La “Signora del West”. La serie televisiva che ha denunciato il Signoraggio, le Matrici, l’annientamento degli Indiani, Nuovo Ordine Mondiale

Prima Stagione

Seconda Stagione

Terza Stagione

Quarta Stagione

Quinta Stagione

Sesta Stagione

La Signora del West – Il Film

La Signora del West – Ritorno a Boston

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La prima Ferrovia Transcontinentale

Le origini del progetto: la scelta della Linea Centrale

Nel 1862 il Congresso degli Stati Uniti d’America approvò con forti contrasti il Pacific Railroad Act, ratificato dal presidente Lincoln, che stabiliva la costruzione di una linea ferroviaria che unisse la West Coast alle ferrovie preesistenti della costa atlantica.

L’approvazione del tracciato OmahaSacramento rappresentava un compromesso tra numerosi fattori politici ed economici che da lungo tempo dilaniavano l’opinione pubblica dell’epoca: influirono sulla scelta del percorso gli interessi economici delle grandi compagnie ferroviarie, l’assenza dei delegati del Sud dal Congresso legata alla questione della schiavitù, la creazione di nuovi stati nel territorio ancora privo di controllo federale che la ferrovia avrebbe attraversato, le esigenze militari dovute alla guerra civile.

Non si trattava del primo progetto di una ferrovia che tagliasse trasversalmente il continente per collegare i due oceani: dei numerosi tracciati formulati sin dal 1845, i più importanti erano:

  1. quello del Nord, dal Mississippi superiore al Missouri superiore fino al fiume Columbia;
  2. quello centrale, da St. Louis, risalendo i fiumi Kansas e Arkansas fino al Grande Lago Salato e poi verso la California, per raggiungere San Francisco;
  3. l’itinerario del trentacinquesimo parallelo, da Memphis, attraverso le Montagne Rocciose nelle vicinanze di Santa Fe, e attraverso il territorio indiano (Apache e Mohave) fino a Los Angeles;
  4. la tratta del Sud, da New Orleans, attraverso il Texas per giungere a Yuma e San Diego. L’itinerario del Sud era il più breve per raggiungere la costa, e non presentava i rischi della traversata del territorio indiano, privo di organizzazione statale; l’approvazione di tale itinerario avrebbe potuto significare per il Sud una rivincita sul Compromesso del 1850.

Nel marzo 1853 il Congresso diede l’autorizzazione di fare un’ispezione in questi territori per valutare l’opportunità di approvare tale tracciato. All’epoca, il Ministro della Guerra era Jefferson Davis, il quale, infuso della dottrina nazionalista di Marshall e Adams, fece quanto in suo possesso per favorire, per ragioni strategiche, l’approvazione della linea transcontinentale del Sud, compreso l’acquisto da parte del Governo americano di un territorio del Messico ove la linea sarebbe passata, nel dicembre 1853.

Ma delicati equilibri politici intervennero a cambiare le carte in tavola. Fondamentale fu l’intervento dell’influente senatore Stephen A. Douglas, ‘l’idolo dei democratici del Nord. La sua preferenza andava all’itinerario centrale, quale rappresentante dell’Illinois – nonché forte speculatore di terreni occidentali. Il problema principale della linea centrale era l’attraversamento di territori ancora al di fuori del controllo statale, e infestati da indiani bellicosi. Fece dunque approvare un disegno di legge che istituiva un nuovo stato federale nel territorio del Nebraska, nel gennaio 1854, e fece in modo di garantire ai coloni che volevano trasferirsi nel nuovo stato facilitazioni e incentivi. L’ulteriore ostacolo da superare era la decisione se il nuovo territorio avrebbe permesso la schiavitù, tema chiave per conquistare i voti dei senatori del Sud, che in passato avevano bocciato i medesimi tentativi di regolamentare quella terra di nessuno. Douglas si attirò i voti del Sud con il principio della “sovranità popolare”: sarebbero stati i nuovi abitanti a decidere se volevano o meno la schiavitù tramite referendum. Ma il Nebraska si trovava a nord del parallelo 36°30′, e dunque la schiavitù sarebbe stata proibita secondo il Missouri Compromise Act del 1820. Il disegno di legge di Douglas avrebbe dunque implicitamente abrogato le misure del lontano compromesso, e i senatori del Kentucky e del Missouri insistevano perché l’abrogazione venisse esplicitata. Jefferson Davis fu felice di rinunciare all’itinerario del Sud, allo scopo di ottenere l’eliminazione dell’abrogazione della schiavitù attraverso la “speciale istituzione” di uno stato che infrangeva i principi del compromesso di trent’anni prima. Con la proposta di abrogare il Compromesso del Missouri, il dibattito sulla ferrovia venne accantonato all’infuriare della polemica sulla schiavitù: il Nord reagì sdegnato all’infiltrazione della “speciale istituzione” all’interno di un territorio ancora vergine, e il Sud impugnò nuovamente la bandiera Dixie. Il dibattito proseguì aspramente per altri tre mesi, fino al risolutivo intervento del presidente Pierce, che portò all’approvazione del progetto di legge sul Nebraska, che divenne un nuovo stato della Federazione insieme al Kansas, il 25 maggio 1854. La strada per l’itinerario ferroviario centrale era spianata, il partito della linea del Sud capitolava per ragioni di opportunità politica. Solo il senatore Sam Houston del Texas ricordò al Senato che vigeva ancora l’accordo con le tribù indiane che garantiva ai native-americans il possesso della maggior parte del Kansas e del Nebraska “fino a che l’erba continuerà a crescere e l’acqua a scorrere”.

La costruzione

Manodopera cinese (coolies) utilizzata per la costruzione della linea ferroviaria

La realizzazione della ferrovia transcontinentale venne affidata a due grosse società da poco costituite, la Union Pacific e la Central Pacific. Le due società avrebbero dovuto costruire due diversi tragitti, e si sarebbero dovute incontrare in un punto non definito del tragitto centrale. La linea doveva attraversare la California, il Nevada, lo Utah, il Wyoming e lo Stato di recente costituzione del Nebraska. La Union Pacific, fondata nel 1861, avrebbe dovuto iniziare la linea da Omaha, nel Nebraska, mentre la Central Pacific, fondata a Sacramento nel 1858 da quattro imprenditori noti come i “Big Four”, avrebbe dovuto cominciare la posa delle rotaie dalla città californiana.

Il finanziamento di una così onerosa opera non poteva essere direttamente sostenuta dal governo, per cui il Pacific Railroad Act decretava che, oltre al prestito di una somma per ogni miglio di ferrovia realizzata, alle due compagnie venissero assegnati lotti di terreno nelle zone disabitate in cui la linea si sarebbe trovata a passare. Il Congresso stabilì che per ogni miglio di linea sarebbero stati prestati alle società 16.000 dollari nei terreni pianeggianti, 32.000 su fondo collinoso e 48.000 per le linee di montagna. Inoltre si stabiliva che per ogni miglio di ferrovia costruita veniva concessa alle compagnie la proprietà di venti miglia quadrate di terreno ai margini della linea ferroviaria (quindi una striscia di terreno larga venti miglia), concedendo alle due società di attraversare liberamente e senza impegni di indennizzi il territorio demaniale. In tal modo, le società venivano in possesso di terreni che sulla carta non valevano nulla, ma che ben presto sarebbero stati venduti a peso d’oro con le opportunità commerciali offerte dalla contiguità della ferrovia.

La costruzione della linea venne avviata nel 1863 da parte della Union Pacific, mentre in California i lavori ebbero inizio due anni più tardi. La manovalanza utilizzata dalle compagnie ferroviarie fu costituita da operai di varie nazioni, e, al termine delle ostilità, dai veterani della guerra civile. In particolare, viste anche le difficoltà delle due compagnie di reclutare lavoranti per un lavoro che si presentava rischioso, duro e sottopagato, la Central Pacific sfruttò la manodopera a basso costo cinese (i cosiddetti coolies), che veniva anche reclutata direttamente in Cina. Oltre ai cinesi, lavorarono alla costruzione della grande ferrovia americana e collaborarono alla difesa della linea molte tribù indiane i nuovi immigrati irlandesi (i paddies), italiani, tedeschi, polacchi.

Le difficoltà tecniche affrontate dalle compagnie erano spaventose: nella traversata della Sierra Nevada si resero necessarie numerose gallerie, e viadotti su burroni, che procurarono numerose vittime tra i lavoratori in mancanza di adeguate misure di sicurezza e di strumenti moderni come l’argano a vapore e le scavatrici meccaniche. La linea ferroviaria fu costruita pressoché letteralmente a mano.

La costruzione proseguì velocemente da Omaha verso occidente, seguendo le piste dei Mormoni e dell’Oregon, superando le Montagne Rocciose per discendere nel bacino del Gran Lago Salato. Nel medesimo tempo, la Central Pacific sormontava le Sierre e avanzava lungo le valli del Nevada.

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Pellerossa in festa «Ritorna l’era del bisonte bianco»

In migliaia arrivano da tutti gli States per rendere omaggio al cucciolo immacolato. La sacerdotessa: “È un segno divino”

– Mar, 31/07/2012 – 10:17

I bisonti e gli indiani (pellerossa). Un connubio immortalato nelle pagine dei libri, nelle immagini dei film (si pensi a Balla coi lupi) e non certo per amore di fantasia, ma perché la storia delle popolazioni indigene d’America, prima dell’arrivo del Grande Distruttore «viso pallido», è permeata da questa specie di simbiosi, sacralizzata dall’enorme rispetto che si dovrebbe alla principale fonte di cibo.

Non furono certo gli indiani a distruggere le mandrie selvatiche di «buffalo» del Far West, ma, come la storia c’insegna, l’avidità e la stupidità dei vari Buffalo Bill che si vantava (ed era vero) di avere ucciso, da solo, 4.000 bufali in quattro anni. L’avanzata della ferrovia pretendeva il suo tributo di sangue: di bisonti e d’indiani.

Sabato scorso, centinaia d’indiani hanno vestito nuovamente i loro abiti cerimoniali e hanno battuto, ancora una volta sui vecchi tamburi dei nonni, per onorare la nascita di uno dei più rari animali del mondo: il bisonte bianco. Lo hanno chiamato con un lunghissimo nome (Yellow Medicine Dancing Boy), com’è consuetudine degli indiani ed è nato, in una fattoria del Connecticut occidentale, lo scorso 16 giugno. Molti indiani pellerossa considerano la nascita di un bufalo bianco un evento sacro agli dei e un simbolo di speranza e unione da loro inviato in terra. Altri lo considerano un avvenimento sacro tout court.

Secondo la scienza ufficiale la nascita di un bisonte bianco può essere stimata attorno a un esemplare ogni dieci milioni. Mister Fay, il fortunato contadino nella cui fattoria è nato Yellow Medicine, assicura che la prova del DNA (i contadini sono molto più pragmatci degli indiani) conferma che non c’è stato alcun incrocio con le mucche, quindi il bisonte è di linea pura e non è semplicemente un albino, ma un vero e proprio «buffalo» bianco. Il che probabilmente vorrà dire un bel po’ di dollari garantiti nel prossimo futuro. E così, mentre i membri della tribù dei Lakota muovevano dal sud Dakota, altre centinaia di pellerossa, dai Mohawk ai Cayuga, s’incamminavano verso la fattoria del prodigio, dove Mister Fay si fregava le mani molto paganamente, osservando con ossequio religioso le donne dalle tuniche colorate e i bambini attendere il loro turno di visita oltre lo steccato.

Alcune donne, oltre alle tuniche, indossavano i braccialetti, le piume e gli stivali dei leggendari Lakota Sioux, orgogliose discendenti di quel Cavallo Pazzo che, seppure alla fine sconfitto, impartì una lezione storicamente indimenticabile a Custer, nella celeberrima battaglia del Little Big Horn. Nel frattempo arriva anche la stampa e Mister Fay, che ha un bisonte tatuato sulla spalla destra, si concede volentieri: «Sono un po’ sacro anch’io per loro, perché sono colui che ha cura di Dancing Boy». Così Fay ha praticamente officiato la cerimonia, nella giornata di venerdì, assieme ai più anziani e ai maggiori rappresentanti delle tribù, facendosi interprete presso gli dei nel chiedere di riparare ai danni subiti dai corpi e dalle menti di uomini, donne e bambini venuti a vedere il sacro evento. Sabato, mentre la pioggia batteva il terreno, Marian White Mouse, della tribù Oglala, ha detto alla folla che la nascita del bisonte bianco è un segno del profeta, in questo caso la Donna Bufalo Bianca, che concederà il suo aiuto per tenere lontani conflitti e carestie.

Gli animali resi sacri dalla religione o dalla credenza popolare sono numerosi, nel passato e nel presente. Nell’antico Egitto è noto a molti il culto del bue Apis (in realtà un toro), simbolo di fertilità. Quando questi animali morivano venivano mummificati e sepolti in tombe speciali. Si credeva infatti che potessero recare messaggi e preghiere alla divinità. Si sono trovati mummificati animali di molte specie, dai coccodrilli, ai gatti, agli ibis, tutti considerato sacri ai faraoni e quindi al popolo. Meno noto, ma altrettanto sacro agli egizi, era il falco che, volando alto nel cielo, vede tutte le cose sulla terra e diviene poi il simbolo del sole.

Per l’induismo i bovini sono sacri, e in particolare lo è la vacca il cui archetipo celestiale è Kamadhenu, la «Vacca che realizza i desideri». Nella vacca si identifica una sorta di alter ego del brahmano; l’uccisione di un brahmano è il crimine più grave per le antiche leggi hindu, e così pure viene concepita come colpa gravissima l’uccisione di una vacca.

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Storia usi e costumi degli indiani d’ America

L’uso del termine Indiani, risale alle prime fasi dell’esplorazione del sub-continente nordamericano. Si giustificava col fatto che Cristoforo Colombo, col suo viaggio transoceanico intendeva trovare una rotta alternativa per giungere sulle coste del subcontinente indiano.

Il territorio degli Stati Uniti non vide la nascita delle grandi civiltà precolombiane del Centro-Sud America (Maya, Aztechi), ciò nonostante in questi territori vissero per millenni tribù organizzate sulla caccia e sull’agricoltura.

Nel Sud Ovest vissero tanto popoli di cacciatori-raccoglitori (fra cui gli Apache) quanto popoli di orticoltori, come i Mojave, i Navajo. Nonostante la sua aridità, la regione offriva considerevoli quantità di cibi selvatici, sia animali che vegetali, che fornivano il sostentamento necessario ai numerosi insediamenti, organizzati patrilinearmente o matrilinearmente. Erano frequenti le incursioni contro gli orticoltori vicini.

La zona delle Pianure (ovvero le praterie che si estendono dal Canada centrale fino al Messico e dal Midwest alle Montagne Rocciose) è sempre stata abitata da popolazioni che vivevano in piccoli gruppi nomadi al seguito delle grandi mandrie di bisonti, in quanto la caccia ha costituito la principale risorsa alimentare fino al 1890, anche se lungo il Missouri e altri fiumi delle pianure erano presenti forme di agricoltura stanziale.

Ma chi erano gli indiani delle pianure? Trenta tribù in tutto, tra cui le più conosciute erano Arapaho, Piedi Neri, Cheyenne, Comanche, Crow, Sioux e Wichita. La più grande e potente di tutte le tribù era quella dei Sioux, a volte chiamati anche Dakota.

Per i SIOUX nella scala di valori comportamentali il coraggio occupava il primo posto. Sin dalla prima infanzia, il coraggio di un uomo veniva costantemente messo alla prova dai membri più anziani della tribù. Piangere per la sofferenza, mostrare i sentimenti (anche amore e amicizia) troppo apertamente veniva considerato in maniera negativa. Poi, c’era la generosità. I membri della tribù che possedevano beni materiali dovevano dividerli con coloro che non possedevano nulla. Per i Sioux non era la ricchezza a definire lo status ma la generosità, specialmente nei confronti degli orfani, dei disabili e degli anziani.

Erano Sioux molti personaggi famosi, alcuni conosciuti tanto quanto i loro avversari bianchi. Tra questi Toro Seduto, Cavallo Pazzo, Nuvola Rossa.

Più a ovest dei Síoux c’erano i Cheyenne. Tra di loro molti. erano giovani audaci agguerriti; furono forse loro gli indiani che cercarono dì fermare il passaggio della ferrovia attraverso le loro terre, facendo deragliare una locomotiva e assaltando un treno in corsa. Nel corso del XIX secolo i Cheyenne rischiarono di estinguersi. I cacciatori di pelli avevano portato il vaiolo, che contagiò la popolazione, decimandola. Nel 1849 fu poi la volta del colera, portata dagli emigranti che infettarono più di un terzo della tribù.

Le pianure del Nordest erano territorio dei Crow e dei Piedi Neri. Le tribù Crow e Piedi Neri erano aggressive, in continua lotta tra loro e con molte tribù vicine; l’arrivo dei cavalli e il commercio delle pellicce, poi, contribuirono decisamente all’intensificarsi delle ostilità.

LA SOCIETA’ INDIANA

L’organizzazione sociale degli indiani d’America era quasi ovunque incentrata sulla famiglia. Le popolazioni vivevano in villaggi spesso alleati tra loro; ogni villaggio era governato da capi che per decisioni importanti si riunivano in consiglio. In molte aree, le famiglie erano legate in clan.

Con tutte queste tribù che si spostavano nelle grandi pianure e parlavano dialetti diversi, fu necessario sviluppare un comune linguaggio dei segni. Il semplice sistema di comunicazione per mezzo di gesti era usato da tutti gli indiani dei Nordamerica, ma fu nelle pianure che questo tipo di comunicazione raggiunse la sua massima diffusione. Come qualsiasi altra lingua, cambiò continuamente e si diffuse sempre più finche la civiltà indiana delle pianure non venne distrutta.

Falco di Ferro rispose che era stato un dono del Grande Spirito. «Ai bianchi è stata data la capacità di leggere e scrivere» aggiunse. «A noi il Grande Spirito ha dato la capacità di parlare con le nostre mani e con le braccia, di mandare informazioni con gli specchi, le coperte e i cavalli; così, quando incontriamo indiani che parlano una lingua diversa dalla nostra, possiamo comunicare con il linguaggio dei segni.» Per esempio, per dire: «raggiungerò il mio campo nel giro di un mese» con il linguaggio dei gesti, bisognava dire: «luna finita, io arrivare mio campo».

Una delle attività più famose presso gli indiani era la caccia al bisonte, di cui esistevano centinaia di migliaia di esemplari in tutto il territorio, dal Canada fino al Texas.

«Con la pelle di bisonte facevano case, vestiti, scarpe e corde; dalle budella ottenevano matasse di fili che impiegavano per l’abbigliamento e la casa;

con le ossa realizzavano utensili vari; il letame lo usavano come legname visto che nelle pianure di legna non ce n’era molta; gli stomaci diventavano contenitori o borracce per l’acqua. Ne mangiavano la carne arrosto o cruda, strappata a mani nude o con un coltello. Ne ingoiavano grossi bocconi mezzi masticati, mangiavano anche il grasso senza cuocerlo, e quando non avevano altro cibo a disposizione ne bevevano il sangue. »

Come il cavallo, il bisonte entrò nella mitologia e nella religione indiana, diventando un animale sacro. Quasi ogni cerimonia importante includeva alcuni simboli che richiamavano quell’animale. La Danza dei Sole avveniva attorno a un’effigie di bisonte con danzatori che trascinavano teschi di bisonte legati ad aste a raggiera attorno ai loro corpi. Inoltre, il pelo del bisonte era di estrema importanza nella preparazione di medicamenti vari. Infine, senza l’aiuto dello spirito di un bisonte, nessun cacciatore aveva possibilità di avere successo nella caccia o in guerra.

Prima dell’arrivo dei cavalli, i bisonti venivano cacciati con diverse tecniche. Una delle leggende più famose narra che gli indiani cercavano di ucciderli spingendoli giù da alti dirupi per poi ripulirne la carcassa della pelle e della carne. Questo metodo veniva a volte usato da tribù che vivevano alle pendici delle Montagne Rocciose, dove non mancavano precipizi adatti. Negli spazi aperti delle ampie vallate, invece, non era facile trovare una mandria in prossimità di un burrone. Il metodo usato più comunemente era quello di isolare alcuni animali appartenenti a una mandria con l’aiuto di numerosi cacciatori e tentare di uccidere più bisonti che fosse possibile prima che questi potessero fuggire. Alcune tribù nelle pianure settentrionali misero a punto una trappola che consisteva nell’accatastare rocce e travi in modo da formare una V, ossia un tunnel all’interno del quale si poteva spingere l’animale per sopprimerlo.

Quando i cacciatori si avvicinavano alla mandria, venivano prese precise precauzioni per non spaventare gli animali. L’attacco veniva sempre sferrato controvento affinche gli animali non percepissero l’odore dei cacciatori e, dov’era possibile, colline, canyon o altre formazioni naturali venivano usate come riparo.

Alcuni cacciatori modificarono le armi dei bianchi per renderle adatte alla caccia al bisonte, altri invece preferirono continuare a utilizzare arco e frecce. «Bastava una sola freccia per stendere a terra un bisonte». «Miravano sotto la spalla e scoccavano le frecce con un forza da trapassare i polmoni dell’animale.» Francis Parkman vide un cacciatore Sioux Ogala conficcare una freccia così in profondità da farla scomparire dentro la carne dell’animale.

Di solito, dopo la caccia aveva luogo una grande festa. Verso sera, si accendevano enormi fuochi per cucinare i pezzi di carne migliori: teste, lingue e costole.

Quando gli indiani del Sudovest videro per la prima volta i CAVALLI ne furono spaventati e credettero che gli spagnoli che li montavano fossero dei mostri con testa e tronco umani e quattro zampe di animale. Per tutte le pianure si sparse la voce che quegli esseri spaventosi divoravano la gente, anche se tali credenze non durarono a lungo.

Pochi anni dopo l’arrivo dei primi esemplari, i cavalli iniziarono a essere considerati animali sacri inviati dagli dei per il bene degli uomini. Alcune tribù lì introdussero nei loro villaggi coprendo di panni il suolo che calpestavano. Dal momento che non esisteva un nome per il cavallo, dovettero inventarne uno. La parola cane era usata molto spesso, perciò dapprima definirono il cavallo «il grande cane dell’uomo bianco». I Sioux usarono le parole sunka wakan, ossia «caní misteríosi», e i Piedi Neri «caní daini».

Sin dalla nascita, gli indiani che abitavano le pianure entravano a stretto contatto con i cavalli. In alcune tribù, dopo il parto, le madri prendevano il cordone ombelicale del neonato e lo legavano alla coda o alla criniera del loro pony preferito; in altre tribù, invece, lo seppellivano sotto le orme lasciate dai cavalli per assicurare ai figli l’armonia con gli animali-

Abitazioni

Gli indiani d’America vivevano in tende fatte di pelli nei climi più miti. Dove abbondava il legname venivano costruite case di legno, altrove si utilizzava la paglia per coprire semplici capanne: Le case di paglia dei Wichita erano prodigi d’ingegneria realizzati con materiali semplici.

Le attività in cui erano impegnate le donne ruotavano tutte attorno alla tenda. Si occupavano di tutto ciò che riguardava la sua costruzione, conciando le pelli secondo le esigenze. In un giorno solo con l’aiuto degli amici tutte le pelli necessarie per costruire una tenda potevano essere sparse a terra ed essere cucite insieme in forma semicircolare.

Per fare una copertura di medie dimensioni, servivano dalle quindici alle diciannove pelli, o comunque un numero dispari secondo la tradizione. I Cheyenne credevano che una copertura composta da un numero dispari di pelli avrebbe tenuto meglio. La struttura di sostegno della tenda era composta da circa venti pali, preferibilmente in legno di cedro, disposti su un cerchio dì circa quattro o cinque metri di diametro, fissati saldamente al terreno e con le estremità superiori coperte.

Le porte erano costituite da pelli di bisonte attaccate a una struttura di legno di salice. Dentro la tenda, al centro c’era il focolare, dove veniva sempre tenuta della brace accesa; il fumo usciva dall’apposito foro lasciato aperti in cima alla tenda.

In ogni tenda c’erano tre basse panche, usate di giorno come sedili e di notte come giacigli. Venivano coperte con pelli di bisonte per tenere lontana la pioggia che poteva cadere dal camino superiore durante i temporali. Nonostante le tende sembrassero perfettamente coniche, in realtà non lo erano. La parte posteriore veniva lasciata più corta delle entrate rivolte ad est per opporre maggiore resistenza al forte vento proveniente da ovest che soffiava sulle pianure.

LO SCALPO

Scotennare il nemico fu una consuetudine diffusa originariamente in alcune vaste zone dell’America del Nord. Lo scalpo era formato solitamente da una piccola parte rotonda del cuoio capelluto, larga 415 centimetri di diametro, che veniva staccata dì netto, a volte aiutandosi perfino con i denti. Se l’esecuzione era eseguita bene si sentiva il caratteristico flop della pelle che si staccava dal cranio; l’operazione era molto dolorosa, ma non mortale. Vi sono stati molti casi di persone scotennate e sopravvissute.

Alcune tribù usavano invece prendere tutta la capigliatura, staccando tutta la pelle: a volte gli scalpi, che avevano un grande valore, perché i parenti dell’ucciso avrebbero fatto di tutto per riaverli, anche pagando profumatamente, se l’uso della forza non era possibile. In molte nazioni scotennare un nemico significava privarlo della possibilità di raggiungere l’aldilà; lo scalpo era considerato un’estensione dell’anima e mantenendo la capigliatura dell’uomo si lasciava la sua anima vagare nella terra.

Gli scalpi dei soldati non avevano valore. II soldato bianco portava i capelli corti e combatteva in maniera diversa dai guerrieri indiani, un modo che non lasciava quasi mai spazio al valore individuale o a gesti audaci.

I Mescaleros, ad esempio, non scotennavano mai nessuno, perché avevano un sacro timore dei morti e credevano che per loro ogni occasione fosse buona per tornare a molestare i vivi. Altre tribù Apache sottoponevano i guerrieri che avevano preso scalpi a riti di purificazione, per tenere lontano lo spettro del morto.

La colonia del Massachusetts pagava l’equivalente di 60 dollari, nel 1703, per ogni scalpo indiano. Le capigliature erano quotate a seconda dell’età e del sesso: ciò portò a marcare gli scalpi con alcuni simboli e colori tipici per ogni categoria di persona scotennata. Gli scalpi venivano raccolti da commercianti, che potremmo definire grossisti, impacchettati e imballati in confezioni di un centinaio di pezzi ognuna.

Ogni spedizione contava almeno 7001800 pezzi e veniva spedita via terra o via canoa. Dato l’alto valore in danaro degli scalpi, questo genere di traffico attirava molti individui senza scrupoli che pur di guadagnare non badavano tanto per il sottile a chi appartenesse lo scalpo, se a indiani amici o nemici,

Le donne

I loro compiti erano innumerevoli: scuoiavano animali, affumicavano la carne, confezionavano tutti gli indumenti, anche i mocassini, erano espertissime conciatrici di pelli: riuscivano a renderla morbida come un tessuto (una donna riusciva a conciare 4 pelli di montone all’anno), e poi raccoglievano la frutta, pestavano il mais e il miglio, cucinavano, montavano e smontavano le tende, e, naturalmente, accudivano i figli.

In effetti le donne erano oggetto di premure e di attenzioni: a cominciare dal mattino quando il marito spazzolava i capelli alla moglie (con una coda di porcospino attaccata ad un impugnatura decorata), le faceva le trecce e le dipingeva il viso.

Il matrimonio era tenuto in grande considerazione presso i Sioux. La celebrazione (se così si può chiamare) consisteva nel fatto che il fidanzato andava a prendere la ragazza nel tepee dove alloggiava con la sua famiglia e la portava nella loro tenda (preparata precedentemente dalle donne imparentate con la sposa). Lei dava subito dimostrazione di essere a casa sua: accendeva il fuoco al centro della tenda, sedendosi al posto della moglie a destra del focolare, di fronte si sedeva il marito, nel posto proprio del capofamiglia. Senza altre formalità erano marito e moglie. Il matrimonio doveva essere consenziente, poteva esserci un accordo tra la famiglia di lei e quella dello sposo oppure si poteva fuggire mettendo entrambe le famiglie di fronte al fatto compiuto o ancora, in casi estremi, la donna veniva rapita direttamente, senza perdere tempo.

Se la cerimonia del matrimonio era piuttosto semplice e diretta, il corteggiamento era invece un rito lungo e complicato: un metodo molto diffuso era quello di mettersi sulla via dell’ acqua e aspettare che le donne passassero per attingere l’acqua o per lavare i panni, afferrare la sottana o colpirla a distanza con dei sassolini. Se lei rallentava il passo significava che il corteggiatore aveva il permesso di affiancarsi e parlarle, se non era interessata lo avrebbe ignorato

Altro tipo di corteggiamento era quello della coperta: i corteggiatori si presentavano dopo il tramonto davanti al tepee della famiglia di lei e chiedevano di sedersi accanto alla ragazza, avvolgendola nella coperta. Se lei gradiva, la conversazione si prolungava, e non era raro che ci fosse qualche “approfondimento” reciproco della conoscenza del corpo dell’altro. Ma sempre da seduti. Era vietato sdraiarsi sotto la coperta. Se lei non gradiva, il corteggiatore veniva congedato in fretta.

In genere i divorzi erano dovuti ai tradimenti, ma se un marito infedele non poteva essere punito dalla propria donna (che aveva solo il diritto di andare in collera e di divorziare), per una donna infedele la punizione era peggiore : al primo tradimento il marito aveva il diritto di tagliarle una treccia (due se era particolarmente geloso) e se l’infedeltà era recidiva poteva arrivare a mutilarla tagliandole via il naso.

Religione

Gli indiani d’America coltivavano una grande varietà di credenze religiose. La maggior parte delle popolazioni venerava un’entità spirituale, origine di tutte le cose, che veniva identificata in diverse realtà o eventi: come luce e forza vitale (era allora rappresentata dal sole); come fertilità (e quindi aveva sede nella terra); come conoscenza e potere, di cui erano depositari principalmente alcuni animali, quali il giaguaro, l’orso, il serpente.

Alla base di tutta la spiritualità sioux esisteva una forza generale, che animava ogni cosa chiamata Wakan, specie di frammentazione del Grande Spirito della Natura, Wakan Tanka (il Grande Mistero). Fenomeni naturali come il vento, le stelle o la nascita di un bambino venivano considerati Respiro (frammenti) del Grande Mistero.

Wakan Tanka, era concepito come una forza invisibile presente in tutte le cose, ovvero si identificava con la stessa natura. Scrive Eastman:

agli elementi e alle grandiose forze della natura — il Fulmine, il Vento, l’Acqua, il Fuoco e il Gelo — si guardava con sacro timore come a potenze spirituali, ma sempre di carattere secondario e intermedio. Noi credevamo che lo spirito permeasse di sé tutto il creato, e che ogni essere avesse un’anima anche se in gradi diversi, e non necessariamente un’anima consapevole. L’albero, la cascata, l’orso grigio incarnano tutti una Forza, e come tali sono oggetto di venerazione.

C’erano complesse pratiche tradizionali come la ricerca della visione, il rito della Capanna dei Sudore e la Danza dei Sole si cercava proprio il contatto con il Grande Mistero . Per provocare visioni venivano spesso somministrati allucinogeni, tra cui ìl peyote, all’intemo di cerimonie caratterizzate da canti e digiuni. Peyote o Mescal Piccolo cactus privo di spine, dalla forma simile al tubero della rapa, diffuso in Messico e nelle regioni sudoccidentali degli Stati Uniti. Le infiorescenze grigiastre della pianta (dette bottoni di peyote o di mescal) hanno la forma di un fungo e contengono diversi alcaloidi, dei quali la mescalina è il più noto; essa è una droga piuttosto potente e pericolosa, che viene consumata sotto forma di diverse preparazioni, ottenute dai bottoni essiccati. La mescalina può provocare, in chi ne fa uso, un’alterazione delle percezioni sensoriali, ansia, eccitazione, tremori, anche se, diversamente da altre droghe

Importante era il culto dei morti, di cui erano ministri gli sciamani, un uomo o una donna in grado di avere esperienze extracorporee, di comunicare con gli spiriti e  di recarsi nel loro mondo; lo sciamano ha il potere di guarire dalle malattie, di interpretare i sogni e di predire il futuro, così come di assicurare il successo nella caccia o in guerra. Molte storie si narrano su individui capaci di mutare il proprio aspetto in quello di un animale, grazie a poteri magici o, talvolta, con l’inganno: uno di questi, le cui vicende sono tuttora oggetto di racconti assai diffusi, è Coyote, che riveste un ruolo di eroe culturale, ma che compare anche in veste di imbroglione licenzioso e avido.

totem Il termine viene comunemente utilizzato per indicare gli alti pali di legno sui quali alcune tribù indiane d’America, ancora oggi, incidono e dipingono le immagini degli animali-antenati. Il totem rappresentava il più delle volte una serie di animali e più raramente vegetali e fenomeni naturali. In molti casi esso diventava oggetto di culto della tribù che in esso vedeva il proprio antenato cui erano attribuite delle gesta mitiche.

Il totem viene scelto di norma da un individuo (che in questo caso stabilisce con il totem una relazione personale), oppure da un clan, che ne fa il suo emblema per distinguersi da altri gruppi o clan. Il totem è considerato un compagno o un aiutante e spesso gli vengono attribuiti poteri soprannaturali; è rispettato e venerato, ed è diffuso il divieto di cacciare o raccogliere l’animale o la pianta cui è riferito e di cibarsene.

La DANZA DEL SOLE veniva praticata quasi esclusivamente dagli indiani delle pianure e variava a seconda del ceppo linguistico. Si trattava di una cerimonia a cadenza annuale, che aveva luogo nella tarda primavera o all’inizio dell’estate, in cui abbondavano i simboli religiosi che rappresentavano la rinascita della tribù. I preparativi duravano circa quattro giorni: i festeggiamenti, che includevano danze, veglie funebri, digiuni, autotorture e visioni rivelatrici, ne duravano altri quattro.

«Per prima cosa le tribù invitate arrivavano al campo» «Ciascuna si accampava per conto proprio. Anche se alcune tribù erano storicamente nemiche, durante le Danze del Sole sospendevano le rivalità, si facevano visita, si stringevano la mano e formavano alleanze, trascorrendo alcune settimane in questo clima di armonia.»

Era diventato il palo che raffigurava il sole. Ai rami rimasti attaccarono dei sacchetti medicinali, un telo scarlatto e due sagome ritagliate dalla pelle del bisonte, una a forma di bisonte e l’altra a forma di uomo; ciascuna delle due figure era dotata di un enorme fallo che doveva rappresentare la vita e la fertilità della stagione estiva. Inoltre, saldamente attaccati alla cima del palo, una dozzina di lacci di cuoio lunghi fino a terra pendevano per i giovani indiani che dovevano compiere i loro voti e che erano in attesa dentro la tenda. “

Attorno al palo, furono piantati paletti di legno a formare due cerchi concentrici.

Alla prima cerimonia parteciparono i capi e gli anziani, marciando attorno al palo e rivolgendo gesti drammatici alle figure poste sulla cima del palo. Un banditore ufficiale della tribù diede poi inizio alle donazioni, invitando tutti a porgere doni alle vedove, agli orfani e alle famiglie povere I restanti giorni della Danza del Sole erano tradizionalmente dedicati ai giovani che dovevano sottoporsi a torture per far fede ai loro voti. Dopo rituali che variavano da tribù a tribù, circa una dozzina di partecipanti coperti solo da un panno sulle parti intime si presentavano al cospetto degli sciamani che incidevano i loro petti evi infilavano spilloni di legno che perforavano i loro muscoli pettorali. Gli spilloni venivano legati alle grosse briglie in pelle di animale che pendevano dalla cima del palo.

Così imbrigliati i danzatori si allontanavano finche il loro laccio non si staccava. A questo punto, con le braccia alzate al cielo e in bocca un fischietto dì osso d’aquila, i danzatori iniziavano a ballare rivolti verso il sole

DREAM CATCHER SECONDO LA CULTURA LAKOTA

Nei tempi antichi, quando il mondo era giovane, un vecchio uomo-medicina si trovava sulla cima di un monte ed ebbe una visione. lktome, grande maestro di saggezza ma un po’ briccone, gli apparve sotto forma di ragno e gli parlo’ in una lingua sacra. Disse al vecchio lakota dei cicli della vita, di come iniziamo a vivere da bambini passando dall’infanzia all’eta’ adulta, e alla fine diventiamo vecchi e qualcuno si prende cura di noi come se fossimo diventati un’altra volta bambini, così’ si completa il ciclo.

Mentre parlava lktome il ragno prese all’anziano un cerchio che aveva con lui, era un cerchio di salice al quale erano attaccate delle piume e delle crine di cavallo abbellite da perline e c’erano anche attaccate delle offerte sacrificali. Prese il cerchio e inizio’ a tessere una rete all’interno, mentre tesseva continuava a parlare e disse: “in ogni periodo della vita vi sono molte forze, alcune buone e altre cattive, se ascolterai le forze buone queste ti guideranno nella giusta direzione, ma se ascolterai quelle cattive andrai nella direzione sbagliata e questo potrebbe danneggiarti. Dunque, queste forze possono aiutarti oppure, possono interferire con l’armonia della natura”.

Mentre il ragno parlava continuava a tessere nel cerchio la sua tela, quando finì di parlare Iktome consegnò all’anziano il cerchio con la rete e disse: ” la ragnatela è un cerchio perfetto con un buco nel centro, utilizzala per aiutare la tua gente a raggiungere i loro obiettivi, facendo buon uso delle idee, dei sogni e delle visioni. Se crederete in WAKAN TANKA, la rete tratterrà le vostre visioni buone, mentre quelle cattive se ne andranno attraverso il buco centrale”.

L’anziano uomo-medicina raccontò questa sua visione alla sua gente e da allora i lakota ritengono l’acchiappasogni un oggetto sacro e lo appendono all’entrata dei loro tepee per filtrare i sogni e le visioni. Quelli buoni sono catturati nella rete e quelli maligni scivolano nel buco centrale e scompaiono per sempre.

Nelle leggende delle tribù diverse l’acchiappasogni è entrato nella cultura dei nativi, queste leggende sono diverse tra loro anche ma è ritenuto da tutti un oggetto sacro e che serve per filtrare i sogni.

Per la Nazione sioux, come per altri popoli nativi del Nord america, la pipa ( channunpa ) rappresenta I ‘oggetto sacro per eccellenza, presente in tutte le cerimonie.

Secondo Alce Nero venne donata ai Lakota da Whope, Donna Bisonte Bianco, la bella, e anche nei racconti di altri informatori, pur con versioni un poco diverse, viene confermata questa origine. Ella diede precise istruzioni sul modo di usarla e sulle funzioni; assicurò inoltre ai Lakota che sarebbe stata presente ogni volta che la pipa fosse stata usata nel modo sacro e avrebbe portato le loro preghiere a Wakan Tanka (il Grande Mistero).

La pipa è composta di due parti: il cannello, che rappresenta l’albero della vita e il fornello a forma di T o di L, che simbolizza il mondo, la creazione. Quando non è usata, le due parti sono conservate separate in una borsa di pelle di daino o di cervo decorata. Poiché essa è dotata di grande potere e l’atto di collegarla equivale all’unione tra maschile e femminile, tra cielo e terra, tra mondo spirituale e mondo fisico, mantenerla collegata costituirebbe un sacrilegio.

Essa inoltre racchiude in sé altre simbologie: secondo Alce Nero, le penne che pendono dove il cannello si incastra nel fornello rappresentano tutti gli esseri alati, così che ” tutti questi popoli e tutte le cose dell’universo si uniscono a voi che fumate la pipa, tutti mandano le loro voci a Wakan Tanka”. I sioux fumano una mistura chiamata chanshasa, ottenuta prevalentemente con la corteccia interna essiccata del salice rosso alla quale vengono mescolate delle erbe aromatiche e, a volte, del tabacco. La pipa, offerta alle quattro direzioni, al Cielo e alla Terra, viene passata di mano in mano in senso orario e, seguendo un preciso rituale, fumata da tutti, che in tal modo si uniscono come fossero una cosa sola ed entrano in contatto con il mondo spirituale e allo stesso tempo è il respiro del Grande Spirito.

Nell’ immaginario dei bianchi la Sacra Pipa è stata spesso identificata con la cosiddetta “pipa della pace”, il che è indubbiamente riduttivo, per quanto la pipa potesse essere intesa anche come strumento di pace e riconciliazione, visto che tenerla in mano collegata e accesa e dire il falso è considerato un sacrilegio, un’offesa a tutto l’esistente.

Il rito ínípí o più comunemente chiamata sauna (anche se tale termine è a dir poco impreciso e riduttivo) era ed è uno dei più antichi della tradizione Lakota e di molte altre nazioni indiane del centro nord America. Il Lakota tramite l’inipicerca di rafforzare il proprio ní e simultaneamente di purificare il proprio corpo, ma essenzialmente è una purificazione interiore che permette di sentirsi più vicino al “Grande mistero”.

L’inipi è collegato alla base di tutte le cerimonie importanti e in partícolar modo all’uso della pipa sacra. La capanna  è costituita da 12 o meglio ancora 16 rami di salice bianco che conficcati nel terreno e curvati formano una cupola del diametro 2 o 3 metri con l’ingresso generalmente rivolto a Est. Anticamente ricoperta da pelli di bisonte.

Ali’ interno dell’inítí viene scavata una buca a forma circolare profonda circa 35-40cm che rappresenta l’universo e dove poi vengono deposte le pietre che rappresentano la terra progenitrice. Una volta che i partecipanti 0 maniera rituale e secondo precise regole entrano nella capanna, vengono introdotte le pietre arroventate (da un minimo di 7 fino a un massimo di 40) con un bastone biforcuto, una volta chiusa la capanna viene versata l’acqua sopra le pietre da colui che dirige la cerimonia e il calore che se ne sprigiona è molto elevato.

Fonte: http://parolevoci.altervista.org/materiali/indiani%20tradizioni.doc

Autore del testo: non indicato nel documento di origine

Parola chiave google : Storia usi e costumi degli indiani d’ America tipo file : doc

Storia usi e costumi degli indiani d’ America

INDIANI, FUORI …!!!!

1868, Generale Sherman: “Meglio buttarli fuori al più presto possibile, e non fa molta differenza se ciò avverrà mediante l’imbroglio o uccidendoli”.

Generale Sheridan “… l’unico indiano buono che io conosca è l’indiano morto”

E NELLE PRATERIE AMERICANE  INIZIÒ L’ECCIDIO DEL POPOLO ROSSO

… se permetteremo anche a solo 50 indiani di rimanere dovremo far proteggere ogni treno, ogni cantoniera, ogni gruppo di persone che lavora alla ferrovia. In altre parole, 50 indiani “ostili” possono tenere in scacco 3000 soldati. Meglio buttarli fuori al più presto possibile, e non fa molta differenza se ciò avverrà mediante l’imbroglio da parte dei commissari per gli affari indiani o uccidendoli.

  generale William T. Sherman

… Voi siete munito di pieni poteri per attuare la sistemazione definitiva delle tribù indiane nomadi su territori ad esse graditi e porle pacificamente sotto il controllo dei funzionari a ciò incaricati dal Dipartimento per gli Affari Indiani.

Presidente degli Stati Uniti, Ulysses S. Grant, 1871

 Io… farò in modo di ridurre ciascuno di loro alla fame più nera se gli indiani non vorranno lavorare… “

agente per gli indiani Ute, 1878

La guerra delle colonie contro gli indiani  si svolgerà sull’arco temporale di circa un secolo, dalla   fine del 1700 al 1890, anche se l’insediamento europeo nei territori che   avrebbero poi costituito il nucleo di partenza della nuova nazione americana risale a un paio di secoli prima.

La penetrazione verso i territori dove vivevano le tribù indiane iniziò già da quei tempi, ma in termini commerciali più che di occupazione vera e propria e i rapporti col popolo rosso si mantennero in accettabili equilibri.

Comunque l’equilibrio fra uomini bianchi e uomini rossi si mantenne fino all’ultimo decennio del 1700; la fine della guerra per l’indipendenza delle colonie inglesi dalla madrepatria e la nascita della nuova nazione. La nuova nazione americana, terminato il periodo dell’edificazione, cercava uno sviluppo territoriale e questo non si poteva realizzare che verso Ovest.

Ciò che si perpetrò contro gli indiani non fu solo l’eliminazione fisica degli individui che compongono il gruppo etnico, ma anche l’eliminazione di tutti quei fattori che costituiscono l’identità stessa di un popolo.

Fu con la nomina a Presidente proprio di quel generale  Andrew Jackson, avvenuta nel 1829, che la politica americana avrebbe iniziato a mostrare il suo metodo violento nei confronti dei pellirosse. Uno dei primi atti del neo presidente fu l’emanazione del “Removal Act” che era, nella sostanza, null’altro che l’ordine di deportazione di cinque “nazioni indiane”, i Creek, i Choctaw, i Chicasaw, i Cherokee e i Seminole dalla neo acquisita Florida, al di là del Mississippi, nella regione dell’odierno Oklahoma, che sarebbe in seguito divenuta il “territorio indiano”.

Il Capo Falco Nero riuscì ad organizzare una ribellione corale che tenne in scacco per oltre tre mesi le truppe federali.

Per la cronaca, in questi fatti d’arme si distinse un giovane capitano, che avrebbe ancora fatto parlare di sé: si chiamava Abramo Lincoln.

La prima guerra indiana mostrò anche il fianco debole delle forze armate degli Stati Uniti, che pur ben equipaggiate ed addestrate, avevano dovuto combattere per  tre mesi per  avere ragione di un gruppo di selvaggi.

Intanto gli Apache Mimbreno si trovarono all’improvviso il loro territorio, l’ Arizona,  invaso da  diecine di migliaia di cercatori d’oro, con l’immancabile codazzo di giocatori, prostitute, parassiti e trafficanti d’ogni tipo; gli indiani riuscirono a   mantenere comunque rapporti tranquilli con i bianchi, pur non capendo bene   cosa facessero.  Quando tentarono di ribellarsi i soldati gli si opposero duramente.

Mentre accadevano questi avvenimenti, nelle Grandi Pianure la vita e le usanze degli indiani non sembravano minacciate. Nella prima metà del XIX secolo tra uomini rossi e uomini bianchi si era avviata una sorta di convivenza “quasi pacifica”, basata principalmente sull’attività commerciale e i traffici che i due gruppi intrattenevano. Gli scontri armati erano stati di scarso rilievo; del resto, pareva ancora che lo spazio a disposizione fosse talmente tanto.

Continuavano invece gli scontri tribali, inizialmente quasi inavvertiti dai bianchi, che avevano   preso a disturbare sempre più sia lo sviluppo dei traffici, sia i movimenti  dei coloni .

I reparti dell’esercito avevano percorso, nel decennio tra il 1830 e il 1840, a più riprese le Grandi Pianure, suscitando l’ammirazione dei pellirosse, che ne apprezzavano l’armamento, l’equipaggiamento, il colore delle uniformi e che non avevano mai cercato lo scontro con i grossi coltelli, come da loro venivano chiamati i soldati di cavalleria, armati di sciabola.

Il primo incidente grave fu generato da un motivo quanto mai futile: un Sioux Minneconjou aveva ucciso una malandata vacca per prendersene la pelle.

Gli indiani offrivano 10 dollari, il colono ne pretendeva 25. Un tenente del Forte si recò allora al campo Sioux per arrestare l’uccisore della vacca, con una scorta di 32 soldati. L’ufficiale uccise con un colpo di pistola il capo. Gli indiani avevano reagito e non uno solo dei soldati aveva salvato la vita.

Era il primo sangue versato da soldati americani e l’opinione pubblica aveva chiesto a gran voce vendetta. In una successiva spedizione, nell’estate del 1855, un reparto di 1300 soldati aveva attaccato e distrutto un villaggio di Brulè, uccidendo 86 indiani. Ad una conferenza di pace, tenuta nella primavera dell’anno successivo, gli indiani avevano infine promesso di consegnare l’uccisore della vacca.

L’IMPERO AMERICANO COSTRUITO PORTANDO VIA LA TERRA AGLI INDIANI

La scoperta di pochissimo oro alle sorgenti del fiume Arkansas, nella primavera del 1858, aveva scatenato una nuova corsa all’oro, che aveva poi conosciuto un penoso riflusso, quando si era palesata l’inconsistenza dei giacimenti scoperti.

A metà ‘800 la giovane nazione americana si apprestava a una feroce lotta interna (1861-65): l’attacco sudista alle truppe nordiste, asserragliate a Forte Sumter, nella Carolina del Sud, segnò, il 12 aprile del  1861, l’inizio di quattro anni di guerra civile, che avrebbe contrapposto gli stati del Nord, Unionisti, agli stati Confederati del Sud.

Le operazioni militari di maggior rilievo non interessarono mai le “Grandi Pianure”, che erano totalmente sotto il controllo dell’Unione, l’interesse era quello di mantenere la massima tranquillità tra popolazione e indiani, per non turbare il flusso di rifornimenti provenienti da quei territori.

Negli  Stati del sud gli indiani si trovarono nel mezzo della guerra e vi parteciparono, schierandosi decisamente con la Confederazione. Le cinque nazioni indiane (Creek, Choctaw, Chicasaw, Cherokee e Seminole) che poco più di trent’anni prima avevano subito il Removal Act, la deportazione dalla Florida, presero le armi contro il governo di Washington, con la promessa di tornare nelle loro terre d’origine in caso di vittoria delle armi del Sud.

gli Apache fecero terra bruciata degli insediamenti dei bianchi, che dovettero abbandonare ogni cosa, le fattorie, le miniere, persino le città.

Il 1862, a causa delle uccisioni e delle rapine ommesse dalle tribù indiane, segnò l’avvento di quella che fu chiamata, a ragione, “politica di sterminio”. In quello stesso anno, evidentemente segnato dalla malasorte, si spezzò anche l’equilibrio tra uomini bianchi e uomini rossi nel Nord. Per molte necessità gli indiani di questa regione si appoggiavano alle agenzie costituite dal governo come previsto da alcuni trattati di pace (rifornimenti di cibi, bestiame, oggetti d’artigianato).

Ma a Piccolo Corvo, e garante di pace con i popoli rossi del Minnesota, da tempo giungevano troppe lamentele dalle tribù, che invocavano il suo intervento: mercanti disonesti anziché consegnare agli indiani le merci concordate con il governo le trattenevano per poi rivenderle a prezzi esorbitanti; bianchi degenerati seducevano o violentavano donne Sioux, facendo aumentare a dismisura le nascite di sanguemisti, che erano ormai divenuti una macchia per il buon nome dei Sioux.

Il mercante concessionario del servizio governativo, Andrew J. Myrick, che di quelle provviste aveva già fatto commercio, si era limitato a rispondere sogghignando ai capi Sioux: “… se i vostri sono affamati, per quello che me ne importa possono mangiarsi l’erba della prateria”. Era la goccia che fa traboccare il vaso. I Sioux, come era loro abitudine, non avevano risposto nulla.

Il mattino di domenica 17 agosto 1862, come a un segnale convenuto, lungo tutto il Minnesota bande di guerrieri Sioux si lanciarono all’attacco degli insediamenti dei bianchi, uccidendo, rapinando e bruciando ogni cosa. Il giorno successivo fu il turno del villaggio dell’agenzia, e il mercante Myrick fu ucciso per primo.

Contro i guerrieri Sioux, armati in modo disorganico e non tutti provvisti di armi da fuoco, dovette intervenire il colonnello Henry H. Sibley, con una forza di 1.600 uomini.

Si concludeva così nel peggiore dei modi il 1862 per gli indiani delle Grandi Pianure. I bianchi trassero da questi eventi la convinzione che non era possibile fidarsi dei pellirossa, nemmeno dopo lunghi periodi di pacifica convivenza e che solo la forza poteva risolvere la questione indiana. Gli indiani a loro volta si sentirono sempre più oppressi da una razza di invasori che non solo non rispettavano la parola data né i trattati stipulati, ma imprigionavano i guerrieri, li giudicavano e li condannavano in base a leggi per loro incomprensibili e sconosciute.

Intanto in Arizona si era confermato che c’era oro in abbondanza. Per garantire maggior sicurezza ai  cercatori che affluivano, il generale nordista Carleton disponeva, per il dipartimento militare del Sud Ovest, “l’uccisione di ogni Apache adulto di   sesso maschile, dovunque trovato e indipendentemente dal fatto che la sua   tribù fosse o non fosse in guerra”.

Per le donne e i bambini Apache non veniva ordinata esplicitamente l’uccisione, limitandosi l’ordine a prescrivere che essi potevano essere catturati.

Toccò poi ai Navajo sentire il peso della “politica di sterminio”. Per loro fortuna fu mandato a combatterli il colonnello Kit Carson, leggendaria figura della frontiera, uomo valoroso che conosceva gli indiani, li combatteva, ma mantenendo fede all’etica militare. Carson andò a scovare i Navajo nel loro stesso territorio, il nord est dell’Arizona; se avesse eseguito gli ordini avrebbe dovuto sterminarli; fece invece un gran numero di prigionieri, che avviò alla riserva di Bosque Redondo, sul fiume Pecos, dove aveva già confinato gli Apache Mescalero, anch’essi in teoria da uccidere tutti, in base agli ordini del generale Carleton. Kit Carson era estremamente popolare e questo gli permise di disattendere, senza conseguenze, gli ordini di massacro.

Ma il suo comportamento fu l’eccezione che conferma la regola e la “politica di sterminio” venne adottata anche nel grande territorio del Nord Ovest, dove il 29 novembre 1864 sul Sand Creek, un piccolo corso d’acqua che si getta nell’Arkansas, nell’angolo sud orientale del Colorado, si consumò uno degli eventi più infami, passato alla storia appunto col nome di “massacro di Sand Creek”. In questa zona si era accampata per l’inverno la tribù di Cheyenne di capo Pentola Nera.

Occorsero diversi anni, e il sacrificio di un gran numero di vite umane, perché un uomo più illuminato di altri, il presidente Ulysses Grant (il vincitore della guerra di secessione), cercasse di avviare una politica meno disumana, anche se, come vedremo, ciò si concretò comunque nella distruzione del popolo rosso, attuata non più con mezzi bellici, ma con la cancellazione delle tradizioni, degli usi, del modo di vita; in una parola, con la cancellazione dell’identità.

Il 9 aprile 1865, domenica, ad Appomattox Court House, un villaggio della Virginia settentrionale, il generale Lee, comandante dell’esercito confederato, si arrendeva al generale Grant, comandante dell’esercito unionista. Era la fine della guerra di secessione e la nazione americana, risolto il nodo della sua unità, poteva ora riprendere il suo sviluppo, incentrato sulla colonizzazione definitiva della parte occidentale.

Già durante il periodo di guerra, nel 1862, era stato emanato l’Homestead Act, la legge che offriva ai pionieri le terre dell’Ovest, alla sola condizione di occuparle e lavorarle.

Fu costituito un nuovo corpo dell’esercito, gli U.S. Volunteers, i Volontari degli Stati Uniti, destinato esclusivamente all’impiego contro gli indiani dell’Ovest.

La ripresa dei lavori per le ferrovie intercontinentali, avvenne allo scopo di collegare la costa dell’Atlantico con quella del Pacifico.

La lotta dei popoli rossi assunse sempre di più quei caratteri di orgogliosa disperazione che hanno gli uomini fieri della propria libertà, quando sanno di combattere una battaglia persa, in cui resta però da salvare un bene più prezioso della ricchezza e della stessa vita: la dignità.

Da parte dei bianchi la politica nei confronti degli indiani si sarebbe realizzata con tre principali mezzi: l’esercito, che, come abbiamo già visto, risolto il problema della secessione confederata, aveva ora un solo nemico da combattere, i pellirossa; lo sterminio dei bisonti, che sconvolgeva le basi stesse dell’economia primitiva degli indiani delle pianure, gettandoli nell’indigenza; e infine, come vedremo, il confinamento nelle “riserve“, dove l’indiano era costretto a un nuovo tipo di vita, a credenze religiose per lui incomprensibili, alla rinuncia alle proprie tradizioni; dove, in una parola, lo si annullava come realtà sociale e culturale distinta da quella del bianco.

In un consiglio tenuto il 2 gennaio 1865 sullo Cherry Creek, un fiumiciattolo affluente del Republican, nell’angolo nord occidentale del Kansas, contrariamente alle usanze secondo le quali nessun conflitto veniva mai iniziato nei mesi invernali, si era deciso di dare inizio ad una serie di atti di guerra per vendicare l’infame attacco del Sand Creek. Tra i capi guerrieri che avevano preso questa decisione alcuni sarebbero diventati famosi: Nuvola Rossa, Naso Aquilino e soprattutto Toro Seduto.

L’obiettivo prescelto dai pellirossa fu Julesburg, allora centro di smistamento dei servizi postali.

La rivolta vide i pellirossa vincitori su reparti militari sempre più numerosi, tanto da spingere Washington a cercare contatti di pace con le tribù del Nord Ovest per prendere tempo per una spedizione punitiva.

1867 la spedizione comprendeva tra l’altro il 7° reggimento di cavalleria, da pochi mesi al comando del tenente colonnello George A. Custer, lasciò Fort Riley, per iniziare una delle più curiose campagne della storia dell’esercito degli Stati Uniti. Infatti per quasi quattro mesi i soldati non riuscirono mai ad avere un contatto diretto con i pellirossa che, giocando come il gatto col topo, li precedevano o li aggiravano su territori a loro notissimi e dei quali i militari non possedevano nemmeno carte topografiche. Il risultato fu che gli indiani, messi in allarme comunque dai movimenti di truppe, da loro considerati atti aggressivi, si diedero a scorrerie attaccando gli insediamenti del Kansas e del Nebraska, distruggendo stazioni di posta e fattorie e punzecchiando le colonne militari con continui attacchi di guerriglia, soprattutto notturna. I reparti rientrarono stremati e frustrati.

L’inutilità dell’azione militare spinse il Congresso a cercare di nuovo soluzioni politiche, che si concretarono nel trattato stipulato il 28 ottobre 1867 sul Medicine Lodge Creek, nel Kansas meridionale. Con questo trattato si definiva il territorio indiano ristretto nei limiti dell’attuale Oklahoma, entro il quale i pellirossa avrebbero dovuto tenersi senza sconfinare a nord, col divieto per i bianchi di valicarne i confini per cacciare.

La restrizione in un territorio definito segnava per gli indiani la fine della loro vita di liberi cacciatori e guerrieri e quindi anche il trattato di Medicine Lodge non fu altro che un incentivo a ulteriori atti di guerra. Dopo la firma del trattato infatti seguirono altri sei mesi di scontri, che si chiusero con l’umiliazione subita dal generale Sherman, che dovette scendere a patti con Nuvola Rossa il quale, in cambio dell’impegno a non ostacolare la costruzione della ferrovia Northern Pacific, che correva molto più a sud dei territori di caccia, pretese e ottenne che le truppe abbandonassero Fort Kearny, avamposto per la progettata penetrazione nei territori del Montana e dell’Idaho.

Il desiderio di rivalsa fece partire la “campagna invernale” voluta dai generali Sheridan e Sherman e appoggiata dal governo di Washington, con lo scopo di effettuare una spedizione punitiva.

In questa campagna si “distinse” il tenente colonnello George A. Custer, che sul fiume Washita, nel cuore del territorio indiano, il 27 novembre 1868, distrusse completamente una tribù, adottando la sua abituale tattica di attaccare alle prime luci dell’alba, quando la vigilanza si attenua. Peccato che, nell’ansia di raccogliere gloria militare, Custer non avesse controllato chi erano con precisione gli indiani che si apprestava ad attaccare. Gli indiani uccisi furono oltre un centinaio, contro sette caduti tra i soldati.

La tribù distrutta era quella degli Cheyenne di capo Pentola Nera, che si era sempre tenuto ostinatamente fuori da qualsiasi conflitto e che venne ucciso mentre al centro del campo agitava una bandiera a stelle e strisce per far capire che lui e i suoi uomini erano “amici” dei bianchi.

… E IL GRANDE POPOLO INDIANO FINI’ NEI GHETTI CHIAMATI RISERVE

George Armstrong Custer nasce il 5 dicembre 1839 a New Rumley, Ohio. Il 1° luglio 1857 viene ammesso all’Accademia Militare di West Point; ottiene la nomina a sottotenente il 24 giugno 1861, con la classifica di 33° su 33 cadetti.

Gettatosi a capofitto nella guerra, l’ex cadetto indisciplinato aveva fatto dimenticare i propri trascorsi poco onorevoli, mettendosi in luce come ufficiale energico, instancabile e di grande coraggio personale. La guerra del resto non è la situazione ideale per chi ha scelto la carriera delle armi? Ma per George Armstrong Custer il destino aveva in serbo una sorpresa formidabile: la promozione a generale, all’età di 23 anni! Conviene qui chiarire che l’esercito dell’Unione era quasi del tutto privo di ufficiali generali. A questa necessità si rispose con tipico pragmatismo americano, promuovendo gli ufficiali in servizio permanente al grado nel quale erano necessari sotto il profilo funzionale e adottando per loro una duplice carriera di cavalleria, richiedeva tre generali di brigata.

The boy general, il ragazzo generale, era ormai divenuto un personaggio popolare; fu tra i quattro generali che presenziarono alla firma della resa sudista, domenica 9 aprile 1865, nella piccola fattoria di Appomattox Court House, quando il generale sudista Lee si arrese al generale nordista, e futuro Presidente, Grant.

Finita la guerra, la smobilitazione dell’esercito prevedeva, oltre lo scioglimento dei reparti non più necessari, anche il riordinamento dei quadri degli ufficiali. Quelli che non provenivano dall’Accademia (che erano la maggioranza) vennero congedati col grado che rivestivano alla fine del conflitto. Custer optò per la permanenza in servizio, tale regola significava il ritorno al grado di capitano. Tuttavia, dati i meriti conseguiti in guerra, gli vennero concesse due promozioni e alla data del 28 luglio 1866 fu definitivamente nominato tenente colonnello in servizio permanente.

Questa “retrocessione”, peraltro comune a gran parte degli ufficiali rimasti in servizio dopo la guerra di secessione, fu vissuta da Custer con un bruciante senso di umiliazione, convinto com’era di essere in grado di continuare a rivestire il grado di generale.

Appena ripreso servizio col grado di tenente colonnello, assegnato al 7° reggimento cavalleria, di stanza a Fort Riley, Kansas, Custer continuò a farsi chiamare “generale” e ad indossare le stravaganti uniformi fuori ordinanza (sulle quali non di rado apponeva i gradi di generale) che, insieme all’uso di portare i capelli molto lunghi sulle spalle, lo avevano reso popolare tra i volontari che aveva comandato in guerra.

E i nemici erano lì, pronti: i pellirossa. In quel periodo, come già accennavamo, nelle regioni del Nord Ovest erano in pieno svolgimento la rivolta dei Sioux di Nuvola Rossa e la guerriglia condotta dagli Cheyenne guidati da Naso Aquilino.

Nella primavera del 1874 incominciò però a palesarsi per gli indiani delle pianure una nuova sconvolgente realtà: le mandrie dei bisonti non seguivano più le piste abituali e le mandrie ancora esistenti erano sempre più esigue.

Il bisonte era essenziale per la vita degli indiani delle Pianure, che utilizzavano tutte le parti del corpo del grande animale per far fronte alle esigenze di cibo, vestiario, armi e casa (il tipico tepee, la tenda dei pellirossa nomadi, era costruita con le pelli di bisonte). Con grande ira gli indiani attribuirono subito ai visi pallidi la colpa: con le strade, le ferrovie, con la loro stessa presenza avevano di sicuro spaventato gli animali, che avevano abbandonato gli antichi territori di caccia.

La realtà era diversa e ben peggiore. La strage dei bisonti era in atto già da un paio d’anni, ed ora se ne vedevano le conseguenze. Anzitutto le compagnie ferroviarie avevano assoldato numerosi cacciatori, col preciso scopo di procurare la carne per il vitto di migliaia di operai dei vari cantieri disseminati nel grande Ovest; la caccia indiscriminata aveva poi fatto nascere un nuovo lucroso commercio con il mercato dell’Est, quello delle pelli di bisonte e delle parti più pregiate della carne, col risultato che il numero di cacciatori, attratti da questa nuova forma di guadagno, era enormemente aumentato.

Il fenomeno non era sfuggito alle autorità politiche e militari, sempre preoccupate per la soluzione della questione indiana. Il generale Sheridan, uomo di punta nel Nord Ovest di ogni iniziativa che avesse come risultato quello di mettere in ginocchio i pellirossa, perseguì addirittura l’obiettivo di uno sterminio totale del bisonte, e comunque diede ai reparti dipendenti istruzioni per concedere ogni possibile agevolazione ai cacciatori. Tra il 1872 e il 1874 i bisonti abbattuti furono circa 3 milioni e mezzo, di cui solo 150.000 uccisi dai pellirossa Kiowa, Apache della prateria, Comanche e Arapaho si ribellarono violentemente quando, come la classica “ultima goccia” che fa traboccare il vaso, accadde che alcuni gruppi di cacciatori si spingessero dentro al territorio indiano, per inseguire le poche mandrie di bisonti ancora esistenti, oltretutto senza che i militari (che in base ai trattati avrebbero dovuto garantire l’integrità del territorio indiano) facessero nulla per impedirlo. La rivolta durò con alterne vicende fino all’ottobre 1874 e costò la vita di oltre 300 bianchi.

Restavano ancora relativamente liberi gli indiani del Nord Ovest, in quella regione costituita dall’attuale Dakota del Nord e del Sud. Il governo americano, con la firma del trattato di Fort Laramie, si era impegnato a mantenere libero questo territorio, nel quale vivevano principalmente i Sioux, e in particolare a difendere l’inviolabilità delle Black Hills, le Colline Nere, considerate dai pellirossa luogo sacro. La vita degli indiani in quella regione scorreva abbastanza tranquilla, con l’appoggio delle agenzie di Pine Ridge, alla confluenza tra i fiumi Rock e Missouri, e di Standing Rock, su un affluente del White.

La scoperta, proprio sulle Colline Nere, di grossi giacimenti auriferi causò nel territorio il consueto assalto incontrollato di avventurieri, minatori, cercatori più o meno dilettanti, con l’immancabile codazzo di sfruttatori, prostitute, giocatori di professione, venditori di whisky.

La vita dei Sioux ne rimase sconvolta; l’invasione causò la fuga degli animali di montagna, l’orso, il cervo, l’alce, che venivano abitualmente cacciati. I cercatori abbattevano alberi per costruire le abitazioni, si auto – concedevano concessioni minerarie, mentre le autorità governative non erano in grado, o non volevano esserlo, di fermare tutta quell’orda, che, in base ai trattati, non avrebbe mai dovuto penetrare nel territorio indiano.

Nuvola Rossa non voleva fare guerre inutili, sapendosi già sconfitto in partenza, anche se era ben conscio dell’ennesimo tradimento subito dagli indiani. Una gran parte delle tribù però non volle o non seppe comprendere le argomentazioni di Nuvola Rossa e all’inizio dell’estate del 1875 abbandonò le agenzie andando ad accamparsi nel bacino del fiume Powder, tra le Big Horn Mountains e le Black Hills, nella parte più remota del territorio, dove i visi pallidi non erano ancora giunti. E da lì gli indiani cominciarono la solita guerriglia contro qualsiasi bianco o gruppo di bianchi tentasse di entrare nella regione. Ai Sioux si unirono ben presto i loro tradizionali alleati, gli Cheyenne settentrionali che, guidati dal capo Due Lune, abbandonarono in massa l’agenzia di Red Lodge, nel Montana meridionale. Sul Powder si concentrarono così diverse migliaia di indiani, riuniti attorno a due capi che possono essere considerati tra i più grandi uomini della razza pellerossa nell’ora del tramonto: Toro Seduto, capo politico dei Sioux Hunkpapa e Cavallo Pazzo, capo di guerra della tribù Oglala.

La campagna contro i Sioux registrò subito un punto a sfavore, perché l’elemento sorpresa mancò. Mentre i soldati si inoltravano in un territorio pressoché sconosciuto, gli indiani erano in grado di controllarne i movimenti, evitando, come era loro costume, lo scontro se non necessario.. Custer aveva come principale preoccupazione quella di riportare una vittoria che fosse soprattutto “sua”; imbaldanzito da tante facili azioni contro tribù semi inermi, si era convinto della propria buona stella e della propria abilità. Era solito dire che gli indiani ormai avevano paura di lui, che la sua presenza aveva un effetto tale da demoralizzare il nemico. Con questi presupposti Custer, che già aveva interpretato in modo molto personale le disposizioni del suo superiore, il generale Terry, quando ebbe notizia dagli scout che il suo reggimento era stato avvistato dagli indiani, non fu nemmeno sfiorato dal pensiero che questi fossero pronti ad ingaggiare battaglia. Molto più forte era la preoccupazione che i pellirossa tentassero di sganciarsi, privandolo così dell’occasione di coprirsi di gloria.

Era il 26 giugno 1876. Accecato dalla smania di giungere a uno scontro che fosse “suo personale” Custer non si preoccupò di accertare la forza dell’avversario, ordinando oltretutto l’attacco frontale su un terreno sconosciuto. Quando si rese conto che l’accampamento individuato non era di poche centinaia di Apache, ma di circa cinquemila indiani (di cui almeno duemila guerrieri) era ormai troppo tardi. L’esito della battaglia del Little Big Horn è noto: il gruppo squadroni comandato direttamente da Custer (che aveva suddiviso il reggimento in tre gruppi) fu completamente annientato.

Custer e 238 soldati trovarono la morte, lanciati all’attacco contro oltre duemila pellirossa, comandati da Toro Seduto e da Cavallo Pazzo.

Lo choc causato nella pubblica opinione dalla sconfitta e dall’uccisione di Custer fu tale da far prendere il sopravvento in ambito governativo a quanti sostenevano la necessità di una soluzione energica del problema indiano. E poiché la politica dello sterminio non poteva comunque essere ripresa, si adottò subito una politica che ebbe l’effetto non di uccidere fisicamente gli indiani, ma di distruggerli sempre più come civiltà originale e autonoma, con i propri valori da difendere secondo le proprie tradizioni.

Il primo provvedimento fu la trasformazione delle agenzie in riserve, col risultato che mentre nelle agenzie gli indiani comunque riuscivano a conservare il proprio modo di vita, nelle riserve si imponeva loro l’integrazione, volenti o nolenti, nella società americana. Il pellerossa che viveva nelle riserve era di fatto anche prigioniero, non potendo varcare i confini senza autorizzazione, rinunciando al libero esercizio della caccia, dipendendo dagli aiuti governativi per tutto.

Gli anni che seguirono al combattimento del Little Big Horn videro ancora una serie di guerriglie, scaramucce, ma ormai il popolo rosso, decimato non solo dalle azioni militari ma anche dalle malattie, abbruttito dall’uso degli alcolici, smarrito in una società che per lui restava comunque incomprensibile, non esisteva più.

Emblematica è la fine di Toro Seduto: la grande autorità che egli esercitava ancora sui pellirossa era considerata pericolosa.

Toro Seduto, che per qualche tempo aveva partecipato anche allo spettacolo circense di Buffalo Bill, col quale era in grande amicizia, morì il 15 dicembre 1890, ucciso durante il tentativo di arrestarlo operato in modo maldestro da poliziotti

Fonte: http://parolevoci.altervista.org/materiali/INDIANI.doc

Autore del testo: non indicato nel documento di origine

Parola chiave google : Storia usi e costumi degli indiani d’ America tipo file : doc

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Buffalo Bill in Italia

Storie e avventure dell’uomo che, giunto in visita nel nostro Paese all’inizio del ‘900, ha raccontato agli Italiani la vita del leggendario West americano.

Buffalo Bill a Venezia

Cosa ci fanno degli Indiani, capeggiati da un signore vestito da “vecchio West”, in gondola a Venezia, in questa antica fotografia in bianco e nero? Ammirano la città durante una pausa dello spettacolo che li vede protagonisti, il “Wild West Show”. Il signore con i baffi, il cappello e la lunga barba chiara è il leggendario William Cody, da tutti conosciuto come Buffalo Bill. Se vogliamo capire come gli Indiani siano finiti in gondola, dobbiamo però fare un passo indietro.

C’era una volta il West

Alla fine dell’800, gli Stati Uniti avevano ancora ampi territori che l’uomo bianco intendeva scoprire, colonizzare e fare propri. Su queste terre, però, già abitavano i “primi” o “nativi” americani, chiamati anche Indiani o pellerossa, che vivevano in tribù cacciando i bisonti. Quando Indiani e uomo bianco (fornito di armi) vennero in contatto, iniziarono i problemi.

I pellirosse della compagnia di Buffalo Bill

Grazie anche all’esercito americano, i pellerossa vennero via via sterminati o obbligati a vivere in spazi delimitati, chiamati “riserve”. Siccome a quel tempo non esisteva ancora il cinema, al di qua dell’oceano, in Europa, le vicende del “selvaggio West” erano sì raccontate, ma c’era il desiderio di “vedere” rappresentate le gesta degli avventurieri, le battaglie, la caccia al bisonte (nella foto gli attori del Wild West Show). A rispondere a questo desiderio penserà proprio Buffalo Bill.

Buffalo Bill e un "Capo indiano" in posa

Ma chi era Buffalo Bill?

William Frederick Cody nasce il 26 febbraio 1846 nello stato dell’Iowa (nella foto sopra a 26 anni). Non ama andare a scuola, ma a 11 anni già sa cavalcare, usare il lazo per prendere i cavalli, sparare sia con la pistola che con il fucile. Inizia a lavorare come pony express: accompagna le carovane e scorta le mandrie tra i vari Stati. Bravo e coraggioso nel suo mestiere, diventa poi scout, ossia guida, osservatore e spia, durante la Guerra di Secessione americana, dell’esercito nordista. Un po’ ribelle e desideroso di cambiare spesso attività, William lavora poi per le società che in America stanno costruendo le ferrovie. Il suo compito? Quello di rifornire gli operai di cibo, nello specifico di carne di bisonti: 12 al giorno, per la precisione, per sfamare ben 1.200 persone alla volta. In un anno e mezzo, William ucciderà 4.286 bisonti, guadagnandosi il soprannome che lo accompagnerà per sempre: “Buffalo Bill”.

Buffalo Bill a cavallo

La fama di questo personaggio – inizialmente uccisore di Indiani, poi loro amico fraterno – cresce con il passare degli anni, anche grazie a scrittori e giornalisti che iniziano a raccontare le sue gesta, ingigantendole un po’. La storia dell’America di quel tempo si presta a essere ascoltata, perché affascinante e popolata di pistoleri, saloon, cowboy, gare a cavallo, giocatori di carte che non pagano i debiti. In realtà l’uomo bianco subisce sonore sconfitte dagli Indiani (la più famosa è quella di Little Big Horn, nella quale viene massacrato il VII Cavalleria comandato dal generale Custer), e si vendica con ferocia e violenza. Buffalo Bill – siamo nel 1883 – concluse le sue gesta eroiche, sollecitato dalla fortuna che sta avendo il circo da poco inventato da Phineas Barnum, decide di mettere in scena tutto quanto abbiamo appena descritto: il selvaggio West, le battaglie tra Indiani e uomo bianco, il lavoro dei pony express, la caccia ai bisonti (nella foto sopra Buffalo Bill con a sinistra Ned Buntline e a destra Texas Jack). Lo spettacolo, che si chiamerà “Wild West Show”, non è una semplice rappresentazione, ma qualcosa di emozionante, gigantesco, indimenticabile. Due i punti centrali dello spettacolo: la messa in scena della battaglia di Little Big Horn e l’episodio del “primo scalpo per Custer”, nel quale Buffalo Bill vendica la sconfitta della battaglia uccidendo un indiano, Capelli Gialli, e prendendogli lo scalpo (abitudine, quest’ultima, che avevano gli Indiani, una volta uccise le loro vittime).

Lo show arriva in Italia

Dopo aver subito modifiche e ingrandimenti, e aver aggiunto storie di guerrieri di tutti i tempi e le latitudini (giapponesi, cosacchi, arabi, messicani), il “Wild West Show” è pronto (ricordate quanto abbiamo detto all’inizio?) per raccontare anche all’Europa e all’Italia il selvaggio West e la storia della Frontiera americana. La “macchina” dello spettacolo si fa organizzatissima: gli spostamenti di questa carovana gigantesca, che prevede centinaia di figuranti e migliaia di cavalli, vengono effettuati la notte, in modo da poter mettere in scena lo show ogni giorno in una città diversa. Dello spettacolo fa parte, per un certo periodo, anche il leggendario capo Sioux Toro Seduto (nella foto sotto con Buffalo Bill). Dopo esibizioni da tutto esaurito negli Stati Uniti, lo show si trasferisce in Europa. In Italia passerà per ben due volte, nel 1890 (solo in cinque città) e poi nel 1906, per una tournée lunghissima che toccherà numerose città, per ben 119 spettacoli. Le tappe e le immagini sono ben raccontate nel volume “Buffalo Bill in Italia” di Mario Bussoni (editore Mattioli, 1885).

Un avvenimento da non perdere

“Lunghi capelli”, così viene anche chiamato Buffalo Bill, è una celebrità che tutti gli Italiani corrono a vedere. Lo spettacolo è imponente e presenta un mondo ai più sconosciuto: gli Indiani vengono guardati con ammirazione ma anche diffidenza, per lo strano modo in cui sono vestiti e truccati. Buffalo Bill, che non ha un caratterino tranquillo, accetta spesso di gareggiare con chi lo sfida, ma se può “fa girare” la sorte dalla sua parte, per non perdere.

Wild West Show

Emozionanti sono le gare tra i cowboy dello show e i butteri di Cisterna di Latina, i cowboy nostrani, per vedere chi riesce a domare un cavallo in meno tempo (foto sopra). Lo show è un avvenimento che nessuno vuole perdere: suoi spettatori sono anche il compositore Giacomo Puccini e lo scrittore Emilio Salgari. In qualche città lo spettacolo – che si fa annunciare da un treno lungo un chilometro tutto dedicato al trasporto di comparse e animali – viene criticato perché il costo del biglietto è troppo alto, ma complessivamente i giornali del tempo raccontano di una folla entusiasta (in alto a destra Wild West Show a Verona).

Buffalo Bill, aria rude e minacciosa

Grazie a Buffalo Bill e al suo show gli Italiani assaggiano per la prima volta i pop-corn e lo zucchero filato, e assistono a una gara davvero stramba: quella tra il cavallo e la bicicletta. Buffalo Bill, che ha un fiuto per gli affari non indifferente (anche se poi non è capace di gestire i soldi guadagnati) si inventa, a Milano, una gara epica, tra il cavaliere e il ciclista: vince chi percorre la maggior distanza in tre ore. Per essere certo di vincere, però… il nostro americano stabilisce di poter cambiare ben 10 cavalli, mentre il ciclista dovrà continuare a correre con un solo mezzo. Buffalo Bill sfida così Romolo Buni e vince, 102 chilometri contro 9Buffalo Bill in Italia, la copertina del libro9 e 700 metri, anche se a essere applaudito sarà il valoroso ciclista italiano. Dopo aver toccato ben 35 città, Buffalo Bill si congeda dall’Italia, lasciando in tutti gli spettatori un ricordo emozionante. Addirittura la nonna di chi vi scrive aveva raccontato ai suoi nipotini del passaggio di Buffalo Bill in Piemonte, tramandato come storia leggendaria da suo padre, proprio ai primi del ‘900. Buffalo Bill, nell’ultima parte della sua vita, non più in grado di gestire uno show così complesso, accetta di rappresentare se stesso nello spettacolo di un altro proprietario di circo, Harry Tammen. Muore poi nel 1917, a 71 anni.

Il mito del West

Gli Italiani che hanno avuto la fortuna di vedere in carne e ossa Buffalo Bill sono BUffalo Billrimasti incantati dalla sua persona, e dalle gesta che il suo spettacolo ha saputo rappresentare. Il rapporto tra l’uomo bianco e gli Indiani, la dura vita dei cowboy, le fatiche dei pony express, la lotta per il dominio sulla natura selvaggia: grazie a William Cody i racconti hanno preso forma e colore. Il personaggio di Buffalo Bill è stato amato e ammirato, quando era ancora in vita, al punto che è oggi praticamente impossibile distinguere gli episodi veri da quelli che sono stati “gonfiati”. Montature o no, certamente quest’uomo ha rappresentato un pezzo di storia di un Paese giovanissimo, gli Stati Uniti, che era in cerca di eroi e gesta da tramandare. Allora onore a Buffalo Bill che, come ha scritto il Presidente americano Theodore Roosevelt, «è stato uno di quegli uomini dai muscoli e dai nervi d’acciaio, il cui coraggio ha aperto il grande West all’insediamento della civiltà».

Elena Giordano

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Si ringrazia Gaetano Della Pepa per le notevoli integrazioni

I bisonti

a presenza dei bisonti nel territorio americano – specialmente in quella parte che oggi si riconosce negli USA – è stata ampiamente documentata fin dalla prima apparizione di uomini bianchi nelle terre degli indiani.

Le mandrie erano talmente grandi che gli osservatori non riuscivano ad esprimerne la dimensione se non facendo riferimento a termini noti. Ad esempio, alcuni esploratori dei primi dell’800 riferivano di mandrie che attraversavano certe zone lungo un arco temporale di 3 giorni. Altri provarono a riferire di mandrie gigantesche che riempivano il campo visivo, fino all’orizzonte, in tutte le direzioni. Qualcun altro provò a stimare in maniera scientifica la dimensione spaziale delle mandrie, arrivando a parlare di gruppi di animali stanziati su superfici pari a 15×10 Km!
Queste mandrie incutevano terrore in chi si trovava nella loro traiettoria poiché nulla pareva in grado di fermarne l’avanzata.

Il loro arrivo era annunciato con decine di minuti di anticipo da un fortissimo e sordo rombo che lentamente, ma inesorabilmente, si avvicinava.
Possiamo facilmente sostenere che i bisonti fossero in origine alcune decine di milioni, ma si tratta di stime assolutamente approssimative, basate su metodi molto diversi tra loro.

E’ diffusa l’opinione che i bisonti siano stati anche 50 o 60 milioni, ma alcuni studiosi hanno obiettato che l’esigenza di erba e la sua stessa disponibilità conduce a parlare al massimo di 30 milioni di capi. In ogni caso si tratta di cifre altissime che ci restituiscono intatto il fascino di un animale che ricopriva l’America del Nord e che ad esso legava la vita e la fortuna di moltitudini di indiani.

La grande fortuna del bisonte è durata secoli e secoli, fino al decennio compreso tra il 1870 ed il 1880, quando si scatenò la “grande caccia”, sfociata in un autentico sterminio dai risvolti anche politici, legati alla conclusione delle guerre indiane.

“Nel pieno dell’estate – racconta George Catlin – questi grossi animali, che certamente soffrono molto per via dell’abbondante pelliccia che li ricopre, pascolano nelle terre più basse della prateria, dove ristagna un pò d’acqua ed il terreno ne è impregnato. Lì gli immensi maschi si lasciano andare sulle ginocchia, conficcando in terra le corna e la testa, sollevano la terra, e in tal modo riescono a fare uno scavo dentro cui filtra in superficie l’acqua. Così per un pò il bestione può concedersi un bagno ristoratore, e sembra proprio un maiale nel suo pantano. In questo piacevole catino il colosso si stende sul fianco e facendo perno sulle corna e inarcando la schiena smuove tutto il terreno con un movimento rotatorio, e via via sprofonda sempre più, allargando la pozza, nella quale alla fine quasi scompare. Intorno l’acqua ed il fango, formano una specie di malta che gli si appiccica al pelo e gli fa cambiare colore, scorrendo in rigagnoli su tutto il corpo e dandogli poi, quando si rizza in piedi, l’aspetto di una incredibile statua di creta, troppo terrificante per essere descritta. Di solito è il capomandria che si assume il compito dello scavo. Se un altro lo precede, il capo (che è conquistatore) si fa avanti e lo scaccia.”

Già dal 1820 era impossibile trovare mandrie di bisonti ad est del fiume Mississippi. Non possiamo neppure affermare che la successiva sparizione di questo “bestione” sia legata alla sola e semplice presenza dell’uomo bianco. Fino al 1870, infatti, l’uomo bianco avanzò e prosperò esattamente quanto avanzò e prosperò successivamente, ignorando il bisonte. Semplicemente, accadde che in un certo momento certe parti del bisonte finirono per incuriosire i mercati dell’est ed europei in genere, aumentandone la richiesta e la conseguente quantità di abbattimenti. La lingua, ad esempio, ma soprattutto la pelliccia erano richiestissimi, al punto da finire per giustificare un ingiustificabile gioco al massacro (ed allo spreco!).

Il bisonte era presente ovunque fino all’Atlantico, persino nelle zone ricoperte di foreste, ma in questo caso si hanno buoni motivi per ritenere che si trattasse di una varietà di bisonte ben diversa da quella che popolava, ad esempio, le grandi pianure.

Fino al 1870 i bisonti erano stanziati in gran parte a sud del fiume Platte (al massimo 4 milioni di capi), mentre a nord dello stesso fiume erano molto meno numerosi (al massimo 1 milione e mezzo di capi) e gli spostamenti delle mandrie non erano indifferenti a quel che l’uomo bianco faceva. L’utilizzo di “piste” (tra il 1840 ed il 1850) per attraversare il continente americano, ad esempio, infastidì i bisonti che cercarono di starne alla larga, almeno finché questo fu possibile.

Eppure le piste non furono il peggiore dei mali. Anzi, non furono niente rispetto alla costruzione delle ferrovie!

Ancora George Catlin ricorda: “Seguendo una grossa mandria all’epoca in cui i piccoli hanno solo poche settimane, mi sono divertito ad osservare tutte le strane manovre che fanno. In mezzo alla confusione incredibile creata da una folla di centinaia o di migliaia di capi, molti vitelli perdono di vista la madre. Allora restano indietro sia dalla mandria che dai cacciatori che passano via veloci e loro cercano di nascondersi acquattandosi nella prateria, dove c’è solo erba alta sei-otto pollici, a parte qualche raro cespuglio selvatico un poco più alto. Verso di questi la povera cosa corre spaventata, cadendo sulle ginocchia e andando a ficcare il muso nell’erba. Resta così per ore con gli occhi chiusi, convinto di essersi messo al sicuro, mentre è invece ritto sulle zampe posteriori e quindi ben visibile anche da lontano. E’ un consueto divertimento per noi tornare indietro là dove poco prima è passata una mandria e avvicinarsi ad una di quelle piccole creature tremebonde che tenacemente mantiene la sua posizione, col naso ficcato nell’erba. Non si muove da quella posizione fino a che non gli si mettono addosso le mani. Dopo una breve lotta, il piccolo è battuto e non oppone più resistenza. Molto spesso, secondo un uso di queste parti, gli ho tenuto le mani davanti agli occhi e ho soffiato forte nelle sue narici, poi sono tornato all’accampamento col piccolo prigioniero che trotterellava dietro al cavallo, vicino vicino e con quell’affetto che per istinto avrebbe riservato alla madre.”

Attualmente ci sono circa centomila capi, da costa a costa. Di questi circa la metà pascolano su terra privata, in parte perchè alcuni proprietari pensano di dovere qualcosa al grande animale, come il petroliere Phillip in Oklahoma, in parte, per la maggioranza, perchè si può vendere carne di bisonte, allevato come una vacca. Oltre alla riserva in Montana, anche gli Stoney dell’Alberta, in Canada, allevano bisonti e producono hamburger per il loro ristorante. A Pierre, South Dakota, esiste L’Associazione Allevatori di Bisonti e c’è il ranch con circa 3500 bisonti, usati nel film Balla coi lupi.
Delegati della cooperativa Inter Tribal del Bisonte (ITBC) hanno sperato di restituire al bisonte milioni di acri di terre tribali e di ridargli un posto centrale nella vita tribale. Questo perchè riconoscono il bisonte come simbolo di resistenza e affinchè la reintroduzione del bisonte nelle terre tribali contribuisca a guarire lo spirito sia della gente indiana sia del bufalo. Finora più di 40 tribù hanno unito lo sforzo e hanno creato un gregge collettivo di quasi 10.000 capi.

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La lotta degli indiani contro la Union Pacific Railroad

A cura di Sergio Mura, da un saggio di William Francis Bailey (1906)

Il rapporto che accostò gli indiani ed il loro mondo al treno e a tutto ciò che con esso viaggiava, non fu mai semplice. All’inizio, come sempre nelle questioni indiane, le tribù non colsero con prontezza il pericolo che per la loro cultura rappresentava il “cavallo di ferro” che avanzava nelle loro terre sbuffando il pestilenziale fumo nero. Sul treno viaggiava tutto il mondo dei bianchi e il loro desiderio di farsi spazio ad ovest, occupando spazi che, anche per induzione, crescevano senza limiti. Col treno viaggiavano facilmente anche le merci che venivano frequentemente scambiate con gli indiani, ma questo era uno dei punti che gli indiani stessi vedevano come favorevoli. Meno positivo era dividere con i binari le grandi mandrie di bisonti che spesso e volentieri si tenevano alla larga dai tradizionali territori di caccia delle bande.
E certamente non era ben visto l’affluire infinito di intere famiglie, di sbandati, disoccupati, banditi e affaristi di ogni genere che per prima cosa disboscavano i dintorni dei posti che sceglievano come dimora e subito dopo vi costruivano le loro cittadine che costringevano gli indiani ad arretrare sempre più.
Col treno arrivavano anche le malattie dei bianchi, contro le quali le tribù nulla potevano.
Per tutti questi motivi (ed altri ancora) gli indiani passarono abbastanza velocemente da una prima fase di sostanziale tolleranza ad una di rabbia e bellicosità che si esprimette in centinaia di piccoli gesti ostili contro i cantieri della ferrovia, contro le stazioni e contro i treni stessi. A quel punto diventava impossibile districare i torti dalle ragioni e l’intervento dell’esercito chiudeva il cerchio.
Le terre che furono teatro della costruzione della ferrovia ad opera della Union Pacific Railroad non erano libere, ma erano territori di caccia di tribù quali Pawnee, Sioux, Arapaho, Crow, Blackfoot, Bannock, Snake e Shoshone. I primi tre popoli indiani erano tipicamente insediati nelle grandi pianure, gli altri tre nel vero e proprio west americano. Si parla, comunque, di alcuni raggruppamenti tra i più bellicosi che si conoscessero e questo aspetto non mancò di manifestarsi con continue lotte, scaramucce, imboscate, disagi, ritardi e, naturalmente, con un incremento dei costi di costruzione veramente importante a totale carico della compagnia ferroviaria.
L’estate del 1864 può essere considerata l’icona della situazione di grave instabilità in cui versava l’intero settore delle comunicazioni nel west. In quei mesi, l’intera linea della Overland Stage, da St. Joseph, nel Missouri, fino a Salt Lake City, fu oggetto di continui assalti degli indiani che cercavano facili prede e bottino. La tensione ed i rischi erano diventati così grandi che Ben Holladay, il proprietario della linea, richiese con forza l’intervento dell’esercito con ben 5 soldati di stanza in ogni stazione della pista e altri 2 di scorta ad ogni convoglio in viaggio. “Senza queste condizioni minime di sicurezza – ebbe a dire Holladay – per me la linea può anche essere chiusa!”
L’anno seguente, il 1865, venne definito senza esitazioni “l’anno di sangue delle pianure”, tanti e cruenti furono gli attacchi indiani ad ogni mezzo di trasporto dei bianchi. Saccheggi, omicidi, aggressioni non si potevano contare ed erano un fatto quasi ineluttabile, come la pioggia e il vento, ma erano anche la causa principale dei magri affari delle aziende impegnate nei collegamenti delle cittadine di frontiera e rallentavano il trasferimento delle persone nel selvaggio west.

Guerrieri Sioux controllano l’avanzare della ferrovia

E in quest’ottica, a nulla sembrò servire la conferenza di pace tenutasi a Laramie nel 1866. O meglio, le condizioni di base su cui poggiavano le delicatissime relazioni tra bianchi e indiani erano così precarie da rendere quasi inutile o poco perseguibile un vero e proprio percorso di vera riappacificazione tra le parti. E d’altra parte, l’uccisione di ben 81 soldati nei dintorni di Fort Phil Kearny fu la firma sanguinosa posta su uno stato di cose che nessuno era più in condizione di ignorare.
Intanto, tra molti bassi e pochi alti, la costruzione della linea ferroviaria, così osteggiata dalle tribù indiane, andava avanti secondo i programmi ormai legati più al fronteggiamento delle emergenze che al reale avanzamento dei binari. Il 1867 iniziò a scorrere secondo lo schema già conosciuto negli anni precedenti: aggressioni, sparatorie, battaglie, depredazioni, stato di emergenza… Insomma, nulla di nuovo sotto il sole e, come in passato, ritardi che si accumulavano e incremento dei costi di costruzione ad un livello antieconomico. Di fronte all’ennesimo grido di allarme degli ispettori della ferrovia, il Governo comprese il rischio di perdere ulteriore tempo e schierò l’esercito in una misura mai vista prima nelle grandi pianure. Migliaia di soldati furono disposti lungo la frontiera, ripristinando tutte le vecchie postazioni e costruendone di nuove, allo scopo di ricostruire una linea di sicurezza in grado di sostenere e proteggere gli operai impegnati nella costruzione della ferrovia. Già queste cose ottennero quasi subito l’effetto di rallentare la fortissima mobilità dei gruppi di guerra delle tribù e di scoraggiare le aggressioni al gigantesco cantiere del “cavallo di ferro”. Il 1868 fu una replica dell’anno appena conclusosi, con l’ennesima conferenza di pace convocata dai commissari governativi e rimandata per disinteresse degli indiani in guerra, almeno fino alla fine dell’anno. A Fort Laramie il tempo passò inutilmente da aprile fino a novembre! Alcuni attacchi furono portati avanti con buoni risultati per gli indiani, consegnando alla nazione l’idea di una frontiera in tumulto, difficilmente controllabile dalle truppe e dai cittadini. I giornali della frontiera erano tutti schierati contro gli indiani e a gran voce venivano richiesti interventi durissimi contro i nativi. E’ in questo clima che parte la riscossa dei bianchi – se così è possibile chiamare il susseguirsi di attacchi alle tribù, colpevoli e incolpevoli -, verso un 1869 che sarebbe stato, giocoforza, un anno più tranquillo. Attaccare e distruggere ogni accampamento indiano che non rispettava le durissime imposizioni e limitazioni del Governo, costruì le fondamenta per nuovi rapporti di forza nei quali il ruolo degli indiani veniva arginato entro confini di riserve anguste e senza prospettive di vera integrazione. Tutto ciò non sta a significare che gli attacchi degli indiani finirono… questo no! Possiamo dire che la gran parte di quel tipo di problemi veniva confinato ad est e sud di Cheyenne, mentre ad ovest stava ritornando il sereno.
Gli operai che anticipavano l’insediamento dei cantieri della ferrovia potevano finalmente ispezionare il percorso correndo un rischio minore che negli anni precedenti, anche perchè ormai venivano regolarmente accompagnati da distaccamenti di militari incaricati di proteggerli. La perdita di vite umane non si azzerò, ma si ridusse in maniera evidente. Quando la presenza di “war parties” (gruppi di guerra) si faceva notevole, i lavori venivano interrotti e gli operai venivano ricondotti verso postazioni più arretrate e sicure.

La lunga galoppata dei guerrieri Cheyenne

Gli operai incaricati delle ispezioni della pista erano quelli che maggiormente rischiavano la vita ed erano anche in numero ridotto, per cui il rischio di finire sotto attacco era reale. La stazione Hilldale, nello Wyoming, porta il nome dell’ingegner Hill, un dipendente della ferrovia che perse la vita da quelle parti proprio mentre era impegnato in una ricognizione, alla ricerca del tracciato migliore per la strada ferrata. Anche un certo Colonnello Percy morì mentre assisteva e proteggeva un gruppo di ingegneri a 24 miglia ad ovest di Medicine Bow (Wyoming). Gli indiani attaccarono il gruppo all’improvviso, costringendo tutti alla fuga, una fuga purtroppo disordinata, nel corso della quale Percy si ritrovò all’interno di un piccolo capanno nel quale provò a resistere. Quando la baracca fu incendiata, il colonnello fu costretto ad uscire per non morire bruciato, ma trovò la morte appena fuori dalla porta.
La necessità di cambiare passo, costrinse l’esercito ad uno sforzo organizzativo immenso. La seconda metà degli anni ’60 – come abbiamo accennato prima – vide la nascita o il recupero di numerose postazioni militari che si tenevano in contatto tra loro e consentivano un efficace presidio di un’ampia fascia di frontiera. In particolare possiamo citare:
– Fort McPherson, Nebraska (chiamato originariamente Cantonment McKeon, poi Cottonwood Springs Cantonment). Fu edificato nel febbraio del 1866.
– Fort Sedgwick, Colorado, sito a circa 4 miglia dalla cittadina di Julesburg.
– Fort Mitchell, nei pressi di Scotts Bluffs, Nebraska, una postazione utilizzata per un breve periodo all’epoca della costruzione dei forti.
– Fort Morgan, Wyoming, non molto lontano da Sidney, Wyoming, costruito nel maggio del 1865. Venne abbandonato appena tre anni dopo.
– Fort D.A. Russell, dalle parti di Cheyenne, Wyoming, nacque nel luglio del 1867 ed è curiosamente ancora occupato dall’esercito americano.
– Fort Sanders, Wyoming, presso Laramie, Wyoming, fu costruito nel giugno del 1866.
– Fort Fred Steele, posizionato 15 miglia ad est di Rawlins, Wyoming, fu costruito nel giugno del 1868.
– Fort Halleck, 22 miglia ad ovest di Medicine Bow, Wyoming, fu abbandonato nel 1866.
Il Generale Sheridan aveva profetizzato che l’arrivo alla frontiera degli operai della ferrovia, livellatori, battitori di pista, carrettieri, avrebbe trascinato un codazzo di umanità portatrice di così tanto whisky da uccidere tutti gli indiani. In tal senso aggiunse anche la sua famosa frase: “L’unico indiano buono è quello morto!”
Una delle iniziative dell’esercito più importanti in quel tormentato periodo di lotta degli indiani contro l’avanzare della pista ferrata, fu la creazione del battaglione composto da ben 4 compagnie di Pawnee. Il battaglione, nato su suggerimento di George A. Custer, fondato il 13 gennaio 1865, venne affidato al Maggiore Frank J. North. I Pawnee, inquadrati regolarmente come soldati dell’esercito e come tali ampiamente dotati di ottime armi e di una struttura gerarchica, nonostante l’immagine poco ortodossa che fornivano del battaglione (avevano anche l’autorizzazione a modificare la propria divisa a piacimento), seppero comportarsi bene, fronteggiando gli “war parties” in modo estremamente efficace. Alle armi tipiche dell’esercito americano affiancavano quelle più proprie della loro cultura, per cui al fucile ed alla pistola accostavano il classico coltellaccio della frontiera, ma anche un tomahawk o persino l’arco e le frecce.

Scout Pawnee
A quel tempo la parte del leone delle forze di disturbo alla ferrovia la facevano Sioux e Cheyenne, eterni nemici dei Pawnee del maggiore North. Il battaglione era di stanza presso Fort Kearny e da lì si muoveva rapidamente in supporto degli acquartieramenti avanzati della ferrovia. La presenza dei Pawnee di North era un buon deterrente per le bande che pensavano di attaccare gli operai, ma non sempre era sufficiente a coprire l’ampia fascia di territorio in cui erano disposti i cantieri. Uno degli interventi più famosi è stato quello presso la cittadina di Julesburg. Ai soldati arrivò in qualche modo la richiesta d’aiuto dei bianchi che vivevano in quei paraggi.
Le voci dicevano che Julesburg era persino a rischio di caduta per opera di numerose bande indiane riunite in un attacco senza precedenti. North ed il suo battaglione di Pawnee si mossero immediatamente e lungo la pista trovarono i cadaveri di 14 bianchi a cui era stato asportato lo scalpo, tagliata la lingua e in qualche caso gli arti erano stati staccati dal corpo. I corpi erano trafitti da parecchie frecce. Ma questa scena anticipava soltanto i guai che avrebbero trovato a Julesburg! La cittadina era stremata dall’assedio degli indiani e si temeva il peggio. L’arrivo del battaglione di Pawnee fu decisivo e risollevò le sorti degli assediati, al punto che in uno scontro a fuoco trovarono la morte 28 indiani; erano del gruppo che pochi giorni prima aveva sorpreso un distaccamento di 14 soldati di cui North aveva ritrovato i corpi poco prima. Subito dopo Julesburg sorsero grossi problemi con i Cheyenne.
Ad affrontare direttamente la questione andò il Maggiore North con una ventina dei suoi Pawnee. Sulla strada ci fu un primo scontro con un gruppo ridotto di Cheyenne; ridotto ma estremamente combattivo, tanto che quella dozzina di ottimi cavalieri (come testimoniò in seguito lo stesso North) riuscì a svicolare in tutta tranquillità dallo scontro a fuoco, perdendo un solo guerriero. North decise di inseguire i Cheyenne, commettendo l’imprudenza di lasciarsi dietro i suoi indiani. I Cheyenne, inseguiti, si avvidero di questo fatto e ritornarono parzialmente sui loro passi, andando contro North. Ne scaturì un altro conflitto a fuoco in cui il militare stava per avere la peggio, se non fosse stato per l’intuizione di nascondersi dietro il suo cavallo (che gli fece da scudo) in attesa dell’arrivo dei fedeli Pawnee. Nella fitta sparatoria North riuscì a ferire o uccidere ben 9 Cheyenne, conquistandosi sul campo i meriti di aver condotto un’azione temeraria e coraggiosa.
Dopo il completamento della ferrovia, North si ritirò in pensione e si dedicò al commercio del bestiame in società con Buffalo Bill di cui era buon amico.
I lavoranti della compagnia ferroviaria erano spesso ex-soldati, accomunati da un buon coraggio e da una grande pratica nell’uso delle armi. Tutti i dipendenti della compagnia venivano costantemente riforniti di armi ed altre potevano acquistarle in proprio, per provvedere alla propria autodifesa in caso di attacchi indiani. Attraverso questa modalità, era possibile trasformare rapidamente un gruppo di operai in micidiali macchine da difesa e offesa che poco avevano da invidiare dai battaglioni regolarmente inquadrati di militari.
La ferrovia procedeva con il suo classico schema d’azione, ma l’esperienza di mesi e mesi di attacchi indiani aveva ormai insegnato a non mandare avanti piccoli gruppi di lavoranti.

L’avanzata della ferrovia disturba le mandrie di bisonti

Si cercava sempre di avere numeri importanti e, comunque, di avere sempre personale di rincalzo a breve distanza dai gruppi più avanzati. Gli indiani, in effetti, non ricercavano quasi mai l’attacco frontale contro gruppi numerosi, preferendo piuttosto l’assalto a sorpresa con lo scopo di raccogliere del facile bottino senza perdere guerrieri. Si trattava di una tecnica efficace che otteneva anche di logorare i nervi dei bianchi, sempre timorosi di udire le urla dei guerrieri lanciati all’attacco.

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Storia degli Stati Uniti d’ America (sunto)

mappa divertente degli USA

La presidenza Jefferson

Il dibattito politico, inasprito dagli echi della Rivoluzione francese e dalle opposizioni alla sovranità del potere federale, vide emergere il partito repubblicano: a quest’ultimo apparteneva Thomas Jefferson, il quale, eletto presidente nel 1800 e riconfermato nell’incarico nel 1804, interpretò la volontà della grande massa dei piccoli proprietari terrieri (i farmers), spostando l’equilibrio federale a favore dell’autogoverno locale. L’atto più importante della sua presidenza fu l’acquisto della Louisiana, la cui annessione raddoppiò la superficie degli Stati Uniti e ne orientò lo sviluppo verso la colonizzazione.

Tra il 1806 e il 1809 Jefferson decretò una serie di misure che vietarono lo scambio commerciale con i paesi europei (Non-Importation Act, Embargo Act, Non-Intercourse Act), allo scopo di protestare contro le violazioni dei diritti commerciali dei paesi neutrali, compiute da Francia e Inghilterra nel corso delle guerre napoleoniche.

La guerra del 1812-1814

Durante la presidenza di James Madison, le tensioni crescenti con la Gran Bretagna nel 1812 portarono allo scoppio del conflitto anglo-americano, che si protrasse fino al 1814 con sorti alterne, ma senza risolutive operazioni militari: agli americani non riuscì il tentativo di sollevare il Canada, rimasto leale alla Corona, mentre gli inglesi riuscirono a conquistare Washington, venendo poi bloccati a Baltimora. Nel trattato di Gand, che pose fine al conflitto, i due paesi si impegnarono a restituirsi i territori conquistati e a definire in successivi colloqui la linea meridionale del confine canadese. Da quell’esperienza uscì rafforzato il sentimento nazionale degli americani, ormai persuasi che il loro futuro dovesse svincolarsi del tutto dalle vicende europee.

Sviluppo economico e territoriale

Nella prima metà del XIX secolo il territorio federale si accrebbe con l’ingresso nell’Unione degli stati della Louisiana (1812), dell’Indiana (1816), dell’Illinois (1818), dell’Alabama (1819) e della Florida (1819). Nel 1936 entrò a far parte dell’Unione il Texas, staccatosi dal Messico; nel 1846 il territorio del Nord-Ovest, che gli Stati Uniti ottennero in seguito a un trattato con la Gran Bretagna, e del vasto Sud-Ovest, ottenuto con la guerra contro il Messico.

A metà Ottocento il confine occidentale era giunto al Pacifico e si contavano più di trenta stati aderenti all’Unione. Un’economia fiorente e in rapido sviluppo agevolò il precoce avvio dell’industrializzazione, che mise radici negli stati atlantici, in particolare in quelli del Nord-Est, dove sorsero fabbriche moderne, all’avanguardia nello sviluppo tecnologico. Gli americani furono tra i primi a produrre, utilizzando la tecnologia del vapore e degli altiforni, i battelli a propulsione meccanica e le locomotive. Si lanciarono quindi nella corsa alla costruzione di strade ferrate in modo così intenso che la rete ferroviaria americana nel 1860 risultava la più estesa al mondo. Il nuovo mezzo di trasporto accompagnò e sostenne lo sviluppo economico, fornendo l’intelaiatura infrastrutturale senza la quale non sarebbe stato possibile organizzare uno spazio di quelle dimensioni. La rapidità di tale sviluppo risultò più accentuata nel settore industriale, nel quale a metà secolo gli Stati Uniti si collocavano al quarto posto nella graduatoria mondiale.

Altrettanto eccezionale fu la crescita demografica: la popolazione balzò dai 9,5 milioni di abitanti del 1820 agli oltre 31 milioni del 1860, con un tasso di incremento che non aveva eguali nella storia. Significativa fu la quota dello sviluppo demografico derivante dall’immigrazione: un flusso migratorio, a crescita quasi esponenziale, mosse dall’Europa, principalmente dall’Irlanda, dalla Germania e dalla Scandinavia. Numerosi giunsero anche gli africani, deportati in schiavitù per essere sfruttati come forza lavoro nelle piantagioni di cotone e di tabacco degli stati meridionali. Gli immigrati bianchi in parte si stabilirono negli originari tredici stati, in parte si diressero verso ovest, là dove un territorio vergine e sconfinato offriva un incessante richiamo allo spirito d’avventura di coloni e di pionieri. La scoperta dell’oro in California nel 1849 spinse migliaia di persone a dirigersi all’Ovest e a popolare le coste del Pacifico. Fu questo il contesto in cui nacque l’epopea del “Far West” (il “lontano Ovest”), un’epopea dapprima di carattere contadino, ma ben presto personificata da allevatori di bestiame, artigiani, commercianti, banchieri, costruttori di ferrovie, giunti in massa al richiamo delle grandi potenzialità affaristiche offerte dall’Ovest. A farne le spese furono le popolazioni indigene, che vennero letteralmente sterminate.

Isolazionismo e democrazia

Dopo la guerra del 1812-1814 contro i britannici, si radicarono nella politica americana le tendenze isolazioniste, favorite proprio dalla Gran Bretagna, convinta che l’America, al riparo da qualsiasi ingerenza europea, si sarebbe adattata a una posizione di dipendenza economica. Alla presidenza di James Monroe si fa risalire la proclamazione ufficiale della linea isolazionista, compendiata nella celebre formula “L’America agli americani” (vedi Dottrina Monroe). Sotto la presidenza di Andrew Jackson (1829-1837), esponente di punta del partito democratico, si posero le basi della democrazia americana, imperniata sulla diffusa partecipazione popolare, sull’allargamento del suffragio (con l’esclusione dei neri) e sul carattere elettivo di molte cariche istituzionali. Si stabilizzò contemporaneamente il bipolarismo partitico: da una parte il partito democratico, con forte insediamento sociale al Sud, espressione dello spirito libertario e individualista degli uomini della frontiera, con venature radicali che lo collocavano a sinistra; dall’altra il partito Whig, apparso nel 1834, espressione degli interessi industriali e finanziari del Nord.

Il problema della schiavitù

Già alla fine del XVIII secolo le differenze economiche e politiche apparivano polarizzate dal contrasto tra gli stati del Nord e quelli del Sud, un contrasto che per diverso tempo si concentrò sulle tariffe doganali: gli stati meridionali erano favorevoli al libero commercio perché le materie prime da loro prodotte, come il cotone e il tabacco, non avevano rivali sul mercato internazionale. La libertà commerciale costituiva la condizione per la prosperità dell’economia agricola delle grandi piantagioni del Sud. Gli stati industriali del Nord, al contrario, propugnavano misure protezionistiche per tutelare le loro merci dalla concorrenza dei manufatti inglesi. Proprio in merito a questioni commerciali fu lanciata la prima minaccia di secessione quando, nel 1828, il South Carolina si dichiarò pronto a staccarsi dall’Unione se fosse stata approvata una tariffa doganale considerata contraria agli interessi dei suoi coltivatori.

La causa fondamentale del contrasto risiedeva tuttavia nella schiavitù. La linea di separazione tra stati schiavisti e stati antischiavisti, definita dal Compromesso del Missouri (1820), correva tra il Missouri, il Delaware, il Maryland e il West Virginia: a settentrione la schiavitù era proibita, a sud legalizzata. La questione riguardava circa 4.000.000 di africani, oltre il 12% della popolazione. Il contrasto si acuì in seguito all’ingresso nell’Unione dei nuovi stati del Texas, dell’Oregon e della California, che metteva in discussione il Compromesso del Missouri, e quindi alla legge sul Kansas e sul Nebraska (vedi Kansas-Nebraska Act), che stabiliva il principio in base al quale ogni stato era libero di decidere sullo schiavismo, indipendentemente dalla propria collocazione geografica. A contrastare le tradizioni e gli interessi del fronte schiavista si formò negli anni Trenta un movimento abolizionista, presto trasformatosi in forza politica a carattere partitico, che prese nome di Free Soil Party, partito del “libero suolo”, favorevole al contenimento della schiavitù negli antichi confini. Da questo nucleo si costituì il Partito repubblicano, nel quale emerse una corrente decisamente abolizionista.

Guerra di secessione

La questione della schiavitù divenne dirompente dopo la metà dell’Ottocento, quando il nuovo Partito repubblicano diede rappresentanza politica alle forze antischiaviste, che includevano sia borghesi e operai degli stati del Nord, mossi da ragioni umanitarie e dal convincimento della superiorità del libero mercato del lavoro, sia contadini e coloni di quasi tutti gli stati entrati da poco nell’Unione.

Il contrasto tra il Nord abolizionista e il Sud schiavista sfociò nella guerra civile, dopo l’elezione a presidente degli Stati Uniti (novembre 1860) di Abraham Lincoln, capo del Partito repubblicano, favorevole a una graduale abolizione della schiavitù. Nel dicembre del 1860 undici stati del Sud si staccarono dall’Unione, costituendosi negli Stati Confederati d’America (febbraio 1861), una confederazione indipendente sotto la presidenza di Jefferson Davis e con una propria capitale, Richmond, in Virginia. Il Nord rispose con la mobilitazione di un esercito, a cui si contrapposero le forze sudiste guidate dal generale Robert Lee. Nell’aprile vi fu il primo scontro armato della guerra civile che si sarebbe combattuta per quattro anni con grande dispiegamento di uomini e di armi. La mobilitazione di un grande numero di soldati (quasi cinque milioni tra i due eserciti) e il ricorso alla nuova tecnologia militare – per la prima volta furono utilizzati il fucile a ripetizione, le mine, la mitragliatrice, le corazzate, i siluri, che fecero di questa guerra la prima dell’era industriale – causò un elevatissimo numero di vittime (circa 700.000) e gravissimi danni alle città coinvolte nel conflitto.

La superiorità economica e demografica del Nord pesò sull’esito del conflitto, che si concluse il 9 aprile 1865 con la capitolazione dei sudisti. Il 14 aprile Lincoln venne assassinato durante una rappresentazione teatrale da un fanatico sudista. Il 6 dicembre fu decretata l’abolizione della schiavitù in tutti gli stati dell’Unione con il 13° emendamento della costituzione. Due successivi emendamenti, il 14° (1868) e il 15° (1870), garantirono ai neri pieni diritti civili e politici. Vedi anche Guerra di secessione americana.

La ricostruzione

Con la vittoria dei federali il paese poté essere pienamente unificato. Contrariamente alla linea politica di Lincoln, che avrebbe voluto attuare un piano di riconciliazione nazionale, il Congresso impose al successore, Andrew Johnson, un progetto definito di “ricostruzione” che in realtà instaurò negli stati del Sud un regime di occupazione militare. La piaga della disoccupazione colpì oltre 3 milioni e mezzo di neri liberati, mentre la produzione cotoniera calò vistosamente. In un clima tutt’altro che pacificato i settori oltranzisti si organizzarono in gruppi clandestini, tra cui il Ku Klux Klan, che cominciarono a praticare forme di terrorismo e atti di violenza contro la popolazione nera.

Le forze capitalistiche trassero grande vantaggio dalla ricostruzione postbellica, che favorì il pieno sviluppo dell’economia industriale e l’espansione dei capitali dell’Est a tutto il territorio americano. In mezzo secolo gli Stati Uniti passarono al primo posto nella graduatoria mondiale della produzione industriale. Assunsero una posizione dominante le concentrazioni industriali e finanziarie (corporations), nonché i grandi imperi economici (trusts) collegati alle dinastie di capitalisti, come i Rockefeller, i Carnegie, i Morgan, gli Harriman.

Le ferrovie, organizzando il più grande mercato nazionale del mondo, servirono a commercializzare la produzione agricola dell’Ovest e a portare nelle campagne gli interessi e la mentalità dei capitalisti dell’Est. Decisiva risultò la costruzione, in soli sette anni, della prima linea transcontinentale americana che, partendo da Omaha nel Missouri, raggiungeva San Francisco, sul Pacifico. Grazie al treno le grandi pianure dell’Ovest si trasformarono da terra di allevatori in terra di contadini stabili, perché le potenzialità di crescita dell’agricoltura vennero incrementate dalla possibilità di fare arrivare in tempo breve le derrate alimentari dai luoghi di produzione a quelli di consumo.

I nuovi immigrati

La nuova fase di sviluppo economico fu alimentata da un’ulteriore progressione nella crescita demografica, favorita anche dalla crisi economica in cui versava l’Europa. Oltre dieci milioni di persone si trasferirono dall’Inghilterra, dall’Irlanda e dalla Germania. Una successiva corrente migratoria riversò, tra il 1890 e il 1914, negli Stati Uniti circa 16 milioni di scandinavi, di ebrei, di polacchi, di russi e di italiani, oltre a 4 milioni di asiatici. Fu allora che gli Stati Uniti confermarono la loro peculiarità storica, quella di rappresentare un crogiolo di etnie e di razze (il melting pot), un’autentica nazione di nazioni. Il tasso di incremento demografico toccò il livello record del 171% (dai 32 milioni di abitanti del 1860 ai 92 milioni del 1910), sostenuto certo dall’immigrazione, ma ancora di più dagli elevati indici di natalità.

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Questo video è dedicato alle culture e alle tradizioni indiane .Entrando s’incontrano la magia, la saggezza e la profondità di questa grandiosa civiltà, i suoi insegnamenti di ricerca spirituale e la purezza delle loro tradizioni.Una riscoperta che sta insegnando a tutti nuovi valori allinsegna del rispetto per la Madre Terra .Il contatto con la culture degli Indiani d’America non può lasciare indifferenti, perché esse racchiudono un patrimonio per la mente e per l’anima. Occorre sfatare preconcetti e pregiudizi, che possono accompagnarci, anche nostro malgrado, considerata l’impostazione della nostra storiografia.Per loro il dono della visione mistica è il traguardo supremo di ogni vita. ed ecco cosa risponde un Capo del XIX secolo in una registrazione ufficiale: “Eravamo un popolo senza leggi,vivevamo bene mantenendo la nostra parola di uomini, eravamo in ottimi rapporti con il Grande Spirito, Creatore e Signore del Tutto. Ci giudicavate dei selvaggi. Non capivate le nostre preghiere, né cercavate di capirle. Quando cantiamo le nostre lodi al sole, alla luna e al vento, ci trattate da idolatri… Senza capire, ci avete condannati come anime perse, la nostra religione non è diversa dalla vostra confrontata con parte delle vostre bibliche scritture”.