L’IMPERIALISMO TRANSGENICO DI GEROGE SOROS E BILL GATES

DI COMIDAD

L’assegnazione del premio Tiziano Terzani al finanziere George Soros possiede una sua intrinseca logica, dato che l’attività giornalistica di Terzani ha rappresentato un fattore di notevole confusione negli anni ’70 e ’80. Può essere indicativo ricordare come Terzani dichiarasse, con la massima disinvoltura, il modo in cui si era costruito un’intera teoria circa i presunti moventi utopistici dei massacri commessi dal regime di Pol Pot in Cambogia; una teoria poi affermatasi come luogo comune inattaccabile. Terzani avrebbe ottenuto questo risultato sulla base di una singola frase all’interno di una breve intervista rilasciatagli dal ministro degli Esteri del governo cambogiano dell’epoca.

In realtà è cosa sin troppo comune confondere le acque sparando frasi ad effetto e slogan idealistici per nascondere motivazioni opportunistiche, meschine o addirittura abiette. Ne sa qualcosa proprio il “filantropo” Soros, il quale ha contribuito anche lui a creare confusione scrivendo un libro sulla crisi, con una particolare attenzione alla questione europea. Soros ha palesato nel libro le sue superiori doti intellettuali, esibendosi in intuizioni fulminanti e originali, come quella secondo cui il progetto monetario dell’euro presentava contraddizioni sin dall’inizio. Certo, chi ci avrebbe mai pensato.
Ma l’ingegnosità di Soros è andata ben oltre. A chi gli contestava le sue responsabilità nell’attacco speculativo alla lira nel 1992, Soros ha risposto che: «La crisi non è degli speculatori, ma sono le norme dei governi a rendere possibili gli speculatori come messaggeri di cattive notizie». Quindi la speculazione finanziaria potrebbe rientrare tra i lavori socialmente utili.

Su “Il Fatto Quotidiano” del 13 maggio, in soccorso delle tesi di Soros è arrivato addirittura l’economista di “opposizione” Alberto Bagnai, a ribadire le esclusive responsabilità della politica nella sopravvalutazione della lira che rese possibile la speculazione del ’92. La sortita di Bagnai appare però eccessivamente ingenua e imprudente nel momento in cui, nell’attuale governo italiano, si riscontra la presenza di una lobbista dello stesso Soros, cioè la ministra degli Esteri Emma Bonino.

Soros però non si è mai accontentato di agire soltanto attraverso il lobbying, ed ha assunto spesso un ruolo politico diretto. Non c’è neppure bisogno di ipotesi di complotto, dato che le operazioni politiche di Soros sono del tutto manifeste, persino ostentate. Nel 1997 Soros, con la sua Open Society Foundation, era in prima linea nella destabilizzazione della Serbia. Le fondazioni private costituiscono uno strumento di penetrazione imperialistica di tipo nuovo e sofisticato, in grado di distruggere le società attraverso il colonialismo di una pseudo-beneficenza che è, in realtà, un veicolo di corruzione e di affarismo. L’impegno di Soros per portare la “democrazia” in Serbia, fu propagandato con entusiastici toni celebrativi in un articolo de “La Repubblica” dell’epoca, dal titolo esplosivo: “I miliardi di Soros sostengono la rivolta”.

L’anno dopo Soros, insieme con la Bonino, era a Dakar per sostenere la fondazione della Corte penale per i crimini di guerra, che avrebbe avuto poi sede all’Aja, in modo da creare nella pubblica opinione un’opportuna confusione con l’altro Tribunale, quello dell’ONU, situato nella stessa città. Quindi Soros, mentre destabilizzava, la Serbia, già si preoccupava di istituire il tribunale con cui avrebbe fatto processare e condannare i leader serbi da lui abbattuti. Un uomo previdente.

Questa corte penale è uno strumento della NATO, ma a scanso di pericoli, il Paese che commette più crimini di guerra, cioè gli USA, non la riconoscono, in modo da non rischiare di essere continuamente denunciato presso di essa. Nelle sedi NATO Soros è regolarmente accolto con gli onori di un capo di Stato, anzi, molto meglio di tanti capi di Stato. Soros può permettersi di andare alla NATO a discutere e pianificare sulle sorti non solo dell’Europa dell’Est, ma del mondo intero, dato che la sua fondazione agisce e mesta dappertutto, anche se con gradi diversi di influenza. Non vi è nulla di segreto a riguardo, poichè è lo stesso sito della NATO ad informarci dettagliatamente sul ruolo atlantico di Soros, definito il “benefattore”.

Durante la manifestazione di Dakar del ’98 pro Corte penale internazionale, Emma Bonino fece appello anche al miliardario Bill Gates per ottenere il suo appoggio nell’iniziativa. Le cronache successive non permettono di stabilire con certezza se questo appoggio vi sia stato, però vi è certamente un campo in cui la collaborazione fra Soros, Gates e la Bonino va a pienissimo regime, e cioè gli OGM. Se la Bonino è una semplice lobbista (almeno per ciò che ne sappiamo), Soros e Gates sono invece fra i principali azionisti della Monsanto, la più tentacolare e aggressiva delle multinazionali del transgenico. La Bill & Melinda Gates Foundation – la più grande fondazione privata del mondo – non è soltanto l’istituzione che maggiormente spinge per l’adozione del geneticamente modificato in agricoltura, ma si è fatta notare anche per i suoi massicci acquisti di azioni Monsanto. I legami finanziari tra Gates e la Monsanto hanno messo in evidenza un clamoroso conflitto di interessi, segnalato anche dal quotidiano britannico “The Guardian”.

Neppure i continui acquisti di azioni Monsanto da parte di Soros costituiscono un mistero, anzi, le notizie si possono trovare tranquillamente nei notiziari finanziari. Le due principali fondazioni private del mondo agiscono quindi come una falange compatta, non solo dal punto di vista politico, ma anche da quello finanziario.

Con il passare del tempo, il prestigio scientifico e tecnologico degli OGM tende sempre più a decadere, mentre si rivela il loro carattere meramente truffaldino. Infatti gli OGM spesso non rappresentano vere innovazioni tecnologiche, ma solo espedienti per realizzare dei brevetti che permettano di monopolizzare determinate sementi. Ovviamente tutto questo non potrebbe avvenire senza la complicità e la corruzione delle autorità preposte al controllo dell’agricoltura. In Europa il lobbying OGM è in piena attività, e l’aver inserito la Bonino nel governo italiano è certamente un punto a suo favore. Viste le protezioni internazionali di cui beneficia la Bonino, non ci sarebbe da sorprendersi se di qui a poco ce la ritrovassimo davvero alla Presidenza della Repubblica.
A sostegno della reputazione di progressista di Soros, molti ricordano il suo impegno per la legalizzazione della marijuana. Soros è effettivamente il maggior finanziatore delle associazioni impegnate a chiedere la legalizzazione della cannabis.

Questo interesse di Soros per la legalizzazione della marijuana potrebbe però essere spiegato considerando il business che costituirebbe il monopolio di una cannabis geneticamente modificata, e quindi brevettata. In base alle informazioni fornite dagli inquirenti, questo tipo di cannabis già esiste. Lo scorso anno il quotidiano “Il Sole – 24 ore” dava la notizia di un mega-sequestro di marijuana OGM proveniente dall’Albania.

Del tutto casualmente, l’Albania è sotto la tutela della “Open Society Foundation” di Soros, che si adopera anche per far ammettere questo Paese nell’Unione Europea.

Fonte: http://www.comidad.org
Link: http://www.comidad.org/dblog/articolo.asp?articolo=549
23.05.2013

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Disordine Globale: Solve ed Coagula

Batto-Femen…

Segnalazione di Maurizio-G. Ruggiero

Riconosciute alcune Femen come escort. Emerge da un reportage francese

Qualche tFemenempo fa è uscita sul sito “Egalité & Reconciliation” una ricerca sulle Femen. La stessa nudità delle attiviste ucraine potrebbe essere la loro migliore carta d’identità. Molte di loro, infatti, presentano tatuaggi molto particolari, estesi, univoci. Facilmente riconoscibili.
Il giornalista francese ha accostato alcuni di questi con le foto di siti di escort e ha trovato collegamenti inequivocabili. Le foto e il reportage sono presenti sul sito di cui riportiamo il link qui sotto.
La credibilità delle Femen è già da tempo sotto discussione. L’inchiesta “Groshi”, condotto in prima persona da una giornalista infiltratasi nell’organizzazione, aveva già svelato come avviene il reclutamento delle attiviste e soprattutto il loro mercenariato. Ognuna di loro percepisce 1000 euro al mese, mentre lo “stipendio” durante le spedizioni salirebbe fino a 1000 euro al giorno.

Link dell’articolo francese:
http://www.egaliteetreconciliation.fr/Les-FEMEN-ni-putes-ni-soumises-15096.html

Fonte: http://www.nocristianofobia.org/riconosciute-alcune-femen-come-escort-emerge-da-un-reportage-francese/

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Bonino: 500 Marines a Sigonella

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Emma Bonino, la federalista: nostro obiettivo sono gli Stati Uniti d’Europa

bonino

”Sono una federalista convinta e con me questo governo”, ”il nostro obiettivo restano gli Stati Uniti d’Europa” e un ”sistema che garantisca maggiori risultati e anche risparmi, nei settori della difesa, della ricerca, delle grandi infrastrutture e ovviamente della politica estera”.

Lo ha detto il ministo degli Esteri Emma Bonino alle Commissioni Esteri di Camera e Senato. ”Credo – ha aggiunto – che la presidenza italiana dell’Ue nel secondo semestre 2014 sara’ un’opportunita’ importante per imprimere un impulso”. ANSAMED – Fonte: http://www.imolaoggi.it/?p=50382

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Le connessioni del Dalai Lama con la CIA e i suoi finanziatori bancari. Un altro mito da sfatare… seguendo George Soros

“L’organizzazione del Dalai Lama stesso alla fine ha ammesso di aver ricevuto milioni di dollari dalla CIA durante gli anni ’60″. “Durante il XXI secolo, il Congresso degli Stati Uniti ha continuato a stanziare fondi per la comunità tibetana in esilio attraverso il National Endowment for Democracy e altri canali che suonano più rispettabili rispetto alla CIA. Inoltre il Dalai Lama ha ricevuto denaro dal finanziere George Soros.”

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Ecco chi è in realtà lo speculatore Georges Soros, arruolato dai radicali come “filantropo”

5 aprile 2013 – Dopo aver letto l’articolo, vi invitiamo a riflettere quando Emma Bonino si propone come candidata alla Presidenza della Repubblica.

21 giu – “Pannella assolda persino Soros“. I radicali comunicano notizia sul loro sito, con una certa spavalderia, come se fosse un onore e come se tutti gli italiani avessero l’anello al naso: “Marco Pannella è riuscito anche in questo, il finanziere ungherese e filantropo George Soros si è iscritto al partito.”

Ma fino a che punto Soros è filantropo, nonché finanziere? Ce lo spiega egli stesso con questa affermazione:
‹‹Sono certo che le mie attività speculative hanno avuto delle conseguenze negative. Ma questo fatto non entra nel mio pensiero. Non può. Se io mi astenessi da determinate azioni a causa di dubbi morali, allora cesserei di essere un efficace speculatore. Non ho neanche l’ombra di un rimorso perché faccio un profitto dalla speculazione sulla lira sterlina. Io non ho speculato contro la sterlina per aiutare l’Inghilterra, né l’ho fatto per danneggiarla. L’ho fatto semplicemente per far soldi››.

Quindi Soros non è affatto un finanziere, ma un sicario economico, un cinico megaspeculatore che non si fa scrupoli di danneggiare una nazione per il suo tornaconto personale. I radicali la chiamano “filantropia”, sperando che gli italiani non capiscano che chi finanzia un partito, ha sullo stesso una certa influenza…, vero Pannella?

Ma la filantropia di Soros non si ferma qui, difatti ha acquistato titoli dei debiti pubblici  europei per 2 miliardi di dollari a prezzi stracciati da una liquidazione dalla MF Global, la compagnia speculativa  fallita ad ottobre, diretta da John Corzine (un altro ex di Goldman Sachs, ed ex governaore del New Jersey). La MF Global aveva in portafoglio 6,3 miliardi di dollari in titoli degli stati più indebitati: italiani e spagnoli, ma anche portoghesi, irlandesi e belgi. Corzine speculava su tali debiti sperando di profittare, apparentemente, dalla differenza che riceveva sui bond europei e gli interessi che pagava in base agli naccordi di ricomprare.

Ora, a profittare sarà Soros: i bot, btp  e bonos comprati a prezzo di fallimento  sono a scadenza breve, si dice. Anche se non è chiaro se Soros intende tenerseli fino alla maturazione, oppure realizzare un colpo gobbo a breve. Non l’ha detto, ovviamente.

E veniamo ai fatti di casa nostra. Ce li racconta Blondet
Nel 1992 Ciampi, allora governatore di Bankitalia, dilapidò 48 miliardi di dollari in una assurda difesa della lira, che era sotto attacco da parte di Soros.

Soros aveva più mezzi: grazie all’effetto-leva e alla speculazione coi derivati, agiva come avesse 100 dollari per ogni 5 realmente impiegati. In pratica, con questa leva,Soros vendeva lire che non possedeva, contando poi di ricomprarle a svalutazione avvenuta.

Il venerato maestro Ciampi, che sapeva come stavano le cose, avrebbe dovuto rinunciare fin dall’inizio alla sua difesa, salvando i 48 miliardi di dollari. Invece la fece ad oltranza: cosa che costò ai contribuenti italiani 60 mila miliardi di lire (due o tre stangate alla Prodi) che in parte (almeno 15 mila miliardi di lire) finirono nelle tasche di Soros. E cosa ancora più grave, Ciampi prosciugò quasi totalmente le riserve in valuta di Bankitalia.

Così, quando alla fine la lira fu svalutata del 30% – come i Rothschild e le banche d’affari USA volevano, per poter comprare a prezzi stracciati le imprese dell’IRI – non c’erano più soldi per la difesa della italianità di quelle imprese. La svendita era stata accuratamente preparata da Giuliano Amato che, appena diventato capo del governo, aveva trasformato gli enti statali in società per azioni, in vista delle privatizzazioni, in modo che le oligarchie finanziarie estere potessero controllarle diventandone azioniste, e poi rilevarle per il classico boccone di pane.

La cosa fu così sporca che Ciampi (come minimo, se non da complice, si comportò da incompetente) una volta prosciugate le riserve, offrì le sue dimissioni. Gli fu detto di star tranquillo; Ciampi sarebbe stato premiato con la presidenza della repubblica.

Ci fu anche un’inchiesta. Nel ‘96 la Guardia di Finanza indagò se «influenti italiani abbiano operato illegalmente dietro banche e speculatori», ricavando un guadagno accodandosi a Soros nella speculazione contro la lira. Secondo Il Mondo del dicembre ‘96, la «lobby a favore di Soros», secondo gli inquirenti, comprendeva Prodi, Enrico Cuccia (capo di Mediobanca per la Lazard) Guido Rossi, Isidoro Albertini, Luciano Benetton, Carlo Caracciolo.

Naturalmente, le procure insabbiarono. Gli indagati erano tutti padri della patria, venerati maestri, riserve della repubblica.

Per conoscere piu’ dettagliatamente come fu svenduta l’Italia, vi rimandiamo alla lettura di  questo articolo >>

E Prodi come si comportò nei riguardi di Soros? Gli consegnò la laurea honoris causa, (anzichè un mandato di cattura) presso facolta’ di economia dell’Universita’ di Bologna, presieduta da Stefano Zamagni, stretto collaboratore dell’ ex primo ministro emiliano.

Soros si è ripetutamente giustificato per il fatto che, in gioventù, fungesse da corriere per le operazioni genocide delle Waffen SS nell’Ungheria occupata dai nazisti. Ad esempio, in un’intervista concessa a 60 Minutes, la trasmissione di Steve Kroft alla CBS, il 20 dicembre 1998, Soros spiegò che, quando era un adolescente, aiutò i nazisti a confiscare le proprietà degli ebrei mandati nei campi di sterminio, e che non si sentiva per niente in colpa nel farlo. Nella prefazione ad un libro pubblicato da suo padre, Soros aggiunge: “E’ una cosa sacrilega da dirsi, ma questi dieci mesi (dell’occupazione nazista) furono il periodo più felice della mia vita… vivevamo una vita avventurosa e ci divertivamo insieme”.

Putin ha ordinato di rilasciare un mandato di cattura Internazionale nei confronti di George Soros che è stato preso con le mani nel sacco mentre si preparava a mandare aiuti finanziari a quella che si definisce opposizione in Russia che ultimamente ha fatto scendere in piazza decine di migliaia di persone raccontando bugie e mistificazioni, imbrogli durante le elezioni, adesso il mister Soros ha poco spazio per continuare i suoi sporchi giochi con la speculazione che ha messo in ginocchio tutto il sistema finanziario mondial.

Soros è condannato all’ergastolo in Indonesia per Speculazione sulla moneta locale.
E’ condannato alla pena di Morte in Malesia per aver distrutto e speculato sulla moneta locale disastrando l’economia di questo paese.
E’ stato condannato dallo stato francese per insider trading cun una multa di 2 milioni di dollari. Il bieco individuo ricorse alla corte europea dei diritti dell’uomo, ma la condanna è stata confermata.
Soros che opera principalmente a Londra è inoltre ricercato dall’Fbi per insider trading in Usa.

Finito qui? Neanche per idea. Soros è anche il principale promotore della liberalizzazione della droga nel mondo. Ce lo spiega Movisol in questo articolo affermandoIl tritolo che ha ucciso i soldati italiani in Afghanistan è stato comprato con i soldi di Soros.

E ancora I lacché di Soros ad Harvard raccomandano la droga come rimedio al deficit di bilancio

Un altro esempio di filantropia fu il caso di Rosia Montana.
La Brigata Soros-Goldman è festosa e piena di allegria. Ha appena mandato la cartolina di Natale a uno dei popoli più poveri d’Europa. Tanti auguri di congelare al buio.
Ci ridono in faccia mentre noi piangiamo. Sono felici della nostra disperazione,” dice con amarezza Marinela Bar. “I cosiddetti ecologisti si preoccupano solo di se stessi, non della comunità locale,” ha aggiunto Calin Cioara. “Loro la gente la deridono.”

Secondo il Wall Street Journal del 25 febbraio 2010,George Soros è al centro della massiccia campagna di vendite allo scoperto da parte degli hedge fund, che si prefigge l’obiettivo di portare l’euro ad una parità 1:1 con il dollaro. Si tratta dello stesso Soros che riceve grande attenzione mediatica per aver proposto che la UE emetta eurobonds (e cioè agisca come i governi) per finanziare aiuti alla Grecia. Il Journal scrive che l’attuale attacco finanziario all’euro ha preso forza dopo un “idea dinner” che si tenne a Manhattan l’8 febbraio, al quale parteciparono rappresentanti dei massimi hedge fund, come SAC Capital Advisors LP e Soros Fund Management LLC.

In altre parole, Soros è alla testa di un vasto movimento di scommesse finanziarie miranti ad una svalutazione dell’euro del 40%, mentre allo stesso tempo chiede di rafforzare il sistema di governo sovrannazionale dello stesso euro, allo scopo di eseguire programmi di brutale austerità. Questa speculazione non è contro l’euro, ma contro le nazioni europee!

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SI FA PRESTO A DIRE BONINO

Dopo la Carfagna, la Biancofiore e la Prestigiacomo, arriva a sostegno della candidatura al Quirinale di Emma Bonino niente meno che Matteo Quero col suo circolo “Nessuno escluso” (http://www.nuovavicenza.it/2013/04/nessuno-escluso-appello-per-bonino-presidente/) (liberali rawlsiani, la mente filosofica del gruppo è il presidente di Aim, Paolo Colla). L’amicone del sindaco Variati e del diletto portavoce Bulgarini ha lanciato una petizione a favore dell’ex senatrice radicale con il solito elenco di motivazioni banali: riforme radicali, società aperta, riaffermazione dei principi costituzionali, inclusione di tutti i cittadini, innovazione, maggiore integrazione politica europea. Non è citato lo spinello libero, unico elemento umanamente simpatico dell’antipaticissima badessa laica. Strano.

Il primo a proporla come nuova presidente della Repubblica è stato Mario Monti, come lei ex commissario Ue (entrambi su nomina di Berlusconi, con cui rivaleggia in ipergarantismo amnistiatore), e già qui… Ma il torto di Emma Bonino è semplicemente di essere Emma Bonino. Si sente sempre dire: a lei e ai Radicali dobbiamo le conquiste civili degli anni ’70, nel suo caso specialmente il diritto all’aborto. Premessa: la legge 194 sull’aborto è da difendere perchè fino a prova contraria non è obbligatorio essere anti-abortisti né tanto meno cattolici. Quel che infastidisce di questa donna inquietantemente ossuta e perennemente agitata è che nella sua concezione femminista abortire diventa una pratica al tempo stesso meccanica e da totemizzare, con lei nella parte dell’assatanata predicatrice di feti morti – e, ai tempi, fatti morire dalla sua stessa mano con un vaso e una pompa da bicicletta. Abortire, invece, deve sì essere un diritto, ma resta pur sempre, e come tale va considerato, un atto doloroso, da compiere con tutti i crismi, le cautele e dopo averci pensato non una ma dieci volte. Non un gesto da crociata né una banale operazione chirurgica.

Tuttavia il rigetto per una Bonino for president, per quanto mi riguarda, ha ben altre ragioni. Squisitamente politiche. La Giovanna d’Arco radicale è da decenni, come il suo mentore Pannella, la foglia di fico del regime partitocratico contro cui tanto si scagliava, fatto salvo il posarsi di fiore in fiore da una coalizione all’altra, dal centrodestra (dal 1994 al 2006) al centrosinistra (dal 2006 a oggi), non facendo soverchie differenze fra chi combatteva prima e chi attaccava  dopo (non per niente, uno della loro nidiata è Capezzone, che quanto a coerenza te lo raccomando). C’è da riconoscerle che non conosce gli eccessi di narcisismo patologico di Pannella, il suo presenzialismo parolaio, il suo indecente vittimismo con scioperi della fame e della sete moralmente ricattatori e consapevolmente impotenti. Ma mentre lui, digiuni gandhiani a parte, è uno che mangia mezzo chilo di spaghetti a colazione e fino a qualche anno addietro conservava una gioviale fisicità, la Bonino è magra, incorruttibilmente magra, robespierrianamente bruciante le calorie nella vampa totalizzante dell’ideale.

E il suo ideale è un mondo dove i falsissimi diritti umani (http://www.peacelink.it/nobrain/a/18450.html) trionfino con le buone o con le cattive, e con essi, anche se lei non ne fa parola, il nostro omologante modo di vivere, che poi è quello mutuato da sessant’anni dagli Usa, e i nostri interessi economici, che lei finge di non vedere. A qualsiasi prezzo: nessuna guerra, nessuna intrusione è abbastanza giustificata se c’è da spazzar via regimi e tradizioni che non si adeguano all’etnocentrismo occidentale, di cui lei si pone a vestale guerriera. Così, la pacifista nel 1995 fu una guerrafondaia accanita contro la Serbia in Kosovo, e nell’Afghanistan talebano si comportò da isterica intollerante (http://www.blitzquotidiano.it/frase-del-giorno/massimo-fini-su-emma-bonino-1168842/) quale è, meritandosi l’arresto. Fra il battersi per una super corte marziale planetaria (la solita giustizia di parte, s’intende occidentale) e andare in giro per il mondo a fare la missionaria apripista di ong ficcanaso e multinazionali predatorie, la casta diva ha trovato il tempo per farsi eleggere varie volte in parlamento (sette a Roma e tre a Strasburgo, a partire dal lontano 1976), fare il ministro degli affari europei nel secondo governo Prodi, correre per la presidenza della Regione Lazio, e contemporaneamente piagnucolare perché le tv di regime non le danno abbastanza visibilità – anche se, pure qui, il maestro Marco la supera in peggio di varie spanne, in fatto di chiagni e fotti.

Va da sé che un tipo così non può che essere filo-israeliana, e su questo, come si dice, basta la parola. Pare che fra i grillini goda di una certa simpatia perché i Radicali sono stati storicamente gli unici sostenitori della democrazia diretta in Italia. Vero, ma domando: se mai un giorno un democraticissimo voto popolare dovesse mandare a quel paese la sua amata Europa tecno-finanziaria, le sue care guerre umanitarie, l’agognato liberismo all’americana (pardon, “modernizzazione sociale”, l’ipocrita nom de plume), se insomma il sistema referendario, altro indubbio ma malamente utilizzato merito della pattuglia radical, dovesse contraddire l’odiosa Emma, lei che farebbe, invocherebbe le armi di qualche illuminato paese straniero – indovinate quale – per rimettere le cose boninamente a posto? PS. Se alla presidenza della Repubblica si vuole un pacifista vero, ma soprattutto una coscienza senza doppi strati e falsità ideologiche, allora il nome circola già: Gino Strada.

Alessio Mannino
Fonte: http://www.nuovavicenza.it
Link: http://www.nuovavicenza.it/2013/04/bonino-al-quirinale-ma-non-scherziamo/
6.04.2013

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Bonino Capo delo Stato? Una cosa sconsiderata

Ecco la sua “brillante” carriera” nella politica:
Nata 65 anni fa, la Bonino è stata parlamentare in Italia sette volte e in Europa tre volte, a partire dal lontano 1976. Da sempre radicale, si è poi candidata nel ’94 con Forza Italia fondata da Berlusconi, Dell’Utri, Previti & C., e col centrodestra berlusconiano è rimasta alleata, fra alti e bassi, fino alla rottura del 2006, quando è passata al centrosinistra. Ha ricoperto le più svariate cariche: deputata, senatrice, europarlamentare, commissario europeo, vicepresidente del Senato, ministro per gli Affari europei nel governo Prodi. Ed è stata candidata a quasi tutto: presidente della Repubblica, presidente del Consiglio, presidente delle Camere, ministro degli Esteri e della Difesa, presidente della Regione Piemonte e della Regione Lazio, alto commissario Onu ai rifugiati, rappresentante Onu in Iraq, addirittura a leader del centrodestra (da Pannella, nel 2000).

Nel ’94, quando si candidò per la prima volta con B., partecipò con lui e la Parenti a un comizio a Palermo contro le indagini su mafia e politica. Poi, appena eletta, fu indicata dal Cavaliere assieme a Monti come commissario europeo. Il che non le impedì di seguitare l’attività politica in Italia, nelle varie reincarnazioni dei radicali: Lista Sgarbi-Pannella, Riformatori, Lista Pannella, Lista Bonino. Nel ’99 B. la sponsorizzò per il Quirinale, anche se poi confluì su Ciampi. Ancora nel 2005, alla vigilia della rottura, la Bonino dichiarava di “apprezzare ciò che Berlusconi sta facendo come premier” (una legge ad personam dopo l’altra, dalla Gasparri alla Frattini, dal lodo Schifani al falso in bilancio, dalla Cirami alle rogatorie alla Cirielli) e cercava disperatamente un accordo con lui. Sfumato il quale, scoprì all’improvviso i vizi del Cavaliere e le virtù di quelli che fino al giorno prima lei chiamava “komunisti” e “cattocomunisti”.

Molte delle sue battaglie, referendarie e non, coincidono col programma berlusconiano: dalla deregulation del mercato del lavoro (con tanti saluti allo Statuto dei lavoratori, articolo 18 in primis) alla campagna contro le trattenute sindacali in busta paga. Per non parlare del via libera alle guerre camuffate da “missioni di pace” in ex Jugoslavia, Afghanistan e Irak. E soprattutto della giustizia: separazione delle carriere fra giudici e pm, amnistia, abolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale, responsabilità civile delle toghe e no all’autorizzazione all’arresto per parlamentari accusati di gravi reati: perfino Cosentino, imputato per camorra.

Alle meritorie campagne contro il finanziamento pubblico dei partiti, fa da contrappunto la contraddizione dei soldi pubblici sempre chiesti e incassati per Radio Radicale. Nel 2010 poi, la Bonino fece da sponda all’editto di B.contro Annozero: il voto radicale in Vigilanza fu decisivo per chiudere i talk e abolire l’informazione tv prima delle amministrative.
Tratto da: http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/07/si-fa-presto-a-dire-bonino/554172/
Link: http://galileo2009.altervista.org/2013/04/bonino-capo-delo-stato-una-cosa-sconsiderata.html

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Soros lancia l’allarme: lo yen rischia crollo incontrollabile

Soros lancia l’allarme: lo yen rischia crollo incontrollabile

05 aprile 2013

Il Giappone sta facendo un gioco «piuttosto pericoloso». A dirlo non è un semplice analista ma il finanziere George Soros, lo stesso che nel 1992 fece cadere in un uno solo giorno la sterlina attraverso una speculazione al ribasso (con vendite allo scoperto per 10mila miliardi di dollari). Manovra che spinse la Gran Bretagna ad uscire dallo Sme (Sistema monetario elettronico).

Soros si è riferito al nuovo ed energico piano di stimoli all’economia annunciato dalla banca centrale del Sol Levante. Una manovra che fa leva su ulteriori aumenti delle liquidità (pari a 1.400 miliardi di dollari in due anni), e che secondo Soros rischia di innescare vendite «a valanga» sullo yen che le autorità non sarebbero in grado di gestire. «Non potranno fermarlo».

In una intervista alla rete Cnbc il magnate americano, di origini ungheresi, ha fatto previsioni allarmanti anche per l’Europa, «dove i programmi di austerità stanno portando esattamente verso le politiche da cui il Giappone sta cercando di scappare».

Quanto al Giappone «quello che stanno facendo è pericoloso perché lo fanno dopo 25 anni in cui hanno accumulato deficit senza far crescere l’economia. Rischiano di innescare qualcosa che poi non sarebbero in grado di fermare. Se lo yen iniziasse a calare, cose che ha già fatto, e in Giappone la gente dovesse iniziare a realizzare che potrebbe continuare a farlo e a voler mettere la propria ricchezza all’estero, a quel punto il calo potrebbe diventare una valanga».

Questa mattina lo yen ha segnato pesanti ribassi dopo gli annunci della Banca del Giappone scivolando sui minimi da tre anni e mezzo sul dollaro. Il dollaro è così risalito fino a 97 yen, dai 93 cui si attestava in precedenza, e stamattina fluttua a quota 96,3 yen, mentre l’euro è balzato sopra 125 yen, mentre prima era al di sotto di 120, e stamattina si attesta a 124,5 yen.

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Vedi anche: L’importanza della sovranità monetaria: Giappone, debito 240% e nessun problema!

venerdì 5 aprile 2013
HARUHIKO KURODA GOVERNATORE DELLA BANCA CENTRALE DEL GIAPPONE
Haruhiko Kuroda, governatore della Banca Centrale
del Giappone

Operazione “fast and furious”: raddoppiata la base monetaria, addio al tetto dei titoli in cassa, non più legati alle banconote in circolazione – Tokio scommette sull’inflazione per dar vita all’esportazione (quello che faceva una volta l’Italia con la lira)…

Stefano Carrer per il “Sole 24 Ore” – tratto da Dagospia
La Banca centrale che fu pioniera del QE (quantitative easing) torna a scrivere la storia lanciando il QQE (quantitative and qualitative easing). Nel severo edificio della Nippon Ginko a Nihombashi è andata in scena una rivoluzione: il primo board presieduto dal nuovo governatore Haruhiko Kuroda ha accantonato ogni preoccupazione sul debito e la credibilità a lungo termine per lanciare uno stimolo monetario all’economia equivalente a 1.400 miliardi di dollari, in meno di due anni, nel Paese industriale a più alto indebitamento (rispetto al Pil) del mondo.

Criticata per un decennio per fare le cose “too little, too late”, la Bank of Japan (BoJ) ha deciso di agire in modo “fast and furious” (definizione di un autorevole analista) che ha sorpreso e anzi scioccato i mercati. Al “lascia o raddoppia” della lotta alla deflazione, Kuroda ha deciso di raddoppiare su tutta la linea: entro la fine del 2014 sarà di dimensioni doppie sia la base monetaria, sia il balance sheet dell’istituto centrale, principalmente attraverso il raddoppio degli acquisti di titoli pubblici (e della loro durata residua media) e anche di strumenti finanziari privati rischiosi come gli Etf. Tutti i tabù sono caduti.

L’istituto, che non andava oltre lo shopping di bond triennali, ora si comprerà persino i Jgb a quarant’anni. Il sacro benchmark della vecchia politica monetaria, ossia l’overnight call rate, viene dichiarato inutile: il target di riferimento della BoJ sarà, al suo posto, l’intera base monetaria.
Quella stessa rigida istituzione che nel 2001 aveva introdotto la “regola delle banconote” al fine esplicito di tutelare la credibilità propria e quella dello yen dichiara che sfonderà alla grande questa limitazione che si era autoimposta, sia pure temporaneamente: l’ammontare dei titoli di Stato nel portafoglio della banca centrale non sarà più contenuto entro il volume delle banconote di circolazione (considerate liabilities a lungo termine), ma lo supererà di oltre tre volte a fine 2014 arrivando a 290mila miliardi di yen (contro 90mila miliardi di yen in biglietti di banca circolanti).
Al briefing per la stampa estera, il funzionario della BoJ non mostrava neanche imbarazzo nel cercare di spiegare il perché di una decisione unanime presa da un board la cui maggioranza (6 su 9 membri) aveva pure avallato – sotto la precedente gestione dell’ex governatore Masaaki Shirakawa – un approccio opposto improntato alla prudenza.
Se Shirakawa, con evidente malavoglia, aveva accettato su pressioni del governo il target di inflazione del 2% come qualcosa a cui tendere, ieri il comunicato è stato categorico: «La banca raggiungerà» (non più: «tenderà a conseguire») l’obiettivo «nell’arco di circa 2 anni» (altra novità assoluta: l’impegno temporale) e per di più manterrà la politica ultra-espansiva finché il rialzo annuo dei prezzi al consumo sarà del 2% in modo sostenibile (ovvero sostanzialmente permanente).
Il bello è che queste misure straordinarie sono state varate non nel segno dell’emergenza, ma quando il Paese è già uscito dalla recessione, tanto che la stessa BoJ sottolinea che «l’economia giapponese ha smesso di indebolirsi e ha mostrato alcuni segnali di ripresa». È il sistema-Paese che ha deciso di agire di concerto per il successo dell’Abeconomia (l’insieme delle politiche promosse dal nuovo premier Shinzo Abe), di cui la leva monetaria è il primo pilastro (seguito da stimoli fiscali e promesse di riforme incisive).
La reazione dei mercati è stata di benedizione al nuovo corso: la Borsa di Tokyo, che perdeva il 2%, ha chiuso in rialzo del 2,2%, mentre lo yen è tornato a indebolirsi a buon auspicio della competitività internazionale delle imprese nipponiche.
Il messaggio che filtra sulle finalità della BoJ nel promettere uno shopping compulsivo (non solo di titoli di Stato ma anche di Etf e fondi immobiliari) è nel segno dell’ambizione: si ha fiducia che sarà incoraggiato un declino dei tassi a lungo e un abbassamento del premio di rischio sui prezzi degli asset, per far sì che le istituzioni finanziarie private riposizionino i loro portafogli con meno titoli pubblici e più prestiti alle imprese e più attività di rischio legate all’economia reale; il tutto nel quadro di un cambiamento drastico nelle aspettative degli operatori di mercato e di tutte le entità economiche, consumatori compresi.
Rischio di bolle finanziarie o di perdite di credibilità delle istituzioni? La risposta di Kuroda è stata quella di pensare più ai potenziali benefìci del nuovo corso che ai possibili pericoli: anziché rincorrere mugugnando e a piccoli passi affannati la politica espansiva della Federal Reserve, lui ha preferito scavalcarla mettendo subito tutte le carte a sue disposizione sul tavolo dei mercati.

Fonte: http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/giappone-il-bello-di-avere-una-banca-centrale-stampare-denaro-53643.htm

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Francia: le Donne manifestano contro le Femen

Posted by on 12, mar, 2013

Le Femen pagate da Soros si dichiarano a difesa delle donne e del femminismo, mentre in realtà non fanno altro che prostituirsi e danneggiare l’immagine della Donna.
Una quindicina di giovani donne cattoliche francesi hanno fatto irruzione nella sede delle Femen a Parigi, così come queste hanno invaso Notre-Dame e altri spazi dei cattolici.
Complimenti a queste ragazze che si battono per i veri valori delle donne!

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10 novembre 2012

www.disinformazione.it
di Marcello Pamio – 8 novembre 2012

Naturalmente, la gente comune non vuole la guerra;né in Russia, né in Inghilterra, né in America, né in Germania. Questo è chiaro. Alla fine, però, è il leader di un Paese a determinare la politica ed è sempre abbastanza semplice costringere la gente a seguirlo, che ci sia una democrazia, una dittatura fascista, un Parlamento o una dittatura comunista. Che abbiano voce o meno, le persone possono sempre essere portate a seguire i propri leader.

E’ semplice. Tutto quello che bisogna fare è dire loro che sono sotto attacco e denunciare i pacifisti per la mancanza di patriottismo, per esporre la nazione al pericolo. Funziona allo stesso modo in ogni Paese.

Hermann Wilhelm Göering, Presidente del Reichstag tedesco

Foto rivelatrice.  Woytila, Bonino, Pannella;  i guerrafondai. (Ma poi i radicali non sono, erano anticlericali?)

Nel gennaio 2011 nell’Africa settentrionale e nel Medio Oriente hanno cominciato a diffondersi a tappeto delle ribellioni “spontanee” e “locali” che sarebbero poi esplose nella cosiddetta Primavera Araba. Questo è quello che ci hanno fatto credere.
Ci sono voluti diversi mesi perché la verità venisse a galla, e cioè che dietro le sollevazioni popolari e libere si celava la lunga mano uksraeliana (Inghilterra, Usa e Israele).
Il New York Times ad aprile dello stesso anno ha dovuto intitolare: “Gruppi americani hanno favorito la diffusione della Primavera Araba”.

Chi sono questi gruppi e qual è il loro gioco?
Tanto per citarne qualcuno: “Otpor!” in Serbia e in altri paesi, il “Movimento Giovanile 6 aprile” in Egitto, il “Centro per i Diritti Umani” del Bahrain, il “Fronte Nazionale per la Salvezza della Libia”, “Donne sotto assedio” in Siria, “Golos” in Russia, la “Fratellanza Musulmana”, ecc. Questi gruppi hanno ricevuto, finanziamenti dal National Democratic Institute (NDI), dal Freedom House di Washington e addestramento dall’intelligence statunitense (CIA) e britannica (MI5).

Per meglio comprendere qual è il gioco, ad esempio il “Movimento Giovanile 6 aprile” è collegato con il CANVAS (Centro per l’Azione e le Strategie Applicate Non Violente), una ONG (Organizzazione non governativa) chiamata “Otpor!”, creata dal governo americano in Serbia nel 2000 e finanziata dall’Open Society Institute di George Soros, per rovesciare il governo di Slobodan Milosevic. Il CANVAS ha inoltre fornito assistenza ai manifestanti della “Rivoluzione Rosa” in Georgia e a quella “Arancione” in Ucraina.

Chi sceglie i colori delle Rivoluzioni?
L’attuale e potentissima élite economico-finanziaria, crea dal nulla organizzazioni non governative di facciata per poter lavorare indisturbato nei paesi che vuole rovesciare.
Esistono, oltre a NDI e Freedom House, altri centri utili a dirottare milioni di dollari dalle casse governative ed esportare la cosiddetta democrazia a stelle e strisce, per esempio il Fondo Nazionale per la Democrazia (National Endowment for Democracy) riceve ogni anno 100 milioni di dollari dal Congresso statunitense.

Vi sono però gruppi che non finanziano, ma creano letteralmente le Primavere e le Rivoluzioni, è il caso dell’International Crisis Group il cui motto ufficiale nel sito è il paradossale e ipocrita “Working to prevent conflict worldwide”, letteralmente: “lavorando per prevenire conflitti nel mondo”.
I nomi di alcuni membri del gruppo possono far comprendere la portata: il Presidente israeliano Simon Peres, il governatore della Banca d’Inghilterra Stanley Fisher, il banchiere-speculatore George Soros della Open Society Institute, gli storici della manipolazione della geopolitica come Zbigniew Brzezinski, Richard Armitage, Samuel Berger e il generale Wesley Clarck, e la nostrana Emma Bonino.

Tra i finanziatori vi sono le peggiori società del pianeta, tra cui le petrolifere BP, Chevron, Shell, Statoil e la società mineraria (platino, diamanti, minerali, ecc.) Anglo American PLC.
Risulta essere molto interessante e indicativo sapere che le società che partecipano attivamente alla distruzione ambientale, energetica e sociale di interi paesi e continenti, fanno parte del gruppo che “lavora per prevenire i conflitti nel mondo”!

Tra tutti i membri, merita un approfondimento a parte l’ebreo ungherese George Soros (il cui vero cognome poi modificato era Schwartz). Soros è il quindicesimo uomo più ricco al mondo, secondo la rivista Forbes, e uno dei maggiori e spietati speculatori planetari.

Membro, tra le altre cose, del Consiglio per le Relazioni con l’Estero (CFR, il governo ombra americano) e del Gruppo Bilderberg, finanziò Solidarnosc, fece crollare sterlina e lira nel 1992, e negli ultimi anni si è dilettato, tramite il suo Open Society Institute, a finanziare le varie Rivoluzioni. La sua collusione è a tal punto evidente che “il premier russo Vladimir Putin per difendere il proprio Paese dalle intromissioni esterne, avrebbe emesso un mandato di cattura nei confronti di Soros, accusato di speculare sul Rublo e di finanziare l’opposizione in vista delle elezioni di marzo” (ASI, Agenzia Stampa Italia).
Putin ha perfettamente ragione, perché c’è sempre Soros dietro le Pussy Riot, il gruppo russo di femministe riottose che, nel nome delle libertà, usano pornografia (atti sessuali di gruppo in luoghi pubblici, una di loro si è perfino fatta filmare in un supermercato mentre s’infilava un pollo dentro la vagina) e blasfemia, il tutto per creare rotture mirate interne all’attuale governo di Mosca.
Le immagini che circolano in Rete non lasciano spazio a dubbi: le ragazze esagitate si fanno fotografare sventolando la bandiera dell’Otpor!…

Un’altra istituzione è il Brookings Institution.

Si tratta di un’organizzazione no-profit con sede a Washington, la cui missione è condurre ricerche indipendenti per poi fornire raccomandazioni pratiche su come rafforzare la democrazia americana, promuovere lo sviluppo economico e il benessere sociale, la sicurezza per tutti gli americani, e infine fissare una più aperta e prospera cooperazione internazionale.

E’ completamente sconosciuto, ma il Brookings è il think tank (serbatoio di pensiero) della politica americana, cioè uno dei gruppi più influenti al mondo.

Il Brookings riceve finanziamenti da Fondazioni Carnegie, Rockefeller e Ford, da banche come Goldman Sachs e Banca d’America e da industrie come Lockheed Martin (armi e difesa), Exxon, Boeing, General Electric, Alcoa, Nike, Gruppo Carlyle, Duke Energy, PepsiCo, At&T.

Il comitato è composto da dirigenti d’azienda, illustri accademici, funzionari governativi ed ex leader. E’ così influente questo gruppo che l’attuale embargo economico all’Iran è opera loro. Nello studio pubblicato nel 2009 dal titolo: “Quale strada verso la Persia?”, il Brookings ha esaminato attentamente le modalità con cui l’amministrazione statunitense possa influenzare il cambio di regime a Teheran, e il suggerimento, poi reso operativo, è stato di costringere il paese a penalizzanti sanzioni economiche. La realtà è che le analisi e le soluzioni fornite dal gruppo, vengono poi messe in atto dai camerieri dei banchieri: i politici.

“Fa tutto parte – spiega Flynt Leverett, ex ufficiale del Consiglio di Sicurezza Nazionale sotto Bush – di una campagna di provocazione, finalizzata ad aumentare la pressione sull’Iran. L’idea è che a un certo punto gli iraniani risponderanno e allora l’Amministrazione avrà il pretesto per colpirli”.

Stanno cercando la scusante mediatica (armi nucleari o una risposta militare) per poi intervenire e rovesciare il regime.

Problema à Reazione à Soluzione

La Soluzione è il cambio di regime nei paesi considerati dall’élite il Male assoluto: Siria e Iran per esempio, il tutto per instaurare delle dittature militari e/o governi fantoccio filoccidentali; il Problema è creare divisioni e dissidi attraverso organizzazioni e la stampa, scontri armati, omicidi e stragi grazie a mercenari e spie, facendo poi cadere la colpa sul governo di turno, al fine di innescare la Reazione emotiva violenta delle persone.

Allora può intervenire l’esercito salvatore del Messia, lo zio Tom, che con missili intelligenti, bombe a grappolo, al fosforo, all’uranio impoverito, bombe nucleari tattiche e sporche può riportare la Pace e l’Armonia, tanto implorata dalla miserabile e stremata popolazione.

Non ricorda qualcosa di già visto?

Il ruolo della CIA
Cosa c’entra la CIA in tutto questo?
L’Agenzia di intelligence più famosa al mondo, grazie ai film propaganda di Hollywood, mette lo zampino da oltre sessant’anni in tutte le guerre, attentati, colpi di stato e Rivoluzioni.
Secondo la Commissione investigativa del senatore statunitense Church, la CIA avrebbe organizzato oltre 3000 operazioni maggiori e 10.000 operazioni minori che hanno provocato la morte di più di 6 milioni di persone.

Quando c’è qualcosa di illegale, i servizi segreti hanno sempre la mani in pasta.
Con i fondi neri che derivano dall’esportazione illegale di droga e armi, le intelligence finanziano gruppi armati, li addestrano e li preparano per i vari scenari globali.
Qualche esempio? Negli anni Ottanta i mujaheddin, quando combattevano in Afghanistan contro il nemico russo, erano dipinti, dalla cricca massonica CIA & Hollywood, come eroi e combattenti per le libertà. Venivano definiti come la “resistenza afghana”, e la loro guerra decennale è stata finanziata segretamente dall’intelligence.

Proprio dalla CIA-mujaheddin nasce al-Qaeda, che non è il nome di un gruppo terroristico, ma il nome di un database (o meglio “la base”) con tutti i nomi dei mujaheddin e trafficanti internazionali di armi utilizzato da CIA e dai regnanti sauditi. Per essere più precisi, si trattava di due file: “Q eidat il-Maaloomaat” e “Q eidat i-Taaleemaat”, tenuti in un unico file “Q eidat ilmu’ti’aat”, abbreviato dagli arabi in al-Qaeda, che in arabo significa la base.
Da allora la base, al-Qaeda, ha continuato a ricevere segretamente supporto dalle varie intelligence ed è stata utilizzata nei vari scenari: nel 2000 in Serbia (Esercito di Liberazione del Kosovo) fino ai nostri giorni, nella infinita e dissanguante “Guerra al terrorismo”.

Al-Qaeda era un database che è diventato uno strumento militare pronto per essere usato quando serve.
L’élite ha sempre avuto la necessità di mantenere attiva la paura di qualsiasi genere.
Il nemico è utilissimo perché da una parte permette di guadagnare migliaia di miliardi di dollari per le spese militari, di sicurezza e difesa, dall’altra occupare i media e distrarre l’attenzione del grande pubblico e infine, far passare leggi repressive, antiliberali e antidemocratiche.
Prima si faceva tutto questo grazie alla Russia e alla Guerra Fredda, ora, dopo la caduta del muro di Berlino, hanno dovuto creare dal nulla un altro nemico, uno molto più subdolo, invisibile e feroce: il terrorismo.

Il terrorismo diretto e indiretto oggi viene utilizzato in qualsiasi situazione: è il classico nemico-amico camaleontico, adattabile e funzionale al Sistema. Apparentemente è un nemico quando uccide civili inermi (attentati, stragi, 11 settembre 2001, ecc.), ma diventa utile quando permette l’intervento militare successivo (Afghanistan, Iraq, ecc.).

L’invenzione dell’Asse del Male
Il 2 marzo 2007 il generale Wesley Clarck in una intervista a Amy Goodman, ha spiegato che l’amministrazione Bush aveva programmato di “far fuori” sette paesi dell’Asse del Male: Iraq, Libano, Somalia, Libia, Siria e Iran.
L’agenda dell’élite, a prescindere dai vari burattini (Bush, Obama e gli altri), è stata portata avanti in maniera sistematica, ad eccezione dell’ultima roccaforte: l’Iran. Tutti gli altri paesi, chi più chi meno, sono stati “liberati” e “occidentalizzati”.

L’ultimo paese sovrano ad eccezione dell’Iran, è la Siria che è sempre stata anche nella “lista nera” di Israele: è l’ultimo Stato arabo indipendente, secolarizzato e multietnico in Medio Oriente, fedele alleato dell’ex Persia e quindi un ostacolo per l’egemonia israeliana sulla regione.
Una verità molto scomoda è che tutti i governi arabi che rifiutano di sottomettersi al dominio occidental-israeliano vengono tormentati con attentati e destabilizzati di continuo, fino a essere costretti, se vogliono sopravvivere, a sviluppare un apparato di sicurezza che risulta totalitario. A questo punto, quando fa loro più comodo, le potenze occidentali e Israele possono evidenziare, con toni accusatori, la mancanza di “libertà” all’interno delle nazioni prese di mira e avviare il processo di rovesciamento. Viene per così dire, guardata la pagliuzza nell’occhio degli altri, ma non la trave nei propri.

Come nasce una Rivoluzione colorata?
Ogni Rivoluzione che si rispetti, ha un nome e un colore diversi: Rivoluzione di Velluto in Cecoslovacchia, Rivoluzione del 5 maggio in Serbia, delle Rose in Georgia, dei Tulipani in Kirghizistan, dei Cedri in Libano, Arancione in Ucraina, Zafferano in Myanmar, Verde in Iran e Viola in Italia.
Colori e nomi a parte, dietro c’è sempre lo stesso artista e il medesimo motto: Divide et Impera.

Prendendo spunto dall’ultima strategia di gioco messa in atto in Siria, ecco una breve panoramica che ben descrive però quello che realmente è successo. Tale modello è lo stesso messo in atto anche negli altri paesi.
Prima viene fondata una o più ONG, Organizzazione non-governativa, per creare un clima di protesta nel paese preso di mira; alcuni provocatori ben pagati organizzano manifestazioni di piazza, per poi sparare sulla folla allo scopo di alimentare le violenze; creare e pubblicare in Rete video artefatti che danno l’illusione della repressione da parte del governo; si procede con l’invasione delle città di confine con forze speciali e squadroni della morte; si fomenta la guerra civile e si fabbricano i pretesti per un intervento militare dell’ONU o della NATO; il socialismo arabo e il governo popolare viene rimpiazzato da un governo fantoccio nelle mani dei banchieri di Wall Street e della City di Londra. Infine le multinazionali firmano i contratti miliardari per la “ricostruzione“ e la “sicurezza”.

In questo modo distruggono dall’interno un paese sovrano, sostituiscono i legittimi governanti mettendo al loro posto un governo fantoccio totalmente controllato, depredano le risorse del sottosuolo (minerali, metalli, petrolio, gas, acqua, ecc.), e infine, ricostruiscono dalle macerie, guadagnandoci migliaia di miliardi di dollari.
Esportare la democrazia, è la scusa ufficiale per cancellare dalle carte geografiche tutti i governi indipendenti e sovrani, che potrebbero essere da esempio ad altri, mettendo a rischio il controllo globale, e dall’altra parte, l’intervento militar-industriale serve per accaparrarsi le risorse energetiche e/o minerarie.

Pochi sanno che il Regno Unito ha investito ben 500 milioni di dollari nell’intervento della Nato in Libia, e non certo per liberare la popolazione da una dittatura pluridecennale. Secondo il Dipartimento del Commercio e degli Investimenti i contratti per la ricostruzione del paese (sanità, educazione, elettricità e risorse idriche) ammontano a più di 300 miliardi di dollari.
La guerra e la successiva ricostruzione fa diventare ricchissimi, visto che il rapporto è 1:600, cioè investi 1 dollaro e ne porti a casa 600.
La strategia è perfetta e soprattutto ben oliata.

La “Rivoluzione siriana”, i media e le false flag
La rivoluzione è iniziata nel marzo 2011, quando sono scoppiati i primi scontri armati, ma è stata concepita molto tempo prima…
Questa rivoluzione è la copia carbone della maggior parte dei “cambi di regime” incoraggiati e fomentati dalla CIA: mercenari, sicari (vedere uno dei nostri precedenti articoli dal titolo “Il sicario dell’economia”), squadroni della morte pagati centinaia di migliaia di dollari per accendere la miccia, il tutto seguito da una campagna di bombardamento al momento opportuno.
Esattamente quello che è accaduto in Libia, con britannici e israeliani che hanno coordinato le loro risorse e condiviso le dotazioni di combattenti mercenari di al-Qaeda reclutati.
In Libia e Siria, i cecchini e i criminali che hanno sparato sulla folla e sulla polizia, erano soldati mercenari pagati per farlo.
I media mainstream totalmente allineati, alterano e modificano sistematicamente le notizie per farci credere quello che l’élite vuole che noi crediamo: a sparare sulla folla sono stati i militari siriani o libici.

Inventare atrocità mai commesse è uno dei mezzi più antichi ed efficaci per ottenere il supporto ad una guerra. Un esempio di questa strategia sono le notizie che accusavano Muammar Gheddafi di avere colpito dei pacifici dimostranti con aerei da combattimento, facendo una strage e uccidendo più di 6000 civili, il doppio delle Torri Gemelle. Queste notizie sono state il pretesto per l’espulsione del governo libico dal Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite e per realizzare i crimini contro l’umanità verificatisi successivamente in Libia.
Non stupisce sapere che una delle fonti di queste gravissime accuse è la Lega Libica per i Diritti Umani, che riceve sovvenzioni direttamente dal Dipartimento di Stato americano…
L’esercito russo ha pubblicato un rapporto in cui si afferma che la zona dove sarebbe avvenuta la strage è monitorata costantemente dallo spazio con i loro satelliti, e nessun attacco ha mai avuto luogo! Avete sentito questa notizia? Non è mai avvenuta quella strage, quindi i media occidentali hanno riportato notizie false, inventate di sana pianta.

Le false flag o false bandiere, sono esattamente la strategia contraria: un attentato o una strage realmente accaduta, viene addebitata a qualcun altro. L’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001 è la pietra miliare delle false flag: l’auto-attentato è stato artatamente addebitato a dei talebani, diventati per l’occasione piloti provetti di Boeing.
I giornalisti embedden continuano ancora oggi, dopo ben 11 anni, a riportare la versione ufficiale, quella cioè politicamente corretta: i cattivi sono stati i talebani, mentre i buoni sono gli americani.

Per avere maggiori informazioni e chiarirsi eventuali dubbi su Rivoluzioni e Primavere arabe consiglio i seguenti libri: “Rivoluzioni S.p.A.: chi c’è dietro la Primavera Araba” di Alfredo Macchi, Alpine studio e “Obiettivo Siria”, Tony Cartalucci e Nile Bowie, Arianna editrice.

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Da vescovo ausiliare di Cracovia Wojtyla, e solo lui, aveva il visto permanente per partecipare alle sedute del CV II a Roma. Il cardinale primate di Varsavia Wyschinski, nonostante il suo specchiato carisma e prudenza, era invece ostacolato nei movimenti da parte del regime comunista.
Evidentemente il marrano Wojtyla intrallazzava gagliardamente col regime e ne era ricompensato. Nell’area Wadowice – Auschwitz Oswiecin – Cracovia prima della guerra la popolazione ebraico khazara askenazita costituiva il 50 % degli abitanti e la madre del futuro papa Emila Kaczarovska (cognome Kacz – Katz) era ebrea.
Durante il conclave dopo la morte di papa Luciani il suo conterraneo americano Zbignew Brzezinski (Birkenau traslato in tedesco, e odiatore della Russia) sostava sorprendentemente in piazza San Pietro.
In quei giorni l’opportunista Wojtyla affermava davanti ai giornalisti che l’occidente materialista avrebbe potuto beneficiare dell’ idealità che l’est europeo avrebbe potuto travasare e lasciava intravvedere un suo ruolo di ponte fra est ed ovest.

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23 ottobre 2012

Articolo di Italo Romano

Cosa sia l’European Council on Foreign Relations (ECFR) lo possiamo leggere direttamente sul sito ufficiale dell’organizzazione:
L’ECFR è il primo think-tank pan-europeo. Fondato nell’ottobre 2007, il suo obiettivo è quello di condurre la ricerca e promuovere un dibattito informato in tutta Europa per favorire lo sviluppo di una politica estera efficace e coerente fondata sui valori europei. Esso è indipendente e non ha alcun collegamento con le istituzioni dell’Unione europea. 
I membri fondatori sono politici, intellettuali, economisti, imprenditori e attivisti. Insomma, la solita élite illuminata.

http://www.oltrelacoltre.com/?p=13820

L’ECFR ha uffici in sei delle maggiori capitali europee: Londra, Parigi, Roma, Berlino, Madrid e Sofia.

E’ guidato dal direttore Mark Leonard e dall’Amministratore delegato Dick Oosting.

L’ECFR riunisce oltre 150 “autorevoli” ed “influenti” europei provenienti dai 27 paesi che fanno parte dell’UE.

Ufficialmente è un’organizzazione privata non a scopo di lucro finanziata attraverso donazioni. Fondato con il supporto della Open Society Foundations, della Communitas Foundation e dalla Fundación Para las Relaciones Internacionales y el Diálogo Exterior, tra i suoi partner e finanziatori ci sono fondazioni, grandi imprese, governi ed individui privati.

Prima di andare avanti nella descrizione dell’ennesimo circolo di potenti, è necessario chiarire l’oscuro e poco conosciuto concetto di pan-europa.

Storia e origini del pan-europeismo.

Richard Nikolaus Coudenhove-Kalergi

Richard Nikolaus Coudenhove-Kalergi

Il Movimento Pan-europeo è un’associazione fondata nel 1922 a Vienna da Richard Nikolaus Coudenhove-Kalergi (1894-1972), aristocratico austro-ungherese. Egli era il portavoce della Sinarchia in Europa e discendeva da nobili famiglie europee: la nonna, Maria Kalergi, era amica di Bismarck, Heine e Wagner, alcuni dei maggiori esponenti della élite dell’epoca, e proveniva dalla dinastia imperiale bizantina dei Focas, mentre il nonno, Franz Coudenhove, diplomatico al servizio della Francia, era di antica nobiltà brabantina.

Kalergi nacque a Tokio, dove il padre era ambasciatore, da una principessa giapponese. Pur essendo cittadino francese, scelse di vivere a Vienna, dove si laureò in filosofia nel 1917 e dove sposandosi con Ida Roland, stella del teatro di origini ebraiche, evitò il servizio militare.

Nel 1919 egli iniziò ad interessarsi al progetto di un nuovo ordine internazionale, concepito come federazione di nazioni, ispirandosi agli Stati Uniti d’America. L’idea di federazione è fondamentale per i mondialisti. Si tratta di una unione di Stati che rinunciano alla loro sovranità in favore di un potere centrale. E’ uno dei pilastri portanti del così detto Nuovo Ordine Mondiale.

Ergo, il primo passo  sarebbe stato la creazione di una Europa unita, la Paneuropa. Così, iniziò una collaborazione con giornali e riviste e, agli inizi del 1923, scrisse la bibbia del Movimento Paneuropeo, il manifesto per eccellenza, “Pan-Europa” (oggi edito in Italia dalla casa editrice “Il Cerchio”).

Il simbolo dell’unione pan-europea è una croce rossa che sovrasta un sole d’oro.

“La croce rossa delle crociate del Medioevo è il simbolo più antico dell’unione europea sovrannazionale. Oggi essa è diventata l’emblema dell’umanitarismo internazionale. Il sole rappresenta lo spirito europeo il cui irraggiamento ha illuminato il mondo intero. La civiltà greca e la civiltà cristiana – la croce di Cristo sul sole di Apollo – fondano il fondamento durevole della cultura europea”.
[R. C. Kalergi, J'ai choisi l'Europe, Paris, Ed. Plon, 1952, p. 116]

“Il sogno di Komensky (Comenius) e di Nietzsche, la concezione di Kant, il desiderio di Bonaparte e di Mazzini, gli Stati Uniti d’Europa, saranno realizzati dal Movimento Paneuropeo. Sotto il segno della croce solare, in cui si alleano il sole dei Lumi e la Croce Rossa dell’umanità internazionale, l’idea paneuropea vincerà contro la meschinità e l’inutilità di ogni politica distruttrice e campanilistica”.
[R. C. Kalergi, Storia di Paneuropa, Milano Nuova, s.d., pp. 56-57]

Il simbolo è praticamente identico all’insegna del Gran Maestro dei Rosacroce. Coincidenza? Non proprio, in quanto Kalergi era un massone, iniziato nel 1922 alla loggia Humanitas, all’Oriente di Vienna.

Inoltre, faceva parte del B’nai B’rith, l’alta massoneria riservata solo ad uomini di origine ebrea [Code, n° 12/1993, Leonberg, Verlag Diagnosen].

La copertina del libro “Paneuropa”

Kalergi era in stretti ed ottimi rapporti con l’oligarchia finanziaria. Per sua stessa ammissione il nascente movimento fu generosamente finanziato da Max Warburg con 60 mila marchi d’oro [R.C.Kalergi, Storia di Paneuropa, cit., p.69].

A questo punto il “progetto paneuropa” inizia a girare il mondo, raccogliendo proseliti ed adesioni a dir poco celebri:

Hjalmar Schacht, membro della Gran Loggia di Prussia, uomo dell’alta finanza di Wall Street presso Hitler e futuro presidente della Reichsbank;

Konrad Adenauer, sindaco di Colonia, uno dei fondatori della democrazia cristiana tedesca;

Edward Benes, massone, ministro degli Affari Esteri cecoslovacco e presidente della Società delle Nazioni nel 1935;

Sean Mac Bride, futuro fondatore di Amnesty International, membro dell’Ordo Templi Orientis (OTO);

Karl Haushofer, teorico dello spazio vitale di Hitler, anch’egli membro dell’OTO;

Benito Mussolini, il dittatore fascista italiano, unito a Kalergi dal comune e confesso discepolato nietzschiano [R.C.Kalergi, Storia di Paneuropa, cit., pp. 24-25];

E tutto il sancta sanctorum della cultura europea: Paul Valéry, Thomas Mann, Rainer Maria Rilke, Stefan Zweig, Albert Einstein, Sigmund Freud;

Con l’aiuto dell’amico William Stead, membro fondatore della Round Table britannica e membro della Fabian Society, riuscì ad introdurre la causa “paneuropa” nell’establishment inglese. Nei suoi viaggi in Gran Bretagna e negli Stati Uniti d’America incontrò eminenti personalità dell’epoca come Herbert Hoover (Presidente degli USA e membro del CFR), Owen Young (economista e membro del CFR), Bernard Baruch (il finanziare israelita membro della Pilgrims’ Society e del CFR, che nel 1919 rappresentò gli Stati Uniti a Versailles).

Con il sostegno di questi potenti e onnipresenti personaggi, Kalergi fondò il “Comitato di Cooperazione Americana dell’Unione Paneuropea“. Tra i membri più conosciuti possiamo elencare:

Peter Duggan, direttore del Counsil on Foreign Relation (CFR);

Felix Frankfurter, giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti d’America;

Paul e Felix Warburg, banchieri statunitensi di origine tedesca, tra i fondatori del Federal Reserve System;

John W. Davis, membro del Partito Democratico statunitense e della Pilgrims’ Society;

Nicholas Murrey Butler, capo del British Israel, del CFR, della Round Table e membro della Pilgrims’ Society.

Nell’Ottobre del 1926, si tenne a Vienna il primo congresso dell’Unione Paneuropea, presieduto da Edward Benes, da Joseph Caillaux (ex Primo Ministro di Francia), da Paul Loebe (Presidente del Reichstag) e da Francesco Nitti (economista, ex Presidente del Consiglio del Regno d’Italia e massone).

Per gli Stati Uniti era presente il tesoriere del CFR, Frederick H. Allen, per il Regno Unito Alan Watts, membro del RIIA, mentre la democrazia russa era rappresentata dall’ex Presidente del Consiglio, il massone israelita Alexander Kerenski.

In totale vi erano duecento delegati rappresentanti 24 nazioni. Non male per essere l’inizio.

Come già accennato, in Italia, il movimento faceva capo a Francesco Nitti. Al suo fianco vi erano anche Benedetto Croce e il conte Carlo Sforza, membro del Comitato del Centro Europeo della Fondazione Carnegie, massone e mondialista di spicco.

Proprio Carlo Sforza, ebbe a scrivere su Foreign Affairs (rivista del CFR):

“Non dobbiamo sorprenderci della durata della crisi causata dalla generazione del 1914. La guerra del 1914-18 e il penoso armistizio che ha durato fino al 1939 non erano che le tappe di una rivoluzione e le rivoluzioni durano a lungo. La natura di tale rivoluzione è ora chiara. Noi siamo i testimoni, e nel contempo le vittime, della fine del nazionalismo[...]. La nostra rivoluzione, dunque, è il crollo del dogma del nazionalismo “.

Mentre Francesco Saverio Nitti teneva corsi e conferenza sul federalismo presso il Libero Collegio di Scienze Sociali di Parigi. Insieme a lui vi era anche Pavel Miliukov, uno degli artefici della caduta dello zae nel 1917, intimo del banchiere Jakob Schiff, colui che ha finanziato la rivoluzione russa.

Tra i grandi sostenitore dell’iniziativa di Coudenhove-Kalergi, vi erano il cancelliere austriaco Ignaz Seipel, il ministro degli Esteri francesce Aristide Briand e l’economista Jean Monnet (entrambi massoni) che spingevano per la divisione del mondo in cinque macroaree: pan-sovietica, pan-europea (esattamente: euro-africana), pan-britannica, pan-americana e pan-asiatica.

E’ proprio Briand, per molti anni fu presidente onorario dell’Unione Pan-Europea, nel Settembre del 1929 propose alla Società delle Nazioni una Federazione degli Stati Europei in cui prefigurava un’unificazione europea. L’assemblea gli diede mandato per presentare un memorandum per l’organizzazione di Unione Federale Europea che non avrebbe tuttavia mai visto la luce, a causa dello scatenarsi della Seconda Guerra Mondiale.

Durante il conflitto Kalergi non rimase con la mani in mano. Prese contatti con Otto d’Asburgo e insieme misero le basi per l’Assemblea Costituente Europea. Nel 1947, a guerra conclusa, venne convocato a Gstaand, in Svizzera, il primo Congresso dell’Unione Parlamentare Europea dove si ottenne la formazione del Consiglio d’Europa e di una Assemblea Parlamentare, primo abbozzo dell’attuale Parlamento Europeo.

Otto d’Asburgo, il figlio dell’imperatore austriaco e re d’Ungheria Carlo I, raccoglierà l’eredità della Pan-Europa dopo la morte di Kalergi, continuando con la promozione del progetto, insieme alla figlia Walburga d’Asburgo-Lorena, membro del Parlamento di Svezia e dell’OCSE, e di Bernd Posselt politco tedesco, responsabile del progetto Pan-Europa in Germania. Si, perchè l’Unione Paneuropea Internazionale conta ad oggi sedi in quasi tutti i Paesi europei.

Unione Paneuropea Internazionale

Nel 2004 Otto d’Asburgo ha lasciato la presidenza ad Alain Terrenoire, noto politico francese e responsabile della sezione transalpina della Pan-Europa. Otto d’Asburgo occupa la carica di Presidente Onorario dell’Unione Paneuropa Internazionale (UPI) nonostante sia deceduto nel 2011.

Ovviamnete, l’UPI è presente e attiva in Italia con – Paneuropa Italia -.

L’attuale Presidente nazionale è Benedetto Tusa, noto e affermato avvocato milanese, che ha partecipato tra l’altro al processo di appello sulla Strage di Piazza Fontana a difesa di Giancarlo Rognoni, estremista di destra, fondatore e leader del gruppo neofascista milanese “La Fenice“.

Il Presidente Onorario è la dott. Adriana Usiglio, mentre il Segretario è il Dott. Pietro Polese, esperto di comunicazioni al soldo della Commissione Europea.

Otto d’Asburgo

Il programma della Pan-Europa.

Il progetto originario di Kalergi prefigurava come imprescindibili i seguenti punti:

1. È necessario che questa unione sia una confederazione europea con una garanzia reciproca di delegazione legale della sovranità. I governi devono, in altre parole, essere sicuri che la cessione di sovranità avverrà in egual misura per tutte le parti.
2. Per gestire i conflitti tra gli stati membri, sarà necessaria una corte federale europea.
3. Un esercito europeo, un’alleanza militare, che raggruppi contingenti dei diversi paesi, per garantire la pace a livello continentale.
4. Un’unione doganale progressiva.
5. Un’unificazione delle colonie. Sfruttamento a livello europeo.
6. Progetto di moneta unica.
7. Rispetto della diversità delle culture europee e delle molteplici civilizzazioni nazionali.
8. Rispetto e protezione delle minoranze nazionali.
9. Una buona ed efficace collaborazione nel quadro della Società delle nazioni.

Alla luce dei fatti odierni, mi sento di affermare che è il progetto di Pan-Europa è vicino al suo completamento. Come potete da voi verificare ogni punto prefissato è divenuto realtà.

Dal 1952 abbiamo una Corte di Giustizia dell’UE; dal 2002 abbiamo l’Euro, la moneta unica, strumento di lotta di classe e grimaldello per scardinare definitivamente gli Stati Nazione; dal 2004 è attiva sul territorio l’Eurogendfor, il primo corpo militare dell’UE ed embrione del futuro esercito degli Stati Uniti d’Europa; l’Europa è da sempre alla mercè della nuova Società delle Nazioni, l’Organizzazione delle Nazioni Unite.

Quindi, cari lettori, il progetto “Europa Unita” viene da molto lontano. E’ stato partorito in ambienti aristocratici e nobiliari, ove non vi era nessun contatto con il popolo. E’ da sempre un obiettivo dei potentati europei. Basta cercare nelle varie organizzazioni per trovare i discendenti delle casate reali che dominavano il continente europeo nei secoli scorsi. Circoli occulti e semisegreti hanno tramato e indirizzato gli avvenimenti storici in modo da promuovere la nascita degli Stati Uniti d’Europa, tanto acclamati anche oggi dai poteri finanziari e della massoneria.

L’organigramma dell’European Council on Foreign Relation.

Come abbiamo inizialmente accennato, l’Europen Council on Foreign Relation è una organizzazione elitaria che mira dichiaratamente all’obiettivo dalla Pan-Europa.

Il direttore dell’ECFR è Mark Leonard,  giornalista esperto in geopolitica. Scrive una rubrica quindicinale sui temi europei e globali per Reuters.com. In precedenza, a soli 24 anni, è stato direttore della politica estera presso il Centre for European Reform e al Centre of Foreign Policy, think-tank fondato sotto il patrocinio del ex primo ministro britannico Tony Blair.

Il World Economic Forum l’ha insignito del premio “Young Global Leader“. Offre consulenze a govrni, imprese e organizzazioni internazionali, indirizzandoli nella geopolitica mondiale, essendo specializzato in questioni globali. Pubblica regolarmente sul
Financial Times, New York Times, Le Monde, Süddeutsche Zeitung, El Pais, Gazeta Wyborcza, il New Statesman, The Daily Telegraph, The Economist, Time, e Newsweek.

Dick Oosting è invece l’Amministratore delegato. E’ avvocato ed ha molti anni di esperienza come attivista nel campo dei diritti umani e come collaboratore  per le organizzazioni dei rifugiati in diversi paesi. E’ stato coordinatore della prima campagna di Amnesty International contro la tortura, per poi divenire vice-segretario generale dell’organizzazione umanitaria.

L’ECFR si riunisce una volta l’anno per discutere le sfide di politica estera. I membri sono nominati per un mandato di tre anni rinnovabile su invito del Consiglio dell’ECFR di fondazione. I gruppi di lavoro sono divisi in aree geografiche e tematiche. Lo scopo dei membri è quello di fornire consigli ai governi e contribuire alle attività all’interno dei loro paesi.

In pratica l’ECFR ha riunito un team di ricercatori illustri e professionisti provenienti da tutta Europa per promuovere “progetti innovativi”, l’obiettivo finale è la Pan-Europa.

Il Consiglio è presieduto da tre presidenti:

Martti Ahtisaari, ex Presidente della Finlandia, diplomatico delle Nazioni Unite e Premio Nobel per la pace del 2008.

Joschka Fischer, ex Vice-Cancelliere ed ex Ministro della Repubblica Federale di Germania con il partito dei Verdi.

Mabel van Oranje, olandese, moglie del principe Friso of Orange-Nassau (secondo figlio della regina Beatrice). Cofondatrice del Consiglio d’azione Europeo per la pace nei Balcani. Dal 1997, è direttore degli affari UE della “Open Society Institute” di Bruxelles, una delle fondazione del filantropo americano di origini ungheresi George Soros.  E ‘membro del Forum mondiale di Young Global Leaders, l’ennesimo think tank e gruppo lobbistico che si propone di affrontare i problemi globali.

Fanno parte del Comitato esecutivo:

Emma Bonino, Vice-Presidente del Senato italiano ed ex membro della Commissione europea.

Karin Forseke, svedese, Presidente della Alliance Trust Plc. E’ stata per quasi dieci anni Amministratore della banca di investimenti Carnegie&Co..

Timothy Garton Ash, inglese, docente di Studi Europei all’Università di Oxford. Saggista e giornalista. I suoi saggi appaiono regolarmente nel New York Review of Books e i suoi articoli sul Guardian. Collabora periodicamente anche con il New York Times, al Washington Post, al Wall Street Journal, al The Globe and Mail e suoi contributi appaiono su la Repubblica.

Ivan Krastev, bulgaro, è il presidente del Centro per le Strategie Liberali. E’ membro permanente presso l’Istituto di Scienze Umane IWM a Vienna. Egli è un editore associato della World Europe e membro del comitato editoriale del Journal of Democracy e del giornale di transito – Europäische Revue. Collabora regolarmente con il Financial Time e con il Wall Street Journal.

Ana Palacio, politico spagnolo. E’ avvocato di formazione, specializzato in diritto internazionale ed europeo, l’arbitrato e la mediazione. Ex ministro degli Esteri di Spagna e membro del Consiglio di Stato, il supremo organo consultivo sulla legislazione e atti governativi. In qualità di membro delle Cortes spagnola, ha presieduto il Comitato misto per l’Unione europea nei due rami del Parlamento. E’ stato consulente e vice presidente della Banca mondiale e membro del Comitato Esecutivo e vice presidente all’Istituto per gli Affari Internazionali di AREVA. E’ membro dei consigli di amministrazione di diverse società, think tank e istituzioni pubbliche. E’ docente presso l‘Università di Yale.

Andrew Puddephatt, danese, è Direttore del Global Partners e Associates, un’organizzazione che promuove il buon governo, la democrazia e i diritti umani. E’ vicepresidente del Trust Sigrid Rausing. E’ un consulente di lunga data per l’UNESCO e l’UNDP.

Aleksander Smolar, polacco, è uno scienziato, politico e commentatore. Presidente della Stefan Batory Foundation e Vice Presidente del Collegio dei Docenti consultivo dell’Institut für die Wissenschaften vom Menschen’ a Vienna.

Javier Solana, è un politico spagnolo. Dal 1999 è l’Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza Comune dell’Unione Europea e il Segretario Generale dell’Unione Europea Occidentale. Ex segretario generale della NATO. E’ presidente di ESADE Centro per l’Economia Globale e Geopolitica (Barcellona-Madrid). Egli è senior fellow in politica estera al Brookings Institution, famiglia Fisher Fellow presso la Harvard Kennedy School, presidente dell’Aspen Institute España, presidente onorario del Centro per il Dialogo umano (Ginevra), membro del consiglio di amministrazione del Gruppo di crisi internazionale e Human Rights Watch. E’ docente presso la London School of Economics, dove ha conseguito la Laurea Honoris Causa in dicembre 2010.

I membri italiani dell’ECFR sono i soliti noti in questi ambienti:

Giuliano Amato – ex Primo Presidente del Consiglio italiano; Presidente della Scuola Superiore Sant’Anna; Presidente dell’Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani; Presidente del Centro Studi Americani. Membro dell’Aspen Institute Italia e del Gruppo Bilderberg.

Maria Cuffaro – giornalista e conduttrice del TG3, RAI.

Massimo D’Alema – Presidente Italianieuropei Foundation; Presidente della Foundation for European Progressive Studies; ex Presidente del Consiglio e ex Ministro degli Esteri italiano. Membro dell’Aspen Institute Italia.

Marta Dassù – Sottosegretario agli Afferi Esteri del Governo Monti. Membro dell’Aspen Institute Italia e della Commissione Trilaterlae e direttore della rivista Aspenia.

Gianfranco Dell’Alba – Ex parlamentare europeo e delegato di Confindustria a Bruxelles.

Gianfranco Fini – Presidente della Camera dei Deputati ed ex Ministro degli Esteri italiano.

Emma Marcegaglia – Ex presidente di Confindustria e CEO della Marcegalia S.p.A..

Pasquale Salzano – Vice Presidente for International Governmental Affairs dell’ENI.

Stefano Sannino – Direttore generale aggiunto alle relazioni esterne della Commissione Europea.

Giuseppe Scognamiglio – Presidente Esecutivo e Vice Capo Dipartimento Affari Pubblici di UniCredit S.p.A..

Luisa Todini – Presidente della Todini Finanziaria S.p.A; Membro del Consiglio Di Amministrazione RAI.

Attualmente, il Consiglio di ECFR ha oltre 150 membri, ognuno dei quali è socio per tre anni al termine dei quali è possibile rinnovare la propria adesione.

Il Council si riunisce una volta l’anno. Alcuni membri del Consiglio formano varie task force geografiche e tematiche, che forniscono consigli e feedback allo staff di ECFR e assistono le attività di ECFR a livello nazionale.

Come opera l’ECFR.

Questo “pensatoio” europeista opera ufficialmente attraverso delle attività di ricerca.

I programmi di indagine inziali erano tre:

1) China

Lo scopo è analizzare le strategie politico-economiche tra l’Unione Europea e la Cina, in modo da sviluppare una strategia comune nei confronti di tematiche “globali” come l’energia, il riscaldamento climatico, lo sviluppo sostenibile, i diritti umani, la proliferazione nucleare e global governance.

Il programma pubblica il China Analysis, uno studio analitico trimestrale sulle questioni di politica estera inerenti alla Cina e Asia Centrale.

2) Wider Europe and Rule of Law

Questo campo di ricerca è dedicato alla diesamine delle relazioni che intercorrono tra l’Unione Europea e i vicini paesi dell’est, tra cui Russia e Turchia. Lo scopo è intavolare discussioni, attraverso cooperazione economica, militare e politica per promuovere la democrazia, i diritti umani e lo stato di diritto, risolvere conflitti e diminuire la dipendenza energetica dell’Europa.

L’obiettivo è mettere le basi per una futura adesione all’UE di tali paesi.

3) Democracy and Human Rights

Il fine di tale ambito è di capire come l’Unione Europea e i suoi paesi membri possano promuovere al meglio i valori della democrazia, dei diritti umani e della giustizia attraverso l’azione dell’Europa sulla scena globale.

Il programma pubblica un annuale Review of the EU and Human Rights at the UN.

Dal 2011 sono stati messi in opera due nuovi progetti:

4) Middle East and North Africa

La meta prefissa è di esaminare come l’Europa può rispondere in maniere costruttiva alle recenti rivoluzioni ed eventi in Nord Africa e Medio Oriente.

[All'interno del programma MENA, ECFR ha pubblicato tre policy memos – uno sull'Egitto, uno sull'Marocco e uno sulla Tunisia –ognuno dei quali è il risultato di visite sul campo in ciascuno dei tre paesi. ECFR ha inoltre pubblicato un briefing sulla Libia.]

5) Germany in Europe

Con tale progetto si aspira a promuovere un dibattito sul ruolo della Germania sulla scena europea e globale e di generare idee su come reintegrare le Germania nello sviluppo di un’Europa “assertiva” e “responsabile”.

Questo progetto è realizzato con il contributo della fondazione tedesca Stiftung Mercator. La fondazione, con una dotazione di € 107.800.000, prende il nome dal matematico, cartografo e teologo Gerhard Mercator. E’ stata costituita nel 1996 dalla famiglia Schmidt-Ruthenbeck, ricca famiglia di imprenditori della Rhur.

L’ECFR pubblica policy reports, briefs e memos che si possono scaricare gratuitamente dal sito del think tank.

Sempre dal 2011, tra le pubblicazioni periodiche, è stato aggiunto l’European Foreign Policy Scorecard, annuale resoconto della politica estera europea. Lo Scorecard misura la capacità dell’Europa nel riflettere la propria influenza su 80 temi di politica estera, raggruppati in sei gruppi tematici – relazioni con la Cina, relazioni con gli Stati Uniti, relazioni con la Russia, relazioni con i paesi ad Est, questioni multilaterali e crisis management.

Conclusioni.

A questo punto pare ovvio quale sia il ruolo del Consiglio Europeo per le Relazioni con l’Estero. Esso rappresenta il corrispettivo europeo del Council on Foreign Relation (CFR),

E’ il Ministero degli Esteri dell’Unione Europa e dei prossimi venturi Stati Uniti d’Europa.

Il consiglio è già a lavoro per iniziare a prendere credibilità presso le altre istituzioni mondiali.

Qui si prendono decisioni di grossa rilevanza politica e geo-strategica, svuotando e svilendo l’operato e il raggio d’azione dei ministeri nazionali.

Lo sforzo intrapreso da questo ente sovranazionale è quello di portare a compimento il progetto di Paneuropa.

L’annessione forzata degli Stati sovrani europei, come scrisse nelle sue memorie Jean Monnet, uno dei padri fondatori dell’UE (e come ha recentemente ricordato Mario Monti, Presidente del Consiglio italiano) avverrà attraverso una serie di gravi crisi.

Questo Nuovo Ordine Europeo darà l’avvio definitivo al più esteso progetto di Nuovo Ordine Mondiale.

“Avremo un governo mondiale, che vi piaccia o no. La sola questione che si pone è di sapere se questo governo mondiale sarà stabilito col consenso o con la forza”.
- James Warburg, banchiere, di fronte al Senato USA, 17 febbraio 1950 -

Capito?

Questa crisi economica indotta e ampiamente prevista porterà l’Ue verso una unione politica e fiscale, la così detta Europa dei popoli. In caso contrario, come ha ricordato circa un anno fa la cancelliera tedesca Angela Merkel:

“Se cade l’euro cade l’Europa. Nessuno prenda per garantiti altri cinquanta anni di pace in Europa”.

E’ chiaro il messaggio?

La via è battuta, non ci resta che “scegliere” come vogliamo percorrerla.

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8 settembre 2012 | Autore

La stampa collusa e criminale dei globalisti, riesuma le luridone  Pussy Riot termine anglofono che  tradotto significa “Bernarde” Rivoltose (ci scusino i lettori se non edulcoriamo ulteriormente e ipocritamente il vero nome, lo fa già con inganno la stampa di regime.)

Non mi sorprende leggere un elogio, un tentativo di beatificazione delle animalesche Bernarde Rivoltanti su il Fatto Quotidiano che considero, assieme credo a qualche decina o centinaio di migliaia di lettori di Stampalibera, come la punta di diamante della disinformazione di Regime italiana.

Solo un poco di più stupisce che a pubblicare questa intervista pubblicitaria sia l’organo fiancheggiatore in rete, il sito “alternativo”  ComeDonChisciotte, che oltre a pubblicare gli articoli dei sionsinistri del Fatto è dedito ad allarmare e impaurire oltre a depistare gli italici rassegnati rivoluzionari da tastiera. Insomma CDC è sempre pronto a pubblicare tutte le mer…. che il Fatto propina. ‘Sto giro è l’elogio della blasfemia e della sessualità necologico- animalesca espressa dalle Pussy a sollecitarli. Si sa, ‘sti tipi sono sempre attratti dalle “deviazioni” di Berlu, il nano che si permetteva di andare ancora con le femmine, cosa imperdonabile per i clan omo che imperversano oggi come ieri nella stampa debenedettiana di Regime.

Un particolare rivelatore , perchè hnno censurato oltre al nome anche le scene dell’orgia di gruppo al Museo o il video dell’infilamnento del pollo, visto che si piccano di essere dei siti di informazione? Censura ora e sempre eh?

Postiamo l’articolo in oggetto e ditemi voi se non è una leccata  vergognosa. Non bastano le agenzie, le televisioni e la carta stampata, mancavano solo i siti DDD, ovvero: depistanti, distraenti, deprimenti .

E’ un ‘articolo dei fiancheggiatori mediatici che si guardano bene dall’evidenziare che la deficente nella foto, quella che si infilava la testa di pollo  non dico dove, davanti ai bambini al supermercato, fa parte di OPTOR (vedi maglietta con pugno chiuso) l’organizzazione dedita ai Colpi di Stato chiamati eufemisticamente Rivoluzioni Colorate, creata e sostenuta dal finanziere sionista Soros e da una nota organizzazione americana dedita all’esportazione della “democrazia”. Non dicono nemmeno questi lecchini che le poverette, racchie e male in arnese, non sono cantanti, ne ballerine, ne sanno suonare la chitarra, ma hanno urlato bestemmie impronunciabili anche dai peggiori bestemmiatori nostrani, tanto erano dissacranti e gratuitamente offensive di quanti in quella cattedrale erano presenti per una messa.

Et voilà l’intervista alla candidata playmate secondo Repubblica, che adesso scopriamo leggere la bibbia, fra un’orgia pubblica incinta e un’altra. Mi chiedo solo il perchè questo insistente e mondiale impegno a sostegno di queste organizzazioni  sataniste e pedofile da parte dei media occidentali. Antipatia per Putin o tentativo di collocare la Russia fra i paesi a cui necessita una “esportazione di democrazia all’uranio? Tutti gli elementi coducono a quest’ultima ipotesi purtroppo.

Pubblico anche i commenti che evidenziano come i lettori siano moolto più svegli del sito CDC e non abbiano abboccato all’amo.

Ci siamo permessi di fare dei commenti fra parentesi. Scusateci, quando la tragedia diventa farsa anche l’ironia ci può stare.

Da Comedonchisciotte.org: “AMO LA RUSSIA ODIO PUTIN E SOGNO LA RIVOLUZIONE”
Postato il Mercoledì, 05 settembre @ 21:30:00 CDT di davide

FONTE: DER SPIEGEL

Intervista alla leader delle Pussy Riot: vogliamo svegliare la maggioranza silenziosa

A Mosca c’è un solo carcere per donne in attesa di giudizio. Ospita 1300 detenute ed è conosciuto col nomignolo di “Bastiglia”. Qui le Pussy Riot, condannate in primo grado per aver realizzato un video nel quale cantavano “Madre di Dio, caccia Putin”, attendono l’esito dell’appello. Nadezhda Tolokonnikova (nella foto), 22 anni, è considerata la leader politica del gruppo, anche perché vantava già una considerevole militanza nei gruppi di opposizione a Putin.

Come sono le sue giornate in prigione?

Sopportabili. È pur sempre una prigione russa con tutto il suo charme sovietico. Il sistema carcerario russo rimane ancora oggi una via di mezzo tra una caserma e un ospedale. Sveglia alle 6, colazione e ora d’aria. Il resto della giornata lo passo scrivendo o leggendo. Oggi, ad esempio, ho letto la Bibbia e un libro del filosofo marxista sloveno Slavoj Zizek.

Si pente dell’iniziativa di protesta all’interno della Cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca?

No, niente affatto. Il processo contro di noi è stato importante perché, condannandoci a due anni di prigione senza che avessimo commesso alcun reato, il sistema putiniano ha emesso una sentenza contro se stesso.

Lei ha una figlia di 4 anni. Non pensa che il suo comportamento sia stato irresponsabile nei suoi confronti?

Chi ha paura dei lupi non si avventura nella foresta. Io non ho paura dei lupi. Lotto perché mia figlia possa crescere in un Paese libero.

C’è chi vi considera delle eroine e c’è chi giudica di cattivo gusto le vostre iniziative. Quando era incinta prese parte completamente nuda a una manifestazione al Museo Biologico per protestare contro la politica demografica del Cremlino.

I gusti sono un fatto personale. Le nostre sono performance di arte moderna.  (Arte!)

Cosa pensano i suoi genitori di queste performance?

Mio padre dopo la manifestazione al Museo Biologico non mi ha rivolto la parola per due mesi. Ma solo perché non lo avevo invitato ad assistere.  (All’orgia della figlia! Ha ha ha, scusate, questa ha anche il dono dell’ironia… o è fatta?)

Avete iniziato con il collettivo di artisti Voina, che significa “guerra”. Contro chi siete in guerra?

Le iniziative di Voina erano una prova di forza tra la società civile e il governo.

Qual è l’obiettivo delle Pussy Riot?

La rivoluzione in Russia. Vogliamo una Russia diversa ( diversa, già ) e lo facciamo traducendo in azione le nostre idee libertarie.

Ama il suo Paese? (Come abbiamo svelato con la foto del passaporto, il paese della Bernarda Riottosa parlante è il Canadà ndr)

Amo la Russia, ma odio Putin.

Putin è uno degli uomini più potenti della terra. (Già ma oltre ad una dacia sembra non possedere altro)

L’onnipotenza di Putin è una illusione. Lo si capisce dalla mastodontica macchina propagandistica che ha messo in piedi. In realtà il presidente è patetico e spregevole.

Come mai avete suscitato l’interesse internazionale per il problema dei diritti umani in Russia più dell’assassinio di alcuni giornalisti o dell’approvazione di leggi repressive?

Perché la nostra performance non era banale. Siamo state capaci di portare lo scontro tra governo e società civile all’interno di un contesto religioso, politico e sociale. Il regime di Putin assomiglia alle società tribali e ai regimi dittatoriali del passato.

Le vostre dimostrazioni non hanno come bersaglio solamente Putin, ma più in generale il capitalismo. (???già, sono filoamericane e quindi anticapitaliste no!) Oleg Vorotnikov, un esponente di Voina, ha anche giustificato la “spesa proletaria”.  (Il famoso pollo infilato in vag… e portato fuori dal supermercato)

Sì, facciamo parte del movimento anti-capitalista internazionale nel quale si riconoscono anarchici, trozkisti, femministe ecc. (OTPOR) Il nostro anti-capitalismo non è né anti-occidentale né anti-europeo. Ci consideriamo parte dell’Occidente e frutto della cultura europea. ( Ci è o ci fa?) Ci dà fastidio l’inefficienza del consumismo, (consumismo inefficente???) ma non ci proponiamo di distruggere la società consumistica. (Aambè, siimbè) Il fulcro della nostra ideologia è la libertà e il concetto di libertà è un concetto occidentale. (Giusto ben detto!)

Voi siete femministe. Cosa caratterizza le donne russe oggi?

Le donne russe sono stritolate da due stereotipi: quello occidentale e quello slavo. Disgraziatamente in Russia domina ancora la vecchia concezione della donna regina del focolare, della donna che cresce i figli senza alcun aiuto dell’uomo. È una concezione che la Chiesa ortodossa contribuisce a diffondere e che rende schiave. (La liberazione della donna quindi dovrebbe passare attraverso le orge pubbliche come da loro eseguite nelle loro rappresentazioni artistiche!! ) L’ideologia di Putin si muove nella medesima direzione. Sia la chiesa sia Putin rifiutano l’Occidente, femminismo compreso. Ma anche qui da noi il movimento di liberazione delle donne ha una tradizione e fu soffocato da Stalin. Speriamo risorga.

Sceglierebbe ancora un luogo di culto per tenervi una manifestazione di protesta?

Siamo artisti e gli artisti non si ripetono mai. Comunque il video e il testo non potevano in alcun modo offendere i sentimenti religiosi dei credenti. I media controllati dal governo hanno offerto una rappresentazione distorta della realtà accusandoci di odio religioso. (E’ vero, le parole usate e registrate come prova,  sono impronunciabili tanto è il livore blasfemo che contengono)

Al processo ha citato il Vecchio e il Nuovo Testamento. Lei è religiosa?

Non credo in Dio, ma considero la religione un aspetto importante della cultura. (Quindi da demolire?)

La chiesa ha chiesto clemenza per le Pussy Riot. Non è vero. La chiesa ha chiesto clemenza solo dopo che era stata resa nota la sentenza. Perché non ha parlato prima? (Non corrisponde al vero la risposta. Prima del verdetto ho letto le dichiarazioni della chiesa che ha chiesto clemenza asserendo che le poverette non sanno quello che fanno!)

In tribunale si è paragonata a Fiodor Dostoevskij e Alexander Solgenitsin. La notorietà le ha dato alla testa? Solgenitsin ha trascorso 8 anni in un gulag. E Dostoevskij fu condannato a morte e graziato quando si trovava già dinanzi al plotone di esecuzione.

Non volevamo fare alcun paragone. Volevamo solo sottolineare che l’atteggiamento del governo nei confronti del dissenso è esattamente lo stesso. Diversi oppositori pensano che con la performance nella cattedrale abbiate esagerato. Aleksey Navalny, il più noto politico di opposizione, ha definito la vostra performance “stupida”.

Avete per caso diviso l’opposizione?

Navalny ci ha lodato quando sulla Piazza Rossa abbiamo detto che Putin era un vigliacco. Sì, è vero vogliamo dividere, ma non l’opposizione. Vogliamo svegliare quella parte della società che finora è rimasta inerte e ha preferito rimanere tranquilla a casa invece di scendere in piazza a difesa dei diritti civili. La vera spaccatura al momento è quella tra il governo e la maggioranza silenziosa dei russi.

Dal giorno del vostro arresto c’è qualcosa che vi ha fatto particolarmente piacere o dispiacere?

La straordinaria pubblicità data dai mezzi di informazione di tutto il mondo al nostro caso è stata una piacevole sorpresa. (Ha ha, l’hanno organizzata loro la kermesse!) La reazione del governo ce l’aspettavamo. Mi ha fatto piacere il sostegno ricevuto da moltissima gente oltre che dagli amici. (Hanno ricevuto difatti delle proposte di lavoro nei bordelli e anche Playboy ci sta pensando, a quella nella  foto sopra. Giusto, le altre sono troppo sfatte!)

Avete fatto appello. Vi aspettate una riduzione della pena?

Non mi interessa.  (avranno un contratto a tempo indeterminato?)

Teme per la sua vita una volta che vi manderanno in una colonia penale?

Sono le autorità a dover avere paura non noi.  (Questo è vero, avendo visto cosa hanno combinato in Medio Oriente gli esportatori di democrazia ai quali appartengono le Pussy)

Una volta uscite di prigione sfrutterete la vostra fama per fare soldi? O magari entrerete in politica?

A che serve parlare di cose del genere fin tanto che in Russia ci sarà un sistema autoritario? (tradotto: si deve rovesciare il governo eletto con più del 60% dei votanti, come in Libia come in Siria questo è il messaggio)

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it
5.09.2012

© Der Spiegel, 2012 – Distribuito da The New York Times Syndicate

Traduzione a cura di Carlo Antonio Biscotto

via http://dk53news.blogspot.it/

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di Fulvio Grimaldi     http://fulviogrimaldi.blogspot.it

segue: Damasco, Tehran, Ecuador-Assange, fuochi all’Ilva e autocombustioni, liquidazione del Terzo Potere e incameramento del Quarto. Grilli pensanti e grilli parlanti. Il Terzo Stato dov’è?“Tutti noi siamo persone, non tasti di pianoforte. Nessuno può trattarci come se fossimo tasti di pianoforte. Nessuno può schiacciarci per suonare la musica che piace a loro.” (Fëdor Dostoevskij)
Tempo nero che genera il tempo rosso che renderà possibile il tempo verde: la solidarietà va occupando il posto dell’avidità e della paura. Essendo capace di inventare, capace di creazione e di follia, la rivoluzione cubana va. Però nemici non le mancano. Tra i suoi nemici più temibili c’è il burocrate, devastatore come l’uragano, asfissiante come l’imperialismo: non ci sono rivoluzioni che non se lo allevino dentro. Il burocrate è l’uomo di legno, nato per errore degli dei. che lo fecero senza sangue, non ha stimoli né apatia, non ha parole da dire. Ha l’eco, ma non ha voce. Sa trasmettere ordini, non idee. Considera ogni dubbio un’eresia e qualunque contraddizione un tradimento. Confonde l’unità con l’unanimità e crede che il popolo, eterno minorenne, bisogna tirarlo su per le orecchie. E’ del tutto improbabile che il burocrate si giochi la vita. E’ del tutto impossibile che si giochi il posto. (Eduardo Galeano)
” La vittoria dell’economia di mercato (come chiamano oggi eufemisticamente il capitalismo) deve essere assoluta, e così la sconfitta del socialismo. Si vuole fare in modo, come diceva Hitler prima di Stalingrado, che quel nemico non si rialzi mai più. I capitalisti in effetti hanno sempre avuto un’inclinazione per l’assoluto. In tutto il mondo il capitalismo è entrato in una crisi priva di sbocchi. Non gli è rimasta altra scelta che sprofondare in un caos ecologico e sociale oppure accettare la rinuncia alla proprietà privata dei mezzi di produzione e quindi il socialismo. Ambedue le alternative significano la sua fine”.
(Erich Honecker)
 ”Comprendo fin troppo bene quello che avete detto. Quello che state facendo è gettare fango su di me, sul presidente Mao Zedong e sulla Grande rivoluzione culturale proletaria, a cui hanno partecipato centinaia di migliaia di persone… Nasconderete anche questo?” (Jiang Qing, moglie di Mao)

Buongiorno e ben trovati.

“Anni Settanta”. Dipende.
Sarà un pezzo disordinato, senza capo ne coda, cavato alla rinfusa dalla montagna di ritagli, carte, documenti, email, appunti, che è cresciuta a lato della tastiera in queste settimane di blog silente (se non per i sempre validi interventi dei miei interlocutori). Avrei dovuto riordinare, scomporre, categorizzare, tematizzare, travasare in puntate, ma un po’ la canicola, un po’ la sindrome del dopo-ferie, un po’ il bassotto-ragazzino Ernesto che insiste, pena un muso di rappresaglia, a trascinarmi alle siepi dei giardinetti dove si accanisce sulle lucertole (tranquilli, grande cacciatore, non le prende mai), non ne ho né il tempo, né la voglia. Sono anche un po’ depresso per un libro del mio figlio maggiore, buona penna pensosa, che ha voluto spiattellare ai suoi lettori (gliene auguro molti) le vicende vissute col padre separato, militante di Lotta Continua, negli anni ’70, lui ragazzetto (oggi alla seconda età). Che gran peccato che di quella fioritura del ’68, dei suoi colori forti, delle sue spine e delle sue efflorescenze selvatiche, lui, pur reduce nientemeno che della “Pantera”, esile e breve ritorno di fiamma, non abbia
riportato le luci indiscutibilmente abbaglianti, il calore dei fuochi esterni e interni. Ma solo un pietroso, rancoroso sarcasmo, anche squalliduccio, intossicato da ricordi falsi e impoverito da ricordi buttati, simile ai “ripensamenti” dei tanti che successivamente hanno messo la testa apposto,non lontano dalla valutazione che di quei mala tempora davano certi ambienti famigliari, tutti chiesa, banca e famiglia ristretta.Chissà se questo uomo ormai maturo, nel senso di quello Zeitgeist che si è dato il titolo di ”società civile”, “nonviolenza”, “diritti umani” (da Bertinotti al “manifesto” a Zanotelli a Marcos), nel lamentare il prezzo che avrebbe pagato per quegli anni e il loro, di Zeitgeist, risolvendo tardivamente il rapporto col padre, accanto a quel prezzo un giorno ci metterà anche un introito.
La percezione che il mondo non era solo fatto di tinelli, oratori, posate apposto, cappottini, “mangia che grasso è florido”, “attento alle brutte compagnie”, famiglia e maestre. Che c’erano visioni dall’alto che abbracciavano tutto il mondo e, soprattutto, gli altri, i diversi. Che comportamenti “estremi” non potevano non corrispondere ad attacchi estremi subiti. Gli incontri, frequenti negli anni dell’adolescenza, che avrebbero unito lui, suoi amici (allora “compagni”) e suo padre in una combriccola che, una decade più tardi, avrebbe vissuto con passione e convinzione l’eredità di quegli anni dai capillari gonfi, dai pugni chiusi, dai ragazzi palestinesi con il mitra, dagli sguardi che volavano oltre la Varesina e arrivavano fino in Nordirlanda, fino in Cile.Ricordo una lettera: “Caro amico ti scrivo…” Se se ne rammentasse, la sua corsa verso la felicità farebbe un balzo. Infelici i genitori che non sanno farsi perdonare sbagli e stronzate. Ma, come diceva, credo, Nietzsche, maturo il figlio solo quando abbia perdonato i suoi genitori. Quanto a me, ci metto poco a passare sopra quel che riguarda la mia persona. Più doloroso e difficile è passare sopra un’idea di quegli anni che, più che quella di un bambino di allora e dell’uomo che ne è scaturito, pare l’acida rievocazione di un PD a cui di quell’epoca “of wine and roses” e pugni chiusi è sfuggito il soffio.Iran, “l’asse del male” prolifera

Per la prima volta il Consiglio di Sicurezza non ha condannato un attentato contro l’ONU E ora andiamo per vicende pubbliche. E’ in corso il Vertice dei Nonallineati a Tehran, in Iran. Vi partecipano tutti i paesi membri dell’organizzazione, 120 più 21 osservatori, almeno 50 capi di Stato, il resto primi ministri e ministri, due re. Un trionfo di immagine e di rilevanza politica. Mancano gli Usa, l’UE e poco altro. Si nascondono dietro ai loro sguatteri del Medio Oriente. Il più fresco di loro, ansioso di crediti scolastici, si è buttato subito nella mischia. Stonando rispetto a una maggioranza che credeva opportuno e giusto tutt’altro, il neo-presidente egiziano Mohammad Morsi ha latrato contro l’oppressore Assad e ha definito l’appoggio ai ribelli “dovere morale e necessità politica e strategica”.  Il vertice va dal 26 al 31 agosto. Quando, a quel punto, i siriani hanno lasciato la sala, sono stati accompagnati da applausi e incoraggiamenti. Cinque giorni nei quali l’Iran, bestia nera dell’Occidente, programmato come epilogo della campagna per radere al suolo quanto resta dopo Libia, Siria, Egitto, Tunisia, Yemen, Somalia, a dispetto dell’occultamento mediatico, è al centro della scena mondiale.

Con la presidenza dei non allineati assume la guida di un movimento che, per buona parte, da segni di ritorno allo spirito di Bandung, dei Tito, Sukarno, Nehru, Nkrumah, Boumedienne… Si tratta nuovamente di far saltare la trasmissione del bulldozer imperialcolonialista, mentre si avventa su quanto mondo non gli si offre spontaneamente, sulla pira o nelle stanze della servitù. Al momento non si sa come andrà a finire, quanto di un richiamo all’ordine e al diritto internazionale, contro le guerre d’aggressione, contro il terrorismo planetario occidentale, contro il mostruoso arsenale nucleare delle potenze, farà breccia sui vassalli dell’ Impero intrufolatisi nell’alleanza. Ma il mondo, con in prima fila il fantoccio ONU degli Usa, Ban Ki Moon, operatore ai freni del nonallineamento, visto che gli psicopatici nazisionisti latrano minacce di sfracelli atomici e i media bilderberghiani (9 su 10) colludono a botte di menzogne e demonizzazioni, ha visto riunirsi nella capitale del paese-canaglia oltre due terzi dei rappresentanti dell’umanità. Molti dei quali atterriti dal dilagare del terrorismo totalitario, economico e bellico, istigato da Usa e Israele. Si è visto un protagonista. Con notevole seguito. Mentre i colorati verdi della “rivoluzione del rimmel” non li caga più nessuno. Ma non era isolato l’Iran?

Diventa sempre più difficile sbranare la Siria. E’ per questo, e per le parallele vittorie dell’esercito e del popolo sui ratti invasori, che a Washington e Londra si sta dando di matto, che a Tel Aviv si manda nel panico la gente con discorsi sul “danno accettabile” in caso di rappresaglia iraniana e si avvitino le spolette sulle 400 bombe termonucleari nel Neghev. Il guru spirituale del partito ultrareligioso Shas, rabbino Ovadia Yosef, sul cui fanatismo si appoggia Netaniahu, è arrivato a intimare agli ebrei di pregare per “l’annientamento dell’Iran e di Hezbollah”: nazionicidio e genocidio, come prescrive il Talmud. Rispetto alla quale dichiarazione quella di Ahmadinejad, che auspicava la scomparsa di quel concentrato di razzismo e terrorismo che è il “regime sionista” (non il popolo ebraico), è correttissima difesa dei diritti umani e della Carta dell’ONU. La confusione nel campo dell’aggressione è pari alla paralisi. Fra poco si vota negli Usa, ma anche in Germania, ma anche in Italia, ci sono scadenze cameroniane in Gran Bretagna, ma anche in paesi da destabilizzare, come il Venezuela, o da meglio incatenare, come Honduras e Paraguay. E ai vari fantocci reggenti del corporate power, da Obama a Merkel, da Hollande a Cameron, non è stato ancora chiarito se gli conviene buttarsi a destra o a sinistra, mostrare le zanne dell’assalto, o i brindisi dei negoziati-truffa. C’è, tra questi, anche il paggio Giulio “Pierino” Terzi, ministro tecnico degli Esteri. Lui, invece, non è confuso. Da bravo tecnico del suono, udito da lontano uno squillo di tromba a destra. subito ha intimato: armiamoci e partite! Quisquilie, tutte queste. Roba, per Ferrero, Vendola, Di Pietro, i sinistri guru del “manifesto”.Da non farci caso. Se non si bada alla guerra, forse la guerra se ne va. Trovare nei loro piani, suggerimenti, programmi, appelli, un accenno a “effetti collaterali”del capitalismo 2000, come guerra, Nato, basi, terrorismo USraeliano, è come trovare petrolio nelle buche che mi trivella il bassotto Ernesto tra le margherite.

Ecuador. Londra si spara sul piede.
Non ho grande simpatia per Julian Assange. Non mi convince. Troppo unanime e d’ufficio la sua difesa. Ho scritto in tempi non sospetti (non che non sia sospetta la bufala degli stupri in Svezia, hanno fatto di meglio con Strauss Khan e la zoccola di New York) che la caterva dei suoi dispacci diplomatici, al meglio era banale e scontata, al peggio era occasione per un ricambio di quadri di regime. Nel mezzo, quando si sputtanavano governanti amici o subalterni, si bilanciavano rischi e benefici: amico o vassallo avvisato, mezzo salvato. Scambi tra ambasciata e Dipartimento di Stato che gettavano il ridicolo o la stilettata su Mubaraq e altri proconsoli ben potevano, come s’è visto, essere l’inizio di un processo di dismissioni. Non condividevo la commozione e l’incenso con cui tanti bravi comunicatori antagonisti, il grande John Pilger in testa, chiamavano Assange, glaucopide e dalla chioma cangiante alla Morgan, vindice di tutti gli occultamenti politico-mediatici, alfiere della libertà d’espressione, martire, forse, della verità.

Mi sbaglierò, ma Assange mi ricorda Saviano. Wikileaks una delle tante ONG dei diritti umani con in tasca un ordine di servizio della Cia. Tutti si agitano in difesa della libertà del soggetto (dal look rapato o lungochiomato, biondo o argentato) e fanno bene. A Londra Assange, magari immeritatamente, è stato elevato a simbolo di giustizia dalla grossolanità ottusa di un regime energumeno che si ritiene impunibile. Qual è l’onesto operatore della comunicazione che non si schiererebbe contro questo Golìa? Semmai stona un po’ la trafelata corsa alle armi dell’eulogia per l’offeso e del raccapriccio per l’offesa, rispetto al totale occultamento della vicenda, pure Wikileaks, che però riguarda un fatto e un personaggio, evidentemente più seccante. Bradley Manning, giovanissimo soldato Usa in Iraq addetto all’informatica, nel maggio 2010 non trasmette a Wikileaks solo un flusso di comunicazioni diplomatiche a livello di pettegolezzo, ma anche un terrificante filmato in cui due Apache Usa, istruiti da lontano, inceneriscono un gruppo di civili iracheni in disperata fuga. Filmato che ha fatto il giro del mondo e ha rivelato anche a milioni di menati per il naso la vera faccia della democrazia occidentale esportata. Bradley Manning è da allora in un carcere militare, seviziato da isolamento per 13 ore al giorno, con le luci costantemente accese, controllato ogni cinque minuti, nudo sotto una coperta che è un ruvido tappeto, costretto a camminare in tondo nell’ “ora d’aria”, incatenato durante le visite e sottoposto ad abusi legali di ogni genere. Con la prospettiva, se sopravvive, della condanna capitale per “alto tradimento” e “collusione col nemico”. Non ne parla nessuno. Imbarazza.

Ma di e per Assange, che evidentemente imbarazza di meno, parlano tutti, cattivi e buoni. I cattivi, un po’ per celia e un po’ per riconoscenza per il lavoro in neretto che il diffusore ha inserito tra i caratteri normali delle ovvietà: tipo Al Qaida ha fatto l’11 settembre, il Pakistan è da far fuori perché connive con i Taliban, Gheddafi s’è messo in tasca i proventi del petrolio, gli iraniani puzzano di nucleare e nel Sahel impazza Al Qaida. Proprio come quando Saviano, da potenti schermi, ci ammannisce il suo disgusto per Hugo Chavez, Putin, Fidel, Gheddafi, i cinesi, in perfetta sintonia con Hillary Clinton, detta la “Belva umana”. Di e per Assange si parla. Come di e per Roberto Saviano (la cui ultima prodezza sono stati tre paginoni di “Repubblica” in cui ogni guaio, tutta la crisi, vengono addebitati alle mafie, preferibilmente, russe e balcaniche, che governi lindi e pugnaci si adoperano a combattere). Della sinergia e dell’intreccio organico mafia-capitalismo, criminalità organizzata e criminalità di Stato, nulla sa Saviano. Neanche quando da Palermo appare, in tutte le sue rigogliose e perverse ramificazioni, la foresta sconfinata, da almeno settant’anni coltivata, della collusione politico-economico nell’SpA mafia-classe dirigente. Assange come Saviano. Il primo, però, al contrario del secondo, appare perseguitato. Ma con Obama che stila ogni martedì la lista dei fastidiosi da eliminare extra giudizialmente, con drone o squadrone della morte, con Israele che sparge polonio sugli avversari, se Assange fosse quel nemico della patria che si dice, figurati se non lo avrebbero da tempo tolto di mezzo. C’è anche l’ipotesi che l’australiano sia lo strumento della lotta interna tra cosche rivali nel Potere Usa. O che se ne sia prediposta la fuga nell’ambasciata dell’Ecuador, per rimettere al centro del bersaglio uno o tutti i paesi disobbedienti dell’America Latina, colpevoli di alimentare una forsennata campagna contro la democrazia, americana e in toto.

Rafael Correa 
Fosse vera quest’ultima, la Gran Bretagna, pur esperta di palombelle rosse che ti prendono alle spalle, si è sparata quattro volte sul piede. Quando ha suscitato la grancassa di sostegno ad Assange, al tempo degli arresti domiciliari su cauzione di 264mila sterline (versata dai bamba che si sono fidati, allegramente bruciata); quando, o facendo la furba, o facendo fiasco, Assange gli è scappato sotto il naso per raggiungere l’ambasciata dell’Ecuador; quando, sbroccando del tutto (effetto collaterale della tracotanza), ha annunciato di mettere a ferro e fuoco tale sede, protetta da immunità assoluta. Ha travalicato una volta di troppo la frontiera che custodisce i brandelli del diritto internazionale, della sovranità nazionale, della non-interferenza, delle buone maniere, sopravvissuti alla passata della falce imperialista dopo l’11 settembre; e infine, quando, di fronte alla sollevazione di tutta l’America Latina, dei suoi popoli, dei governi più riluttanti, osservata con strizzata d’occhio dal resto dell’umanità fuori dall’1% cannibale, Londra ha dovuto rivoltarsi come un calzino e, da dietro la lavagna, ha dovuto promettere “non lo farò più”. Splendida figura, grande acquisizione di prestigio internazionale da parte del subcomandante imperiale: un’altra spintarella a sinistra e verso l’integrazione, con Correa sostenuto addirittura dalla washingtoniana Organizzazione degli Stati Americani (OSA), dopo i più convinti Mercosur, Unasur e ALBA, per il “Continente della Speranza”.

Qui la figura stramediatica di Assange viene sovrastata da quella di Rafael Correa, presidente dell’Ecuador e protagonista con Chavez, Morales, Ortega, Castro, della rinascita e del processo di integrazione progressista e antimperialista latinoamericana. Chiunque sia davvero Assange, i popoli liberi e angheriati del mondo hanno visto nella risposta a muso duro, da Correa tirata in faccia agli epigoni di Churchill con la concessione dell’asilo politico, non un gradino, ma un’intera scalinata scavalcata di botto nella corsa alla neutralizzazione dei necrofagi. Intanto l’Ecuador, rinfocolando gli spiriti patriottici e unitari dei popoli, latinoamericani per primi, ha dato una mano a chi, come Hugo Chavez, elezioni presidenziali il 7 ottobre, deve mobilitare la gente in difesa della rivoluzione-pilota bolivariana, contro le manovre terroristiche Usa in atto e quelle di destabilizzazione programmate per il dopo-elezioni (a dispetto del fatto che Chavez viaggia attualmente con 20 punti di vantaggio sul rappresentante della vecchia oligarchia e degli Usa, Capriles). Correa ha reso a Chavez ciò che il “socialista del XXI secolo” ha trasmesso in questi anni all’America Latina e al mondo: giustizia sociale, diritti umani, democrazia vera, indipendenza, unità, lotta all’imperialismo, pace. Meritando 12 vittorie su 13 in elezioni oneste.

Armstrong come Gesù Cristo
L’uno l’hanno fatto risorgere, l’altro, di più, lo hanno fatto atterrare sulla luna. Tutt’una ancora stupefatta umanità a ricelebrare l’evento a ogni anniversario di una bufala che regge il confronto con l’11 settembre e la discesa dello Spirito Santo. Stavolta i peana trionfali si sono dovuti mescolare con l’eulogia funebre per il “primo uomo sulla luna”: effetto amerikano doppio. Riconosciamo al TG3 il soprassalto deontologico di aver mostrato dignitosamente e senza ironia anche gli argomenti dei “negazionisti”, anime dannate. Milioni di pagine e di immagini hanno dimostrato la fabbricazione dell’allunaggio, degli allunaggi, su un set cinematografico, probabilmente nel lunare Nevada: la bandiera Usa che sventola impetuosa su un corpo celeste del tutto privo di alitazione; le ombre degli astronauti che cadono dalla parte sbagliata perché provocate da fari, la serie di proiettori che si riflette sulla calata del casco di Armstrong… il fatto che non ci siano mai tornati per prendersi i celebrati minerali, o bombardare da lì la Russia. Comunque ci sanno fare: con analogo espediente televisivo – ricostruzione della Piazza Verde di Tripoli negli studi cinematografici del Qatar, poi riempita di “ribelli” trionfanti – hanno mostrato al mondo, e ai libici, che Tripoli, ancora sotto controllo gheddafiano, era invece caduta. La prossima della serie potrebbe essere una mossadata fuori ordinanza: un bell’incidente da armi chimiche in Siria, o Israele, in mezzo a migliaia di persone, da attribuire a colpa, o dolo, di Assad. Chi potrebbe più fermarli, i “protettori dei civili siriani” con missile Hellfire innestato?

Obamney contro Rombamba
A certi decerebrati statunitensi con la bava alla bocca, in basso come in alto, le sette guerre del liberal Obama, la sua desertificazione dei diritti civili in Usa e dei diritti umani nel mondo, il suo elenco settimanale di “sospetti” da assassinare, i suoi campi d’internamento senza processo per disturbatori, la sua Guantanamo, la tortura legalizzata, non bastano più. Una delle uscite dall’incubo “Occupy Wall Street” e di altre insubordinazioni sociali è quella che porta dritta all’irrigidimento belluino, all’escalation fascista. L’altra condurrebbe a una riduzione delle spese militari a favore di istruzione, salute, lavoro, il ripristino dello sgretolato habeas corpus, la mordacchia a banche e finanzieri, basta guerre: mission impossible, per chi si nutre dei biscotti delTea Party e da li prende a noleggio per la vicepresidenza un piccolo Goebbels che si è fermato alle elementari. Mission impossible, comunque, sia per Romney che per Obama, visto come è strutturata la dittatura smart (fica) statunitense. Sono talmente rintronati buona parte degli statunitensi che gli pare salvifico un figuro (e il suo sottopancia nazista) di cui si sa che, alla faccia del contribuente, sguazza in paradisi fiscali ed evade tutte le tasse, ha nel guardaroba il cappuccio del Ku Klux Klan e sul bavero la stella di David, prepara roghi per abortisti, gay, coppie di fatto, eutanasisti e demolizioni controllate di quanto resta della sanità pubblica Usa, è un integralista religioso e, nel nome di dio, vanno fatte tutte le guerre che Israele comanda. A Russia e Cina per ora pensano Kasparov e un po’ di zoccole Riot. Ci arriviamo nel secondo mandato.

Questo Romney si colloca oltre la lista di Sciascia che enumerava uomini, mezzi uomini, ominicchi, ruffiani, quaquaraqà. Ma di meriti ne deve avere davvero tanti, visto che le più grandi corporation fanno il tifo per lui, che Wall Street lo paga il doppio di Obama e che, sorprendente solo per i farlocchi, alla convention repubblicana gli è arrivatoil regalo kolossal della preferenza della Chiesa, il cardinale cattolico di New York, Timothy Dolan, capo di tutti i vescovi Usa, in persona. E’ entrato nel bordello è si è offerto procacciatore di 10 milioni di voti cattolici. E pazienza se guidati da tanti pastori pedofili. C’è però da dubitare che tutti quei 10 milioni si sentano vocati al ruolo di cocotte. Il fatto significativo qui è che ‘sto Dolan non si sarebbe mai permesso di incensare Romney, se non avesse avuto l’ordine di servizio del papa. Già, quello che all’Angelus: “Ci rivolgiamo principalmente al governo siriano perché ponga fine alle violenze…”. Quello cui è caro Monti e, dunque, Romney. Quello che meglio fondamentalisti islamici, che cristiani con l’ubbia della democrazia e della coesistenza come praticata in Libia e Siria. Che sorpresa è?

Negli Usa è costume, cultura, tradizione. Ci pensa la Cupola: una volta ne mette uno dai modi perbene, dagli orizzonti rosati, dialogante, fascinoso, buono sportivo, anche un po’ sbarazzino. Quando, dopo un po’, la retorica si fa lisa, il soggetto appare logoro, i fatti non corrispondono agli annunci, si cambia. Al pubblico insoddisfatto e disilluso si offre l’alternativa forte, quella con mascella rigida e pugnale tra i denti, quella del riscatto e del “destino manifesto” del popolo americano, quella che a ognuno è offerta la possibilità del sogno americano. Salvo ai perdenti. E fuori lo Stato dai coglioni e dentro il privato, le banche, le imprese). E’ il ricambio di Pulcinella dopo Arlecchino, il burattinaio è sempre lui, il coacervo degli interessi industrial-militar-finanziari che si articola in Bilderberg, nel FMI e nella BCE. E la strategia, interna o esterna, non cambia, che al popolo bue si faccia un buco di eroina rassicurante, o di cocaina galvanizzante. Di solito, dopo aver spremuto un burattino scemo, ma zannuto, fino al limite estremo della credibilità, si innesta uno che ci sa fare, balla bene e dà pacche sulle spalle, garantendo però di tirare fuori, al momento opportuno, i miliardi per le banche, per i missili e per i Consigli d’amministrazione. E le mazzate agli insofferenti. Lo spettacolo deve offrire cambi di scena e di attori, il canovaccio resta. Nixon dopo Johnson, Carter dopo Nixon, Reagan dopo Carter, Clinton dopo Bush padre, Obama dopo Bush figlio, Romney dopo Obama. Vedete voi chi era il rozzo e chi il fino. Intanto lo Stato canaglia più canaglia della storia procede in perfetta continuità strategica.

Pawla Kuczynskiego

E’ da dementi pensare che il tirannosauro trilionario degli interessi finanziari Usa sottoponga ogni quattro anni il suo fato collettivo ai capricci e alle ubbie di masse ignoranti, disinformate, manipolate, rese del tutto impotenti. Da loro come da noi, il rito delle schede e delle urne, quando non falsato dai brogli tipo quelli delle due elezioni di Bush, è del tutto predeterminato nei risultati. Un po’ grazie all’intossicazione mediatica, un po’ col terrorismo economico, un po’ col clientelismo, un po’ con la collaborazione dei partner mafiosi, un bel po’ con fondi passati sottobanco, ma soprattutto attraverso i meccanismi di voto, a partire dalla legge elettorale, come ben si vede ora dalle nostre parti, o come si esprime negli arzigogoli burocratici Usa che eliminano dalle liste i sospettati di votare male. Basta guardare ai gabinetti delle ultime presidenze Usa: tutti affollati da lobbisti e dirigenti delle megabanche e multinazionali, per lo più con la menorah a sette braccia sul caminetto e Goldman Sachs a capotavola. Vediamo a novembre se, in vista dell’eliminazione della Siria, ultimo superstite nello schieramento panarabo laico e progressista, antisraeliano e anticolonialista, e dell’assalto a Iran e il resto, si preferirà uno che occulta i genocidi imperiali sotto la pelle nera, i modi garbati e i matrimoni gay, oppure se, alla vista della crescente insubordinazione sociale e delle nazioni, serpeggiante un po’ ovunque, non si punti piuttosto a un matamoros da manicomio criminale, che non ci metta niente ad avventarsi su popoli, culture, habitat, donne, studenti, lavoratori e froci. La scelta del Vaticano potrebbe essere un’indicazione.

Primavere inquinate 
Avevo intitolato un docufilm su rivolgimenti nel mondo arabo “Maledetta Primavera”. Conseguentemente, quello successivo si chiamava “Armageddon sulla via di Damasco”. Il “maledetta” implicava due concetti: maledetta, per i tiranni fantocci dell’imperialismo in Egitto, Tunisia, altrove, dunque per l’imperialismo. E maledetta per l’abuso infame del termine quando veniva stuprato per descrivere la cannibalizzazione della Libia o della Siria. Abbiamo visto per mesi, poi per anni, masse egiziane incazzate, radicate in una lunga storia di lotte operaie, studentesche, degli intellettuali e giuristi, invadere Cairo e altre città, esprimere la volontà di cacciare non solo il despota, ma anche i suoi sponsor, complici interni ed esteri e il loro sistema globalizzato (si è anche assaltata l’ambasciata israeliana). E da subito i soliti grilli parlanti della sinistra, supportati dagli amici del giaguaro mediatici, hanno sparlato della “rivoluzione” dicendola manovrata dagli Usa con i consueti strumenti Cia, Ned, Freedom House, USAID, ecc. I primi per pura gelosia, classica dei custodi emme-elle delle sacre leggi, e per loro innata avidità di perdere. I secondi, per screditare il movimento , “tigre di carta”, e deprimerci dipingendo tutto come irrimediabilmente contaminato. Io, noi, per la verità ci siamo forse sbilanciati un po’ troppo nell’accreditare la drastica diversità, anzi il suo contrario, rispetto alle amerikane “rivoluzioni colorate”. Perché di inquinamento ce n’era. E sta venendo fuori a valanga.

Manufacturing Dissent, fabbricare dissenso
Di questo inquinamento c’è un simbolo, quello di Otpor, la banda Cia-NED-Soros che innescò il colpo di Stato contro Milosevic, a partire dall’emittente della radio Cia “B-92”, partner serbo di Casarini, “tute bianche”, pacifinti e co.) E dobbiamo rivedere un po’ di cose, perchè quella del “Movimento Giovanile 6 Aprile” a molti di noi era sembrata la punta avanzata, cosciente, del movimento di massa. Invece erano l’ala “sinistra” di generali, Fratelli Musulmani con Salafiti incorporati e Stati Uniti. Cioè era proprio della “rivoluzione colorata”, come in Serbia, Ucraina, Venezuela, Georgia, Kirghizistan, in Iran, in Libano dopo il trionfo di Hezbollah su Israele. Ha fatto pure una veloce, sgradita, apparizione tra gli “Occupy Wall Street” e tra movimenti di lotta messicani. E’ l’innesto tossico sulla pianta sana. Della Primavera araba, gli agenti di Otpor erano la calata di gelo fuori stagione. Al sorgere di un’insofferenza di massa incontrollabile contro il “nostro bastardo” ( così Roosevelt su Somoza), il cambio del vento viene arginato dal controllo dell’opposizione tramite finti oppositori inseriti tra i radicali e supporto sottotraccia alla componente che assicura il ricambio desiderato. In Egitto, Movimento 6 aprile e Fratelli Musulmani. La repentina scomparsa di quella che era considerata la punta di diamante laica di Tahrir e non solo, quando gli islamisti presero la piazza, era l’ennesimo campanello d’allarme. Ma, a guardar meglio, segnali ce n’erano stati.

Il “6 aprile”, che inalbera il logo di “Otpor” (che tutti i colorati di velluto hanno tradotto con “basta!”), era da anni in collegamento con l’ambasciata Usa che organizzava corsi di formazione per i suoi quadri in Serbia, con Otpor, oggi “Centro per azioni e strategie non violente in applicazione” (CANVAS). CANVAS è stato fondato nel 2003 da Otpor, dopo ripetuti addestramenti impartiti da generali Usa a Budapest. Fornisce consulenza, formazione e “altro” a gruppi di opposizione manovrati dagli Usa in oltre 40 paesi. Fu Otpor a svolgere un ruolo centrale nella installazione, dopo la caduta di Milosevic, di un governo (Kustunica-Djndjic) sponsorizzato da USA-UE-NATO, e a favorire la secessione dei narcotrafficanti Kosovo e Montenegro.

Secondo il prestigioso istituto canadese Global Research, il ruolo di CANVAS in Egitto risulta, per ora, decisivo. Ha coperto l’ascesa al potere degli integralisti islamici, collusi coi militari di obbedienza Usa, proni entrambi alla globalizzazione capitalista, è riuscita, speriamo momentaneamente, a sterilizzare la protesta e la lotta laica di massa. Ma la Storia macina i suoi ritmi. Quanto ci volle tra Kronstadt e il Palazzo d’inverno? Tra i vespri siciliani e Garibaldi? La collusione tra attivisti egiziani e i centri di destabilizzazione Usa viene confermata anche da cablogrammi del 2008 e del 2010 (Wikileaks) che dall’ambasciata comunicano al Dipartimento di Stato le strette relazioni con il “6 Aprile” e l’avanzamento dei programmi di formazione, anche di altri gruppi. Tipo quelli che, oggi in Siria, beneficiano del grande hacker filo-Occupy, il ridens coi baffi, che va sotto il nome di “Anonymous”, il quale ha condotto attacchi informatici contro il Ministero della Difesa di Damasco, a sostegno dell’opposizione siriana all’estero, ministero poi bombardato dai compari col barbone.

Tra i fiduciari Usa, reduci dalle lezioni di Gene Sharp (guru di Drdja Popovic, leader di Otpor assieme all’onnipresente ceffo Ivan Marovic), il cui testo “Dalla dittatura alla Democrazia”, è alla base di tutte le rivoluzioni colorate, spiccano alcuni “eroi rivoluzionari” ai quali si sono appassionati tutti i media e tutti gli intelletti. Ricordate Wael Ghonim, celebrato martire perché incarcerato dai militari 12 giorni, ma contemporaneamente anche dirigente di Google per l’Africa e il Medioriente (e si sanno le funzioni di Google, di braccio spionistico di Washington), blogger antiregime e portavoce del movimento, laureato all’Università Americana, sposato con una nordamericana. Fondatore del “6 Aprile”, insieme a Ahmed Maher che al Los Angeles Times aveva dichiarato di “ammirare la rivoluzione arancione ucraina e i Serbi di Otpor”. Del resto, il presidente di Google si era detto “molto fiero di ciò che Wael Ghonim aveva realizzato”. Altra fondatrice e altra blogger di questa ennesima “rivoluzione di Face book” è Israa Abdel Fattah. Tutta questa gente ha ripetutamente visitato Washington per corsi di formazione e affettuosi e proficui incontri con Condoleezza Rice (2008) e Hillary Clinton (2010), sotto gli auspici di Freedom House. Il candidato verso il quale costoro hanno deviato il movimento era il vecchio arnese borghese Mohammad El Baradei, facente parte dell’International Crisis Group di George Soros, poi scomparso nel nulla quando “l’opposizione buona”, Fratelli Musulmani con pitbull da combattimento salafita, è stata fatta diventare protagonista del rivolgimento. Come in Libia, come in Siria, come in Libano. Tutto nel quadro dell’artificiale scontro regionale tra sunniti filoamericani e sciti antimperialisti, con sciti, cristiani e altre minoranze a sostenerne il costo. Tutto corrispondente ai piani del consigliere militare di Tel Aviv, Oded Yinon, che, dal 1982, pianifica la frantumazione lungo linee etnico-confessionali dei paesi del panarabismo laico, aconfessionale e anticolonialista. Spero che queste notizie, seppure tardive, chiariscano le idee ai genuini combattenti della Primavera Araba, come ai loro sostenitori nel mondo. E, così, aprano una strada bonificata per la ripresa dell’antagonismo arabo.

Tumulto di tope (Pussy Riot)
Cugini di primo grado, nella squadriglia dei palloncini colorati dirittoumanisti Usa, Amnesty International e Human Rights Watch, presunte Ong dirette e finanziate dagli interessi della Cupola mondialista a guida Usa, si sono gettate a corpo morto sulle Pussy Riot (PR) russe, due delle quali, strepitando improperi contro i “bastardi del Cremlino” all’immancabile radio Cia “Liberty”, si sono già rifugiate nella casa madre anglosassone. L’astuto Paolo Ferrero non è stato da meno quando ha inneggiato alle incappucciate, stonate e sgambettanti davanti a madonne e crocefissi della cattedrale, onorandole dell’inusitata (e da loro sicuramente giudicata straniante) qualifica di “compagne Pussy Riot”. Ricordava il Sansonetti di “Liberazione” che titolava in apertura “Forza Vladimir”, in occasione della rivoluzionaria vittoria di Luxuria (chi è costui?) all’Isola dei Famosi. Tutti, chi più, chi meno, nipotini di Bertinotti. Si sarebbe voluto vedere l’effetto che avrebbe fatto su poliziotti, giudici e clamantes mediatici, un’analoga irruzione a San Pietro, o nell’abbazia di Westminster, in piena cerimonia pubblica, con sconquassi musicali, zompi, capriole, oscenità, schiamazzi e virulenti inviti a Napolitano o a Elisabetta, al papa o al primate anglicano, di togliersi dai coglioni. Sarebbero bastati i due anni di galera, che in appello verranno ridotti, con le squinzie colorate fuori in quattro e quattr’otto? O qualcuna di queste, rea di “terrorismo”, sarebbe finita a Guantanamo?

Da quando Putin ha rimesso in piedi la Russia fagocitata dai ratti con chip Cia, da quando è stato rieletto presidente, da quando soprattutto ha messo qualche granello, insieme alla Cina, nei cingoli del Caterpillar da guerra occidental-islamista, questi due paesi sono sottoposti a un bombardamento mediatico che traduce ogni vituperio della Clinton in uragani di balle e diffamazioni. Da noi, né l’oligopolio mediatico di Mediaset, Rai, Sky, La7, né Astrit Dakli del “manifesto”, hanno perso l’occasione di rafforzare lo tsunami contro lo “zar” Ma come si permette di contrastare il progetto bush-obamian-mondialista dell’unica potenza mondiale, ma dove è finito Eltsin, dove sono finiti i colleghi oligarchi? Per sgretolare il muro dell’adesione popolare a Putin e alla sua linea (e sappiamo bene che non abbiamo a che fare con un restauratore dell’URSS, con un avveduto patriota, sì però), ecco la rivoluzione colorata, ecco lo scacchista famiglio di Washington, Kasparov, prematuramente entrati in coma grazie al ricorso all’arma dei brogli, spuntata dall’evidenza e dagli osservatori. Da notare come le tv mai abbiano potuto mostrarci bastonate a ragazzi disarmati a Mosca o Pietroburgo, come le praticano con mazze, calci di fucile, gas tossici, urticanti, pallottole d’acciaio ricoperte di gomma, negli Usa, in Grecia, in Spagna, in Bahrein e da noi. E non su fighetti resi voraci dalla promessa di mercato, bensì su valsusini, pastori, terremotati, forconi, precari, intossicati, pensionati, giovani sull’orlo dell’abisso che si chiama futuro. E l’operaio disoccupato Angelo Di Carlo, davanti a Montecitorio, grillino antipolitico e populista, l’ha scampata solo perché ha preso fuoco prima.

Qui non si tratta di essere bigotti, basta però che la blasfemia, lo scandalo, siano per rivendicare una verità laica, liberatrice. Lo oscenità e la blasfemia delle sciamannate di PR (Pubbliche Relazioni degli infiltrati Usa), sono di altro genere. Basta vedere l’unanime plauso occidentale, da Hillary a Ferrero, dagli oligarchi russi ai dissidenti con addosso l’occhio di bue dei media imperiali. Le performances precedenti a quella nella Cattedrale del Salvatore erano state: l’orgia in un museo, l’erezione di un fallo gigante, un pollo congelato rubato nel supermercato e utilizzato come vibratore intimo (scenetta filmata e messa in rete), due irruzioni nella seconda cattedrale di Mosca, dalla quale vennero buttate fuori senza altre conseguenze. A loro volta l’altro gruppo, le “Femen”, le ha rincorse esibendo le tette in posti pubblici e bruciando una croce di legno messa a ricordo delle vittime di Stalin. L’insistenza contro la Chiesa ortodossa si spiega col ruolo di coesione nazionale che questa ha assunto nel disfacimento successivo alla caduta dell’URSS, con la sua insistenza sulla solidarietà sociale, con l’avversione a Eltsin e agli oligarchi, con l’intesa con Putin, tutte scelte fortemente sgradite a chi lavora alla distruzione della Russia. Usa e Israele.

Già, Israele. Organizzatore delle PR è Marat Gelman, un collezionista d’arte ebreo, resosi simpatico a Hillary per ripetute chiassate contro Putin e la Chiesa che lo sostiene. Artista-manager e inventore dei “gesti artistici” di questa dozzina di ciabatte (non sanno suonare, non hanno mai composto niente, schiamazzano anziché cantare punk o rock), è il performer russo-israeliano Plucer-Sarno, membro di un collettivo sionista. Visto il totale fallimento delle ragazze sul piano musicale, i loro “maestri”, in ovvio collegamento con sponsor esteri, le hanno piazzate sul carrozzone della protesta politica. E lì hanno iniziato a saltellare nelle piazze e nel metrò urlando, nell’indifferenza della gente, oscenità contro Putin. Ripetute durante il processo e significativamente accompagnate dalla minaccia di scatenare sulla giudice le ire degli Stati Uniti. Vere compagne. Blasfemia, offesa alla religione e ai suoi esponenti, incitazione all’odio confessionale e alla violenza, teppismo. Se in Europa qualcuno avesse trattato così gli ebrei e la loro religione, chi lo scamperebbe dall’accusa dannante di antisemitismo? Invece, alle simpatiche fanciulle, in uscita dal carcere fra sei mesi, con il sostegno di Madonna e del Dipartimento di Stato si prospetta una favolosa tournée mondiale e prestigiose sedute fotografiche alla Casa Bianca. E magari con Paolo Ferrero?


Il golpe del satrapo sul Colle si perfeziona
Giorgio Napolitano, minacciato ora perfino da Berlusconi (Il “ricatto” di Panorama), è il capo di Stato più ricco e spendaccione del mondo. Ha più dipendenti, più stipendio e spende di più per sede e funzioni di qualsiasi paese occidentale, regina e Obama compresi. Il doppio e il triplo. La sua dotazione è paragonabile solo alla corte della famiglia saudita o a quella del Qatar, che, come noto, sono proprietari privati di tutto il loro paese. E popolo (ai blasfemi tagliano la testa). Il loro ruolo di rappresentanza è riconosciuto solo all’estero Corrisponde dunque perfettamente a questa sua collocazione al vertice dello sfruttamento capitalista, oggi organizzato dalla Cupola mondialista, l’attacco alla morte scatenato, in combutta con tutto quello che, facendo gli spiritosi, si chiamava l’arco costituzionale, contro il terzo potere. Terzo Potere in cui, dalla rivoluzione francese in qua, è articolato lo Stato democratico, il giudiziario. Quello che veniva definito il Quarto Potere, la stampa, è stata addomesticato e acquisito da tempo. Restano un Esecutivo e un Legislativo di corrotti, inquisiti, ricattati, idioti, che ha provveduto a innescare da solo la propria putrefazione. E resta lui. Con accanto il fratello scemo, anche lui con microchip cupolesco, a Palazzo Chigi. La presidenza della Repubblica non è nemmeno un potere dello Stato. E’ un’istituzione di garanzia, costituzionalmente (ha ha ha!) garante della Carta, al di sopra di tutte le parti (ha ha ha!). Ma lui, il migliorista (della stirpe de “Il Migliore”) non se deve essere accorto.

Per dare un’idea dello stato di salute etica e professionale dell’informazione, in Italia è rimasto solo lo sfizioso e impudente “Il Fatto quotidiano” (purtroppo dall’orribile pagina esteri atlantica, affine a quella del “manifesto”) a denunciare un avvenimento epocale. Il consolidamento del colpo di Stato antidemocratico, iniziato con interventi eterodossi a tutto spiano in campi inibiti e culminato con l’imposizione del branco di licantropi non eletti al governo del paese, attraverso l’attacco frontale alla magistratura. Trovata l’occasione buona nell’essere stato pizzicato dai giudici di Palermo, questi davvero ultimo, eroico, presidio sulla scia di Borsellino, mentre dava consigli a un bonzo indagato nel quadro dei più gravi crimini contro lo Stato mai commessi dalla classe politica, la trattativa e l’ingresso della mafia al massimo livello di governo, è stato capace di suscitare una canea vandeana di massa contro i giudici, come non s’era vista neanche all’annuncio della guerra nazifascista dal fatidico balcone. Ha, il capofila storico dell’ala rinnegata del PCI, oggi, per questi meriti, ineffabile, imperfettibile, incontestabile, impunibile e impunito, attivato gli amici, da lui nominati, della Corte Costituzionale, perché raddrizzassero le gambe a Ingroia e a tutta la Procura di Palermo. E lo facessero in fretta, prima che dalle intercettazioni e dall’armadio di Mancino, ministro di polizia all’epoca del connubio mafia-Stato e delle stragi, potessero uscire le prove definitive su chi ha venduto questo popolo e il suo territorio alla criminalità organizzata, in cambio di una, per entrambi proficua, collaborazione.

Siamo agli anni ’92-’93. L’operazione è la stessa e gli attori in scena pure. Criminalità organizzata pubblica in sinergia con quella privata, con un’unica strategia: spolpare la gente, pervertire la società, eliminare diritti e strumenti dei cittadini, distruggere pesi e contrappesi dell’ordinamento a vantaggio di soluzioni totalitarie. Le stesse che stanno nel DNA del Vaticano (Marcinkus, Sindona, Calvi, Bertone), da sempre monarchia assoluta, modello per gli eroditori della libertà e della giustizia. Fisiologici i plausi che a roditori con la mannaia, come Monti e Draghi, tributano i principi della Chiesa. Del papa, incontrato in udienza privata da Monti sette volte in dieci mesi, per confermare la totale unità d’intenti carolingi, e di Bagnasco, che del regime napolitan-montiano lubrifica il rullo compressore sostenendo “la riforma dello Stato”, invitando il volgo a “superare le prospettive ideologiche” (la resistenza di classe), benedicendo un “nuovo governo di larghe intese guidato dallo stesso Monti”. Fondamentalisti cattolici subito ricambiati da due cavalli di razza del governo golpista. Il prode Balduzzi (sanità), quello che salva i giovani dalla distruzione spostando le bische dello Stato biscazziere a 500 metri da scuole e oratori, che ha dato dall’ “eugenetica” alla Corte di Strasburgo per avere questa condannato la guerra del legislatore italiano contro le donne in materia di controllo preventivo di embrioni eventualmente compromessi. E il padre-padrone del Sant’Egidio, Riccardi (Cooperazione) che, d’intesa con Ratzinger, ammette guerre finanziate da banche armate, le stesse che sostengono “la diplomazia” del Sant’Egidio. Gli amorosi sensi che hanno confuso in una melassa stomachevole i faccendieri di Comunione e Liberazione e i governanti-mannari succedutisi sulla passerella di Rimini, completa questo quadro di una modernità tibetana.

Ma non di solo mafia si campa. L’assalto al GIP Patrizia Todisco di Taranto che, facendo il suo dovere di applicare la legge (evidentemente una legge fuori tempo), ha bloccato l’azione di ciò che è forse il primo assassino di massa del paese, è in perfetto sincronismo temporale e politico con l’intervento saudita su Palermo. Se lì si trattava di occultare la sinergia mafia clandestina-mafia di Stato, qui il partner era la mafia manifesta dello sfruttamento capitalista, con conseguente devastazione sociale, distruzione ambientale, morìe di esseri umani e animali. A nessuno di questi due soci in affari deve più pendere sul capo la spada di Damocle di giudici che fanno i giudici. Quanto a conflitti d’interesse, Berlusconi può andare a nascondersi. Pensate a Napolitano che getta nella mischia la Consulta, impossibilitata a dargli torto perché da lui nominata. Pensate allo stormo di angeli della salvezza – Passera, Clini, Severino, vescovi – che, forniti di saette anti-giudice, si precipitano a riaccendere gli altiforni e a liberare l’ILVA da seccature come i 2 miliardi, suoi dell’ILVA, necessari a ricostruire un minimo di vita a Taranto, sulle tombe dei trucidati dalla diossina. Pensate a Passera, già banchiere sostenitore dell’ILVA, che lancia un piano di “crescita” equivalente a un plotone d’esecuzione per gente e territori: infrastrutture, trivellazioni, gassificazioni, incenerimento, porti, aeroporti, costruzioni. Un’Italia ilvizzata. Piano giurassico da ottusi anni ’60, ma piano che sorride a 32 denti ai compari del suo mondo e della sua banca.

“Fassisti”
Nel mirino di questa masnada di antipolitici (se la politica è Polis), populisti (se il discorso politico distingue tra classi), demagoghi dalla “viva e vibrante soddisfazione”, fassissti, è capitato, con più virulenza che mai (viaggia tra il 15 e il 20%), Beppe Grillo. Il pazzariello che ogni tanto piscia fuori dal vaso, ma per tutto il resto è rimasto l’unico, assieme al vernacolarmente meno ispido Di Pietro (e se mi dite che Di Pietro fa il furbo, chissenefrega!), a spararle duro sul muso dei licantropi: Valdisusa, Ilva, magistrati, acqua, corrotti e inquisiti, fasulli e utili idioti, tagliatori governativi di borse e di teste, militare e guerra… Se serve al progetto che i giudici non giudichino secondo legge, si cambi la legge e si faccia dei giudici  gli esecutori dell’Esecutivo, come negli Usa. Anche lì la Corte Suprema si adoperò per un presidente in ambasce, Bush Junior, cui 5 giudici supremi, corrotti e vandeani, restituirono la vittoria persa in Florida. Nostro modello non può che essere la “più grande democrazia del mondo”.
Che drammi e tragedie si convertano in farsa non è sempre vero. Per dare credibilità al lemma, si impegna con entusiasmo Bersani. L’ominicchio occhettiano, tenutosi vagamente sulle sue davanti alla nemesi tentata contro i giudici, per non perdere il settore meno alloccato del suo elettorato, su Beppe Grillo, effetto collaterale di una sinistra che svapora, di questa magistratura che fa il suo mestiere, della collera degli italiani lucidi, ha dato del suo meglio. Quanto nemmeno Napolitano ha saputo dare sulla sua nemesi, Ingroia. Pierluigi Bersani, dando del “fassista” al tonitruante di Genova, visto il suo ruolo, nel trio da baraccone ABC, di spinta al carro della fascistizzazione montiana, si è incarnato nel bue (animale ritenuto torpido) che dà del cornuto all’asino (animale intelligente). Personaggio che per vent’anni ha galleggiato e remato, con tutti i suoi e ora con il coniglietto d’appartamento Vendola (sepolto dalle sue ulteriori vergogne tarantine), nelle acque limacciose di piduisti, democristiani, mafiosi in parlamento, fondamentalisti cattolici, berlusconidi, ladri. Senza mai sognarsi di intralciare la marcia (conflitto d’interessi, tv, guerre, inquisiti, diktat BCE, art.18, pensioni, precariato…) verso qualcosa per la quale il termine “fascismo” non è neppure più adeguato. Ha fatto bene, PL senza D (per dirla alla Grillo), a vomitare accuse di reato (l fascismo è ancora reato al tempo del parafascimo ultrà?) sul politico delle Cinque Stelle. Tutti hanno capito che lo muoveva un livore che sorge dalla frustrazione e dalla gelosia. E dal senso di colpa. Nel caravanserraglio che a Bersani ha fatto da scorta e coro risuscitava dal nulla anche un altro zombie, Emanuele Macaluso, a suo tempo, con Napolitano e Cervetti (travolto da Manipulite), garante dei compromessi a perdere di Berlinguer. A metterci la ciliegina senza nocciolo (quindi sterile) non poteva mancare il giullare di regime (di una delle due facce del regime). Benigni, fattosi logoro e fastidioso stereotipo di se stesso, a forza di baciare in bocca rospi come Berlinguer, Occhetto, Veltroni, D’Alema, Bersani, non sapendo più né far ridere, né far incazzare, se l’è presa con chi la benefica combinazione riesce a praticarla ancora. La volpe a l’uva. Non dubito che Grillo, come “Il Fatto”, da simili nemici abbia ricavato un bel bonus di consensi. Grillo, ha detto un “maestro” al “manifesto”, non è fascista, ma un disfattista senza progetto. Già, perché di progetti ne abbiamo quanti ne vogliamo! Ben venga, oggi come oggi, il disfattista, se contribuisce a disfare il nodo del cappio che ci stanno mettendo al collo. E’ tempo urgente di decostruzione, di rotture totali, di difesa e potenziamento del salvabile. Per ripartire. Io non avrei un granchè di progetto, ma sento che va bene se tiro picconate al muro. Al di là del muro ci si offre un terreno per piantare cose. I suggerimenti, antichi e validissimi,  non mancano.

Noticina personale, ma di significato lato
In uno di quei paginoni con cui riesce a riempire le sue 16 pagine, quello che ripropone il giornale di anni lontani (Rossanda stava con Jiang Qing, l’eroica moglie di Mao, fatta impiccare, insieme al comunismo cinese, da Deng Tsiao Ping), una colonna di spalla parla di Fulvio Grimaldi. Parlo in terza persona perchè il dato storico lo giustifica. Un articolo di spalla in prima, non firmato, del novembre 1973, si indigna e protesta contro la pena di 2 anni e otto mesi inflittami dal tribunale quando ero direttore del quotidiano Lotta Continua. Pena enorme, mostruosa, grida il giornale, ereditata dal fascismo e si chiede “se ancora in questo paese la libertà di stampa e di espressione esista davvero, o se non sia un ectoplasma, la proiezione dei sogni fantastici di pochi democratici mitomani”.
In effetti si trattava di sentenza senza precedenti a un giornalista. Allora vista con insofferenza anche da altri esponenti della categoria, perfino destri. Negata la condizionale, il carcere. Poteva colpire, domani, anche i colleghi. Si sa, il vento cambia. Un giorno racconterò come ne sono uscito, un po’ in Yemen, un po’ a Londra e Bruxelles. Un po’ perché la forza del movimento in quegli anni ha costretto quei giudici (quelli “buoni”, bei tempi, rispetto ai Fouché di Manipulite e dell’Antimafia) a ripensarci. L’accusa era di vilipendio e istigazione dei militari a disobbedire agli ordini. Il pezzo incriminato non era neppure apparso sul giornale. Era un volantino dei militanti  LC di “Proletari in divisa”, credo in Friuli, una servitù militare di dimensioni regionali. Lì facevano lavoro, e con preoccupante successo, nelle forze armate per la loro democratizzazione (e anche tra i poliziotti, perché non fossero i pretoriani masochisti dell’élite dominante, cantati da Pasolini). Lo avevano chiamato “supplemento a Lotta Continua”. Ma questo non conta. Quel reato era la goccia che ha fatto traboccare il vaso di ben 150 processi che, per il ruolo di allora, sono andato accumulando in quasi quattro anni.
Oggi sono qua e scrivo e parlo. Ma vi immaginate che cosa succederebbe, tra droni assassini Usa  e misure antiterroristiche, con una stampa allineata e coperta, o cagasotto, se qualcuno oggi facesse apologia di reato (di fascismo, ovviamente, si può), istigazione a delinquere, sollecitando i professionisti all’opera in Afghanistan a non bombardare matrimoni indigeni, o cantando nelle piazze “Bè-bè-bè-Berlinguer” o “Via Via – la nuova polizia”, indirizzata agli energumeni del servizio d’ordine del sindacato o del PCI? Cancellieri e Bersani uniti nella lotta, come Berlinguer e Mariano Rumor, ministro di polizia allora. Berlinguer diede  dei fascisti, demagoghi, destri e provocatori, anche a noi, a tutto quello che osava muoversi alla sinistra del Partito Unico, come il suo nipotino ha dato del fassissta a Grillo. E noi eravamo addirittura peggiori di Grillo.
Stavolta si passa davvero dalla tragedia alla farsa. Peccato che farsa non è quella che stanno cucinando a Bruxelles, Palazzo Chigi e in Vaticano, nelle  logge e nelle cosche, nella Nato e nel sionismo, in vista della meta comune. Concludeva allora un “manifesto” altro: “Se la legge colpisce, per il momento, un giornale politicamente scomodo e più esposto, crea tuttavia un precedente e pone la basi per un assorbimento totale dell’opinione e dell’informazione nella sfera di potentati economici e politici ben definiti”. Pessimisti o preveggenti, allora, Pintor e compagni?
Di Siria e Iran al prossimo post.
Qui sotto contributi d’interesse e d’urgenza. In particolare la denuncia di compagni siriani perseguitati dai ratti in Italia che prego tutti di diffondere.
C’è anche un invettiva contro lo squilibrato che ha eretto un sacrario al macellaio Rodolfo Graziani. In Etiopia, dove ora ha tolto il disturbo il despota razzista e bellicoso, Meles Zenawi, che ogni due per tre muoveva guerra a Somalia ed Eritrea, mi hanno fatto percorrere la strada di  mille chilometri da Addis Abeba a Gibuti. Per tutta questa strada Graziani, dopo un fallito attentati dei patrioti, ha fatto appendere un etiope rastrellato a casaccio ogni 10 chilometri. L’indignazione degli antifascisti è stata condivisa dal “Daily Telegraph”. E Churchill allora?
Non poteva mancare una savonarolata di Grillo.
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Facebook. Migliaia di donne libere surclassano la volgarità di Femen

di Federico Cenci

(ASI) La risposta alla trivialità delle Femen giunge dalla Rete. Nata da pochi giorni, la pagina “Christian Women Against Femen” ha già raggiunto un alto picco di popolarità, con oltre 6mila “Mi piace”. E, considerata la potenzialità aggregativa dei social network, c’è da credere che la tendenza sia destinata a crescere.

L’iniziativa va attribuita al gruppo politico polacco Kobiety Dla Narodu e all’organizzazione ungherese Jobbik, entrambi su posizioni conservatrici. L’obiettivo è quello di creare una piattaforma atta a radunare le donne che contestano i metodi di protesta del gruppo femminista Femen, accusato di calpestare la dignità del genere femminile. Le raccolte di foto presenti sulla pagina fungono da manifesto dei valori tradizionali e dell’orgoglio di essere donna e cattolica.

Sono del resto eloquenti in tal senso le scritte che compaiono sui cartelli impugnati dalle ragazze. La carrellata di immagini è vasta. “Dio è la mia libertà”, scrive una giovane. Una attivista pro-life posa invece davanti alla scritta: “Sono una donna, sono cristiana, sono per la vita. E sono orgogliosa di esserlo!”. E un’altra afferma: “Non ho bisogno di essere una Femen per essere una donna”. Le Femen sono destinatarie di numerosi altri messaggi, tipo questo: “Femen, non potete dirmi cosa io posso e non posso fare”. Ma c’è anche chi, come una ragazza italiana, rivolge un invito di misericordia: “Preghiamo per le Femen”.

Così, tra accenti piccati e sobria aderenza al Cristianesimo, si diffonde su internet la protesta delle donne all’esasperazione femminista – caratterizzata da urla, topless, strepiti e aggressioni – delle Femen. La volontà di queste migliaia di giovani è quella di testimoniare come libertà e femminilità non sono inconciliabili con la fede, piuttosto trovano nella morale cristiana il loro più alto compimento. Concetto agli antipodi rispetto a quanto vorrebbero annunciare i corpi nudi delle Femen, che avviliscono l’emancipazione femminile riconducendola al sesso libero.

Ma chi sono queste Femen? Nate a Kiev nel 2008, la loro fama ha travalicato i confini ucraini per via dell’eccentrico modo di protestare contro presunte discriminazioni sociali, ossia spogliandosi e rimanendo in topless per mostrare slogan scritti a pennarello sui loro corpi. Più che idealiste, queste irrequiete Femen sono però prezzolate. Un’inchiesta condotta da una giornalista infiltratasi nel gruppo ha tolto il velo sul giro di denaro che muove le loro azioni di protesta, spesso ridotte a gesti di odio verso il Cristianesimo.

Ora, tuttavia, l’importanza del drappello di giovani mercenarie, seppur chiassoso e foraggiato da generosi finanziatori, esce ridimensionata dal confronto con queste migliaia di donne mosse non dai soldi, ma dalla fede e dal vanto di affermare la femminilità contro un volgare femminismo.

Agenzia Stampa Italia