La virtù cristiana della Costanza quotidiana. Colloquio con la Miriano di “Sposati e sii sottomessa”

Costanza Miriano

Un colloquio con Costanza Miriano

La sottomissione tocca dei nervi scoperti. Pensare di sottomettersi alla volontà di qualcun altro irrita in questo specifico periodo culturale. Gesù nel Vangelo ha detto: “senza di me non potete far nulla”. Si può anche stare insieme magari, ma per essere veramente felici l’unica via è questa. La donna ha sempre il compito di correggere fraternamente solo quanto riguarda il peccato dell’altro, non per il proprio comodo. Uomini e donne possono sbagliare, ma il ruolo della guida, secondo s. Paolo, spetta all’uomo. Perché è più capace di non farsi influenzare dall’emotività. La bellezza è dono di Dio: una certa attenzione all’abbigliamento, con misura, è una cosa buonissima, non solo buona. Noi cristiani siamo molto più liberi di quanto pensiamo. Ogni famiglia ha delle stagioni. Quando si sta formando, ci si può aprire all’associazionismo. Però, quando poi il nucleo si deve consolidare, occorre rallentare un po’. Poche donne si sono offese, anzi, ora che ci penso, nessuna, leggendo i libri. La Bonino: pena per la persona, ma i suoi gesti non sono condivisibili. La gioia è la spia che una persona funziona. Ricevo lettere di uomini che adorano la donna che viene fuori dal libro.

In Spagna il suo libro “Sposati e sii sottomessa”, recentemente tradotto, ha provocato un putiferio perché, secondo alcuni partiti politici, istigherebbe alla violenza contro le donne. A noi – che l’avevamo intervistata qualche tempo fa – Costanza Miriano è sembrata invece una scrittrice di buon senso con un’ottima ricetta per far funzionare i matrimoni.

intervista di

Claudia Cirami

in collaborazione con Antonio Margheriti Mastino

ciramiL’intervista a Costanza Miriano, nonostante la sua immediata disponibilità, ha avuto un prima e un dopo rocamboleschi: registratori che non registrano, caselle elettroniche che esalano l’ultimo respiro proprio in quei giorni, file audio portatori sani di virus, un litigio con esternazioni in dialetti meridionali, persino strani colpi e soffi notturni all’ora fatidica delle 3 di notte. I cattolici, però, di solito non si abbattono: lo sanno che questi inconvenienti sono un buon segno (litigi a parte), perché mostrano che qualcosa dà fastidio ai piani bassi. A ragione, pensiamo. Perché Costanza Miriano è sì moglie, mamma, giornalista, ma, da qualche anno, è anche una scrittrice che, a suo modo, sta combattendo “la buona battaglia”. Questa donna, infatti, ha messo di nuovo al centro della scena il matrimonio cattolico, l’educazione cristiana dei figli e, last but not least, la sottomissione della donna così come ne ha parlato s. Paolo, ma con un tocco di glamour e di ironia per adattarla ai nostri tempi. Perché la famiglia, soprattutto oggi, ha bisogno di salde fondamenta e di qualcuno che letteralmente stia sotto per reggerla e solo la donna può farlo. Costanza Miriano ne ha parlato nei suoi due libri: Sposati e sii sottomessa e Sposala e muori per lei. Che sono due saggi e parlano di “cose buone e giuste”, ma lo fanno in modo divertente. Perché le cose serie si possono dire anche sorridendo.

SOTTOMISSIONE: ANCORA QUALCHE PAROLA PER SPIEGARLA

Sei una scrittrice molto apprezzata. Eppure non mancano le critiche e sempre per lo stesso motivo: la sottomissione della donna. Perché oggi questo termine – pur se inteso alla tua maniera – fa così paura?

Perché tocca dei nervi scoperti. Da un punto di vista culturale, le donne pensano di dover combattere per la propria emancipazione, secondo i criteri del mondo. E, anche se l’hanno ottenuta, se sono infelici, non lo ammettono. Quindi, pensare di sottomettersi alla volontà di qualcun altro è qualcosa che irrita in questo specifico periodo culturale.

E se guardiamo ad un punto di vista più strettamente cristiano invece?

In generale, obbedire a qualcuno significa ammettere che io non sono arbitro della realtà, non sono io la divinità, non sono io che do l’ultima parola sul mondo. Significa per l’uomo riconoscere di essere creatura e non c’è cosa più irritante per l’uomo di oggi – data la mentalità dominante – che riconoscere di essere creatura, di essere figlio di un Padre, che sa meglio di noi quello che è buono.

Riprendendo s. Paolo, hai chiesto alle donne di essere sottomesse e agli uomini di dare la vita per loro. Ci può essere, seconde te, la possibilità che un matrimonio funzioni al di fuori di questo modo eminentemente cristiano di viverlo?

Per me, no. Perché Gesù nel Vangelo ha detto: “senza di me non potete far nulla”. Io credo che il Vangelo sia la carta d’identità dell’uomo e non c’è un altro modo per funzionare e portare frutto ed essere veramente e profondamente felici. Poi, ci possono essere anche unioni basate su altri fattori. Che forse, a volte, possono persino durare a lungo, ma, secondo me, non per sempre. Io ne conosco alcune. Si può anche stare insieme magari, ma per essere veramente felici l’unica via è questa.

Ma tu conosci famiglie che vivono veramente il cristianesimo e che poi non hanno funzionato?

L’uomo è peccatore. Può succedere che ci si allontani, che si venga influenzati dalla mentalità del mondo, però, secondo me, se si rimane attaccati alla preghiera a Dio, a ciò che Lui dice nella Bibbia…

Quella Bibbia che non ci dice come va il cielo ma come si va in cielo…

Non è infatti che noi leggiamo la Bibbia: è la Bibbia che legge noi e se noi ci lasciamo leggere dalla Bibbia e ci lasciamo guidare, io non penso che si possa non funzionare. Ci possono essere delle prove, quello sì. Guardiamo ad esempio alle storie di s. Monica o di s. Rita: ci insegnano che ci sono stati matrimoni profondamente provati, anche se vissuti cristianamente, magari perché non tutti e due vivevamo con la stessa profondità la vocazione cristiana. Quindi, ci possono anche essere matrimoni provati…

ma se si rimane ancorati a Dio anche un matrimonio provato funziona, giusto?

Alla fine, credo che la ricetta sia sempre questa.

ANCHE L’UOMO SBAGLIA, MA LA DONNA DEVE SAPER CORREGGERE SEMPRE CON AMORE

Nel secondo libro sembra ci sia una sorta di crescita rispetto al primo. I temi sono simili ma c’è una maggiore attenzione alle sfumature. Nel primo libro, la donna appariva un po’ appiattita sulla figura dell’uomo. Ora, invece, sembra presa più in considerazione la possibilità che l’uomo possa sbagliare seriamente per cui anch’egli necessita di correzione fraterna, da esercitare sempre con dolcezza e moderazione. E’ un’impressione corretta?

Nel primo libro io ho scritto proprio i fondamentali, tanto che mi ha molto stupito il successo e il clamore suscitato perché a me sembrava di aver detto le cose base, le cose più scontate. Nel secondo, sicuramente faccio una riflessione più approfondita ma certo sia l’uomo che la donna possono sbagliare, solo uno è il Maestro, però…

La donna non deve approfittarne, no?

Nella dinamica di coppia, io credo che la donna abbia sempre il compito, nelle cose che riguardano se stessa, di dover sempre cedere e correggere fraternamente solo quanto riguarda il peccato dell’altro, non per il proprio comodo o per le proprie impressioni. Bisogna distinguere quando correggere è imporre il proprio volere e quando invece è fare il bene dell’altro.

Ormai però lo hai detto: anche l’uomo può sbagliare. Allora, se sbagliano entrambi, perché è la donna che deve sottomettersi?

Certo che uomini e donne possono sbagliare, ma il ruolo della guida, secondo me e, soprattutto, secondo s. Paolo, spetta all’uomo. Perché è più capace di non farsi influenzare dall’emotività, di prendere decisioni razionali.

Chi fra uno e donna è più sensibile alle mode ideologiche?

Secondo me, la donna. Generalmente è più influenzabile, forse perché meno radicata. La donna ogni mese rivolta tutto il suo mondo, anche a causa del suo ciclo ormonale (la donna è mobile, no?). Siamo davvero pesantemente influenzate dall’emotività, abbiamo bisogno dello sguardo dell’uomo che ci confermi. Per questo le donne sono così attente alla bellezza.

BELLEZZA, CURA DEL CORPO E… SUPER BONUS

A proposito della bellezza molti sono convinti – ed in un certo senso è stato vero fino a non molto tempo fa – che le donne molto cattoliche sono brutte perché trascurate. A questo proposito, i tuoi libri presentano un interessante novità: si può essere cattolici senza essere fuori dal mondo (ci si può vestire bene, comprare aggeggi tecnologici, portare il tacco 12, etc.). Puntando sulla preghiera, sui sacramenti e sulla testimonianza per fare la differenza. E’ questo – secondo te – il segreto del tuo successo?

Intanto, devo dire che ho accentuato alcune frivolezze che poi in realtà non mi appartengono così tanto. In parte perché, lavorando in televisione e vivendo nel mondo, intuivo che questo avrebbe avvicinato anche persone che, se vedono la signora sessantenne che va a messa con la scarpa comoda e con la ciabatta, si fermano all’apparenza e non vanno alla sostanza. Quindi, in parte, è stata una scelta stilistica…

In parte. E per il resto?

Io credo che davvero l’uomo è tutto redento, quindi anche la bellezza è dono di Dio. E anche una certa attenzione all’abbigliamento, con misura, secondo me, è una cosa buonissima, non solo buona. Chiaramente è tutta una questione di buon senso. Non spenderei mai cinquemila euro per una borsa come quelle che cito nel libro, le borse di Dior – mai comprata una borsa firmata in vita mia – con misura, però, ci si può vestire bene anche essendo sobri, nel senso della spesa, e poi c’è un’altra cosa…

Quale?

Secondo me, noi cristiani fatichiamo a gestire la nostra libertà, che in realtà ci pesa. Io invece penso che, a parte poche cose, come i punti fermi della nostra fede, siamo molto più liberi di quanto pensiamo, anche riguardo a cose meno importanti, come il modo di vestire…

Del resto, s. Paolo invita ad avere cura del corpo perché è il tempio dello Spirito Santo e diventa tabernacolo del Dio vivo volta per volta, no?

Esatto. Per esempio, io amo fare sport. Ho cominciato in terza media. Ho corso per tutta la vita – ormai sono quasi trent’anni che corro – e qualche volta cerco di trovare gli spazi senza togliere attenzioni e tempo a marito e figli, magari faticando e alzandomi mezz’ora prima. Ed io non trovo che sia più cristiano, per esempio, stare magari sul divano a guardare la televisione piuttosto che fare una corsa che fa bene anche al corpo. Credo che sia cristiano prendersi cura del corpo. Certo, sempre con misura. Uno non può stare otto ore al giorno in palestra né una può preparare la maratona quando ha otto figli.

In Sposala e muori per lei parli della grazia del sacramento del matrimonio come “l’arma segreta, il superbonus” per una coppia. Oggi non tutti la vedono così. E’ mancanza di fede o credi che corsi prematrimoniali e catechesi varie non riescano a mettere bene in evidenza questo aspetto fondamentale?

Io credo che di corsi buoni e di bravi sacerdoti ce ne siano molti. Poi ce ne sono anche di meno bravi. Ma penso che prima i matrimoni tenessero più per la pressione sociale che per una profonda fede. Reggevano perché la pressione sociale non permetteva neanche che si ponesse il problema di lasciarsi. Oggi, invece, perché la pressione sociale non c’è, si può convivere: anzi, tante madri consigliano la convivenza ai figli per provare e sicuramente ora, per stare insieme tutta la vita, ci vuole una motivazione in più che prima non era necessaria. Però, se ci pensiamo, quando oggi ci si sposa in chiesa per fede, il fatto che si stia insieme per convinzione e non per convenzione è una cosa buona, non è un male per i figli.

VITA DI CHIESA? CARE DONNE, VA BENE, MA DATEVI UNA REGOLATA…

Sempre nello stesso libro, ti rivolgi ad un’amica che trascura la famiglia per i troppi impegni ecclesiali, chiedendole di essere un po’ meno attiva in chiesa. Vogliamo però sottolineare un paradosso: il Magistero difende con forza la famiglia ma, contemporaneamente, uffici diocesani, parroci, responsabili di movimenti non fanno altro che aumentare esponenzialmente “impegni” (incontri, raduni, etc.) che, inevitabilmente, creano malumori o disagi in famiglia. Non pensi che una tiratina d’orecchie possiamo rifilarla anche a loro?

Al clero mai. Lo difendo sempre con tutto il cuore, perché è formato da fratelli che a volte sbagliano come capita a tutti, ma danno la vita per noi. I sacerdoti non si criticano mai.

Però il problema esiste…

Il problema esiste è vero. Secondo me, ogni famiglia ha delle stagioni. Quando si sta formando, ci si può aprire all’associazionismo. Però, quando poi il nucleo si deve consolidare, quando ci sono i figli piccoli e anche loro hanno le loro esigenze – magari il desiderio di stare insieme senza troppe intrusioni esterne: perché i miei figli, per esempio, se comincio ad invitare troppo, a fare cose di gruppo, si innervosiscono e hanno ragione – in quel caso occorre rallentare un po’.

Del resto, partecipare ad ogni impegno ecclesiale e trascurare la propria famiglia, soprattutto se ci sono bambini, è una scelta persino bizzarra, dato che la famiglia è considerata una chiesa domestica…

Secondo me, è una sorta di lussuria spirituale: il desiderio di cercare sempre nuovi stimoli, nuove gratificazioni, nuove riflessioni. Io penso che un cattolico maturo sappia quello che deve fare. Sa che sono necessari momenti in cui ci si ricarica: però è nella vita quotidiana che poi si deve esercitare il proprio essere cristiani.

Come ti regoli tu da cattolica e da madre?

Noi, in realtà, non so se siamo un buon esempio. Andiamo tutti insieme a Messa la domenica. Poi faccio frequentare il catechismo ai figli più grandi. Alle piccole, che non sono ancora in età, cerco di farlo io un giorno a settimana: leggo i libri, vediamo i film, leggo la Bibbia. Le storie però vanno innestate nel quotidiano, gomito a gomito: si parla di Dio come una persona reale, che è in mezzo a noi, che vive con noi…

Una volta hai detto che riesci anche a far dire il Rosario ai tuoi figli, corrompendoli in vari modi…

Esatto, ma, poi, loro vedono la testimonianza, senza bisogno di prediche. Vedono che vado tutti i giorni a Messa, che mi metto a pregare nel mio angolino, che leggo la Bibbia. Cioè vedono che per me è un’ esigenza viva e vitale e spero che sia questo che arrivi a loro. A volte, sono loro a chiedermi: “preghiamo?”. Poi amano la candela, l’incenso, si divertono – fanno anche dei disastri – però è un modo per tenerli lì, è un modo per vivere la fede nel quotidiano. Noi cristiani tante volte andiamo agli incontri ecclesiali e poi pensiamo che dobbiamo amare il vicino di autobus, il povero che sta dall’altra parte del mondo, mentre, invece, prima di tutto, l’amore si vive in famiglia con la suocera, con il marito a cui non rispondere, con la moglie per cui morire, con i figli che fanno i capricci…

Forse é stato l’equivoco clericale di questi anni. E’ facile amare uno che sta ad un milione di km di distanza, che non vedi, che non ti contraddice mai, con cui non parli, ma stare accanto, gomito a gomito, ai familiari che non ti obbediscono, che ti contraddicono, è lì che veramente è la sfida per il cattolico… amare la propria famiglia che dovrebbe venire prima di tutti gli altri “prossimi”, del proprio gruppo di preghiera, di catechesi, etc…

Tutta questa esigenza di gruppo, di condivisione, io personalmente non la sento. Rispetto, però, chi la sente. Io ho una comunità di amici, soprattutto amiche, con cui la pensiamo allo stesso modo. Però non è che ci vediamo lasciando i figli: ci pensiamo, cerchiamo di trovare dei momenti, perché è giusto trovarli, ma senza trascurare la famiglia…

Puoi farci un esempio concreto?

Di recente, è arrivata un’amica di Piacenza, che era a Roma per un impegno. Ho messo a letto i figli, è venuta tardi, verso le 22:30, e abbiamo parlato di Dio perché è quello che ci sta a cuore: ecco per me quella è una comunità – anche un incontro con un’amica – che non grava sulla famiglia.

LE LACRIME DELLA BONINO

Il senso dei tuoi libri è che le donne possono fare tantissimo per far uscire l’uomo dalla crisi di identità in cui è entrato dopo il femminismo degli anni ’70. Non le carichi di un’eccessiva responsabilità?

Io penso che la donna dà la vita all’uomo. Come dice anche Giovanni Paolo II, quando parla del genio della relazione; come dice Benedetto XVI, quando afferma che la parte migliore della vocazione femminile è portare fuori il meglio dell’altro anche a se stesso. Credo che la donna dovrebbe caricarsi di meno di responsabilità fuori, combattere un po’ di meno per le quote rosa, per il successo, e invece dedicarsi alla sottomissione che è grandissima nelle relazioni.

Di nuovo la sottomissione: è capitato che qualche donna si fosse sentita offesa per questo termine?

Devo dire che poche donne si sono offese, anzi, ora che ci penso, nessuna, leggendo i libri. Magari, a volte, per qualche articolo, ma per i libri no, perché la donna che esce fuori dai miei libri è una donna che ha una missione che fa bene al mondo. La donna secondo me è il motore, custodisce la scintilla come nella Sacra Famiglia. Giuseppe faceva il lavoro grosso e la Madonna ha accolto la vita. Cioè sono due funzioni diverse ma…

Entrambe importanti. Hai avuto lettrici di sinistra?

Qualcuna sì. In fondo, come è scritto nella recensione de Il fatto quotidiano su Sposati e sii sottomessa, anche per quelle che chiamiamo conquista l’aborto e che hanno lottato per il divorzio poi se si chiede loro qual è il giorno più bello della vita risponderanno sempre quando è nato il proprio figlio oppure, anche se divorziano, saranno sempre alla ricerca dell’amore eterno. Perché, alla fine, queste cose sono scritte nel cuore di ogni donna, anche in quello della Bonino, però il problema è ammetterlo. A volte, alcune mi hanno detto: “per me leggere il tuo libro è stata una grande sofferenza perché appartengo alla generazione che ha lottato per realizzarsi nel lavoro e ora che leggo è troppo tardi e mi sono resa conto che volevo farlo un figlio ma ora non è più tempo”.

L’orologio biologico è inesorabile…

Uno degli inganni del nostro tempo è quello di pensare che noi siamo arbitri della realtà e possiamo decidere quando e come vogliamo, ma la realtà è che il corpo delle donne invecchia, che dopo i 35 anni la fertilità dimezza e dopo i quaranta è più difficile concepire in modo naturale.

Non possiamo farci sfuggire il tuo cenno ad Emma Bonino. In tutta sincerità: che ne pensi da donna a donna? Che sensazione ti trasmette.

A me fa tanta tenerezza. Provo pena. Però chi mi vuole bene mi dice che mi fanno pena tutti. Il fatto è che ho letto su internet una sua intervista in cui diceva che lei la sera, quando rientrava a casa, spesso piangeva per la solitudine perché aveva avuto in affido due bambine ma solo temporaneamente (per saperne di pùqui n.d.r.) e secondo me anche lei avverte questo vuoto. Quindi, provo tenerezza per la persona. Però rispetto alle sue battaglie, a quello che ha fatto, no. I gesti e le battaglie sono condannabili. Per me il fatto che promuova l’aborto è una cosa… che non ci dormo la notte! Perché è terribile. Lei lo ha promosso, ma lo ha anche fatto, sulle persone care, nel salotto di casa, con l’aspirapolvere, la pompa di bicicletta: insomma quell’atto lì è proprio terribile, l’azione più terribile.

La rivoluzione ha necessità di spazzare via il passato, spezzando i legami fra gli uomini. Una rivoluzione che arriva, nel ’68, a compiere il gesto emblematico e altamente simbolico di separare madre e figlio, col cordone ombelicale spezzato nell’aborto. La rivoluzione ha bisogno di dividere persino ciò che era indivisibile, madre e figlio, e ci è riuscita, purtroppo, dopo il 68.

Sì.

PRENDERE LA VITA CON UN SORRISO… E GLI UOMINI? ALTRETTANTO.

L’ironia è l’ arma vincente dei tuoi libri. Che indichi anche alle donne, in uno dei capitoli dell’ultimo libro, come rimedio per non cedere alla tentazione di lamentarsi a tutti i costi. Ma, con quattro figli e un lavoro impegnativo, trovi il tempo e la voglia di sorridere delle contrarietà nella vita di tutti i giorni? Tu hai detto che a casa tua si ride sempre. La domanda sorge spontanea: “ma che c’è da ridere”?

Io penso sempre che quando c’è qualche piccolo contrattempo si può sorridere e grazie a Dio finora sono stati solo questi. Certo, la fatica è tanta, tanti soldi spesi, poco tempo, però questi non sono problemi grossi, se pensiamo alla croce. Poi chi è col cuore vicino al Signore non può essere triste perché siamo redenti, la morte è stata vinta, siamo parte del popolo regale di Dio, siamo figli di Dio: non possiamo non saltare dalla gioia.

Il consiglio, allora, è vivere con gioia…

Anche Gesù dice: “questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena”. Io penso che la gioia sia la spia che una persona funziona, che sa apprezzare anche le proprie piccole fatiche. Io ho conosciuto pure persone con grandi croci che erano nella gioia… Se uno è vicino al Signore non c’è niente che lo turbi.

Allora, per sorridere un po’… hai le prove che tuo marito legga veramente i tuoi libri? O ha detto sì come fanno tutti gli uomini?

Quando un uomo annuisce, “ah ah”, il dubbio viene… (ride) Qualcosa deve aver letto perché mi ha fatto moltissime critiche, quindi da quello ho la prova. Alla fine delle nottate passate a scrivere gli passavo il computer e lui mi rispondeva con fiumi di critiche. “Ma per il resto?” gli chiedevo. “Quale resto?” rispondeva “Questo lo hai già detto, questo non fa ridere, questo è noioso”. Dovrebbe aver letto ma solo perché è mio marito. Credo che non leggerebbe mai un libro del genere.

E, a parte tuo marito, I tuoi libri gli uomini li leggono?

Guarda… devo dire che ricevo più lettere di uomini che di donne.

E sono d’accordo?

Sì. Tutti felicissimi. Adorano questa donna meravigliosa del libro. Che anche mio marito vorrebbe conoscere perché è la donna del libro, non sono io. Stamattina si è alzato e mi ha detto: “Ho sentito alla radio una che diceva che la sera aspetta suo marito con il suo piatto preferito e caldo… ma che, per caso, eri tu?” (Perché ieri mi ha intervistato una radio). Io ho risposto: “Beh… c’è chi si specializza nel razzolare e chi… nel predicare”.

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Violenza su 16enne, Carlo Giovanardi: “E’ inutile scandalizzarsi”

21 ottobre 2013

Polemica dopo le dichiarazioni del senatore Pdl sul caso della giovane violentata da cinque amici durante una festa a Modena. Ghizzoni (Pd): “La scuola è fondamentale”

15:51 – Suscitano polemiche le dichiarazioni del senatore Pdl, Carlo Giovanardi, sul caso della 16enne violentata da cinque amici durante una festa a Modena. “Presentando la sessualità come un bene di consumo, è inutile scandalizzarsi se i ragazzi non si rendono neppure conto dell’inaudita gravità di certi comportamenti”, ha detto l’ex sottosegretario. “Non ci si può illudere – ha aggiunto – di risolvere il problema attraverso la repressione penale”.

Violenza su 16enne, Carlo Giovanardi: "E' inutile scandalizzarsi"

“Non voglio entrare nel merito della vicenda che l’Autorità giudiziaria dovrà chiarire in tutti i suoi controversi aspetti. Quello che ritengo insopportabile sono certe dichiarazioni, tra l’indignato e il meravigliato, come se fosse possibile, 364 giorni all’anno, dileggiare ogni regola ed ogni principio educativo, presentando la sessualità come uno dei tanti beni di consumo, e poi scandalizzarsi”, sottolinea il senatore Pdl.

“Se si sgancia la sessualità da un rapporto di amore e di rispetto reciproco, svalutandola a livello di semplice divertimento, non ci si può illudere di risolvere il problema attraverso la repressione penale”.

Manuela Ghizzoni (Pd), vicepresidente della Commissione Istruzione della Camera dei deputati, sullo stesso argomento afferma che “il ruolo della scuola è fondamentale e deve essere rafforzato, ma non si può delegare alla sola istituzione scolastica il cambiamento di una mentalità radicata, occorre che tutti gli adulti sentano la responsabilità di essere parte di una comunità educante”.

“Risorse sono state stanziate per la formazione dei docenti nel decreto contro la violenza sulle donne appena varato – ricorda l’on. Ghizzoni – come Pd stiamo lavorando affinché anche nel decreto ‘L’istruzione riparte’, che abbiamo appena cominciato a discutere, vengano rafforzate le competenze del personale della scuola in materia di educazione all’affettività e contro gli stereotipi di genere”.

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Quando anche Gesù dicendo la Verità può far male e confonderci

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Premessa del mio caro amico Parusìa. Con consiglio di avviare prima la musica.

“Caro Alberto sono sicuro che molti rimarranno trasecolati nel leggere questo commento di DonPa che condivido 100%. Temo però che Don Spaladore abbia dimenticato una premessa che sento doveroso fare. Gesù non sta dicendo di sciogliere i matrimoni o di abbandonare le case dei famigliari. Per Dio, no, non lo farebbe mai. Però ci spiega. Se credete di sposarvi solo con l’intenzione di sistemarvi e di portare quiete nella vostra vita magari affidandovi ad una brava donna o ad un brav’uomo, non fatelo, perchè ciò renderà la vostra vita un tormento. Gesù dice: quando pensate che la famiglia venga prima di tutto e quindi tralasciate le cose di Dio per stabilirvi tranquillamente nelle quiete domestica, un lavoro stabile, o tenere fra le braccia i propri pargoli, sappiate che nulla resta come sempre e questi poi prenderanno decisioni diverse dalle vostre e potrebbe essere un inferno come ci racconta Mia Martini in quel ‘sono nostri figli ma non sono come noi‘. Serve che il matrimonio rientri nel suo valore sacramentale dove ci si unisce all’unico uomo o all’unica donna che riteniamo abbiano già intrapreso quel percorso verso Dio in un atto di conversione totale. Allora anche i figli avranno due genitori operosi nella santificazione. Con tutto l’amore possibile!”

https://escogitur.files.wordpress.com/2013/06/8c550-harlow.jpgVangelo di Luca 8,19-21

In quel tempo, 19 andarono da Gesù la madre e i suoi fratelli, ma non potevano avvicinarlo a causa della folla.
20
Gli fecero sapere: «Tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e desiderano vederti».
21
Ma egli rispose loro: «Mia madre e miei fratelli sono questi: coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica».

Legami

Pur rispettando infinitamente i percorsi affettivi e relazionali di tutti gli uomini e le donne della terra, i legami familiari generati dall’umanità attraverso il sangue e le relazioni affettive, Gesù non riconosce a questi legami nessuna utilità ed efficacia per creare tra le persone legami veramente sani, vantaggiosi, reali, energetici, generatori di unità e di unione. A costo di sembrare irritante per il perbenismo e le morali tradizionali, scortese nei confronti dei suoi familiari, Gesù non perde occasione per ribadire che i legami di parentela, i legami di sangue, i legami familiari non sono in nessun modo paragonabili con la potenza, l’efficacia, il valore dei legami generati da coloro che condividono il vivere l’intimità con Gesù, l’amore, la dedizione per la Parola di Gesù e il desiderio e l’impegno di mettere in pratica le procedure del vangelo. L’unico legame che Gesù riconosce e condivide, l’unico legame che considera reale, vero, efficace, profondo, unente è il legame che si genera quando le persone condividono nello spirito lo stesso amore e ardore per la Parola del vangelo e lo stesso desiderio di realizzarla e metterla in pratica, per la propria felicità e il benessere di tutti.
Perché Gesù non fa alcun affidamento sui legami di sangue, familiari, parentali? Perché più volte li pone come il primo e il più potente degli intralci in grado di impedire all’uomo di poter seguire e realizzare la sapienza del vangelo, come quando in Matteo 10,37 precisa in modo inequivocabile: chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me, perché? Semplicemente perché Gesù sa che i legami di sangue, i legami familiari e relazionali non hanno alcun potere, forza, possibilità, utilità per rendere felice l’uomo e garantire il benessere dell’umanità. Gli uomini e le donne della terra cercano relazioni e stabiliscono legami affettivi e di sangue per essere felici, per vivere nel benessere, ma in realtà questi legami, per loro intrinseca natura, non hanno alcuna possibilità e utilità per rendere l’uomo felice e procurargli una vita di benessere e di armonia. I legami affettivi, familiari, parentali, i legami di sangue non sono conduttori di felicità, maturazione, benessere, gioia, pace, armonia. Gesù spiega in dettaglio questa verità, praticamente sconosciuta all’umanità, quando in Matteo 24,38-39 afferma: Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e marito, fino a quando Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti, così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo.
Le relazioni umane, i legami umani, gli affetti umani, i legami parentali e familiari, i legami di sangue non hanno in sé alcun potere di far crescere gli uomini e le donne nella consapevolezza della realtà, nella comprensione di Dio e del suo muoversi e agire nella storia. Sono completamente inefficaci per aiutare un uomo a crescere spiritualmente e intellettualmente, non sono di alcuna utilità per predisporlo alla sua evoluzione e illuminazione, non servono assolutamente a nulla per preparare l’umanità all’incontro con Dio e con Gesù suo Figlio e lo Spirito Paraclito.
Anzi, Gesù mette sullo stesso piano l’occupazione di vendere e comprare, cioè di provvedere al proprio sostentamento e benessere, con il prendere moglie e marito, cioè con lo stabilire legami affettivi e parentali, definendole occupazioni perfettamente inutili e inservibili per far crescere l’uomo nella consapevolezza, nella sapienza, nella conoscenza. Occupazioni così inutili e inservibili per la crescita intellettuale e spirituale dell’uomo, che – rivela Gesù – gli uomini e le donne di questa generazione, occupati a vendere e comprare, prendere moglie e marito, vivranno la sua seconda venuta, la sua venuta intermedia assolutamente in uno stato di totale inconsapevolezza, completamente impreparati, ignari, ignoranti, ciechi, sprovveduti, così come ai giorni di Noè, non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e inghiottì tutti.
Gesù non demonizza i legami affettivi umani, i legami familiari e di sangue, ma rivela con assoluta chiarezza che sono perfettamente inutili all’uomo per raggiungere il benessere integrale e per vivere felice. Chi affida la propria crescita intellettuale, la propria evoluzione spirituale, la maturazione della propria consapevolezza e comprensione, ai legami familiari e di sangue, è come se si affidasse a un palo di cemento da cui un giorno poter raccogliere fichi. Chi pretende di raggiungere la propria felicità e il proprio benessere, attraverso il fruire quotidiano dei legami familiari e di sangue, è come colui che pretende uva da un rovo. Chi cerca la gioia attraverso i legami familiari e di sangue è come chi cerca una sorgente d’acqua zampillante in un sasso che tiene in mano. Incaricare i propri legami familiari, parentali e di sangue di poter sprigionare e donare felicità e benessere è la scelta più sciocca, sconsiderata e inutile che l’uomo possa compiere. I legami affettivi umani, i legami familiari e parentali, i legami di sangue per loro intrinseca natura non possono fornire all’uomo nessuna forma di benessere reale e felicità. Questo è il motivo per cui Gesù insiste nel ricordare all’uomo che sono possibili legami, relazioni, intimità, unioni, che hanno il potere, la forza, l’energia di farlo maturare nella consapevolezza, di farlo crescere nella felicità e nel benessere, e sono i legami che si creano quando le persone, indipendentemente dai legami familiari e di sangue, iniziano a condividere, amare, comprendere la Parola di Gesù con il forte desiderio di realizzarla e metterla in pratica. Nessun legame affettivo, spirituale, intellettuale sarà mai più forte, ottimo conduttore di benessere e felicità, del legame che si genera tra coloro che nel loro cuore condividono l’amore per la meditazione della Parola di Gesù, per la contemplazione della persona di Gesù per realizzare la sapienza della sua Parola. Nessun legame affettivo, spirituale, intellettuale sarà mai più forte, ottimo conduttore di benessere e felicità, del legame che si genera tra coloro che nel loro cuore condividono il desiderio di ascoltare, comprendere, amare e mettere in pratica le procedure evangeliche per il bene e la felicità dell’umanità.

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“Gli sposi sono chiamati a santificare il loro matrimonio”

Il matrimonio è un cammino di santità. Quando Dio è presente nella vita della famiglia, le gioie ed i contrattempi hanno un altro sapore. L’Incontro Mondiale delle Famiglie e i mesi estivi sono una buona oppurtunità per leggere l’omelia di san Josemaría sul matrimonio.

12 luglio 2006

IL MATRIMONIO, VOCAZIONE CRISTIANA

Omelia pronunciata da san Josemaría Escrivá nel Natale del 1970. Contenuta nel libro: “E’ Gesù che passa”.

Ritornano alla nostra mente i fatti e le circostanze che fanno da cornice alla nascita del Figlio di Dio, e il nostro sguardo si sofferma sulla grotta di Betlemme e sul focolare di Nazaret. Maria, Giuseppe, Gesù Bambino sono ora più che mai al centro del nostro cuore. Che cosa ci dice, che cosa ci insegna la vita semplice e meravigliosa della Sacra Famiglia?

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Fra tante possibili considerazioni, ora voglio farne soprattutto una. La nascita di Gesù significa, come riferisce la Scrittura, la realizzazione della pienezza dei tempi, il momento scelto da Dio per manifestare in maniera completa il suo amore agli uomini, donandoci il proprio Figlio. La volontà divina si compie in mezzo alle circostanze più normali e comuni: una donna che partorisce, una famiglia, una casa. L’onnipotenza divina, lo splendore di Dio, passano attraverso l’umano, si uniscono all’umano. Da allora noi cristiani sappiamo che, con la grazia del Signore, possiamo e dobbiamo santificare tutte le realtà oneste della nostra vita. Non c’è situazione terrena, per quanto piccola e ordinaria possa sembrare, che non possa essere occasione di un incontro con Cristo e una tappa del nostro cammino verso il Regno dei Cieli.

Non è strano, perciò, che la Chiesa esulti nel contemplare la modesta dimora di Gesù, Maria e Giuseppe. È bello — si recita nell’inno di mattutino della festa della Sacra Famiglia — ricordare la piccola casa di Nazaret e l’esistenza semplice che vi si conduce, esaltare l’umile ingenuità che circonda Gesù, la sua vita nascosta. Lì, da bambino, Gesù imparo il mestiere di Giuseppe; lì crebbe in età esercitando il lavoro di artigiano. Vicino a Lui sedeva la dolce Madre; vicino a Giuseppe viveva la sposa amatissima, felice di poterlo aiutare e offrirgli le sue cure.

Quando penso ai focolari cristiani, mi piace immaginarli luminosi e allegri, come quello della Sacra Famiglia. Il messaggio del Natale risuona con forza: Gloria a Dio nell’alto dei cieli, e pace in terra agli uomini di buona volontà. A esso si collega il saluto dell’Apostolo: La pace di Cristo regni nei vostri cuori; la pace di saperci amati da Dio nostro Padre, di essere una sola cosa con Cristo, protetti dalla Vergine Maria Santissima e da san Giuseppe.

Questa è la grande luce che illumina la nostra vita e che, pur tra difficoltà e miserie personali, ci spinge ad andare avanti con perseveranza. Ogni focolare cristiano deve essere un’oasi di serenità in cui, al di sopra delle piccole contrarietà quotidiane, si avverte — come frutto di una fede reale e vissuta — un affetto intenso e sincero, una pace profonda.

Il matrimonio cristiano non è una semplice istituzione sociale, né tanto meno un rimedio alle debolezze umane: e un’autentica vocazione soprannaturale. Sacramento grande in Cristo nella Chiesa, dice san Paolo e, al tempo stesso, contratto che un uomo e una donna stipulano per sempre, perché — lo si voglia o no — il matrimonio istituito da Cristo è indissolubile: segno sacro che santifica, azione di Gesù che pervade l’anima di coloro che si sposano e li invita a seguirlo, perché in Lui tutta la vita matrimoniale si trasforma in un cammino divino sulla terra.

Gli sposi sono chiamati a santificare il loro matrimonio e a santificare se stessi in questa unione. Commetterebbero perciò un grave errore se edificassero la propria condotta spirituale volgendo le spalle alla famiglia o al margine di essa. La vita famigliare, i rapporti coniugali, la cura e l’educazione dei figli, lo sforzo economico per sostenere la famiglia, darle sicurezza e migliorarne le condizioni, i rapporti con gli altri componenti della comunità sociale: sono queste le situazioni umane più comuni che gli sposi cristiani devono soprannaturalizzare.

La fede e la speranza si devono manifestare nella serenità con cui si affrontano i problemi piccoli o grandi che sorgono in ogni famiglia e nello slancio con cui si persevera nel compimento del proprio dovere. In tal modo, ogni cosa sarà permeata di carità: una carità che porterà a condividere le gioie e le eventuali amarezze; a saper sorridere dimentichi delle proprie preoccupazioni per prendersi cura degli altri; ad ascoltare il proprio coniuge e i figli, dimostrando loro che li si ama e li si comprende davvero; a superare i piccoli attriti che l’egoismo tende a ingigantire; a svolgere con un amore sempre nuovo i piccoli servizi di cui è intessuta la convivenza quotidiana.

“Non c’è situazione terrena, per quanto piccola e ordinaria possa sembrare, che non possa essere occasione di un incontro con Cristo e una tappa del nostro cammino verso il Regno dei Cieli.”

Si tratta di santificare giorno per giorno la vita domestica, creando con l’affetto reciproco un autentico ambiente di famiglia. Per santificare ogni giornata si devono esercitare molte virtù cristiane, quelle teologali in primo luogo, poi tutte le altre: la prudenza, la lealtà, la sincerità, l’umiltà, la laboriosità, la gioia…

SANTITA’ NELL’AMORE UMANO

L’amore puro e limpido degli sposi è una realtà santa che io, come sacerdote, benedico con tutte e due le mani. La tradizione cristiana ha visto frequentemente nella presenza di Gesù alle nozze di Cana una conferma del valore divino del matrimonio: Il nostro Salvatore si recò a quelle nozze — scrive san Cirillo d’Alessandria — per santificare il principio della generazione umana

Il matrimonio è un sacramento che fa di due corpi una sola carne. La teologia afferma con forte espressione che la sua materia è costituita dal corpo stesso dei contraenti. Il Signore santifica e benedice l’amore del marito verso la moglie e quello della moglie verso il marito: ha disposto non solo la fusione delle loro anime, ma anche dei loro corpi. Nessun cristiano, sia o no chiamato alla vita coniugale, può quindi disprezzarla.

Il Creatore ci ha dato l’intelligenza, quasi una scintilla dell’intelletto divino che ci consente — assieme alla libera volontà, altro dono di Dio — di conoscere e amare; e ha posto nel nostro corpo la capacità di generare, partecipandoci il suo potere creatore. Dio ha voluto servirsi dell’amore coniugale per donare al mondo nuove creature e accrescere il corpo della sua Chiesa. Il sesso non è una realtà vergognosa, ma un dono divino ordinato schiettamente alla vita, all’amore, alla fecondità.

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Questo è il contesto, lo sfondo in cui si colloca la dottrina cristiana sulla sessualità. La nostra fede non disconosce nulla di quanto v’è di bello, di generoso, di genuinamente umano sulla terra. Ci insegna che la regola del nostro vivere non deve essere la ricerca egoistica del piacere, perché solo la rinuncia e il sacrificio portano al vero amore: Dio ci ha amati e ci invita ad amarlo e ad amare gli altri secondo la verità e l’autenticità con cui Egli ci ama. Chi avrà trovato la sua vita, la perderà; e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la ritroverà: è questo l’apparente paradosso del Vangelo.

Le persone continuamente preoccupate di se stesse, che agiscono cercando innanzitutto la propria soddisfazione, mettono in pericolo la loro salvezza eterna, e già in questa vita sono inevitabilmente infelici. Può essere felice sulla terra, di una felicità che è preparazione e anticipo del Cielo, solo chi dimentica se stesso — nel matrimonio come in ogni situazione — e si dedica a Dio e agli altri.

Durante la nostra vita sulla terra, il dolore è la pietra di paragone dell’amore. In modo plastico potrei dire che nel matrimonio c’è un dritto e un rovescio. Da una parte, la gioia di sapersi amati, l’entusiasmo di edificare e di consolidare una famiglia, l’amore coniugale, la consolazione di veder crescere i figli. Dall’altra, dolori e contrarietà, il trascorrere del tempo che logora i corpi e minaccia di inacidire i caratteri, l’apparente monotonia dei giorni che sembrano sempre uguali.

Avrebbe un ben povero concetto del matrimonio e dell’affetto umano chi pensasse che, nell’urto contro queste difficoltà, l’amore e la gioia vengano meno. È proprio allora, invece, che i sentimenti che animavano quelle creature rivelano la loro vera natura, che la donazione e la tenerezza si rafforzano e si manifestano come affetto autentico e profondo, più potente della morte.

Questa autenticità dell’amore richiede fedeltà e rettitudine in tutti i rapporti matrimoniali. Dio — commenta san Tommaso d’Aquino — ha unito alle diverse funzioni della vita umana un piacere, una soddisfazione; quindi, questo piacere e questa soddisfazione sono buoni. Ma se l’uomo, invertendo l’ordine delle cose, cerca tali sensazioni come valore ultimo, disprezzando il bene e il fine a cui devono essere connesse e ordinate, le perverte, le snatura, trasformandole in peccato o in occasione di peccato.

La castità — che non è semplice continenza, bensì affermazione decisa di una volontà innamorata — è una virtù capace di conservare la giovinezza dell’amore in qualunque stato di vita. Vi è la castità di coloro che sentono il destarsi della pubertà, la castità di coloro che si avviano al matrimonio, la castità di chi è chiamato da Dio al celibato, la castità di chi è già stato scelto da Dio per vivere nel matrimonio.

Come non ricordare le parole energiche e chiare tramandateci dalla Vulgata, con le quali l’arcangelo Raffaele ammonisce Tobia prima delle nozze con Sara? Ascoltami — dice l’angelo — e ti mostrerò chi sono coloro contro i quali può prevalere il demonio. Sono quelli che abbracciano il matrimonio in modo tale da escludere Dio da sé e dalla loro mente, e si lasciano trascinare dalla passione come il cavallo e il mulo, che sono privi di intelletto. Su costoro ha potere il diavolo.

Non c’è posto per un amore schietto, sincero e felice quando nel matrimonio non si vive la virtù della castità, che rispetta il mistero della sessualità e lo ordina alla fecondità e alla donazione. Io non parlo mai di impurità ed evito sempre di scendere in casistiche morbose e senza senso; ma di castità e di purezza, di affermazione lieta dell’amore, ho parlato moltissime volte, e devo parlarne.

In tema di castità coniugale, esorto gli sposi a non temere di esprimersi l’affetto; anzi, devono farlo, perché questa inclinazione è la base della vita famigliare. Quello che il Signore chiede loro è il rispetto reciproco, la mutua lealtà, un comportamento improntato a delicatezza, a naturalezza, a modestia. Vi dirò anche che i rapporti coniugali sono decorosi quando sono prova di vero amore e, quindi, sono aperti alla fecondità, ai figli.

Chiudere le fonti della vita è un delitto contro i doni che Dio ha concesso all’umanità, è un segno evidente che è l’egoismo e non l’amore a ispirare la condotta. Allora la vita cristiana si intorbida, perché i coniugi finiscono per guardarsi come complici: e nascono i dissensi che, di questo passo, divengono quasi sempre insanabili.

“fate che i vostri figli vedano che voi cercate di vivere con coerenza la vostra fede, che Dio non è solo sulle vostre labbra, ma è presente nelle vostre opere, che vi sforzate di essere sinceri e leali, che vi amate e li amate veramente”.

Quando l’amore è ravvivato dalla castità coniugale, la vita matrimoniale è espressione di una condotta autentica, e marito e moglie si comprendono e si sentono uniti. Se in vece il bene divino della sessualità si perverte, allora l’intimità si distrugge, e l’uomo e la donna non sanno più guardarsi serenamente negli occhi.

Gli sposi devono costruire la loro convivenza su un affetto sincero e limpido e sulla gioia di mettere al mondo i figli che Dio dà loro la possibilità di avere, sapendo all’occorrenza rinunciare a comodità personali e avendo fede nella Provvidenza divina. Formare una famiglia numerosa, se tale è la volontà di Dio, è una garanzia di felicità e di efficacia, checché ne dicano i tristi fautori di un cieco edonismo.

Non dimenticate che tra gli sposi non è sempre possibile evitare i contrasti. Ma voi non litigate mai davanti ai figli: li fareste soffrire e li indurreste a parteggiare per l’uno o per l’altra, contribuendo forse inconsapevolmente ad aumentare la vostra disunione. Tuttavia i bisticci, purché non troppo frequenti, sono anch’essi una manifestazione d’amore, quasi una necessità. L’occasione, non il motivo, è di solito la stanchezza del marito, spossato dal lavoro, o la fatica — speriamo che non sia il tedio — della moglie che ha avuto da fare con i bambini, con le faccende domestiche e con il suo stesso carattere, a volte un po’ instabile (anche se le donne, quando vogliono, sono più forti degli uomini).

Evitate l’orgoglio, che è il peggior nemico della vostra vita coniugale: nelle vostre piccole liti nessuno ha ragione. Il più sereno dei due deve dire una parola che valga a trattenere il malumore fino a più tardi. E più tardi — da soli — litigate pure, tanto poi farete subito la pace.

Voi donne fate attenzione a non trascurare la cura della vostra persona; ricordate il proverbio: « Quando la moglie non si trascura, il marito non cerca l’avventura ». È sempre attuale il dovere di essere attraenti, come quando eravate fidanzate; dovere di giustizia, perché appartenete a vostro marito. Nemmeno lui deve dimenticare che vi appartiene e che ha l’obbligo di essere per tutta la vita affettuoso come un fidanzato. Brutto segno se sorridete ironicamente a queste mie parole: sarebbe una prova evidente che l’affetto famigliare si è trasformato in gelida indifferenza.

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FOCOLARI LUMINOSI E ALLEGRI

Non si può parlare di matrimonio senza pensare subito alla famiglia, che è il frutto e la continuazione di ciò che con il matrimonio si inizia. La famiglia è composta non solo dal marito e dalla moglie, ma anche dai figli e, in gradi differenti, dai nonni, dagli altri congiunti e dalle collaboratrici domestiche. A tutti costoro deve giungere quel calore affettuoso e intimo di cui si alimenta un vero ambiente famigliare.

Certo, ci sono degli sposi ai quali il Signore non manda figli: è segno allora che Egli chiede loro di volersi bene con immutato affetto, e di dedicare le loro energie — per quel che possono — a servizi e iniziative per il bene di altre anime. Ma di solito il matrimonio è fecondo, e allora i figli devono costituire la prima preoccupazione degli sposi. La paternità e la maternità non si esauriscono nel momento in cui il figlio nasce: la facoltà di generare — partecipazione al potere di Dio — deve continuare poi come cooperazione all’opera dello Spirito Santo e culminare nella formazione di uomini e donne autenticamente cristiani.

I genitori sono i principali educatori dei figli, sia nell’aspetto umano che in quello soprannaturale, e devono sentire la responsabilità di questa missione che esige comprensione, prudenza, capacità di insegnare e, soprattutto, di amare; nonché l’impegno di dare buon esempio.

L’imposizione autoritaria e violenta non è una buona risorsa educativa. L’ideale per i genitori consiste piuttosto nel farsi amici dei figli: amici ai quali si confidano le proprie inquietudini, con cui si discutono i diversi problemi, dai quali ci si aspetta un aiuto efficace e sincero.

È necessario che i genitori trovino il tempo di stare con i figli e parlare con loro. I figli sono la loro cosa più importante: più degli affari, più del lavoro, più dello svago. In queste conversazioni bisogna ascoltarli con attenzione, sforzarsi di comprenderli, saper riconoscere la parte di verità — o tutta la verità — che può esserci in alcune loro ribellioni. E allo stesso tempo bisogna aiutarli a incanalare rettamente ansie e aspirazioni, insegnando loro a riflettere sulla realtà delle cose e a ragionare. Non si tratta di imporre una determinata linea di condotta, ma di mostrare i motivi, soprannaturali e umani, che la raccomandano. In una parola, si tratta di rispettare la loro libertà, poiché non c’è vera educazione senza responsabilità personale, né responsabilità senza libertà.

I genitori educano soprattutto con la loro condotta. Quello che i figli e le figlie cercano nel padre e nella madre non è soltanto un’esperienza più vasta della loro, o consigli più o meno giusti, ma qualcosa di più importante: una testimonianza sul valore e sul senso della vita, una testimonianza incarnata in un’esistenza concreta, convalidata nelle diverse circostanze e situazioni che si avvicendano lungo l’arco degli anni.

Se dovessi dare un consiglio ai genitori, direi soprattutto questo: fate che i vostri figli — che fin da bambini, non illudetevi, notano e giudicano tutto — vedano che voi cercate di vivere con coerenza la vostra fede, che Dio non è solo sulle vostre labbra, ma è presente nelle vostre opere, che vi sforzate di essere sinceri e leali, che vi amate e li amate veramente.

Così contribuirete efficacemente a fare di loro dei veri cristiani, uomini e donne integri, capaci di affrontare con spirito aperto le diverse situazioni della vita, capaci di porsi al servizio dei loro simili, di contribuire alla soluzione dei grandi problemi dell’umanità, e di testimoniare Cristo nella società a cui domani apparterranno.

Ascoltate i vostri figli, dedicate loro anche il tempo vostro, date fiducia, credete a ciò che vi dicono, anche se talvolta vi ingannano; non meravigliatevi delle loro “contestazioni”, giacché anche voi alla loro età siete stati più o meno contestatori; andate loro incontro, a metà strada, e pregate per loro. Se agirete secondo questo stile cristiano, quando essi avranno delle legittime curiosità, anziché rivolgersi a un amico volgare e senza pudore, si rivolgeranno a voi con semplicità. La vostra fiducia, il vostro contegno amichevole, riceveranno come risposta la loro sincerità. E tutto questo — anche se permangono piccoli contrasti e incomprensioni di poco conto — è quello che si chiama pace famigliare, vita cristiana.

“Non dimenticate che tra gli sposi non è sempre possibile evitare i contrasti. Tuttavia i bisticci, purché non troppo frequenti, sono anch’essi una manifestazione d’amore, quasi una necessità”.

Come descriverò — si domanda uno scrittore dei primi secoli

la felicità di questo matrimonio che la Chiesa fonda, la reciproca offerta conferma, la benedizione suggella, gli angeli proclamano e Dio stesso ha celebrato? […] I due sposi sono come fratelli, servi l’uno dell’altra, senza che si dia fra loro separazione alcuna, né nella carne né nello spirito. Perché veramente sono due in una sola carne, e dove c’è una sola carne deve esserci un solo spirito […] Contemplando questi focolari, Cristo si rallegra e invia la sua pace; dove sono due, lì c’è anche Lui, e dove c’è Lui non può esserci alcun male.

Abbiamo cercato di ricordare e commentare alcuni lineamenti dei focolari in cui si riflette la luce di Cristo, e che sono perciò focolari luminosi e allegri: in essi l’armonia che regna tra i genitori si trasmette ai figli, a tutta la famiglia e all’ambiente circostante. Così, in ogni famiglia autenticamente cristiana, si riproduce in un certo modo il mistero della Chiesa, scelta da Dio e inviata come guida del mondo.

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A ogni cristiano, qualunque sia la sua condizione — sacerdote o laico, sposato o celibe — si adattano pienamente le parole dell’Apostolo che si leggono nell’epistola della festa della Sacra Famiglia: Scelti da Dio, santi e amati l. Tali siamo tutti noi, ciascuno nel suo posto nel mondo, nel luogo che a ciascuno è proprio: uomini e donne scelti da Dio per rendere testimonianza a Cristo e portare a chi ci circonda la gioia di sapersi figli di Dio, nonostante i nostri errori, contro cui dobbiamo lottare efficacemente.

È molto importante che il senso vocazionale del matrimonio sia sempre presente, tanto nella catechesi e nella predicazione quanto nella coscienza di coloro che Dio prepara a questo cammino, poiché è attraverso di esso che sono realmente chiamati a incorporarsi al disegno divino di salvezza di tutti gli uomini.

Non si può quindi proporre agli sposi cristiani un modello migliore di quello delle famiglie dei tempi apostolici: la famiglia del centurione Cornelio, che fu docile alla volontà di Dio e nella cui casa si realizzò l’apertura della Chiesa ai gentili, quella di Aquila e Priscilla, che diffusero il cristianesimo a Corinto e a Efeso e collaborarono all’apostolato di san Paolo; quella di Tabita, che con la sua carità soccorse i bisognosi di Joppe, e tanti altri focolari di giudei e di gentili, di greci e di romani, nei quali attecchì la predicazione dei primi discepoli del Signore.

Famiglie che vissero di Cristo e che fecero conoscere Cristo; piccole comunità cristiane che furono come centri di irradiazione del messaggio evangelico. Focolari come tanti altri di quei tempi, ma animati da uno spirito nuovo che contagiava chi li avvicinava e li frequentava. Così furono i primi cristiani, e così dobbiamo essere noi, cristiani di oggi: seminatori di pace e di gioia, della pace e della gioia che Gesù ci ha guadagnato.

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Il reato di omofobia è solo l’inizio della spirale

Segnalazione di Redazione BastaBugie

Dopo la legge sull’omofobia seguiranno ovviamente: unioni civili, matrimonio gay, adozioni per i gay e maternità surrogata
di Livio Podrecca

La legge sulla omofobia è solo un tassello, il primo, di un preciso percorso normativo che, come in altri paesi, dovrà portare prima al riconoscimento legislativo delle unioni civili; quindi al matrimonio gay; infine alla disciplina delle adozioni da parte delle coppie omosessuali ed alla regolazione della cosiddetta maternità surrogata
Sembra una esagerazione? A giudicare dalle cronache non si direbbe. Certamente è un panorama surreale, da incubo. E se si guarda all’escalation che, su questi temi, si è prodotta in altri paesi europei (Francia ed Inghilterra, per esempio), ma anche ai modi in cui, qui da noi, la proposta di legge sulla omofobia viene portata avanti in Parlamento, i motivi di preoccupazione aumentano.
Certamente, in questo percorso quello della omofobia è un passaggio fondamentale, strategico, che prepara il terreno, le premesse culturali e giuridiche per tutti gli altri.
Per questo è importante opporsi alla approvazione di questa legge insidiosa, liberticida ed ideologica che, facendo leva, con tecnica ormai ampiamente collaudata, sul sentimentalismo pietista verso i poveri gay oggetto di discriminazione e violenza, introduce invece nell’ordinamento, surrettiziamente ed all’insaputa anche degli ingenui parlamentari che sono disposti per tali motivi a votarla, una vera rivoluzione antropologica, uno stravolgimento copernicano nella concezione dell’uomo e della sua natura finora recepita dal nostro ordinamento giuridico.
Già da parte di molti ci si è finalmente accorti della criminalizzazione delle opinioni che questa legge introdurrebbe, mentre l’omosessualità è un fenomeno dai contorni quanto meno controversi, sul quale è legittimo avere vedute e pareri diversi.
In base a tali convinzioni, però, deve essere anche possibile tenere condotte coerenti, e distinguere tra chi voglia liberamente adottare uno stile di vita omosessuale in relazione a situazioni ed istituti rispetto ai quali quest’ultimo sia ritenuto incompatibile o moralmente inaccettabile. Ciò non solo, per esempio, negando alle coppie gay l’accesso al matrimonio, istituto che ha senso solo per le coppie eterosessuali e rilievo sociale proprio in relazione alla funzione procreatrice (assente per natura nelle coppie gay, a meno di ritenere naturali le pratiche di maternità surrogata) che in esso si realizza. Ma anche escludendo tali coppie dalle adozioni, in considerazione del diritto dei minori ad avere un padre ed una madre; od opponendosi, p. es., a ché i propri figli siano soggetti ad attività formative, nella scuola ed in ogni altro ambito pubblico e privato, che intendano presentare l’omosessualità e l’identità di genere come normali atteggiamenti della sessualità, semplicemente alternative alla eterosessualità. Deve, in sostanza, essere possibile continuare a ritenere, pur senza giudizio sulle persone, l’omosessualità un problema, una anomalia verificatasi nello sviluppo psichico della persona, e le relative pratiche un oggettivo disordine morale, diseducativo e produttivo di effetti negativi per la società.
Con il progetto di legge Scalfarotto, così com’è attualmente congegnato, ciò non sarebbe più ammesso, né possibile, se non a rischio di denunce e sanzioni penali, e occorrerebbe per legge adeguarsi alla asserita normalità dell’omosessualismo, senza più possibilità di critica né delle conseguenti azioni oppositive.
Non è quindi vero che con questa legge si vogliono solo reprimere le discriminazioni ingiuste e gli atteggiamenti violenti e di incitamento all’odio nei confronti dei gay (condotte, peraltro, già punite dalla legge penale).
Se passa la legge (così come è ora formulata) sarà, infatti, vietata e punita, ogni e qualsiasi forma di discriminazione, cioè ogni distinzione, ogni ritenuta diversità di trattamento delle persone che pratichino l’omosessualità che sia operata per ragioni, cosiddette, di omofobia o di transfobia, neologismi di incerto contenuto e portata che ben potrebbero sintetizzarsi nella semplice contrarietà morale e di principio verso tali pratiche o verso il mondo gay e LGBT.
Ciò ancorché tali convincimenti si concretino in condotte pacifiche e rispettose, nell’esercizio delle libertà di opinione, di insegnamento, di religione, e nel diritto – dovere di educare i figli, senza poter distinguere tra una discriminazione (meglio: distinzione) giusta ed una ingiusta, né poter entrare nel merito delle ragioni da cui la diversità di trattamento (ammesso che possa ritenersi tale) in ragione della pratica omosessuale sia derivata o addirittura imposta.
Così, infatti, avviene con la legge Reale Mancino in tema di discriminazione razziale; basta un manifesto contro i campi nomadi, o la richiesta all’immigrato, da parte di un Comune, di un certificato in più, rispetto agli altri cittadini, per accedere a determinati servizi, per aversi discriminazione vietata.
E’ davvero sconcertante vedere come l’ideologia di gender, per la quale il sesso non è un dato biologico, ma il prodotto di una cultura e l’effetto di una scelta personale, stia dilagando nei programmi e nella azione politica degli stati occidentali e della Unione Europea.
La deriva etica che ne scaturisce pone le basi per una radicale distruzione della società.
Anche sul piano religioso e della fede, infatti, l’ideologia di gender vuole simbolicamente distruggere il corpo, creato da Dio maschio e femmina, cioè sessuato, e l’ordine della famiglia che su di esso è imperniato. Con il corpo sessuato, si vuole anche cancellare e distruggere l’immagine di Dio che il Creatore ha posto in esso. La differenza sessuale è, infatti, il motore del dinamismo d’amore che scaturisce dalla diversità tra l’uomo e la donna, e, simbolicamente, tra lo Sposo, Cristo, e la Sposa, la Chiesa, secondo il paradigma sponsale che Dio stesso ha posto come immagine del suo amore per l’uomo. Un amore oblativo e fecondo. L’omosessualità, al contrario (come è stato autorevolmente detto), si basa sulla negazione della differenza sessuale; le relative pratiche scaturiscono da una sterile spinta narcisistica, che la società non ha nessun interesse a sostenere ed incentivare.
Di fronte a queste inquietanti prospettive, c’è da chiedersi come si possa pensare di mettersi in pace la coscienza con logiche falsamente tolleranti e buoniste. Se non ci si batte, anche quel fantasma scioccamente deformato di libertà relativista che alcuni hanno in mente, per cui non si devono imporre le proprie idee agli altri (confondendo, così, la libertà di opinione con la difesa dei fondamenti della nostra società), potrebbe infatti avere vita breve. Saranno gli altri ad imporci le loro; anzi, lo stanno già facendo.

Fonte: Blog di Costanza Miriano, 31/08/2013

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Germania: da novembre ci sarà il “genere vuoto” oltre al mascio e alla femmina

SF Gay Pride Parade Bolstered By Recent Supreme Court RulingsSegnalazione de “La Voce del Rompiscatole”

Dal primo novembre, in Germania, i genitori potranno scegliere di lasciare uno spazio vuoto nella casella del genere, sull’atto di nascita dei figli

Dal primo novembre prossimo in Germania, negli uffici dell’anagrafe, ci sarà la possibilità di lasciare una casella vuota sugli atti di nascita, senza l’obbligo di dover scrivere “maschio” o “femmina”. I genitori potranno insomma scegliere di non determinare il sesso del proprio figlio, ad esempio nel caso in cui il bambino presenti caratteristiche di entrambi i sessi, lasciandogli la possibilità di determinare il proprio genere in futuro.

La Germania è il primo paese europeo ad introdurre questa opzione. Non è ancora stato chiarito però se questa possibilità di scelta riguarderà anche altri tipi di documenti personali, come per esempio il passaporto, dove bisogna obbligatoriamente assegnare un genere scelto tra maschio e femmina. Un’importante rivista giuridica di diritto familiare, la Zeitschrift für das gesamte Familienrecht (FamRZ), ha proposto di introdurre l’opzione “X”.

La legge è stata approvata in Germania a maggio, ma la stampa tedesca ne ha parlato soltanto in questi giorni. All’inizio dell’anno, l’Australia è diventata il primo paese del mondo a introdurre delle linee guida di tipo legale sul riconoscimento del genere. Nel sistema australiano, ogni individuo può scegliere il terzo genere e applicare tale scelta su tutti i documenti personali, a prescindere dal fatto di aver subìto un’operazione per il cambiamento del sesso o di aver fatto terapie a base ormonale. Anche in Finlandia sono stati fatti passi in avanti nel riconoscimento del terzo genere, ma alcuni ostacoli burocratici hanno impedito fino a oggi l’entrata in vigore di una nuova legge.

Foto: Sarah Rice/Getty Images

Fonte: http://www.ilpost.it/2013/08/17/terzo-genere-germania/

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Sul sesto Comandamento, sulle impurità e sulla sodomia

di Carlo Di Pietro

Il sesto comandamento “non commettere atti impuri” o “non fornicare” (Catechismo Maggiore, San Pio X, III, Dei com. e di Dio) ci proibisce ogni impurità, per cui ci vieta le azioni, le parole, gli sguardi, i libri, gli spettacoli, le trasmissioni tv, i siti internet, ecc … immorali; ci vieta anche l’infedeltà nel matrimonio. Mentre il quinto comandamento, “non uccidere”, mira a conservare l’individuo nella sua integrità fisica, il sesto comandamento, “non commettere atti impuri”, mira all’integrità del buon costume, della moralità e punta alla conservazione della specie umana.

É un gran peccato l’impurità? “È un peccato gravissimo ed abominevole innanzi a Dio ed agli uomini; avvilisce l’uomo alla condizione dei bruti, lo trascina a molti altri peccati e vizi, e provoca i più terribili castighi in questa vita e nell’altra.” (ibid.)

Non vorrei scrivere del “sesto comandamento” poiché affronta una serie di argomenti così diabolici e sporchi – il Maccono li definisce “di pece” – che si corre il rischio di “imbrattarsi” nell’atto stesso del trattarli, anche se lo si fa per allontanarli da sé e dal prossimo; al fine di conoscere il necessario (che deve sapersi dal buon cattolico) per evitare i mali che possono derivare da uno stato di ignoranza colpevole, ed affinché non ci macchiamo, sia io che voi, nel mentre che ne parleremo è conveniente pregare Dio perché ci aiuti a rimanere saldi; ricordiamo anche le seguenti avvertenze:

I. Il peccato non lo si ha (non si manifesta) nel conoscere il male, ma nel volerlo, nel desiderarlo o nel compiacersene; ovverosia il peccato non lo ritroviamo propriamente nell’intelletto, ma nella volontà (adesione all’errore). Dio, per esempio, conosce tutto e non pecca, difatti è santissimo e Dio deplora il peccato;

II. Il godere di conoscere una cosa cattiva non è peccato, invece è peccato “beneficiare” della cosa cattiva. Quindi non è peccato il conoscere certi misteri della vita, e neppure è peccato il godere nel saperli,ma sarebbe peccato il godere di certe cose di cui ora parleremo;

III. Non è peccato il sentire tentazioni, sensazioni cattive, avere in mente brutte immaginazioni. Queste sono le normali forme di opera del maligno su di noi che si manifestano nella tentazione, mentre quanto costa alle brutte e persistenti immaginazioni, sarebbe preferibile parlare di manifestazioni straordinarie del maligno sotto forma di ossessioni. E’ peccato, però, acconsentirvi, compiacersene, goderne. Il peccato non consiste quindi nel sentire, ma nell’acconsentire; è sempre la libera accettazione dell’errore che ci fa peccare.

OBBIEZIONE — Si potrebbe obiettare dicendo che se non è peccato il sapere, allora posso interrogare qualunque persona, leggere qualunque libro, vedere qualunque figura, visitare qualsiasi sito internet o visionare anche film pornografici.

RISPOSTA“O tu hai bisogno di sapere, di vedere tali cose, oppure no” spiega categoricamente il Maccono:

1° Se non hai bisogno di sapere un qualcosa, non puoi (è vietato), perché la conoscenza di certe cose porta facilmente a godere non solo della conoscenza, ma della cosa stessa, quindi il voler conoscere certe cose, senza necessità, è un esporsi al pericolo prossimo di peccare, il che non è lecito, anzi è già peccato;

2° Se il bisogno di sapere un qualcosa è necessario e non artificioso, allora potrai interrogare questa o quell’altra persona seria, prudente, timorata di Dio; leggere questo o quell’altro libro; ma con tutto riguardo per non peccare, come chi è costretto a maneggiare veleni, lo fa con riguardo per non averne danno;

3° Quindi, posto il bisogno vero, e non una morbosa curiosità, sii prudente nel scegliere chi devi interrogare e, nelle stesse interrogazioni, sii prudente nel consigliarti, per esempio nella scelta dei libri e nella lettura. Poi pensa che Dio ti vede, e non oltrepassare il limite del pudore naturale che Dio pose in noi, quasi come una invisibile barriera al male a cui ci spingono le passioni. Rispetta sempre te stesso, abbi orrore e sdegno di ogni bruttura e abominio, e non lasciarti mai andare a cose di cui debba poi vergognarti. — Da ultimo prega sempre Dio che ti tenga la sua Santa Mano sul capo e non ti lasci cadere.

Quando si studiano certe cose per bisogno, così come stiamo facendo adesso, e si adoperano le debite precauzioni, Dio volge la Sua Santa Mano in maniera particolare inviando la Sua Grazia affinché l’uomo non pecchi; se invece si cerca di sapere per vana curiosità, Dio abbandona l’uomo a se stesso, e l’uomo, abbandonato a sé, cade nel fango.

Dio ha posto nell’uomo delle forze e tendenze ordinate, alcune alla conservazione dell’individuo, altre alla conservazione della specie; stiamo parlando della percezione e della coscienza che ogni uomo ha della legge naturale; sono ordinati alla conservazione di se stessi, per esempio, gli stimoli del mangiare e bere, del ripararsi dal caldo o dal freddo, ecc… ; tutti questi stimoli è lecito e anche doveroso soddisfare ma sempre regolandoli secondo la ragione e la fede; chi trasmoda, come per esempio l’ubriacone, l’ingordo, ecc…, pecca contro la virtù della temperanza.

Vi sono in noi altre tendenze, ordinate alla conservazione della specie, alle quali non è lecito soddisfare, per volere di Dio, se non secondo l’ordine e il fine da Lui stabilito, che è, per esempio, il matrimonio debitamente contratto. Chi le asseconda in altri modi, pecca contro la virtù della castità. Quindi, se con cattiva compiacenza si fanno, si dicono, si guardano, si leggono cose impure o si seguono artisti e attori con canzoni, opere e dialoghi licenziosi, o si veste in modo indecente, si pecca contro questo comandamento.

Queste brevi nozioni sono essenziali da sapere per gli adulti, mentre per i bambini basta insegnare che il sesto comandamento proibisce:

…le azioni fatte da solo o in compagnia di altri. Se fatte con parenti o persone religiose o legate dal voto di castità, o coniugate, hanno speciale malizia, che va manifestata in confessione;

…le parole, dette o ascoltate con cattiva compiacenza e ogni discorso licenzioso. Sentendo un qualcuno dire parole che non vanno bene, che urtano, correggetelo; se è più grande di voi, e avvisato farebbe peggio, allontanatevi; se non potete, astenetevi non solo dal prender parte o sorridere ma, con un contegno composto e serio, dimostrate la vostra disapprovazione.

San Bernardino da Siena a un suo compagno, che incominciò un discorso licenzioso, appioppò un sonoro schiaffo dicendo: “A un sì libero parlare conviene un sì libero agire”.

San Luigi Gonzaga a un vecchio, che divertiva la brigata con discorsi liberi, disse: “Non si vergogna lei, alla sua età, di parlare in tal modo?” … e lo costrinse a tacere.

Ecco un bel proverbio italiano oggi dimenticato: “Chi vuol salvo l’onore, sdegno in fronte e fuoco in cuore”;

…gli sguardi immodesti, non necessari, e tanto più se su di altri;

…i libri, cioè, è proibita la lettura di libri, giornali, periodici, programmi TV, reality show, siti internet, ecc. che contengono cose immorali e la cui lettura o visione eccita le più ignobili passioni dell’uomo, trascinandolo al male. Quanti giovani hanno perduto prima l’innocenza e poi la fede per una lettura immorale, per un videogioco violento, per un reality pornografico? Quante fanciulle si sono rovinate per sempre addirittura per la lettura di un romanzo erotico?

…le immagini o statue oscene. Attenti quindi non solo alle TV, a internet, a certi sconci di réclame, ma anche nel visitare gallerie o musei d’arte, e certe esposizioni moderne, così brutte ed oscene; già la sola bruttezza spacciata per arte potrebbe essere una oscenità, ma v’è di più ed è la pornografia oggi definita “artistica”. Chi poi per ragione di studi deve consultare certi libri, studiare certe opere, ecc., ritenga quanto abbiamo detto più sopra, ovverosia lo si faccia con garbo e senza mai lasciarsi coinvolgere, senza desiderare di peccare;

gli spettacoli immorali, cioè, i teatri, i cinema, i concerti e ogni altro ritrovo in cui le rappresentazioni o la musica, o tutt’ insieme queste cose, concorrono a risvegliare nel cuore i più bassi istinti delle più volgari passioni che poi, alla lunga, ci rendono pari agli animali.

GRAVITA’ DEI PECCATI IMPURI

Sono gravissimi i peccati contro la castità e sono quasi sempre mortali.

L’impudicizia non si deve neppure nominare tra voi, come si conviene a santi; né oscenità, né sciocchi discorsi o buffonerie, che sono cose indecenti” (Ef., 5,3); “Nessun disonesto avrà parte dell’eredità del regno di Cristo e di Dio (Ef., 5,5); Non illudetevi: né immorali, né idolàtri, né adùlteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il regno di Dio (1Cor. 6,9-19)

Secondo la Legge Divina, quindi non alterabile neanche dalla Chiesa stessa, l’impurità è un disordine, come ogni altro peccato, perché è contro la legge di Dio, e fa sì che l’uomo assoggetti l’anima al corpo, alla carne; ma disordine terribile, perché con facilità induce ad altri peccati e genera gravi scandali (come abbiamo appreso dal precedente studio lo scandalo grave è un peccato peggiore dell’omicidio [1]).

L’impurità produce un cumulo di rovine:

а) rovina del corpo, che infiacchisce e uccide: quante vite miete questo vizio infame! Quanto è vero il proverbio italiano che chi vive carnalmente, non può vivere lungamente, senza mai dimenticarci anche dei castighi che Dio invia direttamente o che ne acconsente il verificarsi a scopo propedeutico o propriamente per punire;

b) rovina della mente, che ottunde, specialmente per il senso morale;

c) rovina del cuore, che indurisce;

d) rovina della fede, che estingue. Quanti non credono, non perché abbiano scoperto contraddizione tra la scienza e la fede, ma perché sono accecati da questa obbrobriosa passione. Francesco Coppée, membro dell’istituto di Francia, nella sua gentil opera Saper soffrire, dove racconta le vicende della sua conversione, confessa candidamente che la prima causa della sua incredulità furono i peccati contro la bella virtù. “Fui educato cristianamente, egli scrive, e dopo la mia prima Comunione compii per parecchi anni, e col più ingenuo fervore. Quello che me ne staccò, furono lo dico schietto, la crisi dell’adolescenza e la vergogna di dovermi confessare di certe cose”“Molti uomini converranno, se pur sono sinceri, che la regola severa imposta dalla religione ai sensi, fu quella che principiò ad allontanarli da essa; più tardi, solo più tardi, andarono a cercare nella ragione e nella scienza argomenti metafisici, che dispensassero da questa regola. Per me almeno le cose andarono cosi. Fatto il primo passo falso, e continuando per lo stesso cammino, non mancai di leggere libri, udire discorsi e osservare esempi, che sembravano destinati espressamente a convincermi che per l’uomo nulla è più legittimo che l’obbedire agli impulsi del proprio orgoglio e della propria sensualità. M’invase allora l’indifferenza d’ogni preoccupazione religiosa”.

e) rovina dell’anima, che rende schiava della passione e manda all’inferno (per maggiori nozioni sull’inferno leggere la nota 2);

f) rovina dell’onore, che fa perdere;

g) rovina spesso delle famiglie, che getta nel disonore e nella miseria;

h) rovina della vita e della natura, che fa accendere “ … a passioni infami; le loro donne hanno cambiato i rapporti naturali in rapporti contro natura. Egualmente anche gli uomini, lasciando il rapporto naturale con la donna, si sono accesi di passione gli uni per gli altri, commettendo atti ignominiosi uomini con uomini, ricevendo così in se stessi la punizione che si addiceva al loro traviamento … E pur conoscendo il giudizio di Dio, che cioè gli autori di tali cose meritano la morte, non solo continuano a farle, ma anche approvano chi le fa …” (Rm. 1, 26-32);

g) Castighi. Oltre le rovine sopraccennate ricordiamo che la Scrittura ci dice come Dio mandò il diluvio universale per questo peccato (noi sappiamo che il diluvio fu un reale accadimento, un vero castigo, non una metafora o una casualità come insegnano gli scandalosi modernisti); così mandò il fuoco sopra Sodoma e Gomorra (idem come prima); e così molte altre pubbliche e private calamità… E ricordiamo che castigo dell’impurità è pure la disperazione e l’impenitenza finale che conduce inesorabilmente all’eterna dannazione. Badate di non errare: né i fornicatori… né gli effeminati avranno la eredità del regno di Dio (1Cor. 6, 9-10).

Secondo la Fede Cattolica e quindi anche secondo la tomistica, per esempio, il peggior peccato di impudicizia è il sesso impuro contro natura o sodomia.

MAXIMUM PECCATUM INTER SPECIES LUXURIAE, ovvero il peccato più grande – grave – tra le specie della lussuria, dove per lussuria, si intende uno dei sette vizi capitali consistente nella brama disordinata del piacere sessuale. Il gravissimo peccato che ne consegue, ostativo per l’accesso al Regno dei cieli, contrasta con il finalismo della natura che, come previsto da Dio, subordina il piacere derivante da atti sessuali solo ed esclusivamente alla legge dell’amore fecondo, lecito unicamente nel contesto della sfera coniugale. (Dizionario del Cristianesimo, E. Zoffoli, Sinopsis, 1992)

Molte immoralità e comportamenti disordinati che provocano anche la collera e i castighi di Dio vengono insinuati già da giovanissimi nella mente dei bimbi, spesso per colpa degli adulti iniqui, da qui la necessità di educare fin da subito i giovani di oggi che diventeranno gli uomini di domani.

Vi è difficoltà speciale nel parlare di questo comandamento e del nono ai piccoli, perché bisogna essere riguardosi per non insegnare il male e non scandalizzarli, quindi qualche catechista tralascia addirittura di parlarne (per catechista intendiamo il vero catechista cattolico, non l’odierno educatore sempre più spesso indecentemente impreparato se non addirittura complice del re della menzogna); il che non è bene, perché il fanciullo ne sente parlare per le vie, per le piazze, e forse anche in casa, e vede atti e figure che turbano il suo cuore. Inoltre la natura stessa depravata lo porta ad atti che intravede non essere buoni, ma di cui non comprende ancora la gravità. Poi, disgraziatamente, ne prende l’abitudine e vi si abbandona con rovina dell’anima e del corpo stesso, e con molta difficoltà ad emendarsi. Parliamogli in senso buono e santo, per premunirlo contro il male, di ciò che sente parlare in modo spudorato e peccaminoso nel mondo. E quando dovrete fare una di codeste lezioni, non solo farete una preparazione prossima più accurata, ma studierete i termini e le frasi da usarsi, e farete cosa ottima a scriverveli, e pregherete il vostro Angelo Custode affinché vi aiuti e non permetta che vi sfugga alcuna parola che possa offuscare il candore delle anime durante la lezione.

Potrete introdurvi così – Dio è nostro Creatore e Padre, e noi dobbiamo fare ciò che Egli comanda. Ora Egli vuole che noi andiamo vestiti. Le vesti servono a ripararci dal freddo e dal caldo, ma certe parti del corpo come le mani, la faccia, le teniamo scoperte. Certe altre parti invece Dio vuole che si tengano coperte e non si guardino e non si tocchino senza necessità. Il fanciullo che si regola in questo modo, si dice che è modesto e puro, e piace a Dio; chi invece non obbedisse a Dio in questo, e si mostrasse scoperto e si lasciasse vedere o toccare da altri, mancherebbe contro questo comandamento e farebbe peccato. Fa pure peccato chi guarda altre persone scoperte o le tocca; chi guarda volontariamente libri, riviste, programmi TV o siti internet indecenti, ecc.; chi ascolta volontariamente o fa discorsi brutti; chi legge cose cattive, le legge o le pensa o le desidera… Ben inteso, parlerete sempre con serietà e santità di linguaggio.

BELLEZZA ED ECCELLENZA DELLA CASTITÀ

Agli allievi ed alle allieve, più che della bruttezza del vizio, conviene parlare della bellezza della virtù, la quale è tanto bella che viene chiamata la virtù bella per eccellenza; ed è in realtà tanto bella che il solo parlarne invoglia gli animi buoni a conservarla, o se perduta, a ricuperarla.

La castità è quella virtù morale che inclina l’uomo ad astenersi dai piaceri illeciti della carne:

E’ obbligatoria. “La volontà di Dio è che voi siate santi… che sappia ciascuno di voi custodire il proprio corpo in santità e onestà, non nelle passioni della concupiscenza” (Tess. 4, 3);

Ci santifica, perché chi è veramente, piamente, costantemente puro nei pensieri, negli affetti, nelle parole e negli atti, in breve acquista tutte le altre virtù. “Ella è come la madre delle virtù”, diceSant’Ambrogio. Al contrario senza lei, tutte le altre virtù non piacciono a Dio e facilmente si perdono.“Senza la castità ogni altra virtù vien meno”, afferma San Girolamo;

Ci angelizza. L’uomo casto differisce dall’angelo per la felicità, non per la virtù, e la castità dell’uno è naturale, nell’altro frutto di vittoria;

Ci fa veder Dio. “Beati quelli che hanno il cuor puro, perché questi vedranno Dio” (Mt. 5, 8) – in terra per la fede, senza le tante difficoltà che altri hanno ad ammettere i misteri; – in cielo per la visione beatifica;

Ci fa amici di Dio. “Chi ama la mondezza del cuore, per la grazia del suo parlare, avrà per amico il Re del cielo” (Prov. 22, 11).

Ci avvicina a Dio. “La purezza fa che uno si avvicina a Dio” (Sap. 6, 20).

Il sesto comandamento ci ordina di essere “santi nel corpo”, portando il massimo rispetto alla propria e all’altrui persona, come opere di Dio e tempi dove Egli abita con la presenza e con la grazia.

…santi nel corpo, ecc. Il nostro corpo è opera di Dio, è il suo capolavoro. Ora, non si trattano con rispetto i capolavori dei grandi uomini? — Non si maledice, non si castiga chi li guasta, li deturpa? E Dio non castigherà chi profana l’opera sua in sè stesso o nel corpo altrui?

Noi per il Battesimo siamo stati santificati, siamo diventati membri di Gesù Cristo e templi dello Spirito Santo. Ecco quel che dice San Paolo: “Non sapete voi che i vostri corpi sono membra di Gesù Cristo?… e che non siete di voi stessi?… Glorificate e portate Dio nel vostro corpo” (1Cor. 6, 15). “Non sapete che le membra vostre son tempio dello Spirito Santo?” (1Cor. 5, 19). “Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito Santo abita in voi?” — E conclude: “Se alcuno violerà il tempio di Dio, Iddio lo sperderà. Imperocché santo è il tempio di Dio che siete voi” (1Cor. 3). — E ancora: “Badate di non errare; né i fornicatori, né gli idolatri, né gli adulteri, né gli effeminati, né quei che peccano contro natura, né i ladri, né gli avari, né gli ubriachi, né i maledici, né i rapaci avranno l’eredità del regno di Dio” (1Cor. 6,9-10).

Avvertimento. Sentirete nel mondo dire spudoratamente da qualcuno di coloro che non serve umana legge, ma va Seguendo come bestie l’appetito (Pg. 16, 82) che non si può essere casti, che i peccati contro la castità non sono gravi, ma piccole debolezze. Non gli date retta e fuggite via da lui, da questo scandaloso, specie se è un “prete” o un catechista o un professore.

1° Se non sono peccati gravi, perché San Paolo, dopo aver numerato varie forme del peccato mortale, dice:Chi fa tali cose non conseguirà il regno di Dio? (Gal. 5,16-21). Se fanno perdere il regno di Dio è segno che fanno perdere la grazia, e perciò sono peccati mortali;

2° Non è vero che sia impossibile vivere casti. E’ certo, certissimo che Dio non comanda cose impossibili. E’ certo, certissimo che molti vissero e vivono con tutta castità. Dunque, se tanti uomini, tante donne, tanti giovinetti e tante fanciulle vissero e vivono con castità, perché non potrò io? Quindi chi non vive casto, non è perché non può, ma perché non vuole. Il non posso è il sofisma di chi vuole dispensarsi dalla legge, e attutire i rimorsi di coscienza; è l’argomento dell’egoista che, simile agli animali, aspira solo al piacere del momento; è il pretesto del vigliacco che butta le armi per non combattere…

I peccati contro la castità sono gravissimi, ed ancor più grave è il peccato di chi commette il sesso impuro contro natura, tanto che:

San Pio V lo definì così “L’esecrabile vizio libidinoso contro natura; colpe per le quali i popoli e le nazioni vengono flagellati da Dio, a giusta condanna, con sciagure, guerre, fame e pestilenze …” (San Pio V,Costituzione Cum Primum);

San Pio X dice che la sodomia è “quel peccato che grida al Cielo”“che grida vendetta al cospetto di Dio”“il secondo peccato più grave che grida vendetta al cospetto di Dio dopo l’omicidio volontario” (San Pio X, Catechismo Maggiore);

San Gregorio I Papa detto “Magno”, Dottore della Chiesa “Che lo zolfo evochi i fetori della carne, lo conferma la storia stessa della Sacra Scrittura, quando parla della pioggia di fuoco e zolfo versata su Sodoma dal Signore. Egli aveva deciso di punire in essa i crimini della carne, e il tipo stesso del suo castigo metteva in risalto l’onta di quel crimine. Perché lo zolfo emana fetore, il fuoco arde. Era quindi giusto che i Sodomiti, ardendo di desideri perversi originati dal fetore della carne, perissero ad un tempo per mezzo del fuoco e dello zolfo, affinché dal giusto castigo si rendessero conto del male compiuto sotto la spinta di un desiderio perverso” (San Gregorio Magno, Commento morale a Giobbe);

San Bonaventura, Dottore della Chiesa con il titolo di Doctor Seraphicus “Tutti i sodomiti, uomini e donne, morirono su tutta la terra, secondo quanto ricordò san Gerolamo commentando il salmo ‘È nata una luce per il giusto’, per evidenziare che Colui che stava nascendo veniva a riformare la natura e a promuovere la castità” (San Bonaventura, Sermone XXI in Nativitate Domini, chiesa Santa Maria della Porziuncola);

Sant’Agostino, Dottore della Chiesa: “I delitti che vanno contro natura, ad esempio quelli compiuti dai sodomiti, devono essere condannati e puniti ovunque e sempre. Quand’anche tutti gli uomini li commettessero, verrebbero tutti coinvolti nella stessa condanna divina: Dio infatti non ha creato gli uomini perché commettessero un tale abuso di loro stessi. Quando, mossi da una perversa passione, si profana la natura stessa che Dio ha creato, è la stessa unione che deve esistere fra Dio e noi a venire violata”(Sant’Agostino, Confessioni):

– e tanti altri, come ad esempio Santa Caterina da Siena, San Tommaso d’Aquino, San Pietro Canisio, San Girolamo, Santa Ildegarda di Bingen, ecc …

Ogni uomo ha i mezzi per fuggire da questi abominevoli pensieri, quindi ha tutte le facoltà per non violare anche il sesto comandamento.

Mezzi detti NEGATIVI:

Fuga dell’ozio, perché l’ozio è il padre dei vizi. San Filippo Neri diceva ai giovani che “l’ozio è il capezzale del demonio e che chi sta in ozio, non ha bisogno che il diavolo lo tenti; egli è tentazione a se stesso”;

Fuga dei cattivi compagni. Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei, o che diverrai. Chi va col lupo, impara a urlare, chi collo zoppo a zoppicare. Come un appestato ne corrompe mille, come una pera fradicia ne guasta un monte, così un compagno cattivo;

Fuga delle letture cattive. Dimmi che leggi e ti dirò che vagheggi. Il libro cattivo è peggiore d’un triste compagno, perché è sempre a portata di mano e non arrossisce nel parlare di ciò che si deve tacere;

Fuga delle occasioni pericolose, come i balli, teatri, i cinematografi, gli amoreggiamenti, internet, i reality show.

Gli amoreggiamenti, per esempio, sono pericolosissimi e spesso fatali. Nessun giovane, nessuna fanciulla contragga relazioni senza il consenso dei genitori. E se il consenso c’è, evitino di trovarsi da soli; e se pare che il Signore li destini ad una futura vita insieme, non conducano le cose per le lunghe, perché le cose lunghe diventano serpi.

Mezzi detti POSITIVI:

La preghiera. La castità è una virtù celeste e non si ottiene se non dal cielo con molta preghiera. “Io sapevo, dice il Savio, che non potevo essere continente, se Dio non me lo concedeva, e il sapere questo è già dono della sapienza; e perciò andai a Dio e lo pregai con tutta l’effusione del mio cuore”;

Nelle nostre preghiere, in modo speciale nella Santa Messa, dopo la Santa Comunione, nella visita al SS. Sacramento, domandiamo sempre al Signore di essere umili e puri. Quanto più saremo umili tanto più facilmente potremo custodire la bella virtù; quanto più saremo umili e puri, tanto più piaceremo a Dio, e riceveremo le sue grazie. — Giova, a conservare la purità, l’avere una tenera devozione a San Luigi, protettore della gioventù, a Maria Santissima. Una pratica efficacissima, a questo scopo, è la sera inginocchiarsi vicino al letto per domandare la benedizione alla Madonna e recitare in onore della sua Immacolata Concezione tre Ave Maria, intercalandole con la bella e filiale invocazione: Maria, Mater purissima, Mater castissima, ora prò nobis, e terminarle col Gloria Patri, ecc. Se non potete recitarle in ginocchio, ditele almeno mentre vi spogliate, affinché la Madonna vi benedica;

La mortificazione dei sensi, specialmente: a) mortificazione degli occhi. Ciò che occhio non vede, cuor non desidera… Alcuni vogliono vedere tutto, e poi si stupiscono di avere tentazioni. Ci sarebbe da stupire che non ne avessero. Mortifichiamoli anche nelle cose lecite, per saper tenerli a freno, affinché non trascorrano alle illecite; b) mortificazione delle orecchie, non voler ascoltare ogni cosa; c) mortificazione della gola. Quando il demonio tenta la gola, è per muovere poi guerra alla castità. Attenti a non soddisfarla troppo, affinché il corpo nutrito delicatamente, non si ribelli all’anima, come un puledro sfrenato, e non vi trascini al male. “Cosa lussuriosa è il vino” {Ef. 5,18 ; Prov., 20, 1-; 23, 31 e succ.). Vino e castità, dicono i Santi, non stanno insieme; d) mortificazione del tatto, il più insidioso dei sensi, il quale, sparso in tutto il corpo, più d’ogni altro è pericoloso, e in continua congiura contro l’anima;

Frequenza dei Sacramenti della confessione e comunione, possibilmente la comunione ogni giorno, almeno ogni domenica; Le buone disposizioni che si debbono portare alla confessione, cioè, l’esame che ci aiuta a conoscerci; il pentimento che ci distacca dal male; il proposito che ce lo fa evitare; gli avvisi del confessore, e sopra tutto la grazia del sacramento faranno sì che conserviamo il cuore puro. Inutile parlare della grazia e dell’efficacia della Santa Comunione;

4° Da ultimo coltiviamo in noi il pensiero della presenza di Dio; ricordiamo spesso i novissimi, la morte, il giudizio, l’inferno e il paradiso; aumentiamo in noi il timor di Dio, e nelle tentazioni ricorriamo a lui con vive e affettuose giaculatorie, s saremo sicuri di conservare la più bella delle virtù.

Avvertenza. Sentirete forse anche nel mondo degli spudorati e degli scandalosi, degli uranisti e dei pornoattori, dei pedofili e molestatori, i quali per giustificare le loro turpitudini ed avere compagni nel vizio, vi diranno che la castità danneggia la salute!!! Attenzione, è come dire che chi non beve alcool si rovina e morirà tisico!

Come mai Dio, che comanda nel quinto comandamento d’aver cura della salute, nel sesto avrebbe fatto una legge che mira a danneggiarla?

La vera scienza e l’esperienza provano che il vizio rovina la salute e che la castità invece la conserva. “I medici più insigni, scrive il professor Bettazzi, sono concordi nel dichiarare che nessun danno viene alla salute dal condurre anche per lungo tempo (e noi diciamo anche per tutta la vita) una vita continente, quando lo spirito sia ben governato e ci si astenga da ciò che artificialmente fomenta le passioni. Potrei citare un lungo elenco di nomi di medici, di igienisti stranieri, che hanno nel modo più reciso palesato quell’opinione, e vi ricorderei così illustri professori universitari, direttori di grandi ospedali, cui, per conseguenza, non fa difetto né esperienza né dottrina…”. E dopo averne citati alcuni, soggiunge: “Ed aggiungo che non è questione soltanto di opinioni isolate, le quali, anche col rispetto che si deve alle persone di alto valore, potrebbero pur lasciare qualche dubbio ; ma sono gruppi di medici che collettivamente pronunziano il medesimo giudizio, sono consessi e adunanze che sentono la necessità di esprimere al riguardo voti e deliberazioni prese solennemente”. “Così la Facoltà di Medicina dell’Università di Cristiania condannava falsa l’opinione che la purezza dei costumi danneggi la salute; e i professori d’igiene di diciannove Università tedesche indirizzarono a tutti gli studenti una circolare la quale, oltre metterli in guardia contro i mali venerei, li ammoniva sulla innocuità della continenza; e più di cinquanta medici fra i più celebri dello Stato di New York dichiaravano, tutti d’accordo, che «la castità e una vita pura, per ambedue i sessi, sono la migliore condizione per la salute fisica, mentale e morale». E mi piace citare anche un voto che il Congresso generale sanitario di Bruxelles del 1902, dove convennero le sommità mediche del mondo, faceva unanimemente, e che era concepito così: «Bisogna anzi tutto insegnare alla gioventù maschile che non solo la morigeratezza e la continenza non sono nocive, ma chi invece queste virtù sono le più raccomandabili dal punto di vista igienico e medico»”.

Al peccato c’è rimedio e non bisogna abbattersi, basta il non voler peccare più: Deus meus, ex toto corde poenitet me omnium meorum peccatorum, eaque detestor, quia peccando, non solum poenas a Te iuste statutas promeritus sum, sed praesertim quia offendi Te, summum bonum, ac dignum qui super omnia diligaris. Ideo firmiter propono, adiuvante gratia Tua, de cetero me non peccaturum peccandique occasiones proximas fugiturum. Amen.

bib. :

Il valore della vita, Commento dogmatico morale al Catechismo Maggiore, Vol II, sac. F. Maccono

Dizionario del Cristianesimo, p. E. Zoffoli, 1992

Summa Th. , San Tommaso

Catechismo Maggiore, San Pio X

Della Chiesa e dell’omosessualismo, Stanzione – Di Pietro, prossima edizione 2013, Fede & Cultura, Verona

note:

[1] http://radiospada.org/2013/07/sul-peccato-di-scandalo-non-versare-sangue-innocente/

[2] http://radiospada.org/2013/07/demonologia-la-sacra-scrittura-e-il-diavolo/

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Tornare ad essere madre nella decrescita felice. Sposala e muori per lei

Nessuno vorrà sfidarmi su quanto sto per dire. Almeno spero! Perchè è da secoli che volevo dirlo, ma solo ora ho preso lo spunto dalla dichiarazione molto gesuitica di Bergoglio per dire qualcosa che nemmeno lui ha osato dire nella sua sintesi ignaziana: la Donna è stata messa a capo della procreazione, di tutta la procreazione! Tutto il Creato gira attorno alla donna e al suo ventre e al suo amore per ogni creatura vivente: ama i suoi figli, come ama i cuccioli di ogni genere animale, come ama i fiori, le piante a la natura tutta intera. Ha una sensibilità innata per le belle cose e le sente tutte sue. Le guarda, le contempla, le ammira, le sistema, le riordina, le custodisce con fare lieve e soave. E l’uomo stesso, in questa dimensione, non le gira intorno, non l’avvicina veramente per il sesso come direbbero alcuni riguardo al pelo e ai buoi: ma per la sua bontà d’animo, per la sua gentilezza, per la dolce cura che ha di ogni cosa di cui si nutre lo spirito e l’essenza di vita. Non attorno al focolare come schiava della casa e succube di mariti prepotenti e arroganti, ma come madrina che anima, che porta gioia, che sorride, danza, porta sollievo e magnanimità. La donna è strumento di abbondanza e ricchezza: riempie di buon umore le giare delle riserve domestiche; accompagna il marito sull’uscio quando parte per il lavoro ed è il primo bacio che lui incontro al rientro stanco e sudato. Ma la donna come madre, come moglie, come figlia, come sorella, come consigliera, come dama della carità e ispiratrice della pietà va pian piano scomparendo. C’è forse da attribuire la colpa a qualcuno per questo? Alle leggi sull’aborto, sul divorzio, sulla disgregazione delle famiglie e l’aumento della cultura del consumo, della corsa senza sosta verso mete irraggiungibili? Ahimè, come non sospettare un piano micidiale perpetrato per distruggere questo mirabile piano congegnato da Dio. Potrei cominciare da Maria, Madre di Dio, tutta una lista infinita di donne più o meno note, addirittura sconosciute che hanno reso grandi uomini che forse non sarebbero nemmeno stati uomini: Sant’Elena e Costantino, Santa Monica e Sant’Agostino, Santa Marcellina e Sant’Ambrogio. E potrei parlare di Santa Rita da Cascia e persino partire per la tangente e parlare di Claudia e Pilato, Lucrezia Borgia e il Duca di Ferrana Alfonso I d’Este, Anita e Garibaldi. Donne che hanno fatto anche la storia per la caparbietà, la pazienza, il temperamento forte e generoso.

Penso a quante volte Dio si sia sentito fiero di questa creatura che ha posto vicino ad Adamo. E quanta poca pazienza abbia avuto lo stesso Adamo nell’attendere che si facesse donna. Qualcuno dice: “Dio non poteva stare ovunque per consolare il genere umano ed inventò la donna!”.

La Chiesa non è vero che abbia relegato la donna al solo ruolo procreativo. E’ una propaganda che vale tanto quanto il fatto che i cristiani bruciano gli eretici, che hanno fatto le crociate e che Papa Borgia era uno zozzone. Anzi, l’ha nobilitata e creato intorno tutto un sistema di protezione confidando nella bontà e nella tenacia di uomini forti. Oggi che l’uomo è degenerato, la donna non si fida più del compagno, del padre e talvolta ha paura anche dei figli. Proprio quello che la Chiesa ha voluto proteggere per secoli, non esponendola alla fatica del lavoro, ai dispiaceri della vita,  ai dolori non dovuti, non ricercati, non attesi oltre quelli direttamente riconducibili al suo essere donna, madre, figlia, sorella.

E per questo attraverso il Sacramento del Matrimonio, ha garantito la fedeltà del marito, la sua responsabilità sulla prole, il consiglio tramite la confessione e la riconciliazione.

Oggi manca la donna per quello che è davvero: il lume della vita quotidiana, la promotrice delle preghiere domestiche, della pietà popolare, della carità umana, della spinta liturgica alla progenie e alla replica del genere umano.

Volete mettere una madre, una donna, una nonna che in casa si fanno carico di mettere la famiglia attorno ad un buon piatto di cibo sano, come davanti al Rosario? Volete mettere una mamma che recita le preghiere della buona notta e del buon mattino con i propri figli o nipoti? Volete mettere una mamma che organizza la visita in chiesa la domenica e durante le festività religiose?

Oggi la Chiesa sente l’assenza in massa di donne quarantenni. Cosa sarà tra una generazione quando mancheranno nelle chiese le donne in età fertile?

Mi chiederete perchè insisto sulla vocazione della donna ad essere madre e fedele a Dio invece di pensare a lei come donna emancipata, che ha un lavoro, un titolo di studio che si vuole sentire come tante donne, completa. Non dico queste cose perchè in fondo è quello che quasi tutte perseguono: la libertà di potersi realizzare come meglio credono secondo la loro specificità.

In realtà le donne alla fine non riescono a fare quasi più nulla per quante cose già fanno: famiglia, figli (se arrivano), scuola, cucina, casa, lavoro, cura di se stessa, lavoro, amici, cene, piscina, stirare, riordinare, ecc.. Ed in mezzo a tutto questo raramente riescono a lasciar spazio per Dio. Ecco perchè il mio è un richiamo a riprendersi la Vita, che è in Gesù, e assumere come modello Maria.

Per questo mi sono ritagliato degli articoli che qui allego, per celebrare la donna e chiedere al Cielo di ripristinare quell’antico meraviglioso mondo di buone maniere.

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La superba provocazione per riscattare il vero ruolo della Donna

In un libro la riscossa della donna cattolica

8 marzo 2011 – di Raffaella Frullone

Spòsati e sii sottomessa.

Il titolo mi capita fra le mani quasi per caso, ed ho un sussulto. Passi per lo “spòsati” che più che un suggerimento è un auspicio, visto che rappresenta il desiderio più o meno espresso di ogni donna, comprese le femministe più convinte e le single impenitenti, è quel “sii sottomessa” che mi lascia un po’ perplessa perché, ne sono sicura, non troverebbe d’accordo praticamente nessuna delle 27 spose che negli ultimi 5 anni ho visto pronunciare il fatidico sì. Penso a Laura, che dopo due mesi di convivenza con suo marito, è riuscita nell’impresa di far capire alla sua dolce metà che – attenzione uomini, potreste sconvolgervi – i panni sporchi non camminano da soli fino al cesto della biancheria da soli, penso a Silvia, che con lo stesso principio ha dovuto, non senza traumi, spiegare al marito che l’insalata, gli affettati e i formaggi non crescono nel frigorifero, o penso a Cristina che con un’operazione strategica che neanche Annibale, ha nominato suo marito “responsabile del bagno”, un riconoscimento non da poco per un uomo che fino ad allora poteva esercitare giurisdizione solo nel garage, così lei ha ottenuto un marito che pulisce il bagno, che tradotto significa che almeno non lo lascia come Waterloo dopo la battaglia, e ne è pure fiero. Ora, cosa avrebbero detto queste mogli eroiche di fronte a  quel “sii sottomessa”?

Bisognava capire come mai questa Costanza Miriano, giornalista al Tg3, quindi con orari di lavoro immagino non certo comodissimi, moglie di un uomo normale (lo deduciamo dal fatto che più volte lo paragona ad un cavernicolo), madre di quattro figli di età compresa tra 4 e 11anni e per giunta una bella donna, il che implica un investimento energetico minimo nella cura della persona, potesse dire alle sue sorelle “Sottomettetevi”. E ho deciso di chiederle spiegazioni…

«Mia sorella mi dice sempre che sono “sdatta”, che in perugino significa che non sono adatta. Ecco. Io non sono adatta al mio ambiente. Adesso ne ho definitivamente la prova. Vado in giro nel mondo come mister Magoo, senza vedere i pericoli. Non immaginavo minimamente che la parola  sottomissione potesse essere fraintesa, cosa che invece ho cominciato a capire in questi giorni, vedendo le reazioni al mio libro. Se una è totalmente fuori dalla logica del dominio non si può risentire se riceve l’invito alla sottomissione, intesa come stare sotto, cioè alla base. Sostenere, sorreggere, aiutare, essere le fondamenta della coppia, della famiglia. Cosa ci può essere di offensivo?  Non c’è niente di più bello da dire a una donna. E molte, moltissime donne che conosco lo fanno naturalmente, sono rocce salde a cui in tanti si appoggiano. Stare sotto se una esce dalla logica del dominio ha solo una collocazione “spaziale”, diciamo. Essere alla base vuol dire accogliere i malumori con un sorriso, mediare tra i caratteri di tutta la famiglia, consolidare, mettere la pace. Quando una fa così conquista l’uomo con la sua bellezza, e poi i mariti – come dice san Paolo nella lettera agli Efesini – saranno pronti a morire per la moglie. L’uomo non resiste alla donna che ascolta la sua voce».

Nel tuo libro scrivi
“Tutti i proclami sul corpo delle donne, usate solo per la loro bellezza, sulle crudeli regole del successo e della società dell’immagine che ci vuole sempre giovani e ci costringe, poverette, alla chirurgia estetica, sul bisogno di riconquistare la nostra autonomia, a noi – quando siamo in fila al supermercato e piove e stanno per finire contemporaneamente il calcio e la lezione di catechismo e una figlia dorme e l’altra deve andare in bagno – ci turbano pochissimo” e poi ancora “nessuna donna in carne e ossa ha mai avuto problemi simili a quelle di cui con tanto zelo si occupano un certo femminismo e molti giornali”, in che senso?
«Il femminismo si è preoccupato molto della libertà sessuale, della contraccezione, dell’aborto, che oltre a essere la più grande tragedia contemporanea è anche la più grande tragedia che possa ferire il cuore di una donna. E – a parte che i bisogni profondi del cuore, di una donna e di un uomo, li può saziare solo Dio, e non una rivendicazione sociale o politica – anche da quel punto di vista mi sembra che il femminismo si sia occupato poco di cambiare le regole del mondo del lavoro. Ha combattuto perché ci entrassimo, ma a prezzi altissimi sul piano della vita personale. Non si è preoccupato di renderlo a misura di mamma, di famiglia. Noi possiamo dare un contributo prezioso alla società, siamo brave, ma non è possibile che per farlo dobbiamo abbandonare gli affetti. Di tutto questo i giornali si occupano raramente, anche perché per la gran parte sono popolati di persone che si sono formate nel clima culturale del ’68. Non sono convinta che il nostro paese sia così misogino come si dice, né che le donne siano discriminate, a parte i casi “patologici” di violenze, soprusi. Con le donne che ne sono vittime, se mai dovessero sentirsi offese dalle mie parole, mi scuso. Ma la norma non è come viene dipinta sui giornali. La grande sfida semmai, per come la vedo io, sarebbe quella di migliorare il mondo del lavoro, renderlo più attento ai meriti, e, per quel che riguarda le donne, più flessibile nei tempi; permettere di entrare e uscire dalla vita professionale senza per questo dover ogni volta ripartire dall’incarico di addetta alle fotocopie. Bisognerebbe evitare di costringerci a dormire con la guancia appoggiata sulla scrivania nascoste dietro allo schermo di computer, a rovistare freneticamente tra ciucci e peluche alla ricerca di una penna in fondo alla borsa perché l’ufficio stampa ti chiama mentre sei dalla pediatra e la tachicardia non ti abbandona fino a notte fonda. Bisognerebbe poi, e questo è un sogno, scardinare anche le regole del potere come dominio anche nel mondo del lavoro, ma qui vado fuori tema».

Qualcuno potrebbe accusarti di voler cancellare le conquiste del femminismo…
«Il femminismo è stata un’importante stagione di fioritura, però ha preso una deriva: ha riportato tutto alla logica della contrapposizione che voleva superare. L’emancipazione femminista è, a ben vedere, solo un ribaltamento di quel desiderio di prevalere. Non comandi tu, adesso comando io. Invece la vera, profonda parità c’è quando, in una logica di servizio, ognuno fa quello che sa fare, nel suo specifico, con lealtà, dedizione, con la gioia di dare, senza stare a misurare troppo chi ha fatto di più. Gli equilibri nella vita, si spera lunga, lunghissima, di una coppia, possono cambiare infinite volte, e si può fare molte volte a turno».

Il libro di Costanza Miriano, Vallecchi editore,
racconta le donne esattamente per quello che sono, con i loro 10 files aperti contemporaneamente: lavoro, figli, marito, spesa, ceretta, corsi di aggiornamento, cena da preparare, compiti da verificare, telefonate chilometriche con le amiche, varie ed eventuali. Quella quotidianità che ti fa parlare al telefono mentre stai guidando, pranzando, e se ti fermi al semaforo ti dai anche una ritoccata al trucco, quella quotidianità in cui il viaggio in macchina per una donna cattolica è anche tempo prezioso per recitare il Rosario, o almeno qualche decina, e ancora quella quotidianità in cui a tutti i files Costanza Miriano aggiunge la Messa quotidiana, ma come fai?
«Certo di tempo ne ho poco, ma quello che rende la vita pesante è l’assenza di senso, non la fatica pratica. E la Messa  – o dovrei dire la ..ssa, perché io ne prendo sempre un pezzo, arrivo in ritardo sempre e ovunque –dà il senso a tutto. Alla vita, alla morte, a ogni azione. I contemporanei soffrono per la mancanza di senso. La Messa è l’Onnipotente che decide di venire a stare con te, proprio con te, creatura infangata e impastata di male, e bisognosa di misericordia. E’ un pieno di tenerezza e di mitezza che noi, almeno io, riusciamo solo vagamente, a intuire, tanto è più grande di noi. Ed è, è proprio il caso di dirlo, la bussola quotidiana!».

Il volume è una raccolta di lettere
che l’autrice scrive alle figlie, ai colleghi, agli amici, ma soprattutto alle amiche, con le quali condivide un conto salatissimo con le compagnie telefoniche per le ore trascorse a scambiarsi consigli. Nel libro si legge “la mia risposta a qualsiasi problema è una a scelta tra le seguenti: ha ragione lui, sposalo, fate un figlio, obbediscigli, fate un figlio, trasferisciti nella sua città, perdonalo, cerca di capirlo e infine, fate un figlio”. Non pensi matrimonio e figlio a volte possano rendere ancor più complesse relazioni già zoppicanti?
«Certo, né il matrimonio né il figlio vanno scelti come ancora di salvezza di un rapporto che non funziona. In  generale però penso che  fare scelte definitive e radicali, con impegno e serietà, mette in salvo da questa mentalità dominante della dittatura dei sentimenti, delle emozioni, in cui tutto è liquido, fluido, provvisorio. A me sembra che diamo troppa importanza alle sensazioni, all’emotività. Basta un ostacolo che tutto si rimette in discussione. Viviamo spesso in un’eterna adolescenza che esalta il dubbio e l’indefinito come un valore. Così nei momenti di difficoltà sembra naturale mollare, rompere i rapporti, cambiare.  Il matrimonio ci protegge da questa incostanza. Perché le fasi di dubbio arrivano per tutti. C’è sempre un momento in cui il principe azzurro, trasformatosi dopo il bacio in un ranocchio, ti si presenta sotto una luce diversa. Come ho scritto nel libro, ti compare con la scarpa a ciabatta e l’accuratezza nello stile degna del Grande Lebowski, che va a fare la spesa in accappatoio (e anche lui a volte, d’altra parte, ti troverà gradevole come un’insalatina scondita). Ma se si sa andare oltre il momento, si impara non a chiedersi se le cose funzionano, ma come farle funzionare, allora la prospettiva è tutta un’altra».

A proposito di funzionamento
, molte donne compiono sforzi inenarrabili cercando di far funzionare le cose trasformando il marito in un collaboratore domestico perfetto, invece tu per l’uomo di casa hai in mente un ruolo decisamente diverso….
«In molti cadono in questo equivoco: la sottomissione non c’entra niente con la divisione dei compiti. C’entra con il non imporsi, non dare ordini, non volere imprimere il nostro stile alla gestione della famiglia. Io comunque non vorrei un marito colf, un casalingo sensibile e indeciso come ne vedo tanti, ma un uomo solido che sa da che parte la famiglia debba andare».

Insomma se ad una prima
occhiata il titolo “sposati e sii sottomessa” mi aveva inquietata, di certo leggendo il libro e facendo due chiacchiere con l’autrice si capisce bene che la sottomissione tutto è fuorchè una sorta di rassegnata remissività. Costanza Miriano restituisce smalto alla donna cattolica, da sempre legata ad un’immagine che la vuole ingessata nella camicia di flanella bianca e la gonna blu al ginocchio, il tutto correlato da un’espressione perennemente contrita. Che cosa manca a questa immagine?
«Il trucchetto del diavolo è sempre quello, dal paradiso terrestre in poi: vuole farci credere che accettare di essere creature – questo alla fine è la fede – creature finite ma amate infinitamente, non è vivere in pienezza ma ci tarpa le ali, mortifica la nostra bellezza e la nostra allegria. Come se dovessimo rinunciare davvero a qualcosa. Provare a rinunciare al peccato, questo sì (ma chi ci riesce?). Ma per il resto, non è che perché ho fatto l’ufficio delle letture poi non mi trucco o non metto i tacchi. Per carità, non scherziamo. Io potrei sostenere conversazioni di ore sullo smalto e sulla consistenza degli ombretti neri in crema attualmente in commercio. Che, detto fra noi, sono difficili da trovare. Anzi, ne hai uno da prestarmi?».

Sposati e sottomettiti è il titolo di un libro scritto dalla giornalista del TG3 Costanza Miriano e pubblicato da Vallecchi, che lascia poco spazio all’immaginazione, sintetizzando alla perfezione il messaggio dell’autrice e la sua idea sul matrimonio, la vita di coppia e soprattutto sui ruoli di marito e moglie.
Affinchè l’unione sia lunga e felice, l’uomo deve incarnare la guida, la regola, l’autorevolezza mentre la donna deve uscire dalla logica dell’emancipazione e riabbracciare con gioia il ruolo dell’accoglienza e del servizio.

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Un divertente manuale di evangelizzazione

Senza dubbio per la Chiesa uno dei compiti più difficili oggi è quello di far capire ai giovani l’importanza della famiglia e dei figli, l’importanza della fedeltà e della difesa del matrimonio, la bellezza di assumersi la responsabilità di altri esseri umani e di saperla sostenere. Per questo c’è un pontificio consiglio, sono nati istituti appositi, si scrivono tanti libri, ma in genere un po’ astratti, talvolta un po’ troppo zuccherosi. Non è facile però trovare una strategia convincente per farsi ascoltare da giovani che vivono immersi negli effetti della rivoluzione sessuale e dell’individualismo sfrenato. In questo arduo compito si è proposta in modo nuovo e attraente una giornalista del Tg3, moglie e madre di quattro figli: Costanza Miriano, autrice di un testo divertente e ironico — dallo stile vicino a quello delle ragazze della serie televisiva «Sex and the city» — dal titolo provocatorio Sposati e sii sottomessa (Vallecchi).
Il libro, scritto sotto forma di lunghe lettere ad amici e amiche alle prese con problemi sentimentali e familiari, risponde a tutte le obiezioni che oggi vengono mosse a chi crede nella famiglia, nel matrimonio e nella bellezza di avere figli. Miriano non nega che la sua vita, nel difficile equilibrio fra lavoro e figli, sia in sostanza una fatica quotidiana che richiede capacità acrobatiche; ma non si lamenta, lo racconta con allegra ironia e ne rivendica la ricchezza e la bellezza.
Con questo tono apparentemente scanzonato propone riflessioni antiche e giuste: «È dalla donna per prima che dipende la vita o la morte del matrimonio», ragione per cui invita la futura sposa a essere «sottomessa non nella logica del dominio, quindi della violenza e della costrizione, ma in quella del servizio, spontaneo, volontario». Rivelando quale è il vero significato di essere sottomessa: essere cioè «la base della famiglia» perché «chi sta sotto regge il mondo, non chi si mette sopra agli altri».
La durata del matrimonio è soprattutto questione di volontà: la spontaneità, infatti, «non può essere uno stile di vita o un metro di giudizio. E l’emozione a un certo punto non c’entra più molto con l’amore». Tanto è vero che «è con l’esercizio paziente e quotidiano dell’obbedienza che si può andare incontro all’altro e limitare il nostro egoismo».
La banalizzazione del sesso — scrive l’autrice — «non gli ha fatto un gran bene». E di questo appannamento dell’importanza e della bellezza della vita sessuale, secondo Miriano, sono responsabili più le donne che gli uomini: «Credendo di emanciparci, ci siamo svendute per un piatto di lenticchie: abbiamo adottato il modo maschile di concepire la sessualità». E, alla fine, «ne soffriamo noi e ne soffre tutto il mondo, perché se non lo facciamo noi, chi custodirà l’amore per la vita?». Oggi, quello che sembra più difficile e ingiusto è rinunciare alle vite possibili, e «guardiamo con raccapriccio all’idea di rinunciare a qualcosa». A noi sembrano ormai «diritti una serie di possibilità che finora sono state inimmaginabili». Scrive quindi a un’amica, che non ha il coraggio di scegliere per sempre, di sposarsi: «Abbraccia anche tu una vita, una sola, e tientela stretta».
Per quando riguarda l’educazione dei figli, insiste sulla divisione dei ruoli, sui padri che devono fare i padri «perché non si può chiedere a un padre di fare il baby sitter e anche autoritario», intervenendo con una parola risolutiva nelle crisi educative. E, a proposito della contraccezione, osserva «come si può stabilire in anticipo qualcosa che non si conosce?».

Costanza va a messa la mattina, manda i bambini al catechismo e cerca di allevarli come buoni cristiani, ma vive nel mondo di oggi — anzi, in uno spicchio particolarmente «moderno» di questo mondo — ed è quindi abituata a essere una persona diversa, che deve spiegare ogni sua scelta a chi non la condivide. È proprio questo dialogare con i giovani, nel loro linguaggio e con uno spirito ironico e leggero, a rendere questo libro divertente un piccolo manuale di evangelizzazione.

20 aprile 2011 – Lucetta Scaraffia

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Costanza Miriano: la felicità è di casa

di Marialuisa Viglione

ROMA, sabato, 10 dicembre 2011 (ZENIT.org).- Non ci pensava minimamente Costanza Miriano a sottomettersi al marito il giorno del suo matrimonio, nonostante il velo. A febbraio ha pubblicato un libro “Sposati e sii sottomessa”, un successo, 15mila copie vendute i primi mesi e ora in ristampa, edito da Vallecchi.
La giornalista del tg3, 40enne madre di quattro figli, spiega il suo successo in un’intervista a Zenit.
“Mi sono resa conto che l’unica via per un matrimonio felice è la sottomissione della sposa al marito. Nel senso che la donna nella famiglia è il sostegno che accoglie, fa star bene, aiuta. E’ la base su cui poi si regge tutto”.

Hai messo il velo quando ti sei sposata, simbolo di sottomissione nel catechismo della Chiesa cattolica? “Sì. Ma in realtà non ci pensavo affatto. Ero imbevuta della mentalità corrente: autonomia, autoaffermazione, successo personale. E’ rara infatti la consapevolezza che il Vangelo ci dice come siamo davvero (non la tv o i giornali). E’ la natura che lo dimostra. Se servi, sai farti da parte, accogli tuo marito, stai zitta e non cerchi di essere sempre protagonista, sei felice. L’ho sperimentato nella mia famiglia”.

E tu ce la fai? “Certo è difficile. E’ un percorso. Ma ne vale la pena perché quello che conta è essere felice”.

Il tuo libro è frizzante, divertente, umoristico, pur con suggerimenti di livello profondissimo? “Avevo iniziato a scrivere e mio marito mi disse: che pizza. Allora ho capito che noi cristiani dobbiamo dimostrare di essere felici, non essere dimessi. Mi sono ispirata a due scrittrici umoristiche di successo Jean Kerr e Erma Bombeck, che ridono su se stesse. Credo che l’umorismo sia essenziale anche per far passare concetti fondamentali della vita” .

E’ stato quindi uno sforzo questa scrittura così “simpatica” e piena di quotidianità che viviamo tutti?
“Certo uno sforzo meditato. Noi cattolici dobbiamo uscire dal recinto dei perdenti. In quanto figli di Dio dobbiamo andare orgogliosi. Per questo ho adottato un linguaggio che comunichi gioia”.

Perchè dici che a volte i cattolici rischiano di sembrare perdenti? “Il diavolo utilizza sempre lo stesso trucchetto, dalla mela in poi. E cioè vuole farci credere questo: Se accetti di essere creatura sarai infelice. Invece non è vero. E’ proprio accettando la nostra condizione di figli che troviamo la nostra natura e quindi la felicità”.

Il tuo libro è sotto forma di lettere alle amiche?
“Sì, ho solo cambiato qualche connotato. I destinatari sono amici vari. Ho spedito le lettere via email e mi dicevano di continuare a scrivere”.

Hai avuto un grande successo, il libro piace e non solo ai cattolici. Eppure i tuoi messaggi sono quelli del Vangelo, della Chiesa e del catechismo. A cosa attribuisci il successo? “Non credo di aver detto cose nuove. Solo in modo nuovo”.

Perché?
“Penso a certi film dove la donna madre è depressa. Invece vado orgogliosa di essere sposa madre. E’ la mia identità. La mitologia imperante invece è: affermati, imponiti, realizzati, abbi successo. Non mi riconosco in Claudia Pandolfi nel film “Quando la notte” della Comencini. E’ depressa e cambia uomo. Puoi essere felice perfino con tuo marito”.

Sei sicura? “I difetti ce li abbiamo tutti e con la convivenza emergono. Se li si sanno affrontare si diventa vincenti. E’ bello superare le difficoltà insieme. L’ho provato”.

C’è una parte dedicata ai bimbi. Perché? “Mi sono trovata con la difficoltà di essere madre. Nei secoli è stato più naturale. Oggi non esistono modelli. Una volta le madri si dedicavano meno ai figli, con affettuosa trascuratezza. Ora li mettiamo al centro. Ma non sappiamo bene, abbiamo perso le coordinate: non sappiamo chi siamo. Dovremmo reimparare dalle nostra madri, che non si facevano problemi. Ricordo mia nonna quanto fosse sconvolta dal quanto mi dedicavo ai figli. Non invito a trascurare i figli, ma a essere più naturali, a saper dire di no.

Noi madri e padri non abbiamo più il coraggio di dare frustrazioni ai figli. E ciò porta un po’ di confusione soprattutto nei bambini. Il bambino non sa nulla del mondo. Lo deve esplorare, conoscere. In una stanza senza muri un cieco va in panico si perde. Con i muri, le regole, cerca di orientarsi, è rassicurato. All’inizio il capriccio, ma poi finisce e il bimbo è rassicurato. L’errore è non saper essere ferme e non dare frustrazioni”.

Come amare e farsi amare di più dal consorte? Rendersi amabili, accoglienti, docili, mostrare le proprie fragilità. E non parlare troppo. Per sfogarsi è meglio un’amica, meglio ancora confidarsi con il Signore, non certo con il marito. Oppure se proprio si vuole fare un rimbrotto aspettare il giorno dopo. Glielo dirò domani”

Ma le tue sono istruzioni per l’uso? “Assolutamente no. Non voglio essere fraintesa: non sono strategie, nè tecniche di manipolazione. Ma desiderio di essere leali, mettersi al servizio. A lui fa piacere: lo faccio”

Libro godibilissimo, simpatico, umoristico e teologico. Da leggere. Per tutti donne e anche uomini. Single e sposati. Per chi è in cerca dell’anima gemella e per chi è sposato da anni. Per chi ha paura a formare una famiglia e chi non sa come gestire tanti figli.

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Care mamme, per salvare i figli servono i papà. È la donna che legittima la figura paterna. Ma se questa sparisce, i ragazzi crescono insicuri e arrendevoli. Perché non conoscono più l’essere “maschi”

dal blog ilsegnodeitempi

di Stefano Zecchi

Tratto da Il Giornale dell’8 maggio 2012

La paternità, oggi, è qualcosa di diverso rispetto a pochi decenni fa: un dato di fatto, in una società ormai «mammocentrica», dove cioè le mamme sembrano farla da padrone. E il padre che cosa fa, che rapporto ha o dovrebbe avere col figlio? Lo racconta, attarverso riflessioni e soprattutto attraverso la sua esperienza personale, Stefano Zecchi nel suo nuovo libro, «Dopo l’infinito cosa c’è, papà?», in uscita per Mondadori. Lui, che è diventato padre a 59 anni, e che per il figlio è disposto a rinunciare a qualunque impegno. Pubblichiamo una parte del primo capitolo del libro.

La madre possiede un potere smisurato: quello di legittimare o erodere, fino a farla sparire, l’immagine del padre. È lei che gli assegna la funzione paterna. Se questo non accade, se la moglie non riconosce uno spazio d’azione al marito, una dimensione assolutamente sua che lei non possa invadere, provoca – da irresponsabile – l’assenza del ruolo paterno e commette un’ingiustizia verso il marito che mina alla base la stessa struttura famigliare e con essa il sistema educativo.

Le madri di oggi hanno generalmente un proprio lavoro, una professione che dà loro molta autonomia, che comporta responsabilità, obblighi decisionali, scelte impegnative (…). Proprio per questo tipo di vita (…) la madre tende a surrogare le funzioni paterne. Senza volerlo – nel migliore dei casi – finisce per assumere anche in famiglia quelle responsabilità, quei ruoli decisionali che dovrebbero essere del padre (…).

Le conseguenze, più generali, sono sotto gli occhi di tutti. Senza un suo ruolo specifico, sollevato dai propri compiti, il padre ha un alibi perfetto (fornitogli dalla moglie) per disinteressarsi della famiglia e dell’educazione del figlio. «Chi me lo fa fare?» pensa, e dice: «Vuol fare tutto lei! Perché devo mettermi a discutere, contrattare, litigare… Cresca lei i figli come vuole!». Chiude la porta e arrivederci, ovviamente con la disapprovazione della moglie che non gli risparmia critiche tutte le volte che lo vede, mentre proprio lei dovrebbe farsi un vero esame di coscienza che potrebbe rimettere a posto la relazione.

Ma c’è anche il padre che reagisce diversamente. Affettuoso nonostante tutto, desidera essere vicino al figlio e alla moglie (…). E finisce per fare il «mammo», cioè il collaboratore domestico della mamma. Per un po’ è felice, si trova ad affrontare funzioni nuove, compiti prima di allora sconosciuti: la madre è contenta, il figlio gli sorride, lui si commuove. Con il passare del tempo si accorge però che quel ruolo è umiliante, che l’ape regina lo costringe a fare il fuco. Il ruolo di mammo è una rinuncia alla sua virilità, a quella virilità che dovrebbe essere alla base della sua educazione del figlio. Ecco il povero papà-mammo immalinconirsi. Non può reagire: e come farebbe? Non vuole sbattere la porta e andarsene, ma vorrebbe fare il papà, non il mammo! Non sa più che pesci prendere.

È inutile andare a spiare il mammo a casa sua (…) C’è però un luogo pubblico in cui si riconosce immediatamente il mammo: il supermercato. È impossibile non identificarlo:lo vedete un po’ curvo spingere faticosamente il carrello della spesa come il condannato ai lavori forzati spinge la carriola piena di pietre che ha appena finito di spaccare con le sue nude mani. Davanti a lui la mogliemadre impettita, sicura di sé, incede con passo ardimentoso, afferrando dallo scaffale di destra il pacco di pannolini, da quello di sinistra la confezione di omogeneizzati. Li getta nel carrello senza neppure voltarsi per vedere dove vanno a finire, perché tanto sa che il marito è esattamente un passo dietro a lei. Il mammo procede spingendo il carrello pesante, con lo sguardo vago, assente.
Voi credete che stia sognando spiagge caraibiche, palmeti, mari cristallini, ragazze in costume adamitico… No. Lui sta sognando l’ufficio. Quello è il suo regno! I colleghi, i dipendenti, il principale, discussioni, liti, decisioni, in cui la moglie non può ficcare il naso. Quello è il suo vero mondo, dove si sente realizzato, lo spazio dove ha un proprio ruolo: non la famiglia, in cui si sente un disperso e non sa cosa fare, in preda ai dubbi sulla propria identità. Anche come mammo (…) non è niente. Svirilizzato. Se la percentuale maggiore di padri si suddivide in fuggiaschi, cioè quelli che se la danno a gambe perché tanto con i figli è la madre a voler fare tutto, e mammi, è chiara la ragione per cui oggi si vive in una società mammizzata, dove crescono adolescenti insicuri, impauriti, che si arrendono di fronte a modeste difficoltà e crollano al primo insuccesso perché non hanno avuto quell’esperienza della realtà e quell’apertura al mondo che si riceve attraverso l’educazione paterna (…).

La madre, oggi, deve saper fare un passo indietro: sia lei a spingere il carrello della spesa e lasci (suggerisca, invogli) il marito a giocare con il figlio, perché gli trasmetta la sua maschilità e quella rappresentazione della vita che gli consentirà la formazione di un’identità precisa.

Poi, nell’adolescenza, il figlio avrà tempo di mettere in discussione il quadro educativo, «la legge del padre», ma se, durante la propria esperienza di formazione, ha avuto a che fare solo con la figura materna o un suo simulacro, quello del mammo, non avrà né consapevolezza della propria identità, né punti di riferimento reali con cui confrontarsi. Solo interiorità, solo la carezza della mamma che, completamente diversa da quella del padre, lo tiene lontano dalla vita vera. Alla prima difficoltà, questi giovani mammizzati si perdono, credono che tutto sia vano, diventano indifferenti. E l’indifferenza può esplodere nel nichilismo più violento contro gli altri e contro se stessi.

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E’ vero, qualche volta, a tutte noi, viene l’angoscia e pensiamo che sia stato tutto sbagliato. Che forse era meglio trovare un marito (ancor meglio se ricco), sottometterci, imparare a cucinare e vivere come le nostre bisnonne, sfornando bebè e torte, preferibilmente senza lavorare… Poi ci svegliamo, e siamo felici di essere nel 2012.

“Sposati e sii sottomessa al marito”. La tentazione del passo indietro

di Sara Gandolfi

La collega Costanza Miriano, 41 anni, sposata e mamma di 4 bambini, giornalista al Tg3, ha  venduto 45.000 copie (niente male di questi tempi) con due libri simil-pamphlet che si leggono veloci veloci. A metà strada tra autobiografia e ricettario di consigli per giovani spose, versione cattolica, contengono frasi di questo tenore: «Di solito la mia risposta a qualsiasi problema (delle amiche, ndr) è una a scelta tra le seguenti: ha ragione lui; sposalo; fate un figlio; obbediscigli; fate un altro figlio; trasferisciti nella sua città; perdonalo; cerca di capirlo; e infine fate un figlio» (dalla sua prima opera, Sposati e sii sottomessa). Oppure: «Se lo ami lascia che faccia l’uomo e smetti di dargli ordini» e «L’amore vero è a forma di croce» (dalla seconda opera, Sposati e muori per lei). Il Corriere, ieri, ha pubblicato nelle cronache milanesi una breve recensione, in vista dell’incontro serale che l’autrice avrebbe avuto con le sue lettrici in città. A breve giro di posta elettronica, sono arrivate le proteste di altre lettrici, quelle del nostro blog, che si lamentavano di quel “ripescaggio da primo Novecento”. Mi sono chiesta: se una scrittrice italiana vende libri, in periodo di crisi anche editoriale, dobbiamo ignorarla, se non ci piace quello che scrive?

Ho deciso di chiamare le sue due case editrici, Vallecchi e Sonzogno, e farmi inviare subito via mail il pdf dei suoi scritti. Se volevo dare risposta ai miei dubbi – ad esempio, perché ha tanto successo una simile predicatrice? – , per prima cosa dovevo leggerli quei libri. L’ho fatto in una sera, senza grande fatica. Entrambi sono rivolti alle donne, anzi alle “amiche” come scrive Costanza. Fuorviante il secondo titolo: “Sposati” per l’autrice è un must utile anche per l’uomo, certo, ma l’intero libro è poi dedicato alle signore, con suggerimenti a raffica per non far arrabbiare, annoiare o peggio ancora stufare il marito, che in teoria dovrebbe ricambiare l’incondizionato amore offrendo (metaforicamente) la propria vita per la sicurezza del focolare. E al diavolo cent’anni di femminismo.

Ho cominciato a rimuginare su alcuni passaggi chiave, per me poco illuminanti. Principalmente, su come la donna dovrebbe rapportarsi al suo compagno: «Per smussare gli angoli c’è un solo modo. Dovrai imparare a essere sottomessa, come dice San Paolo. Cioè messa sotto, perché tu sarai la base della vostra famiglia. Tu sarai le fondamenta. Tu sosterrai tutti, tuo marito e i figli, adattandoti, accettando, abbozzando, indirizzando dolcemente… Basta con le femmine alfa e i maschi omega. Dovrai imparare a mollare le redini, a rinunciare alla tentazione dell’ipercontrollo. Non potrai dirigere tutto, dovrai fare questo atto estremo di umiltà e fiducia, e lasciar fare a tuo marito. Anche quando scommetteresti dieci a uno che hai ragione tu».

Beh, sì. Ero perplessa. Neppure mia madre, che oggi avrebbe ottant’anni, ragionava così.  Ma io, in fondo, non ho alcuna esperienza di matrimonio. Forse ha ragione Costanza? Chiedo all’amica-collega, sposata da sempre, felicemente, con un uomo splendido, sicuramente pronto a morire metaforicamente per lei, ma ancor più abile a divertirsi e a condividere con lei tutta la vita. La risposta è tranchant: «Non mi sono mai sottomessa e questo mi ha consentito di mantenere la relazione… Ho rinegoziato il matrimonio di giorno in giorno e questo ci ha permesso di divertirci e mantenere un equilibrio di potere».

Concordo. Lo stesso direbbe la stragrande maggioranza delle mie amiche, sposate o conviventi. Quasi tutte femministe, lo ammetto, nel senso più generico del termine (gonne a fiori e zoccoloni, li abbiamo dismessi tutte da tempo), quelle che l’autrice liquida in fretta: «L’emancipazione – che è partita da un’esigenza di giustizia – ha portato a un’idea distorta della parità. Troppe donne sono in lotta con i mariti, i compagni, e diventano insopportabili. Solo perché non hanno capito il segreto dell’accoglienza, e poi della sottomissione, dell’obbedienza come atto di generosità».

Una posizione che sembra ritagliata sulle parole pronunciate di recente dalla presidente del Movimento dei focolari, Maria Voce: «La donna ha, come caratteristica propria, una capacità più grande di amare e di soffrire. Questo è manifestato soprattutto nella maternità.  Quindi direi che la donna ha, in modo particolare, la capacità di far famiglia».

Visione che si può non condividere, ma non fingere che sia priva di proseliti, in Italia come nell’America dei Tea Parties. Ancor più se ribadisce, come nel libro di Costanza Miriano, alcune verità lapalissiane, seppur scomode. Come la fatica e l’ansia che spesso assale la donna moderna, multi-tasking o, detto in italiano, sovraccarica di pesi, menate ed incombenze. Stufa di combattere, troppo spesso da sola, fra riunioni di lavoro, impegni familiari, stereotipi duri a morire e una comunità che spesso si dimentica di darle una mano. A chi non è successo, almeno una volta nella vita, di porsi il dubbio. Un tarlo che serpeggia, magari quando la sera si torna a casa dall’ufficio più stanche del solito e già si sa che lì ci si deve trasformare in moglie, madre, padrona di casa, cuoca, amica, amante, professore per i compiti dell’ultimo minuto… Le famose 27 ore della nostra quotidianità di donne liberate. Ma è davvero questo il migliore mondo possibile?

Per Costanza no: «L’emancipazione ci ha lasciate sfinite, oberate. Lavoro, marito, figli, casa, rapporti sociali e tutto il resto che tutte sappiamo. Semplicemente non è possibile fare tutto, e farlo anche essendo sorridenti e in forma, curate ed eleganti». E quindi sforna il suo “segreto”, il segreto di “un matrimonio santo”, e cioè che «le donne di fronte  all’uomo che hanno scelto facciano un passo indietro».

Rifletto. No, mia madre non parlava così. Ma neppure mia nonna, che oggi sarebbe ultracentenaria. Perché è vero, qualche volta, a tutte noi, viene l’angoscia e pensiamo che sia stato tutto sbagliato. Che forse era meglio trovare un marito (ancor meglio se ricco), sottometterci, farci tanti figli così eravamo più sicure di tenercelo stretto, imparare a cucinare e vivere come le nostre bisnonne, sfornando bebè e torte, preferibilmente senza lavorare… Poi ci svegliamo, e siamo felici di essere nel 2012. Quasi 2013. Pronte a sognare, la prossima volta, di avere tutti i servizi che consentono alle donne svedesi (dagli asili nido ai congedi parentali flessibili fino alla parità di stipendio e di carriera) di essere mogli, madri e lavoratici con la metà della fatica che facciamo noi.

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Essere donna è una meravigliosa, ricchissima avventura”. (link rimosso per richiesta di Matrimonio.it il giorno 5 dicembre 2014)

A cosa pensate se vi diciamo la parola “matrimonio”?  Oddio, mancano 2543 giorni, 20 ore 2 minuti e 3 secondi alle mie nozze e non ho ancora scelto l’abito… Sempre più spesso ormai, nel parlare di matrimonio ci si riferisce quasi esclusivamente a parlare della singola giornata delle nozze e dei preparativi…

Ma fermiamoci un momento: cosa significa davvero sposarsi? Di certo i preparativi, il ricevimento e la festa vogliono la loro parte ed è normale impegnarsi e desiderare che tutto in quella singola giornata sia perfetto. Ma è altrettanto importante, se si è deciso di compiere questo passo, essere consapevoli che sposarsi è una scelta definitiva, ed è per la vita.

Per capirne di più abbiamo, approfittato della festa della donna, per intervistare Costanza Miriano, giornalista di Rai 3, madre di quattro figli e autrice del tanto discusso libro “Sposati e sii sottomessa”.

Il titolo certamente colpisce e la prima cosa che vi verrà in mente è una donna segregata in casa, costretta a fare figli e senza possibilità di decidere o scegliere. Fidatevi, non è così! Il volume è una raccolta di lettere frizzanti e divertenti ma allo stesso tempo con un significato profondo sul matrimonio, che l’autrice scrive alle figlie, ai colleghi, agli amici, ma soprattutto alle amiche, con le quali condivide un conto salatissimo con le compagnie telefoniche per le ore trascorse a scambiarsi consigli.

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Costanza Miriano, mamma di 4 figli, autrice del libro “Sposati e sii sottomessa” intervistata dal settimanale spagnolo Misiòn (una sorta di Famiglia Cristiana ispanica): l’intervista, pubblicata anche ondine sul sito Religiòn en Libertad, ha avuto per giorni il più alto numero di letture e di commenti (con discussioni anche piuttosto animate). Abbiamo pensato di proporvelo in italiano.Che cosa ti ha ispirato questo libro?
In realtà il libro è nato un po’ per caso. Stavo trascorrendo ore e ore al telefono per convincere una mia amica a sposarsi. E’ capitato che ne parlassi con un collega. Gli ho spiegato che secondo me spesso era il fidanzato ad avere ragione, che le pretese della mia amica erano irragionevoli, che vedevo per loro una felicità che non si decidevano a cogliere per una serie di idee strampalate, quelle che abbiamo un po’ tutti sull’amore e sul matrimonio. Ricordavo anche spesso alla mia amica che è importante che una donna sia accogliente, dolce, capace di mediare, di mettere in relazione, di unire più che di dividere. Queste tesi sono piaciute molto al mio amico, che mi ha messa in contatto con la casa editrice. Avevo dunque trovato un editore prima ancora di avere scritto un solo capitolo, e così mi è sembrato che fosse chiaramente un disegno della Provvidenza che io scrivessi questo libro. Vedo intorno a me tanta infelicità, e molta di essa è evitabile. C’è un’idea assurda del matrimonio in giro, soprattutto adesso che le donne, nella loro in certi casi giusta battaglia di emancipazione, hanno perso anche un po’ della loro identità profonda, del loro “genio femminile”, come lo chiamava Wojtyla nella Mulieris dignitatem.Cosa pensa tuo marito di quello che hai scritto?
Pensa: “Oh, come sarebbe bello se tu fossi davvero così!” No, scherzo… Lui è stato il mio primo lettore, il più severo quanto allo stile (spesso mi aiuta ad essere più efficace, a trovare le parole giuste), ma il più entusiasta quanto ai contenuti. Mi ha incoraggiata, e continua a farlo, vuole che scriva ancora. Inoltre si occupa lui del mio blog, che ha già avuto oltre 700mila contatti, ed è stato invitato anche al Vatican Meeting per i bloggers.Sottomissione è una parola un po’ scioccante per le donne di oggi… Perché suggerisci alle donne di sottomettersi? Che intendi esattamente?
Non sono mica io a scegliere questa parola! E’ san Paolo, nella lettera agli Efesini. La parola sembra offensiva, a noi donne di oggi, perché non sappiamo uscire dalla logica del dominio e della sopraffazione, che spesso vige in molte coppie. Ma in una logica di servizio reciproco, sottomissione indica solo lo specifico tipo di servizio al quale è chiamata la donna. Mentre l’uomo, chiamato anche lui a servire, in modo diverso, deve essere “pronto a morire per la sposa come Cristo per la Chiesa” Dunque non è che all’uomo vada molto meglio… San Paolo ce lo ricorda perchè noi donne tendenzialmente vorremmo controllare tutto, mettere sempre la nostra impronta, dire l’ultima parola, manovrare le persone, magari non direttamente o apertamente, ma da dietro, in modo non scoperto. Invece essere sottomesse significa letteralmente stare sotto, cioè sostenere tutti i membri della famiglia, sorreggere, accompagnare i più deboli. Questa è una qualità peculiarmente femminile, e nessuna rivoluzione femminista potrà mai farci dimenticare che questo è il nostro vero talento. Potremo lavorare e avere sempre maggiori successi, ma la cosa che sappiamo fare meglio, e quella che davvero risponde ai nostri più profondi desideri del nostro cuore, è mettere noi e gli altri in relazione. L’amore della donna è più oblativo, quello dell’uomo più deciso e portato ad “uscire fuori” mentre la donna accoglie (il rapporto fisico è figura di quello spirituale). Uomini e donne di oggi devono riappropriarsi del loro specifico talento, complementare l’uno all’altro.In poche parole, che significa essere una buona moglie?
Wow, che domanda difficile! E in poche parole, poi… Be’ credo che una parte della risposta cambi per ogni coppia, io dovrei per esempio smettere di dare pareri non richiesti su argomenti che non conosco, è la mia specialità. In generale penso che una sposa debba essere accogliente, dolce, paziente. Deve partire da un pregiudizio positivo sul proprio marito, e quindi accogliere come buono per principio tutto quello che viene da lui. Il nostro modello deve essere la Madonna della medaglia miracolosa, con le mani e le braccia aperte per accogliere quello che viene, e sotto il piede il serpente, che è la nostra lingua, sempre pronta a criticare, a trovare quello che non va, a sottolineare quello che manca. Una buona moglie poi cerca di rimandare il momento del confronto: non discute quando vede qualcosa che non va, ma lascia decantare le emozioni, schiarirsi la vista dell’intelletto, e trovare, se una critica è da fare, il momento più giusto, quello dell’intimità. Mai e poi mai, infine, contraddice il padre davanti ai figli
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Quale sarebbe il primo consiglio che daresti a una giovane donna che sogni un matrimonio più appagante e soddisfacente?
Le donne giovani vanno più spesso incontro a delusioni, perché a differenza che nel passato oggi abbiamo pretese altissime nei confronti del matrimonio. Nel passato serviva a trovare una sistemazione, oggi dal matrimonio vogliamo la felicità, ed è giusto e bello che sia così. Solo che bisogna accettare i limiti nostri e dell’altro, sapere che ci deluderemo in alcune cose, ci faremo arrabbiare in altre, e poi, è chiaro, ci stupiremo in altre ancora. L’amore non è un sentimento, è una decisione. Aderiamo liberamente e con tutta la nostra volontà alla scelta di una persona sola, per tutta la vita. Allora sappiamo che il sentiero sarà tortuoso, ci saranno delle salite, e dei momenti in cui la strada sembrerà tutta dritta e apparentemente noiosa. Ma bisogna allenare gli occhi a vedere le meraviglie nascoste nel quotidiano, a scoprire che dopo una salita si apre una vallata di una bellezza inimmaginabile, che chi passa da una storia all’altra, chi non ha il coraggio di fare la salita, non si sogna neanche
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Ti succede a volte di arrabbiarti con tuo marito? E se succede, come vi riconciliate?
Certo che succede! Anche se non spesso, perché io sono piuttosto paziente, e difficilmente mi arrabbio proprio. In più mio marito è davvero buono. Ma se non sono d’accordo, come ho detto, cerco di rimandare il momento di dirgli perché non la penso come lui. Faccio sbollire l’arrabbiatura, mi chiarisco le idee, e il più delle volte mi accorgo che aveva ragione lui. Inoltre ho i miei piccoli sfoghi: prima di tutto c’è la preghiera, il rosario. Poi c’è la corsa, la mia grande passione (sono una maratoneta): dopo una bella sudata non mi ricordo neanche perché ero preoccupata. Infine ci sono le amiche: con loro posso lamentarmi, sfogarmi, essere lagnosa, querula, noiosa, insopportabile. Un uomo se gli poni un problema cerca di risolverlo, invece un’amica dice esattamente quello che vuoi sentirti dire: che sei una donna meravigliosa e che davvero reggi il mondo intero sulle spalle. Che lo fai magnificamente, e che fra l’altro quel nuovo taglio ti dona moltissimo, e forse sei anche un po’ dimagrita.Qual è la sfida principale che il matrimonio rappresenta per le coppie, oggi?
Tutta la società spinge in moltissimi modi contro la famiglia. Dio è scomparso dall’orizzonte, e senza Dio, che con la forza del sacramento e con la grazia rinnovata ogni volta che glielo chiediamo nella preghiera, è impossibile pensare a qualcosa che sia per sempre, in questa società liquida e relativista. Prima le tradizioni e le convenzioni, le consuetudini forse costringevano anche le persone, ma le tenevano salde. L’idea di essere infedeli, di seguire istinti, emozioni, di essere liberi da vincoli è fortissima: è diffusa, la si respira nell’aria. Inoltre non ci sono aiuti per le famiglie numerose, di nessun tipo, né facilitazioni per conciliare famiglia e lavoro, o magari permettere alle mamme di stare a casa, con congrui contributi economici. Tutto congiura contro la famiglia, e solo la Chiesa davvero ci difende, fa una battaglia culturale per noi. Altrimenti l’idea che passa è che le famiglie felici sono solo quelle allargate, magari con omosessuali, risposati, separati, figli di altri letti. Quelle cosiddette libere, mentre la vera libertà è solo quella che dà la Verità, cioè Gesù Cristo.Che impatto stai avendo sulle donne cattoliche italiane? Pensi di averle indotte a guardare il matrimonio in modo diverso?
Mamma mia, che impressione!! Non so se davvero sto cambiando così tanto le cose, ma se devo dire la verità ho ricevuto tantissime lettere di donne che mi hanno detto che le ho aiutate a modificare il loro modo di vivere il matrimonio. Molte, anche tra quelle che ho incontrato alle presentazioni in giro per tutta Italia (ho ricevuto centinaia di inviti, ma non posso dire sempre sì), mi hanno detto che grazie al mio libro hanno imparato a volere più bene al loro marito. Alcune hanno deciso di sposarsi, altre hanno recuperato una storia che era in crisi. E anche molte donne cattoliche impegnate, ben formate da anni di incontri di formazione spirituale, mi hanno detto che certe cose non si dicono più neanche in ambiti religiosi, mentre la mia visione, cioè quella di san Paolo, è davvero quella che risponde più profondamente al loro cuore.Stai preparando un altro libro?
Sì, sto cercando di analizzare il seguito della frase di san Paolo, nella lettera agli Efesini: e voi mariti siate pronti a morire per le vostre mogli, come Cristo è morto per la Chiesa. Se la donna tende al controllo l’uomo tende all’egoismo, e allora bisogna ricordargli qual è la sia chiamata, quella all’eroismo. Quindi il prossimo libro è per lui.La preghiera è importante per la vita matrimoniale?
Certo, la preghiera è importantissima per tutti. Prima di parlare bisogna pensare, ma prima di pensare bisogna pregare. La preghiera pulisce gli occhi e fa vedere tutto più chiaro. Scioglie i nodi e appiana le incomprensioni. Porta la pace prima di tutto nel nostro cuore e ci permette di diffonderla.Quali sono i tre libri che ha amato di più?
A parte la Bibbia, dice? Beh, la Divina Commedia, innanzitutto, che ricorda all’uomo quale ampiezza deve avere il suo respiro, proiettato verso l’eternità. La mia santa preferita è la vostra Teresa d’Avila, e le sue opere sono meravigliose, ma anche Edith Stein, Teresa Benedetta della Croce, ha scritto parole meravigliose sulla donna. Poi c’è un libro poco noto, forse, che si chiama Il mistero della donna, di Jo Croissant, che invita le donne al sacerdozio del cuore, a offrire in sacrificio quella sete d’amore che tutte ci arde, e che non è mai saziata.Come trasmette il suo messaggio ai figli?
Poche parole e molta pratica: i bambini ascoltano con gli occhi. Vedono il rispetto reciproco, il sacrificio, la donazione generosa di babbo e mamma, che li seguono e li amano con modalità diversissime ma complementari.
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Sposati e sii sottomessa

Alberto Medici in Ingannati – 14 agosto 2012

Avevo già accennato, prima dell’estate, che ero stato ad una presentazione di Costanza Miriano, autrice del libro “Sposati e sii sottomessa“.  Costanza è una “ragazza” (nel senso che è più giovane di me!), mamma di 4 figli, lavora in Rai, cattolica fervente e sposa sottomessa, che ha scritto questo bellissimo libretto che, raccontando divertenti scenette familiari, coglie l’occasione per esporre la sua fede e la visione cristiana della vita che, come dice lei, le permette di essere felice e ottimista. Oltretutto, conosciuta in presentazione dal vivo, è veramente simpatica, semplice ed umile ma allo stesso tempo estremamente ferrata e determinata (da una che ha già corso la maratona, più volte oltretutto, non ci si poteva aspettare niente di meno).

Mi è tornata in mente oggi mentre, sfogliando Facebook, vedo il commento di una conoscente (dire “contatto” mi sembra banalizzante) che si lamenta dei suoi problemi personali nel rapporto di coppia; e riconosco lo stereotipo della coppia-tipo (chi più chi meno, siamo tutti simili): lei “rompiballe ad oltranza”, che chiede ed esige sempre di più dal compagno; lui, che non chiede altro che di essere lasciato in pace.

E mi è tornata in mente un’osservazione geniale che Costanza aveva fatto alla presentazione, quando aveva ricordato che San Paolo, dopo aver fatto quell’esortazione alla moglie (di essere, appunto, sottomessa), subito dopo chiede al marito di essere, per la moglie, come Cristo per la sua chiesa: cioè di sacrificare la propria vita.

E questo non è tanto un “dare un colpo al cerchio e uno alla botte“; come dire: chiedo a tutti e due qualcosa, quindi non c’è disuguaglianza, non lamentatevi; ma, osservava lei, San Paolo chiede alla donna e all’uomo i due sacrifici più grandi, rispettivamente; infatti, tipico della donna è il voler avere tutto sotto controllo, con qualunque mezzo, con qualunque ricatto; e la richiesta di sottomissione è evidentemente la più pesante che le si poteva fare (se sei sottomesso, non comandi, non decidi tu); mentre per l’uomo, che tutto sommato è mediamente un pantofolaio tranquillo, niente gli pesa di più che una richiesta di sacrificio, lui che magari preferirebbe, per amor di quieto vivere, anche farsi guidare, senza troppi pensieri e decisioni da prendere.

Forse che San Paolo si è sbagliato, ed è un sadico che chiede a maschio e femmina proprio le cose che gli vengono più difficili? Io non credo; credo che sia necessaria una buona dose di autolimitazione e superamento dei propri istinti innati per una unione di coppia duratura e felice, e, sapendolo all’inizio, ci sono maggiori possibilità che questo si verifichi. Vabbeh, non so se vi ho convinto, ma “Sposati e sii sottomessa” è un altro dei libri da mettere in valigia prima di partire per le vacanze. Io aspetto che esca il seguito, la versione per i maschietti: Costanza me ne mandi una copia?

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Per una lettura non conforme del femminicidio

di Federico Cenci

Le responsabilità della rivoluzione sessuale

In Italia si fa un gran parlare, negli ultimi tempi, della violenza sulle donne. Il femminicidio – termine ignoto sino a poco tempo fa – è oggi uno dei più inflazionati argomenti di stampa e tv. Esecrandi fatti di cronaca che raccontano di donne picchiate e uccise da uomini, sovente dai loro compagni/mariti, catalizzano le attenzioni dell’opinione pubblica, alimentano il dibattito e generano l’impegno a contrastare il turpe stillicidio per via legislativa.

Posto che anche un solo omicidio – nei confronti di chicchessia, donna o uomo – è un atto intollerabile e meritevole di biasimo, è importante rilevare che il femminicidio, giacché divenuto un fenomeno mediatico, rischia di alterare la nostra percezione della realtà. L’idea che ci contagia, per via dell’onda emotiva creata dai media, è che il numero di vittime femminili della violenza maschile sia in esteso aumento. E che la causa sia riconducibile al maschilismo che alligna come un germe apparentemente inestirpabile nella cultura del nostro Paese.

La prima vera notizia è che la violenza omicida sulle donne non registra un aumento, piuttosto sta diminuendo. Proprio così, una lettura scevra da condizionamenti, quella dei dati Istat, lo conferma: nel 2012 le donne uccise sono state 124, nel 2010 furono 156, 172 nel 2009 e ben 192 nel 2003, che rappresenta il picco degli ultimi dieci anni. Lutti degni di rispetto, dati forieri di costernazione – certo – ma che dimostrano in modo inequivocabile che il fenomeno non si sta estendendo come molti giornali e politici vogliono farci credere. Nonostante l’enfasi mediatica che, purtroppo ma inevitabilmente, può produrre in qualche folle la tendenza all’emulazione.

Eppure, la pubblicazione di questi dati Istat non placa l’agitazione di costoro, dei “Repubblica” e delle Boldrini di turno, ossia di chi vuole fare del femminicidio un allarme sociale da contrastare con leggi ad hoc, ritenendo insufficiente quanto già abbondantemente previsto dal nostro codice penale. Pertanto, l’obiezione che viene sollevata è la seguente: cala il tasso di omicidi generale verso le donne, ma aumenta quello particolare che fa riferimento a donne uccise dai compagni/mariti. Un’affermazione però non suffragata da riscontri, poiché non esiste per tutti i casi censiti una verifica circa il rapporto tra assassino e vittima. Uno studio in tal senso è stato comunque condotto dall’Università di Siena, e da esso emerge ciò che non t’aspetti. Ossia che dal 2006 ad oggi il tasso di omicidi da parte di uomini con cui le vittime avevano una relazione è rimasto grossomodo costante, al 62% circa. Nessun incremento, nessuna emergenza improvvisa.

Uno Stato deve punire la violenza, ma creare il panico è un esercizio demagogico e corrosivo nei confronti della società. Guardando la tv o sfogliando i giornali, qualche donna potrebbe aspettarsi più cazzotti che carezze dal proprio compagno. Ed esser portata, di conseguenza, a rifiutare un progetto di relazione stabile a vantaggio dell’individualismo. Ma è proprio foraggiando l’emancipazione del proprio ego dall’affetto di un fidanzato/coniuge che si creano le premesse per il dilagare delle violenze. Infatti, come spiega Gian Ettore Gassani, presidente dell’Associazione avvocati matrimonialisti italiani, «nelle coppie l’80% degli omicidi avviene nelle fasi in cui la relazione sta finendo o quando è appena finita». Parole che smentiscono chi attribuisce la violenza sulle donne all’esistenza – ormai obsoleta, dicono – del rapporto di coppia duraturo e della famiglia. La causa è, al contrario, proprio la crisi del rapporto di coppia duraturo e della famiglia.

Sicché, il femminicidio si contrasta non estirpando ma irrobustendo mediante politiche mirate l’istituto familiare, perno della società. È agli antichi modelli culturali che bisogna attingere per ripristinare un rapporto equilibrato tra i due sessi. La famiglia tradizionale è dunque un rimedio e un’avanguardia. Da tutelare e da promuovere.

A proposito di femminicidio, le vere notizie sono due. La prima, descritta nell’articolo di ieri, è che il fenomeno – pur diffuso – registra una diminuzione, checché possa sembrare stando all’attuale risonanza mediatica. La seconda, oggetto del presente articolo, è ancora più sbalorditiva. La rivoluzione sessuale è complice del diffondersi della violenza sulle donne.

Ma come, non era vero il contrario? Non era stata la “liberazione dei costumi” a stabilire la parità, l’avvento di un’epoca in cui il rapporto uomo/donna fosse all’insegna del reciproco rispetto? Nient’affatto, questo mito sessantottino, sedimentatosi nella cultura dominante, è destinato a cadere innanzi a una realtà dei fatti che racconta tutt’altro.

Racconta, per esempio, che esiste una correlazione tra industria pornografica – che ha avuto nella rivoluzione sessuale il suo motore – e violenza sulle donne. Un recente studio pubblicato sulla rivista Violence and victims curato dall’Università della Georgia, negli Stati Uniti, riporta che la pornografia procura nei maschi una spinta all’aggressività di stampo misogino. La tesi, ignorata da quanti si stanno tuttavia adoperando per suonare l’allarme sociale femminicidio, è ripresa e condivisa da Vincenzo Puppo, medico-sessuologo del Centro Italiano di Sessuologia (CIS).

In un’intervista uscita su “La Stampa” qualche mese fa (1), il dottor Puppo segnalava che la pornografia crea dipendenza e, con essa, preoccupanti conseguenze. Il sessuologo avverte che «la visione continua e ripetuta degli organi genitali maschili e femminili, porta lentamente senza che l’uomo/donna se ne accorga, a una inibizione della capacità di eccitarsi mentalmente: lo stesso stimolo sensoriale continuamente ripetuto se all’inizio è eccitante, dopo un certo tempo non lo è più, e il cervello ha bisogno di stimoli superiori».

Perciò, il “salto” a un livello di perversione maggiore è breve. «Si deve passare dai soliti film/giornali/siti pornografici normali a quelli per esempio con stupri e altre violenze sessuali, o sado-masochisti, o con animali, con bambini ecc.». E ancora, una volta che il cervello è assuefatto a certi abomini, in un’infernale viaggio dell’istinto verso gli abissi, «alcuni possono cercare sfogo fuori da questo “ambiente” ed esplodere in episodi di violenza, non solo contro le donne ma, cosa ancora più grave, anche su bambini/e».

In molti dovrebbero sturarsi le orecchie ed ascoltare bene le parole di questo esperto. Il riferimento è a tutti coloro che, influenti nella società, in nome del “diritto al piacere”, nel corso degli anni, altro non hanno fatto che calpestare il pudore attraverso tutti gli strumenti di loro competenza. Stampa, tv, arte, politica (2) – mediante i modelli proposti al pubblico – hanno concorso a ché la donna regredisse a mero oggetto del desiderio. Da custode del focolare a vittima della propria “emancipazione”.

Fa specie che costoro, oggi, sono gli stessi che si stracciano le vesti contro la violenza sulle donne. E rincresce che – privi di ogni minima capacità d’auto-critica (3) o peggio, volontari artefici della sovversione – puntino il dito verso il “modello di società arcaico”, che si baserebbe sulla prevaricazione del maschio sulla femmina.

Invero, è proprio per distruggere quel “modello di società arcaico” – nido di retrivi oscurantismi – che, qualche decennio fa, si è dato impulso al silenzioso ma sconvolgente moto sociale che risponde al nome di rivoluzione sessuale. E i nefasti effetti, ora, compresa la violenza sulle donne, sono sotto gli occhi di chiunque possa e voglia vedere.

(1) http://www.lastampa.it/2012/11/21/scienza/benessere/lifestyle/violenza-contro-le-donne-tra-le-cause-anche-la-pornografia-JoRmq3034Zqoaa694DfVDN/pagina.html

(2) Il Partito Comunista Italiano presentò, nel dicembre 1977, una proposta di legge dal significativo titolo “Nuove norme a tutela della libertà sessuale”.

(3) Al contrario di certi vecchi e nuovi compagni “trinariciuti”, Pier Paolo Pasolini ammise su “Pagine Corsare”: “La liberalizzazione sessuale invece di dare leggerezza e felicità ai giovani e ai ragazzi, li ha resi infelici, chiusi, e di conseguenza stupidamente presuntuosi e aggressivi”.

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Noi, famiglia italiana con sedici figli

Segnalazione di Redazione BastaBugie

Perché vi stupite? A ogni matrimonio il sacerdote chiede: ”Siete disposti ad accettare i figli che Dio vorrà donarvi?”
di Paolo Conti

«Siamo una famiglia straordinariamente normale… Ma il merito non è nostro. Semplicemente perché è un’opera di Dio». Mezza Catanzaro è in attesa di un parto insieme straordinario e normale, per dirla con le parole appena usate dal capofamiglia Aurelio Anania, 46 anni, impiegato come coadiutore (quello che un tempo si chiamava bidello) all’Accademia di belle arti di Catanzaro: sua moglie Rita Procopio, 42 anni, partorirà nei prossimi giorni per la sedicesima volta. Stavolta è una figlia, si chiamerà Paola e si aggiungerà alle altre otto sorelle e ai sette fratelli. Aurelio e Rita (lei è ovviamente casalinga, anche se in passato lavorava negli uffici amministrativi del Policlinico Mater Domini) si sono sposati l’8 dicembre ’93 dopo otto anni di fidanzamento e tenendo fede, ci tengono a raccontarlo, al voto di castità prematrimoniale. E da allora è cominciata la serie ininterrotta di figli: per prima Marta, oggi 18 anni, e poi Priscilla, Luca, Maria, Giacomo, Lucia, Felicita, Giuditta, Elia, Beatrice, Benedetto, Giovanni, Salvatore, Bruno fino alla piccola Domitilla, appena un anno e mezzo.
Nessuna storia di marginalità sociale. Al contrario, una scelta consapevole e granitica, come spiega Aurelio Anania: «Non c’è né incoscienza né ignoranza, ma il frutto di un cammino di fede […]. Se rispondiamo alle domande di qualche giornalista è per testimoniare, nell’anno della Fede proclamato da Benedetto XVI, cosa può produrre la certezza quotidiana del Cristo risorto. Mia moglie ed io non siamo altro che gli umili amministratori di un disegno divino». Naturalmente tutta questa fede si declina, come hanno raccontato sia Catanzaroinforma che il Quotidiano della Calabria, in una vita quotidiana materiale. Lo spiega sempre papà Aurelio: «Volete sapere quanto guadagno? 2.200 euro al mese, inclusi gli assegni familiari». Ma come fate ad arrivare alla fine del mese? «C’è sempre l’aiuto della Provvidenza, sicuro, puntuale e ben tangibile. Si può scoprire, per esempio, in un arretrato imprevisto. In un sostegno che arriva da qualche parte. Sono autentici piccoli miracoli, basta saperli capire. L’uomo può anche offendere, se regala qualcosa a qualcuno. Dio non lo fa mai. E non ti costringe nemmeno a chiedere, perché si muove in anticipo sapendo delle tue necessità».
Al netto di tanta certezza interiore, c’è un’organizzazione familiare perfettamente sperimentata. Ogni giorno servono circa tre chili e mezzo di pane e quattro litri di latte. E il resto? Papà Anania ride: «Per il resto viviamo di offerte speciali. Non abbiamo un supermercato di riferimento ma ci muoviamo in base ai prezzi più bassi». Bastano i soldi per mangiare, per vestirvi? «Potrei dire che solo chi non ha fede si preoccupa di certi aspetti. Ma alla fine sì, bastano. Ha perfettamente ragione papa Francesco quando sostiene che il denaro domina il mondo. I soldi non mi danno la vita ma mi servono per vivere». Casa Anania dispone di 110 metri quadrati, in una stanza i sette maschi, in altre due le femmine. Per mamma e papà la sveglia suona alle 6.15, dopo la colazione i grandi vanno a scuola in autobus, i piccoli accompagnati da papà con il pulmino da nove posti parcheggiato in cortile (nelle uscite di famiglia qualcuno si deve sempre infilare nell’auto di amici). Quando la casa si svuota a mamma Rita restano un lettone e sedici lettini da rifare, le lavatrici, la spesa, il pranzo da preparare nella grande cucina dove il pomeriggio si fanno i compiti. Ma nessuno soffre per la mancanza di spazio in quei 110 metri quadrati di casa. L’ultima battuta di Aurelio Anania, in attesa della piccola Paola, riguarda l’eternità: «Mi basterebbe la certezza che per noi ci fosse la stessa superficie in Paradiso…».

Nota di BastaBugie: Aurelio e Rita ci tengono a raccontare che durante il fidanzamento hanno mantenuto la castità prematrimoniale. Sull’argomento si può leggere l’articolo da noi già pubblicato “Le coppie piu’ soddisfatte? Sono quelle che si sono astenute dall’avere rapporti prima del matrimonio” in cui si spiega che non siamo fatti per il nomadismo affettivo, ma per la stabilità, clicca qui
http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=2604

Consigliamo inoltre il dvd “Amore senza rimorso” sulla castità della durata 60 minuti (doppiato in italiano) più 45 minuti di contenuti extra con 9 filmati: l’aiuto giusto, apologia del pudore, la storia di Crystalina, ai genitori, corteggiare, abbigliamento, sii padrona del tuo mistero, teologia del corpo, guardare una donna, invitare una donna, come educare da padre i figli. Puoi vederlo cliccando qui sotto
http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=1497
oppure puoi richiederlo a BastaBugie: clicca qui!

Consigliamo infine il video di Jason Evert “Sii padrona del tuo mistero” sull’importanza della castità prematrimoniale:

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I disastri delle Pari Opportunità

Segnalazione di Redazione BastaBugie

Conosco donne che avrebbero preferito rimanere a casa più a lungo dopo la nascita dei figli o che si interrogano se il lavoro sia davvero così fondamentale nella loro vita

di Costanza Miriano

Il problema delle quote rosa riguarda solo poche donne privilegiate. Così le femministe si sono ritrovate a difendere delle elites, e d’altra parte non sono le sole ad aver fatto questa capriola. Molte delle battaglie della sinistra, che, detto in parole grossolane, aveva cominciato almeno nelle intenzioni col difendere i diritti degli ultimi, sono diventate quelle di una piccola fetta della popolazione, completamente scollata dal resto.
Mi chiedo come sia potuto succedere.
Per esempio: sono circondata da amici e conoscenti che hanno perso il lavoro, o che lavorano senza prospettive e sottopagati. Per nessuno di loro le nozze omosessuali sono tra le priorità più urgenti. Anche quelli che sono d’accordo le metterebbero al massimo al numero seicentotredici della lista delle cose da fare. Non lascerebbero che invadessero agende della politica e dell’informazione. Il fatto è che per la politica risolvere i problemi di lavoro dei miei amici (chissà, magari fra un po’ anche i miei) sarebbe molto complicato, mentre fare una legge a favore delle famiglie arcobaleno non costa nulla, e pare rendere in termini di immagine. Le lobby omosessualiste infatti stanno nei posti che contano, e quelli che non sono d’accordo evitano la grana di parlare, perché l’accusa di omofobia è dietro l’angolo. D’altra parte, come disse il capo di gabinetto di Obama, Rahm Emanuel, i gay sono i nuovi ebrei del fundraising (nda -nota dell’admin – i ricchi ebrei sono tradizionalmente tra i maggiori finanziatori delle raccolte fondi delle lobbies negli USA a favore di candidati e partiti, attività peraltro pienamente legale e regolamentata).
Comunque, lo stesso è successo con le battaglie a favore delle donne. Chiedevano il diritto al voto, allo studio, alla libertà. Cose sacrosante. A ben vedere le donne non chiedevano altro che rispetto, o forse, in fondo, quello che desidera ogni donna (e, in modo diverso, ogni uomo), cioè di essere guardate con amore. Una battaglia meravigliosa. Hanno finito col combattere per il diritto di uccidere i loro figli, di divorziare, di essere costrette a lavorare lasciando i propri figli nelle mani di altri. Perché sono certa che ci siano manager bravissime che non sono riuscite a entrare nei consigli di amministrazione solo perché donne, docenti universitarie a cui la cattedra è stata soffiata da qualche barone, non ne dubito, ma io personalmente conosco solo donne che avrebbero preferito almeno rimanere a casa più a lungo dopo la nascita dei figli, o che vorrebbero che il loro lavoro venisse misurato sul risultato, e non sull’orario, o che si interrogano sul modo di far quadrare tutto, e di capire se il lavoro è davvero così fondamentale nella loro vita. Molte volte, quando diventano mamme, si rendono conto che ne farebbero a meno volentieri, almeno per un bel periodo. E stiamo ancora parlando di donne privilegiate, perché le bariste, le commesse, le operaie, le impiegate, questo discorso non possono neanche sognarlo. Devono timbrare il cartellino, e fanno i salti mortali, e non è che lavorino per realizzare se stesse, e spesso si chiedono perché oggi si prendano due lavoratori al prezzo di uno, se un tempo le famiglie monoreddito potevano garantirsi una vita dignitosa, mentre oggi hanno una vita nella maggior parte dei casi impossibile.
Lo ha scritto anche Ann Marie Slaughter, professoressa di Princeton e consigliera nel Dipartimento di Stato, quindi non una donnetta di parrocchia come me, nel suo articolo “Why women still can’t have it all”, che ha fatto il giro del mondo, è rimbalzato da sito a sito, ed è diventato un libro: la Slaughter ha lasciato il suo super gratificante e retribuito lavoro per seguire i due figli adolescenti, per la semplice osservazione che non è possibile fare bene tutte e due le cose, la mamma e la professionista ai massimi livelli.
Sono ignorante con metodo, lo sono in quasi tutte le materie, ma eccello sicuramente in storia del femminismo. Quanto a ignoranza dico. Mi è stato fatto notare anche l’altro giorno al convegno Donne e lavoro, organizzato da I mille (che – per far capire l’orientamento – vedono nel comitato editoriale Ivan Scalfarotto). Una relatrice voleva sapere su cosa basassi le mie osservazioni, mi ha chiesto di citare i testi del femminismo.
No, non ho studiato i loro sacri testi, ma ho un punto di osservazione non ideologico, e abbastanza ampio sulla realtà. Non ideologico perché io mi sono preparata per lavorare, ho fatto tutto – università, master – meglio che ho potuto per la mia “carriera”, salvo poi, all’arrivo dei figli, capire che non ero disposta a sacrificarli. Un punto di vista, poi, ampio, per le donne che conosco, colleghe, amiche, mamme di amici o compagni di scuola, catechismo, sport, tutto moltiplicato per quattro figli. Inoltre ho ricevuto ormai migliaia di lettere e messaggi da lettrici dei miei libri, e il fatto di averne vendute sessantamila copie mi fa pensare che quello che scrivo sia abbastanza condiviso, almeno non solo da me e dal mio amico immaginario. Le donne di questo campione non si sentono rappresentate dalle “Se non ora quando”, non credono che la soluzione ai loro problemi sia il bonus bebè per mettere i figli al nido, né gli asili aziendali, né l’allungamento dell’orario scolastico. Perché il vero problema, quello che impedirà alle quote rosa di funzionare bene, quello che toglierà le donne migliori dal mondo del lavoro, non è il problema femminile, ma il problema della maternità. Le donne il più delle volte non vengono discriminate in quanto femmine: per esempio nel mio mondo del lavoro, il giornalismo, sono ormai la maggioranza a occhio e croce. Quello che discrimina è la difficoltà oggettiva di tenere insieme tutto, e fino a che il mondo del lavoro non diventerà a misura di figli (congedi pagati, flessibilità, telelavoro, part time obbligatorio a richiesta) le donne si tireranno indietro da sole – almeno per un periodo – quando diventeranno madri, semplicemente perché “women can’t have it all”. Perché non si riesce a fare tutto bene, perché non è lo scatto di carriera che ci fa battere il cuore.

Fonte: Blog di Costanza Miriano, 01/07/2013
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Castighi riservati ai profanatori del Matrimonio

Scritto e segnalato da Carlo Di Pietro

Epifanio, vescovo di Cipro, disse: “L’ignoranza delle Scritture è un grande precipizio e un profondo baratro”; Domandarono ad Isaia di Scete: “padre che cos’è l’ira?” ed egli rispose: “Litigiosità, menzogna e ignoranza”. (Vita e detti dei padri del deserto, Città Nuova)

Oggi sembra che tutti parlino di tutto, e con autorità auto celebrativa. Un po’ come quando ci sono i campionati mondiali di calcio, ovvero quando tutti gli italiani “diventano allenatori”, dal Concilio ad oggi, ognuno si fa “padre della chiesa” [1], credendo che la “sua chiesa” sia quella “fondata da Gesù”. L’Ab. Barbier (cf. I tesori di Cornelio ALapide, v. Matrimonio) dimostrerà che non è così …

Pare che, nell’attuale silenzio totale del “papa emerito” (nuova figura che ha promesso pubblicamente di rimanere “invisibile al mondo” ma – pare – solo quando lo ritiene opportuno), in Germania la “chiesa ha aperto ai divorziati [2]. Dico pare perché va studiata bene la situazione. Ovvio che se l’“apertura”, così come formulata e presentata alla stampa, va con pertinacia contro i Comandamenti di nostro Signore, trattasi di “anti-chiesa”, e non lo invento io ma lo insegna il Magistero.

Tutti sappiamo cos’è il Matrimonio ed auspico che qualche collega, sarebbe meglio se prete o religioso, con una certa urgenza lo ricordi al popolo cattolico, pertanto concentrerò le attenzioni sulla “profanazione”.

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Il Barbier ed il MATRIMONIO PROFANATO: Vi sono degli sposi, dice la Sapienza, i quali non rispettano né la castità delle nozze, né la vita del matrimonio, uccidendosi l’un l’altro spiritualmente e facendosi reciproco oltraggio con cattivi costumi.

Presso di loro tutto è disordine : il sangue, l’uccisione, il furto, la frode, la corruzione, l’infedeltà, la dimenticanza di Dio, l’ingratitudine, la profanazione delle anime, l’aborto, le dissolutezze dell’adulterio e dell’impudicizia, tutto è da loro insieme confuso e menato in trionfo (Sap. XIV, 24-26).

Dove sono i figli che Dio destinava a vedere il giorno?

Respingere nel nulla esistenze che dovevano avere per fine la vita eterna, che nefandità, che delitto, e quale conto ne dovranno rendere i colpevoli!

Il Barbier ed i CASTIGHI RISERVATI AI PROFANATORI DEL MATRIMONIO: I figli degli adulteri saranno infelici, sentenzia il Savio, e il frutto di un letto impudico non arriverà alla maturità (Sap. III, 16).

Onan metteva ostacolo all’adempimento della volontà di Dio, facendo azione detestabile, perciò Dio lo percosse di morte: “Idcirco percussit eum Dominus, quod rem detestabilem faceret” (Gen. XXXVIII, 9-10).

Un tale delitto viola la legge naturale e la santità del matrimonio. È paragonato da Dio medesimo all’omicidio e la Scrittura lo chiama detestabile.

Che nome dargli quando è commesso dai cristiani?

Molti genitori si lagnano delle disgrazie che loro piovono addosso, delle infermità che travagliano i loro figli, della morte che loro spietatamente li strappa. Giuste punizioni di Dio!

Sposi colpevoli, aprite gli occhi, riconoscete che avete calpestato i vostri più sacri doveri, convertitevi, e la giustizia di Dio cesserà dal percuotervi…

Perché la casta Sara vide consecutivamente trucidati da un demonio, la prima notte delle nozze, i sette sposi da lei impalmati?

La ragione la manifestò Raffaele a Tobia il quale, udendosela proporre in sposa, ebbe il timore che la stessa sorte toccasse anche a lui: “Se dai retta a me, rispose l’angelo, non ti toccherà nulla di simile, perché sai tu chi siano quei mariti sui quali ha potestà il demonio? Sono quelli che abbracciano il matrimonio con tale disposizione di animo, che scacciano Dio da sé e dalla loro mente, e soddisfano la loro libidine come il cavallo e il mulo che non hanno intelletto. Ma tu prenderai la sposa nel timor di Dio, mosso più dal desiderio di prole che di libidine, per ottenere la benedizione riservata alla stirpe di Abramo” (Tob. VI, 11-22).

Prima della legge mosaica, l’adultero presso i Giudei era bruciato vivo; dopo, si lapidava (Levit. XX, 10). Gli Egizi punivano l’adulterio negli uomini con cento colpi di verga; nelle donne, con recidere loro il naso, affinché il loro disdoro non cessasse mai di essere pubblico (DIOD. Bibl. hist.). Presso gli Arabi, i Parti e altre antiche nazioni, gli adulteri erano condannati alla decapitazione (Ib.). Il re Tenedio stabilì per legge, che gli adulteri fossero segati per metà e condannò a tale supplizio il suo medesimo figlio (Maxim. Orai.). Nel suo nono libro delle Leggi, Platone decretò la morte contro il fornicatore, e permise a chiunque di uccidere l’adultero. Solone permetteva di uccidere chi fosse sorpreso in atto di adulterio (PLUTARCO).

Giulio Cesare, Augusto, Tiberio, Domiziano, Severo, Aureliano, stabilirono gravi castighi contro gli adulteri. Aureliano, per esempio, faceva legare i piedi dei colpevoli a due rami di alberi piegati a viva forza, che poi, essendo lasciati ritornare alla loro posizione naturale, squartavano il corpo del condannato (C. AELIAN., Var. histor. lib. X, c. VI). Macrino, successore di Caracalla, li faceva bruciare vivi (ALEX.).

Maometto medesimo ordinò che sia inflitta all’adultero la pena di cento colpi di bastone.

I Sarmati, per testimonianza di Orosio, uccidevano le donne adultere, o le vendevano schiave. I Sassoni, ancor pagani, costringevano l’adultera ad impiccarsi, e mettevano il complice pubblicamente su un rogo, cui appiccavano il fuoco (S. BONIF. Epist.).

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La chiesa non punisce con frustate, se un tempo sono accaduti episodi [3] sgradevoli non lo si deve alla chiesa ma ad alcuni suoi cattivi servi. La chiesa, difatti, diversamente dalle società barbare, cerca di educare l’uomo; un uomo maleducato (peccatore non pentito, apologeta del peccato, scandalizzatore, ecc…) viene privato dei Sacramenti fino a quando non cessa questa ostinazione.

La nostra religione è molto comprensibile e facile da seguire, in sintesi basta studiare e rispettare i Comandamenti ed i Precetti, capire il valore dei Sacramenti; se oggi c’è tanta confusione credo che sia solo ed esclusivamente per colpa dei “falsi profeti” [4] che confondono il “gregge” [5] aprendo al peccato invece che al peccatore ed insegnando eresie e ambiguità oppure non condannandole più.

Se poi consideriamo che un tempo ci si sposava ben consapevoli, perché la fede dell’educatore veniva trasmessa ai futuri sposi mediante idonea preparazione e viva assistenza fino alla morte, oggi purtroppo non è più così, ed eccone i risultati. Quando gli educatori perdono la fede, cosa può fare il povero popolano (che comunque ha il preciso dovere di informarsi studiando casomai il Catechismo breve di san Pio X)?

Risultato: poche grazie materiali, se non addirittura castighi, e inesistenti grazie spirituali. “… pregate quanto potete. Molti sono i mali: così ha voluto Dio. Volesse il cielo che non ci fossero cattivi in gran numero e non ci fossero molti mali. «Sono tempi cattivi, tempi penosi!» si dice. Ma cerchiamo di vivere bene e i tempi saranno buoni. l tempi siamo noi; come siamo noi così sono i tempi …”. (sant’Agostino, Discorsi, 80,8)

Mi dicono che sono troppo complesso nelle esposizioni, allora sarò semplice semplice …

Esempio generico: io vorrei tanto rubare, ma non lo faccio perché è peccato. Se tutti ragionassero così, il mondo sarebbe migliore. Stesso discorso vale per ogni singolo comandamento.

Oggi, invece, qualcuno afferma cose del genere: “Ciascuno di noi ha una sua visione del Bene e anche del Male. Noi dobbiamo incitarlo a procedere verso quello che lui pensa sia il Bene. // Ciascuno ha una sua idea del Bene e del Male e deve scegliere di seguire il Bene e combattere il Male come lui li concepisce. Basterebbe questo per migliorare il mondo” [6]. Bene, anzi male!

Esempio generico (non sono sposato): Io penso che malmenare mia moglie (che mi cornifica, umilia, sfrutta, mi esaspera, ecc…, e non cede al dialogo ed alle leggi vigenti) sia un bene, anzi sia ottima cosa. Non lo faccio perché è peccato (reazione non commisurata) e chi mi insegna questo? Me lo dice la chiesa e mi insegna a sopportare la croce (che esiste forse anche perché io ho delle mancanze coniugali ma non me ne rendo contro) e di resistere al peccato, proprio a quello che io, in questo momento, credo sia “bene” anzi “doveroso” (malmenare mia moglie), ma che in realtà è “morte dell’anima”. Se un domani dovessi cedere e picchiare mia moglie, in tribunale direi: me lo ha comandato Bergoglio, dicendomi: “Ciascuno di noi ha una sua visione del Bene e anche del Male. Noi dobbiamo incitarlo a procedere verso quello che lui pensa sia il Bene. // Ciascuno ha una sua idea del Bene e del Male e deve scegliere di seguire il Bene e combattere il Male come lui li concepisce. Basterebbe questo per migliorare il mondo”.

Ecco cosa accade nel matrimonio. Ci sono delle regole che sono IL BENE secondo Dio e l’uomo non ha il diritto di RELATIVIZZARE. Bisogna assumersi le proprie responsabilità, ed un mondo che rinnega Dio è un mondo di irresponsabili …

Carlo Di Pietro per Radio Spada (clicca qui per leggere altri studi pubblicati)

Note:

[1] http://radiospada.org/2013/10/confusione-e-belligeranza-nel-cattolicesimo-contemporaneo-la-zizzania/

[2] http://radiospada.org/2013/10/documenti-ufficiali-dopo-le-recenti-aperture-la-diocesi-di-friburgo-concede-i-sacramenti-ai-divorziati/

[3] http://radiospada.org/2013/08/dallinquisizione-alla-pedofilia-breve-difesa-della-chiesa-dalle-false-accuse/

[4] http://radiospada.org/2013/09/contro-i-falsi-profeti-il-cielo-e-la-terra-passeranno-ma-le-mie-parole-non-passeranno/

[5] http://radiospada.org/2013/09/la-tremenda-frase-degli-edicolanti-la-chiesa-apre-a/

[6] Bergoglio a Scalfari, nel silenzio totale di Ratzinger al 08 / 10 / 2013