740 società statunitensi e canadesi e solo nel 2002, piazzando polizze sulla vita e servizi di assistenza domiciliare ai suoi iscritti attraverso 1.400 agenti, ha incassato 4,5 miliardi di dollari (il 3,4% in più rispetto al 2001). Una parte delle entrate, 128,5 milioni di dollari, è stata girata a diocesi, ordini religiosi, seminari, scuole cattoliche e, ovviamente, al Vaticano che nel 2002, tra la rendita del fondo del Papa, gli assegni alle nunziature apostoliche di Usa e Jugoslavia, il contributo alla Santa Sede nella sua missione di osservatore permanente all’Onu e quello per il restauro della basilica di san Pietro, ha ricevuto dai Cavalieri di Colombo 1,98 milioni di dollari.
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Come Mussolini finanziò il Papa, e come vennero investiti i soldi del Vaticano

22 settembre 2012

Lo Stato italiano si obbligò a dare parecchio denaro al Vaticano, nella Convenzione Finanziaria si legge all’art. 1 che ‘l’Italia si obbliga a versare, allo scambio delle ratifiche del Trattato, alla Santa Sede la somma di lire italiane 750.000.000 (settecentocinquanta milioni) ed a consegnare contemporaneamente alla medesima tanto consolidato italiano 5 per cento al portatore (col cupone scadente al 30 giugno p.v) del valore nominale di lire italiane 1.000.000.000 (un miliardo)’.

Durante le trattative, un alto prelato, che si occupava delle finanze vaticane, disse a un suo confratello: ‘Questa volta bisogna che l’Italia paghi care le indulgenze’. I mezzi finanziari che lo Stato italiano diede al Vaticano costituirono il fondamento su cui venne costruito quell’impero finanziario che il Vaticano costituisce oggi. Il giorno stesso in cui l’accordo con Benito Mussolini fu ratificato Pio XI creò una nuova agenzia finanziaria, la Amministrazione Speciale della Santa Sede e ne nominò suo direttore e manager Bernardino Nogara. Costui accettò la proposta del papa perché il papa soddisfece le sue richieste tra cui c’erano queste: che tutti gli investimenti che egli scegliesse di fare fossero totalmente e completamente liberi da qualsiasi considerazioni religiose o dottrinali; che egli fosse libero di investire i fondi del Vaticano dovunque nel mondo. E così Nogara si mise in moto. Martin Malachi, Gesuita ex-professore al Pontificio Istituto Biblico di Roma, nel suo libro Rich Church, Poor Church (Chiesa Ricca, Chiesa Povera) edito nel 1984, dice: ‘Fedele ai suoi piani iniziali, i primi maggiori acquisti di Nogara in Italia furono attuati nel ramo del gas, dei tessili, nella costruzione pubblica e privata, nell’acciaio, nell’arredamento, negli alberghi, in prodotti minerari e metallurgici, prodotti dell’agricoltura, energia elettrica, armi, prodotti farmaceutici, cemento, carta, legname da costruzione, ceramica, pasta, ingegneria, ferrovie, navi passeggeri, telefoni, telecomunicazioni e banche’ (pag. 40). Prima dello scoppio della seconda guerra mondiale il Vaticano acquisì il controllo di molte compagnie e banche sia in Italia che all’estero e in molte altre compagnie invece riuscì ad avere una partecipazione minore ma sostanziale.

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25 marzo 2013 – ore 12:42

Riuscirà il nuovo Papa ad ammansire le lobby che danzano attorno alle finanze vaticane? Lo spacchettamento dello Ior

“La chiesa ha davvero bisogno di una banca?”. Cláudio Hummes, dell’ordine dei frati minori, va subito al sodo. Il cardinale brasiliano è grande amico del nuovo Pontefice e Jorge Bergoglio ha rivelato che si deve a Hummes se, durante il Conclave, gli è venuto in mente di prendere il nome del santo di Assisi. Anche Papa Francesco sa bene di dover affrontare i lupi della finanza che percorrono inquieti, affamati, i sentieri della chiesa. Forse potrà anche chiamarli fratelli, ma certo non sarà facile ammansirli. “E’ un mondo (sia quello laico sia quello cattolico) venato da forti ipocrisie, dove dominano i farisei”, dice Giancarlo Galli che nel suo libro “Finanza bianca” ha raccontato come si intrecciano Roma e Milano, il torrione di Niccolò V e Piazza Affari.
La grande riforma comincerà proprio da qui? I richiami a una chiesa povera, i comportamenti austeri: ogni segnale di Papa Francesco è chiaro e non arriva per caso. Non solo. L’elezione di Bergoglio mette oggettivamente in un angolo la curia, gli italiani, le lobby e i gruppi che finora avevano avuto accesso privilegiato all’Appartamento. In altre parole, tutto il variopinto universo che ha ruotato attorno all’Istituto opere di religione. La banca cambierà, anche radicalmente; magari tornerà allo spirito dell’Obolo di san Pietro. In ogni caso, si chiude un periodo, durato almeno mezzo secolo, in cui il Vaticano ha cercato di giocare da pari a pari con la finanza mondiale. Una grande storia che non è fatta solo di grandi imbrogli.

Una “reconquista”, la chiamava il banchiere milanese Angelo Caloia che è stato per vent’anni presidente dello Ior: “Non possiamo accettare di venire considerati i bravi ragazzi dell’oratorio”, diceva agli amici del gruppo Cultura, etica, finanza, creato nel 1985 dall’arcivescovo di Milano Carlo Maria Martini e animato dal suo braccio destro Attilio Nicora. Ne facevano parte anche Giovanni Bazoli, Alberto Quadrio Curzio, Lorenzo Ornaghi, Tancredi Bianchi, Gianmario Roveraro, Sergio Rumi.
La sfida comincia, in realtà, con monsignor Giovanni Battista Montini, segretario di Papa Pio XII, e si rafforza quando il prelato bresciano, figlio di un banchiere e nipote di uno dei fondatori del Partito popolare, assurge al soglio di Pietro. Due sono i veicoli principali dell’azione parallela: lo Ior con i suoi legami che vanno dal Banco di Santo Spirito al Banco di Roma, e il Banco Ambrosiano, chiamato non a torto “la banca dei preti”, che a sua volta s’interfaccia con la Cariplo, la Cassa di risparmio delle province lombarde e la Bpm, la Banca popolare milanese. Protagonisti non soltanto personaggi oscuri come Paul Marcinkus, Michele Sindona, Roberto Calvi (“banchieri di Dio” iscritti alla massoneria), o figure enigmatiche come Roveraro, affiliato all’Opus Dei che morrà nel 2006 in circostanze sospette, ma specchiate personalità e uomini dalle molteplici relazioni: da Giordano Dell’Amore a Giovanni Bazoli, dal notaio Giuseppe Camadini a Cesare Geronzi. La storia, quella vera, insomma, ha molti più personaggi della letteratura di successo sulla multinazionale Vaticano.
Per sfuggire alla sindrome di Dan Brown, si dovrebbe tornare ai tempi di Pio IX, quando il controverso cardinale Giacomo Antonelli, per far quadrato attorno al Papa travolto dalle rivoluzioni liberali, istituisce l’Obolo di san Pietro che verrà alimentato non solo dai fedeli, ma dalle nazioni cattoliche. Crea un ministero economico e lo chiama “Ad pias causas”, coinvolgendo l’aristocrazia romana (Borghese, Chigi, Rospigliosi, Spada); colloca il fratello Filippo alla guida della Banca romana e lascia alla sua morte nel 1876 un cospicuo patrimonio.

A Milano, intanto, una finanza cattolica dispersa in mille rivoli locali (quegli stessi che tornano oggi tanto in voga) viene riorganizzata dall’arcivescovo Andrea Ferrari che si affida all’avvocato bresciano Giuseppe Tovini (c’è fin dall’inizio un avvocato bresciano) il quale nel 1896 istituisce il Banco di Sant’Ambrogio. “Fu una grande intuizione” disse nel 1922 il giovanissimo Montini, perché “aveva compreso la complementarietà esistente, in una visione di fede, fra le ragioni dell’economia e quelle della politica e della società”. La chiesa ha bisogno di una banca? Montini pensava di sì. E, arrivato ai vertici del Vaticano, mise in pratica il suo progetto. E’ un aspetto che raramente viene sottolineato anche se getta una luce diversa sull’intera vicenda.
Facciamo un salto al 1942 in una Roma che sente già arrivare lo sfascio, la sconfitta, la catastrofe. Eugenio Pacelli, eletto Papa nel 1939 con il nome di Pio XII, progetta di riformare la curia. A cominciare dall’Ad pias causas. Così, crea l’Istituto opere di religione, affidandolo a un laico, l’ingegner Bernardino Nogara, coadiuvato da un monsignore, Carlo Cremonesi, e un finanziere, Massimo Spada. Non avrà sempre vita florida. Anzi, con Giovanni XXIII, il “Papa buono”, gli attivi scendono a un terzo e crollano anche le donazioni dei fedeli. Quando Montini diventa Paolo VI, ha dunque il compito non solo di gestire il concilio Vaticano II, ma anche di risanare le finanze. E si rivolge agli americani, sotto la guida del cardinale Francis Spellman, già nunzio presso marine e berretti verdi.
Molti fanno risalire a questo momento il rapporto con Paul Marcinkus allora giovane e aitante prelato di Chicago che amava i sigari avana. In realtà, il vero punto di svolta arriva alla fine degli anni Sessanta. Il miracolo economico è svanito, mentre le convulsioni italiane e la politica dei governi di centrosinistra, inquietano il Papa. Il governo vuole tassare le operazioni di Borsa, anche quelle della Santa Sede e il democristiano Giovanni Leone chiede il pregresso, qualcosa come 1,2 miliardi di euro odierni. Paolo VI decide di spostare tutto all’estero, soprattutto negli Stati Uniti, ma anche in una serie di paradisi fiscali, a cominciare dalla Svizzera. Ma chi può condurre in porto una tanto ardita esportazione di capitali? Marcinkus, entrato nell’entourage di Montini anche grazie a Spellman, trova l’uomo giusto: Michele Sindona che non va tanto per il sottile (ricicla anche i quattrini della famiglia Genovese), miete successi finanziari e viene portato sugli scudi. Il “salvatore della lira”, così lo chiamerà nel 1973 Giulio Andreotti, è innanzitutto il salvatore della banca del Papa. Un anno dopo, fallisce la Franklin National Bank, principale filiale americana di Sindona e trascina con sé tutto il castello di carta. La chiesa perderà una ingente somma (secondo alcuni fino a 250 milioni di dollari).

La riserva milanese passa, a questo punto, in prima fila. Nel 1975 Roberto Calvi diventa presidente del Banco Ambrosiano dove era entrato nel 1947 come semplice impiegato. Sindona, con il quale era in rapporti dal fatidico 1968, lo aveva introdotto a Licio Gelli. Sembra l’uomo giusto per prendere il testimone e perfezionare la rete estera del tesoro di san Pietro. Così pensa Marcinkus. Ma tutto precipita in fretta dopo la morte di Paolo VI nel 1978: prima con la meteora di Papa Luciani deciso anche lui ad affrontare la questione dello Ior (secondo una narrazione di successo venne ucciso proprio per questo), poi con l’arrivo di Karol Wojtyla. La vicenda è nota. Il crac dell’Ambrosiano, Calvi impiccato sotto il ponte dei Frati Neri a Londra nel 1982, le implicazioni geopolitiche (i quattrini a Solidarnosc e ai Contras), la mafia, il caffè avvelenato che stronca Sindona nel carcere di Voghera nel 1985. Insomma, tutto quello che continua a riempire intere librerie.
Meno conosciuto è che lo choc dell’Ambrosiano innesca una partita doppia che incrocia finanza romana e milanese. Lo Ior, al quale il ministro del Tesoro Nino Andreatta, democristiano, chiede 1,2 miliardi di dollari, viene affidato ad Angelo Caloia (lo presiederà fino al 2009). Il Nuovo Banco Ambrosiano a Giovanni Bazoli, che il prossimo mese verrà riconfermato ancora presidente per altri tre anni. Nel frattempo, è diventato il numero uno in Italia, ha assorbito la Cariplo, la Banca Commerciale, la Cattolica del Veneto, il San Paolo di Torino. Se di riconquista si tratta, ebbene è arrivata al culmine, alla rivincita sui piemontesi, laici e massoni.
Roma, invece, si dimostra molto più difficile da riconquistare. Il ventennio Caloia è un periodo di prudente assestamento. Mentre la dottrina sociale ed economica della chiesa con Giovanni Paolo II rivaluta l’economia di mercato. Un giudizio di fondo che la Caritas in veritate di Benedetto XVI non ribalta, sia pur criticando le conseguenze della globalizzazione e l’avidità dei finanzieri. Lo Ior resta un ircocervo, che non risponde a nessuno se non al Papa, del quale gestisce un fondo personale. L’assoluta segretezza delle sue operazioni è miele per le mosche del capitale e favorisce la nascita di una banca parallela. Viene alla luce la Fondazione Spellman e il conto Omissis che fa capo a Giulio Andreotti. Passano dal Torrione persino le tangenti Enimont. Dall’archivio di monsignor Renato Dardozzi (stretto collaboratore dei segretari di stato Agostino Casaroli e Angelo Sodano) pubblicato da Gianluigi Nuzzi, emerge che il dominus resta monsignor Donato de Bonis il quale cerca più volte di far fuori Caloia, finché Papa Wojtyla non lo nomina cappellano dei Cavalieri di Malta.
Con passo felpato, Caloia prova a cambiare rotta. Nel 1992 quando l’intero sistema italiano viene scosso (compreso quello bancario) cerca di quadrare il cerchio, una sorta di compimento secolare, trasformando lo Ior nel principale azionista dell’Ambrosiano. Lo blocca Bazoli il quale di lì a poco conquisterà la Cariplo. Si apre, così, un conflitto all’interno del gruppo Cultura Etica Finanza. Ma l’operazione peccava di velleitarismo.

Non decolla nemmeno il tentativo di avvicinare le due rive del Tevere attraverso molteplici legami con le banche romane. Lo Ior aveva un proprio conto nel Santo Spirito. Un ex dirigente della banca, Paolo Cipriani, nel 2007 diventa direttore generale dell’istituto vaticano. Ma Cesare Geronzi coltiva altri progetti. Dello Ior non parla. Si era fatto il suo nome alla presidenza dopo Caloia. E con Tarcisio Bertone i rapporti sono sempre stati amichevoli. Però il banchiere romano si è giocato le sue carte, come uomo di sistema e pendant di Bazoli, fuori dalle Sacre Mura. Capitalia assorbe il Banco di Roma, il Santo Spirito, la Cassa di Risparmio, il Banco di Sicilia. E viene assorbita da Unicredit erede del Credito Italiano, roccaforte massonica prima genovese poi meneghina. Le vie del Signore sono imperscrutabili.
Nel 1996, Giovanni Paolo II impone allo Ior di applicare i princìpi del Financial Action Task Force, l’organismo creato dal G7 per la lotta al riciclaggio. Ma in molti fanno orecchie da mercante. Benedetto XVI vuole una operazione trasparenza. Nel 2010 con una lettera motu proprio costituisce l’Autorità di informazione finanziaria e l’affida al cardinal Nicora. Inoltre, al vertice dello Ior va Ettore Gotti Tedeschi, rappresentante in Italia del Banco Santander, un banchiere che si era fatto le ossa con Roveraro. “Verso di lui spesi parole favorevoli con il cardinale segretario di stato”, dice ora Geronzi.
Secondo Galli, il senso della scelta è che il Papa, in una situazione tanto intricata, preferisce affidarsi di fatto al più grande banchiere cattolico europeo: Emilio Botín, patron del Banco di Santander, legato all’Opus Dei. E’ il culmine di un cammino che la prelatura personale ha cominciato fin dagli anni Ottanta e la porta al massimo della propria influenza nella chiesa. Nel 2002 il suo fondatore, Josemaría Escrivá, era stato canonizzato da Giovanni Paolo II.
L’ascesa non piace ad altri. Alla Compagnia di Gesù, per esempio, la quale, però, è deboluccia in campo bancario. E nemmeno a una organizzazione ricca e potente come i Cavalieri di Colombo, con quasi due milioni di iscritti e un patrimonio di 17 miliardi di dollari. Nati nel 1882, le loro opere di carità hanno prodotto una delle compagnie di assicurazioni più importanti negli Stati Uniti. Tra i membri famosi, John e Ted Kennedy o Jeb Bush. Papa Ratzinger l’ha incoraggiata come alfiere della chiesa in terra d’America. Il suo Cavaliere supremo, Carl Anderson, che da giovane si è fatto le ossa alla Casa Bianca con Ronald Reagan, entra nel consiglio dello Ior. Toccherà a lui licenziare Gotti Tedeschi con una lettera che non contiene mezze parole: “Sono giunto alla conclusione, dopo molte preghiere e riflessioni, che non sia in grado di guidare l’istituto in tempi difficili come questi”. Poi l’accusa peggiore: “Non ha saputo difendere l’istituto”.

L’ex presidente non ci sta. Rivendica la volontà di far pulizia su mandato diretto del Papa. Invece, la vischiosità dello Ior, l’intreccio di interessi, la voglia di segretezza sono prevalse, insomma il vecchio ha vinto sul nuovo. Le istituzioni internazionali chiedono trasparenza, mentre la banca del Vaticano resta oscura e impenetrabile. Massimo Franco, nel suo libro appena pubblicato (“La crisi dell’impero Vaticano”, Mondadori), cerca di inquadrare le convulsioni della chiesa in una dimensione geopolitica e sistemica. Su Gotti Tedeschi scrive che “la struttura lo sentiva come un corpo estraneo. E non gli aveva mai perdonato le parole dette nei primi mesi, quando aveva tracciato uno spartiacque radicale tra il prima e il dopo”. Nel Torrione dicono: “Forse non ci ha mai capiti”. O forse sono loro a non aver capito che tutto è cambiato? Finché l’elezione di Francesco non ha prodotto un vero e proprio choc.
Gli analisti attenti del traffico di influenze, parlano del ruolo svolto dai Cavalieri di Colombo nel far maturare il consenso su un Pontefice americano. Certo, Bergoglio non viene dagli Stati Uniti e probabilmente Anderson avrebbe preferito il cardinale di New York, Timothy Dolan. Ora il vicepresidente Usa Joe Biden sostiene che si era a un soffio dal nominare il cappuccino di Boston Sean Patrick O’Malley. Ma senza dubbio l’arcivescovo di Buenos Aires è il primo Papa delle Americhe e di quel mondo porta con sé la cultura. Insieme a quella dei gesuiti la cui influenza sale al vertice, dopo decenni di emarginazione.

Cosa accadrà allo Ior, allora? Certo, è curioso che dopo la defenestrazione di Gotti Tedeschi, l’Istituto sia rimasto per nove mesi senza presidente. Poi, in fretta e furia, quando Benedetto XVI ha già annunciato le proprie dimissioni, se ne nomina uno: Ernst von Freyberg, uomo d’affari tedesco e cavaliere di Malta. E’ il 15 febbraio. Il giorno dopo dal consiglio di vigilanza esce anche il cardinal Nicora. “Sono corsi a tirar su una diga per la tempesta futura, guidati dal segretario di stato”, spiega un osservatore disincantato. Ma nessuno ha previsto quanto sia veloce il cambiamento. Dice un finanziere che sa di cose vaticane ed è d’accordo con il punto di vista di Hummes: “Lo Ior è finito. Probabilmente verrà sciolto e spacchettato, lasciando al Vaticano la raccolta di risorse a scopi benefici e affidando a banche esterne la gestione dei patrimoni e il sistema dei pagamenti. Certo, la chiesa non vive di Ave Marie come dichiarò una volta Marcinkus, cinico, ma sincero. La banca del Papa, però, ha chiuso il suo ciclo storico. Così come la centralità dell’Italia e forse della stessa Europa”.
E la finanza bianca? Quella fuori le mura? “Anch’essa fa parte di un piccolo mondo antico – commenta il suo storico, Giancarlo Galli – Che cosa ne sappiamo di quel grande mondo lontano da qui dove è cresciuto il nuovo cattolicesimo? Dei suoi riti, della sua cultura, dei suoi bisogni, e anche di come vorranno organizzare le esigenze economiche di questa nuova chiesa?” E’ a essa che pensa Papa Francesco eletto con un mandato chiave, assicura il nostro attento osservatore: “Fare pulizia per chi verrà a rifondare la barca di Pietro”.

© – FOGLIO QUOTIDIANO

di Stefano Cingolani

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Vaticano, patrimonio d’oro, ma i conti attendono la grande riforma

Il Gazzettino

Non c’è solo il caso Ior. La gigantesca ricchezza, forse superiore ai 1.000 miliardi, gestita da una moltitudine di organizzazioni segue dalla prima pagina

di Marco Ferrante

CITTA’ DEL VATICANO – È molto difficile farsi un’idea della complessità del patrimonio della chiesa. È fatto di molte cose diverse, stratificazione di una eterogeneità di soggetti e di istituzioni, e di una storia di 20 secoli , in cui sono transitate – e spesso passate di mano – forme di ricchezza di tutti i generi: dai latifondi del patrimonio di San Pietro e dai tesori d’arte custoditi in Vaticano, fino al business turistico dei nostri tempi, passando persino per una piccola flotta mercantile costituita negli anni ’40. In teoria, bisognerebbe partire dall’indicazione più semplice, il bilancio della Santa Sede. L’ultimo bilancio consolidato, pubblicato nel luglio del 2012 e relativo al 2011 segna un disavanzo di quasi 15 milioni di euro.

Il governatorato, invece, amministrazione autonoma che gestisce lo Stato, cioè i 44 km2 di Città del Vaticano, ha chiuso con un attivo di 21 milioni di euro. L’Obolo di San Pietro “offerte dei fedeli a sostegno della carità del santo padre”, ha chiuso con 69 milioni di dollari di contributi (interessante notare che questo dato viene fornito in dollari), due milioni in più dell’anno precedente. Mentre 32 milioni di dollari sono arrivati dalle circoscrizioni di tutto il mondo per il mantenimento del “servizio che la Curia romana presta alla chiesa universale”.

I MINISTERI ECONOMICI
Per completare il quadro illustrato dal comunicato stampa del luglio 2012, nel 2011 lo Ior ha offerto al Santo Padre 50 milioni di euro. Ma in realtà questi saldi non spiegano la ricchezza della Chiesa. Un censimento è quasi impossibile, anche a causa della natura frastagliata delle istituzioni che si occupano dell’economia vaticana. Tanto che uno dei punti su cui si attende una riforma della curia da parte del nuovo papa potrebbe essere proprio la razionalizzazione dei ministeri economici e la sistemazione dello Ior. Non esistono cifre precise, dunque, ma solo stime.

Partiamo proprio dallo Ior, la banca vaticana, che risponde direttamente al Papa e che nasce per ricostruire le finanze vaticane dopo l’Unità e che si rafforza con Bernardino Nogara, capo delle finanze Vaticane dalla fine degli anni venti alla metà degli anni 50. Secondo stime informali il patrimonio attuale della banca ammonterebbe a 5/6 miliardi di euro.

IL PATRIMONIO
La Santa Sede, cioè il vertice del sistema mondiale, ha un patrimonio gigantesco, gestito attraverso l’Apsa – amministrazione del patrimonio della sede apostolica – l’equivalente di un ministero del Tesoro. Una valutazione della metà degli anni 2000 parlava di soli beni immobiliari del valore di 450 milioni di euro, ma già allora era considerata prudenziale, e che il valore reale fosse un multiplo. Si stima che l’Apsa abbia una riserva di un miliardo di patrimonio liquido immediatamente disponibile: azioni, oro, obbligazioni. Fuori dal bilancio consolidato ci sarebbe il patrimonio immobiliare di Propaganda Fide, il ministero delle missioni, 10 miliardi di euro stimati.

Queste cifre sono solo una porzione della straordinaria ricchezza immobiliare su cui si basa la forza operativa globale della chiesa e che viene controllato attraverso la rete degli ordini, delle congregazioni, delle attività collegate alle diocesi in giro per il mondo. Si parla di una dimensione molto difficile da immaginare: nel mondo oltre 450.000 centri religiosi (parrocchie, missioni, ecc.) e oltre 200.000 scuole. Le stime dicono che il 20% circa dell’intero patrimonio immobiliare italiano sarebbe riconducibile alla Chiesa. Secondo un calcolo del Sole 24 Ore il valore di questa dote è di almeno mille miliardi di euro, una cifra enorme, equivalente – per farsi un’idea – al 62% della ricchezza totale prodotta ogni anno in Italia. Il patrimonio estero varrebbe almeno altrettanto, altri 1000 miliardi di euro.

L’INCHIESTA
Per esempio, secondo un’inchiesta pubblicata dal Guardian a gennaio scorso – e non smentita né commentata dal Vaticano – andrebbe ricondotto alla Santa Sede un patrimonio immobiliare londinese da 650 milioni di euro, tra St James Square e Pall Mall, la cui origini risalirebbe a un’operazione di Nogara con il denaro versato da Mussolini in cambio del riconoscimento del regime da parte della Chiesa.

Una parte molto considerevole del patrimonio immobiliare è quello degli Stati Uniti e la forza economica della chiesa americana era stata considerata una delle concause dell’aumento di peso dei cardinali statunitensi, prima degli scandali sessuali. I processi contro i sacerdoti pedofili sono costati delle cifre molto ingenti alle diocesi nordamericane che hanno liquidato i danni grazie soprattutto alla cessione di beni immobili. A Boston dieci anni fa furono liquidati 85 milioni di dollari per i danni processuali su un patrimonio stimato dalla diocesi di oltre 600 milioni di dollari.

Tra il 1985 e il 2006 la diocesi di Los Angeles ne ha liquidati 100, più 660 con l’accordo del 2007. Stime giornalistiche internazionali parlano di oltre un milione di ettari posseduti dalle istituzioni religiose negli Stati Uniti, il doppio di quanto si stima per l’Italia. Ma quella americana è una comunità di oltre 75 milioni di fedeli, 19.000 parrocchie, e quasi duecento diocesi.

L’ITALIA
Un aspetto molto interessante da valutare, perché sempre fonte di polemica sul dare e l’avere, riguarda i rapporti economici tra le chiese nazionali e gli stati. Prendiamo il caso italiano. In Italia, lo stato devolve alla Chiesa l’otto per mille del gettito Irpef a cui vanno aggiunte altre erogazioni, comprese le retribuzioni per gli insegnanti di religione, e le agevolazioni Imu. I calcoli variano: si va dal calcolo minimo di circa 2,5 miliardi, fino ai 6,2 miliardi di euro stimati dall’unione degli atei.

Che cosa offre in cambio la Chiesa? Un giornalista, Giuseppe Rusconi, ha appena pubblicato un libro dal titolo “L’impegno” (Rubbettino, pagg. 135, euro 12,00) in cui stima il valore dei servizi welfaristici offerti in regime di sussidiarietà dalla chiesa alla comunità nazionale in almeno 11 miliardi di euro l’anno, cioè poco meno dell’1% del pil. Valori analoghi vengono calcolati per altri paesi cattolici. Senza entrare nel dibattito, è un altro indicatore della forza economica della Chiesa su cui da oggi governerà il Papa Francesco.

Venerdì 15 Marzo 2013 – 09:22    Ultimo aggiornamento: 12:10
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Vaticano, fondi occulti, Mussolini. In Gran Bretagna gli ingredienti sono più che sufficienti per creare il caso e attirare l’attenzione, come ha fatto lunedì il quotidiano Guardian, ripreso all’estero da un po’ di testate di bocca buona. La notizia, in un breve articolo firmato da ben tre giornalisti, sarebbe l’individuazione di due immobili di pregio a Londra di proprietà di una società britannica, la Grolux Investments, controllata da una società svizzera, la Profima, la quale a sua volta, avrebbero rivelato dei documenti risalenti alla seconda guerra mondiale ritrovati negli Archivi nazionali di Kew, è riconducibile al Vaticano. E il nome spuntato assieme alla Profima è quello di Bernardino Nogara (1870-1958), il banchiere che amministrò per conto della Santa Sede il risarcimento ottenuto dal regime fascista con i Patti Lateranensi, tramite l’Amministrazione speciale per le Opere di Religione, che fu poi sostituita dall’Apsa.Il direttore della Sala Stampa Vaticana, padre Lombadi, si è detto mercoledì «stupefatto» per tanto clamore, notando che l’articolo del Guardian «sembra provenire da qualcuno che sta tra gli asteroidi: sono cose note da 80 anni, con il Trattato del Laterano, e chi voleva una divulgazione del tema a livello popolare si poteva leggere Finanze vaticane di Benny Lai». Aggiungendo: «Che l’Apsa, cioè la Amministrazione del patrimonio della Sede apostolica, abbia una sezione straordinaria è scritto anche sull’elenco telefonico del Vaticano». Difficile dargli torto. Di come nacquero la Grolux Investments e la svizzera Profima, quali società facenti capo al Vaticano, ha ampiamente parlato proprio uno storico inglese, John Pollard, in uno studio del 2005 dal titolo Money and the Rise of the Modern Papacy: Financing the Vatican, 1850-1950 (Cambridge University Press), che rende il pezzo del <+corsivo>Guardian<+tondo> in ritardo di sette anni. Pollard ricorda come la creazione della Grolux, nel 1933, si inquadrasse in una strategia per diversificare gli investimenti della Santa Sede nei difficili anni a ridosso della Grande Depressione, puntando sull’oro e sul mattone. Se oggi la Grolux avrebbe come intestatari due banchieri cattolici, John Varley e Robin Herbert, allora la società fu intestata alla famiglia Radcliffe, di antico lignaggio cattolico. Sulla figura di Nogara, come ha ricordato sempre padre Lombardi, si è soffermato anche il decano dei vaticanisti Benny Lai in Finanze Vaticane, libro da poco edito dall’editore Rubbettino. Nogara, nato a Bellano vicino a Como, con un fratello vescovo di Udine e un altro direttore dei Musei Vaticani, fu un alto funzionario della Banca Commerciale, attivo soprattutto nei Balcani e in Turchia, e in questo senso uomo di collegamento tra gli ambienti cattolici e quelli della finanza laica. Fu Achille Ratti, che lo conosceva tramite il fratello poi divenuto vescovo, a volerlo in Vaticano una volta eletto Papa.Il giornalista economico Giancarlo Galli, che di Nogara si è occupato in un libro del 2004, Finanza Bianca, ci ricorda che «era anche un diplomatico negli organici ministeriali, con funzioni speciali, ovvero di intelligence. All’esplodere nel 1911 del conflitto italo-turco si trovava in missione a Costantinopoli. Mentre il corpo diplomatico rientrò, lui restò ospite di ambasciate neutrali, quella svizzera e tedesca. Dietro le quinte mediò tra il governo ottomano e quello italiano, tra le banche del Sultano e la la Banca Commerciale, che nell’area aveva molteplici interessi. Ma disponeva anche di un mandato del Vaticano, che era preoccupato dei luoghi santi della Palestina. Pertanto l’Ingegnere, come veniva chiamato, aveva avuto modo di essere apprezzato su entrambe le sponde del Tevere».Sul fatto poi che i «soldi di Mussolini» dati al Vaticano fossero un modo per ottenere il riconoscimento del fascismo da parte della Chiesa – come scrive dal suo asteroide il GuardianCarlo Cardia, docente di Diritto canonico e Diritto delle istituzioni religiose all’Università degli Studi di Roma Tre, trasalisce e commenta così: «Non siamo di fronte a nessun regalo di Mussolini. Quello che fu dato alla Santa Sede con la convenzione finanziaria del 1929 era il parziale risarcimento delle somme che alla Santa Sede spettavano in virtù della legge delle Guarentigie del 1871, somme che però la Chiesa non aveva mai preso perché non accettava la legge. Nel 1929 la convenzione finanziaria considerò i danni subiti dalla Sede apostolica e le diede una somma molto inferiore rispetto a quella che le sarebbe spettato». Sottolinea poi Cardia: «Teniamo presente che tutte le grandi organizzazioni confessionali, a partire dalla Chiesa d’Inghilterra, hanno dei patrimoni di scopo, ossia finalizzati alle esigenze missionarie o alla tenuta della struttura ecclesiastica e di questo patrimonio, per evitarne il depauperamento, una parte è destinata all’investimento».Riguardo alla trattativa che portò ai Patti Lateranensi, anche Danilo Veneruso, emerito di storia contemporanea all’Università di Genova, ricorda che «non fu fatta per valorizzare il regime di Mussolini. Pio XI aveva la ferma intenzione di promuovere e stipulare patti o concordati con Stati di tutto il mondo. Quando il 6 febbraio 1922 Achille Ratti salì sul soglio pontificio, benedisse la folla assiepata nella piazza San Pietro, lasciando cadere la consuetudine di benedirla dentro la Basilica di San Pietro per protesta per la conquista dello Stato pontificio. Subito dopo pregò l’arcivescovo di Genova di assistere alla conferenza internazionale per la Pace nella sua città, pregandolo di stare alla calcagna del sovietico Cicerin per tentare un concordato anche in Urss. Il Papa aveva pensato a vari modelli, a seconda del numero di cattolici e delle politiche presenti nei vari Stati. Il regime politico e sociale non contava».
Andrea Galli
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Il nero del Vaticano con i soldi di Mussolini

Ci voleva un’inchiesta del Guardian per far luce sulla storia di parte dell’immenso patrimonio immobiliare del Vaticano. E per svelarne le imbarazzanti quanto oscure origini. Tutto è partito da alcuni edifici nelle zone più in di Londra, come la sede dell’Altium Capital tra Pall Mall e St. James Square e la gioielleria Bulgari a Bond Street. I reporter del quotidiano britannico hanno scoperto, scontrandosi con il muro di gomma del Vaticano, che questi due immobili fanno capo proprio alla Santa Sede. Come anche altri a Coventry, a Parigi e in Svizzera.

Formalmente la proprietà è di una società offshore, la British Grolux Investment Ltd, che vede come azionisti due giganti della finanza iglese, entrambi cattolici: John Varley, amministratore delegato della Barclays Bank, e Robin Herbert, ex responsabile della banca d’affari Leopold Joseph. La società ha un patrimonio di 500 milioni di sterline, cioè circa 650 milioni di euro.

I responsabili si sono chiusi nel silenzio, senza rilasciare indiscrezioni. Ma da ricerche d’archivio emerge che la società è nata dalla fusione di altre due, le cui azioni erano detenute da una compagnia svizzera: la Profima Sa, registrata presso la banca JP Morgan di New York. Viene fuori che la Profima era proprio una holding del Vaticano, come emergerebbe da documenti risalenti alla Seconda guerra mondiale. L’intelligence britannica, invischiata nel conflitto contro Hitler e Mussolini, accusava la Profima di “impegnarsi in attività contrarie agli interessi degli Alleati”.

L’allora ministro della Guerra criticava inoltre Bernardino Nogara, l’avvocato romano che teneva le fila delle finanze papali. Nel 1945 dispacci dei servizi dal Vaticano a Ginevra parlavano di “attività losche” di Nogara. E per questo la Profima venne inserita nella blacklist finanziaria. Ma già nel 1943 sempre gli inglesi ritenevano che Nogara facesse del “lavoro sporco”: in pratica far accaparrare a Profima quote azionarie di banche italiane per riciclare denaro e far credere che così la banca fosse gestita dagli svizzeri, notoriamente neutrali durante il conflitto.

Da dove venivano i soldi della Profima che gestiva in maniera così disinvolta Nogara, proprio negli anni terribili della Seconda guerra mondiale? La questione è spinosissima, perché rivela gli intrecci profondi tra Santa Sede e regime fascista: si tratta di un capitale in contanti che oggi varrebbe ben 65 milioni di euro, elargito da Benito Mussolini al Vaticano nel 1929.

Al tempo della stipula dei Patti Lateranensi il regime si accordò quindi con la Chiesa per ottenerne il consenso e per risarcire gli espropri subiti dallo stato pontificio. Fu proprio il fascismo, con questo denaro, a stabilizzare le finanze del Vaticano e a permetterne il rilancio, il consolidamento delle sue ricchezze e massicci investimenti. Non è azzardato ritenere che nel cambio il Vaticano ci abbia notevolmente guadagnato, ben oltre il formale risarcimento. Lo stato unitario l’ha infatti paradossalmente liberato degli asset vecchi e poco redditizi (immobili storici e proprietà terriere per la maggior parte improduttive) in cambio dei titoli e del denaro sonante necessari per proiettarsi nelle praterie inesplorate della speculazione finanziaria. Grazie a questa liquidità ha potuto facilmente riconquistare nel giro di pochi decenni sconfinate proprietà immobiliari. Si stima infatti che la Chiesa detenga oggi circa il 20% del valore immobiliare in Italia.

Non è un caso che Nogara già nel 1931 avesse fondato una compagnia offshore in Lussemburgo, dal 1929 paradiso fiscale, per costruire il piccolo impero. Con la guerra la società venne poi spostata negli Usa e infine in Svizzera.

Secondo il Guardian, gli investimenti della famiglia Mussolini oggi sarebbero gestiti anche da Paolo Mennini, funzionario e banchiere del Vaticano. Che è proprio l’attuale delegato della sezione straordinaria dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (Apsa), ovvero l’organismo che gestisce il patrimonio economico della Santa Sede. Il solo Mennini, secondo un report del Consiglio d’Europa, gestirebbe un asset di almeno 680 milioni di euro (570 milioni di sterline). Sarà un caso che l’attuale nunzio apostolico a Londra, chiusosi in un comprensibile riserbo, sia l’arcivescovo Antonio Mennini, fratello di Paolo?

Siamo di fronte all’ennesimo scandalo vaticano sul fronte della trasparenza finanziaria. Ultimo di una lunga serie, come dimostra il recente blocco dei bancomat disposto dalla Banca d’Italia. Difficilmente sentiremo parlare di questa notizia nei telegiornali nazionali, considerato lo stretto legame tra Rai e Vaticano e il rigido controllo che esercitano sull’informazione ad maiorem Dei gloriam. Non è un caso che, nonostante si abbia il Vaticano in casa, lo scoop non sia stato fatto da giornalisti italiani. E nemmeno molto rilanciato da questi ultimi.

In sintesi una storia non molto edificante: un fiume di denaro di provenienza imbarazzante usato in maniera poco trasparente e intrecci politici ed economici tra fascismo e Santa Sede. Rivelazioni che ci spingono ancora una volta a riproporre la necessità di un concreto superamento di Concordato e Patti Lateranensi. Eredità di un passato che l’Italia dovrebbe lasciarsi definitivamente alle spalle, ma che ancora influenza pesantemente il nostro Paese condannandolo al declino. Ma solo il governo e il Parlamento, visto che non è possibile alcun referendum per un trattato con uno stato “estero”, possono compiere questo passo doveroso.

È tragicomico che siano proprio le gerarchie ecclesiastiche a criticare le degenerazioni della finanza internazionale, la sua volatilità e la sua disumanità. Proprio il Vaticano che contesta le disuguaglianze economiche a parole, nei fatti è sempre stato all’avanguardia nell’utilizzo spregiudicato di holding, società offshore, banche e scatole cinesi e nella collusione con il potere politico autoritario.

Non pago, il portavoce della Sala stampa vaticana padre Federico Lombardi è riuscito persino a replicare. Dicendosi “stupefatto” perché sarebbero “cose note da 80 anni, con il Trattato del Laterano e chi voleva una divulgazione del tema a livello popolare si poteva leggere Finanze Vaticane di Benny Lai”. Peccato che il patto tra Italia e Vaticano non parli certo dell’utilizzo offshore dei fondi e che il libro di Lai sia uscito solo nel 2012. Lo stesso giornalista intervistato da Repubblica nel luglio scorso rimarcava così la novità della sua opera: “nessuno finora ha dato il giusto peso alla lunga trattativa che ci fu tra regime fascista e Santa Sede per arrivare alla stipula dei patti”.

Una trattativa “svolta esclusivamente su questioni finanziarie, con Mussolini intento a ridurre quanto più possibile i costi della Conciliazione e con papa Ratti deciso ad ottenere un’indennità di due miliardi di lire”, ha ricordato Lai. Si arrivò poi ad un compromesso, con “un miliardo e 750 milioni di lire, pagati parte in contanti e parte in titoli al portatore”. Soldi utilizzati poi anche per far decollare l’Istituto Opere di Religione (non a caso istituto da Pio XII nel 1942) e per le speculazioni di Nogara. Saranno cose note di certo note da ottanta anni, ma nelle segrete stanze del Vaticano. E che solo di recente iniziano a venir fuori. Lombardi invoca la prescrizione storica, ma il suo è solo un risibile tentativo di smarcarsi da rivelazioni che stanno facendo il giro del mondo.

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Una questione di soldi. Ovvero il potere economico dello Stato Vaticano

L’illustrazione di un’inchiesta sulla Città del Vaticano ed il suo potere economico.

La Città del Vaticano è una monarchia assoluta, con a capo il Pontefice, l’attuale Benedetto XVI, con una popolazione di 799 abitanti (dati 04/2009). Nonostante all’apparenza sia lo Stato più piccolo del mondo, il Vaticano possiede: la Biblioteca Apostolica Vaticana, con oltre 1.600.00 volumi (alcuni proibiti, altri no), la Specula Vaticana (un osservatorio astronomico), 11 università (solo in Italia), 13 musei (facenti tutti parte dei Musei Vaticani), una radio (Radio Vaticana), un giornale (Osservatore Romano), un cinema (la Filmoteca Vaticana), una casa editrice (Libreria Editrice Vaticana), una televisione (il CTV, Centro Televisivo Vaticano), una ferrovia (Ferrovia Vaticana), un eliporto nei Giardini Vaticani e tanto altro ancora.

Altrettanto grande è la sua economia. All’origine dell’economia del Vaticano vi è la Convenzione Finanziara del 1929, con cui lo Stato Italiano si riconosceva debitore nei confronti dello Stato della Chiesa e accettava di versare a quest’ultimo somme di denaro in contanti o in titoli di stato. Il bilancio del Vaticano è gestito dall’APSA (Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica), dalla Prefettura per gli Affari Economici e dallo IOR (che ricordiamo tutti per il crac del Banco Ambrosiano).

Nel 1998 l’UE ha autorizzato l’APSA ad emettere 670 milioni di euro all’anno a livello numismatico (quindi con il solo scopo di essere venduti ai collezionisti).
Stessa cosa per i francobolli. Nel bilancio del 2008 della Santa Sede, solo dall’Obolo di San Pietro (ovvero le donazioni offerte al Papa dai fedeli sparsi nel mondo) risultava un incasso di 52.686.131 €. Alla Santa Sede, nel 2008, risultavano entrate per 253.953.869 €, che sommate alle entrate dell’Obolo di San Pietro ci porta ad un totale di 306.640.000 €.

Passiamo ora all’Otto per Mille. Lo Stato Italiano, per legge, dovrebbe utilizzarlo per intervenire sulla fame del mondo, calamità naturali e per la conservazione dei beni culturali. Le Chiese (Cattolica, Valdese, Evangelica Luterana, Avventiste del Settimo Giorno, Comunità Ebraiche, Assemblee di Dio) dovrebbero utilizzarle per interventi assistenziali, umanitari o caritativi, interventi sociali e culturali, sostentamento del clero. Gli incassi dell’Otto per Mille, nel 2008, erano di circa 1.002.000.000 €. Dal 2004 lo Stato Italiano sottrae circa 80 mln. di euro per le spese di ordinaria amministrazione. In ogni caso, ad oggi, non è possibile controllare il modo in cui vengono distribuite queste entrate, sia per quanto riguarda lo Stato, sia per quanto riguarda la Chiesa. Si sa, però, che nel 2004 lo Stato ha destinato solo il 4,44 % alla fame nel mondo. La Chiesa Cattolica ha destinato l’80% di quei soldi al sostentamento dei preti, delle diocesi, alla costruzione di nuovi edifici e solo il 20% per opere caritatevoli.

Lo Stato Italiano spende circa 900 milioni di euro all’anno per pagare gli insegnanti di religione. E la Chiesa non paga neanche l’ICI. Come li userà tutti questi soldi?

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Vaticano, bancomat bloccati da Bankitalia per conto sospetto da 40 milioni di euro

Ancora grane per lo Ior. E ancora una volta per mancanza di trasparenza. La Banca d’Italia ha bloccato dal 3 gennaio i Pos distribuiti in circa ottanta tra esercizi, farmacie, musei e punti vendita in Vaticano. Per anomalie sospette nei movimenti per oltre 40 milioni di euro. Denaro che secondo l’Unità di informazione finanziaria della Banca d’Italia è transitato in dodici mesi su un unico conto dello Ior aperto presso Deutsche Bank.

Bloccato quindi l’utilizzo di carte di credito e bancomat dentro Città del Vaticano. Al momento dei controlli, nel settembre 2011, risultava un saldo di circa 10 milioni di euro sul conto in questione, ma del resto del denaro transitato sul conto non si conosce il percorso né chi lo abbia gestito. Non risulta nemmeno che dal Vaticano abbiano chiesto una qualche autorizzazione per installare i Pos.

Già da tempo i magistrati romani con a capo il procuratore aggiunto Nello hanno indagato sullo Ior, disponendo il sequestro di 23 milioni di euro. La procura di Roma ha rilevato “carenze” nella regolamentazione dell’antiriciclaggio da parte dell’Istituto Opere di Religione. E Bankitalia ha quindi sospeso i pagamenti tramite point of sale. Un mistero infatti a chi sia intestato il conto vaticano e chi possa operarvi.

Nel maggio scorso anche JP Morgan aveva chiuso un conto dello Ior, su cui era transitato circa un miliardo di euro in un anno e mezzo, per problemi di trasparenza finanziaria. Diverse operazioni spericolate dell’Istituto Opere di Religione avevano suscitato critiche, tanto che Marco Lillo su Il Fatto Quotidiano aveva parlato di “beffa” alla giustizia italiana. Anche la nostra associazione aveva scritto al ministro della Giustizia Paola Severino.

Anche altri conti intestati a religiosi ma gestiti da persone fuori dal Vaticano sono sotto la lente della procura. Conti su cui transitavano quotidianamente decine di migliaia di euro. Dal canto suo l’Autorità d’informazione finanziaria della Santa Sede <a data-cke-saved-href=”http://it.radiovaticana.va/news/201…; href=”http://it.radiovaticana.va/news/201…; autorit%c3%a0_d’informazione_finanziaria_della_santa_sede_per=”” it1-655278″=””>esprime “sorpresa” per il blocco delle transazioni tramite Pos. Il direttore René Bruelhart ricorda che lo Ior ha superato l’esame del Moneyval del Consiglio d’Europa, per 9 raccomandazioni su 16. Ma va ricordato che le perplessità rimangono tuttora, perché il Vaticano si è impegnato solo in ritardo e dopo sollecitazione esterna per dare un po’ di trasparenza al sistema. Senza contare il tacito sostegno del governo Monti per superare il giudizio dell’autorità del Consiglio d’Europa.

Rimane la sempiterna domanda: perché lo Stato italiano dovrebbe continuare a far da tramite per un istituto di credito extracomunitario così poco trasparente, e già più volte implicato nel riciclaggio di denaro di provenienza illecita (dalle tangenti ai proventi della mafia)?

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Troppi controlli, lo Ior trasferisce tutto all’estero

Da quando Banca d’Italia ha ritenuto che alcune operazioni poste in essere dallo Ior avessero violato la normativa antiriciclaggio, e la Procura di Roma ha conseguentemente operato un maxisequestro di ventitré milioni di euro e aperto un’inchiesta che vede indagati il presidente Gotti Tedeschi e il direttore generale Cipriani, la banca centrale italiana ha considerato ‘extracomunitaria’ la banca vaticana.In risposta, scrive Repubblica, lo Ior ha spostato gran parte della sua operatività finanziaria nel paese del papa, la Germania.La scarsa disponibilità a rispondere alle domande degli inquirenti è stata peraltro ribadita ieri da un articolo pubblicato sul quotidiano l’Unità (Riciclaggio, quattro preti indagati. I silenzi del Vaticano sui controlli) e dalla trasmissione di La7 Gli Intoccabili.Casa originale di questo articolo
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Di Claudio Forleo | 23.01.2013 18:43 CET

La Chiesa e i rapporti con il partito fascista, un do ut des durato quasi vent’anni durante i quali il Vaticano ha fatto finta di non vedere il vero volto del regime. I Patti Lateranensi, il riconoscimento reciproco agli occhi del mondo, e adesso il denaro. Un’inchiesta del giornale inglese Guardian scopre infatti un altro vaso di Pandora.

Hitler e Mussolini durante la Seconda Guerra Mondiale. Con i soldi versati dal partito fascista nelle casse vaticane, la Chiesa avrebbe costruito un immenso patrimonio offshore, collezionando immbili in Francia, Svizzera e Gran Bretagna per un valore complessivo pari a 650 milioni di euro. Un segreto che ha resistito per decenni. Al centro una società con sede a New York presso la JP Morgan e che si chiama Profima, attiva sin dagli anni Trenta.

Nelle casse della società Mussolini versò un bel gruzzoletto, pari ad attuali 65 milioni di euro investiti e controllati poi dall’avvocato Bernardino Nogara, che secondo il Guardian agiva come ‘finanziere’ del Papa. La Profima era stata ‘attenzionata’ dai servizi segreti inglesi durante la seconda guerra mondiale perchè avrebbe agito “contro gli interessi degli Alleati”.

Chi controlla oggi quel tesoro, che nel frattempo ha decuplicato il suo valore? L’Apsa (Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica), una costola del Vaticano guidata da Paolo Mennini. Il Guardian ha chiesto un commento al nunzio apostolico di Londra, senza ottenere alcuna risposta.

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Un patrimonio nascosto fatto di case, negozi e uffici extra lusso nel cuore della City, comprato con i soldi del fascismo. Il tutto in mano ad una società offshore. È questa la nuova accusa mossa al Vaticano. Da quanto emerge da un’inchiesta portata avanti dal Guardian, lo Stato pontificio avrebbe  creato un portafoglio internazionale nel corso di diversi anni grazie a dei soldi consegnati da Benito Mussolini al finanziere del Papa di allora, Bernardino Nogara, in cambio del riconoscimento pontificio del regime fascista attraverso il concordato del 1929.

Secondo il giornale inglese, il patrimonio immobiliare in questione è stato acquistato attraverso la società britannica Grolux Investments Ltd a sua volta controllata da un’altra società, la Profima con base in Svizzera. Dopo alcune ricerche d’archivio, il Guardian è riuscito rivelare che la Profima appartiene al Vaticano sin dalla seconda guerra mondiale. È proprio in quel periodo che iniziava l’attività capitalistica del Papa grazie all’equivalente di 650 milioni di euro ottenuto dalla Santa Sede come contraccambio per il riconoscimento dello stato fascista, o meglio come “danni per la fine del suo potere temporale”.

La reazione della Santa Sede, naturalmente, non si è fatta attendere: «Sono stupefatto per l’articolo del Guardian perché mi sembra provenire da qualcuno che sta tra gli asteroidi. Sono cose note da ottant’anni, con il Trattato del Laterano, e chi voleva una divulgazione del tema a livello popolare si poteva leggere Finanze vaticane di Benny Lai», ha detto padre Federico Lombardi

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Il Vaticano si è arricchito con i soldi di Benito Mussolini

L’inchiesta del Guardian prova a far luce su alcune proprietà immobiliari che fanno capo al Vaticano tra Londra e Parigi

L'inchiesta del Guardian prova a far luce su alcune proprietà immobiliari che fanno capo al Vaticano tra Londra e ParigiSi parte dal negozio di Bulgari su New Bond Street e si arriva ad un edificio nell’elegantissima zona di St. James’s Square, all’angolo con Pall Mall. Il Guardian ha scovato proprietà immobiliari di altissimo pregio (e valore) a Londra che fanno capo al Vaticano.

In un lungo articolo il quotidiano britannico prova a far luce sulle proprietà immobiliari che fanno capo al Vaticano. Ma rintracciare la vera proprietà dei lussuosi immobili non è così facile, visto che “il Vaticano si avvale di una struttura di società offshore” e che “anche i referenti individuati, alla richiesta del giornale di rendere nota la proprietà, si sono trincerati dietro la facoltà di mantenere quelle informazioni riservate”.

Il titolo dell’articolo è significativo: “Come il Vaticano ha costruito un impero segreto utilizzando i milioni di Mussolini”. Il sistema: “Paradisi fiscali, società offshore” e così si è dato vita a un portafoglio internazionale di “500 milioni di sterline”. Che al cambio fanno quasi 600 milioni di euro.

Il Guardian va poi oltre Londra e accenna ad altre e altrettanto prestigiose proprietà immobiliari che fanno capo al Vaticano, a Parigi per esempio. E sottolinea come questo “impero” sia stato costruito negli anni utilizzando, in origine, il denaro ricevuto da Mussolini in cambio del riconoscimento del regime fascista da parte del Papa.

Il quotidiano, infine, menziona di aver contattato al riguardo il nunzio apostolico a Londra, l’arcivescovo Antonio Mennini: “Il Guardian ha chiesto al rappresentante del Vaticano a Londra, il nunzio apostolico arcivescovo Antonio Mennini, perché il papato ha continuato con tanta segretezza sull’identità dei suoi investimenti immobiliari a Londra. Fedele alla sua tradizione di silenzio sull’argomento, il portavoce della chiesa cattolica romana ha detto che il nunzio non avrebbe commentato”.

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(23 Gennaio 2013)

Una società off-shore custodisce un patrimonio da circa 650 milioni di euro. Per conto della Santa Sede, che ha raggranellato prestigiosi locali ed edifici nella capitale britannica. Grazie ai soldi che Mussolini diede al papato con i Patti Lateranensi.

A chi appartiene il locale che ospita la gioielleria Bulgari a Bond street, più esclusiva via dello shopping nella capitale britannica? E di chi è l’edificio in cui ha sede la Altium Capital, una delle più ricche banche di investimenti di Londra, all’angolo super chic tra St. James Square e Pall Mall, la strada dei club per gentiluomini? La risposta alle due domande è la stessa: il proprietario è il Vaticano. Ma nessuno lo sa, perché i due investimenti fanno parte di un segretissimo impero immobiliare costruito nel corso del tempo dalla Santa Sede, attualmente nascosto dietro un’anonima società off-shore che rifiuta di identificare il vero possessore di un portfolio da 500 milioni di sterline, circa 650 milioni di euro. E come è nata questa attività commerciale dello Stato della Chiesa? Con i soldi che Benito Mussolini diede in contanti al papato, in cambio del riconoscimento del suo regime fascista, nel 1929, con i Patti Lateranensi.

A rivelare questo storia è il Guardian, con uno scoop che oggi occupa l’intera terza pagina. Il quotidiano londinese ha messo tre reporter sulle tracce di questo tesoro immobiliare del Vaticano ed è rimasto sorpreso, nel corso della sua inchiesta, dallo sforzo fatto dalla Santa Sede per mantenere l’assoluta segretezza sui suoi legami con la British Grolux Investment Ltd, la società formalmente titolare di tale cospicuo investimento internazionale. Due autorevoli banchieri inglesi, entrambi cattolici, John Varley e Robin Herbert, hanno rifiutato di divulgare alcunché e di rispondere alle domande del giornale in merito al vero intestatario della società.

Ma il Guardian è riuscito a scoprirlo lo stesso attraverso ricerche negli archivi di Stato, da cui è emerso non solo il legame con il Vaticano ma anche una storia più torbida che affonda nel passato. Il controllo della società inglese è di un’altra società, chiamata Profima, con sede presso la banca JP Morgan a New York e formata in Svizzera. I documenti d’archivio rivelano che la Profima appartiene al Vaticano sin dalla seconda guerra mondiale, quando i servizi segreti britannici la accusarono di “attività contrarie agli interessi degli Alleati”. In particolare le accuse erano rivolte al finanziere del papa, Bernardino Nogara, l’uomo che aveva preso il controllo di un capitale di 65 milioni di euro (al valore attuale) ottenuto dalla Santa Sede in contanti, da parte di Mussolini, come contraccambio per il riconoscimento dello stato fascista, fin dai primi anni Trenta. Il Guardian ha chiesto commenti sulle sue rivelazioni all’ufficio del Nunzio Apostolico a Londra, ma ha ottenuto soltanto un “no comment” da un portavoce.

C’è da stupirsi con che “faccia di bronzo” il Vaticano non solo abbia il coraggio di chiedere il 5 per mille ai lavoratori italiani, ma possa (in un momento di dura crisi come quella attuale) continuare a non pagare tasse, Imu, Irpec, Ici e compagnia cantante….mantenendo sempre la convinzione di essere unica voce di Dio in terra.
E’ ora di risvegliare definitivamente le coscienze!

E’ ora che il Vaticano cominci a mettere in pratica gli insegnamenti di Cristo…sempre che agli altri prelati interessi ancora la parola di povertà ed uguaglianza di Gesù…

22 gennaio 2013

Linea Rossa

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Palazzi e negozi di lusso a Londra Ecco il tesoro di mattoni del Vaticano

Secondo il Guardian, è frutto di una donazione di Mussolini ed è gestito da società offshore. La Santa Sede: “Stupiti: è tutto noto”

– Mer, 23/01/2013 – 07:39
I soldi del Vaticano, la sua banca e i suoi tesori, misteri che iniziano oramai a essere un’ossessione per molti. Dopo la tegola della Banca d’Italia che ha provveduto al blocco di tutti i Pos degli esercizi commerciali all’interno delle mura leonine per un conto sospetto da quaranta milioni di euro, ecco un articolo del Guardian di ieri che si dice sicuro di aver scovato proprietà immobiliari di altissimo pregio a Londra che fanno capo al Vaticano il quale si avvale, dice lo stesso quotidiano, di «una struttura offshore».

Insomma, un patrimonio nascosto fatto di abitazioni e uffici extra lusso, nel cuore della City.

Dice il Guardian che il portafoglio internazionale della Chiesa è stato realizzato nel corso degli anni grazie ai contanti consegnati da Benito Mussolini in cambio del riconoscimento pontificio del regime fascista attraverso il concordato del 1929. Diverse palazzine e uffici nel Regno Unito sono state acquistate attraverso la società britannica Grolux Investments Ltd, che detiene anche le altre proprietà sempre nel Regno Unito. La Grolux ha ereditato il suo portafoglio grazie a una riorganizzazione nel 1999 di due società (Grolux Estates Ltd e Cheylesmore, ndr).

Le azioni di queste imprese erano detenute da una società di nome Profima, la cui sede presentava l’indirizzo della banca JP Morgan a New York. I documenti d’archivio che il Guardian è riuscito a fare suoi rivelano che la Profima appartiene al Vaticano sin dalla seconda guerra mondiale, quando i servizi segreti britannici la accusarono di «attività contrarie agli interessi degli Alleati». In particolare le accuse erano rivolte al finanziere del Papa, Bernardino Nogara, l’uomo che aveva preso il controllo di un capitale di 65 milioni di euro (al valore attuale) ottenuto dalla Santa Sede in contanti, da parte appunto di Mussolini, come contraccambio per il riconoscimento dello stato fascista, fin dai primi anni Trenta.

Pochi turisti di passaggio a Londra, scrive ancora il quotidiano britannico, potrebbero mai immaginare che i locali di Bulgari, le gioiellerie di lusso di New Bond Street, avessero qualcosa a che fare con il Vaticano? Così come la sede della vicina ricca banca d’investimento Altium Capital, all’angolo tra St James’s Square and Pall Mall? Eppure, in realtà, questi uffici situati in uno dei quartieri più lussuosi di Londra farebbero parte appunto di questo impero segreto immobiliare e commerciale di proprietà del Papato attraverso queste società segrete i cui i referenti, però, una volta individuati, si sono decisamente trincerati dietro la facoltà di mantenere riservate ogni informazione in merito. Come in silenzio è rimasto il nunzio apostolico a Londra, l’arcivescovo Antonio Mennini, a cui il Guardian ha provato a chiedere un parere.

La reazione della Santa Sede, naturalmente, non si è fatta attendere: «Sono stupefatto per l’articolo del Guardian perché mi sembra provenire da qualcuno che sta tra gli asteroidi», ha detto padre Federico Lombardi nel giorno in cui lascia la direzione del Centro televisivo vaticano – al suo posto Dario Edoardo Viganò, attuale direttore della Rivista del Cinematografo e direttore del Centro Lateranense Alti Studi – e contestualmente vede arrivare nella sala stampa vaticana che egli continua a dirigere un nuovo vice direttore, il salernitano Angelo Scelzo, già sottosegretario del Pontificio consiglio delle comunicazioni sociali.

Dice Lombardi: «Sono cose note da ottant’anni, con il Trattato del Laterano, e chi voleva una divulgazione del tema a livello popolare si poteva leggere Finanze vaticane di Benny Lai». Lai, decano dei vaticanisti, non ha però soltanto mappato le finanze della Santa Sede, ma ne ha anche descritto i lati più oscuri: il caso Ior/Ambrosiano, i rapporti del Vaticano con il banchiere Michele Sindona, la storia di Paul Marcinkus, capo dello Ior ai tempi del caso Ambrosiano.

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Chiarezza sullo IOR

venerdì 26 aprile 2013

Un primo passo per far luce sui meccanismi dell’istituto bancario nell’ottica di una riforma gloabale della Curia. GIACOMO GALEAZZI Vatican insider lastampa.it CITTA’ DEL VATICANO «Il Papa sta dedicando attualmente la sua attenzione e le sue forze alle priorità di interesse più ampio del governo della Chiesa- precisa il portavoce vaticano,padre Federico Lombardi-.Anche se naturalmente incoraggia la prosecuzione dell’impegno di trasparenza nelle attività amministrative e finanziarie della Santa Sede e delle diverse istituzioni vaticane». Prima di prendere qualunque decisione (riforma o cessione) papa Bergoglio intende far luce sui meccanismi dell’Istituto e, secondo quanto si apprende nei Sacri Palazzi, avrebbe chiesto la documentazione alla dirigenza della Banca vaticana. Chi si celi dietro i conti cifrati dello Ior è uno dei segreti meglio conservati Oltretevere e già in passato fu opposto il “segreto bancario” in momenti nei quali si ipotizzava una redifinzione delle sacre finanze. E’ noto, per esempio, che Giovanni Paolo I, che da patriarca di Venezia si era contrappoposto a Marcinkus nella controversa vicenda della cessione di un istituto cattolico veneto, intendesse far chiarezza sulla reale titolarità dei fondi depositati in Curia, in vista di una drastica ridefinizione degli organigrammi interni. Ora è possibile che, nel quadro della riforma della Curia romana avviata dal nuovo Papa, anche lo Ior venga cambiato. Lo hanno detto sia il cardinale hondureno Oscar Rodriguez Maradiaga, uno degli otto ‘saggi’ chiamati dal Papa, che il cardinale Francesco Coccopalmerio, autore della prima bozza di riforma. Difficilmente Papa Bergoglio chiuderà l’istituto, che serve, ad esempio, per finanziare le Chiese dei paesi più poveri che vivono in situazione di grande difficoltà economica. Ma gli scandali dello Ior hanno gravato per troppo tempo sul Vaticano. Per quanto riguarda gli utili conseguiti, essi non vanno corrisposti ad azionisti (che non esistono) ma sono devoluti in favore di opere di religione e di carità. Come modificare la percezione che la banca vaticana ricicla il denaro della mafia? “Effettivamente è una percezione che può rispondere o meno alla realtà”, ha risposto di recente il monsignore argentino Marcelo Sanchez Sorondo in un’intervista al ‘Clarin’. “E’ certo che riciclano denaro i ricchi italiani. Credo che Papa Benedetto è stato molto rigoroso e stanno lavorando per pulire tutto ciò e cambiarlo. Credo che Bergoglio sarà ancor più rigoroso, è molto pratico e non è italiano”. L’ex portavoce di Bergoglio a Buenos Aires, Federico Wals, ha citato in un’intervista al vaticanista americano John Allen il precedente di quando l’allora cardinale decise di rinunciare alla partecipazione della diocesi in diverse banche, per garantire maggior rigore nei conti della Chiesa, affidandosi a istituti di credito sicuri. E’ dunque ipotizzabile una trasformazione dello Ior in una sorta di banca etica. Sono rilevanti gli investimenti esteri dello Ior, in prevalenza in titoli di Stato o portafogli a basso rischio. Gli interessi medi annui oscillano dal 4 al 12% e, non esistendo tasse all’interno dello Stato vaticano, si tratta di rendimenti netti. Di certo le decisioni sullo Ior faranno parte di un più complessivo rinnovo del settore finanziario del Vaticano, che potrebbe portare all’accorpamento dei dicasteri economici (Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica, che ha una sua “cassaforte”, e prefettura degli Affari economici, trasformata da Bertone in una sorta di ministero del bilancio) sotto la guida unica del Governatorato. In accordo con l’Autorità di informazione finanziaria, la “authority” vaticana. In linea con le indicazioni di Moneyval. E coerentemente con la “battuta” di Bergoglio: gli uffici sono necessari, “ma fino a un certo punto”. Uno degli ultimi atti di Benedetto XVI prima che la rinuncia al Pontificato divenisse efficace è stata invece l’approvazione della nomina dell’avvocato Ernst von Freyberg da parte della Commissione cardinalizia di Vigilanza dell’Istituto per le Opere di Religione (Ior) 9 mesi dopo la sofferta revoca del professor Ettore Gotti Tedeschi. Ma è stato lo stesso Benedetto XVI in occasione della celebrazione del mercoledì delle ceneri, con la drammatica denuncia delle «divisioni che deturpano il volto della Chiesa», a confidare ad alcuni cardinali che il suo cruccio maggiore nel lasciare il Pontificato era proprio il fatto di non aver potuto completare la Riforma della Curia avviata da Paolo VI nella direzione di una maggiore sobrietà ed efficienza. In questa direzione andrebbe la riorganizzazione dei dicasteri economici (Apsa e Prefettura) che potrebbero diventare sezioni della Segreteria di Stato, a sua volta unificata con il Governatorato della Città del Vaticano, che non è un dicastero di Curia ma ad essa fornisce i supporti organizzativi e logistici. In sostanza, così ci sarebbe un solo cardinale invece dei quattro attuali (Bertone, Bertello, Vresaldi e Calcagno) e la Segretria di Stato avrebbe 3 o 4 sezioni invece delle due attuali (quella degli affari generali affidata al sostituto Becciu e quella per i rapporti con gli Stati affidata a Mamberti). Alla fine dei «giochi» ci sarebbero dunque una decina di capi dicastero in meno, una scelta dirompente, anche se ci sono alcuni precedenti: nel 1973 Paolo VI prepensionò il cardinale 65enne Paolo Bertoli che rimase senza incarico; nel 2006 Benedetto XVI trasferì il cardinale Crescenzio Sepe dalla Congregazione dell’Evangelizzazione dei popoli alla guida della diocesi di Napoli e il presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo con i non cristiani, monsignor Michael Fitzgerald, alla nunziatura del Cairo.Lo Ior consta di 130 dipendenti, un patrimonio stimato (nel 2008) di 5 miliardi di euro, 44mila conti correnti, riservati a dipendenti vaticani, ecclesiastici e ad un novero di laici e di enti privati.

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21 maggio 2013
USA OTAN drapeau
Di Manlio Dinucci
Global Research, April 16, 2013

Macché crisi! Nel 2012 l’Italia è salita al decimo posto tra i paesi con le più alte spese militari del mondo, rispetto all’undicesimo nel 2011. Lo documenta il Sipri, l’autorevole istituto internazionale con sede a Stoccolma, che ha pubblicato ieri gli ultimi dati sulla spesa militare mondiale. Quella italiana ammonta su base annua a circa 34 miliardi di dollari, pari a 26 miliardi di euro. Il che equivale a 70 milioni di euro al giorno, spesi con denaro pubblico in forze armate, armi e missioni militari all’estero. Mentre mancano i fondi anche per pagare la cassa integrazione.

Usa/Nato sempre in testa

A fare da locomotiva della spesa militare mondiale, salita nel 2012 a 1753 miliardi di dollari, sono ancora gli Stati uniti, con 682 miliardi, equivalenti a circa il 40% del totale mondiale. Compresi gli alleati, la spesa militare Nato ammonta a oltre 1000 miliardi annui, equivalenti al 57% del totale mondiale.

Tra i «G-10» – Usa, Cina, Russia, Gran Bretagna, Giappone, Francia, Arabia Saudita, India, Germania, Italia – la cui spesa militare equivale ai tre quarti di quella mondiale, gli Stati uniti spendono più degli altri nove messi insieme. Nella presentazione del budget del Pentagono si ribadisce che gli Usa posseggono «le forze armate meglio addestrate, meglio dirette e meglio equipaggiate che siano mai state costruite nella storia» e che sono decisi a mantenere tale primato.

Obiettivo del Pentagono è rendere le forze Usa più agili, più flessibili e pronte ad essere dispiegate ancora più rapidamente. La riduzione delle forze terrestri si inquadra nella nuova strategia, testata con la guerra di Libia: usare la schiacciante superiorità aerea e navale Usa e far assumere il peso maggiore agli alleati. Ma non per questo le guerre costano meno: i fondi necessari vengono autorizzati dal Congresso di volta in volta, aggiungendoli al bilancio del Pentagono.

L’annunciato taglio del budget militare Usa di 45 miliardi annui nel prossimo decennio è quindi tutto da vedere. Va inoltre considerato che, oltre al budget del Pentagono, vi sono nella spesa federale altre voci di carattere militare – tra cui 140 miliardi annui per i militari a riposo, 53 per il «programma nazionale di intelligence», 60 per la «sicurezza della patria» – che portano la spesa reale Usa a oltre 900 miliardi, ossia a più della metà di quella mondiale.

La rincorsa degli altri

La strategia Usa punta ad accrescere la spesa militare degli alleati, sia interni che esterni alla Nato, anche perché è l’industria bellica statunitense a fornire loro la maggior parte degli armamenti. I risultati non mancano: la spesa militare dell’Europa orientale è aumentata nel 2012 di oltre il 15% rispetto all’anno precedente. La Polonia aggiungerà al budget militare, in dieci anni, 33,6 miliardi di euro per potenziare le forze armate realizzando (con tecnologie importate dagli Usa) un proprio «scudo missilistico» nel quadro di quello Usa/Nato.

In forte aumento anche la spesa militare degli alleati mediorientali, cresciuta in un anno di oltre l’8%: in testa l’Oman con il 51% di aumento e l’Arabia saudita con il 12%. In forte crescita anche quella del Nordafrica, aumentata del 7,8%. In America latina, è in testa il Paraguay con un aumento annuo del 51%, mentre la spesa militare del Messico è cresciuta di circa il 10%.

Nelle stime del Sipri, la Cina resta al secondo posto mondiale, con una spesa stimata nel 2012 in 166 miliardi di dollari, equivalenti al 9,5% di quella mondiale. Ma il suo ritmo di crescita (175% nel 2003-2012) è maggiore rispetto a quello degli altri paesi. Tale accelerazione è dovuta fondamentalmente al fatto che gli Usa stanno attuando una politica di «contenimento» della Cina, spostando sempre più il centro focale della loro strategia nella regione Asia/Pacifico. In rapido aumento anche la spesa della Russia, che con 90 miliardi di dollari si piazza al terzo posto mondiale.

Il coro di quanti hanno accolto i dati del Sipri inneggiando ai «tagli» della spesa militare statunitense e al «crollo» di quella italiana è un grottesco tentativo di nascondere la realtà: il fatto che si gettano nel pozzo senza fondo della spesa militare enormi risorse che, invece di essere usate per risolvere i problemi vitali, servono a preparare nuove guerre aggravando la condizione di povertà in cui è relegata metà della popolazione mondiale.

Manlio Dinucci

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L’industria bellica mondiale è controllata dal Sistema di matrice giudaico-massonica, la stessa che attraverso i gruppi finanziari come Goldman Sachs, JP Morgan e Rothschild controlla i debiti pubblici di molti stati, per cui le elevate spese militari di quei paesi si giustificano solo in questa maniera.