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Decrescita felice

Particolati (Pm10, Pm2.5, Pm0.2) e fito-rimediazione

E’ noto che la vegetazione può essere un potente strumento per mitigare l’inquinamento urbano, ma quali sono le specie migliori, avendo l’opportunità di gestire un giardino oppure nei progetti di pianificazione per il verde pubblico?

Come regole generali:

– Gli alberi sono preferibili agli arbusti, perchè l’ampiezza e la struttura delle chiome crea dei movimenti d’aria che permettono una maggiore deposizione dei particolati sulle foglie.

– Le conifere hanno un potere di assorbimento maggiore delle latifoglie.

– Le specie sempreverdi dovrebbero avere la priorità, dato che possono continuare a rimuovere inquinanti durante tutte le stagioni dell’anno

– Tra le latifoglie, hanno una maggiore la capacità di assorbimento quelle con foglie a superficie ruvida, piuttosto che liscia.

Andando a differenziare tra le singole specie, il più completo studio sull’argomento è stato prodotto in collaborazione da ricercatori norvegesi (Norwegian Institute for Agricultural and Environmental Research) e polacchi (Warsaw University of Life Sciences), che hanno analizzato per due anni le foglie di 22 alberi e 25 arbusti comunemente coltivati in Europa a fini di vegetazione urbana (Sæbø, 2012). Le più efficaci nella rimozione dei particolati totali (pm10, pm2.5, pm0.2) sono risultate:

– Betula pendula
– Pinus mugo
– Pinus sylvestris
– Salix cinerea
– Skimmia japonica
– Stephanandra incisa.

Per quanto riguarda la frazione dei pm0.2, considerata la più pericolosa a causa delle loro dimensioni:

– Betula pendula
– Pinus mugo
– Stephanandra incisa

La concentrazione di cera secretta dalle foglie e la presenza di peli predicevano entrambi la maggiore capacità di assorbimento.

Va tenuto conto, in ogni caso, che i risultati sono riferiti solo alla superficie delle foglie, ma a sostanziale parità di efficacia andrebbero privilegiati gli alberi più grandi, o quelli che possono crescere di più a seconda del suolo e delle condizioni climatiche.

Contrariamente alle piante da esterno, non è ancora chiaro se anche quelle da interno possano ridurre significativamente le concentrazioni di particolati sospesi: non ci risulta nessuno studio di laboratorio e solo due in ambienti “reali”, che hanno dato risultati contrastanti (Moerlein, 2005; Pegas, 2012). Lo studio con risultati positivi, condotto in una scuola elementare porteghese, ha visto una riduzione del 30 % dei Pm10, e le piante utilizzate erano: Dracaena deremensis “Janet Craig” (Janet Craig), Dracaena marginata (Marginata) e Spathiphyllum “Mauna Loa” (Peace lily).

Bibliografia:

Moerlein DT. Reduction of Harmful Air Pollution: Potential Ability of Different Plant Species to Remove Particulate Matter From Indoor Air. University of Cincinnati 2005.

Pegas PN, Alves CA, Nunes T, Bate-Epey EF, Evtyugina M, Pio CA. Could houseplants improve indoor air quality in schools? J Toxicol Environ Health A. 2012;75(22-23):1371-80. doi: 10.1080/15287394.2012.721169

Sæbø A, Popek R, Nawrot B, Hanslin HM, Gawronska H, Gawronski SW. Plant species differences in particulate matter accumulation on leaf surfaces. Sci Total Environ. 2012 Jun 15;427-428:347-54. doi: 10.1016/j.scitotenv.2012.03.084. Epub 2012 May 2.

Fonte:

Associazione Democratic Nutrition
http://democratinutrition.blogspot.it/2013/03/piante-da-esterno-ed-inquinamento-quali.html

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Fitodepurazione

LA TECNICA E I CAMPI DI APPLICAZIONE

La fitodepurazione è una tecnica di trattamento naturale in grado di produrre processi di depurazione naturale in un ambiente controllato. I primi sistemi di fitodepurazione risalgono agli inizi degli anni ’80, soprattutto negli Stati Uniti e in Europa centrale. Si tratta di bacini artificiali poco profondi, con all’interno materiale inerte e con piante acquatiche (macrofite). Queste piante riproducono i processi di depurazione naturali tipici delle zone umide. Le macrofite possono essere galleggianti, sommerse o emergenti. Il flusso delle acque all’interno degli stagni contenenti le macrofite, può essere superficiale o sub-superficiale, con orientamento sia orizzontalmente che verticalmente.

Con fitodepurazione si innescano gli stessi processi naturali di degradazione e di assorbimento dei nutrienti che comunemente avvengono nei classici sistemi di ossidazione. La biodiversità presente in questi sistemi, tuttavia, permette il degrado di molteplici classi di composti, garantendo talvolta una performance superiore agli impianti di trattamento classici, in cui solo alcune famiglie di batteri specializzati riescono a riprodursi a livello esponenziale. Un altro vantaggio è l’assenza di fanghi in eccesso, da dover poi rimuovere, poiché vi è un equilibrio tra la crescita della biomassa e la decomposizione all’interno del sistema di fitodepurazione.

Tuttavia, questa tecnica necessita di aree molto grandi a causa degli alti tempi di ritenzione all’interno degli stagni, per cui generalmente i suddetti sistemi si adattano bene per piccole e medie utenze. Gli stagni in cui avviene il processo devono essere impermeabilizzati artificialmente nel caso in cui la permeabilità non è adeguata, al fine di evitare la percolazione in falda.

IL RUOLO DELLE PIANTE E DEI MICRORGANISMI

I meccanismi di depurazione sono principalmente due ovvero:

– fisico: filtrazione, sedimentazione ed adsorbimento da parte del medium;

– biologico: degradazione generata dalla flora batterica esistente;

La funzione delle piante, invece, è quella di:

– attenuare l’irraggiamento solare e sfavorire così la crescita delle alghe (fattore limitante per la depurazione);

– ridurre la velocità del flusso idraulico;

– favorire l’assorbimento degli elementi nutritivi presenti nell’acqua da depurare;

– fornire ossigeno ai microrganismi attori della depurazione.

 L’EVOLUZIONE VERSO LA PRODUZIONE DI ENERGIA

Un altro aspetto su cui si sta concentrando la ricerca negli ultimi anni è la produzione di biomasse energetiche irrigate con acque provenienti dalla fitodepurazione. Uno dei portavoce è il dott. Mirco Milani, dell’Università degli Studi di Catania, con la sua tesi di dottorato, secondo cui “negli impianti di fitodepurazione, la vegetazione utilizzata oltre a svolgere un ruolo attivo nei processi di depurazione potrebbe avere anche un ruolo produttivo finalizzato alla produzione di biomassa. D’altronde in un impianto di fitodepurazione sussistono condizioni tali, come ad esempio la costante presenza di acque reflue contenenti elevate concentrazioni di elementi nutritivi, da determinare un’elevata resa in biomassa delle macrofite presenti nel sistema.” Il suo lavoro mostra come tale tecnica potrebbe aumentare la competitività delle biomasse grazie al risparmio dei costi delle fertilizzazioni minerali. Tuttavia, altri aspetti, come l’immissione in ambiente di sostanza nocive a seguito della combustione, devono essere ancora valutati.

I sistemi di fitodepurazione, in definitiva, si presentano come processi estremamente green, in quanto non occorre utilizzare energia né per la gestione del processo né per lo smaltimento dei fanghi, tuttavia si limitano a piccole o medie utenze vista la vasta estensione delle superfici necessarie per attuare il processo. La fitodepurazione, si presenta quindi, come un ponte virtuale tra passato e futuro, tanto lontana dalla tecnologia tanto vicina alle leggi naturali, un ecosistema sostenibile al servizio dell’uomo e della natura.

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Hammarby Sjöstad, un esempio di città per l’acqua

Posted 16 settembre 2012 by Redazione Virtuous in Acqua
HammarbyLa città in linea con l’ambiente dove l’acqua reflua prodotta diventa pura producendo energia. 

Nel 1990 il progetto, nel 1992 l’inizio dei lavori, nel 2016 prevista la fine. Hammarby Sjöstad, area di 250 ettari a Sud di Stoccolma, prima insediamento industriale, ora quartiere virtuoso d’Euoropa.

L’area dispone di circa 10000 abitazioni e che si presta ad ospitare circa 25000 abitanti, con costruzioni di notevole bellezza architettonica e design che bene si sposa con l’ambiente circostante.

Viene definita città dell’acqua, perché oltre ad essere bagnata dal lago della capitale svedese, la popolazione presta particolare attenzione dell’ acqua e utilizza la stessa come fonte di energia.

Già circa nel 2006 il consumo medio di acqua era di circa 150 litri per abitante al giorno, con l’obiettivo di raggiungere quanto prima i 100 litri per abitante al giorno mentre nel resto della Svezia il consumo medio è di circa 200 litri.

Ma la riduzione del consumo idrico è solo un piccolo dei tanti aspetti virtuosi, questi si concretizzano nell’applicazione di impianti termico solare per la produzione di acqua calda nelle abitazioni, tetti coperti da vegetazione per una migliore qualità delle acque di pioggia raccolte, e soprattutto quattro processi differenti di trattamento delle acque ed un processo innovativo in grado di recuperare biogas dalle acque di scarico delle abitazioni, raccolte in enormi cisterne nel sottosuolo. Lo stesso biogas è riutilizzato come fonte energetica, per il riscaldamento ed in cucina.

Inoltre il quartiere si mostra virtuoso nella gestione dei rifiuti, dei trasporti, e per l’installazione di dispositivi a recupero energetico in grado di garantire una riduzione delle emissioni di CO2 pari a circa il 50% del consumo medio di città con lo stesso numero di abitanti.

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L’irrigazione a goccia: un sistema efficiente ed economico per coltivare i campi

Posted 4 marzo 2013 by Redazione Virtuous in Acqua
UN PO’ DI STORIA

Questo sistema ha avuto le sue prime origini tra gli agricoltori tedeschi nel 1860. Successivamente la tecnica fu perfezionata in Israele da Simcha Blass e da suo figlio Yeshayahu. Negli anni trenta, un agricoltore gli fece notare un grosso albero, che cresceva nel retro della sua proprietà, senza l’ausilio di acqua. Blass notò una perdita di piccole gocce d’acqua da un tubo. Questa vista di piccole gocce che penetravano nel suolo e facevano crescere un albero, di dimensioni notevoli, gli rimase impressa nella mente. Tuttavia il metodo ideato da Blass, invece di rilasciare l’acqua attraverso numerosi orifizi, prevedeva il passaggio dell’acqua attraverso dei tubi “di filtrazione” più larghi e più lunghi che per frizione, e grazie alla legge di Laplace, aumentava la pressione dell’acqua applicata alle pareti di un emissore in plastica porosa.

LA TECNICA

Molti agricoltori, negli ultimi anni, si stanno rivolgendo all’irrigazione a goccia godendo allo stesso tempo di un miglioramento della redditività, grazie alla migliore resa e una maggiore qualità delle colture oltre ad una costante  riduzione dei costi da sostenere per l’approvvigionamento di acqua, energia, forza lavoro, input chimici e di deflusso idrico.

I sistemi di irrigazione a goccia prevedono pochi, ma essenziali elementi:

– una fonte irrigua (che può essere costituita da un pozzo, un canale, o un serbatoio di raccolta di acqua piovana);

– una pompa che permettere di spingere l’acqua dalla fonte fino alla coltura da irrigare;

– una condotta di adduzione che porta l’acqua dalla fonte al campo che deve essere irrigato;

-un tubo di testata che scorre lungo la testata dei campi;

– le ali gocciolanti, tubi su cui sono inseriti i gocciolatori, che trasportano l’acqua nelle immediate vicinanze delle piante.

L’irrigazione a goccia (anche di mantenimento o microirrigazione) capta l’acqua emettendo direttamente al suolo piccole gocce di liquido, nell’immediato intorno delle piante da irrigare. Con tale sistema, mediamente, si può ottenere un’efficienza superiore al 70% rispetto a sistemi di irrigazione tradizionali. Questo perché il volume di acqua richiesto per unità di superficie è molto minore, inoltre  l’acqua non viaggia attraverso l’aria, come per i sistemi di irrigazione con spruzzatore, limitando al massimo la perdita di acqua per evaporazione.

VANTAGGI AMBIENTALI

I tassi molto bassi di portata di irrigazione, con il sistema a goccia, richiedono dei buchi molto piccoli, tuttavia per evitare problemi di otturamento degli orifizi è necessario un buon sistema di filtrazione a monte. Questo comporta, insieme ai costi legati al particolare tipo di tubi, costi di investimento iniziali maggiori rispetto ai sistemi tradizionali classici di irrigazione. Tuttavia le basse pressioni di esercizio (0,68-1,40 bar) rispetto ai sistemi a spruzzo (in genere 3,00-4,70 bar) comportano un notevole risparmio energetico e di conseguenza i costi di gestione molto più bassi.

L’irrigazione a goccia è facile da utilizzare in quanto è basata su un processo automizzato e tarabile in maniera semplice. Inoltre, un altro vantaggio riscontrato dagli agricoltori è il controllo della quantità di acqua fornita al terreno, in modo da poter monitorare il comportamento delle piante in relazione all’irrigazione fornita, come si desidera, per esempio, per i vitigni.

Il sistema a goccia, infine, evita lo svilupparsi di parassiti e infestanti nel terreno e, di conseguenza, limita il consumo di pesticidi, in quanto gran parte del terreno, così come il fogliame, resta asciutto, per cui ci sono meno probabilità di sviluppo di malattie nelle piante.

CONSUMI IDRICI  ED EVOLUZIONE DELLA TECNICA

Dal punto di dista tecnico, per conoscere qual è il tasso di applicazione, devono essere noti i parametri specifici riferiti alla:

Q: Portata (litri all’ora);

L: Spaziatura tra le fila (cm);

N: Spaziatura tra gli orifizi (cm);

Da essi si ricava il tasso di applicazione T (espresso in centimetri per ora) con la seguente relazione:

T = 231,1*Q/(N*L)

Negli ultimi anni, la tecnica si è perfezionata e sviluppata notevolmente, promossa non solo dai piccoli agricoltori, ma anche e soprattutto da grandi ed estese aziende agricole. L’incontro tra l’esigenza di risparmio idrico ed energetico, da cui ne conseguono anche benefici economici, rende la tecnica dell’irrigazione a goccia un’ottima risposta alle esigenze di sviluppo sostenibile di un territorio.

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Acquacoltura

Descrizione

L’acquacoltura o acquicoltura, è la produzione di organismi acquatici, principalmente pesci, crostacei e molluschi, ma anche alghe, in ambienti confinati e controllati dall’uomo. A seconda del tipo di allevamento, questi ambienti vengono denominati: peschiere, vivai, valli da pesca o stagni.

Il termine acquacoltura si contrappone generalmente alla pesca, nella quale l’uomo si limita a prelevare dall’ambiente naturale i prodotti di cui ha bisogno, tuttavia è considerata forma di acquacoltura anche la bivalvicoltura nella quale l’intervento dell’uomo è solitamente limitato a fornire un supporto meccanico adatto all’attecchimento degli organismi acquatici, per facilitarne lo sviluppo ed il prelievo finale.

Tipi di acquacoltura

In base al tipo di gestione e all’intensità dei flussi energetici coinvolti, l’acquacoltura viene principalmente suddivisa in acquacoltura estensiva, intensiva e iperintensiva.

Dell’acquacoltura estensiva tipicamente fanno parte la vallicoltura marina e la stagnicoltura (principalmente d’acqua dolce). In questo tipo di allevamento l’operatore si limita alla preparazione ottimale dei bacini destinati all’allevamento, controllando la natura e lo stato del loro fondo e degli argini, spesso aumentando la produttività naturale degli stessi attraverso la concimazione preventiva. La semina del novellame, la pesca, la selezione e il controllo dello stato sanitario del pesce fanno parte della gestione, ma il pesce cresce in funzione della densità di allevamento (kg di pesce per ettaro di superficie del bacino) e delle condizioni ambientali (natura del fondale, latitudine e quindi temperatura). Sono questi i parametri che determinano la produttività primaria (produzione di biomassa vegetale fotosintetizzante, principalmente costituita da fitoplancton) e conseguentemente, tutta la catena trofica successiva (zooplancton e piccoli invertebrati). La fotosintesi delle microalghe, oltre a fornire indirettamente l’energia per la crescita degli animali allevati, produce l’ossigeno necessario alla respirazione dei pesci, riducendo contestualmente il biossido di carbonio e l’ammoniaca prodotti dagli stessi. Si tratta quindi di un sistema ambientale chiuso, con un minimo apporto di acqua necessario a compensare l’evaporazione e totalmente privo di impatti sull’ambiente (se si esclude l’intervento necessario alla creazione dei bacini). Frequentemente nell’acquacoltura estensiva vengono allevate nello stesso ambiente più specie, con abitudini alimentari diverse, situazione definita “policoltura”. Questo permette un miglior sfruttamento energetico delle risorse trofiche e un miglioramento della produttività del sistema.

Nell’acquacoltura intensiva, la densità di allevamento viene incrementata oltre la naturale produttività del bacino di allevamento, in questo caso l’alimentazione viene integrata artificialmente mediante somministrazione di alimenti naturali (pesce o cereali) o di mangimi formulati.

Nell’acquacoltura iperintensiva l’acqua all’interno dei bacini viene continuamente rinnovata, ma nonostante questo, è necessario fornire ulteriore ossigeno indispensabile alla respirazione del pesce. Spesso in questo tipo di allevamento vengono controllati molti parametri ambientali (temperatura, ossigeno, illuminazione, pH, salinità, ammoniaca) ed i mangimi sono sempre formulati. L’impatto ambientale di questo tipo di allevamento dipende da molte variabili tra le quali il tipo di gestione, la specie allevata e la tecnologia dell’impianto produttivo.

Il sistema a ricircolo, noto nella letteratura tecnica internazionale come RAS (Recirculated Aquaculture System) è il tipo di impianto più recente utilizzato nell’acquacoltura iperintensiva. In questi impianti l’acqua può essere sottoposta a diversi tipi di trattamento: meccanico, biologico, termico, riequilibrio gassoso, riequilibrio chimico e abbattimento batterico, ma il nucleo basilare del sistema è rappresentato dal biofiltro. Questo è costituito da un sistema in grado di fornire enormi superfici di attecchimento ai batteri Nitrosomonas e Nitrobacter che trasformano l‘ammoniaca escreta dal pesce in nitrati, forma chimica dell’azoto meno tossica per il pesce. L’utilizzo di batteri denitrificanti consente l’eliminazione anche dei nitrati come azoto gassoso. Questo approccio consente un notevole risparmio idrico, una riduzione delle emissioni azotate nell’ambiente esterno, ma comporta generalmente un peggioramento della qualità organolettica del prodotto allevato. Grazie all’elevato grado di controllo di molti parametri ambientali e soprattutto sugli agenti patogeni, è particolarmente utilizzato per l’allestimento di avannotterie, strutture dedicate all’allevamento degli stadi giovanili dei pesci (avannotto), specialmente quando questi necessitano di particolari condizioni termiche o di qualità dell’acqua.

Un tipo di approccio che ha una lunga tradizione in Asia, ma che costituisce oggi un moderno campo di sperimentazione è quello del sistema integrato noto nella letteratura scientifica come IMTA (Integrated Multi-Trophic Aquaculture). Il concetto generale è quello di allevare e coltivare specie animali e vegetali diverse, utilizzando per la loro crescita parte delle perdite energetiche dovute alla produzione di ognuna di esse. Per esempio, le deiezioni animali possono essere utilizzate per produrre piante o alghe e queste possono essere utilizzate come foraggio per altri animali. Questo tipo di approccio è particolarmente studiato dalla FAO per incrementare la disponibilità di cibo in aree sottosviluppate.

In base al tipo di ambiente nel quale l’acquacoltura viene esercitata, vengono solitamente distinte la maricoltura (di acqua salata), dall’acquacoltura di acqua calda e da quella di acqua fredda.

La maricoltura può essere esercitata in impianti di gabbie galleggianti o in impianti costieri a terra. Questi ultimi possono essere di tipo estensivo, generalmente in ambienti lagunari (vallicoltura) o intesivo e organizzati in vasche con ricambio idrico forzato. A seconda della distanza dalla costa e dal grado di riparo che questa può fornire alle gabbie dall’impatto delle onde e dal vento, si distinguono impianti in gabbie galleggianti offshore o inshore. I primi presentano maggiori difficoltà di gestione e strutture più costose, ma normalmente essendo situati al largo in acque profonde e soggette a forti correnti, non presentano problemi di accumulo di inquinanti sul fondale o deleteri fenomeni di ombreggiamento sullo stesso e conseguente riduzione della possibilità di crescita delle fanerogame marine. Gli impianti inshore (o sottocosta) richiederebbero una attenta valutazione degli impatti ambientali prima dell’installazione, questi dipendono principalmente dalla profondità dell’acqua, dalle correnti e dai venti dominanti, dalla superficie delle gabbie, dalla distanza tra di esse e dalla quantità di mangime somministrata al pesce. Va attentamente considerato anche l’impatto sulla navigazione e sul turismo locale, ma uno dei problemi più contestati agli impianti in gabbie sono la possibilità di fughe di pesce allevato ed il conseguente rischio di riduzione della variabilità genetica delle popolazioni ittiche selvatiche. In Norvegia le licenze per l’installazione degli impianti sottocosta, tipicamente all’interno dei fiordi, prevedono il periodico spostamento dell’impianto per consentire all’ambiente il naturale recupero dell’equilibrio ecologico iniziale. Le produzioni più importanti da gabbie galleggianti sono costituite da salmone (in Norvegia, Scozia, Cile e Canada), dalle specie marine mediterranee, soprattutto orata e spigola e da quelle giapponesi. Particolarmente in Asia, l’allevamento in gabbie galleggianti viene anche utilizzato in laghi e fiumi d’acqua dolce per produrre, ad esempio, tilapia o pangasio.

L’acquacoltura di acqua fredda si dedica all’allevamento di salmonidi e a specie che richiedono temperature inferiori a 16 °C, l’acquacoltura di acqua calda riguarda l’allevamento dei ciprinidi (es. carpa e tinca), di varie specie di pescegatto, dell’anguilla, del persico spigola ed in genere di tutte le specie che crescono meglio con temperature superiori a 24 °C. Vengono allevate anche specie considerate d’acqua temperata che presentano un optimum termico attorno ai 20 °C, di questo gruppo tipicamente fanno parte tutte le specie di storioni (famiglia Acipenseridae), che costituiscono l’oggetto produttivo della storionicoltura finalizzata principalmente alla carne e al caviale, ma anche al ripopolamento di aree naturali.

Storia

La pratica dell’acquacoltura è stata accertata fin da tempi molto antichi nell’economia di differenti civiltà; in un bassorilievo ritrovato nella tomba egizia di Aktihetep, risalente al 2500 a.C., è ritratto un uomo intento a raccogliere tilapie da uno stagno. Nello stesso periodo fu praticata in Cina e Fan Li, nel 500 a.C., scrisse il primo trattato conosciuto riguardo questa tipologia d’allevamento. In seguito Fenici, Etruschi e Romani si interessarono all’allevamento dei pesci; i Romani in particolare allevavano le murene e le anguille in apposite vasche sulla costa laziale e sulle isole dell’arcipelago Toscano (come l’Isola del Giglio, o Ponza); nel I secolo a.C. Sergio Orata avviò un allevamento di ostriche nella località di Baia, in Campania. In Europa divenne un fenomeno importante a partire dal medioevo, per poi essere approfondito da Stephen Ludwig Jacobi nel 1741 che effettuò la prima fecondazione artificiale su delle trote di fiume.

Oggi

L’acquacoltura costituisce oggi un settore economico molto importante della produzione alimentare: nel 2003 ha contribuito per circa il 31% (41,9 milioni di tonnellate) su un totale di circa 132,2 milioni di tonnellate di pesce pescato. La sua crescita nel mondo è molto rapida, per molte specie oltre il 10% annuo, mentre al contrario il contributo della pesca tradizionale è rimasto costante, se non in diminuzione nell’ultimo decennio.

Tra i prodotti da acquacoltura più diffusi, troviamo: il salmone, la carpa, la tilapia, il pesce latte, il pangasio, l’orata, il branzino o spigola, la trota iridea, i peneidi o mazzancolle (Peneus spp.).

Alcuni scienziati e organizzazioni no-profit (quali Slowfood e Greenpeace) hanno contestato alcuni aspetti dell’acquacoltura, soprattutto di quella iperintensiva, sia per alcuni danni ambientali che questa può comportare, sia per il rispetto dei diritti degli animali.

Tuttavia, proprio per motivi ambientali e di sostenibilità, la FAO indica l’acquacoltura come una fondamentale opportunità per fornire risorse alimentari alla popolazione mondiale, soprattutto per una maggiore diversificazione della dieta, non solo a beneficio dei paesi più poveri, ma anche per sostenere i consumi dei paesi occidentali, in considerazione della costante riduzione degli stock ittici naturali.

Altri aspetti interessanti del prodotto proveniente da acquacoltura sono la rintracciabilità e la sua sicurezza alimentare, soprattutto per quanto riguarda il rischio di bioaccumulo di alcuni contaminanti ambientali quali i metalli pesanti, i PCB e le diossine, che tendono a concentrarsi attraverso la catena alimentare acquatica, particolarmente nelle specie ittiche bentoniche e pelagiche di grandi dimensioni quali ad esempio i tonni, i pesci spada, la rana pescatrice, alcuni squali e razze.

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Aquaculture - Fish farming from Linde

Per soddisfare la domanda crescente di pesce e frutti di mare in tutto il mondo, è necessario intensificare la produzione degli allevamenti ittici. L’acquacoltura è un anello essenziale della catena dell’alimentazione, in quanto protegge gli oceani dagli effetti della pesca eccessiva e produce cibi sani, con una capacità di trasformazione degli alimenti estremamente elevata.Poiché i pesci respirano l’ossigeno tramite il diretto contatto con l’acqua, il contenuto di ossigeno disciolto rappresenta il fattore più importante per ottenere buoni risultati nell’allevamento ittico.

Attualmente, la tendenza dominante nei sistemi di coltura intensiva mira a ottenere un’elevata densità di animali con un basso consumo di acqua. Ciò non è possibile senza ossigeno. Ossigenando l’acqua, gli allevatori di pesce e frutti di mare possono garantire agli loro animali l’ossigeno necessario al benessere degli animali nei periodi di picco del consumo e della crescita.

Il mantenimento costante di livelli adeguati di ossigeno nell’acqua non solo assicura la crescita, ma promuove la buona salute, l’appetito e il benessere generale dei pesci. Inoltre l’ossigeno contribuisce a ridurre gli effetti sui pesci dello stress causato dalla temperatura.

Competenza di applicazione

Applicata correttamente, l’ossigenazione riduce i fattori di rischio e aumenta la redditività, mentre l’utilizzo improprio può rivelarsi controproducente. In sostanza, l’ossigeno non è un sostituto dell’acqua: un eccesso di ossigeno può risultare pericoloso. Una tecnologia appropriata per il dosaggio dell’ossigeno consente di aumentare gradualmente la densità degli animali, assicurando un ottimo indice di trasformazione degli alimenti e tassi di sopravvivenza più elevati possibile negli allevamenti intensivi.

Linde può intervenire proprio a questo punto. Linde offre sia ossigeno, sia apparecchiature da ossigenazione, ottimizzate di continuo e con la massima cura, lavorando in stretta collaborazione con i clienti. Ma, forse, la nostra risorsa più preziosa è la vasta esperienza di acquacoltura, accumulata in anni di attività. La nostra rete internazionale di esperti di allevamenti ittici vanta una comprensione approfondita della relazione causa/effetto attraverso tutti gli aspetti del settore. Le nostre soluzioni complete uniscono fornitura regolare e riserve di emergenza.

Centro di ricerca e sviluppo all’avanguardia

Operando in stretta collaborazione con clienti e istituti di ricerca, abbiamo sviluppato una gamma di tecnologie rivoluzionarie, molte delle quali vengono testate nel nostro centro internazionale di ricerca e sviluppo per l’acquacoltura, con sede in Norvegia.
Utilizzando modelli di laboratorio e dimostrativi, presso il centro di ricerca e sviluppo progettiamo e miglioriamo costantemente prodotti e processi, per gli allevamenti in acqua dolce e in acqua salata, con un’attenzione particolare su:

  • Sistemi di ricircolo e controllo dell’acqua
  • Sistemi di riscaldamento dell’acqua per un semplice ed efficacie controllo della temperatura
  • Impianti di aerazione per controllare la saturazione dell’ossigeno
  • Tubi flessibili porosi per la distribuzione dell’ossigeno nell’acqua delle vasche in materale trasparente.

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Impianto sperimentale di Acquacultura

di Paolo Bronzi e Sergio Driganti

L’interazione del sistema elettrico con l’acqua, necessaria per il raffreddamento dei condensatori di vapore, ha portato come conseguenza all’interesse per gli effetti che tale pratica poteva avere sull’ambiente. Nel 1974 l’Enel, tramite la DSR-CRTN (Direzione Studi e Ricerche, Centro di Ricerca Termica e Nucleare) iniziò una attività di studio e di ricerche sul campo nel tratto piacentino del Po per acquisire elementi utili per una valutazione previsionale degli effetti sull’ecosistema fluviale dell’allora costruenda centrale elettronucleare di Caorso.
I primi laboratori furono installati presso la centrale La Casella, a cui si aggiunsero in seguito quelli presso la centrale di Isola Serafini. Questi ultimi furono arricchiti di un “ambiente potamico artificiale”, una vasca in cemento simulante un tratto di riva fluviale, in cui poteva essere fatta fluire l’acqua del Po tramite una stazione di pompaggio. Tutto l’ambiente era protetto da una rete metallica per evitare contatti con soggetti estranei alla sperimentazione, rivolta alla valutazione del trasferimento di radionuclidi dall’acqua alla terraferma tramite i molluschi e i ratti loro predatori. Presso La Casella le ricerche sui pesci mediante gabbie galleggianti poste direttamente nel canale di scarico della centrale dimostrarono che le acque riscaldate scaricate favorivano l’accrescimento degli animali allevati.

..L’impianto sperimentale di
..acquacoltura termica di acqua dolce
..di La Casella, Sarmato, Piacenza

Fu quindi completato nel 1986 un impianto sperimentale di allevamento a lato della centrale che derivava l’acqua dal canale di scarico. Questo impianto, una superficie di quasi 6 ettari, era a scala commerciale, con 13.000 metri quadrati di vasche d’allevamento, numerosi stagni in terra, uno stagno polmone, una stazione di pompaggio e un sistema di decantazione, un capannone avannotteria con oltre cento vasche alimentate a ciclo chiuso con acqua a temperatura con trollata, laboratori, uffici e sale didattiche. La sperimentazione dimostrativa su scala reale, gestita in collaborazione con la Regione Emilia Romagna tramite l’ERSA, aveva interessato numerose specie (carpa, anguilla, pesci gatto, tilapie, storioni, gamberi, eccetera) e si era giovata della collaborazione di oltre una dozzina di Università italiane ed estere.
Dal 1990 in particolare le attività si rivolsero allo storione “cobice”, l’unica ancora presente delle tre specie di storioni italiani. Furono condotte numerose ricerche sulla fisiologia e sulle tecniche di allevamento, e negli ultimi anni sul comportamento in natura tramite la telemetria. Queste ultime ricerche sono ancora in corso, grazie alla Provincia di Piacenza che ha rilevato lo stock di soggetti presenti presso l’impianto alla sua dismissione, e rappresentano un importante riferimento internazionale per le attività di recupero faunistico di queste specie che inizia a ricomparire anche nelle nostre acque pubbliche, grazie ad un progetto pluriennale che vede un grande impegno anche della Regione Lombardia.
Nel 1995 la parte più estesa dell’impianto destinata all’allevamento veniva ceduta in locazione ad una società privata, il Centro Ittico Piacentino, mentre restavano ad uso dell’Enel l’avannotteria e i laboratori. Nel 1997, in seguito ai cambiamenti legati al processo di privatizzazione dell’Enel, l’impianto aggiornava il suo obiettivo diventando una stazione di idrobiologia fluviale, e si dotava di un nuovo corpo per i laboratori. Restava in attività la stazione di monitoraggio delle acque del Po,che insieme ad altre aveva registrato dati per oltre 20 anni. La parte condotta dall’Enel veniva ceduta al Cesi nel 2000. Nel 2003, come già avvenuto per la stazione di Isola Serafini, l’impianto veniva dismesso.

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Acquacoltura

Rivista -> N. 160 – 15 gennaio 2013

di Mauro Bertuzzi

L’acquacoltura è una tecnica di produzione di organismi acquatici, essenzialmente pesci, crostacei, molluschi e anche alghe, in ambienti definiti, confinati e controllati dall’allevatore. A seconda del tipo di allevamento, questi habitat vengono denominati: peschiere, vivai, valli da pesca oppure stagni.
Il termine acquacoltura, si contrappone in genere alla pesca, tecnica nella quale l’uomo si limita a prelevare dagli stock naturali i prodotti di cui necessita.
La bivalvicoltura viene considerata una forma di acquacoltura nella quale l’intervento dell’allevatore viene solitamente limitato a fornire un supporto meccanico adatto all’attecchimento degli organismi acquatici, per facilitarne lo sviluppo ed il prelievo finale; nella produzione dei molluschi bivalvi (bivalvia), le fasi di ingrasso sono generalmente affidate alla disponibilità trofica dell’ambiente naturale. Il “seme”, ossia il materiale più giovane da avviare all’ingrasso, è più frequentemente prelevato dal mare, ma in alcuni casi può anche essere prodotto artificialmente in appositi spazi chiamati schiuditoi. In queste strutture, vengono prodotte grandi quantità di microalghe necessarie all’alimentazione dei bivalvi, fino al raggiungimento della dimensione adatta alla messa a dimora definitiva.
L’acquacoltura costituisce oggi un settore economico molto importante all’interno del settore alimentare, la sua crescita nel mondo sta avvenendo molto rapidamente, per molte specie oltre il 10% annuo, mentre al contrario il contributo della pesca tradizionale è rimasto costante, se non in diminuzione nell’ultimo decennio.
Alcuni scienziati e organizzazioni no-profit, hanno però contestato alcuni aspetti dell’acquacoltura, soprattutto di quella iperintensiva, sia per alcuni danni ambientali che questa può comportare, sia per il rispetto dei diritti degli animali. Tuttavia, proprio per motivi ambientali e di sostenibilità, la FAO ha indicato questo genere di allevamento, come un’opportunità per fornire risorse alimentari a una parte della popolazione mondiale, soprattutto per una maggiore diversificazione della dieta, non solo a beneficio dei paesi più poveri, ma anche per sostenere i consumi dei paesi occidentali, in considerazione della costante riduzione degli stock ittici naturali.
Altri aspetti interessanti del prodotto proveniente da questi allevamenti, sono la rintracciabilità e la sua sicurezza alimentare, soprattutto per quanto riguarda il rischio di bioaccumulo di alcuni contaminanti ambientali quali i metalli pesanti, i PCB e le diossine, che tendono a concentrarsi attraverso la catena alimentare acquatica, particolarmente nelle specie ittiche di grandi dimensioni quali ad esempio i tonni, i pesci spada, la rana pescatrice, alcuni squali e razze.

Modalità di gestione

In funzione alle modalità di gestione e intensità dei flussi energetici coinvolti, l’acquacoltura viene principalmente suddivisa in acquacoltura estensiva, intensiva e iperintensiva.

L’acquacoltura estensiva

L’acquacoltura estensiva, è principalmente rappresentata dalla vallicoltura marina e la stagnicoltura (principalmente d’acqua dolce).
In questa modalità di gestione, l’allevatore si limita alla preparazione ottimale dei bacini destinati all’allevamento, controllando la natura e lo stato del loro fondo e degli argini, spesso aumentando la produttività naturale degli stessi mediante la cosiddetta concimazione preventiva.
La semina del novellame, la pesca, la selezione e il controllo dello stato sanitario dell’animale, fanno parte della gestione, ma il pesce cresce soprattutto in funzione della densità dell’allevamento (kg di pesce per ettaro di superficie di bacino) e delle condizioni ambientali: natura del fondale, latitudine e temperatura. Questi parametri determinano la produttività primaria, ossia la produzione di biomassa vegetale fotosintetizzante, costituita principalmente da fitoplancton e, conseguentemente, da tutta la catena trofica successiva (zooplancton e piccoli invertebrati). La fotosintesi delle microalghe presenti, oltre a fornire indirettamente l’energia per la crescita degli animali allevati, produce anche l’ossigeno necessario per la respirazione dei pesci, riducendo in questo modo sia il biossido di carbonio che l’ammoniaca prodotta. Si tratta di un sistema ambientale chiuso, con un apporto minimo di acqua, necessario a compensare l’evaporazione; molto importante perchè privo di impatti sull’ambiente, escluso l’intervento necessario alla creazione dei bacini, devastante però, in particolari ecosistemi quale quello delle mangrovie.
Spesso in questo tipo di allevamento, vengono allevate nello stesso ambiente più specie, con abitudini alimentari anche diverse, stato definito “policoltura”; questa situazione è molto importante perché permette un miglior sfruttamento energetico delle risorse trofiche e contestualmente un miglioramento della produttività del sistema.

L’acquacoltura intensiva

L’acquacoltura intensiva presenta una certa densità di allevamento, incrementata poi dalla naturale produttività del bacino di allevamento; in questa modalità di gestione, l’alimentazione viene integrata artificialmente mediante la somministrazione di alimenti naturali (pesci o cereali) o mangimi formulati.

L’acquacoltura iperintensiva

Nell’acquicoltura iperintensiva l’acqua all’interno dei bacini, viene continuamente rinnovata, ma, nonostante ciò, è comunque fondamentale fornire ulteriore ossigeno indispensabile alla respirazione del pesce. E’ necessario in questo tipo di allevamento, che vengano controllati molti parametri ambientali: temperatura, ossigeno, illuminazione, pH, salinità e ammoniaca, e che i mangimi debbano essere sempre formulati. L’impatto ambientale di questo tipo di allevamento dipende da molte variabili, tra le quali il tipo di gestione, la specie allevata e la tecnologia dell’impianto produttivo.
Il sistema a ricircolo RAS (Recirculated Aquaculture System) è il più moderno e più utilizzato nell’acquacoltura iperintensiva.
In questi impianti, l’acqua può essere sottoposta a diversi tipi di trattamento: meccanico, biologico, termico, riequilibrio gassoso, riequilibrio chimico e abbattimento batterico, ma il nucleo basilare del sistema è rappresentato dal biofiltro; costituito da un complesso in grado di fornire enormi superfici di attecchimento ai batteri Nitrosomonas e Nitrobacter, in grado di trasformare l‘ammoniaca escreta dai pesci, in nitrati (forma chimica dell’azoto meno tossica per gli animali). L’utilizzo di questi batteri denitrificanti, in presenza di una fonte di carbonio organico, permette anche l’eliminazione di nitrati sotto forma di azoto gassoso. Questo approccio, che riproduce in piccoli spazi processi naturali tipici dell’ambiente marino naturale, consente da una parte notevole risparmio idrico e una riduzione delle emissioni azotate nell’ambiente esterno, dall’altra però, un peggioramento della qualità organolettica del prodotto allevato. Tuttavia l’elevato grado di controllo su molti parametri ambientali e soprattutto sugli agenti patogeni, consente a questa tecnica, di essere utilizzata per l’allestimento di avannotterie, strutture riservate all’allevamento degli stadi giovanili dei pesci (avannotti), specialmente quando questi necessitano di particolari condizioni termiche o di qualità dell’acqua.
Il sistema integrato IMTA (Integrated Multi-Trophic Aquaculture), consente di allevare e coltivare specie animali e vegetali diversi, utilizzando per la loro crescita, parte delle perdite energetiche dovute alla produzione di ognuna di esse. Ad esempio, le deiezioni animali possono essere utilizzate per produrre piante o alghe, queste poi possono essere utilizzate come foraggio per altri animali. Questa metodologia utilizzata per lo più in Asia, viene particolarmente studiata dalla FAO, per incrementare la disponibilità di cibo in aree del mondo sottosviluppate.

L’ambiente

In relazione al tipo di ambiente nel quale l’acquacoltura può essere esercitata, viene solitamente suddivisa per habitat:

  1. in acqua salata (maricoltura);
  2. acqua calda, fredda e temperata.

La maricoltura

Questo tipo di allevamento, può essere esercitato in impianti di gabbie galleggianti o in impianti costieri a terra; questi ultimi, possono essere di tipo estensivo, generalmente in ambienti lagunari (chiamati vallicoltura) o intensivo e organizzati in vasche con ricambio idrico forzato.
A seconda poi della distanza dalla costa e dal grado di riparo che questa può fornire ai relativi recinti dall’impatto delle onde e dal vento, si possono distinguere gli impianti in gabbie galleggianti offshore o inshore.
Le sistemazioni offshore (o sopracosta) presentano maggiori difficoltà di gestione e strutture molto più costose, però essendo situati al largo in acque profonde e soggette a forti correnti, generalmente non presentano problemi di accumulo di inquinanti sul fondale o deleteri fenomeni di ombreggiamento sullo stesso e, conseguentemente, una riduzione della possibilità di crescita delle fanerogame marine (Angiosperme monocoltiledoni acquatiche, importanti per l’ambiente marino).
Gli impianti inshore (o sottocosta) invece, richiederebbero a priori, un’attenta valutazione degli impatti ambientali prima dell’installazione, calcolando attentamente svariati parametri quali: la profondità dell’acqua, le correnti e i venti dominanti, la superficie delle gabbie, la distanza tra di esse e la quantità di mangime da somministrare al pesce. Va poi considerato anche l’impatto sulla navigazione e sul turismo locale, in quanto uno dei problemi più contestati a impianti di questo tipo, sono la possibilità di fughe di pesce allevato ed il conseguente rischio di riduzione della variabilità genetica delle popolazioni ittiche selvatiche. Per esempio in Norvegia, le licenze per l’installazione degli impianti sottocosta, tipicamente all’interno dei fiordi, prevedono il periodico spostamento dell’impianto per consentire all’ambiente il naturale recupero dell’equilibrio ecologico iniziale.
Per questo tipo di allevamento, le produzioni più importanti sono costituite da salmone (in Norvegia, Scozia, Cile e Canada), orate e spigole (specie mediterranee) e da tilapia o pangasio; questi ultimi (in Asia) in particolare, invece che in mare, vengono allevati con gabbie in laghi e fiumi d’acqua dolce.

L’acquacoltura di acqua fredda, calda e temperata

L’acquacoltura in acqua fredda, gestita con impianti simili alla maricoltura, si distingue per la T dell’allevamento che, solitamente, avviene a temperature inferiori a 16°C, le cui specie comunemente allevate sono i salmonidi e altre che tollerano queste condizioni termiche; l’acquacoltura in acqua calda invece, necessità di T superiori ai 24°C, e riguarda principalmente l’allevamento dei ciprinidi (es. carpa e tinca), di varie specie di pescegatto, anguilla, persico spigola ed in genere di tutte le specie che crescono meglio con queste calde temperature.
Vengono allevate anche specie con acqua temperata che, presenta un optimum termico attorno ai 20°C, di questo gruppo fanno parte tutte le specie di storioni (famiglia Acipenseridae), che costituiscono l’oggetto produttivo della storionicoltura finalizzata principalmente alla carne e al caviale, ma anche al ripopolamento di aree naturali.

Allevamento di trote in Trentino
Allevamento di trote in Trentino

Mauro Bertuzzi, laureato in Scienze e Tecnologie Agrarie presso la Facoltà di Agraria di Milano, è Presidente del collegio provinciale di Milano e Lodi degli Agrotecnici e Agrotecnici

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Martedì, 14 Febbraio 2012 | Ambiente
La mostra-convegno sarà un’interessante opportunità di dibattito e confronto sui temi dell’acquacoltura, un settore in crescita in tutto il mondo, che permetterà di sfamare il mondo senza consumare terreno.

Ad AquaMed, il futuro dell’alimentazione e dell’acquacoltura
Si tiene oggi al centro congressi NH Milanofiori di Milano, AquaMed, il nuovo evento per l’industria euro-mediterranea dell’acquacoltura, una delle attività di produzione alimentare a più alto tasso di crescita nel mondo, che fornisce il 46% del totale di pesce consumato e sta superando la pesca in mare aperto come fonte di approvvigionamento. Adottando criteri di sostenibilità, inoltre, l’acquacoltura può rappresentare la più vantaggiosa fra tutte le attività zootecniche dal punto di vista del rapporto tra alimento impiegato e prodotto ottenuto.Il programma congressuale di AquaMed 2012, organizzato da Artenergy Publishing in collaborazione con Updating, in mattinata si svilupperà in una sessione plenaria di carattere politico-normativo; il pomeriggio, invece, prevede due sessioni parallele (flusso acqua salata e flusso acqua dolce) in cui saranno trattati temi quali, ad esempio, l’allevamento di pesci, molluschi e crostacei, l’alimentazione dei pesci e degli uomini e il trattamento delle acque.Tra gli interventi in programma Marco Gilmozzi, vice presidente Feap (European Federation of Acquaculture Producers), che sottolineerà come l’acquacoltura sia l’ attività zootecnica a più alta crescita negli ultimi trent’anni e continuerà ad esserlo anche in futuro, perché dovrà soddisfare il crescente fabbisogno dovuto all’aumento medio del consumo ittico pro capite, alla crescita della popolazione mondiale e alla forte riduzione degli stock ittici. Secondo Gilmozzi, questo settore è candidato, quindi, a rispondere alle sempre maggiori esigenze nutrizionali del pianeta, e per questo motivo rappresenta un’attività strategica per qualsiasi Paese, anche per il suo basso impatto ambientale.

Maurizio Grispan, amministratore e socio della Fattoria del Pesce, racconterà l’evoluzione negli anni della troticoltura, di cui si registrano i primi tentativi in Francia addirittura nel 1420 per la risemina di pesci nei fiumi, ma che ha avuto un vero e forte sviluppo soprattutto a partire dagli anni ’50 e ’60, con la finalizzazione al consumo e alla pesca sportiva, fino ad arrivare successivamente a rispondere alla domanda del mercato di un prodotto sempre più disponibile, raffinato e conveniente.

Francesco Cardia, consulente di Aqua di Lavagna, rivelerà, invece, i “segreti” dell’ allevamento di orate e branzini mediante l’utilizzo di impianti con gabbie off shore, che garantiscono sostenibilità ambientale e prodotti di qualità elevata.

Il biologo marino Francesco Paesanti ripercorrerà l’introduzione delle vongole veraci in Italia all’inizio degli anni ’80 e il loro costante sviluppo fino a oggi, in particolare nell’area del Nord Adriatico, dove si concentra il 99% della produzione.

AquaMed 2012 è patrocinata da Api (Associazione Piscicoltori Italiani), Ama (Associazione Mediterranea Acquacoltori) e ha quali media partner Eurofishmarket, società specializzata nella ricerca, formazione, informazione e consulenza nel settore ittico, Il Pesce, periodico dedicato a prodotti ittici nazionali ed esteri, tecnologie e attrezzature per l’allevamento e la pesca, e Largo Consumo, rivista di economia e marketing sulla filiera dei beni di consumo, che collabora anche all’organizzazione della tavola rotonda.

“Siamo molto soddisfatti dell’elevato profilo dell’evento, a cui partecipano rappresentanti del mondo istituzionale, associativo, aziendale, accademico, della ricerca, della grande distribuzione e della stampa – dichiara Marco Pinetti, presidente di Artenergy Publishing, la società organizzatrice – Grazie al risultato ottenuto, AquaMed si propone, quindi, come un punto di riferimento in grado di dare ulteriore slancio a un comparto già molto dinamico”.

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La mitigazione ambientale come problema di grande scala

La realizzazione di una grande infrastruttura determina sul territorio che attraversa profonde trasformazioni nelle componenti insediative, viabilistiche, ambientali e paesaggistiche e determina significativi impatti sull’ambiente circostante con particolare rilevanza sui sistemi ambientali, sulla qualità dell’aria, sull’ambiente acustico.

Il progetto autostradale del Passante di Mestre è accompagnato da un’ampia analisi del territorio e delle sue componenti ambientali, paesaggistiche, storico-culturali, idrografiche, geologiche che mette in evidenza la complessità e l’entità del sistema degli impatti indotti dalla realizzazione dell’infrastruttura sul territorio circostante ed individua al contempo gli interventi di mitigazione atti a contenerne l’effetto.

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Spesso però gli interventi di mitigazione previsti dai progetti infrastrutturali danno risposte puntuali e precise alle varie problematiche ma non hanno la capacità di riconoscere ed interpretare la complessità delle relazioni territoriali. Al contrario la complessità delle tematiche legate agli impatti ambientali richiede risposte complesse ed articolate che sappiano reinterpretare le componenti e le funzioni territoriali in una visione progettuale unitaria che non si limiti a “mitigare” gli impatti ma possa restituire qualità al territorio “compensando” gli impatti e facendo si che il bilancio in termini di qualità ambientale sia positivo.

Il Passante Verde ha assunto come come punto di partenza le analisi, le riflessioni e le considerazioni sulle tematiche ambientali contenute nel progetto autostradale ponendosi come obiettivo la definizione di ulteriori strategie di mitigazione che non si limitino a soluzioni puntuali agli specifici problemi indotti dall’infrastruttura ma siano l’esito di una riflessione a grande scala sul rapporto infrastruttura-territorio.

L’obiettivo del Passante Verde è la realizzazione di un vasto sistema di aree boschive e fasce tampone alberate che restituiscano qualità al territorio circostante e, attraverso le valenze tecniche e funzionali del verde, riescano a contribuire alla mitigazione degli impatti ambientali e a rispondere a specifiche problematiche lasciate irrisolte dal progetto autostradale.

Aree boschive e fasce tampone alberate, opportunamente organizzate e progettate, apportano rilevanti benefici alla qualità del sistema insediativo ed ambientale e possono essere efficaci per le seguenti funzioni:

  • controllo del vento e dei flussi d’aria;
  • contenimento delle polveri e dell’inquinamento;
  • schermatura;
  • controllo del microclima;
  • contenimento del rumore;
  • formazione ed intensificazione degli habitat;
  • formazione ed intensificazione di corridoi ecologici;
  • controllo fenomeni erosivi e protezione argini;
  • caratterizzazione dei luoghi e dei percorsi;
  • disegno del paesaggio;
  • mascheramento.

Le specifiche capacità funzionali del verde sono gli strumenti operativi del progetto Passante Verde.

Le fasce tampone alberate e le aree boschive sono per loro natura multifunzionali e l’efficacia del progetto è determinata dalla capacità di dare risposte dirette a specifiche problematiche ma soprattutto dalle molte esternalità positive dei singoli interventi.

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