martedì 19 novembre 2013
Di Claudio Romiti
Come è noto, la Commissione europea ha espresso un duro giudizio sulla legge di stabilità, una volta definita legge finanziaria. A suo parere, infatti, mancherebbero all’appello ben 8 miliardi di euro, cosa che un sistema pubblico come il nostro, indebitato fino al collo e in perenne squilibrio finanziario, non può assolutamente permettersi. Soprattutto non possiamo permetterci nessuna politica di bilancio, per così dire, allegrotta se non vogliamo tornare sotto la mannaia di una generalizzata crisi di sfiducia sulla solvibilità di un debito pubblico che continua crescere senza sosta.
A tutto questo il premier Letta ha risposto piccato che di solo rigore si muore. Si, ma di quale rigore d’Egitto stiamo parlando? Di norma nell’ambito di una impresa o di una famiglia per rigore s’intende un uso oculato delle risorse disponibili, cercando il più possibile di eliminare qualunque forma di spreco. In termini molto spiccioli si potrebbe dire di adottare un tenore di vita rigoroso se l’utilizzo della propria vettura venga limitato ai tragitti più lunghi, evitando di consumare il prezioso carburante per recarsi tutti i giorni all’edicola situata a qualche isolato di distanza.
Per una impresa privata che opera sul mercato concorrenziale il rigore non potrebbe mai conuigarsi con l’assunzione di personale in esubero solo per far contento un parente o un amico. Questo è il rigore. Nulla a che vedere con quello italico di Pulcinella che, ahinoi, da molti decenni viene interpretato quasi esclusivamente dal lato delle entrate tributarie allargate. Esso si che tende a mandare in rovina qualunque sistema economico, soffocando con le tasse ogni forma di iniziativa privata. Ma non si tratta di rigore.
L’inasprimento delle imposte che, a partire dagli ultimi tre governi, ha aggravato moltissimo la recessione in atto non risponde affatto ad una politica di rigore, bensì alla vitale necessità per l’attuale sistema politico di salvaguardare un consenso fondato su una spesa pubblica sempre più colossale – soprattutto in rapporto ad un reddito nazionale in continua contrazione – e sempre più fuori controllo. Ciò è dimostrato dal fatto che nè l’ultimo governo Berlusconi, nè quello tecnico di Monti e nè quello delle larghe intese di Letta sono riusciti a tagliare di una virgola la medesima spesa pubblica. Malgrado i tanti proclami altisonanti e la impressionante proliferazione di inutili commissioni ed organismi burocratici ad hoc, è proseguita innarrestabile la nefasta tendenza ad annunciare tagli inesistenti ed a coprire la sempre più corta coperta del bilancio pubblico con aumenti surretizi della pressione fiscale. Ma oramai si è ben compreso che la strada di codesto rigore fasullo, finalizzato unicamente ad illudere il popolo pagatore che oramai si è quasi fuori dal tunnel della crisi, non può che portarci diritti verso il baratro.
Quando una pressione fiscale reale di oltre il 55% del Pil, equivalente all’entità delle uscite pubbliche, non consentirà più di sostenere uno Stato che oramai gestisce ben 810 miliardi di euro all’anno, non saranno più gli ammonimenti della Commissione europea a doverci preoccupare. A quel punto il rumore sinistro degli elicotteri della famigerata Troika avrà già annichilito la irresponsabile demagogia di una classe politica inguaribile. Siamo sempre più inesorabilmente falliti!

Fonte: lindipendenza.com

30 ottobre 2013

articolo da Milano Finanza di Antonio Satta.

saccomanni-alfano-letta-262866_tnQuasi una requisitoria che ha lasciato ben pochi margini all’impostazione data dal governo alla legge di Stabilità. Il presidente designato della Corte dei Conti, Raffaele Squitieri, ascoltato a palazzo Madama dalle commissioni Bilancio di Camera e Senato ha cominciato dalla base, ossia dalle previsioni macroeconiche del governo, affermando che

c’è un’alta probabilità che si realizzi un quadro meno favorevole di quello prospettato e con scostamenti crescenti nel tempo“.

Anche l’affermazione del premier, che questa è la prima legge di Stabilità senza aumenti di tasse, non ha convito Squitieri, per il quale:

“c’e’ invece il rischio dell’emersione di ulteriori aumenti impositivi, quali inasprimenti che potrebbero canalizzarsi sul versante del patrimonio immobiliare e in particolare sulla Tasi, che moltiplica il suo peso (1 per mille sull’imponibile catastale ai fini Imu) rispetto a quello incorporato nella vecchia Tares (30 cent. di euro al mq)”.

Inoltre, ha proseguito:

lasciando ai Comuni la facoltà di rideterminare l’aliquota, crea il presupposto di aumenti di prelievo da parte degli enti locali con aliquota Imu inferiore al massimo previsto dalla legge“. “A rischiare di essere colpiti saranno le seconde case e gli immobili strumentali delle imprese allocati nei Comuni finora virtuosi (quelli che su tali immobili hanno fin qui adottato un’aliquota Imu non superiore al 9,6 per mille)”.

Non va meglio per un’altra delle norme chiave del ddl, come il taglio del cuneo fiscale che per il presidente incaricato della Corte dei conti:

“ha un perimetro limitato e comporta problemi distributivi e di equità poiché esclude dal beneficio 25 milioni di soggetti”.

Parlando di tasse, non fanno dormire sonni tranquilli nemmeno le “imposte future” contenute nella legge di Stabilità:

“quantificate nel gettito da conseguire ma ancora del tutto indefinite nella loro articolazione e nella percezione da parte dei contribuenti” rischiano, con il loro “grado di incertezza“, di condizionare l’intera manovra. Tra queste misure c’è “la revisione degli oneri detraibili e la riduzione delle agevolazioni fiscali che dovrebbero portare un maggior gettito per circa 11,8 miliardi, “ossia quasi la metà delle maggiori entrate attese“.

Eppure una tregua fiscale è possibile, con la legge di stabilità, infatti, “si pongono le condizioni per una tregua fiscale basata tuttavia su una dose elevata di deterrenza: l’individuazione di tagli significativi alle agevolazioni fiscali e l’apposizione di clausole di salvaguardia rappresentano un monito stringente per l’effettiva attuazione di quelle modifiche organizzative tante volte annunciate ma che ancora attendono un compimento“.

Per finire, nemmeno i risparmi di spesa previsti tranquillizzano Squitieri, perché Incidere sulla spesa delle amministrazioni locali e degli organi istituzionali non basta,

è necessario procedere a una revisione più radicale dei confini entro cui opera il sistema di intervento pubblico“. C’è bisogno di un “ripensamento delle modalità di prestazione dei servizi pubblici e delle modalità di accesso, in un contesto sociale e demografico profondamente mutato”. “E’ oggi indispensabile uno sforzo straordinario mirato al recupero di ulteriori margini di risparmio, sia da destinare a una riduzione del carico fiscale che a incidere sulle carenze più evidenti nella qualità dei servizi pubblici”. “Solo per questa via rigorosamente selettiva di ridisegno della spesa è possibile pensare di reperire le risorse necessarie ai programmi mirati al sostegno della crescita”.

Vi segnaliamo alcuni ARTICOLI RECENTI sul tema, che sostanzialmente anticipavano i commenti di Raffaele Squitieri, della Corte dei Conti:

Debiti arretrati PA: come abbellire deficit e PIL 2013 artificialmente. I giochi di prestigio di Letta e Saccomanni

OPERAZIONE VERITA’: a che punto e’ la NOTTE italiana

I provvedimenti dei primi mesi del Governo Letta al microscopio: “Molto rumore per nulla”

Ecco perche’ la Riduzione del Cuneo Fiscale nel 2014 promessa da Letta e’ una barzelletta

By GPG Imperatrice

Mail: gpg.sp@email.it

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venerdì 18 ottobre 2013

Una nota circa i prestiti concessi alle nazioni europee in difficoltà dalle altre nazioni europee, e circa il “Meccanismo Europeo di stabilità”; cerco di illustrare la situazione in modo semplice e chiaro, visto che in molto non hanno ben capito certi meccanismi.

Negli ultimi anni le nazioni dell’eurozona sono state chiamate a sborsare miliardi per diverse operazioni di “salvataggio” dei paesi membri in difficoltà; o meglio, delle loro banche. Ultimo caso in ordine cronologico, quello della Spagna, che ha ricevuto 100 miliardi, di cui 20 dall’Italia. In totale l’Italia ha sborsato fin’ora poco meno d 50 miliardi.

(vedi: L’Italia è nella me**a ma continua a sborsare soldi per salvare gli altri )

Perché questo prestito?

Lo spread spagnolo in quei giorni era elevatissimo, e per ottenere liquidità la Spagna avrebbe dovuto pagare un interesse superiore all’8% sui titoli di Stato; un tasso insostenibile che in breve avrebbe mandato “gambe all’aria” la Spagna, esattamente come è successo in Grecia.

Le nazioni europee sono intervenute prestando 100 miliardi alla Spagna al TASSO AGEVOLATO del 3%

L’Italia (come le altre nazioni europee, del resto) non aveva disponibile quella cifra; per ottenerla pertanto ha EMESSO TITOLI di stato, sui quali in quel periodo pagava un tasso di circa il 5%

PERTANTO ABBIAMO PRESTATO SOLDI ALLA SPAGNA A RIMESSA! La Germania invece sui propri titoli paga un tasso dell’1% e pertanto prestando alla Spagna al 3% realizza un guadagno del 2%! Lo stesso vale per i prestiti concessi alle altre nazioni;

Mentre l’Italia ci RIMETTE a prestare i soldi alle altre nazioni, la Germania ci GUADAGNA. Dai prestiti concessi alla Grecia ha ricavato nel 2012 ben 380 milioni di euro! La Germania sta LUCRANDO sulla crisi altrui: lo spiega più dettagliatamente questo articolo.

Facciamo finta che gli stati siano persone:

Accetteresti di prendere un prestito di 10.000€ pagando un tasso del 5% per girare la somma ad un’altra persona ricevendo da questa un tasso del 3% ?!? Sicuramente NO. I nostri rappresentanti invece hanno accettato, senza proferire parola: tanto a pagare non sono loro, ma siamo noi cittadini…

Mentre alle condizioni dell’Italia chiunque non vorrebbe saperne di prestare soldi, sicuramente sareste più propensi a farlo alle condizioni della Germania, che ottiene un prestito al tasso dell’1% e riceve in cambio il 3%, senza sforzo, in cambio, in pratica, di un paio di firme e qualche procedura burocratica.

Anche il contestato MES funziona proprio così; il “fondo salvastati” presta i soldi alle nazioni (banche) in crisi ad un tasso del 3% e per aderire al fondo l’Italia rastrella soldi sui mercati emettendo titoli sui quali paga un tasso superiore! Mentre la Germania anche in questo contesto realizza un buon guadagno del 2% !!!

Il “bello” è che il MES non convince nemmeno i tedeschi, che ci guadagnano! I tedeschi hanno presentato vari ricorsi, mentre da parte dell’Italia, che ci rimette, non si è levata una parola di dissenso!.

Oltre a questo, dobbiamo pensare che questo organo sovranazionale può esigere – ESIGERE – qualsiasi cifra dalle nazioni aderenti, che devono scucire le somme richieste entro 7 giorni; inoltre questo organo sovranazionale per trattato NON è CONTROLLABILE, INDAGABILE, INTERCETTABILE, PROCESSABILE dalla magistratura delle nazioni aderenti, nemmeno in caso di colpe evidenti, salvo che il MES stesso non conceda l’autorizzazione a procedere: questo è stabilito nel Trattato.

Come se la magistratura per perseguire un crimine, dovesse ottenere l’autorizzazione del criminale… rendetevi conto…

Se non vi è chiaro cosa sia il “MES” leggete questi articoli:

Il testo del Trattato che istituisce il “Mes”, in formato PDF

Perché il “MES” non è un “patto di stabilità” qualsiasi ma una dittatura

Quello che devi sapere sul “MES” e le altre leggi dittatoriali dell’Unione Europea

Gli eurocrati hanno alzato la disponibilità del MES: non più 700 ma 800 miliardi

Il senato ha ratificato il MES nel solito silenzio generale

Il “Mes” è stato ratificato sia al Senato che alla Camera e Grillo è rimasto MUTO

Il servizio di Adam Kadmon sul MES: quando spiega cosa prevede il “Meccanismo Europeo di Stabilità” – circa la loro impunità, etc – dice il vero.

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ALTRI ARTICOLI SU TEMI IMPORTANTI:

Un altro trattato capestro: il Fiscal Compact!

Euro, Europa, BCE, Fiscal compact. Il funerale dell’Italia spiegato in modo semplice

L’unico vero motivo della crisi: la sovranità monetaria, che hanno svenduto alle banche…

**** UNA RACCOLTA DI ARTICOLI SU TUTTI I TEMI CENSURATI:

Alessandro Raffa

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Il Meccanismo Europeo di Schiavitù In Azione!!!

Ecco quali sono i reali poteri del M.E.S., e cosa sta facendo all’insaputa degli ignari cittadini europei.

I media mainstream (giornali e telegiornali) non divulgano le sue azioni, ed il M.E.S. può continuare ad esercitare il suo potere, praticamente indisturbato!!!!

L’Unione Europea ha dato vita ad un’organismo economico inviolabile, intoccabile ed in grado di imporre la propria volontà su qualsiasi stato sovrano.

Vedere per credere!!!

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lunedì 15 luglio 2013
Le imposte richieste dagli enti locali sono aumentate di oltre 500 per cento dal 1992 al 2012: lo rileva un’inchiesta Confcommercio – Cer, secondo cui l’importo delle imposte locali è salito da 18 a 108 miliardi di euro nel ventennio considerato. Sono queste le conseguenze del federalismo fiscale, con uno Stato che, nelle sue varie articolazioni, ha dovuto trovare modi sempre nuovi per finanziare una spesa corrente cresciuta dell’82,5 per cento.
Se infatti nel 1992 la spesa corrente arrivava a 412,651 miliardi di euro, oggi tale cifra supera i 753 miliardi, e l’aumento riguarda soprattutto le amministrazioni locali, con un aumento del 126,5 per cento e gli enti di previdenza (+127 per cento). Aumenta anche la spesa delle amministrazioni centrali, con una variazione del 52,7 per cento, mentre la spesa per interessi è diminuita del 12. Aumenta infine la quota di trasferimenti agli enti pubblici, che sfiorando i 200 miliardi di euro nel 2012 regista un aumento su base ventennale 41,3 per cento.
Sottolinea Confcommercio che «il processo di decentramento non sembra aver quindi portato risparmi di spesa, ovvero ad un efficientamento della macchina amministrativa». Questo aumento di spesa ha portato le amministrazioni locali a sfruttare sempre più la leva fiscale di propria competenza per coprire le proprie uscite: i trasferimenti alle amministrazioni locali da parte dello Stato centrale, infatti, negli ultimi vent’anni sono salite di poco meno del 20 per cento.
Nell’ultimo decennio, ad esempio, il peso delle addizionali regionali e comunali sull’Irpef gravante sui salari è quasi triplicata, dal 4,2 per cento all’11,2 per cento per i lavoratori single e dal 5,8 al 17,1 per cento per il lavoratore con carichi di famiglia.
Confcommercio suggerisce dunque che per ridurre la pressione fiscale occorre attuare in modo diverso il federalismo fiscale, tagliando la duplicazione di funzioni che portano a raddoppi di spese e dunque alla necessità di trovare soldi per coprirle, e anche impedire la sovrapposizione fra tassazione locale e statale.
Questi numeri evidenziano dunque il fallimento del federalismo fiscale così come concepito sinora: uno degli obiettivi principali, infatti, era quello di mantenere inalterata la pressione fiscale a carico dei contribuenti, ma questo obiettivo è stato del tutto disatteso, «rendendo pertanto sempre più necessario maggiore coordinamento tra le politiche tributarie attuate ai diversi livelli di governo».

Fonte: http://it.ibtimes.com/articles/52817/20130715/confcommercio-tasse-locali-aumentate.htm#ixzz2Z9MYVKS2

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Lo stato non paga e manda in rovina le aziende: fallimenti +110%

di Marinetto Cerneaz

Il governo – ma non ci voleva molto a capirlo – è tutto chiacchiere e distintivo. Annunci, annunci e ancora annunci, null’altro. Ergo, “è verosimile ritenere che i debiti della Pubblica amministrazione italiana nei confronti delle imprese ammontino a circa 120 miliardi di euro”. Vale a dire tanti quanti sono sempre stati.

Lo afferma il segretario della Cgia di Mestre, Giuseppe Bortolussi, che stima l’importo in base all’indagine presentata a marzo scorso dalla Banca d’Italia secondo cui il debito della P.a. sarebbe pari a 91 miliardi. Ma “si tratta di una foto scattata il 31-12-2011, piu’ di un anno e mezzo fa – sottolinea Bortolussi – in cui non sono comprese le aziende con meno di 20 addetti che costituiscono il 98% del totale. In questa ricerca inoltre non sono state coinvolte le imprese dei settori sanita’ e servizi sociali dove si annidano i ritardi di pagamento piu’ eclatanti. Alla luce di questi elementi, riteniamo l’ammontare dei debiti scaduti stimato dalla Banca d’Italia sottodimensionato di circa 30 miliardi di euro”.

Conseguenza? Tra il 2008 ed il 2012 “sono piu’ che raddoppiati (+114%) i fallimenti delle imprese vittime dei ritardi o dei mancati pagamenti da parte dei committenti pubblici e privati”.

Complimenti, non servono commenti, Fallitaglia sta lavorando per loro…Fonte: http://www.lindipendenza.com/crediti-debiti-stato-fallimenti-imprese/

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Moneta complementare, Fiore propone di estenderla a tutti i Comuni d’Italia

Segnalazione di Luca Castellini

“L’iniziativa delle aziende riminesi che in collaborazione con la Camera di commercio locale hanno istituito un sistema di moneta complementare per far fronte alla crisi e alla carenza di liquidità è uno degli esempi concreti di quello che Forza Nuova propone come soluzione alla depressione economica e del problema del lavoro nel nostro paese.” dichiara l’ On. Roberto Fiore, Segretario Nazionale di Forza Nuova , che prosegue: “Oltre ad esportare questo modello anche in altre città d’ Italia, assicuriamo che tutte le imprese gestite da simpatizzanti e militanti di Forza Nuova a Rimini aderiranno al circuito. Sarà fondamentale estendere a quanti più centri possibili questo tipo di sistema, unica soluzione concreta per salvare i cittadini e le imprese italiane da una situazione economica in continuo peggioramento e dalla mancanza di strategia del Governo nel supportare concretamente le piccole e medie imprese italiane.”

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Pagamenti alle imprese e superamento del patto di stabilità, successo del Pdl

20 marzo 2013

Un successo del Pdl, un passo avanti in direzione della crescita e della ripresa dei consumi. Il pagamento dei debiti delle pubbliche amministrazioni verso le imprese, oltre 70 miliardi, può essere fatto senza che questo violi il Patto di Stabilità europea.

Un risultato che il Pdl ha portato a casa a Bruxelles grazie al lavoro di Antonio Tajani che, in una dichiarazione congiunta con l’altro vicepresidente della Commissione europea Olli Rehn, ha dato la buona notizia. Era uno dei punti principali del programma del Pdl, un nodo cruciale per una svolta in direzione della ripresa. All’Italia si chiede di avviare un programma di pagamento biennale dei debiti pregressi e quei denari non rientreranno nel computo del debito pubblico.

Una somma enorme, tra i 70 e gli 80 miliardi, che vale il 4,5% del Pil ed è in grado di innescare un circolo virtuoso capace di invertire radicalmente la tendenza negativa dei principali parametri economici. Denari che ridanno ossigeno a 140mila aziende fornitrici della Pubblica Amministrazione, le quali saranno in grado di avviare investimenti, saldare altri fornitori, pagare dipendenti e collaboratori; denari che potranno rimettere in moto i consumi interni; denari che – nella più conservatrice delle ipotesi- potrebbero dare al Pil una spinta del 2,5%. Una stima del Sole 24 Ore ragiona su oltre 10 miliardi di investimenti in tre ani messi in moto dallo sblocco di una prima tranche di pagamenti nell’ordine di 48 miliardi.

Ma ora quel che conta è fare presto. La Ue chiede all’Italia, quindi al governo italiano (quale?), di proporre un piano di pagamento nei due anni. L’occasione è importante, decisiva e mai come ora il risultato colto dal pressing del Pdl in Europa è la plastica rappresentazione della differenza tra il fare (nostro) e il dire (degli altri). Ci vorrebbe un governo che non c’è, abbiamo Monti che – un piede dentro e l’altro fuori da Palazzo Chigi – si dice pronto ad azioni immediate per rispondere celermente alla chiamata di Tajani. Il presidente di Confindustria trova il tempo per ringraziare Napolitano e Tajani. Per il professore neanche una citazione.

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La notizia è di questi giorni, quelli della tumultuosa ricerca di un Governo. Ma come dice Napolitano c’è in piedi il Governo Monti. Già. Aller ore 12:00 di mercoledì 3 aprile il Consiglio dei Ministri doveva riunirsi per decidere sulla redistribuzione di 40 miliardi di Euro ai Comuni debitori. Ci sono Imprese che devono ricevere soldi per lavori eseguiti alla Pubblica Amministrazione da oltre 4 anni. Nel frattempo molti imprenditori si sono indebitati, hanno chiuso l’azienda, hanno fallito, alcuni si sono suicidati. Cosa fa Monti, quindi? Blocca i soldi. Decide di usarli e recuperarli tramite l’IRPEF. Poi fa un passo indietro. Gli balena per la testa di appianare i problemi delle Banche. Anzi, forse ci sta ancora pensando, visto che viene annunciato il rinvio del Consiglio dei Ministri a staser, anzi, no, a data da definire. Ecco come il Governo voluto da Napolitano pensa agli italiani. Stesso criterio affidato ai 10 Saggi: non date spazio ai cittadini, al primo posto le Banche, se no qui la situazione diventa critica. Ma critica per chi? Per i cittadini, per le imprese, per chi medita il suicidio per questioni di dignità?

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La riunione nei prossimi giorni. Grilli e Passera: “Necessario proseguire gli accertamenti”

3 aprile 2013

14:42 – Niente Consiglio dei ministri. La riunione dell’esecutivo, che avrebbe dovuto definire il testo del decreto legge per pagare i debiti della Pubblica amministrazione con le imprese, è stata rinviata ai prossimi giorni. Il ministro dell’Economia Vittorio Grilli infatti, d’accordo con quello dello Sviluppo economico Corrado Passera, ha manifestato a Monti la necessità di “proseguire gli accertamenti” dopo le risoluzioni approvate da Camera e Senato.

Inizialmente il Cdm era stato rinviato al pomeriggio. Si attendeva infatti la discussione di un decreto legge per sbloccare i 40 miliardi di euro necessari all’operazione. Una volta bocciata l’opzione dell’anticipo dell’aumento dell’addizionale Irpef regionale, però, evidentemente si sono rese necessarie ulteriori verifiche al riguardo. Con un altro slittamento.

L’eventualità che, per sborsare i soldi necessari mantenendo i conti pubblici in regola con il Patto di stabilità, si dovesse ricorrere a un aumento Irpef, aveva scatenato nelle ultime ore un vespaio di polemiche. I sindacati avevano subito dichiarato che sarebbe un non-senso pagare i crediti delle imprese con un aggravio di tasse a carico dei lavoratori. E anche il ministro Vittorio Grilli aveva espresso forti perplessità al riguardo.

Tajani: “Un passo avanti ma non basta. Serve volontà politica” – L’accordo bipartisan raggiunto in Parlamento per il pagamento dei debiti viene giudicato dal vicepresidente della Commissione Ue Antonio Tajani “una prima risposta e siamo soddisfatti”. Ma, aggiunge Tajani a margine del convegno inaugurale della Fiera dell’acciaio, “40 miliardi non bastano. Ce ne sono ancora molti da pagare”. “Serve la volontà politica”, precisa, sottolineando che da parte della Commissione europea quella volontà c’è. I debiti, secondo Bankitalia, ammontano a 90 miliardi di euro, come ricorda Tajani dicendo che “bisogna pagarli tutti”.

Il no di Fassina all’aumento dell’addizionale Irpef – Sulla questione era arrivata inoltre una netta presa di posizione contro la misura dell’aumento Irpef anche dal responsabile economico del Pd Stefano Fassina: “Da notizie riportate da alcuni mezzi di informazione, la bozza di decreto per il pagamento dei debiti delle pubbliche amministrazioni verso le imprese conterrebbe un’anticipazione della possibilità di aumento dell’addizionale Irpef dal 2014 al 2013. Si tratterebbe di una misura inaccettabile sia nel merito che nel metodo”.

Fassina era poi entrato nel dettaglio dicendo che la misura è assurda “nel merito, perché un ulteriore aumento di imposte aggraverebbe la pesante recessione in corso e annullerebbe gli effetti anticiclici dello sblocco dei pagamenti finanziato a debito” e “nel metodo, perché il Parlamento ha approvato le risoluzioni sulla Relazione di aggiornamento del Documento di economia e finanza nella quale non vi è alcun riferimento all’anticipo della misura né accenni sono stati fatti dai ministri uditi dalle Commissioni Speciali di Camera e Senato”.

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Sul patto di stabilità il peso «attenuato» dell’arretrato. L’Ance: «Caduto l’alibi che ha finora impedito i pagamenti»

di M.Fr.Cronologia articolo18 marzo 2013

L’Ue apre alla possibilità di conteggiare in maniera flessibile il “peso” dei pagamenti arretrati della pubblica amministrazione italiana nei confronti di imprese e fornitori su deficit e debito pubblico. Questa l’indicazione giunta oggi dalla Commissione europea in seguito a un’intesa raggiunta tra Antonio Tajani e Olli Rehn, vicepresidenti della Commissione Ue, responsabili rispettivamente dei settori dell’Industria e dell’Economia e finanza.

L’Italia, secondo le indicazioni provenienti da Bruxelles, deve preparare un piano di rientro per i debiti pregressi contratti dalla pubblica amministrazione con le imprese e la Commissione Ue è pronta a collaborare per attuarlo. Il pagamento dei debiti commerciali, spiegano all’esecutivo comunitario, potrebbe rientrare tra i «fattori attenuanti» nella valutazione da parte di Bruxelles del rispetto degli impegni presi sul deficit. La Commissione Ue invita pertanto l’Italia a fornire cifre aggiornate.

In una dichiarazione congiunta Tajani e Rehn rilevano che la direttiva Ue sul ritardo dei pagamenti, che tutti i Paesi Ue dovevano recepire entro sabato 16 marzo, non ha valore retroattivo, e quindi serve una «soluzione realistica» per superare il problema enorme degli arretrati (in Italia si stima che il loro ammontare vada dai 70 miliardi in su).

Secondo i due commissari, questa soluzione «deve, probabilmente, prevedere un piano di liquidazione avente come obiettivo quello di portare tale ammontare di debito pregresso a livelli non attribuibili a ritardi nei pagamenti in tempi relativamente brevi». Un piano, osservano ancora i commissari, che dovrebbe prevedere «adeguate misure contro il rischio di comportamenti opportunistici» da parte delle amministrazioni indebitate. La liquidazione dei debiti avrebbe certo «un impatto sul deficit pubblico» ma, assicurano i due vicepresidenti, il Patto di Stabilità «permette di prendere in considerazione fattori significativi in sede di valutazione della conformità del bilancio di uno Stato membro con i criteri di deficit e di debito». E, quindi, «la liquidazione di debiti commerciali potrebbe rientrare tra i fattori attenuanti», assicurano Rehn e Tajani. Per questo «la Commissione è pronta a cooperare con le autorità italiane per aiutare l’attuazione tecnica del piano di liquidazione del debito commerciale pregresso», chiedendo «informazioni più dettagliate ed aggiornate sull’attuale ammontare di tale debito da parte di ogni livello di amministrazione pubblica».

«L’alibi che per anni ha impedito alle pubbliche amministrazioni di pagare le imprese per i lavori eseguiti oggi è caduto», ha commentato a caldo il presidente dell’Ance Paolo Buzzetti.

Secondo il presidente dell’Associazione costruttori, infatti, grazie a questa chiara presa di posizione della Commissione europea viene meno l’ostacolo che le istituzioni italiane hanno sempre invocato finora per giustificare il mancato pagamento.

«Solo pochi giorni fa – conclude Buzzetti – insieme all’Anci e a tutta la filiera del settore, abbiamo chiesto al Governo e alla Commissione di poter approvare un piano di pagamento di tutti i debiti pregressi come misura “una tantum” sul modello spagnolo.

Ora tocca al Governo e al Parlamento italiano seguire la strada indicata da Bruxelles e adottare un provvedimento d’urgenza per sbloccare i 19 miliardi che le imprese di costruzione attendono dalla P.A. e salvare migliaia di posti di lavoro».

Una richiesta che l’Ance ribadirà con forza giovedì prossimo in occasione dell’iniziativa pubblica che l’Anci ha indetto a Roma per il superamento dei vincoli del Patto e alla quale prenderà parte anche un’ampia delegazione dell’Associazione costruttori.

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Il governo allenta il patto di stabilità: 40 miliardi alle imprese. Ma non ora

Il consiglio dei ministri sblocca il pagamento dei debiti della pubblica amministrazione verso le imprese. Un percorso in due tappe, ma il fattore tempo può rivelarsi decisivo: prima la relazione di variazione delle stime di deficit in parlamento, che dovrà approvarla, poi il varo del decreto. Squinzi: un passo nella giusta direzione. Sangalli: ennesimo rinvio, così le imprese chiudono

Il governo allenta il patto di stabilità: 40 miliardi alle imprese. Ma non ora

Quaranta miliardi di euro. Così vicini. Eppure così lontani. Tanti ne possono essere sbloccati in due tranche tra la seconda metà del 2013 e il 2014. Una liquidità necessaria per rilanciare l’economia e dare ossigeno alle imprese. Ma non è per nulla scontato che, alla fine, arrivino a destinazione nei tempi indicati. E il perché è presto detto.

Se ieri il governo uscente, nel corso del consiglio dei ministri, ha messo a punto il percorso per l’allentamento del patto di stabilità e lo sblocco dei pagamenti dei debiti della pubblica amministrazione nei confronti delle imprese, il fattore tempo non è una variabile indipendente. Affatto. Tanto più in un momento in cui in forse è anche un secondo fattore: il governo.
Se l’avvio del processo che dovrebbe portare alla liquidazione dei crediti vantati dalle aziende nei confronti della pubblica amministrazione è arrivato nel corso del Consiglio Ue del 15-16 marzo e si è concretizzato con il via libera dell’Ue espresso dai due commissari (Rehn e Tajani) ad inizio settimana, il passaggio in consiglio dei ministri è stato importante, ma non decisivo.

Infatti il governo uscente trasmetterà in Parlamento una relazione che aggiorna i conti pubblici con le nuove stime che scontano l’effetto dei 40 miliardi di euro di pagamenti e che, stando a quanto ha dichiarato il ministro del tesoro Vittorio Grilli, produrranno un aumento del deficit con un aggravio dello 0,5% su ciascun anno. E così quest’anno il deficit Pil dovrebbe passare dal 2,4% previsto dalla Commissione europea (la stima iniziale del governo era 2,1%) al 2,9% per poi scendere all’1,7%.
La relazione non sarebbe una foglia di fico per perdere tempo ma una sorta di aggiornamento del Def (documento di economia e finanza) che dovrebbe arrivare il prossimo mese insieme al piano nazionale delle riforme ma che non si sa ancora se ci sarà un nuovo governo a presentarlo.

È qui infatti che entra in gioco il fattore tempo visto che solo una volta che il parlamento avrà approvato la relazione dando copertura al pagamento, il governo (quale? quello uscente o quello incaricato, quello insediato) potrà varare un decreto «che determini le forme e le modalità». Il che implica non solo che il parlamento inizi a lavorare a regime da subito, evitando di rinviare all’insediamento del governo la formazione delle commissioni parlamentari, ma anche che non si torni “subito” al voto altrimenti non ci sarebbe il tempo per varare e approvare il decreto prima della fine dell’anno.

E se Grilli ha fatto notare che nel 2013 il Pil crollerà dell’1,3%, l’effetto della mossa sull’economia reale si avrebbe il prossimo anno con una crescita prevista dell’1,3%. Purché si rispettino i tempi che la Commissione sollecita brevi come anche ieri sottolineato dal commissario italiano Tajani. Monti ha spiegato che lo sblocco, che riguarderà le amministrazioni centrali e gli enti del servizio sanitario nazionale, è stato possibile ora che «dopo le decisioni Ue non si violano le norme europee e ci si può permettere di licenziare provvedimenti che consentono di allargare i cordoni della borsa».

Soddisfatto il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi, secondo cui le decisioni assunte vanno nella giusta direzione ma devono essere finalizzate in tempi rapidi; più perplesso il presidente di Rete Imprese Italia Carlo Sangalli che parla di ennesimo rinvio: «Ogni giorno che passa molte imprese chiudono perché lo stato non onora i suoi debiti e questo è inaccettabile». Se per il Pd con Antonio Misiani si tratta di un passo fondamentale, per il sindaco di Firenze Matteo Renzi «era ora!».

@raffacascioli

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Di Lucia G. Benenati
Debiti p.a., verso l'allentamento del patto di stabilitàPrendere misure per tutti i livelli dell’amministrazione: centrale, locale e sanità. E’ l’intento del ministro dell’Economia Vittorio Grilli. “L’idea è quello di un allentamento dal patto di stabilità interno dei Comuni”, ha spiegato il ministro nel corso dell’audizione davanti alle commissioni speciali di Camera e Senato sulla nota di variazione del Def che comprende le norme per il pagamento dei debiti della p.a. verso le imprese.

“Pensiamo di consentire il pagamento dei debiti dei comuni sulla base dei loro avanzi di gestione, oppure in assenza, estendere la cassa sottoforma di prestiti a lungo termine – ha indicato il ministro -. Lo stesso approccio si avrà per la spesa sanitaria”. Per quanto riguarda le priorità di pagamento, ha dichiarato Grilli, si dovrebbe procedere con “un ordine dei pagamenti cronologico a parità di privilegio di credito”. Grilli ha poi sottolineato che il pagamento dei debiti della p.a. alle imprese non è un’operazione senza costi, “perché l’emissione di più debito comporta il pagamento di maggiori interessi”.

In ogni caso, il dl per il pagamento dei debiti “non comporta un allontanamento dal risanamento finanziario cui il governo rimane fermamente impegnato”, ha asserito il ministro. Grilli ha poi spiegato che anche con il peggioramento dello 0,5% del rapporto debito/Pil stimato come effetto di tale norma, “gli obiettivi di saldo strutturale dovrebbero essere comunque raggiunti”. Il governo, ha proseguito Grilli “ritiene che il paese possa comunque uscire dalle procedure di deficit eccessivo”. Si resterà insomma “sotto la soglia del 3%, che resta un limitre invalicabile. Il peggioramento dello 0,5% porterebbe il deficit al 2,9% del Pil”.

Secondo quanto indicato dal ministro, il decreto dovrebbe essere immediatamente applicativo, proprio grazie al rilassamento del patto di stabilità interno ai comuni: “In questo modo si potrà dire a quelle amministrazioni che possono già pagare di effettuare i pagamenti, nel giro di un mese”, ha dichiarato Grilli. Ma poiché il vincolo del 3% del rapporto deficit Pil non va superato, bisognerà essere prudenti e controllare che non si sfori.

“Per questo motivo diciamo che chi ha gli spazi per agire immediatamente li usi al 50%, poi procederemo alla raccolta dei dati dalle amministrazioni, che spero saranno più sollecite del passato, e verificheremo se c’è capienza sufficiente”. Se le richieste di pagamento dei debiti della p.a. saranno superiori rispetto alle stime dei 40 mld di euro, si potranno “pensare ulteriori tranche da effettuare man mano che le amministrazioni smaltiscono” i debiti pregressi. Infine, il ministro ha spiegato che la gran parte dei 40 mld di liquidità “non andranno alle banche”. Agli istituti di credito andrà “una terza tranche o parte minoritaria” delle prime due.

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La riunione nei prossimi giorni. Grilli e Passera: “Necessario proseguire gli accertamenti”

3 aprile 2013

14:39 – Niente Consiglio dei ministri. La riunione dell’esecutivo, che avrebbe dovuto definire il testo del decreto legge per pagare i debiti della Pubblica amministrazione con le imprese, è stata rinviata ai prossimi giorni. Il ministro dell’Economia Vittorio Grilli infatti, d’accordo con quello dello Sviluppo economico Corrado Passera, ha manifestato a Monti la necessità di “proseguire gli accertamenti” dopo le risoluzioni approvate da Camera e Senato.

Inizialmente il Cdm era stato rinviato al pomeriggio. Si attendeva infatti la discussione di un decreto legge per sbloccare i 40 miliardi di euro necessari all’operazione. Una volta bocciata l’opzione dell’anticipo dell’aumento dell’addizionale Irpef regionale, però, evidentemente si sono rese necessarie ulteriori verifiche al riguardo. Con un altro slittamento.

L’eventualità che, per sborsare i soldi necessari mantenendo i conti pubblici in regola con il Patto di stabilità, si dovesse ricorrere a un aumento Irpef, aveva scatenato nelle ultime ore un vespaio di polemiche. I sindacati avevano subito dichiarato che sarebbe un non-senso pagare i crediti delle imprese con un aggravio di tasse a carico dei lavoratori. E anche il ministro Vittorio Grilli aveva espresso forti perplessità al riguardo.

Tajani: “Un passo avanti ma non basta. Serve volontà politica” – Il decreto per il pagamento dei debiti viene giudicato dal vicepresidente della Commissione Ue Antonio Tajani “una prima risposta e siamo soddisfatti”. Ma, aggiunge a margine del convegno inaugurale della Fiera dell’acciaio, “40 miliardi non bastano. Ce ne sono ancora molti da pagare”. “Serve la volontà politica”, precisa, sottolineando che da parte della Commissione europea quella volontà c’è. I debiti, secondo Bankitalia, ammontano a 90 miliardi di euro, come ricorda Tajani dicendo che “bisogna pagarli tutti”.

Il no di Fassina all’aumento dell’addizionale Irpef – Sulla questione era arrivata anche una netta presa di posizione contro la misura dell’aumento Irpef anche dal responsabile economico del Pd Stefano Fassina, che avverte: “Da notizie riportate da alcuni mezzi di informazione, la bozza di decreto per il pagamento dei debiti delle pubbliche amministrazioni verso le imprese, oggi in Consiglio dei ministri, conterrebbe un’anticipazione della possibilità di aumento dell’addizionale Irpef dal 2014 al 2013. Si tratterebbe di una misura inaccettabile sia nel merito che nel metodo”.

Fassina era poi entrato nel dettaglio dicendo che la misura è assurda “nel merito, perché un ulteriore aumento di imposte aggraverebbe la pesante recessione in corso e annullerebbe gli effetti anticiclici dello sblocco dei pagamenti finanziato a debito” e “nel metodo, perché ieri il Parlamento ha approvato le risoluzioni sulla Relazione di aggiornamento del Documento di economia e finanza nella quale non vi è alcun riferimento all’anticipo della misura né accenni sono stati fatti dai ministri auditi dalle Commissioni Speciali di Camera e Senato”.

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Il Sindaco di Longobucco a “Piazza Pulita”

I sindaci di Longobucco e Saracena ospiti del programma “Piazza Pulita” di Formigli.Stasi e Gagliardi in prima serata tv sono stati intervistati a Roma nel corso della manifestazione dei Piccoli Comuni.       

Longobucco. Nuovo governo, patto di stabilità, piccoli comuni e ruolo del Movimento Cinque Stelle. Sono questi, alcuni dei temi che saranno affrontati oggi a “Piazza pulita”, il programma televisivo di approfondimento politico condotto da Corrado Formigli, in prima serata su La 7. Tra gli ospiti della serata anche due sindaci della provincia di Cosenza, il primo cittadino di Longobucco , storico ed importante comune della Sila Greca, Luigi Stasi(del PD) e quello di Saracena, il paese del Moscato passito, Mario Albino Gagliardi, tra i più convinti sostenitori istituzionali in Calabria del movimento di Beppe Grillo. Entrambi i sindaci del cosentino sono stati incontrati ed intervistati, lo scorso venerdì 15 a Roma, in occasione della manifestazione nazionale promossa dall’ Associazione Nazionale dei Piccoli Comuni d’ Italia ( Anpci) contro il patto di stabilità che strozza soprattutto i comuni virtuosi. “Ho votato Grillo, aveva dichiarato Gagliardi, venerdì venerdì scorso intervistato dai giornalisti de La 7. con grande convinzione e adesso sono venuto qui per invitare i Cinquestelle a confrontarsi senza preclusioni con le latre forze politiche: è questo il mio invito. Eletto da una lista civica a saracena, venuto davanti a Montecitorio nel giorno dell’ insediamento del nuovo parlamento, con la fascia tricolore, al suo quinto mandato, un passato democristiano. Gagliardi che da anni sta facendo parlare in calabria del buon governo e virtuosismi introdotti controcorrente nella sua comunità, ha dichiarato di sperare che il Movimento Cinquestelle vada al Governo.

Il quotidiano della Calabria
18 Marzo 2013

Lunedì 18 marzo 2013 alle ore 21:10 su La 7

Il sindaco Luigi Stasi a Piazza Pulita: “Bisogna parlare dei bisogni della società”.

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COMUNICATO STAMPA LENIN MONTESANTO – N.39/19 MARZO 2013

SINDACI SU LA7,COMPLIMENTI DI MARCIANÒ
GAGLIARDI: STATO PRINCIPALE E PERICOLOSO LATITANTE
STASI: LA GENTE È STUFA, BASTA PARLARE DEI POLITICI

COSENZA, Martedì 19 Marzo 2013 – FATE PRESTO, O L’ITALIA MUORE! È il grido d’allarme che i sindaci di Saracena Mario Albino GAGLIARDI e di Longobucco Luigi STASI, in fascia tricolore, hanno lanciato a gran voce nel corso della trasmissione PIAZZA PULITA, condotta da Corrado FORMIGLI, andata in onda nella prima serata di ieri, lunedì 18, su LA7.

Nuovi poveri, suicidi, imprese che chiudono e politica che stenta a rinnovarsi, mentre il paese non può aspettare. È, su questo tema, che si sono confrontati, in un dibattito acceso ed animato, insieme ad altri colleghi primi cittadini ed ospiti in studio, i due amministratori del cosentino. Il sud come il nord, le piccole e grandi amministrazioni, specie se di periferia, non ce la fanno più a garantire servizi. Si parla dell’ordinario. Il patto di stabilità mette tutti d’accordo: impossibile rispettarlo. Va anzi violato per riuscire a pagare le imprese e garantire servizi fondamentali alle collettività. Lo hanno ribadito a chiare lettere i due sindaci della Sila Greca e del Pollino, unici rappresentanti istituzionali del sud in trasmissione ed i cui interventi sono stati applauditissimi dalla platea.

A complimentarsi con loro, nelle diverse pause pubblicitarie, amici e colleghi da tutt’Italia. Tra le tante telefonate per congratularsi degli interventi di qualità, ricevute da Lenin MONTESANTO a Roma insieme ai due Primi Cittadini, la più gradita è certamente stata quella dell’Arcivescovo di Rossano-Cariati Mons. Santo MARCIANÒ.

Proveniamo da un territorio – ha GAGLIARDI – storicamente invisibile, dove lo Stato è il principale e più pericoloso latitante. Ho votato GRILLO – ha aggiunto – perché in Calabria, rispetto alla scarsità trasversale della politica, era ed è obbligatorio, soprattutto per chi aveva ed ha intenzione di percorrere strade virtuose nel governo della cosa pubblica locale. Così come stiamo facendo noi. GRILLO forse non sa – ha aggiunto GAGLIARDI – che nel mio comune ho messo in atto in tempi non sospetti, diversi punti programmatici ai quali guarda con attenzione il Movimento Cinque Stelle: dall’acqua pubblica prima del referendum all’avvio della rivolta fiscale, dal ciclo integrato dei rifiuti alla cacciata dell’Etr già nel 2007, oggi Equitalia. Mi considero – ha chiosato – un grillino ante literram. – Dalle critiche verso la gestione fallimentare dei rifiuti al collasso in Calabria alla rivoluzione fiscale portata avanti dal proprio comune. Anche GAGLIARDI, sindaco di un paese virtuoso come SARACENA, con la tracciabilità telematica dei rifiuti, ha lamentato l’impossibilità dei piccoli comuni di andare avanti, sotto il peso di un patto di stabilità che, così come concepito, penalizza i comuni virtuosi, senza aiutare i viziosi.

Anche noi – ha aggiunto Luigi STASI – non rispetteremo il patto di stabilità. Ci sono cittadini e famiglie ormai sul lastrico. Non riusciamo a garantire i servizi di base. Ecco perché non possiamo e non dobbiamo passare altri 20 anni a sentire parlare solo dei politici nel talk show, basta! Dobbiamo parlare dei bisogni reali della società. Ed anche GRILLO si metta in testa che questa nazione va governata. Se il M5S si è candidato deve andare in Parlamento e dire quello che vuole fare. Devono dirlo anzi tutto a noi sindaci, ultimo baluardo democratico.

L’hashtag #FatePrestoPerchè, nel frattempo ha scatenato i commenti dei telespettatori, solidali con i protagonisti di alcuni servizi, critici con i politici o con gli interventi degli ospiti in studio. Da DANIELA SANTANCHÈ del PDL a Matteo RICHETTI del PD, da Peter GOMEZ direttore de IL FATTO QUOTIDIANO, a Jhon HOOPER giornalista di THE GUARDIAN, da Alberto FORCHIELLI dell’osservatorio Asia fino all’imprenditore Ernesto PREATONI. – Lo stesso FORMIGLI, a fine trasmissione, si è congratulato con STASI e GAGLIARDI: siete rimasti voi sindaci – ha detto – a difendere dal basso l’esigenza di un rinnovamento reale di questo Paese!

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cosa è il Patto di Stabilità Interno?

I sindaci contro il patto di stabilità: “A rischio i servizi ai cittadini”

 Oggi un presidio in Prefettura a Novara: “Siamo in difficoltà serie”
marcello giordani

I sindaci della provincia di Novara manifesteranno questa mattina davanti alla Prefettura contro il patto di stabilità e le norme finanziarie che di fatto stanno bloccando tutti i Comuni, a cominciare dai più piccoli. Ritrovo alle 10,15 in piazza Matteotti, poi alle 11 una delegazione salirà sarà ricevuta dal prefetto.

«Siamo in difficoltà serie – dice Nino Cupia, sindaco di Suno, uno dei promotori dell’iniziativa -: un problema che rischia di avere per i cittadini conseguenze molto gravi». Roberto Beatrice, sindaco di Grignasco, aggiunge: «Ci saremo anche noi, piccoli Comuni della Bassa Valsesia, perché le norme finanziarie come il patto di stabilità stanno bloccando in primo luogo le amministrazioni virtuose. E questo non è giusto».

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IL PATTO DI STABILITA’: UN COLPO MORTALE AI PICCOLI COMUNI

In relazione alle dichiarazioni del sindaco di Pitigliano sulle conseguenze assurde ed incredibili dell’applicazione ai piccoli comuni dal 1 gennaio 2013 del patto di stabilità (in pratica anche se i comuni hanno disponibilità finanziarie non possono spenderle e quindi pagare i fornitori e i lavori), il sindaco di Sorano Pierandrea Vanni, anche nella sua veste di coordinatore dei piccoli comuni toscani dell’Anci, ha fatto questa dichiarazione:

La sacrosanta denuncia del sindaco di Pitigliano Pier Luigi Camilli sulle storture del patto di stabilità conferma ancora una volta l’assurdità di un provvedimento sbagliato e ingiusto e che in maniera scellerata il governo Monti e il parlamento hanno voluto estendere anche ai comuni sotto i cinquemila abitanti con il risultato di condannarli alla paralisi.

Da tempo l’Anci nazionale, e per la sua parte quella toscana, chiedono di modificare profondamente il patto di stabilità così come hanno chiesto inutilmente di non estenderlo ai piccoli comuni.

E’ semplicemente paradossale che si imponga ai Comuni di pagare in tempi brevi i fornitori, dimenticando che proprio la legge di stabilità impedisce anche a chi ha i fondi disponibili di poterlo fare

Il coordinamento dei piccoli comuni dell’Anci toscana, assieme all’Uncem, promuoverà a breve una mobilitazione degli amministratori locali e tutte quelle iniziative a sostegno della battaglia dell’Anci. L’assenza in tempi brevi di modifiche sostanziali comporterà inevitabilmente l’invito ai sindaci a non approvare i bilanci di previsione per il 2013.

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Insorgono i piccoli Comuni ‘Berlusconi ci dimentica’

Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, «non conosce il dramma dei piccoli comuni»: lo sostiene il portavoce dei Piccoli Comuni, Virgilio Caivano, a proposito delle dichiarazioni fatte a Genova dal premier sui tagli in finanziaria e sugli eventuali sprechi delle amministrazioni locali. Tali affermazioni «mettono in risalto – sostiene Caivano – la drammatica, mancata conoscenza delle reali condizioni in cui versano i bilanci di migliaia di piccoli comuni italiani». «Il rientro nel patto di stabilità anche per le piccole comunità ed il tetto del 2%, portano inesorabilmente – continua Caivano – al disastro finanziario tutti i piccoli comuni al disotto dei 1000 abitanti». «Il presidente del consiglio non sa che anche l’ accesso ai finanziamenti comunitari – aggiunge il portavoce dei piccoli Comuni – passa attraverso forme di cofinanziamento a carico dei bilanci dei piccoli comuni. Una situazione finanziaria sull’ orlo del baratro che rende impossibile l’ utilizzo di risorse comunitarie destinate ai dissesti idrogeologici, alla riqualificazione urbana, agli impianti fognari, alle infrastrutture di primo e secondo livello, all’ innovazione tecnologica». «Questa mancata conoscenza delle problematiche che affliggono le piccole comunità locali, dove vivono 10 milioni di persone è la ragione portante – secondo Caivano – dell’ assenza di una chiara politica del governo a favore dei piccoli comuni». Per Caivano, il presidente del consiglio «ha dimostrato di non avere nessun rispetto per le autonomie locali, relegate ingiustamente ai margini della politica nazionale e viste solo come una fonte di spesa e di spreco inutile e dannoso».

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Comuni bloccati dal patto di stabilità

Nel 2013 obbligo di risparmiare 37 milioni. Simoni: «Piccoli investimenti necessari per creare crescita e lavoro»

di Chiara Bert

TRENTO. Si chiama saldo-obiettivo, sono i soldi che in cassa ci sarebbero ma non si possono spendere perché così ha stabilito il governo per rispettare gli impegni con l’Europa e tenere sotto controllo l’enorme buco nero del debito pubblico italiano. Sul bilancio di quest’anno della Provincia di Trento i soldi bloccati sono 640 milioni, ha ricordato l’altro giorno l’assessore Alessandro Olivi, che a Roma insieme agli altri rappresentanti delle Regioni ha lanciato un appello al governo perché venga allentato il patto di stabilità. «Sarebbe importante – ha detto Olivi – perché così potremmo liberare risorse importanti per la crescita. In una situazione di recessione e crisi drammatica dei consumi, non alleggerirlo significa decretare la morte del sistema delle imprese, con ovvie ripercussioni sull’occupazione».

Ma la scure del patto di stabilità si abbatte anche – e soprattutto – sui Comuni. «Così com’è impostato – osserva il presidente del Consiglio delle autonomie Marino Simoni – penalizza in particolare gli enti locali, e quelli trentini ancora di più perché per noi la forbice si è aperta all’improvviso. Dal 1° gennaio 2013 il patto è scattato infatti anche per i Comuni sopra i 1000 abitanti, che prima ne erano esentati. Complessivamente, i Comuni trentini, dovranno risparmiare sulle spese per 37,2 milioni di euro contro il saldo obiettivo del 2012 che era di 19,8 milioni.

Il tutto aggravato dalle nuove richieste che lo Stato ha avanzato con le ultime manovre finanziarie e dalle richieste sull’Imu. Il governo ha riservato allo Stato le maggiori risorse derivanti dal sovragettito dell’Imu rispetto al gettito Ici 2011, si parla di 60-70 milioni di euro che prenderebbero la strada di Roma. La Provincia ha contestato questa interpretazione impugnando la norma alla Corte Costituzionale ma la questione è appunto ancora sub iudice. E di questo i Comuni non possono non tenere conto.

«Il patto di stabilità – insiste Simoni – ci impedisce di spendere anche le risorse che abbiamo e così blocca le capacità di crescita o almeno di tenuta del sistema». Il presidente del Consorzio dei Comuni contesta le critiche mosse ieri dagli edili della Cisl, secondo cui sarebbe l’inefficienza degli enti locali a paralizzare l’edilizia. «Io vedo un grosso sforzo, se c’è chi sta dando qualche risposta al settore è proprio il sistema dei Comuni. Nella media i dati che noi abbiamo non sono questi».

I sindaci insomma ci provano, e cercano di ricavarsi qualche spazio tra gli stretti vincoli imposti dalle manovre finanziarie. «Io penso che un allentamento ci sarà – prevede Simoni – anche perchè saranno i piccoli interventi nei Comuni a salvare molte situazioni. L’investimento pubblico genera immediatamente spesa corrente, se io realizzo una casa poi devo riscaldarla, illuminarla, pulirla, farne la manutenzione». Il patto di stabilità potrà essere affievolito, se possibile anche abolito, avverte il presidente del Consiglio delle autonomie, ma solo a un patto: che il sistema nel suo complesso si impegni a tenere sotto controllo la spesa pubblica, perché altrimenti non va. Sono 10 anni che in Trentino lo stiamo facendo, monitorando la spesa corrente e razionalizzando gli investimenti, tanto che abbiamo ancora troppi soldi fermi per cause indipendenti dal patto. Ad alta voce diciamo che il vincolo va modificato, ma finchè non lo sarà dobbiamo rispettarlo».

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A rischio in tutti i Comuni lodigiani il comparto delle opere pubbliche, sempre più difficili da finanziare a causa del patto di stabilità
Stop agli appalti pubblici per le opere, economia del territorio bloccata e come effetto collaterale aumento delle tasse per i cittadini e, va da sé, per le imprese: sono le possibili conseguenze dell’estensione del patto di stabilità ai piccoli Comuni al disotto dei 5 mila abitanti a partiredall’anno in corso, il 2013, norma prevista dal Governo e già entrata in vigore. Ma perché una norma che è stata pensata per bloccare il proliferare della spesa pubblica in realtà va a penalizzare i comparti produttivi e tutta l’economia?
Un meccanismo perverso.
Il saldo del patto di stabilità, semplificando, è un sottoinsieme del saldo di bilancio comunale, il cui obiettivo è definito sulla scorta della percentuale indicata da Roma sulla spesa media del Comune, calcolata sullo storico del triennio 2007-2009 (per il patto 2013). Ogni anno le modalità di calcolo e il triennio di riferimento possono variare leggermente, e questo contribuisce all’incertezza con cui molti Comuni devono fare i conti ogni anno. Fino al 2012 solo quelli sopra i 5 mila abitanti, dal 2013 in poi anche quelli con meno di quella soglia di residenti. Il saldo del patto di stabilità è definito poi in termini di competenza mista: competenza per la parte corrente e cassa per la parte in conto capitale (opere e investimenti). In pratica alla definizione del saldo concorrono le entrate correnti (tributarie, trasferimenti ed extratributarie) e le spese correnti (utenze, funzionamento della macchina amministrativa, stipendi, erogazione di servizi) di competenza, le entrate in conto capitale (oneri di urbanizzazione e trasferimenti in conto capitale) e le spese in
conto capitale (opere, manutenzioni straordinarie, investimenti) di cassa. La differenza è sensibile: tutte le spese e le entrate correnti sono valutate nel saldo di patto quando maturano, indipendentemente dal fatto che siano effettivamente state sborsate o percepite, le spese e le entrate per investimenti, invece, sono registrate al momento dell’effettivo esborso. «Per assurdo il patto di stabilità prima ancora che bloccare i lavori, blocca i pagamenti alle imprese! – dice Franco Rossi, sindaco di Borghetto -. I primi a essere penalizzati sono i Comuni insieme alle imprese». Cade dunque l’opposizione che spesso si fa tra imprese da una parte e Comuni dall’altra (perché ritardano i pagamenti): il pro-
blema interessa entrambe le ”categorie”, insieme.
Il patto nel concreto
Per agire sul saldo obiettivo, il Comune deve muovere le quattro leve che
contribuiscono al suo raggiungimento, aumentando o diminuendo le cifre.
Per i nostri Comuni al di sotto dei 5 mila abitanti questo si trasforma in un
obiettivo concreto che costringerà le amministrazioni a cercare tra i 100 mila e i 300 mila euro circa. Ovviamente ogni amministrazione ha un proprio saldo obiettivo e ha condizioni di partenza diverse, sia per la media della spesa storica sia per eventuali introiti eccezionali. «Nel nostro territorio ci sono ancora alcuni Comuni che possono contare su entrate eccezionali, che li agevoleranno nel
raggiungimento del patto di stabilità – spiega Ettore Grecchi, sindaco di Livraga -.
Ci sono amministrazioni che devono incassare contributi da Terna per la nuova linea elettrica, altri che forse devono avere ancora dei contributi da Sorgenia. In
questi casi, chi può agire su queste leve magari riesce a gestire meglio l’obiettivo». Per la stragrande maggioranza delle amministrazioni, però, si
profilano tempi duri. «Dai primi conteggi che non sono ancora definitivi, a noi mancano all’appello circa 150 mila euro per raggiungere l’obiettivo di patto –
afferma Livio Bossi, sindaco di Boffalora d’Adda -.
La scelta su cui ci orientiamo è quella di provare a contenere le spese sui servizi, ma è un lavoro ancora tutto in corso d’opera». Altri fanno una scelta diversa, come nel caso di San Martino in Strada. «Noi abbiamo quasi 300 mila euro da recuperare sull’obiettivo di patto e non abbiamo altra scelta che contenere le spese da una parte, e alzare qualche imposta locale dall’altra – spiega Luca Marini, sindaco di San Martino -.
Finora avevamo tenute bloccate Irpef e Imu, ma dovremo per forza rivederle al rialzo. Ai miei cittadini l’ho già spiegato più volte e ho addirittura fatto pervenire
una bozza del bilancio di previsione in ogni casa proprio perché si potessero rendere conto di come siamo costretti a operare.
Sopra ai 15 mila abitanti, le città spesso hanno dei patrimoni che possono cercare di vendere per rientrare più facilmente egli obiettivi di patto, e magari spalmando le entrate su più anni riescono a garantirsi un bonus per due o tre anni di fila. Ma io di certo non posso vendere la scuola o il municipio, perché questo è il patrimonio dei piccoli paesi». Perché in realtà la prospettiva di agire sulle quattro leve che concorrono alla definizione del saldo di patto è solo teorica.
Lo spiega bene il sindaco di Graffignana, Marco Ravera: «L’80 per cento delle voci su cui agire in teoria, nella realtà sono bloccate e ci si ridurrà per forza di cose a sacrificare gli investimenti, cioè le opere, riducendole al minimo, a contenere la
spesa dove possibile, cioè nell’erogazione dei servizi, o ad aumentare le tasse. Per giunta noi non abbiamo municipalizzate come le grandi città, che magari utilizzano questo strumento per aggirare l’obiettivo di patto e riuscire a fare qualche opera».
Le opere saranno un miraggio
Senza poter ancora entrare nel dettaglio dei bilanci comunali, tutti i Comuni ci stanno lavorando proprio in questi giorni in termini preliminari o per la definizione, tuttavia un aspetto sembra chiaro: visto anche che è il primo anno di applicazione del patto e tutti hanno bisogno di un po’ di rodaggio per capirne appieno gli effetti, le opere resteranno al palo. «Noi avevamo in previsione una sola grande opera
ancora da realizzare, la piazzola ecologica, e avevamo previsto una spesa di 300 mila euro – afferma Pietro Segalini, sindaco di Casalmaiocco -.
Ora vedremo che cosa accadrà nella definizione del bilancio, ma di sicuro altre opere non vengono prese nemmeno in considerazione e per la piazzola dovremo valutare con grande attenzione». Il caso più clamoroso forse è quello di San  Martino in Strada: un obiettivo importante, e un’importante risorsa di lavoro anche per il territorio, sfuma proprio quando è a portata di mano. «Negli anni abbiamo accantonato riserve, sia la mia amministrazione sia quella precedente, con l’obiettivo di raggiungere 600 o 700 mila euro, affiancare a questa somma un mutuo consistente e andare a realizzare la nuova scuola – spiega Luca Marini -. Ci lavoravamo da tanto e ci credevamo. Ora abbiamo 600 mila euro in cassa e i tempi erano ormai maturi o quasi per dare il via alle procedure, e invece non li potremo utilizzare. Non solo non potremo fare la scuola, ma nemmeno potremo utilizzarli per altre opere minori, perché ogni esborso innalzerebbe la soglia obiettivo costringendoci ad agire, e pesantemente, su altri fronti. O ci sarà
un’entrata straordinaria, ma non saprei bene nemmeno io quale, oppure le opere salteranno». Qualcuno si è portato avanti l’anno scorso, ma per il futuro rimane valido lo stesso principio.
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Salerno, De Luca: “Per un Comune virtuoso il Patto di Stabilità è una penalizzazione doppia”

“Per un comune virtuoso il Patto di Stabilità è una penalizzazione doppia. Chi fa investimenti paga due volte rispetto a chi non fa niente: così si penalizza il merito e l’efficienza.

A Salerno la raccolta differenziata, da anni costantemente intorno al 70%, pesa per 30 milioni sul bilancio comunale: non possiamo subire gli stessi tagli di un comune che non fa neanche il 10%. Come si può lavorare in un paese del genere, dove si è deciso di spostare il pagamento della Tares a luglio per soli motivi demagogici?”. Lo scrive il Sindaco De Luca sulla sua pagina Facebook.
02/04/2013 11.26.44

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Pagheremo 123 euro in più per il Patto di Stabilità

È la cifra media che ogni modenese dovrà sborsare per il saldo di bilancio fissato che crescerà del 5,4% raggiungendo i 22,6 milioni. Parma, la città più simile a noi

di Stefano Luppi

Cresce l’obiettivo di saldo per il Comune e per questo aumenta di 123 euro cadauno la cifra che i cittadini si ritrovano a dover sborsare in più nel 2013. I sindaci attraverso l’Anci si lamentano continuamente del patto di stabilità che blocca i pagamenti nei comuni virtuosi con denaro in cassa, com’è il caso di Modena, ma a dicembre il governo Monti ha inasprito la normativa. Non a caso ieri ha protestano l’assessore al bilancio Giuseppe Boschini. L’esecutivo uscente sostenuto da Pd, Pdl e centristi con la legge di stabilità approvata a fine anno ha infatti stabilito che non solo si mantiene attivo il patto di stabilità, con gli obiettivi scaricati quasi per intero sulla spesa per investimenti dei comuni, ma vi si affianca una nuova normativa che fissa gli obiettivi di bilancio. In sostanza è stato introdotto un “multiplicatore” da applicare alla spesa corrente per giungere all’obiettivo di bilancio che nei comuni vale mediamente il 15,8%. Il problema è che ora si calcola la spesa corrente del triennio 2007-2009 e le richieste per i comuni peggiorano appunto di oltre 120 euro. In pratica l’obiettivo di bilancio per quest’anno cresce del 5,4% e l’obiettivo a saldo sarà di 22,6 milioni di euro.

Vale la pena confrontare i dati modenesi con quelli di altri comuni capoluogo paragonabili per dimensioni a Modena, ricordando che le cifre sono state calcolate dal Sole 24 Ore sulla base della storia della spesa corrente di ogni singolo ente pubblico. Il 5,4% è un numero medio appunto se paragonato ad altri, così come i 123 euro. I cugini reggiani dovranno sborsare meno, 74 euro, perché l’obiettivo di saldo è di 12,5 milioni di euro che però sono pari a un differenziale del 9,3%. La cifra modenese si avvicina a quella di Parma: qui siamo a + 115 euro, con una ricerca di 21,4 milioni ossia un obiettivo del 7,7%. Meno euro da ricercarsi tra i piacentini, 79, perché qui il differenziale è di 3,5% ossia 8,2 milioni di euro. A Rimini, per spostarsi dall’altro lato della regione, gli euro in più sono 85, il differenziale è del 3,9% e i milioni in più sono 12,2. A Ravenna si pagheranno in più 74 euro (6%, più 11,8 milioni), a Forlì 66 (8,1%, 7,8 milioni in più), ancora più fortunati a Ferrara dove l’aumento è di 69 euro pro capite (1% di differenziale, 9,3 milioni in più). STanno peggio di noi in regione solo a Bologna sono gli euro in più sono 135 (la correzione è “solo” del 3,3%, ossia 51,5 milioni del bilancio).

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Gagliardi: il patto di stabilità strumento inefficace. Ribelliamoci.

Scritto da Vincenzo Alvaro. Postato in Politica

Tratteniamo contributi Irpef per lo Stato e paghiamo i fornitori
 
Mario Albino Gagliardi

SARACENA – «Artefici di una nuova democrazia dal basso». Chiama tutti alla ribellione il sindaco di Saracena, Mario Albino Gagliardi, che in questi giorni è tornato a parlare del patto di stabilità come uno «strumento inefficace, che penalizza i comuni virtuosi e non tocca i viziosi; non risolve nessun problema, non impedisce l’insolvenza, non distingue la qualità della spesa e gli investimenti». Ecco perchè annuncia di voler restituire al Prefetto le funzioni ufficiali di governo. Ma anche di voler mettere in atto «una rivolta fiscale» trattenendo «i contributi IRPEF destinati allo Stato» per poter pagare «fornitori e piccole aziende che hanno fatto fiducia al comune e le cui fatture non vengono saldate da mesi ed anni». In questi giorni, infatti, il Sindaco del Comune di Saracena ha dato disposizione agli uffici comunali di non pagare allo Stato, già dallo scorso 15 dicembre, l’IPREF per i dipendenti, ai quali è stato pagato lo stipendio. Il ragionamento offerto è molto semplice. L’ultimo trasferimento statale al comune di Saracena, «giunto come sempre in ritardo, era dimezzato rispetto al previsto. Non sono stati trasferiti 100.000 circa di quelli attesi e dovuti. Si è quindi deciso di trattenere le 31.000 euro previste per pagare, il 15 dicembre, l’IRPEF sui dipendenti. A questa cifra sono state aggiunte circa 23 mila euro della cassa comunale ed è stato possibile pagare le fatture scadute di piccole aziende e fornitori che da mesi ed anni hanno fatto fiducia al comune per la fornitura di servizi essenziali».

Per il sindaco un modo per “disubbidire” «ad ordini evidentemente ingiusti. E così stiamo facendo circolare liquidità sul territorio. Stiamo pagando aziende, a loro volta con dipendenti e quindi con famiglie, che non venivano pagate da mesi. Faremo così anche a gennaio ed a febbraio. Poi chiederemo allo Stato il conguaglio per tutti i trasferimenti non fatti».

Ma la sua non vuole essere una protesta isolata. Sogna che altri ottomila sindaci facessero come lui. In questo modo «si potrebbe ridurre la sofferenza di liquidità del sistema produttivo nazionale. Questa è una protesta fiscale tuttavia – aggiunge – riservata quanto meno ai comuni virtuosi. Con la tracciabilità telematica dei rifiuti, il sistema integrato delle acque, i servizi sociali di qualità ed un ufficio turistico d’eccellenza, solo per citare alcuni aspetti, Saracena può dirsi ispirata, come spesa, alla migliore tradizione austroungarica! Ce lo possiamo permettere. Così come abbiamo le risorse per fare investimenti ma che risulteranno genericamente bloccati dal 2 gennaio 2013 a causa di un patto di stabilità assurdo ed inutile: basti solo vedere quanti comuni, anche in Calabria, sono prossimi al dissesto. Non è servito a nulla». Gagliardi suona la carica.

«Dobbiamo riprenderci il nostro destino. Solo i comuni, termometro reale della sofferenza delle popolazioni e presidi di democrazia vissuta, possono e debbono davvero ribellarsi. I sindaci possono fare la rivoluzione. A partire dalla protesta fiscale come quella avviata a Saracena fino alla restituzione delle funzioni di rappresentanti del Governo e che non ci appartengono. Che vengano qui i Prefetti – chiosa il Sindaco – a celebrare matrimoni, a tenersi stato civile, leva etc. I sindaci si rifiutino di fare servizi per lo Stato».

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Patto di stabilità per i piccoli Comuni, la Lega Nord : “Penalizza i Comuni virtuosi, va cancellato”

sonia viale

Liguria. E’ stato presentato dalla Lega Nord alla Camera un ordine del giorno al decreto legge in materia di finanza e funzionamento degli enti territoriali per differire la data di entrata in vigore del Patto di stabilità interno per gli enti locali con una popolazione inferiore ai 5.000 abitanti, fissata dal Governo al 1 gennaio 2013; l’ ordine del giorno è stato bocciato a causa dei voti contrari di PDL, PD ed UDC.Anche di questo si parlerà nell’incontro del 24 novembre 2012 a Brescia tra tutti gli amministratori locali del Nord organizzato dalla Lega da sempre vicina alle istanze degli Enti locali e del territorio. “Il Patto di Stabilità Interno penalizza e strozza i comuni virtuosi – commenta Paolo Cenedesi, responsabile ligure della Lega per il fisco e la finanza locale – quasi tutti al nord, a vantaggio di chi virtuoso non è per niente. Miliardi di euro presenti nelle casse dei Comuni sono bloccati con grave danno per i cittadini e le economie locali. Applicarlo anche ai piccoli comuni è una follia”.“Il Patto di stabilità per i piccoli comuni deve essere cancellato – dice Sonia Viale, segretario nazionale Lega Nord Liguria – si continua a pagare per i debiti di Roma, della Sicilia e della Calabria mentre l’anno prossimo i piccoli comuni non potranno dare servizi né pagare i fornitori. Questo Governo sostenuto da PD, PDL e UDC deve andare a casa prima che distrugga anche i piccoli comuni che la Lega Nord ha sempre difeso, in quanto baluardo a difesa del nostro entroterra e della Liguria. “

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[05-11-2010]

di Francesca Caprioli

“L’Anci si deve riappropriare del suo ruolo e della sua fondamentale ragione sociale che è quella di difendere l’interesse generale delle autonomie locali, che sono cardine e motore della crescita e dello sviluppo del Paese, come riconosce lo stesso art. 5 della Costituzione.” Esordisce così Simonetta Rubinato, sindaco di Roncade. “Mi aspetto che ai tavoli di concertazione con il Governo proponga l’adozione di criteri premianti i Comuni “meritevoli”, come ad esempio quelli capaci di erogare servizi di qualità con criteri di economicità.” Rubinato esprime la sua preoccupazione in merito del federalismo, temendo che sia un “percorso fatto di scatole semi vuote (i decreti legislativi delegati)”, pur considerandolo una buona riforma se “nella sua attuazione concreta si dimostrerà capace di coniugare davvero l’autonomia con la responsabilità, favorendo una corretta gestione della spesa pubblica a tutti i livelli, in particolare a quello centrale che, a differenza degli Enti locali, non ha fino a qui saputo contribuire in modo efficace al risanamento della spesa pubblica.” Altra preoccupazione del sindaco di Roncade è l’impoverimento della quantità, ma soprattutto della qualità dei servizi erogati, a causa della manovra che “sta incidendo fortemente, attraverso tagli indiscriminati ed iniqui, sulle già limitate risorse disponibili. Sto pensando alla biblioteca comunale, agli impianti sportivi, alle iniziative culturali, ma anche ai progetti di sostegno delle fasce sociali più deboli.” Altro tema scottante che verrà trattato in Assemblea sarà il patto di stabilità. Rubinato sottolinea come il patto debba essere lo strumento, mentre il fine è la crescita e dichiara in merito: “Questo patto di stabilità interno, per come è strutturato, penalizza i Comuni virtuosi. È insostenibile se si vogliono garantire i servizi essenziali, frena lo sviluppo locale perché impedisce l’apertura di nuovi cantieri, oltre ad impedire il pagamento delle opere pubbliche già fatte. Infine per effetto degli ulteriori tagli ai trasferimenti, rischia di portare al dissesto gran parte dei Comuni italiani che vi sono assoggettati.” L’Assemblea dunque per Rubinato dovrà “affrontare in maniera definitiva la cifra di una corretta relazione istituzionale tra Stato e Comuni, esigendo il rispetto del principio fondamentale enunciato nell’art. 5 della nostra Costituzione. Questo significa prima di tutto riformulare il patto di stabilità, secondo un nuovo modello premiante per i Comuni che dimostrano di saper amministrare secondo criteri di economia, efficienza ed efficacia, ovvero che dimostrano di saper spendere bene, spendere meno, spendere saggiamente, in una parola con responsabilità”. E per quanto riguarda i recenti danni ambientali causati dal maltempo, che ha colpito nei giorni scorsi anche il Veneto, il sindaco di Roncade si augura che “viste le continue situazioni di emergenza in cui si trova coinvolto il Paese, venga ideato un Piano straordinario di investimenti per la messa in sicurezza idrogeologica dei territori”. (nw)
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Lo stupido meccanismo

Fontana: “Si riveda il patto di stabilità che penalizza i Comuni”

Fontana: "Si riveda il patto di stabilità che penalizza i Comuni"
Attilio Fontana

Il presidente di Anci Lombardia e sindaco di Varese chiama alla battaglia: “Anche le città più importanti costrette a sforare, è arrivato il momento di fare qualcosa”. In cassa 6 miliardi di residui

“Che una grande città come Torino abbia deciso di non rispettare il Patto di stabilità, pur di poter pagare i fornitori e mantenere i servizi, è l’ennesima testimonianza di quanto questo stupido meccanismo abbia messo in ginocchio l’autonomia finanziaria locale. I Comuni di medie dimensioni sono già in affanno da tempo, chissà che ora che il problema si allarga anche alle metropoli questo non significhi che è arrivato finalmente il momento di fare qualcosa. Intanto la responsabilità del mancato rispetto del patto vada per intero agli amministratori e si tengano fuori da ogni conseguenza i dirigenti comunali. Solo così i sindaci potranno decidere in piena libertà come affrontare il bilancio”.
Così Attilio Fontana, presidente di ANCI Lombardia e sindaco leghista di Varese, commenta le dichiarazioni del Sindaco di Torino Piero Fassino a proposito del non rispetto del Patto.

“Da anni ormai i Comuni chiedono a gran voce che si riveda il patto di stabilità e lo si trasformi in un patto per lo sviluppo – continua Fontana -. Nelle casse dei Comuni Lombardi ci sono sei miliardi di residui passivi, ovvero di depositi che potrebbero essere spesi per far ripartire l’economia del territorio e come volano per la ripresa. Si tratta di fondi che i Comuni hanno accantonato in questi anni, ma che devono restare in cassa perché il resto della pubblica amministrazione non riesce a diminuire il suo deficit“.

Il presidente di ANCI Lombardia non manca di rimarcare i problemi sollevati dall’introduzione dell’Imu sulla prima casa: “Secondo Ifel c’è una mancanza di gettito per i Comuni di tre miliardi su scala nazionale. In Lombardia nei giorni scorsi siamo stati contattati da molti Comuni che stanno facendo le loro proiezioni e segnalano che non solo l’Imu non coprirà il taglio dei trasferimenti, ma avrà per i Comuni un gettito inferiore rispetto all’attuale, con la beffa che i cittadini pagheranno di più, e i Comuni incasseranno di meno. I Comuni hanno già fatto abbondantemente la loro parte per il risanamento finanziario del paese: ora il Governo prenda una decisione di buon senso e, togliendoci tutti i trasferimenti, ci lasci per intero l’imposta municipale”.

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21 novembre 2012  |  ore 17:37

Milano
«Sono al fianco dei nostri sindaci che amministrano i Comuni virtuosi: liberiamo i Comuni dal patto di stupidità». Il presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, su Twitter, ha dato appoggio ai sindaci dell’Anci che hanno protestato a Milano contro i tagli alle ammistrazioni locali.

BASTA COL PATTO DI STUPIDITÀ
Sono arrivati da tutta Italia con un obiettivo comune: la revisione del patto di stabilità e della manovra del Governo. «Liberiamo i comuni dal patto di stupidità»:  è la scritta sullo striscione con cui è avanzata la manifestazione dell’Anci nel capoluogo lombardo. Quattrocento i sindaci provenienti da tutta Italia che hanno aderito alla proposta: partiti da piazza Santa Maria delle Grazie sono giunti poi in piazza della Scala per «salvare i Comuni e salvare l’Italia».

SI PENALIZZANO I COMUNI VIRTUOSI
«Si tratta di un patto stupido e ingiusto perché penalizza i virtuosi e non punisce i viziosi. Tanti nostri sindaci, soprattutto nel Nord e in Lombardia, sono virtuosi e hanno accumulato risparmi nel corso degli anni. Oggi non possono spendere i loro risparmi perché uno stupido patto di stabilità impedisce loro di farlo».

PIENO APPOGGIO AI COMUNI
«In un periodo di crisi come quello di adesso – conclude Formigoni – impedire ai Comuni di spendere risorse per sistemare la pavimentazione di una strada, per fare qualche lavoro urgente o per rimettere in moto l’economia delle piccole aziende del loro territorio è qualcosa di inaccettabile».

Aggiornato il 21/11/2012 alle ore 17:47

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Patto di stabilità: la misura è colma, il Governo intervenga.

«I Comuni non possono più aspettare: serve subito un provvedimento nazionale che sblocchi i pagamenti». Il sindaco di Imola e Presidente di Anci Emilia-Romagna, Daniele Manca , torna sulla questione dei residui, vale a dire delle fatture che gli enti locali non hanno ancora saldato a causa dei vincoli del patto di stabilità. I sindaci dell’Anci si sono riuniti oggi a Roma, al teatro Capranica (di fronte a Montecitorio), per sollecitare un provvedimento urgente e il Presidente nazionale, Graziano Delrio, ha poi guidato una delegazione ANCI ad un incontro con i nuovi presidenti dei due rami del Parlamento.

«È un’iniziativa doverosa, anche l’Europa è d’accordo – dichiara Manca -. Ora lo spazio per un decreto legge che possa autorizzare i Comuni a pagare le imprese e i fornitori c’è tutto, ma bisogna fare presto. Sbloccare i residui vuol dire rimettere in moto l’economia dei territori e ridare ai Comuni lo spazio per ricominciare ad investire sulle opere pubbliche, sulle infrastrutture, sulla manutenzione delle città. I cantieri locali sono fondamentali per ridare fiato alle imprese e creare nuovi posti di lavoro».

Dello stesso avviso il Vice Presidente Vicario di ANCI Emilia-Romagna Fabio Fecci , per il quale “nuovi  parametri  sono più che mai opportuni, affinché si possano premiare gli enti locali che negli ultimi anni si sono impegnati a favore dei cittadini predisponendo nuovi servizi e realizzando opere per la collettività. La vigente struttura del Patto penalizza indubbiamente i Comuni virtuosi ed il sottostante meccanismo è mutato troppe volte negli ultimi dieci anni, impedendo ai Comuni di adottare una continuità di calcolo per rispettarne i parametri.
Nella legge di stabilità deve emerge la volontà di non penalizzare i Comuni che più si impegnano nell’investire risorse e che altrimenti si vedono costretti a rispettare dettami troppo rigidi. Occorre – conclude Fecci – una legge che dia giustizia agli enti locali più intraprendenti al fine di valorizzarli.”

In contemporanea alla manifestazione di Roma, il Comune di Caorso (PC) ha animato una manifestazione a supporto di quella nazionale che, nelle parole di Fabio Callori, Sindaco di Caorso “è andata molto bene, con un’ottima partecipazione non solo dei sindaci del piacentino, ma anche degli attori sociali ed economici del territorio. Era importante, a fianco della manifestazione nazionale, far sentire l’estremo disagio che viene dai territori ed il senso di impotenza che nasce dall’avere a disposizione risorse fresche ma non poterle usare. Ciò crea un danno non solo ai comuni, ma alle imprese che non lavorano più e o chiudono o mettono in cassa integrazione i dipendenti, con costi a carico dello stato, per cui assistiamo ad un’esplosione dei costi sociali e della spesa, che è l’esatto contrario di quanto si voleva ottenere con il patto di stabilità”.

I tempi sono maturi, secondo ANCI, per un allentamento del patto di stabilità per i comuni virtuosi, che potrebbero con il loro impegno sui territori rimettere in moto l’economia e creare vero sviluppo.

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«Il patto di stabilità sta penalizzando il nostro Comune»

LONGARONE. «Dall’inizio di quest’anno il nostro Comune è costretto a rispettare il patto di stabilità, e questo ci costringe a rivedere pesantemente la spesa pubblica». Il sindaco di Longarone, Roberto Padrin, lo va ripetendo durante gli incontri frazionali (il prossimo è lunedì alle 20,30 al centro sociale di Igne). «La situazione è davvero assurda», commenta Padrin, «con questa norma le amministrazioni virtuose come la nostra, che garantiscono alti livelli di servizi ai cittadini, sono le maggiormente penalizzate, e saranno costrette a tagliare. Così Longarone, che gestisce una casa di riposo e che offre servizi per 400 mila euro all’anno, sfora pesantemente i parametri del patto di stabilità, e per questo saremo costretti a tagliare. Speriamo che il nuovo governo riveda questo patto di stabilità, perché così penalizza troppo i piccoli Comuni. Senza contare che abbiamo avuto negli ultimi tre anni un milione di trasferimenti statali in meno, e che molto probabilmente ci verrà portato via anche l’Imu sulle centrali elettriche e sulle zone industriali, che finora entravano nelle nostre casse. Quindi da una parte ci danno sempre meno, dall’altra ci mettono nelle condizioni di non poter spendere». (mi.gi.)

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Piccoli Comuni contro il patto di stabilità. Lena e Comaroli, Lega Nord: “Troppo penalizzati. Sbloccare gli investimenti. E pagare subito le piccole e medie imprese”

CREMA – “Non possiamo che condividere quanto contenuto nel manifesto presentato a Crema dai sindaci dei Piccoli Comuni della Provincia e assumerci la responsabilità di portare a Roma e in Regione Lombardia le istanze che emergono forti e chiare dal nostro territorio” dichiarano Silvana Comaroli e Federico Lena, candidati rispettivamente al Senato e al Consiglio Regionale Lombardo per la Lega Nord.

“Come Lega Nord ci batteremo personalmente – proseguono i due candidati- per vedere riconosciuta la virtuosità dei nostri comuni, pesantemente penalizzata dalla applicazione del patto di stabilità. Nel nostro programma elettorale per Regione Lombardia, lo ricordiamo, c’è una specifica proposta che può contribuire a ridare respiro ai nostri comuni, premiandone la virtuosità”.

Ecco i punti salienti. A partire dal 2009 è in vigore in Regione Lombardia il patto di stabilità territoriale che ha costituito una positiva esperienza, contribuendo ad allentare i vincoli di finanza pubblica degli enti locali lombardi e a liberare una significativa mole di risorse finanziarie.

“La norma – spiegano Lena e Comaroli – consente di sbloccare numerosi pagamenti alle imprese da parte delle amministrazioni locali. In un momento di crisi come quello che stiamo vivendo, questa rappresenta una misura importante che va incontro anche al mondo delle piccole e medie imprese, da sempre motore del nostro sistema economico-produttivo. I criteri che ispirano la distribuzione dei benefici tra gli enti locali coinvolti mirano a privilegiare quegli interventi in grado di generare effetti immediati e positivi velocizzando i pagamenti delle pubbliche amministrazioni”.

Nel 2012 il plafond destinato agli Enti locali è stato pari a 210 milioni di euro. “Con la Lega al governo della Regione Lombardia – dicono i due candidati del Carroccio – si proseguirà nell’ottica di incentivazione e sviluppo (aumentando anche il plafond a disposizione) del Patto di stabilità territoriale, che rappresenta un aiuto concreto alle amministrazioni locali sempre più in difficoltà a causa delle manovre statali ed esteso anche ai Comuni sotto i 5000 abitanti”.

“A Roma, infine, ci faremo interpreti e portavoce – conclude Silavana Comaroli- delle istanze dei sindaci per l’abolizione o l’introduzione di misure di allentamento del Patto di Stabilità, che strangola ingiustamente i  nostri comuni ritenuti tra i più virtuosi in Italia”.

07/02/2013

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di GIANLUCA MARCHI

C’è da non crederci! Nel Decreto Legge 24 gennaio 2012, n. 1, recante il titolo “Disposizioni urgenti per la concorrenza, lo sviluppo delle infrastrutture e la competitività”, c’è una chicca infilata dal governo Monti della quale non è dato sapere quanti amministratori locali si siano già accorti. La sostanza è questa: prima, con il patto di stabilità, i comuni virtuosi sono stati costretti a non spendere i proprio soldi, adesso quei quattrini se li prende lo Stato per depositarli nella propria tesoreria, caso mai che a qualche sindaco gli venisse in mente di utilizzarli. E così gli amministratori locali oculati e capaci finiscono cornuti e mazziati.

Bisogna arrivare all’articolo 35 che recita: Misure per la tempestivita’ dei pagamenti, per l’estinzione dei debiti pregressi delle amministrazioni statali, nonche’ disposizioni in materia di tesoreria unica”. Già la questione comincia a farsi preoccupante. Ma il peggio arriva ai commi 8 e 9. Leggiamoli così come appaiono nel decreto:

8. Ai fini della tutela dell’unità economica della Repubblica e del coordinamento della finanza pubblica, a decorrere dalla data di entrata in vigore del presente decreto e fino al 31 dicembre 2014, il regime di tesoreria unica previsto dall’articolo 7 del decreto legislativo 7 agosto 1997, n. 279 e’ sospeso. Nello stesso periodo agli enti e organismi pubblici soggetti al regime di tesoreria unica ai sensi del citato articolo 7 si applicano le disposizioni di cui all’articolo 1 della legge 29 ottobre 1984, n. 720 e le relative norme amministrative di attuazione. Restano escluse dall’applicazione della presente disposizione le disponibilita’ dei predetti enti e organismi pubblici rivenienti da operazioni di mutuo, prestito e ogni altra forma di indebitamento non sorrette da alcun contributo in conto capitale o in conto interessi da parte dello Stato, delle regioni e delle altre pubbliche amministrazioni.

9. Entro il 29 febbraio 2012 i tesorieri o cassieri degli enti ed organismi pubblici di cui al comma 8 provvedono a versare il 50 per cento delle disponibilita’ liquide esigibili depositate presso gli stessi alla data di entrata in vigore del presente decreto sulle rispettive contabilita’ speciali, sottoconto fruttifero, aperte presso la tesoreria statale. Il versamento della quota rimanente deve essere effettuato entro il 16 aprile 2012. Gli eventuali investimenti finanziari individuati con decreto del Ministro dell’Economia e delle finanze – Dipartimento del Tesoro da emanare entro il 30 aprile 2012, sono smobilizzati, ad eccezione di quelli in titoli di Stato italiani, entro il 30 giugno 2012 e le relative risorse versate sulle contabilita’ speciali aperte presso la tesoreria statale. Gli enti provvedono al riversamento presso i tesorieri e cassieri delle somme depositate presso soggetti diversi dagli stessi tesorieri o cassieri entro il 15 marzo 2012.

Il linguaggio è ovviamente burocratico, ma la sostanza è questa: in nome “della tutela dell’unità economica della Repubblica”, i soldi degli enti locali depositati presso le tesorerie comunali (ad eccezione dei quattrini derivanti da mutui e da prestiti) devono essere trasferiti, in due tranche del 50% ognuna delle somme esigibili, presso la tesoreria statale. Se inoltre gli enti locali hanno risorse depositate presso soggetti diversi che non siano le tesorerie, li devono far rientrare entro il 15 marzo, in modo che poi possano essere trasferiti alla tesoreria statale.

In altri termini lo Stato mette le mani sui soldi di tutti i comuni e lo fa fino al dicembre 2014. Alla faccia del federalismo definito una necessità dal presidente della Repubblica. Qui siamo alla rapina a mano armata, che non danneggia solo gli enti locali, ma anche le banche del territorio che svolgono le funzioni di tesoreria, le quali si vedono costrette a trasferire tutto a Roma.

Questo provvedimento è una vera e propria presa per i fondelli essendo stato inserito nel cosiddetto “decreto liberalizzazioni”, è una manovra centralista di bieco stampo sovietico. Se i sindaci di qualunque colore e di qualunque latitudine, ma soprattutto quelli che parlano di autonomia e di secessione, non si ribelleranno dando vita a un movimento di protesta civica, i loro cittadini avranno il diritto di inseguirli e buttarli fuori dalla casa comunale a pedate nel didietro.

FORZA SINDACI, COMINCIATE COL SCRIVERCI COSA NE PENSATE!!!!

IL SINDACO DI MORAZZONE (VA): “QUESTA E’ UNA RAPINA!”

Nell’Art.35 comma 8 del decreto sulle cosiddette liberalizzazioni, viene inserito un passaggio – appositamente nascosto perché nulla ha da che spartire con le liberalizzazioni -, da regime dittatoriale stile URSS: “ai fini della tutela dell’unità economica della Repubblica e del coordinamento della finanza pubblica…”, dal 29 febbraio lo Stato preleverà i soldi dei contribuenti comunali, depositati nelle tesorerie locali (la banca del paese), per trasferirli nella Tesoreria unica dello Stato!!! Ci rapinano i soldi dalla nostra banca!

Praticamente noi sindaci non siamo più padroni della cassa dei nostri Comuni, perché lo Stato si finanzia con i soldi dei Comuni virtuosi (guarda caso la maggioranza sono al Nord) che hanno le casse in attivo!!! Con tanta fatica abbiamo i conti in ordine, mai una volta in anticipazione di cassa, fornitori pagati al massimo a 45 giorni (sotto i 5.000 abitanti perché per ora non abbiamo patto di stabilità vincolante) e adesso con un decreto da far invidia a Joe Dalton, ci portano via i nostri soldi e quindi per pagare i fornitori e gli stipendi, dovremo chiedere autorizzazione alla Tesoreria dello Stato a Roma affinché, per cortesia, trasferiscano i quattrini sul conto dei dipendenti o delle ditte che lavorano per noi. Questa e’ una rapina ai danni dei contribuenti locali.

E se da Roma poi decidessero di ritrasferirci solo in parte l’ammontare di ciò che si sono prelevati in nome dell’unita economica della Repubblica?! A questo punto tutto è possibile perché se viene minata la già ristretta autonomia finanziaria dei Comuni, vuol dire che non solo è sospesa la democrazia, ma che di fatto in Italia ci sono i Comuni praticamente commissariati!

Matteo Bianchi

Sindaco di Morazzone

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Patto di stabilità: comuni bresciani in mutande

Un viaggio nelle casse comunali delle dieci amministrazioni più colpite dai tagli decisi dal Governo. Un coro di disapprovazione da sindaci e assessori al bilancio che considerano i nuovi parametri come un colpo al cuore dell’Amministrazione

Brescia, 11 giugno 2010 – Cos’è il patto di stabilità? Nasce dal bisogno di far convergere tutte le economie degli Stati membri dell’Unione europea, verso specifici parametri, comuni a tutti, in modo che si riducano quanto più possibile i debiti di ogni Stato. Dal 1999 l’Italia formula un proprio patto di stabilità esprimendo gli obiettivi programmatici per gli enti territoriali e i corrispondenti risultati da raggiungere ogni anno. La programmazione viene effettuata e approvata nella manovra di finanza pubblica, momento in cui si analizzano le previsioni sull’andamento finanziario e si decide l’entità delle misure correttive da porre in atto per l’anno successivo.
Ecco, dunque, come nascono quei limiti che ogni anno vengono imposti ai singoli Comuni e che, nel 2011 potrebbero portare, se il decreto legge dovesse essere approvato, ai supertagli di cui tanto si discute in questi giorni. Governo e Parlamento si stanno preparando ad approvare una manovra finanziaria che, secondo le previsioni dei formulatori, dovrebbe permettere di riportare in ordine i conti dello Stato. Il problema che lamentano molte realtà è che i tagli sono troppo impegnativi per qualsiasi ente e che difficilmente si potrà mantenere un buon livello nei servizi tagliando ulteriormente i propri conti.

DARFO BOARIO TERME –  «Da anni risparmiamo su tutto Servizi sociali e studio non si toccano».
«Altro che tagli! Sono anni che stiamo risparmiando su tutto e tagliando tutto il possibile». non ci sta il primo cittadino di Darfo Boario Terme, Francesco Abondio (foto), alle nuove restrizioni imposte dal patto di stabilità. «Per assurdo noi, che siamo un comune virtuoso, potremmo accendere nuovi mutui e non lo possiamo fare, abbiamo addirittura dei soldi che non possiamo spendere». E intanto, se si fa eccezione per i servizi sociali e per il piano di diritto allo studio, il comune di Darfo sta risparmiando su tutto, sull’asfaltatura delle strade, sulle opere pubbliche, persino sulle manutenzioni e sulle manifestazioni. «Quest’anno, contro le tre dell’anno scorso ci sarà una sola notte bianca – ci spiega il primo cittadino – e cerchiamo di organizzare le manifestazioni con l’intervento di sponsor privati. Risparmiamo anche sulle manutenzioni, invece di appaltare i lavori vengono eseguiti dagli operai del comune, anche lo spazzamento delle strade. Certo che a questo proposito se ci fosse più senso civico….si potrebbe risparmiare». «E’ necessario allargare le maglie del patto di stabilità — conclude — alemeno per i comuni virtuosi come il nostro».

DESENZANO DEL GARDA – «Prevedo un bilancio da massacro Le conseguenze? Pesantissime. Abbiamo sempre rispettato il patto di stabilità, anche quest’anno; per il futuro, invece, nutro dei timori». A parlare è il sindaco di Desenzano, Felice Anelli (foto), che commenta: «Non effettuerò tagli sui servizi sociali e neppure sulla scuola, ma tutto il resto sì. Niente più soldi alle fondazioni, niente di niente, solo che così si ferma l’edilizia, se non ci sono eventi, non c’è turismo. È un cane che si morde la coda». E continua: «Il prossimo bilancio sarà un massacro, oppure, a seconda dei punti di vista, sarà rapidissimo, tanto taglieremo tutto. Sarà terribile. Mi spiace solo che il Governo non faccia differenza tra i Comuni virtuosi e quelli no, in tal caso, se avessi il coraggio penserei che sarebbe meglio comportarsi male, tanto non fa differenza. Le conseguenze di questi tagli sono pesantissime. Dopo le ferie di agosto incontrerò la giunta per discutere sul da farsi, per ora non ho ancora parlato con l’assessore al Bilancio». Scoraggiante, dunque, per il sindaco Anelli: «Per superare la crisi bisogna lavorare, ma se non ci mettono in condizione di dare lavoro, la crisi non passerà mai».

LUMEZZANE – «Non rifarò strade, né parchi Per le scuole? Solo l’ordinario. Stiamo navigando a vista, laddove si presenta un problema allora lo affrontiamo. Non posso permettermi spese extra. Fin dove riesco, arrivo». A parlare è Silverio Vivenzi (foto), sindaco di Lumezzane, ennesimo paese colpito dai tagli della nuova manovra finanziaria. «Non farò il parco Avogadro, non mi preoccuperò dell’asfaltatura delle strade se non strettamente necessario, non andrò nelle scuole, a meno che le manutenzioni non siano ordinarie». In cassa ci sono sei milioni di euro, ma non posso utilizzarli. Come faccio a tagliare sui servizi sociali, impossibile, sono troppo importanti. Prima o poi questa crisi passerà e allora riprenderemo a respirare, per ora stringo i denti, cercando per quanto possibile di rispettare, come abbiamo fatto finora, il patto di stabilità, è importante, altrimenti vengono meno anche i trasferimenti dal Governo».
Vivenzi continua: «Tutto ciò che posso fare e attendere il verificarsi degli eventi. Quando accadrà qualcosa allora mi muoverò, altrimenti, ripeto, a meno che non si tratti di cose importanti e imprescindibili, non farò nulla».

CHIARI – «I piani sono da rivedere A Roma la fanno facile… All’amministrazione del popoloso paese dell’Ovest verranno a mancare 300mila euro. «È una cifra importante — esclama l’assessore al Bilancio Gabriele Zotti — la novità arriva a giugno e dovremo reimpostare i conti. Maggioranza e opposizione dovranno impegnarsi assieme senza fare demagogie. Per Roma è facile tagliare, per noi non è lo. Come faremo a spiegare ai cittadini che dobbiamo tirare la cinghia. Oltretutto siamo virtuosi e i soldi li abbiamo, solo che non li possiamo spendere. A meno che non trovino il modo di portarci via anche quelli» scherza amaro. La scure cadrà per prima cosa sulle spese di gestione, poi sui contributi alle manifestazioni culturali e sportive, ma Zotti non esclude che nel ripensamento possano finire alcuni servizi. «I programmi triennali delle opere pubbliche saranno rispettati, il rischio è di perdere autonomia nella progettazione futura».

PALAZZOLO SULL’OGLIO – «Sono senza parole Non so cosa può accadere. È senza parole l’assessore al Bilancio di Palazzolo Sull’Oglio, Armando Turra: «Si tratta di un decreto legge, ora dovrà essere discusso in Parlamento e poi si vedrà».
Lapidario nelle sue risposte, forse incredulo: «Aspetto conferme, sappiamo che ci saranno degli emendamenti e poi i tagli sono continui, ci saranno anche l’anno prossimo questo è certo. Ci muoveremo di conseguenza».
Palazzolo conta su una popolazione di 19.182 persone, nel 2011, stando ai conti del Governo, dovrebbe tagliare il 2,8 per cento delle spese per un valore di 477mila euro.«Non so di quanto si tratti di preciso, attendo i conti, una volta avuti i dati allora mi confronterò con il sindaco e con la giunta e faremo le nostre valutazioni. Mi sembra prematuro parlarne».

LONATO «Gli ammodernamenti vanno a farsi benedire» «Non sono tagli questi, si bloccano le uscite, non si possono spendere le risorse raccolte. Cercheremo di far slittare le opere pubbliche, non toccheremo assolutamente servizi alla persona e istruzione. Avevamo in programma nuove infrastrutture, l’ammodernamento di piazze e frazioni, rimanderemo individuando una scala delle priorità. Quelli che non possiamo rimandare sono gli interventi negli impianti sportivi, un paese consistente come il nostro ne è molto carente; non ha nemmeno un campo sportivo comunale». Il sindaco Mario Bocchio sa che dovrà risparmiare nel 2011 il 2.3%, nel 2012 il 3.4%. Che farà dei soldi in cassa? «Li useremo per abbassare le quote dei mutui, per chiudere i debiti prima del tempo o per ridurli, così avremo meno interessi da pagare. Le decisioni verranno prese in perfetta sintonia e in stretto contatto con l’assessore al Bilancio Roberto Tardani».

GHEDI – «Stop alle opere pubbliche Ci dicano come andare avanti. L’assessore al Bilancio Elena Calvetti che aveva espresso, assieme al collega della Pubblica istruzione Vincenzo Perez, la volontà di dimettersi, entro 15 giorni dovrà dare motivazioni adeguate o sarà revocata: «È venuta meno la fiducia» dice il sindaco Lorenzo Borzi che ora ha l’interim. E dichiara che quel 4.3% in meno nel 2011 e 6.1% nel 2012, voluti dalla manovra, saranno tolti alle opere pubbliche e non certo ai servizi o al diritto allo studio. «Del resto noi, insediati da un anno, non abbiamo potuto fare un appalto perché gravati dai lavori della Giunta precedente non finiti. Non sono d’accordo nel fare tanti progetti e poi non portarli a termine. Meglio mirare dritto, noi ci concentreremo sui plessi scolastici e sulla manutenzione degli edifici pubblici lasciati andare». Borzi non critica la scelta di Roma: «Se i soldi non ci sono…; il governo ci darà le spiegazioni e la possibilità di andare avanti».

BORGO SAN GIACOMO – «Ho ereditato dei conti in rosso Soldi dimezzati per gli assessori.  La precedente amministrazione ci ha lasciato una situazione non piacevole, con un debito di un milione di euro e ora mi ritrovo a essere tra i primi dieci paesi più “spendaccioni”. Non mi piace per nulla questa definizione». Il sindaco di Borgo San Giacomo, Giovanni Sora (foto) continua: «Ogni anno le nostre entrate arrivano a 3 milioni di euro e tali sono anche le spese, purtroppo, per due grandi opere, come una scuola materna, importante, e un palazzetto dello Sport incompiuto e per nulla fondamentale, la precedente amministrazione ha sforato di un milione. Ed eccoci qui». Il sindaco ha già pensato a come far fronte al problema: «Varerò oggi il nuovo Pgt in modo da riuscire a guadagnare qualcosa, crisi e edilizia permettendo, altre cose sono in cantiere, ma per scaramanzia non ne parlo. I miei assessori si sono ridotti lo stipendio volontariamente. Guadagnano 400-500 euro al mese. Io ne prendo 1.100 e ritengo che il lavoro vada pagato. Mi auguro però che i tagli colpiscano anche Roma, i ministeri, altrimenti non sarebbe corretto. Se possibile non taglierò nulla ai cittadini e da buon padano mi inventerò qualcosa».

ROVATO –  «Mi impegno a non penalizzare le fasce di popolazione in difficoltà. Nel caso in cui il decreto “taglia spese” diventasse legge Rovato avrà davvero tanti problemi». Lo afferma Andrea Cottinelli (foto), sindaco del paese tra quelli in cima alla top ten dei più penalizzati. «Secondo i nostri calcoli il taglio per Rovato — continua il primo cittadino — sarà di ben 350mila euro: tanti per un comune come il nostro che non ha “spese farfallone” come un’auto blu per il sindaco o per gli assessori, viaggi di rappresentanza o consulenze esterne che richiedono spese da centinaia di migliaia di euro. Abbiamo già da tempo eliminato persino i pranzi e le cene di lavoro. Si pensi che in uso al comune ci sono solo 3 telefonini e che la spesa totale delle chiamate è 200 euro al mese. Li elimineremo. Questo sarà sicuramente un taglio. Ma il risparmio sarà di 2.400 euro all’anno. Ben poca cosa sui 350mila euro che mancheranno all’appello». I tagli saranno fatti, inevitabilmente, sui servizi ai cittadini. «Quando e se verrà il momento mi metterò al lavoro con la giunta per decidere come agire e che cosa tagliare, cercando di penalizzare il meno possibile le fasce deboli della popolazione rovatese» conclude Cottinelli.

MONTICHIARI –  «Ci mancherà un milione e mezzo Tutto questo per colpa del Sud» L’ultimo anno è stato difficilissimo per noi, nel 2011 dovremo tagliare un milione e mezzo di euro e non so come. I miei cittadini sono abituati a standard elevati di servizi che, però, non so se riuscirò a mantenere. Tutto ciò è grave, anche la cultura, sulla quale spesso si risparmia, è importante, è un momento di socializzazione di cui non posso fare a meno». A commentare i tagli proposti dal Governo è il sindaco di Montichiari, Elena Zanola (foto): «Il problema è che nessuno ci difende. In Senato siedono onorevoli delle nostre terre e nessuno dice nulla. Ci sono Comuni, soprattutto al Sud che hanno conti non in rosso, di più, eppure ridono perché tanto, proprio per le voragini che si trovano, vengono sempre aiutati e sostenuti. La Lombardia potrebbe volare da sola, ma è limitata da tutti quei paesi del Sud che non riescono a mantenersi da soli». E continua: «Manifestare? Che senso ha, tanto nessuno commenta e nessuno contraddice. La nostra regione vanta entrate da sogno, siamo quelli che forniscono maggior capitale allo Stato, ma siamo anche coloro su cui risparmiare di più. Non è giusto. Ciò che non taglierò mai sono i servizi sociali. I miei cittadini ne hanno bisogno».

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Domenica 17 Marzo 2013 18:46 Nuovo governo, patto di stabilità, piccoli comuni e ruolo del Movimento Cinque Stelle. Sono, questi, alcuni dei temi che saranno affrontati domani, LUNEDÌ 18 MARZO, a PIAZZA PULITA, il programma televisivo di approfondimento politico condotto da Corrado FORMIGLI, in prima serata su LA7.

Tra gli ospiti della serata anche due sindaci della provincia di Cosenza, il Primo Cittadino di LONGOBUCCO, storico ed importante comune della Sila Greca, Luigi STASI (PD) e quello di SARACENA, il Paese del Moscato Passito, Mario ALBINO GAGLIARDI, tra i più convinti sostenitori istituzionali in Calabria del movimento di Beppe GRILLO.

Entrambi i sindaci del cosentino sono stati incontrati ed intervistati, lo scorso venerdì 15, a Roma, in occasione della manifestazione nazionale promossa dall’Associazione Nazionale Piccoli Comuni d’Italia (ANPCI) contro il patto di stabilità che strozza soprattutto i comuni virtuosi.

“Ho votato Grillo – aveva dichiarato GAGLIARDI, venerdì scorso intervistato dai giornalisti de LA7 – con grande convinzione e adesso sono venuto qui per invitare i Cinquestelle a confrontarsi senza preclusioni con le altre forze politiche: è questo il mio invito”.

Eletto da una lista civica a Saracena (Cosenza), venuto davanti a Montecitorio nel giorno dell’insediamento del nuovo Parlamento, con la fascia tricolore, al suo quinto mandato, un passato democristiano, GAGLIARDI, che da anni sta facendo parlare in Calabria del buon governo e virtuosismi introdotti controcorrente nella sua comunità, ha dichiarato di sperare “che il Movimento Cinquestelle vada al governo”.

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Debiti Pa, a imprese i primi rimborsi
Il governo allenta il patto di stabilità

Nella bozza del decreto per il pagamento dei debiti della Pubblica amministazione che dovrebbe approdare sul tavolo del consiglio dei ministri tra domani e giovedì la precedenza alle aziende e liquidità agli enti locali

Lo leggo dopo

Il ministro dell’Economia, Vittorio Grilli

MILANO – Privilegiare le imprese con crediti più vecchi e allentare il patto di stabilità interno per garantire liquidità immediata agli enti locali. Sono i principali contenuti della bozza del decreto per il pagamento dei debiti della Pubblica amministazione, anticipato da Tmnews, che dovrebbe approdare sul tavolo del consiglio dei ministri tra domani e giovedì. Nel documento, quindi, ci sarebbe l’ipotesi rimborsare prima le imprese, privilegiando cronologicamente le fatture più vecchie, e poi alle banche. Sulla stessa lunghezza d’onda anche l’idea di allentare il patto di stabilità interno per consentire immediata liquidità a regioni ed enti locali. A questo si aggiunge l’istituzione del “fondo per assicurare la liquidità di pagamenti certi liquidi ed esigibili” destinato alle amministrazioni locali con scarse risorse in cassa con una con una dotazione di 3 miliardi di euro per il 2013 e di 5 miliardi per il 2014.

Il governo vorrebbe, poi, anticipare al 2013 l’aumento dell’aliquota addizionale Irpef per le regioni che utilizzano l’anticipo di cassa. Obbligo, inoltre, per tutte le amministrazioni pubbliche di registrarsi sulla piattaforma elettronica del Tesoro per la gestione online del rilascio delle certificazioni, entro 20 giorni dall’entrata in vigore del decreto, pena una multa ai dirigenti di 100 euro per ogni giorno di ritardo. L’ultima versione del decreto conferma, quindi, l’intenzione del governo di liquidare 20 miliardi di crediti pregressi nel 2013 e altri 20 miliardi nel 2014 reperendo risorse “mediante emissioni di titoli di stato”.

Il pagamento avrà però impatto “solo” sul debito pubblico, mentre non avrà conseguenza sul deficit (l’80% è già contabilizzato) anche perché la Commissione Ue “non ha intenzione” di valutare se concedere un’estensione per il taglio del deficit sotto al 3% “per nessun altro paese oltre ai 3 già annunciati” che sono Spagna, Portogallo e Francia. Escluso quindi che possa essere concesso più tempo a Italia e Olanda.

In particolare, i pagamenti dei debiti contratti dagli Enti locali, “sono esclusi dai vincoli del patto di stabilità interno per un importo complessivo di 5.000 milioni di euro”. L’articolo 1 del decreto prevede che comuni e province comunichino mediante web, entro il 30 aprile, “gli spazi finanziari di cui necessitano per sostenere i pagamenti”. Entro il 15 maggio, poi, verranno “individuati gli importi dei pagamenti da escludere dal patto di stabilità interno”. Gli enti locali che non possono far fronte ai pagamenti dei debiti maturati al 31 dicembre 2012 “a causa di carenza di liquidità”, possono chiedere al ministero dell’Interno “l’anticipazione di liquidità da destinare ai predetti pagamenti” che verrà restituita con rate fino a 30 anni.

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[05-09-2012]

‘’La legalita’, la correttezza e la trasparenza danno prospettive alle comunita’ mentre l’illegalita’ e l’oscurita’ dei processi le trascina verso l’involuzione e la crisi. Questa e’ la lezione insegnataci da Angelo Vassallo, Sindaco di Pollica, assassinato brutalmente perche’ resosi complice di un misfatto tremendo, ovvero essere riuscito a mostrare alla sua comunita’ che la legalità paga e puo’ rappresentare una strada per ricostruire una comunita’ e per dare ad essa un futuro, senza costringerla a cercare vie traverse’’. Cosi’ il Sindaco di Reggio Emilia e Presidente dell’ANCI Graziano Delrio ricorda la figura di Angelo Vassallo nel secondo anniversario della sua uccisione.

‘’Il Sindaco Vassallo – aggiunge – ha pagato con la vita il suo impegno ma la sua morte ha rappresentato anche per noi un monito, che ha incentivato una maggiore consapevolezza del fatto che il tema della legalita’ deve diventare per noi Sindaci e amministratori locali una priorita’ quotidiana’’.

‘’Questo e’ l’impegno che abbiamo assunto, nel nome di Angelo Vassallo e dei tanti altri che, nel Mezzogiorno ma non solo, sono oggetto di attentati e di violenze di ogni sorta, solo perche’ cercano di muoversi in quella prospettiva. E proprio per onorare la lezione di Vassallo e per manifestare la vicinanza dell’ANCI ai Sindaci che ancora oggi continuano questa battaglia – conclude Delrio – il 24 settembre andremo in Calabria per una serie di iniziative che culmineranno con il Consiglio Nazionale dell’Associazione, il 25 settembre, a Lamezia Terme’’.

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Omicidio Vassallo, nessuna verità dopo due anni di silenzi, indagini e svolte mancate

La sera del 5 settembre 2010 il primo cittadino di Pollica, nel Cilento, venne ammazzato con sette colpi di pistola mentre tornava a casa. Da allora, nulla si è saputo su chi ha eliminato il ‘sindaco-pescatore’: tante piste – dagli appalti negati, alla droga per finire ai rancori personali – ma niente di concreto

di | 5 settembre 2012

Omicidio Vassallo, nessuna verità dopo due anni di silenzi, indagini e svolte mancate

Due anni di misteri. Di mezze verità. Di silenzi. Di illazioni. Di rivelazioni tanto clamorose quanto inconcludenti. Di ipotesi rimaste a mezz’aria. Due anni di indagini in più direzioni. Due anni e una domanda ancora senza risposta. Chi ha ucciso Angelo Vassallo? Chi volle la morte del sindaco-pescatore di Pollica, il paradiso del Cilento, il comune che primeggia per le bandiere blu del mare pulito e in tutte le classifiche di qualità della vita? E perché?

Vassallo venne ucciso la sera del 5 settembre 2010. Era in auto, stava rincasando. Si fermò davanti al suo assassino, abbassò il finestrino. Forse lo conosceva. Una mano incerta, nervosa, forse furiosa, arrabbiata, esplose nove colpi di pistola da una calibro 9. Sette andarono a segno. Dall’omicidio al rinvenimento del corpo passarono diverse ore. Ore preziose, che consentirono al killer di far perdere le proprie tracce. L’arma non è stata mai ritrovata: in queste settimane i Ris di Roma concluderanno le perizie su tre pistole recuperate dai Ros di Salerno, ma in due anni la calibro 9 usata per eliminare Vassallo potrebbe avere preso il volo chissà dove.

Per competenza territoriale la Procura di Vallo della Lucania fu la prima a occuparsi del caso. Il rapporto dei carabinieri fu inoltrato al pm Alfredo Greco. Ma in meno di 48 ore, al termine di una riunione tra gli uffici giudiziari di Vallo e Salerno, prevalse la tesi del delitto di camorra e si decise di affidare l’inchiesta alla Direzione Distrettuale Antimafia di Salerno, guidata dal procuratore capo Franco Roberti. L’inchiesta è curata dai pm Rosa Volpe e Valleverdina Cassaniello. Che coordinano uno spiegamento di forze imponente: i Ros dei Carabinieri, la Polizia, la Dia. L’impegno non manca. L’omicidio Vassallo è priorità assoluta nella scaletta di lavoro della procura salernitana, che non ha mai smesso di studiare le nuove informative e convocare testimoni vecchi e nuovi per approfondimenti investigativi. Si attende da un momento all’altro la ‘svolta’. La scoperta decisiva. Il tassello mancante.

Nei giorni scorsi il Tg5 ha ipotizzato un legame tra la reclusione di Marco Penza, il disabile cilentano incensurato che si ritrova in galera per aver bevuto un paio di birre di troppo e perché gli operatori della giustizia hanno dimenticato di applicargli la sospensione della pena, e le indagini sull’omicidio Vassallo. La notizia non pare avere particolare fondamento. Si sa che uno zio di Penza è stato sentito come testimone, segnalando la presenza di un sospetto ad Acciaroli il giorno dopo il delitto. Un po’ poco per azzardare conclusioni. Ma andiamo con ordine.

La Procura per spiegare l’omicidio ha battuto diverse piste. La prima parte dalla droga distribuita e venduta nei locali del porticciolo. Vassallo litigava coi pusher, li voleva fuori dal paese, chiedeva in continuazione la presenza delle forze dell’ordine e quando queste non intervenivano subito passava all’azione in prima persona e afferrava per il bavero gli spacciatori. Era capace di ‘scenate’ tremende. Nell’ottobre 2011 scattano le manette ai pusher, incriminati per spaccio. C’è anche l’uomo che è venuto alle mani con Vassallo pochi giorni prima del delitto. Fine della storia. Non ci sono collegamenti con l’omicidio. Un’altra pista si materializza da un verbale di un confidente. Che rivela di ascoltato la telefonata del presunto killer, compiuta dal cellulare di un’altra persona, che si lamentava della qualità della pistola. Oggi costui si troverebbe a Medellin, in Colombia. Ma è una tesi senza fondamento, mancano i riscontri.

Una terza pista riguarda una vigilessa originaria di Pollica, figlia di un generale dei Ros, arrestata a Roma insieme al compagno Sante Fragalà, siciliano vicino al clan di Nitto Santapaola, per un duplice omicidio nell’ambito di un regolamento di conti della mala laziale. Si chiama Ausonia Pisani e la sua famiglia avrebbe motivi di rancore verso Vassallo, che negò al padre, generale in congedo, il permesso per l’installazione di uno stabilimento balneare. Gli investigatori sono sicuri della presenza della Pisani e Fragalà ad Acciaroli la sera del 5 settembre 2010 e ordinano una perizia su un’arma rinvenuta in casa della poliziotta municipale. E’ una calibro 9, come la pistola del delitto Vassallo. Anche lo zio di Penza avrebbe riconosciuto Fragalà a Pollica in quei giorni.

Una quarta pista è quella degli appalti. Vassallo era il sindaco di un’amministrazione a impatto zero per l’ambiente. Era un ostacolo agli interessi degli speculatori edilizi. E da consigliere provinciale della Margherita ha presentato alcune denunce contro lo scempio di alcune strade provinciali che avrebbero dovuto unire i paesi del Cilento, appaltate a ditte che si erano divorate i soldi ma avevano lasciato a metà le opere. Quegli esposti hanno provocato una catena di inchieste e di arresti sulle malversazioni nei lavori pubblici della Provincia di Salerno. Il filone degli appalti e degli imprenditori collusi con ambienti vicini alla criminalità organizzata è sempre aperto. A fine luglio è stato sentito come testimone l’attuale sindaco di Pollica, Stefano Pisani, il pupillo di Vassallo, che fu il suo vice nell’ultima giunta.

Oggi la comunità di Pollica ricorderà il suo sindaco con 15 minuti di silenzio. Dalle 18.45 alle 19, saracinesche abbassate e un pensiero di raccoglimento. Poi la messa di suffragio nella Chiesa del porto di Acciaroli. Ed infine il programma della terza giornata della Festa della Speranza, organizzata dalla Fondazione Vassallo: un incontro sulla “bella politica”, 35 primi cittadini di ogni colore venuti da ogni parte d’Italia e dall’estero a testimoniare le loro esperienze di buona amministrazione. Una celebrazione sobria e lontana dalle pomposità. Vassallo non avrebbe chiesto altro.

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Angelo Vassallo, la verità in quell’ultimo incontro con un politico pochi giorni prima dell’omicidio

di ROSARIA FEDERICO

Le ultime tre pistole, l’ultimo accertamento rispetto ai tanti fatti in due anni. L’ultimo esame del Ris di Roma su tre armi sospette recuperate in questi mesi di incessanti indagini da parte del Ros di Salerno: poi il caso Vassallo sarà chiuso. Il ‘cold case’ per eccellenza degli ultimi anni, ha avuto grandi slanci e troppe battute d’arresto. Ventiquattro mesi nei quali quella stanza, ‘dedicata’ al delitto di Angelo Vassallo e racchiusa nella cinta muraria del comando provinciale di Salerno, si è arricchita di scatoloni, intercettazioni, nomi, circostanze, piste. Il delitto passionale, la droga, la camorra, il business degli appalti: tutte ritenute attendibili e perseguibili. In questi mesi, ci sono stati momenti in cui il caso sembrava ad una svolta: una soluzione.

L’iscrizione nel registro dei sospettati, l’attesa per una svolta sperata. Poi, i depistaggi e il nulla. Tutto da rifare. I carabinieri del Ros che hanno seguito le indagini sul delitto Vassallo sembra non abbiano tralasciato nulla, neppure quando il nome di Angelo Vassallo si è intrecciato con quello dei colletti bianchi, i ‘principi degli appalti’, personaggi border-line capaci di avere a che fare con la camorra imprenditrice ma anche con la politica. E anche allora gli inquirenti hanno pensato di essere sulla pista giusta. E’ questa l’ultima pista seguita che in questi mesi ha fatto nuovamente sperare in una svolta.
Centinaia di persone sentite, decine le armi sequestrate e inviate al Ris di Roma per trovare quella prova ‘madre’ che sembrava non arrivare mai. Le ultime tre pistole, sequestrate nel corso delle indagini, e inviate al reparto scientifico dei carabinieri dovrebbero essere il tassello di un puzzle difficile da ricostruire. Nel quale si è andato per ‘esclusione’. Da un lato le indagini: scientifiche, tecniche, cartacee, indiziarie. Dall’altro il racconto delle persone di Pollica, coloro che hanno vissuto la tragedia di un delitto ancora irrisolto. Il movente? Qual è il movente? Perchè il sindaco pescatore è stato ucciso? E’ la chiave di volta. Qualcuno racconta che pochissimi giorni prima della sua morte, il 5 settembre del 2010, Angelo Vassallo aveva perso il suo sorriso. Cupo, preoccupato, angustiato e con la voglia di lasciare. Si sentiva minacciato, sconfitto, come mai era accaduto prima. Si confidò con una persona in particolare, un suo amico con il quale ha condiviso la politica, gli anni delle lotte per l’ambiente, le battaglie vinte. Un consigliere regionale.
Vassallo lo incontrò, senza mai accennare ad un sorriso parlò con l’amico. Gli spiegò cosa stava accadendo. Le preoccupazioni che gli avevano fatto perdere il sorriso. Forse quella conversazione è la chiave del suo delitto? A Pollica ne sono certi. Angelo si confidò e alla fine della conversazione quando il suo amico l’aveva scoltato con attenzione quelle parole che non avrebbe mai voluto sentire. Disse lapidario: “Lascia stare, è arrivato il momento di lasciare tutto”. Angelo Vassallo non ebbe il tempo di ascoltare quel consiglio. Trovò la morte. 04/09/2012

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“So chi ha ucciso Angelo Vassallo”

Da

Redazione

Pubblicato: 13 dicembre 2012

“So chi ha ucciso Angelo Vassallo”
Un pentito rivela: “So chi ha ucciso Angelo Vassallo”. Novità per l’omicidio dell’ex sindaco di Pollica (131212)
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I Sindaci italiani: “per sopravvivere sfondare il patto di stabilità”

Erano circa un migliaio i sindaci e gli amministratori locali che questa mattina, rigorosamente tutti con fascia tricolore, sono tornati a manifestare per chiedere una revisione del patto di stabilità. Dopo le aperture dall’Ue di tre giorni fa l’Anci e il suo presidente Graziano Delrio vedono uno spiraglio sulla possibilità che possano essere liberati nove miliardi per garantire il funzionamento delle città e il pagamento alle imprese. ‘Complici’, anche i neo presidenti di Camera e Senato, Laura Boldrini e Pietro Grasso, che alla delegazione dell’Anci hanno annunciato la propria disponibilità a istituire una Commissione Speciale che esamini un provvedimento ad hoc che il Parlamento dovrà inviare all’attenzione dell’esecutivo. Il cambio di passo nei rapporti tra Sindaci e Camere è stato sottolineato da Delrio. Gli incontri con i presidenti di Camera e Senato, ha spiegato, “hanno evidenziato da parte loro una straordinaria sensibilità alle nostre istanze, confermata dall’impegno per varare una Commissione Speciale“. Poi, forse non dimenticando gli stop and go dell’ultimo anno, ha auspicato: “Ora speriamo che il governo bruci le tappe e che quanto prima venga approvato un decreto che sblocchi i pagamenti alle imprese. Ma se così non fosse valuteremo una deadline per autorizzare unilateralmente i pagamenti“. In forma congiunta Anci e Ance (l’Associazione dei costruttori edili) hanno chiesto, oltre allo “sblocco immediato e con un decreto d’urgenza dei nove miliardi di euro bloccati dal patto di stabilità“, il passaggio immediato “dall’avanzo al pareggio di bilancio, adottando la regola stabile della golden rule, che comporti l’equilibrio di parte corrente e limite all’indebitamento, consentendo così una equilibrata politica di investimenti“.
La manifestazione – a cui hanno partecipato tra gli altri Cgil, Cisl, Uil, Ugl e Confsal, ma anche Rete Imprese, Abi, Confartigianato Imprese, Lega delle Cooperative e la Conferenza delle Regioni – ha evidenziato il malcontento dei primi cittadini. “Per noi il patto di stabilità – ha ribadito il sindaco di Roma Gianni Alemanno – significa l’impossibilità di realizzare cose semplici, come ad esempio la manutenzione delle strade e delle scuole, che al momento non possiamo fare pur disponendo delle risorse necessarie“. Per Roma Capitale, ha aggiunto, lo sblocco del Patto libererebbe 350-400 milioni di euro, di cui 200 potrebbero essere utilizzati per i pagamenti. E se il sindaco di Firenze Matteo Renzi, non presente alla manifestazione, saluta con favore le possibili aperture (“era ora!“), sono ancora tanti i sindaci arrabbiati, come quello di Cagliari, Massimo Zedda, che dice “basta con questo patto di instabilità“. O il suo collega di Pavia, Alessandro Cattaneo, che ribadisce come “per i Comuni la misura è colma”. Chiaro poi l’invito del presidente dell’Upi Antonio Saitta affinché tutti sforino il patto. “Vedrete che magari a breve la Corte dei Conti prenderà qualche provvedimento, ma se lo facciamo tutti voglio proprio vedere cosa succederà“.

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Prodi e la “cosa nostra” europea

BOLOGNA – E’ stato appena otto anni fa. Nel 2004 , Romano Prodi , un professore di economia italiana di Bologna, lasciò uno dei posti più potenti d’Europa.

Nel suo mandato di cinque anni come Presidente della Commissione europea ha curato l’ introduzione dell’euro , l’allargamento dell’Unione europea a otto paesi dell’ex blocco sovietico e la firma di una Costituzione europea.

Ma nonostante i nuovi poteri di governance economica concessi all’esecutivo dell’UE durante la crisi , Prodi dice che sono gli Stati membri di questi tempi sono sempre più a dettare l’agenda.

“Il motore europeo del mio tempo è stata la commissione “, ha detto all’EUobserver .
” La direzione era verso una sorta di quasi- Europa federale . Nei prossimi anni , l’Europa farà anche dei progressi, ma non sarà [ guidata ] dalla commissione , ma dal Consiglio “, ha osservato.

“C’è un cambiamento completo di messa a fuoco nella nuova Europa “, ha detto .

Con riferimento agli attuali leader tedesco e francese e al capo del Consiglio dell’UE , ha aggiunto : “La voce della commissione è molto, molto flebile, anche quando ha proposto il suo ultimo documento, molto interessante , non ha dato luogo ad un forte dibattito . C’è un interesse solo quando la signora Merkel e il signor Hollande … si incontrano . Van Rompuy , che era davvero sconosciuto , sta passo dopo passo diventando il centro d’Europa. ”
E mentre la Commissione è sempre meno politica , i politici nazionali stanno diventando sempre più egoisti , ha avvertito.

” Come in molti altri paesi le cose sono cambiate. In Germania non vi è più la stessa passione per l’Europa – si tratta di una visione completamente diversa. La signora Merkel viene dalla Germania orientale e non dal Reno. Si tratta di una nuova fase” Ha detto.

Il patto di stabilità ‘stupido’

Nonostante lui veda il periodo a capo della Commissione come il suo periodo di massimo splendore, il tempo di Prodi alla guida dell’Unione europea ha avuto i suoi momenti difficili.

Uno degli episodi più ricordati è stato quando ha chiamato il patto di stabilità “stupido” in un’intervista a Le Monde.

Il Patto di stabilità e di crescita è stato creato nel 1997 per armonizzare le politiche economiche nella fase di preparazione al lancio dell’euro.

Si richiedeva agli Stati membri di condurre le finanze pubbliche “prossime al pareggio o in attivo”, con deficit di bilancio sotto il tre per cento e il debito sotto il 60 per cento del PIL.
Ricordando l’ incidente di Le Monde , Prodi ha dichiarato: “Per qualche settimana sono stato considerato un idiota … Mi hanno quasi ucciso per questo”.

(N.D.T. mi hanno quasi ucciso va inteso in senso figurato)

Ha aggiunto tuttavia : “Avevo ragione … il patto di stabilità è una regola aritmetica, ma la politica non è aritmetica. Hai sfumature , si hanno problemi , si ha un cambiamento politico , è necessario disporre di un organo politico , non di un maestro di scuola elementare che controlla le cose . Quindi, penso che ho semplicemente detto la verità”.

Quando la Germania e la Francia non potevano soddisfare i criteri di stabilità , hanno cambiato il patto invece.

Prodi ha descritto il comportamento della Germania , al momento, nel 2004 , come “post – moderno”.

“Avevano spinto per il patto di stabilità , eppure sono stati i primi a disobbedire e a metterlo nella pattumiera. Non posso dimenticare quella notte … ero timido. Ho detto: ‘Guarda, ma non si può andare oltre il tre per cento’ . E mi ricordo che mi hanno detto : ‘Stai zitto. Siamo noi i signori di tutto questo’. “E’ stato il cambiamento nella storia [della UE]”, ha detto.

Link originale

http://euobserver.com/institutional/119052

Traduzione di Mincuo

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COME PAGARE ORA I DEBITI DELLE P.A. ENTRO I VINCOLI DI BILANCIO

Agli imprenditori creditori delle pubbliche amministrazioni suggerisco di dire ai cialtroni politicanti che si possono pagare i debiti commerciali esistenti senza violare i vincoli di bilancio, e senza che lo Stato emetta moneta in proprio, violando il divieto di Maastricht, nei modi che seguono.

Sono modi di pagamento facoltativi – ossia, i creditori che non li accettano, si accodano al piano di pagamento in Euro, secondo le disponibilità di bilancio.

Primo modo: ricorrere alle monete complementari, ossia all’emissione non statale di mezzi monetari a circolazione convenzionale ed emessi senza generazione di ulteriore debito (come invece avviene quando si emette valuta legale contro debito pubblico). Anche il conio, le monetine, è emesso senza indebitamento. Si tratta di far pagare dalle varie p.a. debitrici in una moneta complementare emessa dalle stesse p.a. in consorzio-circuito tra loro e con soggetti economici privati. La moneta sarebbe spendibile entro il circuito su base contrattuale-statutaria, e potrebbe avere, in aggiunta, spontaneamente, una circolazione-accettazione fiduciaria fuori di esso. Lo Stato dovrebbe normare, certificare e legittimare questa moneta. Consiglio consorzi e circuiti non nazionali (il Nord non si fida del Sud) ma regionali o macroregionali. Per tale soluzione, consiglio di richiedere la consulenza di Pierluigi Paoletti dello Scec. Arcipelago SCEC www.scecservice.org/

Lo Scec non è propriamente una moneta, ma un titolo di abbuono circolare e spendibile tra gli aderenti, e non è tassabile. Però per il pagamento dei debiti delle p.a. si potrebbe fare una vera e propria moneta. Il Trattato di Maastricht proibisce agli Stati aderenti di emettere in proprio la valuta legale, cioè avente circolazione forzosa; ma non proibisce ad alcuno, nemmeno agli enti pubblici, di emettere una moneta a circolazione convenzionale, contrattuale. Diverse soluzioni sono possibili, e sono anche state sperimentate, in Italia e ancor più all’estero.

Secondo modo: pagare in btp, come sotto descritto, con accorgimenti per non sforare, cioè dare in pagamento btp, che non sono moneta ma sono spendibili e monetizzabili; meglio ancora offrire, in aggiunta,e come condizione per ricevere il pagamento in btp, incentivi a usare questi btp in modi funzionali a un progetto macroeconomico di lungo termine, così da innalzare il pil e restare entro il tetto del 3%. A questo medesimo fine, aggiungo una proposta per assicurare credito ai settori produttivi dell’economia, privilegiando investimenti di particolare impatto positivo sulla crescita.

Tecnicamente, ecco la mia proposta:

1)Offrire ai creditori delle p.a. il pagamento dei loro crediti in btp, di nuova emissione, quinquennali, a tasso da definire; i btp sono vendibili, quindi subito monetizzabili;

2)Al fine di legare questa emissione di btp al prevedibile aumento del pil da essa innescato, offrire ai medesimi incentivi per indurli a usare questi btp o i proventi della loro vendita in modi funzionali a un progetto macroeconomico di lungo termine; i modi possono essere: a)investimenti produttivi di economia reale; b)aumento del capitale sociale; gli incentivi possono essere diritti di accesso prelazionato al credito produttivo pubblico agevolato di cui sotto; accettazione dei detti btp come garanzia privilegiata da parte della banca di cui al punto 3; l’investimento per accrescere il capitale sociale è pure utile ai fini del punto 3, come in questo specificato;

3)Sempre al fine di aumentare il pil onde non sforare coi suddetti pagamenti, trasformare la Cassa depositi e prestiti in banca pubblica per prestiti all’economia reale, BER, finalizzata a procurare finanziamenti a tassi competitivi per investimenti produttivi; capitalizzarla con prestiti della BCE e con proprie emissioni obbligazionarie al 2% semestrale di interesse, garantite da cespiti pubblici (è bene aver più di una fonte di capitalizzazione e gettare le basi per una totale indipendenza creditizia dall’Europa); BER accetterà come garanzie i btp di cui al punto 2 accordando loro un trattamento di vantaggio in termini di tassi; se la BCE non accordasse il prestito o non accordasse una durata sufficiente o tassi equi, aprire un contenzioso contestando l’inadempimento degli obblighi, posti dal Trattato di Maastricht, di eseguire politiche di convergenza a livello di economie sostanziali.

3b)la carica di presidente, consigliere, dirigente e advisor di BER è incompatibile con chi sia o sia stato socio, dirigente, consigliere, advisor in banche o assicurazioni private;

3c)premesso che BER è un ente pubblico e non è soggetta agli accordi di Basilea, aventi natura privatistica, lo statuto stabilirà i limiti massimi agli impieghi complessivi in base alla raccolta e agli indici di rischio ponderati dei vari impieghi; entro i detti limiti il Mef fisserà gli obiettivi di erogazione in via anticipata trimestralmente, tenendo conto dell’andamento dell’economia;

4)Erogare con questa BER crediti agevolati a imprese produttive con garanzie che il denaro vada impiegato in modi idonei e resti in Italia; all’uopo la BER potrà richiedere il rilascio di garanzie reali (pegni di quote o azioni della società beneficiaria; modificazioni statutarie; diritto di veto su operazioni; diritto di partecipazione al cda) o destinare il prestito a persone fisiche aventi requisiti di comprovata competenza imprenditoriale, correttezza pregressa, nazionalità e cittadinanza e residenza italiane o comunitaria; il finanziamento deve andare alla continuità di aziende già consolidate intorno a un cittadino italiano o comunitario, onde evitare che l’italiano sia usato come prestanome da operatori extracomunitari;

5)Per attrarre capitali stranieri e scudati, e comunque provenienti dall’estero, onde incrementare la liquidità nel Paese, la BER potrà erogare somme a fondo perduto, per l’acquisto e la ristrutturazione di immobili e aziende, secondo progetti pre-approvati da apposito organo pubblico, e contro il deposito presso la BER senza interessi per almeno 5 anni di pari importo in denaro fresco e libero, proveniente dall’estero da parte del beneficiario; il rimborso sarà condizionato alla regolare esecuzione dell’opera; il deposito presso la Ber sarà vincolato ad investimenti pubblici infrastrutturali di medio e lungo termine, che dovranno costituire il presupposto per invogliare gli imprenditori privati a investire e assumere.

04.04.13 Marco Della Luna
http://marcodellaluna.info/sito/2013/04/04/come-pagare-ora-i-debiti-delle-p-a-entro-i-vincoli-di-bilancio/

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La follia del Patto di Stabilita’

di Gabriele Sannino

In tempi cosi’ bui per l’Europa mediterranea – ma non solo – il cosiddetto Patto di “Stabilita’ e crescita” si conferma uno strumento di morte dell’economia reale, proprio come molti altri meccanismi europei di rientro dai “debiti” presenti e addirittura futuri.
Il Patto di “Stabilita’ e Crescita” – tanto per essere precisi – fu stipulato nel ’97 a seguito del Trattato di Maastricht, al fine di confermarne i cosiddetti parametri economici, ovvero deficit pubblico non superiore al 3% del PIL e debito pubblico al di sotto del 60% sempre del PIL.
Dato che ormai il 50% della spesa pubblica e’ in capo agli enti locali – Regioni, Province e Comuni – e’ normale che su di essi ricada la mannaia di questo trattato, alias un accordo cieco e blindato che in tempi cosi’ grami rappresenta un vero e proprio ostacolo alla tanto decantata “crescita economica”.
Si perche’ come si puo’ SOLO pensare di crescere… se la moneta e’ debito in quanto la compri da una banca privata e se per giunta hai limiti incontrovertibili di spesa pubblica e di indebitamento anche a livello locale?!
Insomma, siamo davanti alle solite stronzate economiche che ci propinano i soliti galoppini della finanza europea e internazionale.
L’Associazione Nazionale dei Costruttori Edili (ANCE) ha redatto un dossier dal titolo “Pagare le imprese per sbloccare il paese” i cui dati sono davvero allarmanti: negli ultimi 5 anni, sono ben 13 i miliardi che i Comuni hanno in cassa e che potrebbero utilizzare per pagare le imprese fornitrici e creditrici, solo che non possono farlo in quanto sforerebbero i limiti di bilancio fissati proprio dal Patto per ogni amministrazione pubblica.
Ma c’e’ di piu’: negli ultimi anni si e’ passati da un’impostazione basata sul controllo dei saldi – e che quindi lasciava autonomia alle politiche di entrata e di spesa – ad un vincolo anche sulla spesa e in piu’ sulle entrate, cioe’ i controlli si sono fatti talmente stringenti che parlare di crescita economica e di espansione dell’economia a livello locale e nazionale e’ diventato davvero una barzelletta.
Insomma, l’obbligo di non spendere ha provocato gravissimi ritardi dei pagamenti – e ripeto, i soldi in molti casi ci sono! – e cio’ per via di questi vincoli.
La manovra appena varata dal Governo per il pagamento delle imprese e’ stata fatta proprio rispettando per tutto il 2013 lo sforamento del 3% del debito rispetto al Pil: in pratica si e’ optato per un aumento del debito pubblico… cui e’ seguito un inno di gioia dei banchieri europei.
Speriamo non ci siano altre emergenze per questo 2013, altrimenti siamo fritti!
Secondo il dossier sopracitato inoltre, non a caso, e’ proprio il settore edile che e’ sprofondato nel baratro, e cio’ a causa di lavori stradali interrotti e rimandati agli anni successivi, oppure di interventi urbanistici rimandati alle calende greche.
Il problema di questo Patto e’ che, se sforato, prevede multe salatissime, multe che nessun comune puo’ permettersi in questo momento storico: per questo i sindaci di tutto il paese, da nord a sud, chiedono una revisione del Patto di Stabilita’, cio’ per sbloccare fattori produttivi che sono indispensabili in questo momento di crisi europea e soprattutto mondiale.
Secondo dati ISTAT, dal 2007 al 2011 i Comuni hanno tagliato investimenti per oltre il 23%, provocando in questo modo minori servizi alla collettivita’ ed evitando di assumere migliaia di lavoratori che potevano invece rivelarsi molto utili al sistema-paese.
Insomma, il Patto di Stabilita’ e Crescita comporta tutto fuorche’ i motivi per cui e’ stato creato, ma l’Europa della BCE e dei banchieri sembra proprio non accorgersene.
Urge necessariamente, dunque, una messa in discussione di tutti questi “Patti per i profitti dei banchieri”, e questo perche’ tra un popolo che muore di fame e il rimborso di soldi finti creati da una banca privata su un pc… bisogna optare sempre e solo per il benessere delle persone.
Populismo? Andatelo a dire ai banchieri, loro saranno sicuramente d’accordo con questa espressione.

Fonte dati: settimanale “Il Punto”.

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Guido Viale – Le catene del debito che uccidono i Comuni

Oggi, se non si mette al centro di ogni ragionamento, discorso o iniziativa l’ampiezza, la profondità e la gravità della crisi che stiamo attraversando in Italia, in Europa e nel mondo, si rischia di essere assimilati alla «casta», al mondo della politica così come ormai viene percepita dalla grande maggioranza della popolazione: un mondo che si occupa solo di se stesso e non delle sofferenze dei governati. E’ un rischio che comincia a erodere il consenso del movimento 5 stelle, che peraltro sembra culturalmente poco attrezzato per affrontare il tema in modo radicale.Occupazione, redditi da lavoro diretti o differiti (pensioni e ammortizzatori sociali), welfare state, scuola, università ma anche buona parte dell’apparato produttivo e delle strutture amministrative del paese hanno raggiunto un punto di non ritorno. Ma nessuno arriva ad ammettere che ormai non c’è ripresa che possa far tornare le cose «come erano prima».

L’esempio più calzante di questa irreversibilità lo si vede in ciò: in Italia la disoccupazione giovanile è al 40 per cento, in Grecia e in Spagna al 50; ma è eccezionalmente elevata quasi ovunque, senza contare la diffusione del precariato. È un segno evidente che l’assetto che il sistema economico ha assunto e consolidato nell’ultimo trentennio non è più in grado di offrire una prospettiva alle nuove generazioni. Questi giovani tra qualche anno saranno degli adulti, e in parte già lo sono; ma non per questo troveranno di meglio. È un’intera prospettiva di vita – casa, famiglia, figli; ma anche occasioni per far valere e riconoscere le proprie capacità – che si dissolve; e già ora essi sanno che li attendono una vita e una vecchiaia di miseria senza lavoro, senza pensione e senza reddito. Ma è anche un intero sistema produttivo che «si svuota» di capacità, di saperi, di saperfare; e che emargina così una quota crescente e tendenzialmente maggioritaria della popolazione dal perimetro stesso di una «Repubblica fondata sul lavoro».

Un’infinita elaborazione del lutto

Cogliere la dimensione soggettiva di questo disastro – la rabbia, lo scoramento, la depressione, o i cedimenti al ricatto o al cinismo; ma anche e soprattutto la percezione che ci vuole un cambiamento radicale, che niente o quasi del vecchio mondo è degno di sopravvivere – comporta per tutti coloro che ne condividono le ragioni un complesso lavoro di elaborazione: non solo teorico e «strategico», ma innanzitutto pratico ed emotivo. Una «elaborazione del lutto» imposta dallo stato di cose presente che sia capace di mettere in gioco anche molte delle abitudini, degli atteggiamenti e soprattutto delle autorappresentazioni personali di ciascuno. Da un lato, dunque, abbiamo rabbia, frustrazione, senso di impotenza, ma anche spirito di rivolta di una popolazione sottoposta a una «macelleria sociale» continua e sistematica.

Dall’altro un potere ormai globale della finanza che fa sentire e percepire impotenti ogni giorno di più non solo lavoratrici e lavoratori occupati e disoccupati e cittadine e cittadini esclusi da ogni possibilità di incidere sulle scelte di chi decide; ma anche Stati, governi, imprese (o gran parte di esse), partiti e amministrazioni locali: tutti incatenati alla macina del debito, dei patti di stabilità, dei tassi di interesse, degli spread. Per restituire efficacia e concretezza a un agire condiviso occorre dunque cogliere il punto in cui la vita quotidiana e i sentimenti di rigetto e di rivolta della maggioranza delle persone ferite da questo regime si confrontano e si scontrano con i poteri imperscrutabili della finanza. Al centro di questo immane squilibrio tra poteri globali ed esperienza quotidiana si ritrovano soprattutto i territori e i loro governi locali, perché uno degli oggetti principali delle politiche di austerità, oltre all’erosione del potere contrattuale e del reddito delle classi lavoratrici – e a maggior ragione di quelle escluse è l’appropriazione e la privatizzazione dei beni comuni. In particolare dei servizi pubblici locali. Che sono però, potenzialmente, il perno di quella riconversione ecologica delle imprese e dei loro mercati che il capitale finanziario non avvierà mai; ma che rappresenta l’unica possibilità di salvaguardare insieme ambiente, occupazione, redditi, consumi sostenibili ed equità; ma anche il tessuto produttivo ( know-how , professionalità, esperienza e gran parte degli impianti e delle attrezzature) che le politiche economiche e le scelte gestionali attuali stanno condannando a una rapida dissoluzione.

Lo svuotamento del governo locale

L’effetto principale delle politiche di austerità imposte in Italia con il patto di stabilità interno è lo svuotamento totale dei governi locali. Un Comune è tale – cioè «comune» – se fornisce ai cittadini i servizi di cui la vita associata ha bisogno: energia, acqua, gestione dei rifiuti, strade e mobilità, ristorazione collettiva (ma anche facilitazioni per gli approvvigionamenti individuali), case a prezzi accessibili, nidi e scuole materne, edifici scolastici che non crollino, assistenza agli anziani, spazi di socialità, integrazioni del reddito e così via. Un Comune che non è più in grado di fare non dico tutte, ma nessuna di queste cose non serve a niente; e questa inutilità si traduce in una «politica» che provvede solo più a perpetuarsi in modo parassitario. Ma la politica locale è il vivaio di quella nazionale, quindi.

I sindaci di Nottingham

Tuttavia nella fase attuale la centralità dei livelli locali di governo dipende anche da altri fattori. Innanzitutto il Comune, in quanto livello dell’amministrazione pubblica più a diretto contatto con la cittadinanza, diventa il bersaglio della rivolta e del rancore di chi viene escluso dai servizi e dalle politiche di promozione o di sostegno all’occupazione di cui dovrebbe farsi parte attiva. Invece oggi il Comune riscuote persino delle tasse inique per conto del Governo, come lo sceriffo di Nottingham, senza riceverne adeguati ristorni. Così fa da scudo al Governo nazionale, alla Bce e all’Ue – e sostanzialmente all’alta finanza – troppo lontani per essere anche solo contestati in forme appropriate.

Per esempio, la rivolta dei commercianti di Napoli contro la Ztl (l’intervento della camorra va da sé) è il prodotto di un Comune che non riesce nemmeno più a pagare la benzina del trasporto pubblico. Ma la Ztl non è altro che la sostituzione di un servizio pubblico efficiente alla mobilità individuale. Se il primo non c’è, la Ztl non ha alcun senso. Eppure è solo a livello comunale – per ora – che si possono sperimentare nuove forme di governo partecipato, sia dei servizi pubblici che del bilancio municipale; ed è da lì che si può organizzare una mobilitazione vincente contro i vincoli finanziari – patto di stabilità, fiscal compact , pareggio di bilancio, two packs – da cui discendono le politiche che privano sindaci dei loro poteri e che, attraverso di essi, espropriano lavoratrici, lavoratori e cittadinanza dei loro diritti e della loro dignità.

In secondo luogo il governo locale del territorio, e in particolare la gestione dei servizi pubblici, sono il perno fondamentale della riconversione ecologica, cioè dell’avvio di un diverso meccanismo economico che faccia dei servizi locali il punto di raccordo tra la promozione di nuovi modelli di consumo ecocompatibili, fondati sulla condivisione e la partecipazione – nel campo dell’energia, della mobilità, della gestione dei rifiuti, della ristorazione, e quindi anche dell’agricoltura, dell’edilizia popolare, della salvaguardia dei suoli e degli assetti idrogeologici – e la riconversione delle aziende senza più mercato alla produzione dei materiali, degli impianti, dei beni e dei servizi necessari a questa transizione.

Infine soltanto i Comuni – o Consorzi di Comuni – potrebbero assumersi la responsabilità politica ed economica, ma soprattutto la titolarità giuridica, nel rilevare la gestione delle imprese in crisi, di quelle che chiudono, di quelle dove il management abbandona (magari portando all’estero macchinari, know-how , brevetti e controllo dei mercati). I sindaci sono tutti molto riluttanti a farlo e molti non ci pensano proprio; e non solo perché non hanno risorse né poteri sufficienti in materia. Ma un maggiore ricorso agli istituti dell’esproprio e della requisizione va messo all’ordine del giorno; e un primo passo è una battaglia politico-culturale per imporglielo.

Bisogno di futuro

Certo in questo approccio c’è qualcosa che non funziona: la maggioranza dei sindaci e delle amministrazioni dei Comuni sono membri a pieno titolo del sistema partitico, se non della «casta». Anche i nuovi sindaci del 2011-12 – staremo a vedere quelli del 2013 – sono rimasti impigliati in qualche progetto faraonico e inutile, nei debiti pregressi e nel patto di stabilità che li espropria dei loro poteri; e si sono adeguati. E tuttavia sono i sindaci vecchi e nuovi che devono mettersi alla testa di una mobilitazione contro questi meccanismi infernali di produzione della miseria in un paese che potrebbe essere prospero; oppure devono venir costretti dalla mobilitazione popolare ad assumerne la rappresentanza adottandone le rivendicazioni. Promuovere e sostenere una battaglia come questa, lavorando al coordinamento di tutte le forze che in Italia e in Europa la condividono, significa praticare un obiettivo di carattere generale a partire dall’agire locale, quello più immediatamente accessibile a tutti.

Questo obiettivo generale è la costruzione di un’Europa diversa a partire dalla revisione radicale delle regole finanziarie che la governano e dal congelamento selettivo di un debito pubblico che è insostenibile per tutti: sia ora che nei decenni a venire. In una recente assemblea è stata citata una scritta su un muro che dice: «Basta fatti, vogliamo promesse!». In questo paradosso di sapore surrealista (o situazionista) possiamo riconoscere il sacrosanto bisogno di non soccombere di fronte alle miserie dello stato di cose presente grazie a uno sguardo «lungo», capace di restituire ruolo e peso alla dimensione utopica del nostro agire.

Guido Viale
Fonte: www.ilmanifesto.it
20.04.2013

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8 giugno 2013 | Autore

di Fabio Di Girolamo 6/6/2013

Oggi a Montecitorio un ordine del giorno della mia commissione (X att. produttive, commercio, turismo) del MoVimento 5 Stelle è stato difeso dall’aula intera, che lo ha votato all’unanimità.

montecitorioL’ordine del giorno chiedeva al Governo un impegno a sospendere le cartelle esattoriali per le imprese che vantano crediti nei confronti della Pubblica amministrazione, qualora la somma sia inferiore o pari al credito. Il governo ha manifestato l’intenzione di respingere tale impegno, ma l’intero corpo parlamentare ha manifestato il proprio dissenso verso il governo. I parlamentari degli altri schieramenti che hanno co-firmato l’ordine del giorno sono intervenuti in aula a sostegno del Movimento 5 Stelle. La richiesta è stata messa al voto ed ha raggiunto l’unanimità dell’aula.

“E’ un successo del M5S e di tutta l’aula!” hanno commentato i deputati M5S di tutta la X commissione Aris Prodani Davide Crippa Marco Da Villa Mattia Fantinati Andrea Vallascas Ivan Della Valle Cosimo Petraroli “