domenica 14 luglio 2013

omicidio moroPer anni chi aveva denunciato quanto accertato dalla Procura di Roma era stato accusato di fare giornalismo-spazzatura: la prigione di Aldo Moro in via Montalcini 8 era stata localizzata dai servizi e monitorata per settimane. Lo statista democristiano l’8 maggio 1978 avrebbe dovuto essere liberato con un blitz dei reparti speciali ma una telefonata bloccò l’operazione.

Aldo Moro doveva morire e il suo assassinio fatto passare per atto terroristico.

Aldo Moro venne rapito il 16 marzo 1978 e ucciso dopo 55 giorni di prigionia, ufficialmente e materialmente dalle Brigate Rosse. Gesto rivendicato da Moretti e compagnia per colpire l’uomo del compromesso storico e per arrestare la marcia del Partito comunista verso le istituzioni.

Probabilmente all’origine i brigatisti non avevano intenzione di uccidere il presidente della Dc, ma scambiarlo con alcuni compagni detenuti, poi prevalse la linea della fermezza dettata da Andreotti e Cossiga che, a quanto si apprende adesso, non fu semplicemente un rifiuto a trattare con le Brigate Rosse, ma ebbe un ruolo con l’obiettivo ben preciso di eliminare Aldo Moro dalla scena politica italiana, ad ogni costo.

Nell’ottobre del 2008, un brigadiere della Guardia di Finanza, Giovanni Ladu, si presenta presso lo studio di Ferdinando Imposimato, presidente emerito della Corte di Cassazione, con un memoriale sui 55 giorni del sequestro Moro.

Ladu apparteneva alle squadre speciali che avevano individuato e sorvegliavano l’appartamento di via Montalcini.

Il militare racconta che nell’appartamento situato sopra la prigione di Moro erano stati piazzati dei microfoni e, particolare interessante, quasi tutte le conversazioni telefoniche intercettate, erano in inglese “Scoprimmo in seguito – ricorda – che si trattava di agenti segreti di altre nazioni, anche se erano i nostri 007 a sovrintendere a tutte le operazioni”.

E si arriva al fatidico 8 maggio, il giorno del blitz, ma accade l’imponderabile “Quello stesso giorno ci comunicarono che dovevamo preparare i bagagli perché abbandonavamo la missione. – prosegue il brigadiere Ladu- Rimanemmo tutti interdetti perché non capivamo il motivo di questo abbandono. La nostra impressione fu che Moro doveva morire”.

Decisione accompagnata da un ordine perentorio: dimenticare l’operazione.

Giustamente il magistrato Imposimato è perplesso di fronte a queste rivelazioni:perché Giovanni Ladu ha atteso trent’anni prima di parlare? La risposta del finanziere in merito al suo silenzio è categorica “Avevo paura per la mia incolumità e per quella della mia famiglia. Ancora oggi parlare mi costa molto”.

Per quattro anni Ferdinando Imposimato si impegna in uno scrupoloso lavoro di verifiche e riscontri, prima di inoltrare il dossier alla Procura di Roma, mentre altre due testimonianze rafforzano il racconto di Ladu.

Si tratta di due appartenenti alla Gladio Sarda, Oscar Puddu e Antonino Arconte che rivelano di aver ricevuto da Roma la richiesta di contattare esponenti dell’Olp per favorire una mediazione e consentire la liberazione di Moro.

Un dispaccio conteneva questa richiesta, documento che Arconte consegnò al colonnello del Sismi Mario Ferraro, in seguito trovato morto nella sua abitazione in circostanze mai chiarite.

Tornando alla telefonata che bloccò il blitz per liberare Moro, Ladu riferisce che, secondo i vertici dei carabinieri, quell’ordine partì dal ministero degli Interni, quindi da Andreotti e Cossiga.

Il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa avrebbe pervicacemente insistito per portare a termine l’operazione di via Montalcini ma, secondo alcune testimonianze venne convocato a Forte Braschi, sede del Sismi, da Cossiga e Andreotti, che “lo redarguirono duramente”.

In seguito Dalla Chiesa venne spedito a Palermo, feudo andreottiano, dove Cosa Nostra non ebbe problemi ad eliminarlo.

E’ curioso che tutto questo emerga dopo la scomparsa di Francesco Cossiga e Giulio Andreotti. Un’inchiesta che potrebbe ribaltare oltre trent’anni di menzogne e complicità, anche se chi sa e gestiva i rapporti con poteri criminali interni e internazionali, a tutt’oggi tace.

Fonte: http://www.articolotre.com/2013/07/omicidio-moro-la-scomparsa-di-andreotti-e-cossiga-permettera-di-squarciare-il-velo-di-trentanni-di-complicita/187468

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Il panopticon della povertà

Dopo gli Stati Uniti, la svolta neoliberista del sistema detentivo sbarca in Italia. Crescono i detenuti, il superaffollamento delle celle, ma non decolla la privatizzazione della gestione delle prigioni. Un percorso di lettura sul carcere come una istituzione finalizzata al controllo sociale di una popolazione sempre più impoverita

Per fare alcune considerazioni sul rapporto stretto che lega neoliberismo e carcere, è opportuno partire dal volume di Loïc Wacquant Iperincarcerazione. Neoliberismo e criminalizzazione della povertà negli Stati Uniti (Ombre corte. Ne ha già scritto su questo giornale Vincenzo Vita il 7 giugno). È, quello dello studioso francese, un «diario della crisi» dell’Impero visto da uno dei suoi lati più oscuri: il disastro sociale, eppur funzionale e messo a valore, che l’ideologia neoliberista ha provocato negli States. Lo stesso autore con Punire i poveri. Il nuovo governo dell’insicurezza sociale (DeriveApprodi) e Simbiosi mortale. Neoliberismo e politica penale (Ombre corte), ancora prima che esplodesse la bolla finanziaria del 2008 aveva anticipato come il controllo e la gestione della marginalità, tramite l’ipertrofia penale e carceraria, avrebbero portato gli Usa a essere elencati tra i paesi con il più alto tasso di carcerizzazione del mondo esibendo senza alcuna vergogna settecentosedici prigionieri su centomila abitanti al 2012 (i dati sono ricavati dagli studi dell’International Centre for Prison Studies).

Il neoliberismo, tuttavia, non ha bisogno di modificare così in profondità la struttura dello Stato. Gli basta una ridislocazione di alcuni meccanismi sociali: dalla distruzione del welfare, passando per il workfare, si arriva al prisonfare. Questo passaggio, sostiene Wacquant, non riguarda tutti gli americani ma una maggioranza percepita come classe pericolosa, una galassia caleidoscopica costituita da un’infinità di soggetti e gruppi sociali caratterizzati da una loro specificità: l’irriducibilità a un mercato del lavoro sempre più desocializzato, strutturalmente precario e schiavistico, che li induce a rivolgersi all’economia informale di strada. In altre parole, come documenta Alessandro Dal Lago nel saggio La produzione della devianza (ombre corte), sono i poveri, i reietti, i disoccupati, le etnie ispaniche e nere, il sottoproletariato delle grandi periferie metropolitane, i sofferenti psichiatrici, le prostitute e i tossicodipendenti ad essere stritolati nelle tecnologie del controllo messe in campo dagli stati nazionali.

Il business penitenziario

Da qui la soluzione neoliberista, che vede un’espansione ormai illimitata dello stato penale su quello sociale, l’ipertrofia degli apparati del controllo disciplinare a scapito di chi ha accettato le condizioni spaventose del lavoro postindustriale e di chi da questo ne è stato escluso. Di conseguenza, naturalmente, si è avuto a seguire un businnes penitenziario (Nils Christie, Il business penitenziario, Elèuthera) in continua evoluzione. Prende così forma un processo di privatizzazione della pena e della sua gestione con l’ingresso, tra gli anni Settanta e gli anni Novanta, delle società imprenditoriali del settore (oggi in riduzione), un’enorme produzione di servizi forniti dai soliti privati in appalto (sanità, educazione, assistenza, logistica, ecc.), il sovradimensionamento di tutto l’apparato punitivo (polizia, agenti penitenziari, Corti penali) e della professione forense. Un affare che complessivamente macina profitti per miliardi di dollari l’anno. Un analogo e lucroso businnes lo hanno avuto le industrie che, portando la produzione all’interno degli stabilimenti penitenziar,i hanno trovato lavoro vivo a sfruttamento totale sotto ricatto e a prezzi imbattibili se paragonati a quelli di fuori. Per quanto riguarda l’Europa, l’importazione del modello penale statunitense ha avuto come conseguenza il raddoppio, negli ultimi venticinque anni, dei i tassi di carcerizzazione, che si sono assestati a una media di 100 prigionieri ogni 100.000 abitanti con un trend dell’ipertrofia dello Stato penale e del suo indotto produttivo in continuo aumento.
Nondimeno l’Italia, da brava prima della classe, che dal 1966 al 1992 aveva un tasso di carcerizzazione tra 50 e 60 prigionieri per 100.000 abitanti, dal 1992 in soli 8 anni è passata a 100 su 100.000. Al 2012 il nostro Paese vanta una percentuale temporaneamente in assestamento di 109 su centomila (International Centre for Prison Studies). Gli altri dati più noti al pubblico sensibile e facilmente riscontrabili sul web sono: dopo aver toccato una punta di settantamila negli anni precedenti, la popolazione carceraria italiana è provvisoriamente assestata su sessantaseimila prigionieri nei 206 istituti penali esistenti. Il tasso di sovraffollamento è 140, ossia 140 prigionieri per 100 posti letto effettivamente disponibili. La composizione carceraria mostra un 37% d’imprigionati per aver violato le leggi sulle sostanze stupefacenti, con un drastico aumento riscontrato dopo l’entrata in vigore della «Fini-Giovanardi» (Legge 309 del 28/02/2006), e un 35% di stranieri come «ottimo» risultato della «Bossi-Fini» (Legge 189 del 30/07/2002). Il rimanente è costituito da uomini e donne incarcerati per reati «predatori di strada» (nomadi, prostitute, psichiatrizzati e marginalizzati in seguito all’espulsione dal mercato del lavoro). Poco meno di 700 i murati vivi dell’incostituzionale 41 bis, tra i quali si riscontra il 4% di suicidi sul totale.
Le censure europee

L’ergastolo, messo all’indice nel 2013 da una sentenza della Corte europea dei diritti umani per palese violazione di tali diritti e incostituzionale secondo l’articolo 27, 3° comma, della Costituzione italiana, colpisce circa millequattrocento detenuti. Si aggira intorno al quaranta per cento sul totale il numero degli imprigionati in custodia cautelare o con sentenze non definitive, dei quali circa la metà saranno scarcerati in seguito all’accertamento della loro innocenza dopo mesi o anni di galera a titolo gratuito. Infine, la tortura. Secondo il Michael Foucault di Sorvegliare e punire e siste da sempre. Oggi sopravvive non solo per la disumana condizione cui il sovraffollamento endemico e strutturale sottopone i prigionieri, ma anche – come documentato da decine di interpellaze parlamentari e da decine di denunce di associazione dei diritti civili – a causa di «squadrette» fuori controllo di agenti violenti che si aggirano indisturbate nelle galere nostrane. In questo caso, non si tratta di estorcere confessioni, ma di stabilire un rigido controllo disciplinare all’interno degli istituti penali e giudiziari (S. Verde, Massima sicurezza, Odradek). Di norma i pestaggi colpiscono i prigionieri riottosi o coloro che hanno reclamato i propri diritti con una certa insistenza. Queste violenze in genere avvengono nelle celle d’isolamento, lontano da eventuali testimoni, nelle quali i malcapitati sono trasferiti per subire il «trattamento». Una realtà, questa, più volte condannata dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti. L’Italia, è noto, non ha una legge sulla tortura, come più volte sottolineato dagli organismi comunitari, da una campagna da parte di pochi deputati e associazioni della società civile. L’indifferenza da parte dei governi che si sono succeduti nel nostro paese è testimoniata dal fatto che in Parlamento giacciono dimenticati nei cassetti numerosi disegni depositati da rari parlamentari sensibili.

L’Italia ha provato inoltre a importare uno dei tratti più distintivi dell’iperincarcerazione neoliberista americana (e inglese), che consiste nella privatizzazione della gestione dell’applicazione penale in carcere. Ma l’idea di aderire alla proposta governativa contenuta nel Decreto Legge 24 gennaio 2012 non ha però entusiasmato gli imprenditori del cemento e della sofferenza; infatti per ora nessuno si è presentato, forse a causa dall’assenza di certezza di un durevole profitto dovuta a decrete attuativi assemti e una burocrazia che, in ambito carceraio, rendono la vita impossibile anche al più paziente degli uomini e delle donne. Infine, dal 2000 al 10 settembre 2013 nel nostro circuito penitenziario si sono avuti duemiladuecento morti di cui settecentonovanta suicidi. Morti per violazione statale del diritto di accesso alla sanità e alla cura. Le patologie più ricorrenti sono Aids, tumori, epatiti, cardiopatie gravi, psicopatologie: patologie quasi tutte acquisite in carcere a causa della promiscuità, di ambienti malsani, malnutrizione e stress psicofisico da detenzione. Ci sono anche i moorti che la sinistra burocrazia carceraria classifica come «da accertare», ovvero quelli «caduti dalle scale».
Negli ultimi 25 anni tutti i governi di ogni colore che si sono succeduti – con una spiccata propensione ecuritaria del centrosinistra (la «riforma» Fassino del 2001, quella di Diliberto nel 1999 e la Turco-Napolitano che ha istituzionalizzato i «lager» per migranti 1998) hanno usato il Parlamento come una clava sulle «classi pericolose». Non serve certo un un esperto per osservare che vi è stata, e vi è tuttora, una produzione spropositata di leggi e decreti che hanno provocato un allargamento dello Stato penale impensabile fino agli anni Novanta. L’evidenza sta nella continua invenzione di nuove fattispecie di reato, nell’innalzamento delle pene edittali, nella concessione alla magistratura dell’uso spropositato della custodia cautelare in carcere come anticipo della pena, dell’uso discrezionale dell’art.41 bis su esplicita richiesta dei Ministeri di giustizia e dell’interno, nell’uso razzista e xenofobo dei Cie.

I professionisti della paura

In questo lungo elenco, non possono essere omesse le campagne securitarie ampiamente amplificate dai media di regime per spaventare la popolazione durante le campagne elettorali di questo o quel partito per raccogliere consensi dovuti dalla paura. Del resto, come osserva Patrizio Gonnella nella prefazione a Iperincarcerazione, una volta ceduta la sovranità a organi sovranazionali come Fmi, Bce, Banca mondiale, agli stati nazionali non rimane che il potere punitivo, al quale tengono enormemente e ritengono inaccettabile ogni intromissione sul «corretto» uso della forza cieca.
Naturalmente non tutto prosegue così linearmente. C’è infatti da registrare che i detenuti reclamano da anni provvedimenti di amnistia e di indulto, come documenta Vincenzo Scalia nel libro Migranti, devianti e cittadini (Franco Angeli). Sono state mobilitazioni avvenute dentro e fuori le mura del carcere e costituiscono un patrimonio di lotte considerevole numericamente e importantissimo che procura non pochi grattacapi ai professionisti della paura, della sofferenza e della punizione. I quali reagiscono nel solo modo in cui sono capaci: arrestare più soggetti possibile per inserirli in un circuito penale ipertrofico dove si compirà il rito sacro della vendetta sociale, della rappresaglia e della violenza punitiva.

La posta in gioco è trovare il giusto modo per inceppare la macchina infernale e disumana del governo neoliberista della carcerazione. Con una raccomandazione: mantenere la memoria storica di classe, fattore essenziale per determinare la direzione giusta da prendere. E soprattutto con chi.

Valerio Guizzardi
Fonte: www.ilmanifesto.it
3.10.2013

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Era stato condannato il 15 dicembre 2010

Rapimento Abu Omar: Napolitano grazia colonnello americano

Il Presidente della Repubblica ha concesso la grazia al colonnello statunitense Joseph L. Romano III, condannato dalla Corte d’Appello di Milano per il rapimento, nel 2005, dell’allora imam di Milano. Una decisione, spiega il comunicato del Quirinale, dovuta anche alla nuova impronta dettata dal presidente americano Obama nel contrasto al terrorismo

Abu Omar

Graziato dal capo dello Stato il colonnello Joseph L. Romano III, l’ufficiale americano condannato in via definitiva a sette anni di reclusione (di cui tre condonati) per il rapimento di Abu Omar avvenuto a Milano il 17 febbraio 2003: era il responsabile statunitense della sicurezza della base di Aviano dove l’ex imam venne trasportato da uomini della Cia, messo su un aereo e poi trasferito in Germania, e quindi in Egitto. Secondo gli atti dell’inchiesta avrebbe “atteso i sequestratori ed il sequestrato nella base, garantendo ai primi l’ingresso sicuro e la possibilità di imbarcare il rapito su un aereo che lo conduceva fuori Italia”. Fino al 7 luglio 2003 è rimasto in servizio ad Aviano; poi, è stato trasferito al Pentagono.

Con la grazia – concessa all’unico militare coinvolto nella vicenda, essendo gli altri tutti agenti della Cia – il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha voluto dare “soluzione a una vicenda considerata dagli Stati Uniti senza precedenti” e ovviare “a una situazione di evidente delicatezza sotto il profilo delle relazioni bilaterali con un Paese amico”, sottolinea il Quirinale, mentre l’ambasciata Usa a Roma fa sapere di aver accolto “con estremo favore” la decisione e di “apprezzare il contesto di amicizia italo-americana nel quale è maturata”.

In effetti, la posizione di Romano – 56 anni, originario di Darby, in Pennsylvania, ufficiale Nato – è sempre stata seguita con particolare attenzione dall’amministrazione Usa e tenuta distinta da quella degli agenti della Cia coinvolti: 22 di questi sono stati condannati in via definitiva il 19 settembre 2012 dalla Cassazione, mentre per altri tre si è da poco celebrato un processo stralcio d’appello che ha ribaltato le assoluzioni di primo grado. Solo per Romano, però, dipendente del Pentagono, l’amministrazione Usa espresse il suo formale “disappunto” in occasione della prima condanna, sostenendo che i tribunali italiani non avessero alcuna giurisdizione su di lui. Una vicenda, come si vede, che richiama da vicino il caso dei due fucilieri di Marina trattenuti in India: non a caso dal Quirinale si apprende che il presidente della Repubblica nel concedere la grazia al militare statunitense della Nato – una scelta sofferta, nei confronti di un paese amico e di un alleato strettissimo – si è ispirato “allo stesso principio che si cerca di far valere per i nostri due marò in India”.

Del ‘caso Romano’ si è molto parlato nei contatti avuti ai più alti livelli tra Italia e Usa, un dossier che Napolitano aveva al seguito anche in occasione della sua visita ad Obama lo scorso 15 febbraio. E nella nota del Quirinale in cui si annuncia la decisione, si sottolinea proprio che “a fondamento della concessione della grazia, il Capo dello Stato ha tenuto conto del fatto che il Presidente Usa Barack Obama, subito dopo la sua elezione, ha posto fine a un approccio alle sfide della sicurezza nazionale, legato ad un preciso e tragico momento storico e concretatosi in pratiche ritenute dall’Italia e dalla Ue non compatibili con i principi fondamentali di uno Stato di diritto”. Del resto, afferma il Quirinale, la stessa Cassazione ha dato conto della “peculiarità del momento storico”, ricordando “il dramma dell’abbattimento delle torri gemelle e il clima di paura e preoccupazione che si diffuse in tutto il mondo”.

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Abu Omar, Napolitano concede la grazia a Joseph Romano

Fonti del Quirinale sostengono che Giorgio Napolitano nella concessione della grazia al militare Usa si sia ispirato “allo stesso principio che si cerca di far valere per i nostri due marò in India”. E’ un fatto, però, che Obama in persona il 15 febbraio aveva chiesto la grazia per tutti i 23 condannati Usa per i sequestri (22 agenti Cia e un militare), come ha rivelato Il Fatto Quotidiano il 22 febbraio.

Ultimo atto prima di lasciare il Colle. Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha concesso la grazia al colonnello Joseph Romano, che era stato condannato dalla Corte d’Appello di Milano in relazione al cosiddetto caso Abu Omar.

Fonti del Quirinale sostengono che Giorgio Napolitano nella concessione della grazia al militare Usa si sia ispirato “allo stesso principio che si cerca di far valere per i nostri due marò in India“. E’ un fatto, però, che Obama in persona il 15 febbraio aveva chiesto la grazia per tutti i 23 condannati Usa per i sequestri (22 agenti Cia e un militare), come ha rivelato Il Fatto Quotidiano il 22 febbraio.

Quello che resta da chiarire è il destino degli altri condannati definitivi, una patata bollente che Napolitano lascerà nelle mani del suo successore. Gli americani vogliono il colpo di spugna per tutti, anche per l’ex capo della Cia in Italia Jeff Castelli, appena condannato in appello. In caso di conferma della sentenza di secondo grado, il principio della clemenza potrebbe valere anche per Nicola Pollari e Marco Mancini.

LE MOTIVAZIONI UFFICIALI DEL COLLE – Secondo quanto si legge nel comunicato del Quirinale, il Capo dello Stato “ai sensi dell’articolo 87, comma 11, della Costituzione, ha oggi concesso la grazia al colonnello Joseph L. Romano III, in relazione alla condanna alla pena della reclusione e alle pene accessorie inflitta con sentenza della Corte d’Appello di Milano del 15 dicembre 2010, divenuta irrevocabile il 19 settembre 2012. La decisione è stata assunta dopo aver acquisito la documentazione relativa alla domanda avanzata dal difensore avvocato Cesare Graziano Bulgheroni, le osservazioni contrarie del Procuratore generale di Milano e il parere non ostativo del Ministro della Giustizia”.

“A fondamento della concessione della grazia – prosegue il Quirinale – il Capo dello Stato ha, in primo luogo, tenuto conto del fatto che il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, subito dopo la sua elezione, ha posto fine a un approccio alle sfide della sicurezza nazionale, legato ad un preciso e tragico momento storico e concretatosi in pratiche ritenute dall’Italia e dalla Unione Europea non compatibili con i principi fondamentali di uno Stato di diritto”.

“D’altra parte – si legge nella nota – della peculiarità del momento storico dà conto la stessa sentenza della Cassazione che, pur escludendo che il Romano – come gli altri imputati americani – potesse beneficiare della causa di giustificazione dell’avere obbedito all’ordine delle Autorità statunitensi, ha però ricordato ‘il dramma dell’abbattimento delle torri gemelle a New York e il clima di paura e preoccupazione che rapidamente si diffuse in tutto il mondo; e ha evidenziato ‘la consapevolezza che ben presto maturò di reagire energicamente a quanto accaduto e di individuare gli strumenti più idonei per debellare il terrorismo internazionale e quello di matrice islamica in particolare, consapevolezza alla quale conseguì l’adozione da parte degli Stati Uniti di drastici provvedimenti”.

“L’esercizio del potere di clemenza – è la conclusione- ha ovviato a una situazione di evidente delicatezza sotto il profilo delle relazioni bilaterali con un Paese amico, con il quale intercorrono rapporti di alleanza e dunque di stretta cooperazione in funzione dei comuni obiettivi di promozione della democrazia e di tutela della sicurezza”.

POLLARI E LA SENTENZA DELLA CORTE D’APPELLO – La decisione di Napolitano avviene, inoltre, nel giorno in cui sono state depositate le motivazioni della Corte D’Appello di Milano che ha condannato a 10 anni Nicolò Pollari. ”In Italia chi fa il suo dovere viene perseguito. Chi osserva la legge viene condannato: ma qualcuno si sta dando carico di questo problema? Io credo che nelle sedi proprie si debba molto riflettere, perchè qui stiamo scherzano con la democrazia”, è lo sfogo di Pollari. “E’ stato condannato un innocente – ha ribadito – leggo dalle motivazioni di essere stato condannato perché mi viene imputato un comportamento che è invece diametralmente opposto a quello tenuto nell’esercizio delle mie funzioni: non solo sono estraneo a questa vicenda, ma ho impedito che il Sismi da me diretto potesse anche semplicemente immaginare ipotesi del genere”.

Non solo. Secondo Pollari la prova della sua innocenza è “documentale“, essendo contenuta nei vari atti “coperti da segreto di Stato: non è colpa mia – dice – se tre governi mi hanno ordinato di non utilizzare quegli atti e di non propagarne il contenuto. Io ho solo osservato la legge, ho rispettato quello che è un obbligo sanzionato penalmente, ma a quanto pare oggi ciò in Italia non serve. Sono incredulo. Cosa mi si rimprovera?”.

LA REAZIONE DEGLI USA – Una nota dell’ambasciata Usa a Roma fa sapere che “l‘ambasciata americana accoglie con estremo favore la decisione del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano di concedere la grazia al colonnello Joseph L. Romano e apprezza il contesto di amicizia italo-americana nel quale è maturata”. La posizione di Romano, l’unico militare del Pentagono e Nato tra gli americani condannati, è sempre stata molto al cuore all’amministrazione Usa, che in occasione della prima condanna espresse “disappunto”, sostenendo che i tribunali italiani non avessero alcuna giurisdizione su di lui. La cassazione – respingendo la tesi di Romano che sosteneva di godere di immunità – ha però stabilito che “legittimamente” i carabinieri svolsero le indagini sul rapimento di Abu Omar anche nella base Nato di Aviano, in quanto la base, e gli uffici “ivi allocati”, non godono “di extraterritorialità ed immunità dalla giurisdizione penale per fatti rientranti nella giurisdizione italiana”.

CHI E’ JOSEPH ROMANO – Il colonnello Joseph L. Romano, l’ufficiale graziato oggi dal capo dello Stato Giorgio Napolitano, all’epoca del sequestro di Abu Omar era il responsabile statunitense della sicurezza della base di Aviano, dove sostò l’aereo che portò l’ex imam in Germania e da lì in Egitto. Il 19 settembre 2012 la Cassazione lo ha condannato in via definitiva insieme a 22 agenti della Cia, ritenuti responsabili del rapimento: all’ex ‘capo centro’ Robert Seldon Lady sono stati inflitti 9 anni di reclusione e agli altri 7.

Joseph Romano, 56 anni, originario di Darby, in Pennsylvania, dal 6 luglio 2001 al 7 luglio 2003 è stato in servizio al 31/o SFS (Security Forces Squadron) Usaf dell’aeroporto di Aviano: dopo i fatti èstato trasferito al Pentagono. Secondo gli atti dell’inchiesta avrebbe, nella sua qualità di “ufficiale superiore responsabile statunitense nella base di Aviano”, “atteso i sequestratori ed il sequestrato nella base, garantendo ai primi l’ingresso sicuro e la possibilità di imbarcare il sequestrato su un aereo che lo conduceva fuori dell’Italia”.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/05/caso-abu-omar-napolitano-concede-grazia-a-joseph-romano/553183/

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Stato di paura

Gladio è il nome in codice di una struttura paramilitare segreta di tipo stay-behind (“stare dietro”, “stare al di qua delle linee”) promossa durante la guerra fredda dalla NATO, per contrastare un eventuale attacco delle forze del Patto di Varsavia ai Paesi dell’Europa occidentale.

Il termine Gladio è utilizzato propriamente solo in riferimento alla stay-behind italiana. Il gladio era il simbolo dell’organizzazione italiana, mentre quello internazionale era la civetta. Durante la guerra fredda, quasi tutti i paesi dell’Europa occidentale crearono formazioni paramilitari, riunite nella “Stay Behind Net” sotto controllo NATO.

L’esistenza di Gladio, sospettata fin dalle rivelazioni rese nel 1984 dal membro di Avanguardia Nazionale Vincenzo Vinciguerra durante il suo processo, fu riconosciuta ufficialmente dal presidente del Consiglio italiano Giulio Andreotti il 24 ottobre 1990, che parlò di una “struttura di informazione, risposta e salvaguardia”. L’esistenza della struttura tuttavia era già esplicitamente rivelata nel libro edito nel 1979 (edizione italiana 1981) da William Colby La mia vita nella CIA.

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15 FEB 17:32 – Dagospia

1- “IO AVEVO LA P2, COSSIGA LA GLADIO E ANDREOTTI L’ANELLO”. L’ANELLO? “SÌ, MA NE PARLEREMO LA PROSSIMA VOLTA”. CON POCHE PAROLE, CLAMOROSE, L’EX VENERABILE GELLI INDIVIDUA PER LA PRIMA VOLTA NEL SENATORE ANDREOTTI IL REFERENTE DI UN’ORGANIZZAZIONE CLANDESTINA QUASI SCONOSCIUTA (DETTA ANCHE IL “NOTO SERVIZIO”), DESTINATA A SVOLGERE I “LAVORI SPORCHI” CHE NON DOVEVANO COINVOLGERE DIRETTAMENTE GLI UOMINI DEI SERVIZI, POSSIBILE ANELLO DI CONGIUNZIONE TRA I SERVIZI SEGRETI (USATI IN FUNZIONE ANTICOMUNISTA) E LA SOCIETÀ CIVILE – 2- L’EX VENERABILE DÀ GIUDIZI SU BERLUSCONI (“LA SUA POLITICA NON MI PIACE. SI È DIMOSTRATO UN DEBOLE, HA PAURA DELLA MINORANZA E NON FA VALERE IL POTERE CHE IL POPOLO GLI HA DATO. OGGI IL PAESE È IN UNA FASE DI STALLO. MOLTO PERICOLOSA. BERLUSCONI È STATO TROPPO GOLIARDICO, AVREBBE DOVUTO DEDICARE PIÙ TEMPO AD ALTRI INCONTRI, AD ALTRE CENE”) E SU FINI. “È UN UOMO SENZA CARATTERE”

Con poche parole, clamorose, l’ex venerabile Gelli individua per la prima volta nel senatore Andreotti il referente di un’organizzazione quasi sconosciuta, un sorta di servizio segreto parallelo e clandestino che possibile anello di congiunzione tra i servizi segreti (usati in funzione anticomunista) e la società civile.

Licio Gelli x

Il settimanale OGGI, che pubblica l’intervista a Gelli ha chiesto un commento ad Andreotti, che ha immediatamente fatto sapere di non voler commentare.

ANDREOTTI

«L’Anello (o, più propriamente, il cosiddetto «Noto Servizio»)», spiega su OGGI lo storico Aldo Giannuli, già consulente della Commissione Stragi «fu un servizio segreto parallelo e clandestino, scoperto solo di recente nel corso della nuova inchiesta sulla strage di Brescia. Fondato nel 1944 dal generale Roatta per i «lavori sporchi» che non dovevano coinvolgere direttamente uomini dei servizi, subì diverse trasformazioni, scissioni e nuove entrare, per sciogliersi definitivamente intorno al 1990-91. La storia di questo servizio si incrocia con molte delle vicende più oscure della storia del nostro paese: da piazza Fontana al caso Moro al caso Cirillo. Il termine Anello non compare in alcun atto ma è citato da alcuni appartenenti all’organizzazione che si attribuiscono il ruolo di anello di congiunzione tra i servizi segreti (usati in funzione anticomunista) e la società civile». GELLIcossigaPPIntervista a OGGI, Gelli dice anche che «se avessi vent’anni di meno mobiliterei il popolo, bloccherei ferrovie e autostrade per protestare contro l’ingerenza dell’Europa. Per bloccare chi vieta di esporre il Crocifisso negli edifici pubblici».

Sulla P2 dice: «La rifarei. Anche se tanto del mio Piano di rinascita è stato realizzato. Mi sarebbero bastati altri quattro mesi. Solo quattro. E avrei cambiato il sistema politico senza colpo ferire».Licio Gelli

L’ex venerabile dà giudizi su Berlusconi («La sua politica non mi piace. Si è dimostrato un debole, ha paura della minoranza e non fa valere il potere che il popolo gli ha0 gelli rep dato. Oggi il Paese è in una fase di stallo. Molto pericolosa. Berlusconi è stato troppo goliardico, avrebbe dovuto dedicare più tempo ad altri incontri, ad altre cene») e su Fini.«È un uomo senza carattere».

Alla domanda se ci siano suoi documenti segreti, magari all’estero, Gelli risponde sibillino: «Non me lo ricordo… I servizi segreti italiani hanno pagato per avere un mio archivio, falso, nascosto a Montevideo. 400 milioni di vecchie lire. Una valigia piena di cartacce, giornali, inutili fogli». E nega «nel modo più assoluto» di conservare dossier su personaggi politici.

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L’espansione sovietica e la perdita della libertà

Era una “speciale” organizzazione militare segreta anti invasione, il cui addestramento era curato da una particolare “sezione” dei Servizi Segreti Militari della Repubblica Italiana, erede della famosissima “Sezione Calderini” che durante la Resistenza aveva sovrainteso alle missioni congiunte degli italiani con gli alleati, che si battevano per il ristabilimento della libertà, operando  clandestinamente nel territorio occupato dai tedeschi, dopo l’8 settembre e fino alla Liberazione nel 1945.

Dall’epoca della sua fondazione nel 1956 fino alla sua improvvida “rivelazione” e alla campagna mediatica e giudiziaria che la investì, il più assoluto segreto coprì le sue attività addestrative e le linee guida  per la sua attivazione ed impiego.

Ne riassumiamo qui le caratteristiche principali, così come emergono dalla copiosissima documentazione, poi fatta oggetto delle inchieste giudiziarie conclusesi nel più completo ed esaustivo riconoscimento della costituzionalità, legittimità e legalità dal momento della sua fondazione fino al suo scioglimento.

L'espansione sovietica e la perdita della libertà - Gladio: Storia e Controstoria

La Gladio veniva riconosciuta alla fine di  un lungo periodo di indagini, i cui risultati  risultavano verificati in ogni aspetto da uno scrupoloso svolgimento processuale, del tutto estranea a qualsiasi ipotesi di reato, in particolare a quelli riferibili alla cosidetta “strategia della tensione”. 

FOTO DELLA CONFERENZA ALLA STAMPA ESTERA IN OCCASIONE DELLA CHIUSURA VITTORIOSA DEI PROCEDIMENTI GIUDIZIARI

da sinistra: il Gen. Paolo Inzerilli, il Presidente Emerito Francesco Cossiga, Francesco Gironda,
il Presidente Associazione Ex Gladiatori Giorgio Mathieu

La nascita della Gladio nella sintesi fatta ai giudici

La nascita della Gladio  nella sintesi fatta ai giudici - Gladio: Storia e ControstoriaLa “Gladio”

L’idea di creare una struttura “informativa-operativa”, in Italia, nasce nel 1951 ed è del Gen. Musco – all’epoca Capo del Servizio (SIFAR) -, il quale, ritenendo che l’Italia fosse uno dei Paesi del Blocco Atlantico più esposto al rischio di un’occupazione militare da parte del nemico, e cioè delle Forze del Patto di Varsavia, prospetta al Capo di Stato Maggiore della Difesa (C.S.M.D.), Gen. Marras, l’opportunità di creare una struttura segreta, pronta ad intervenire nel caso in cui il territorio nazionale fosse stato occupato dal nemico.

L’idea del Gen. Musco prende corpo, però, soltanto nel 1956, quando, vengono costituiti il Centro Addestramento Guastatori e la SAD (Sezione Addestramento dell’Ufficio R), alla quale viene assegnato il compito di creare un’organizzazione pronta ad intervenire nel caso in cui il Paese fosse stato occupato, compiendo (sull’esperienza maturata nel corso del Secondo Conflitto Mondiale) operazioni clandestine dietro le linee nemiche.

L’organizzazione, che prende il nome di operazione “Gladio”, nasce, così, nel 1956, con la collaborazione del Servizio Informazioni degli Stati Uniti (CIA), che contribuisce apportando materiali e mezzi finanziari.

Il 28.11.1956, infatti, il SIFAR sottoscrive con il Servizio Informazioni degli Stati Uniti d’America un accordo in base al quale: “il Sevizio Informazioni Italiano ed il Servizio Informazioni U.S.A. concordano vicendevolmente di collaborare nell’organizzazione, nell’addestramento, e nell’attività operativa del complesso clandestino post-occupazione (Stay-behind) Italo – Statunitense, progettato per entrare in attività nel caso di occupazione del territorio italiano da una aggressione nemica diretta contro la sicurezza delle potenze NATO. Il sistema comprenderà reti addestrate per poter operare nei seguenti campi:

Informazioni; Sabotaggio; Evasione e fuga; Guerriglia; Propaganda”.

Nel 1959 la “Gladio” entra a far parte del CPC (Comitato di Pianificazione e Coordinamento) che è un organismo di SHAPE (Comando Supremo delle Potenze Alleate in Europa), e cioè della NATO (North Atlantic Treated Organization).
Con l’ingresso nel CPC l’organizzazione comincia a ricevere le Direttive sulla GNO (Guerra non ortodossa – e cioè UW  Uhnortodox Warfare)  predisposte da SHAPE.

Nel 1964 la “Gladio” entra a far parte del ACC (Comitato Clandestino Alleato), che è una emanazione del CPC (Comitato di Pianificazione e Coordinamento). Entrando a far parte dell’ACC la “Gladio” inizia ad avere rapporti con le organizzazioni degli altri Paesi della NATO, che hanno strutture simili alla “Gladio”.
Alla fine del 1972 il Servizio italiano e quello americano decidono di “rivedere” l’accordo preso nel 1956, redigendo un memorandum di intesa (MOU, memorandum of understanding), a scadenza annuale, con il quale gli americani rinunciano all’utilizzazione della base di Alghero, riducono i finanziamenti (quasi azzerandoli), ma si impegnano a continuare a fornire consulenza tecnica e specialistica.

Il memorandum viene “rinnovato”, di anno in anno, fino al 1975.
A partire dal 1975, la “Gladio” cessa di avere rapporti “preferenziali” con il Servizio Americano, ma continua ad avere rapporti con i Paesi membri dell’ACC e del CPC, fino al suo scioglimento, e cioè fino al 27.11.1990.
La “Gladio” dal momento in cui nasce fa capo al SIFAR (Servizio Informazioni), o meglio ancora alla SAD, che è la Sezione – del SIFAR – preposta a gestire la struttura.

L’attività svolta dalla “Gladio” in tempo di pace consiste:
– nel ricercare e reclutare il personale civile, curandone anche l’addestramento;
– nell’organizzare e svolgere esercitazioni, anche in comune con gli altri Paesi membri dell’ACC, con i quali vengono scambiati anche gli studi e le esperienze maturate nel campo della GNO;
– nel predisporre l’acquisizione, il trasporto e la conservazione dei materiali operativi.
I materiali di armamento di cui la “Gladio” ha la disponibilità sono:
– nel 1956, parte dei materiali della disciolta organizzazione “O”,  che vengono lasciati presso le caserme dove erano immagazzinati;
– nel 1959, i materiali operativi forniti dal Servizio americano, che nel 1963 vengono utilizzati per i cosiddetti NASCO, che sono dei piccoli depositi di armi, munizioni ed esplosivi, che costituiscono le scorte di prima dotazione della rete e vengono, quindi, occultati, sin dal tempo di pace, in appositi nascondigli interrati nelle varie zone di operazione, la cui ubicazione è nota solo al personale del Servizio, anche perché i NASCO devono essere utilizzati soltanto dopo l’eventuale invasione attraverso specifiche istruzioni, che devono essere inviate via radio dalla centrale operativa .

Tra il 1963 ed il 1970, in diverse località e prevalentemente nella zona del Nord-Est considerata, all’epoca, come la zona più a  “rischio (di) invasioni”, vengono interrati 139 NASCO .
Ma, tra il 1972 ed il 1973, a seguito del ritrovamento del NASCO interrato nella zona di Aurisina, i NASCO vengono tutti recuperati, salvo 12 per i quali il recupero risulta impossibile per varie ragioni .
A questo punto, quindi, tutto il materiale recuperato viene trasferito al CAG di Alghero, dove le armi vengono inserite in nuovi contenitori, che vengono depositati presso alcune caserme dei Carabinieri situate nelle zone dove i NASCO erano stati in precedenza interrati .
Il materiale, però, nel 1975 viene ritirato dalle caserme e riportato al CAG, da dove non viene più spostato.

Il reclutamento del personale “esterno” viene bloccato il 20 luglio 1990, dal Direttore del SISMI amm. Martini, che il 1^ agosto dispone anche il blocco dell’attività addestrativa.

La “Gladio” cessa ogni attività nel novembre del 1990  ed il 27 novembre viene ufficialmente sciolta su disposizione del Ministro della Difesa, on. Rognoni.

Il documento di impegno firmato all’atto della accettazione da ogni arruolato

Il documento di impegno firmato all'atto della accettazione da ogni arruolato - Gladio: Storia e Controstoria
L’impegno, pur nella sua  forma burocratica, esprime con chiarezza le regole che da quel momento verranno seguite dal sottoscrittore ed anche quelle che lo Stato,  tramite i suoi rappresentanti a tale funzione delegati, si impegna ad attivare, a tutela della sicurezza della Organizzazione antinvasione. 

segretissimo segretissimo segretissimo

Il caso Gladio
Oltre all’esistenza della Organizzazione, tutte le attività addestrative, i materiali e quanto altro di pertinenza delle strutture, compresa naturalmente l’ubicazione della “scuola” era tutelata dal più stretto segreto. Solo così sarebbe stato possibile assolvere i compiti intituzionalmente affidati alla Gladio in caso di invasione.

Dalla CRONOLOGIA appare evidente che le inchieste giudiziarie sulla Gladio, formalmente aperte su notizie di ipotesi di reato, emerse in interrogatori aventi oggetto attività diverse e non collegabili alla Struttura Antinvasione Italiana, coordinata alle altre reti Stay Behind dei paesi democratici europei, avrebbero dovute essere chiuse, al massimo dopo pochi mesi, e nel più rigoroso riserbo, esaurita, con il “non luogo a procedere” per manifesta infondatezza delle ipotesi di reato, la fase istruttoria


segretissimo segretissimo segretissimo - Gladio: Storia e Controstoria

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PAURA DELLE FALSE FLAG E CONGIURA DEL SILENZIO
Data: 21/08/2012
Argomento: Mondo

DI JAMES F. TRACY
globalresearch.ca

La prontezza dei media d’informazione nell’accettare le dichiarazioni ufficiali e trascurare un maggior rigore nell’analizzare e interrogare le autorità di governo a proposito degli avvenimenti di “terrorismo interno” contribuisce al già acuto caso di amnesia storica collettiva che affligge il popolo statunitense, mentre bene spiega lo stato di polizia in cui ci si trova in questo ventunesimo secolo e il progressivo cedimento della società civile.

A qualcuno può venire in mente “Bugs Raplin” (Giancarlo Esposito), il risoluto giornalista investigativo ritratto da Tim Robbins nel 1992 nel suo film in veste di finto documentario politico Bob Roberts.

Dopo essere incastrato come colpevole per un tentato omicidio false flag dallo spregevole politico corrotto Bob Roberts (Robbins), Raplin pronuncia un soliloquio di spiccata sensibilità che tra le altre cose descrive efficacemente la condizione civica moribonda del popolo americano e la sua democrazia in corto circuito. “Il motivo per cui lo scandalo Iran-Contra accadde“, esordisce Raplin, è perché nessuno ha fatto nulla di sostanziale a riguardo del Watergate. E il motivo per cui il Watergate accadde è perchè non c’era stata conseguenza alcuna a seguito di Baia dei Porci. Essi sono gli stessi agenti materiali – i soldati di fanteria di Baia dei Porci, gli idraulici che furono arrestati nel Watergate, i contrabbandieri d’armi nell’Iran-Contra – le stesse persone, le stesse facce. Ora non serve essere un genio per stabilire la connessione esistente: Un governo segreto che opera al di fuori del controllo del popolo e che non rende conto a nessuno di ciò che fa. E più ci avviciniamo alla soluzione nello svelare la connessione, più il Congresso chiude un occhio sulla faccenda. “Non possiamo parlarne mentre le indagini sono in corso”, questa è la loro risposta. “Questioni di sicurezza nazionale”. La verità giace dormiente nei loro grembi, mentre continuano a mantenere la loro intenzionale cecità. Una congiura del silenzio.

Venti anni dopo, nel mezzo di un vasto dispiegamento di intelligence ed operazioni militari, molti nuovi eventi possono innegabilmente essere aggiunti a questo genere di traguardi del governo – il bombardamento del 1993 del World Trade Center, il bombardamento del 1995 dell’ Oklahoma City Murrah Federal Building, l’attacco terroristico dell’11 Settembre, le armi di distruzione di massa inesistenti che diedero il via all’occupazione dell’Iraq, le esplosioni della metropolitana di Londra del 2005, gli attentatori con scarpe e biancheria imbottiti di esplosivi – ciascuno dei quali ha avuto il merito di contribuire alla giustificazione ufficiale per le guerre imperialistiche all’estero e per uno stato di polizia in espansione a casa.

Essendo assenti dei contesti significativi medianti i quali capire tali eventi nella loro totalità, la gente comune si trova ad essere incapace di riconoscere quell’unica direzione che ci viene calata giù con forza. La più recente serie di eventi che dovrebbe far riflettere è quella delle spaventose, militaresche sparatori in Aurora Colorado e Oak Creek Wisconsin, che le autorità affermano essere state condotte da dei banditi solitari.

Una Operazione Gladio in America ?

Uno scenario possibile, precursore degli eventi di Colorado e del Wisconsin è la spesso dimenticata Operazione Gladio, una campagna che coinvolse azioni paramilitari supportate dalle intelligence britannica e statunitense che nell’anonimato condussero sparatorie su larga scala ed attentati su obiettivi civili in tutta Europa. Centinaia di attacchi di questo tipo si ebbero tra i tardi anni 60 e i primi anni 80 condotti da parte di “eserciti dietro le linee” composti da sabotatori di estrema destra e fascisti in uno sforzo complessivo di terrorizzare le popolazioni, esercitare una “strategia della tensione” e dunque mantenere uno status quo politico di tipo centrista.[1] In un ambiente di incertezza la cittadinanza pietrificata si espresse a favore di una sicurezza rafforzata e mostrandosi pronta a rinunciare per questo a una certa quota di libertà individuale. Allo stesso tempo la manovra consentì di incolpare gli avversari politici – ai tempi della Gladio i gruppi comunisti e socialisti – degli attacchi demonizzandone la reputazione nella mente pubblica. La striscia di assassinii politici statunitensi degli anni 60 ancora irrisolti fanno capire come tali pratiche non fossero esclusivamente ristrette ai paesi stranieri. Così come essi neppure fossero unicamente il terreno per le agenzie di intelligence. Tra le operazioni analoghe alla Gladio, nei primi anni 60 la US Joint Chiefs of Staff promosse la Operazione Northwoods, nella quale attacchi terroristi sarebbero stati condotti contro civili statunitensi all’interno delle città, e i combattenti cubani accusati di tali atti, ciò per giustificare la guerra contro la nazione isolana.[2] L’amministrazione Kennedy rifiutò la proposta. Mentre Northwoods fece mostra delle capacità del governo di concepire e proporre tal genere di piani, la Gladio fu palesemente posta in essere contro le popolazioni civili occidentali in diverse sedi per molti anni. Tali analisi sulla Gladio e su Northwoods potrebbero essere messe da parte se non fosse per le recenti testimonianze conseguenti le sparatorie del Colorado e del Wisconsin che contrastano in merito al numero di assassini presenti, se fossero due o più di due in ciascuno degli incidenti, deposizioni che contraddicono la narrativa ufficiale del governo e che sono state di conseguenza soppresse dalla pubblica memoria.[3]

Come osserva lo storico delle comunicazioni Christopher Simpson “la tattica che creò la Gladio rimane al primo posto ancora oggi operativa e continua a venire utilizzata. Questi metodi sono procedure operative standard“.[4] Queste possibili spiegazioni potrebbero apparire assurde ad un pubblico americano che è sistematicamente misinformato e facilmente distratto. Ed è specialmente in tempi di crisi che silenziosamente si assicura che dal pubblico sia rimosso il ricordo di tali pratiche, e che siano le autorità politiche e gli esperti a parlare, e sia dunque ristabilita la stasi e l’accuratamente costruita “realtà” che i media principali impongono nella psiche di massa.

In questa realtà alternativa la Gladio si è efficacemente trasformata in un “vuoto di memoria“. Se si cerca nella LexisNexis Academic “Operation Gladio”, questa restituisce un totale di 31 articoli in lingua inglese da organi di stampa – in maggior parte giornali britannici. Infatti, soltanto quattro articoli sono complessivamente apparsi nelle pubblicazioni statunitensi che discutessero la Gladio – tre nel New York Times ed una menzione breve nel Tampa Bay Times. Con l’eccezione del documentario del 2009 della BBC[5] nessuna trasmissione televisiva ha mai fatto riferimento alla manovra.

Quasi tutti gli articoli collegati alla Gladio furono scritti nel 1990 quando il Primo Ministro italiano Giulio Andreotti ammise pubblicamente la partecipazione dell’Italia all’operazione. Il New York Times minimizzò ogni coinvolgimento degli USA, chiamando la Gladio con intenzioni chiaramente fuorvianti “una creazione italiana“, in un articolo ben nascosto in pagina A16.[6] Nella realtà, l’ex direttore della CIA William Colby svelò nelle sue memorie che paramilitari sotto copertura costituivano un organismo importante sempre attivo che fu posto in essere dopo la Seconda Guerra Mondiale, includente “il più piccolo gruppo possibile tra le persone della più alta responsabilità, in Washington e dentro la NATO”. [7]

Una storia plausibile / Conclusione

Il fatto che si sia riuscito ad occultare efficacemente per così tanti anni l’operazione Gladio dimostra come possano essere condotte atrocità di massa attraverso reti che lavorino nell’ombra in completa impunità. La maggior parte degli incidenti risalenti al periodo della Gladio sono tuttora irrisolti dalle autorità. Negli Stati Uniti, tuttavia, una storia verosimile è necessaria affinché sia veicolata per il pubblico consumo. Per esempio, soltanto poche ore dopo la sparatoria nel tempio Sikh del Wisconsin ufficiali del Bureau of Alcohol, Tobacco and Firearms (AFT) e del Federal Bureau of Investigation (FBI) hanno fatto irruzione con tono maestoso e sono riusciti ad ottenere il caso dalle autorità di Oak Creek, classificando il caso come atto di “terrorismo domestico“.[8] Meno di ventiquattro ore dopo uno dei gruppi di intelligence e propaganda più importanti del governo federale – il Southern Poverty Law Center (SPLC) – ha elaborato una trama dei fatti che è stata poi riportata con cieca fiducia dai principali news media. [9]

In una intervista su Democracy Now del 6 Agosto con il portavoce del SPLC Mark Potox e il reporter del Milwaukee Journal Sentinel Don Walker, Potol spiegò con un livello di dettaglio inconsueto come il sospetto terrorista fosse coinvolto in “gruppi inneggianti alla supremazia bianca”, in “rock bands Nazi skinhead”, e di come il SPLC li tenesse d’occhio sin dal 2000. Le osservazioni di Potok, che dominano lo scambio di battute e si tengono ben alla larga dall’esperienza dell’imputato in operazioni psicologiche, si scontrano decisamente con quelle di Walker, che in maniera più cauta evidenzia come il lavoro dell’imputato “nelle PsyOps [operazioni psicologiche] dell’esercito americano è ancora un bel mistero per tutti noi … Abbiamo parlato con uno psichiatra che ci disse che [essere promossi alle PsyOps] è come essere fatti salire rapidamente dall’atrio al ventesimo piano“.

Così come la storia di Aurora in Colorado, del tiratore impazzito che in maniera esperta disseminò di trappole esplosive artigianali il suo appartamento, questo genere di attraente narrativa sensazionalistica è utilissimo per rimuovere le contrapposte dichiarazioni dei testimoni ufficiali, storie difficili da contestare o smuovere una volta che siano entrate nelle case, raccontate da presunti esperti attraverso tutti i principali organi di stampa.

Uno scenario simile si è sviluppato in conseguenza dell’esplosione nell’edificio federale di Oklahoma City, quando la ATF, l’FBI e l’SPLC costruirono insieme la trama dominante di Timothy McVeigh come attentatore solitario, un rapporto che allo stesso modo diverge dai primi ritrovamenti delle autorità ufficiali e dei reportage iniziali di stampa che parlavano di materiale militare inesploso e di un misterioso complice di McVeigh, e dalle conclusioni complessive dell’Oklahoma City Bombing Investigation Committee’s Final Report. [11] Tale narrativa nondimeno fu utile nel conservare lo status quo politico mentre si difendeva il secondo mandato presidenziale dell’amministrazione Clinton. Ad oggi la maggior parte degli americani credono che McVeigh fosse l’unico responsabile dell’attentato nonostante le prove inconfutabili attestanti il contrario.

Per i suoi tempi la prognosi di Raplin era una descrizione accurata del baratro socio-politico nel quale si trova a precipitare l’America. I legittimi ufficiali abdicano la loro responsabilità di sorveglianza per il proprio personale vantaggio e dunque perpetuano lo stato di omertà. Tuttavia durante i recenti vent’anni, il ritmo crescente degli eventi terroristici suggeriscono come queste reti occulte siano cresciute in spessore e forza, mentre ogni attacco ha contribuito alla costante erosione della società civile e dei diritti costituzionali.

Con questo in mente entrambi i news media, sia mainstream che “alternativi”, attraverso le loro palesi pratiche censorie, il loro uniforme fallimento nel porre gli eventi in un contesto storico significativo, e la loro complessiva e deliberata obbedienza nei confronti di dubbie e inaffidabili autorità, aggravano questa congiura attraverso l’adescamento del pubblico verso realtà discutibili dalle quali una pronta fuga diventa ardua.

James F. Tracy é Professore Associato di Studi sui Media per la Florida Atlantic University. Informazioni aggiuntive si possono trovare sul suo blog, memorygap.org.

Fonte: http://globalresearch.ca
Link: http://globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=32299
10.08.2012

Traduzione di MICHELE GARAU per http://www.comedonchisciotte.org Note

[1] Daniele Ganser, NATO’s Secret Armies: Operation Gladio and Terrorism in Western Europe, New York: Routledge, 2005; Richard Cottrell, Gladio: NATO’s Dagger at the Heart of Europe, Progressive Press, 2012.
[2] James Bamford, Body of Secrets: Anatomy of the Ultra-Secret National Security Agency, New York: Anchor Books, 2002, 83. Per una recente analisi si veda Michel Chossudovsky, “Syria: Killing Innocent Civilians as Part of a US Covert Op. Mobilizing Support for a R2P War,” GlobalResearch.ca, May 30, 2012,
http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=31122. Un documento completo sulla Operazione Northwoods è disponibile su http://archive.org/stream/OperationNorthwoods/operation_northwoods#page/n0/mode/2up
[3] Un esame minuzioso sufficiente sulle sparatorie in Colorado e Wisconsin é totalmente assente, eccetto che su qualche mezzo di informazione alternativo. Si veda Alex Thomas, “Wisconsin Sikh Shooting False Flag: Multiple Shooters, Army Psy-Ops, The FBI, Operation Gladio, and the SPLC,” Intellhub.com, August 6, 2012, http://theintelhub.com/2012/08/06/wisconsin-sikh-shooting-false-flag-multiple-shooters-army-psy-ops-the-fbi-operation-gladio-and-the-splc/ Jon Rappoport, “Shooting in Sikh Temple: Who Benefits Big Time?” August 5, 2012,
http://jonrappoport.wordpress.com/2012/08/06/shooting-in-sikh-temple-who-benefits-big-time/
[4] NATO’s Secret Armies, Andres Pichler, director, 2009. Simpson interview at 46:23, http://www.indybay.org/newsitems/2010/07/09/18653266.php.
[5] NATO’s Secret Armies.
[6] Clyde Haberman, “Evolution in Europe: Italy Discloses Its Web of Cold War Guerrillas,” New York Times, November 16, 1990, A16.
[7] Stephen Lendman, “NATO’s Secret Armies” [A Review of Daniele Ganser, NATO’s Secret Armies: Operation Gladio and Terrorism in Western Europe, op cit.] September 15, 2010, http://sjlendman.blogspot.com/2010/09/natos-secret-armies.html
[8] Steven Yaccino, Michael Schwirtz, and Marc Santora, “Gunman Kills 6 at a Sikh Temple Near Milwaukee,” New York Times, August 6, 2012, A1.
[9] Per esempio, Erica Goode and Serge F. Kovaleski, “Wisconsin Killer Was Fueled by Hate-Driven Music,” New York Times, August 7, 2012, http://www.nytimes.com/2012/08/07/us/army-veteran-identified-as-suspect-in-wisconsin-shooting.html?_r=1&pagewanted=all, Madison Gray, “Sikh Temple Shooter Identified, Had Ties to White Supremacist Movement,” Time News Feed, August 6, 2012, http://newsfeed.time.com/2012/08/06/sikh-temple-shooter-identified-had-ties-to-white-supremacist-movement/, Dinesh Ramde and Todd Richmond, SPLC: ‘Frustrated neo-Nazi Opened Fire on Sikh Temple,” Associated Press, August 6, 2012, http://minnesota.publicradio.org/display/web/2012/08/06/white-supremacist-opened-fire-on-sikh-temple/
[10] Amy Goodman, “Neo-Nazi Rampage: Army Psy-Ops Vet, White Power Musician ID’d as Gunman in Sikh Temple Shooting,” Democracy Now, August 7, 2012, http://www.democracynow.org/2012/8/7/sikh_temple_shooter_wade_michael_page
[11] Charles Key, The Final Report on the Bombing of the Alfred P. Murrah Federal Building, Oklahoma Bombing Investigation Committee, 2001. http://www.okcbombing.net/

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N.A.T.O., Gladio e la strategia della tensione

by Three Monkeys Online

Nell’agosto del 1990, il Primo Ministro italiano, Giulio Andreotti, affermò che in Italia durante la Guerra Fredda, è esistito un esercito segreto chiamato Gladio. Le sue rivelazioni destarono clamore, non solo perché ammetteva ciò che era stato a lungo negato (anche dallo stesso Andreotti quando fu sottoposto ad una inchiesta giudiziaria nel 1974 nelle vesti di Ministro italiano della Difesa), ma perchè continuò a sostenere che c’era una rete di eserciti segreti del tipo ‘stay behind‘ [N.d.T.: questo era il vero nome di Gladio] che operava in tutte le nazioni facenti parte della NATO. In breve, questa fu una questione che non coinvolgeva solo l’Italia.

Man mano che i dettagli venivano resi noti, la storia diventava ancor più inverosimile. Sulla scia della Seconda Guerra Mondiale, all’inizio della Guerra Fredda, le agenzie dell’intelligence, guidate essenzialmente da Inghilterra e Stati Uniti, hanno stabilito una rete d’agenti e di eserciti segreti attraverso l’Europa, una rete che sarebbe rimasta segreta ma attiva durante la Guerra Fredda. Una rete militare non regolata, equipaggiata con armi pesanti.

Lo scandalo che ne derivò, e che attraversò l’Europa, fu messo in sordina dallo scoppio della prima Guerra del Golfo (Saddam Hussein invase il Kuwait nell’agosto del 1990) e quindici anni dopo l’affermazione di Andreotti, Gladio e la rete della NATO [di eserciti] stay-behind, restano in larga misura un argomento con un gran numero di domande non risposte. Il lettore occasionale potrebbe chiedersi il perché di tutto questo interesse verso una struttura segreta della Guerra Fredda. In parte perché ci sono troppi dubbi irrisolti. L’esistenza di una rete è un dato di fatto. Ciò è stato confermato, finora, da diversi capi di stato, da tre indagini parlamentari (Italia, Belgio, Svizzera), e non meno importante, da una strana smentita* e successiva conferma dell’esistenza da parte della stessa NATO nel 1990. Ed ancora, lasciando da parte coloro che sono coinvolti nella rete, poche persone sanno in realtà come funzionava tale rete, o come definiva il proprio ruolo. Ci sono prove sufficienti e testimonianze personali per sostenere, al limite, legami fortuiti con i gruppi terroristi di destra, attivi negli anni ’70 ed ’80, o per di più si potrebbe asserire che questa stessa rete era addirittura responsabile dell’implementazione della cosiddetta ‘strategia della tensione’: l’uso deliberato di terrorismo per far passare gli elettori di una data nazione, spaventati, verso destra, verso un governo quindi caratterizzato da ‘giustizia e ordine’. Le domande non hanno risposta perché, durante le indagini parlamentari, quando si ricerca il soggetto da indagare, prima o poi ci si imbatte in disposizioni di segreti di stato. Sottolineando la natura ‘off-limits’ del tema, pare che un diplomatico della NATO abbia asserito “Non mi aspetterei una risposta a troppe domande, anche se la Guerra Fredda è finita. Le prove di un presunto legame con il terrorismo, se questo esisteva, sono ben nascoste”.[ Reuters, 15 Novembre 1990].

Tra coloro che cercano risposte in merito, compare il dottor Daniele Ganser, uno storico svizzero e capo del gruppo di ricerca presso il Centro per gli Studi sulla Sicurezza dell’Istituto Federale di Tecnologia (ETH) a Zurigo, autore del libro “NATO’s Secret Armies – Operation Gladio and Terrorism in Western Europe” [N.d.T. : Gli eserciti segreti della NATO – Operazione Gladio e terrorismo in Europa Occidentale].

Ciò che Ganser pone subito in rilievo a proposito delle origini della rete, è il bisogno di considerare l’atmosfera dell’immediato dopo-guerra per capire i motivi che ne stanno alla base. “Si deve sottolineare il fatto che alcuni di questi erano uomini davvero rispettabili”. Con ciò si riferisce ad ufficiali dell’intelligence che dal 1945 in poi erano d’accordo su due punti:
a) l’Unione Sovietica era il nuovo nemico;
b) bisognava trarre una lezione dalla Blitzkrieg nazista in Europa [N.d.T.: la teoria nazista della guerra-lampo].
“La preparazione di operazioni clandestine in territorio nemico è estremamente problematica”, continua Ganser. “Si stavano preparando al peggio e quindi decisero di formare degli eserciti segreti.” Le indagini condotte in Belgio negli anni ’90 hanno portato alla luce dettagli preziosi sulla struttura delle reti. Nel caso del Belgio e di molti altri paesi della NATO, il primo passo è rappresentato dalla costituzione di una commissione tripartitica tra la nazione ospitante, l’Inghilterra e gli USA. In seguito, fu creato nel 1948 un corpo generale per il coordinamento tra le diverse nazioni dell’Europa Occidentale, conosciuto come Western Union Clandestine Committee [N.d.T.: Commissione clandestina dell’Unione occidentale] . Il WUCC fu annesso alla NATO nel 1951, cambiando la sua nomenclatura in Clandestine Planning Committee. Fu creata anche una seconda commissione, l’Allied Clandestine Committee [N.d.T.: Commissione clandestina degli Alleati]. Dopo l’uscita della Francia dalla NATO, la sede centrale di tali Commissioni fu trasferita a Bruxelles. “In ogni caso queste reti furono create in maniera clandestina,” osserva Ganser, “e in alcuni casi venivano reclutate persone di destra, perché serviva la certezza che fossero ideologicamente impegnate contro il comunismo. Quindi per esempio in Germania, furono assunti alcuni membri della rete nazista”.

Gli eserciti segreti erano parte integrante della Guerra Fredda, ma la presenza di ex-nazisti, fascisti ed estremisti di destra, solleva la domanda problematica: contro chi combattevano questi soldati segreti? Contro un’invasione sovietica, oppure contro la crescita di un comunismo interno, sostenuto democraticamente? Ganser afferma: “Non è un fenomeno ben chiaro. Quando furono scoperti la prima volta, la stampa si domandò se fossa una rete di salvataggio o fonte di terrore” ed è qui che risiede il problema. Una rete di salvataggio è qualcosa di positivo, e qualcosa che tutti vogliono. E’ una manovra intelligente, e chiunque ne fosse coinvolto dovrebbe essere elogiato per averla messa in atto. Una fonte di terrorismo è ovviamente qualcosa di molto negativo, che nessuno vorrebbe. Hai lo stesso strumento, rappresentato da pochi uomini addestrati, armi nascoste, esplosivi ed una rete internazionale, da utilizzare come rete di salvataggio, nel caso di un’invasione sovietica, che potrebbe sembrare prudente, o da utilizzare nelle operazioni interne in mancanza di un’invasione. Le nazioni che avevano svolto indagini parlamentari sono arrivate ad un punto in cui hanno scoperto la presenza di legami criminali in vari casi, ma non sono state capaci di andare fino in fondo, a causa della segretezza degli atti ufficiali. Quindi a grandi linee, dobbiamo parlare di Gladio come qualcosa ancora da affrontare in termini legali e di processi criminali. E’ qualcosa di troppo grande…”

Ganser è uno dei primi studiosi che affronta il tema da un punto di vista più ampio, europeo. Infatti, sebbene le informazione sulla rete siano state nascoste dai segreti ufficiali, i ricercatori purtroppo, tendevano ad esaminare il fenomeno su base nazionale, piuttosto che cercare di interpretarlo ad un livello più ampio. Ganser, nato in un cantone italiano della Svizzera, afferma: “Ciò che si poteva vedere su una base teoretica a livello internazionale era questo: quando sono stato all’LSE a Londra, c’erano persone che avrebbero considerato gli eventi in Italia come parte di un disordine p
iù vasto, tenuto conto che l’Italia comunque era già di per sé una nazione molto corrotta, con la mafia, la Chiesa cattolica, la Propaganda Due, i Massoni, che altro! Dove qualsiasi crimine potrebbe comunque accadere, Gladio era semplicemente uno scandalo tra i tanti. Andreotti tuttavia, aveva detto chiaramente che si trattava di qualcosa di più vasto. Prendiamo il caso della Germania: vige una concezione completamente diversa. I tedeschi sono un popolo sul quale puoi fare affidamento, se dovessero venderti qualcosa, tipo una Mercedes oppure un trapano Bosch; eppure anche loro avevano un esercito segreto e probabili legami con il terrorismo”.

Molti tra di noi, nonostante la fierezza di essere europei, hanno una ristrettezza di vedute che tende a sottolineare gli eventi drammatici nelle nostre stesse nazioni. L’esplosione avvenuta a Bologna, per esempio, resta un ricordo vivo. È stato un attacco terrorista feroce, che ha ucciso 85 persone. L’indagine sull’attacco fu in larga parte ostacolata e fuorviata dagli agenti dei sevizi segreti italiani – solo uno dei tanti attacchi terroristici in Italia, con legami preoccupanti con l’intelligence militare. Pochi italiani tuttavia ricordano che nello stesso anno, nel 1980, una bomba è esplosa all’Oktoberfest a Monaco, uccidendo 13 persone. L’attacco fu inizialmente collegato a Gundholf Köhler, che morì nell’esplosione, un estremista di destra e membro del Wehrsportgruppe Hoffmann. Però gli esperti hanno sostenuto che la bomba era troppo elaborata per esser stata costruita da un ragazzo di soli 21 anni. Un anno dopo, nel 1981, fu scoperto dalla polizia un deposito pieno d’armi, vicino Uelzen. Secondo la spiegazione ufficiale le armi furono nascoste da terroristi di destra, sotto il comando di un certo Heinz Lembke, ma il volume e il tipo di armi trovate misero in discussione questa comoda spiegazione. Armi automatiche, armi chimiche, 50 armi anticarro, 156 kg d’esplosivi, 230 congegni esplosivi e 258 granate a mano [NATO Secret Armies, pg. 206]. I giornalisti investigativi hanno collegato Lembke all’esercito tedesco stay-behind BND. Le indagini ufficiali negarono qualsiasi connessione tra Lembke ed il massacro di Monaco. Heinz Lembke è stato trovato morto, impiccato, nel 1981, mentre era in custodia della polizia.

Il terrorismo violento di destra non si è verificato sulla prima linea della Guerra Fredda, cosa che Italia e Germania diventarono a tutti gli effetti. Lontano dalla prima linea, in Belgio, avvenne una strana operazione nei pressi di Vielsalm, nella regione delle Ardenne. Una squadra di Marines americani fu paracadutata in Belgio, e accolta da un membro dell’intelligence militare belga. Si nascosero per quindici giorni prima di attaccare la stazione di polizia di Vielsalm, in una cosiddetta esercitazione Oesling, uccidendo un ufficiale belga. Un marine fu ferito durante l’operazione e perse un occhio. Inizialmente l’attacco fu fatto passare per un atto di terrorismo, ma in seguito si dimostrò che era opera dell’esercito americano e belga – come fu poi confermato da indagini del Senato nel 1991. Si verificarono altri attacchi in cui, come successe a Vielsalm, venivano sottratte armi e munizioni, che finivano in seguito in mano ai gruppi estremisti.

Una domanda cruciale nell’indagine del Senato verteva sul coinvolgimento della rete stay-behind nel massacro degli anni ’80, meglio conosciuto come il massacro Brabant. Per un periodo di due anni ci fu un gruppo d’attacco che operava in una zona vicino Bruxelles chiamata appunto Brabant. Gioiellerie, ristoranti e in alcuni casi supermarket furono il bersaglio di una banda di uomini spietati e pesantemente armati. In tutti gli attacchi furono rubate piccole somme di denaro, ma nel contempo fu impiegata cruenta brutalità e professionalità [NATO Secret Armies, pg.139]. Per esempio, il 9 Novembre 1985, in un sabato molto affaccendato, tre uomini armati ed incappucciati entrarono in un supermarket e cominciarono a far fuoco. Furono uccise 8 persone, alcune mentre cercavano di scappare. Il denaro preso nell’incursione ammontava ad un paio di migliaia di sterline, e fu trovato gettato in un canale in un sacco chiuso. Una cosa era certa: non avevano attaccato per il bottino. Le indagini del Senato non riuscirono a scoprire legami con la rete Gladio in Belgio, ma notarono che, dopo aver interrogato ufficiali dell’intelligence militare che collaborarono poco, il silenzio mantenuto sull’identità degli agenti della rete non permise ai giudici di effettuare i dovuti controlli per svelare tutta la verità. Una relazione ufficiale sul massacro Brabant, pubblicata nel 1990, prima della scoperta della rete dell’esercito segreto, era giunta alla conclusione che i killer avevano collegamenti ufficiali con la rete. Secondo la relazione, i killer erano membri o ex-membri delle forze dell’ordine – estremisti di destra che godevano di un alto livello di protezione e che stavano preparando un colpo di stato di destra [NATO Secret Armies, pg.145].

Gli attacchi dei terroristi di destra, avvenuti durante gli anni ’70 ed ’80 in Europa sono un dato di fatto. In molti casi, come il massacro alla stazione di Bologna per esempio, è stato provato che c’era una sorta di legame tra i membri dell’intelligence militare e coloro che avevano compiuto l’attacco. Ciò che non è abbastanza chiaro è l’esistenza o meno di un comando o una struttura di controllo all’interno di Gladio, che autorizzava tali attacchi contro civili. Ci sono diverse teorie, come spiega Ganser: “La teoria numero uno è quella dell’agente disertore, secondo la quale la NATO ed i generali al comando non ne sapevano nulla, ed in seguito hanno dimostrato il loro dispiacere perché alcuni squilibrati avevano perso completamente il controllo della situazione. Potrebbe accadere, ma non penso che le strutture militari funzionino così. Dai miei studi sulle strutture militari, la gerarchia svolge un ruolo dominante in tutte le operazioni militari, e queste erano operazioni militari. Con ciò voglio dire che una strategia della tensione era possibile, ma non posso dimostrarlo; una strategia deliberata, non un errore, ma qualcosa di organizzato e che funzionava sul serio”.

Continuando, spiega: “L’Europa dell’Est aveva il patto di Varsavia, ed ovviamente, se Mosca non voleva che accadesse qualcosa lì, mandavano subito i carri armati. Fine della storia. Era chiaro. Nell’Europa Occidentale, la situazione era più delicata. Eravamo nazioni libere, se vogliamo. Nel contempo avevamo partiti comunisti che erano molto forti in nazioni quali Francia ed Italia; meno forti altrove, ma comunque esistenti. Quindi la NATO temeva di essere indebolita dall’interno. Prendiamo la Francia o l’Italia, oppure la Grecia, o la Turchia, dove un gruppo di parlamentari, ad esempio comunisti, poteva affermare “vogliamo uscire dalla NATO”, oppure dire “se entriamo al governo, dovremmo comunicare con i nostri alleati a Mosca, perché in realtà appoggiamo più loro che Londra e Washington”. Tale situazione, secondo il punto di vista della NATO era davvero pericolosa. Era inaccettabile che il primo Ministro della Grecia, socialista, facesse uscire la sua nazione dalla NATO. Avresti perso una nazione. Non si voleva un leader comunista italiano che diventasse talmente celebre e forte da divenire Ministro della Difesa. Era un incubo per i militari. Gli ufficiali dell’intelligence dell’esercito me ne avevano parlato in questi termini. Quindi, in questo quadro rientra la strategia della tensione per gestire il problema, (che richiede moltissima crudeltà – sottolinea Ganser – perc
hé si uccidono civiliSi mettono bombe in posti pubblici e si uccidono civili. È quanto accaduto in numerose nazioni dell’Europa Occidentale durante la Guerra Fredda, ma non è chiaro chi ci fosse dietro tali atti. Da qui in avanti, possiamo solo fare congetture. Se queste bombe venivano messe come parte della strategia degli eserciti stay-behind, allora erano atti premedidati. Le uccisioni venivano poi attribuite alla sinistra, che ne veniva screditatae perdeva potere. Per di più lo Stato poteva richiedere più potere per i servizi di sicurezza e per il Ministero della Difesa, con tutti i terroristi che si aggiravano [per il Paese]. Così funzionava la strategia della tensione, ed è possibile che sia stata messa in atto. È senza dubbio il tema più delicato della Guerra Fredda in Europa”.

Rappresenta in parte il tema più delicato, perché il sistema esisteva con il tacito consenso dei nostri leader eletti. “È stato provato che i servizi segreti ed i Ministeri della Difesa non hanno agito soli” dichiara Ganser. “Hanno sempre fatto riferimento al più alto rappresentante dell’esecutivo per chiedere la sua approvazione. Qui si ha lo stesso problema. Facciamo finta che lei sia il Primo Ministro, e che io vengo da lei come Ministro della Difesa e le dico che abbiamo questo esercito segreto, in caso di un’invasione sovietica, e deve rimanere un segreto. È qualcosa di positivo? Si tratta di una cospirazione? Nelle vesti di Primo Ministro risponderebbe probabilmente “bene, non mi dia troppi dettagli, potrebbe essere delicato a livello politico”..ecc.. Il problema è che non sappiamo come hanno risposto in realtà i Primi Ministri. Prenda ad esempio la mia ricerca sul P26, l’esercito stay-behind svizzero. Non sappiamo esattamente come si svolsero queste conversazioni. Un capo di stato maggiore, il maggior ufficiale in Svizzera, mi disse che andò al Governo, dai consiglieri federali, come noi li chiamiamo, e gli parlò di questo esercito stay-behind. Lo ascoltarono, e non dissero nulla. Questa è una plausibile difesa di smentita. Non affermi nulla, non firmi alcun documento, ma approvi in silenzio, e la storia continua. Il Ministero della Difesa maschera il finanziamento necessario a sostenere la rete, con uno stanziamento per la costruzione di una nuova pista di atterraggio. Ognuno sarebbe d’accordo silenziosamente. Non c’erano prove esplicite che i più alti funzionari fossero coinvolti. Ma in ogni caso, possiamo ora dimostrare che non si trattava di una pista d’atterraggio, ma si trattava di una struttura di sicurezza in Europa Occidentale. In parte era illegale, perché non era controllata direttamente da un’assemblea legislativa eletta, i parlamentari”.

La ragione per alti livelli di sicurezza, la Guerra Fredda, non esiste più da 15 anni, eppure gli archivi restano ancora chiusi. Inoltre, gli archivi degli ex-Stati comunisti sono stati in gran parte svuotati da qualsiasi materiale che potesse far luce su Gladio e la NATO. “Sarebbe estremamente interessante per gli storici entrare negli archivi per apprendere, per esempio, informazioni riguardo agli eserciti stay-behind ecc.. ma ci danno accesso. Gli archivi di MI6, CIA, BND, SISMI, e quant’altro, non sono accessibili. Sarebbe stato eccellente poter entrare negli archivi del nemico, e vedere cosa avesse scritto su di noi; c’è molto da imparare in questo modo. I servizi segreti occidentali erano più svegli tuttavia, e fecero piazza pulita negli archivi della Stasi a Berlino. Le persone che vi lavoravano mi hanno confermato che fondamentalmente i servizi segreti tedeschi, la CIA, ed i servizi segreti inglesi, furono i primi ad entrare e spazzarono via il tutto. Ciò che resta è storia. Possiamo parlare con le persone coinvolte, persone che in molti casi sono vicine alla morte e desiderano parlare della loro vita, come hanno vissuto tutto ciò, cosa hanno fatto e perché hanno agito così. Vedono la vita in modo diverso”. Con la rassegnazione di chi ha fatto diverse richieste secondo l’atto di libertà d’accesso all’informazione, la maggior parte delle quali destinate al fallimento, Ganser continua, “chi sta al potere, non dirà mai nulla. Ci dicono di non pensarci. Ho chiesto ai funzionari della NATO se sapevano qualcosa in merito al Supreme Allied Headquarters Europe [N.d.T.: il quartier generale degli Alleati in Europa], e ne erano a conoscenza; ho poi parlato della struttura, e hanno affermato di non saperne nulla. Negare tutto: questa è la strategia”.

Le implicazioni della ricerca di Ganser sono terrificanti, ma nel contempo molto attuali. Abbiamo davvero avuto un terrorismo sponsorizzato dallo Stato in Europa, allo scopo di discreditare i movimenti democratici di sinistra? C’era davvero una politica talmente cinica da prevedere l’uccisione di civili innocenti per un presunto bene maggiore? Quando gli chiedo se c’è qualche prova che queste rete paramilitari siano state sciolte, Ganser ride, colpito dall’assurdità: “Abbiamo soltanto la parola di chi creato tutto ciò che poi abbiano distrutto il tutto. È l’unica prova che possediamo. E per studiosi e storici, non si tratta nemmeno di una vera prova”. Potrebbe sembrare disgustoso mettere in dubbio l’integrità ed il buon senso dell’intelligence occidentale, dal momento che siamo impegnati nella ‘guerra contro il terrorismo’, ma fin quando restano dubbi sulla strategia della tensione, e fin quando agli studiosi seri non è permesso l’accesso agli archivi dell’intelligence, essere scettici sullo scopo reale della guerra sembra un atteggiamento assennato. “La lezione che possiamo trarre, se riportiamo la nostra esperienza dalla Guerra Fredda alla situazione attuale, è che una strategia della tensione è tuttora implementata, ma stavolta contro i Musulmani”, ipotizza Ganser. “Tutti sappiamo che l’occidente dipende in larga parte dal petrolio, e si ha bisogno di un pretesto per sviluppare operazioni in Iran, Irak ecc. Non possiamo semplicemente recarci lì, ed invadere i loro territori, quindi abbiamo bisogno di pensare che stanno cercando di ucciderci. Quindi è possibile che una strategia della tensione sia in atto, nella quale i Musulmani stanno svolgendo il ruolo che i comunisti avevano nella Guerra Fredda. Tuttavia è troppo difficile, tutto sta avvenendo in modo velocissimo, e ci sono pochi dati disponibili”.

I dati sono la chiave di tutto, ed il libro di Ganser ne è pieno. Nazione per nazione, Ganser esamina la lotta interna contro il comunismo, documentata dalle tre indagini parlamentari e da dichiarazioni dei pochi coinvolti in Gladio che hanno deciso di rendere pubblico il loro coinvolgimento. Non si tratta del regno di Roswell, fatto di alieni, di teorie inverosimili, di congiure, tanto amate dalla generazione internettiana. Questa è una storia vera, un movimento storicamente provato, che ha operato in Europa. La strategia della tensione resta una teoria plausibile per spiegare gli attacchi feroci che sono avvenuti in Europa. L’onere ai nostri governi eletti di dimostrare il contrario.

Note
* Nel Novembre 1990, in risposta alla dichiarazione di Andreotti che asseriva l’esistenza di un esercito segreto capeggiato dalla NATO, la NATO ha negato categoricamente. Il giorno seguente la NATO ha spiegato che la negazione era falsa, ma ha comunque rifiutato di rispondere ad ulteriori domande.

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Durante la guerra fredda eserciti segreti sono stati attivi in tutta l’Europa occidentale. Gladio faceva parte di questa rete, che avrebbe dovuto contrastare un’invasione del Patto di Varsavia.

Gladio: il grande segreto della Repubblica

di Renzo Paternoster

L’organizzazione Gladio è un tassello nella storia occulta della Repubblica italiana, tuttavia la sua rilevanza non va enfatizzata ne sottovalutata, pena un possibile effetto distorsivo nella ricostruzione di accadimenti e responsabilità.
Certamente Gladio ha fatto parte a pieno titolo della guerra fredda che si è combattuta in Italia, ma bisogna evitare l’errore di individuare in Gladio la chiave interpretativa di tutte le vicende della strategia della tensione e delle stragi in Italia.

Tutto cominciò con una trasmissione del Tg1 del luglio 1990. In quattro puntate, trasmesse il 28 e il 30 giugno e il 1° e il 2 luglio 1990, il giornalista Ennio Remondino cercò di ricostruire i retroscena dell’omicidio del primo ministro svedese Sven Olof Joachim Palme (ucciso misteriosamente la sera del 28 febbraio 1986 a Stoccolma). Durante l’inchiesta furono intervistati due testimoni che si qualificarono come ex agenti della Cia disposti a fare rivelazioni sconcertanti sui rapporti degli USA con la destra italiana e la P2. I due ex agenti segreti statunitensi, Richard Brenneke e Ibrahim Razin (agente “Y”, alias Oswald Le Winter, ex generale di brigata dell’esercito americano e supervisore della Gladio europea), parlarono di somme di denaro che la Cia destinò alla P2 per destabilizzare l’Italia. Brenneke parlò anche di qualcosa di molto simile a Gladio.
L’inchiesta scatenò numerose polemiche, fino a una delle prime “picconate” dell’allora Presidente della Repubblica Francesco Cossiga. A causa di queste polemiche il direttore del Tg1 Nuccio Fava fu costretto alle dimissioni. Contemporaneamente, un giudice di Venezia, Felice Casson, che investigava sui depistaggi operati da carabinieri e servizi segreti nell’inchiesta sulla cosiddetta “strage di Peteano” (attentato terroristico in cui persero la vita tre carabinieri) stava approdando a risultati simili alle dichiarazioni di Richard Brenneke.

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Bertoli arrestato subito dopo
la strage della Questura

Già nel 1984, l’esistenza di qualcosa simile a Gladio fu sospettata dalle rivelazioni rese dal membro di “Avanguardia Nazionale” Vincenzo Vinciguerra, durante il processo per la strage di Peteano: «Esiste in Italia una forza segreta, parallela alle forze armate, formata da civili e militari, che ha la capacità di organizzare una resistenza all’esercito russo sul suolo italiano. Si tratta di una organizzazione occulta, una super-organizzazione segreta con una rete di comunicazioni, armi ed esplosivi e uomini addestrati a usarli».
Giulio Andreotti, chiamato il 1° agosto a rispondere alla Camera in qualità di Presidente del Consiglio dei Ministri in merito alle rivelazioni del Tg1, minimizzò le dichiarazioni dell’agente Brenneke perché, come riferì al Parlamento, «la Cia ha smentito recisamente l’appartenenza del Brenneke al servizio statunitense», aggiungendo: «Ritengo del tutto privo di senso comune immaginare che il Congresso degli Stati Uniti d’America abbia potuto autorizzare o comunque tacitamente avallare un’operazione di destabilizzazione condotta contro un paese amico ed alleato come l’Italia». Il 2 agosto, però, Giulio Andreotti, deponendo davanti alla Commissione parlamentare stragi, per la prima volta ammise l’esistenza di una struttura paramilitare segreta del tipo stay behind (che vuol dire “stare dietro le linee”, operare in maniera occulta), cui sarebbero stati affidati compiti di vigilanza anti-invasione. Questa struttura si celava dietro la sigla “Gladio”. Andreotti, però, puntualizzò che, secondo informazioni a lui pervenute dai servizi di sicurezza, l’attività della struttura segreta sarebbe cessata già nel 1972. Il Presidente dell’esecutivo si impegnò a consegnare un fascicolo con maggiori dettagli su Gladio.
Effettivamente un fascicolo fu consegnato alla Commissione il 18 ottobre: era composto di dodici pagine. Il giorno dopo, tuttavia, sparì per ricomparire quattro giorni più tardi debitamente edulcorato. Tra il primo documento e il secondo mancano interi periodi, gli omissis sono parecchi e molte vicende sono oscurate. Ad esempio: nel primo documento si parla del controllo da parte dei servizi segreti sull’intero gruppo Gladio, nel secondo non si fa accenno ad alcun controllo; nella prima versione si sostiene che la pianificazione geografica e operativa era concordata con il servizio informazioni americano, nella seconda versione la riga salta interamente; nel documento “corretto” scompare ogni accenno agli stanziamenti previsti per l’organizzazione, come spariscono tutte le notizie su modalità operative del gruppo, addestramento, materiali in dotazione e, particolare interessante, sui depositi di armi ed esplosivo che nella versione del giorno 18 si dicevano smantellati e ricostituiti altrove.

Nel documento del 18 ottobre 1990, che il Presidente del Consiglio Andreotti presentò alla Commissione parlamentare stragi, si fa risalire al 26 novembre 1956 la nascita della rete clandestina Gladio. In realtà, in quella data, il Sifar e la Cia procedettero a una “riadattamento” (restatement) degli accordi fra il Servizio informazioni italiano e il Servizio informazioni statunitense relativi alla organizzazione e alla attività della rete clandestina post-occupazione, le cosiddette reti Stay Behind.
Questi accordi risalivano a molto prima, al 1951-1952, anche se – come vedremo – una struttura anti-invasione esisteva sin dal 1949 seppure con un nome diverso. L’8 ottobre 1951, infatti, il generale Umberto Broccoli, direttore del “Servizio italiano” (e non il generale Musco, come scritto da Andreotti) inviò al generale Efisio Marras, capo di Stato maggiore della Difesa, un promemoria dal titolo: “Organizzazione informativa operativa nel territorio nazionale suscettibile di occupazione nemica”.

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De Palo e Toni

In Italia esisteva già una struttura clandestina statunitense anti-invasione, ma il direttore del Sifar aveva preso in considerazione la necessità di costituire a sua volta un nuovo organismo di questo genere e di cercare di arrivare a un coordinamento con quello americano. Questa struttura avrebbe dovuto essere capace, in caso di invasione sovietica o jugoslava, di fornire informazioni, sabotare gli impianti dell’occupante e fornire assistenza ai militari rimasti dietro le linee.
Gli Stati Uniti, l’Inghilterra e la Francia avevano già organizzato strutture simili, e non solo nel loro territorio. Successivamente, queste strutture furono fatte nascere in tutti i Paesi dell’Europa Occidentale, comprese nazioni neutrali come Svezia e Svizzera.
Tutte le strutture, inclusa poi Gladio, erano operanti nell’ambito Nato e coordinate dal Clandestine Planning Committee, l’organo multinazionale controllato dallo Shape (Supreme Headquarters Allied Powers Europe), con sede a Bruxelles in Belgio. Quest’ultima struttura era un organismo di coordinamento tra le diverse nazioni dell’Europa Occidentale già operante dal 1948, anche se con il nome di Western Union Clandestine Committee (Commissione clandestina dell’Unione occidentale).
Nel 1990, in un articolo del 13 novembre, il giornalista dell’International Herald Tribune Joseph Fitchett, elaborò il termine “Resistenza della Nato”, per spiegare le funzioni di queste reti anticomuniste, finanziate in parte dalla Cia.
Queste “armate segrete” ebbero diversi nomi, a seconda del Paese: in Svizzera erano state denominate in codice “P26”, in Austria “OWSGV”, in Belgio “SDRA8”, in Danimarca “Absalon”, in Germania “TD BJD”, nel Lussemburgo semplicemente “Stay-Behind”, nei Paesi Bassi “I&O”, in Norvegia “ROC”, in Grecia “LOK”, in Turchia “Contro-Guerriglia”, in Portogallo “Aginter”. I nomi in codice degli eserciti segreti in Francia, in Finlandia, in Spagna e in Svezia rimangono tuttavia sconosciuti.

Gladio ha ricalcato, in forma più aggiornata, l’organizzazione adottata dalle forze di resistenza partigiana in Europa durante l’occupazione nazista. E’ stata dunque una rete clandestina, inserita nell’ambito Nato, da impiegare nell’eventualità di un’occupazione nemica del territorio.
L’origine di Gladio è fatta risalire all’organizzazione O, la quale era originata da una formazione partigiana bianca, la Osoppo.
Nel primo dopoguerra, appena ebbe inizio la Guerra Fredda e divenne concreto il pericolo di un attacco degli eserciti del Patto di Varsavia, questa organizzazione fu inserita legalmente nelle Forze Armate italiane. Fu dotata di vertici militari e fatta confluire nelle strutture segrete della Nato.
La Stay Behind italiana era costituita da cinque unità di pronto impiego in regioni di particolare interesse strategico, denominate: “Stella Alpina” nel Friuli, “Stella Marina” nella zona di Trieste, “Rododendro” nel Trentino Alto Adige, “Azalea” nel Veneto e “Ginestra” nella zona dei laghi lombardi.
La struttura, alle dipendenze dell’Ufficio R del Sifar, era articolata in quaranta nuclei, dei quali sei informativi, dieci di sabotaggio, sei di propaganda, sei di evasione e fuga, dodici di guerriglia. Inoltre erano state costituite cinque unità di guerriglia di pronto impiego in regioni di particolare interesse.
L’organizzazione su più livelli rese l’intera struttura più protetta nel caso una unità fosse stata scoperta. Esistevano, infatti, almeno tre livelli: uno formato da elementi destinati a “durare” nel territorio eventualmente occupato, e quindi non facilmente individuabili in quanto insospettabili; un altro formato da unità di guerriglia di pronto impiego da attivare alle spalle del nemico come vere e proprie bande partigiane; un altro livello era direttivo. Quest’ultimo, il più protetto di tutti, è rimasto occulto anche agli occhi degli stessi “gladiatori”, ed era composto da individui i cui nomi dovevano rimanere ignoti (e che tutt’ora in effetti lo sono).
Le indagini su Gladio si sono concentrate sui livelli più bassi dell’organizzazione, compresi i nomi dei seicentoventidue gladiatori, tantissimi dei quali hanno comunque fatto parte di Gladio in buona fede, perché ritenevano che avrebbero dovuto operare solo in funzione antinvasione. Non si è potuto scoprire di più, perché molte tracce compromettenti sono state cancellate, anche col fuoco, come si evince dalla sentenza e dalla perizie del processo Gladio. Nella perizia effettuata da Giuseppe De Lutiis, per conto del Tribunale di Bologna, si legge infatti: « [.] È inoltre da rilevare che nei registri di protocollo si riscontrano una abnorme mole di documenti distrutti col fuoco nei giorni intercorrenti tra il 29 luglio e l’8 agosto 1990, e cioè in concomitanza con l’accesso del giudice Casson al Servizio per la consultazione di documenti (27 luglio 1990) e con le dichiarazioni del presidente del Consiglio Andreotti dinanzi al Parlamento (il 2 agosto alla Camera, e il 3 alla Commissione parlamentare sul terrorismo e le stragi)» (Perizia nei procedimenti penali del Tribunale di Bologna n° 219/A/86. Rggi e n° 1329/A/84 Rggi, consegnata il 1° luglio 1994, pag. 3).

A seguito degli accordi Italia-Usa, nel corso del 1959 la Cia provvide anche a inviare i

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Il generale De Lorenzo

materiali di carattere operativo da interrare nelle zone sensibili (i cosiddetti Depositi Nasco). A partire dal 1963 ebbe inizio la posa dei contenitori. In totale, secondo le indagini portate avanti dagli inquirenti, i depositi Nasco sono stati centotrentanove. Fra i materiali in questione erano comprese armi portatili, munizioni, esplosivi, bombe a mano, coltelli, mortai da 60 mm, cannoncini da 57 mm, fucili di precisione, radiotrasmittenti e così via. Parte del materiale Nasco risulterà essere identico a quello utilizzato per alcune stragi compiute in Italia. Ad esempio, l’esplosivo al plastico C4 ritrovato nel 1972 ad Aurisina, vicino a Trieste, sembra essere identico a quello utilizzato a Peteano per far saltare la Fiat 500 che uccise tre militi dell’Arma. Ma di questo ci occuperemo più avanti.
Gli americani dotarono la struttura anche di un aereo Dakota C47, nome in codice “Argo-16”, fornito per le operazioni di trasporto. Questo aereo comparirà in alcune vicende oscure della Prima Repubblica.
La maggiore concentrazione di questi depositi si è avuta in gran parte nell’Italia del Nord, nelle regioni del Nordest, tuttavia anche al Sud sono state segnalate alcune presenze: ad esempio nella zona di Napoli sono esistiti uno o due depositi per sabotatori, come anche in quella di Taranto.
Il materiale destinato alla rete clandestina non era però solo quello interrato nei Nasco in contenitori sigillati: l’armamento e il materiale per le “Unità di pronto impiegoera anche in superficie, presso alcune caserme di Carabinieri e nella base di Capo Marrargiu, in Sardegna.
Un punto ambiguo collegato ai materiali Nasco è quello relativo alla proporzione tra la sua quantità e il numero dei gladiatori. Infatti, ufficialmente non fu mai superata una media di duecentocinquanta effettivi: è abbastanza illogico credere che il finanziamento e l’armamento destinati alla Gladio siano serviti solo per rendere operativa una forza clandestina di poco più di duecento uomini.
Studiamo ora brevemente l’evoluzione numerica della struttura.
A seguito dei mutamenti geopolitici in Europa, a partire dal 1974 fu rivista tutta la programmazione della rete. Sulla base di un memorandum intitolato “Direttive di base nella guerra non ortodossa nei territori occupati dal nemico”, furono cancellate l’unità di pronto impiego. Queste furono sostituite: dalle “Unità di guerriglia”, impiantate in tutto il territorio nazionale (e quindi non più limitate alla sola fascia alpina nordorientale), con un organico di centocinque unità ciascuna; dalle “Reti di Azione Clandestina”, con un organico di venticinque unità ciascuna; dai “Nuclei”, da impiantarsi nelle zone dove presumibilmente sarebbe stata necessaria attività di informazione o di esfiltrazione, con un organico di cinque unità ciascuna.
La forza complessiva programmata a partire dal 1974 era dunque di 2.874 unità. Stando agli atti delle inchieste, la forza effettiva rimase tuttavia notevolmente al di sotto.

Centro e quartier generale dell’esercito clandestino di Gladio, fu la base militare sarda di Capo Marrargiu, che divenne il Centro Addestramento Guastatori (Gag). All’esterno della base appariva il simbolo della spada Gladio e il motto Silendo Libertatem Servo.
La costruzione della “base” iniziò attorno al 1954. Furono innanzitutto acquisiti i permessi necessari, poi si procedette alla costituzione di una società a responsabilità limitata, la “Torre Marina”, costituita pubblicamente presso il notaio De Martino, che ebbe come soci il generale Musco, allora direttore dei Servizi, il colonnello Santini, capo del Sios-Aeronautica, e il colonnello Fettarappa, dirigente dell’Ufficio R del Sifar. Per consentire di derogare alle norme di legge, che vietavano agli ufficiali di possedere quote azionarie e di costituire società, fu necessaria un’autorizzazione speciale del ministro della Difesa Paolo Emilio Taviani.
Per la realizzazione del Centro, la Cia destinò trecento milioni di lire. Il colonnello Renzo Rocca ebbe il compito di sovrintendere alla costruzione della nuova base stay behind italiana. Il Centro fu dotato, oltre delle strutture per l’ospitalità, anche di bunker sotterranei,

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Il generale Santovito

apparati di radiotrasmissione a lunga distanza, poligoni di tiro, zone per i corsi sull’uso degli esplosivi, aule per le lezioni di carattere ideologico, attrezzature subacquee per l’addestramento di uomini-rana, un piccolo porto, due piste d’atterraggio per aeroplani e una per gli elicotteri.
Il Centro di Capo Marrargiu doveva costituire anche la base operativa “ultima” della rete. Nel caso anche la Sardegna fosse stata occupata dal nemico, il Comando si sarebbe trasferito in Inghilterra.
All’interno della scuola di Capo Marrargiu operavano i cosiddetti “interni”, per lo più militari effettivi della 7ª Divisione dei Servizi militari, incaricati di formare e addestrare gli “esterni” (i gladiatori). La base sarda servì anche agli specialisti del Cag: infatti al suo interno si addestravano anche molti altri reparti speciali delle forze armate italiane e alleate.
Presso la scuola sarda si tennero corsi di preparazione alle tecniche della “guerra non ortodossa”, su temi quali sabotaggio, guerriglia, infiltrazione, esfiltrazione e occultamento e riesumazione di depositi Nasco.
In pratica si trattava di imparare tecniche di sabotaggio, di guerra a bassa intensità, di favorire l’introduzione clandestina di gruppi di reparti speciali alleati sul territorio occupato, di favorire l’uscita senza rischi dal territorio occupato di persone di rilevanza, come politici, scienziati, spie, oltre naturalmente agli elementi dei gruppi entrati clandestinamente.
Per quanto riguarda, invece, l’occultamento dei depositi Nasco, tutto rimase nella teoria. Infatti i Nasco furono depositati nel 1963 da personale “interno” e nessuno dei gladiatori conosceva le ubicazioni in quanto, in caso di necessità d’uso, sarebbero state segnalate opportunamente tramite messaggi cifrati.

La domanda da porsi ora è: a quali azioni ha preso parte Gladio? Ufficialmente a nessuna, la struttura non è mai stata attivata, almeno questo è stato rilevato dai pochi documenti superstiti ritrovati dalla magistratura. Il problema però è che la presenza di Gladio, o almeno di alcuni personaggi e alcune “dotazioni” della struttura, compaiono nelle pagine più buie della storia della nostra Repubblica. Anche alcune dichiarazioni di ex appartenenti, ritenuti però non affidabili dalla magistratura, hanno lasciato intendere che dietro a Gladio ci fosse altro.
Ad esempio, Vincenzo Vinciguerra che, sempre nel suo interrogatorio del 1984, confessò: «questa super-organizzazione, dato che un’invasione sovietica non sarebbe potuta realisticamente avvenire, si era assunta il compito, per conto della Nato, di prevenire uno spostamento a sinistra degli equilibri politici del Paese. Questo fecero con l’assistenza dei servizi segreti e di forze politiche e militari». I documenti ritrovati dalla magistratura, anche se incompleti, non attestano questo, tuttavia sappiamo che i servizi segreti, che controllavano le reti stay behind in Italiano, contattarono e protessero giovani neofascisti che furono poi coinvolti in una serie di operazioni terroristiche, di cui furono falsamente accusati anarchici per screditare la sinistra.
Non solo, come riferito, molti documenti furono distrutti, ma non di rado alcune persone coinvolte in Gladio morirono in circostanze misteriose.
Vediamo qualche esempio che solleva dubbi sulla struttura Gladio.
Enrico Mattei, presidente dell’Eni, morì nel 1962 nell’incidente del bimotore che lo portava a Milano.
Ad ipotizzare apertamente una relazione tra Gladio e il caso Mattei sono stati nel 1995 i giudici Benedetto Roberti e Sergio Dini, della Procura militare di Padova, e Felice Casson, sostituto procuratore a Venezia.
Due gli elementi di fondo che hanno indotto i giudici a ipotizzare una connessione tra Gladio e il caso Mattei. Il primo riguarda una delle guardie del corpo dell’presidente dell’Eni, Giulio Paver, che è risultato iscritto a Gladio. Dini e Roberti hanno poi accertato, dalla documentazione sequestrata presso la VII divisione del Sismi, dove sono custoditi gli archivi segreti di Gladio, che all’organizzazione laziale di Gladio appartenevano anche Lucio e Camillo Grillo, cognome non nuovo (a questo nucleo territoriale di Gladio faceva parte anche Armando Degni, che sarà poi inquisito per il tentato “Golpe Borghese”). Infatti, un misterioso “capitano Grillo”, presunto ufficiale dei Carabinieri, ispezionò con altri due “colleghi” l’aereo di Mattei prima del decollo da Catania. Il pilota, altra stranezza, in quel momento era assente. Pochi mesi dopo la morte di Mattei, Giulio Paver, lasciò il suo incarico all’Eni. Probabilmente perché il suo compito era terminato. Le attività del presidente dell’Eni costituivano un problema per gli Usa e qualche gladiatore potrebbe così essere stato incaricato di “rimuovere il problema”, magari con la complicità della Mafia.

Gladio entra indirettamente anche nella vicenda del cosiddetto “Piano Solo”. Questo fu un

Clicca sulla immagine per ingrandire
L’incidente di Mattei ripreso
dalla stampa dell’epoca

piano predisposto dal generale massone De Lorenzo, capo del Sifar, che elaborò un progetto di golpe da attuarsi nel caso in cui il Governo di centro sinistra (presieduto da Aldo Moro) non ridimensionasse le sue istanze riformiste.
Il Piano Solo prevedeva, oltre l’occupazione di obiettivi strategici nelle principali città italiane, anche l’arresto di oltre settecento dirigenti comunisti e socialisti, sindacalisti, intellettuali di sinistra ed esponenti della sinistra Dc da deportare poi in Sardegna, proprio nella base di Capo Marrangiu. Sulla vicenda il governo pose il segreto di Stato.
Altra “stranezza” è legata alla morte del commissario Luigi Calabresi. La presunta morte dell’estremista di destra Gianni Nardi, ufficialmente morto in un incidente d’auto il 10 settembre 1976 a Palma di Maiorca, permise di chiudere definitivamente le indagini circa il coinvolgimento dello stesso sia nell’omicidio del commissario Calabresi sia in un enorme traffico d’armi. Un certo Gianni Nardi è presente nelle liste Gladio con la sigla 0565.
Gladio sembra entrare anche nella “Strage alla questura di Milano”, avvenuta il 17 maggio 1973 e che provocò la morte di quattro persone e il ferimento di altre quarantacinque. L’autore del gesto criminale, Gianfranco Bertoli, risulta stipendiato dal Sifar, legato al gruppo di destra Pace e Libertà e, soprattutto, un aderente dell’organizzazione Gladio con sigla 0375. Negli archivi dei servizi, il giudice istruttore Lombardi trova tracce di pagamenti fatti a Bertoli che usufruisce di una sigla di copertura: TRO31, nome in codice “Negro”.

Nel caso Moro, la presenza di Gladio sembra impressionante. E’ stato appurato che almeno quattordici giorni prima la struttura Gladio fosse già a conoscenza del rapimento. Inoltre è stato appurato che alcuni proiettili sparati dai brigatisti in via Fani sembrano avere le stesse caratteristiche di quelle presenti nei depositi Nasco. La mattina della strage, in maniera del tutto casuale, il colonnello del Sismi Camillo Guglielmi, istruttore presso la base Gladio di Capo Marrargiu, si trovò a passare proprio nel momento in cui il Presidente Moro stava per essere rapito dai brigatisti. Anche la stampatrice modello Ab Dick 360 T (matricola n° 938508) utilizzata dalle Br per i loro comunicati durante il sequestro Moro, sembra provenisse dall’Ufficio del Raggruppamento Unità Speciali (Rus), ovvero l’ufficio che provvedeva all’addestramento dei gladiatori. Probabilmente Moro parlò di Gladio nel suo “processo” da parte delle Br, per questo la vicenda legata al memoriale che racchiude le rivelazioni dello statista è molto contorta, con smarrimenti di carte e ritrovamenti casuali, sino alla morte del generale Dalla Chiesa (ufficialmente ucciso dalla Mafia), che entrò in possesso di quelle carte.
Per concludere anche nella morte della giornalista Graziella De Palo e del redattore Italo Toni sembra entrare la struttura Gladio. I due reporter, rapiti il 2 settembre 1980 in Libano e poi uccisi, stavano svolgendo un’inchiesta giornalistica su un presunto traffico internazionale di armi tra l’Olp (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) e l’Italia e sui campi di addestramento palestinesi situati nel sud del Libano. Le inchieste condotte sulla morte dei due giornalisti furono depistate da parte dei servizi segreti italiani. Il generale Giuseppe Santovito, direttore del Sismi, e il colonnello Stefano Giovannone, capocentro dei Servizi a Beirut dal 1972 al 1981, risulteranno entrambi legati a Gladio. La loro improvvisa morte interruppe il processo a loro carico per le attività di depistaggio.

La struttura Gladio fu ufficialmente sciolta dal Presidente del Consiglio dei Ministri Giulio Andreotti nel novembre del 1990. Contemporaneamente furono dati “in pasto” all’opinione pubblica i nomi dei 622 gladiatori. Agli ex gladiatori fu inviata una lettera di congedo da parte del direttore del Sismi Ammiraglio Fulvio Martini che riassumiamo: «Per ordine del Governo la struttura Stay Behind è stata sciolta in data 27 novembre 1990. Pertanto alla ricezione della presente la S.V. deve considerarsi sciolta da ogni vincolo connesso alla predetta struttura. Viene quindi a cessare ogni forma di riservatezza. Il Servizio La ringrazia per la consapevole disponibilità offerta nella possibile prospettiva di un compito legittimo e generoso nella malaugurata evenienza di un’occupazione militare dell’Italia. È con questi sentimenti che Le invio il mio grazie ed i miei più cordiali saluti».
Mentre la Russia apriva i suoi archivi segreti, gli Usa aggiunsero altri lucchetti ai loro, rifiutandosi di collaborare con gli organi italiani. In Italia, invece, si pensò bene di distruggere una parte di questi archivi. Ciò ha permesso al Comitato parlamentare, presieduto da Tarcisio Gitti, di votare a maggioranza la conclusione in cui si afferma sia la piena legittimità della struttura sia l’assenza di deviazioni.

BIBLIOGRAFIA

  • Il lato oscuro del potere. Associazioni politiche e strutture paramilitari segrete dal 1946 a oggi, di G. De Lutiis – Editori Riuniti, Roma, 1996
  • Convergenze parallele. Le Brigate Rosse, i servizi segreti e il delitto Moro, di S. Flamigni – Kaos Edizioni, Milano, 1998
  • Segreto di Stato. La verità da Gladio al caso Moro, di G. Fasanella, C. Sestieri, G. Pellegrino – Einaudi, Torino, 2000
  • L’amico americano. Presenze e interferenze straniere nel terrorismo in Italia, di G. Flamini Editori Riuniti, Roma, 2005
  • Trame atlantiche, storia della loggia massonica P2, di S. Flamigni – Kaos Edizioni, Milano, 2005
  • L’Italia vista dalla Cia. 1948-2004, di P. Mastrolilli, M. Molinari – Laterza, Roma-Bari, 2005
  • Doveva Morire. Chi ha ucciso Aldo Moro. Il giudice dell’inchiesta racconta, di F. Imposimato, S. Provvisionato – Chiarelettere, Milano, 2008
  • Gli eserciti segreti della Nato. Operazione Gladio e terrorismo in Europa Occidentale, di D. Ganser – Fazi Editore, Roma, 2008.
  • Le organizzazioni paramilitari nell’Italia repubblicana (1945-1991), di G. Pacini – Prospettiva Editrice, Civitavecchia-Roma, 2008

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LA NATO: DA GLADIO AI VOLI SEGRETI DELLA CIA

Data: Giovedì, 21 giugno @ 19:00:00 CEST
Argomento: Varie

DI OSSAMA LOFTY
Reseau Voltaire

La manipolazione delle democrazie europee

Compiere attentati contro civili, in modo da creare un clima di paura, e poi imputarli ai propri avversari politici per screditarli è una vecchia ricetta dei servizi segreti anglosassoni. Questa tecnica di destabilizzazione, adattata alla globalizzazione, è sempre attuale. Per iniziativa del Réseau Voltaire, cinquanta esperti provenienti da una dozzina di paesi si sono riuniti a Parigi per studiare la similitudine tra la “strategia della tensione”, iniziata durante la Guerra Fredda, e la “guerra contro il terrorismo”, scattata sulla scia degli attentati dell’11 settembre.

Da Gladio ai voli segreti della CIA. Dalla “strategia della tensione” alla “guerra contro il terrorismo”. Una semplice carrellata storica è sufficiente a convincersi della continuità, se non della corrispondenza, di queste due operazioni, non fosse altro per i suoi mandanti e i luoghi di applicazione. E a porre la questione della “riattivazione” della rete “stay-behind” in Europa occidentale.

Creata dopo la seconda guerra mondiale, lo stay-behind (letteralmente: gli uomini lasciati sul territorio dietro la linea del fronte) doveva costituire in anticipo una rete di resistenza in caso d’invasione sovietica in Europa occidentale. Indirettamente frutto degli accordi di Yalta e di Postdam, questa rete era diretta dalla CIA statunitense e dal MI6 britannico per essere installata in tutta l’Europa occidentale (ossia nella zona d’influenza anglosassone). Essa fu ben presto incorporata nella NATO [1].

Ciononostante, essa non tardò a oltrepassare la sua missione originale per prevenire qualsiasi influenza comunista nelle democrazie occidentali. Si specializzò allora nel truccare le elezioni, negli assassini politici e negli attentati [2]. Ciò è avvenuto principalmente in Italia, dove due di tali crimini hanno particolarmente colpito gli animi: l’assassinio del primo ministro Aldo Moro nel maggio 1978 e l’attentato alla stazione di Bologna nel maggio 1980, in entrambi i casi attribuiti alle Brigate Rosse [NdT: ?]. Lungi dall’arrestarsi alla frontiera italiana, l’azione dello stay-behind si è estesa a tutti gli stati membri della NATO, compresa la Francia ( con l’eccezione, ovviamente, degli Stati Uniti, del Canada e del Regno Unito) [4]. Molto spesso all’insaputa dei governi degli stati in cui operava.

Ufficialmente disciolta dopo il crollo dell’Unione sovietica, la rete stay-behind, la cui esistenza sotto il nome di “Gladio” è stata rivelata solo nel 1990 dal primo ministro italiano Giulio Andreotti [5], continua oggi la sua attività estendendola a nuovi stati in misura dell’ampliamento della NATO. Se alcune nazioni, come l’Italia ed il Belgio, hanno condotto alcune inchieste e, in questo ultimo caso, è previsto un controllo parlamentare al fine di evitare che situazioni del genere possano ripetersi, nella maggior parte degli stati europei queste rivelazioni sono passate sotto silenzio. [6] Senza prendere alcuna misura significativa per contrastare questa organizzazione criminale. Analogamente, sono rimaste nel loro stato di torpore all’annuncio della scoperta delle prigioni segrete della CIA nel 2005.

La “strategia della tensione” si è trasformata in “lotta contro il terrorismo”?

Tale è il punto di vista dello storico svizzero Daniele Ganser, autore de “L’esercito segreto della NATO” il quale ha condotto un’inchiesta attraverso l’Europa intera per riannodare i fili di Gladio e scrivere questa opera unica su questo soggetto [7]. Uno specialista per il quale la “guerra contro il terrorismo” è oggi un analogo strumento di manipolazione dei popoli occidentali, nel senso che essa indica dei nuovi falsi responsabili di atti terroristici – i musulmani – non più per contrastare la “minaccia sovietica” ma per giustificare la guerra per le risorse condotta dagli Stati Uniti.

Questo punto di vista è stato accreditato dall’ex colonnello dell’esercito degli Stati Uniti, Oswald Le Winter, che è stato per più di un decennio il n. 2 della CIA in Europa e il co-presidente del Comitato clandestino della NATO [8]. Egli ha confermato che il suo servizio aveva infiltrato gruppi di estrema sinistra europei come le Brigate Rosse in Italia o Action Directe in Francia; che aveva contemporaneamente reclutato mercenari anti-comunisti di estrema destra; e, infine, che aveva organizzato diversi attentati facendoli eseguire dall’estrema destra, ma attribuiti all’estrema sinistra o da essa rivendicati.

Egli ha altresì dichiarato che la NATO aveva dato ordine di assassinare il generale francese René Audran, direttore degli Affari Internazionali del Ministero della Difesa (ossia incaricato di esportazione di armi), quando fu scoperto che era la fonte delle informazioni divulgate qualche anno prima dal giornalista italiano Mino Pecorelli [9]. L’omicidio fu attribuito ad Action Directe di cui cinque membri furono condannati all’ergastolo [10].

Proseguendo con la sua tesi, il colonnello LeWinter ha affermato di aver partecipato, nell’ambito della CIA affiancata dal MI6, alla creazione di Al Qaeda sul modello di Gladio. Sarebbero stati infiltrati alcuni gruppi islamici; dei mercenari sarebbero stati reclutati in altri ambienti musulmani; e delle operazioni finanziate dai servizi segreti anglosassoni sarebbe state attribuite ai primi ancorché eseguite dai secondi. Tuttavia, a differenza dei gruppi europei degli anni ’70 e ’80, tutti i gruppi islamici di facciata sarebbero stati riuniti sotto l’unica etichetta di Al Qaeda.
Il colonnello LeWinter ha affermato di aver avuto un ultimo contatto con Osama Bin Laden nel 2003; un episodio che all’epoca aveva avuto eco nella stampa portoghese.

Lo storico statunitense Webster G. Tarpley, che ha partecipato telefonicamente da Washington alla riunione, è tornato in dettaglio sull’assassinio del primo ministro italiano Aldo Moro. Un omicidio realizzato dalle Brigate Rosse ma gestito a loro insaputa dalla NATO sotto la diretta autorità di Henry Kissinger. Tarpley, che all’epoca viveva a Roma, era stato il primo a rivelare i dettagli del complotto atlantico che mirava ad impedire la creazione di un governo di unità nazionale con l’inclusione dei comunisti. Egli ha osservato che le inchieste successive hanno confermato i suoi lavori, con l’eccezione dell’individuazione di una società segreta che egli aveva per errore ricondotta all’Ordine di Malta, laddove si trattava del Grande Oriente d’Italia (la famosa loggia Propaganda Due detta “P2”, scoperta in seguito) [11].

Roumiana Ougartchinska ha riferito dell’inchiesta che sta conducendo da oltre dieci anni sul tentativo di uccisione di Giovanni Paolo II. Il confronto tra gli elementi disponibili permette d’invalidare definitivamente la celebre “pista bulgara”, teoria secondo la quale l’attentato sarebbe stato finanziato dall’URSS ed eseguito da un turco agli ordini dei servizi bulgari [12]. Rimane stabilito che Ali Agça era il n. 3 di stay-behind in Turchia e che ha beneficiato di numerose complicità in Europa occidentale. Un intenso conflitto opponeva gli Stati Uniti alla Santa Sede riguardo l’Ostpolitik del cardinale Agostino Casaroli, preoccupata di evitare che l’Europa centrale si trasformasse in un campo di battaglia tra le grandi potenze.

Per l’italiano Giulietto Chiesa, parlamentare europeo, filosofo e giornalista, la situazione è oggi molto più grave di quello che fosse durante la Guerra Fredda. In effetti, se nel contesto dello scontro ideologico tra gli anglo-americani e l’URSS gli uomini di stay-behind potevano credere di violare le regole democratiche per proteggere le democrazie, essi oggi non possono che servire gli interessi anglo-americani ai danni dei loro alleati.

Il 5 ottobre 2001, meno di un mese dopo gli attentati a NewYork e Washington, gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno informato il Consiglio atlantico della riattivazione di stay-behind contro il “nemico terrorista” . Essi hanno reclamato la collaborazione degli stati membri in virtù della mutua assistenza prevista dall’art. 5 della Carta della NATO in caso di attacco ad un alleato. In seguito, essi hanno concordato con l’Unione europea la libertà d’azione di cui avevano bisogno [13]. Infine, essi hanno negoziato bilateralmente le riforme legislative che permettessero agli agenti della CIA e del MI6 di agire clandestinamente in ciascuno degli stati membri [14].

Adesso, la NATO non è più un’alleanza militare tra uguali, ma unicamente il luogo d’esecuzione delle decisioni di Washington. Così, recentemente, gli Stati Uniti hanno potuto negoziare con la Polonia e la Repubblica Ceca l’installazione del loro nuovo sistema missilistico senza neppure informare il Consiglio atlantico, che ne ha dibattuto a giochi fatti.

La Commissione d’inchiesta del Parlamento europeo, alla quale Giulietto Chiesa partecipa attivamente, ha confermato il rapporto di Dick Marty [15] al Consiglio d’Europa [16]. Essa ha indicato che la CIA ha rapito, sequestrato e torturato dei musulmani in Europa nel corso degli ultimi cinque anni.

Il deputato polacco Mateusz Piskorski dal canto suo ha sottolineato che le inchieste aperte nel suo paese non hanno permesso di saperne di più riguardo le prigioni segrete della CIA sul territorio nazionale. Tutto sommato, se esse sono mai esistite lo furono solo durante la presidenza di Aleksander Kwasniewski e sono certamente scomparse con il presidente Lech Kaczynski, nonostante la sua attrazione filo-statunitense.

Per concludere, Thierry Meyssan, presidente del Réseau Voltaire che guidava questa seduta di lavoro, ha sottolineato che gli intrighi dei servizi segreti della Nato si sono fatti beffe dei principi di sovranità nazionale. Egli ha nuovamente messo in guardia verso l’evoluzione imperiale degli Stati Uniti e ha affermato che la loro ingerenza è la prima sfida che le democrazie occidentali sono chiamate ad affrontare. Tanto più che la scelta deliberata delle vittime – tutte musulmane – ha cercato di impiantare in Europa lo “scontro di civiltà”. Infine, alla vigilia delle elezioni presidenziali francesi, egli ha ricordato che gli accordi transatlantici che autorizzano l’utilizzo degli aeroporti francesi da parte degli aerei-prigione della CIA erano stati segretamente negoziati da Nicolas Sarkozy senza averne mai fornito spiegazioni. Ma [Meyssan] si è felicitato che la CIA abbia esitato a farne uso nel timore di sabotaggi ad opera di ufficiali dei servizi francesi fedeli alla repubblica.

NOTE

[1] “Stay-behind: les réseaux d’ingérences américains “ [“Stay-behind, le reti d’ingerenza americane”, ndt], di Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 20 agosto 2001.

[2] “Le Field Manual 30-31” [Il Manuale da Campo 30-31, ndt] dell’esercito degli Stati Uniti, così come le appendici FM 30-31 A e FM 30-31 B, dove si trovano descritte le operazioni “false flag”: “Possono esserci momenti in cui i governi ospiti mostrano passività o indecisione di fronte alla sovversione comunista e, secondo l’interpretazione dei servizi segreti americani, non reagiscono con sufficiente efficacia (…) I servizi segreti dell’esercito degli Stati Uniti devono avere i mezzi per lanciare operazioni speciali che convincano i governi ospiti e l’opinione pubblica della realtà del pericolo insurrezionale. Allo scopo di raggiungere questo obiettivo, i servizi americani devono cercare di infiltrare gli insorti per mezzo di agenti in missione speciale che devono formare gruppi d’azione speciale tra gli elementi più radicali (…) Nel caso in cui non sia possibile infiltrare con successo tali agenti al vertice dei ribelli, può essere utile strumentalizzare per i propri fini organizzazioni di estrema sinistra per raggiungere gli scopi descritti sopra. (…) Queste operazioni speciali devono rimanere rigorosamente segrete. Solamente le persone che agiscono contro l’insurrezione rivoluzionaria conosceranno il coinvolgimento dell’esercito americano negli affari interni di un paese alleato.”

[3] “1980: carnage à Bologne, 85 morts” [“1980: strage a Bologna, 85 morti”, ndt], Réseau Voltaire, 12 marzo 2004.

[4] Nato’s Secret Armies: Operation Gladio and Terrorism in Western Europe [“Gli eserciti segreti della NATO: l’operazione Gladio e il terrorismo nell’Europa occidentale”, ndt], di Daniele Ganser, Frank Cass Publishers. Edizione francese prevista per la fine del 2007 per le edizioni Demi-Lune.

[5] “Rapport Andreotti sur l’Opération Gladio” [“Rapporto Andreotti sull’Operazione Gladio”, ndt], 26 febbraio 1991.

[6] Vedere il documentario Timewatch: Operation Gladio – Behind False Flag Terrorism, di Alan Francovich, BBC (1992). Disponibile in tre parti su Google Video.

[7] Vedere anche “Le Terrorisme non-rivendiqué de l’OTAN” [“Il terrorismo non rivendicato della NATO, ndt] intervista a Daniele Ganser di Silvia Cattori, Réseau Voltaire, 29 dicembre 2006.

[8] Desmantelar a America e Democrazia e Secretismo di Oswald LeWinter, Pubblicazioni Europa-America (Lisbona), 2001 e 2002.

[9] Mino Pecorelli ha rivelato nel 1978 il funzionamento della loggia P2. E’ stato assassinato nel 1979. Nel suo domicilio sono stati scoperti numerosi documenti sulle società segrete legate alla NATO e alla Santa Sede di cui si ignora la provenienza. Il generale Audran è stato assassinato nel 1985. Action Directe è stata smantellata nel 1987.

[10] Le accuse del colonnello Oswald LeWinter contraddicono nel contempo le dichiarazioni dei membri di Action Directe e i lavori della giornalista franco-israeliana Dominique Lorentz che attribuisce la manipolazione di Action Directe a l’Iran.

[11] Chi ha ucciso Aldo Moro?, di Webster Tarpley, POE, 1978.

[12] La Vérité sur l’attentat contre Jean-Paul II [La verità sull’attentato a Giovanni Paolo II, ndt], di Roumiana Ougartchinska, in via di pubblicazione per le edizioni Presse de la Renaissance.

[13] “L’Euro Patriot Act”, “L’Union européenne a autorisé par écrit les prisons secréts de la CIA dès janvier 2003” [“L’Unione europea ha autorizzato per iscritto le prigioni segrete della CIA dal gennaio 2003”, ndt], Réseau Voltaire, 17 novembre 2003 e 13 dicembre 2005.

[14] “La loi Ashcroft-Perben II” [“La legge Ashcroft-Perben II”, ndt], Réseau Voltaire, 18 febbraio 2004.

[15] “Faut-il combattre la tirannie avec les instruments des tyrans?” [“Bisogna combattere la tirannia con gli strumenti dei tiranni?”, ndt], di Dick Marty, Réseau Voltaire, 22 marzo 2007.

[16] Le carceri segrete della CIA in Europa, di Giulietto Chiesa, Edizioni Piemme, 2007.

Ossama Lofty
Fonte: http://www.voltairenet.org
Link: http://www.voltairenet.org/article147368.html
24.05.2007

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org di MATTEO BOVIS

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Imposimato a “La Zanzara”: Dietro a strategia della tensione la regia del gruppo Bilderberg

Pubblicato in data 15/gen/2013

Il Gruppo internazionale Bilderberg implicato nelle stragi degli anni Settanta e Ottanta in Italia operate prima dai nuclei terroristici neri e poi dalla mafia. A rivelarlo è il Presidente onorario aggiunto della Suprema Corte di Cassazione, Ferdinando Imposimato, durante la presentazione napoletana del suo nuovo libro “La repubblica delle stragi impunite”. “Ormai sappiamo tutto della strategia del terrore, che fu attuata dalla struttura Gladio (Stay Behind) in supporto ai servizi segreti (non deviati) italiani” conferma Imposimato “La strategia serviva a scoraggiare l’instaurarsi di governi di sinistra ed era orchestrata dalla Cia”.

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Segnalazione di http://www.nocensura.com

Delle rivelazioni di Imposimato, presidente onorario aggiunto della Suprema Corte di Cassazione, ne avevamo parlato a più riprese nelle scorse settimane:

in occasione della presentazione del suo libro, La Repubblica delle stragi impunite, Imposimato ha rivelato che secondo le carte emerse grazie alle indagini del Giudice Alessandrini alla fine degli anni ’60 (giudice che ‘guardacaso’ è stato ucciso nel 1970 dal “terrorismo” di sinistra) risulta che dietro agli “anni di piombo” e alla “strategia della tensione” ci sia il Gruppo Bilderberg, che aveva tutto l’interesse nel destabilizzare la situazione del belpaese per controllarne e gestirne meglio la politica: quando nei cittadini si diffonde la paura, sono maggiormente “gestibili” e vicini al proprio governo…

Vi consigliamo la lettura dei seguenti articoli:

Ebbene, Imposimato ha rilasciato dichiarazioni sullo stesso tenore in occasione di una intervista a La Zanzara che potete ascoltare QUI

Nonostante il programma radiofonico in oggetto sia seguitissimo, nessuno ha dato il giusto risalto alla notizia, mentre lo scherzo della falsa Margherita Hack sulla inutilità dei cosiddetti ‘saggi’ al contrario è stato ripreso da tutti i mass media, televisivi e cartacei.

Certo, lo scherzo in questione ha suscitato profondi imbarazzi: perché che questi pseudosaggi siano inutili lo sanno persino i maiali degli allevamenti intensivi, ma tutti ci saremmo aspettati le solite frasi di circostanza e magari qualche promessa… mentre invece le dichiarazioni di Imposimato sono GRAVISSIME, specie se pensiamo che tutti i partiti, i vertici delle istituzioni ed i governi che si sono susseguiti negli ultimi decenni sono INFARCITI DI UOMINI RICONDUCIBILI AL GRUPPO BILDERBERG: Mario Monti, ma anche il n.2 del PD Enrico Letta e l’ex ministro berlusconiano Tremonti (tanto per citarne uno per ogni fazione…ma sono moltissimi)

In un paese serio, a questo punto la magistratura avrebbe aperto un’inchiesta: ma qui mica siamo in un paese serio, siamo in Italia. E nonostante tutto questo per qualche cittadino dormiente che continua ad andare dietro ai bilderberghini in questione, corresponsabili a vario titolo della situazione di crisi internazionale, chi parla di argomenti come questo è un ‘complottista’…
 
Staff nocensura.com

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