Il Fabianesimo, la Finestra dell’inganno, Nuovo Ordine Mondiale, l’Eugenetica ed il SedeVacantismo

07 Gennaio 2010

Questa nuova e completa Rivoluzione che noi contempliamo può essere definita in poche parole: è socialismo mondiale assoluto, scientificamente pianificato e diretto…
tratto da ‘The New World Order’ (1939) di H.G. Wells

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Nuovo Socialismo Globale e George “Ber”goglio Shaw

La Società Fabiana fu una associazione elitaria formatasi a Londra sul finire del XIX secolo, un think tank fondato da una compagnia di illustri intellettuali che misero a punto un movimento politico destinato a giocare un ruolo di primo piano nella storia sociale del XX e del XXI secolo, il Fabianesimo.

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La “finestra” che turbò Leone XIII

Raramente nella storia del programma per il “nuovo ordine mondiale” un movimento di pensiero decisamente “eversivo” quanto “subdolo” come il fabianesimo ha turbato così tanto un Papa al punto di immaginare nella “finestra dell’inganno” un programma così manifestamente anticristiano e transumanizzante, come quella che sarà “fisicamente” presente dal 2006 nella London School of Economics.
Facciamo un passo indietro. Siamo nel 1884. E’ l’anno in cui nasce la cultura del “socialismo reale come organismo culturale, politico ed economico atto a sostituire nel corso di qualche decennio l’ordine morale protetto dalla Chiesa con il suo eccezionale katechon, che è il Papa. A Leone XIII arriva presto una avvisaglia: qualcosa di pernicioso, fortemente autocratico, altamente rivoluzionario, incredibilmente non prevedibile stava per irrompere nella scena pubblica, pronto a sovvertire gli antichi valori, la tradizione religiosa e contadina, il quadro delle produzioni artigianali, la cultura secolare della Chiesa. Nulla di ciò che finora era stato, sarà più. Altre rivoluzioni avevano portato ferite gravi nella Chiesa, ma questo nuovo esercito di intellettuali e atei praticanti stavano illustrando uno scenario mai visto. La gente si convertiva al nuovo modello del liberalismo, dell’evoluzionismo, dei nuovi paradigmi sociali. Ed il Papa percepì ciò, da subito. Dopo la messa del 13 ottobre 1884 in cui ebbe la visione di Satana che contrattava con Gesù il tempo di stabilità rimanente prima del grande attacco fin dentro il Vaticano, Papa Vincenzo Gioacchino Raffaele Luigi Pecci al secolo Leone XIII chiama vicino a se, dal Veneto, un curato di campagna, Giuseppe Sarto, che allora si era fatto notare per la sua mirabile opera, quella che diverrà il Catechismo Maggiore della Chiesa Cattolica, elevandoloa Vescovo e apostolo di Santa Madre Chiesa.

Servivano Santi, per arginare questo tzunami progressista. Fino allora erano stati utilizzati pochi e semplici strumenti per insegnare il cattolicesimo: bastava la testimonianza ed il focolare domestico. Il Papa sentiva l’esigenza di affidare presto, nelle mani delle diocesi e dei Parroci uno strumento importante per rafforzare la Fede e trincerarsi attorno ad uno statuto di prassi, princìpi e formule, per rendere i cristiani pronti a contrastare il pensiero “fino” e penetrante del “fabianesimo“, che cominciava ad infiltrarsi tramite i sindacati, gli insegnanti, gli educatori, i poeti, i romanzieri, gli spin doctors dell’epoca, con nuovi “frame” formativi, liberatori, rivoluzionari, utopistici; la politica veniva presto adeguata ai format di stampo socialista, capitalista e industriale, della ripetitività della produzione, degli standard consumistici e “matriciali” poste in antitesi alla cultura agricola e popolare della vita, del tempo libero, dell’obbedienza, della osservanza, del rispetto generazionale. Era un sistema nuovo, un welfare che permetteva l’indipendenza dagli obblighi familiari, e che la gente accoglieva attraverso lo strumento di apprendimento scolastico, discussione nei locali, nelle sedi di partito, che si diffondevano ovunque come nuovo indice di istruzione, partecipando alla diffusione di idee, schemi mentali rinnovati e letture convincenti: l’insegnamento della grammatica serviva per facilitare l’accesso ai nuovi paradigmi.

Questo era il piano escogitato da George Bernard Show e dai suoi amici. Progetto sostenuto dai Rothschild e dai Rockefeller: una genialità. Di fronte a questa milizia armata di cavalli di troia che faceva leva sul liberalismo, non si fece attendere una risposta forte da parte della Chiesa. Per lo meno rispetto tutto ciò che era ancora nelle sue possibilità, dopo lo sfiancamento della presa di Porta Pia. Ecco, quindi, la prima risposta adeguata, ma forse già fuori tempo, la prima enciclica Sociale del 1891: De Rerum Novarum, per sollecitare una contromisura. Ma il germe del fabianesimo già era entrato nelle case fra le nuove generazioni. Certo, passarono 7 anni, ma sul momento non si avevano strumenti adeguati per comprendere la portata dell’attacco e la necessità di elaborare una nuova Dottrina che per la Chiesa avrebbe dovuto contretizzarsi dopo secoli direttamente nella vita pratica. Per la prima volta, infatti, la Chiesa dovette esaminare se stessa dal di dentro, perchè era sollecitata dagli eventi a passare dall’esegetica al Vangelo in pratica; dalla teoria alla rielaborazione di se stessa fra la gente. E per questo, paradossalmente, ci vollero 7 anni per elaborare il primo manuale di Dottrina Sociale. La Chiesa che aveva avuto fino allora il controllo sulle anime e sulla società aveva smesso di conoscere se stessa, di rielaborarsi. E altri avevano approfittato della situazione, con l’ingresso del petrolio, delle nuove macchine industriali e ancora non potevano nemmeno immaginare il colpo grosso della produzione della moneta a debito che verrà elaborata e messa in circolazione dopo l’incontro del 22 novembre 1910 nell’isola di Jeckill con la fondazione nel 1913 della Federal Reserve.

Sono gli anni di Santa Maria Goretti, ma anche di San Giovanni Bosco, del Cottolengo, e di tantissimi altri santi più o meno noti che dovettero affrontare la massoneria che era entrata negli apparati dello Stato in maniera massiccia. Sono gli anni successivi all’Unità d’Italia, già frammentata per l’assenza di un governo amministrativo potente e funzionante come era quello borbonico. Il sud è al momento abbandonato a se stesso con 15 milioni di emigranti nelle nuove terre oltre oceano. Il nord è controllato dai Savoia e dalle frange valdesi (già assai presenti in Sicilia con l’arrivo dei garibaldini) e dai predicatori protestantizzanti. Passano pochi anni ed il fabianesimo con il suo motore sincretico, elaborato dai centri studi dei sacerdoti teosofi e antroposofi, e quindi il programma politico e filosifico noto come sinarchia (di spinoziana memoria) comincia a fagocitare l’autoritarismo monarchico e imperante fino a creare le dittature di inizio secolo; quel periodo della storia moderna della conquista del mondo che diverrà il “secolo breve” per la sua durezza e unitarietà di intenti riversata contro i popoli di tutto il mondo, portati ad una nuova forma di schiavitù.

Il fabianesimo, infatti, tramite la formazione scolastica e l’inganno perpetrato nell’insegnamento di “regime” puntava dritto verso la strumentalizzazione delle masse e l’annichilimento della Chiesa, come portata di difesa storica, con quel simbolo del lupo travestito d’agnello. Si fece strada fra i curati, fra gli esegeti, fra i teologi, fra gli insegnanti cattolici ed i padri di famiglia; liberalizzò le donne tramite movimenti di “suffragine” e così mise le basi del comunismo, del fascismo, del nazismo, del maosismo, e peggio ancora del modernismo anticattolico allevato dentro la Chiesa e condannato prontamente da Giuseppe Sarto, diventato nel frattempo Papa (San) Pio X. Siamo alla vigilia della prima Guerra Mondiale, una delle tre elaborate in America dai luciferini Albert Pike e Giuseppe Mazzini massoni del 33° grado e menbri fondatori della Società Paladiana di stampo fabiano, precursore del Bilderberg, della Trilateral, del CFR, dell’Around Table, del Club di Rockefeller per l’eugenetica; ossia la struttura di controllo mondiale che avrebbe poi messo le basi per la militarizzazione del Nuovo Ordine Mondiale e la distruzione del Creato.

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Riformulando e perfezionando la dottrina socialista, il Fabianesimo si prefiggeva di rimodellare le strutture politiche e sociali dell’intero pianeta con un programma di lungo corso, fatto di lenti e modesti cambiamenti.
Non a caso, l’emblema principale della Società è rappresentato da uno stemma raffigurante un lupo che si cela sotto una veste di agnello.

Nell’articolo che segue, il blogger Rantasipi partendo dall’analisi di una particolare finestra collocata nella prestigiosa London School of Economics, delinea scopi e modus operandi dei fabiani, nelle cui fila non mancarono, e non mancano, nomi assai famosi.

Abbiamo incontrato questa stessa ideologia nell’articolo “Radici lontane“, dove incontriamo James Paul Warburg che nel 1932 la sintetizzava così:

Occorre promuovere una economia pianificata e socialistica, e poi integrarla in un sistema socialistico di dimensioni mondiali.

Come suol dirsi.. pane al pane e vino al vino.

Consiglio anche questa selezione di articoli di Santaruina in tema di luciferianismo, che illustra bene il nodo centrale della questione e i vari collegamenti fra personaggi e movimenti apparentemente diversi, che hanno attraversato i secoli fino ai giorni nostri:

* Lucifero e nuove mitologie *

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Le variabili umorali sono quelle che i massoni detestano di più. Ci vorrebbero assettici, instupiditi, imbestialiti, docili, incapaci di esprimere pensieri e ragionamenti. Non partiamo dalla stessa base, caro Danilo. Assolutamente! Ho visto in giro siti che mi lasciano sconvolto! Erano anni che non leggevo qualcosa di più sincretico e sinarchico. Nessuno conosce il “fabianesimo”. I problemi sulle divergenze dei credi sono nel programma dell’Agenda21 del NWO; ma, siccome non siamo obbligati a vivere in un mondo sincretico ed io non mi ci farò tirare dentro nemmeno a forza, ebbene, le divergenze, se non emergono prima, emergeranno dopo. Quindi, meglio derimere da subito ogni malessere. Meglio dirlo a voce alta cosa ci distingue e separa. E lo dico perchè faccio fede a 2000 anni di storia della Chiesa, che ha prodotto arte, industrie, scienze, tecnologie, città, monumenti, manuali, mestieri, e pure tanti errori, che ci hanno insegnato a vedere le cose con una certa umiltà. Potremmo comprenderci umanamente e forse pure religiosamente; ma per ricaduta intrinseca di ciò che potremmo non avere il coraggio di mettere sul tavolo da subito, socialmente, economicamente, politicamente e idealmente ci saranno sempre disparità: per questo Gesù parla a tutti, ma si riferisce a molti. Lo sà che non tutti si “convertiranno” al Vangelo.

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Il fabianesimo
Data: Tuesday, 14 June @ 11:28:18 PDT
Argomento: Mondialismo e globalizzazione

I.D.I.S. – Istituto per la Dottrina e l’Informazione SocialeVoci per un Dizionario del Pensiero Fortedi Paolo Mazzeranghi

1. La Fabian Society, un socialismo massimalista & gradualista

Nel 1884 viene fondata a Londra la Fabian Society, che raccoglie elementi di diversa provenienza socialista. L’aggettivo “fabiano” fa riferimento a Quinto Fabio Massimo detto il Temporeggiatore (?-203 a. C.), sulla base dell’ipotetica analogia fra il comportamento del generale e uomo politico romano dell’età delle guerre contro Cartagine e quello del gruppo: paziente attesa dei momenti opportuni per la realizzazione della meta. Nello stesso 1884 entrano nella Fabian Society George Bernard Shaw (1856-1950), allora scrittore e giornalista alle prime armi, e Sidney Webb (1859-1947), funzionario del ministero delle Colonie.Shaw, ma specialmente S. Webb e Beatrice Potter (1858-1943), che Webb sposerà nel 1892, per la rilevanza del contributo intellettuale e per la totale dedizione alla causa fabiana, mantengono la leadership praticamente fino agli anni 1940. Nel variegato quadro della Fabian Society in quegli anni compare con rilievo Annie Besant (1847-1933), che, dopo esperienze di ateismo militante, nel 1907 succederà a Helena Petrovna Blavatsky (1831-1891) alla guida della Società Teosofica. Fin da subito la Fabian Society intraprende un’intensa attività propagandistica attraverso conferenze e opuscoli – i celebri Fabian Tracts -, mentre si precisano i connotati del socialismo che intende promuovere, massimalista negli intenti ma gradualista nella strategia.La pressoché definitiva fissazione delle idee avviene con la pubblicazione, nel 1889, dei Saggi fabiani – Fabian Essays in Socialism -, una raccolta di conferenze dei fabiani più eminenti, il cui significato è più tardi così descritto da Edward Reynolds Pease (1857-1955), fondatore, a lungo segretario e storico della Fabian Society:

I Fabian Essays presentavano il socialismo come fondato non sulle speculazioni di un filosofo tedesco, ma sulla naturale evoluzione della scienza economica così com’era insegnata dai professori inglesi accreditati; costruivano l’edificio del socialismo sulle fondamenta delle istituzioni politiche e sociali esistenti da noi; dimostravano che il socialismo era semplicemente la prossima fase dello sviluppo della società, resa inevitabile dai mutamenti comportati dalla rivoluzione industriale del XVIII secolo.

Nei Saggi i fabiani si accreditano come eredi del radicalismo britannico che, ricollegandosi all’esperienza dei levellers – i “livellatori” – al tempo della prima Rivoluzione inglese (1642-1646), doveva portare, attraverso l’utilitarismo di Jeremy Bentham (1748-1832) e di James Mill (1773-1836), a John Stuart Mill (1806-1873). Ravvisano il compimento dell’utilitarismo – che aveva criticato in nome dell’utile individuale e sociale i concetti di diritto naturale, di legame storico e di obbligazione politica – nella lotta contro la proprietà privata, giudicata un irrazionale residuo del passato, e nella rivalutazione del ruolo dello Stato come promotore della felicità pubblica.

I fabiani non attendono dunque – secondo S. Webb – “improvvise palingenesi immaginate dagli utopisti e dai rivoluzionari”, ma “[…] propugnano soltanto la crescente adozione di un principio di organizzazione sociale che il mondo ha già scoperto essere lo sbocco inevitabile della democrazia e della rivoluzione industriale”; infatti – come afferma Sydney Olivier (1859-1943) – “il socialismo è figlio dell’individualismo […]. Il socialismo non è che individualismo razionalizzato, organizzato, rivestito e con la testa a posto”.

Individuano perciò promettenti segnali di slittamento verso il collettivismo nelle nazionalizzazioni e nelle municipalizzazioni dell’industria, nello spostamento dell’onere fiscale a carico della rendita e dell’interesse, nella crescente regolamentazione governativa dell’impresa privata, negli elementi di razionalizzazione economica insiti nei cartelli e nei trust, nell’eliminazione, attraverso le società per azioni, dell’elemento personale nell’amministrazione degli affari, a favore di un’anonima burocrazia industriale. Particolare importanza attribuiscono alle municipalizzazioni, ritenute forme collettivistiche più flessibili rispetto alle nazionalizzazioni: fino alla conclusione della prima guerra mondiale i fabiani operano quasi esclusivamente nelle amministrazioni locali, guadagnandosi l’appellativo di socialisti “water and gas”, “dell’acqua e del gas”, e realizzando significative riforme in senso socialista come l’Education Act del 1902-1903, che disegna la fisionomia della pubblica istruzione inglese.

Nello stesso periodo manifestano la propensione al lavoro dietro le quinte, la cosiddetta “permeazione”, che consiste nell’inoculare – scrive B. Webb – “a ogni classe, a ogni persona la giusta dose di collettivismo che erano in grado di assimilare”, e che si rivolge ad ambienti e a personaggi politici locali e nazionali – in primo luogo del Partito Liberale – e del mondo sindacale e cooperativo per spingerli, senza formali conversioni o addirittura inavvertitamente, a scelte pratiche in senso socialista. Il lavoro dietro le quinte ben si addice alla mentalità dei fabiani, che si sono sempre considerati una ristrettissima élite di ingegneri sociali. Nel 1895, per iniziativa di S. Webb, la Fabian Society si dota di un istituto parauniversitario, la London School of Economics and Social Sciences, destinato a un notevole ruolo nella formazione dei quadri della pubblica amministrazione anglo-americana e dei paesi dell’impero prima e del Commonwealth poi; nel 1912, inizia la pubblicazione di un settimanale, il New Statesman.

“Ho introdotto lo studio del diritto amministrativo alla London School of Economics perché il diritto amministrativo è il germe del collettivismo”, ebbe a dire S. Webb a conferma dell’importanza attribuita alla classe dei funzionari pubblici nell’edificio sociale concepito dai fabiani. Durante il primo conflitto mondiale, come poi durante il secondo, S. Webb apprezza le potenzialità socialiste dell’economia di guerra, con la sua razionalizzazione dell’apparato produttivo e con la forzata mobilitazione di uomini e di risorse. Occupandosi di temi di politica internazionale, i leader fabiani manifestano l’aspirazione a uno Stato mondiale a guida tecnocratica – del quale l’impero britannico doveva essere il germe -, incaricato di amministrare pianificatamente le risorse materiali e umane del pianeta. Meritano di essere segnalati – e di essere investigati – i rapporti di contiguità, quando non di filiazione, fra i fabiani e i circoli mondialisti anglosassoni, come il britannico Royal Institute of International Affairs e lo statunitense Council on Foreign Relations, costituitisi attorno al 1920 e tuttora operanti e imperanti.

2. La realizzazione laburista e il filosovietismo

Dagli anni 1890 i fabiani, pur non rinunciando mai completamente alla “permeazione”, si dedicano alla consulenza politica dei raggruppamenti socialisti, radicali e sindacali, fino alla nascita, nel 1906, del Labour Party, di cui costituiscono non solo la componente intellettuale, ma anche l’anima realmente socialista. Per ispirazione fabiana – scrive lo storico George Douglas Howard Cole (1889-1959), economista e presidente della Fabian Society dal 1939 al 1946 – il partito laburista si trasforma “da vaga federazione di socialisti e sindacalisti in un partito socialista appoggiato dai sindacati”. S. Webb ispira fra l’altro la Clausola Quarta – abolita con una risicata maggioranza solo nel 1995 – della British Labour Party Constitution, del 1918, che pone fra gli obbiettivi del partito di assicurare “ai lavoratori del braccio e della mente i pieni frutti della loro attività e la più equa distribuzione possibile di essi, sulla base della proprietà comune dei mezzi di produzione, e il miglior controllo di ogni attività e di ogni servizio”.

Durante gli anni 1930 i leader fabiani rivolgono la loro attenzione al grande esperimento sovietico. Nel 1931 Shaw visita l’Unione Sovietica ricevendo accoglienze trionfali; nel 1932 i Webb vi svolgono un lungo “pellegrinaggio” politico, ed esprimono il giudizio positivo, quando non entusiasta, che traggono dall’esame della produzione pianificata e del controllo burocratico sovietici nell’opera Soviet Communism: a New Civilisation?, del 1935; in essa i Webb trovano spiegazione, e spesso giustificazione, degli orrori di cui si cominciava ad avere notizia nelle ferree necessità della rivoluzione. L’ammirazione per il socialismo sovietico porta Shaw ad affermare, nel 1947, che i primi fabiani “[…] sono vissuti tanto da vedere il gigantesco esperimento russo convertito completamente al fabianesimo sotto Lenin e Stalin”.

Gli anni 1930 portano a un parziale rinnovamento dei quadri intellettuali della Fabian Society, la cui attività di ricerca e di propaganda è alla base del programma laburista Affrontiamo il futuro, per le elezioni del 1945, i cui punti cardine sono: politica di pieno impiego; nazionalizzazione di importanti rami dell’industria – combustibili, energia elettrica e trasporti interni -; pianificazione dei settori industriale e agricolo; controllo del settore creditizio; marcata imposizione fiscale sui patrimoni; controllo degli affitti e dei prezzi; ampi poteri di espropriazione per pubblica utilità; allargamento dei servizi sociali e riforma della pubblica istruzione. La vittoria laburista del 1945 assegna ai fabiani rilevanti responsabilità politiche: oltre al primo ministro Clement Richard Attlee (1883-1967) e a nove ministri, erano fabiani altri trentacinque membri dello staff governativo. Nei sei anni di governo laburista molto di quanto previsto nel programma elettorale viene realizzato o almeno impostato.

Quando, nel 1951, cade il gabinetto Attlee, la fisionomia del Welfare State britannico è pressoché definitiva o in via di completamento, e destinata a permanere, sia con i governi laburisti che con quelli conservatori, fino all’Era Thatcher, che ha segnato, seppure con aspetti discutibili, una decisa fuoriuscita della Gran Bretagna dal tunnel del socialismo. La Fabian Society non ha mutato nel tempo né la sua influenza – l’ultimo gabinetto laburista, quello guidato da James Callaghan dal 1976 al 1979, era totalmente costituito da fabiani -, né la sua fisionomia: il suo statuto afferma ancora che essa “[…] mira all’instaurazione di una società in cui sia assicurata uguaglianza di opportunità e aboliti il potere economico e i privilegi di individui e di classi attraverso la proprietà collettiva e il controllo democratico delle risorse economiche della comunità”.

3. L’influsso fabiano in Italia

L’influsso del fabianesimo sul fenomeno socialista mondiale non è limitato allo scenario britannico, ma si proietta sul complesso di idee e di misure politiche ricorrente in quasi tutte le esperienze di socialdemocrazia – dichiarate e non – dei paesi occidentali nel secolo XX. Ciononostante, la conoscenza della realtà fabiana in quanto tale è stata piuttosto limitata, specialmente in Italia, dove l’interesse per il fabianesimo si coltiva soprattutto in ambienti socialisti “marginali” ed elitari. Per esempio, Carlo Rosselli (1899-1937), fuoriuscito politico durante il regime fascista e fondatore nel 1929 del movimento Giustizia e Libertà, nel 1923 incontra in Inghilterra i maggiori esponenti della Fabian Society, partecipa ai suoi dibattiti e frequenta la London School of Economics. Perciò è realistico ipotizzare che, proprio attraverso gli esponenti di Giustizia e Libertà e successivamente del Partito d’Azione, sia avvenuta un’impollinazione di fabianesimo del mondo politico italiano nel secondo dopoguerra.

Poiché il crollo del mito sovietico ha rimesso in gioco tutte le utopie socialiste, esse vengono ora veicolate proprio dai partiti che a tale mito facevano riferimento: quindi non è forse casuale che i Saggi fabiani vengano pubblicati per la prima volta in Italia nel 1990 dagli Editori Riuniti, da sempre legati al partito comunista. Quindi – ancora -, a fronte del reiterarsi di governi “tecnici” alla guida della Repubblica Italiana, è lecito evocare a suo proposito l’incubazione e l’incipiente realizzazione di un’ipotesi fabiana, “pragmatica” e di basso profilo ideologico, di Welfare State tecnocratico ad altissimo tasso di pressione fiscale e amministrativa, caratterizzato all’interno da una promossa e crescente atrofia del corpo sociale e all’esterno dalla riduzione a livello di sopravvivenza della sovranità statuale in un più ampio disegno mondialista.

Per approfondire: vedi le posizioni dottrinali, nel fondamentale volume di George Bernard Shaw, Sidney Webb, William Clarke, Sydney Olivier, Graham Wallas, Annie Besant e Hubert Bland, Saggi fabiani, trad. it., Editori Riuniti, Roma 1990; la storia, in George Douglas Howard Cole, Storia del pensiero socialista, trad. it., Laterza, Bari 1979, particolarmente il tomo I del vol. III e il tomo I del vol. IV; un’esposizione complessiva, in Lucio Renzo Pench, Il socialismo fabiano: un collettivismo non marxista, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1988; e preziose informazioni, in Luciano Marrocu, Il salotto della signora Webb, Editori Riuniti, Roma 1992.

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La Società Fabiana fu una associazione elitaria formatasi a Londra sul finire del XIX secolo, un think tank fondato da una compagnia di illustri intellettuali che misero a punto un movimento politico destinato a giocare un ruolo di primo piano nella storia sociale del XX e del XXI secolo, il Fabianesimo.
Riformulando e perfezionando la dottrina socialista, il Fabianesimo si prefiggeva di rimodellare le strutture politiche e sociali dell’intero pianeta con un programma di lungo corso, fatto di lenti e modesti cambiamenti.
Non a caso, l’emblema principale della Società è rappresentato da uno stemma raffigurante un lupo che si cela sotto una veste di agnello.

Nell’articolo che segue, il blogger Rantasipi partendo dall’analisi di una particolare finestra collocata nella prestigiosa London School of Economics, delinea scopi e modus operandi dei fabiani, nelle cui fila non mancarono, e non mancano, nomi assai famosi.

La Finestra dell’Inganno (il lupo travestito da agnello)

di Rantasipi

Per chi avesse ancora dubbi riguardo l’esistenza di un preciso disegno dietro al quale si celano politiche economiche e culturali destinate a far precipitare il mondo nella voragine dell’annientamento sociale, forse potrebbe essere utile dare uno sguardo a questa particolare finestra, collocata nel 2006 presso la sede della prestigiosa London School of Economics (LSE).

Si tratta di una finestra realizzata con vetri colorati rilegati a piombo raffigurante una scena che può dire molto sull’origine e la portata degli eventi che questa crisi finanziaria (come quelle precedenti) lascia intravedere. L’opera fu commissionata dal famoso drammaturgo George Bernard Shaw, fondatore, assieme a Sidney Webb e a sua moglie Beatrice Potter, del fabianesimo, corrente politico-filosofica socialista, facente capo alla semisegreta Fabian Society, la quale differisce dall’ortodossia marxista principalmente per questioni di metodo, pur condividendone gli obiettivi ultimi.
Disse infatti Shaw:

Sotto il Socialismo, non vi sarebbe consentito essere poveri. Sareste nutriti con la forza, sareste vestiti e dotati di un alloggio, sareste istruiti e provvisti di un impiego, sia che vi piaccia oppure no. Se si scoprisse che non possedete carattere e industriosità sufficienti per meritarvi tutto ciò, probabilmente verreste eliminati in modo dolce; ma se vi fosse permesso di vivere, dovreste vivere bene.

Com’è noto, alla pari del Lucifero biblico, i socialisti rimarcano sempre la “bontà” delle loro intenzioni nell’uso della forza, della coercizione, e dell’intimidazione. E il credente non mancherà di osservare che l’ammissione di Shaw presenta una sinistra analogia con la linea di condotta di Lucifero, scagliato giù dal paradiso per aver cercato di sottrarre all’uomo il libero arbitrio, il diritto di scegliere (quindi di sbagliare) e di essere libero, affinché non commettesse più errori. Suona bene? George Bernard Shaw evidentemente pensava di sì e con lui David Rockefeller, il quale, nel suo libro La mia vita (2002) candidamente ammise:

Per più di un secolo estremisti ideologici sui due fronti dello spettro politico hanno strumentalizzato su ben noti accadimenti come il mio incontro con Castro al fine di attaccare la famiglia Rockefeller per l’eccessiva influenza che essi ritengono eserciti sulle istituzioni politiche ed economiche americane. Alcuni addirittura credono che facciamo parte di una cabala segreta che opera contro i migliori interessi degli Stati Uniti, dipingendo me e la mia famiglia come ‘internazionalisti’ che assieme ad altri cospirano per costruire una struttura politico-economica globale più integrata – un unico mondo, se preferite. Se questa è l’accusa, mi dichiaro colpevole, e ne sono orgoglioso.

I fabiani, a differenza dei marxisti ortodossi che hanno fatto della rivoluzione violenta il loro strumento di azione politica, ritengono che il socialismo sia perseguibile attraverso riforme graduali. Essi infatti devono il loro nome al generale romano Quinto Fabio Massimo, detto appunto il Temporeggiatore (Cunctator), il quale, nella lotta contro Cartagine, adottò una strategia di lento logoramento psicologico dell’avversario. Non a caso, uno dei simboli della Fabian Society è la tartaruga.

Nell’incipit dei “Saggi Fabiani”, il testo in cui si esplicita il programma dell’organizzazione, troviamo il motto:

Il fabianesimo si nutre di capitalismo, il suo escremento è il comunismo.

La Fabian Society fu la componente essenziale per la creazione del Labour Party britannico e il legame fra le due organizzazioni rimane ad oggi ancora molto forte. Solo verso la metà degli anni ‘30 la Fabian Society conobbe una fase di declino, dovuta alla divergenza di vedute fra i membri in merito all’esperienza del totalitarismo sovietico e alla perdita di influenza del partito laburista in cui si innestavano componenti sindacaliste e, contemporaneamente, fuoriuscivano numerosi elementi attratti dalle camicie blu del British Union of Fascist di Oswald Mosley (anch’egli fabianista).

Tuttavia, la maggior parte degli obiettivi della Fabian Society, possono dirsi raggiunti; le “riforme” adottate da Franklin Delano Roosevelt durante la Grande Depressione e che oggi la Scuola Austriaca di economia sostiene siano alla base delle storture finanziarie e monetarie responsabili delle crisi economiche come quella che stiamo attraversando, sono di chiara impronta fabianista; l’assistenzialismo welfarista imperante nella maggioranza dei sistemi politico-economici mondiali è frutto del lavoro della Fabian Society. E la socializzazione dell’economia (corporativismo) di cui ancora oggi l’Italia (e non solo) mantiene intatta la struttura, nasce durante il fascismo con Nicola Bombacci, anch’esso ispiratosi agli insegnamenti dell’organizzazione britannica.

Questa sommaria descrizione della natura della Fabian Society e del fabianesimo si è resa necessaria per una lettura della raffigurazione contenuta nella finestra commissionata da G. B. Shaw.
La figura, ritrae Shaw e Webb nell’atto di prendere a martellate un mappamondo e per comprendere il significato del gesto è utile risalire ai versi del poeta e astronomo persiano dell’XI secolo Omar Khayyam:

Amore caro. Potessimo tu ed io cospirare con il destino per afferrare interamente il dolente disegno di tutte le cose, Non lo manderemo in frantumi – per poi rimodellarlo secondo i desideri del cuore?

Si tratta di un breve poemetto romantico, ma di buoni propositi è lastricata la via dell’inferno, per questo, se estrapolata dal contesto, l’ultima strofa riportata in cima alla finestra (Remould it to the hearth’s desire), assume un significato del tutto diverso, non difficilmente riconducibile alla citazione di Shaw sopra riportata.

Sotto ai fondatori del fabianesimo intenti a rimodellare il mondo secondo i loro programmi, troviamo come allegoria delle docili masse una fila di donne genuflesse in adorazione di una pila di tomi socialisti e, alla sinistra di questo gruppo di figure femminili, un beffardo H.G. Wells che le schernisce. Lo scrittore, anch’egli appartenne alla Fabian Society, dalla quale però si allontanò non appena comprese le reali intenzioni dell’organizzazione che denunciò pubblicamente come “un manipolo di nuovi Macchiavelli”.

Ma a chiarire il significato della composizione è un dettaglio che compare sopra ai due illustri esponenti fabiani, ed è l’emblema stesso dell’organizzazione socialista, ovvero il lupo travestito da agnello, simbolo dell’inganno per eccellenza.

Come dicevo, la finestra, inspiegabilmente “scomparsa” e poi altrettanto misteriosamente riapparsa ad un’asta di Sotheby nel 2005, venne installata nel 2006 presso la London School of Economics and Political Science, il prestigioso istituto voluto e finanziato dal filosofo Bertrand Russell e dai fabiani.

Fu l’allora primo ministro britannico Tony Blair (manco a dirlo, fabiano pure lui) che nel solenne discorso di inaugurazione dichiarò come questo “augusto centro di apprendimento” fosse associato alla Società Fabiana, di cui sottolineò l’abilità dissacrante dei membri rispetto al “pensiero tradizionale” dominante.

“Essi dubitavano di ogni forma di saggezza convenzionale” si compiaceva Blair, indicando l’emblema dell’inganno. Inutile dire che il lupo travestito da agnello, simbolo dell’inganno elevato a principio fondante, se posto in un istituto formativo come la LSE diventa esso stesso principio educativo. I margini della libera interpretazione si riducono notevolmente se si considera che dalla LSE sono usciti numerosi personaggi successivamente ritrovatisi alla guida di cruciali istituzioni politiche, economiche ed accademiche. Fra questi spiccano – non certo per bontà delle idee – John Maynard Keynes, George Soros e Romano Prodi.

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UNA FINESTRA INQUIETANTE SULLA LONDON SCHOOL OF ECONOMICS

di Alessandra Nucci

Per aiutare a superare la propria naturale incredulità a chi faticasse
a vedere un livello coordinato dietro a tante politiche iniettate
nelle vene economiche e culturali dell’Occidente, vorrei segnalare la
finestra della London School of Economics.

E’ una finestra dai vetri colorati, del tipo che siamo abituati a
vedere in chiesa. Il soggetto che ritrae può gettare luce sulle radici
degli eventi che si stanno dipanando sotto i nostri occhi. Fu
commissionata nel 1910 dal drammaturgo irlandese George Bernard Shaw,
co-fondatore, insieme a Sidney Webb e sua moglie Beatrice Potter, del
fabianesimo, filosofia politica marxista che ha molto in comune con il
gramscismo. La finestra ritrae Shaw e Webb in piedi accanto a un
mappamondo, nell’atto di prendere la terra a martellate. La stanno
rimodellando, come spiega la frase incisa in cima alla finestra, tratta
dalla poesia di un poeta astronomo persiano del XI secolo, Omar Khayyam:
“Rimodellarla secondo i desideri del cuore!” (“Remould it to the
hearth’s desire!”)

Sotto i due esponenti fabiani, c’è una fila di figure di uomini e donne
inginocchiate in adorazione di una pila di libri sul socialismo. Da un
lato, fa “marameo” alle docili masse lo scrittore H.G. Wells, che dopo
aver fatto parte dei fabiani li aveva abbandonati denunciandoli come
“nuovi macchiavelli”.

La chiave di lettura di tutto il quadro la dà un particolare. Situato
al centro della finestra, fra Shaw e Webb, sopra il mappamondo, c’è
l’emblema dei fabiani: un lupo travestito da agnello.

La finestra è stata collocata nel 2006 presso la London School of
Economics and Political Science, il celebre istituto para-universitario
fondato all’inizio del Novecento dai fabiani Shaw, Webb e Potter, e
dall’influente filosofo Bertrand Russell, che della LSE fu sia
ispiratore che finanziatore. Non è un semplice cimelio pittoresco, la
finestra. Andata misteriosamente perduta (neanche fosse un gingillo
che uno si porta in giro) e poi ritrovata alcuni anni fa,
l’insediamento della finestra alla LSE è stata solennizzata nell’aprile
2006 dal primo ministro britannico Tony Blair, il quale ha sottolineato
come questo ‘”augusto centro di apprendimento” sia associato appunto
con i fabiani, di cui ha ricordato l’abilità dissacrante rispetto al
“pensiero tradizionale” dominante.

“Essi mettevano costantemente in dubbio ogni pezzo di saggezza
convenzionale che emergesse, radicalmente e con un notevole successo”,
si è rallegrato Blair, indicando l’emblema dell’inganno. Superfluo
specificare che il lupo travestito da agnello, simbolo dell’inganno
eretto a principio, se posto in un istituto educativo come la LSE
diventa un principio educativo.

Non parliamo di letteratura e astratta filosofia, i laureati della LSE
che hanno poi assunto ruoli guida in politica o in economia sono stati
parecchi e influenti. Fra di essi, dopo Russell, si contano Nehru,
Keynes, Soros e il “nostro” Romano Prodi. Fabiana fu anche Annie Besant, guida della Società Teosofica a Londra.

Forse a osservare la London School of Economics più da vicino si
potrebbero fare delle scoperte importanti.

http://www.svipop.org/sezioniTematicheArticolo.php?idArt=396

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I fondamenti teorici del socialismo fabiano*

  • ·        La fondazione delle Società Fabiane

Il 1884 fu l’anno in cui il “Reform Act” estese il suffragio universale, approvato nel 1867, da tre a cinque milioni di elettori. Nello stesso anno William Morris e gran parte dell’esecutivo si staccarono dalla Federazione Socialdemocratica di Hyndman[1] per fondare la Lega Socialista. All’inizio dell’anno Pease, Podmore, Bland, Keddel ed altri si staccarono dalla “Associazione della nuova vita” di Thomas Davidson,[2] per fondare la Società Fabiana. I componenti, all’inizio nemmeno una dozzina, erano semplicemente desiderosi di un preciso programma di riforme sociali, ma non avevano ancora ben chiaro il modo per conseguirle.

“Su proposta di Podmore, assunsero il nome di ‘Fabiani’ per indicare che desideravano esaminare le cose più a fondo prima di spiccare il volo. Porse avevano in mente questi versi di John Gay:

Che nessuno critichi il mio indugiare: come Fabio, io vinco temporeggiando[3].

“La Società Fabiana pubblicò presto il suo primo opuscolo, Vhy are the many poor? Scritto dall’imbianchino W.L. Phillips, l’unico operaio presente allora nelle sue file. Il secondo opuscolo, A Manifesto, apparso anch’esso nel primo anno di vita della società, era dovuto alla penna di una nuova brillante recluta, George Bernard Shaw (1856-1950), il quale avrebbe presto portato con sé un altro giovane, Sidney Webb (1859-1947). Il loro ingresso tra i fabiani segnò un vero capovolgimento nei destini della Società, che da un piccolo gruppo di onesti ricercatori della verità si trasformò in una potente forza intellettuale, armata di un nuovo vangelo sociale eminentemente pratico”[4].

Nel 1883 la Società pubblicò solo un opuscolo di Shaw dal titolo What Socialism is, in cui erano esposte le due teorie del “Socialismo Collettivista” e del “Socialismo libero”. La prima era una traduzione in inglese del leader socialdemocratico tedesco August Bebel, la seconda era esposta da Charlotte Wilson, che, collaboratrice di Kropotkin, fu per anni l’unica anarchica presente nella Società fabiana.

La Società medesima non aveva ancora preso posizione tra le due tendenze del socialismo, e nell’opuscolo, più che conclusioni, ci sono note di natura puramente culturale. In seguito fu proposto un lavoro di Webb e Podmore: Government Organization of Unemployed Labour, che “con le sue curiose proposte, tra cui figurava la coscrizione come possibile rimedio, provocò la prima seria tempesta in seno alla Società. Il rapporto fu distribuito ai soci, ma questi, riuniti in assemblea, respinsero la proposta di pubblicarlo come un opuscolo fabiano. I motivi di questo rifiuto furono molteplici: qualcuno forse rimase irritato dal progetto di coltivazione del tabacco sotto l’egida dello stato, altri dagli accenni al servizio militare obbligatorio. Ma tutto il documento era anche pervaso da un forte spirito riformista e gradualista che la società non era pronta ad accogliere”[5].

Fu ancora di Webb il successivo opuscolo Fact for Socialist, pubblicato sotto l’egida della Società. In questo scritto veniva esposto il socialismo non come capovolgimento violento dello stato attuale delle cose ma, riforma dopo riforma, come un processo evolutivo senza fratture. Nel 1887 vengono pubblicati Fact for Londoners e Figures for Londoners, entrambi di propaganda per i candidati progressisti all’epoca di fondazione del London County Council. “Ma prima ancora, nel 1887, Bernard Shaw aveva scritto The True Radical Programme, che voleva essere una replica alle insufficienze del nuovo programma appena allora adottato dal Partito liberale. In questo opuscolo i Fabiani chiedevano suffragio universale (anche femminile), stipendio ai deputati, tassazione dei redditi non da lavoro, giornata lavorativa di otto ore e nazionalizzazione delle ferrovie, ritenendo che questo insieme di rivendicazioni immediato era sufficiente a ‘riempire le mani del vero partito radicale, il nuovo partito laburista, in una parola il Partito socialista pratico”[6].

L’anno successivo, Sidney Olivier scrisse un primo saggio teorico, Capital and Land. Si trattava soprattutto di dimostrare che dalla proprietà del capitale, come dalla proprietà della terra, si ricavava una rendita per mezzo del lavoro impiegato. In seguito fu scritto, ancora da Sidney Webb, An Eight Ours Bill; alla fine dello stesso anno, il 1889, comparivano i Fabian Essays In Socialism, raccolti e curati da Bernard Shaw.

“Questo volume, che ad intervalli di tempo continua tuttora ad essere ristampato, diede per la prima volta alla Società Fabiana un pubblico realmente vasto, e diventò il vangelo di un particolare tipo di Socialismo nettamente diverso sia dal marxismo dei socialdemocratici, sia dal ‘libero comunismo’ semianarchico di William Morris e della Lega Socialista. Contiene una serie di conferenze tenute da sette saggisti nell’autunno e nell’inverno del 1888 (…).

Il volume era diviso in tre parti. La prima, intitolata ‘Le Basi del Socialismo’, comprendeva un saggio di Shaw sulla base ‘economica’, uno di Webb su quella ‘storica’, uno di Clarke su quella ‘industriale’, e uno di Olivier su quella ‘morale’. La seconda parte, intitolata “l’organizzazione della società”, era composta di due saggi: ‘La proprietà sotto il socialismo’ di Wallas, e ‘L’industria sotto il socialismo’ di Annie Besant. L’ultima parte, intitolata ‘Il passaggio al socialismo’, comprendeva un saggio di Shaw, ‘Transizione’ e uno di Hubert Bland (…) ‘Le prospettive’. … Eduard Reynolds Pease (1857-1955) segretario della Società dal 1890 al 1913, membro dell’esecutivo dal 1884 al 1939, e ultimo a scomparire del gruppo originario, così compendiò nella sua History of the Fabian Society il significato degli Essays: ‘I Fabian Essays sostenevano la causa del socialismo in un linguaggio piano, accessibile a tutti. Presentavano il socialismo come fondato non sulle speculazioni di un filosofo tedesco, ma sulla naturale evoluzione della società come la vediamo intorno a noi. Accettavano la scienza economica così come era insegnata dai professori inglesi accreditati; costruivano l’edificio del socialismo sulle fondamenta delle istituzioni politiche e sociali esistenti da noi; dimostravano che il socialismo era semplicemente la prossima fase dello sviluppo della società, resa inevitabile dai mutamenti comportati dalla rivoluzione industriale del XVIII secolo”[7].

In ogni caso il problema delle nazionalizzazioni era visto in termini tutti particolari. I fabiani pensavano di rendere le terre ad una gestione decentrata da parte dello stato. In realtà i saggi furono scritti nello stesso anno in cui il governo conservatore istituiva i consigli di contea elettivi in sostituzione delle vecchie antidemocratiche giurisdizioni di contea affidate ai giudici di pace.

“I County Councils e i County Borough Councils sarebbero diventati dunque gradualmente”, secondo i fabiani, “man mano che le tasse sulla rendita si sarebbero avvicinate sempre più al 100%, i principali fornitori dei capitali necessari per ogni forma di sviluppo economico.

C’erano in verità alcune industrie e servizi che i fabiani desideravano trasferire nelle mani e sotto il controllo dello stato, per esempio le ferrovie ed altri servizi che per ragioni tecniche richiedevano di essere gestiti come monopoli nazionali”[8].

A questa politica di decentramento amministrativo, però, non corrispondeva una organizzazione delle società fabiane in grado di perseguirla coerentemente. Anzi, la società madre di Londra non si diede mai molto pensiero per tenere unite, politicamente ed organizzativamente, le sue sezioni decentrate.

“Nel 1894 le società locali erano ridotte a 53, sebbene ne fossero sorte di nuove in buon numero, compresa una a Ottawa. L’anno seguente il rapporto annuale dichiarava che ‘la maggior parte delle società locali hanno ormai un’esistenza puramente nominale’. Nel 1896, al congresso socialista internazionale di Londra, erano rappresentate 13 società fabiane locali, ma il numero continuò a diminuire finchè nel 1900 si ridussero a 8, di cui 4 erano le società fabiane universitarie di Oxford, Cambridge, Glasgow e Aberystwyth. L’unica organizzazione locale importante era quella di Liverpool; in tutte le altre grandi città le società locali avevano cessato di esistere”[9]. Esse erano state per lo più assorbite dal Independent Labour Party, creato nel 1893, che perseguiva una politica autonoma della classe operaia.

I fabiani erano in realtà intellettuali o genericamente “colletti bianchi appartenenti alla nuova classe media in ascesa (…): non appartenevano né alla corrente liberale né a quella operaistica della politica inglese (…) né d’altra parte erano conservatori (…).

Soli tra i gruppi socialisti, contrastarono la formazione di un partito operaio indipendente, sostennero l’imperialismo, rifiutarono di opporsi alla guerra boera, non si interessarono affatto delle tendenze internazionaliste e antimilitariste della sinistra; infine i loro capi non ebbero alcuna parte nella rinascita sindacale del 1889 e del 1911”[10].

Quando viene fondata, nel 1889, la National Union of General and Municipal Workers, non troviamo impegnati i fabiani. Ciò essenzialmente perché essi perseguono l’opera di ‘permeation’ del partito liberale piuttosto che la formazione di un ‘partito esclusivamente della classe operaia’. “ … Il numero dei lavoratori effettivamente attivi (cioè membri di sindacati non ufficiali) non superò mai il 10% (…). La massa dei membri, proveniente dalla classe media, si divide in due gruppi abbastanza diversi: appartenenti alle classi medie tradizionali che avevano raggiunto una coscienza sociale …, e gli altri, molto più interessanti, di esperti autodidatti”[11]. Al primo gruppo appartenevano in misura consistente le donne emancipate, i nuovi colletti bianchi; al secondo gruppo scrittori e giornalisti che si erano fatti da sé. Questa composizione dei fabiani è ad un tempo causa ed effetto del fatto che essi si rivolgevano specificamente, nella loro propaganda, ad impiegati e studenti o, in genere, ad intellettuali; e questo rientra perfettamente nel quadro della loro strategia politica che consiste nel trasformare gradualmente la società con piccole riforme attuate all’interno del sistema economico presente, ‘permeando’ le istituzioni politiche e sociali.

·        I presupposti teorici dell’economia politica Fabiana

Paul Sweezy sostiene che il fabianismo in qualche modo costituisca il fondamento teorico della socialdemocrazia; ovviamente si tratta di assumere criticamente l’informazione e di tenere in giusta considerazione il rinvio storico che egli fa, partendo dalla “Gran Bretagna come patria del partito socialdemocratico, con ogni probabilità più grande e più importante”[12]. Questo interesse ci spinge ad analizzare le basi teoriche del Fabianismo, assumendo come fondamento i Fabian Essays in Socialism raccolti e curati da Bernard Shaw e pubblicati nel 1889. “Questo volume, che ad intervalli di tempo continua tuttora ad essere ristampato, diede per la prima volta alla Società Fabiana un pubblico realmente vasto, e diventò il vangelo di un particolare tipo di socialismo nettamente diverso sia dal marxismo dei socialdemocratici, sia dal libero comunismo semianarchico di William Morris e della Lega Socialista”[13].

Nell’introduzione ai Fabian Essays in Socialism ristampati nel 1920, Sidney Webb così si esprime: “Credo che non sia solo la parzialità dell’amicizia che mi fa trovare nel primo saggio una rassegna dell’evoluzione economica della società che per lucida concisione e brillante generalizzazione è rimasta insuperata in tutte le lingue … Ora che è stata saggiata e controllata un’intera generazione di esperienza e critica ulteriore, concludo che nel 1889 noi conoscevamo bene la nostra economia politica e che la nostra economia politica era sana”[14].

È proprio sulla base di questo primo saggio (Economic, by Bernard Shaw) che intendiamo condurre la ricerca per capire i fondamenti dell’apparato teorico dei fagiani, di cui è gia interessante notare l’apertura: “All economic analysis begin with the cultivation of the earth[15]. Questa è la presentazione a cui segue una sorta di descrizione (in termini di individualismo contrapposto all’utilizzo comune di un bene fondamentale che è di tutti) dell’appropriazione originaria della terra che è vista, invero, in termini del tutto metastorici. Presto, nel saggio, ci troviamo di fronte a un dato, la proprietà privata, e alla necessità di scoprirne la natura: “Therefore is it vital to a living knowledge of our society that Private Property should be known in every step of its progress from its source in cupidity to its end in confusion[16].

Secondo G.B. Shaw in principio era la terra, poi venne Adamo, il quale (evidentemente spinto dal bisogno) cominciò a gettare il seme in un pezzo di terra, chiaramente la più fertile e nella migliore posizione, visto che al momento tutto era disponibile. Al primo seguirono altri uomini, i quali si dovettero accontentare di terre meno fertili e così via, finché “… the pool rises, and the margin spreads more and more remote from the centre, untill the pool becomes a lake, and the lake an inland sea”[17].

Come si può notare manca un’analisi dello sviluppo nella storia della proprietà privata, in cui eventualmente sarebbero da indagare i mezzi istituzionali che di volta in volta i “padroni della terra” si sono dati, nonché del ruolo assunto, nell’evoluzione storica, dalle varie classi sociali, o addirittura il perché dell’esistenza di determinate stratificazioni di classe. Problemi di questa natura sono abbastanza estranei, però, a Shaw e ai Fabiani: essi assumono come dato la realtà storica presente in Inghilterra alla fine del secolo XIX, il che vuol dire anche nella fase terminale della Rivoluzione industriale. Ovviamente, non avendo intenzione di indagare nei rapporti di produzione (e in ciò che ne fonda le premesse storiche) hanno bisogno di ricostruire, con una generalizzazione teorica, lo sviluppo della proprietà privata e dei conseguenti rapporti e stratificazioni di classe.

È interessante a questo punto una lettura dell’appropriazione (o meglio dell’esproprio) della terra che ha portato poi a quei rapporti di proprietà precisi che appaiono a Shaw: “… il grande signore feudale, … creò un proletariato immensamente più vasto scacciando con la forza i contadini dalle terre sulle quali essi avevano lo stesso titolo giuridico suo, e usurpando le loro terre comuni. In Inghilterra in particolare l’impulso immediato a questa azione fu dato dalla fioritura della manifattura laniera fiamminga e dal corrispondente aumento dei prezzi della lana”[18].

Questo avveniva nel secolo XVI; ma le “terre comuni” sopravvivono, finché allo sviluppo del capitale e del suo stato nel secolo XVIII, queste terre cominciano ad essere di ostacolo, e laddove si dimostra insufficiente l’azione violenta individuale, è lo stato stesso a decretare l’esproprio delle terre ai piccoli contadini indipendenti. La forma parlamentare del furto è quella dei Bills for inclosures of commons (leggi per la recinzione delle terre comuni) in altre parole, decreti per mezzo dei quali i signori dei fondi regalano a se stessi, come proprietà privata, terra del popolo; sono decreti di espropriazione del popolo”[19].

In ogni caso, ciò che si contesta a Shaw non è la mera omissione di dati storici, ma un’interpretazione quanto meno semplicistica di essi stessi: “and there is nothing for the new comer to pro-empt save soil of second quality[20]; dove l’ultimo arrivato in realtà non è mai il proletario che lavora la terra ma, viceversa, è storicamente verificabile che chi lavora la terra già la possedeva e ne é stato espropriato con la violenza dall’ultimo venuto, anche se non in ordine di tempo così rigoroso.

Ma seguiamo l’analisi shawiana. Egli sostiene che, valutato il prodotto annuo di Adamo a L. 1000 e quello del nuovo arrivato a L. 500, allo stesso livello di operosità, la rendita economica è il vantaggio di L. 500 del primo arrivato sul secondo, essendo il vantaggio stesso derivato semplicemente dal differente grado di fertilità della terra. Da questo al fatto che Adamo riesce a fittare il suo terreno per una rendita di L.500 all’anno il passo è breve. “The excess of fertility in Adam’s land is thenceforth recog­nized as rent and paid, as it is to-day, regularly by a worker to a drone[21]. In questa esemplificazione di produzione della rendita viene introdotto un termine esogeno di stimolo al processo stesso: la crescita continua della popolazione, anche se, come si vedrà in seguito, l’incremento della popolazione può assumere diversa importanza a seconda dell’angolo visuale da cui la si osserva.

In ogni caso, nel saggio di Shaw è previsto che, con il continuo aumentare della popolazione (si può anche leggere “con il continuo aumentare della domanda globale di beni utili alla sussistenza fisica”) il margine di coltivazione viene spinto sempre più in basso. L’ultimo pezzo di terra raggiunto dà – per ipotesi – una rendita annuale di L. 100; la rendita del primo appezzamento di Adamo sale così da L. 500 a L. 900, essendo questa la differenza di produzione sull’ultimo pezzo di terra attualmente coltivato.

L’affittuario di Adamo può ora, a sua volta, affidare il lavoro della terra che possiede in affitto, ad un ulteriore nuovo arrivato, in cambio di una pensione di L. 900 all’anno. In questo modo, al nuovo arrivato, resta, su una produzione di L. 1000 un guadagno annuo netto di L. 100, tanto quanto otterrebbe lavorando la terra ai margini della coltivazione; le rimanenti L. 900 saranno corrisposte all’affittuario di Adamo, che ne terrà per sè 400 dandone 500 ad Adamo.

Si può dedurre in realtà da questo meccanismo che, spingendosi sempre più in basso il margine di coltivazione, si spingerà in proporzione sempre più in basso il livello di vita di chi lavora. Questo è, bensì, ancora uno stadio intermedio dell’appropriazione della terra. Difatti Shaw dirà più in seguito che solo quando tutta la terra coltivabile sarà coltivata, quando persino il mare sarà sfruttato (dai pescatori) solo allora si avrà un quadro completo della rendita.

A questo punto del processo: “All the rent is economic rent: the landlord cannot raise it nor the tenant lower it: it is fixed naturally by the difference between the fertility of the land for which it is paid and that of the worst land in the country. Compared with the world as we know it, such a state of things is freedom and happiness[22].

Alla comparsa sulla terra di un nuovo uomo, non ci sarà più terreno disponibile da coltivare, per cui egli si aggirerà senza speranza in cerca di un modo per procurarsi mezzi per sopravvivere. Gli sarà possibile prendere in fitto la terra di Adamo alle condizioni presenti: questa produce L. 1000 all’anno, e tanto serve per ottenere l’affitto stesso.

A questo uomo nuovo, diseredato figlio di Adamo, fornito esclusivamente di braccia e cervello, si offre la prospettiva della fame, ma “necessity is the mother of invention[23]. Egli, il padre del moderno proletariato, sfruttando la propria capacità inventiva, metterà la terra in condizione di produrre L. 1500 all’anno, riuscendo così ad ottenere L.500 all’anno per sè. Ma questa non è rendita economica.

This is his profit – the rent of his ability – the excess of its produce over that of ordinary stupidity[24].

Ecco dunque introdotto nella trattazione un elemento nuovo: la rendita di abilità. Ma questo genere di rendita ci risulta atipico, o quanto meno limitato nell’importanza, peraltro non sarà mai più richiamato nel corso del saggio, o per lo meno il riferimento ad esso sarà fatto in termini negativi: lo stesso Shaw dirà in seguito che quella che all’origine si presentava come rendita di abilità, sarà resa istituzionale con la successiva appropriazione da parte del capitalista dei vantaggi tecnici derivanti dalla divisione del lavoro e dall’introduzione di macchine nella produzione, che eleveranno il livello di produttività prescindendo dalla capacità inventiva dei singoli. A questo stadio di sviluppo si presentano ulteriori condizioni.

I nuovi proletari non hanno la possibilità di creare rendita di abilità; ma i nuovi fattori tecnologici introducono ulteriori variazioni nel processo. Gli affittuari che su una rendita di L. 1000 pagavano 900 e tenevano per sé 100 si vedono ora aumentare la rendita a L. 2000 ed hanno non più L. 100 ma L. 1100 a disposizione. Quest’ultima rendita non è più, secondo il nostro, una rendita economica, non essendo prodotto dell’utilità marginale ma del monopolio della terra. Di fronte a una rendita di questo tipo, non saranno più effettuati contratti in cui chi è disposto a lavorare la terra corrisponde al possessore attuale una pensione fissa, tenendo per sé la rendita eccedente, bensì saranno stipulati solo contratti a breve termine, alla scadenza dei quali, il possessore della terra sarà libero di scacciare il lavoratore dalla terra stessa, oppure di rinnovare il contratto, “magari” chiedendo in cambio un aumento della pensione. Il quale aumento della pensione può salire indeterminatamente. Ma “Sooner or later the price of tenant right will rise so high that the actual cultivator will get no more of the produce than suffices him for subsistence. At that point there is an end of sub-letting tenant rights. The land’s absorption of the proletarians as tenants paying more than the economic rent stops[25].

In queste condizioni, il proletario si trova impossibilitato a vivere, dato che per comprare le merci di cui ha bisogno, i beni indispensabili per la sua sussistenza, ha bisogno di moneta, che a sua volta è ceduta in cambio di altra merce. L’unica merce che il proletario può vendere è se stesso: la propria capacità di lavorare. Questo trova corrispondenza nel fatto che i coltivatori possidenti la terra “have not strenght enough or time enough to exhaust the productive capacity of their holding[26], per cui sono disposti a comprare uomini e per una cifra inferiore a quella aggiunta dal loro lavoro alla produzione.

It would indeed be only a purchase in form: the men would literally cost nothing, since they would produce their own price, with a surplus for the buyer”: questa proposizione e la seguente: “…the proletarian renounces not only the fruit of his labour, but also his right to think for himself and to direct his industry as he pleases[27], sono di straordi­naria importanza. La motivazione (che sarà data meglio in seguito nel saggio trattando i problemi del bisogno e della sovrappopolazione) dell’assenza di valore nella forza lavoro è data da Shaw in termini comunque poco convincenti. Egli sostiene che, presentandosi sul mercato del lavoro un numero abbastanza elevato (nel senso che l’offerta di forza lavoro si trova ad essere superiore alla quantità che di essa l’industria è in grado di assorbire) di individui intenzionati a vendere la propria capacità produttiva, sarà la concorrenza stessa ad abbassare il valore di scambio di questa merce particolare, e in ogni caso ognuno sarà disposto ad acquistare forza lavoro solo nella misura in cui essa offra dovute garanzie di produrre il proprio mantenimento più un surplus per il compratore. Inoltre la disoccupazione starebbe a dimostrare che esistono uomini disposti a rimpiazzare quelli occupati e senza, peraltro, chiedere alcuna contropartita: per niente!

In un simile discorso compaiono varie componenti, di cui una è senza dubbio il “salario di sussistenza” o “salario naturale” come prezzo dell’operaio, trattato come una qualsiasi merce. Assumendo, bensì, la forza lavoro il significato di mera merce, ci troviamo, sempre in base alla dimostrazione di Shaw, di fronte a una nuova contraddizione: se il capitalista compra le prestazioni di un lavoratore, lo fa senza sapere quanto gli renderanno in realtà; oppure egli può pagare un lavoratore laddove questi abbia già svolto un certo lavoro da cui risulta il proprio mantenimento più il surplus richiesto. Abbiamo, invece, ragione di supporre che nessun lavoratore venda la propria capacità produttiva senza sapere se in questa operazione guadagnerà almeno “il salario minimo di sussistenza”. Questo perché crediamo che nella realtà né il lavoratore occupato né il disoccupato siano comunque disposti a vendere la propria forza lavoro per niente. E questo perché la merce-lavoro non è soggetta alle mere leggi del mercato: nella storia, la compravendita della forza lavoro è sempre avvenuta in base a parametri più politici che economici, più in base ai rapporti di forza esistenti tra le classi sociali che in funzione delle leggi della domanda e dell’offerta, dell’abbondanza e della scarsità.

Poi Shaw aveva introdotto (cfr. nota 28), tra le righe, il concetto di estraneazione dal lavoro, senza tuttavia formularlo in termini chiari e comunque senza vederne le conseguenze politiche, indicando solo come moralmente indegno (“the economic change is merely formal – the moral change is enormous”)[28] il fatto che il lavoratore venga separato non solo dal frutto del suo lavoro, ma anche privato della possibilità di esperire il suo lavoro con modi e tempi propri. Egli ci indica, con l’analisi del valore di scambio, la strada da seguire per comprendere la compravendita della forza lavoro, sostenendo egli che “labor power in now in the market[29].

Prima di procedere nell’analisi del saggio di Shaw, riteniamo interessante vedere come aveva impostato Jevons lo stesso problema, visto che ci sembra di rinvenire molte affinità tra l’analisi jevonsiana del valore e quella fabiana. “Jevons impostò la teoria del valore considerando due individui impegnati in uno scambio. Lo scambio non può aver luogo a meno che l’importanza marginale relativa del bene ricevuto non superi quella del bene dato in cambio, per ciascuna delle due parti interessate. Tale ‘importanza marginale’ non è una grandezza costante ma varia secondo le persone e le circostanze. Ciò che gli autori classici chiamavano valore d’uso o utilità totale é un’astrazione … con l’aiuto della legge dell’utilità marginale decrescente Jevons arrivò a formulare ‘l’equazione dello scambio’. I rapporti degli incrementi delle merci consumate devono, in equilibrio, essere uguali ai rapporti delle intensità degli ultimi bisogni soddisfatti, o, per usare il linguaggio di Jevons, ai gradi finali di utilità. E i rapporti secondo i quali due beni vengono scambiati devono essere inversamente proporzionali ai gradi finali di utilità … Jevons la espresse nel modo seguente: siano a e b le quantità di due beni possedute inizialmente da due individui; x e y le quantità effettivamente scambiate e j e y i gradi finali di utilità per i due individui. Abbiamo quindi:

                ([30]).

Torniamo ora a Shaw, dopo aver trovato una sua sicura fonte. Egli sostiene che, ad un certo punto della loro immaginaria storia, gli uomini cominciarono a soddisfare i loro bisogni con il frutto del loro lavoro. Si rese presto necessaria la specializzazione nella produzione, per riuscire a soddisfare, con una maggiore produzione, una maggiore quantità di bisogni. Naturalmente gli oggetti che venivano prodotti e utilizzati dalla stessa persona non avevano alcun valore di scambio ma solo valore d’uso. Valore di scambio ne hanno tutte le merci ‘utili’ cedute in cambio di altre ‘altrettanto utili’: con un passaggio brusco, l’autore introduce la funzione dell’oro come moneta, postulandone la necessità unicamente per semplificare le operazioni di scambio, e non leggendone la funzione di forma-denaro del capitale e, per questo, la opposizione politica di lavoro morto cristallizzato contro lavoro vivo.

In ogni caso, egli continua, il valore di scambio di una merce dipende dalla sua utilità. Questa proposizione lo pone di fronte ad una prima contraddizione: l’aria, il sole, che pur sono di enorme utilità, non hanno valore di scambio alcuno; un meteorite, caduto sulla terra, ha un notevole valore, nonostante sia semplicemente una curiosità non necessaria. Se dovesse diminuire fortemente la disponibilità di aria, crescerebbe il suo prezzo, come se dovesse aumentare fortemente la disponibilità di meteoriti il loro prezzo cadrebbe. Questo perché, soddisfatto il bisogno che si ha di un bene, ogni ulteriore unità aggiuntiva offerta, perde il primitivo valore per il compratore. Cioè, posto che un uomo abbia bisogno di una quantità data di pane, per cui è disposto a pagare una determinata cifra, una volta che egli abbia soddisfatto questo suo bisogno, non sarà più disposto a pagare la stessa cifra per un identico quantitativo in più, eccedendo questo sulla sua domanda, dovuta ad un bisogno. Da questo discende che le scorte di una determinata merce ne diminuiscono il valore di scambio nella misura in cui aumentano in quantità. Per cui il valore di scambio è determinato dall’utilità, non della parte più utile ma di quella meno utile dello stock. “Technically, it occurs by ‘the law of indifference’, … the least useful unit of the supply is generally that which is last produced, its utility is called the final utility of the commodity. The utility of the first or most useful unit is called the total utility of the commodity[31]. Il concetto di utilità finale è anche definibile come utilità marginale.

È dato, per Shaw, che aumentando le scorte di una merce ne diminuiscono i prezzi; ma, laddove i prezzi scendano fino al costo di produzione della merce stessa, senza per ciò dare profitti, cessa l’attività produttiva. In questa proposizione egli sembra accettare il concetto di profitto nei termini di ‘valore aggiunto dal lavoro’ ad un prodotto, in eccedenza su quello che la merce stessa dovrebbe fruttare al suo produttore, e cioè la sua mera sussistenza. Il concetto non trova, però, ulteriore riscontro in tutto il saggio; altresì l’autore ci offre una spiegazione dettagliata del significato di costo di produzione di una merce, prospettandoci per intanto che esso è dovuto innanzitutto alla differenza di fertilità del suolo, per cui cambia da distretto a distretto, essendo più alto ai margini della coltivazione. Inoltre cresce proporzionalmente alla distanza del centro di produzione dal mercato. Ora, Shaw sostiene che è il costo della merce prodotta ai margini della coltivazione a determinarne il prezzo di mercato, visto che il prelievo della rendita economica, prodotta nei terreni più fertili e in posizione più felice nei confronti del mercato da parte del latifondista, condiziona verso l’alto il prezzo della merce, livellando verso il basso il guadagno del lavoratore. Egli ci pone di fronte alla contraddizione patente in cui incorrono gli economisti che pretendono di giustificare la proprietà privata della terra: essi sosterrebbero che la rendita economica non entra nel conto di produzione, essendo il costo di produzione marginale a determinare il prezzo di mercato dei beni. In base a questi assunti la rendita non compare nel prezzo e, per questo, latifondista non costa niente alla comunità; inoltre il valore delle merci è determinato dal loro costo di produzione, per cui il loro scambio avverrebbe su base proporzionale al lavoro che esse costano. Di contro, le merci prodotte ai margini, costano in realtà quantità maggiori di lavoro, e il latifondista, ben di più che non costare niente alla società, costa la differenza di produttività tra i terreni più fertili e meglio situati e quelli meno fertili e peggio situati. Quindi chiude: “This, however, in not the goal of our analisis of value[32], e procede.

Da quanto detto in precedenza, sul valore di scambio, si ricava che la capacità di controllo dell’uomo sui prezzi delle merci è la possibilità di controllo sulle scorte. Gli individui sono portati a diminuire le scorte per condizionare i prezzi verso l’alto, ed é esattamente quello che essi fanno, con tutti i mezzi: “Cargoes of East Indian spices have been destroyed by the Dutch as cargoes of fish are now destroyed in the Thames, to maintain prices by limiting supply. All rings, trusts, corners combinations, monopo­lies, and trade secrets have the same object[33].

La giustificazione che generalmente si dà a questo comportamento è, secondo Shaw, che se ogni individuo trae vantaggi per sé, a danno della comunità, la comunità stessa sarà avvantaggiata per il fatto stesso che individui in numero sempre maggiore si arricchiscono. “From one thing the community in safe. There will be no permanent conspiracies to reduce values by increasing supply[34]. E ritorna il concetto per cui tutti cesseranno di lavorare laddove i prezzi dovessero scendere al di sotto dei costi di produzione. Di nuovo sembra venire introdotto il profitto come una eccedenza sul normale compenso dovuto al lavoro, o dal lavoratore a se stesso e al suo compratore, che il latifondista non beneficia di rendita economica.

Da merce a merce, il nostro passa a trattare il valore di scambio della particolare merce che è la forza lavoro. Già in precedenza egli (cfr. pag. 8 e seg.) aveva assunto come dato il “valore” zero del proletario sul mercato. Ora si chiede, se ciò è vero, che cosa sia in realtà il salario se non è il valore di scambio della forza lavoro. E la dimostrazione è data allo stesso modo che per le altre merci. “Their wage in not the price of them­selves; for they are worth nothing: it is only their keep[35]. E questo anche perché, se gli stessi proletari non hanno la possibilità di controllare la produzione di se stessi, incrementano le scorte di forza lavoro e portano il loro prezzo fino a zero: nessuno sarà disposto a pagare per una merce priva di valore.

Già precedentemente abbiamo rilevato che un dato simile non trova riscontro alcuno nella realtà, ora troviamo una nuova incongruenza, desunta dalla posizione stessa di Shaw sul valore di scambio: non si capisce perché, laddove un qualsiasi lavoratore cessa l’attività produttiva quando i prezzi delle merci da lui stesso prodotte eguagliano i costi di produzione, il proletario dovrebbe continuare a lavorare ottenendo in cambio solo il suo proprio mantenimento che, in realtà gli consente solo di perpetuare la sua specie, produrre altra forza lavoro e, quindi, ottenere il massimo dei danni.

D’altronde è ben misera la dimostrazione data da Shaw con l’esempio del cavallo, per ottenere il quale è sufficiente poter pagare il suo mero mantenimento e nessun altro prezzo di mercato, laddove le scorte di cavalli ne portino il valore di scambio a zero. Tra i cavalli e gli uomini ci dovrebbe essere un “salto di qualità”, a meno di considerare uomini solo i lavoratori in proprio, per i quali “ogni attività cessa in presenza di profitto zero”, e animali i proletari per i quali, in presenza di certe condizioni di mercato “non c’è alcun valore”.

Sulla scorta di quanto detto in precedenza, il saggista fabiano passa ad un’analisi del capitale. Poniamo che per la costruzione di una ferrovia occorrano mille uomini per cinque anni. Alla loro sussistenza, durante questo periodo in cui lavorano alla costruzione della ferrovia, baderà il capitalista. La fornitura dei beni necessari alla sussistenza dei lavoratori è il capitale. Capitale non è la ferrovia: dopo i cinque anni occorsi per costruirla diventa proprietà privata del capitalista; difatti: “If Mr Goshen … were to ask the proprietors of the London and North Western Railway to accept as full compensation for their complete expropriation capital just sufficient to make the railway anew, their amazement at his audacity would at once make him feel the difference between a railway and capital” e in seguito: ”Colloquially one property with a farm on it is said to be land yielding rent; wilst another, with a railway on it, is called capital yielding interest. But economically there is no distinction between them when they once become sources of revenue[36].

Sembra, in questo modo di procedere, che il capitale giustifichi se stesso; non si capisce, cioè, in che modo un tale possa provvedere per cinque anni al mantenimento di mille uomini senza avere, in qualche modo e in qualche tempo precedente, accumulato quello che Shaw chiama capitale. Abbiamo, bensì, visto in precedenza come il nostro non si ponga problemi di accumulazione originaria al di fuori della mera rendita fondiaria. Inoltre egli si rende ben conto che dire “ferrovia” non è la stessa cosa che “mantenimento di mille uomini per cinque anni”: non si rende altrettanto conto di quale sia la differenza tra i due termini; la ferrovia verrebbe ad essere definita come “lavoro oggettivato” che produce profitti in quanto tale; ma bisognerebbe, percorrendo questa strada, assumere ancora una volta parametri di giudizio che sono quanto meno estranei al teorico fabiano. In ogni caso la sua trattazione non pare adeguata a spiegare tutta la produzione del capitale, anche tenendone conto nella sola accezione in cui egli lo prevede, e cioè capitale circolante.

Inoltre non si capisce cosa sia la “ferrovia su un pezzo di terra”, come non si capisce cosa sia una fattoria. Per il nostro saggista, capitale è la terra, ma non quello che ci sta sopra: potrebbe essere un mezzo per produrre profitto o rendita dalla terra, ma in questo modo bisognerebbe assumerlo come bene-capitale, in altri termini definibile come capitale fisso, visto che in nessun modo é riducibile ai beni-salario, essendo questi ultimi unicamente beni adatti ad assicurare il mantenimento del lavoratore. Inoltre sarebbe mero dispendio di parole definire un bene unicamente merce, senza individuarne la funzione sociale, prima ancora che economica.

Avendo esaminato i vari aspetti della produzione e dello scambio, non resta a Shaw che dare un giudizio sulla ricchezza di una società, e sulla capacità che ha la “ricchezza nazionale” di soddisfare i bisogni dei cittadini. Ed egli si imbatte in una realtà poco esaltante: la produzione enorme di beni “superflui” (una ricca signora di New York compra una bara per il suo cane morto) richiesti da una classe sociale, mentre i membri di un’altra classe sono a volte privi dell’indispensabile (bambini senza scarpe). In alcuni casi si verifica l’assurdo di gente che muore di fame tra i gioielli!

Shaw rigetta, però, il concetto di incremento (polarizzato) della miseria proporzionalmente a quello della ricchezza. Egli sostiene che l’accumulazione delle ricchezze e conseguentemente di un eccessivo potere d’acquisto da parte di una classe, spinge quest’ultima a richiedere beni superflui: tutto ciò che è impiegato a produrre il superfluo non è socialmente utile, “… a nation which cannot afford food and clothing for its children cannot be allowed to pass as wealthy because it has provided a pretty coffin for a dead dog[37].

Il potere d’acquisto che nelle mani del ricco impone la produzione di beni superflui, nelle mani di tutti significherebbe produzione di vera ricchezza. Con questa affermazione, in realtà, si conclude tutta l’analisi economica di G. B. Shaw. In base a questo tipo di analisi, al momento di trarre le conseguenze per combattere quella che egli definisce la profonda ingiustizia del sistema capitalistico, egli suggerisce di espropriare la terra ai latifondisti “… public property in land is the basic economic condition of Socialiam. But this does not involve at present a literal restoration of the land to the people[38]. L’esproprio della terra avverrebbe mediante una tassazione progressiva della rendita e del profitto, escludendo i lavoratori salariati. In questo modo si trasferiscono alla pubblica amministrazione i fondi con cui i privati comprano i lavoratori e godono del frutto del loro lavoro.

Così facendo la stessa pubblica amministrazione sarà in grado di provvedere alla costruzione di una industria nazionale, i cui profitti potrebbero essere ridistribuiti: ci occuperemo di approfondire in seguito le conseguenze politiche e la strategia che i fabiani hanno storicamente adottato in conseguenza della loro ideologia.

La questione che qui resta ancora da precisare riguarda i rapporti di potere, determinati e determinanti, in una continua interazione dialettica, i rapporti di produzione storicamente esistenti, pur se la questione non sembra interessare Shaw né i Fabiani. Per loro i rapporti di produzione si determinano meccanicamente, solo nei limiti della successione temporale, “prima e poi” allo stesso modo che per la questione della appropriazione della terra: mai le questioni di potere sono individuate come portato immediato, come termini determinanti in ultima istanza la stratificazione reale delle classi sociali in ragione della diversa distribuzione delle ricchezze. Solo di quando in quando vengono accennati alcuni problemi quali l’emigrazione, che è però vista in modo tutto astratto dalla realtà: uomini che non trovano più, nella terra natia, suolo da coltivare, “vanno a cercarlo” in Alaska o in Centrafrica; anche questo rientra nel problema, e cioè nuova terra da coltivare, nuove fonti di ricchezza da espropriare: in questo modo, però, il problema non è spiegato nella sua essenza.

In realtà Shaw non riesce a vedere che anche nel nuovo processo di “colonizzazione” si svilupperà un nuovo potere economico e politico, che, ben lungi dal favorire la socializzazione delle ricchezze della terra, la impedirà: costituirà anzi un rinnovato pilastro dell’edificio capitalistico, un nuovo e più raffinato strumento per indurre la polarizzazione estrema di ricchezza e miseria. Questa nuova fase del capitalismo che Lenin definì “imperialismo”, non fu compresa dai Fabiani nella sua essenza, e questo proprio perché furono conseguenti nel trarre i debiti insegnamenti dai loro principi di economia politica. Se dalla loro analisi é rilevabile la condanna morale del capitalismo, non lo è altrettanto l’essenza del suo sviluppo.

·        Il nuovo unionismo e la politica salariale degli Webb

Nel 1889, a Parigi, si riuniva un congresso internazionale[39] alla Salle Pétrelle, di delegati delle organizzazioni e partiti socialisti d’Europa e non solo. All’ultimo giorno dei suoi lavori l’assemblea votò questa risoluzione: “Una grande manifestazione sarà organizzata per una data stabilita, in modo che simultaneamente in tutti i paesi e in tutte le città, nello stesso giorno, i lavoratori chiederanno alle pubbliche autorità di ridurre per legge la giornata lavorativa a otto ore e di mandare ad effetto tutte le altre soluzioni del congresso di Parigi. Considerato che una manifestazione dello stesso tipo è già stata decisa per il 1° maggio 1890 dall’American Federation of labor nel congresso tenuto a St Louis nel dicembre del 1888, questa data sarà adottata per la manifestazione internazionale. I lavoratori dei vari paesi daranno luogo alla manifestazione entro i limiti loro imposti dalla particolare situazione di ciascun paese”[40].

Le delegazioni inglesi della Lega Socialista, di anarchici vari e del Partito Laburista scozzese di recente formazione, portavano un notevole contributo al congresso, grazie all’esperienza dovuta ai grossi cambiamenti in atto in Inghilterra: l’acuirsi della congiuntura economica metteva in crisi l’impianto delle vecchie Trade Unions, attestate su posizioni difensive  anche per il fatto di rappresentare una minoranza, l’aristocrazia operaia: esse limitavano le loro azioni di sciopero il più possibile, e ne avevano l’opportunità, visto che gli operai qualificati erano comunque gli ultimi ad essere licenziati. Inoltre, quelli di loro che venivano licenziati erano facilmente sostenibili dagli altri, trovandosi le Trade Unions in una situazione economica particolarmente florida, dato che la caduta dei prezzi offriva sempre maggiore potere d’acquisto ai salari degli occupati.

In questa situazione era maturato il “nuovo unionismo”, sostenuto essenzialmente da socialisti o comunque uomini disposti ad accettare una politica e un punto di vista autonomi della classe operaia. Senza difficoltà essi poterono svolgere un’attività politica tra gli operai non qualificati e i disoccupati, i quali sentivano tutto il peso della crisi, e a cui in ogni caso, il basso reddito non consentiva l’accesso alle Trade Unions. I militanti della Federazione Socialdemocratica di Hyndman accusavano “i sindacati professionali di essere organi corporativi, inclini a difendere esclusivamente gli interessi di categoria contro la classe operaia nel suo complesso, e li consideravano il nemico peggiore di coloro che cercavano di organizzare politicamente gli operai in un partito di classe.

La Lega Socialista era propensa a sostenere le Trade Unions dovunque fossero impegnate in lotte rivendicative, come nel caso dei sindacati dei minatori del Nord-Est e degli operai metalmeccanici e tessili del Yorkshire”[41]. In particolare i minatori del Galles, sebbene mandassero in parlamento delegati lib-lab, conducevano lotte su un piano avanzato. Nel loro programma figurava la richiesta di un salario minimo, insieme alla giornata legale di otto ore e all’abolizione della scala mobile: bensì, oltre alle organizzazioni sindacali e di partito, si muovevano su una linea tendenzialmente socialista un discreto numero di operai e intellettuali giovani, i quali si rendevano ben conto che in ogni caso i bisogni operai andavano riconosciuti anche istituzionalmente.

Per questo non era più sufficiente accontentarsi di singole vittorie strappate a singoli imprenditori da singole Trade Unions. Fu proprio sulla giornata legale di otto ore che la nuova espressione del movimento si saldò ai vecchi operai tradunionisti e al movimento operaio internazionale.

Un primo scossone fu dato nel 1888 da uno sciopero di 700 fiammiferaie di Londra, della fabbrica di Bryant & May, preceduto da un servizio-inchiesta di Annie Besant su The Link; lo sciopero fu, però, essenzialmente spontaneo. Dopo alterne vicende fu lo stesso London Trade Council a negoziare un accomodamento favorevole alle ragazze.

La vera ondata paralizzante si rovesciò su Londra la primavera successiva quando scesero in lotta, per la giornata lavorativa di otto ore, i fuochisti dell’illuminazione a gas e della compagnia del coke “che si rompevano la schiena in turni di dodici e persino diciotto ore. La National Labourers of Great Britain and Ireland, che in seguito doveva divenire la National Union of General and Municipal Workers, fu formata, dopo un comizio, il mattino del 31 marzo 1889.

            Lo stesso giorno vi aderirono ottocento persone”[42]. L’ondata di scioperi più significativa doveva venire, però, dall’East London, che era al contempo il più grande porto commerciale del mondo e “l’immensa tana della miseria”. “Il direttore generale delle società dei Docks ammise egli stesso il fatto (…). I poveretti sono miseramente coperti, a mala pena calzati, in uno stato pietoso; e non possono correre perché le loro scarpe non lo permetterebbero … Vi sono operai che vengono a lavorare nei nostri Docks (e se è così da noi lo è in misura molto più grande altrove), che arrivano senza un boccone di cibo nello stomaco, forse dal giorno prima. Dopo che hanno lavorato un’ora e hanno guadagnato 5 pence, la loro fame non permette loro di continuare; e prendono i loro 5 pence per poter avere un pò di cibo, forse il primo che hanno da ventiquattro ore”[43].

I socialisti da due anni facevano propaganda ai cancelli del porto; scoppiò la rivolta dopo la vittoria delle fiammiferaie: cominciarono gli scaricatori del molo dell’India Sud-occidentale. Lo sciopero si estese coinvolgendo 30.000 portuali e oltre 30.000 operai di altre categorie, su tutte le rive del Tamigi. “Le barriere esistenti tra le diverse categorie di lavoratori, in particolare tra quelli organizzati e gli altri, furono abbattute: anche gli stivatori e gli addetti alle chiatte, i quali avevano forti sindacati, si unirono allo sciopero. Le cinquanta miglia di moli furono sorvegliate da 16.000 scioperanti inquadrati in picchetti, (…)”[44].

La vittoria degli operai del Tamigi, a differenza di altre, non è un punto di arrivo: è un inizio. Innanzitutto sta a dimostrare che anche gli operai non qualificati sono suscettibili di organizzazione e, inoltre, laddove le vecchie organizzazioni di mestiere portavano a disastri, rovinando anche se stesse negli scioperi, questo nuovo sindacalismo risulta vincente: dalla forza di questo movimento, più che dai delegati unionisti, la classe operaia inglese è meglio rappresentata nell’Internazionale.

La Società Fabiana è essenzialmente estranea al grosso movimento di questi anni. Le società affiliate, che contano diversi operai iscrittisi con la richiesta di socialismo, sono impegnate in provincia nelle battaglie a fianco della Lega Socialista e della Federazione Socialdemocratica, liberi allo stesso tempo dal settarismo di Hyndman e dal gradualismo della società-madre. In realtà i Fabiani perseguono la loro politica di “permeation” del partito liberale. D’altro canto essi hanno sempre sostenuto che ci sono comunque tempi lunghi per ristrutturare la società su base socialista. In questo periodo gli Webb ad esempio, sono impegnati a condurre la battaglia contro la “poor law”. Per loro il passaggio al socialismo non è una pratica di lotta in cui la classe si emancipa e, conquistando sempre maggiori posizioni di potere politico ed economico, abbatte lo stato presente delle cose. Per i fabiani la rivolta operaia degli anni novanta è lo sbocco momentaneo di una rabbia dovuta alla condizione di indigenza degli operai, sotto il livello minimo di sussistenza fisica, ma non può in ogni caso significare la rottura con gli attuali rapporti di potere.

Gli Webb sostengono, infatti, in “La Democrazia industriale” che comunque la trattativa, il “mercanteggiamento” tra capitale e lavoro è l’unico modo possibile per mediare le esigenze di entrambi. Nell’opera appena citata è sviluppato questo discorso. Fino agli anni settanta le unioni operaie avevano conservato il più stretto controllo sulla mobilità della forza lavoro qualificata nei singoli mestieri, e questo essenzialmente per impedire che una atroce concorrenza tra operai ne facesse scendere i salari. Inoltre esse (le Trade Unions) hanno richiesto l’applicazione di norme comuni, tendenti a strappare l’operaio alla trattativa individuale con l’imprenditore, il quale era in grado di costringerlo al lavoro nelle peggiori condizioni. Questa posizione, insieme a quella di Shaw in merito al fatto che i mezzi di sussistenza sono di per sè capitale, “dopo che questo è trasformato in salario – ne deriva inoltre che la grandezza del salario dipende dal rapporto tra il numero dei lavoratori e la massa data del capitale circolante – un prediletto assioma economico – mentre, di fatto, la massa dei mezzi di sussistenza che il lavoratore sottrae al mercato e la massa dei mezzi di sussistenza di cui il capitalista dispone per il proprio consumo dipendono dal rapporto tra il plusvalore e il prezzo del lavoro”[45].

Difatti, dopo una lunga serie di lotte perdenti su questo terreno (cioè sul terreno degli interessi consolidati), sia la classe operaia, sia una più generale opinione pubblica, procedono in Inghilterra alla condanna “degli effetti malefici delle corporazioni chiuse, colle quali generazioni successive di artieri avevano generalmente garantiti i mezzi consuetudinari di sussistenza, sia che andassero col progresso dei tempi, sia che tirassero innanzi alla meglio, paghi dei vecchi sistemi”[46].

Chiaro è che, più di ogni altro fattore, il progredire della rivoluzione industriale (e appunto l’introduzione di nuove tecniche di produzione e con la crescita anche quantitativa dell’industria) si oppone a qualsiasi sistema che in qualche modo possa impedire la mobilità della forza lavoro. Poi, in base proprio a questo sviluppo, sorgono schiere interminabili di nuovi operai totalmente privi di interessi consolidati: a questo punto, quando cioè anche gli operai tradunionisti si vedono sospinti in balia delle leggi della domanda e dell’offerta, insorgono in scioperi violenti, che servono in realtà ad alzare il prezzo della forza lavoro fino ai più alti livelli di compatibilità del mercato. Prendendo per buona questa posizione, si fa strada la tesi in base alla quale i salari dipendono dalla forza strategica degli operai. In questa dimensione vengono a cadere alcuni postulati del movimento unionista; ad esempio i minatori abbandonano il sistema della scala mobile (nel Galles del Sud) e passano a contrattare i salari ad ogni nuova loro posizione sul mercato. La motivazione che danno gli Webb di questo fatto è che “il saggio dei salari non sta in nessuna relazione determinata con le fluttuazioni del prezzo del prodotto”[47]. La motivazione di tale posizione non è, però, sufficientemente chiara: dire che il saggio dei salari non è vincolato alla dinamica dei prezzi, non è dire allo stesso tempo che esclusivamente la posizione strategica degli operai può determinarlo. Non sembra che gli Webb accettino l’eventualità che gli operai possano riuscire ad assumere in proprio la produzione di un’impresa, anche in mutate condizioni storiche. Per essi invece è più accettabile un accordo tra forza lavoro e capitale (Alleanze di Birmingham) per imporre a tutte le fabbriche di un’industria, ed anche a più industrie, determinati prezzi dei prodotti in modo da poter determinare anche un saggio dei salari. È anche vero, però, che una situazione di monopolio non sempre è data; ma è evidente che una posizione di questo tipo scaturisce piuttosto dal punto di vista del consumatore, e trascuri quello del produttore; ma riprenderemo in seguito questo problema.

Secondo i coniugi Webb è fondamentale, in vista di una comprensione del saggio dei salari, analizzare le forme del mercato. Essi notano che la legge della domanda e dell’offerta è perfettamente congeniale all’evoluzione del capitalismo, ed anche sufficientemente accettabile da parte dell’aristocrazia operaia, che si trova in una “favorevole posizione strategica”. Ma “dal canto loro i manovali non organizzati che lavorano altrettanto a lungo e altrettanto duramente per un quinto di quella somma, sono naturalmente inclini a guardare le cose in un altro modo”[48]. In simili affermazioni ritorna il concetto che la elevata concorrenzialità tra operai li danneggi: di nuovo bisogna notare che se è vero questo lo è solo in assenza di una forza operaia mobilitabile sui propri interessi, anche al di fuori delle unioni di mestiere, il che implica una revisione del concetto di “forza strategica” intesa solo come potere contrattuale nell’ambito del mercato, e sposta il confronto dalla trattativa economica alla lotta di classe, agevolmente riscontrabile nelle sollevazioni operaie dell’89 e degli anni seguenti.

Comunque gli Webb, e i Fabiani in genere, leggono nel comportamento di classe di quegli anni, solo una variazione introdotta nella tesi della “posizione strategica”: “Salario sufficiente alla sussistenza”. Poi essi stessi sono costretti ad ammettere che la semplice richiesta del “Living Wage” non pretende “più che non pretendano la dottrina degli ‘Interessi Consolidati’ o quella della ‘Domanda e della Offerta’, di risolvere il problema dei disoccupati e degli inoccupabili. Tutte e tre le dottrine sono evidentemente conciliabili con qualsiasi metodo di soluzione di questo problema, da quello di abbandonare i disoccupati e gli inoccupabili alla fame e alla mendicità, fino alla più scientifica classificazione di una legge sulla pubblica beneficenza, ovvero al sistema più completo di assicurazione di Stato o di classe”[49].

In ogni caso l’accettazione del principio del “Salario di Sussistenza” costituisce, per i nostri coniugi, già una posizione avanzata sui salari. Significa riconoscere per gli operai il diritto ad un tenore medio di vita, in cui non sono presi in considerazione gli eccessi in alto o in basso, anche se “La prescrizione di un certo minimum di condizioni non impedisce all’imprenditore umanitario di concedere volontariamente ad individui eccezionalmente disgraziati, per i quali il minimum è insufficiente, tutti quei patti migliori che sono materialmente possibili”[50].

In questa proposizione e nelle precedenti gli Webb accettano il principio di dare a ciascuno secondo i propri bisogni e di prendere da ciascuno secondo le proprie possibilità. Quando, in ogni caso, decisioni di questo tipo sono lasciate alla “magnanimità” dell’imprenditore, ci pare che la posizione che le informa perda tutto il suo valore storico, restando nella sfera di una pura petizione di ordine morale. Ed é questo il livello massimo a cui essi si spingono nella lettura del comportamento di classe  (ma saranno analizzate meglio queste posizioni nel capitolo successivo). Essi pensano di risolvere le contraddizioni del mercato del lavoro facendo assumere allo stato, o ai suoi organi decentrati, la conduzione delle imprese; eppure si tengono lontani dal criticare a fondo le leggi del mercato, accettando il principio della contrattazione “come unico metodo per mediare le esigenze della classe operaia con quelle del capitale”.

In un simile contesto assumono grande rilievo posizioni quali “la necessità di un’organizzazione sociale cosciente e preordinata, fondata non sopra gli interessi consolidati o sulle eventualità della lotta ma sui bisogni accertati scientificamente di ogni categoria di cittadini[51]. E ogni passo avanti della classe operaia è inteso non come appropriazione operaia della ricchezza da essa prodotta e che gli è espropriata dal capitalista, ma come accomodamento dell’equilibrio della distribuzione delle ricchezze, inteso in senso marshalliano, che incrementa la capacità produttiva globale: “Noi possiamo concludere in opposizione (agli economisti più antichi) che qualsiasi cambiamento della distribuzione nella ricchezza che dia più ai salariati e meno ai capitalisti sarà probabilmente, a parità di altre circostanze, per affrettare l’accrescimento della produzione materiale, e che essa non ritarderà in modo sensibile l’accumulazione della ricchezza materiale”[52]. Il che vuol dire anche sostenere un punto di vista evidentemente capitalistico, per cui un aumento dei salari può impedire e comunque arginare un drenaggio di forza lavoro dall’industria nazionale, senza contare che accresce enormemente la domanda interna di beni.

Questo trova pieno riscontro in un’altra proposizione di Marshall citata in “La democrazia industriale”, e ci sembra rappresentare molto bene la fonte e il punto di vista Fabiano in merito alla ristrutturazione “su base socialista” della società: “Il lavoro ed il capitale del paese (…) agendo sopra le sue risorse naturali, producono annualmente una certa quantità totale netta di beni, materiali ed immateriali, compresi i servizi di ogni sorta. Questo è il vero reddito od entrata annuale netta del paese, ossia il Dividendo Nazionale … Esso viene diviso in Guadagno del Lavoro, Interesse del Capitale ed infine in sovrappiù del Produttore, o Rendita, della terra e degli altri vantaggi differenziali della produzione. Esso costituisce la totalità di queste categorie, e la totalità di esso è divisa tra queste; e quanto più esso é grande, tanto più grande sarà, a parità di altre circostanze, la quota che va a ciascun agente della produzione”[53].

Per “altre circostanze” si intende il “mercanteggiamento”, e le parti in causa sono considerate né più né meno che soggetti economici puri e semplici, astratti da ogni altro rapporto che non sia di mercato. In questo contesto appare chiaro che i Fabiani concepiscano lo Stato come mero organo amministrativo, al di fuori e al di sopra delle parti. E in questa luce si riesce anche a capire come essi siano estranei, dove non ostili, alla formazione di un partito autonomo degli operai, visto che pensano di poter risolvere i problemi della sopravvivenza con mezzi amministrativi, tanto distanti dalla realtà storica, in cui solo i rapporti di potere tra le classi definiscono la misura in cui un determinato strato sociale stabilisce il rapporto della sua partecipazione all’uso della ricchezza nazionale.

E così sempre, ai congressi dell’Internazionale, i Fabiani hanno sostenuto, fraintendendo, il principio della lotta politica a fianco dei marxisti e contro i sindacalisti: alla base dell’equivoco c’è il fatto che la maggior parte dei Fabiani considera lo Stato come strumento capace, ove saggiamente diretto, di garantire forme di sussistenza civile ed economica a tutte le classi sociali: ad essi sfuggiva il concetto socialista di lotta politica intesa come il trasferimento dei conflitti di classe da un piano meramente di contrattazione economica tra operai e capitale, dentro e contro lo stato, inteso qui come strumento del capitale, contro le altre classi. Ai congressi dell’Internazionale questo ordine di problemi sottintendeva sempre l’appropriazione della democrazia come momento di transizione, in cui vengono abbattuti i rapporti reazionari di potere, per facilitare la presa del potere da parte del proletariato.

Non è un caso che, ad esempio, nel congresso di Londra del 1896 gli Webb fossero impegnati in una commissione e che presentassero un rapporto sulla riforma dell’istruzione “sotto pubblico controllo democratico … dagli asili d’infanzia all’università”, mentre il grosso dei dibattiti di quel congresso verteva sui problemi della guerra. “Il rapporto della commissione per la guerra si apriva affermando che gli antagonismi economici e non quelli religiosi o nazionali erano la causa prima della guerra in regime capitalistico. Perciò, se si volevano togliere ai governi, strumenti della classe capitalistica, i mezzi per fare la guerra, bisognava che in tutti i paesi gli operai si impadronissero del potere politico. Il rapporto continua chiedendo l’abolizione simultanea di tutti gli eserciti permanenti e la formazione di una milizia civile nazionale, nonché la creazione di tribunali di arbitrato per risolvere le controversie internazionali, e specificava a questo proposito: ‘nei casi in cui i governi rifiutassero di accettare le decisioni del tribunale di arbitrato, la decisione definitiva sulla questione della pace e della guerra spetterebbe al popolo direttamente”[54].

Per i Fagiani, in ogni caso, non si è mai posto un problema di democrazia come mezzo, o anche momento di transizione, per raggiungere il socialismo perché essi, essenzialmente, niente hanno da dire contro il sistema economico di tipo capitalistico se non in merito alla distribuzione delle ricchezze; piuttosto vedono questo problema completamente estraniato dalla produzione. Per cui basterebbe un semplice passaggio ad un sistema democratico di amministrazione per risolvere le questioni da cui sorgono i conflitti, fermi restando i rapporti attuali di produzione. E, pur tuttavia, essi non hanno mai definito in termini chiari le loro posizioni teoriche in merito al potere. Ci sembra doveroso, a questo punto (tenendo conto del punto di vista di E. R. Pease a proposito della rivolta internazionale diretta dai Fabiani contro il marxismo)[55] introdurre i temi di un dibattito in corso in Germania su analoghi problemi: la polemica di Rosa Luxemburg e Karl Kautsky contro Eduard Bernstein (nota come la Bernstein-debatte) e le discussioni interne al marxismo internazionale a cavallo del novecento. Bernstein aveva scritto in una serie di articoli (Neue Zeit, 1897-98: Problemi del Socialismo): “Ci si chiederà a questo punto se con questa posizione non si rimandi la realizzazione del socialismo all’infinito (…) o la si ritardi almeno per molte generazioni. Se si intende per realizzazione del socialismo l’erezione di una società regolata su tutti i punti in senso severamente comunista, non ho indubbiamente alcuna preoccupazione di dichiarare che la cosa mi sembra ancora lontana.

E all’incontro è mia ferma convinzione che già la presente generazione vedrà la realizzazione, se non sotto forma patentata, almeno nella sostanza, di moltissimo socialismo. Il costante allargamento dell’ambito dei doveri sociali, vale a dire dei doveri e corrispondenti diritti dei singoli nei rispetti della società, e degli obblighi della società nei rispetti degli individui, l’estensione del diritto di direzione della società organizzata in stato o in nazione sulla vita economica, lo sviluppo dell’autogoverno democratico in comunità, circondari, e province, e l’ampliamento dei compiti di queste forme associative, tutto ciò vuol dire per me sviluppo verso il socialismo, o se si vuole realizzazione graduale del socialismo. Il passaggio del carico delle amministrazioni economiche dalla direzione privata a quella pubblica accompagnerà naturalmente questo sviluppo, ma potrà effettuarsi solo gradualmente. E valide ragioni di opportunità invitano invero alla moderazione. Alla formazione e alla garanzia di una buona direzione amministrativa democratica – un problema, della cui difficoltà fornisce tra l’altro un esempio la storia interna dell’amministrazione del consiglio della Contea di Londra – occorre in primo luogo il tempo. Non è materia di improvvisazione. Ma è anche doveroso osservare che fino a quando la collettività fa il debito uso del suo diritto di controllo sulla situazione economica, il passaggio materiale delle imprese economiche in amministrazione pubblica non è di fondamentale importanza, come si crede generalmente. In una buona legge di fabbrica può trovarsi più socialismo che nella statalizzazione di tutto un gruppo di fabbriche. Io confesso pertanto di provare comprensione e interesse straordinariamente scarsi per quanto si intende comunemente per meta finale del socialismo. Questa meta, quale essa si sia, é per nulla, il movimento è tutto. E per movimento intendo tutto il movimento generale della società, vale a dire il progresso sociale, quanto l’agitazione ed organizzazione politica ed economica ad attuazione di tale progresso”[56].

Qui è interessante solo osservare le straordinarie analogie tra il revisioniamo bernsteiniano e il socialismo Fabiano. Troviamo, in entrambe le posizioni, evidenziato il concetto che nella democratizzazione dello stato c’è già di per sé il socialismo, ed ancora di più è, in entrambe le posizioni, posto in risalto il concetto del decentramento dei poteri dello Stato, che in questo modo sarebbe più agevolmente sottoponibile ad un continuo controllo democratico, oltre che riuscire a provvedere meglio ai bisogni dei cittadini, perché si riuscirebbe a “conoscere scientificamente la natura e l’entità dei bisogni stessi” sempre più agevolmente. C’è poi in Bernstein il rifiuto della crisi-catastrofe del capitalismo, quindi l’accettazione esplicita della razionalità produttiva borghese, mentre un concetto analogo manca, formulato in questi termini, nei Fagiani che, piuttosto lo sottintendono.

Troviamo però gli Webb, con la loro teoria delle cooperative di consumi e del sistema di assistenza statale, interamente d’accordo con le teorie gradualiste di Bernstein, e soprattutto sulla non necessità assoluta della statalizzazione. Non è però dello stesso parere Shaw, per il quale solo la statalizzazione delle fonti di rendita (beni-rendita) porterebbe al socialismo, ed egli è talmente convinto di questo fatto da ritenere sufficiente la richiesta di un livello minimo garantito di vita, comunque fuori dai reali servizi produttivi resi, e riteneva superfluo l’eccessivo interessamento degli Webb per la transizione nei termini di educazione sociale alla democrazia.

“Shaw, al pari di molti socialisti prima di lui, attribuiva un valore esagerato agli immediati benefici economici che sarebbero derivati dalla confisca della ‘rendita’ e dal trasferimento dei mezzi di produzione alla proprietà e alla direzione pubbliche. Egli credeva che il sistema capitalistico fosse la causa non solo del fenomeno generale di sottoproduzione ma anche dello spreco colossale determinato dalla produzione di cose sbagliate e dagli inutili consumi dei ricchi. Gli sembrava che se la rendita fosse stata socializzata e usata per ammodernare le industrie e i servizi a beneficio della gente comune, non ci sarebbero stati più ostacoli a una produzione sufficiente a fornire a ciascuno i mezzi per vivere bene. Di conseguenza Shaw non prestò molta attenzione ai problemi che sarebbero derivati dall’organizzazione della produzione in condizioni mutate. Che la socializzazione ponesse fine alla penuria di beni era per lui un fatto talmente ovvio che il problema di trovare nuovi incentivi allo sforzo produttivo gli sembrava cosa del tutto secondaria”[57].

Anche per Shaw, il problema non si risolve in termini di abbattimento degli attuali rapporti di classe, per lui l’amministrazione della cosa pubblica, in campo politico ed economico, va affidata a tecnici. Ed è proprio l’accettazione della razionalità produttiva borghese, (nel non individuare nel lavoro salariato, nell’appropriazione violenta da parte dei capitalisti dei mezzi di produzione, e quindi della contrapposizione del capitale come lavoro morto al lavoro vivo, e da questo il passaggio alla istituzionalizzazione e cristallizzazione nello stato dei conseguenti rapporti di forza) che rende debole il fabianismo come socialismo rendendolo simile, più che al socialismo, ad una corrente di pensiero radical-borghese, appena vicina alle odierne socialdemocrazie.

·        Alcune conclusioni critiche

Nel trarre le conclusioni di questo lavoro sui fabiani, appare utile una parentesi che metta in luce alcuni dei dati rilevanti fin qui emersi. Trattando il problema della rendita, Shaw aveva rilevato che gli economisti classici sostenessero la rendita non comparire nel prezzo delle merci, ma unicamente in termini di differenza di produttività tra i terreni più fertili e quelli meno fertili. Per Ricardo “La rendita è sempre la differenza fra il prodotto ottenuto con l’impiego di due quantità uguali di capitale e di lavoro”[58]. La definizione è limitata alla rendita differenziale, che è l’unica prevista da Ricardo come da Shaw, che la definisce “rendita economica”.

Per l’autore di Principi d’economia politica, è agevole sostenere che la rendita non entra nel prezzo delle merci prodotte. Vediamo: in base alla sua teoria del valore, egli sostiene che il prezzo delle merci è determinato essenzialmente dal valore-lavoro, e cioè dal lavoro occorrente alla loro produzione e che, anche, questo non è l’unico elemento a comporre il prezzo stesso, ne è il fattore determinante. Ora, se la domanda di determinati beni spinge al margine la coltivazione della terra che li produce, sarà certamente il lavoro impiegato sul terreno marginale (a cui occorrerà aggiungere il normale profitto del capitalista e gli ammortamenti del capitale eventualmente impiegato) a determinare il prezzo del prodotto.

Per questo la rendita, in base alla definizione di Ricardo, non verrebbe realizzata sul mercato nel prezzo del prodotto ma, tuttalpiù, comparirebbe come plusprodotto. E questo perché, sul terreno che produce rendita, un’uguale quantità di lavoro e un’uguale quantità di capitale danno semplicemente maggiore quantità di prodotto. La medesima tesi degli “economisti classici” sarebbe altrettanto sostenibile sulla base della teoria di Shaw.

Per lui a determinare il prezzo non è il lavoro impiegato, che non ha valore, ma è l’utilità marginale che una merce ha per il suo acquirente. Detto questo, però, Shaw non riesce a dirci come la rendita entri nel prezzo stesso. Piuttosto, mi sembra, che egli potrebbe appunto sostenere la tesi opposta, e che la sua posizione sia invero più un postulato morale che altro. Il fatto, poi, che il rentier “costi” alla comunità la differenza di produttività tra la migliore terra e quella marginale, è decisamente irrilevante in un contesto in cui, più che dimostrarne semplicemente l’esistenza, si giustifica la rendita negandola solo moralmente.

D’altro canto Ricardo precisa quanto meno “in modo sufficiente i termini del conflitto di classe tra proprietari fondiari e borghesia”[59] mettendo nel giusto rapporto la rendita fondiaria e il profitto del capitalista. Un’antitesi di questo tipo è sconosciuta se non impossibile per Shaw, per il quale l’unica fonte di reddito non da lavoro è la rendita, mentre il profitto appare solo nella forma del normale compenso dell’imprenditore e mai come plusprofitto perché, come detto, egli non coglie il contrasto storico tra le due classi, come non vede l’antagonismo tra lavoro salariato e capitale nella sua giusta dimensione.

Nel Capitale di Marx è individuato il caso in cui la rendita viene pagata anche nel prezzo della merce e non solo in termini di plusprodotto. Infatti, data una situazione in cui anche sul terreno marginale si paghi una rendita (ci troviamo di fronte alla rendita assoluta)[60] Marx conclude che: “Il prezzo del prodotto del terreno di tipo A (il terreno marginale) non sarebbe regolato dal suo prezzo di produzione, ma conterrebbe un’eccedenza su tale prezzo, corrisponderebbe a P+r (P=prezzo; r=rendita). Infatti, presupposto il modo di produzione capitalistico nella sua normalità, presupposto dunque che l’eccedenza r, che l’affittuario paga al proprietario fondiario, non rappresenta né una detrazione dal salario, né dal profitto medio del capitale, essa può essere pagata dall’affittuario stesso unicamente se questo vende il suo prodotto a un prezzo superiore a quello di produzione, a un prezzo che gli darebbe un plusprofitto, se egli non dovesse cedere questa eccedenza al proprietario fondiario nella forma di rendita. In questo caso il prezzo di mercato regolatore del prodotto complessivo di tutti i tipi di terreno esistenti sul mercato non sarebbe il prezzo di produzione, ossia il prezzo uguale alle spese più il profitto medio, ma sarebbe il prezzo di produzione più la rendita, P+r, non semplicemente P. Infatti il prezzo del prodotto del terreno di tipo A esprime in genere il limite del prezzo di mercato generale regolatore, a cui il prodotto complessivo può essere fornito, e regola pertanto il prezzo di questo prodotto complessivo”[61].

Un altro dato rilevante, emerso in questa analisi dell’economia politica Fabiana, riguarda i salari. Secondo G. B. Shaw (cfr. nota 36) il salario non sarebbe il prezzo del lavoro, ma solo il mantenimento del lavoratore; tanto questa quanto quella degli Webb sul Living Wage, appaiono tratte alla lettera da A. Smith, per il quale il “prezzo naturale” del lavoro è quello “sufficiente a mantenere (un uomo) durante il tempo del suo lavoro, o sostenere le spese della sua educazione, e a compensarlo del rischio di non vivere abbastanza a lungo e di non avere successo nel suo mestiere”[62]. E questo serve a Smith per definire “il prezzo naturale di una merce”, a parte la contraddizione, rilevata già da Ricardo, sulla base del lavoro che una merce can command.

Oltre al fatto che, per gli Webb come per Shaw, il prezzo del lavoro non sta in nessuna relazione con il prezzo delle merci prodotte, per essi il Living Wage è in realtà obiettivo cui pervenire nella trattativa tra le parti (capitalisti e salariati), eventualmente sulla base (leggiamo ‘con la mediazione del futuro stato socialista’ per come è previsto dai Fabiani) dei bisogni accertati scientifìcamente di ogni categoria di cittadini (cfr. nota 52). Si è già rilevato come questi concetti abbiano a base semplicemente una posizione di ordine moralistico; vediamo ora di indagare in che rapporto stanno le teorie economiche fabiane con “la scienza economica come è insegnata dai professori inglesi accreditati”, e come il loro socialismo sia o meno “costruito sulla naturale evoluzione della società come la vediamo intorno a noi” e non “sulle speculazioni di un filosofo tedesco” (cfr. nota 8).

Abbiamo notato una sostanziale identità di vedute tra i saggisti fabiani e Smith a proposito del salario minimo di sussistenza, riscontrando che per quest’ultimo è dato, diversamente che per gli Webb. La differenza non sarebbe di eccessivo rilievo se non facessimo questa considerazione: la fonte dell’indagine di Smith è una società che è in via di evoluzione, mentre gli Webb hanno sotto gli occhi il processo dell’evoluzione capitalistica ormai affermato, al culmine della rivoluzione industriale. Per lo scrittore di ‘Ricchezza delle nazioni’, inoltre, il processo concorrenziale non riguarda tanto i lavoratori, quanto i capitalisti, sempre in cerca di settori maggiormente produttivi d’investimento, che garantiscano maggiori profitti sui capitali. E questo in conseguenza del fatto che per lui il salario minimo dì sussistenza è dato. Per i Fabiani è necessaria l’istituzione di uno Stato socialista per assicurare il minimum di sussistenza ai lavoratori, in base al fatto che la ‘elevata concorrenzialità’ sul mercato della forza lavoro spinge in basso, ancor più del livello di sussistenza (!), il loro salario. Inoltre, con un’astrazione mirabile, essi attribuiscono la mobilità del lavoro al capriccio degli operai insoddisfatti dei salari pagati in un tipo di industria, quando nella realtà è sempre stato vero il contrario, e nella maniera più selvaggia[63].

Il limite del progetto di Shaw e degli Webb, di instaurare il socialismo con la socializzazione della terra oppure mediante un ‘controllo democratico’ sulla divisione sociale delle ricchezze, consiste nel fatto che essi, se non ignorano, non considerano sufficientemente la contraddizione propria del capitalismo: la contrapposizione tra lavoro salariato e capitale.

Troviamo, a conclusione del capitolo sul ‘mercanteggiamento’ in ‘Democrazia industriale’, una descrizione in verità semplicistica dei fenomeni di acquisto e vendita, in relazione ai prezzi di mercato. “Arriviamo così al consumatore come alla fonte iniziale di quella pressione persistente sopra i venditori che, trasmessa per una lunga serie di contrattazioni, finisce in ultimo per schiacciare l’operaio isolato alla base della piramide. Eppure, per quanto paradossale ciò possa sembrare, il consumatore, di tutte le parti interessate nella faccenda, è quello che personalmente è meno responsabile delle conseguenze, poiché egli non prende parte attiva nel processo”[64]. Perché? viene spontaneo chiedersi. La risposta che si trova nello stesso saggio è poca cosa rispetto alle attese. “Egli non fa altro – ed è quanto basta a tenere tutta la macchina in movimento[65] – che astenersi dal pagare mezza corona (2 ½ scellini) per un articolo quando qualchedun altro gli offre lo stesso oggetto per due scellini”[66]. Ci riserviamo di commentare questo assunto dopo le argomentazioni di Marx sullo dello scambio.

“Il carattere sociale dell’attività, così come la forma sociale del prodotto e la partecipazione dell’individuo alla produzione, si presentano qui come qualcosa di estraneo e di oggettivo di fronte agli individui, non come loro relazione reciproca, ma come loro subordinazione a rapporti che sussistono indipendentemente da loro e nascono dall’urto degli individui reciprocamente indifferenti. Lo scambio generale delle attività e dei prodotti, che è diventato condizione di vita per ogni singolo individuo, il nesso che unisce l’uno all’altro, si presenta ad essi estraneo, indipendente, come una cosa. Nel valore di scambio la relazione sociale tra le persone si trasforma in rapporto sociale tra cose; la capacità personale, in una capacità delle cose (…). Ciascun individuo possiede il potere sociale sotto la forma di una cosa. Strappate alla cosa questo potere sociale e dovrete darlo alle persone sulle persone”[67].

È singolare notare come l’analisi del mercato rappresenti per i saggisti fabiani un punto d’arrivo nell’indagine economica, mentre per Marx essa sia il punto di partenza. In realtà, dal punto di vista marxiano, solo individuando la natura della forma valore si possono leggere i rapporti reali tra le classi e gli individui. L’analisi fabiana porta ad operare direttamente e solo sui consumatori. Gli Webb, prima di concludere l’analisi del mercato, citano il prof. Bohm-Bawerk[68], e procedono: “Tale è, adunque, la forma generale di organizzazione industriale che, in quanto non sia intralciata dal monopolio o dagli ordinamenti collettivi, si sviluppa sotto l’impero del ‘sistema della libertà naturale’. Il concetto dello scambio reciproco di servizi da parte di produttori liberi ed indipendenti in uno stato di eguaglianza economica ha per risultato non una struttura industriale semplice, ma una struttura eminentemente complessa la quale, sia o non sia conciliabile con una vera Libertà, è notevolmente manchevole dal lato dell’Eguaglianza o della Fratellanza. Ciò che è più evidente in questa struttura non è il godimento di una qualsiasi libertà di scelta da parte degli interessati, ma la coscienza generale, sentita da ogni classe di produttori, di lavorare sotto una pressione. In ogni anello della catena delle contrattazioni, la superiorità di ‘libertà’ è cosi preponderante dalla parte del compratore che il venditore non sente altro che costrizione”[69].

Sulla base, appunto, di questa analisi poggia la illusione di poter cambiare la società regolando il mercato, cioè distribuendo equamente la ricchezza. Non ci dicono come sia possibile cambiare, riformare una società lasciandone intatte le strutture produttive, da cui si origina la ‘non equa’ ripartizione delle ricchezze. Per i Fabiani, però, è possibile assumere posizioni simili, in quanto non riescono a cogliere la contraddizione del lavoro.

Shaw aveva sostenuto che capitale è la sussistenza dei lavoratori fornita loro durante tutto il periodo in cui sono impiegati. Per cui il lavoratore, come merce, non costa che la propria sussistenza, per cui, a determinare il prezzo dei prodotti del lavoro, è solamente l’utilità che essi hanno per il compratore: in questa esposizione manca la definizione di capitale capace di spiegarne la natura. Se il capitale, nel saggio di Shaw, è costituito dalle anticipazioni di beni-salario fatte dall’imprenditore ai lavoratori, bisogna pensare che in qualche modo l’imprenditore stesso si sia procurati in precedenza detti beni. E quale provenienza possono avere se non dal lavoro? Se questo è vero – come è vero – dobbiamo supporre che nello scambio tra capitale e forza-lavoro, come tra merce e merce, in realtà si scambia lavoro contro lavoro, o meglio lavoro morto, oggettivato in merci specifiche o in denaro, contro lavoro vivo, in quanto suscettibile di produzione di ulteriori merci. E ben di più, nella realtà, i beni salario non vengono mai anticipati, ma “in tutti i paesi dove domina il modo di produzione capitalistico la forza lavoro viene pagata solo dopo che ha già funzionato durante il periodo fisso stabilito nel contratto: p.es. alla fine di una settimana”[70]. Si ricava che il capitalista utilizza il valore d’uso della forza-lavoro – creazione di valore – prima di pagarne il valore di scambio. È quindi il lavoratore che anticipa al capitalista il prodotto del suo lavoro. È chiaro che il concetto di lavoro espresso da Shaw non sia il lavoro che effettivamente si scambia in una società capitalistica. In realtà gli è già arduo dimostrare, sulla base delle posizioni di partenza, che la compravendita di questa merce particolare che è la forza-lavoro, relegata in condizioni di semplice merce, avvenga sulla base dell’utilità marginale attribuita ad essa dal suo compratore. Questa merce (come già notavo) ha il valore d’uso attribuito in astratto: solo in un tempo successivo l’acquirente riuscirà a realizzare il valore d’uso che essa merce non ha in sé, ma che però é capace di produrre; quindi solo in questa prospettiva la forza-lavoro è acquistata o ceduta. Ma perché ciò avvenga é necessario che si verifichino alcune condizioni specifiche. “ … tanto il capitale quanto il lavoro salariato – come forma di proprietà – (sono) di origine extraeconomica. Giacché, il fatto che il lavoratore trovi già le condizioni oggettive del lavoro come separate da lui, come capitale, e il capitalista trovi già l’operaio come privo di proprietà, come operaio astratto, questo scambio che avviene tra valore e lavoro vivo presuppone un processo storico – sebbene il capitale e il lavoro salariato stessi riproducano questo rapporto e lo elaborino tanto nella sua estensione oggettiva, quanto in profondità”[71]. Quindi il lavoro salariato si contrappone come lavoro astratto a quest’altra astrazione che è il capitale: “Di fronte al capitale, nel quale la ricchezza generale esiste oggettivamente, come realtà, esso é la ricchezza generale ma come sua possibilità generale, che si conferma nell’attività come tale. Non è affatto una contraddizione dunque affermare che il lavoro per un lato è la miseria assoluta come oggetto, per l’altro è la possibilità generale della ricchezza come soggetto e come attività; o piuttosto i due lati di questa tesi del tutto contraddittoria si condizionano reciprocamente e derivano dalla natura del lavoro, giacché questo, come antitesi, come esistenza antitetica del capitale, è presupposto dal capitale, e d’altra parte presuppone da parte sua il capitale.

L’ultimo punto a cui occorre prestare attenzione, trattando il lavoro che si oppone al capitale, è questo: che il lavoro come quel valore d’uso che si contrappone al denaro posto come capitale, non è questo o quel lavoro, ma lavoro puro e semplice, lavoro astratto, assolutamente indifferente ad una particolare determinatezza, ma capace di ogni determinatezza”[72].

È la fondamentale incomprensione di questo fatto, e cioè che il lavoro salariato, in quanto tale, è astratto, che porta i fabiani a definire come vuote generalizzazioni, prive di alcun contenuto reale, il processo di produzione, circolazione e scambio, i conseguenti rapporti sociali che da essi rapporti di produzione traggono origine. Non colgono in tutta la sua importanza il significato di lavoro salariato, per cui non riescono a vedere nella giusta dimensione la spersonalizzazione dell’individuo nel processo produttivo del capitale che, altresì, si realizza proprio nel processo di circolazione delle merci, in cui si prescinde dal lavoro specifico determinato che è presupposto da Shaw in termini di ‘questo lavoro’ in cambio di ‘questi beni-salario’. “Come tempo di lavoro esso ottiene la propria scala di misura nelle naturali misure del tempo, ora, giornata, settimana, ecc. Il tempo di lavoro è l’esistenza vivente del lavoro, indipendentemente dalla sua forma, dal suo contenuto, dalla sua individualità; ne è l’esistenza vivente come esistenza quantitativa, e insieme è la misura immanente di questa esistenza. Il tempo di lavoro oggettivato nei valori d’uso delle merci è la sostanza che fa dei valori d’uso valori di scambio e, quindi, merci allo stesso modo che ne misura la determinata grandezza di valore. I quantitativi correlativi di valore d’uso differenti nei quali si oggettiva un medesimo tempo di lavoro, sono degli equivalenti, ossia tutti i valori d’uso sono degli equivalenti nelle proporzioni in cui contengono il medesimo tempo di lavoro consumato, oggettivato. Come valori di scambio tutte le merci non sono che misure di tempo di lavoro coagulato.

Per comprendere la determinazione del valore di scambio in base al tempo di lavoro occorrerà tener fermi i seguenti punti di partenza principali: la riduzione del lavoro a lavoro semplice, per così dire privo di qualità; il modo specifico in cui il lavoro crea valore di scambio e quindi produce merci, è lavoro sociale; infine, la differenza che si ha fra il lavoro che ha per risultato valori d’uso e il lavoro che ha per risultato valori di scambio”[73].

Detto questo credo si possa rispondere a Shaw che, in ogni caso, socializzando la proprietà della terra, procedendo cioè alla pura e semplice eliminazione dei rentiers, e lasciando inalterati i rapporti tra lavoro salariato e capitale, non si faccia che procedere alla più completa capitalistizzazione della società, piuttosto che riformarla su base socialista. Ad ogni modo la nozione di ‘salario attribuito di diritto’ o, come dicono gli Webb, ‘in base ai bisogni scientificamente accertati di ogni categoria di cittadini’, non risolve affatto i problemi della classe operaia: risulta poco più che un palliativo delle condizioni catastrofiche in cui la società capitalistica ha relegato il proletariato: questo potrebbe andare bene, se fosse espresso in questi termini se, cioè, i fabiani avessero dichiarato per loro scopo quello di accorciare le distanze tra i poli di ricchezza e povertà. Essi sono, invece, molto più ambiziosi, e pretendono di dare al loro moralismo di radicali una giustificazione scientifica: quando lo fanno incorrono nelle innumerevoli contraddizioni che abbiamo rilevato nel corso di questa analisi. Ne resta un’ultima, last but not least: la politica dei redditi proposta dagli Webb.

Essa si può basare solo sulla determinazione del lavoro come skill labour, che è invece un’astrazione, considerando il modo di produzione capitalistico, e lo abbiamo sufficientemente chiarito. Per cui la nozione di ‘salario attribuito sulla base dei bisogni scientificamente accertati di ogni categoria di cittadini’, contraddice le leggi dell’economia capitalistica. La sua applicazione si risolverebbe in una contrapposizione frontale tra lo Stato, prodotto e strumento del capitale, e il Capitale. C’è una sorta di riproposizione dell’impianto di Eduard Bernstein e della socialdemocrazia tedesca, su cui riteniamo utile aprire una parentesi.

“Bernstein rigetta la ‘teoria della catastrofe’ in quanto via storica di realizzazione della società socialista. Qual è la strada che vi conduce dal punto di vista della ‘teoria dell’autoregolazione’ capitalistica? Bernstein ha risposto a questo interrogativo solo per accenni; il compito di rispondervi più per esteso sulla linea di Bernstein, se lo è assunto Konrad Schmidt. Secondo costui ‘la lotta sindacale e quella politica per le riforme sociali comporteranno un controllo sociale sempre più esteso sulle condizioni della produzione’, e per via legislativa abbasseranno sempre più i capitalisti ‘mediante la limitazione dei loro diritti al ruolo di amministratori’, fino a che finalmente ‘all’ammorbidito capitalista, che ha visto ciò che possedeva perdere vieppiù di valore per lui, viene tolta la direzione e amministrazione dell’azienda’, e così da ultimo è introdotta l’amministrazione collettiva. Dunque sindacati, riforme sociali e ancora, come aggiunge Bernstein, la democratizzazione politica dello stato, ecco i mezzi del graduale avvento del socialismo”[74].

In questa riflessione di Rosa Luxemburg sul revisionismo tedesco, troviamo criticati molti degli ingredienti del socialismo fabiano, sebbene i fabiani stessi non li abbiano mai palesemente espressi nei termini espliciti di Konrad Schimdt o di Eduard Bernstein. Seguendo nella lettura di ‘Riforma sociale o rivoluzione?’ vi troviamo criticate altre posizioni bernsteiniane, che trovano invero un corrispettivo preciso in ‘La democrazia industriale’ dei coniugi Webb.

“I sindacati servono al proletariato per sfruttare a proprio vantaggio le congiunture di mercato quali via via si vanno presentando. Tuttavia in se stesse queste circostanze congiunturali, vale a dire la domanda di forza-lavoro condizionata dalla situazione produttiva, da un lato, l’offerta di forza-lavoro determinata dalla proletarizzazione dei ceti medi e dalla riproduzione naturale della classe lavoratrice, dall’altro, finalmente anche il grado di produttività del lavoro, restano fuori dalla sfera d’influenza dei sindacati. Essi non possono perciò sospendere la legge del salario; nel migliore dei casi possono restringere lo sfruttamento capitalistico nei limiti di quella che è la sua ‘normalità’ temporanea, in nessun modo tuttavia abolire gradualmente lo sfruttamento in se stesso. (…) Il sindacato può quindi ingerirsi del lato tecnico della produzione solo nell’altro senso, cioè dal punto di vista dei singoli gruppi di lavoratori direttamente interessati, opponendosi dunque alle innovazioni. In questo caso tuttavia esso non agirebbe nell’interesse della classe lavoratrice come un tutto e della sua emancipazione, che al contrario meglio s’accorda col progresso tecnico, cioè con l’interesse del singolo capitalista; ma in senso reazionario. E in realtà l’aspirazione ad agire sul lato tecnico della produzione la rintracciano non nell’avvenire, dove la cerca Konrad Schmidt, bensì nel passato del movimento sindacale. Essa caratterizza la fase più antica del tradeunionismo inglese (sino agli anni ‘60), quando questo era ancora legato a tradizioni corporative medioevali e caratteristicamente era sostenuto dall’antiquato principio del ‘diritto acquisito a un lavoro conveniente’. (…) La teoria dell’introduzione graduale del socialismo per via di riforme sociali presuppone come condizione, e qui sta la sua difficoltà, un determinato sviluppo obiettivo tanto della proprietà capitalistica quanto dello stato. In relazione al primo punto lo schema della futura evoluzione, secondo quanto presupposto da Konrad Schmidt, correrebbe nel senso di ‘abbassare sempre più i capitalisti, mediante limitazione dei loro diritti, al ruolo di amministratori’. In considerazione della presunta impossibilità di un’improvvisa espropriazione dei mezzi di produzione, Konrad Schmidt si crea su misura una teoria dell’espropriazione graduale. (…) Ora, o questa costruzione è un innocuo gioco di parole, senza contenuto, e allora di tutto questo non sopravvive che la teoria dell’espropriazione graduale senza copertura alcuna. O si tratta di uno schema di evoluzione giuridica seriamente concepito e allora le cose stanno esattamente al contrario”[75]. Vogliamo chiudere questa parentesi con un giudizio più immediato della Luxemburg su Bernstein e i suoi sostenitori: “La questione della riforma sociale e della rivoluzione, di meta finale e di movimento, è, vista dall’altro lato, la questione del carattere piccolo-borghese o proletario del movimento operaio”[76].

In questi stessi termini è possibile dire che i fabiani sono portavoce della piccola borghesia di recente formazione in Inghilterra e, con questo, facciamo anche riferimento alla loro composizione sociale. Da ciò si capisce come, ben di più che non volere un partito autonomo della classe operaia, ne abbiano sempre ostacolato la formazione. Credo di poter concludere, citando Hobsbawm, che i fabiani non appartengono nè alla corrente liberale nè a quella operaistica della politica inglese … Nè d’altra parte erano conservatori … Essi erano semplicemente anti laissez-faire”[77].

Rodolfo Salzarulo


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ROSEMBERG A.        (1971) Democrazia e socialismo; Storia politica degli ultimi 150 anni (1789-1937), Bari, Laterza.



* Lo scritto è un estratto con la parziale revisione di alcuni passaggi, adattati solo allo spazio ridotto di questa rivista, della tesi di laurea in filosofia teoretica di Rodolfo Salzarulo (relatore il prof. G. Piana), sostenuta il 7 luglio 1975 presso l’Università degli Studi di Milano. Lo scopo del lavoro era la comprensione dei fondamenti teorici della Società Fabiana attraverso la decodificazione della loro economia politica all’epoca del “nuovo unionismo” e in raffronto con le posizioni di economisti classici e del marxismo coevo. Oggi viene riproposto per l’attualità di un tema caro ai fabiani, la politica dei redditi, di bruciante attualità.

[1] Nella primavera del 1881, Hyndman riuscì “ad avviare discussioni nei clubs radicali di Londra e dopo una conferenza costitutiva, alla quale erano state invitate organizzazioni radicali borghesi e operaie, fu costituita la Federazione democratica, della quale Hyndman fu eletto presidente. Ai delegati fu donato un opuscolo dello stesso Hyndman, intitolato, England for all, in cui erano riassunte le idee di Marx senza citarne la fonte. Quest’ultima circostanza determinò una rottura tra Hyndman e Marx, che cominciò a considerare il primo come un carrierista.

( … ) Hyndman fu il pioniere dell’insegnamento del marxismo in Gran Bretagna, e alcuni suoi scritti come Socialism and Slavery e The Historical Basis of Socialism ebbero grande importanza, mentre il suo libro sull’India fu il primo tentativo inglese di mostrare il legame tra la tirannia e lo sfruttamento.

La debolezza fondamentale dell’esposizione del marxismo di Hyndman e di conseguenza delle concezioni teoriche di molti suoi seguaci della Federazione di cui egli era la figura dominante, fu la tesi che le contraddizioni del capitalismo, che Marx aveva tanto abilmente analizzato, avrebbero automaticamente prodotto la fine del capitalismo stesso”. La Federazione attrasse molti operai e intellettuali, come “l’eminente artista e scrittore William Morris, che (vi) aderì nel 1883, (che) si sentivano ‘legati ad agire’ per la distruzione del capitalismo con i suoi ‘insopportabili’ contrasti tra la ricchezza e la povertà, sentivano che tale sistema poteva essere distrutto soltanto mediante il ‘malcontento del numero … in altre parole, l’antagonismo di classe che il sistema ha alimentato è lo strumento naturale e necessario della sua distruzione. ( … ) Ma per quanto grandi fossero le doti di molti membri della Federazione, non fu allora possibile fonderle in un vero partito degli operai. L’organizzazione era dominata da Hyndman, il quale cercava con l’intrigo personale di mantenere la sua posizione dittatoriale. La situazione divenne presto intollerabile: alla fine del 1884 la maggioranza del consiglio della Federazione si dimise in blocco e procedette alla formazione di una nuova organizzazione: la Lega Socialista. La maggioranza, che comprendeva Morris, Eleanor Marx, Eduard Aveling, Bax, Mahon e altri operai, pubblicò un manifesto denunciando la cricca di Hyndman. L’organizzazione socialista non richiede “alcun capo abile al quale debbono essere subordinate tutte le persone e le opinioni”, si diceva nell’appello, accusando la direzione di “tendenza all’opportunismo politico…”.

Cit. A. L. Morton – G. Tate, 1974, pag. 168 e segg.

[2] “L’associazione della nuova vita” fondata a Londra nel 1883 da Thoman Davidson, era una società dal metodo e dagli obiettivi molto confusi: a partire da uno studio filosofico, religioso, di questioni sociali, restò sempre sospesa tra un puro filantropismo e l’ansia di rinnovamento morale, senza ulteriori pretese, della “comunità tutta”.

[3] G.D.H. Cole, 1972, vol. III, parte I, pag 130.

[4] Ivi, pag. 131.

[5] Ivi, pag. 133.

[6] Ivi, pag. 134.

[7] Ivi, pagg. 135-136.

[8] Ivi, pag. 143.

[9] Ivi, pag. 155.

[10] E. J. Hobsbawm, 1972, pag. 295.

[11] Ivi, pag. 300.

[12] Paul Sweezy, 1962, pag. 296.

[13] G.D.H. Cole, 1972, vol. III, parte I, pag. 135.

[14] Paul Sweezy,    1962, pag. 298, cit. Introduzione ai Fabian    Essays in Socialism di S. Webb, L. 1920, pag. XVIII.

[15] Fabian Essays in Socialism, pag. 3, London 1889.

[16] Ivi, pag. 4.

[17] Ivi, pag. 5.

[18] Marx, 1956, I/3, pag. 176.

[19] Ivi, pag. 183.

[20] Fabian Essays in Socialism, pag. 5.

[21] Ivi, pag. 6.

[22] Ivi, pag. 9; per un approfondimento del problema della rendita cfr. cap. IV.

[23] Ivi, pag. 9.

[24] Ivi, pagg. 9-10.

[25] Ivi, pag. 11.

[26] Ivi, pagg. 11-12.

[27] Ivi, pag. 12.

[28] Ivi, pag. 12; per un approfondimento del problema del lavoro cfr. capp. III e IV

[29] Ivi, pag. 12.

[30] Mark Blaugh, 1970, pagg. 396-397.

[31] Fabian Essays in Socialism, pag. 14.

[32] Ivi, pag. 17.

[33] Ivi, pag. 18.

[34] Ivi, pag. 18.

[35] Ivi, pag. 19.

[36] Ivi, pag. 20.

[37] Ivi, pag. 22.

[38] Ivi, pag. 26.

[39] Per essere precisi ci furono due congressi internazionali: L’assemblea possibilista, che si riuniva in Rue Lancry, era la più numerosa, con oltre 600 delegati, di cui più di 500 francesi. Al congresso marxista, che si teneva alla Salle Pétrelle, i delegati erano 391 di cui 221 francesi. [G.D.H. Cole, 1972, III/1, pag. 16.]

[40] Ivi pag. 18.

[41] Ivi pag. 163.

[42] A. L. Morton – G. Tate, 1974, pag. 194.

[43] Deposizione al comitato della camera dei Lords; cit. Webb, La Democrazia Industriale, pag. 555.

[44] A. L. Morton – G. Tate, 1974, pag. 196.

[45] Marx, 1956, II/1, pag.237.

[46] Ivi, pag.539, S. B. Webb, 1897, pag. 539.

[47] Ivi, pag. 546.

[48] Ivi, pag. 550.

[49] Ivi, pag. 557-558 nota.

[50] Ivi, pag. 558.

[51] Ivi, pag. 563 (la sottolineatura è mia).

[52] Ivi, pag. 586 cit. A. Marshall, 1895.

[53] Ivi, pag. 599 cit. A. Marshall, 1895.

[54] G. D. H. Cole, 1972, III/1, pag. 44.

[55] … la rivolta venne dall’Inghilterra nella persona di Edoardo Bernstein il quale, esiliato da Bismark si era rifugiato a Londra ed era stato per anni in contatto con la società Fabiana e i suoi dirigenti. Subito dopo il suo ritorno in Germania, egli pubblicò un volume di critica a Marx, e da qui si sviluppò il movimento revisionista per la libertà di pensiero nel socialismo, movimento che attrasse tutti i giovani e che, prima della guerra, aveva virtualmente se non effettivamente ottenuto il controllo sul partito socialdemocratico. La società fabiana può vantarsi di avere diretto la rivolta in Inghilterra e in Germania, attraverso Bernstein. [E.R.Pease, The History of the Fabian Society, London, 1916, cit. P. Sweezy, Il presente come storia, pag. 297].

[56] E. Bernstein, Presupposti del Socialismo. Cit. Rosa Luxemburg, Scritti Scelti, pag. 143 nota.

[57] G. D. H. Cole, Storia del Pensiero Socialista 1889-1914, III/1 pag. 254.

[58] Ricardo, Principles, 1852, pag. 59; cit. Marx, 1956, III/3, pag. 46. Marx completa la citazione: “sulla stessa quantità di terra, egli avrebbe dovuto aggiungere, in quanto si tratta di rendita fondiaria e non di plusprofitto in generale”.

[59] C. Napoleoni, Smith, Ricardo, Marx, pagg. 112-113, 1973. La tesi è così sostenuta: “Abbiamo visto che, a parità di ogni altra circostanza, se i prodotti agricoli costituiscono la maggior parte dei prodotti consumati dai salariati, ogni circostanza che aumenti il prezzo di questi prodotti da un lato aumenta la rendita e dall’altro lato, attraverso l’aumento del valore dei beni-salario e quindi del salario stesso come costo per il capitalista, abbassa il saggio di profitto. In questa vicenda la posizione dei salariati è neutra giacché, secondo l’ipotesi ricardiana, le quantità dei beni acquistate dal salario sono sempre le stesse, cioè il salario reale rimane immutato per i lavoratori e corrisponde stabilmente al livello di sussistenza. Ma l’interesse dei capitalisti e quello dei proprietari sono diametralmente opposti: i primi tendono a favorire ogni circostanza che può abbassare il prezzo dei prodotti agricoli e perciò il costo del lavoro; i proprietari tendono invece ad opporsi all’insorgere di simili circostanze. In particolare, una questione sulla quale il contrasto tra le due classi può essere, e di fatto fu, più accentuato riguarda l’importazione del grano.

[60] “La rendita assoluta sorge se, e nella misura in cui, la terra disponibile presso un determinato sistema economico esista in quantità inferiore al fabbisogno (…) Ma se la terra in questione fosse disponibile in quantità minore di quella necessaria per spingere la produzione fino al punto in cui il prezzo del grano fosse uguale al suo costo unitario, allora il prezzo non potrebbe discendere fino al costo unitario (che, si noti bene, comprende anche il profitto normale del capitalista). In questo caso, nel prezzo del grano sarebbe contenuto un valore in più oltre il costo unitario …”. C. Napoleoni, 1972, pagg.105-106.

[61] K. Marx, 1956, III/3, pagg. 151-152.

[62] A. Smith, 1896, pag. 176; cit. C. Napoleoni, 1973, pag. 47.

[63] Cfr. K. Marx, 1956, I/3, Cap. XXIV: ‘la cosiddetta accumulazione originaria’.

[64] S. e B. Webb, 1897, pag. 623.

[65] La sottolineatura è mia.

[66] S. e B. Webb, 1897, pag. 623.

[67] K. Marx, 1971, pagg. 97-98.

[68] “È incontestabile che in questo scambio di cose presenti con cose future, le circostanze sono di tal natura da minacciare il povero di essere sfruttato dai monopolisti. I beni presenti sono assolutamente necessari a chiunque se la gente deve vivere. Colui che non ne ha deve cercare di ottenerne ad ogni costo. Il produrli per proprio conto è cosa che è vietata al povero dalle circostanze … Egli perciò deve comperare i suoi beni presenti da coloro che ne hanno … col vendere il suo lavoro. Ma in questo affare egli ha una doppia inferiorità; anzitutto per la posizione di compulsione in cui si trova, ed in secondo luogo per la relazione numerica che esiste tra i compratori e i venditori di beni presenti. I capitalisti che hanno beni presenti da vendere sono relativamente pochi; i proletari che devono comprarli sono innumerevoli. Quindi, nel mercato dei beni presenti, una maggioranza di compratori che si trovano costretti a comperare sta di fronte a una minoranza di venditori; e questa è una condizione di rapporti che è eminentemente favorevole ai venditori. (…) Ciò può essere corretto da una concorrenza attiva tra i venditori di beni presenti (sia di merci che di lavoro) … Fortunatamente nella vita reale ciò è la regola, non l’eccezione. Ma di quando in quando, v’è qualcosa che interrompe la concorrenza dei capitalisti, ed allora quei disgraziati, che il fato ha gettato sopra un mercato locale governato dai monopoli, sono messi alla discrezione dell’avversario”. E. Bohm-Bawerk, 1891, pag. 360; cit. S. e B. Webb, 1897, pag. 625.

[69] S. e B. Webb, 1897, pag. 625.

[70] K. Marx, 1956, I/1, pag. 191.

[71] K. Marx, 1971, pag. 113. 

[72] Ivi, vol. I, pag. 280.

[73] K. Marx, 1973, pag. 12.

[74] Rosa Luxemburg, 1963, pag. 163.

[75] Ivi, pagg. 166-168.

[76] Ivi, pag. 144.

[77] Hobsbawm, 1972, pag. 295.

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Origini e caratteristiche comuni di Nazismo e Comunismo

Segnalazione di Redazione BastaBugie

Entrambe provenienti dal ceppo socialista, sono ideologie gemelle: un documentario ne svela la vera storia (guardalo su youtube)
di Roberto Marchesini

In Italia – e non solo – si utilizza la scorciatoia mentale di identificare come “di destra” i totalitarismi fascista e nazionalsocialista e come “di sinistra” quello comunista; in questo modo i due tipi di regime (quelli sconfitti dalla Seconda Guerra Mondiale e quello vincitore) sembrano essere in contrapposizione, fino a indurre molti a pensare che il comunismo, alleato con Stati Uniti ed Inghilterra, abbia liberato l’Europa dal totalitarismo.
Tutte le colpe sono addossate al totalitarismo “di destra” e a tutte le “destre” precedenti (anche se nulla avevano a che fare con la “destra” fascista e nazionalsocialista), mentre quello “di sinistra” assume (con tutte le “sinistre”, anche quelle successive) una connotazione positiva, ed il merito particolare di aver affrontato e sconfitto il totalitarismo europeo.
Si è scritto parecchie volte che “chi vince scrive la storia”, e va bene; ma ribaltarla è una faccenda completamente diversa. Accettare che Mussolini ed Hitler siano “di destra” significa accettare l’autoattribuzione di un patentino di superiorità morale ed ontologica da parte delle sinistre.
(…) Ci si dimentica spesso, infatti, che il termine “nazismo” è semplicemente la (fuorviante) centrazione del termine “nazional-socialismo”, e che Hitler fu il fondatore del Partito Socialista Nazionale dei Lavoratori Tedeschi, ossia il partito socialista tedesco.
Il nazionalsocialismo tedesco aveva fatto propria la dottrina secondo la quale lo Stato ha il compito di guidare la nazione verso un futuro radioso, anche attraverso il controllo dell’economia. (…)

La differenza tra il socialismo nazionalista e quello marxista sta nel fatto che l’ostacolo (da eliminare fisicamente) alla nascita dell’«uomo nuovo» era individuato dal primo nelle nazioni inferiori (polacchi, ebrei, zingari…), dal secondo nelle classi economiche inferiori (borghesi, intellettuali, contadini…). Ma le similitudini tra i due tipi di socialismo non riguardano solo l’ideologia propugnata.

UN DOCUMENTARIO: RICHIEDI IL DVD
Nel 2008 lo studioso di storia politica lettone Edvins Snore ha scritto e diretto un documentario intitolato The Soviet Story e finanziato dal gruppo UEN (Unione per l’Europa delle Nazioni) del Parlamento Europeo. Nel filmato compaiono, oltre a numerosi testimoni, lo storico Norman Davies e il dissidente Vladimir Bukovski.
Il documentario, trasmesso e proiettato in diversi paesi, è inedito in Italia, sebbene sia disponibile una versione nella nostra lingua. E, soprattutto, mette in evidenza una serie impressionante di collegamenti tra il nazionalsocialismo e il socialismo sovietico.
Viene mostrato, ad esempio, un articolo di giornale del New York Times nel quale si da il resoconto della fondazione del Partito Socialista Nazionale in Germania; in esso sono riportate le parole di Joseph Goebbels che afferma: «Lenin è stato l’uomo più grande, secondo solo ad Hitler; e le differenze tra il comunismo e le idee di Hitler sono molto sottili».
Viene ricordato il patto Ribbentrop-Molotov, dal nome dei due ministri degli esteri della Germania nazionalsocialista e dell’Urss che nel 1939, a Mosca, firmarono un patto di non aggressione fra le due potenze; viene ricordato come la Luftwaffe sia stata guidata, nei bombardamenti sulle città polacche, dalla radiotrasmittente sovietica a Minsk; si documenta come – mentre il popolo russo moriva letteralmente di fame – Stalin inviasse grano, ferro e materiale da costruzione all’esercito tedesco, sostenendolo nelle sue campagne; e come lo stesso Stalin avesse dichiarato che combattere l’ideologia nazista fosse da considerare alla stregua di un crimine, e avesse invitato i partiti comunisti europei a boicottare la resistenza antinazista.
Nel documentario si afferma che i nazionalsocialisti inviarono in Russia delle commissioni allo scopo di studiare il modello dei campi di sterminio sovietici per applicarlo ai lager; e che i lager nazisti liberati dai sovietici non vennero smantellati, ma divennero parte dell’«arcipelago Gulag» descritto da Solgenitsin.
All’inizio della persecuzione hitleriana contro gli ebrei, molti di loro fuggirono in Russia; Stalin li riconsegnò al Fuhrer in segno di amicizia. Secondo gli autori intervistati da Snore, la strategia di Stalin era quella di aiutare Hitler a devastare la società europea e a eliminare tutti gli oppositori al totalitarismo; in un secondo tempo avrebbe attaccato il Reich indebolito dalla guerra e, sconfittolo, avrebbe diffuso il socialismo sovietico a tutto il continente ormai ripulito da Hitler da ogni possibile resistenza, presentandosi all’opinione pubblica mondiale come il liberatore del mondo dal nazionalsocialismo.
Il documentario mostra anche una parata comune delle forze sovietiche e nazionalsocialiste nel paese di Brzesc, il luogo dove le due armate si incontrarono dopo aver occupato l’intero territorio polacco.

L’«UOMO NUOVO» CONTRO L’UMANO
Come afferma la storica Francoise Thom, docente di storia moderna alla Sorbona, intervistata nel documentario, «entrambe le ideologie hanno l’ambizione di creare l’uomo nuovo. I due sistemi non sono d’accordo con la natura umana per come essa è veramente. Sono in guerra con la natura e con la natura umana, e questo è la base del totalitarismo».
Nazionalsocialismo e socialismo sovietico sono in tal modo le due facce della stessa medaglia fin dalla loro origine, ossia la ribellione dell’orgoglio umano contro la natura umana. Entrambe queste ideologie sono state sconfitte, ma la tracotanza umana tenta ancora di creare l’uomo nuovo.

Nota di BastaBugie: guarda qui sotto lo stupendo documentario di cui si parla nell’articolo.
Se vuoi il dvd, puoi richiedercelo cliccando qui
http://www.bastabugie.it/it/contatti.php?pagina=contatti&nome=intro

GUARDA IL VIDEO:

Se vuoi il dvd del documentario qui sopra, puoi richiedercelo cliccando qui
http://www.bastabugie.it/it/contatti.php?pagina=contatti&nome=intro

Ecco inoltre un bellissimo film che porta alla luce verità storiche a lungo taciute su “Katyn”. Parla dello sterminio di 22.000 ufficiali polacchi da parte dei sovietici. Per informazioni clicca qui sotto
http://www.filmgarantiti.it/it/edizioni.php?id=19

Fonte: Il Timone, Gennaio 2010 (n.89)
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Francia, ministro dell’Educazione: “Sostituire la religione cattolica” – VIDEO

di Andrea Giovanazzi

Vincent Peillon, oggi ministro, diceva nel 2008: «Non si potrà mai costruire un paese libero con la religione cattolica, serve una rivoluzione spirituale». È già passato ai fatti

VIDEO:

«Non si potrà mai costruire una paese libero con la religione cattolica». Da giorni circola su internet un video dove a pronunciare queste parole non è qualunque oppositore della Chiesa, bensì il ministro dell’Educazione francese Vincent Peillon. Il video riporta un’intervista del 2008 fatta all’attuale ministro del governo Hollande, che presentava il suo nuovo libro “La Rivoluzione francese non è ancora terminata”.

«RIVOLUZIONE SPIRITUALE». Secondo Peillon «non si può fare una rivoluzione unicamente in senso materiale, bisogna farla nello spirito. Adesso abbiamo fatto la rivoluzione essenzialmente politica, ma non quella morale e spirituale. Quindi abbiamo lasciato la morale e la spiritualità alla Chiesa cattolica. Dobbiamo sostituirla».

«RELIGIONE REPUBBLICANA». E con che cosa? Per il ministro siccome «non si può nemmeno più adattare il protestantesimo in Francia come han fatto nelle altre democrazie, bisogna inventare una religione repubblicana. Questa nuova religione è la laicità, che deve accompagnare la rivoluzione materiale, ma che è in realtà la rivoluzione spirituale». E il mezzo per portare a compimento questa «rivoluzione spirituale» è la scuola: «La rivoluzione implica l’oblio per tutto ciò che precede la rivoluzione. E quindi la scuola gioca un ruolo fondamentale, perché la scuola deve strappare il bambino da tutti i suoi legami pre-repubblicani per insegnargli a diventare un cittadino. È come una nuova nascita, una transustanziazione che opera nella scuola e per la scuola, la nuova chiesa con i suoi nuovi ministri, la sua nuova liturgia e le sue nuove tavole della legge».

MORALE LAICA. Parole che il ministro francese ha già provato a tramutare in fatti: l’articolo 31 della legge proposta da Peillon sulla “Rifondazione della scuola della Repubblica” era stato emendato dai deputati socialisti affinché nelle scuole elementari «siano assicurate le condizioni dell’educazione all’uguaglianza di genere». L’articolo, che il Parlamento è riuscito a modificare all’ultimo, si proponeva di diffondere l’uguaglianza di genere per «decostruire gli stereotipi» sessuali, ovvero la banale distinzione tra maschi e femmine. Ad ogni modo Peillon è riuscito ad introdurre come insegnamento obbligatorio la “morale laica“, che ha come obiettivo di «strappare l’allievo a tutti i determinismi familiari, etnici, sociali, intellettuali (…) affinché ognuno di loro possa emanciparsi (…) in quanto lo scopo della scuola repubblicana è stato sempre di produrre un individuo libero».

LAICITÀ AGGRESSIVA. Che in Francia la laicità sia troppo «aggressiva» è stato già constatato quest’anno perfino dagli Stati Uniti, che per la prima volta hanno inserito proprio il paese guidato da Francois Hollande tra quelli che violano la libertà religiosa. La Francia rientra inoltre tra quei 15 paesi europei che, con diverse leggi, violano la libertà di espressione e coscienza e ha di recente proposto una nuova legge che permetta ai datori di lavoro privati di impedire ai dipendenti di portare addosso simboli religiosi, facendo così rispettare una rigida interpretazione del concetto “neutralità religiosa”.

La Francia studia una nuova legge per vietare i simboli religiosi anche nelle aziende private

Il nuovo disegno di legge permetterebbe ai datori di lavoro privati di impedire ai dipendenti di portare addosso simboli religiosi

Il disegno di legge del partito Ump sarà discusso settimana prossima e ha come obbiettivo di rendere ancora più aggressiva la laicità in Francia. Il testo depositato da Christian Jacob, e firmato da oltre cento deputati del gruppo parlamentare di destra, vuole modificare il Codice del lavoro e permettere ai datori di lavoro privati di impedire ai dipendenti di portare addosso simboli religiosi, facendo così rispettare una rigida interpretazione del concetto “neutralità religiosa”.

CROCIFISSI VIETATI. La Francia ha già vietato l’esposizione di simboli religiosi in tutti gli uffici pubblici e alle donne musulmane, ad esempio, è vietato di portare il velo in pubblico così come i cristiani non possono indossare catenine con il crocifisso. Ora si vuole permettere anche alle aziende private di imporre le stesse regole.

NEUTRALITÀ O ELIMINAZIONE? Molti deputati dello stesso Ump hanno protestato: «Si rischia di sbandare e arrivare a una stigmatizzazione non solo dell’islam ma anche di tutte le altre religioni», ha dichiarato Jean-Frédéric Poisson. Secondo altri la «neutralità religiosa non deve coincidere con l’eliminazione di tutti i simboli religiosi».

PARIGI COME ISLAMABAD. Che la laicità in Francia sia troppo «aggressiva» è stato già constatato quest’anno perfino dagli Stati Uniti, che per la prima volta hanno inserito proprio il paese guidato da Francois Hollande tra quelli che violano la libertà religiosa. In compagnia di Cina, Arabia Saudita, Iran, Pakistan e altri, Parigi è stata accusata di «non permettere alle persone religiose di esprimere a pieno la propria fede». La Francia rientra inoltre tra quei 15 paesi europei che, con diverse leggi, violano la libertà di espressione e coscienza.

Tempi 30 maggio 2013 Leone Grotti

http://www.tempi.it/la-francia-studia-una-nuova-legge-per-vietare-i-simboli-religiosi-anche-nelle-aziende-private

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Fonte: http://www.associazionelatorre.com/2013/07/francia-ministro-delleducazione-sostituire-la-religione-cattolica-video/

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