Nuovo Ordine Mondiale, Genocidi e Stermini

“Eugenetica e altri malanni”: il saggio di Chesterton per la prima volta in Italia

di Antonio Gaspari

ROMA, lunedì, 14 aprile 2008 (ZENIT.org).- Era il 1922 quando in Europa e negli Stati Uniti si diffuse l’entusiasmo per una nuova teoria, “l’eugenetica”, che diceva di basarsi su solide basi scientifiche.

Ispirata al darwinismo sociale, con l’obiettivo di migliorare la specie umana attraverso la soppressione dei deboli, dei malati, dei disabili e dei meno adatti, l’eugenetica fu sostenuta e diffusa nei gruppi dirigenti della politica e dell’impresa, nella comunità scientifica, nelle università e nei mezzi di comunicazione di massa.

Chi si opponeva, come i Pontefici e la Chiesa cattolica, venne accusato di essere retrogrado e ignorante, contrario al progresso scientifico, oppositore dell’avanzamento dell’umanità.

La storia ha poi dimostrato come la teoria eugenetica abbia partorito e cresciuto il razzismo, le misure di selezione della razza, il pregiudizio e la discriminazione delle persone con argomentazioni genetiche, la soppressione di persone definite a priori non adatte o addirittura peggiorative della specie.

Milioni di persone sono state abortite, sterilizzate, imprigionate, recluse e uccise con programmi di eutanasia forzata a causa delle teorie eugenetiche.

Lo scrittore e giornalista Gilbert Keith Chesterton (1874-1936) fu uno di quelli che capì subito l’orrore a cui avrebbe portato la teoria dell’eugenetica. A tal proposito, nel 1922 scrisse un libro che si è dimostrato profetico: “Eugenics and other evils” (Cassel and Company, Limited, London 1922).

Grazie all’editore Cantagalli, per la prima volta questo libro è stato tradotto in italiano ed è ora disponibile in libreria con il titolo “Eugenetica e altri malanni” (344 pagine, 22,00 Euro).

Nel testo, Chesterton denuncia le possibili conseguenze dell’eugenetica e accusa gli eugenetici di utilizzare la ricerca scientifica per imporre una tirannia.

Secondo l’autore britannico, attraverso l’eugenetica si voleva imporre una nuova forma di totalitarismo. Chesterton predisse che gli eugenetici avrebbero realizzato un mondo in cui il matrimonio sarebbe stato deciso, scelto e imposto secondo criteri genetici.

L’autore denuncia con decisione il fatto che con il pretesto dell’eugenetica si sarebbero violati i diritti al libero matrimonio e alla libera procreazione, con una pericolosissima invasione delle libertà civili.

Il noto scrittore critica Thomas Robert Malthus e Charles Darwin, colpevoli, a suo giudizio, di aver fornito le basi al movimento eugenetico con le teorie dell’esplosione demografica e il darwinismo sociale.

Nel libro Chesterton, seppure ironicamente, critica in maniera esplicita i socialisti Sidney Webb, fondatore della Fabian Society, Bernard Shaw e Herbert George Wells, tutti sostenitori dell’eugenetica addirittura come “nuova religione”.

Nei documenti di appendice che accompagnano il libro di Chesterton, si riporta Bernard Shaw, il quale sostiene che “nulla se non una religione eugenica può salvare la nostra civiltà”.

Per meglio comprendere la natura delle critiche di Chesterton, nel libro pubblicato da Cantagalli vengono riportati in appendice alcuni scritti dei suoi avversari, nonché diversi articoli della “Eugenics Review” e della “Birth Control News“.

Impressionante risulta la crudeltà delle argomentazioni alla base della teoria eugenetica: barbarie come sterilizzazione forzata, aborto, eutanasia, discriminazione razziale e sociale vengono discussi e proposti con la più totale indifferenza, in un tipico esempio della “banalità del male”.

(14 Aprile 2008) © Innovative Media Inc.

—————-o0o—————-

Gilbert Keith Chesterton

fidae

Gilbert Keith Chesterton (Londra 29 maggio 1874 – Beaconsfield 14 giugno 1936) fu uno scrittore e giornalista inglese. Scrisse un gran numero di opere di vario genere: romanzi, racconti, poesie, biografie e opere teatrali. Amò molto il paradosso e la polemica. Fra le sue opere ricordiamo L’innocenza di Padre Brown, Il segreto di Padre Brown, L’uomo che fu Giovedì, Le avventure di un uomo vivo.

Cenni biografici
Gilbert Keith Chesterton nasce a Londra il 29 maggio 1874 da una famiglia borghese di confessione anglicana. Viene educato alla St Paul’s School, quindi frequenta la Slade School of Art dove studia pittura e, in seguito, l’University College, che però abbandonerà senza aver conseguito la laurea.
A vent’anni Chesterton viene colpito da una grave depressione e da una crisi di scetticismo nei riguardi della fede durante la quale si avvicina al satanismo.

Nel 1895 Chesterton inizia a lavorare per l’editore londinese Redway e per T.Fisher Unwin. Molti suoi lavori, poi raccolti nel volume dal titolo “The defendant” (in italiano “Il bello del brutto”) vengono pubblicati in giornali come The Speaker, il Daily News, l’Illustrated London News, l’Eye Witness, il New Witness, e nel settimanale che egli dirige per undici anni, il GK’s Weekly.
Nel 1900 scrive la sua prima raccolta di poesie, The Wild Knight, a cui seguiranno articoli di critica letteraria sullo Speaker e sul Daily News. L’anno seguente sposa Frances Webb. Nel 1909 si trasferisce con la moglie a Beaconsfield. Tra il 1911 e il 1936 Chesterton inizia a scrivere i racconti di Padre Brown (molti dei quali ancora inediti).

Dopo lo scoppio della prima guerra mondiale Chesterton fonda con lo scrittore Hilaire Belloc la Lega distribuzionista allo scopo di aiutare lo sviluppo della piccola proprietà e della piccola industria mediante la divisione e la ridistribuzione delle grandi proprietà latifondiste.
Nel 1922 Chesterton si converte alla Chiesa cattolica.

Nel 1934, dopo aver ricevuto diverse lauree honoris causa dalle università di Edimburgo, Dublino e di Notre Dame, gli viene conferito il titolo di cavaliere dell’ordine di S.Gregorio Magno.
Gilbert Keith Chesterton muore il 14 giugno 1936. La sua bara, troppo grande per essere trasportata per le scale, dev’essere calata dalla finestra. Il funerale si svolge nella cattedrale di Westminster; è sepolto nel cimitero cattolico di Beaconsfield, nel Buckinghamshire.

L’attività di scrittore
Chesterton è stato giornalista, polemista e scrittore fertilissimo; in trent’anni ha infatti scritto quasi cento libri tra cui alcuni saggi e biografie (su Charles Dickens, S. Francesco d’Assisi e S.Tommaso d’Aquino), composto poesie, opere teatrali, romanzi, racconti brevi, articoli di giornale (firmati GKC) e partecipato a numerose dispute con H. G. Wells e G.Shaw. È inoltre uno dei pochi intellettuali ad avere avuto il coraggio opporsi pubblicamente alla guerra boera.
Gli scritti di Chesterton sono brillanti, arguti, umoristici e spesso anche paradossali, soprattutto quando si tratta di commentare la politica, l’economia, la filosofia, la teologia. Questo ha fatto sì che Chesterton venisse spesso accostato a scrittori come Charles Dickens, Oscar Wilde, George Bernard Shaw e Samuel Butler.

Ciò che tuttavia lo contraddistingue è il fatto di pervenire a conclusioni spesso diametralmente opposte rispetto ai suoi predecessori e ai suoi contemporanei. In “Eretici” ad esempio, parlando di Oscar Wilde, Chesterton scrive: “La stessa lezione (di chi cerca pessimisticamente il piacere fine a se’ stesso) viene dalla desolata filosofia di Oscar Wilde. È la religione del carpe diem; ma la religione del carpe diem non è la religione della gente felice, ma delle persone estremamente infelici. La gioia non coglie i boccioli di rosa mente ancora può farlo; i suoi occhi fissano la rosa immortale che vide Dante“.

Questa ricerca intellettuale si fa più intensa ne “L’uomo che fu Giovedì”(1908) in cui all’ideale della creazione di un mondo nuovo da parte di uno strano gruppo di sette anarchici che hanno gli stessi nomi dei giorni della settimana, viene contrapposto quello della ricerca della felicità intesa come il vero compimento dell’uomo, dello scontro tra il bene e il male:

Il male è troppo grande e non possiamo fare a meno di credere che il bene sia un accidente, ma il bene è tanto grande che sentiamo per certo che il male potrà essere spiegato.

Lo scontro tra bene e male diventa perciò in Chesterton uno scontro anche tra ottimismo laico e ottimismo cristiano. Così infatti scrive in “Ortodossia”:

Tutto l’ottimismo di quest’epoca è stato falso e scoraggiante, per questa ragione: che ha sempre cercato di provare che noi siamo fatti per il mondo. L’ottimismo cristiano invece è basato sul fatto che noi non siamo fatti per il mondo.

Una delle teorie di Shaw che Chesterton non poteva accettare fu quella del Superuomo. In “Ortodossia”(1908), a proposito del suo amico George Bernard Shaw, il rappresentante della nuova scuola di pensiero dell’umanitarismo, Chesterton scrive:

L’adorazione della volontà è la negazione della volontà….Non è possibile ammirare la volontà in generale perché l’essenza della volontà è nell’essere individuale.

E in “Eretici”(1905):

Il signor Shaw non riesce a capire che ciò che è prezioso e degno d’amore ai nostri occhi è l’uomo, il vecchio bevitore di birra, creatore di fedi, combattivo, fallace, sensuale e rispettabile. E le cose fondate su questa creatura restano in perpetuo; le cose fondate sulla fantasia del Superuomo sono morte con le civiltà morenti che sole le hanno partorite. Quando, in un momento simbolico, stava ponendo le basi della Sua grande società, Cristo non scelse come pietra angolare il geniale Paolo o il mistico Giovanni, ma un imbroglione, uno snob, un codardo: in una parola, un uomo. E su quella pietra Egli ha edificato la Sua Chiesa, e le porte dell’Inferno non hanno prevalso su di essa. Tutti gli imperi e tutti i regni sono crollati, per questa intrinseca e costante debolezza, che furono fondati da uomini forti su uomini forti. Ma quest’unica cosa, la storica Chiesa cristiana, fu fondata su un uomo debole, e per questo motivo è indistruttibile. Poiché nessuna catena è più forte del suo anello più debole.

Lo stesso amore per l’uomo, per l’uomo a tutto tondo, con i suoi difetti, le sue debolezze, ma anche con la sua capacità di amare che nessun accadimento umano potrà mai spegnere è presente nei racconti di Padre Brown. Il personaggio di Padre Brown, modellato su quello di padre O’Connor, un sacerdote che ebbe grande parte nella sua conversione al cattolicesimo, è infatti, sotto l’apparenza umile e quasi sciatta, non solo una persona dotata di grande empatia fino al punto di immedesimarsi col criminale (“Io sono dentro un uomo. (…) aspetto di essere dentro un assassino (…) finché penso i suoi stessi pensieri, e lotto con le sue stesse passioni, (…) finché vedo il mondo con i suoi stessi biechi occhi (…). Finché anch’io divento veramente un assassino.“) ma anche un uomo capace di bontà, di misericordia perché in grado di riconoscere che ogni uomo contiene in se’ sia il bene che tutto il male (“Io non ho proprio ucciso quegli uomini materialmente. Intendo dire che ho pensato e ripensato come un uomo possa diventare così, finché non mi resi conto che ero simile a lui, in tutto, eccetto che nella volontà di compiere l’azione finale“).

Ma soprattutto padre Brown è un amante della verità, un acuto osservatore della realtà che non teme di guardare il male negli occhi in quanto è sicuro che il bene sia sempre più grande del male e quindi in grado di affrontarlo e di sconfiggerlo.

Il Chersterbellock e le accuse di anti-semitismo
Chesterton è stato spesso associato all’amico poeta e saggista Hilaire Belloc, con cui condivideva sia la fede cattolica che la critica nei confronti del capitalismo e del socialismo, a cui opponevano il distributismo. Fu George Bernard Shaw a coniare il nome Chesterbelloc per indicare i due scrittori.
Sia Chesterton che Belloc sono stati spesso accusati di antisemitismo. In realtà Chesterton pensava che gli ebrei dovessero avere una terra in cui vivere ed era contrario alla politica antiebraica di Hitler.

Nel 1934, dopo che Adolf Hitler prese il potere, egli scrisse: “Sia io che Hilaire Belloc siamo stati accusati di essere antisemiti. Oggi, benché io pensi che esista un problema ebraico, sono inorridito davanti alle atrocità commesse da Hitler. Esse non hanno né ragione né logica. Rappresentano ovviamente l’espediente di un uomo che è stato spinto a cercare un capro espiatorio ed ha trovato con sollievo il più famoso capro espiatorio d’Europa, il popolo ebraico”.

—————-o0o—————

Citazioni di Gilbert Keith Chesterton

  • C’è un aspetto per il quale i matrimoni moderni falliscono quasi certamente: cercano di raggiungere uno scopo impossibile. Il desiderio di venerazione è profondo e insito nella natura umana, ma deve essere diretto a Dio. Avendo perso l’idea di Dio, molti uomini e donne iniziano la loro vita matrimoniale venerandosi l’un l’altro. E così arriva la disillusione. Nessun uomo può essere tutto per sua moglie e nessuna donna può essere tutto per il marito: solo il Dio infinito può essere tutto per l’uomo e per la donna che ha creato per Lui. [1]
  • Chi crede nei miracoli li accetta (a torto o a ragione) perché sono evidenti per lui; chi non ci crede li nega (a torto o a ragione) perché ha una dottrina contro essi. (da Ortodossia, pag. 206)
Chi crede ai miracoli lo fa perché ha delle prove a loro favore. Chi li nega è perché ha una teoria contraria ad essi. (citato in Antonio Socci, La Madonna di Lourdes sconvolge gli intellettuali, Libero, 19 febbraio 2010)
  • Con la benedizione del matrimonio, si riceve la forza per amarsi ed essere fedeli l’uno all’altra e in quanto sacramento, la grazia di portare su di sé i limiti e gli errori dell’altro come fossero i propri. Qualsiasi marito e qualsiasi moglie sbaglia a volte così come ogni madre a volte sbaglia col figlio. Non siamo onniscienti e onnipotenti: non vediamo tutti gli elementi, non possiamo controllare nemmeno quelli che vediamo e l’egoismo umano a volte gioca brutti scherzi inconsci anche nel cuore più adorabile. In altre parole, non siamo Dio e guai a chi venera idoli anche all’interno del matrimonio. Ma una volta che ci si rende conto di questo, una volta che Dio è messo sul trono, nel matrimonio entra un enorme potere, per cui gli errori e i peccati dei due che sono stati fatti uno, possono servire per la reciproca santificazione. [2]
  • È facile, a volte, donare il proprio sangue alla patria, e ancor più facile donarle del denaro. Talvolta è più difficile donarle la verità. [3]
  • È l’odio che unisce gli esseri umani, mentre l’amore è sempre individuale. (citato in John Lukacs, Democrazia e populismo, traduzione di Giovanni Ferrara degli Uberti, Longanesi, 2006, p. 148)
  • È strano, ma l’esempio che mi viene in mente è quello di un libro intitolato L’uomo che fu Giovedì. Era una sciocchezzuola un po’ melodrammatica, pure conteneva una sua particolare teoria: un gruppo degli ultimi sostenitori di un ordine civile, lottano contro quello che, apparentemente, appare come un mondo in preda all’anarchia e scoprono, infine, che il misterioso capo degli anarchici è anche a capo dell’ordine costituito, la stessa creatura fiabesca che gli era apparsa piuttosto come l’orco di una pantomima. Soluzione logica (o folle) che ha indotto molti ad arguire che, in questo essere dalla natura ambigua, dovesse leggersi la descrizione della divinità, e il mio libro godette anche di un temporaneo rispetto tra coloro che amano questo tipo di intepretazione. L’errore era dovuto semplicemente al fatto che avevano letto il libro, ma non il titolo. Nel mio caso, veramente, si trattava di un sottotitolo. Il libro si chiamava L’uomo che fu Giovedì. Storia di un incubo. Non era inteso come la descrizione del mondo qual era o come io pensavo che fosse, anche quando i miei pensieri erano molto più incerti di quanto non siano ora. Era la descrizione del mondo di dubbi, di disordine e di disperazione del quale parlavano i pessimisti a quell’epoca, ma con un barlume di speranza posto proprio nell’alternativa insita in quel dubbio che anche i pessimisti, a tratti, avvertivano. (dall’ Illustrated London News del 13 giugno 1936; citato alla p. 173 de L’uomo che fu Giovedì, Arnoldo Mondadori Editore, traduzione di Luciana Crepax)
  • Il male vince sempre grazie agli uomini dabbene che trae in inganno; e in ogni età si è avuta un’alleanza disastrosa tra abnorme ingenuità e abnorme peccato. (da Eugenetica e altri malanni)
  • Il mondo non languirà mai per mancanza di meraviglie, ma soltanto quando l’uomo cesserà di meravigliarsi.[4]
  • La famiglia è il test della libertà, perché è l’unica cosa che l’uomo libero fa da sé e per sé. (da Fancies versus fads)
  • La cosa più saggia del mondo è gridare prima del danno. Gridare dopo che il danno è avvenuto non serve a nulla, specie se il danno è una ferita mortale. (da Eugenetica e altri malanni)
  • La dignità dell’artista sta nel suo dovere di tener vivo il senso di meraviglia nel mondo. (da Generally Speaking)
  • La donna media è a capo di qualcosa di cui può fare ciò che vuole; l’uomo medio deve obbedire agli ordini e nient’altro. (da All thing considered)
  • La felicità non è affatto una forma di soddisfazione o compiacimento: non è serenità o contentezza, come ho creduto fino ad oggi. La felicità non porta la pace, ma una spada: ti scuote come un lancio di dadi sul quale hai puntato tutto, toglie la parola e annebbia la vista. La felicità è più forte di se stessi e poggia il suo piede con fermezza sulla tua testa. [5]
  • La nostra civiltà ha deciso, molto giustamente, che stabilire l’innocenza o la colpevolezza delle persone è troppo importante per essere affidata a uomini istruiti allo scopo. Quando la nostra civiltà vuole essere illuminata su questa angosciosa questione, si rivolge a persone che in materia di legge non ne sanno più di me, ma che sono capaci di sentire quel che io ho sentito sul banco dei giurati. Quando la nostra società vuole catalogare i libri di una biblioteca, scoprire il sistema solare, o altre minuzie del genere, si serve dei suoi specialisti. Ma quando vuol fare qualcosa di veramente serio riunisce 12 uomini comuni. Se ben ricordo, il Fondatore del Cristianesimo fece lo stesso. (da Tremendous Trifles; citato in Selezione dal Reader’s Digest, dicembre 1962)
  • La primavera non è primavera se non arriva troppo presto. (da A Miscellany of men)
  • La vera contentezza è una cosa attiva come l’agricoltura. È la capacità di tirar fuori da una situazione tutto quello che contiene. È difficile ed è rara. (da A Miscellany of men)
  • Le forze che cambiano il corso della storia sono le stesse che cambiano il cuore dell’uomo. (citato nella postfazione a Gilbert Keith Chesterton, La Ballata del Cavallo Bianco, Raffaelli Editore, Seconda Edizione 2011, a cura di Annalisa Teggi e Marco Antonellini, postfazione di Marica Ferri, p. 159)
  • Le grandi opere letterarie sono sempre allegoriche: allegoriche di una qualche visione totale del mondo. (da The Ballad of the White Horse)
  • L’ideale cristiano non è stato messo alla prova e trovato manchevole: è stato giudicato difficile, e non ci si è mai provati ad applicarlo. (da What’s wrong with the world)
  • L’uomo non vive di solo sapone. (da All I survey)
  • Puoi trovare il vero con la logica solo se hai già trovato il vero senza di essa. (da The Man who was Orthodox)
  • Se c’è qualcosa di peggio dell’odierno indebolirsi dei grandi principi morali, è l’odierno irrigidirsi dei piccoli principi morali. (da Tremendous Trifles)
  • Se una cosa merita di essere fatta, merita di essere fatta male. (da What’s wrong with the world)
  • Tutta la differenza fra costruzione e creazione è esattamente questa: una cosa costruita si può amare solo dopo che è stata costruita; ma una cosa creata si ama prima che esista. (dalla prefazione a Charles Dickens, Il Circolo Pickwick)
  • Un grande classico è uno scrittore che si può lodare senza averlo letto. (da All things considered)
  • Un’avventura è solo una disavventura vista dal lato buono. (da All things considered)
  • Una buona battuta di spirito è una cosa assoluta, sacra, che non si può criticare. I nostri rapporti con una buona battuta di spirito sono immediati e addirittura divini. (dalla prefazione a Charles Dickens, Il Circolo Pickwick)
  • Uno dei misteri del matrimonio, che deve essere un sacramento e uno dei più incredibili, è che un uomo inutile come me, può diventare indispensabile in certi momenti. Non mi sono mai sentito così piccolo come ora che so quanto sono necessario. [6]

Attribuite

  • Chi non crede in Dio non è vero che non crede in niente perché comincia a credere a tutto.[7][8]
  • I bambini, infatti, sono innocenti e amano la giustizia, mentre la maggior parte di noi è malvagia e naturalmente preferisce il perdono.[9]
  • La vita è la più bella delle avventure ma solo l’avventuriero lo scopre.[10]

Autobiografia

  • La vera difficoltà dell’uomo non è di godere i lampioni o i panorami, non di godere i denti-di-leone o le braciole, ma di godere il godimento, di mantenersi capace di farsi piacere ciò che gli piace.
  • Nessun uomo ha veramente misurato la vastità del debito verso quel qualsiasi essere che l’ha creato e che lo ha reso capace di chiamarsi qualcosa. Dietro il nostro cervello, per così dire, v’era una vampa o uno scoppio di sorpresa per la nostra stessa esistenza: scopo della vita artistica e spirituale era di scavare questa sommersa alba di meraviglia, cosicché un uomo seduto su una sedia potesse comprendere all’improvviso di essere veramente vivo, ed essere felice.

Eretici

  • Nessuno è più pericoloso di un uomo privo di idee, il giorno che ne avrà una gli darà alla testa come il vino a un astemio.
  • La grande marcia della distruzione intellettuale proseguirà. Tutto sarà negato. Tutto diventerà un credo. È una posizione ragionevole negare le pietre della strada; diventerà un dogma religioso riaffermarle. È una tesi razionale quella che ci vuole tutti immersi in un sogno; sarà una forma assennata di misticismo asserire che siamo tutti svegli. Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate. Noi ci ritroveremo a difendere non solo le incredibili virtù e l’incredibile sensatezza della vita umana, ma qualcosa di ancora più incredibile, questo immenso, impossibile universo che ci fissa in volto. Combatteremo per i prodigi visibili come se fossero invisibili. Guarderemo l’erba e i cieli impossibili con uno strano coraggio. Noi saremo tra quanti hanno visto eppure hanno creduto.
  • L’avventura suprema è nascere. Così noi entriamo all’improvviso in una trappola splendida e allarmante. Così noi vediamo qualcosa che non abbiamo mai sognato prima. Nostro padre e nostra madre stanno acquattati in attesa e balzano su di noi, come briganti da un cespuglio. Nostro zio è una sorpresa. Nostra zia, secondo la bella espressione corrente, è come un fulmine a ciel sereno. Quando entriamo nella famiglia, con l’atto di nascita, entriamo in un mondo imprevedibile, un mondo che ha le sue strane leggi, un mondo che potrebbe fare a meno di noi, un mondo che non abbiamo creato. In altre parole, quando entriamo in una famiglia, entriamo in una favola.

Francesco d’Assisi

  • Ancora ogni generazione cerca per istinto il suo santo. Ed egli è non ciò che la gente vuole, ma piuttosto colui del quale la gente ha bisogno. […] Da ciò il paradosso della storia che ciascuna generazione è convertita dal santo che la contraddice maggiormente.
  • Dobbiamo asserire […] che [San Francesco] fu un poeta. […] Ma egli ebbe un privilegio negato a molti poeti; poté infatti chiamarsi il solo poeta felice fra i tanti poeti infelici del mondo. Tutta la sua vita fu una poesia, ed egli non fu tanto un menestrello che cantava semplicemente le proprie canzoni, quanto un drammaturgo capace di recitare per intero il suo dramma. […] Parlare dell’arte di vivere suona oggi artificiale più che artistico. Ma San Francesco rese in ogni senso la vita arte, per quanto un’arte involontaria. […] [A età avanzata, poiché stava per diventare cieco, gli prospettarono un rimedio orribile, che] consisteva nel cauterizzare l’occhio senza alcun anestetico. In altre parole, si dovevano bruciare i bulbi degli occhi con un ferro rovente. […] Quando fu preso il ferro dalla fornace, egli si levò con atteggiamento educato, e parlò come se si rivolgesse ad un essere invisibile: “Fratello fuoco, Dio ti ha creato bellissimo e forte e utile; ti prego d’essere cortese con me.” Se c’è qualcosa che possa dirsi arte di vivere, a me pare che un simile momento sia uno dei suoi capolavori. Non a molti poeti è stato concesso di ricordare la propria poesia in un simile momento, ancor meno di vivere uno dei propri poemi. Perfino William Blake sarebbe stato sconvolto se, leggendo i nobili versi: “Tigre! Tigre! che splendente bruci!” un’enorme tigre viva del Bengala fosse apparsa alla finesta del suo cottage in Felpham, con la evidente intenzione di asportargli la testa.
  • Il mondo circostante era, come si è già notato, un groviglio di dipendenze familiari, feudali, e altre. L’idea complessa di San Francesco era che i Piccoli Frati dovessero essere come pesciolini, liberi di muoversi a proprio piacimento in quella rete. E potevano farlo proprio per il loro essere piccoli e perciò guizzanti. […] Calcolando, per così dire, su questa astuzia innocente, il mondo era destinato ad essere circuito e conquistato da lui, e impacciato nel reagire alla sua azione. Non si poteva di certo lasciar morire di fame un uomo continuamente votato al digiuno, né lo si sarebbe potuto distruggere e ridurre alla miseria, poiché era già un mendicante. Vi sarebbe stata una soddisfazione ben scarna anche nel percuoterlo con un bastone, poiché egli si sarebbe lasciato andare a salti e canti di gioia, essendo l’umiliazione la sua unica dignità. E nemmeno lo si sarebbe potuto impiccare, perché il cappio sarebbe divenuto la sua aureola.
  • [San Francesco] non confondeva la folla con i singoli uomini. Ciò che distingue questo autentico democratico da qualunque altro semplice demagogo è che egli mai ingannò o fu ingannato dall’illusione della suggestione di massa. Qualunque fosse il suo gusto per i mostri, egli non vide mai dinanzi a sé una bestia dalle molteplici teste. Vide unicamente l’immagine di Dio, moltiplicata ma mai ripetitiva. Per lui un uomo era sempre un uomo, e non spariva tra la folla immensa più che in un deserto. […] Nessun uomo guardò negli occhi bruni ardenti senza essere certo che Francesco Bernardone si interessasse realmente a lui, alla sua vita intima, dalla culla alla tomba, e che venisse da lui valutato e preso in considerazione. […] Ora, per questa particolare idea morale e religiosa non c’è altra espressione esteriore che quella di “cortesia”. “Interessamento” non può esprimerla, perché non è un semplice entusiasmo astratto; “beneficenza” nemmeno, perché non è una semplice compassione. Può solo essere comunicata da un comportamento sublime, che può appunto dirsi cortesia. Possiamo dire, se vogliamo, che San Francesco, nella scarna e povera semplicità della sua vita, si aggrappò a un unico cencio della vita del lusso: le maniere di corte. Ma mentre a corte c’è un solo re e una folla di cortigiani, nella sua storia c’era un solo cortigiano attorniato da centinaia di re.
  • [San Francesco] vide ogni cosa con senso drammatico, staccata dalla sua posizione, non immobile come in un quadro ma in azione come un dramma. Un uccello poteva sfiorarlo come una freccia, […] un cespuglio poteva fermarlo come un brigante; ed egli era pronto a dare il benvenuto a entrambi. In una parola, noi parliamo di un uomo che non confondeva il bosco con gli alberi, e non voleva farlo. Voleva piuttosto considerare ogni albero come un’entità separata e quasi sacra, come una creatura di Dio […] Non voleva ergersi di fronte a uno scenario usato come mero sfondo, e recante la banale iscrizione: “Scena: un bosco”. In tal senso vorremmo intendere che era troppo drammatico per il dramma stesso. Lo scenario avrebbe preso vita nelle sue commedie […] Ogni cosa sarebbe stata in primo piano, e quindi alla ribalta; ogni cosa avrebbe avuto un proprio carattere. Questa è la qualità per cui, come poeta, egli fu perfettamente l’opposto d’un panteista. Non chiamò la natura sua Madre, ma chiamò Fratello un certo somaro e Sorella una certa passerotta. […] È qui che il suo misticismo è così simile al senso comune di un fanciullo. Un bambino non ha difficoltà a comprendere che Dio creò cane e gatto; sebbene sia consapevole che la formazione del gatto e del cane dal nulla è un processo misterioso al di là della sua immaginazione. Ma nessun bambino capirebbe il senso dell’unione del cane e del gatto e di ogni altra cosa in un unico mostro con una miriade di gambe chiamata natura. Egli senza dubbio si rifiuterebbe di attribuire capo o coda a un simile animale. […] Gli uccelli e gli animali francescani assomigliano davvero a uccelli e animali araldici, non perché fossero favolosi, ma nel senso che erano considerati come realtà, chiare e positive, scevre dalle illusioni dell’atmosfera e della prospettiva. In tal senso egli vide un uccello color sabbia in campo azzurro e una pecora d’argento in campo verde. Ma l’araldica dell’umiltà era più ricca dell’araldica dell’orgoglio, perché giudicava tutte le cose che Dio aveva creato come qualcosa di più prezioso e di più unico die blasoni che i principi e i nobili avevano dato soltanto a se stessi.

I paradossi di Mr Pond

  • È quasi l’esatta definizione delle padrone di casa quella che afferma che costoro fanno parlare fra loro persone che odiano parlare, e che le separano quando stanno cominciando a provarci gusto.
  • Il paradosso è stato definito come “la verità che sta ritta in piedi sulla propria testa per attirare l’attenzione”, ed è stato difeso sulla base del fatto che esiste un gran numero di credenze che sta ben saldo sui propri piedi, visto che la testa non la possiede.
  • In genere gli uomini cocciuti […] sono molto precisi in ciò che stanno facendo: ecco perché sono così spesso in torto rispetto a ciò che fanno.
  • La conversazione dovrebbe essere sacra perché è così leggera, così tenue e, se volete, così futile; comunque, così fragile e facile a distruggersi. Troncarle la vita è peggio di un omicidio: è un infanticidio. È come uccidere un bambino che sta cercando di venire alla luce.
  • Per fortuna la gente continua a dissentire sino a quando non muore in pace nel proprio letto. Molto di rado gli uomini concordano davvero pienamente e finalmente. Conoscevo due uomini che giunsero a concordare fra di loro in maniera così completa che uno naturalmente uccise l’altro…

Il Club dei Mestieri Stravaganti

  • “Ogni particolare ci conduce a qualcosa, certo; ma quasi sempre ci conduce alla cosa sbagliata. I fatti ci conducono in tutte le direzioni, almeno a quanto mi sembra, come i mille rami di un albero. È solo la vita dell’albero che possiede un’unità e si innalza; è solo la linfa verde che zampilla, come una fontana, verso le stelle.” (p. 38)
  • “Ci ha sempre colpiti la constatazione che non c’è elemento della vita moderna che sia deploverole quanto il fatto che l’uomo moderno debba cercare la sua vita artistica interamente nello stato sedentario. Se desidera navigare in un mondo di fiaba, egli legge un libro; se desidera slanciarsi nel folto di una battaglia, legge un libro; se desidera scivolare giù da una balaustra, legge un libro. Noi gli diamo queste visioni, ma nello stesso tempo gli diamo anche l’esercizio, la necessità di saltare da un muro all’altro, di combattere con persone strane, di correre per le strade davanti a degli inseguitori: tutti esercizi igienici e divertenti. Noi gli diamo uno sprazzo del grande mondo primitivo di Robin Hood o dei cavalieri erranti del tempo in cui si giocava, sotto un cielo splendido, una meravigliosa partita. Noi riconduciamo gli uomini alla loro infanzia, al tempo divino in cui potevamo essere i protagonisti d’avventure, essere gli eroi di se stessi, in cui potevamo nello stesso momento danzare e sognare.” (pp. 47-48)
  • “Quando un uomo non ha l’estro del poeta ha molte probabilità di essere un poema.” (p. 49)
  • Basil Grant ed io stavamo discorrendo un giorno in quello che forse è il più bel posto del mondo per discorrere: la piattaforma superiore di un tram discretamente deserto. Conversare sulla sommità di un colle è una cosa superba, ma conversare su di una collina volante è una cosa da fiaba. La vasta e scialba estensione della parte nord di Londra spariva; la buona anatura ci dava il senso della sua immensità e della sua bassezza. Era, se fosse possibile esprimersi così, una ignobile infinità, una squallida eternità, e noi sentivamo il reale orrore dei quartieri poveri di Londra, l’orrore che è interamente svisato e frainteso dai romanzi sensazionali che li dipingono come un ammasso di vie strette, di case sporche, una tana di delinquenti e di pazzi, una bolgia del vizio. In un vicolo stretto, in un covo di vizi voi non dovete cercare la civiltà, non dovete cercare l’ordine. Ma la cosa orribile di quei quartieri era il fatto che la civiltà c’era, che l’ordine c’era, ma la civiltà vi appariva solo nel suo lato morboso, e l’ordine solo nella sua monotonia. Nessuno direbbe passando per un quartiere di delinquenti: “Non vedo monumenti, non rilevo traccia di cattedrali”. Ma là c’erano degli edifici pubblici, solo che si trattava per lo più di manicomi; c’erano anche delle statue, ma si trattava generalmente di monumento di ingegneri ferroviari e di filantropi, due brtte genìe d’uomini unite dal loro comune disprezzo per il popolo. C’erano delle chiese, ma erano le chiese di sette oscure ed errabonde, come gli Agapemoniti o gli Irvingiti. C’erano, oltre a ciò, grandi strade, e vasti incroci, e linee tranviarie, e tutti i segni reali della civiltà! (p. 51)
  • “L’essere buoni è una impresa molto più rischiosa del giro del mondo.” (p. 52)
  • “Sei ancora così imbevuto di superstizioni, così attaccato agli oscuri altari preistorici, da credere ai fatti? Non ammetti invece il valore di un’impressione immediata?” (p. 54)
  • “Ve lo domando soltanto”, disse Basil, “perché dei vostri due ultimi amici che avevano una mentalità moderna, uno pensava che era sbagliato mangiare pesci, e l’altro che era giusto mangiare gli uomini. Vi chiedo scusa, ma la pensavano proprio così, se ben ricordo.” (p. 60)
  • “Drummond, stasera qui c’è della brava gente e della gente sana. Disgraziatamente, quasi per una coincidenza, tutti i galantuomini sono pazzi, e tutti i sani sono farabutti.” (p. 62)
  • Le ossa dell’ultimo mammut sono rovinate da un pezzo come in un gigantesco naufragio; le burrasche non inghiottono più le nostre navi, e le montagne da cuore di fuoco non rovesciano più l’inferno sulle nostre città, ma noi siamo in aspra ed eterna lotta con lepiccole cose e soprattutto coi microbi e coi bottoni da camicia. (p. 69)
  • “Ma pensi proprio che la verità sia più strana della finzione?”, disse il fratello con qualcosa che somigliava a uno scherno.
    “La verità è necessariamente più strana della finzione”, disse Basil con calma. “infatti la finzione è una creazione della mente umana, e appunto per questo è congenita.” (p. 91)

Il Napoleone di Notting Hill

Incipit

La razza umana, della quale fanno parte tanti miei lettori, s’è trastullata, dacché mondo è mondo, e, molto probabilmente continuerà a trastullarsi fino alla fine, con giuochi infantili; il che è spiacevole per i pochi che diventano adulti. Uno dei giochi prediletti è appunto quello del cosidetto: “lasciare il domani nell’ombra”: gioco che ha anche nome (presso i conntadini del Shropshire, ne sono sicuro): “smentire il profeta”. I giocatori ascoltano con molta attenzione e molto rispetto tutto ciò che la gente saputa ha da dire circa l’avvenire della generazione prossima; poi, aspettano che la gente saputa sia morta, e la seppeliscono con cure premurose; poi, fanno il contrario di ciò che gl’indovini avevano previsto.

Citazioni

  • Come il cielo, onnipresente è l’eroismo, | esso non finirà prima che finisca il mondo | e benché le cupe macchie roteino con fragore | di ciò, amico mio, non vi prenda timore. | Esso non finì presso l’urna di Nelson | dove sta assisa una Inghilterra immortale: | né dove i vostri giovani gagliardi a turno | bevvero – ad Austerlitz – la morte come un liquore. (p. 21)
  • Lungi da vostri soleggiati altipiani | ebbi una visione: le strade che seguivo | strade diritte, illuminate, esplosero | e incontrarono le strade stellari che conducono a Dio. | Questa leggenda di un’epica ora | l’ho sognata da fanciullo – e la risogno ancora, | sotto la grande e grigia torre, sull’acqua | che s’appunta alle stelle sul colle di Campden. (p. 22)
  • Eppure, c’era negli occhi degli operai lungo la strada, dei contadini nei campi, dei marinai e dei fanciulli, e soprattutto negli occhi delle donne, una strana luce che faceva sì che i dotti rimanessero nel dubbio e nella febbre dell’incertezza. I dotti non potevano scandagliare la profondità della gioia di quegli sguardi. Quella gente aveva ancora risorse nascoste: non aveva cessato di smentire il profeta. (p. 30)
  • – Sì, – esclamò lo straniero, raccogliendo questa parola. – Generoso inglese, voi avete ragione. Un’idea luminosa, ma molto scottante. Mi avete domandato, señor, perché, nel mio desiderio di veder riuniti i colori della mia patria io abbia mescolato sangue e carta. Ma non comprendete dunque l’antica santità dei colori? La Chiesa ha i suoi colori simbolici. Ora, pensate che cosa significhino questi colori per noi, pensate quale sia la condizione di un uomo che, come noi, non può veder altro che questi due colori, e non conosce che il rosso e il giallo. Per gli uomini tutte le forme si equivalgono, tutte le cose, nobili e volgari, formano una democrazia di combinazioni. Ma dovunque la veste rossa d’una vecchia contadina spicca in un campo di gemme d’oro, io vedo il Nicaragua. Dovunque io veda un po’ di sabbia gialla in un campo di papaveri, vedo il Nicaragua. Ogni qualvolta vedo un limone e un rosso tramonto di sole, vedo la mia patria; e quando vedo una cassetta rossa per le lettere e un giallo tramonto, il cuore mi batte. Basta del sangue con un po’ di mostarda al mio blasone; e se trovo in un fosso del fango giallo e rosso, il fosso mi diventa più caro delle stelle. (p. 48)
  • Dieci anni or sono, quand’ero un monello, – ora ne ho diciannove – io giocavo in via della Pompa, armato d’una sciabola di legno e con un elmo di carta sul capo, e sognavo grandi guerre. In un eccesso di bellicoso furore, diedi un colpo formidabile con la mia spada e rimasi là come impietrito, essendomi accorto di avervi colpito, di aver colpito voi, Sire, voi, mio Re, che passeggiavate nobilmente lontano da tutti i curiosi, per vegliare sulla salvezza del nostro popolo. Ma erano vani terrori i miei. Quel giorno incominciai a conoscere che cosa sia la regalità. Voi non indietreggiaste, né batteste ciglio, né chiamaste le guardia, né mi minacciaste di castigo; ma con sublimi parole di fiamma, che rimasero incise per sempre nel mio cuore, mi esortaste a rivolgere sempre la punta della mia spada contro il nemico della mia inviolabile città. Come un prete che indichi l’altare, mi mostraste col dito la collina di Notting: “Finché sarete pronto, diceste, a morire per quella montagna sacra, anche se fosse circondata da tutti gli eserciti di Bayswater…”. Io non ho dimenticato queste parole e ho buone ragioni per ricordarmele ora che è giunto il momento che coronerà le vostre profezie. La montagna sacra è circondata dagli eserciti di Bayswater, e io son pronto a morire. (p. 115)
  • – Questo riso di cui gli uomini fanno uno strumento di tirannia, non è la potenza spaventosa che voi credete. Pietro fu crocifisso, e crocifisso con la testa in giù. C’è cosa più ridicola dell’immaginare questo vecchio e rispettabile Apostolo con la testa in giù e i piedi in aria? Il vostro umorismo moderno è riuscito ad immaginare cosa più gustosa? Ma in realtà quale fu il risultato? Con la testa in giù e le gambe in ria, Pietro è ancora Pietro, per l’umnaità: sebbene con la testa in basso, egli non cessa di dominar l’Europa ancor oggi, e milioni di creature non respirano che nella sua Chiesa. (p. 118)
  • Sono nato, come gli altri uomini, in un punto di questa terra che ho incominciato ad amare perché, fanciullo, vi ho giocato, perché vi ho amato, perché vi ho trascorso, chiacchierando con i miei amici, notti ch’erano divine. E ho avuto il sentimento del mistero. Quei giardinetti dove abbiamo confessato i nostri amori, quelle strade per cui abbiamo trasportato i nostri morti, perché dovrebbero essere volgari, perché dovrebbero essere paradossali? (pp. 118-119)
  • – Come siete umano, tenero, pieno di riguardi! Voi fareste la guerra per arrotondare una terra di confine o per le importazioni da un porto straniero; spargereste del sangue per una tassa troppo forte sui merletti e a causa d’un saluto non reso da un ammiraglio; ma per ciò che può rendere la vita degna o miserabile, come siete umano! Ve lo dico, e so quel che mi dico: non ci sono mai state guerre inevitabili e necessarie, tranne le guerre religiose; non vi sono state mai giuste guerre se non di religione; non vi sono state mai guerre umane, se non religiose. In esse si è combattuto per qualche cosa che tendeva per lo meno a formare la felicità e la virtù dell’uomo. Se non altro, il Crociato pensava veramente che l’Islam era causa della perdita d’ogni anima umana, fosse quella d’un Re o d’uno stagnino, di cui potesse impadronirsi. Da parte mia, credo che Barker e tutti quegli avvoltoi arricchiti causino la perdita dell’anima di ogni uomo, rovinino ogni pollice di terreno, ogni pietra delle case di cui riescono ad impadronirsi. Credete ch’io non abbia il diritto di combattere per Notting Hill, voi Governo inglese che avete così spesso fatto la guerra per delle inezie? Se davvero, come i vostri ricchi amici pretendono, non c’è Dio, e il cielo sulle nostre teste è tetro e vuoto, in nome di che un uomo dovrebbe lottare, se non pel giardino che fu l’Eden della sua infanzia e dove conobbe le delizie, troppo caduche, del primo amore? Se non v’è tempio né scrittura che siano sacri, che c’è di sacro, se la giovinezza dell’uomo non è sacra? (p. 122)
  • Da fanciullo, Adamo Wayne nutriva per le tristi contrade di Notting Hill gli stessi sentimenti che agli antichi ispiravano Atene e Gerusalemme. Conosceva il segreto della passione, quei segreti che fanno sì che vecchi canti nazionali producano un effetto così strano sulle civiltà d’oggi. Sapeva che il vero patriottismo canta i suoi dolori, le sue speranze perdute, molto più che non le vittorie, sapeva che la metà della poesia d’ogni poema nazionale consiste in nomi propri; e, soprattutto, conosceva questo sommo fatto psicologico che domina tutto il patriottismo: egli sapeva che per quel delicato pudore che è proprio di tutti gli innamorati, il patriota, in nessun caso, si gloria della grandezza della patria, ma sempre, necessariamente, si gloria della sua piccolezza. Conosceva tutto ciò, non perché fosse filosofo o uomo di genio, ma perché era un fanciullo. (p. 133)
  • “In tutta questa faccenda, io sento di aver combattuto non soltanto per la mia città natia, alla quale devo tutto il mio sangue, ma anche per tutti i luoghi del mondo dove grandi idee come queste possono prevalere. Io non lotto soltanto per Notting Hill, ma anche per i suoi nemici, per Bayswater, per North Kensington. Giacché se i cacciatori di milioni saranno vittoriosi, anche queste città perderanno i loro antichi sentimenti e tutto il mistero della loro anima nazionale.” (p. 144)
  • La libertà di parlare significa nella nostra civiltà moderna che dobbiamo parlare soltanto di cose non importanti. Non abbiamo il diritto di parlare della religione, perché questo non è liberale; non abbiamo il diritto di parlare del pane né del formaggio perché questo è un voler parlare di bottega; non ci è permesso parlare della morte perché cosa che ci rende tristi; e tanto meno non ci è permesso di parlare della nascita, perché non sarebbe argomento delicato. (p. 147)
  • Deliberatamente, con meditato proposito, aveva fatto la scelta di ciò che sarà sempre causa di turbamento, sino alla fine dei tempi, della pace del mondo: aveva scelto una vita breve e allegra. (p. 160)
  • – Per voi e per me – disse Wayne, con tono di strana melodia – e per tutti i valorosi, c’è del buon vino nell’osteria ch’è alla fine del mondo. (p. 276)
  • Come l’albero cade, così riposerà. Hanno detto ch’è una frase triste e cupa, ma è l’essenza di ogni gioia profonda. Io faccio in questo momento ciò che ho fatto in tutta la mia vita: la sola cosa cioè che ci renda felici, la sola cosa che ci renda universali. Io m’attacco a qualche cosa. (pp. 277-278)
  • Se tutte le cose rimangono quali erano, è perché sono sempre cose eroiche; se tutte le cose rimangono quali erano, è perché sono sempre nuove. Un anime sola è data ad ogni uomo, e a ogni anima, una sola piccola potenza, – la potenza di superarsi in certi momenti e di assorbir le stelle. Se, di età in età, gli uomini sono dotati di questa potenza, tutto ciò che dà loro è grande. Tutto quello che fa credere loro di essere vecchi, è basso – sia un impero o una bottega in rovina. Tutto ciò che fa creder loro di essere giovani è grande, – sia una grande guerra, o una storia d’amore. E nel più oscuro libro di Dio, c’è una verità ch’è anche un enigma: gli uomini si affaticano per delle novità, siano mode, disegni, riforme, mutamenti; ma sono le cose vecchie quelle che stupiscono e colpiscono profondamente; sono le cose vecchie veramente giovani. Non v’è scettico che non sappia che molti hanno dubitato prima di lui; non v’è ricco o frivolo che non senta che tutte le novità sono vecchiumi; non c’è fanatico del mutamento che non senta la sua nuca curva sotto il peso della stanchezza dell’universo; ma a noi che ci dedichiamo alle cose antiche, la natura dà una giovinezza eterna. Nessun innamorato pensa che prima di lui vi sono stati altri innamorati; nessun padre pensa che vi son altri figliuoli prima del suo; e il popolo che lotta per la sua patria, non è preoccupato della solita storia degli Imperi scomparsi. Sì, voce tenebrosa, il mondo è sempre lo stesso, giacché tutto in esso è sempre imprevisto! (pp. 279-280)
  • Gli uomini, io dico, godono, di epoca in epoca, d’un fenomeno più nuovo del progresso: con ogni bimbo che nasce al mondo, sorge un nuovo sole, sorge una nuova luna. Se la nostra vecchia umanità fosse un uomo solo, forse soccomberebbe al ricordo di tante felicità, sotto il fardello di tanti eroismi diversi, sotto il peso e il terrore di tutta la bontà dell’uomo. Ma è piaciuto a Dio isolare a tal punto l’anima singola, ch’ella non può nulla apprendere dalle altre, se non per sentito dire, e a ciascuno la bontà e la felicità si rivelano con la giovinezza e la violenza del lampo, come il lampo improvvise e pure. E la maledizione che vota all’insuccesso tutti i sistemi degli uomini, non li affligge più che i vermi della fatale tomba non affliggano il bimbo che gioca sul prato. Notting Hill è caduto, Notting Hill è morto. Ma non importa, Notting Hill ha vissuto. (p. 281)
  • Se giocando questo gioco infantile lo abbiamo considerato seriamente come una crociata, se abbiamo innaffiato il vostro ridicolo giardinetto col sangue ei martiri, d’un asilo infantile abbiamo fatto un tempo. E vi domando in nome del cielo, chi ci ha guadagnato? (p. 284)

Explicit

  • – Eppure nulla potrebbe eliminare l’antagonismo, il fatto che io ho riso di quelle cose e che voi le adoravate.
    Il volto di Wayne s’illuminò nell’aurora come una specie di fiamma divina:
    -Conosco qualche cosa che attenuerà tale antagonismo, qualche cosa che ci domina dall’esterno e di cui, né voi né io, in tutta la nostra vita, forse non abbiamo fatto il giusto conto. L’essere umano uguale ed eterno attenuerà questo contrasto, giacché egli non vede vero contrasto fra il riso e il rispetto. Parlo dell’uomo, dell’uomo volgare che semplici geni come voi ed io, non possono che adorare come un dio. Nei giorni tetri e tristi, voi e io, il puro fanatico, e il puro satirico, siamo necessari: noi due soli abbiamo rimediato a un gran male; abbiamo innalzato i Quartieri moderni all’altezza di quella poesia che, chi conosce un po’ la natura umana, sa che è molto più comune di qualsiasi luogo comune. Ma la gente sana, non conosce questa guerra che ci strazia. Noi siamo i due lobi d’un cervello di agricoltore. Il riso e l’amore sono in tutte le cose: le Cattedrali, costruite in un tempo in cui si amava Dio, sono piene di bestemmie grottesche; la madre non cessa di ridere del suo bambino, l’amante dell’amante, la moglie del marito, e l’amico dell’amico. Auberon Quin, noi siamo rimasti separati per troppo lungo tempo: venite, partiamo insieme. Voi avete un’alabarda, e io ho una spada: partiamo per i nostri viaggi attraverso il mondo, giacché di esso siamo gli elementi essenziali. Venite, è ormai giorno.
    Nella cruda luce del mattino, Auberon esitò un momento; poi fece con l’alabarda il saluto regolare, e tutt’e due partirono verso l’ignoto.

L’osteria volante

Incipit

Il mare aveva preso una tinta di un verde-pallido e il pomeriggio aveva già sentito il tocco di fata della sera, quando una giovane donna, dai capelli neri, vestita artisticamente, in un abito tutto increspato, color rosso-rame, camminava con un’aria distratta lungo il viale di Pebbleswick-sul-Mare, strascicando il parasole e fissando il lontano orizzonte. Essa aveva un motivo per guardare all’estremo lembo del mare, motivo che molte giovani donne hanno avuto nella storia del mondo. Ma nessuna vela era in vista!

Citazioni

  • E Noè diceva spesso a sua moglie, quando si sedeva a pranzo: | “Poco m’importa dove vada l’acqua, purché non vada nel vino!”.
And Noah he often said to his wife when he sat down to dine: “I don’t care where the water goes if it doesn’t get into wine.” (p. 59)
  • Io non so se Dio abbia fatto l’uomo per essere in tutto e per tutto felice. Ma Dio certamente vuole che gli uomini si divertano un po’, ed io, per mio conto, intendo d’andare avanti divertendomi. Se non posso soddisfare il mio cuore, voglio almeno soddisfare il mio buon umore. (p. 69)
  • I pensieri più profondi sono i più semplici. (p. 102)
  • Ma essa notò che ciò che egli conosceva era sempre appena il frammento di un fatto. Ciò che costantemente egli mostrava di non conoscere, era la verità che si nascondeva dietro il fatto stesso. Ciò che egli non conosceva era l’atmosfera: era la tradizione. (p. 137)
  • E tutte le verità che un uomo ha trovato come uomo di scienza, sono leggermente diverse dalle verità che ha trovato come uomo; perché la famiglia, gli amici, le abitudini, l’atmosfera sociale di un uomo hanno già avuto su di lui la loro influenza, prima che egli abbia imparato teoricamente cosa alcuna. (p. 146)
  • Per un’anima mistica, ammesso che sia un’anima, il che non accade molto spesso, non vi è nulla di più suggestivo e di più simbolico che un poeta e un asino. E l’asino era proprio un vero asino; e il poeta un vero poeta; benché a volte i due si confondano facilmente. Non si saprà mai quale fu l’interesse dell’asino per il poeta. Ma l’interesse del poeta per l’asino era genuino: e sopravvisse anche a quella intervista privata nella solitudine e segretezza di un bosco. Ma credo che anche il poeta sarebbe rimasto illuminato se avesse potuto vedere il pallido volto spaventato dell’uomo seduto al volante. Se l’avesse visto, egli si sarebbe forse ricordato il nome o avrebbe forse incominciato a capire la natura di un certo animale che non è né un asino né un’ostrica; della creatura cioè che l’uomo tanto volentieri dimentica, da quando dimenticò Dio in un giardino. (p. 189)
  • Ma più l’animo scopre | e più gli uomini credono.
But more than mind discloses | and more than men believe. (p. 197)
  • “Vi sono due generi di idealisti – disse. – Quelli che idealizzano la realtà, e quelli, più rari, che convertono in realtà l’ideale.” (p. 201)
  • Ma l’asino l’aveva riconciliato con il paesaggio e nel suo terzo stato d’animo Dorian Winpole si accorse quanto era bello. Dopo un più attento esame sentì che quella bellezza aveva in sé qualche cosa di umano, o meglio sentì che era almeno per metà umana; l’aureola della luna calante dietro il bosco era bella perché era simile alla pallida aureola dei santi; e i giovani alberi avevano un certo che di nobile e di puro, perché tenevano le loro cime erette come vergini. A popo a poco nella sua anima s assiepavano delle idee a lui quasi totalmente sconosciute e specialmente un’idea che egli aveva udito chiamare “l’immagine di Dio”. Gli sembrava che tutte le cose, all’asino alle felci, fossero nobilitate e santificate dalla loro somiglianza parziale con qualche altra cosa. Erano come disegni fatti da un bimbo; i primitivi semplici schizzi della Natura nel suo primo quaderno di pietra. (p. 208)
  • “Gli aghi di Dio sono più soffici dei tappeti degli uomini.” (p. 209)
  • Mentre stava lottando con tali parole e tali pensieri, qualche cosa avvenne intorno a lui; qualche cosa che egli aveva descritto molte volte e che aveva letto in mille libri, ma che non aveva mai visto. Attraverso il fitto fogliame occhieggiò una debole, pallida luce, più misteriosa ancora del chiarore lunare. Entrò attraverso le innumerevoli porte e finestre del bosco, timida e silente, ma fiduciusa. La sua bianca veste si rigò d’oro e porpora; il suo nome era: alba. (p. 210)
  • Il trovare e il combattere il male è il principio di ogni allegria, e anche di ogni farsa. (p. 211)

Explicit

Patrick e Giovanna, vagando insieme, ora, in un mondo bello e splendente, come non lo è e non lo sarà mai per coloro che chiamano il coraggio pazzia, e l’amore superstizione; amando la natura e vedendo in ogni pianta, in ogni fiore, un amico, si recarono, un giorno, alla casetta bianca che era ora la dimora del Superuomo.
Se ne stava seduto calmo e placido davanti a un rozzo tavolo, giocando con dei bastoncini e dei fili di erba. Non si curò né di loro, né di Enid Wimpole che lo curava.
– È felice! – disse questa.
Giovanna, col volto ragginate, non poté trattenersi dal rispondere.
– E anche noi siamo tanto felici!
– Sì, – disse Enid – ma la sua felicità sarà eterna! – E pianse.
– Capisco – sussurò Giovanna, e baciò la cugina, cogli occhi pieni di lagrime: ma erano lagrime di pietà, non di paura.

L’uomo che fu Giovedì. Storia di un incubo

Incipit

Il sobborgo di Saffron Park sorgeva nella parte di Londra dove tramonta il sole ed era rosso e screziato come un tramonto. Costruito tutto con mattoni rossi, a vederlo da lontano, contro il cielo, appariva fantasioso, bizzarro, e anche a chi si addentrava per le sue strade, offriva la stessa impressione di disordine e difformità. Era opera di uno speculatore edilizio dalle idee originali e non esente da qualità artistiche, che ne definiva l’architettura a volte Queen Elizabeth a volte Queen Anne, come se si trattasse della stessa regina. Se ne parlava, non del tutto a torto, come di una colonia di artisti, anche se nulla vi era mai stato prodotto che si potesse definire in qualsiasi modo un’opera d’arte, ma se la pretesa di essere un centro di vita intellettuale appariva eccessiva, era innegabile che si trattasse, se non altro, di un luogo molto piacevole. Chi vedeva per la prima volta quelle strane case rosse, non poteva non pensare che, per adattarvisi, anche l’aspetto di chi vi abitava dovesse essere per lo meno inconsueto, ma se lo si guardava come a un sogno e non come a un trucco scenico, Saffron Park diventava non solo bello, ma perfetto. I suoi abitanti non erano artisti, eppure tutto l’insieme era artistico. Quel giovanotto con i capelli lunghi, coloro oro rosso e l’espressioneimpudente non era un vero poeta, ma era certaente un poema. Quel vecchio signore con la barba bianca incolta e il cappello bianco sformato, venerando impostore, non era un vero filosofo ma suscitava almeno meditazioni filosofiche. Quel piccolo scienziato calvo, con la testa liscia che pareva un uovo e il collo magro, da uccello, non aveva il diritto di darsi tutte quelle arie, non aveva fatto una scoperta nel campo della biologia, ma quale entità biologica avrebbe potuto scoprire più singolaredi se stesso? Così e solo così bisognava giudicare Saffron Park, non come una fucina di artisti, ma come unafragile eppure compiuta opera d’arte. Penetrare nella sua vita sociale significava trovarsi nel pieno svolgersi di una commedia.

Citazioni

  • Una nube offuscava le menti, / nell’aria passava un gemito, / una nube malata premeva sull’anima / quando io e te eravamo ragazzi. / La scienza svelava il nulla, / l’arte celebrava la decadenza; / il mondo era vecchio, finito, / ma eravamo allegri, io e te. (p. 15)
  • Un peccato innocente / era distorto in forme miserande, / l’uomo si vergognava dell’onore, / ma io e te non ci vergognavamo. / Anche se sciocchi, deboli e confusi, / non eravamo scesi così in basso. / Quando il nero Baal precluse il cielo, / non innalzammo un canto a celebrarlo. / Fanciulli, costruivamo fortezze nella sabbia, / fragili come noi, ma alte / a fermare quel mare di amarezza. / Buffoni in vesti varipinte, / tacevano le campane delle chiese, / ma squillavano i nostri / berrettini a sonagli. (pp. 15-16)
  • Giovani, vivevamo per vedere / Dio che infrangeva i loro turpi incanti / Dio e Repubblica / venire avanti armati. / E la rocca dell’anima umana, / vacillante, vedemmo soccorsa. / Ma beato è colui che non vide, / eppur cieco, credette. (pp. 16-17)
  • Noi, in pace con Dio, / ora la verità possiamo dirla, / si fatica a affondare radici / ed è bello invecchiare / tra le cose comuni: / il matrimonio e un credo. / Ora io lo scriverò senza paura / e tu, senza paura, leggerai. (p. 17)
  • A quella sera in particolare, non ci fosse altro motivo per ricordarsene, si ripenserà per la stranezza del suo tramonto. Il cielo sembrava coperto di vivide e quasi palpabili piume, così che quasi ci si sentiva vellicare il viso. Erano grigie, con le più fantasiose sfumature di viola, di lilla, di verde pallido e di un rosa totalmente innaturale, ma verso ovest il cielo diventava di uno splendore indescrivibile, trasparente e appassionato e le ultime piume rosso sangue coprivano il sole come fosse troppo bello perché lo si potesse guardare, eppure tutto apparteneva così profondamente alla terra che pareva racchiudere un violento segreto. L’intero empireo era un segreto, come quell’embrione meravigliosamene piccolo da cui si sviluppa l’amore per il proprio paese. (p. 21)
  • Quel che è raro e strano è colpire il bersaglio, mentre è grossolano e comune mancarlo. A noi pare un avvenimento epico che con una rozza freccia un uomo colpisca da lontano un uccello, ma non è altrettanto degno di leggenda l’uomo che con un rozzo motore raggiunge una meta lontana? Il caos è stupido, nel caos il treno potrebbe veramente andare dovunque, a Baker Street o a Bagdad, ma l’uomo è un mago e la sua magia è che egli dice Victoria e Victoria è. No, tenetevi i vostri libri di pura poesia e prosa, lasciatemi leggere un orario ferroviario con gli occhi bagnati di lacrime d’orgoglio! Tenetevi il vostro Byron, che celebra le sconfitte dell’uomo e datemi un Bradshaw[11] che celebra le sue vittorie. A me un Bradshaw! (p. 23)
  • “Mia cara signorina Gregory” spiegò Syme con garbo “ci sono molti modi di essere sinceri. Quando dite ‘grazie’ a chi vi passa il sale a tavola, vi rendete conto del significato di quella parola? No. Quando dite ‘la terra è rotonda’, pensate a quello che l’immagine esprime? No. Il grazie era sincero, la terra è rotonda, ma voi non vi soffermate a rifletterci. Talvolta, un uomo come vostro fratello scopre qualcosa in cui sinceramente crede, può essere solo una mezza verità, un quarto o un decimo di verità, ma nel tentativo di esprimerla, dirà di più di quanto egli stessa intenda, perché si tratta di qualcosa che è più grande di lui.” (p. 25)
  • Il buddismo non è un credo, è un dubbio.
  • Di solito un poliziotto va ad arrestare i ladri nelle birrerie, noi andiamo ai ricevimenti degli artisti a cercare di individuare un pessimista. (p. 51)
  • “Credo di essere poco adatto…”
    “Basta la volontà” disse lo sconosciuto.
    “Non conosco nessuna professione” obiettò Syme “per essere abilitati alla quale basti la volontà”.
    “Io sì: il martirio. Vi condanno a morte. Buongiorno.” (p. 54)
  • Ma, insieme alla percezione dello squallore di quel mondo lunare, la sua follia cavalleresca ardeva nella notte come un grane fuoco. Anche le cose più comuni che aveva con sé, il cibo, la pistola carica, assunsero il valore poetico di un fucilino di latta o della ciambella che un bambino si porta a letto prima di dormire. Il bastone con lo stocco e la borraccia, per quanto fossero in se stessi solo il bagaglio di un fanatico cospiratore, diventarono l’espressione di un sano spirito di avventura, il bastone si trasformò nella spada di un cavaliere e il brandy nel bicchiere della staffa perché l’immaginazione è sempre legata ad archetipi semplici e antichi. L’avventuriero dall’animo puro modella su se stesso la più folle delle avventure. Il drago senza san Giorgio non sarebbe stato nemmeno grottesco. così la presenza di una creatura profondamente umana animò quello squallido paesaggio di alti, umani valori. Alla fantasia di Syme le case illuminate e gli argini del fiume apparivano disabitati come le montagne della luna, ma anche la luna acquista la sua poesia soltanto se c’è un uomo a guardarla. (p. 56)
  • Era abbastanza vile da temere una forza negativa, ma non tanto vile da ammirarla. (p. 68)
  • Un organetto in strada attaccò all’improvviso un motivo allegro e Syme si scosse come se avesse sentito lo squillo di una tromba che annunciava la battaglia, animato da un coraggio soprannaturale che non sapeva da dove venisse. Quella musichetta esprimeva tutta la vivacità, la volgarità, il coraggio irrazionale dei poveri che, nelle strade sporche lì intorno, vivevano radicati ai valori della modestia e della pietà cristiani. Aveva dimenticato la fantasia giovanile che gli aveva fatto desiderare di diventare un poliziotto, non pensava più a se stesso come a un rappresentante di quel corpo segreto di investigatori quasi dilettanti né del vecchio eccentrico che viveva nella camera buia, si sentiva l’ambasciatore di quel popolo gentile che combatteva la sua quotidiana battaglia al suono della musica dell’organetto. L’orgoglio di sentirsi un essere umano, l’aveva innalzato infinitamente al di sopra dei mostri che stavano attorno a lui. (pp. 69-70)
  • Ora, non c’erano parole per esprimere l’abisso che esisteva tra quell’isolamento e la certezza di avere un alleato. Si potrà concedere ai matematici che due più due fanno quattro, ma due spesso non significa due volte uno, significa duemila volte uno ed ecco perché, nonostante tanti svantaggi, il mondo tornerà sempre alla monogamia. (p 88)
  • Quando ebbe ben maturato questo pensiero, Syme raccolse le sue forze e da tutto quanto di buono c’era in lui si alzò un pensiero, libero come il vento che scuote le cime degli alberi. Ripensò a quanto di semplice e umano aveva incontrato nella sua avventura: i lampioncini cinesi di Saffron Park, la ragazza coi capelli rossi nel giardino, i bravi marinai che bevevano la birra lungo il fiume, i compagni leali che erano insieme a lui e pensò che era stato scelto come l’alfiere di quei valori per incrociare le spade col nemico del creato. Dopotutto, si disse, io conto molto più di un diavolo: sono un uomo, posso fare quello che a Satana è negato, cioè morire. (p. 114)
  • “Vedete questa lanterna?” gridò con voce terribile. “Questa croce? Questa fiamma? Voi non avete forgiato la croce, non avete accesso la fiamma! L’hanno fatto uomini migliori di voi, che sapevano credere, piegavano il ferro e custodivano la leggenda del fuoco. Non c’è una strada in cui camminiate, non c’è un filo degli abiti che indossate che non siano stati fatti come questa lanterna, rifiutando la vostra filosofia da quattro soldi. Voi non create dal nulla, distruggete soltanto. Distruggerete il genere umano, distruggerete il mondo, ma non distruggerete questa vecchia lanterna cristiana! Essa andrà dove il vostro impero scimmiesco non sarà mai capace di trovarla!” (p. 141)
  • Se Syme fosse riuscito a vedersi qual era in quel momnto, si sarebbe reso conto che anche lui, per la prima volta, pareva essere veramente se stesso e nessun altro, perché se il segretario rappresentava uno di quei filosofi che amano la luce primigenia e soprannaturale, Syme era un poeta di quelli che la luce vogliono dominare per trasformarla n sole e stelle. Il filosofo ama talvolta l’infinito, il poeta ama sempre ciò che è definito, concluso, la creazione sublime per lui non è quella della luce, ma quella del sole e della luna. (p. 164)

Explicit

L’alba spuntava timida e chiara, come se la natura tentasse di colorarsi di giallo e poi di rosa. Soffiava un venticello così terso e lce che non pareva soffiasse dal cielo ma da uno spiraglio aperto nella volta celeste. Syme provò un blando stupore nel vedere levarsi attorno a lui, ai lati della strada, le case di Saffron Park rosse e dalle forme irregolari, perché non credeva, nella sua passeggiata, di essere arrivato tanto vicino a Londra. Imboccò istintivamente una strada bianca, dove gli uccelli saltellavano cantando e si trovò dietro la siepe di un giardino. La sorella di Gregory, la ragazza coi capelli rosso oro, coglieva dei lillà, prima della colazione del mattino, con la straordinaria, inconsapevole gravità di una fanciulla.

L’Uomo Eterno

  • Nulla di più comune, per esempio, che trovare un critico moderno che scriva cose di questo genere: ‘Il Cristianesimo fu soprattutto un movimento ascetico, una corsa al deserto, un rifugio nel chiostro, una rinuncia alla vita e alla felicità; esso non fu che parte di una fosca e inumana reazione contro la natura stessa, un odio pel corpo, un aborrimento dell’universo materiale, una specie di suicidio universale dei sensi e anche dell’individuo. Derivava da un fanatismo orientale come quello dei fachiri, ed era basato su un pessimismo orientale che considerava l’esistenza stessa come un male’. In tutto questo la cosa straordinaria è che tutto è verissimo; vero in ogni particolare, con la sola differenza che è attribuito erroneamente a chi non ci ha niente a che vedere. Non è vero della Chiesa; è vero delle eresie condannate dalla Chiesa. È come se uno fosse obbligato a scrivere un’analisi degli errori e del malgoverno dei ministri di Giorgio III, con la piccola inesattezza che tutto il racconto si riferisse a Giorgio Washington; o come se uno facesse un elenco dei delitti dei bolscevichi con la sola variante di attribuirli allo zar. La Chiesa primitiva fu, sì, ascetica, ma in dipendenza di una filosofia totalmente diversa da quella di una guerra alla vita e alla natura; la quale realmente esistette nel mondo, e basterebbe che i critici sapessero dove andare a cercarla.

L’Utopia degli usurai

  • Qualsiasi uomo può essere lodato, e a ragione. Anche soltanto stando in piedi su due gambe fa qualcosa che una mucca non sa fare.
  • Come tutti i profeti sani di mente, sacri e profani, posso fare delle profezie solo quando sono infuriato.

La ballata del cavallo bianco

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi: La ballata del cavallo bianco.

La Chiesa Viva – Perché sono cattolico

  • Per litigare occorre essere in tre. È necessaria la presenza del paciere. Non si può raggiungere il potenziale pieno della furia umana senza l’intervento strategico di un amico di ambo le parti.
  • Se si deve usare ancora la parola ‘gesuita’ come sinonimo di ‘bugiardo’, preferirei che la medesima trasposizione si applicasse alla parola ‘giornalista’ poiché si tratta di una verità molto più frequente.

La Resurrezione di Roma

  • Posso dire onestamente, come impressione generale sulle cose, che non trovo mai nulla di noioso; ma un libro in cui descrivessi la scoperta che nulla esiste di noioso potrebbe essere noioso per davvero. Allo stesso modo, nel fare il racconto del mio viaggio, mi sento costretto a dire che sono un cattivo viaggiatore, o almeno un cattivo turista. E anche qui non intendo mancar di rispetto al turista, tanto meno poi al pellegrino. Per natura io sono simile a quel pellegrino che non riesce mai a vedere il Papa perché si sofferma troppo a contemplare le Guardie del Papa.
  • È insensato andare a Roma se non si possiede la convinzione di tornare a Roma.

Le storie di Padre Brown

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi: Padre Brown.

Ortodossia

  • Uomini che cominciano a combattere la Chiesa per amore della libertà e dell’umanità, finiscono per combattere anche la libertà e l’umanità pur di combattere la Chiesa.
  • La serietà non è una virtù. Sarebbe un’eresia, ma un’eresia molto più giudiziosa, dire che la serietà è un vizio.
  • Sarebbe ingiusto passare sotto silenzio la definizione misteriosa ma suggestiva data, pare, da una bambina: «Un ottimista è un uomo che vi guarda gli occhi, un pessimista un uomo che vi guarda i piedi».
  • Ho fatto una scoperta o, dovrei dire, ho avuto una visione. L’ho avuta tra due tazze di caffè nero in un ristorante francese di Soho; ma non saprei spiegarla, neppure se tentassi di farlo. Comunque era che tutte le cose buone formano un tutt’uno… Questo è ciò che sento… adesso, ad ogni ora del giorno. Tutte le cose buone sono una cosa sola. È questo ciò che gli Ebrei dell’antichità, soli tra gli altri popoli, hanno percepito. I Greci, i Vichinghi e i Romani non furono attraversati come qualche rude israelita, una notte, nella solitudine del deserto, dall’improvvisa, abbagliante idea che tutto il mondo era la manifestazione di un solo Dio: un’idea degna di un romanzo poliziesco.
  • I bambini sono grati alla Befana che mette nelle loro calze doni di giocattoli e dolci. Posso io non essere grato a Dio che mi ha messo nelle calze il dono di due meravigliose gambe?
  • La tradizione non significa che i vivi sono morti, ma che i morti sono vivi.
  • Pazzo non è chi ha perso la ragione, ma chi ha perso tutto fuorché la ragione.
  • Il mondo non è una casa d’affitto a Brighton che si debba lasciare perché è miserabile: è il castello di famiglia, con la bandiera sventolante sul torrione, e più è miserabile meno dobbiamo abbandonarlo. La questione non è di sapere se il mondo è troppo triste per essere amato o troppo lieto per non essere; la questione è che quando si ama una cosa, la sua letizia è una ragione per amarla di più.
  • Taluni hanno preso la stupida abitudine di parlare dell’ortodossia come di qualche cosa di pesante, di monotono e di sicuro. Non c’è invece, niente di così pericoloso e di così eccitante come l’ortodossia: l’ortodossia è la saggezza, e l’esser saggi è più drammatico che l’esser pazzi; è l’equilibrio di un uomo dietro cavalli che corrono a precipizio, che pare si chini da una parte, si spenzoli da quell’altra, e pure, in ogni atteggiamento, conserva la grazia della statuaria e la precisione dell’aritmetica.
  • II paradosso fondamentale del Cristianesimo è che la ordinaria condizione dell’uomo non è il suo stato di sanità e di sensibilità normale: la normalità stessa è un’anormalità. Questa è la filosofia profonda della caduta.
  • II valore delle cose sta nell’essere state salvate da un naufragio, ripescate dal Nulla all’esistenza. Ma io ho fantasticato (l’idea può sembrare pazzesca) che l’ordine e il numero delle cose non sia che il romantico avanzo del naviglio di Crusoe […]. Gli alberi e i pianeti mi parevano come salvati dal naufragio, e quando vidi il Matterhorn fui contento che non fosse stato dimenticato nella confusione.
  • La cinta esterna del Cristianesimo è un rigido presidio di abnegazioni etiche e di preti professionali; ma dentro questo presidio inumano troverete la vecchia vita umana che danza come i fanciulli e beve vino come gli uomini. (…) Nella filosofia moderna avviene il contrario: la cinta esterna è innegabilmente artistica ed emancipata: la sua disperazione sta dentro.
  • Ah, io non posso concepire né tollerare alcuna utopia che non mi lasci la libertà che mi è più cara: la libertà di vincolare me stesso.
  • Non sarà necessario che qualcuno combatta la proposta di una censura della stampa. Non c’è bisogno di una censura della stampa. Abbiamo una censura ad opera della stampa.
  • È consuetudine lamentarsi del trambusto e del dinamismo della nostra epoca; ma in verità la caratteristica principale di quest’epoca è la sua profonda pigrizia e stanchezza, ed è precisamente questa effettiva pigrizia la causa dell’apparente trambusto. Prendete un caso visibilissimo: le strade sono piene del rumore dei taxi e delle automobili, dovuto non all’attività, ma al riposo umano. Ci sarebbe meno trambusto se ci fosse più attività: se la gente semplicemente andasse a piedi. Il nostro mondo sarebbe più silenzioso se fosse più energico.
  • Tutto il mondo moderno è in guerra con la ragione, e la torre già vacilla.

San Tommaso d’Aquino

  • Così, teorie personali su ciò che la Bibbia dovrebbe significare, e teorie premature su ciò che il mondo dovrebbe significare, si sono scontrate in una diatriba clamorosa e ampiamente pubblicizzata, specie in epoca vittoriana; e questa goffa collisione di due forme assai impazienti di ignoranza è nota come la disputa tra Scienza e Religione.
  • È questo senza dubbio il vero significato delle famose parole, molto spesso fraintese, rivolte ai primi santi: “Voi siete il sale della terra.” […] Il sale insaporisce e conserva il manzo, non perché è come il manzo, ma perché è molto diverso. Cristo non disse agli apostoli che erano semplicemente quelli che eccellevano, né che erano i soli ad eccellere, ma che erano l’eccezione, quelli permanentemente in contraddizione e incompatibili.
  • Il paradosso è diventato ormai ortodossia; gli uomini sguazzano placidamente nel paradosso come nel luogo comune. Non è il fatto che l’uomo pratico stia a testa in giù, il che alle volte può essere una stimolante per quanto sconcertante ginnastica; è che a testa in giù ci sta a meraviglia: ci dorme, perfino.
  • Il problema dei filosofi moderni è che la loro conclusione è oscura quanto la loro dimostrazione; o che essi presentano un risultato il cui risultato è il caos.
  • In un certo senso posso anche ammettere che un uomo possa essere uno scettico radicale, ma non può essere nient’altro; certo nemmeno un difensore dello scetticismo radicale. Se per un uomo tutti i moti del suo stesso intelletto sono senza senso, allora il suo intelletto è senza senso, ed è senza senso egli stesso; e non significa nulla cercare di scoprire quale senso egli abbia. Sembra che gli scettici radicali in genere sopravvivano perché non sono poi tanto scettici e non sono affatto radicali. Cominceranno col negare ogni cosa e poi ammetteranno qualche cosa, se non altro per amor di ragionamento – o tante volte di polemica senza ragionamento.
  • L’oggetto è un oggetto; può esistere ed esiste infatti al di fuori dalla mente, o in assenza della mente. E perciò allarga la mente di cui diviene parte. La mente conquista una nuova provincia, come un imperatore; ma solo perché ha risposto al suono di un campanello, come un servitore. La mente […] è se stessa per questo nutrirsi di fatti, […] questo cibarsi della strana, dura carne della realtà.
  • La guerra, nel suo significato moderno più ampio, è possibile non perché più uomini sono in disaccordo, ma perché più uomini sono d’accordo. Sotto i mezzi di coercizioni peculiarmente moderni quali l’istruzione e la coscrizione obbligatoria, vi sono aree pacifiche talmente ampie, che tutti quanti possono essere d’accordo sulla guerra. A quel tempo [nel Medioevo] gli uomini erano in disaccordo perfino sulla guerra; e la pace poteva scoppiare dappertutto.
  • La maggior parte delle filosofie moderne non sono filosofia ma dubbio filosofico; dubbio, cioè, se possa esistere una qualunque filosofia.
  • Non va bene dire a un ateo che è un ateo, o attribuire a chi nega l’immortalità l’infamia di negarla, o pensare che si possa costringere un avversario ad ammettere di aver torto dimostrandogli che ha torto in base ai principi di qualcun altro, e non ai suoi. […] È questo il senso di una massima attribuita al grande san Luigi, re di Francia, che le persone superficiali citano come un esempio di fanatismo; il senso è che con un infedele si deve o discutere come un vero filosofo sa fare, oppure “infilargli in corpo una spada più profondamente che si può.”

Uomovivo

Incipit

Avvenne un giorno che un vento si alzasse alto a occidente, crescendo come un’onda d’irragionevole felicità, e che poi, spingendosi a tutta velocità verso oriente, attraversasse tutta l’Inghilterra, trascinando con sé il profumo gelido delle foreste e l’ebbrezza fredda del mare. Nel passare, con la stessa generosità che ha una brocca di vino, rinfrescò gli uomini che se ne stavano rinchiusi in milioni di buchi e di cantucci, sorprendendoli con la forza del suo soffio.

Citazioni

  • “Ogni uomo è un re”, spiegò quel filosofo a testa in giù, “e ogni cappello è una corona.” (pg. 39)
  • “Hey!”, esclamò, indietreggiando davanti al sinistro brillare dell’acciaio, come un uomo che fugge da un serpente, “ha per caso paura degli scassinatori? O quando e perché lei distribuisce morte con questa mitragliatrice?”
    “Oh, quella!”, rispose Smith, gettandovi un’occhiata quasi distratta. “No, con quella distribuisco la vita”, e se ne andò a grandi salti giù per le scale. (pg.60)
  • Si tende a parlare delle istituzioni come se fossero qualcosa di freddo che intralcia la nostra vita. La verità è che, quando gli uomini si sentono spiritualmente elevati e inebriati di libertà e di nobili aspirazioni, devono sempre finire, e lo fanno immancabilmente, per creare delle istituzioni. Quando sono stanchi tendono a precipitare nell’anarchia, ma quando sono allegri e vigorosi promulgano leggi: è inevitabile. Questo è vero per tutte le religioni e per tutte le repubbliche che si sono succedute nella storia, alla stessa maniera in cui è vero il più comune gioco d’azzardo o il più chiassoso gioco campestre. L’uomo non si sente mai libero fino a quando un’istituzione non lo libera, ma la libertà non può esistere fino a quando non viene dichiarata d’autorità. (pg. 61)
  • Solo quando si naufraga veramente, si trova quello che si vuole davvero. Quando si naufraga su un’isola deserta, non ci si sente affatto in un deserto. (pg. 70)
  • Il tramonto bruciava come uno di quegli incendi festosi e misteriosi nei quali le cose più comuni evocano, con i loro colori, oggetti preziosi o strani. L’ardesia del tetto splendeva come le penne di un enorme pavone, in ogni misteriosa tonalità di blu e di verde, e i mattoni rossastri del muro ardevano con la stessa forza con cui ottobre tinge di rubino e di bronzo i vini. Il sole sembrava accendere ogni oggetto con una fiamma di colore diversa, come se un uomo accendesse dei fuochi artificiali. (pg. 72-73)
  • “Quale sarebbe il merito dell’oro“, disse, “se non brillasse? Perché mai dovremmo apprezzare una sterlina nera o un sole di mezzogiorno nero? Tanto varrebbe usare al suo posto un bottone nero! Non vede che ogni cosa, in questo giardino, sembra un gioiello? E vuole gentilmente dirmi qual è il pregio di un gioiello, se non quello di sembrare un gioiello? Smettiamo, una buona volta, di comprare e di vendere, e cominciamo a guardare! Aprite gli occhi, e vi sveglierete nella Nuova Gerusalemme.” (p. 73)
  • “Matrimoni imprudenti!”, ruggì Michael. “E mi dica, dove in terra o in cielo si sono mai visti matrimoni prudenti? A questo punto portiamo il discorso sui suicidi prudenti.” (p. 82)
  • “Mia cara, e che altro posso fare?”, replicò l’irlandese. “Quale altra occupazione può avere un uomo attivo su questa terra, a parte sposarla? Qual è l’alternativa al matrimonio, eccetto il sonno? Non certo la libertà, Rosamund. A meno che lei non si sposi con Dio, come fanno le nostre monache in Irlanda, lei deve sposarsi con un uomo… cioè con me. La terza e ultima cosa che potrebbe fare è sposarsi… con se stessa… lei, lei, lei… in pratica l’unica compagnia che non l’ha mai soddisfatta… e che non la soddisferà mai”.
    “Michael”, disse la signorina Hunt, con un tono di voce accondiscendente, “le prometto che se la smette di parlare e di dire stupidaggini la sposerò”. (p. 83)
  • C’è qualcosa di attraente per un mistico, in un paese come questo, così ricco di specchi. Un mistico è una persona che ritiene infatti che due mondi siano migliori di uno. Nel senso più alto, davvero ogni pensiero è un riflesso. In questo consiste la verità più vera: ritenere che i secondi pensieri siano migliori dei primi. Gli animali non hanno secondi pensieri; solo l’Uomo è in grado di vedere i propri pensieri doppi, nello stesso modo in cui un ubriaco vede doppio un lampione. Solo l’Uomo è capace di vedere i propri pensieri capovolti, nello stesso modo in cui vede una casa riflessa in una pozzanghera. Questa duplicazione mentale, come in uno specchio, è – lo ripeto – la cosa più intima della filosofia umana. C’è del misticismo, una verità al limite del mostruoso, nell’asserzione che due teste sono migliori che una. Perché entrambe dovrebbero crescere sullo stesso corpo. (pp. 149-150)
  • “Prima che io abbia finito con lei, può e deve ringraziare Dio per le molte anatre nello stagno”.
    Il celebre pessimista espresse a mezza voce il suo desiderio di ringraziamento a Dio per le anatre nello stagno.
    “E non si dimentichi i paperi”, proseguì implacabile Smith.
    Eames concesse debolmente il suo ringraziamento anche per i paperi.
    “Non dimentichi niente, per favore. Lei dovrà ricordarsi di ringraziare il cielo per le chiese, le cappelle, le ville, le persone normali, le pozzanghere, le pentole, i tegami, i bastoni, gli stracci, gli ossi e le tende a pallini”.
    “Va bene, va bene”, ripeté la vittima disperata, “bastoni, stracci, ossi e tende”.
    “Tende a pallini, mi pareva avessimo detto”, gli rammentò Smith. (p. 158)
  • La cosa che ho visto pendere nei suoi occhi mentre penzolava da quel ponte era la gioia della vita, non la volontà. Quello che lei ha imparato standosene seduto su quel dannato gargoille era che il mondo, in fin dei conti, è un luogo meraviglioso in cui vivere: io lo so, perché l’ho capito nello stesso momento. Ho visto le nubi grigie diventare rosa, e il piccolo orologio dorato nella fessura tra le case. Erano queste le cose che lei odiava lasciare andandosene via da questo mondo, non la Vita, qualunque cosa essa sia. Eames, siamo stati insieme sull’orlo della morte; non riesce ad ammettere che ho ragione? (p. 160)
  • Quello che voglio dire è che ho finalmente cominciato a capire il significato della morte e di tutto quello che ne consegue… il teschio con le ossa incrociate, il memento mori… Essi non vogliono ricordarci solo la nostra vita futura, ma anche quella presente. Con i nostri spiriti deboli saremmo costretti a invecchiare per l’eternità, se non fossimo mantenuti giovani dalla Morte. La Provvidenza taglia per noi l’immortalità nel senso della lunghezza, un po’ come le balie tagliano il pane imburrato a bastoncini per i bambini. (pg. 161)
  • Nonostante tutto, ritengo sia davvero molto pericoloso che un uomo pensi, anche per un solo secondo, di aver capito la morte. (p. 162)
  • Nella casa di ogni elegante gentiluomo, riflettei, c’era la porta principale per i gentiluomini, e la secondaria per i fornitori, ma c’era anche la porta in cima per gli dèi. Potremmo quindi dire tranquillamente che la cappa del camino è il passaggio sotterraneo che unisce la terra al cielo. Attraverso questo tunnel stellato Babbo Natale maneggia – come fa l’allodola – tutto quello che è affine tra il cielo e la casa degli uomini. O meglio, dovendo sottostare a certe convenzioni, e a una diffusissima mancanza di coraggio ascensionale, sarebbe più giusto dire che questa porta era forse poco usata. Ciò non toglie, tuttavia, che la porta di Babbo Natale sia la vera porta principale: quella che si apre sull’universo. (pg. 186)
  • C’è chi ruba un cane, chi un cavallo e chi un uomo… ma lei pensa che ci sia qualcosa di più vile di un ladro di giocattoli? (p. 188)
  • “Cosa c’è di più immortale”, proclamava, “dell’amore e della guerra? Simbolo di ogni desiderio e di gioia è la birra. Simbolo di ogni battaglia e conquista è invece il gioco dei birilli”. (p. 191)
  • “Non nego”, diceva, “che ci debbano essere preti per ricordare agli uomini che un giorno dovranno morire. Dico solamente che in certe epoche strane, come in quella che viviamo, è necessario avere un altro genere di preti, chiamati poeti, per ricordare agli uomini che ancora non sono morti.” (p. 192)
  • Nulla scatena le maledizioni più che una vera benedizione. Questo perché la bontà delle cose buone, come la cattiveria delle cose cattive, è un prodigio che va al di là di ogni parola: si potrà forse dipingerlo, non discorrerne. (pg. 195)
  • Al diavolo tutto, è proprio di questo che abbiamo bisogno: tornare da dove siamo partiti! Questo è rivoluzione: andare, andare e girare in tondo, tornando da dove si è partiti! Ogni rivoluzione, come un pentimento, è un ritorno. (pg. 204)
  • L’unico scopo reale di una casa è quello di essere la casa di una bambola. Non si ricorda, quando lei era un bambino, di come quelle piccole finestre fossero veramente finestre, mentre le finestre grandi non lo erano? Un bambino ha la casa di una bambola, e grida di gioia quando vede aprirsi la porticina verso l’interno. Un banchiere ha invece una vera casa, ma quanti banchieri non riescono ad emettere nemmeno un debole grido quando le loro vere porte anteriori si aprono verso l’interno! (p. 208)
  • “Lei mi ha convinto che è veramente malvagio e pericoloso per un uomo fuggire da sua moglie”.
    “E perché è pericoloso?”, chiesi.
    “Be’, perché nessuno potrà più trovarlo”, rispose quello strano personaggio, “e invece noi tutti abbiamo bisogno di essere trovati”. (p. 209)
  • Questa strada circolare che sto percorrendo non è mai stata calpestata. Credo davvero nella rottura degli schemi, perché io sono un rivoluzionario. Ma non vede che tutti questi salti, queste distruzioni e queste fughe in realtà sono solamente tentativi di ritornare all’Eden… di tornare a qualcosa che noi abbiamo già avuto, a qualcosa di cui noi, se non altro, abbiamo già sentito parlare? Non vede che si cerca ansiosamente di spezzare le catene o di dare la caccia alla luna soltanto per trovare casa? (p. 210)
  • Lei è incrollabile come gli alberi, perché lei non crede, mentre io sono volubile come la tempesta perché credo. (pg. 213)
  • Sono diventato un pellegrino per guarirmi dall’essere un esiliato. (p. 217)
  • L’eternità è il più grande degli idoli: il più possente tra i concorrenti di Dio. (p. 218)
  • Quello che voglio dire è che Dio mi ha offerto di amare e di servire un determinatoluogo, e che mi ha fatto fare, per onorare questo luogo, un sacco di cose… diciamo così… bizzarre, in modo che io potessi testimoniare, contro tutti gli infiniti e contro tutti i sofismi, che il Paradiso è in un certo luogo e non dovunque, e che è qualcosa di preciso e non qualsiasi cosa. E io, dopo tutto questo, non sarei affatto sorpreso di scoprire che, se dovesse esserci una casa in cielo per me, questa dovrebbe avere davvero un lampione verde. (p. 219)
  • Se Innocent è felice, è perché lui è Innocente. Sa di poter sfidare le convenzioni perché osserva i comandamenti. (p. 245)
  • Per conservarci felici come un bambino o come un cane, non ci resta che essere innocenti come un bambino, o innocenti come un cane, entrambi incapaci di peccare. Per dirla in parole povere, bisogna essere buoni… sì, questa può essere la strada da seguire, e lui mi pare l’abbia trovata. (pg. 245)
  • Non ci sono gli uomini. Questo tipo di categoria non esiste. Piuttosto c’è un uomo, e ogni uomo è sempre diverso dagli altri. (p. 249)

Explicit

Mentre la tempesta lacerava il cielo come con squilli di trombe, le finestre della casa si illuminarono una dopo l’altra; e la compagnia, tutta agitata dalle risate e alle prese con il vento, non aveva ancora ritrovato al buio la strada per rientrare in casa, quando videro la grossa e scimmiesca figura di Innocent Smith che si era arrampicato sul tetto uscendo nuovamente dalla finestra della soffitta. Stava gridando a perdifisto e senza interrompersi “Casa Beacon!“, facendosi girare intorno alla testa un enorme tronco acceso, che aveva presumibilmente preso dal caminetto e che sprizzava un fiume di fiamme cremisi e di fumo violaceo nell’aria assordante. Probabilmente quella scena sarebbe stata vista a una distanza di almeno tre contee, ma quando il vento smise di soffiare, e la compagnia, al culmine della baldoria, cercò di nuovo Mary e Innocent, si accorse che erano entrambi scomparsi.

Citazioni su Gilbert Keith Chesterton

  • Amo Chesterton perché voleva essere il Voltaire cattolico e io volevo essere il Chesterton comunista. (Italo Calvino)
  • Chesterton è così felice che si sarebbe quasi tentati di credere che abbia davvero trovato Dio. (Franz Kafka)
  • Chesterton è stato uno dei pensatori più profondi che siano mai esistiti. (Étienne Gilson)
  • Chesterton fu in definitiva un uomo assolutamente libero, appassionato ricercatore della verità e difensore della giustizia. (Paolo Gulisano)
  • La letteratura è una delle forme della felicità; forse nessuno scrittore mi ha dato tante ore felici come Chesterton. (Jorge Luis Borges)
  • Si è dimenticato che Chesterton fu, tra le altre cose, un ammirevole poeta. Nella poesia “La ballata del Cavallo Bianco” si trovano metafore che Victor Hugo avrebbe ammirate. (Jorge Luis Borges)
  • Si è fatto da solo. È semplicemente andato alla scuola della sua schietta umanità e ha ricercato la verità con assoluta onestà intellettuale, usando effettivamente di quella ragione che i razionalisti si limitavano a venerare. Questo è stato sufficiente a condurlo “a casa”, cioè all’antica fede e alla saggezza dei padri. (Giacomo Biffi)

Note

  1. Da un articolo su Time’s Abstract and Brief Chronicle, 1905; citato nella postfazione a Gilbert Keith Chesterton, La Ballata del Cavallo Bianco, Raffaelli Editore, Seconda Edizione 2011, a cura di Annalisa Teggi e Marco Antonellini, postfazione di Marica Ferri, p. 172.
  2. Da un articolo su Time’s Abstract and Brief Chronicle, 1905; citato nella postfazione a Gilbert Keith Chesterton, La Ballata del Cavallo Bianco, Raffaelli Editore, Seconda Edizione 2011, a cura di Annalisa Teggi e Marco Antonellini, postfazione di Marica Ferri, p. 172.
  3. Da una lettera alla fidanzata; citato in Paolo Gulisano, Chesterton, quella “profezia” sui banchieri di Wall Street, Il sussidiario.net.
  4. Citato in Marcus Parisini, L’anima degli animali, Edizioni Biblioteca dell’Immagine, Pordenone, 2002, p. 45. ISBN 88-87881-68-5
  5. Citato nella postfazione a Gilbert Keith Chesterton, La Ballata del Cavallo Bianco, Raffaelli Editore, Seconda Edizione 2011, a cura di Annalisa Teggi e Marco Antonellini, postfazione di Marica Ferri, p. 163.
  6. Citato nella postfazione a Gilbert Keith Chesterton, La Ballata del Cavallo Bianco, Raffaelli Editore, Seconda Edizione 2011, a cura di Annalisa Teggi e Marco Antonellini, postfazione di Marica Ferri, p. 171.
  7. Citato in Emile Cammaerts, The laughing prophet (1937, p. 211).
  8. Vedi anche: Le dieci regine delle citazioni bufala, corriere.it, 19 marzo 2009.
  9. Citato in Albero e Foglia di John Ronald Reuel Tolkien (edizione Bompiani dicembre 2008).
  10. In realtà questa frase Chesterton non l’ha mai scritta. Molti la collegano ad Ortodossia, ma nel libro questa frase non compare. Si veda a proposito la discussione sul blog della società chestertoniana italiana: Ma Chesterton l’ha detta o non la detta? Non l’ha detta.
  11. Orario ferroviario della Gran Bretagna.

Bibliografia

  • Gilbert Keith Chesterton, Eretici, traduzione di Ferrari P, Piemme, Torino, 1998.
  • Gilbert Keith Chesterton, Francesco d’Assisi, traduzione di Daniela Cuccurullo, Guida Editori, Napoli, 1990.
  • Gilbert Keith Chesterton, I paradossi di Mr. Pond, traduzione di Manuela Giasi, A. Vallardi, Milano, 1994.
  • Gilbert Keith Chesterton, Il candore di padre Brown, traduzione di Paolo Morganti, Morganti Editori, Pezzan di Carbonera (Treviso), 2007.
  • Gilbert Keith Chesterton, Il Club dei Mestieri Stravaganti, traduzione di A. R. Ferrarin, Biblioteca Economica Newton, Roma 1996.
  • Gilbert Keith Chesterton, Il Napoleone di Notting Hill, versione, introduzione e note di Gian Dauli, Edizioni Paoline, 1962.
  • Gilbert Keith Chesterton, L’osteria volante, versione, introduzione e note di Gian Dauli, Edizioni Paoline, 1962.
  • Gilbert Keith Chesterton, L’Uomo Eterno, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli, 2008.
  • Gilbert Keith Chesterton, L’uomo che fu Giovedì. Storia di un incubo, Arnoldo Mondadori Editore, traduzione di Luciana Crepax, 1984.
  • Gilbert Keith Chesterton, La saggezza di padre Brown’, traduzione di Paolo Morganti, Morganti Editori, Pezzan di Carbonera (Treviso), 2008.
  • Gilbert Keith Chesterton, Ortodossia, traduzione di Roberto Ferraro, Morcelliana, Brescia, 2007.
  • Gilbert Keith Chesterton, San Tommaso d’Aquino, traduzione di Isa Maranesi, Piemme, Torino, 1998.
  • Gilbert Keith Chesterton, San Tommaso d’Aquino, traduzione di Giovanna Caputo, Lindau, Torino, 2008.
  • Gilbert Keith Chesterton, Uomovivo, Morganti Editori, traduzione di Paolo Morganti, Cles, 2010.

Altri progetti

Opere

—————o0o—————

Il modello cattolico di Chesterton in Africa

Ricevo da Lucia volentieri ri-pubblico, dal blog Una casa sulla roccia.

Da buon complottista, faccio notare come, a partire dai pilastri individuati da Chesterton per la costruzione della società, che sono distribuzione della proprietà, valorizzazione dell’agricoltura e del lavoro manuale, ruolo centrale della famiglia (a cui aggiungerei l’importanza dell”istruzione, come dice John Kanu), se voi foste nemici del cattolicesimo su cosa vi concentrereste?

Ma è ovvio, agireste per:

  1. Una distribuzione iniqua della proprietà cercando di lasciare quanta più gente possibile priva dei mezzi di sostentamento e quindi ricattabile;
  2. L’allontanamento dalla terra, concentrando l’agricoltura in poche, grandissime proprietà e l’allontanamento dal lavoro manuale, in modo da rendere meno autonome possibili le persone;
  3. La distruzione della famiglia tradizionale, vero baluardo di difesa;
  4. Un decadimento e appiattimento dell’istruzione.

Sounds familiar?

-oOo-

Kanu, l’africano che ha portato Chesterton in Sierra Leone

kanu

Una laurea a Oxford e poi il ritorno in Africa per applicare le teorie economiche dello scrittore cattolico inglese.

Nell’ottobre 2002 la Sierra Leone era un poverissimo paese africano stremato da undici anni di guerra civile che aveva causato la morte di 50 mila esseri umani. Due milioni e mezzo di persone sono rimaste senza casa, dieci mila senza un braccio o un avambraccio, mutilate a colpi di machete. John Kanu invece era un fortunato e volonteroso trentottenne sierraleonese che dopo sforzi eroici era riuscito ad approdare all’università di Oxford e a ottenere un master in Scienze sociali applicate. Intorno a quello che John aveva fatto per convincere la sua famiglia a mandarlo a scuola – unico bambino del suo villaggio – per continuare gli studi dopo la morte del padre e per ottenere un visto e una borsa di studio per frequentare l’università in Inghilterra, si sarebbe già allora potuto scrivere un libro.

A quel tempo a Oxford i neolaureati sierraleonesi erano in tutto sei. Cinque presero la strada degli Stati Uniti e del Canada o si fermarono nel Regno Unito. Uno solo, nonostante un’offerta per restare a lavorare in terra britannica, decise di tornare nella devastata patria: John Kanu, appunto. Nostalgia di casa, per quanto derelitta? Appoggi politici? Niente di tutto ciò. Non indovinereste nemmeno con un milione di tentativi. «Avevo scoperto Gilbert Keith Chesterton, e volevo applicare le sue idee sull’uomo e sull’economia nel mio paese», racconta Kanu (nella foto a sinistra).
Pochi lo sanno oltre agli appassionati dello scrittore cattolico britannico, ma Chesterton, insieme a Hilaire Belloc e Vincent McNabb, è considerato il teorico del distributismo, la filosofia economica che alla fine dell’Ottocento si presentava come una traduzione della dottrina sociale cristiana contenuta nella Rerum Novarum di Leone XIII e come terza via fra socialismo e capitalismo.

Fra gli insegnanti di Oxford, Kanu incontra Stratford Caldecott, direttore del Chesterton Institute for Faith and Culture. Diventano amici e il britannico introduce il sierraleonese al pensiero dello scrittore.

«Tre temi mi colpirono in particolare.

  1. L’idea della necessità di distribuire quanto più possibile la proprietà fra tutti i membri della società;
  2. l’importanza attribuita all’economia rurale e agli artigiani che vivono del lavoro delle proprie mani;
  3. la visione della famiglia come la principale unità sociale e la base di una famiglia estesa multi-generazionale.

“Questo è il meglio della cultura tradizionale africana, riprodotto in filosofia economica da uno scrittore cattolico di fine Ottocento, e noi lo stiamo perdendo”, mi sono detto. Cominciai a pensare che, tornato in patria, avrei fondato una società chestertoniana sierraleonese».

Le cose vanno proprio così. Kanu torna in Sierra Leone e si guadagna da vivere come consulente o come esperto in progetti di Ong ed enti internazionali quali il Catholic Relief Service, l’International Rescue Committee, Usaid, Management Systems, eccetera.

kanu_kamara_avviate-a-studio-e-lavoro
Per quel che riguarda i soldi, la differenza rispetto alle Ong è decisamente abissale. Da quando esiste, la donazione più grossa che l’Slcc ha ricevuto è costituita da 600 sterline versate da Aidan Mackey, il fondatore del Chesterton Study Centre in Inghilterra. Tutto il resto è basato sul volontariato e sul contributo delle stesse comunità oggetto degli interventi, che comprendono l’insegnamento di tecniche agricole attraverso la cosiddetta Farmer-Field-School, l’assistenza nell’accesso a sementi speciali, l’organizzazione dei contadini in cooperative, la costruzione di due scuole professionali di villaggio che presto entreranno in funzione.

«Gli abitanti del villaggio hanno messo a disposizione tutti i materiali e tutto il lavoro, tranne lo zinco per i tetti e per il cancello all’ingresso che abbiamo procurato noi», spiega John. «Dalle scuole usciranno carpentieri, muratori, meccanici e altre figure tecniche che si impegnano a non migrare in città, ma a rendere il loro servizio nelle comunità rurali da cui provengono. Adesso hanno bisogno degli strumenti e delle macchine da mettere in dotazione nelle scuole, ed è per questo che io sono in Italia e che per la prima volta chiediamo un aiuto a donatori esterni». Invitato dalla Società chestertoniana italiana, Kanu ha incontrato associazioni e privati disponibili a una partnership a Siena e Ferrara. Ma negli incontri pubblici ha parlato principalmente della filosofia dello sviluppo e dello stile di intervento dell’Slcc.

«Il ruolo della famiglia è centrale», spiega questo padre di quattro figli. «In Africa non ci sono sistemi di welfare come in Europa: la famiglia è il nostro welfare, la nostra carta di credito, la nostra banca, la nostra cassaforte. Se qualcuno ha bisogno di un prestito, non va alla banca, dove verrebbe sfruttato, ma si rivolge al giro dei parenti. La famiglia è il luogo dove ci si sente a casa, è la chiave dell’educazione morale, è un ponte gettato fra l’equilibrio e la follia. Quando da bambino insistevo con mio padre perché mi mandasse a scuola, la famiglia estesa di 20 persone venne riunita e dopo lunga consultazione decisero di iscrivermi in una scuola di una località vicina. In Sierra Leone i musulmani sono il 70 per cento, noi cattolici siamo il 15 per cento e gli altri sono cristiani protestanti, ma tutti condividiamo la stessa concezione: la famiglia è la principale fonte della vita».

Il panegirico della famiglia africana, istituzione che presenta anche molti lati problematici che frenano lo sviluppo umano, non deve far pensare che l’Slcc si faccia portatore di una visione immobile e passatista dell’Africa, centrata sull’esaltazione del buon tempo andato. «La grande sfida dello sviluppo consiste nel cambiare le mentalità. Lo sviluppo, dico sempre, non è una questione di elettricità, di strade, di infrastrutture. Tutto questo serve, ma lo sviluppo è in primo luogo una questione di persone. Il nostro lavoro consiste nel cambiare le mentalità e questo avviene attraverso l’educazione. L’educazione compie, realizza, completa. Ma solo se è centrata sulla verità e su ciò che è giusto. Allora diventa quella scintilla dentro di te che nessuno ti può portare via. L’educazione ti arricchisce di una ricchezza che nessun ladro potrà mai rubarti».

«Noi non gli diciamo che il modo in cui coltivano la terra è sbagliato, gli mostriamo concretamente i vantaggi delle nuove sementi o delle nuove tecniche. Quando il governo ha deciso di diffondere anche nel nostro paese la varietà di riso ibrido ad alto rendimento Nerica, anzitutto abbiamo fornito la nostra intermediazione perché le comunità rurali più marginali non venissero tagliate fuori. Poi, per convincere i coltivatori dei vantaggi delle nuove sementi, ci siamo fatti dare un pezzo di terra a fianco dei loro campi coltivati nel modo tradizionale. Lo abbiamo seminato col riso Nerica. Al primo raccolto, tutti hanno visto la differenza e sono venuti a chiederci come dovevano fare per avere quelle sementi».

Non è stato tutto tempo sprecato.
L’Slcc non si tira indietro davanti all’impegno politico in senso lato, che consiste nel difendere i diritti delle comunità rurali davanti ai grandi interessi dell’industria mineraria, che naturalmente condiziona la risposta delle istituzioni.

IMG_1294

….

«Da bambino ho lottato come un leone per potere andare a scuola, ho sfinito mio padre per convincerlo a mandarmi. Poi, quando sono arrivato all’università di Oxford mentre la Sierra Leone bruciava, ho pensato che il mio sapere non sarebbe servito a nulla, che il paese aveva bisogno di altro», conclude John Kanu. «Per fortuna i miei amici inglesi mi hanno fatto scoprire Chesterton e le sue tre idee economiche: la redistribuzione dei mezzi di produzione, l’importanza dell’economia rurale, la centralità della famiglia. Oggi dico a tutti: sono le uniche tre cose importanti che ho imparato studiando a Oxford. Ma non ditelo al rettore dell’università e ai suoi professori».

[Fonte: Tempi.it, 28.07.13]