Io Faustina, sono stata all’inferno: uno spazio vastissimo. La sua mappa è questa

disco inferno--620x385

“Fecemi la somma sapienza e il primo amore”

SuorFaustina Kowalska

racconta le 7 caratteristiche dell’inferno

eppure ci sono uomini dannati che soffrono più di alcuni demoni, perché l’intensità del loro peccato in vita superò addirittura quello di taluni spiriti angelici. Tra i peccati, ce ne sono quattro particolarmente gravi, sono i cosiddetti peccati che invocano la vendetta divina: l’omicidio volontario, le perversioni sessuali che confondono la società (sodomia e pedofilia), l’oppressione dei poveri, il defraudamento della giusta mercede a chi lavora […] Al contrario di quanto predicano certi cattobuonisti, Dio non è una “energia positiva che accoglie e perdona tutto”, ma un salvatore misericordioso e un giudice terribile. Non dimentichiamoci che l’apocastasi, dottrina che vuole la salvezza universale del creato alla fine dei tempi, è una eresia già condannata dalla chiesa nel 543 dal concilio di Costantinopoli. Il demonio non vuole essere perdonato, entra totalmente nel mistero di iniquità, anche da dannato continua ad invidiare Dio, a non voler ammettere la sua condizione creaturale, a voler bramare a tutti i costi la condizione di Dio…

di Gaetano Masciullo

Divisi su tutto, uniti dall’odio. Verso la Chiesa

Il novecento è stato uno dei secoli più difficili della storia della chiesa. Secondo alcuni storici, ci sono stati più martiri cristiani nel secolo scorso che in tutti gli otto secoli precedenti. E’ una cifra spaventosa, sicuramente non esagerata: basti pensare all’odio anticattolico perpetuato da regimi di tutto il mondo, in primis quelli formatisi dall’ideologia comunista, che a partire dalla Russia contaminò nazioni di tutti i continenti, in particolar modo nazioni asiatiche come la Cina, il Vietnam, il Laos, la Cambogia e la Corea del Nord, dove ancora sussistono simili tirannie. Le persecuzioni tuttavia sono provenute anche da governi cosiddetti liberal-massonici, come quello messicano di Calles, o da dittature di destra, come il nazionalsocialismo tedesco che deportò, insieme a zingari, ebrei e comunisti, numerosi figli (e figlie) consacrati della chiesa. E’ l’odio verso la chiesa cattolica ciò che accomuna tutti i poteri non cristiani della storia.

Ma la persecuzione anticattolica non ha portato solo un odio “fisico”, materiale, ma anche ad uno più subdolo e crudele: l’odio ideologico. È la nascita delle grandi impalcature filosofiche anticristiane del Novecento. Si diffuse la filosofia dello scetticismo, il pensiero di Marx, Nietzsche e Freud, che attaccarono e definirono la Chiesa e la cristianità come i nuclei della “decadenza morale occidentale”. Si proclamò con fierezza la morte di Dio… e tuttavia noi siamo ancora qui, figli di quella Chiesa santa e peccatrice, apostolica e cattolica, vera depositaria della civiltà europea e mondiale. Una civiltà che dimentichiamo ogni giorno di più… e a che prezzo!

Dio ci avvisa: l’inferno esiste, rimuoverlo non serve

S. Faustina Kowalska

Se da una parte il nemico della fede imperversa nel mondo, seminando errori, guerre e vuoti spirituali, ergendosi contro i credenti con violenze inaudite e superbia, dall’altra parte Dio, colui che è mite ed umile di cuore, colui che agisce sempre nel nascondimento, perché agli uomini di buona volontà è destinato il suo eterno messaggio di salvezza, suscita in piccoli uomini e donne, spesso ignoranti se non proprio analfabeti, veri e propri monumenti di santità, modello di purezza e carità per il mondo intero.

E’ così che nel Novecento siamo stati testimoni di due grandi catechesi divine, che ci hanno ricordato la presenza reale ed eterna dell’inferno, destino inesorabile per coloro che spontaneamente decidono di rifiutare Dio e la sua grazia. Sia nelle apparizioni di Maria ai tre veggenti di Fatima, infatti, che nelle apparizioni di Gesù a suor Faustina Kowalska, l’inferno è una costante, una realtà che ci invita a riflettere, persino a convertirci quotidianamente.

Dio non è buonista. Ma l’inferno è opera di giustizia

Foto di suor Faustina

Santa Faustina è l’apostola della divina misericordia e potrebbe sembrare strano che proprio attraverso lei Gesù Cristo abbia deciso di darci la più esaustiva catechesi del secolo scorso sull’Inferno. Ma, come ci insegna anche Dante nel III canto de L’Inferno, l’abisso doloroso è opera del primo amore, cioè della misericordia stessa di Dio.

Non è una contraddizione, come potrebbe sembrare di primo acchito. La catechesi di suor Faustina sembra quasi un monito contro una degenerazione che di lì a poco avrebbe contaminato molti sacerdoti cattolici: con la malaria del “buonismo” (lontanissimo dall’essere bontà), l’idea secondo cui Dio perdonerebbe sempre e a prescindere, a prescindere persino dal pentimento e dalla reiterazione del peccato, il quale non offenderebbe la sua maestà e basterebbe sentirsi a posto con la propria coscienza per essere in grazia di Dio.

Funerali di suor Faustina

L’inferno è opera della giustizia di Dio, ma la giustizia ha per fondamento proprio l’amore, la misericordia. Dio non è buonista. Proprio perché ama tutti indistintamente, Dio non può infliggere a qualcuno ciò che mai ha desiderato. E’ un atto di giustizia. A ciascuno il suo. Chi ha voluto l’odio, riceverà l’odio. Chi ha goduto della sofferenza e della violenza, convivrà eternamente con la violenza nel buio del proprio spirito. “Si raccoglie quel che si semina” (Proverbi 22,8), mette in guardia la Scrittura. E ancora: “Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati” (Matteo 5,6). La giustizia di Dio, proprio perché basata sulla misericordia, è molto semplice, ma non degenere.

“Oggi sono stata all’inferno: occupa uno spazio vastissimo”

Con le sue consorelle

Queste sono le parole che la Santa mistica scrisse nel proprio diario:

“Oggi, guidata da un angelo, sono stata negli abissi infernali. E’ un luogo di grandi torture e lo spazio che occupa è vastissimo”.

Queste le varie pene che ho viste: la prima pena, quella che costituisce l’inferno, è la perdita di Dio; la seconda, i continui rimorsi di coscienza; la terza, la consapevolezza che quella sorte non cambierà mai; la quarta pena è il fuoco che penetra l’anima, ma non l’annienta; è una pena terribile: è un fuoco puramente spirituale acceso dall’ira di Dio; la quinta pena è l’oscurità continua, un orribile soffocante fetore, e benché sia buio i demoni e le anime dannate si vedono fra di loro e vedono tutto il male degli altri ed il proprio; la sesta pena è la compagnia continua di satana; la settima pena è la tremenda disperazione, l’odio di Dio, le imprecazioni, le maledizioni, le bestemmie”.

LA MAPPA DELL’INFERNO È QUESTA

  1. Perdita di Dio. Scrive suor Faustina che è la perdita di Dio che “costituisce l’inferno”. Effettivamente l’inferno non è un luogo fisico, ma anche uno stato dell’anima. Gli spiriti infernali, siano essi angelici o umani, sono privi sia della visione di Dio (come noi uomini viventi del resto) sia della grazia di Dio (cosa che noi viventi possiamo ottenere). Questa perdita è anche detta pena del danno. Suor Faustina percepisce l’inferno come “uno spazio vastissimo”. Ma l’inferno è uno stato adimensionale, privo cioè sia di spazio sia di tempo, materialmente intesi; eppure Faustina, dotata di corpo e anima, lo percepì durante il viaggio estatico come uno “spazio vastissimo”. L’inferno è interminabile, sconfinato. Non c’è limite di spiriti che possa contenere. Ogni spirito dannato crea dentro di sé il proprio inferno, perdendo in maniera definitiva la grazia e convivendo esclusivamente con il proprio peccato. Il tempo degli spiriti infernali – ma anche di quelli celesti – non è materialmente inteso, viene definito aevum dal Doctor Angelicus, Tommaso. Quando ci sarà il giudizio universale, i corpi risorgeranno sia per i dannati sia per i beati e la pena degli spiriti infernali aumenterà perché sarà anche a livello fisico. Allora l’inferno acquisterà una dimensione, quella spaziale, tipica dei corpi, ma continuerà ad avere l’aevum come tipologia temporale.

  2. Continui rimorsi di coscienza. Dalla perdita di Dio scaturiscono tutte le altre pene. L’incapacità di percepire la grazia di Dio, di quel Dio che pure è presente nell’Inferno in quanto spirito onnipresente, suscita il primo grande tormento dello spirito, sia esso un angelo decaduto o un defunto: il rimorso. I condannati sono perfettamente consapevoli di quale enorme opportunità hanno perso e soprattutto quale grande tesoro hanno gettato via: il paradiso. Ma la consapevolezza non basta ed anzi suscita grande dolore. Se uno analizza i termini della Bibbia sull’inferno, scopre ben presto che vengono utilizzati termini impersonali: fuoco che non si spegne (Marco 9,48); fuoco eterno (Matteo 25,41); forno di fuoco (Matteo 13,42); fuoco ardente (Ebrei 10,27); lago di fuoco e zolfo (Apocalisse 19,20); gehenna di fuoco (Matteo 5,22); fiamma che tormenta (Luca 16,25). Il tormento infernale comune a tutti gli spiriti dannati, paradossalmente, viene da se stessi e non da Dio e questo tormento è proprio il rimorso della coscienza, il verme che non muore mai (Marco 9,48). Ecco perché il vangelo intero è un messaggio di pentimento, invita a prendere consapevolezza, prima che questa consapevolezza sia presa troppo tardi, quando non sarà più possibile tornare indietro ed allora rimarrà solamente il rimorso.

  3. Eternità della dannazione. Gli spiriti sono, per loro natura, immortali. Sebbene molti demoni e defunti sono spiriti assai disperati e tristi, tanto che vorrebbero spegnere la loro esistenza: non possono farlo perché uno spirito non si può dissolvere nel nulla. Il nulla non esiste. I dannati sono consapevoli che la ribellione è stata una decisione insensata, cattiva, che ha provocato solo del male, ma non riescono a pentirsi, perché i loro spiriti sono stati “deformati” dal peccato, hanno cioè perso tutta la componente benefica, incluso il sentimento e la virtù della speranza. L’unica felicità rimasta nel dannato è quella più infima, la mera felicità di essere. Da qui si capisce perché i demoni, anche contro la loro volontà, rendono gloria a Dio: gli rendono gloria con la loro stessa esistenza, con il semplice fatto che esistono. Il fatto che esistano è una prova necessaria alla creazione per dire che Dio è misericordioso, ma anche terribile nel suo giudizio, dimostrato dal fatto che Egli frena e punisca esseri così potenti. La loro esistenza è prova della santità divina, perché Dio come un padre tante volte li richiamò alla penitenza, prima che decidessero definitivamente di vivere senza di Lui. L’esistenza stessa è un dono ed è l’unico dono di Dio rimasto negli spiriti dannati. Ogni dono di Dio è fonte di felicità, per questo padre Fortea, il noto esorcista, scrive nella sua opera Summa Daemoniaca che gli spiriti infernali soffrono per l’eternità, ma al contempo godono del grado più basso di felicità, appunto la felicità di esistere. “Perfino con loro Dio è buono, perché concede loro l’esistenza. Esistere è un bene – scrive Padre Fortea – anche se si soffre. Se si cessasse di essere, si finirebbe di soffrire, ma si perderebbe la possibilità del bene, per quanto poco possa essere”. Per questo sotto esorcismo, i demoni spesso sono costretti a rendere gloria a Dio, per il dono stesso della loro vita, seppure miserabile.

  4. Inviolabilità dello spirito. Il fuoco del rimorso tormenta lo spirito, ma lo lascia inviolato. Precisa Santa Faustina: “fuoco puramente spirituale acceso dall’ira di Dio”. Oltre al dolore del rimorso, ogni spirito dannato subisce tormenti eterni a seconda del peccato in cui si decise di perseverare in vita: è la cosiddetta pena del senso. Ci sono gradi di sofferenza diversi a seconda dell’intensità del peccato, ma tutti gli spiriti dannati soffrono. I peccati intellettivi sono più gravi di quelli carnali, quindi vengono puniti con più gravità. I demoni non potevano peccare per debolezza carnale, come noi uomini, per questo i loro peccati sono gravissimi, eppure ci sono uomini dannati che soffrono più di alcuni demoni, perché l’intensità del loro peccato in vita superò addirittura quello di taluni spiriti angelici. Tra i peccati, ce ne sono quattro particolarmente gravi, sono i cosiddetti peccati che invocano la vendetta divina: l’omicidio volontario, le perversioni sessuali che confondono la società (sodomia e pedofilia), l’oppressione dei poveri, il defraudamento della giusta mercede a chi lavora. Questi peccati gravissimi più di tutti “accendono l’ira di Dio”, perché egli ha cura di ogni suo figlio, soprattutto dei più piccoli, dei più poveri, dei più deboli. Ci sono anche altri sette peccati, particolarmente gravi anche perché mortali per l’anima, e sono i sette peccati contro lo Spirito Santo: la disperazione della salvezza, la presunzione di salvarsi senza merito (questo peccato è molto diffuso tra i protestanti che credono di salvarsi “per sola fede”), impugnare la verità conosciuta, l’invidia della grazia altrui, l’ostinazione nei peccati, l’impenitenza finale. Gli esorcismi sono la prova che gli spiriti dannati convivono eternamente con il proprio peccato. I demoni, infatti, si differenziano proprio a seconda del loro “peccato”: ci sono demoni dell’ira e quindi si manifestano con rabbia e furore; demoni della disperazione e quindi si mostrano sempre tristi e senza speranza, demoni dell’invidia e quindi più degli altri odiano tutto ciò che li circonda, inclusi gli altri demoni. Poi ci sono i peccati dettati dalla debolezza carnale e dalle passioni. Essi sono di intensità minore, perché dettati dalla debolezza della carne, ma possono essere egualmente gravi e quindi mortali per l’anima, perché comunque deformano lo spirito e allontanano dalla grazia. Sono proprio questi i peccati che più trascinano le anime all’Inferno, come ha detto Maria ai tre veggenti di Fatima. “Vegliate e pregate per non cadere in tentazione, lo spirito è pronto, ma la carne è debole” (Matteo 26,41).

  5. Oscurità continua. Le tenebre esterne di cui parla il vangelo (Matteo 8,12) si riferiscono proprio a questa caratteristica infernale. Dio è onnipresente, non c’è luogo o essere che Dio non possa raggiungere, eppure anche se Dio è presente negli spiriti dannati, è capace di sondare ogni loro pensiero, i demoni non lo percepiscono e al contrario, corrotti dai peccati, si sentono totalmente lontani da lui. Questa oscurità dunque è la definizione stessa del male, privatio boni, come direbbe Sant’Agostino, ossia privazione del bene, della luce di Dio. Aggiunge suor Faustina che, nonostante l’oscurità, i demoni e i defunti dannati comunicano tra di loro, riescono a “vedersi”, e vedono anche i loro peccati. Gli spiriti, in quanto privi di corpi, non hanno bisogno di un linguaggio verbale o, comunque, semantico per comunicare tra di loro. Ad essi basta la volontà, è una comunicazione che potremmo definire telepatica. Gli spiriti dannati formano un tutt’uno, sono collegati tra loro, così ad ogni pena personale si aggiunge la visione orribile dei peccati e delle pene altrui. E’ una sorta di “comunione dei dannati”.

  6. Compagnia continua di Satana. E’ questo un elemento che accomuna molte descrizioni dell’Inferno da parte di mistici santi. Santa Veronica Giuliani, ad esempio, riporta che: “la visione di Satana forma il tormento dell’Inferno, come la visione di Dio forma la gioia del Paradiso”. La visione è intesa come la penetrazione spirituale, totale e onnicomprensiva, del mistero in considerazione. Avere la visione di Satana è qualcosa di terribile, un tormento inimmaginabile. Scrive ancora la santa Giuliani: “La visione di Satana, il loro massimo nemico e l’artefice in parte della loro dannazione, li fa soffrire indicibilmente”.

  7. Tremenda disperazione, odio di Dio, bestemmie. Ogni defunto condannato all’inferno si degrada ontologicamente nel male, in misura pari se non peggiore rispetto a quelli d’origine angelica. La perdita di ogni virtù porta lo spirito a provare esclusivamente disperazione, a provare gli stessi sentimenti di Satana. Tra questi, merita particolare attenzione l’odium inimicitiae, l’odio contro Dio, un odio radicale che caratterizza la volontà dei demoni. Qualcuno chiede: “Se gli spiriti dannati dovessero pentirsi, Dio li perdonerebbe?”. Sicuramente! Il problema del peccato non è un problema di onnipotenza divina, poiché Dio può perdonare anche Satana, ma è un problema di volontà del peccatore. Al contrario di quanto predicano certi cattobuonisti, Dio non è una “energia positiva che accoglie e perdona tutto”, ma un salvatore misericordioso e un giudice terribile. Non dimentichiamoci che l’apocastasi, dottrina che vuole la salvezza universale del creato alla fine dei tempi, è una eresia già condannata dalla chiesa nel 543 dal concilio di Costantinopoli. Il demonio non vuole essere perdonato, entra totalmente nel mistero di iniquità, anche da dannato continua ad invidiare Dio, a non voler ammettere la sua condizione creaturale, a voler bramare a tutti i costi la condizione di Dio…

“Quanto rivelato e scritto sull’Inferno è solo una pallida ombra della realtà” (Santa Faustina Kowalska)

————o0o————

Guardate come anche Faustina si stata ripescata da Giovanni Paolo II!
Nei suoi scritti, Faustina non accenna ad alcun pentimento personale dell’uomo ma delega tutto alla Divina Misericordia di Dio.
Sarebbe troppo facile vero…? Secondo quella logica pure i demoni potrebbero andare in Paradiso pensateci bene.

Lei e i suoi scritti erano stati messi all’indice come libri pericolosi e da evitare dai papi preconciliari.
In effetti i movimenti carismatici di Medjugorje hanno la devozione per Faustina con la sua coroncina, ed i papi postconciliari vi vanno tutti a braccetto…
Il tutto contro la vera Devozione al Sacro Cuore Di Gesù! Pensateci… Lo stesso Bergoglio, appena eletto, al primo Angelus ha parlato di Misericordia, riferendosi al Cardinale Kasper. Ma c’è di più.

Sin dal Concilio Vaticano Secondo serviva una giustificazione per spiegare che l’Inferno non esiste, che se esiste è vuoto e che comunque; che il diavolo è una leggenda vetero medioevale e che tutti si salvano (persino contro la propria volontà). Anzi, mettiamola così: bisognava dare una visione buonista che alla fine della storia si salvano anche Lucifero, Satana e tutti i diavoli, grazie alla Misericordia di Dio.

Ovviamente la Kowalska non ha detto affatto questo! Ma l’aver trattato un tema come la Misericordia s’è prestata ad essere strumentalizzata nelle varie forme tra cui l’aver introdotto i Misteri della Luce nel Rosario.

——————-o0o——————-

Linferno visto da  Suor Faustina Kowalska

Kowalska Elena (Maria Faustina) nacque il 25 marzo 1855 a Glogowiec, in Polonia. Entrò nella Congregazione della Beata Vergine Maria della Misericordia. Per ordine del suo Direttore spirituale scrisse il diario personale, che intitolò La Divina Misericordia nell’anima mia. Morì a trentatré anni il 5 ottobre 1938. Anche Suor Faustina Kowalska fece l’esperienza dell’inferno. Ecco come lei racconta l’evento: «Oggi, sotto la guida di un angelo, sono stata negli abissi dell’inferno. È un luogo di grandi tormenti per tutta la sua estensione spaventosamente grande. Queste le varie pene che ho visto: la prima pena, quella che costituisce l’inferno, è la perdita di Dio; la seconda, i continui rimorsi di coscienza; la terza, la consapevolezza che quella sorte non cambierà mai; la quarta pena è il fuoco che penetra l’anima, ma non l’annienta; è una pena terribile: è un fuoco puramente spirituale acceso dall’ira di Dio; la quinta pena è l’oscurità continua, un orribile soffocante fetore, e benché sia buio i demoni e le anime dannate si vedono fra di loro e vedono tutto il male degli altri e il proprio; la sesta pena è la compagnia continua di Satana; la settima pena è la tremenda disperazione, l’odio di Dio, le imprecazioni, le maledizioni, le bestemmie. Queste sono pene che tutti i dannati soffrono insieme, ma questa non è la fine dei tormenti. Ci sono tormenti particolari per le varie anime che sono i tormenti dei sensi. Ogni anima con quello che ha peccato viene tormentata in maniera tremenda e indescrivibile. Ci sono delle orribili caverne, voragini di tormenti, dove ogni supplizio si differenzia dall’altro. Sarei morta alla vista di quelle orribili torture, se non mi avesse sostenuta l’onnipotenza di Dio. Il peccatore sappia che col senso col quale pecca verrà torturato per tutta l’eternità». E aggiunge: «Scrivo questo per ordine di Dio, affinché nessun’anima si giustifichi dicendo che l’inferno non c’è, oppure che nessuno sa come sia. Io, Suor Faustina Kowalska, per ordine di Dio sono stata negli abissi dell’inferno, allo scopo di raccontarlo alle anime e testimoniare che l’inferno c’è. Quello che ho scritto è una debole ombra delle cose che ho visto. Una cosa ho notato e cioè che la maggior parte delle anime che ci sono, sono anime che non credevano che ci fosse linferno».

-o0o-

E così, ecco che dal cappello esce fuori Faustina Kowalska. Wojtyla, conterraneo, la conosceva e l’ha portata a conoscenza del mondo. La persona giusta al momento giusto e nella forma giusta. Eppure Don Luigi Villa, fra i pochi, ne parlò a suo tempo e possediamo, grazie al Cielo, il suo mirabile lavoro nella rivista di Chiesa Viva che qui riporto, per approfondimenti.

——————o0o——————

L’Inferno visto dai Santi

a cura di Padre Antonio di Monda o.f.m. 1infernoParlo d’inferno… e mi sembra già di sentire gli sghignazzamenti, i risolini ironici, i giudizi sprezzanti di tutti i… superuomini arrivati. Beati loro! Alla convinzione che l’inferno è una favola, un’invenzione di anime tristi che, consapevolmente o no, appestano l’aria con queste fantasie mefitiche. Sull’inferno purtroppo oggi forse si scherza troppo: fioriscono barzellette e battute che, per lo più, tendono appunto a svuotare di significato una realtà ritenuta fantasia e creazione di preti e di gente triste. Come si può oggi – dicono tanti – parlare ancora d’inferno, nell’era della tecnica onnipotente e di conquiste quasi incredibili? Ma, sia detto a scanso di equivoci: lazzi e sorrisetti ironici e altre cose del genere, non devono impressionare troppo, perché alla verità non si perviene con negazioni idiote e ironie stupide. Se tutto il mondo arrivasse alla pazzia di affermare che il sole è un’illusione, non per questo il sole cesserebbe di essere. La verità è indistruttibile ed eterna come Dio, e l’inferno è una realtà di ragione e di rivelazione, che niente e nessuno, nonostante i tanti interrogativi che solleva, potrà vanificare. È vero, molti – e sono soprattutto agnostici, razionalisti e materialisti e uomini dalla dubbia condotta – non credono all’inferno, adducendo ragioni su ragioni che non provano niente. L’inferno – dicono molti di loro – è qui sulla Terra. E ora diamo la parola a chi – per grazia speciale di Dio – ha potuto visitare il luogo dell’eterno castigo.

«Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e lanima e il corpo nella Geenna» (Mt 10, 28).

«Meglio entrare nella vita monco o zoppo, che avere due mani e due piedi ed essere gettato nel fuoco eterno» (Mt 18, 8).

«Se il tuo occhio ti scandalizza, cavalo: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, che essere gettato con due occhi nella Geenna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue» (Mc 9, 42).

Linferno visto da Santa Teresa dAvila

santa teresa d'avilaMonaca e riformatrice del Carmelo, Teresa di Gesù, nata ad Avila in Spagna il 28 marzo 1515 e morta ad Alba il 4 ottobre 1582, è una dei Santi che ha visto l’inferno. Lo racconta essa stessa nella vita scritta da lei in questi termini: «Un giorno mentre ero in orazione; mi trovai tutt’a un tratto trasportata intera nell’inferno. Compresi che Dio mi voleva far vedere il luogo che i demoni mi avevano preparato, e che io mi ero meritato con i miei peccati. Fu una visione che durò pochissimo, ma vivessi anche molti anni, mi sembra di non poterla più dimenticare. L’ingresso mi pareva un cunicolo molto lungo e stretto, simile a un forno assai basso, buio e angusto; il suolo tutto una melma puzzolente piena di rettili schifosi. In fondo, nel muro, c’era una cavità scavata a modo di nicchia, e in essa mi sentii rinchiudere strettamente. E quello che allora soffrii supera ogni umana immaginazione, né mi sembra possibile darne solo un’idea perché cose che non si sanno descrivere. Basti sapere che quanto ho detto, di fronte alla realtà sembra cosa piacevole. Sentivo nell’anima un fuoco che non so descrivere, mentre dolori intol­lerabili mi straziavano orrendamente il corpo. Nella mia vita ne ho sofferto moltissimi, dei più gravi che secondo i medici si possano subire sulla Terra, perché i miei nervi si erano rattrappiti sino a rendermi storpia, senza dire dei molti altri di diverso genere, causatimi in parte dal demonio. Tuttavia, non sono nemmeno da paragonarsi con quanto allora ho sofferto, specialmente al pensiero che quel tormento doveva essere senza fine e senza alcuna mitigazione. Ma anche questo era un nulla innanzi all’agonia dell’anima. Era un’oppressione, un’angoscia, una tristezza così profonda, un così vivo e disperato dolore che non so come esprimermi. Dire che si soffrano continue agonie di morte è poco, perché almeno in morte pare che la vita ci venga strappata da altri, mentre qui è la stessa anima che si fà in brani da sé. Fatto sta che non so trovare espressioni né per dire di quel fuoco interiore né per far capire la disperazione che metteva il colmo a così orribili tormenti. Non vedevo chi me li faceva soffrire, ma mi sentivo ardere e dilacerare, benché il supplizio peggiore fosse il fuoco e la disperazione interiore. Era un luogo pestilenziale, nel quale non vi era più speranza di conforto, né spazio per sedersi o distendersi, rinserrata com’ero in quel buco praticato nella muraglia. Orribili a vedersi, le pareti mi gravavano addosso, e mi pareva di soffocare. Non v’era luce, ma tenebre fittissime; eppure quanto poteva dar pena alla vista si vedeva ugualmente nonostante l’assenza della luce: cosa che non riuscivo a comprendere. Per allora Dio non volle mostrarmi di più, ma in un’altra visione vidi supplizi spaventosissimi, fra cui i castighi di alcuni vizi in particolare. A vederli parevano assai più terribili, ma non mi facevano tanta paura perché non li sperimentavo, mentre nella visione di cui parlo il Signore volle farmi sentire in ispirito quelle pene ed afflizioni, come se le soffrissi nel corpo […]. Sentir parlare dell’inferno è niente. Vero è che io l’ho meditato poche volte perché la via del timore non è fatta per me, ma è certo che quanto si medita sui tormenti dell’inferno, su quello che i demoni fanno patire, o che si legge nei libri, non ha nulla a che fare con la realtà, perché totalmente diversa, come un ritratto messo a confronto con l’oggetto ritrattato. Quasi neppure il nostro fuoco si può paragonare con quello di laggiù. Rimasi spaventatissima e lo sono tuttora mentre scrivo, benché siano già passati quasi sei anni, tanto da sentirmi agghiacciare dal terrore qui stesso dove sono. Mi accade intanto che quando sono afflitta da qualche contraddizione o infermità, basta che mi ricordi di quella visione perché mi sembrino subito da nulla persuadendomi che ce ne lamentiamo senza motivo. Questa fu una delle più grandi grazie che il Signore m’abbia fatto, perché mi ha giovato moltissimo non meno per non temere le contraddizioni e le pene della vita che per incoraggiarmi a sopportarle, ringraziando il Signore d’avermi liberata da mali così terribili ed eterni, come mi pare di dover credere».

 Linferno visto da Santa Veronica Giuliani

santa veronica giulianiSanta Veronica Giuliani (Orsola) nacque il 27 dicembre 1660. Entrò nel monastero delle Clarisse Cappuccine di Città di Castello. Morì il 9 luglio 1727. Una visione dell’inferno, avuta nel 1696, è così raccontata da Santa Veronica: «Parvemi che il Signore mi facesse vedere un luogo oscurissimo; ma dava incendio come fosse stata una gran fornace. Erano fiamme e fuoco, ma non si vedeva luce; sentivo stridi e rumori, ma non si vedeva niente; usciva un fetore e fumo orrendo, ma non vi è, in questa vita, cosa da poter paragonare. In questo punto, Iddio mi dà una comunicazione sopra l’ingratitudine delle creature, e quanto gli dispiaccia questo peccato. E qui mi si dimostrò tutto appassionato, flagellato, coronato di spine, con viva, pesante croce in spalla. Così mi disse: “Mira e guarda bene questo luogo che non avrà mai fine. Vi sta, per tormento, la mia giustizia ed il rigoroso mio sdegno”. In questo mentre, mi parve di sentire un gran rumore. Comparvero tanti demoni: tutti, con catene, tenevano bestie legate di diverse specie. Le dette bestie, in un subito, divennero creature (uomini), ma tanto spaventevoli e brutte, che mi davano più terrore che non erano gli stessi demoni. Io stavo tutta tremante, e mi volevo accostare dove stava il Signore. Ma, contuttoché vi fosse poco spazio, non potei mai avvicinarmi più. Il Signore grondava sangue, e sotto quel grave peso stava. O Dio! Io avrei voluto raccogliere il Sangue, e pigliare quella Croce, e con grand’ansia desideravo il significato di tutto. In un istante, quelle creature divennero, di nuovo, in figura di bestie, e poi, tutte furono precipitate in quel luogo oscurissimo, e maledicevano Iddio e i Santi. Qui mi si aggiunge un rapimento, e mi parve che il Signore mi facesse capire, che quel luogo era l’inferno, e quelle anime erano morte, e, per il peccato, erano divenute come bestie, e che, fra esse, vi erano anche dei religiosi […]. Mi pareva di essere trasportata in un luogo deserto, oscuro e solitario, ove non sentivo altro che urli, stridi, fischi di serpenti, rumori di catene, di ruote, di ferri, botti così grandi, che, ad ogni colpo, pensavo sprofondasse tutto il mondo. E io non aveva sussidi ove rivolgermi; non potevo parlare; non potevo invitare il Signore. Mi pareva che fosse luogo di castigo e di sdegno di Dio verso di me, per le tante offese fatte a Sua Divina Maestà. E avevo davanti di me tutti i miei peccati […]. Sentivo un incendio di fuoco, ma non vedevo fiamme; altro che colpi sopra di me; ma non vedevo nessuno. In un subito, sentivo come una fiamma di fuoco che si avvicinava a me, e sentivo percuotermi; ma niente vedevo. Oh! Che pena! Che tormento! Descriverlo non posso; e anche il sol ricordarmi di ciò, mi fà tremare. Alla fine, fra tante tenebre, mi parve di vedere un piccolo lume come per aria. A poco a poco, si dilatò tanto. Mi sembrava che mi sollevasse da tali pene; ma non vedevo altro». Un’altra visione dell’inferno è del 17 gennaio 1716. La Santa racconta che in detto giorno fu trasportata da alcuni angeli nell’inferno: «In un batter d’occhio mi ritrovai in una regione bassa, nera e fetida, piena di muggiti di tori, di urli di leoni, di fischi di serpenti […]. Una grande montagna si alzava a picco davanti a me ed era tutta coperta di aspidi e basilischi legati assieme […]. La montagna viva era un clamore di maledizioni orribili. Essa era l’inferno superiore, cioè l’inferno benigno. Infatti, la montagna si spalancò e nei suoi fianchi aperti vidi una moltitudine di anime e demoni intrecciati con catene di fuoco. I demoni, estremamente furiosi, molestavano le anime le quali urlavano disperate. A questa montagna seguivano altre montagne più orride, le cui viscere erano teatro di atroci e indescrivibili supplizi. Nel fondo dell’abisso vidi un trono mostruoso, fatto di demoni terrificanti. Al centro una sedia formata dai capi dell’abisso. Satana ci sedeva sopra nel suo indescrivibile orrore e da lì osservava tutti i dannati. Gli angeli mi spiegarono che la visione di Satana forma il tormento dell’inferno, come la visione di Dio forma la delizia del Paradiso. Nel frattempo, notai che il muto cuscino della sedia erano Giuda ed altre anime disperate come lui. Chiesi agli angeli di chi fossero quelle anime ed ebbi questa terribile risposta: “Essi furono dignitari della Chiesa e prelati religiosi». E in quell’abisso, ella vide precipitare una pioggia di anime… Ed ecco altre visioni della Santa: «Come Dante, anche la nostra Santa, appena su la soglia, ode urli, voci lamentevoli, bestemmie e maledizioni contro Dio. Vede mostri, serpenti, fiamme smisurate. È menata per tutto l’inferno. Precipitano giù, con la furia di densa grandine, le anime dei nuovi abitatori. E a quest’arrivo, si rinnovano pene sopra pene ai dannati. In un luogo ancora più profondo trova ammucchiate migliaia di anime (sono quelle degli assassini), sopra le quali incombe un torchio con una immensa ruota. La ruota gira e fà tremare tutto l’inferno. All’improvviso il torchio piomba su le anime, le riduce quasi a una sola; cosicché ciascuna partecipa alla pena dell’altra. Poi ritornano come prima. Ci sono parecchie anime con un libro in mano. I demoni le battono con verghe di fuoco nella bocca, con mazze di ferro sul capo, e con spuntoni acuti trapassano loro le orecchie. Sono le anime di quei religiosi bastardi, che adattarono la regola a uso e consumo proprio. Altre anime sono rinchiuse in sacchetti e infilzate dai diavoli nella bocca d’un orrendo dragone che in eterno le digruma. Sono le anime degli avari. Altre gorgogliano tuffate in un lago d’immondizie. Di tratto in tratto sgusciano fulmini. Le anime restano incenerite, ma dopo riacquistano lo stato primiero. I peccati che hanno commesso sono i più gravi che mai vivente può immaginare. Tutte le strade dell’inferno appaiono sparse di rasoi, di coltelli, di mannaie taglienti. E mostri, dovunque mostri. E una voce che grida: “Sarà sempre così. Sempre, sempre, sempre”. Veronica è condotta alla presenza di Lucifero. Egli ha d’intorno le anime più graziate dal cielo, che nulla fecero per Iddio, per la sua gloria; e tiene sotto i piedi, a guisa di cuscino, e pesta continuamente le anime di quelli che mancarono ai loro voti. “Via l’intrusa che ci accresce i tormenti”!, urla furibondo ai suoi ministri. Levata dall’inferno, Veronica ripete esterrefatta: “O giustizia di Dio, quanto sei potente”»!

Linferno visto da Anna Katharina Emmerich

anna katharina emmerickAnna Caterina Emmerick nacque l’8 settembre 1774 a Flamske bei Coestfeld (Westfalia), ed entrò nel Monastero di Agnetenberg in Duelmen (Westfalia) delle Canonichesse Regolari di SantAgostino. Morì a Duelmen il 9 novembre 1824. La Emmerick tra i tanti doni ricevuti, è famosa soprattutto per le stimmate e le visioni avute. Ella ebbe una visione dell’inferno quando vide scendere il Salvatore negli inferi. «Vidi […] il Salvatore avvicinarsi, severo, al centro dell’abisso. L’inferno mi apparve come un immenso antro tenebroso, illuminato appena da una scialba luce quasi metallica. Sulla sua entrata risaltavano enormi porte nere, con serrature e catenacci incandescenti. Urla di orrore si elevavano senza posa da quella voragine paurosa di cui, a un tratto, si sprofondarono le porte. Così potei vedere un orrido mondo di desolazione e di tenebre. L’inferno è un carcere di eterna ira, dove si dibattono esseri discordi e disperati. Mentre nel cielo si gode la gioia e si adora l’Altissimo dentro giardini ricchi di bellissimi fiori e di frutta squisite che comunicano la vita, all’inferno invece si sprofondano cavernose prigioni, si estendono orrendi deserti e si scorgono smisurati laghi rigurgitanti di mostri paurosi, orribili. Là dentro ferve l’eterna e terribile discordia dei dannati. Nel cielo invece regna l’unione dei Santi eternamente beati. L’inferno, al contrario, rinserra quanto il mondo produce di corruzione e di errore; là imperversa il dolore e si soffrono quindi supplizi in una indefinita varietà di manifestazioni e di pene. Ogni dannato ha sempre presente questo pensiero: che i tormenti, che egli soffre, sono il frutto naturale e giusto dei suoi misfatti. Quanto si sente e si vede di orribile all’inferno è l’essenza, la forma interiore del peccato scoperto. Di quel serpe velenoso, che divora quanti lo fomen­tarono in seno durante la prova mortale. Tutto questo si può comprendere quando si vede, ma riesce inesprimibile a parole. Quando gli Angeli, che scortavano Gesù, avevano abbattuto le porte infernali, si era sollevato come un subbisso d’imprecazioni, d’ingiurie, di urla e di lamenti. Alcuni Angeli avevano cacciato altrove sterminate torme di demoni, i quali avevano poi dovuto riconoscere e adorare il Redentore. Questo era stato il loro maggior supplizio. Molti di essi venivano quindi imprigionati dentro una sfera, che risultava di tanti settori concentrici. Al centro dell’inferno si sprofondava un abisso tenebroso, dov’era precipitato Lucifero in catene, il quale stava immerso tra cupi vapori. Tutto ciò era avvenuto secondo determinati arcani divini. Seppi che Lucifero dovrà essere scatenato per qualche tempo: cinquanta o sessantanni prima dell’anno 2000 di Cristo, se non erro. Alcuni demoni invece devono essere sciolti prima di quell’epoca per castigare e sterminare i mondani. Alcuni di essi furono scatenati ai nostri giorni; altri lo saranno presto. Mentre tratto questo argomento, le scene infernali le vedo così orripilanti dinanzi ai miei occhi, che la loro vista potrebbe perfino farmi morire».

Linferno visto da San Giovanni Bosco

san giovanni boscoSan Giovanni Bosco nacque a Castelnuovo d’Asti il 16 agosto 1815, e morì il 31 gennaio 1888. È da tutti conosciuto il suo straordinario carisma di educatore dei giovani per i quali istituì pure l’Ordine dei Salesiani. Anch’egli ebbe una visione dell’inferno che egli stesso raccontò ai giovani. «Mi trovai con la mia guida (l’Angelo Custode), infondo ad un precipizio che finiva in una valle oscura. Ed ecco comparire un edificio immenso, avente una porta altissima, serrata. Toccammo il fondo del precipizio; un caldo soffocante mi opprimeva, un fumo grasso, quasi verde, s’innalzava sui muraglioni dell’edificio e guizze di fiamme sanguigne. Domandai: “Dove ci troviamo”? “Leggi – mi rispose la guida – l’iscrizione che è sulla porta”! C’era scritto: “Ubi non est redemptio”!, cioè: “Dove non c’è redenzione”. Intanto vidi precipitare dentro quel baratro […] prima un giovane, poi un altro, ed in seguito altri ancora; tutti avevano scritto in fronte il proprio peccato. Esclamò la guida: “Ecco la causa precipua di queste dannazioni: i compagni, i libri cattivi e le perverse abitudini”. Gli infelici erano giovani da me conosciuti. Domandai: “Ma dunque è inutile che si lavori tra i giovani, se tanti fanno questa fine? Come impedire tanta rovina”? “Coloro che hai visto, sono ancora in vita; questo però è il loro stato attuale e se morissero, verrebbero senz’altro qui”! Dopo entrammo nell’edificio; si correva con la rapidità del baleno. Lessi questa iscrizione: “Ibunt impii in ignem æternum”!, vale a dire “Gli empi andranno nel fuoco eterno”! “Vieni con me”!, soggiunse la guida. Mi prese per una mano e mi condusse davanti ad uno sportello, che aperse. Mi si presentò allo sguardo una specie d’immensa caverna, piena di fuoco. Certamente quel fuoco sorpassava mille e mille gradi di calore. Io questa spelonca non ve la posso descrivere in tutta la sua spaventosa realtà. Intanto, all’improvviso, vedevo cadere dei giovani nella caverna ardente. La guida disse: “La trasgressione del sesto comandamento è la causa della rovina eterna di tanti giovani”. “Ma se hanno peccato, si sono però confessati”. “Si sono confessati, ma le colpe contro la virtù della purezza le hanno confessate male o taciute affatto”. Ad esempio, uno aveva commesso quattro o cinque di questi peccati, ma ne disse solo due o tre. Vi sono di quelli, che ne hanno commesso uno nella fanciullezza ed ebbero sempre vergogna di confessarlo, oppure l’hanno confessato male e non hanno detto tutto. Altri non ebbero il dolore e il proponimento; anzi, taluni, invece di fare l’esame di coscienza, studiavano il modo di ingannare il confessore. E chi muore con tale risoluzione, risolve di essere nel numero dei reprobi e così sarà per tutta l’eternità […]. “E ora vuoi vedere perché la misericordia di Dio qui ti ha condotto”? La guida sollevò un velo e vidi un gruppo di giovani di questo Oratorio, che io tutti conoscevo, condannati per questa colpa. Fra essi vi erano di quelli che in apparenza tengono buona condotta. Continuò la guida: “Predica dappertutto contro l’immodestia”! Poi parlammo per circa mezz’ora sulle condizioni necessarie per fare una buona confessione e si concluse: “Mutare vita! […] Mutare vita”! “Ora – soggiunse l’amico – che hai visto i tormenti dei dannati, bisogna che provi anche tu un poco di inferno”! Usciti dall’orribile edificio, la guida afferrò la mia mano e toccò l’ultimo muro esterno; io emisi un grido […]. Cessata la visione, osservai che la mia mano era realmente gonfia e per una settimana portai la fasciatura».

Linferno visto dai tre veggenti di Fatima

nostra signora di fatimaI bambini, ai quali apparve la Madonna a Fatima dal 13 maggio al 13 ottobre 1917, sono Lùcia dos Santos (nata il 22 marzo 1907 e morta il 2005), Francisco (nato l’11 giugno 1908 e morto il 4 aprile 1919) e Jacinta Marto (nata l’ 11 marzo 1910 e morta il 20 febbraio 1920). Tra l’altro, la Madonna fece vedere loro l’inferno. Vedemmo, racconta Lucia, «come un grande mare di fuoco e immersi in questo fuoco i demoni e le anime, come se fossero braci trasparenti e nere o abbronzate, di forma umana, che ondeggiavano nell’incendio, sollevate dalle fiamme che uscivano da loro stesse insieme a nuvole di fumo, cadendo da tutte le parti – simili al cadere delle scintille nei grandi incendi – senza peso né equilibrio, tra grida e gemiti di dolore e di disperazione, che terrorizzavano e facevano tremare di paura. I demoni si distinguevano per la forma orribile e ributtante di animali spaventosi e sconosciuti, ma trasparenti come neri carboni di bracia». Ai piccoli terrorizzati dalla paura, la Madonna disse: «Avete visto l’inferno, dove vanno le anime dei poveri peccatori. Per salvarle, Dio vuole stabilire nel mondo la devozione al mio Cuore Immacolato. Se farete quello che vi dirò, molte anime si salveranno e avranno pace». La Madonna disse pure: «Quando recitate il rosario, dopo ogni mistero dite: “O Gesù mio, perdonate­ci, liberateci dall’inferno, portate in cielo tutte le anime, soprattutto quelle più bisognose”». Da notare che al tempo delle apparizioni della Madonna, Lucia dos Santos aveva dieci anni, Francisco e Jacinta Marto rispettivamente nove e sette anni.

 Linferno visto da Suor Maria Josefa Menendez

suor maria josefa menendezSuor Maria Josefa Menendez, religiosa del Sacro Cuore, nacque a Madrid il 4 febbraio 1890 e morì il 29 dicembre 1923. Suor Maria Josefa Menendez fece varie visite all’inferno. Ecco quanto vede e narra in una di queste: «In un istante mi trovai nell’inferno, ma senza esservi trascinata come le altre volte, e proprio come vi devono cadere i dannati. L’anima vi si precipita da sè stessa, vi si getta come se desiderasse sparire dalla vista di Dio, per poterlo odiare e maledire. L’anima mia si lasciò cadere in un abisso, in cui non si poteva vedere il fondo, perché immenso […]. Ho visto l’inferno come sempre: antri e fuoco. Benché non si vedono forme corporali, i tormenti straziano i dannati come se i corpi fossero presenti e le anime si riconoscono. Fui spinta in una nicchia di fuoco e schiacciata come tra piastre scottanti e come se dei ferri e delle punte aguzze arroventate s’infiggessero nel mio corpo. Ho sentito come se si volesse, senza riuscirvi, strapparmi la lingua, cosa che mi riduceva agli estremi, con un atroce dolore. Gli occhi mi sembrava che uscissero dall’orbita, credo a causa del fuoco che li bruciava orrendamente. Non si può né muovere un dito per cercare sollievo, né cambiare posizione; il corpo è come compresso. Le orecchie sono stordite dalle grida confuse, che non cessano un solo istante. Un odore nauseabondo e ripugnante asfissia ed invade tutti, come se si bruciasse carne in putrefazione con pece e zolfo. Tutto questo l’ho provato come le altre volte e, sebbene questi tormenti siano terribili, sarebbero un nulla se l’anima non soffrisse. Ma essa soffre in un modo indicibile. Ho visto alcune di queste anime dannate ruggire per l’eterno supplizio che sanno dover sostenere, specialmente alle mani. Penso che abbiano rubato, poiché dicevano: “Dov’è ora quello che hai preso? Maledette mani”! Altre anime accusavano la propria lingua, gli occhi... Ciascuna ciò che è stato causa del suo peccato: “Ben pagate sono adesso le delizie che ti concedevi, o mio corpo! […] “E sei tu, o corpo, che l’hai voluto”! […] Per un istante di piacere un’eternità di dolore! Mi pare che nell’inferno le anime si accusino specialmente di peccati d’impurità. Mentre ero in quell’abisso, ho visto precipitare dei mondani e non si può dire né comprendere le grida che emettevano e i ruggiti spaventosi che mandavano: “Maledizione eterna! Mi sono ingannata! Mi sono perduta! Sono qui per sempre, per sempre e non c’è più rimedio!… Maledizione a me”! Una fanciulla urlava disperatamente, imprecando contro le cattive soddisfazioni concesse al corpo e maledicendo i genitori, che le avevano data troppa libertà a seguire la moda e i divertimenti mondani. Da tre mesi era dannata. Tutto questo che ho scritto – conclude la Menendez – non è che un’ombra in paragone a ciò che si soffre nell’inferno».

——————o0o——————

Bergoglio: “Dio non condanna nessuno”. Siamo sicuri?

Pubblichiamo questo articolo dell’amico Martino Mora, che pur partendo da presupposti sedeplenisti, fornisce spunti di riflessione, a nostro avviso molto interessanti. Pone interrogativi che condividiamo e dimostra una sensibilità nella ricerca della Verità che va rispettata e valorizzata. Lasciamo, quindi, integro lo scritto, comprese le attribuzioni d’autorità, che questa Redazione, come noto, non può riconoscere a chi è decaduto dalla Fede cattolica perché professa la falsa Religione del Conciliabolo Vaticano II

di Martino Mora

Alla fine della sua prima via Crucis del Venerdì santo, papa Bergoglio.si è cimentato in un’affermazione sconcertante.  Egli ha detto: “Dio non condanna nessuno”, aggiungendo, per attenuare il concetto, che “siamo noi a scegliere”. Nonostante l’attenuazione, la frase  contraddice  il Vangelo, – dove più volte si parla di condanne che il Figlio dell’Uomo infliggerà, di “maledetti dal padre mio” e di “fuoco della Genna” (Mt 13, 41-43 e  49-51; Mt 25, 41-46; Mc 16, 15-16, ecc.) – , nonchè l’Apocalisse di San Giovanni, l’Antico Testamento (nel quale le punizioni divine sono all’ordine del giorno), e naturalmente la Tradizione della Chiesa dalla patristica in poi.  Se il papa avesse detto che Dio non condanna nessun peccatore “se si pente sinceramente”, la sua affermazione sarebbe stata più aderente alla verità evangelica ed anche molto più umana.
Naturalmente i mass media, così attenti nel narrare il minimo particolare sulla lavanda dei piedi del Giovedì santo, o sull’incontro tra i due papi ( quello “emerito” e quello nuovo), non si sono concentrati su questa affermazione a mio parere molto significativa e, credo, rivelatrice. Ma sappiamo che seguire il circo mediatico significa condannarsi a non capire nulla. Invece comprendere il senso di quelle parole del  papa è molto importante. E’ un’affermazione a mio parere rivelatrice, nel suo “buonismo”.  Rivela, a mio parere, il solito atteggiamento cattolico degli ultimi decenni,  che sottovaluta la realtà del Male, del peccato e delle tendenze anticristiche, esterne ed interne alla Chiesa stessa.
Certo, negli ultimi decenni non è stata  la prima volta che un papa abbia sostenuto,  in discorsi o interviste, tesi teologicamente molto azzardate. Solo per rimanere in tema  e non toccare altri argomenti molto delicati (come ad esempio il rapporto del Dio cristiano con quello di altre altre religioni), potremmo ricordare la nota affermazione di papa Giovanni Paolo II sull’inferno: “L’inferno esiste, ma potrebbe essere vuoto” (discorso del 28 luglio 1999). Anche qui potremmo citare diverse affermazioni scritturali che smentiscono chiaramente questa ipotesi. A meno che qualcuno non ritenga che le affermazioni scritturali siamo una specie di  mito platonico, cioè un racconto fantastico,  utile al solo fine di estrapolarvi una verità razionale. Ma questo la Chiesa non l’ha mai sostenuto.

.La verità è che in nome di una pseudocarità presunta , buonista e mielosa, melensa e ruffiana, si vuole dimenticare la realtà profonda del Male e delle forze anticristiche presenti fuori e dentro la Chiesa. Da ciò nasce questo atteggiamento ottimista alla papa Giovanni XXIII, i cui frutti sono sotto gli occhi di tutti coloro che davvero vogliono vedere. Dietro questa mentalità c’è Pelagio, e magari pure Jan Jaques Rousseau: l’uomo non è colpito dal peccato originale, il suo libero arbitrio non è è stato scalfito dalla Caduta, la sua natura è sì imperfetta, ma tende al bene.
Inoltre, vorrei capire quale carità e quale giustizia vi sia in un Dio che non condanna nessuno (nemmeno gli sterminatori di massa, i narcotrafficanti o i boss mafiosi che non si pentono, sembrerebbe).  In una Chiesa della città Roma vi è stata recentemente, nell’omelia  di un un certo don Bartolucci, l’esaltazione di un defunto boss della pornografia, alla quale sono seguiti  i discorsi   di porno-attori sul pulpito, che prima di accedere alla Comunione si sono sbizzarriti in apologie del defunto e della loro edificante professione. A quando dovremmo attenderci omelie esaltanti i defunti mafiosi o narcotrafficanti?
Oggi  la gran parte del clero, dall’ultimo pretino  ai  più alti gradi, è malata di buonismo, di “medicina della misericordia” giovannea. Siamo quindi, dicevo, nell’ambito della minimizzazione della dimensione tragica del cristianesimo, per la quale la Città di Dio è perennemente in lotta con la Città dellUomo, che è ispirata dal Principe di questo mondo. Questo rifiuto della dimensione antagonistica del cristianesimo, questo rifiuto di riconoscere le forze anticristiche e condannarle, rivela naturalmente il sottofondo pelagiano che è tipico, come diceva Del Noce, di qualsiasi modernismo teologico.
Certamente, per non fare torto storico a Pelagio, bisogna ricodare che il monaco irlandese contemporaneo di Agostino era un ferreo rigorista, anche se la sua dottrina rischiava di rendere inessenziale la fede in Cristo. Oggi invece abbiamo un pelagianesimo di serie B: cè Pelagio, ma è un Pelagio lassista, accondiscendente, “buonista”, appunto. Un Pelagio alla moda. Un Pelagio perfetto per la società edonista.

Così nei continui e ripetuti “mea culpa” di Giovanni Paolo II,  a qualche anno di distanza possiamo cogliere non solo l’accettazione almeno parziale dell’interpretazione  illuminista e protestante della storia della Chiesa ( vista come una storia di crimini e nefandezze)  ma anche l’incomprensione totale della dimensione tragica del cristianesimo storico. Se infatti, come sosteneva il grande Agostino, la storia è il teatro dell’eterna antitesi tra la Città di Dio e quella dell’Uomo, e se la Città dell’Uomo è presente -con le sue forze anticristiche – anche nella Città di Dio in terra (la Chiesa), quest’ultima deve combatterla. Deve combattere l’Anticristo che è in Lei. E crediamo davvero  sia possibile combattere senza dimensione coercitiva? Crediamo che la Chiesa avrebbe  potuto combattere, detto fuori dai denti, senza Inquisizione o senza Sant’ Uffizio?  Il rifiuto della dimensione tragica del cristinesimo, della consapevolezza del Male e delle forze anticristiche presenti nella storia, conduce a interpretare insensatamente la storia della Chiesa come una storia terribile di cui vergognarsi  e scusarsi continuamente. E’ il famoso “pentitismo”, che iniziò con il bacio della pantofola del patriarca ortodosso Atenagora da parte di Paolo VI, e che poi ha raggiunto vette ineguagliate con Giovanni Paolo II, che avrebbe voluto riabilitare più o meno tutti, da Maometto a Lutero.

Infine un sospetto o una malignità : che papa Bergoglio dica che Dio non condanna nessuno perchè così, da suo Vicario in terra, si risparmierà la fatica di condannare e rimuovere molta gente? Egli infatti ha avuto un chiaro mandato, da parte dell’elite internazionale mondialista che veramente comanda, e da parte del circo mediatico ed essa legato, di colpire duramente i pedofili e gli artefici di scandali finanziari che fanno parte del clero. Benissimo, si dirà. Ma per quanto riguarda  tutti gli “eterodossi” che rendono la Chiesa cattolica più simile ad un grande circolo liberale di discussione che ad una comunità religiosa coesa intorno alla fede e al dogma, il divieto di punizione – non scritto, ma evidente – permane intatto.  La Chiesa non può più condannare o scomunicare nessuno (“scomunica” è divenuta parola maledetta e impronuncialibile da parte di un papa). Altrimenti i lupi feroci del giornalismo laicista si scatenerebbero, e questo non sarebbe gradito da parte di un clero che ormai si è lasciato fortemente intimidire, quando addirittura non condivida esso stesso  l’idea di Chiesa come grande società liberale dove persino l’eretico più estremo gode di non precisati “diritti”, che impediscono che  possa essere messo alla porta.
Quindi, per concludere, da un papa che dice che “Dio non condanna nessuno”, non attendiamoci il superamento del pelagianesimo e la condanna delle forze anticristiche. In nome della buonistica e pelagiana “medicina della misericordia”, il Vicario di Cristo non condannerà nessuno. Da don Gallo a don Giorgio de Capitani, dal priore di Bose  ai nuovi Martini, l’eresia potrà convivere tranquillamente con l’ortodossia. Il vescovo di Vienna potrà continuare ad ospitare nel museo diocesano mostre blasfeme su nostro Signore, e l’ultimo pretino coglione potrà esaltare i pornografi dal pulpito senza che nessuno lo riprenda/condanni. Se Dio non condanna, anche il suo Vicario è dispensato dal condannare.
E’ forse ancor presto per dirlo con certezza, ma non credo che questo papa possa risolvere la crisi della Chiesa. Naturalmente, sarei felice di sbagliarmi.

Fonte: Arianna Editrice [scheda fonte]

—————o0o—————

Come conciliare l’Inferno eterno, con la bontà di Dio?

di Carlo Di Pietro

Esiste dunque l’Inferno eterno, coi suoi tormenti. Ma, dicono taluni, com’è possibile che Dio, infinitamente buono, condanni per sempre all’Inferno, anime che Egli ha creato e amato? Come si può conciliare l’eternità dell’Inferno con la bontà e con l’amore infinito di Dio?

1) Supponiamo di non capire nulla, né della necessità dell’Inferno eterno, né dell’armonia sua con la bontà e con l’amor infinito di Dio. Perciò? Che cosa siamo noi, meschine creature per voler intendere e giudicare Dio? Poiché Dio ci ha rivelato l’Inferno eterno, noi sappiamo che esso non può ripugnare ma deve concordare con tutte le perfezioni di Dio, anche col suo infinito amore, con la sua infinita bontà, anche se noi non ne comprendiamo nulla. Quindi abbiamo poco da opporci: si accetta e basta, ma andiamo avanti…

2) Poi considerate che non è mai troppo grave una condanna quando la si può con tanta facilità evitare. Il peccatore non ha nessun diritto di lamentarsi dell’Inferno eterno, ed è tanto meno scusabile dal momento che sa che col peccato ch’egli volontariamente commette si merita quella terribile condanna. Invece di gridare contro la bontà e l’amor di Dio che non lo salvano dall’Inferno, gridi contro la propria sciocchezza e stupidaggine che ne accetta e merita la condanna, prezzo di sì miserabile soddisfazione quale è il peccato. E’ lui che, peccando, fa l’ottuso contratto col demonio contro Dio: per questa miserabile soddisfazione, per questo peccato, rinunzia al Paradiso, accetta di subire la condanna all’Inferno. Dopo di ciò, come può egli lamentarsi di Dio che lo condanna all’Inferno? Ma se è lui che scientemente, deliberatamente vi si condanna col peccato, sapendo che a causa del peccato è dato certo merita l’Inferno.

3) Inoltre pensate tutto ciò che Dio ha fatto e continua a fare per non condannare l’uomo all’Inferno, quante volte glie lo ha risparmiato e condonato: la Redenzione, la Chiesa, i Sacramenti, gli Angeli, un tesoro di grazie attuali per trattenerlo dal peccato, per richiamarlo a pentimento e conversione. Di ogni uomo che si danna, Dio deve ripetere ciò che per mezzo del Profeta lamentava del popolo d’Israele raffigurato nella vigna : «Che cos’avrei dovuto fare ancora alla mia vigna e che non glie l’abbia fatto»? (ISAIA, V, 4).

4) Dio non è solo infinitamente buono, ma anche infinitamente giusto e santo; perché infinitamente santo deve volere il bene e ripudiare il male. Se neppure coll’Inferno eterno minacciato, non riesce ad ottenere da tanti che pratichino il bene e fuggano il male, che cos’avverrebbe quand’Egli non avesse l’Inferno eterno? Se anche con l’Inferno eterno dobbiamo lamentare tanta iniquità sulla terra, e noi stessi cediamo così facilmente al male, che cosa accadrebbe quando non ci fosse neppur il ritegno del pensiero di quella inesorabile punizione? Senza l’Inferno eterno, la santità di Dio come potrebbe, se non altro, mostrare tutto il suo odio, tutta la sua abominazione per il male? Come la pena di morte su questa terra è l’ultima difesa e l’ultimo grido della società contro certi abominevoli delitti, così l’Inferno eterno è l’ultima difesa che Dio ha contro il male, l’ultimo grido con cui la sua santità lo ripudia. Aggiungete che solo l’Inferno eterno può spiegare la pazienza con cui Dio sopporta certe prolungate iniquità, bestemmie e insulti con cui taluni sfogano continuamente e ostinatamente l’odio che nutrono contro di Lui.

5) Infine, Dio condannando di peccatore all’Inferno, come potrebbe poi liberarlo? Dio non può perdonare il peccato senza il pentimento soprannaturale per il quale occorrono la Grazia sua e la volontà del peccatore. Dio ha detto chiaramente e senza alcun equivoco che con la morte del peccato cessa la sua Grazia; che la morte è al termine ultimo in cui Egli chiama il peccatore, dopo il qual termine vi sarà la punizione eterna. Sapete voi il valore che ha la parola nella persona verace? Si dice tante volte che l’uomo d’onore ha la parola, che la parola sua vale più di uno scritto. E noi – noi che purtroppo facciamo così poco conto della parola nostra anche solennemente impegnata con Dio – pretenderemmo che Dio manchi di parola a se stesso, alla sua santità, alla sua giustizia, ai suoi diritti di creatore? No; Egli ha non solo una parola per noi, l’ha anche per sé, pei suoi diritti, e la deve mantenere.

D’altra parte il peccatore non si convertirà mai nell’Inferno, non si pentirà mai del suo peccato, a penitenza, al massimo per fuggire alle fiamme. La volontà malvagia del peccatore, al punto della morte, si eterna e resterà per sempre qual è in quell’istante: sarà dannato; e chi insegna il contrario è untore di false e perniciose dottrine, quindi per lui sarebbe stato meglio non nascere mai, perché gravi saranno i castighi che riceverà.

Nota: Estrapolato tratto dal capitolo 12 del testo VITA ETERNA: L’INFERNO, ed. Segno, 2013

————–o0o————–

Il fuoco dell’Inferno è reale; la sentenza del Giudizio finale

di Carlo Di Pietro

Quello che dell’Inferno spaventa in modo speciale, è il fuoco e la sua eternità.

Taluni non sarebbero alieni dall’ammettere un certo Inferno, con delle sofferenze blande e dalla durata temporale. Contro le fantasie e le bestemmie eretiche di costoro, sta l’insegnamento chiaro di Gesù Cristo che ripetutamente parla di tormenti, del fuoco e della sua eternità. In riguardo al tormento del fuoco, non vediamo come sia possibile dare alle parole del Vangelo un’interpretazione diversa dalla letterale, dei Padri; parole tanto chiare e ripetute. E tale è il senso unanime dei Padri e della Chiesa, che cioè nell’Inferno c’è realmente il fuoco, e il consenso unanime nel Deposito è interpretazione vincolante già di suo, oltre il dogma definito a sé.

A parte che anche nell’interpretazione metaforica, la sostanza non cambierebbe, poiché in realtà non possiamo vedere differenza tra il tormento d’un fuoco – necessariamente diverso dal nostro, che tormenta senz’avere materia di combustione, fuoco creato dalla giustizia punitiva di Dio – e un tormento reale, non specificato, ma di tale potenza che esso non può venir meglio indicato che sotto l’immagine e la figura del fuoco. Quindi, nell’interpretazione simbolica e figurativa del fuoco, esso starebbe sempre a indicare un tormento non figurato, ma reale, e di un’intensità e di una gravità indicibile.

A parte ciò, diciamo che non possono, sia il fuoco sia la durata eterna, interpretarsi diversamente dal loro significato naturale e letterale, poiché il fuoco eterno è dichiarato anche nella sentenza del Giudizio finale, sentenza che non può venire espressa in termini figurativi e simbolici.

Quando un giudice pronunzia una sentenza, le sue parole si debbono prendere alla lettera e nel loro significato naturale; esse esprimono la pena non figurata, ma reale a cui il giudice condanna.

Ora Gesù Cristo ci ha riferito anticipatamente la sentenza che Egli pronunzierà e con cui condannerà i reprobi. La sua è sentenza di giudice, del più alto giudice; e perciò non gli sarebbe stato in nessun modo lecito di usare altro linguaggio che quello reale e naturale. Egli parlò come giudice e perciò a nessuno è lecito dire che le parole sue possano avere altro significato che quello che hanno naturalmente, letteralmente. Se Gesù Cristo avesse parlato un linguaggio figurato e metaforico, Egli si sarebbe burlato di tutta l’umanità. In circostanza così solenne non era lecito usare altra parola fuori di quella che esprime letteralmente la pena a cui viene condannato il colpevole. Supponiamo che le parole di Gesù Cristo, così chiare e così evidenti, non si debbano prendere alla lettera ma in senso figurato.

Che cosa ne seguirebbe?

Esprimiamo in tutta la sua crudezza questa orribile conseguenza. Se l’Inferno non fosse come Gesù Cristo disse nella sentenza, e quindi non fosse eterno, i malvagi dopo morte avrebbero diritto di dire al Signore presso a poco così: «Noi ci siamo burlati della vostra parola, noi abbiamo sempre detto  che essa non andava presa sul serio ma che essa era nel suo significato letterale un semplice spauracchio pei gonzi e per le teste piccole; non l’abbiamo creduta; noi l’abbiamo indovinata. I vostri fedeli che temettero l’Inferno, come risultava dal vostro Vangelo e dall’insegnamento della vostra Chiesa, furono semplicemente sciocchi; noi che non credemmo fummo saggi, abbiamo avuto ragione noi che ci burlammo della vostra parola».

In sostanza una frase del genere potrebbe essere detta anche da tanti “teologi” e “preti” post conciliari che quotidianamente si burlano della Parola di Dio, la interpretano a piacimento, preferiscono felicitare protestanti e Giudei piuttosto che Dio, sono apostati travestiti da credenti, eccetera, eccetera. Ma Dio non può prestare la sua Parola a commedia così indecorosa; Dio – noi sappiamo – li punirà tutti nel fuoco eterno, ancor più punirà gli scandalosi e il falsi profeti, quali loro sono.

Gesù Cristo sapeva, quando pronunziava quelle parole, che i buoni le avrebbero interpretate nel loro senso naturale, giusto, e che i malvagi se ne sarebbero fatto beffe, proprio come accade oggi in alcuni ambienti di Chiesa; e avrebbe voluto quest’inganno a danno dei buoni, a favore dei cattivi? Avrebbe voluto che avessero ragione coloro che si sarebbero burlati della sua parola? Giammai.

La ragione protesta contro questa conseguenza; perciò, non essendo ammissibile che Gesù Cristo potesse volere tale enormità, è necessario dire che le sue parole significano quello che naturalmente suonano e perciò manifestano che per i malvagi nell’eternità vi è l’Inferno e l’Inferno eterno. (cfr. Le Verità della Fede. Vita Eterna).