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Crisi, 11% italiani senza beni di prima necessità: dal riscaldamento alla carne

martedì 10 settembre 2013

Una percentuale pari al doppio rispetto a Regno Unito, Francia e Germania. Mentre sul fronte sanitario, nonostante le difficoltà economiche, l’Italia esce a testa alta dalla relazione di Bruxelles

Un italiano su dieci in condizione di “gravi privazioni materiali”. E’ quanto afferma un rapporto della Commissione europea, secondo cui l’11% della popolazione non ha accesso a beni di prima necessità, tra cui il riscaldamento e la carne. Questa percentuale, relativa al 2011, è pari al doppio rispetto alle altre grandi nazioni dell’Unione come Regno Unito, Francia e Germania. Nonostante le rassicurazioni del governo sui miglioramenti della nostra economia, appaiono quindi critiche le condizioni di vita di una fetta considerevole della popolazione.

Il commissario alla sanità Tonio Borg ha pubblicato una relazione dedicata alle disuguaglianze in materia di salute tra gli Stati membri che evidenzia come i fattori socioeconomici contribuiscono a determinare le disuguaglianze: vanno dal livello del reddito al tasso di disoccupazione al livello di istruzione di una popolazione, a cui si aggiungono fattori di rischio come il tabagismo e l’obesità.

Sul fronte sanitario, nonostante le difficoltà economiche, l’Italia esce a testa alta dalla relazione di Bruxelles. I dati parlano da soli. L’Italia in 10 anni è riuscita a ridurre ulteriormente – rispetto a Francia, Germania e Regno Unito – la mortalità infantile, portandola da una media nel 2001 di 4,4 decessi per mille nati vivi, a 3,2 nel 2011. Calo che pure si registra a livello europeo dove nello stesso periodo si è passati in media da 5,7 a 3,9 decessi.

Incoraggiante è anche la situazione in Europa che, secondo le conclusioni di Bruxelles, continua a fare passi avanti nella lotta alle disuguaglianze in materia di salute. Infatti, oltre alla diminuzione della mortalità infantile si riduce tra gli Stati membri anche la differenza sulla speranza di vita dei loro cittadini. Differenza che purtroppo resta ancora elevata. Un solo esempio: nel 2011 la Lituania ha registrato un tasso di mortalità maschile sotto i 65 anni tre volte più elevato di quello dell’Italia, che si pone al secondo posto nell’Ue dopo la Svezia per minor numero di decessi. Borg non ha dubbi: “colmare le disuguaglianze sanitarie in Europa deve rimanere una priorità a tutti i livelli”.

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/09/09/crisi-ue-italiano-su-dieci-affronta-gravi-privazioni-materiali/706765/

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Nuovo Ordine Mondiale, Transumanizzazione, Controllo delle Popolazioni

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Gli italiani in ginocchio che occupano gli alloggi

03/06/2013 – la crisi. nuova emergenza
Boom di sfrattati, azzerato il fondo di sostegno per gli affitti. E così, dopo gli immigrati, ora è il ceto    medio impoverito che partecipa ai blitz nelle case vuote per evitare di finire a dormire per strada
flavia amabile

Altre 67.790 famiglie italiane rischiano di finire in strada. Il ministero dell’Interno ha diffuso i dati sugli sfratti del 2012 che raccontano con la cinica freddezza dei numeri il dramma dell’onda lunga della crisi che sta colpendo duramente chi non ha mai avuto soldi per comprare una casa e ora non ha nemmeno più i mezzi per pagarne l’affitto.

E’ il volto degli sfrattati, il volto più buio di dodici mesi da paura, tra tasse sulla casa schizzate alle stelle e indici di disoccupazione troppo elevati per non denunciare un malessere profondo.

È un esercito di persone, sempre più numeroso ovunque, da Milano a Palermo. Nel 2012 sono stati emessi 67.790 nuovi provvedimenti, il 6,18% in più del 2011. Per la prima volta hanno superato la soglia dei 60mila gli sfratti per morosità, quelli dovuti alla incapacità di pagare da parte dell’inquilino, sono a quota 60.244 e rappresentano l’88,86% delle nuove sentenze emesse. E questo è ancora nulla perché ancora si devono far sentire gli effetti dell’azzeramento del finanziamento del fondo sociale per gli affitti, cancellato per il 2013 con un colpo di mano a sorpresa lo scorso dicembre. A rischio ci sono altre 300 mila famiglie che vanno ad aggiungersi alle centinaia di migliaia di persone che hanno ricevuto un ordine di lasciare la loro casa negli anni scorsi.

Sono le cifre di un dramma che dilaga e travolge anche chi pensava di potercela fare. Basta una spesa imprevista, un intoppo finanziario qualsiasi, per finire nel girone degli sfrattati. Da quel momento in poi la strada diventa un faticoso cammino tra porte chiuse perché è difficile trovare qualcuno in grado di dare una mano a chi è finito in strada. Non ci riesce la politica, se non in pochi, limitati casi: da tempo non esistono più Piani per la costruzione di case popolari né a livello nazionale né a livello locale, e solo qualche giorno fa un gruppo di senatori del Pd ha portato il problema all’attenzione del nuovo governo chiedendo una nuova proroga sui provvedimenti in corso, risorse e un Piano. Ci riescono sempre meno anche le famiglie, il welfare super-garantito delle mamme e dei papà che finora hanno tenuto in piedi l’Italia: i tagli alle pensioni e le tasse sulle case hanno messo in ginocchio anche loro.

Alla fine, a chi non ha più nulla, resta un’ultima porta aperta, quella degli sportelli dei Movimenti per il diritto alla casa. «Ormai si rivolgono a noi anche i Municipi: quando c’è uno sfratto ce lo segnalano e ci chiedono di andare a fare un picchetto per impedire che le persone vengano mandate via», raccontano gli attivisti. A Roma sono saliti quasi a 60 gli edifici pubblici e privati presi d’assalto. Gli ultimi nove sono stati requisiti il 6 aprile con un blitz organizzato dal Coordinamento cittadino di lotta per la casa, dai i Blocchi precari metropolitani, Action e i Movimenti per il diritto all’abitare. Un’altra decina di edifici erano stati occupati a dicembre. Circa tremila famiglie salvate dalla strada dove molti già vivevano.

Ma se fino a due anni fa ad entrare negli immobili altrui erano soprattutto immigrati senza permesso di soggiorno, rom e precari vicini ai collettivi e ai movimenti di lotta, da qualche mese è diverso. Ad occupare sono i nostri vicini di casa che non ce la fanno più, quelli che abbiamo incontrato in strada per anni finché un giorno l’ufficiale giudiziario è arrivato a mandarli via. Sono pensionate e pensionati, badanti e baby sitter troppo spesso senza tutele e in balia di persone senza scrupoli, che le buttano via come un giocattolo rotto se sono incinte. Sono gli idraulici e i pittori sconfitti dalle tasse che hanno svuotato le tasche di chi ancora si permetteva il lusso di fare piccoli o grandi lavori di ristrutturazione in casa.

Molti di loro hanno fatto domanda per gli alloggi dell’edilizia popolare e come unica risposta hanno ottenuto un triste silenzio. Dopo mesi di nulla, e spesso di vita sotto i ponti, hanno capito di non avere alternativa. Hanno iniziato a sfidare la legge e le regole della società. Ma, se a farlo è una nonna di quasi 71 anni con 23 anni di lavoro come portantina e di contributi alle spalle e nessun tipo di pendenza con lo Stato, è la società ad avere un problema, non la nonna.

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La parente di una delle vittime protesta: “Faceva meglio a non venire a Civitanova”. La presidente della Camera: “E’ una tragedia, non potevo restare a casa”

foto Tgcom24

13:45 – “Faceva meglio a non venire”. Questa la frase che la sorella di Romeo Dionisi, uno dei tre anziani morti suicidi per difficoltà economiche, avrebbe detto all’arrivo della presidente della Camera, Laura Boldrini, in visita a Civitanova Marche ai parenti delle vittime. Uno sfogo, quello dei parenti, confermato da più fonti. I conoscenti intanto ripetono che nessuno aveva capito il loro dramma: “Li ha uccisi la dignità”.

Lo sfogo della sorella di Romeo Dionisi contro Laura Boldrini è stato rivolto al personale del servizio di sicurezza della Camera che stava facendo un sopralluogo in vista della visita della presidente. Ma Laura Boldrini è stata poi contestata direttamente da alcune persone, al suo arrivo al Comune di Civitanova. Qualcuno tra la folla l’ha però anche applaudita. La presidente della Camera ha incontrato il sindaco Tommaso Claudio Corvatta.

Alla base del gesto della coppia di coniugi gravi difficoltà economiche: l’uomo, Romeo Dionisi, di 62 anni, era disoccupato mentre la moglie, Annamaria Sopranzi, di 68, aveva una modestissima pensione. I due si sono impiccati in casa e quando il fratello della donna, Giuseppe Sopranzi, di 70 anni, ha scoperto i cadaveri si è diretto al porto, dove si è ucciso. I coniugi suicidi, che abitavano in un appartamento in via Calatafimi, sembra non avessero neppure i soldi per pagare l’affitto. La coppia non aveva figli.

Boldrini: “E’ una tragedia, non potevo non venire” – La presidente della Camera non si è fermata a parlare con i giornalisti, ha detto soltanto: “Ci tenevo ad essere qui, è una tragedia immensa”. Davanti al Comune si è formato un capannello con diverse persone che protestano, dicendo “non ce la facciamo più”, “non c’è futuro per i giovani”. “Bisogna dare più misure di protezione sociale in un momento in cui la crisi è pesante”, ha risposto Laura Boldrini. “Ero nelle Marche quando ho saputo e non potevo non venire. E’ una tragedia che ha sconvolto il Paese”.

(Britannia, Nuovo Ordine Mondiale e Grande Fratello. Decrescita Felice, no, vero?)

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Suicidio di Civitanova Marche: la decrescita infelice

di Paolo De Gregorio, 7 aprile 2013

Purtroppo la crisi che ci colpisce duramente, che arriva a determinare suicidi di imprenditori e operai, è crisi da DECRESCITA: meno investimenti, meno consumi, meno domanda, più fallimenti, più disoccupazione, più difficoltà per far fronte agli interessi che paghiamo sul nostro debito pubblico.
La causa principale di questa situazione è la globalizzazione economica, l’adesione alla WTO che consente la libera circolazione di merci e di capitali, fattore che negli ultimi 20 anni ha consentito a decine di migliaia di imprenditori italiani di delocalizzare le proprie imprese dove pagano meno tasse e hanno manodopera a buon mercato (nella sola Romania sono andate oltre 20.000 imprese italiane)..
Al contempo abbiamo visto fallire interi settori produttivi per l’entrata in scena di competitori come Cina, India, Brasile, mentre i pezzi più pregiati del Made in Italy sono finiti tutti in mani straniere ed i profitti di queste imprese vanno all’estero: Banca Nazionale del lavoro, Parmalat, Galbani, Invernizzi, Bulgari, Gucci, Ferrè, COIN sono finiti in Francia; Valentino in Inghilterra, Standa e Ducati in Germania, Safilo in Olanda, Buitoni, Motta, Perugina acque minerali come San Pellegrino sono andate alla svizzera Nestlè, gli elettrodomestici Rex, Zoppas, Zanussi, Molteni sono passati alla svedese Electrolux, e l’elenco non è finito.

La maggior colpa della politica negli ultimi 20 anni, con responsabilità preponderante di PDL e PD, non è quella delle ruberie e dei privilegi di Casta, ma quella di non aver governato, di non aver capito dove ci avrebbe portato la globalizzazione che, con le sue ferree leggi di mercato (ampiamente prevedibili), ha premiato chi possiede grandi multinazionali, grandi banche d’affari, chi possiede materie prime, chi ha milioni di operai a basso costo.
Nessuno dei nostri grandi cervelloni politici, nemmeno i bocconiani, si è accorto che l’Italia non ha nulla di tutto questo, che sarebbe stata presto in declino con le parti pregiate della sua industria acquistate dalle nazioni europee più ricche. E l’appartenenza all’Europa non è servita a nulla, non ha fermato la crisi, e non potendo fare manovre con una nostra moneta nazionale, l’appartenenza all’euro si è rivelata più una gabbia che un vantaggio.
Siamo da anni in recessione conclamata, non vi è un solo indicatore economico positivo, la ricerca scientifica non viene finanziata, i nostri cervelli scappano e vanno a rinforzare i paesi più forti, rischiamo la bancarotta per non essere più in grado di rifinanziare il debito pubblico.

Il “liberismo” ci ha portato in questa palude, per uscirne vi è una sola strada: governare l’economia almeno in alcuni settori essenziali, vitali, in un progetto di autosufficienza energetica e agricola, difendendo questi sistemi dalla concorrenza straniera per creare in Italia milioni di nuovi posti di lavoro.
Il tutto deve essere affidato a piccoli e piccolissimi operatori, sia agricoli che energetici, in modo da soddisfare capillarmente i bisogni del territorio, senza speculatori, né mafiosi, per una economia in cui gli scambi siano prevalentemente tra produttori e consumatori.
Oggi i prezzi agricoli li fanno le mafie che controllano i mercati generali con la connivenza del potere politico e affamano i produttori. Le energie rinnovabili sono in mano alle mafie che con corruzione e minacce si fanno dare le concessioni per gli impianti e le vendono agli speculatori nazionali e internazionali.
E’ necessario dunque un piano energetico nazionale che finanzi prioritariamente ogni struttura produttiva, sia essa un capannone industriale o artigiano o una stalla o una cascina, con finanziamenti a fondo perduto, per rendere autosufficienti energeticamente con le rinnovabili queste strutture produttive, con un enorme vantaggio per chi produce, per chi fabbrica pannelli e rotori eolici, per chi li installa e per chi si occupa della manutenzione.
Tutta la filiera deve essere italiana perché è in Italia che abbiamo il problema della disoccupazione (nel solo 2012 si è perso un milione di posti di lavoro) e questo è il solo modo serio di affrontarla.
E’ evidente che si tratta di una rivoluzione. Si tratta di trasformare la Banca d’Italia in una vera Banca Nazionale senza fini di lucro che finanzi questi progetti, e i soldi vanno trovati tagliando spese militari (bombardieri, sommergibili), tagliando tutte le missioni militari all’estero, tagliando opere inutili tipo TAV, tagliando le province e i finanziamenti pubblici a politica e editoria, accorpando i comuni con meno di cinquemila abitanti.
Certamente per avere una svolta del genere ci vuole una classe politica totalmente nuova, credibile, capace di leggere l’infausto destino dell’Italia globalizzata e invasa da immigrati, capace di proporre a milioni di persone nuovi lavori, seri, moderni, in cui si possa vedere un futuro stabile sia per l’economia sia per le persone.

Vi voglio fare un piccolo esempio per un settore che conosco abbastanza bene che è quello della pesca: noi, con oltre settemila km di costa, importiamo buona parte del pesce che consumiamo e a livello mondiale lo sforzo di pesca è così grande che le risorse ittiche si vanno esaurendo.
Se vogliamo raggiungere l’autosufficienza in questo settore e ottenere il ripopolamento sono due i provvedimenti essenziali da prendere: l’abolizione della distruttiva pesca a strascico con distruzione incentivata del naviglio addetto, e la costituzione ogni 100 km di ampie aree marine protette e sorvegliate dove è vietata ogni tipo di pesca.
In pochissimi anni la fauna ittica si riprodurrebbe in modo esponenziale e consentirebbe al piccolo naviglio costiero con reti da posta di pescare abbondantemente senza quegli enormi consumi di gasolio della pesca a strascico, consumi che vengono in buona parte pagati dallo stato perché senza queste integrazioni la pesca a strascico sarebbe fuori mercato.
Nell’isola di Ustica, in Sicilia, dove un progetto di protezione delle coste è operativo da tempo, i vantaggi per la piccola pesca sono evidenti, riconosciuti anche dai pescatori che in un primo tempo si stracciavano le vesti e accusavano i promotori del parco di volerli affamare.

Questo tipo di impostazione per risolvere i problemi dovrebbe essere la regola del governare, in tutti i settori, guardando le cose a lungo termine, tenendo conto della sostenibilità, non come oggi che si tutelano i profitti di pochi a danno dell’ambiente e dei piccoli operatori.
Una nuova politica deve parlare di questo, di come risolvere i problemi in ogni settore, con proposte serie, credibili, finanziabili, indicando quali sprechi tagliare, al fine di creare occupazione stabile, al fine di produrre beni essenziali per i consumi interni, e se l’Europa diventasse un ostacolo insormontabile a questa svolta, bisogna chiedere ai cittadini italiani, con un referendum, cosa pensano sia meglio per loro.
La realtà ci impone di immaginare un futuro incerto, in cui la nostra irresponsabile dipendenza dall’estero ci espone in pochi giorni, in caso di una guerra o di una crisi petrolifera, a uno scenario di freddo, buio, fame. Raggiungere una moderna autosufficienza nel settore energetico ed in quello agricolo attraverso un piano trentennale di riconversione e sviluppo è essenziale per guardare al futuro con concreto ottimismo, e i cittadini devono affidare il potere politico a chi propone progetti in questa direzione.
Paolo De Gregorio

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CIVITANOVA: OMICIDIO DI STATO? NO. DI SISTEMA

Riferiscono le cronache di qualche momento di rabbia, durante i funerali dei tre anziani di Civitanova Marche che si sono uccisi a causa delle difficoltà economiche: prima due coniugi, un esodato di 62 anni e sua moglie di 68 titolare di una modesta pensione, e poi il fratello 72enne di lei, schiantato dal dolore per la morte dei congiunti. Analogamente, viene riferito pure di qualche contestazione al presidente della Camera, Laura Boldrini, intervenuta a una riunione organizzata in Comune.

Nel corso delle esequie, in particolare, si è levato tra gli altri il grido «Omicidio di Stato», a sottolineare che questa tragedia si sarebbe potuta evitare se le pubbliche istituzioni, a cominciare dal governo centrale di Roma, avessero agito in maniera diversa. A quanto risulta, infatti, la situazione della coppia era precipitata perché il marito, Romeo Dionisi, era finito nel limbo degli esodati. Ossia, com’è noto, di quelle centinaia di migliaia di persone che hanno abbandonato il lavoro nel presupposto di poter accedere alla pensione di lì a non molto, in base alla normativa vigente, e che invece si sono ritrovate in una terra di nessuno, perché nel frattempo il governo Monti ha cambiato la legge e innalzato i limiti di età.

Dopo di che, via col rimpallo di responsabilità, e di cifre, tra il ministro “competente”, l’ineffabile Elsa Fornero, e i vertici dell’Inps. Disaccordi grotteschi, lassù in alto, e conseguenze drammatiche, laggiù in basso. Mentre nei sontuosi uffici del Palazzo la si tirava per le lunghe, come se si trattasse di una disputa teologica sulla quale disquisire all’infinito, nelle case dei diretti interessati non si sapeva, e in molti casi non si sa tuttora, dove sbattere la testa. I più fortunati hanno cambiato neologismo: da esodati a salvaguardati. Naufraghi caduti (buttati) in mare ma ripescati prima di inabissarsi. Gli altri, che non hanno pescato il jolly alla Lotteria del Futuro Globale, sono rimasti in balìa delle onde: alla deriva per un tempo indeterminato, sperando di resistere quanto servirà.

A prima vista, quindi, sembrerebbe proprio che abbiano perfettamente ragione, quelli che a Civitanova Marche hanno gridato allo «Stato assassino». Invece hanno ragione solo a metà. Lo Stato – questo Stato italiano che un po’ per volta si va allontanando dal welfare del passato, sgangherato e truffaldino ma di manica larga – è solo l’esecutore materiale, mentre i mandanti si annidano altrove. I mandanti si annidano nei veri centri decisionali del potere finanziario. Là dove si sono decise, via via, le trasformazioni che ci hanno portati a questo punto: l’euro, la Bce, i parametri di Maastricht, le solidali misure a sostegno delle banche, le severe contromisure a danno dei cittadini. Il nuovo dogma: il pareggio di bilancio. La nuova divinità: la Troika.

Laura Boldrini non se l’è presa per le intemperanze contro di lei e contro la classe politica che, in quanto presidente della Camera, si trova adesso a rappresentare. Conosce il mestiere, dopo la lunga carriera in ambito Onu, e si è rifugiata nel classico distinguo dello statu quo: «Chi sopporta il peso di queste tragedie ha tutto il diritto di esprimere come ritiene il suo dolore e la sua indignazione, che non hanno niente a che vedere con le strumentalizzazioni politiche imbastite da qualche frangia estremista».

Niente di male, se qualcuno perde la pazienza di tanto in tanto. Un pizzico di rabbia è consentita, specie a latere di una tragedia. “Elaborazione del lutto”, per così dire.

A patto, però, che il grido occasionale non si consolidi in un’analisi approfondita, e permanente. «Omicidio di Stato» deve rimanere un’iperbole. «Omicidio di sistema» deve restare un tabù.

Federico Zamboni
http://www.ilribelle.com/la-voce-del-ribelle/2013/4/7/civitanova-omicidio-di-stato-no-di-sistema.html

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“Si sono suicidati per la crisi? Mi dispiace moltissimo

Il ministro del lavoro difende a spada tratta la sua riforma: “Non potevamo fare altrimenti, abbiamo salvaguardato 140mila esodati

Il suicidio della coppia di Civitanova Marche è solo l’ultimo di una scia di sangue lunga quanto la crisi economica. La storia è quella simile a quella di moltissime altre famiglie italiane: senza lavoro lui, esodata lei ed Equitalia che, come un avvoltoio, batte cassa, indifferente alle difficoltà e ai drammi delle persone. Il governo dei tecnici era stato chiamato ad allievare un crisi che, tra alti e bassi, va ormai avanti da quasi cinque anni. Non ci sono riusciti. Anzi, hanno aggravato la stiuazione. Specie con la scellerata riforma del lavoro targata Elsa Fornero.

Mi dispiace moltissimo – Che, sulla tragedia del doppio suicidio, sente l’esigenza di dire la sua: “Si sono uccisi per la crisi? Davvero? Mi dispiace moltissimo”, dichiara a La Stampa. Poi aggiunge: “Sono profondamente addolorata per questo fatto tremendo. E per la solitudine che devono aver vissuto queste tre persone. Evidentemente hanno sentito troppo forte il peso della crisi che stiamo vivendo”, sottolinea come una qualsiasi analista, come se il dramma degli esodati non fosse il prodotto della sua assurda riforma del lavoro.

Abbiamo salvaguardato tanti esodati –  Incredibilmente, poi, la Fornero continua a difendere a spada tratta la riforma del lavoro da lei tanto voluta: “Oggi chi punta il dito contro di me e il governo che rappresento, accusandomi di eccessiva rigidità, se non avessi fatto quello che ho fatto, per esempio l’innalzamento dell’età per la pensione, mi avrebbero attaccato per inefficienza”. E, non contenta, precisa: “Ogni aspetto è stato studiato e approfondito, non avremmo potuto agire diversamente”.Ribadisce quindi, per chi ancora lo avesse ben chiaro, i meriti della sua riforma: “Ho lavorato per andare incontro ai tanti problemi degli esodati. Siamo stati vicini a molti casi con 140 mila salvaguardati”.

Sebastiano Solano
Fonte: http://altrarealta.blogspot.it/
Link: http://altrarealta.blogspot.it/2013/04/fornero-si-sono-uccisi-per-la-crisi.html
6.04.2013

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C’è un determinismo biologico e questo non si discute. Se nasciamo pecore non possiamo trasformarci in balene; se la nostra vita si deve concludere nel giro di cent’anni, è inutile sognare di vivere in eterno; se siamo un contenitore di atomi è assurdo voler concepirci spiritelli.

C’è un determinismo culturale. Se nasciamo e cresciamo in Italia, allora parliamo italiano, mangiamo cibo italiano, viviamo su un pezzo di terra dalle caratteristiche stivalesche, ci nutriamo d’una cultura mafiosa, superstiziosa, schiavista, papale, stregonesca, baciaculo, di mal governo, corruttrice, ci facciamo portatori e portavoce, per il bene e per il male, della storia del nostro paese, cioè diventiamo italiani – italiani non si nasce, italiani si diventa – dalla testa ai piedi.

C’è un determinismo della povertà. Se nasciamo in una famiglia povera, avremo anche una vita povera. Parleremo un italiano da baraccone, faremo un lavoro duro, manovalesco, brutto, spesso anche pericoloso, guadagneremo poco, quel tanto per restare in vita, eccezioni a parte. Di più. Ci mescoleremo con quelli della nostra classe – i poveri si ammazzano e i ricchi si abbracciano, proverbio sacrosanto -, saremo determinati al cento per cento in ogni e per ogni passo che faremo, atto che commetteremo e parola che diremo. Infatti, la massa, senza neppure accorgersene, grazie al condizionamento mentale ricevuto, non riesce, in tutta la vita, a fare una sola scoreggia liberamente: la cultura gli ha dettato la modalità anche di come deve scoreggiare. Altro che credersi libera!

C’è un determinismo della disperazione economica. Quando un lavoratore bussa ad una, due, tre, dieci, cento porte e tutt’e cento si chiudono di fronte a lui e lavoro non ne trova, allora, necessariamente ed istintivamente, inizia ad entrare nel suo cervello la paura, l’agitazione, il terrore della fame, della sopravvivenza, di come dare da mangiare alla famiglia, come pagare l’affitto, i debiti, di come fare per restare in vita e tirare avanti.

C’è, QUINDI, un determinismo sociale. A questo punto tutto diventa chiaro, obbligatorio, inevitabile: al soggetto, cioè a colui che cerca lavoro e lavoro non trova, non gli restano che quattro alternative: lasciarsi morire di fame, rubare, ammazzare o suicidarsi. Ora se ruba va in galera; se ammazza va in galera, lasciarsi morire di fame è impossibile, perché va contro l’istinto di sopravvivenza. Bene allora, cosa gli rimane da fare a questo punto? L’ultima option e l’ultima option è un atto di volontà. Perciò, se non ha il coraggio né di rubare né di ammazzare né di lasciarsi morire di fame, allora non gli resta altro che ammazzarsi ed è quello che fa.

Ed è anche quello che sta succedendo in Italia in questi giorni. Molti italiani scelgono di risolvere il problema della fame suicidandosi. Sono i suicidi del Bel Paese che bello, ahimé, non è! Ma chi chi chi, ci chiediamo noi, chi spinge i suicidi a quest’atto brutale, terminale, contro natura? È chiarissimo chi. Lo Stato. Quando quest’organismo parassitario e sfruttatore non sa più come risolvere i problemi sociali che esso stesso crea, allora mette il popolo lavoratore con le spalle al muro e poi cinicamente gli dice:

“Adesso che di te non so più cosa farmene, ti do quattro scelte per risolvere il tuo problema: ti lasci morire di fame o ammazzi o rubi o ti ammazzi. Fai tu, scegli tu. Io poi, io che decido le regole sociali, io che rappresento la legge, la sovrastruttura, lo Stato, io poi, una volta che tu hai scelto la modalità di risolvere il tuo problema, farò intervenire, se necessario, gli addetti ai lavori.”

È così che parla lo Stato al popolo, è questo il suo linguaggio, questo il suo modo di fare e non ne conosce altro.

Ora, quando uno si trova in una tale situazione, quando si vede con le spalle al muro e ha i fucili del plotone di esecuzione tutti puntati addosso, si rende conto che non ha più la minima scelta, deve per forza agire e qualunque scelta faccia: lasciarsi morire di fame, rubare, ammazzare o suicidarsi, è una scelta fatale, il plotone dello Stato predatore è lì pronto per annientarlo!

Domanda retorica: Chi ha spinto l’onesto cittadino e lavoratore a quest’atto estremo?

Risposta retorica: Lo Stato ossia il determinismo sociale gestito e orchestrato dallo Stato.

L’Italia, non grazie alla crisi anonima, alla crisi globale, alla crisi che giustifica tutto, ma grazie alla CRISI CREATA DAI POLITICI, dai signori che governano, si sta suicidando. Dunque è chiaro, ci sono dei responsabili per questi crimini diretti o indiretti che siano o come li si vuol chiamare, e i responsbili li conosciamo tutti e non esiste il minimo dubbio riguardo a questo.

In altre parole, è ora, è ora che i “veri colpevoli” di questi suicidi, PAGHINO!

Se sei d’accordo con il contenuto di questo articolo, lettore, se nel tuo cuore c’è, e questo poco importa di quale credo tu sia, se nel tuo cuore c’è il senso della giustizia, dell’onestà, del rispetto e dell’amore per te stesso, per i tuoi cari e per il prossimo, allora fallo girare e spargi la voce. Grazie.

Per capire la politica, per conoscere la sua storia, il suo spirito, la sua anima, per essere cittadini informati e avveduti, leggere e rileggere Lo  Stato predatore

– See more at: http://www.francis-sgambelluri.com/wp/?p=924#sthash.cDsO0KUm.dpuf

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In un anno sono aumentati del 14%. Scendono invece le nuove assunzioni

13:19 – Nell’arco del 2012 i licenziamenti hanno superato quota un milione (1.027.462), crescendo del 13,9% rispetto al 2011 (quando si erano fermati a 901.796). I numeri emergono dal sistema delle comunicazioni obbligatorie del ministero del Lavoro. Soltanto nell’ultimo trimestre dell’anno si contano 329.259 licenziamenti, in aumento del 15,1% rispetto allo stesso periodo del 2011.

Nell’intero 2012 sono stati attivati circa 10,2 milioni di rapporti di lavoro a fronte di quasi 10,4 milioni cessati, nel complesso, tra dimissioni, pensionamenti, scadenze di contratti e licenziamenti. E i licenziamenti registrati nel periodo riguardano sia quelli collettivi, sia quelli individuali (per giusta causa, per giustificato motivo oggettivo o soggettivo).

Tornando al quarto trimestre del 2012, le nuove assunzioni (in termini di rapporti di lavoro attivati, dipendenti o parasubordinati) sono state oltre 2,2 milioni (2.269.764), con un calo del 5,8% rispetto allo stesso trimestre del 2011. Assunzioni che corrispondono a poco più di 1,6 milioni (1.610.779) di lavoratori interessati, in ampio decremento: l’8,2% in meno rispetto al quarto trimestre del 2011, con valori negativi maggiori tra i giovani (-13,9% e -10,9% rispettivamente tra i 15-24enni e i 25-34enni).

I lavoratori over 55, tra i 55 e i 64 anni registrano un leggero incremento (+0,4%), mentre più sostenuto è l’aumento, sempre rispetto allo stesso periodo dell’anno prima, degli ultrasessantacinquenni interessati da un nuovo rapporto di lavoro (+7,6%). Infine, sempre nel quarto trimestre del 2012, in totale i rapporti di lavoro cessati sono stati poco più di 3,2 milioni (3.205.753), con una leggera diminuzione (-0,2%) rispetto al quarto trimestre 2011.

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Venezia, un parroco all’attacco: «Meglio rubare che suicidarsi»

Dopo il doppio suicidio di Civitanova Marche, don Enrico Torta scrive sul bollettino parrochiale: «Meglio prendere i soldi ai ricchi»

VENEZIA. «Io sono un povero peccatore e faccio quel che posso anch’io, ma che non capiti mai che un mio parrocchiano sia tentato di uccidersi: insieme, io per primo, lo aiuterò a prendere i soldi che gli servono da chi si è arricchito sulla pelle dei poveri, perché sopravviva». Questa mattina nel foglietto parrocchiale della comunità di Dese, don Enrico Torta, parroco oramai da diversi anni, ha sfogato tutto il suo dolore per la vicenda dei due coniugi suicidi di Civitanova Marche, che si sono impiccati assieme perché senza denaro per tirare avanti.

Inizialmente don Torta aveva scritto “lo aiuterò a rubare”, ma poi ha voluto precisare: «Meglio prendere i soldi ai ricchi». Il messaggio forte, comunque, non cambia. «Ieri», scrive il parroco, «quando ho letto del biglietto dove marito e moglie dicevano “scusateci ma abbiamo una dignità”, mi sono sentito annichilito, meno di niente. Questo è un macigno che dobbiamo tutti portarci sulla coscienza, perché quanto successo, anche se in tono minore, ci sta attorno, quasi sempre vediamo simili situazioni ma non vogliamo guardarle e saperne portare il peso». «Non siete voi, fratelli nostri», dice rivolto alla coppia, «che dovete chiedere scusa a noi: siamo noi che dobbiamo chiedere perdono a voi se siete arrivati a questo punto di disperazione da togliervi il dono più grande che è la vita. È vero, tutti abbiamo problemi e la vita è diventata difficile, ma per molti è faticosamente sopportabile e per alcuni è davvero insopportabile e tutti ne siamo corresponsabili: anche se ci diciamo cristiani di fatto non lo siamo e le nostre preghiere sono intrise del sangue di Caino, che ha rifiutato di essere il custode di suo fratello».

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CONVIENE PIU’ RUBARE CHE PRODURRE

DI ROBERTO MAROCCHESI
giornaledelribelle.com

Ci sono solo tre modi per accumulare denaro e ricchezza nel mondo moderno (oltre ad imbattersi in un tesoro nascosto o a vincere alla lotteria, enalotto, grattaqualcosa ecc. peraltro tutti quanti in odore di fregatura di Stato):

1 –Produzione : offrire manodopera o servizi ad ogni livello in cambio di denaro da percepire volontariamente da parte dei beneficiari, clienti o datori di lavoro.

2 – Coercizione: Confiscare denaro (o riserve di valore, proprietà, terreni ecc.),agendo di autorità su coloro che ne hanno, sovente che ne abbiano o meno. Tipico di governi nazionali, regionali o locali, senza distinzione del tipo di governo.

3 – Furto: Rubar denaro (o beni di ogni tipo e valore) da quelli che già lo hanno, in tutti i modi, come estorsione, taccheggio, rapina, borseggio eccetera.

Ogni persona nella società odierna acquisisce denaro in questi tre modi (con “dono” come quarto modo che è in una categoria a parte perché è passivo, non attivo). L’impiegato, l’imprenditore, l’operaio, il ladro d’appartamenti e anche il politico di professione, tutti acquisiscono denaro in uno di questi tre modi principali.

Produzione significa offrire qualcosa di valore a un altro soggetto che è disposto a scambiare con voi soldi per questo scopo. Può includere sia beni che servizi. Un impiegato, per esempio, offre il valore del proprio tempo e fatica, e in cambio viene compensato a un concordato tasso di paga. Idem il libero professionista che stabilisce un certo tariffario di prestazione, o il commerciante che rivende ad un prezzo di mercato convenuto.

La produzione può anche significare un valore aggiunto ai beni fisici. Lo facciamo nel negozio naturale approvvigionandoci di supercibi organici provenienti da tutto il mondo, o acquisendo un prodotto di qualità superiore (che so, un MacIntosh anziché un pc più economico) pagando di più per avere prestazioni maggiori. Questo è un classico esempio di valore aggiunto della produzione.

Dei tre metodi di accumulo di denaro, la produzione è l’unico che accresca la ricchezza  dell’economia. Gli altri due metodi servono invece a ridurre la ricchezza, in ultima analisi causano aumento della povertà. Il fatto che ci sia meno lavoro retribuito per tutti e meno retribuzione persino a fronte di aumenti continui di costi e prezzi, e parossistico aumento di tasse e balzelli, senza contare l’aumento costante di reati contro il patrimonio, ci dice chiaramente quanto acuta e grave sia la situazione presente di tutti noi, a fronte di molto pochi “loro”.

La coercizione significa obbligare qualcuno a darti i soldi. Questo è il metodo di default di tutti gli enti, dal comune con la tassa sulle proprietà immobiliari allo Stato coi suoi famigerati balzelli. La coercizione significa estrarre soldi da qualcuno in un non-mutuo accordo (vale a dire “non volontaria”) .

Una rapina è l’estrazione di denaro tramite la coercizione. Ironia della sorte, è quasi identico alla tassazione: C’è una minaccia di uso della forza dichiarata o sottintesa, seguita da una richiesta di una certa quantità di denaro: ” Paga € 23.456,99″ ha lo stesso valore di “Dammi il portafoglio”  per poi passare alla loro prossima vittima. Non conformarsi a ciò può risultare nel venire sparato, pugnalato, arrestato o processato ed infine confiscato di denaro o altri possedimenti confiscabili.

Il furto è diverso dalla coercizione in quanto non vi è alcuna interazione tra due parti. Il furto è quando qualcuno irrompe in casa e ruba il televisore a schermo piatto quando non sei nemmeno lì. Oppure è quando qualcuno irrompe nel tuo conto bancario online e trasferisce tutti i tuoi soldi in un paradiso offshore.

Definisco furto ciò che è accaduto di recente a Cipro, dove i gangster banchieri “rispettabilissimi” hanno rubato con la complicità della legge europea il 40% o più dai saldi sui conti privati, dopo aver rubato anche più dai conti di molte imprese. Non era coercizione perché non c’era alcuna minaccia d’uso della forza. È sufficiente svegliarsi una mattina e scoprire che il vostro conto in banca, il camion, il portafoglio o il vostro computer portatile non ci sono più. Questo è il furto… ed è così che il sistema bancario globale funziona, fondamentalmente.

Un altro tipo avanzato di furto viene commesso da parte dell’ Unione europea, o meglio dalla BCE. Per la stampa di nuova moneta, ruba il valore di tutti i soldi che attualmente detengono gli stati. Questo si chiama “furto di denaro”, ma una discussione completa di esso va oltre lo scopo di queste righe, si chiama Signoraggio. Per ora, cerchiamo di attenerci a furto semplice e coercizione.

L’illusione di conformità
I governi di solito evitano di impegnarsi in vero e proprio furto. Perché? Perché sperano di creare l’illusione di esecuzione volontaria. Per costringere voi a dare il vostro denaro “volontariamente”, evitano la  figura di direttamente rubare denaro o beni da voi. È stato infatti”concordato” di pagare le tasse, non è vero?

In alcuni casi, ovviamente, il governo si impegna in vero e proprio furto. Questo si chiama “sequestro” e significa che il governo si limita ad affermare la proprietà di qualcosa che si possiede (di solito un po ‘di terreno o un edificio), poi decide quanti soldi pagare per questo. Il governo sostiene il diritto di rubare da voi per “il bene comune”, il che implica che il beneficio di alcuni è più importante che la tutela dei diritti di proprietà privata di tutti.

Il furto è svolto anche attraverso false dichiarazioni e la frode. Se un venditore di auto usate ti vende un’utilitaria  con “solo” 15 mila Km percorsi, ma si scopre che ha truccato il contachilometri e il veicolo ha in realtà 300 mila Km, ciò è falsa dichiarazione e frode.

Questo è molto comune nel settore alimentare dove “olio extra vergine di oliva” risulta spesso essere tagliato con oli inferiori, magari OGM o oli minerali. O dove “tonno in scatola” in realtà non è tonno. Nel mercato della salute di integratori, la falsa dichiarazione e la frode son comuni anche fra  pubblicizzati “miracolosi” integratori che millantano risultati impossibili. Le erbe in multilevel e le diete iperproteiche da 5 chili in una settimana sono un buon esempio.

False dichiarazioni e frode di fatto sono l’anima dell’intero sistema a partire da Wall Street per poi finire ai cosiddetti “mercati”(ma chi sono perdio!?) o le Agenzie di Rating, tra l’altro. È tutto un gioco astutissimo di numeri dove le grandi società per Azioni cercano di vendere i loro “prodotti” che non sono assolutamente tali, ma solo valori virtuali benchè spropositati, e passibili di evaporare in un attimo, come sovente fanno e sempre solo a danno dell’acquirente. I rating sono falsi, i clienti acquistano le azioni, i broker di investimento vendono velocemente e devono attendere solo che lo stock vada a cadere da un suo picco artificiale, dopo di che incamerano i profitti alle spalle dei polli.

Perché i governi preferiscono la coercizione al furto
In generale, i governi preferiscono di gran lunga la coercizione al furto. L’agenzia dei tributi, per esempio, continua a insistere sul fatto che versare le imposte sia un atto “volontario”. “La conformità è volontaria,” ammettono. Ma questo tipo di volontariato viene somministrato con la mano pesante della coercizione. Una tipica lettera di avvertimento minaccia il destinatario con la perdita di tutti i suoi beni e perfino anni di prigione o altre jatture se si rifiutasse di ottemperare.

Quindi sì, pagar le tasse è “gabella volontaria” salvo subire le conseguenze: anni di carcere e la confisca di tutto quello che possiedi. Questo è il classico di coercizione.

Per lo stesso motivo, un mafioso potrebbe entrare in un locale pubblico e dire: “c’è il canone di protezione del  20% dei vostri profitti, va bene?” Domanda retorica,  infatti sarà seguita da: “Sarebbe un vero peccato vedere un locale come questo in cenere, no?”

Questo non è dissimile dall’offerta fatta dal fisco. Versate il 50% (o più) del reddito, o perderete la vostra libertà.

Il futuro dell’assistenza sanitaria sarà sul modello di Obamacare, l’assitenza “pubblica” assicurativa entrata da poco negli USA;  un sistema realizzato interamente con la coercizione. La mossa è questa: acquistate l’assicurazione sanitaria Obamacare, o dobbiamo confiscare i soldi dal vostro stipendio. Il che ha ben poca differenza dalla richiesta della mafia di ” pagare il 20% o si brucia questo posto.” In entrambi i casi, si tratta di una minaccia e una richiesta di conformità. Questa è la coercizione.

La coercizione e il furto sono segni di una società fatiscente
Quando la società è sana, la produzione è il metodo dominante di creazione della ricchezza. Ma quando la società comincia a cadere nella criminalità, la corruzione e il governo andato male, la coercizione e il furto diventano i metodi dominanti per deviare ricchezza da coloro che l’hanno guadagnata nelle mani di coloro che stanno ricevendo.

Tutti gli agenti e i dipendenti del governo sono, per definizione, i beneficiari di coercizione. I loro stipendi sono pagati interamente con la confisca del governo di ricchezza dai lavoratori del settore privato e dalle imprese, i quali rispondono solo per il fatto di essere minacciati con le sanzioni se non riescono a farlo.

Il rapporto tra produzione e coercizione è un ottimo indicatore del livello di libertà in qualsiasi nazione. Quando le aliquote fiscali sono basse, la produzione è alta perché le persone hanno più incentivi a creare un’impresa, assumere più persone e produrre più prodotti o servizi. La ricchezza è principalmente creata dalla produttività, quella vera, si veda l’esempio lampante dei paesi emergenti, come fu il Giappone ed ora sono Cina, India ed altri siti molto, molto lontani dall’Europa.

Ma quando le aliquote fiscali sono alte – più coercizione – la produzione crolla perché i premi per avviare un’impresa e l’assunzione dei lavoratori sono diminuiti. Il focus della crescita economica diventa il governo che esercita un aumento di coercizione / confisca della ricchezza privata.

Quando le società s’avvicinano al collasso, la coercizione si muta in vero e proprio furto: rubare soldi  dal vostro conto in banca, per esempio, come abbiamo recentemente assistito a Cipro. Il Governo anche regola i fondi pensione e l’età pensionabile al rialzo, cercando di mantenersi a galla con ogni mezzo necessario.

In sintesi, la caduta della società può essere compresa attraverso queste transizioni chiave:

Società Affluente = Libertà  = Produzione e creazione di ricchezza
Aumento di Produzione … poi si muta in coercizione
Società coercitiva = tasse elevate, la crescita di leggi e regolazioni limitanti = confisca di Ricchezza
Coercizione … poi si muta in furto. A livello di enti locali, si veda l’accanimento delle multe per infrazioni di traffico, d’igiene, di regole locali anche sconosciute o arbitrarie. Alle autorità locali a loro volta strozzinate da banche o potere centrale, non interessa minimamente la sicurezza dei cittadini, ma di prendersi un balzello per rimpinguare le casse (e forse la corruzione) locali.
Società fondata e retta dal Furto = Saccheggio di conti bancari privati, sequestro governativo dell’industria, privatizzazione e svendita agli “investitori” stranieri, globalizzazione ovvero export di intere attività produttive dove la manodopera sia più docile e schiavizzabile =  distruzione di ricchezza.
Risultato finale del furto istituzionalizzato sarà l’inevitabile rovina.

L’UE è entrata nella fase di “furto coatto per legge”.

Il collasso è vicino.

Roberto Marrocchesi
Fonte: http://www.giornaledelribelle.com/
5.04.2014

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Islanda ha insegnato ai ladri la tutela legale, il MES prevede l’impunitá e l’anonimato nessuno però, a suo tempo si è chiesto perchè?—- Poi Cipro, dove si rubano i soldi a tutti e per evitare che il Governo di Cipro cambi di direzione si condonano i debiti dei politici ciprioti… Noi dobbiamo cercare di riprenderci il Governo, quindi alle prossime elezioni, ammesso che ci siano votare in massa M5S, meglio degli onesti inesperti che dei bastardi ricattabili. —- Poi dobbiamo procedere verso una moneta del popolo/i emessa senza debito da una BC del/i popolo/i europeo/i, impedire la riserva frazionaria per le banche. —- Quello che vogliono non sono i soldi ma le cose, le vite delle persone da rendere schiave. —- dobbiamo fare un pacifico salto di qualitá, senza comode, per loro, divisioni con scontri nelle piazze. Facciamo una evoluzione civile, ovviamente molti politici dovranno fare i conti con la Giustizia.

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Come artigiano sto vivendo sulla pelle l’aumento di controlli da parte dei più disparati enti preposti al controllo: ispettorato del lavoro, ispettorato inps, sian, spesal, asl, nas e chi più ne ha ne metta.

Ci manca solo eni, aiscat e società autostrade.

Cercano in tutti modi di farti un bel verbale per poter rimpinguare le esauste casse statali, solo che così facendo, con le sanzioni che sono altissime, fanno chiudere ancora più aziende.
Il classico esempio del cane che si morde la coda.

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I primi a mistificare sono proprio gli austriaci, a cominciare dall’uso estensivo che fanno del termine socialismo per indicare tutto ciò che ha anche minimamente a che fare con lo Stato.Il socialismo può piacere o non piacere, ma ha una sua connotazione storica e politica abbastanza precisa. Per gli austriaci, invece, la semplice presenza di uno Stato come entità sovraindividuale con autonomia impositiva è già di per sé un segnale di socialismo. Poco importa, poi, se all’atto pratico lo Stato non redistribuisce affatto il reddito, anzi, sistematicamente ruba ai poveri per pagare i lussi dei ricchi, come ci insegna il bailout del 2008 o come ci conferma la diversa aliquota alla quale sei soggetto negli USA se hai una normale attività produttiva rispetto a chi, invece, vive di rendite finanziarie. Per gli austriaci vale la formula Stato = socialismo. In realtà, questo uso estensivo del termine “socialista” risponde a una precisa e deliberata strategia di mistificazione. Bisogna tener conto, infatti, che negli Stati Uniti (dove il libertarismo si è diffuso inizialmente) il termine “socialista” provoca incubi anche al più radical e al più liberal (quelli che da noi si definiscono genericamente “di sinistra”). Si inventa, insomma, uno spauracchio (lo Stato totalitario socialista) per giustificare di fatto il laissez-faire, ossia per giustificare che chi è più ricco non è tenuto a pagare per chi è più povero. È il solito trucco: fai paura alla gente e la gente farà quello che vuoi. Devi far credere ai gonzi che lo Stato limita la libertà dell’individuo, così i gonzi accetteranno di buon grado di rinunciare allo stato sociale e a quel poco di diritti che ancora rimangono loro.Il manganello non sarà più quello della FED o dello sceriffo locale, sarà quello dell’agenzia di mercenari, ma il manganello privato è notoriamente più efficiente di quello pubblico e, soprattutto, non costa un cent alla collettività. Inoltre, non ci sarà coercizione. Ci sarà un libero contratto, per cui il manganellato accetterà preventivamente di farsi bastonare a piacimento.Si contesta che la maggioranza abbia diritto a prendere decisioni anche per la minoranza, mentre ritiene assolutamente naturale che una minoranza di non meglio definiti saggi, o eletti, “ispiri la maggioranza”, di fatto decidendo per tutti. Quello che impropriamente viene definito anarcocapitalismo è di fatto la giustificazione teorica del diritto del più forte a decidere anche per il più debole.Non si accetta che i pezzenti abbiano diritto di voto e, in tal modo, possano obbligare i più ricchi a cedere una parte della propria ricchezza a chi ha di meno,specie poi,se in virtu’ della ricerca storica delle cause originarie dei vari patrimoni. Il povero, per lui, è uno sfigato che è stato incapace di provvedere a se stesso, non merita alcuna assistenza se non quel minimo che lo renda innocuo e lo faccia desistere dal rubare al più ricco. Ma per non apparire elitaristi,si aggira abilmente il problema rovesciando i valori. Si inventa il concetto di “dittatura della maggioranza” creando una vittima della coercizione (la povera minoranza di più ricchi che deve sottostare alla volontà della maggioranza di poveri e scemi) per giustificare, di fatto, il diritto di quella stessa minoranza a sfruttare eternamente i meno fortunati.L’anti-statalismo degli austriaci, come non mi stancherò mai di ripetere, è solo fuffa, è solo una cortina fumogena dietro cui nascondere l’unico vero intento, eliminare lo Stato Sociale. Lo Stato esisterà sempre, non foss’altro per sancire il diritto (naturale e inviolabile per tutti gli austriaci) alla proprietà privata senza riserve.

Sergio R.

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La Politica della Carenza.

30 settembre 2012

di Paolo Barnard   www.paolobarnard.info

Io qui parlo di ciò che colpisce al cuore i diritti umani e la dignità umana riscattati dopo 5.000 anni di abietta schiavitù in Europa. E quanto segue è terribilmente importante, per chi sa capire. Non sono molti questi ultimi. Il fatto è che la stragrande maggioranza degli intellettuali sceglie di ignorare gli aspetti più micidiali della recente evoluzione storico-economica europea per un motivo, che non è sempre convenienza o asservimento a un Potere, ma è qualcosa di molto più umano: terrore. Quando posti di fronte a ricerche molto ben documentate come la mia, o, molto più autorevoli sono quelle degli studiosi che mi accompagnano, essi, gli intellettuali, si fanno prendere dal panico, un terrore incontenibile e intimo causato dal fatto che in effetti le cose stanno veramente come noi diciamo. Essi non sono equipaggiati per affrontarle, e la violenza della loro reazione – siamo complottisti, pagliacci, prezzolati, dementi ecc. – è proporzionale a quel terrore. Per voi pochi capaci di reggere la realtà, eccola.

Il saggio politico di fama mondiale più scentrato dell’epoca moderna è di certo La Fine Della Storia di Francis Fukuyama. Se c’è una cosa che si è evoluta in aspetti inediti, e agghiacciati se si vuole, negli ultimi 20 anni è proprio la Storia. Fukuyama, un Neoconservatore americano, pensò che col crollo dell’Unione Sovietica la partita della Storia fosse stata vinta del capitalismo del libero mercato, quello dei consumi in veste democratica, e che in effetti non vi sarebbe stata altra significativa evoluzione. A parte l’aver clamorosamente mancato il cosiddetto Scontro della Civiltà (Samuel P. Huntington) insorto dopo la nascita dell’islamismo radicale negli tardi anni ‘80, Fukuyama non ha saputo vedere quale abisso di oscurantismo si stava aprendo in Europa, che avrebbe portato all’attuale Eurozona e alla crisi di cui tutti siamo preda. Questo, credo con quasi certezza, è accaduto perché l’intellettuale americano vive in quella parte del mondo, e come quasi tutti gli americani non capisce niente di Europa, proprio non ce la fanno a capirci.

Lascio Francis, di cui ci interessa poco, e vengo al punto. Ciò che tutti voi state osservando come crisi dell’euro, crescente disoccupazione, pressione per aumentare la produttività diminuendo i redditi, tagli alle spese sociali e aumenti delle tasse, fallimenti aziendali a catena, montante insicurezza economica, crescente e inaudita povertà, perdita di sovranità di Stati e parlamenti – le Austerità in altre parole – non è altro che la veste attuale di un’evoluzione micidiale del Vecchio Continente che io chiamo la Politica della Carenza. Essa trova le sue radici nel lavoro di uomini legati a doppia mandata al Vaticano negli anni ’30, e oggi è fermamente nelle mani dell’Opus Dei e dei maggiori ‘rentiers’ europei, coi favori vaticani non troppo distanti, anche se traballanti (vedi la corrente gesuita). La Politica della Carenza è un mostro, di gran lunga peggiore del fascismo, perché essa ha compiuto il prodigio dell’essere supinamente accettata da 27 Stati sovrani e da milioni di persone senza necessitare l’uso di armi o di squadre della morte, e i danni che sta portando sono immensamente superiori al fascismo (si pensi solo che le perdite finanziarie della disoccupazione negli ultimi 20 anni superano quelle di tutte le guerre della Storia). Infine, mentre le dittature erano facilmente identificabili e quindi colpibili, la Politica della Carenza no, anzi, è vista e propagandata come virtù economica. E la gente ci casca.

Ma cos’è esattamente? Come ho scritto nel mio saggio Il Più Grande Crimine 2011, dopo l’avvento della democrazia e dopo il conseguente riscatto di enormi masse verso un’esistenza più agiata ma soprattutto tutelata da diritti, l’obiettivo primario delle elites finanziarie e grandi industriali (Neomercantili), e in particolare dei ‘rentiers’ europei – cioè gli apparati di potere che per ‘diritto divino’ estraevano immense ricchezze dal lavoro altrui – fu uno solo: tornare a sottomettere quelle masse immense di esseri umani che, da poco più che mandrie di semi-animali totalmente asservite ai lussi dei ‘rentiers’, avevano acquisito istruzione, diritti, e soprattutto avevano assaggiato l’agio dei consumi. Questo, i ‘rentiers’, non l’accettarono mai, perché è ovvio che se la persona acquisisce i mezzi per rivendicare una fetta della ricchezza comune, e se queste persone divengono centinaia di milioni, la fetta di ricchezza che non andrà più ai ‘rentiers’ è enorme, e a loro questo non andò mai giù. Non solo: questi cittadini erano divenuti ‘arroganti’, ardivano reclamare sempre più diritti con sempre maggiori risorse, e i ‘rentiers’ si chiesero allarmati “ma di questo passo che ne sarà di noi?”. Non solo: il Vaticano vide sciami di fedeli staccarsi dai suoi ignobili ricatti superstiziosi, quindi dal suo controllo, proprio perché quelle persone stavano acquisendo una sicurezza economica e un’istruzione superiori al passato. Era finita l’epoca in cui la parola del parroco, e non di rado il suo diritto assoluto a stuprare le figlie del contadino/bracciante, erano la condicio sine qua non per l’assunzione di quell’uomo presso il latifondista, cioè la sottomissione in schiavitù di milioni di famiglie alla Chiesa. Era finita l’epoca in cui l’ignoranza sorella della povertà spingeva centinaia di milioni di esseri umani a subire senza fiatare le ignobili angherie della vampiresche elites benedette dal diritto divino sancito dai Papi.

Questi cambiamenti epocali a svantaggio di ‘rentiers’ e della Chiesa più retriva avevano ricevuto un impulso formidabile non solo da Illuminismo, Socialismo, Relativismo e altre correnti di pensiero europee, ma in epoca più recente anche da un’altra formidabile fucina sociale: gli Stati Uniti d’America. Negli USA il capitalismo dei consumi era divenuto un volano di una potenza incontenibile. Tutti, anche se solo vagamente, sappiamo come si sia edificato: il Sogno Americano era quello della famiglia che ha lavoro, casa, ferie, tv, shopping, svaghi, sport e che promette alle generazioni successive la medesima cosa, di più. Sappiamo che questo schermo nascondeva un’avidità mostruosa di profitti delle Corporations, una democrazia di plastica e parrucchini, e imprese coloniali intrise di sangue nel Terzo Mondo. Ma si faccia molta attenzione. Il capitalista americano doveva per necessità concedere alle masse almeno una cosa: sufficiente agio e democrazia affinché questi spendessero, oliando così una portentosa macchina di produzione, consumi e profitti. Le parole chiave sono SUFFICIENTE AGIO E DEMOCRAZIA. Esattamente ciò in cui i ‘rentiers’ e il Vaticano videro l’origine del loro incontenibile declino fra l’inizio del ‘900 e il boom del dopoguerra. Presero così ad odiare il modello americano, e a pensare a come distruggerlo qui in Europa, dove si era affermato in modo totale.

Non sto ora a riscrivere ciò che ho già pubblicato ne Il Più Grande Crimine (2011), cioè come si evolse il piano dei ‘rentiers’ e del Vaticano. Ricordo solo i passaggi principali. L’idea era dunque di riportare le masse europee a uno stato di povertà e carenza di diritti tale da ridurle alla sottomissione, quell’ordine sociale perduto ormai da decenni. Bisognava trovare il modo di costringere intere nazioni alla “singola ideologia del sacrificio” (Parguez, 2010), a una deflazione dell’economia su scala gigantesca, là dove si sarebbero ricreati gli “eserciti di riserva dei disoccupati” (Marx), con la creazione di sacche di nuova povertà su scala inaudita, e dove il mondo ideale degli economisti Neoagrari avrebbe trionfato, quel mondo dove i governi sono cartoline di rappresentanza privi di ogni potere reale, e dove non esiste la moneta nelle mani dello Stato, perché tutto si regola magicamente negli equilibri dei mercati (Ricardo, Walras, Jevons, Menger). Ecco nascere la Politica della Carenza.

Come si schiacciano milioni di persone sotto un volere e sotto interessi che esse non hanno mai votato e che le penalizzano a favore di pochi privilegiati? Con una psicosi di massa, semplice. Gli anni dal 1950 al 1989 sfornarono le psicosi del pericolo rosso sovietico, la Guerra Fredda, la strategia della tensione in Italia, poi quelle delle guerre balcaniche, poi quelle delle epidemie di massa Aids, Sars, Aviaria, Mucca Pazza ecc., poi quelle della Jihad planetaria di Al Qaida. Era nata la Politica della Paura, dove i consensi e quindi la sottomissione di intere popolazioni contro i loro reali interessi venivano ottenuti perché gli elettori, preda di ansie mediatiche, si arrendevano alla promessa di ‘protezione’ dei partiti forti. Ciò permise a diversi temi d’interesse strettamente elitario – dal complesso militare industriale, al mostro della farmaceutica, a quello della colonizzazione neoliberista dell’Est Europa, fino all’esecuzione capitale di una sfilza di diritti civili in diversi Paesi avanzati – di propagarsi con velocità fulminea sotto i nostri nasi. I ‘rentiers’ e il Vaticano capirono già dagli anni ’30 che la via più efficace per riconquistare il mondo feudale perduto – milioni di esseri umani intimoriti e indifesi per mancanza di reddito e quindi di diritti, da guidare alla sottomissione più abietta – era di creare un’altra psicosi di massa. La psicosi della crisi, di una crisi enorme, talmente travolgente da costringere alla resa anche gli Stati stessi, che quindi proclamassero l’INEVITABILITA’ della “singola ideologia del sacrificio, della deflazione dell’economia su scala gigantesca, là dove si sarebbero ricreati gli “eserciti di riserva dei disoccupati”, con la creazione di sacche di nuova povertà su scala inaudita, e dove il mondo ideale degli economisti Neoagrari avrebbe trionfato, quel mondo dove i governi sono cartoline di rappresentanza privi di ogni potere reale, e dove non esiste la moneta nelle mani dello Stato”.

Il loro lavoro di pianificazione, sempre spiegato ne Il Più Grande Crimine 2011, richiese 70 anni. Gli strumenti per creare la crisi, quella crisi immensa e travolgente, furono identificati nell’economia monetaria. Cioè: se si toglie allo Stato il potere di emettere la sua moneta; se questo Stato viene messo nelle condizioni di dover prendere in prestito la moneta dai grandi capitali privati; se si toglie alle Banche Centrali degli Stati il potere di garantire la spesa dei governi per cittadini e aziende; se si impone la regola dei pareggi di bilancio agli Stati che avevano alti debiti, lasciando così a secco tutto il settore produttivo e dei redditi; se si deregolamentano le banche e le si lascia fare truffe colossali; questo non può che innescare la disintegrazione dell’economia di quei Paesi senza possibilità di riscatto. Proprio una carneficina economica epocale, una crisi epocale. Dalla crisi, che oggi viviamo sulla nostra pelle, nasce la psicosi. Ed eccola la psicosi e la sua applicazione: la Politica della Carenza.

C’è la crisi degli spread. La crisi dell’euro. La crisi delle banche fallite, la crisi dei mercati, la crisi del debito, la crisi del deficit, la crisi non dà lavoro, la crisi distrugge aziende, la crisi abbassa gli stipendi, la crisi alza le tasse, la crisi richiede sacrifici, la crisi manda a spasso gli operai, la crisi non dà lavoro ai giovani, la crisi chiude i rubinetti dei crediti, la crisi è ovunque, la crisi non si ferma, la crisi ti fa rassegnare, la crisi non sai come prenderla, non la capisci, è più grande di te. La crisi crea CARENZA, non c’è lavoro, non c’è liquidità, non ci sono spese pubbliche, si deve risparmiare, non ci sono investimenti, non ci sono case a prezzi umani, non ci sono mutui, non ci sono crediti, non ci sono quindi consumi, non ci sono profitti per le piccole imprese, non ci sono redditi sufficienti, non ci sono alternative, non ci sono alternative! C’è carenza, e tu non ti puoi licenziare da un posto di lavoro infame a tempo determinato a 890 euro, o da un posto di lavoro infame dove ti spremono la vita umiliandoti, c’è carenza di lavoro. Non possiamo salvare dalla disoccupazione le famiglie dei lavoratori Fiat o Alcoa, e spedire al macero le rispettive aziende, con un New Deal rooseveltiano, c’è carenza nelle casse dello Stato, che non ha neppure più la sua moneta. Non puoi evitare di indebitarti per fare quella risonanza magnetica urgente, perché c’è carenza di servizi. Non puoi pagare i tuoi operai, c’è carenza di crediti. Non puoi sposarti, c’è carenza di mutui per un reddito come il tuo. Non puoi protestare, c’è carenza in casa tua e se perdi quel poco che hai sei finito. E hai paura.

Hai paura che anche quel poco che c’è può sparire. Ti dicono che devi accettare il ‘risanamento’, sai che ti fa morire, ma lo accetti per paura, perché c’è carenza, e non sai come girarti. La crisi ti assilla, e se peggiora? Ti propongono la Chemioeconomia, la accetti per paura della carenza. Ti propongono tutto e accetti tutto, lungo la una strada che tu non vedi ma che si chiama Spirale della Deflazione Economica Imposta, una spirale che porta dritti al feudalesimo dei diritti e dei redditi, la Grecia di oggi, 450 mila bambini denutriti e gente che si scalda d’inverno nell’auto dei vicini col diesel rubato dai camion. In Grecia, non a Calcutta. Ti propongono la morte delle prerogative del tuo Stato di proteggerti, e tu l’accetti, perché c’è carenza. Lo Stato stesso l’accetta, per la carenza, come accaduto alla Repubblica Italiana l’11 novembre 2011, dove la carenza di compratori dei nostri titoli di Stato, causata UNICAMENTE dall’euro, ha imposto un rovesciamento di un governo eletto e l’esautorazione di Camera e Senato.

La carenza economica ti ricatta, e se diventa come oggi un’epidemia continentale ti annienta la testa. Lo ripeto: ti obbligano ad accettare l’inimmaginabile reso plausibile. Il TUO parlamento sta seduto ad aspettare che la TUA finanziaria sia letta e approvata da gente che sta all’estero, poi e solo poi può balbettare qualcosa (Fiscal Compact). Il tuo Stato deve indebitarsi con le banche per dare miliardi a un fondo da cui gli verranno prestiti che dovrà ripagare spremendo a sangue i cittadini e le aziende… cioè dobbiamo fare un debito per comprare la mazza con cui ci spaccheranno le ginocchia (Meccanismo Europeo di Stabilità MES). Una lobby di un centinaio di ‘rentiers’ (ERT) scrive la regola secondo cui l’Italia sarà approvata dai mercati solo se i risparmi saranno trovati nella Sanità e nelle pensioni, e questa regole diventa legge italiana (Europact).  Abbiamo accettato l’inimmaginabile reso plausibile perché c’è carenza. Stiamo impoverendo il Paese verso un’economia kosovara, verso il sogno dei ‘rentiers’ e del Vaticano, perché c’è carenza, e l’accettiamo perché la carenza non ci dà alternative.

Va compreso, vi prego con tutto me stesso, che quanto descritto è reale, e va ben oltre i più arditi sogni dei capitalisti Neoliberali o Neoclassici. Ciò che le elite dei ‘rentiers’ e dei servi dell’Opus Dei hanno creato in Europa è precisamente un percorso di ritorno a condizioni di tale tracollo economico da riportare milioni di persone all’abbruttimento e alla paura delle epoche feudali. La Politica della Carenza non è più Neoliberismo, è Neofeudalesimo.
Ma come sono identificabili i ‘rentiers’ esattamente? La risposta è piuttosto semplice se si volge lo sguardo al passato: i nobili, i latifondisti, gli oligarchi, e già dai primi anni del XX secolo gli speculatori finanziari. Oggi la cosa è più complessa. Scomparsi duchi e baroni, e i latifondisti delle corti borboniche, i ‘rentiers’ hanno dovuto modernizzarsi, cioè apprendere un mestiere almeno di facciata, pur sempre ricavando le loro fortune dal sudore e dalle abilità di altri. La famiglia Agnelli in Italia è un esempio. Forse i più inetti produttori di auto del mondo occidentale per quasi un secolo, sono sopravvissuti e hanno goduto di immensi privilegi grazie allo sfruttamento di generazioni di immigrati meridionali e a sussidi di denaro pubblico in quantità grottesca. Ben altri autori hanno documentato tutto ciò.
  ‘Rentiers’ della più tradizionale specie sono ancora i rampolli di famiglie europee di altissimo lignaggio. Probabilmente la famiglia ancora oggi più ricca di Germania è quella che discende dalla casata Thurn Und Taxis, proprietari immobiliari e terrieri da epoca feudale, con un ramo italiano di tutto rispetto. Un altro nome è quello del Visconte Etienne Davignon, di origine belga, ma notorio soprattutto perché è stato il gran cerimoniere del più segreto e controverso club di Globocrati (definizione dell’Economist) al mondo: il Bilderberg. Si legga a pagina 45 del mio Il PGC 2011 la impressionante lista di potentissimi internazionali che appartengono alla corte di Davignon. Altro nome di rilievo è quello dell’attuale presidente del Consiglio Europeo Herman Von Rompuy. Ma ve ne sono migliaia, includendo le diverse case reali ancora parassitarie in Europa. Per costoro è persino intuitivo capirlo, la crescita di blocchi di milioni di cittadini benestanti e tutelati da crescenti diritti fu, e rimane, una bestemmia al loro diritto ‘divino’ di essere le elites in controllo della ricchezza planetaria. La Politica della Carenza è vista da costoro come la penicillina dell’ordina naturale delle cose: il loro potere.
  Oggi l’Italia, e l’Europa, vedono crescere coorti di banchieri ‘rentiers’, cioè affaristi i cui istituti di credito sono stra-falliti ma che godono delle rianimazioni dei gentili Mario Draghi e Mario Monti, David Cameron o Mariano Rajoy, a suon di favori miliardari per favorirne la ricapitalizzazione (cioè acquisti di quote societarie), che altrimenti sarebbe impossibile. In Italia i nomi di Monte dei Paschi e Unicredit sono in primo piano in ciò. Va compreso che queste grandi banche oggi non necessitano più dell’economia reale, quella dei redditi-consumi-produzione, poiché ricavano appunto margini enormi dalla protezione dei governi e delle Banche Centrali, possono giocare con assets finanziari assai più che con i crediti, per cui poco gli importa se il Neofeudalesimo dimezza lo standard di vita di noi cittadini e aziende.
  Ma ben oltre le banche, spesso incolpate di cose inesatte, vi sono i ‘rentiers’ degli Hedge Funds, i grandi speculatori, coloro cioè che grazie a una deregolamentazione scellerata degli scambi finanziari possono oggi sedere in un ufficio e, senza neppure possedere il capitale, giocare d’azzardo sul debito pubblico di un intero Paese come l’Italia. Il meccanismo è complesso, prende il nome di Over the Counter contracts (OTC), shorting e via discorrendo, dove il ‘rentier’ prende in prestito un pezzo di debito italiano, scommette che calerà di valore, collude con tutta una serie di attori finanziari per far sì che ciò accada, e poi incassa fortune incredibili al momento buono. Non ha rischiato quasi nulla, meno che meno un proprio capitale, succhia ricchezza da noi e noi viviamo poi sulla nostra pelle il disastro degli spread e delle Austerità conseguenti (si legga pag. 64 del mio Il PGC 2011). Hedge Funds sono JP Morgan, Bridgewater, John Paulson, Soros Fund, Man Group, BlackRock, Goldman Sachs Asset Management, Blue Crest, Magnetar, Tricadia. In Italia i principali sono: Generali I.A., Azimut Capital Management, Euroimmobiliare A.I., Capitalia I.A., Intesa, Lyxor, Pioneer A.I.M., Pirelli Re Opportunities, Zenit A.I., Duemme Hedge.
 Ma ‘rentiers’ sono in Italia anche i magnate dell’imprenditoria che avendo fallito miseramente in qualsiasi ambito innovativo e produttivo, schiacciati come mosche dalla bravura dei concorrenti stranieri, si sono riciclati in due settori: 1) le privatizzazioni, dove acquisiscono a prezzi stracciati grazie appunto alla Politica della Carenza blocchi interi di assets pubblici edificati col lavoro di generazioni, favoriti da criminali pubblici come Romano Prodi o Visco o Bassanini, Padoa Schioppa ecc. 2) l’acquisizione, sempre per mezzo del punto precedente, dei servizi essenziali, quelli di cui nessun essere umano può fare a meno, con strade, treni, telefonia, sanità, gas, luce, e presto anche l’acqua. Sanno che anche se la Politica della Carenza riportasse povertà semi-ottocentesche fra di noi, noi saremo comunque costretti a pagare quei servizi, a costo di mangiare una sola volta al giorno. Sono profitti garantiti per questi ‘rentiers’, che si chiamano Carlo De Benedetti, Luca C. di Montezemolo, la famiglia Benetton, Cesare Geronzi, Marco Tronchetti Provera, la famiglia Moratti, Roberto Colaninno, Corrado Passera, Leonardo Del Vecchio, Francesco Caltagirone, Antonio Angelucci, il simpatico Della Valle ecc., tutti coloro che si sono gettati qui nell’abbuffata delle privatizzazioni.
 Infine, e con una portata demolitrice immensamente superiore, ‘rentier’ si può considerare la Germania stessa, che di fatto ha costruito la sua presente fortuna su altri due punti: 1) sulla gabbia dell’euro e sfruttando l’indebitamento dei noi mediterranei che gli abbiamo comprato l’ira di Dio di prodotti per 30 anni, per poi essere oggi additati come ‘mailai PIIGS’ spendaccioni. 2) sfruttando il lavoro ossessivo e sempre meno pagato di milioni di lavoratori tedeschi che con le riforme Hartz hanno ceduto alle Corporations Neomercantili della Germania una mole immane di forza lavoro tutta goduta da chiunque tranne loro, perché il frutto di essa, i prodotti, sono esportati in tutto il mondo a beneficio di altri, mentre i profitti sono solo delle Corporations. La Germania dei Neomercantili – unitamente a tutte le industrie similmente ‘rentiers’ della UE fra cui le poche italiane –  ha un interesse diretto che milioni di europei vengano impoveriti drammaticamente dalla Politica della Carenza. Berlino sogna di trovare a pochi chilometri a sud di Monaco di Baviera masse di disoccupati alla disperazione pronti a lavorare per le succursali tedesche, o per le imprese italiane acquisite dalla Germania, a stipendi quasi cinesi. Sarebbe una delocalizzazione a due passi da casa e in più in un Paese, come l’Italia, o come la Spagna, dove le infrastrutture sono modernissime. Naturalmente, ai ‘rentiers’ Neomercantili non importa un accidenti se i nuovi poveri neofeudali europei smetteranno di comprargli i prodotti. I managers di queste Corporations guardano con 40 anni di lungimiranza, e sanno che i nuovi immani mercati di domani non sono qui, ma in Brasile, Cina e India. Là devono competere. Qui gli schiavi al lavoro.
  Sull’Opus Dei è stato scritto e pubblicato di tutto. Trovare le prove però del loro coinvolgimento nella creazione della micidiale macchina di impoverimento sociale automatico che si chiama Eurozona è semplice: l’economista francese ed ex insider del governo Mitterrand, Prof. Alain Parguez, ha personalmente testimoniato l’appartenenza all’Opus Dei del padre creatore di tutto il disegno dell’Europa moderna, l’onnipotente Jaques Delors, che fu anche a capo della Commissione Europea dall’85 al ‘95. A questo, l’accademico parigino aggiunge: “E tutti i membri dei consigli economici del Papa sono uomini dell’Opus Dei, la maggioranza dei quali proviene dall’università Bocconi di Milano”.
 La Politica della Carenza, sostengo con disperata serietà, è oggi la forza dominante di tutto ciò che voi persone conoscete come Unione Europea, come governi tecnici, come ‘risanamento’. La devastazione che essa mira a portare fra centinaia di milioni di famiglie degne e ignare ha appena ora iniziato a far sentire i propri fetidi morsi con le Austerità. Non si fermeranno davanti a nulla, a meno che quelle milioni di famiglie rompano la maledizione dell’ignoranza su cui i ‘rentiers’ contano per distruggerle e si ribellino. L’Illuminismo ci riuscì 250 anni fa. Oggi si inizia da qui:
 http://paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=429
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leonardo:

Gent.mo sig Barnard

e’ un po’ che seguo i suoi articoli su stampa libera ma trovo che qest’ultimo(che tra l’altro mi ha mosso a scriverle) sia assolutamente chiarificatore del periodo che controvoglia stiamo vivendo….
si’! CONTROVOGLIA,CONTRO LA NOSTRA VOLONTA’!
perche’ di questo si tratta come lei argomenta………un vero e proprio progetto di dittatura silente volta alla ghettizzazione delle vite dei cittadini in in un ambito di
oppressione reale e psicologica attraverso il sempre minor possesso di autonomia economica.
Purtroppo vedo un paese che si sta avvitando su se stesso …pronto a fare la fila per l’I Phone 5 (e magari scannarsi per questo!)e lamentoso e piagnucoloso quando si tratta di prendere scendere in piazza e bastonare chi nn fa realmente gli interessi dei cittadini
perche’ appunto come dice lei la crisi ti ingessa ti blocca e pensi che cmq il tuo orticello nonostante le piante siano quasi tutte secche perche’ nn hai piu’ acqua(denaro)per annaffiarlo ti possa garantire sostentamento ancora per molto….ma nn sara’ cosi’…
Credo caro Paolo che l’iniezione di benessere che ci hanno fatto dagli anni 60 in poi per indebolirci nelle menti(smettere di leggere e pensare grazie alla tv)e nel corpo(auto-moto quindi obesita’ e quant’altro)stia ancora facendo il suo effetto….
ma tra nn molto terminera’ e solo a quel punto potremo capire di che pasta sono fatti gli italiani……

saluti e buona domenica

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Crisi, in Italia si suicida un disoccupato al giorno. Record negativo in Lombardia

E’ quanto emerge da un rapporto dell’Eures. Nel 2010 si sono tolte la vita 362 persone rimaste senza lavoro, superando così le 357 del 2009, che già rappresentavano una forte impennata rispetto alle 270 accertate in media nel triennio precedente

E’ in prevalenza la mancanza del lavoro o comunque di qualche prospettiva economica la ragione del dilagare dei suicidi in Italia, che ormai ogni giorno miete vittime soprattutto tra i disoccupati e tra i cosiddetti ‘esodati‘, tra coloro cioè che anche per ragioni anagrafiche nutrono meno speranze di altri di trovare un’altra occupazione. A livello territoriale, al di là delle ragioni più strettamente legate al lavoro, è il Centro-Nord a detenere il triste scettro dei casi di suicidio, con la Lombardia al primo posto. Il fenomeno dei tanti che quotidianamente compiono il gesto estremo è però riconducibile, racconta il Secondo Rapporto dell’Eures (‘Il suicidio in Italia al tempo della crisì), soprattutto alla figura maschile.

Nel 2010 sono stati 362 i suicidi dei disoccupati, spiega l’Eures, il portale europeo della mobilità professionale, superando così i 357 del 2009, che già rappresentavano una forte impennata rispetto ai 270 accertati in media nel triennio precedente. Il numero dei suicidi tra i disoccupati tra il 2008 e il 2010 si attesta complessivamente al 39,2% del totale, salendo al 44,7% tra quanti hanno perso il lavoro. Considerando la sola componente maschile, l’aumento dei suicidi dei senza lavoro appare ancora più preoccupante (da 213 casi nel 2008 a 303 nel 2009, a 310 nel 2010), attestandosi a +45,5% tra il 2008 e il 2010, confermando così la centralità della variabile occupazionale nella definizione dell’identità e del ruolo sociale degli uomini. Ma la crisi si fa sentire soprattutto sui cosiddetti ‘esodati’, vale a dire tra coloro che hanno tra i 45 e i 64 anni, con un incremento del 12,6% nel 2010 rispetto al 2009 e del 16,8% rispetto al 2008.

Ma la disoccupazione, informa l’Eures, è anche alla base dei suicidi nelle fasce di età tra 45 e i 54 anni, aumentati del 13,3% rispetto al 2009, e in quella 55-64 anni (+10,5%); il tutto a fronte di una crescita complessiva dell’8,1%. Tuttavia, come confermano anche le cronache di queste ultime settimane, a sentire il fiato sul collo della gelata economica sono anche gli artigiani e i commercianti. E secondo l’Eures nel 2010 336 tra questi hanno deciso di farla finita (contro i 343 del 2009). Lo studio definisce “molto alto il rischio suicidario” in questo ambito: in particolare nel 2010 si sono contate 192 vittime tra i lavoratori in proprio (artigiani e commercianti) e 144 tra gli imprenditori e i liberi professionisti (151 nel 2009), nel 90% dei casi uomini. Secondo la fotografia dell’Eures sono aumentati nel 2010 i suicidi nelle regioni del Centro-Nord; ma a livello territoriale il primato se l’è aggiudicato la Lombardia (con 496 casi, +3% rispetto al 2009), seguita dal Veneto (320, pari al 10,5% del totale, con un aumento del 16,4% sul 2009) e l’Emilia Romagna (278, 9,1%). Più della metà dei suicidi censiti in Italia si verifica in una regione del Nord (1.628 casi nel 2010, pari al 53,4% del totale), a fronte del 20,5% al Centro (624 casi) e del 26,1% al Sud (796 casi). Anche in termini relativi il Nord conferma i valori più alti, con 5,9 suicidi ogni 100 mila abitanti, contro i 5,3 del Centro e dei 3,8 del Sud. Ma è il Centro Italia a registrare nel 2010 la crescita più consistente, con un +11,2% sul 2009, che sale a +27,3% nel Lazio, con 266 suicidi.

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Crisi e suicidi in Italia: disoccupati, esodati e imprenditori i più a rischio

Il ‘suicidio economico’, secondo un’indagine Eures, non è che un tassello di un ampio mosaico e se è vero che dal 2007 al 2010 in termini assoluti suicidi sono aumentati (+58,7%), è anche vero che nel 2003 se ne registravano più del 2010, e nel 1995 ancora di più. In Europa, il nostro Paese è in fondo alla graduatoria di chi si toglie la vita. E la Grecia registra un tasso inferiore al nostro

Crisi e suicidi in Italia: disoccupati, esodati e imprenditori i più a rischio

Disoccupati, imprenditori, esodati. Sono queste le categorie più esposte all’impatto della crisi economica e, di conseguenza, in crescente rischio di suicidio. A sostenerlo è l’Istituto Eures, che nella sua ultima indagine “Il suicidio in Italia al tempo della crisi“ mette in evidenza la connessione tra crisi economica e tasso suicidario nel nostro paese. Nell’ampio quadro dei dati forniti emerge la particolare vulnerabilità delle categorie colpite dalla crisi del credito e del lavoro. “Considerando l’indice di rischio specifico, ovvero il numero di suicidi ogni 100mila abitanti nella medesima condizione”, si legge nella sintesi dello studio diretto da Fabio Piacenti, presidente dell’Eures, “sono i disoccupati a presentare l’indice più alto (17.2), seguiti da imprenditori e liberi professionisti (10)”. A questi ultimi seguono, con notevole scarto, i lavoratori in proprio (5.6) e gli inattivi, ovvero studenti, casalinghe e pensionati (4.8). Chiudono la graduatoria i lavoratori dipendenti (4,5 su 100mila), meno soggetti alle fluttuazioni del mercato, sottolineando ulteriormente la correlazione tra condizione occupazionale e rischio suicidario.

Emblematica anche l’osservazione dell’aumento di suicidi nella fascia 45-64 anni (+16.8% dal 2008 al 2010), età che include gli esodati, il cui numero ufficiale è ancora incerto. Ma lo scenario, almeno dal punto di vista dei dati, non è del tutto lineare. Lo stesso Eures ammette che “la spiegazione del suicidio è un obiettivo complesso, legato alla presenza di diverse concause”. E il ‘suicidio economico’ non è che un tassello di un ampio mosaico: nel quinquennio 2006-2010, tra i moventi ‘noti’ al primo posto appare la malattia (74.8%), seguita dai motivi affettivi (16.3%), quindi i motivi economici (8.1%) e d’onore (0.8%). E se è vero che dal 2007 al 2010 in termini assoluti suicidi sono aumentati (+58,7%), è anche vero che nel 2003 se ne registravano più del 2010, e nel 1995 ancora di più. Occorre cautela, quindi.

A complicare la lettura c’è poi il contesto europeo, nel quale l’Italia si posiziona in fondo alla graduatoria con 4.9 suicidi ogni 100mila abitanti, non solo dietro a Paesi Baltici e Scandinavia, ma anche sotto Germania, Francia e Svizzera. A contare meno suicidi di noi, paradossalmente, soltanto la Grecia, martoriata dalla crisi. E i media, in tutto ciò? Le notizie che riprendono i ‘suicidi per la crisi’ comparsi nella stampa online nei primi sei mesi del 2012 sono più di 120. Il Fatto Quotidiano le ha tracciate attraverso Google News’ e raccolto il risultato sottoforma di due visualizzazioni interattive: una mappa e una timeline.

Se sulla stampa tra il 2006 e 2010 si trovano poche tracce dei 1.164 disoccupati che si sono tolti la vita, negli ultimi mesi l’attenzione dei media è aumentata vertiginosamente. Un boom di articoli che non evita di suscitare polemiche. “Studi epidemiologici internazionali dimostrano con certezza che le notizie dei suicidi da crisi economica”, spiega Claudio Mencacci, direttore del Dipartimento di Neuroscienze del Fatebenefratelli, “se presentate in modo sensazionalistico inducono altri suicidi, innescando un pericoloso effetto domino”. Ma se il cosiddetto ‘Effetto Werther’ preoccupa gli accademici, reazioni opposte provengono dal Comitato piccoli imprenditori invisibili, onlus per la difesa della piccola imprenditoria colpita dalla crisi che il 9 marzo ha organizzato tre fiaccolate in ricordo delle vittime. Giuseppina Virgili, fondatrice del Copii e imprenditrice che nel 2009 aveva messo in vendita reni e cuore per salvare la sua azienda, lamenta l’incompletezza di stampa e dati ufficiali. “Per noi è essenziale che del problema si parli il più possibile”, afferma Virgili, che ricorda i “casi rimasti inconsiderati perché associati a problemi di salute o di famiglia, quando questi ultimi erano causati direttamente dalla crisi economica”. Storie che, per la Virgili, sfuggono al conteggio della stampa.

@jackottaviani

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LE MULTINAZIONALI RICATTANO LA GRECIA: I LAVORATORI PART-TIME COSTRETTI AD UNO STIPENDIO MENSILE DI €250-300

FONTE: KEEPTALKINGGREECE.COM

Trasformare la manodopera greca in “lavoratori cinesi” senza diritti e con una paga minima sembra essere il desiderio non solo del Fondo Monetario Internazionale, della Troika e della Germania ma anche delle multinazionali. Presumibilmente nel nome della sacra competitività, le multinazionali vorrebbero dare “noccioline” come stipendi per investire sulla Grecia: stipendi mensili di 250-300 euro, solo per il lavoro part-time. E, inoltre, vorrebbero delle modifiche nel diritto del lavoro per evitare di incorrere al pagamento degli indennizzi.

Questa proposta scioccante è stata annunciata durante un incontro tra il Ministro dello Sviluppo Economico Kostis Chatzidakis e i delegati di undici società multinazionali, tra cui Barilla, Bic Violex e Nestle.

Secondo l’edizione domenicale del To Vima, agli occhi dei dirigenti delle multinazionali, un’ulteriore riduzione degli stipendi sarebbe un prerequisito per l’incremento della competitività.

“Investiremmo molto di più, se la Grecia fosse più propensa agli investimenti” hanno dichiarato all’unisono gli 11 dirigenti, chiedendo una limitazione delle pratiche burocratiche, una riduzione dei costi energetici e una semplificazione delle procedure per svolgere le attività produttive.

Tuttavia, i dirigenti hanno sorpreso il governo greco quando hanno sollevato la questione di un’ulteriore riduzione degli stipendi, in modo particolare per i giovani disoccupati.

“Non riusciamo a capire perché debba esistere un limite minimo di stipendio in un paese in cui la disoccupazione giovanile ha raggiunto livelli inverosimili. Dateci la possibilità di assumere giovani lavoratori a poco prezzo. Lavoreranno meno ore e meno giorni alla settimana” ha suggerito Giorgios Spilopoulos, amministratore delegato di Barilla Hellas.

“Non è in mio potere, passerò la richiesta a chi di dovere” ha risposto il Ministro dello Sviluppo Economico Kostis Chatzidakis, sottintendendo che inoltrerà la richiesta al Ministro del Lavoro.

“Esattamente, che livello minimo di stipendio intende?” ha chiesto un funzionario del ministero.

“Potremmo dare 250-300 euro al mese per un lavoro part-time, tre o quattro giorni alla settimana” hanno proposto otto dirigenti su undici, durante il lungo dibattito tenuto dai manager di Barilla, Bic Violex e Nestle.

Il delegato della Nestle, Raymond Franke, ha posto inoltre un’altra questione sul tavolo delle condizioni di lavoro: “Va ridotto anche il tempo per informare un dipendente del suo licenziamento”, ha suggerito Franke (per poter evitare di incorrere al pagamento della liquidazione ai dipendenti licenziati).

“Il governo crede che gli stipendi minimi non possono essere ulteriormente ridotti” ha rammentato Chatzidakis ai dirigenti. Tuttavia, i delegati delle multinazionali si sono dimostrati determinati nel portare avanti le loro richieste.

“Il mercato greco sta morendo. I soldi che avete promesso di immettere nel mercato reale non sono arrivati. Anche noi dobbiamo essere competitivi rispetto ai costi del mercato dell’est. È un concetto che dovete prendere in considerazione, anche il fatto che il tasso di disoccupazione stia calando e soprattutto tra i giovani. Soprattutto ora che si sente sempre più la frase «Voglio un lavoro, a qualsiasi compenso.»” [vedi articolo To Vima *]

Secondo gli ultimi dati, la disoccupazione in Grecia ha raggiunto il 27% nel novembre 2012, e i giovani disoccupati sarebbero il 60,1%.

Dopo un’interminabile pressione da parte della Troika, il minimo salariale era stato ridotto nel febbraio 2012 a 586 euro lordi al mese (510 euro mensili per i giovani sotto i 25 anni).

Ad essere sinceri, non si riesce a cogliere l’aspetto rivoluzionario della proposta delle multinazionali. Pagare €250 i lavoratori part-time significa pagare €500 i lavoratori a tempo pieno. Ovviamente, i part-time hanno meno diritti, non hanno vacanze, bonus e un risarcimento molto più basso quando vengono licenziati.

C’è da chiedersi perché questi geniali manager non vadano ad investire in Bulgaria dove il minimo salariale è di circa €150 al mese…forse amano la Grecia.

AGGIORNAMENTO :

Barilla Hellas ha rifiutato il documento che denunciava il consenso alla riduzione del minimo salariale. Barilla ha affermato che è assolutamente contraria a tale riduzione e ciò che ha presumibilmente detto l’amministratore delegato all’incontro non era vero.
Anche Bic Violex ha affermato di non sostenere un ulteriore abbassamento del salario minimo.
A quanto pare, molte altre società hanno rifiutato tale documento dato che diverse multinazionali stanno incitando al boicottaggio delle 11 compagnie presenti all’incontro.

PS Mi sacrificherei con piacere pur di vedere le società multinazionali in competizione con le rivali dell’Europa dell’Est e dell’Asia e guadagnare ingenti profitti. Se solo la Nestle abbassasse il prezzo del latte a 0,30 centesimi al litro, il Nesquick a 1 euro e se i suoi cereali non costassero il 50% in più in Grecia rispetto agli altri paesi europei. Mi piacerebbe anche vedere Barilla sguazzare tra le banconote se solo la sua pasta non costasse più di 25 centesimi!

Fonte: http://www.keeptalkinggreece.com
Link: http://www.keeptalkinggreece.com/2013/03/04/multinationals-blackmail-greece-part-timers-on-e250-300-monthly-salary/
4.03.2013

Traduzione di Federica Cattaneo per http://www.Comedonchisciotte.org

* http://www.tovima.gr/politics/article/?aid=501090

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Portogallo: La Corte costituzionale cancella le misure di austerità

La sentenza pronunciata in tarda serata ieri dalla Corte costituzionale portoghese era molto attesa. Ad essere in gioco non soltanto l’ultima famigerata legge finanziaria, che ha imposto pesanti misure di austerità a lavoratori e pensionati, ma lo stesso destino del governo, già traballante, di Passos Coelho. Si temeva un ‘terremoto’, e pare così sia stato, almeno per il governo in carica. La Corte costituzionale portoghese, a cui avevano fatto ricorso il presidente della Repubblica, Anibal Cavaco Silva, i partiti di opposizione ed i sindacati, ha dichiarato incostituzionali quattro dei nove articoli sospetti di incostituzionalità della legge finanziaria per il 2013. Gli esperti calcolano che l’impatto finanziario della cancellazione di questi articoli sia pari a un miliardo e trecento milioni di euro, che il governo – in ossequio ai diktat della Troika – contava di prenderli direttamente dalle tasche dei dipendenti pubblici, disoccupati, pensionati e lavoratori tutti, attraverso la cancellazione o riduzione delle indennità per ferie e malattia.

Le misure che sono state ritenute incostituzionali sono:

1. La sospensione dei sussidi per le ferie dei dipendenti pubblici

Nel 2012, il governo aveva sospeso il pagamento dei sussidi per le ferie nonché la tredicesima per i dipendenti pubblici. La Corte costituzionale, seguendo un ragionamento simile a quanto già fatto un anno prima a seguito di un primo tentativo del governo di cancellare gli stessi sussidi, stabilisce ora che tale misura viola il principio di uguaglianza e parità di trattamento. La cifra che il governo contava di drenare da questo taglio massiccio è pari a 610 milioni di euro.

2. La sospensione del sussidio per le ferie dei pensionati

Già a partire dal 2012, il governo aveva ridotto del 10% il bonus natalizio per i pensionati. Con la legge finanziaria del 2013 si era spinto oltre, provvedendo a ridurlo del 90%. La Corte considera ora questa misura incostituzionale, perché in violazione del diritto di uguaglianza. In questo caso, l’impatto finanziario in termini netti si aggirerebbe attorno ai 540 milioni di euro.

3. L’estensione del taglio dei sussidi ai contratti di insegnamento e di ricerca

All’articolo 31 della legge finanziaria, che ora è stato dichiarato incostituzionale, si stabiliva la cancellazione della tredicesima e della quattordicesima anche per tutti coloro che erano in possesso di un contratto di docenza o di ricerca “nell’ambito del programma quadro di ricerca e sviluppo dell’Unione europea o da parte di istituzioni straniere o internazionali”. Non è ancora noto l’impatto finanziario della cancellazione di questa misura governativa.

4. La riduzione delle indennità di disoccupazione e malattia

Il governo aveva introdotto, tra l’altro, anche il pagamento dei contributi previdenziali del 6% per coloro che ricevono l’indennità di disoccupazione e del 5% per coloro che ricevono l’indennità di malattia. La Corte costituzionale ritiene ora che questa norma violi il principio di proporzionalità. L’impatto finanziario di questa misura, stando a quanto annunciato dal governo durante la discussione della legge finanziaria, sarebbe pari a 150 milioni di euro.

I commenti a caldo dei partiti di opposizione hanno toni trionfalistici, anche perché in tanti si dichiarano convinti che Passos Coelho avrebbe le ore contate dopo il duro colpo della Corte costituzionale. Di sicuro, la sentenza è una boccata di ossigeno per i lavoratori e i pensionati portoghesi, i quali negli ultimi mesi, sempre più schiacciati dalle tasse, sono scesi per strada numerosi e arrabbiati. Anche se in Italia si è parlato poco o nulla, il 2 marzo scorso hanno manifestato contro l’austerità circa un milione e mezzo (cifra per difetto) di portoghesi, che è davvero tantissimo per un paese che conta non più di dieci milioni di abitanti. Nonostante però la sentenza sembra dare legittimità alle loro lotte, i guai non sembrano essere davvero finiti. Anzi, sembra proprio che siano appena iniziati. La Troika chiede, infatti, con insistenza, che venga cancellato il salario minimo per tutti i lavoratori. E chissà che non riescano nel loro intento, vista l’ansia smodata degli ultimi governi portoghesi di essere definiti “allievi modello” dal Fmi e dalla Bce.

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/06/portogallo-corte-costituzionale-cancella-misure-di-austerita/553364/

Tratto da: Portogallo: La Corte costituzionale cancella le misure di austerità | Informare per Resistere http://www.informarexresistere.fr/2013/04/07/portogallo-la-corte-costituzionale-cancella-le-misure-di-austerita/#ixzz2PqdATxEK
– Nel tempo dell’inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario!

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Abolito di fatto il limite del “quinto” pignorabile: pensioni integralmente aggredibili

8 aprile 2013 di Angelo Greco

Il pignoramento presso terzi della pensione può essere effettuato ormai integralmente, con estrema facilità, e non più nei limiti di un quinto, per come previsto invece dalla legge.

Dopo l’approvazione del decreto legge “Salva Italia” [1], i pensionati che subiscono un pignoramento della pensione (cosiddetto pignoramento presso terzi) rischiano di perdere tutta la rata mensile e non più solo un quinto come invece previsto dal codice di procedura civile [2]. Lo stesso pericolo riguarda i lavoratori dipendenti con il salario mensile.

Si tratta di un modo ormai di fatto legalizzato per superare il limite del “quinto pignorabile” imposto invece dal codice di procedura civile [3] e che, ad oggi, nonostante l’allarme da noi lanciato all’alba della nuova normativa (leggi l’articolo: “Pignoramento della pensione di anzianità sul conto corrente obbligatorio: storture del nuovo sistema”), non ha trovato ancora un correttivo nella legge.

L’obbligo del conto corrente

Come noto, la recente riforma emanata dal Governo nello scorso mese di dicembre 2012 [1] ha imposto all’Inps di versare le pensioni superiori a mille euro non più tramite le Poste (nelle mani del pensionato), ma in un conto corrente bancario o postale o anche su un libretto di risparmio (conseguenza dell’obbligo di tracciabilità dei pagamenti superiori a mille euro). Dunque, in tali casi, i pensionati sono obbligati ad aprire un conto corrente dove l’Inps fa automaticamente confluire le somme dovute mensilmente.

I riflessi sul pignoramento presso terzi

Tale previsione sovverte tutta la disciplina dei pignoramenti presso terzi. È noto, infatti, che la legge consente al creditore la possibilità di pignorare la pensione (o i redditi di lavoro subordinato) nella misura massima di 1/5: ma tale limite opera solo se il pignoramento viene effettuato alla fonte, cioè direttamente a chi deve erogare l’emolumento e procedere all’accantonamento delle quote pignorate (l’Ente di Previdenza o il datore di lavoro).

Invece, se il pignoramento viene effettuato in un momento successivo (anche un giorno dopo), presso la banca dove il pensionato o il lavoratore deposita le somme, tale limite non opera più e il creditore può pignorare tutti i risparmi che vi trova. Quindi, una volta che il denaro si è “confuso” (anche quando il conto contiene solo redditi dello stesso tipo, come solo la pensione o solo lo stipendio) è possibile pignorare non più solo il quinto, ma il 100% della pensione o del salario.

Differenze rispetto al precedente sistema

Questo era già possibile prima del decreto “Salva Italia”; ma se prima il pensionato poteva esigere i pagamenti a mano (alla Posta), oggi invece, con l’obbligo di versamento in conto, nessuno si può più sottrarre al rischio di un pignoramento integrale della pensione.

Il creditore infatti potrà, anziché notificare il pignoramento all’INPS, e accontentarsi di un quinto della mensilità, attendere pochi giorni che l’emolumento venga accreditato in banca e lì aggredirlo integralmente (e, se fortunato, prendere anche le precedenti mensilità, se non ancora prelevate).

Del resto, il pensionato non ha scelta: se non apre il conto corrente, l’Inps trattiene le somme dovute.

Non si discute sul fatto che i debiti vadano pagati, ma il discorso è un altro: se per garantire il minimo sostentamento del pensionato o del lavoratore, la legge prevede una misura massima per il pignoramento, non ha poi senso rendere questa stessa norma così facilmente aggirabile.

La previsione quindi del limite del quinto, a tutela della dignità dell’uomo, rischia di essere completamente svilita e superata per causa di una riforma che, invece, mirava solo a finalità fiscali (la tracciabilità dei pagamenti). Insomma, come al solito, per riparare ai problemi dell’evasione fiscale, a rimetterci è sempre il cittadino più povero.

[1] Decreto legge “Salva Italia” n. 214/2012.
[2] Art. 545 cod. proc. civ.

http://www.laleggepertutti.it/27460_abolito-di-fatto-il-limite-del-quinto-pignorabile-pensioni-integralmente-aggredibili

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Fonte: http://www.danielemartinelli.it/2013/04/08/sopravvivere-in-italia-e-unimpresa/

Scritto da Daniele Martinelli – 8 aprile 2013

graminacea desertoNel 2012 in Italia sono fallite oltre 100 mila imprese. Quest’anno ne falliranno più o meno altrettante. Soffocate dalla crisi dei consumi, dal fisco opprimente che pretende senza dare nulla in cambio, e dai crediti che migliaia di imprenditori vantano dallo Stato biscazziere. Quello Stato biscazziere che è stato gestito dai governi degli uomini. L’ultimo governo, quello di Berlusconi prima che venisse Monti, ha fatto finta di nulla. Con slogan all’insegna della crisi già passata e dei ristoranti pieni, si è eretto con tutto il suo peso parassitario e delinquenziale sulla pelle dei cittadini e delle imprese, lasciate morire soffocate dal cuscino dell’inefficienza del sistema reso così apposta per l’impunità dei politici, e dalla burocrazia controllata da Equitalia.

Di debiti della pubblica amministrazione, negli ultimi anni, non si è parlato granché. C’era stato qualche segnale e qualche forma di volontà di provvedere a pagare le imprese, ma erano rimaste lettera morta. Ci aveva provato il “superministro” del Tesoro Tremonti, quello che dava in nero e sottobanco 4 mila euro al mese di affitto per la casa di Marco Milanese, che ipotizzava di scontare alle aziende i contributi e le tasse. Senza farne nulla. All’epoca di questa colossale presa per i fondelli (2010) , i debiti dello Stato nei confronti delle imprese era di 70 miliardi di euro. Di cui 500 milioni li chiedeva l’Ilia, l’associazione delle imprese di intercettazioni per conto delle procure, che si appellò inutilmente a Berlusconi denunciando «Il ministro della Giustizia Alfano non ci paga, non possiamo più lavorare per le Procure, le indagini si fermeranno». Il menestrello Alfano rispose serafico che «quei soldi non glieli posso dare perché non li ho». L’Ilia fece appello anche a Napolitano per chiedere un emendamento al ddl Stabilità per progammare lo stanziamento. Non risulta, a tutt’oggi, che quelle imprese siano state pagate. In quel periodo il parlamento si era riunito solo 136 volte dall’inizio dell’anno (2010) per varare lodi e lodini di impunità al nano di Arcore. Il Pd si faceva pugnette su governi di transizione, mentre l’Idv stava per servire sul piatto di Berlusconi due Razzi e Scilipoti pronti a votare contro la mozione di sfiducia del 14 dicembre successivo, giorno in cui Berlusconi si salvò comprandosi uno a uno i deputati degli schieramenti avversi.

Il governo Monti, per voce del ministro Passera, aveva proposto di rimpinguare le imprese con Bot e Cct al posto di denaro. Una soluzione che pareva tale giunta nel dicembre del 2011, quando i debiti dello Stato erano lievitati a 80 miliardi di euro. L’Italia, coi suoi 180 giorni di attesa media per un pagamento, era già la più ritardataria d’Europa a fronte di una Germania pagatrice in 35 giorni, e una Francia in 64. In Italia, con Monti, i pagamenti non sono mai partiti. Nel giugno scorso il ministro Grilli aveva fatto approvare le dismissioni di immobili pubblici da vendere sul mercato, per produrre «un’entrata di 10 miliardi in un mese» che le imprese non hanno visto perché il decreto del governo non è mai stato approvato.

Ora che siamo nel 2013, che le imprese sono fallite, che i suicidi non fanno più notizia, che i miliardi di debiti dello Stato nei confronti delle imprese sono diventati 90 (novanta) pari al 5,8% del Pil, che il numero dei disoccupati è fuori controllo… Ecco, ora che l’economia reale è scivolata nel dirupo senza appigli, arriva l’àncora corta del Parlamento, che con o senza governo Monti, pare stia procedendo con una prima tranche di pagamenti di urgenza, che però, va ricordato, gonfierà il debito pubblico dopo il vano tentativo di Monti del maggio scorso di chiedere alla Merkel la possibilità di saldare le imprese senza aggravi del debito nell’ottica della Golden rule. La Merkel rispose di procedere senza curarsi dell’aumento del debito del 4% (già allora era al 123,5% del Pil), in quanto l”Europa “è la garanzia, non lo sanzionerà.” A patto però che tutto venga smaltito entro il 2015, quando scatterà l’obbligo di tagliare il debito previsto dal Fiscal Compact.

Ebbene, oggi che il governo Monti è come se non ci fosse, riesce miracolosamente il Parlamento in seduta comune ad approvare una prima tranche di pagamenti. Senza ministri e purtroppo, senza più imprese. Le poche rimaste che non chiudono perché non se lo possono permettere, sembrano graminacee nel deserto sopravvissute al virus letale dei partiti: responsabili di prolungata e immobile siccità assieme ai loro uomini che andrebbero eliminati dalle istituzioni. Ci vorrebbe un acquazzone di cittadini che con uno tsunami di maggioranza, lavi le incrostazioni del parassitismo, delle lobby, delle corporazioni e della contiguità con le organizzazioni criminali che hanno infettato le nostre istitituzioni. Sarà  un’impresa, mi rendo conto. Ma non ci sono alternative. Il cielo dell’economia, del resto, è plumbeo da tempo. Prima o poi pioverà abbastanza.

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Nasce il supermercato per i disoccupati: lavoro in cambio della spesa gratis

di Martina Castigliani – www.ilfattoquotidiano.it

Che cosa c’è da mangiare oggi. Le paure del nuovo millennio si chiamano fare la spesa tutti i giorni e riuscire ad arrivare alla fine del mese. L’umiliazione di offrire un piatto vuoto ai figli di ritorno da scuola è il colpo più duro per i nuovi poveri d’Italia, quasi 4 milioni nel 2013. La soluzione l’hanno trovata in Emilia Romagna, a Modena, dove il Centro Servizi per il Volontariato inaugurerà a maggio l’Emporio Portobello, un supermercato per disoccupati e famiglie in difficoltà economica. Circa 450 i nuclei vulnerabili a cui si intende offrire il servizio: scelti in collaborazione con i servizi sociali in base al quoziente Isee, le famiglie avranno a disposizione in maniera totalmente gratuita una tessera e un tot di bollini per fare la spesa nell’arco di un anno. Nessuna carità: dovranno offrire in cambio il proprio lavoro almeno una volta a settimana.

Lo racconta Angelo Morselli, presidente del Centro per il Volontariato e portavoce di un nuovo welfare dove la parola d’ordine è dignità. “L’idea ci è venuta semplicemente ascoltando i problemi dei nostri concittadini. La situazione è allarmante”. Gli ultimi dati sono quelli di Confcommercio che racconta di un paese dove, dal 2006 al 2011, la crisi ha creato 615 nuovi poveri al giorno, a fronte di un tasso di disoccupazione dell’11,7%. Così Emporio Portobello vuole dare risposta ai nuovi poveri, cercando di offrire un’ancora di salvezza. “Crediamo molto in questo progetto – dice Morselli – e vogliamo si mantenga la dimensione dell’acquisto, nessuno regala niente, ma coinvolgiamo le persone in un progetto specifico. Noi vogliamo stringere un patto con gli utenti che accoglieremo nei nostri locali. Ci sono delle condizioni e sarà fondamentale per tutte le parti rispettarle”. La prima regola è essere disposti al cambio di stile di vita. “Portobello sarà composto da tre locali: magazzino, supermercato vero e proprio e un’area di incontro con le associazioni. Intendiamo instaurare con gli utenti un vero dialogo per cercare di assisterli in questa nuova fase di vita. Cambiare lo stile di consumo sarà uno dei primi obiettivi”. E la seconda clausola del patto tra l’Emporio e il cittadino prevede un aiuto concreto: “In cambio chiediamo a chi usufruirà del servizio, di venire almeno una volta a settimana a lavorare come volontario presso la struttura. È il segno concreto che non stiamo facendo nessuna carità, ma cerchiamo di coinvolgere direttamente gli utenti nel percorso di uscita dal disagio”.

A rendere possibile e realizzabile il progetto sono le tante associazioni di volontariato attive sul territorio di Modena e, come ci tiene a sottolineare Morselli, per la prima volta anche laiche. “Siamo abituati a vedere questo tipo di progetti legati solo al mondo del volontariato cattolico, ma in questo caso ci sono anche altre realtà vicine all’associazionismo civico”. Così si va dall’Associazione Porta Aperta Modena, Insieme in quartiere per la città, Arcisolidarietà, Forum delle associazioni familiari della provincia fino all’Associazione Papa Giovanni XXIII e tante altre. Ad essere coinvolta è però tutta la cittadinanza. Sul sito: PortobelloModena.it è possibile dare il proprio contributo. Tante le modalità: si può “donare una spesa”, ovvero fare una donazione di denaro oppure le aziende possono donare direttamente prodotti d’acquisto. Infine c’è un’intensa attività di reclutamento volontari alla voce “dona il tuo tempo”: si cercano studenti o semplici cittadini che per qualche ora a settimana possono dare una mano a gestire la struttura.

“Purtroppo – conclude Morselli – il nuove welfare dovrà passare per forza dal volontariato. Per le famiglie non si tratta più di non riuscire ad arrivare alla fine del mese, ma nemmeno alla terza settimana. Se mancano i fondi e gli aiuti a livello statale, bisogna che siano i cittadini a rimboccarsi le maniche”. Un’esperienza unica: “All’inizio le nostre ambizioni erano più ridimensionate, ma siamo sommersi di richieste prima ancora di cominciare e stiamo cercando di diventare un punto di coordinamento per la nascita di altre realtà sul territorio. Grazie all’aiuto dei tanti volontari locali abbiamo deciso di accettare la sfida”.

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Gli italiani emigrano nell’aldilà

Marco Cedolin
Nonostante la novella presidente della Camera Laura Boldrini, impegnata con migranti e migrazioni di altro genere, abbia dichiarato di non esserne al corrente e mostri tutto il proprio stupore per la povertà in cui versano i suoi connazionali privi di uno stipendio dell’ONU, una larga parte degli italiani vive in condizioni sempre più drammatiche, senza che esista alcun ammortizzatore sociale in grado di mitigare gli effetti della catastrofe economica che si è riversata sulle loro teste.
L’ondata di persone che al culmine della propria disperazione decidono di sublimare il proprio dramma emigrando nell’aldilà, continua a farsi sempre più impetuosa ed inizia a tracimare dagli argini di silenzio attraverso i quali Monti e Napolitano hanno deciso di nasconderla alla vista, intimando ai media la più completa omertà.
Qualche caso più eclatante degli altri, come la strage di Perugia o il triplice suicidio di Civitanova Marche, finisce per forza di cose per trovare spazio sui quotidiani a tiratura nazionale, ma nonostante perfino la Boldrini e qualche opinionista chic dei salottini TV inizino a prendere atto del fatto che una sempre più ampia fascia della popolazione italiana sia in procinto di migrare con mezzi assai più drammatici dei barconi, continua a mancare totalmente una reale percezione del fenomeno……

Nelle sole ultime 24 ore, Carlo Cossu di 54 anni di Macomer si è tolto la vita impiccandosi nella propria segheria. “Era spaventato e depresso per la crisi economica e le difficoltà finanziarie che stava vivendo” dice brevemente la nota inserita nell’articoletto di cronaca locale che informa sulla notizia.
A Belluno un uomo di 46 anni si è suicidato in un bosco per la paura di perdere il lavoro, stando alle parole del breve articolo che informa dell’accaduto.
A Caserta Giovanni Russo, dipendente comunale di 51 anni part time, è in fin di vita dopo avere ingerito acido muriatico. All’origine del drammatico gesto sembrano esserci motivi di carattere economico, sommariamente spiegati nell’articoletto che rende nota la vicenda.
A Moglia, nel mantovano, un artigiano di 68 anni ha deciso di puntarsi alla tempia una 44 magnum e di fare fuoco. L’uomo aveva perso sia sia la propria abitazione che il proprio laboratorio in seguito al sisma di maggio 2012, senza che lo stato avesse ritenuto di doverlo aiutare. Domenica scorsa si era messo a piangere conversando con un amico, perché non aveva più i soldi per pagare l’affitto dell’abitazione nella quale era stato costretto a trasferirsi.
A siracusa Franco Barcio, noto imprenditore di 63 anni si è tolto la vita impiccandosi con una corda di nylon, dopo il fallimento della propria attività commerciale.
A Conegliano, Elena Da Ros, infermiera originaria di Pordenone di 41 anni si è tolta la vita iniettandosi un micidiale mix di farmaci, all’interno della casa di riposo dove lavorava, ma nell’articoletto che informa sull’accaduto non vengono forniti dettagli indicativi sulle possibili cause del suicidio.
A Cordignano, sempre in provincia di Treviso, Sandro Pietrobon, un artigiano di 43 anni si è tolto la vita con una coltellata al ventre all’interno della propria abitazione, ma anche in questo caso il trafiletto che rende nota la notizia sulla cronaca locale è completamente scarno e privo di qualsiasi riferimento ai probabili motivi alla base dell’insano gesto.
A Portogruaro, Valter Boscariol, geometra di 64 anni, ha deciso di farla finita impiccandosi con una corda all’impalcatura del cantiere in cui lavorava. Stando all’articolo che rende nota la notizia all’origine del suicidio potrebbe esserci un periodo di depressione che il Boscariol stava attraversando a causa di un piccolo errore di calcolo fatto sul lavoro, di cui temeva le conseguenze.
Tenuto conto del fatto che questo scarno elenco d’italiani emigrati nell’aldilà fra oggi e ieri rappresenta il frutto di una sommaria spulciatina compiuta dal sottoscritto insieme ad un paio di amici, all’interno delle cronache locali di alcuni quotidiani online, dal momento che nessuno dei grandi giornali come Il Corriere o Repubblica ha ritenuto giusto far comparire anche uno solo di questi casi nell’ambito della propria cronaca nazionale, si può ben comprendere quale enorme rilevanza stia ormai rivestendo il dramma dei cittadini che in Italia si suicidano per disperazione.
Fra lo stupore della Boldrini, l’indifferenza della politica ed al riparo dagli sguardi dei propri connazionali, una massa sempre più compatta d’italiani sembra avere deciso di emigrare in silenzio, alla ricerca non del miraggio di un lavoro, dello status di rifugiato o della pietistica elemosina di una qualche ong, ma semplicemente della pace eterna, lontano da un paese che ha deciso di negare ai propri figli perfino il diritto a sopravvivere dignitosamente.
http://ilcorrosivo.blogspot.it/2013/04/gli-italiani-emigrano-nellaldila.html

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L’«atomica» portoghese. Solo l’Alta Corte frena il massacro sociale

Un paio di mesi fa, l’ex segretario di Stato della Cultura portoghese, Francisco José Viegas, dimessosi l’autunno scorso per non precisate ragioni di salute, aveva rotto il suo lungo silenzio ed era passato all’attacco contro il governo di cui, fino a poco tempo prima, era stato membro. Il motivo del dissenso era un certo inasprimento, forse solo di facciata, del controllo sull’evasione fiscale; piaga che al Portogallo, nel 2012, secondo uno studio commissionato dal gruppo socialista del Parlamento europeo, è costata oltre 12 miliardi di euro, cioè il triplo della spesa pubblica che questo governo ora intende tagliare. Viegas, dal suo blog, aveva annunciato che se un agente o ispettore del Ministero delle Finanze gli avesse chiesto uno scontrino lui l’avrebbe mandato (e qui il virgolettato si fa d’obbligo) a «prenderlo nel culo».   È un episodio sicuramente marginale della travagliata politica portoghese di questi tempi, ma è forse la spia più interessante.

Che un giornalista culturale noto nell’ambiente televisivo e della carta stampata, romanziere con discreto successo internazionale (in Italia è pubblicato da La Nuova Frontiera), insomma che un intellettuale (parola sempre ricca di connotazioni gramsciane) perda l’aplomb su una richiesta di scontrino fiscale rende forse l’idea di quella cultura di governo che la settimana scorsa, per la seconda volta in due anni, si è vista bocciare dalla Corte Costituzionale parte della legge di bilancio per il 2013.

I princìpi che l’Alta Corte ha visto violati in quattro dei nove punti sottoposti al suo vaglio sono proprio quelli dell’eguaglianza e della proporzionalità nella distribuzione dei sacrifici con cui il Portogallo conta di pagare il proprio debito e tornare a contenere il deficit nei parametri comunitari. Dunque “no” alla sospensione di una mensilità per dipendenti pubblici, pensionati e titolari di contratti di docenza e ricerca, e “no” alla tassa sulle indennità di disoccupazione e malattia. Quattro dinieghi attesi da tempo, su misure simili già bocciate l’anno scorso, che adesso obbligano il governo a cercarsi altrove circa un miliardo e 300 milioni di euro su una manovra che ne valeva cinque.

Domenica pomeriggio, dopo concitate riunioni in consiglio dei ministri e con il presidente della Repubblica, il premier Pedro Passos Coelho ha tenuto un durissimo discorso a reti unificate, trattando l’organo di sovranità, a cui manifestava comunque rispetto formale, come un partito d’opposizione che mette irresponsabilmente a repentaglio la politica economica e la sopravvivenza stessa del Paese. Discorso forse illogico, se si tiene conto che la bocciatura ha avuto l’avallo di quei giudici eletti da due terzi del Parlamento, quindi anche dai partiti di governo.

A pensarci bene, proprio l’estate scorsa, in occasione di un’impasse per l’elezione di tre giudici della Corte, figure di primo piano del partito del premier, come il capogruppo parlamentare dei socialdemocratici, avevano ventilato l’ipotesi di estinguere la Corte Costituzionale e ridurla a una sezione della Cassazione. E in queste ore giuristi ed esperti a vario titolo sono tornati a parlare, se non di una sospensione, almeno di un suo “adeguamento ai segni del tempo”, come propone il costituzionalista Rui Medeiros, docente all’Università Cattolica di Lisbona, per evitare dei “limiti forti e oppressivi” alla libertà del legislatore democratico.

In realtà il legislatore quei limiti li conosceva bene, ci si era imbattuto giusto un anno fa, e a pensar male si commette peccato, ma spesso ci s’indovina (come diceva uno che se ne intendeva). Si potrebbe infatti sospettare che il governo abbia voluto giocare d’azzardo. Nel discorso di domenica, Passos Coelho è stato chiaro: non ci sono margini per un ulteriore aumento delle tasse, bisognerà accelerare la riforma dello Stato, quella suggerita dal rapporto (1) della troika reso noto a gennaio, ma che è stata sempre la hidden agenda di tutto questo processo di risanamento dei conti pubblici portoghesi. Una riforma che non si accontenta di misure temporanee, ma prevede lo smantellamento di interi pezzi dello Stato.

Questa finanziaria in carta carbone forse cercava proprio una bocciatura a cui attribuire le colpe del lavoro sporco prossimo venturo; le lacrime, sudore e sangue di cui né i socialisti all’oposizione, né il Partito Popolare (minoritario nella coalizione di governo) volevano macchiarsi. Passos Coelho l’aveva scritto sul Wall Street Journal nel 2011 (“Il nostro piano per raddrizzare il Portogallo 2 “), già in campagna elettorale: «Abbiamo votato contro le ultime misure di austerità (dei socialisti ndr), non perché osavano troppo, ma perché non osavano abbastanza».

Insomma, una specie di manovra di guerra coreana ai confini della legalità costituzionale, per giustificare l’uso imminente delle bombe atomiche.

Marcello Sacco
Fonte: www.megachip.info
Link: http://www.megachip.info/tematiche/beni-comuni/10091-atomica-portoghese-alta-corte-frena-massacro-sociale.html
8.04.2013

1) http://www.megachip.info/tematiche/kill-pil/9866-scene-da-una-crisi-in-portogallo-fra-i-suoi-qvaffa-dayq-e-i-migranti-allincontrario.html
2) http://online.wsj.com/article/SB10001424052748704559904576230090187012196.html

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P. e P.

Ovvero Portogallo e Polonia. Oggi vi proponiamo qualche articolo sugli sviluppi in questi due paesi. In Portogallo, dove vi sono state recentemente proteste di massa al grido di “que se lixe a troika”, ( http://il-main-stream.blogspot.it/2013/03/que-se-lixe-troika.html ) la Corte Costituzionale ha bocciato alcune delle misure di austerità decise dal governo: si veda qui ( http://shippingonline.ilsecoloxix.it/p/economia_e_finanza/2013/04/07/APBBXrCF-ribella_sovrani_lisbona.shtml ) , qui ( http://it.euronews.com/2013/04/08/portogallo-verso-drastici-tagli-alla-spesa-per-rispettare-obiettivi-del-patto-/ ) e qui ( http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-04-06/portogallo-alta-corte-boccia-163238.shtml?uuid=Ab6DirkH ) .

Invece in Polonia si discute dell’ingresso nell’euro. Vi proponiamo questo articolo ( http://www.correttainformazione.it/in-primo-piano/euro-in-polonia-perche/ ) , interessante anche perché fornisce informazioni sul dibattito interno a quel paese. E infine, sempre a proposito di Polonia,  l’opinione di Krugman ( http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2013-04-06/polonia-fronte-azzardo-euro-081535.shtml?uuid=Abzl0lkH&fromSearch ) , che ci spiega “che l’euro è una trappola” (ehi, l’avevamo detto prima noi http://il-main-stream.blogspot.it/p/la-trappola-delleuro.html !)

Marino Badiale
Fonte: http://il-main-stream.blogspot.it
Link: http:/

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Portogallo: soldi finiti, lo Stato paga stipendi e pensioni con Titoli

Posted by Alessandro Borin on 10, apr, 2013

Come già detto in nostri articoli precedenti, la corte costituzionale portoghese ha deciso che numerose disposizioni del bilancio imposte dalla Ue per il 2013 non sono costituzionali. Secondo l’alta corte, i tagli dei salari e delle pensioni dei dipendenti pubblici sono stati sleali (in Italia per gli esodati la Corte è silente, pensa agli immigrati).

Ciò ha coinciso con l’avvertimento del governo che la decisione della Corte avrebbe messo in discussione la capacità del paese di soddisfare il programma capestro di “salvataggio” internazionale , che a sua volta avrebbe mandato gli interessi del Debito portoghese alle stelle, con Draghi pronto ad una cura “Berlusconi” per il governo portoghese. Ovvero il commissariamento europeo della democrazia lusitanta.

Tuttavia, di più immediato interesse è sapere come il governo tapperà un buco fino a € 1,3 miliardi di euro, che questa decisione della Corte crea nel suo bilancio 2013.
La soluzione: pagare i lavoratori pubblici non più in contanti, ma in titoli di stato!

Il governo portoghese sta infatti considerando un piano per pagare i lavoratori pubblici e i pensionati in buoni del tesoro anziché contanti, dopo che l’Alta Corte ha bocciato i tagli salariali.

In sostanza, con il pagamento di un mese stipendio in Buoni del Tesoro per lavoratori pubblici e pensionati, il governo risparmierebbe circa 1,1 miliardi di euro, riducendo il divario di bilancio in modo significativo.

Questo piano dà il senso del danno che l’euro sta facendo alle economie europee: gli Stati hanno perso la sovranità monetaria e sono costretti ad ovviare a questa mancanza utilizzando come “moneta parallela” l’emissione di titoli del debito. Questo è di una gravità inaudita: gli Stati si devono indebitare avendo ceduto alla BCE, che è una banca privata, il diritto di battere moneta.

Questo utilizzo di Titoli di Stato come “moneta parallela” danneggia anche chi la riceve al posto del contante, perché a differenza delle banche il cittadino normale non ha accesso ai percorsi di trasformazione dei titoli in denaro pronti contro termine e di collateralizzazione dei Bond. Perché se così fosse, allora ogni Bond ottenuto dal cittadino sarebbe in grado di servire come fonte di finanziamento potenzialmente quasi infinita: come se il sistema della riserva frazionaria delle banche valesse per ogni individuo.

Invece il titolo di stato per il singolo cittadino non è equivalente nemmeno al “denaro contante”, perché non è accettato come tale nelle operazioni quotidiane e non può essere presentato alla Bce come “collaterale” per ottenere denaro. In questo modo gli Stati non fanno che tentare, in modo infantile, di aggirare la loro perdita di sovranità monetaria, quando ci sarebbe un modo semplicissimo per recuperarla in modo piento: uscire dall’Euro.

Fonte: VoxNews
http://www.losai.eu/portogallo-soldi-finiti-lo-stato-paga-stipendi-e-pensioni-con-titoli/

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Gianfranco La Grassa – Che gara di giganti

Giganti in insipienza e pochezza. Ci sono momenti in cui la “destra” (parlamentare), per la sua ignoranza e rozzezza di pensiero, supera perfino il ceto medio semicolto di “sinistra”. Uno di questi momenti è la morte della “Lady di ferro”. Non ho alcuna difficoltà ad avere stima per un personaggio che consideravo avversario o addirittura nemico e, per di più, antipatico. Anche “Churchillone” non mi era simpatico e lo consideravo un vero “fetente reazionario”; tuttavia, non ho mai negato il suo spessore e la sua levatura. Non si onorano però certi personaggi se si sostengono, riferendosi a loro, scemenze colossali.

Sul Giornale qualcuno ha scritto (non faccio il nome, lasciamo perdere certe miserie) che, con la Thatcher presente sulla scena politica odierna, non avremmo avuto la crisi attuale; essa l’avrebbe evitata. Su Libero, invece, si rinverdisce la favola secondo cui la “gran dama” inglese e Reagan hanno sconfitto il comunismo. Sciocchi e banali, capaci di disonorare i personaggi che vorrebbero incensare e di cui credono di onorare la memoria. Nessuno è in grado di impedire una crisi come quella iniziata nel 2008, che del resto avrà un suo andamento ad altalena come già quella di fine ‘800. Scrivere fesserie del genere significa che qualche scriteriato pensa alla Thatcher come fosse uno sciamano, uno stregone dedito a “danze della pioggia” e altri mezzi consimili per mutare il corso di dati eventi, senza alcun dubbio sociali ma tipici comunque di una società strutturata come quella capitalistica moderna, basata sulla forma di merce (e di denaro) generale e su di un conflitto che impregna di sé la sfera economica; gli eventi in questione hanno dunque pure un che di “naturale”, nel senso di oggettivo, di ineludibile. Ovviamente, si possono determinare corsi diversi della crisi, ma non sopprimerla invertendo la sua direzionalità di massima.

Quanto al fatto che la Lady inglese ed il mediocre attore statunitense abbiano sconfitto il comunismo, è un’affermazione che contiene un numero esorbitante di asinerie in quattro parole pronunciate da gente senza logica né pensiero. Lasciamo correre che questi cianciano di problemi di cui non hanno cognizione alcuna: nessun comunista serio ha mai parlato dell’Urss e degli altri paesi di quel “campo” come di paesi comunisti, bensì al massimo semplicemente “socialisti”. Ribadisco per l’ennesima volta che, quando mi recai a Parigi nel 1970-71 a studiare con Bettelheim, si era ben consci dell’ingrippamento di detto “socialismo” e se ne prevedeva il “fallimento”, pur senza fare profezie su come e quando ciò si sarebbe verificato. A quell’epoca non esisteva alcun sentore di Reagan e Thatcher: al massimo si sarebbe potuto prendere atto della “furbizia” di Kissinger-Nixon, vanificata all’interno stesso degli Usa da altri centri strategici più miopi.

Inoltre, è ben noto che la politica neoliberista della “Signora” inglese portò con sé notevole povertà, degrado totale di numerose aree industriali, situazione di crisi latente e di ulteriore indebolimento dell’Inghilterra: fatti che non bastò certo la vicenda della Falkland a far dimenticare! Tanta retorica, non certo una rinascita inglese. Quanto a Reagan, durante le sue due presidenze si innalzarono il debito pubblico e il deficit annuale di bilancio a causa di un forte aumento della spesa statale, soprattutto militare. E qui veniamo alla illogicità e intrinseca contraddizione dei banaloni “di destra”. Da una parte, hanno diffuso la favola che Reagan ha battuto l’Urss costringendola ad una gara in termini appunto di spesa militare, che quel paese non avrebbe sopportato e che avrebbe provocato la grave crisi dell’’89-‘91. Dall’altra, vorrebbero far credere che quel personaggio – vero deus ex machina creato da una sciocca e menzognera mentalità per cui tutto dipende dalle libere azioni di grandi individui – avrebbe battuto l’inesistente comunismo, mostrando la “meravigliosa” superiorità della società liberale; ma non solo in fatto di “democrazia” (altra favola da ebeti), bensì anche per aver imposto la supremazia economica della libera iniziativa imprenditoriale (privata ovviamente) rispetto all’eccessivo intervento dello Stato. Le forti spese militari non sono certo frutto di iniziative private, ma appunto dello Stato. Quindi non mi sembra che quanto sostenuto dai liberisti sia molto coerente.

E poi, lo ripeto, il “socialismo” si afflosciò per conto suo; non per aver dato troppo peso allo Stato, ma per una particolare strutturazione sociale (su cui a Parigi con Bettelheim si facevano molte analisi condotte con ben altro spirito rispetto a quelle di certi gallinacci: nostrani e non solo nostrani) e per la crescente grossolanità delle azioni strategiche sovietiche, sul piano interno non meno che internazionale. Non abbiamo proprio nulla da imparare da questa “destra” di superficiali mentitori, di crassa ignoranza. Prendiamocela adeguatamente con i rinnegati che costituiscono il grosso della falsa “sinistra”; ma prendiamocela proprio perché hanno dilapidato un grande patrimonio di idee, in grado di mostrare l’illogicità, la contraddittorietà permanente, dei trogloditi ancor oggi “liberali”: a chiacchiere, ovviamente, perché appoggiano tutti i peggiori crimini di meschini quanto feroci e ottusi “dominanti”.

Gianfranco La Grassa
Fonte: www.conflittiestrategie.it
Link: http://www.conflittiestrategie.it/che-gara-di-giganti-di-glg-10-marzo-13
10.04.2013

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Addio signora Thatcher

di Paolo De Gregorio, 9 aprile 2013

Il “liberismo” così caro alla Lady di ferro, in modo erroneo e strumentale è associato al concetto di libertà e di democrazia e, ancora oggi, nonostante i disastri dell’economia liberista globalizzata, viene considerato come l’unico sistema possibile.
Per sostenere la filosofia liberista la prima motivazione messa in campo è quella del disastro delle economie pianificate, in genere da regimi comunisti o dittatoriali, e quindi si ritiene che l’unica alternativa sia l’attuale sistema, di cui oggi fanno parte tutti i più forti paesi del mondo, Cina compresa.
Ma questo famoso “liberismo”, nella pratica politica della signora Thatcher, si tradusse semplicemente nell’affidare a speculatori e capitalisti privati settori tradizionalmente gestiti dallo Stato, dalla sanità alle ferrovie, aumentando il peso della classe capitalista, tagliando diritti acquisiti dai lavoratori, facendo scadere la qualità e la sicurezza dei servizi.

Più semplicemente il “liberismo” dà tutte le libertà alla classe capitalista e toglie alle masse lavoratrici diritti e ritmi di lavoro umani, ottenuti in tanti anni di lotte, offrendo solo lo status di schiavi salariati, precari, con una prospettiva di pensione sempre più irraggiungibile e misera.
Definire questo sistema economico “democrazia” è veramente una porcata, anche perché tutto il sistema mediatico che fabbrica il pensiero unico è in mano di singoli capitalisti o a gruppi multinazionali, che del resto hanno le mani sul gioco del calcio, sulla musica, sulla moda.
Il liberismo globale odierno ha come obiettivo il “governo mondiale” della economia, accentrando in poche mani il controllo delle materie prime, dei commerci, dei cereali, delle sementi, del petrolio, dell’oro, dei diamanti, obiettivi sostenuti dalla grandi banche d’affari e dallo strapotere militare americano, che è dietro ogni operazione neocolonialista camuffata da lotta al terrorismo o sostegno all’espandersi alla demokrazia.

Comunque questo SISTEMA, che sembra così potente e invincibile, presto dovrà fare i conti con una situazione globale in cui i ricchi sono pochi e sempre più ricchi, e masse sterminate di precari, disoccupati, operai con salari da fame, pensionati sotto il livello di povertà.
Siamo sull’orlo di un baratro sociale e ambientale in cui molte persone diventeranno pericolose perché non hanno nulla da perdere, perché non vedono un futuro, se non una vita da schiavi, e per di più precari.

Sia il liberismo che il comunismo, nella loro versione non teorica ma pratica, hanno in comune l’esigenza di avere grandi masse di schiavi salariati da comandare a bacchetta.
L’unica rivoluzione democratica è quella che prevede che tutte le merci possono essere prodotte da singoli, artigiani, da famiglie, da piccole cooperative, escludendo ogni forma di schiavitù salariata, da buttare nella pattumiera della Storia perché crea lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, l’umiliazione di chi deve solo obbedire, sistema da sostituire con l’unico modo umano di produrre che si basa sull’autogestione e sulla collaborazione di tipo cooperativo.
Nella nostra economia, in molti settori è già possibile sottrarsi alla schiavitù salariata, alla precarietà connessa al lavoro dipendente, e cercare collaborazione con persone capaci di lealtà, di dialogo, di impegno, di fare squadra, di dare e avere fiducia, di amicizia.
L’esatto contrario di ciò che si chiede ad un servo salariato: ossia la delazione, il crumiraggio, la gerarchia, la diffidenza, lo straordinario, la ruffianeria.
Il liberismo, dal punto di vista opposto a quello capitalista, si chiama autodeterminazione, autogestione, progetto di una vita diversa, di diversi valori, cultura tutta da costruire e da praticare.

Il thatcherismo oggi domina nel mondo e soltanto gli stupidi non si accorgono che questa logica sta creando disastri di grande portata, sociali e ambientali, e che bisogna proprio cambiare strada altrimenti la legge della giungla sostituirà queste fasulle democrazie.
Paolo De Gregorio

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Wikileaks, Franco l’amico degli Usa

di Stefania Maurizi

Gli americani erano preoccupati per l’unità sindacale in Italia, tra Cgil Cisl e Uil,. Così puntarono su Franco Marini per bloccare il progetto e arginare la confederazione filo-Pci. E’ quanto risulta dai “Kissinger Cables” degli anni Settanta
(18 aprile 2013)
Franco Marini, il “lupo marsicano”, è un vecchio amico degli americani? Di sicuro in una stagione cupa e complessa come gli anni Settanta, il candidato del Pd alla presidenza della Repubblica, che però è appena saltato, ha fatto molto comodo agli Stati Uniti. A rivelarlo sono i “Kissinger Cables” di WikiLeaks, che “l’Espresso” pubblica in esclusiva per l’Italia in collaborazione con “Repubblica”.

Sono gli anni tra il 1973 e il 1976, una stagione di trame, scandali e del rischio del “sorpasso storico” del Partito comunista di Enrico Berlinguer sulla Dc degli Amintore Fanfani, di Giulio Andreotti e di Aldo Moro. Gli Stati Uniti guardano con grandissima preoccupazione a quel Pci che s’ingrossa, cresce in voti e accettazione sociale, mentre la Dc, unico sbarramento contro la vittoria del comunismo in Italia, perde colpi, dilaniata da lotte interne, corruzione e inazione. Ogni piccola variazione dello scenario politico italiano è monitorata dalla diplomazia americana, che la riferisce prontamente al Dipartimento di Stato.

Uno dei tanti sviluppi che inquieta gli Stati Uniti è la possibilità che i tre grandi sindacati italiani, Cgil, Cisl e Uil, possano fondersi dando il via a un’unità sindacale ben più vincolante di quella della semplice confederazione tra organizzazioni profondamente diverse. L’unione tra le forze che difendono i diritti dei lavoratori sembrerebbe una scelta logica, peraltro appoggiata dagli stessi lavoratori e da molti leader, ma agli americani l’idea non piace minimamente: rischierebbe di rafforzare ulteriormente la già fortissima Cgil dei comunisti, schiacciando la Cisl della Democrazia cristiana. Quando nel dicembre del 1973 appare sulla scena una frangia della Cisl che si oppone all’unità, la diplomazia Usa è subito interessata a capire la natura, le risorse e gli uomini su cui può contare quella minoranza «riluttante a perdere la propria identità, diluendosi in un unico sindacato, preoccupata dal rischio di un dominio dei comunisti nella nuova formazione unica».

«E’ una minoranza tutt’altro che coesa», scrive l’ambasciatore John Volpe, che segue ogni passaggio dello scontro, raccontando a Washington anche il grande peso della Chiesa cattolica nella Cisl. Come quando l’esperto del Vaticano sulle questioni del lavoro, il vescovo Bartolomeo Santo Quadri, convoca un meeting spirituale con i leader della Cisl per «sottolineare il fatto che la leadership di un sindacato cattolico necessita dell’approvazione della Chiesa per ogni passo che intende intraprendere. In breve, la Chiesa fissa i parametri per l’azione».

Gli americani tifano per quella minoranza che si oppone all’unità sindacale. A dare battaglia è, in particolare, il leader cislino Vito Scalia, che bussa alle porte di via Veneto chiedendo aiuto. «Il punto più importante del discorso di Scalia è che c’è bisogno di un’azione tempestiva contro l’unità sindacale», scrive la diplomazia Usa, «quello di cui c’è bisogno per la creazione di un’alternativa alla Cgil è di alcuni leader con un sufficiente appoggio nei posti giusti». A quali leader e a quali appoggi giusti si riferisce, Scalia? Ma a lui stesso ovviamente e all’appoggio dell’ambasciata di via Veneto, come concludono gli stessi americani, comunicando a Washington i suoi «poco velati appelli per un supporto finanziario e per l’assistenza diplomatica». I “Kissinger Cables” lasciano emergere che la porta a cui bussare per l’aiuto economico è l’ “Afl-Cio”: la più grande confederazione di sindacati americani. Ma sebbene gli Usa siano dalla parte della minoranza Cisl che si oppone all’unità sindacale, temono lo scontro aperto che Scalia porta avanti all’interno della Cisl. Hanno paura che un confronto troppo aspro possa portare a una spaccatura del più importante sindacato non comunista, indebolendo ulteriormente la Dc in una fase storica in cui gli americani non si possono permettere di avere una Dc ulteriormente indebolita, perché il Pci di Berlinguer incalza e il rischio compromesso storico è alle porte. E allora la simpatia Usa va a quel Franco Marini, contrario sì all’unità come Scalia, ma molto più abile nelle trattative, grande tessitore che gode anche del sostegno della Democrazia cristiana «finora riluttante ad appoggiare una spaccatura della Cisl e favorevole all’approccio della mediazione scelto dal gruppo di Marini».

Nel marzo del 1974, il “lupo marsicano” si reca negli Usa con un viaggio finanziato (grant) da Washington, la diplomazia americana preannuncia al Dipartimento di Stato quella visita, facendo presente che Marini «punta a rafforzare e modellare la Cisl dall’interno per competere con la Cgil. Questo è in contrasto con Scalia che spesso minaccia uno scisma». I cablo non raccontano se negli Usa Marini riceve effettivamente aiuto finanziario dai sindacati americani dell’Afl-Cio, come sperava Scalia, ma la diplomazia Usa scrive di sperare che «le sue conversazioni a Washington con i funzionari dell’Afl-Cio possano portare a un dialogo costruttivo e fruttuoso».

Nel luglio del 1975, via Veneto è molto più rilassata: la spaccatura dentro la Cisl è stata scongiurata, l’unità sindacale con la Cgil è un progetto lontano e in altomare, mentre la Cisl è uscita rafforzata dallo scontro interno. Merito di Franco Marini che «ha giocato un ruolo instancabile di mediatore tra le forze».

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/wikileaks-franco-lamico-degli-usa/2205207

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martedì 23 aprile 2013
I conti dei paesi europei sono stati passati al vaglio dell’Eurostat e quasi tutti registrano un miglioramento del deficit e peggioramenti sul fronte del debito. L’Italia ad esempio aveva nel 2012 un deficit al 3% e, in virtù della spending review montiana dovrebbe essere attualmente al 2,1%. Per il versamento dei debiti della pubblica amministrazione a imprese e enti locali crescerà fino al 2,9%. Ancora ieri la Commissione europea ha confermato che l’Italia può uscire dalla procedura d’infrazione per il deficit alto a fine maggio. Quello del 3% è «un target nominale, più importante è l’intenzione politica dei paesi a proseguire con le riforme e la politica». Si deciderà dopo la formazione del governo. I singoli casi nazionali vedono la Spagna al primo posto (10,6%), seguita dalla Grecia al 10% da Irlanda (7,6%), Portogallo (6,4%) e dalla Francia al 4,8%. L’unico paese europeo che ha registrato un surplus è la Germania (+0,2%). Fuori dall’Eurozona il Regno Unito registra un deficit pari al 6,3% del Pil. Sui tagli c’è un accordo bipartisan tra conservatori e laburisti. Nell’Eurozona, dove tutti i paesi hanno praticato le politiche di austerity il deficit è al 3,7% in discesa rispetto al 4,2% del 2011. 
In Italia è il debito a preoccupare: nel 2012 ha toccato il 127% e nel 2013 arriverà al 130%, come previsto dal documento di Economia e Finanza presentato dal governo Monti. Quello italiano è il terzo debito europeo dopo Grecia e Portogallo. Quello dell’Eurostat è un avvertimento al prossimo esecutivo: la strada resterà stretta e in salita. Impedirà il taglio delle tasse cone l’Imu e l’aumento di un punto dell’Iva previsto a luglio. E, con ogni probabilità renderà necessaria una manovra finanziaria da 1,4 punti di Pil a partire dal 2015, quando cioè scadrà la tassazione indiscriminata sulla prima casa dell’Imu. Attualmente resta un mistero come sarà finanziata la cassa integrazione in deroga, i contratti precari in scadenza nella P.A. Una situazione ricorrente in Europa dove le politiche di austerità hanno aumentato il rapporto debito/Pil al 90,6%, era all’87,3% nel 2011.

Fonte: http://www.controlacrisi.org/notizia/Politica/2013/4/23/32969-cresce-il-debito-dilaga-lausterita/

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Gioventù bruciata, in Grecia il 64,2% è senza lavoro

ATENE. Hai voglia a dire, come ha fatto ieri il ministro delle Finanze Yannis Stournaras, che «la Grecia è sulla buona strada» e che il 2014 (chissà perché è sempre l’anno che verrà, mai quello in corso) sarà l’anno della ripresa. Quando la disoccupazione giovanile raggiunge punte del 64,2% come in Grecia, vuol dire che una intera generazione è senza lavoro e, va da sé, senza futuro. E nel frattempo, in appena un anno, la disoccupazione complessiva è cresciuta del 6%. Cifre che lasciano poca speranza e toccano record che difficilmente saranno eguagliati. Secondo l’istituto nazionale di statistica Elstat, i senza lavoro in Grecia nel mese di febbraio del 2013 erano il 27%, rispetto al 21,9% dello stesso mese del 2012. I disoccupati sono aumentati del 22,8% rispetto a un anno fa e di 11.663 rispetto al mese di gennaio. Ma il dato più preoccupante riguarda i giovani di età compresa tra i 15 e i 24 anni, dove il tasso di disoccupazione – un anno fa al 54,1% – è crescituto di quasi dieci punti, arrivando al 64,2%. In cinque anni il tasso di disoccupazione giovanile è quasi triplicato. Nel 2008, infatti, era al 23%, mentre quella tra le persone tra i 25 e i 34 anni era all’11,2%. Stournaras ha detto che non ci saranno nuove misure di austerità, a patto, però, che «rispettiamo gli accordi internazionali».

Drammatica anche la situazione del Portogallo. Nel primo trimestre del 2013, infatti, la disoccupazione di Lisbona ha toccato quota 17,7%, con un aumento percentuale trimestrale di 0,8 punti ed un aumento su base annua del 2,8%. La disoccupazione del Portogallo è aumentata di quasi 10 punti percentuali dal 2008. Anche in questo caso, la disoccupazione giovanile è il vero punto dolente. Quest’ultima, infatti, raggiunge anch’essa un nuovo record: 42% (con un aumento di 5,9 punti percentuali rispetto allo stesso trimestre del 2012).

Fonte: www.ilmanifesto.it
10.05.2013

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Il manifesto oltre a citare questi dati, che tutti possiamo reperire in rete facilmente, potrebbe anche azzardare a fare qualche proposta, per esempio uscire dall’euro e tornare a valute nazionali, ma evidentemente il mantra dell “euro ineluttabile” come l’ha definito draghi e tutti i colonnelli dell “europa” coinvolge anche l’informazione “libera e di sinistra pura”.

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La mafia delle aste giudiziarie

11 giugno 2013

Fonte: http://www.avvocatisenzafrontiere.it/?page_id=26

LE VENDITE GIUDIZIARIE NELLE MANI DI COMITATI D’AFFARI, PARTITI E LOGGE OCCULTE CHE CONTROLLANO DA NORD A SUD IL RACKET DEI FALLIMENTI E DELLE ASTE, IVI COMPRESA UN’ALTA PERCENTUALE DELLA MAGISTRATURA DI REGIME.
Un’associazione a delinquere di stampo massomafioso, finalizzata a sovvertire l’Ordinamento democratico e la legalità, è in grado di condizionare l’attività giudiziaria da nord a sud del Paese, attraverso la collusione di intranei ai centri di comando delle istituzioni, sino alla Corte di Cassazione, al C.S.M. e alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo che, ignorando svariate migliaia di denunce inviate ogni anno da cittadini e imprenditori italiani, garantiscono l’impunità di magistrati corrotti, collusi con banche, finanziarie, usurai, speculatori, partiti, logge massoniche e criminalità organizzata.
Dopo oltre 25 anni di attività abbiamo compreso che il sistema delle aste è strutturalmente marcio e privo di dialettica interna e controlli esterni: solo una rivoluzione civile dal basso potrà cambiarlo, trattandosi di un sistema autoreferenziale, dove ogni rimedio giurisdizionale interno è vanificato, a causa dell’assoluta discrezionalità nell’interpretazione ed applicazione delle leggi.

LA SCOMMESSA PERDUTA DELLA GIUSTIZIA ITALIANA.
A partire dal caso eclatante del Tribunale di Milano, i media già 10 anni fa diedero grande risalto alla dilagante corruzione giudiziaria legata alle vendite giudiziarie e ai fallimenti. Lo stesso Tribunale di Milano fece pubblicare varie pagine a pagamento sui maggiori quotidiani nazionali, facendoci credere che con gli arresti di alcuni avvocati e pubblici funzionari di quella che fu definita la “compagnia della morte“, si sarebbe posto fine al cartello di speculatori, in grado di condizionare le gare d’asta per l’acquisto degli immobili pignorati e svenduti a valori vili “agli amici degli amici”.

Istituzioni e media di regime si affannarono a spiegare ai cittadini che per svariati anni una banda di “professionisti” aveva potuto agire impunemente, scoraggiando la partecipazione alle aste del pubblico, che veniva intimidito e minacciato, imponendo il pagamento di una tangente (o “pizzo”) pari al 10-15% del valore dell’immobile pignorato, ovvero pilotando l’assegnazione su prestanomi, professionisti e società, i cui interessi, ci veniva però sottaciuto, risultatavano spesso riferibili agli stessi magistrati o loro parenti, come nei casi da noi vanamente denunciati, tra quello dell’allora Presidente della Sezione Esecuzioni immobiliari, dr.ssa Gabriella D’Orsi, tuttora applicata presso altra sezione del Tribunale di Milano, senza che il CSM e la Procura di Brescia abbiano adottato alcun provvedimento a quanto risulta neanche di carattere disciplinare.
Ma ora (sic!) – ci veniva fatto credere già ben 10 anni orsono – le cose sarebbero “cambiate” …
(Vedasi La Repubblica 11/11/03).

LA NOSTRA ESPERIENZA CI PORTA A RITENERE IL CONTRARIO.
Si trattò infatti solo di un’operazione di maquilllage per cercare di ridare credibilità al volto corrotto della giustizia italiana e del sistema delle aste, solo a fini di marketing. Lo dimostrano l’alto numero di denunce che interessano pressoché tutti i tribunali italiani, senza trovare risposta e soluzione da parte degli organi giurisdizionali interni e sovranazionali.
Gli immobili per lo più pignorati dalle banche continuano a venire svenduti a valori infimi a società vicine o soggetti privati legati a doppio filo agli interessi degli stessi istituti di credito e alle loro clientele politico-affaristiche dedite alla speculazione e allo strozzinaggio, come insegna il caso eclatante dell’associziazione a delinquere denominata Monte dei Paschi di Siena, anello di congiunzione tra il malaffare berlusconiano e quello delle cooperative rosse, su cui si arenò anche “mani pulite”.
Attraverso gli sportelli MPS, come di altri Istituti bancari accreditati ad aprire agenzie all’interno dei tribunali italiani, passano, tra l’altro, senza alcun controllo, il riclicaggio e l’autoriciclaggio di ingenti capitali di illecita provenienza, con il beneplacito degli stessi magistrati che dispongono la vendita e l’assegnazione degli immobili pignorati, grazie a una legislazione costruita ad hoc che, dopo le recenti riforme, nonostante la crisi economica, ha ristretto sempre più le possibilità e gli strumenti di difesa dei cittadini esecutati, lasciati in balia delle mafie locali che controllano i tribunali, seppure spesso risultino oberati da pretese illegittime e tassi usurari.

I casi da noi raccolti e in parte pubblicati nella mappa della malagiustizia vedono tra i tribunali più corrotti Milano, Treviso, Alessandria, Brescia, Firenze, Lucca, Roma, Perugia, Napoli, Palermo, etc.
Lo stesso dicasi per quanto attiene l’ambito delle procedure fallimentari controllate da un vero e proprio racket di professionisti delle estorsioni, che con il caso del maxi-ammanco negli uffici giudiziari del Tribunale di Milano (Radio 101), da cui furono sottratti in 10 anni da una cinquantina di fallimenti, circa 35 milioni di euro, mietendo oltre 7000 vittime, misero a nudo una ultradecennale capacità di delinquere interna agli uffici istituzionali, in grado di resistere ad ogni denuncia-querela, forma di controllo ed ispezione ministeriale.

Fatti per i quali si è cercato, anche in questo caso, di farci credere che tutto sarebbe avvenuto all’insaputa dei magistrati, dei vertici del Tribunale di Milano e degli organismi di controllo preposti (CSM, Ministero di Giustizia, Procura di Brescia, Procura Nazionale Antimafia), i quali, invero, seppure edotti di tutto, dagli anni ’80, hanno sistematicamente insabbiato anche le stesse segnalazioni di magistrati onesti, come la dr.ssa Gandolfi, occultando svariate decine di migliaia di esposti a carico di avvocati, magistrati e curatori fallimentari, nei cui confronti sono rimasti del tutto inerti, giungendo, persino, a tollerare la dolosa elusione dell tassativo obbligo di registrazione delle denunce nel Registro delle notizie di reato (Art. 335 c. 1° c.p.p.).
A riguardo, basti ricordare i ben 26.000 procedimenti mai registrati e occultati in soffitta, sotto la reggenza dell’ex Procuratore di Brescia, Francesco Lisciotto, che anche dopo il ritrovamento, dietro nostra denuncia, sono rimasti inesaminati, portando al mero trasferimento-promozione del magistrato con tessera P2, salito per dirla come Monti alla Corte di Cassazione.

Analoghi insabbiamenti sono toccati alle denunce di onesti magistrati fallimentari romani, come nel caso del Dott. Paolo Adinolfi, il quale è stato addirittura fatto sparire fisicamente. (1)

Un caso di lupara bianca insabbiato dalla Procura di Perugia ad alta densità massonica, trattato anche dalla trasmissione televisiva “Chi l’ha visto”.

Secondo quanto riferito dal magistrato Giacomo De Tommaso, Adinolfi gli confidò il timore di essere seguito e spiato. La moglie di Adinolfi, Nicoletta Grimaldi, rivelò che il marito aveva acquisito prove e documenti che avrebbero potuto far affondare l’intero Tribunale di Roma. Inoltre Adinolfi pochi giorni prima della sua scomparsa aveva chiesto ed ottenuto un appuntamento con il P.M. di Milano Carlo Nocerino, davanti al quale avrebbe voluto testimoniare come persona informata sui fatti.
Le uniche indagini possibili in questo Paese sono solo quelle rivolte nei confronti di coloro che denunciano con prove alla mano i misfatti del potere, accusandoli a scopo eminentemente persuasivo e dissuasivo, come ai tempi del fascismo, di reati ideologici, quali “diffamazione, calunnia, oltraggio a magistrato in udienza, resistenza a pubblico ufficiale…”, molto spesso in relazione agli stessi scritti difensivi e alle denunce mai esaminate delle incolpevoli vittime delle mafie.

La vastità e gravità del fenomeno che non riguarda le sole zone del sud a forte concentrazione criminale ci ha portati a coniare la definizione di “mafia giudiziaria”, in quanto abbiamo rilevato trattarsi di una condizione connaturata all’esercizio stesso della giurisdizione e alle modalità di gestire le funzioni giurisdizionali, a tutela di interessi particolaristici, corporativi e lobbistici, ovvero al modo di intendere le stesse finalità del diritto, secondo una visione deviata rispetto ai principi dello stato di diritto, ad esclusivo appannaggio di partiti e gruppi affaristici trasversali, corporazioni, logge massoniche, che della giustizia e del suo capillare controllo hanno fatto strumento di indebito arricchimento e fonte di finanziamento illecito, in base ad un “codice non scritto“, secondo cui vince chi ha le giuste aderenze e si sottomette alle logiche dominante, che hanno messo in ginocchio l’intera nazione, entrando a fare parte del “giro” dei vari comitati d’affari.
Un codice criminale e preverso imposto dalla politica e dalla cultura del potere che lega larghi settori della magistratura di regime alla criminalità organizzata, dando luogo ad un fenomeno di elevatissima pericolosità e allarme sociale, che possiamo definire come “mafia giudiziaria”, il cui fine è quello di arricchirsi indebitamente, fare carriera negli apparati della burocrazia statale e attingere, consenso, protezione, scambio di favori e illeciti vantaggi, grazie ai legami con la massoneria e la criminalità organizzata.

Non crediate, dunque, di essere gli unici ad avere subito un’ingiustizia dallo svolgimento delle aste giudiziarie o da anomale procedure fallimentari. Si tratta di un sistema criminale istituzionalizzato, da nord a sud del Paese, voluto ed alimentato da banche, partiti, colletti bianchi e mafie locali che controllano il territorio.
Un malaffare legalizzato e tollerato dallo Stato-mafia, che pur cercando di mostrare il volto legale dei propri tribunali, non riesce a celare, alla prova dei fatti, il largo coinvolgimento nel racket delle aste e dei fallimenti da parte di magistrati ed infedeli funzionari.

A riguardo, basti dire che l’ex Presidente della sezione esecuzioni immobiliari del Tribunale di Milano, dr.ssa Gabriella D’Orsi, indicata nel succitato articolo del quotidiano “La Repubblica”, come una sorta di eroina, che avrebbe denunciato il controllo delle aste giudiziarie da parte della “compagnia della morte”, risultava essa stessa indagata dalla Procura di Brescia per avere favorito la vendita di un appartamento, a prezzo irrisorio, in favore della figlia, quando è notoriamente vietato dall’Ordinamento Giudiziario a magistrati e pubblici funzionari di partecipare, anche tramite terzi, alle aste giudiziarie… (ma questa è un’altra storia che potrete conoscere nelle pagine web della Mappa della malagiustizia in Italia).
Segnalateci gli abusi subiti da banche, società immobiliari, avvocati, giudici, curatori, notai delegati, cancellieri, pubblici ministeri, od anche, i casi di cui siete a conoscenza, gli daremo voce, pubblicandoli in tempo reale nella mappa della malagiustizia in Italia.
E’ l’unico modo per spezzare il silenzio e impedire ai poteri forti di nascondere la verità.

Hanno venduto la Vostra casa ad un prezzo irrisorio?
Hanno venduto all’asta il Vostro immobile senza avvertirvi?
Vi hanno fatto fallire ingiustamente?
I Vostri ricorsi non sono serviti a nulla o il Vostro difensore vi ha abbandonato e nessuno vuole più prendere la Vostra difesa?
Vi hanno impedito di esaminare il fascicolo o sono spariti gli atti? Hanno archiviato senza indagini e senza farvi sapere nulla?
Se volete avere assistenza prima di tutto associatevi e scrivete ad Avvocati Senza Frontiere, cercheremo di aiutarvi nei limiti delle possibilità. A causa dell’elevato numero di richieste non siamo in grado di dare informazioni telefoniche e per regolamento possiamo rispondere solo agli utenti registrati e in regola con i versamenti delle quote che ci hanno inviato la necessaria documentazione di supporto.

(1) (uscito di casa e scomparso il 2 luglio 1994, cfr. http://www.duralexsedlex.it/index.php?zone=19&sottosezione=107&spag=&id=342, NdR)

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PERCHE’ IN ITALIA UN SUICIDIO “NON FA LA RIVOLUZIONE”?

DI ENRICO GALOPPINI
europeanphoenix.it

Sono due-tre giorni che mi chiedo quale differenza passi tra un tunisino, venditore ambulante, che si dà fuoco per protesta davanti alle autorità locali che gli hanno confiscato la merce, e un italiano, di professione fioraio, che s’immola allo stesso modo negli uffici del suo Comune lanciandosi poi dal balcone per dimostrare la sua disperazione a chi non vuol concedergli la concessione per l’uso dello spazio prospiciente il negozio.

Evidentemente non c’è alcuna differenza: sono entrambe storie di persone esasperate che per un motivo o per l’altro non vedono più una via d’uscita per la loro situazione.

Nella foto: i funerali del fioraio suicida di Ercolano

Ma in un caso, quello tunisino, è “scoppiata la rivoluzione”, e tutto il mondo ha saputo dell’immolazione del giovane Bou Azizi. Nell’altro, quello italiano, a malapena ci si ricorda, passata la “notizia di cronaca”, della fine orrenda del povero Antonio Formicola. Al massimo si organizza una raccolta di firme per cacciare il sindaco di Ercolano e il capo dei Vigili Urbani.

Eppure, in Italia, a giudicare dal progressivo deterioramento delle condizioni economiche e sociali, gli estremi per uno scatto d’ira collettiva ci sarebbero tutte.

Molte attività commerciali a conduzione familiare faticano a restare aperte e un tot di piccole imprese chiudono baracca e burattini, strette nella morsa dello Stato che le considera covi di “furbetti del quartierino” e dei centri commerciali che proliferano come cellule tumorali attorno a cellule sane (dietro un negozio c’è una famiglia, ma nei “mall” tutti sono dipendenti di qualche anonimo consiglio d’amministrazione). Lavoro dipendente non ce n’è quasi più, e manco basta inventarselo, alla faccia delle magnifiche sorti e progressive che avrebbe atteso il berlusconiano “popolo delle partite Iva”. Se vuoi fare il contadino o l’allevatore e cavare anche una resa in soldoni devi stare entro gli assurdi parametri dell’euroburocrazia che stabilisce “quote” e “norme” senza alcun criterio apparentemente logico, mentre dal cielo aerei senza pilota e senza contrassegno bombardano a più non posso con sostanze le più nocive i campi che dovrebbero darci da mangiare del cibo sano. I concorsi pubblici ormai si fanno ogni morte di papa (e tra l’altro ora i papi si dimettono!) e chi riesce ad andare in pensione non viene sostituito, o almeno non si dà a chi va a rimpiazzarlo un “posto di lavoro” di pari dignità: non a caso il ritornello dell’attuale “governo dell’ammucchiata” è quello del “lavoro per i giovani”, naturalmente a condizioni capestro e indegne d’un uomo libero.

Se poi si aggiunge che deve usare una moneta non sua (causa, tra le altre delizie, del famoso “debito pubblico”) e deve sopportare la presenza d’una pluridecennale occupazione militare, nonché politica, economica e culturale da parte degli Stati Uniti, che cosa resta dunque da fare al bistrattato popolo italiano?

Forse, nelle intenzioni di chi viene oculatamente ed alternativamente piazzato a fargli sistematicamente la guerra (v. “governare”), dovrebbe passare le giornate nelle sale per scommesse che lo Stato stesso incoraggia immoralmente, o proporsi come corriere della droga per qualche “cartello” ben ammanicato con l’Oltreoceano. O magari mettersi al servizio di qualche associazione a delinquere, di cui certo l’Italia non difetta, oppure prostituirsi e basta, uomini e donne non fa differenza, fintanto che la cosa non provocherà un conato di vomito quando capiterà di riguardarsi allo specchio.

Insomma, le occupazioni “alternative” e le maniere per tirare a campare non mancano, né quello italiano è un popolo al quale manca il proverbiale ingegno!

Questo è, in sostanza, il messaggio che passa dai “palazzi della politica”.

Ma perché, dicevamo, in Tunisia “il popolo” s’è rivoltato, mentre in Italia, sebbene i suicidi qui siano addirittura in quantità superiore, tutto resta a bocce ferme?

Premesso che il mito della “rivoluzione” ha fatto il suo tempo (per cui non è tanto interessante che “scoppi un casino” e che “tutto cambi affinché nulla cambi” quanto constatare almeno la capacità reattiva d’un popolo vessato), proviamo a capire perché gli italiani non si ribellano e non accennano a farlo, ma anzi ingoiano il rospo lasciandosi andare a gesti autolesionistici ed irreparabili, oppure, in numero crescente, chiudendo definitivamente con l’Italia (v. emigrazione e “fuga dei cervelli”) e la sua atavica condizione apparecchiata per creare solo difficoltà a chi ha voglia di fare e, fondamentalmente, di vivere tranquillo senza assilli e patemi.

Il primo dato da considerare è che dietro una “rivoluzione” c’è sempre un’organizzazione. La “presa della Bastiglia” col popolo urlante ed i forconi in mano è più che altro una presa… per il culo che ancora propinano agli studenti delle scuole. La cosiddetta “Primavera araba” è stata preparata per anni con tutto un lavorio di personale addestrato dalle varie “organizzazioni non governative”, che a sua volta ha individuato gli elementi locali adatti a guidare la protesta e, soprattutto, a diffondere stati d’animo atti a facilitare il “cambiamento” e far scivolare così il paese di turno nell’orbita americana. I soldi, come in tutte le situazioni simili, non sono mancati, né la copertura mediatica in favore di “dissidenti” (se ne trovano sempre) e di giovani di belle speranze (di far soldi e carriera con lo Zio).

Qua, invece, dove siamo già straoccupati dall’America fino al midollo, non c’è alcun interesse a dare un seguito “rivoluzionario” a questi frequenti gesti estremi di disperazione. Pertanto finché una grande potenza (Russia o Cina) non si metterà in testa di utilizzare gli stessi sistemi delle “rivoluzioni colorate” targate Occidente (infiltrazione, sostegno, copertura mediatica eccetera), hai voglia te a suicidarti: possiamo anche ammazzarci tutti, in diretta televisiva, e non accadrà nulla.

Gli italiani, è vero, un segno di disaffezione e di larvata protesta verso l’andazzo lo stanno mostrando, sia disertando le urne, sia premiando il Movimento Cinque Stelle, che al di là di ogni altra considerazione è senz’altro una discreta novità e, almeno a parole (quanto ai fatti è ancora presto per giudicare), sembra voler cavalcare alcuni temi di cruciale importanza, quali la sovranità monetaria e militare della nostra nazione. Certo è che questo movimento, se vuole davvero incidere, deve smetterla di perdere tempo con quisquilie e quali la restituzione dei rimborsi elettorali o delle “diarie” e puntare diritto, martellando dalla mattina alla sera, sulle suddette due istanze sovraniste, andando davvero al di là della destra e della sinistra perché la sovranità nazionale non ha colore politico.

Ma gli italiani, compresi i nuovi esponenti del movimento guidato da Beppe Grillo, hanno la stoffa e il coraggio per condurre una simile battaglia all’arma bianca? Oppure preferiscono cincischiare e polarizzarsi insulsamente, agiti come delle marionette, sui temi che il circo mediatico gli dà di continuo in pasto per distrarli e dividerli a tempo indeterminato?

Sì, gli italiani sono troppo faziosi e non individuano la radice del problema che affligge la vita di molti di loro. Ovviamente non sto parlando ad un livello “filosofico”, quello della fatidica “domanda essenziale” (ché quella resta la medesima per il miliardario e il barbone), ma di quelle condizioni socio-economiche e, prima ancora, politiche, che rendono l’esistenza d’una nazione fiera perché libera, e dignitosa perché non dipende dagli schiribizzi dello “spread”.

La radice di questa faziosità risale probabilmente a secoli addietro, ma certo è che l’epilogo del Fascismo e la stagione degli “anni di piombo” ci hanno messo del suo, col Badrone anglo-americano-sionista a pompare dosi da cavallo di odio tra italiani. Ecco perché una sana pacificazione nazionale non può che passare per il superamento dell’antifascismo in assenza di Fascismo, per dirla con le parole di Costanzo Preve. Ma va da sé che tale esito non può che prevedere, preliminarmente, la fine della sudditanza e del servaggio verso i nostri sfruttatori ed occupanti, con defenestrazione dei loro lacchè, e successiva bonifica mentale dopo decenni d’inquinamento esistenziale, perché quando è stato libero e sovrano il popolo italiano ha dimostrato di non essere secondo a nessuno, e nemmeno più diviso, anche se i documentari della Bbc, riversati a fiumi nelle nostre case col digitale terrestre, possono ingannare un pubblico di disinformati sull’inarrivabile “genialità” anglo-sassone e l’elevatezza del relativo ed inimitabile “stile”.

Col che si capisce che l’importante nella vita è vendersi bene, e con gli strumenti adeguati. E che la divisione e la discordia sono la mala pianta che origina dal seme dell’occupazione straniera.

In Italia poi, oltre ai suicidi causati dalla “crisi”, è in corso più d’una vibrante e reiterata protesta che coinvolge molti cittadini, come quella contro il Tav Torino-Lione, che prescindendo da ogni considerazione di carattere politico e/o geopolitico, presenta modalità analoghe a quella di questi giorni in Turchia, dove le iniziali rivendicazioni di tipo ambientalistico s’allargano fino alla messa in discussione della legittimità stessa dell’operato del governo (se non proprio della sua esistenza).

Sembra infatti che la minaccia di tagliare degli alberi di un parco per far posto ad un progetto urbanistico abbia prodotto il subbuglio di questi giorni nel Paese della mezzaluna. Per carità, la cosa in sé può risultare odiosa e non condivisibile, ma con tutta evidenza c’è dell’altro per mettersi a protestare in pianta stabile da giorni e con quella determinazione. Mi chiedo quindi se non ci sarà anche chi sta sostenendo i rivoltosi perché ha un qualche interesse a modificare il corso della politica turca. Ogni governo straniero s’è in effetti messo a dire la sua e ad intimare a Erdogan cosa deve o non deve fare. Oppure vogliamo credere (come in Tunisia, Egitto eccetera) che sia tutto spontaneo?

E che ci stiano simpatici o meno i “No-Tav”, in Val Susa le botte son volate per davvero e diversi attivisti sono stati fatti oggetto d’intimidazione e repressione. Né sono mancate sonore manganellate sul groppone di chi qualche mese fa manifestava nelle piazze di alcune capitali europee. Eppure tutto va avanti come se nulla fosse, mentre se le stesse briscole le tira la polizia turca mezzo mondo vien fatto “indignare” a mezzo stampa. Forse qualcuno aveva gridato allo scandalo e alla repressione redarguendo i vari governi greco, spagnolo ecc. per uno “spropositato uso della forza”? No, perché nel contesto europeo non deve avvenire in alcun modo un cambiamento politico, anzi, devono rafforzarsi la presa della Nato e la dittatura dei signori del denaro.

Russia o Cina hanno protestato per i “diritti umani” violati? Non mi risulta. D’altra parte, se in giro per il mondo il “modello americano” trova diversi appassionati, tra cui giovani sprovveduti che non sanno cosa li aspetta e qualche volpone che ha fiutato l’affare, va ammesso che dalle nostre parti non vi sono schiere di entusiasti ammiratori di potenze in grado di competere con quella americana, anche e proprio a causa del grave ritardo, in giro per il mondo, nella comprensione della devastante incisività del cosiddetto “soft power”, ovvero tutto quell’apparato di condizionamento attivato attraverso una “cultura” ed una “informazione” in grado di catturare simpatie e consenso.

In un quadro del genere, diventa perciò assai difficile per dei sinceri patrioti disposti a giocare ‘di sponda’ conseguire l’obiettivo della liberazione nazionale.

Ma un fatto è certo. Come una rondine non fa primavera, un suicidio non fa la rivoluzione, specialmente se non si ha coscienza di qual è la radice del problema (l’assenza di sovranità) e la causa di un disagio sociale ed economico che si traduce in drammi come quello del suicidio di chi non riesce più a sopportare una situazione resa insostenibile.

Enrico Galoppini
Fonte: http://europeanphoenix.it
Link: http://europeanphoenix.it/component/content/article/3-societa/636-perche-in-italia-un-suicidio-non-fa-la-rivoluzione
14.06.2013

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La cosa viene da lontano . La Rivoluzione Francese ha trasformato il suddito ,non in cittadino, ma in contribuente sociale . Se io, disoccupato, eredito una casa dai miei genitori debbo alla fine regalarla allo Sato visto che non riseco a contribuire al suo mantenimento . E’ una ricchezza ,va tassata e il ricavato va dato ai poveri ….. in pratica quello che avviene nei paesi scandinavi dove è fatto tutto per bene e onestamente . Cioè dove il comunismo è una realtà e non una ideologia di quattro pazzi dei centri sociali . Senonchè il problema è solo morale , poi viene tutto il resto , ma all ‘inizio è solo un problema morale . La giustizia è una cosa superiore ad ogni opera di carità . Noi fino adesso abbiamo preteso la carità dallo stato, una carità senza giustizia . Nei paesi scandinavi dove il comunismo funziona bene , ora si accorgono che non c’è più la famiglia ,non c’è più un motivo per vivere …. per fortuna gli immigrati sono la nuova linfa di una civiltà degenerata e corrotta idelogicamente.

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Veramente bella questa analisi. La pacificazione del nostro popolo non potrà mai aver luogo, se lo stesso non si renderà conto dei reali problemi che lo deprimono. Il Movimento 5 stelle e la sua feticistica opera, troppo legata all’immagine di Grillo, invece che ai suoi protagonisti che siedono nelle sedi istituzionali, ne sono chiara immagine. Un popolo per essere capace di ribellarsi deve essere libero e indipendente nel suo pensiero. La sovranità, come giustamente citata nell’articolo è propria di ognuno, mentre in Italia è soltanto ad appannaggio di alcuni, come per lo stesso Grillo che ha finito per far scivolare in bufera, il suo lungo lavoro, sfociato in dictat e insulti verso le voci critiche nel movimento. http://www.lolandesevolante.net/blog/2013/06/grillo-vs-gambaro-e-la-democrazia-dellinsulto/

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La risposta a mio avviso la sta dando quello che accade all’interno del M5S. Grillo checcè se ne dica (di bene e di male..) era riuscito a “smuovere” sia gli animi che .. il culo dalla sedia per andare a votare.

Poi quelli che sono stati votati hanno cominciato a parlare di “democrazia” o meglio carenza di democrazia per arrivare a dare del fascista a Beppe per i suoi metodi diciamo “diretti” con i quali esercita il suo indubbio ruolo di leader non solo carismatico, ma anche effettivo.

Forse non si è capito appieno che quella di Beppe è una rivoluzione, e le rivoluzioni democratiche io nella storia non le ho mai viste. Quindi anche se attualmente i “rivoluzionari” sono riusciti ad entrare nel Palazzo, e siedono nelle “camere” che non sono propriamente dei direttivi rivoluzionari, però giusti o sbagliati che siano gli “ordini” del capo questi sono “funzionali” ad ottenere dei ben precisi risultati e quindi è sbagliato per definizione “invocare” la democrazia, quando l’assetto è rivoluzionario.

Perdere questo treno – con tutti i sui difetti e “pericoli” di derive eccessivamente antidemocrartiche – di modificare le cose con sistemi sicuramente migliori di forconi e bastoni, è comunque aver perso un’occasione per tanti di noi – che come si vede sono emigrati nella maggioranza dei non votanti – che inizialmente avevano dato il consenso a Beppe..

Almeno io la vedi così

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Noto che spesso chi é scettico riguardo il movimento 5 stelle, ci fa sempre poi un affidamento, anche se passivamente. Come a dire: “per ora meglio non vi é. affidiamoci a questi tizi nuovi e vediamo come va. Tanto non vi é nessuno di migliore. Tanto non ci perdiamo nulla”.

In realtá ci perdiamo eccome! perché credo che la vera funzione del movimento 5 stello é proprio quella di farci stare buoni, di farci restare fedele alle istituzioni di un systema politico che sta venendo a pezzi. Questo sistema, come ogni sistema politico, si basa sulla fiducia che ha la gente. La fiducia che arrivi il partito giusto che metta apposto le cose. Quindi finche la gente nutre questa speranza, si fará il gioco del potere. Il movimento 5 stelle é stato creato per farci credere che il sistema liberal-democratico é ancora valido e che basta solo riformarlo un pochino.

Il potere crolla quando la gente smette di crederci.

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Vorrei tentare di dare qualche risposta alla domanda presente nel titolo.
Ma la risposta sta comunque nella storia. Il popolo italiano è un popolo che non ha memoria, perchè la storia è stata continuamente falsificata dal potere.
Mai ci hanno detto la verità sull’unificazione italiana, il cosiddetto “Risorgimento”. Mai ci hanno detto la verità sul Fascismo. Nè tanto meno ci hanno spiegato la “Liberazione”, quella strana liberazione per cui quelli che ci hanno sconfitto in guerra restano qui a dettare legge.

Ma solo chi sa da dove viene sa cosa è, e da qui può decidere dove vuole andare. Solo chi conosce il proprio passato può essere padrone del proprio futuro.

Ma vorrei andare più indietro. L’Italia ha introiettato millenni di potere centrale forte, il potere dell’antica Roma. Il potere che inventò la damnatio memoriae. E sotto un potere forte il suddito poteva solo tacere ed ubbidire.
Il potere centrale transitò in quello della Chiesa, quando Costantino inventò la religione di Stato, stringendo ancor di più le catene dei sudditi. “Mutismo e rassegnazione” bisognava avere in questa valle di lacrime.

E nel frattempo il potere veniva introiettato dalle masse, come qualcosa di ostile. E il suddito imparava a farsi gli affari propri senza disturbare il potere. Da qui nasceva il cosiddetto “familismo amorale” degli italiani. No, non era amorale, era anzi l’unica morale ragionevole lì dove il potere era amorale.

E allora dovremmo riprenderci la nostra storia e la nostra identità e mandar via tutti questi buffoni che pretendono di comandare, senza aver competenze, né morale.

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Verrà la morte, con gli occhi di Fornero

99-195466-000021Segnalazione del Centro Studi Federici

Sulle prime pagine dei quotidiani si discetta delle battute contro l’afroministro. Ma spariscono le notizie sui continui suicidi per disperazione economica. Il centinaio di morti è stato ampiamente superato, ma non se ne parla. Poche righe nelle cronache locali. Censura e ancora censura. Perché, a parlarne, verrebbero fuori le responsabilità del governo Monti e del suo ministro del Lavoro e, soprattutto, della Disoccupazione. Elsa Fornero. Ma, nonostante la censura dei quotidiani, se ne può scrivere. Magari in un libro, un ebook come “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. Storia semiseria della Signora degli esodati”, pubblicato dal Borghese nella nuova collana degli Apoti e recuperabile su Amazon. Quella che segue è la prefazione di Andrea Marcigliano.
Dicono che Torino, dietro l’apparenza algida e cortese, sia una città di misteri. Misteri esoterici, perché costituirebbe uno dei vertici del leggendario «Triangolo Nero» della magia, e lì si favoleggia risieda, o risiedesse in passato addirittura una sorta di Vescovo di Satana; ma anche misteri politici ed economici, città di salotti umbratili e ovattati dove dominano consorterie finanziarie che, di fatto, hanno sempre esercitato un ruolo fondamentale, ancorché poco palese, nelle vicende dell’Italia. Circoli chiusi, autoreferenziali, poco conosciuti al grande pubblico che, per lo più, identifica la città della Mole con la FIAT, la Casa Agnelli, la Juventus. Tuttavia ambienti influenti, che hanno segnato il bello ed il cattivo tempo della storia economica e politica italiana, per lo più, però, restando sempre nell’ombra, che ha loro garantito di poter agire indisturbati e, soprattutto, senza pagare gli scotti, sovente pesanti, che la luce della ribalta ha chiesto ad altri, meno influenti e meno fortunati, prota-gonisti della scena politico-economica. Di rado, questa Torino riservata e silenziosa è uscita allo scoperto, assumendosi direttamente, con persone «sue», l’onore e l’onere della gestione diretta del potere, preferendo sempre far ricorso ad altri modi, agendo dietro le quinte, come i burattinai nel teatro dei pupi. Eccezione, notevole, è stata quella rappresentata dal Governo Monti, nel quale, oltre al Presidente del Consiglio – lombardo di origine, certo, ma torinese di formazione ed elezione – erano presenti altri personaggi di provenienza piemontese, legati a certi ambienti, adusi a muoversi più fra le ville della collina torinese, che fra i palazzi dei Sette Colli romani. In particolare Elsa Fornero, «Nostra Signora degli Esodati» come l’appella Augusto Grandi in quest’agile biografia critica. O meglio in questo pamphlet che ne segue e disegna vita e carriera, amicizie e rapporti di sodalità, protezioni e legami al di là, molto al di là, di una certa vulgata agiografica che ne ha accompagnato la, resistibile, ascesa e contrappuntato il percorso al governo. Percorso breve, certo, tuttavia pesantemente incidente, nel presente ed ancor più nella prospettiva futura, sul corpo vivo della società italiana.
Sulle vite, sulla carne ed il sangue di tutti, o quasi, noi italiani.
Chi è il Ministro Fornero, chi era, da dove proviene, da dove traeva e trae protezioni e a chi ha risposto con la sua azione di governo. Tutto questo ci racconta Augusto Grandi, giornalista economico e torinese schietto, poco incline a concedere qualcosa al bon ton ed al politicamente corretto tanto in voga in questi mesi. Anzi, da sempre portato a cercare, dietro le parvenze, verità scomode. Non una biografia della Fornero soltanto, però, bensì un tassello del complesso mosaico del «potere occulto» di certi ambienti, si può dire così, tecnico finanziari torinesi connessi, strettamente, con ben più ampi – ed ancor più riservati ed oscuri – potentati interna-zionali. Un altro tassello di un mosaico che Grandi va, da tempo, ricostruendo con acribia e puntiglio, da giornalista (e scrittore) di razza. Razza d’altri tempi, però, quella che faceva giornalismo d’indagine senza guardare in faccia a nessuno, e della quale, purtroppo, oggi sembra essersi perduto lo stampo. Per altro, con questo «viaggio intorno alla Fornero», integra e completa un’altra recente fatica, la biografia non autorizzata di Mario Monti, Il Grigiocrate, una ribalderia nella quale ho avuto la fortuna, con Daniele Lazzeri, di essere compare di Augusto Grandi. Ed anche per tale,
personalissima, ragione, sono particolarmente felice di inaugurare proprio con questo lepido libello di Augusto, una nuova collana che, non a caso, prende il nome di «Biblioteca degli Apoti». Rievocazione di quel «Manifesto degli Apoti» che Giuseppe Prezzolini vagheggiò, a suo tempo, di lanciar come sasso in mezzo agli opposti manifesti del fascismo e dell’antifascismo. Gli Apoti, prezzolinianamente, sono coloro che «non se la bevono». Una razza d’uomini, di Italiani della quale, in questo momento, c’è un gran bisogno di ritrovare le tracce.