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Armi atomiche: ecco le banche che le finanziano

Sono sempre loro: BNP Paribas e Deutsche Bank. Già ai vertici per l’export militare italiano, sono tra i più attivi nel finanziare l’industria degli armamenti nucleari.

Sono sempre loro: BNP Paribas e Deutsche Bank. Già ai vertici delle operazioni a sostegno dell’export militare italiano ( http://www.unimondo.org/Notizie/Export-di-armi-i-governi-italiani-favoriscono-i-gruppi-bancari-esteri-a-UniCredit-gli-M-346-per-Israele-142714 ) , figurano anche tra i gruppi bancari europei più attivi nel finanziare l’industria degli armamenti nucleari. Sono preceduti solo dalla britannica Royal Bank of Scotland nella lista delle banche europee “most heavily involved” (più pesantemente coinvolte) nel supporto ai produttori di armi nucleari. Lo documenta il rapporto “Don’t Bank on the bomb ( http://www.dontbankonthebomb.com/ ) ” (qui in .pdf http://www.dontbankonthebomb.com/wp-content/uploads/2013/10/DBOTB2013-FINAL.pdf ) diffuso ieri a livello mondiale dalla campagna ICAN ( http://www.icanw.org/ ) (International Campaign to Abolish Nuclear Weapons) di cui la Rete Disarmo <http> è partner italiano.

Il quadro internazionale: primeggiano le banche USA

La ricerca – che è stata sviluppata da IKV Pax Christi Olanda ( http://www.ikvpaxchristi.nl/ ) e la società di ricerche Profundo ( http://www.profundo.nl/page/language/english ) per la coalizione internazionale ICAN – fa seguito ad un’analoga ricerca pubblicata lo scorso anno ( http://www.unimondo.org/Notizie/Investimenti-pro-futuro-Armi-nucleari-del-passato-134059 ) : riporta le 298 istituzioni finanziarie pubbliche e private (soprattutto banche, assicurazioni, fondi pensione ecc.) che nell’ultimo quadriennio hanno investito circa 314 miliardi di dollari a favore di 27 compagnie ed industrie internazionali coinvolte nella produzione, manutenzione e modernizzazione delle armi nucleari.
La componete più consistente è rappresentata dalle istituzioni finanziarie con sede negli Stati Uniti (ben 165 su 298) che sommate alle 9 del Canada hanno movimentato quasi 223 miliardi di dollari. Quelle basate in Europa sono 65 con finanziamenti complessivi per oltre 73 miliardi di dollari; 47 quelle in Asia e Oceania con movimentazioni di oltre 17 miliardi di dollari; le 10 con sede in Medio Oriente hanno operato per 958 milioni di dollari e una in Africa per circa 6,2 milione di dollari. “In altri paesi dotati di armi nucleari – come la Russia, la Cina, il Pakistan e la Corea del Nord – la modernizzazione delle forze nucleari è svolta principalmente o esclusivamente da agenzie governative” – avverte il rapporto (p. 29) e pertanto le istituzioni finanziarie di questi paesi non sono prese in considerazione.
Le prime dieci istituzioni per prestiti e finanziamenti alle industrie produttrici di sistemi nucleari hanno tutte sede negli Stati Uniti: si tratta di State Street (20,4 miliardi di dollari), Capital Group of Companies (19,5 milardi), Blackrock (19,3 miliardi), Vanguard Group (13,7 miliardi), Bank of America (12,2 miliardi), JP Morgan Chase (11,9 miliardi), Evercore Partners (8,6 miliardi), Citi (8,2 miliardi), Goldman Sachs (6,6 miliardi) e Fidelity Investments (6,2 miliardi).

Il quadro europeo: BNP Paribas e Deutsche Bank

Tra le banche con sede in Europa e ampiamente operative in Italia, il rapporto segnala il gruppo francese BNP Paribas che svolge servizi o offre prestiti e finanziamenti a 20 ditte internazionali produttrici di armamenti nucleari per un valore complessivo di oltre 5,36 miliardi di dollari. E la tedesca Deutsche Bank che svolge servizi o offre prestiti e finanziamenti ad una decina di ditte produttrici di sistemi nucleari per oltre 4,76 miliardi di dollari.
“Proprio questi due gruppi bancari – commenta la Campagna di pressione alle ‘banche armate’ <http> – sono anche i più attivi nelle operazioni di sostegno all’export di sistemi militari convenzionali dal nostro paese. Nonostante le reiterate richieste della nostra campagna, questi due gruppi non si sono ancora dotati di direttive rigorose e di rapporti trasparenti circa tutta la loro attività di finanziamento e servizi all’industria bellica”.
Tra i principali gruppi bancari europei che offrono prestiti o finanziamenti alle ditte internazionali produttrici di sistemi nucleari, il rapporto segnala anche le britanniche Royal Bank of Scotland (oltre 5,6 miliardi di dollari), HSBC (4 miliardi), Barclays (3,4 miliardi), i gruppi francesi Crédit Agricole (4,5 miliardi), AXA (3,6 miliardi) e Société Générale (3,3 miliardi), la svizzera UBS (3,3 miliardi) e la tedesca Commerzbank (2,4 miliardi): gran parte di queste banche sono anche attive nei servizi finanziari all’esportazione di armi italiane..
“I clienti di queste banche dovrebbero rendere chiaro ai propri istituti di credito che non vogliono assolutamente che i propri risparmi siano utilizzati per finanziare l’industria militare nucleare” – commenta Daniela Varano, del coordinamento internazionale di ICAN. “E’ importante e urgente, quindi, che i correntisti scrivano a queste banche per chiedere direttive che escludano il finanziamento alle industrie produttrici di armi nucleari e affinché gli istituti di credito rendano trasparente la propria partecipazione e i servizi che offrono alle aziende che producono sistemi sia civili che militari” – conclude Varano.

Le italiane Intesa Sanpaolo e UniCredit

Tra le aziende che erano coinvolte nella produzione di armamenti nucleari e loro vettori il precedente rapporto di ICAN citava anche Finmeccanica, la compagnia italiana di cui il Ministero dell’Economia e delle Finanze è il maggiore azionista. A seguito di quella pubblicazione, Finmeccanica nell’agosto 2012 ha annunciato in una lettera di “non essere coinvolta nella produzione di armi nucleari”. Ricerche indipendenti degli autori del rapporto hanno confermato la scadenza dei contratti relativi ad armi nucleari da parte del colosso militare italiano proprio nel 2012. Ciò ha portato all’esclusione dalla lista delle ditte, ma con l’impegno di un continuo monitoraggio e la ricerca di conferme da parte dell’azienda, per non dover giungere in futuro a inserire nuovamente Finmeccanica nella lista di produttori/sviluppatori di armamento nucleare.

Questa scelta ha ovviamente inciso sulla presenza nel rapporto di istituti di credito del nostro Paese. Nella precedente edizione (http://www.unimondo.org/Notizie/Investimenti-pro-futuro-Armi-nucleari-del-passato-134059) del rapporto, infatti, venivano elencate 13 banche italiane o aventi sedi principali in Italia che contribuivano al finanziamento di aziende produttrici di armamenti nucleari. Essendo stata esclusa Finmeccanica, solo due figurano nel nuovo rapporto: si tratta di Intesa Sanpaolo e UniCredit.
Intesa Sanpaolo è presente per aver effettuato prestiti o finanziamenti a Bechtel, Boeing, EADS, Fluor, Honeywell International, Northrop Grumman e Thales per un valore complessivo di 819 milioni di dollari. Queste operazioni – si rileva dal rapporto – sono state in gran parte effettuate prima del dicembre 2011 quando la banca, capitanata dal presidente Bazoli, ha emesso una direttiva ( http://www.group.intesasanpaolo.com/scriptIsir0/si09/sostenibilita/ita_wp_sostenibilita.jsp ) che esplicita tra l’altro “il divieto di porre in essere ogni tipo di attività bancaria connessa alla produzione e al commercio di armi controverse e/o bandite da trattati internazionali e in particolare le armi nucleari, biologiche e chimiche, le bombe a grappolo e a frammentazione, le armi contenenti uranio impoverito e le mine antipersona”.

UniCredit è finita nella lista per aver effettuato prestiti finanziamenti a EADS, Honeywell International, Northrop Grumman, Thales e ThyssenKrupp per un valore complessivo di 1,43 miliardi di dollari. “Una dichiarazione di posizione di UniCredit – segnala il rapporto – afferma che UniCredit, si astiene dall’intrattenere rapporti di finanziamento con società che producono, curano la manutenzione o commerciano armi controverse o non convenzionali quali le armi nucleari, biologiche e chimiche di distruzione di massa, bombe a grappolo, mine e uranio 238”. (vedasi anche qui https://www.unicreditgroup.eu/it/sustainability/our-vision-of-sustainable-bank/policies—guidelines.html ) “L’attuale applicazione della direttiva di UniCredit – si legge nel rapporto ICAN – non ha precluso la banca dall’investire in numerose aziende produttrici di armi nucleari. La policy, inoltre, è formulata genericamente e manca di chiarezza rispetto all’ambito di applicazione e di implementazione” (p. 7 8)

L’unica altra banca italiana citata nel rapporto è Banca Popolare Etica, ma – attenti bene – per una buona notizia. L’istituto di credito è infatti inserito – insieme ad altri undici – nella “Hall of Fame” delle banche che hanno adottato, implementato e pubblicato una “policy” in grado di prevenire in maniera completa e complessiva qualsiasi coinvolgimento finanziario con aziende che producono armi nucleari.

Il governo italiano voti a favore delle messa al bando

Diversamente dalle armi chimiche e biologiche, quelli nucleari (http://www.unimondo.org/Guide/Guerra-e-Pace/Armi-Nucleari/%28desc%29/show) sono gli unici armamenti di distruzione di massa non ancora messi al bando dal diritto internazionale nonostante sia chiaro ed accettato da tutti che per loro stessa natura possono operare uccisioni indiscriminate. Lo stesso Presidente degli Stati Uniti (il maggiore Stato possessore di armi nucleari) Barack Obama ha affermato nei mesi scorsi che “finché esisteranno armi nucleari, non saremo completamente sicuri”.
E’ per questo che Rete italiana per il Disarmo chiede al Governo italiano di sostenere le iniziative internazionali per la messa al bando delle armi nucleari, come l’Iniziativa Umanitaria che andrà a breve in discussione alle Nazioni Unite.

L’idea è stata avanzata l’anno scorso dalla Croce Rossa Internazionale (ICRC http://www.icrc.org/eng/ ) e portata avanti principalmente da Norvegia e Sudafrica. “L’intenzione – spiega Lisa Clark di Beati i Costruttori di Pace <http> – è convincere i Paesi riluttanti per fedeltà atlantista a sostenere il disarmo nucleare non più per motivazioni ‘ideologiche’ di stampo pacifista, ma su basi pragmatiche di carattere eminentemente umanitario: le armi nucleari vanno bandite semplicemente perché, se venissero usate, gli Stati non potrebbero far fronte alla catastrofe umanitaria che ne seguirebbe”. Una ragione in più per cominciare a far pressione su quelle banche, attive anche nel nostro paese, che continuano a finanziarne la produzione e lo sviluppo.

Giorgio Beretta
Fonte: www.unimondo.org
Link: http://www.unimondo.org/Notizie/BNP-Paribas-e-Deutsche-Bank-le-banche-UE-che-piu-finanziano-le-bombe-nucleari-142877
19.10.2013

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21 maggio 2012

Di ritorno dalla Siria – Appunti sulla geopolitica del caos – di Paolo Sensini

AL-CIAEDA

Ormai siamo a un giro di boa. La grande operazione mediatico-militare passata alla storia come “Primavera araba”, è costretta a operare in Siria un brusco ripiegamento di rotta, soprattutto in conseguenza del fatto che Russia e Cina hanno posto il loro veto al Consiglio di Sicurezza dell’onu per un intervento armato.

Dopo i Regime change in Tunisia, Egitto e Yemen, ma ai quali non è di certo corrisposto il miglioramento delle condizioni di vita delle rispettive popolazioni, dopo la devastazione manu militari compiuta dalla nato in Libia che ha lasciato in dote al paese una guerra a bassa intensità di tutti contro tutti, ecco che la geopolitica del caos si è imbattuta in Siria in un muro per ora invalicabile.

Non che nel caso siriano siano mancati, anche qui per operare un “cambio di regime”, dei mezzi di eccezionale portata. Al contrario, tutto quello che era possibile tentare per disarticolare l’unità interna e destabilizzare il quadro politico del paese è stato tentato, con enorme dispendio di mezzi e risorse. Ma invano.

Se guardiamo infatti a quello che sta avvenendo ora alla Siria, possiamo dire che l’opposizione sponsorizzata dall’Occidente e dai Paesi del Golfo – il “Consiglio nazionale siriano” (cns) e l’“Esercito siriano libero” (fsa) – sia politicamente sconfitta e l’unica speranza rimanga quella di perseguire in una serie continua di attentati, di bombe e di uccisioni. A questa punto il “terrore” rimane l’unica carta spendibile per gli architetti del caos.

Non a caso la Siria, uno degli Stati guida del mondo arabo, che si è sempre considerata il “cuore dell’arabismo” (qalb’ al-‘urūbah), il centro del nazionalismo arabo e della lotta contro il sionismo, non ha mai avuto una così forte indipendenza come nel periodo di Ḥāfiẓ al-Assad (1970-2000), quando è diventata, da potenza minore nel concerto geopolitico mediorientale negli anni Cinquanta e Sessanta (subendo la guerra fredda araba e le influenze esterne britanniche e poi americane), una delle maggiori e rispettate potenze regionali, non più asservita ai tradizionali rivali come Iraq ed Egitto. Questo è il risultato più evidente dell’astuzia tattica di al-Assad che ha saputo compensare le limitate risorse e la relativa debolezza militare sfruttando abilmente le superpotenze e i popoli vicini.

Ed è esattamente per porre termine a una tale situazione, la quale incarnava un perdurante ostacolo al fine di ridisegnare un “Grande Medio Oriente” secondo le nuove direttrici strategiche internazionali, che ha preso le mosse nel 2011 la poderosa macchina bellica e propagandistica che vediamo in azione.

I

Prima di analizzare nel dettaglio l’attuale contesto siriano, è opportuno però tracciare un rapido quadro sulla panoplia dei gruppi sociali che popolano il mondo arabo. Una volta compiuta una panoramica su questo frastagliato arcipelago, entreremo nel merito degli aspetti essenziali per trarre un bilancio sullo stato del Paese così com’è emerso durante il viaggio in Siria della delegazione italo-siriana a cui ho preso parte.

Partiamo anzitutto dalla composizione etnica e settaria dell’intero spazio mediorientale. Il mondo arabo è costruito come un castello di carte, messo insieme da Francia e Gran Bretagna negli anni Venti del Novecento subito dopo la deflagrazione dell’Impero Ottomano. Fu diviso arbitrariamente in diciannove Stati, tutti formati da combinazioni di minoranze e gruppi etnici disomogenei, in modo tale da assemblare un puzzle sempre a rischio di entrare in stato di fibrillazione. Con la sola eccezione dell’Egitto, nel quale una maggioranza musulmana sunnita si trova di fronte una consistente minoranza di cristiani copti nell’Alto Egitto, tutti gli Stati maghrebini sono popolati da un miscuglio di arabi e berberi non-arabizzati.

L’islam combattente, emanazione delle petromonarchie feudali dei paesi del Golfo e delle potenze occidentali (gcc + nato), come ho ampiamente argomentato nel mio Libia 2011 (Jaca Book, Milano 2011), è riuscito a disarticolare il complesso equilibrio interno libico facendolo letteralmente implodere su se stesso a suon di bombe.

Neppure la composizione dell’Iraq è essenzialmente diversa, sebbene la maggioranza degli abitanti sia sciita (65%) e la minoranza sunnita (20%). Inoltre vi è una consistente minoranza curda nel Nord del paese (12%) dove si concentra il grosso delle riserve petrolifere. Dalla caduta di Saddam Hussein in seguito all’occupazione militare nato nel marzo 2003, gli sciiti iracheni considerano l’Āyatollāh iraniano il loro capo naturale. Quindi, com’è facilmente intuibile, una tale condizione rende il paese pressoché ingovernabile.

Tutti gli Stati del Golfo e l’Arabia Saudita sono fragili contenitori che racchiudono solo petrolio. In Kuwait, i kuwaitiani costituiscono solo un quarto dell’intera popolazione. Nel Bahrein, gli sciiti sono la maggioranza ma sono privi di potere; da qui le manifestazioni di protesta e la feroce repressione della famiglia regnante degli al-Khalifa che ancora continuano nel più completo silenzio dei media. Negli Emirati Arabi Uniti, sempre gli sciiti sono di nuovo la maggioranza ma al potere ci sono i sunniti. Lo stesso vale per l’Oman e per la Repubblica dello Yemen. In Arabia Saudita metà della popolazione è costituita da stranieri, prevalentemente egiziani e yemeniti, ma una minoranza saudita detiene il potere. La monarchia hashemita della Giordania, da parte sua, è costituita da oltre il 40% di palestinesi ma è governata da una minoranza beduina transgiordana.

Accanto a quelli arabi, gli altri Stati musulmani condividono la medesima situazione di complessità interna. Metà della popolazione iraniana è rappresentata da un gruppo di lingua farsi e l’altra metà circa da un gruppo etnicamente turco, senza dimenticare la minoranza curda esistente nel paese. La popolazione della Turchia è composta da una maggioranza turca che ammonta al 76%, 18% di curdi, il 3% di arabi alawiti e la restante parte di altri gruppi. Sul piano confessionale invece abbiamo l’82% identificati come sunniti hanafiti, il 9,1% sunniti shafi’i, il 5,7% alevista, il 3% alawiti e lo 0,2% di cristiani. Anche in Afghanistan la componente principale musulmana è quella sunnita, con minoranze sciite (15%) nel centro del paese e a ridosso del confine con l’Iran. Nel Pakistan sunnita sono invece presenti una minoranza di circa trenta milioni di sciiti con cui spesso vengono a crearsi pericolosi momenti di frizione.

La Siria non presenta differenze fondamentali rispetto al Libano, tranne che per il regime che la governa. I sunniti, da quando nel 1516 il sultano ottomano Selim i con la vittoria di Marğ Dabiq presso Aleppo occupò la Siria mantenendola sotto il proprio controllo per quattro secoli, hanno rappresentato il gruppo preponderante per tutto l’arco di dominio della Sublime Porta. Altri gruppi presenti nel paese sono gli ismaeliti, di cui permangono tre sette distinte che sono sopravissute sui monti siriani e che hanno sviluppato differenti tradizioni sociali e culturali: alawiti (14%), drusi (3,5%) e ismaeliti (1%). Gli alawiti o nusayrī costituiscono la più numerosa minoranza siriana. ‘Alawī è l’aggettivo relativo arabo derivato dal nome proprio di ‘Alī, che significa in questo caso “devoto di ‘Alī”. La setta prende corpo nel ix-x secolo nell’Iraq meridionale, crogiolo delle dottrine ismailite, su iniziative del notabile di Bassora Ibn Nusayr, da cui il nome nusayrī e che giunse in Siria settentrionale nel x secolo. Le roccaforti di questa comunità sono presenti soprattutto intorno a Latakia e Tartus. Gli alawiti sono stati per lungo tempo la più povera, arretrata e oppressa comunità della società siriana, fino a quando la potenza mandataria francese fondò il “territorio autonomo degli alawiti” (1920), poi Stato alawita (1922) che entrò successivamente a far parte della Federazione siriana e fu poi ridotto a vilayet.

I cristiani siriani rappresentano, dal punto di vista numerico, una delle tre comunità più importanti del Vicino Oriente con i maroniti del Libano e i copti d’Egitto. Ad Aleppo vi sono undici comunità cristiane e nove vescovi di riti diversi. Damasco è la sede di tre patriarchi: greco-ortodosso, greco-cattolico (melchita) e siriaco-ortodosso. Nella seconda metà del xx secolo la popolazione cristiana si è ridotta progressivamente in percentuale: sotto il mandato francese (1920-1946) i cristiani costituivano il 20% della popolazione siriana, nel 1948 il 14,1%, mentre nei primi anni del Ventesimo secolo si attestano intorno al 10%, di cui la metà concentrata a Damasco.

Dalla fine degli anni Trenta è presente nel paese anche una numerosa comunità di curdi che oggi ammonta a circa due milioni e cinquecentomila persone. A questi vanno poi aggiunti oltre quattrocentomila profughi palestinesi appartenenti a tutte le classi sociali ed economiche riparati in Siria. Tutti i cittadini hanno uguali diritti e la legislazione non contempla alcuna discriminazione; lo Stato è laico e stabilisce che la religione non prevarichi sulla vita di nessun cittadino, fatto salvo la libertà di culto garantita per ciascun individuo o comunità. Le minoranze etnico-linguistiche (curdi, circassi, armeni, beduini, e a partire dal 2003 circa due milioni di iracheni scappati dalla guerra), non sono meno rilevanti di quelle religiose.

Infine, pur essendo noto che il presidente Bashar al-Assad è alawita, come vanno ripetendo coralmente tutti i mezzi d’informazione, lo Stato Maggiore dell’Esercito, la polizia politica, i diversi servizi di informazione così come il governo civile e l’economia nazionale sono ampiamente guidate da sunniti. In realtà, contrariamente a quanto viene diffuso dalla stampa internazionale, l’apparato statale baathista rispecchia quasi fedelmente le diversità etnico-religiose di cui è venata la società siriana.

I media mainstream evitano poi accuratamente di citare la Vice Presidente della Repubblica araba di Siria, la dottoressa Najah al-Attar, la prima e unica donna araba al mondo a occupare una carica così elevata. La signora al-Attar non è soltanto di origine sunnita, ma è anche la sorella di uno dei dirigenti in esilio dei Fratelli musulmani, esempio emblematico del “paradosso siriano”.

II

Questo rapido affresco delle suddivisioni etnico-confessionali che spazia dal Marocco all’India e dalla Somalia alla Turchia, pone in evidenza tutto il potenziale tellurico a cui, se opportunamente “solleticato”, può essere sottoposta una così vasta area geografica. In questo mondo a macchia di leopardo, vi sono poi alcuni piccoli gruppi opulenti e una massa sterminata di indigenti. Negli Stati del Golfo, in Arabia Saudita, in Qatar e in Turchia è concentrata una straordinaria ricchezza in denaro e petrolio, ma coloro che ne beneficiano sono minuscoli strati elitari privi di una solida base di supporto, cosa che nessun apparato militare può evidentemente garantire.

Ecco che in questa situazione, una volta liquidato tra il 1989 e il 1991 l’Impero Sovietico, che per quasi un cinquantennio ha rappresentato il nemico strategico dell’Occidente Atlantico, viene a crearsi uno scenario del tutto nuovo. Con ovvie ricadute anche nel mondo arabo.

Gli Stati Uniti dispongono nell’area di un alleato di ferro come la Casa dei Saud, con la quale è tuttora pienamente operativo il “Patto di Quincy” firmato il 14 febbraio del 1945 tra Franklin D. Roosevelt e il re saudita ʿAbd al-ʿAzīz Āl Saʿūd. Tale accordo avrebbe permesso agli Stati Uniti di garantirsi un approvvigionamento energetico senza ostacoli in cambio della protezione del suo vassallo nell’affrontare i loro comuni avversari nella regione, in particolare il nazionalismo arabo e l’Iran, di cui alcuni territori erano passati sotto l’influenza sovietica.

Ma nella regione vi è anche un altro alleato di ferro, anzi d’acciaio, Israele, con cui i rapporti verranno stretti ancor di più soprattutto a partire dalla cosiddetta “Guerra dei sei giorni” del 1967. Un’entità, lo “Stato Ebraico”, in guerra praticamente con quasi tutti i paesi circonvicini sin dal momento della sua proclamazione in terra palestinese nel maggio 1948.

Da questo intricato groviglio emergeranno negli anni successivi talune proposte operative per ridisegnare il quadro geopolitico del Medio Oriente che rappresentano l’asse strategico fondamentale lungo il quale si muovono congiuntamente nato e Israele per il xxi secolo. La prima proposta venne formulata da Bernard Lewis, membro del Bilderberg, ex ufficiale dei servizi segreti britannici oltreché storico molto discusso per avere individuato le radici dello scontento arabo nei confronti dell’Occidente non già in una reazione all’imperialismo, ma nell’Islam stesso; quest’ultimo invero sarebbe incompatibile con l’Occidente e destinato a scontrarsi con esso, secondo la teoria dello “Scontro di civiltà”.

Lewis presentò alla Conferenza del 1979 del Gruppo Bilderberg una strategia britannico-americana “approvata dal movimento estremista Fratellanza Musulmana […], con lo scopo di promuovere la balcanizzazione dell’intero Vicino Oriente musulmano lungo linee di divisione tribali e religiose”. Secondo Lewis l’Occidente avrebbe dovuto “incoraggiare gruppi autonomisti come i curdi, gli armeni, i maroniti del Libano, i copti etiopici, i turchi dell’Azerbaigian e così via”. In quello che definiva “Arco di crisi” sarebbe “dilagato il caos, estendendosi poi nelle regioni musulmane dell’Unione Sovietica”. Dato che l’urss veniva reputato come un regime laico e ateo, l’ascesa dei governi islamici nel Medio Oriente e in Asia Centrale avrebbe impedito alla Russia di esercitare la propria influenza nella regione, visto che gli estremisti musulmani avrebbero diffidato dei sovietici ancor più di quanto diffidassero degli americani. Questi ultimi si sarebbero in definitiva presentati come “il male minore”.

Per decenni Lewis svolse un ruolo fondamentale come professore, guru e mentore per due generazioni di orientalisti, accademici, esperti dei servizi segreti statunitensi e britannici, membri di think-tank e un nutrito assortimento di neo-conservatori. Negli anni Ottanta Lewis frequentava abitualmente pezzi grossi del Dipartimento della Difesa. Nell’autunno del 1992 scrisse un saggio per “Foreign Affairs”, la rivista delCouncil on Foreign Relations (cfr), intitolato Ripensare il Medio Oriente. In questo articolo egli prospettò “un’altra politica” nei confronti del Medio Oriente dopo la fine della Guerra Fredda e agli inizi del Nuovo Ordine Mondiale: una “possibilità che potrebbe addirittura essere accelerata dal fondamentalismo, […] e che negli ultimi tempi è di moda chiamare ‘libanizzazione’. La maggior parte degli Stati del Medio Oriente sono di recente e artificiale costituzione e vulnerabili a questo processo. Se il potere centrale viene sufficientemente indebolito non c’è una vera società civile che possa tenere insieme la vita politica, né alcun vero senso di identità nazionale comune o di prioritaria lealtà allo Stato-nazione. Lo Stato allora si disintegra – come è accaduto in Libano – in un caos di fazioni, tribù e partiti litigiosi, rissosi e in perenne conflitto”.

Un proposta operativa, la sua, che s’inseriva nel solco già dissodato da George Lenczowski sempre su “Foreign Affairs” nell’estate del 1979, che descriveva con queste parole l’Arco di crisi: “Il Medio Oriente costituisce il suo nucleo centrale. La sua posizione strategica è incomparabile: è l’ultima grande regione del Mondo Libero direttamente adiacente all’Unione Sovietica, ha nel proprio sottosuolo circa tre quarti delle riserve mondiali stimate e dimostrate di petrolio ed è sede di uno dei più spinosi conflitti del xx secolo: quello tra il sionismo e il nazionalismo arabo”.

È in questo contesto che, come ammise in seguito lo stesso Zbigniew Brzezinski, “cominciò nel 1980 l’appoggio offerto dalla cia ai mujaheddin, cioè dopo l’invasione sovietica dell’Afghanistan il 24 dicembre 1979. Infatti, il 3 luglio 1979, il Presidente Carter firmò la prima direttiva per fornire segretamente aiuti agli oppositori del regime pro-sovietico di Kabul. E quello stesso giorno – continua Brzezinski – scrissi una nota al presidente in cui gli spiegai che secondo me questi aiuti avrebbero provocato un intervento militare dei sovietici […]. Non spingemmo i russi a intervenire, ma aumentammo scientemente la probabilità che lo facessero”. In altre parole, li “spinsero” a intervenire.

Fu allora che vennero creati i mujaheddin e attraverso questi al-Qaeda come sezione araba della cia, la quale in seguito ha polarizzato l’agenda geopolitica mondiale fino ai giorni nostri. Per tale ragione il “terrorismo” non può essere visto, come spesso accade, semplicisticamente come un “attore non statale” che reagisce alla politica di nazioni e corporation. Di fatto molti gruppi terroristici, soprattutto i più grandi, estremisti, violenti e meglio organizzati, sono “attori per conto di uno Stato” che vengono segretamente supportati – attraverso la fornitura di armi e addestramento – da vari servizi segreti. Non si limitano dunque a “reagire”, ma hanno un ruolo di spicco sullo scacchiere internazionale. Rappresentano, in altri termini, il perfetto pretesto per l’avventurismo militarista e la guerra.

Come scrisse il “San Francisco Chronicle” nel settembre del 2001, subito dopo gli attentati dell’11 settembre, “la mappa dei covi e dei bersagli terroristici in Medio Oriente e nell’Asia Centrale è anche, in misura straordinaria, una mappa delle principali risorse energetiche mondiali del xxi secolo. Sarà l’accaparramento e la difesa di queste risorse energetiche, più che un semplice scontro tra l’Islam e l’Occidente, a costituire il primo punto di innesco di un conflitto globale per decenni a venire”. E proseguiva così: “Inevitabilmente la guerra contro il terrorismo verrà vista da molti come una guerra per conto delle americane Chevron, Exxon-Mobil e Arco, della francese Total-Fina-Elf, della British Petroleum, della Royal Dutch Shell e di altre multinazionali che hanno investimenti da centinaia di miliardi di dollari nella regione”. Di fatto, ovunque sia presente al-Qaeda e tutta la sua vasta rete di agenzie in franchising, l’esercito degli Stati Uniti e dei suoi alleati la segue a ruota, e dietro l’esercito aspettano e spingono le compagnie petrolifere; alle spalle di queste ultime, poi, vi sono tutte le ramificazioni dei grandi potentati finanziari.

III

Per quanto riguarda invece la compagine dell’entità sionista, nel febbraio 1982 un giornalista israeliano legato al ministero degli Esteri di Tel Aviv, Oded Yinon, scrisse un articolo per “Kivunim. A Journal for Judaism and Zionism” in cui veniva enunciata in maniera esplicita, dettagliata e univoca la Strategia di Israele negli anni Ottanta del Novecento per il Medio Oriente. Il piano si basava su due premesse essenziali. Per sopravvivere, Israele deve: 1) diventare una potenza imperiale nella regione; 2) dividere l’intera area in piccoli Stati attraverso la sparizione di tutti gli Stati arabi esistenti. La composizione etnica o settaria di ogni Stato sarà decisiva per determinare quanto “piccolo” dovrà essere un nuovo Stato. Pertanto, si auspicava che gli Stati “a base settaria” diventassero “satelliti di Israele” nonché, ironicamente, sua fonte di legittimazione morale.

L’idea non era nuova, essendosi già affacciata altre volte nel pensiero strategico sionista. Quello che invece risultava assolutamente innovativo era la maniera cristallina con cui si rendeva pubblicamente noto il progetto. “Ciò che vogliamo non è un mondo arabo, ma un mondo di frammenti arabi, pronto a soccombere all’egemonia israeliana”. Questo l’obiettivo finale.

L’autore, senza tanti giri di parole, propugnava esplicitamente “La dissoluzione della Siria e, più tardi, dell’Iraq in aree peculiari per etnia o religione come in Libano è l’obiettivo primario a lungo termine di Israele sul fronte orientale, mentre la dissoluzione della forza militare di questi Stati lo è a breve termine. La Siria si sfascerà in base alla sua struttura etnica e religiosa in Stati diversi, come accade nel Libano di oggi, così ci sarà uno Stato sciita alawita lungo la costa, uno Stato sunnita nell’area di Aleppo, un altro Stato sunnita a Damasco, ostile al suo vicino settentrionale, e i drusi creeranno un loro Stato, forse addirittura nel nostro Golan, sicuramente nell’Hauran e nella Giordania settentrionale […]. L’Iraq, ricco di petrolio da un lato, dilaniato all’interno dall’altro, è un candidato sicuro a far parte degli obiettivi di Israele. Per noi la sua dissoluzione è perfino più importante di quello della Siria. L’Iraq è più forte della Siria […]. Qualunque tipo di scontro interarabo ci sarà d’aiuto nel breve termine e accorcerà la strada per l’obiettivo più importante che è quello di spezzettare l’Iraq in varie comunità statali come nei casi della Siria e del Libano. In Iraq è possibile una divisione in province su base etnica e religiosa simile a quella della Siria all’epoca dell’impero ottomano. Così ci saranno tre (o più) Stati attorno alle tre città principali: Bassora, Baghdad e Mosul, e le aree sciite del sud saranno separate dal nord sunnita e curdo”.

Ricordiamolo ancora una volta: l’articolo è datato febbraio 1982, dunque senza alcuna diversione “complottista” possiamo tranquillamente convenire sulle capacità previsionali di questa analisi. L’Iraq, a seguito dell’invasione anglo-statunitense nel marzo 2003, è stato effettivamente smembrato con le modalità suggerite da Yinon, mentre per il momento le sorti della Siria non hanno ancora seguito le sue vaticinazioni.

Nel 1996 un think-tank israeliano che contava tra i suoi membri molti importanti neo-conservatori americani come Richard Perle, Douglas Feith James Colbert, Charles Fairbanks, Jr. e David Wurmser, pubblicò un documento per il leader del Likud Benjamin Netanyahu, che allora subentrava nell’incarico di Primo Ministro, intitolato A Clean Break: A New Strategy for Securing the Realm (Un taglio netto: una nuova strategia per garantire la sicurezza al Regno), in cui si auspicava che Israele “collaborasse più strettamente con la Turchia e la Giordania per contenere, destabilizzare e respingere alcune delle sue peggiori minacce”, in particolare per deporre Saddam Hussein.

Nel settembre del 2000, il Project for the New American Century (pnac), un altro think-tank neo-conservatore composto da personaggi del calibro di Paul Wolfowitz, Jeb Bush, Richard Perle, Donald Rumsfeld, Robert Zoellick, Richard Armitage, Lewis “Scooter” Libby, William Kristol, Robert Kagan, R. James Woolsey, Elliot Abrams, William J. Bennett, John Bolton, fece uscire un documento dal titolo Rebuilding America’s Defenses (Ricostruire le difese dell’America), dove si propugnava apertamente un impero americano nel Medio Oriente e in particolare l’eliminazione delle “minacce” rappresentate da Iraq, Siria e Iran. Nel testo in questione, a proposito del processo di trasformazione della difesa statunitense, troviamo una precisazione cruciale, molto dibattuta alla luce dei successivi eventi degli attentati dell’11 settembre 2001: “Il processo di trasformazione, anche se porterà un cambiamento rivoluzionario, risulterà molto lungo, se non si dovesse verificare un evento catastrofico e catalizzante, come una nuova Pearl Harbor”. Il riferimento è evidentemente allo shock che causò sull’opinione pubblica americana determinando l’immediata entrata in guerra degli Stati Uniti.

Subito dopo l’invasione statunitense dell’Iraq, che seguiva di circa un anno e mezzo l’occupazione militare dell’Afghanistan per catturare Osama Bin Laden, membri di spicco del Council on Foreign Relations (cfr) avevano cominciato a promuovere la divisione dell’Iraq in almeno tre staterelli, esattamente come si era prospettato più sopra.

Nel 2006 l’“Armed Force Journal” pubblicò un articolo del Tenente Colonnello in congedo Ralph Peters sulla necessità di ridisegnare i confini del Medio Oriente. Innanzitutto Peters ribadiva la “necessità di dividere l’Iraq”; poi “l’Iran, uno Stato dai confini ‘capricciosi’, avrebbe perso gran parte del suo territorio a vantaggio di un Azerbaijan unificato, un Kurdistan libero, uno Stato arabo sciita e un libero Beluchistan, ma avrebbe guadagnato le province che circondano Herat nell’attuale Afghanistan”.

Peters compilò anche una breve lista di “perdenti” e “vincitori” di questo nuovo Grande Gioco: chi guadagnava territorio e chi lo perdeva. Tra i perdenti vi erano l’Afghanistan, la Libia, l’Iran, l’Iraq, la Siria, la Cisgiordania e il Pakistan. Inoltre egli esprimeva l’allarmante convinzione secondo cui il ridisegno dei confini “si ottiene spesso unicamente per mezzo di guerre e violenze e che un altro piccolo segreto insegnatoci da 5000 anni di storia è che la pulizia etnica funziona”.

IV

Naturalmente qualcuno potrà obiettare che, per quanto riguarda le affermazioni or ora riportate, si tratta di semplici parole in libertà. Peccato però che una buona parte delle cose scritte o riconducibili a costoro, che ricordiamolo sono personaggi di primo piano dell’intelligencija e del firmamento politico-militare a livello internazionale, si sono effettivamente realizzate talis et qualis. E altre, al momento in standby, sono in “via di esecuzione”.

Insomma, parliamo di gente che ha tutti i mezzi per far seguire alle parole i fatti. Gente, per dirla con Karl Rove, già capo dello staff presidenziale di George W. Bush, che non ha alcuna difficoltà a far sapere come Vuolsi così colà dove si puote: “Ora noi siamo un impero e quando agiamo – sentenziava Rove – creiamo la nostra realtà. E mentre voi state giudiziosamente analizzando quella realtà, noi agiremo di nuovo e ne creeremo un’altra e poi un’altra ancora che potrete studiare. È così che andranno le cose. Noi facciamo la storia e a voi, a tutti voi, non resterà altro da fare che studiare ciò che facciamo”.

Mettiamo dunque da parte qualsiasi attribuzione gratuita di “complottismo” o “dietrologia”, che non c’entrano assolutamente nulla in tale contesto. Concentriamoci invece in quest’ultima parte del nostro scritto su quanto è stato detto e fatto nell’ultimo anno per giustificare il clamore diffamatorio dei media mainstream nei confronti della Siria. Vedremo così se tutto quello che la stampa ci ha riversato addosso è giustificato da elementi concreti o se, invece, ciò a cui abbiamo assistito non è altro che l’ennesimo tentativo di “creazione di una realtà” già pianificata illo tempore.

Partiamo innanzitutto anche in questo caso dalla constatazione che Al Jazeera e Al Arabiya, esattamente come era già avvenuto nel caso della “Primavera Araba” e soprattutto con la Libia a partire dal febbraio 2011, hanno scatenato una campagna mediatica internazionale tutta tesa a far passare il postulato sulle “violenze disumane perpetrare dal regime di Bashar al-Assad contro il suo stesso popolo”. I “ribelli”, nel quadretto agiografico allestito negli Studios di proprietà dell’emiro del Qatar e del monarca saudita, erano semplici “civili desiderosi di instaurare la democrazia in Siria”. Non si sa bene a quale democrazia si faccia allusione, visto che in Qatar e Arabia Saudita di democrazia non ne esiste nemmeno l’ombra.

Il Qatar è soprattutto una gigantesca base militare americana, la più grande esistente fuori dagli Stati Uniti. E inoltre, per inciso, è il regno di un piccolo satrapo di stampo feudale e teocratico. Nel suo regno non vi è alcun Parlamento, nessuna Costituzione vigente, nessun partito, tanto meno vi hanno mai avuto luogo consultazioni elettorali. Quanto ai “diritti civili e umani”, meglio lasciar perdere. Nel giugno 1995 l’attuale signorotto, Sua Maestà Hamad bin Khalifa al-Thani, ha organizzato un colpo di Stato contro il suo stesso padre. Questa la pasta dell’uomo che, per il Segretario di Stato Hillary Clinton, è reputato un “partner decisivo per gli Stati Uniti”. E infatti costui, per rendersi meritevole di cotanta fiducia, nel corso del 2011 ha inviato ben cinquemila commandos per sostenere la ribellione jihadista contro la Libia.

Le peggiori accuse nei confronti della Siria, spesso documentate come false o fabbricate ad hoc ma sistematicamente avallate da un sedicente Osservatorio siriano per i diritti umani con sede a Londra, provengono da queste emittenti satellitari per essere poi subito riprese senza verifica alcuna da network come France 24, Fox news, cnn, bbc e dai circuiti internazionali ad esse collegate.

Da consumati esperti di chirurgia estetica, essi hanno trasformato l’Esercito siriano libero (fsa) in un movimento di “resistenza democratica” di bravi e simpatici filantropi, composto da “disertori umanitari” disgustati dalle atrocità commesse dall’esercito regolare siriano (il presunto leader del fsa, Riad Mousa al-Asaad, è ospitato nella provincia turca di Hatay, in precedenza siriana, e beneficia della diretta protezione del ministero degli Affari Esteri.).

Nessuna menzione invece ai “rapimenti, alle torture, alle esecuzioni sommarie, alle mutilazioni e alle pratiche criminali commesse dai gruppi armati che si oppongono al regime siriano”, come ha dovuto ammettere anche l’organizzazione non-governativa Human Rights Watch in un suo rapporto pubblicato il 20 marzo 2012, cioè dopo più di un anno di distanza da quando i terroristi imperversano in Siria. O ancora, per rimanere sulla contabilità cimiteriale del conflitto siriano, un “libero” massacratore intervistato da Ulrike Putz per “Der Spiegel”, attribuisce alla sua brigata di beccamorti da duecento a duecentocinquanta esecuzioni, quasi il 3% del bilancio complessivo delle vittime da quando si è iniziato a “esportare la democrazia” in Siria.

Per questo è calato un silenzio tombale – o quasi – sulle dimissioni di Ali Gashem, inviato speciale di Al Jazeera in Siria, del direttore dell’ufficio di Beirut Hassan Shaaban e del produttore di rete, quest’ultimo in protesta perché l’emittente qatariota “ha totalmente ignorato il referendum tenuto in Siria per la riforma costituzionale, che ha visto alle urne il 54% degli aventi diritto e il 90% dei voti a favore del cambiamento”. Un gesto plateale per denunciare le falsificazioni, le censure e le pressioni cui erano continuamente sottoposti dalla proprietà del network per presentare la tragedia siriana secondo i suoi desiderata.

Ma non è la prima volta che questo avviene: Da Wadah Khanfar a Ghassan Bin Jiddo, da Louna Chebel a Zeina al-Jaziji e a Eman Ayad, Al Jazeera ha dovuto subire importanti defezioni che passano sotto silenzio nella stampa occidentale. Malgrado questi scandali a ripetizione, i “nostri” media continuano tuttavia a considerareAl Jazeera come una fonte d’informazione affidabile, e il suo padrone, il cacicco feudale Hamad bin Khalifa al-Thani, come un apostolo della democrazia.

Sono parimenti considerati “dettagli” su cui si può tranquillamente sorvolare ciò che nell’estate del 2011 un alto funzionario saudita ha detto a John Hannah, ex-capo assistente di Dick Cheney, che fin dall’inizio della sollevazione in Siria il re saudita ʿAbd Allah ha creduto che il cambiamento di regime sarebbe un grande beneficio per gli interessi del proprio paese: “Il re sa che, oltre al collasso vero e proprio della Repubblica Islamica, nulla indebolirebbe di più l’Iran che perdere la Siria”.

È questo oggi il Grande Gioco: lavorare allo smembramento della Siria. Ed è così che si è giocato: istituire in fretta un Consiglio nazionale siriano (cns) come “unico rappresentante del popolo siriano”, indipendentemente dal fatto che avesse delle basi reali nel paese; alimentare gli insorti armati provenienti dagli Stati limitrofi; imporre sanzioni che colpiscano i ceti medi; montare una campagna mediatica per denigrare gli sforzi siriani di riforma, cercare di fomentare divisioni all’interno dell’esercito e dell’élite e, come risultato finale, fare cadere la testa del presidente al-Assad.

Le origini di questa operazione, come si è visto, sono precedenti il cosiddetto “risveglio arabo”. Esse risalgono al fallimento di Israele nella guerra del 2006 per danneggiare seriamente Hezbollah, e alla  valutazione post-conflitto degli Stati Uniti secondo cui la Siria rappresenta il tallone d’Achille di Hezbollah, ossia il punto debole nella via di collegamento tra questa e l’Iran. Funzionari statunitensi e israeliani speculavano su cosa si sarebbe potuto fare per bloccare questo corridoio vitale, ma il principe Bandar bin Sultan dell’Arabia Saudita li ha sorpresi dicendo che la soluzione era “sfruttare le forze islamiche”.

“I passi successivi – spiega il diplomatico inglese Alastair Crooke – furono coinvolgere il presidente francese Sarkozy nella squadra, l’arci-promotore del modello del Consiglio di transizione di Bengasi (cnt), che aveva trasformato la nato in uno strumento per il cambiamento di regime. Barack Obama seguì contribuendo a persuadere il primo ministro della Turchia, Recep Tayyip Erdogan, già piccato verso Assad, a usare la parte del Consiglio di transizione sul confine con la Siria, e a prestare la sua legittimità alla ‘resistenza’ ”.

Sembrava quasi fatta. Mancava solo, come passo finale, una legittimazione da parte della Lega Araba, egemonizzata dagli autocrati del Qatar e dell’Arabia Saudita. Si pensava che un’ispezione di osservatori sul territorio sarebbe stata sdegnosamente rifiutata da Damasco, cosa che in effetti non avvenne. Ma una volta iniziati i suoi lavori, la Commissione ha dovuto registrare le grida di dolore dei siriani che denunciavano le atrocità dei “ribelli”, che in moltissimi casi erano composti da stranieri. Nel suo rapporto ha quindi riferito di tali atrocità delle bande armate, tenute nascoste dai media e ignorate dalle capitali occidentali e dalle retrive monarchie arabe. Risultato: la Lega Araba ha gettato via il rapporto e ha preteso le dimissioni del capo-missione, il generale sudanese Mohammed Ahmed Mustafa al-Dabi, colpevole di aver turbato la “narrativa” corrente.

Alla luce di tutto questo, come ha avuto il coraggio di ammettere pubblicamente Giuseppe Nazzaro, vicario apostolico di Aleppo, possiamo dunque arguire che l’obiettivo primario di queste sollevazioni eterodirette è stato fin dall’inizio di frantumare la società siriana, infliggere quante più perdite possibili all’esercito di Assad, dividere il paese su linee etnico-confessionali, paralizzare la produzione agricola, industriale, artigianale. Insomma, distruggere il tessuto connettivo della società siriana facendola regredire a quel pulviscolo di entità territoriali che, per usare le parole del sociologo siriano Safouh al-Akhrass, “sotto i turchi era costituita da una serie di comunità, ognuna indipendente dalle altre, legate in ordine sparso a un apparato amministrativo simile al feudalesimo europeo”.

Va infatti sottolineato, come ricorda opportunamente Bahar Kimyongür, che “per i salafiti la Siria in quanto tale non esiste. Questo nome sarebbe, come quello dell’Iraq, una fabbricazione degli atei. Nel loro gergo ispirato dal Corano, l’Iraq si chiama Bilād al-Rafidain (la terra dei due Fiumi) e la Siria, Bilād al-Shām (la terra di Cam). Colui che adotta l’ideologia nazionalista e si consacra alla liberazione del suo paese, commette per loro un peccato di associazione (shirk, politeismo, l’associare all’unico vero Dio una pletora più o meno vasta di altre divinità, ad esempio l’idea di nazione, costituisce uno dei più gravi peccati). Egli viola il principio del tawhid, l’unicità divina, e per questo merita la morte. Per tali fanatici, la sola lotta approvata da Allah è la jihad, la guerra definita ‘santa’, scatenata nel nome di Allah con l’obiettivo di estendere l’Islam. In quanto corollario del nazionalismo arabo, il panarabismo, questa idea progressista di unità e di solidarietà inter-araba, è a fortiori un sacrilegio, in quanto mina il concetto di ‘Umma’, la madre patria musulmana”.

Composti da tutte le nazionalità che popolano la regione, i movimenti jihadisti presenti in Siria ostentano un radicale antinazionalismo che non riconosce alcun limite territoriale. Dunque non possono essere associati in senso stretto a un solo paese della regione. Nelle loro fila si trovano sauditi, maghrebini, libici, giordani, libanesi, turchi, afghani, ma perfino tanti palestinesi ultraconservatori che respingono l’idea di una lotta di liberazione nazionale in Palestina. I paesi nato e gli Stati Uniti, come del resto già avvenuto in tempi recenti, completano un simpatico quadretto familiare del terrorismo contro la Siria a fianco delle monarchie del Golfo, dei mercenari libici, dei propagandisti salafiti e di al-Qaeda.

È un scenario ingarbugliato con venature surrealiste (o surreali?) che ci viene confermato, a riprova della consapevolezza nei confronti di ciò che sta accadendo, dalle personalità più disparate che abbiamo incontrato nei giorni trascorsi in Siria: dal Patriarca greco-cattolico melchita di Antiochia e di tutto l’Oriente Gregorios iii Laham, che parla esplicitamente di una “dittatura della stampa” tesa a falsificare e sovvertire completamente i fatti reali, allo sceicco Muhammad Sa’id Ramadan al-Buti, presidente del congresso islamico dei paesi dello Sham e forse il più eminente studioso vivente dell’islamismo.

Costui, facendoci l’onore di riceverci nella sala antistante la Moschea degli Omayyadi, il più grande edificio di culto a Damasco e una delle più belle moschee al mondo, di cui è anche Imam, ci ha salutato con queste parole: “Credo nella vostra fratellanza più che in quella dei nostri cugini arabi che falsificano la verità”. E stiamo parlando di un islamico sunnita di rito hanafita, i cui saggi discorsi contrastano radicalmente con gli appelli all’omicidio e all’odio degli sceicchi wahhābiti dell’Arabia Saudita, come per esempio il telepredicatore Aidh Al-Qarni, il quale dagli schermi di Al-Arabiya ha dichiarato che “ammazzare Bashar al-Assad è un dovere per ogni vero fedele!”. O ancora lo sceicco Yusuf al-Qaradawi, che lancia abitualmente dal pulpito di Al Jazzera delle fatwah che legalizzano l’assassinio di alawiti, cristiani, drusi oltreché dei sunniti favorevoli al governo siriano. Telepredicatori islamici che, incredibili a dirsi, promettono addirittura dei “passaporti per il paradiso” ai volenterosi fanatici che si immolano nella “guerra santa” contro gli infedeli.

Sulla medesima lunghezza d’onda degli incontri precedenti va senz’altro collocata anche Madre Agnès-Mariam de la Croix, di origine palestinese con cittadinanza libanese e francese, superiora del Monastero Mar Yakub (San Giacomo l’Interciso) a Qâra, ubicato a circa duecentocinquanta chilometri a Nord di Damasco e quasi al confine con il Libano, la quale mi ha raccontato dettagliatamente i risultati della sua inchiesta tesa a controllare la veridicità delle informazioni propalate quotidianamente dai media mainstream.

Madre Agnes-Mariam espone una realtà molto diversa dal quadro che, volente o nolente, si è raffigurato in Occidente sui fatti siriani. Senza interrompere la sua attività di pittrice per “guadagnarsi il pane” e fare andare avanti i lavori di sistemazione dello splendido Monastero che condivide con un’altra ventina tra suore e frati provenienti da varie parti del mondo, mi parla di “persone spacciate per morte ad uso televisivo e che morte invece non erano”, di “individui uccisi e orribilmente mutilati affinché le loro morti potessero essere attribuite alle violenze dell’esercito siriano, ma che invece erano stati assassinati dai cosiddetti ‘ribelli’ a beneficio delle troupes dei grandi network”. Parla ancora di “violenze inaudite su bambini, di stupri, di mutilazioni di seni, di uccisioni seriali di cristiani presenti nelle città teatro delle rivolte dei fanatici islamisti, di omicidi compiuti anche ai danni di sunniti che non condividevano la loro violenza belluina”. Parla di tutto ciò che ha potuto appurare in prima persona, senza frapporre tra se e i fatti alcun filtro televisivo o giornalistico, ma la sua testimonianza non viene raccolta da nessun mezzo di comunicazione, neppure da quelli cattolici. Non rientrando nei canoni del “politicamente corretto”, la sua voce fuori dal coro risulta sgradita ai corifei del Big Brother. E tutto questo, per una donna della sua tempra e della sua dirittura morale, è fonte di scoramento trovandosi al cospetto di una Chiesa che, precisa Madre Agnes-Mariam, “non ha più il coraggio di testimoniare la verità”. La sua conclusione è che stiamo vivendo in tempi Apocalittici, giudizio forse condiviso oggi da molte persone.

Un’ulteriore smentita dei cumuli di menzogne ai danni della Siria proviene anche dal Centre Français de Recherche sur le Renseignement, un gruppo d’intelligence privato allestito da vecchi dirigenti della Direction de la Surveillance du Territoire (dst), insieme al Centre International de Recherche et d’Études sur le Terrorisme & l’Aide aux Victimes du Terrorisme. Il titolo del loro rapporto: Siria, una libanizzazione artificiale, è già molto indicativo del risultato della loro ricerca. Senza risparmiare critiche al regime siriano e alla sua gestione della crisi, vi si dichiara senza tanti orpelli “la falsificazione orchestrata degli eventi, il gioco degli attori stranieri che perseguono, attraverso il loro sostegno agli oppositori, obbiettivi di politica estera che nulla hanno a che vedere con la situazione interna del Paese”. Il documento colloca la rivolta nella strategia israelo-americana in Medio Oriente, che è stata battezzata come “instabilità costruttiva”. Tale strategia, secondo gli analisti francesi, “è basata su tre principî: creare e gestire conflitti a bassa intensità, favorire lo spezzettamento politico e territoriale, promuovere il settarismo, se non addirittura la pulizia etnico-confessionale”. Insomma gli stessi principî che, come abbiamo visto in precedenza, informavano il “Piano Bernard Lewis” e le linee direttrici per Israele stilate da Oded Yinon.

Quel che si vuole distruggere, aggiunge la dottoressa Nadia Khost, siriana, autrice di molte opere sulla conservazione del patrimonio culturale della civiltà araba, è “un Paese che si distingue per un tessuto sociale dove le religioni, le confessioni e le etnie si mescolano in una unità nazionale. Un Paese che traduce le opere della letteratura mondiale, che ascolta la musica classica e la musica locale, e dove le donne partecipano alla vita produttiva e pubblica”.

Non a caso la “nuova” bandiera tricolore con tre stelle riportata in auge dal cns era quella in vigore durante l’occupazione coloniale francese della Siria, quando appunto il paese era smembrato in tre entità distinte. Proprio com’è avvenuto in Libia, con la sola differenza che in questo caso il drappo “ufficiale” risale all’epoca in cui il paese era sotto dominio anglo-americano.

“Tutto questo deve finire, e al più presto”, strepita al nostro indirizzo un taxista le cui parole sono chiaramente riconducibili al modus pensandi e forse anche operandi… del salafismo o della Fratellanza Musulmana. Nell’ascoltare il suo eloquio esagitato mentre ci conduce per le strade affollate di Damasco, un brivido corre lungo la schiena. Soprattutto per frasi che, d’un lampo, materializzano quell’oggetto impalpabile chiamato bipensiero così magistralmente descritto da George Orwell. Per lui, come del resto per tutti i fanatizzati della sua specie, “la Siria deve essere liberata dagli infedeli che la governano e diventare al più presto un paese in cui regna la Sha’ria, esattamente come nelle Teocrazie dell’Arabia Saudita e del Qatar… Al Jazeera e Al Arabiya dicono la pura verità su quello che accade in Siria, chi dice il contrario è un infedele… Israele fa il bene dei palestinesi ed è un Stato amico. Vi raccontano un sacco di bugie su Israele. Credetemi, è molto buono e ci aiuta tanto!… L’Occidente è nostro alleato nella nostra lotta di liberazione… Dovete raccontare la verità su tutte le bugie che vi dicono nei vostri paesi, cioè che Bashar al-Assad è buono e fa il bene dei suoi cittadini… È un bugiardo, il più grande bugiardo, dovete raccontarlo a tutti!…”, non sapendo forse che è da un anno che i grandi media occidentali dipingono il presidente siriano ad immagine e somiglianza di un mostro assetato di sangue. Insomma, un miscuglio di ignoranza, fanatismo e creduloneria che compendia fedelmente il tipo di ominide sul quale fanno presa i rigurgiti neofeudali che tentano di gettare nello scompiglio il paese.

Fortunatamente la Siria è composta per la maggior parte da ben altre persone, quelle per esempio che nelle elezioni del 7 maggio hanno tributato in tutto il paese una maggioranza schiacciante alla coalizione riunita intorno al partito Ba‘th, garante dell’unità e del carattere laico e a-confessionale dello status quo. Persone che magari ambiscono del tutto legittimamente a migliorare le proprie condizioni di vita e a far avanzare quelle del proprio paese, ma che hanno ben chiaro nella loro mente e nei loro cuori che quanto gli viene presentato come “alternativa” alla Siria di oggi è un futuro remoto costellato di barbarie, un salto nel buio gravido di lotte intestine, di fanatismo religioso, di guerra di tutti contro tutti, di conflitti etnici e confessionali che ci si augurava di aver definitivamente gettato nella pattumiera della Storia.

Perché l’Occidente Atlantico, a fronte di un variegato panorama di partiti di opposizione presenti in Siria, ha deciso unilateralmente che il cns sia l’“unico rappresentante del popolo siriano”? Forse perché è il solo raggruppamento, tra i tanti oppositori disponibili nel paese, che spinge per un intervento militare della nato contro la Siria? Sulla base di quale “istanza democratica” si è potuta prendere una decisione così grave da passare addirittura sopra la testa di un intero popolo? Chi autorizza queste entità (nato – petromonarchie del Golfo – Turchia – Israele) a fare sfoggio di una tale arroganza in nome della “Democrazia”? Domande talmente semplici da lasciare disarmati, ma che in ciò che resta del decadente mondo occidentale non si ha più neppure la forza di porre.

Chissà, forse nel tragico epilogo che sembrava travolgere la Siria ma da cui siamo certi possa presto riemergere con rinnovato vigore, è contenuto anche un messaggio che, sia pure in forme per il momento meno traumatiche, può servire da memento anche per il neofeudalesimo che ormai sembra lambire tutti i paesi bagnati dal Mare Nostrum. Del resto il triste destino della Libia è lì a ricordarcelo ogni giorno.

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4 marzo 2012
Ah, non avevamo dubbi su questi due compagni di merende!

di

 STATI UNITI DI AL-QAEDA

Proprio come avevo previsto nel mio ultimo articolo, quando ho avvertito la gente di non festeggiare prematuramente dopo il veto alle Nazioni Unite di Cina e Russia su una risoluzione contro Assad, Venerdi, in Tunisia, 75 paesi che si descrivono come “amici della Siria” si sono riuniti per discutere azioni e modi per far pressione su Assad e costringerlo a dimettersi. Questo incontro è un modo per aggirare il veto russo e cinese, e liberare il campo ai terroristi Wahhabiti per conquistare la Siria. A Tunisi sono state prese molte decisioni importanti: Numero uno, i paesi partecipanti all’incontro hanno chiesto un cessate il fuoco per valutare la situazione in Siria. Numero due, si sono svolte trattative sulla possibilità di inviare una missione di peacekeeping delle Nazioni Unite in Siria. Numero tre, è stato concordata la consegna di aiuti umanitari alla popolazione siriana. Numero quattro, è stato deciso il congelamento dei beni della Banca Centrale siriana da parte dell’Unione europea. Ultimo, ma non meno importante, i sauditi hanno proposto di armare i ribelli, affermando che qualsiasi altra opzione da sola “non è sufficiente.” Questa proposta saudita non ha incontrato opposizione da nessuno dei delegati presenti alla riunione, spingendo ed aprendo in modo decisivo la strada a una guerra civile in larga scala in territorio Siriano . Clinton ha affermato che Assad “pagherà un costo pesante per le violazioni dei diritti umani,” una dichiarazione “profetica” che anticipa un tipo di morte stile Gheddafi anche per Assad. Clinton ha anche aggiunto che “Assad ha i giorni contati”.

I rappresentanti del Consiglio Nazionale Siriano (SNC) erano presenti alla riunione. I ribelli siriani che partecipavano alla riunione si sono affrettati ad rassicurare i delegati che se il regime di Assad sarà sconfitto, loro avrebbero “protetto” tutte le minoranze in Siria. Dovremmo essere lieti di sapere che, secondo il SNC, i cristiani, i curdi, gli alawiti ora possono stare “tranquilli”. Queste false dichiarazioni possono essere facilmente smentite guardando quanto è successo in Kosovo, Libia, Egitto e in Iraq. Fra l’altro, le minoranze in Siria non condividiamo la stessa speranza. La dichiarazione del SNC è solo propaganda. le minoranze non si fidano dei ribelli siriani. Nei giorni scorsi, alcune delegazioni cristiane e islamiche moderate si sono recate a Mosca per sollecitare sostegno e protezione da Putin se, nel peggiore dei casi, dovesse cadere Assad. Già nel mese di novembre, il Patriarca di Mosca si è recato a Damasco per colloqui con Assad, sostenendo con  parole di incoraggiamento verso Assad, ricevendo in cambio la promessa di Assad che, finché lui è al potere, i cristiani saranno protetti. Dopo aver incontrato la delegazione delle minoranze siriane a Mosca, Putin ha assicurato protezione, ma la promessa di Putin dipende dalla sua sopravvivenza alle prossime elezioni presidenziali.

La storia insegna circa i pericoli di armare “i combattenti per la libertà”. Testimonianza ne è la “alleanza” tra Al-Qaeda e gli Stati Uniti. In due video, uno uscito nel giugno dello scorso anno e uno pochi giorni fa, Al-Zawahiri leader di Al-Qaeda ha esortato i ribelli siriani a sollevarsi contro il regime di Assad, che, secondo Al-Zawahiri, è alleato con gli Stati Uniti Stati nella missione di reprimere la popolazione musulmana. L’ironia delle parole di Al-Zawahiri è chiara, anche per una persona con poca conoscenza di geopolitica, il commento di Al-Zawahiri è in forte contraddizione con il comportamento del governo americano nei confronti del regime di Assad. I fatti dicono il contrario. Sotto il controllo della famiglia Assad, la Siria non è mai stata un burattino nelle mani degli americani, al contrario. Bashar Al-Assad, e suo padre prima di lui, Hafez Al-Assad, sono sempre stati una spina nel fianco della diplomazia americana nella regione. La Siria ha sempre orbitato verso l’URSS prima, e verso la Russia di Putin oggi, piuttosto che verso gli Stati Uniti. Forse Al-Zawahiri si è confuso con il suo connazionale, Hosmi Mubarak, che era sempre stato uno strumento nelle mani dei governi americani e israeliani, solo per essere poi pugnalato alle spalle dall’amministrazione Obama durante la primavera araba (una “giusta ricompensa” per trenta anni di servitù di Mubarak verso Stati Uniti e Israele). Qualcuno ha suggerito che Al-Zawahiri ha sostenuto i ribelli siriani per screditare l’Amministrazione Obama, mostrando che Al-Qaeda è in combutta con gli Stati Uniti. Questa teoria non ha alcun senso. Dubito che Al-Zawahiri sia così sofisticato nel suo modo di pensare, le sue azioni sono guidate più dall’ideologia, che da manovre geopolitiche tattiche. Al-Zawahiri e Al-Qaeda non hanno bisogno di mostrare la loro fedeltà agli Stati Uniti per screditare gli americani, la verità è che Al-Qaeda è una creazione del governo americano. I discepoli di Al-Qaeda stanno solo strisciando di nuovo verso il loro padrone, tutto qui. Esiste una correlazione diretta tra  le rivolte egiziane e libiche, orchestrate dai Fratelli Musulmani ed altri elementi radicali islamici, e la rivolta in Siria. Esiste anche una connessione diretta tra Al-Qaeda e il sistema operativo “combattenti per la libertà” in Siria, Libia ed Egitto . Ci sono indiscrezioni sulla presenza di combattenti libici diretti verso l’ Egitto e di lì, unendosi a elementi appartenenti ai Fratelli Musulmani, verso la Siria. Ci sono anche voci non confermate di militanti islamici che stanno entrando in Siria dal confine con l’Iraq per unirsi ai terroristi  impegnati nella lotta contro il governo siriano. Si tratta di un “movimento santo” in cui alcuni dei principali protagonisti della rivolta siriana sono i Fratelli Musulmani e Al-Qaeda. Nonostante quello che I fratelli musulmani vogliano farci credere, che sarebbero  ormai una legittimata “forza democratica”, è stato dimostrato il contrario grazie all’egiziano Al-Zawahiri, il quale considera i Fratelli Musulmani, un utile alleato nella lotta alla radicalizzazione degli stati musulmani. Nel suo video, riferendosi alla Siria, Al-Zawahiri ha affermato che “Se vogliamo la libertà, dobbiamo essere liberati da questo regime. Se vogliamo la giustizia, dobbiamo reagire contro questo regime. ” Immagina un po’, Al-Qaeda  che parla di ” libertà ” e ” giustizia .” Ammetto di non aver capito, in passato, il collegamento tra Al-Qaeda e ” libertà, giustizia e diritti umani”. Un bel minestrone, Al-Qaeda = fratelli musulmani= Gruppo Combattente Islamico Libico = Consiglio Nazionale Siriano =attivisti e organizzazioni dei diritti umani, ed infine, l’amministrazione Obama con tutti i suoi leader occidentali, tutti insieme appassionatamente alla ricerca della “libertà e giustizia.”

Quanto è sorprendente trovare Al-Qaeda e gli Stati Uniti insieme ideologicamente in questo progetto per rovesciare il regime di Assad? Il cerchio si è finalmente chiuso.  Al-Qaeda è una creazione degli Stati Uniti, nel periodo dell’ invasione dell’Unione Sovietica in Afghanistan; un figlio partorito dall’ Operazione Cyclone. Zbigniew Brzezinski, un sopravvalutato e pericoloso “genio”, che come Security Advisor per l’amministrazione Carter è stato la mente dietro l’Operazione Cyclone della CIA. Operazione Cyclone, ufficialmente incominciata non appena l’invasione da parte dei sovietici in Afghanistan ha avuto inizio. Cyclone è stata l’operazione più costosa nella storia della CIA. Nel luglio 1979, il presidente Carter ha autorizzato la prima rata di 500 milioni di dollari per aiutare il Mujahedeen nel combattere i sovietici. Nel corso degli anni, sotto l’amministrazione Reagan, il flusso di denaro, l’addestramento (in Pakistan) e le armi hanno continuato fino a quando nel 1989, dopo una guerra decennale, i sovietici lasciarono l’Afghanistan. Poco dopo l’Unione Sovietica cadde. Dopo che i sovietici si ritirarono dalll’Afghanistan e l’URSS , pure gli americani se ne andarono, lasciando il governo pakistano e i Mujahedeen ai loro destini, insieme a tutte le armi e la conoscenza creata con l’addestramento ai mujahedeen stessi. I talebani e Al-Qaeda sono solo la conseguenza dell’ Operazione Cyclone, un’operazione creata dal “genio” di Brzezinski. Quando Brzezinski arrivo` in Pakistan nel 1979  si incontrò con i Mujahedeen, sollecitandoli a combattere i sovietici in Afghanistan, Brzezinski ebbe per loro parole di forte ispirazione: “Sappiamo della vostra fede in Dio e siamo certi che la vostra lotta avrà successo. L’Afghanistan è vostro vi appartiene … la vostra lotta prevarrà e riavrete indietro le vostre case e le vostre moschee. Questo perché la vostra causa è giusta e Dio è dalla vostra parte. “Come potete vedere, non c’è bisogno di Osama Bin Laden o Al-Zawahiri per ispirare i musulmani a combattere basta Brzezinski, rivelatosi efficace con le sue prediche, come qualsiasi altro Imam. In totale, stime per difetto parlano di un prezzo pagato dalle casse del tesoro Americano per l’ Operazione Cyclone di 5 miliardi di dollari.

Come possiamo vedere, non c’è nulla di più radicale della stessa politica estera americana. Puntare il dito verso le posizioni radicali di Assad e l’Iran è, al meglio ipocrisia. Hillary Clinton, una volta ha ammesso che “Le persone che stiamo combattendo oggi (terroristi islamici), li abbiamo sovvenzionati noi. Lo abbiamo fatto perché non volevamo che l’Unione Sovietica controllasse tutta l’Asia centrale“.

Per Al-Qaeda e Al-Zawahiri lo scopo di andare contro la Siria e la famiglia Assad è quello di creare un clima fertile per la promozione dell’Islam radicale. Per la Fratellanza Musulmana lo scopo è una vendetta per l’annientamento nel 1982 di 7000 dei suoi membri nella città di Hama, avvenuta per mano dal padre di Assad. Gli americani invece ritengono che sostenendo la rivolta del Medio Oriente e alleandosi con i musulmani radicali, possono raggiungere due scopi: in primo luogo, la promozione della democrazia nella regione, e in secondo luogo, estendere il controllo sul Medio Oriente. Ma proprio come l’ Operazione Cyclone ci ha insegnato, forse non domani, ma nei prossimi 20 anni è garantito che, come disse una volta il pastore di Obama, il reverendo Wright: “I polli stanno tornando all’ovile” riferendosi ai terroristi islamici dopo l’attacco dell’undici settembre.

Just as I predicted in my last article when I warned people not to celebrate too early the UN veto of China and Russia on a resolution against Assad, Friday in Tunisia, 75 countries who describe themselves as “friends of Syria” have gathered to discuss a way of pressuring Assad to resign.  This meeting was a way to circumvent the Russian and Chinese veto, and clear the road for the Wahhabis terrorists to take over Syria.  In Tunis, several important decisions were made:  Number one, the countries holding the meeting have asked for a cease fire to assess the situation in Syria.  Number two, discussions were held on the possibility of sending a UN peacekeeping mission to Syria.  Number three, the delivery of humanitarian aid to the Syrian population was agreed upon.  Number four, the freezing of assets of the Syrian Central Bank by the EU was decided.  Last but not least, the Saudis proposed arming the rebels with weapons, stating that any other option alone was “not enough.”  This Saudi proposal met no opposition by any of the delegates attending the meeting, effectively clearing the road for more violence in Syria.  Hillary Clinton stated that Assad “will pay a heavy cost for human rights violations,” a statement that “prophesize” a Gaddafi-type of end for Assad.  Clinton added that “Assad’s days are numbered.”

Representatives of the Syrian National Council (SNC) were also present at the meeting.  The Syrian rebels attending the meeting were quick to reassure the delegates that, if the Assad regime was defeated, they would reach out to all “minorities” in Syria.  We should be glad to hear that, according to the SNC, the Christians, the Kurds, and the Alawites are now going to be “safe.”  All these phony statements are easily rebuked by looking at what has happened in Kosovo, Libya, Egypt and Iraq.  Clearly, the minorities in Syria do not share the same hope.  The statement by the SNC is just propaganda.  In fact, the minorities do not trust the Syrian rebels.  In the last few days, a Christian and moderate Islamic delegations traveled to Moscow to plead support and protection from Putin should, in the worst case scenario, Assad fall.  Back in November, the Patriarch of Moscow traveled to Damascus to hold talks with Assad, giving Assad words of encouragement and, in return, the promise from Assad that as long as he’s in power, the Christians will be protected.  Upon meeting with the Syrian minority delegation in Moscow, Putin pledged to protect them, but Putin’s promise hinges upon Putin’s survival in the upcoming presidential elections.

History teaches us the dangers of arming freedom fighters.  Look at the unholy alliance between Al-Qaeda and the United States.  In two videos, one released back in June of last year and one a few days ago, Al-Qaeda leader Al-Zawahiri exhorted the Syrian rebels to rise against the Assad regime, which, according to Al-Zawahiri, is embedded with the United States in repressing its Muslim population.  The irony of Al-Zawahiri’s words is clear, even to a person with little knowledge of geopolitics: Al-Zawahiri’s comment contradicts the behavior of the American government toward the Assad regime.  Under the rule of the Assad family, Syria was never a puppet in the hands of the Americans, quite the contrary.  Bashar Al-Assad, and his father before him Hafez Al-Assad, has always been a thorn in the side of American diplomacy in the region.  Syria has always leaned more toward the USSR first, and to Putin’s Russia today, than it has toward the United States.  Perhaps Al-Zawahiri was confusing Assad with his compatriot, Hosmi Mubarak, who had always been an instrument in the hands of the American and Israeli governments, only to be back-stabbed by the Obama Administration during the Arab Spring (a just “reward” for thirty years of Mubarak’s servitude to the United States and Israel).  Some people suggested that Al-Zawahiri has come out in support of the Syrian rebels as a way to discredit the Obama Administration, by showing that Al-Qaeda is in cahoots with the United States.  This theory makes no sense.  I doubt that Al-Zawahiri is that sophisticated in his way of thinking, and his actions are guided more by ideology than tactical maneuvers.  Al-Zawahiri and Al-Qaeda don’t need to demonstrate their allegiance to the United States to discredit the Americans, quite the contrary.  The truth is Al-Qaeda is a creation of the American government.  The disciples of Al-Qaeda are crawling back to their master that’s all.  There is a direct correlation between the Egyptian and the Libyan uprisings orchestrated by the Muslim Brotherhood and other radical Muslim elements, with the uprising in Syria, also a direct connection between Al-Qaeda and the “freedom fighters” operating in Syria, Libya, and Egypt.  There are reports of Libyan fighters’ crossing over into Egypt and joining elements of the Muslim Brotherhood on their way to Syria.  There are also unconfirmed reports of Islamic militants crossing into Syria from the border with Iraq to join terrorists there engaged in fighting the Syrian government.  It is a “holy movement” where some of the major players in the Syrian uprising are the Muslim Brotherhood and Al-Qaeda.  Despite what the Muslim Brotherhood wants you to believe, that they are now a legitimized “democratic force,” it’s been proven that Egyptian Al-Zawahiri considered the Muslim Brotherhood a useful ally in the pursuit of the radicalization of Muslim states.  In his video, referring to Syria, Al-Zawahiri stated that “If we want freedom, we must be liberated from this regime.  If we want justice, we must retaliate against this regime.” How did I miss making the connection earlier between Al-Qaeda, “freedom,” “justice,” and perhaps human rights?  What a nice minestrone.  Al-Qaeda = Muslim Brotherhood = Libyan Islamic Fighting Group = human rights activists and organizations, and finally, the Obama Administration and the Western leaders, passionately together in the pursuit of “freedom and justice.”   So how surprising is it to find Al-Qaeda and the United States together in this scheme to overthrow Assad’s regime?  We have now finally come full circle.

Al-Qaeda was a creation of the United States during the Afghanistan/Soviet Union invasion:  A child born out of Operation Cyclone.  Zbigniew Brzezinski, an overrated and dangerous “genius”, who as the Security Advisor to the Carter Administration, was the mastermind behind the CIA Operation Cyclone.  Operation Cyclone officially started as soon as the invasion by the Soviets into Afghanistan took place.  Cyclone was the most expensive operation in the history of the CIA.  In July 1979, President Carter authorized the first installment of $500 million to aid the Mujahedeen fighting the Soviets.  Over the years, under the Reagan Administration, the flow of money, training and weapons continued until in 1989, after a decade-long and grueling war, the Soviets left Afghanistan.  Shortly afterward the Soviet Union fell.  As the Soviets left Afghanistan and the USSR disintegrated, the Americans left as well.  They left the Pakistani government and the Mujahedeen to their destinies, along with all the weapons and training.  The Taliban and Al-Qaeda are the subsequent results of Operation Cyclone, an operation created by the “genius” Brzezinski.  When Brzezinski arrived in Pakistan in 1979 and met with the Mujahedeen going over to fight the Soviets in Afghanistan, he had inspiring words for them.  “We know of your belief in God and we are confident that your struggle will succeed.  Afghanistan is yours…your fight will prevail and you will have your houses and your mosques back.  This is because your cause is right and God is on your side.”  As you can see, you don’t need Osama Bin Laden or Al-Zawahiri to inspire the Muslims to fight.  Brzezinski was as effective with his words as any other radical Imam.  All in all, conservative estimates speak of a final price tag for Operation Cyclone of $5 billion.

As we can see, there is nothing more radical than American foreign policy.  To point fingers at the radical stances of Assad and Iran is hypocritical at best.  Hillary Clinton once admitted that “The people we are fighting today (Islamic terrorists), we founded them.  We did it because we did not want the Soviet Union to control all Central Asia.”

For Al-Qaeda and Al-Zawahiri the purpose of going against Syria and the Assad family is to create a fertile climate for the furthering of radical Islam. For the Muslim Brotherhood, the purpose is retaliation for the 1982 annihilation of 7,000 of its members in the City of Hama by Assad’s father. The Americans believe that by supporting the uprising in the Middle East and allying themselves with the radical Muslims, they can achieve two purposes:  First, the furthering of democracy in the region; and second, extending control over the Middle East.  But just as Operation Cyclone taught us, perhaps not tomorrow, but in the next 20 years it’s guaranteed that, as Obama’s hateful Pastor Reverend Wright once said, “The chickens will come home to roost.”

La Clinton ammette che USA ed Al-Qaeda stanno dalla stessa parte in Siria

Infowars 03 Marzo 2012

USA e Francia armano i ribelli con missili antiaerei

Il Segretario di Stato Hillary Clinton ha ammesso che Al-Qaeda ed altri gruppi che il Dipartimento di Stato pone nella lista dei terroristi, stanno in Siria dalla stessa parte degli Stati Uniti, ad aiutare i ribelli dell’opposizione.

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Commercio delle armi, trattato paravento dell’Onu

NAZIONI UNITE Scopo dichiarato non è limitare export e import di armi, ma regolamentarli. La guerra non si tocca. Tra i princìpi la «legittimità degli stati di acquistare armi per l’ autodifesa, per operazioni peacekeeping e di produrle e trasferirle»

Dopo sette anni di travagliati sforzi, l’Assemblea generale delle Nazioni unite ha dato alla luce il Trattato sul commercio di armamenti. Scopo dichiarato è quello non di limitare le esportazioni e importazioni di armi «convenzionali», pesanti e leggere, ma di regolamentarle. Tra i principi su cui si basa il Trattato vi è infatti quello del «rispetto degli interessi legittimi degli stati di acquistare armi convenzionali per esercitare il diritto di autodifesa e per le operazioni di peacekeeping, e di produrre, esportare, importare e trasferire armi convenzionali».

Salva l’industria bellica

Le cento maggiori industrie belliche del mondo, 78 delle quali basate negli Stati uniti e nell’Europa occidentale, potranno così continuare ad aumentare le loro vendite, il cui valore annuo stimato si avvicina ai 500 miliardi di dollari. Principali esportatori sono gli Stati uniti, seguiti da Russia, Germania, Francia e Cina, che ha scavalcato la Gran Bretagna. Principali importatori India, Pakistan, monarchie del Golfo. In forte crescita anche le importazioni di armi in Nordafrica, aumentate del 350% nel 2007-2012. Nessuno conosce però il reale valore dei trasferimenti internazionali di armi, diversi dei quali avvengono in base a transazioni politiche. Tra questi, ad esempio, i 20 veicoli blindati da combattimento Puma, dati dall’Italia ai governanti libici «a titolo gratuito» (ossia pagati con denaro pubblico dai contribuenti italiani).
A che serve allora il Trattato? Va anzitutto detto che, pur essendo stato approvato a larga maggioranza, esso ha visto significative astensioni, soprattutto quelle di Russia, Cina e India. Inoltre, anche dopo essere stato ratificato dai parlamenti nazionali (cosa non scontata, in particolare negli Stati uniti), esso non sarà vincolante ma costituirà una sorta di codice di comportamento cui i governi dovrebbero attenersi. La norma fondamentale è che le armi non devono essere fornite a stati che «minano la pace e la sicurezza e commettono violazioni del diritto umanitario internazionale». Come assicura il segretario di stato Usa John Kerry, il Trattato contribuirà a «ridurre il rischio che i trasferimenti internazionali di armi convenzionali siano usati per compiere i peggiori crimini del mondo, inclusi terrorismo, genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra».

In altre parole, il Trattato autorizza a fornire armi ai «buoni» ma vieta tassativamente di fornirle ai «cattivi». Resta da vedere quali sono gli uni e gli altri. Se il Trattato ad esempio fosse stato approvato dall’Onu nel 2011, che cosa sarebbe avvenuto? Esso sarebbe stato usato per giustificare il ferreo embargo alle forniture di armi al governo libico, accusato di crimini contro l’umanità. Allo stesso tempo sarebbe servito a rendere legali le forniture di bombe statunitensi agli alleati (Italia compresa) che le avevano terminate nelle prime settimane di bombardamenti.

Oggi, sottolinea la responsabile di Oxfam International per il controllo degli armamenti, dando voce a un’idea diffusa nell’arco pacifista sostenitore del Trattato, esso può impedire a ridurre la strage della guerra civile in Siria, poiché «la Russia sostiene che le vendite di armi al governo sono permesse non essendovi alcun embargo».

L’esempio Siria

Dimentica però il crescente flusso di armi, confermato dalla recente inchiesta del New York Times (il manifesto, 27 marzo), che vengono fornite ai «ribelli» attraverso una rete internazionale organizzata dalla Cia, che vede coinvolte Turchia, Giordania e Croazia.
In base a tale logica, un altro dei princìpi su cui si basa il Trattato, ossia «il diritto di tutti gli stati all’autodifesa individuale e collettiva riconosciuto dall’articolo 51 della Carta delle Nazioni unite», può essere interpretato in modo tale da giustificare l’embargo delle armi al governo siriano e, allo stesso tempo, la loro fornitura ai «ribelli», asserendo che essi le usano per «autodifesa».

Diversi sostenitori del Trattato affermano che vanno bandite le vendite di armi non solo agli stati ma anche ai gruppi che ne fanno uso in azioni che violano i diritti umani, ma che esse possono essere fornite apertamente e legalmente ai «movimenti di liberazione che lottano contro governi abusivi». Appunto come quello siriano, che Usa e Nato considerano illegale, mentre armano e addestrano il «movimento di liberazione», in gran parte infiltrato dall’esterno.

Le industrie belliche potranno così continuare a fare affari d’oro: basta che vendano le armi a chi le usa per «il diritto di autodifesa e per le operazioni di peacekeeping».

Manlio Dinucci
Fonte: www.ilmanifesto.it
4.04.2013

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Nuovo Ordine Mondiale e Guerre Asimmetriche

Il trattato sul commercio delle armi, legge suprema del capitalismo

Dopo sette anni di negoziati, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato, il 2 aprile 2013, un progetto di Trattato sul commercio delle armi, con 154 voti favorevoli, 23 astenuti e 3 voti contrari. Con entusiasmo, gli ambasciatori occidentali si sono congratulati l’un l’altro per questo «voto storico» di un testo «ambizioso», che «metterà definitivamente fine al commercio illegale delle armi», per come è «equilibrato», «efficace» e «solido», e via dicendo.

Attraverso queste fiere dichiarazioni, speravano di convincere le loro opinioni pubbliche sul fatto che questo progetto di trattato dimostra che essi non agiscono mai contro la pace e che, al contrario, gli Stati che non lo hanno votato o vi si sono opposti non hanno la coscienza tranquilla. Per sostenere la loro tesi, non hanno mancato di sottolineare che i tre voti contrari sono stati emessi dai loro avversari più a lungo demonizzati: la Corea del Nord, l’Iran e la Siria.

Ma qual è la verità? Il diritto internazionale riconosce che, per difendere il suo popolo, uno Stato può legittimamente produrre, importare, esportare, trasferire, detenere armi o svolgere attività di intermediazione. Pertanto queste attività sono proibite quando sono usate per attaccare o per occupare altri Stati o popoli.

Anche se non si può sapere in anticipo se un arma sarà utilizzata per uno scopo legittimo o no, la quantità astronomica di armi leggere prodotte nel mondo non è commisurata al legittimo uso che se ne può fare. E nemmeno possiamo rimanere sorpresi del fatto che una parte di esse sarà utilizzata per scopi illeciti, causando inutili sofferenze.

Questo trattato, essendo stato negoziato in seno all’Assemblea generale nell’ambito della Conferenza sul disarmo, viene spesso presentato come se fosse un’estensione alle armi leggere dello sforzo intrapreso in materia di non-proliferazione nucleare. Questo è falso.

Come ha sottolineato il rappresentante del Pakistan: «Questo non è un trattato di disarmo», ma un trattato sul «commercio responsabile delle armi». In altre parole, come ammette implicitamente il titolo, il testo originale del trattato, così come presentato da Tony Blair, non aveva lo scopo di promuovere la pace, bensì di proteggere gli interessi industriali e commerciali del Regno Unito e di estendere la «dottrina Blair». Proprio come la guerra sarebbe «morale» quando venisse intrapresa «per motivi umanitari» per combattere contro «una violazione dei Diritti dell’Uomo» (nel senso anglosassone del termine), analogamente il commercio delle armi sarebbe «responsabile» a condizione di non vendere ad «acquirenti canaglia» accusati di aver in passato « violato i Diritti dell’Uomo» (sempre nel senso anglosassone del termine).

Sapendo che tre quarti del commercio mondiale di armi leggere sono controllati da sei Stati produttori, un trattato su questa attività non può essere applicato che in seguito a un accordo tra di essi (Germania, Cina, Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Russia). Questo significa creare un cartello di venditori che potrà eventualmente imporre i suoi prezzi per aumentare i suoi margini di profitto. Ciò che il rappresentante della Bolivia ha riassunto nel dire «L’industria delle armi può dormire su due guanciali perché la scrittura di questo trattato difende i suoi interessi».

Inoltre, sapendo che questo cartello industriale e commerciale, che comprende i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza, avrebbe il potere di vietare a uno Stato di rifornirsi di armi sul mercato internazionale, potrebbe privarlo così dei suoi legittimi mezzi di difesa e renderlo una facile preda. Secondo la formula di Lenin: «L’imperialismo è la fase suprema del capitalismo».

Nonostante le apparenze, i governi britannico e francese sono coerenti nel cercare contemporaneamente da un lato di regolare «il commercio delle armi» e, dall’altro, di revocare un embargo (vale a dire, deregolamentare questo commercio) al fine di legalizzare il trasferimento illecito di armi ai mercenari che le dittature wahabite pagano per distruggere la Siria.

In definitiva questo progetto di trattato è nato morto. Sebbene sia stato rapidamente ratificato da cinquanta stati che hanno votato in favore e sia così entrato in vigore, non sarà applicabile. La Cina e la Russia hanno rifiutato di aderire al cartello militare-industriale occidentale. Nonostante i vantaggi economici che avrebbero potuto trovarvi, hanno protetto nuovamente il mondo dal mercantilismo anglosassone (al quale la Francia, cambiando di campo, si è allineata). Assumendo la loro statura imperiale di grandi potenze, si sono rifiutati di trasformarsi in imprese imperialiste.

Thierry Meyssan
Fonte: www.megachip.info
5.04.2013

Il testo del trattato e di tutti i documenti preparatori sono disponibili in sei lingue sulla pagina ad hoc dell’ONU.
http://www.un.org/disarmament/ATT/documents/

Traduzione a cura di Matzu Yagi.

Questa “cronaca settimanale di politica estera” appare simultaneamente in versione araba sul quotidiano “Al-Watan” (Siria), in versione tedesca sulla “Neue Reinische Zeitung”, in lingua russa sulla “Komsomolskaja Pravda”, in inglese su “Information Clearing House”.

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Di Frank Slijper

A cinque anni dall’inizio della crisi finanziaria ed economica europea, c’è ancora un elefante a Bruxelles di cui pochi vogliono parlare. L’elefante è il ruolo che gioca la spesa militare come causa che perpetua la crisi economica. Mentre le infrastrutture sociali vengono tagliate, la spesa per gli armamenti difficilmente viene ritoccata. Mentre le pensioni e gli stipendi sono stati tagliati, l’industria delle armi continua a produrre ancora utili da nuovi ordini e dalle rendite per precedenti commesse.
Il fatto sconvolgente, in un momento di austerità, è che la spesa militare dell’UE nel 2010 era di € 194 miliardi, approssimativamente la cifra del deficit annuale di Grecia, Italia e Spagna messe insieme.

Paradossalmente, chi grida più forte a Bruxelles sono proprio le sirene dei lobbisti militari, che ammoniscono di quello che potrebbe essere il “disastro”, se dovessero essere approvati ulteriori tagli alle spese militari. Questo documento dimostra che il vero disastro è dovuto a anni di ingenti spese militari europee e di corruzione nel commercio delle armi. Questa dinamica ha contribuito in modo sostanziale alla crisi del debito in paesi come la Grecia e il Portogallo, e continua a incidere pesantemente sui prossimi bilanci futuri di tutti i paesi in crisi.

La forza delle lobby militare-industriale ha la capacità di rendere inefficace qualsiasi taglio che venga proposto. Questo è un fatto crudamente dimostrato dal modo in cui il governo tedesco, mentre chiede sacrifici sempre maggiori con tagli sociali, ha fatto molte pressioni, dietro le quinte, contro i tagli militari per i problemi che questi risparmi avrebbero potuto causare alla propria industria bellica.

Il documento ( vedi link alla versione integrale nelle Note) rivela come:

Gli alti livelli di spesa militare, nei paesi ora nell’epicentro della crisi dell’euro, hanno giocato un ruolo significativo nel provocare la crisi del loro debito. La Grecia è stato il paese che in Europa più ha speso per la difesa, in termini relativi, negli ultimi quattro decenni, spendendo l’equivalente del suo PIL, quasi il doppio della media UE. Le spese militari della Spagna sono aumentate del 29% tra il 2000 e il 2008, per i massicci acquisti di armi. E ora deve affrontare enormi problemi per ripagare i debiti contratti per i suoi programmi militari non necessari. Come disse un ex Segretario alla Difesa spagnolo : “Non avremmo dovuto comprare sistemi che non useremo, per situazioni di conflitto che non esistono e, quel che è peggio, comprati con fondi che non avevamo allora e che non abbiamo adesso.” Anche la più recente vittima della crisi, Cipro deve alcuni dei suoi problemi di debito ad un aumento del 50% della spesa militare degli ultimi dieci anni, la maggioranza avvenuta dopo il 2007.

I debiti provocati dalla vendita di armi sono stati spesso il risultato di affari di corruzione tra funzionari dei governi, ma devono essere pagati con soldi della gente comune che deve sopportare tagli selvaggi nei servizi sociali. Alcune indagini condotte su un contratto siglato dal Portogallo nel 2004 per comprare due sommergibili per un miliardo di euro concordato con l’allora Primo Ministro Manuel Barroso (ora Presidente della Commissione UE) hanno identificato più di una dozzina di contratti per intermediazioni sospette e per consulenze che sono costate al Portogallo almeno € 34 milioni. Almeno otto contratti per acquisto di armi firmati dal governo greco dalla fine degli anni 1990 sono oggetto di indagine da parte delle autorità giudiziarie per possibili tangenti illegali e mancette a funzionari statali e a politici.

La spesa militare è stata ridotta nei paesi più colpiti dalla crisi, ma la maggior parte degli stati hanno ancora un livello di spesa militare paragonabile o superiore a quella di dieci anni fa. Tutti i Paesi europei sono nella lista dei maggiori compratori di armi a livello globale : 4° posto (Regno Unito), 5 ° (Francia), 9° (Germania) e 11 ° (Italia). Anche l’Italia, che ha debiti per due mila miliardi, dedica ancora una percentuale di PIL per la spesa militare maggiore a quella che spendeva dopo la Guerra Fredda nel 1995.

I tagli alla spesa militare, dove sono avvenuti, sono quasi interamente ricaduti sulle persone – riduzioni di personale, salari più bassi e pensioni più basse – e non sulla spesa per l’acquisto di armi. Il bilancio per l’acquisto di armi in realtà è passato da € 38,8 miliardi nel 2006 a € 42,9 nel 2010 – con un aumento superiore al 10% – mentre i costi del personale sono scesi da € 110,0 miliardi nel 2006 a € 98,7 nel 2010, una diminuzione del 10%, avvenuta in gran parte fra il 2008 e il 2009.

Mentre paesi come la Germania insistono su più duri tagli ai bilanci sociali dei paesi in crisi per pagare i debiti, sono stati molto meno determinati quando si è cominciato a parlare di tagli alle spese militari che potrebbero minacciare le vendite delle loro armi. Francia e Germania hanno fatto pressione sul governo greco per non ridurre le spese per la difesa. La Francia sta preparando un contratto di locazione con la Grecia per due delle fregate più costose d’Europa; Quello che sorprende di più però è che questa operazione è “guidata da considerazioni politiche, e non è una iniziativa richiesta dalle forze armate”. Nel 2010 il governo olandese ha concesso licenze di esportazione per € 53 milioni per equipaggiamenti della marina greca. Come ha osservato un collaboratore dell’ex Primo Ministro greco Papandreou: “ Nessuno ci ha mai detto : Comprate le nostre navi da guerra o non vi salveremo. Ma è chiaro il concetto che se compriamo saranno più favorevoli a venirci incontro”.

Una continua spesa militare molto alta ha portato a un boom di utili per l’ industria delle armi e una spinta ancora più aggressiva per tentare di vendere altre armi al- l’estero, ignorando cosa significhi questo per i diritti umani. Le cento aziende più grandi del settore nel 2011 hanno venduto armi per un valore di circa € 318 miliardi, il 51% in più in termini reali rispetto al 2002. Si sono mosse sul mercato anticipando la prevedibile diminuzione della domanda interna, sostituendola con un supporto politico ancora più attivo per riuscire a vendere più armi all’estero. Nei primi mesi del 2013 il presidente francese François Hollande ha visitato gli Emirati Arabi Uniti per spingerli ad acquistare il caccia Rafale. Il Primo Ministro britannico David Cameron ha visitato gli Emirati e l’Arabia Saudita a novembre 2012 per promuovere la vendita di un pacchetto completo di armi. La Spagna spera di vincere un contratto molto controverso in Arabia Saudita per 250 Leopard a due serbatoi, contro la Germania – che produce il serbatoio dei Leopard .

Molti studi mostrano che gli investimenti in campo militare sono il modo meno efficace per creare posti di lavoro, a prescindere dagli altri costi della spesa militare. Secondo uno studio dell’Università del Massachusetts, spendendo per la difesa un miliardo di dollari negli Stati Uniti si crea il minor numero di posti di lavoro, meno della metà di quello che si potrebbe generare se si investisse lo stesso miliardo nell’istruzione o nei trasporti pubblici. In un momento di disperato bisogno di investimenti per creare posti di lavoro, sostenere un programma militare superfluo e dispendioso non è giustificabile perché i soldi spesi non creano tanti posti di lavoro, quanti ne creerebbero in settori quali la sanità e il trasporto pubblico.

Malgrado la chiara evidenza del costo di spese militari troppo alte, i capi militari continuano a diffondere informazioni distorte e assurde dichiarando che una riduzione delle spese per la difesa dell’Unione Europea possa minacciare la sicurezza delle nazioni europee. Il Segretario Generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, non ha mai perso una occasione per persuadere i membri dell’alleanza a investire e collaborare di più per la difesa.

Il Gen. Patrick de Rousiers, presidente del Comitato Militare dell’UE, nel corso di un’audizione al Parlamento europeo, ha anche detto che sarebbe in gioco il futuro dell’Europa se non si aumenterà la spesa militare. “Dove andrebbe a finire un’Europa di 500 milioni di abitanti se non avesse una forza credibile per garantire la sua sicurezza?” Ha chiesto retoricamente.

Noi crediamo invece, che in un momento in cui esiste una agenda di austerità permanente della Commissione europea per affrontare sfide sempre crescenti, c’è un settore in cui l’Europa potrebbe fare molto di più per imporre l’austerità. E questa è l’arena delle spese militari e dell’industria degli armamenti.

Abolire le armi nucleari di proprietà di Francia e Regno Unito potrebbe portare a risparmi di diversi miliardi di euro ogni anno e di farebbe prendere a questi paesi un importante impegno nel rispetto del trattato di non proliferazione nucleare per l’eliminazione definitiva delle armi nucleari. Le riduzioni della spesa militare in tutte le nazioni UE al livello percentuale dell’Irlanda (0,6% del PIL) farebbe risparmiare molti miliardi a tutti.

Cancellare i debiti immorali dovuti a contratti di vendita di armi ottenuti pagando tangenti, sarebbe un buon primo passo per cancellare altre al conto della crisi anche tutti quelli che hanno concorso a causarla. Certe misure servirebbero anche a dimostrare che in un momento di crisi, l’Europa è pronta ad investire in un futuro come quello a cui pensano i suoi cittadini e non in quello che vogliono imporre i suoi guerrafondai.

Fonte:http://www.tni.org/briefing/guns-debt-corruption

Traduzione di Ernesto Celestini per Peace Link

http://www.peacelink.it/sociale/a/38286.html

http://informazioneconsapevole.blogspot.it/2013/04/le-armi-il-debito-e-la-corruzionele.html

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Armi, debito e corruzione: le spese militari e la crisi UE

Di Frank Slijper

A cinque anni dall’inizio della crisi finanziaria ed economica europea, c’è ancora un elefante a Bruxelles di cui pochi vogliono parlare. L’elefante è il ruolo che gioca la spesa militare come causa che perpetua la crisi economica. Mentre le infrastrutture sociali vengono tagliate, la spesa per gli armamenti difficilmente viene ritoccata. Mentre le pensioni e gli stipendi sono stati tagliati, l’industria delle armi continua a produrre ancora utili da nuovi ordini e dalle rendite per precedenti commesse.
Il fatto sconvolgente, in un momento di austerità, è che la spesa militare dell’UE nel 2010 era di € 194 miliardi, approssimativamente la cifra del deficit annuale di Grecia, Italia e Spagna messe insieme.

Paradossalmente, chi grida più forte a Bruxelles sono proprio le sirene dei lobbisti militari, che ammoniscono di quello che potrebbe essere il “disastro”, se dovessero essere approvati ulteriori tagli alle spese militari. Questo documento dimostra che il vero disastro è dovuto a anni di ingenti spese militari europee e di corruzione nel commercio delle armi. Questa dinamica ha contribuito in modo sostanziale alla crisi del debito in paesi come la Grecia e il Portogallo, e continua a incidere pesantemente sui prossimi bilanci futuri di tutti i paesi in crisi.

La forza delle lobby militare-industriale ha la capacità di rendere inefficace qualsiasi taglio che venga proposto. Questo è un fatto crudamente dimostrato dal modo in cui il governo tedesco, mentre chiede sacrifici sempre maggiori con tagli sociali, ha fatto molte pressioni, dietro le quinte, contro i tagli militari per i problemi che questi risparmi avrebbero potuto causare alla propria industria bellica.

Il documento ( vedi link alla versione integrale nelle Note) rivela come:

Gli alti livelli di spesa militare, nei paesi ora nell’epicentro della crisi dell’euro, hanno giocato un ruolo significativo nel provocare la crisi del loro debito. La Grecia è stato il paese che in Europa più ha speso per la difesa, in termini relativi, negli ultimi quattro decenni, spendendo l’equivalente del suo PIL, quasi il doppio della media UE. Le spese militari della Spagna sono aumentate del 29% tra il 2000 e il 2008, per i massicci acquisti di armi. E ora deve affrontare enormi problemi per ripagare i debiti contratti per i suoi programmi militari non necessari. Come disse un ex Segretario alla Difesa spagnolo : “Non avremmo dovuto comprare sistemi che non useremo, per situazioni di conflitto che non esistono e, quel che è peggio, comprati con fondi che non avevamo allora e che non abbiamo adesso.” Anche la più recente vittima della crisi, Cipro deve alcuni dei suoi problemi di debito ad un aumento del 50% della spesa militare degli ultimi dieci anni, la maggioranza avvenuta dopo il 2007.

I debiti provocati dalla vendita di armi sono stati spesso il risultato di affari di corruzione tra funzionari dei governi, ma devono essere pagati con soldi della gente comune che deve sopportare tagli selvaggi nei servizi sociali. Alcune indagini condotte su un contratto siglato dal Portogallo nel 2004 per comprare due sommergibili per un miliardo di euro concordato con l’allora Primo Ministro Manuel Barroso (ora Presidente della Commissione UE) hanno identificato più di una dozzina di contratti per intermediazioni sospette e per consulenze che sono costate al Portogallo almeno € 34 milioni. Almeno otto contratti per acquisto di armi firmati dal governo greco dalla fine degli anni 1990 sono oggetto di indagine da parte delle autorità giudiziarie per possibili tangenti illegali e mancette a funzionari statali e a politici.

La spesa militare è stata ridotta nei paesi più colpiti dalla crisi, ma la maggior parte degli stati hanno ancora un livello di spesa militare paragonabile o superiore a quella di dieci anni fa. Tutti i Paesi europei sono nella lista dei maggiori compratori di armi a livello globale : 4° posto (Regno Unito), 5 ° (Francia), 9° (Germania) e 11 ° (Italia). Anche l’Italia, che ha debiti per due mila miliardi, dedica ancora una percentuale di PIL per la spesa militare maggiore a quella che spendeva dopo la Guerra Fredda nel 1995.

I tagli alla spesa militare, dove sono avvenuti, sono quasi interamente ricaduti sulle persone – riduzioni di personale, salari più bassi e pensioni più basse – e non sulla spesa per l’acquisto di armi. Il bilancio per l’acquisto di armi in realtà è passato da € 38,8 miliardi nel 2006 a € 42,9 nel 2010 – con un aumento superiore al 10% – mentre i costi del personale sono scesi da € 110,0 miliardi nel 2006 a € 98,7 nel 2010, una diminuzione del 10%, avvenuta in gran parte fra il 2008 e il 2009.

Mentre paesi come la Germania insistono su più duri tagli ai bilanci sociali dei paesi in crisi per pagare i debiti, sono stati molto meno determinati quando si è cominciato a parlare di tagli alle spese militari che potrebbero minacciare le vendite delle loro armi. Francia e Germania hanno fatto pressione sul governo greco per non ridurre le spese per la difesa. La Francia sta preparando un contratto di locazione con la Grecia per due delle fregate più costose d’Europa; Quello che sorprende di più però è che questa operazione è “guidata da considerazioni politiche, e non è una iniziativa richiesta dalle forze armate”. Nel 2010 il governo olandese ha concesso licenze di esportazione per € 53 milioni per equipaggiamenti della marina greca. Come ha osservato un collaboratore dell’ex Primo Ministro greco Papandreou: “ Nessuno ci ha mai detto : Comprate le nostre navi da guerra o non vi salveremo. Ma è chiaro il concetto che se compriamo saranno più favorevoli a venirci incontro”.

Una continua spesa militare molto alta ha portato a un boom di utili per l’ industria delle armi e una spinta ancora più aggressiva per tentare di vendere altre armi al- l’estero, ignorando cosa significhi questo per i diritti umani. Le cento aziende più grandi del settore nel 2011 hanno venduto armi per un valore di circa € 318 miliardi, il 51% in più in termini reali rispetto al 2002. Si sono mosse sul mercato anticipando la prevedibile diminuzione della domanda interna, sostituendola con un supporto politico ancora più attivo per riuscire a vendere più armi all’estero. Nei primi mesi del 2013 il presidente francese François Hollande ha visitato gli Emirati Arabi Uniti per spingerli ad acquistare il caccia Rafale. Il Primo Ministro britannico David Cameron ha visitato gli Emirati e l’Arabia Saudita a novembre 2012 per promuovere la vendita di un pacchetto completo di armi. La Spagna spera di vincere un contratto molto controverso in Arabia Saudita per 250 Leopard a due serbatoi, contro la Germania – che produce il serbatoio dei Leopard .

Molti studi mostrano che gli investimenti in campo militare sono il modo meno efficace per creare posti di lavoro, a prescindere dagli altri costi della spesa militare. Secondo uno studio dell’Università del Massachusetts, spendendo per la difesa un miliardo di dollari negli Stati Uniti si crea il minor numero di posti di lavoro, meno della metà di quello che si potrebbe generare se si investisse lo stesso miliardo nell’istruzione o nei trasporti pubblici. In un momento di disperato bisogno di investimenti per creare posti di lavoro, sostenere un programma militare superfluo e dispendioso non è giustificabile perché i soldi spesi non creano tanti posti di lavoro, quanti ne creerebbero in settori quali la sanità e il trasporto pubblico.

Malgrado la chiara evidenza del costo di spese militari troppo alte, i capi militari continuano a diffondere informazioni distorte e assurde dichiarando che una riduzione delle spese per la difesa dell’Unione Europea possa minacciare la sicurezza delle nazioni europee. Il Segretario Generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, non ha mai perso una occasione per persuadere i membri dell’alleanza a investire e collaborare di più per la difesa.

Il Gen. Patrick de Rousiers, presidente del Comitato Militare dell’UE, nel corso di un’audizione al Parlamento europeo, ha anche detto che sarebbe in gioco il futuro dell’Europa se non si aumenterà la spesa militare. “Dove andrebbe a finire un’Europa di 500 milioni di abitanti se non avesse una forza credibile per garantire la sua sicurezza?” Ha chiesto retoricamente.

Noi crediamo invece, che in un momento in cui esiste una agenda di austerità permanente della Commissione europea per affrontare sfide sempre crescenti, c’è un settore in cui l’Europa potrebbe fare molto di più per imporre l’austerità. E questa è l’arena delle spese militari e dell’industria degli armamenti.

Abolire le armi nucleari di proprietà di Francia e Regno Unito potrebbe portare a risparmi di diversi miliardi di euro ogni anno e di farebbe prendere a questi paesi un importante impegno nel rispetto del trattato di non proliferazione nucleare per l’eliminazione definitiva delle armi nucleari. Le riduzioni della spesa militare in tutte le nazioni UE al livello percentuale dell’Irlanda (0,6% del PIL) farebbe risparmiare molti miliardi a tutti.

Cancellare i debiti immorali dovuti a contratti di vendita di armi ottenuti pagando tangenti, sarebbe un buon primo passo per cancellare altre al conto della crisi anche tutti quelli che hanno concorso a causarla. Certe misure servirebbero anche a dimostrare che in un momento di crisi, l’Europa è pronta ad investire in un futuro come quello a cui pensano i suoi cittadini e non in quello che vogliono imporre i suoi guerrafondai.

Fonte:http://www.tni.org/briefing/guns-debt-corruption

Traduzione di Ernesto Celestini per Peace Link

http://www.peacelink.it/sociale/a/38286.html

http://informazioneconsapevole.blogspot.it/2013/04/le-armi-il-debito-e-la-corruzionele.html

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Lunedì a Lussemburgo tolgono l’embargo alle armi in Siria?

Ormai non mi sorprende più niente, ma questa notizia la trovo inaccettabile e non so se la accetterò, anzi sarebbe giusto non accettarla, se vera, e incatenarsi davanti a Montecitorio.

Insomma l’ Italia non solo va a Istanbul, sostanzialmente di nascosto, ma due giorni dopo in Lussemburgo prende una decisione ufficiale, gravissima, senza che i mille nostri rappresentanti al Parlamento sappiano niente.

No, se lunedì ridiscutono in Lussemburgo, a sorpresa, ancora una volta la questione dell’ embargo, e lo tolgono, sarebbe giusto non accettare un comportamento del genere e fare anche qualche protesta clamorosa.

Spero che la notizia non sia vera. Se fosse vera sarebbe giusto non accettarla.

Marcopa

http://www.repubblica.it/ultimora/esteri/siria-germania-rispettera-abolizione-embargo-armi/news-dettaglio/4334041

Siria: Germania rispettera’ abolizione embargo armi

Agi-Istanbul, 21 apr. – Berlino non avra’ altra scelta che rispettare l’allentamento dell’embargo sulle armi alla Siria, se altri Paesi Ue lo decideranno. Lo ha detto il ministro degli Esteri, Guido Westerwelle. La Germania finora si e’ sempre opposta a fornire supporto militare ai ribelli siriani, ma Francia e Gran Bretagna stanno spingendo che mettere fine all’embargo, che scade a fine maggio. Parlando ai giornalisti a Istanbul a margine di una riunione degli ‘Amici della Siria’, Westerwelle ha detto che se ne parlera’ quando i ministri degli Esteri dell’Ue si incontreranno lunedi’ a Lussemburgo. ‘Se ci sono uno o due Paesi che ritengono che non ci sia il rischio che le armi cadano nelle mani sbagliate’, dovremo rispettarlo’, ha aggiunto Westerwelle. .

(21 aprile 2013)

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Ue: la prossima settimana in Consiglio a Lussemburgo

20 Aprile 2013 – 12:07

(ASCA) – Bruxelles, 13 apr – Bilancio settennale dell’Ue, riforma della politica agricola, difesa comune, missione di addestramento in Mali. Sono solo alcuni dei temi che saranno affrontati la settimana prossima dal Consiglio europeo a Lusssemburgo. Come previsto dai trattati dell’Ue, le sessioni ministeriali si tengono nel granducato tre volte l’anno: ad aprile, a giugno e a ottobre. Appena due giorni di riunioni, ma che si preannunciano intensi.

Lunedi’ si riunisce il consiglio Agricoltura e pesca. I ministri competenti in materia discutono il progretto di nuova Politica agricola comune (Pac). Prevista una discussione sullo stato negoziale, e un dibattito piu’ approfondito su temi specifici quali pagamenti diretti, sviluppo rurale, organizzazione comune dei mercati (Ocm). In ambito agricolo, si affronta la questione delle misure provvisorie per il 2014. In agenda anche la pesca, con la discussione sul progetto di riforma della Politica comune per la pesca (Pcp). Qui si affronta il tema dei regolamenti di base e delle regole di mercato. Si analizza quindi la proposta della Commissione europea per prevenire la pesca accidentale di gabbiani. All’ultimo punto dell’ordine del giorno gli accordi bilaterali Ue-Mauritania e Ue-Marocco (inizio dei lavori previsti per le 10:00).

Lunedi’ a Lussemburgo si riunisce anche il consiglio Affari generali. Due i punti principali in agenda: il nuovo bilancio settennale dell’Unione europea (di cui si analizzera’ lo stato di avanzamento negoziale) e il vertice dei capi di Stato e di governo dei paesi Ue del 22 maggio prossimo, e dedicato alla lotta all’evasione fiscale (si inizieranno i lavori preparatori in vista del vertice). Prevista l’analisi e la discussione delle relazioni della Commissione europea su Serbia, Kosovo ed ex repubblica jugoslava di Macedonia (inizio dei lavori previsto per le 10:00).

Sempre lunedi’ si riuniscono i ministri degli Esteri dei ventisette. Il consiglio Affari esteri, presieduto dall’Alto rappresentante per gli Affari esteri e la politica di sicurezza dell’Ue, Cathrine Ashton, affronta piu’ dossier.

Siria, Libano, Egitto, Myanmar, Mali e partnership con i paesi orientali i tanti temi all’ordine del giorno. Prevista anche una discussione sulla politica estera in ambito energetico, con particolare attenzione ai corridoi meridionali del gas (inizio lavori previsto per le 12:30).

Lunedi’ e martedi’ ha luogo il consiglio Affari esteri dedicato ai temi della difesa. I lavori, presieduti dall’Alto rappresentante per gli Affari esteri e la politica di sicurezza dell’Ue, Cathrine Ashton, discute della missione Ue di addestramento in Mali (Eutm), delle strategie a favore dell’industria della difesa e dei battlegroups, le unita’ militari riconosciute dalla Politica europea di sicurezza e difesa. La riunione dei ventisette serve inoltre a dare il via ai lavori preparatori del vertice dei capi di Stato e di governo dei paesi Ue di dicembre, che sara’ dedicato ai temi della difesa (inizio lavori previsto alle 19:00 per la giornata di lunedi’, e alle 10:00 per martedi’).

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Mail-Governo Monti non invii armi in Siria, atto gravissimo!

Siamo cittadini italiani rispettosi dell’art. 11 della Costituzione, troppe volte violato dai governi italiani, anche in tempi recentissimi. Siamo stati testimoni di comportamenti arbitrari dell’ex ministro Terzi, in assenza di qualunque riscontro parlamentare.

EGLI HA CONTRIBUITO A FOMENTARE LA GUERRA IN SIRIA.

L’Italia come altri paesi si è macchiata di una gravissima responsabilità. Invece di negoziare per la pace, come chiedono in tanti, ha seguito la linea delle petromonarchie e di alcuni paesi europei più gli USA.

L’ultima riunione, a Istanbul, ne è una prova. La viceministro Dassù è andata senza alcun mandato parlamentare e senza che il parlamento sappia nulla.

Domani in Lussemburgo i ministri degli esteri discuteranno anche dell’embargo alle armi verso la Siria, che Uk e Francia chiedono insistentemente di allentare per poter armare l’opposizione, che è oltretutto guidata sul terreno da gruppi jihadisti.

Come cittadini italiani esigiamo che il governo uscente NON compia l’atto gravissimo DI DIRE SI’ ALLA RIMOZIONE DELL’EMBARGO.

L’Italia smetta di parlare ipocritamente di cessate il fuoco mentre agisce in tutt’altro modo!

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LA RILEVAZIONE SUL «GUARDIAN» DEL PIANO DI OBAMA

A Ghedi e Aviano gli F35 per teleguidare
le atomiche Usa
La conferma che nella base militare bresciana ci sono ancora 20 ordigni nucleari B61. Pacifisti in allarme

La svolta filonucleare di Barack Obama avrà conseguenze anche per l’Italia e le province di Brescia e Pordenone. Il quotidiano britannico Guardian nell’edizione del 22 aprile spiega che Washington intende investire ingenti risorse per rendere più affidabili e accurati gli ordigni nucleari tattici basati in Europa, di cui settanta si trovano in Italia (una cinquantina ad Aviano, in Friuli, e gli altri a Ghedi, in provincia di Brescia).
UN PIANO DA 11 MILIARDI DI DOLLARI -Un piano che prevede una spesa pari a 11 miliardi di dollari, scrive il quotidiano britannico citando esperti della Federation of Nuclear Scientists. In particolare, sottolinea il giornale, il piano interessa i circa 200 ordigni nucleari B61 che sono allocati in Belgio, Germania, Italia e Turchia, da trasformare in bombe teleguidate da lanciare utilizzando appunto i caccia F-35. Le nuove scelte nell’ambito della Difesa da parte del presidente americano, premio Nobel per la Pace, potrebbero avere rilevanti ripercussioni anche per le dotazioni militari italiane, nello specifico i nuovi caccia F-35 di cui si doterà l’Italia (ne ha acquistati 90 al prezzo di 127 milioni di dollari l’uno) già da mesi al centro di furibonde polemiche.

PACIFISTI IN ALLARME – «Si tratta di un aumento significativo del livello di capacità per il dispositivo nucleare degli Usa di base in Europa», ha detto Hans Kristensen, della Federation of Nuclear Scientists, scrive il Guardian , «e va in direzione opposta rispetto all’impegno preso da Obama nel 2010 di non dispiegare nuove armi nucleari». L’articolo del Guardian rilancia a casa nostra lo scontro sui controversi F35, questi caccia da combattimento supercostosi ma dall’efficacia al centro di tantissime polemiche. «Le notizie provenienti dagli Usa confermano che i caccia F-35 avranno capacità nucleari», denuncia la campagna “Taglia le ali alle armi”, promossa da varie associazioni pacifiste, che da tempo si battono contro l’acquisto da parte dell’Italia di questo tipo di aereo. «Con questo previsto ammodernamento – proseguono i pacifisti – gli ordigni avrebbero la possibilità di essere installati anche sui nuovi cacciabombardieri F-35 di ultima generazione.

Una notizia che non solo conferma la capacità nucleare degli F-35 che la nostra Campagna ha sottolineato da anni in diversi dossier e documenti (e che nessuno al ministero della Difesa ha mai smentito), ma anche che la possibile dotazione nucleare dei caccia F-35 si potrebbe realizzare con ordigni che sono già presenti sul nostro territorio nazionale». Anche Giulio Marcon, deputato di Sel protesta contro questo piano: «L’Italia – attacca Marcon – deve dire no a questa follia. Dopo questa notizia – continua – ancora più forte è la convinzione della necessità di cancellare immediatamente la partecipazione dell’Italia al programma di acquisizione e costruzione dei cacciabombardieri F35. Si tratta di aerei che non servono per le missioni di pace e per difendere il paese, ma solo per fare la guerra e oltretutto per portare ordigni nucleari. Il Parlamento – chiede Marcon – discuta immediatamente la mozione presentata da Sel per la sospensione della partecipazione italiana al programma F35 e chiediamo la completa denuclearizzazione del territorio italiano».

Redazione Online (fonte Ansa)
22 aprile 2013 | 23:05

http://brescia.corriere.it/brescia/notizie/cronaca/13_aprile_22/f35-usa-a-ghedi-e-aviano-per-bombe-atomiche-212797636447.shtml

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Voltafaccia atomico di Obama

Di Tommaso Di Francesco e Manlio Dinucci

Nello «storico» discorso di Praga del 2009, il presidente statunitense Barck Obama dichiarava che gli Stati uniti avrebbero fatto passi concreti verso un mondo senza armi nucleari, rafforzando il Trattato di non-proliferazione. E lo stesso Pentagono, nel 2010 s’impegnava a ridurre il numero degli ordigni atomici e a non svilupparne di nuovi. Ora però Obama, Nobel per la pace e al suo secondo mandato, ha fatto una «inversione a U nucleare»: lo ha scritto ieri il giornale britannico The Guardian, fornendo importanti dettagli.
Sulla scia del discorso di Obama, la Germania e altri membri europei della Nato (Belgio, Lussemburgo, Norvegia e Olanda) – avevano proposto il ritiro delle armi nucleari Usa dall’Europa, ritenute inutili dopo la fine della guerra fredda. Ma alcuni stati dell’Est di recente entrati nella Nato hanno bloccato la proposta, con l’argomentazione (sicuramente «suggerita» da Washington) che ciò indebolirebbe l’impegno statunitense a «difenderli contro la Russia».
Sono così rimaste in quattro paesi europei della Nato – Germania, Italia, Belgio, Olanda – e in Turchia circa 200 bombe nucleari tattiche (con gittata inferiore ai 5500 km) del tipo B61. Come abbiamo sempre sostenuto sul manifesto, non si tratta di residuati bellici della guerra fredda, ma di armi nucleari mantenute in efficienza e pronte ad essere ammodernate. Lo conferma drammaticamente il nuovo piano denunciato dal Guardian: gli Stati uniti spenderanno 11 miliardi di dollari per ammodernare queste bombe nucleari.
Le B61 saranno così trasformate da bombe a caduta libera in bombe «intelligenti», vale a dire a guida di precisione: grazie a una nuova sezione di coda saranno guidate sull’obiettivo da un sistema satellitare, probabilmente integrato da uno laser. In tal modo potranno essere sganciate a grande distanza dall’obiettivo (oltre 80 km). Le nuove bombe nucleari a guida di precisione, ciascuna con una potenza di 50 kiloton (circa il quadruplo della bomba di Hiroshima), saranno particolarmente adatte ai nuovi caccia F-35 – tanto rivendicati dall’ammiraglio-ministro del governo tecnico Giampaolo Di Paola – progettati per penetrare attraverso le difese nemiche e dal «banale» costo per il bilancio italiano, che prevede di acquistarne 90, di oltre dieci miliardi di euro.
Secondo una stima al ribasso, nel nostro paese ci sono 70-90 bombe nucleari statunitensi, stoccate ad Aviano e Ghedi-Torre. Ma esse potrebbero essere molte di più e stoccate anche in altri siti. Tantomeno si conosce quante armi nucleari sono a bordo delle unità della Sesta flotta e altre navi da guerra che approdano nei nostri porti. Lo spiegamento delle armi nucleari statunitensi in Europa è regolato infatti da accordi segreti, che i governi non hanno mai sottoposto ai rispettivi parlamenti. Quello che regola lo schieramento delle armi nucleari in Italia stabilisce il principio della «doppia chiave», ossia prevede che una parte di queste armi possa essere usata dalle forze armate italiane sotto comando Usa. A tal fine – rivela il rapporto U.S. Nuclear Weapons in Europe, pubblicato dal Natural Resources Defense Council – piloti italiani vengono addestrati all’uso delle bombe nucleari nei poligoni di Capo Frasca (Oristano) e Maniago II (Pordenone).
In tal modo l’Italia, facente parte con gli Usa del «Gruppo di pianificazione nucleare» della Nato, viola il Trattato di non-proliferazione delle armi nucleari. Per di più, nel 1999 l’allora premier D’Alema sottoscrisse, senza sottoporlo al parlamento, un accordo sulla «pianificazione nucleare collettiva» della Nato in cui si stabilisce che «l’Alleanza conserverà forze nucleari adeguate in Europa». La pericolosità dell’arsenale nucleare in Italia consiste non solo nel numero di ordigni qui depositati, ma nel fatto che il nostro paese viene ad essere agganciato alla pericolosa strategia statunitense. Sono in fase di realizzazione bombe nucleari in grado di penetrare nel terreno e distruggere i bunker dei centri di comando, così da «decapitare» il paese nemico con un first strike, un attacco nucleare di sorpresa.
Chissà, se dopo avere in modo unanime escluso la politica estera dal dibattito politico, i partiti avranno qualche reazione alla notizia dell’ammodernamento dell’arsenale nucleare Usa in Italia. E chissà se i portavoce del Movimento 5 Stelle chiederanno spiegazioni all’ambasciatore Usa David Thorne, loro incredibile interlòcutore e sostenitore, magari trasmettendo le risposte in streaming?

Fonte:http://www.ilmanifesto.it/attualita/notizie/mricN/9334/

http://informazioneconsapevole.blogspot.it/2013/04/voltafaccia-atomico-di-obama.html

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Spagnola: alla ricerca di un virus mortale
Marcello Pamio – tratto dal mensile “Biolcalenda” nr.47

La “Spagnola” scoppiò a settembre del 1918, in un momento storico ben preciso e cioè quando l’umanità era esausta dalla Grande Guerra; imperversò ovunque, e dopo aver ucciso nel giro di pochi mesi più persone di qualsiasi altro morbo che la storia umana ricordi, finì assieme alla guerra, scomparendo nello stesso misterioso modo in cui era apparsa.
E’ stata un’apparizione così strana, che i medici esitarono a definirla influenza proprio perché credevano fosse un nuovo morbo. E forse non era così sbagliato…
Il numero esatto di morti non lo sapremo mai: le stime ufficiali oscillano tra i 20 e i 60 milioni di individui, ma qualcuno azzarda addirittura 100 milioni!
I libri di storia vengono scritti dai vincitori, per cui andiamo per ordine, cercando di capire cosa realmente è successo agli inizi del secolo scorso.

I sintomi
Le persone cominciarono ad ammalarsi lievemente nella primavera del 1918, accusando brividi e febbre per tre/quattro giorni, ma poi guarivano. Dopo una calma estate, a settembre-ottobre si scatenò, con la potenza di una macchina bellica, l’epidemia.
I medici erano impotenti: morivano loro stessi, e quelli che sopravvivevano vedevano i pazienti, parenti e amici, morire come mosche. Provarono di tutto: farmaci, sieri e arrivando ad inoculare composti da secrezioni corporee degli ammalati e batteri che presumevano essere all’origine della malattia.
Iniettarono – scrive un medico – “una broda composta di sangue e muco degli influenzati, filtrata per eliminare le cellule più grandi e i detriti”, ovviamente senza alcun risultato, anzi scatenando vere e proprie patologie, come vedremo tra poco.

Vaccini per tutti
Per il paradigma vigente, la scomparsa delle grandi epidemie (colera, tifo, vaiolo, ecc.) è stata opera delle vaccinazioni, che le avrebbero debellato. Oggi sappiamo invece che il ruolo centrale lo hanno avuto le migliorate norme igienico-sanitarie, l’alimentazione e la pulizia in generale. Migliorie queste – e non i vaccini – che hanno contribuito a salvare la vita a centinaia di milioni di persone.
Tornando alla Spagnola: possiamo veramente credere alla favola, secondo la quale nel 1918 apparve dal nulla un virus, di cui nemmeno oggi sappiamo il ceppo, le origini e le evoluzioni, che sterminò 100 milioni di persone e poi, misteriosamente, da un giorno all’altro, scomparve proprio alla fine della Guerra? Liberi di farlo, ma se iniziassimo a usare il cervello – cose questa sempre più difficile in una società computerizzata e multi tasking – potremo scorgere qualcosa non torna…

I sopravvissuti
Numerose persone sopravvissute alla Spagnola, hanno testimoniato che si ammalavano e morivano solamente coloro che erano stati vaccinati!
I sintomi erano: febbre alta (tifoidea), brividi, dolore, crampi, diarrea, congestione di gola e polmoni come nella polmonite (tipica della difterite), vomito, mal di testa, debolezza, piaghe sulla pelle (causate dai vaccini antivaiolosi), paralisi, ecc.
Esattamente i sintomi provocati dalle malattie per le quali erano stati vaccinati tutti i militari e gran parte della popolazione civile: tifo, difterite, polmonite, polio e vaiolo. Casualità?
Il primo tassello della nostra storia è questo: i medici hanno inoculato vaccini totalmente sperimentali e sieri altamente tossici in quasi tutte le persone giovani e sane.
Ho potuto osservare – dice  il medico L. Day, ex chirurgo in capo dell’ospedale di S. Francisco e professore nella facoltà di medicina – che l’influenza essenzialmente veniva contratta dai vaccinati: coloro che non erano stati vaccinati, evitavano la malattia. La mia famiglia aveva rifiutato le vaccinazioni; e’ in questo modo che siamo rimasti tutto il tempo in ottima salute.
La combinazione di tutti quei vaccini tossici – per esempio quello contro la febbre tifoidea scatenò un problema ancor più serio chiamato paratifo – causò violente e gravissime reazioni che i medici non riuscirono ad affrontare e alcuni ospedali militari furono riempiti esclusivamente di soldati paralizzati.

L’esperimento di Sir William Leishman

E’ quasi sconosciuto il “grande esperimento di vaccinazione” condotto da Sir William Leishman medico e direttore generale della Sanità militare britannica, sui militari. Oltre a partecipare alla vaccinazione contro il tifo nel 1914, ne sviluppò il vaccino, partendo da tre fonti principali: tifo, paratifo A e paratifo B.
Nell’autunno del 1914 i medici iniziarono a chiedere la vaccinazione obbligatoria per tutte le truppe militari; quella contro il vaiolo lo era già da tempo. E fu così che durante il 1915, il 90% delle truppe fu vaccinato contro il tifo e a partire da febbraio 1916 anche contro paratifo A e B.
Il vaccino era composto da brodo di colture di un ceppo di bacilli del tifo, nel quale il batterio era standardizzato in modo che ogni centimetro cubo del liquido ne contenesse 500.000.000 nella prima dose e 1 miliardo nella seconda.
Nel resto del mondo la situazione non cambia: nel 1855 passa in Massachusetts la prima legge che impone l’obbligo vaccinale per tutti gli scolari e nel 1856, stranamente, vi fu una grande epidemia di difterite. Nel 1859 si inizia a produrre l’antitossina difterica; nel 1911 il vaccino contro il pneumococco e nel 1915 quello contro la pertosse. Nel 1917 i militari vengono vaccinati con l’antitossina tetanica, e nel 1918 arriva quello contro il vaiolo. Vaccini su vaccini vengono iniettati nel corpo di milioni di persone.

Pandemia del 1976
Dove si verifica nel 1918 il primo caso di Spagnola? Nella base militare di Fort Riley nel Kansas.
Nulla di strano, visto che l’altra cosiddetta pandemia avvenuta nel 1976 è scoppiata contemporaneamente nelle basi militari di Fort Meade nel Maryland e Fort Dix nel New Jersey! Sempre e solo basi militari. Le pandemie del 1918 e 1976 si sono manifestate nelle persone più vaccinate al mondo: i militari.
Nel 1976 seguendo il motto “meglio un vaccino senza epidemia, che un’epidemia senza vaccini” volevano vaccinare l’intera popolazione americana: 200 milioni di individui.
L’American Insurance Association e le varie compagnie assicurative – certamente più informate degli enti governativi e dei medici – misero le mani avanti, affermando che toccava al governo farsi garante per gli eventuali danni. Erano a conoscenza che i vaccini sono pericolosi per la salute, per cui ritardarono la loro produzione.
L’empasse durò fino al 12 agosto, quando il presidente Gerald Ford firmò la legge che assegnava al governo federale la responsabilità civile per eventuali danni. I primi americani si vaccinarono il 1° ottobre e dieci giorni dopo si verificarono i primi morti.
Per mitigare i timori, Ford e la sua famiglia si fecero vaccinare davanti alle telecamere, ma i quotidiani continuarono a contare le vittime: svariate migliaia di casi di Guillan-Barré (paralisi con deficit sensoriale), sclerosi multipla, artrite reumatoide, polimiosite, sincopi, paralisi facciale, nevrite, tetraplegie da encefalite, demielinizzazione, nevrite ottica, ecc.

Le vittime: i più giovani e sani
Nel 1918 i medici che non usarono farmaci, ottennero guarigioni nel 100% dei casi.
La malattia aveva le caratteristiche della peste nera, con l’aggiunta del tifo, polmonite, vaiolo e di quelle malattie contro le quali la gente era stata vaccinata alla fine della prima Guerra Mondiale. La pandemia si trascinò per due anni, mantenuta viva dall’aggiunta di farmaci velenosi dispensati dai medici. Quelli che rifiutarono le vaccinazioni non si ammalarono!
La malattia colpiva sette volte di più i soldati vaccinati che i civili non vaccinati.”
Non bastavano sieri e vaccini, vi fu anche un eccesso di farmaci come l’aspirina, utilizzata per curare l’influenza. Secondo alcune ricerche questa pratica fece morire moltissime persone: le autorità sanitarie scambiarono gli  effetti del sovradosaggio di aspirina con l’influenza stessa.
Il secondo tassello, è la caratteristica atipica della strana pandemia, che uccise perlopiù adulti giovani, con il 99% delle vittime di età inferiore ai 65 anni di cui più della metà tra i 20 e i 40 anni.
E’ curioso perché normalmente l’influenza è più micidiale tra i bambini di meno di 2 anni e i vecchi con più di 70. Curioso fino a un certo punto, perché le fasce a maggior mortalità sono proprio le fasce più vaccinate…

Perché si chiama Spagnola?
Alcuni soldati americani ammalati erano stati in Spagna durante il periodo bellico, e così nacque l’idea di incolpare qualcun altro della pandemia. Tanto più che all’epoca la Spagna non era coinvolta nella Guerra, quindi la stampa era meno soggetta alla censura, onnipresente nei periodi bellici. Essendo il primo paese a parlarne pubblicamente, venne chiamata Spagnola, forse per rappresaglia nei confronti di questo paese. Negli Stati Uniti, il silenzio fu tombale.

Resuscitare il mostro
Il dottor Johan Hultin di San Francisco è riuscito a far rivivere il virus della Spagnola.
Uno sforzo perseguito per 10 anni, e che ha compreso l’esumazione dei resti di alcuni morti di spagnola, ben conservati nel permafrost sub-artico.
Hultin però non è un ricercatore normale: lavora per l’Armed Forces Institute of Pathology di Rockwille e la ricerca è stata finanziata dal Pentagono.
Una simile ricerca finanziata dalla Difesa rende credibili i peggiori sospetti, dichiarati da Leonard Horowitz, esperto internazionale di sanità pubblica. Egli sostiene che nel 1975 Henry Kissinger affidò alla CIA la preparazione di germi che potessero “ridurre la popolazione mondiale”, come risulta dagli atti del Congresso. Ed accenna ad un agghiacciante successo di alcuni ricercatori (O’Conner, Stewart, Kinard, Rauscher) dello Special Virus Cancer Program, che sarebbero riusciti, lavorando sui virus ricombinanti, a combinare i virus influenzali con un virus che provoca leucemia acuta linfocitica, per produrre una arma capace di trasmettere la leucemia, come l’influenza.
Sappiamo pochissimo, per ovvi motivi di segretezza militare, ma è possibile che nel 1918 stavano eseguendo simili esperimenti? Esperimenti di guerra batteriologica sfuggiti di mano?
Il primo a proporre questa tesi fantascientifica fu nel 1948 Heinrich Mueller, già capo della Gestapo. Durante gli interrogatori della CIA disse che la Spagnola era parte di un’arma batteriologica iniettata con i vaccini dell’esercito che infettò i soldati del Camp Riley nel marzo del 1918 e si diffuse nel mondo…
Farneticazioni di un nazista o amara realtà? Non si sa, ma la cosa certa, è che sicuramente c’entrano i vaccini e i primi infettati furono i soldati.

Conclusione
Cosa accadde nell’autunno del 1918? Vi furono una concomitanza di fattori molto particolari, tra cui una Guerra Mondiale devastante, condizioni igienico-sanitarie complesse e numerose campagne di vaccinazioni che interessarono decine di milioni di persone.
Alla fine del XIX secolo, la medicina era agli albori. I vaccini erano un miscuglio tossico formato da sangue infetto di persone malate, colture di batteri e bacilli; i medicinali erano a base di mercurio (calomelano), stricnina, antimonio, iodio, poi c’erano i salassi, i caustici e vescicanti, ecc.
Vaccini e medicinali erano un abbinamento mortifero che uccideva il paziente.
Queste sostanze, iniettate più e più volte, assieme a farmaci, in organismi debilitati, stressati e snervati dalla guerra, hanno creato le premesse per la manifestazione di patologie mortali.
Oggi, nel Ventunesimo secolo, c’è chi afferma che l’omeopatia è acqua fresca.
Sarà anche vero, ma su 26.795 casi analizzati di influenza Spagnola, i medici omeopati e naturisti nel 1918 avevano un tasso di mortalità pari a l’1%, mentre gli allopati, con i loro farmaci, una mortalità dal 30 al 100%!
Laudato sì, mi Signore, per sor Aqua, la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.
Ben venga l’acqua fresca…

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Armi esotiche

Le “armi ad energia diretta” (Directed Energy Weapons)
Per “armi ad energia diretta” si intende una classe di armamenti che comprende numerosi dispositivi capaci di indirizzare sui bersagli, in modo molto preciso ed efficace, svariate forme di energia non cinetica. In sostanza, l’obiettivo non viene colpito con un proiettile, o mediante la forza d’urto di un’esplosione, ma tramite dispositivi che inviano sul bersaglio radiazioni elettromagnetiche, onde acustiche, plasma ad elevata energia, o raggi Laser. Gli effetti legati all’uso di tali armi possono essere sia letali, sia non letali, mentre i campi d’applicazione variano dalla difesa antiaerea alla tutela dell’ordine pubblico.
Le armi Laser
La tecnologia Laser è una delle maggiori protagoniste degli attuali programmi di ricerca e sviluppo ed è impiegata con versatilità in diversi dispositivi bellici. Tra essi si annoverano i seguenti:

Tactical High Energy Laser (THEL)
Tra le armi in sperimentazione negli USA figura il dispositivo THEL, esistente anche in versione portatile (MTHEL, dove M sta appunto per “mobile”). THEL significa Tactical High Energy Laser, ed è appunto un dispositivo Laser che si avvale di sostanze chimiche come il deuterium fluoride (FD) per creare un raggio invisibile dotato di potenze particolarmente elevate. In numerosi test – alcuni divulgati anche tramite video – un potente raggio Laser viene utilizzato per fare esplodere in volo missili e proiettili di artiglieria certificando dunque la sua efficacia quale dispositivo di difesa.

Airborne Laser (ABL)
Il sistema ABL consiste in un laser chimico ad alta energia (Chemical Oxygen Iodine Laser – COIL), montato su un Boeing 747 modificato. L’ABL (in possesso all’Aeronautica USA dal 2003) è in grado di individuare ed abbattere missili balistici, può restare in quota per molte ore e rifornirsi mentre è in volo garantendo cosí la copertura prolungata di una vasta zona operativa.

Space-Based High-energy Laser (HEL)
Si tratta di un armamento Laser montato su di un satellite, capace di colpire bersagli nello spazio, a terra e in aria. Oltre agli Stati Uniti e ad Israele, anche la Cina sta sviluppando un armamento Laser concepito per distruggere i satelliti nemici orbitanti. L’arma si chiama ASATS (Anti-Satellite Simulation) ed era in fase di sviluppo già nel 1998.

I Laser a raggi ultravioletti
I Laser a raggi ultravioletti sono armi capaci di paralizzare persone e animali. La tecnologia di cui si avvalgono è appunto quella Laser che sfrutta le frequenze dell’ultravioletto comprese tra i 400 e i 15 nm.

Laser ZEUS
Si tratta di un Laser montato su di un Humvee (un veicolo militare in dotazione alle Forze Armate USA simile ad una grossa jeep). Secondo fonti ufficiali del Pentagono, mezzi militari muniti di questo dispositivo sono stati impiegati in Afghanistan per far brillare le mine. Secondo due accreditati siti di informazione militare: Defense Tech e Defence Daily, alcuni veicoli simili sarebbero stati utilizzati anche in Iraq.
Armi al plasma e ad impulsi
Le basi per questa tecnologia bellica furono poste verso il 1940 dal fisico statunitense di origine croata Nikola Tesla (Smiljan 1856 – New York 1943).
Durante i primi anni del ‘900 Tesla iniziò a lavorare al suo progetto per un “Raggio della morte”. Nel 1942 il progetto era pronto e Tesla lo propose agli Stati Uniti quale arma decisiva contro la minaccia nazista ma le sue idee non furono prese in considerazione. Alla sua morte tutti i documenti relativi vennero trafugati ma oggi una parte di essi è citata in un documento governativo USA, declassificato nel 1980, circa una non meglio precisata “arma ad elettroni”. Alcuni documenti sono accessibili anche in forza del Freedom of Information Act. Questa tipologia di armamenti ha parecchi tratti in comune con alcune armi Laser. Il principio è quello di lanciare contro il bersaglio un “proiettile virtuale” di energia, composto da materia elettricamente carica attraverso un processo di ionizzazione dell’aria. Tale meccanismo è stato approfondito presso il DARPA (Defence Advanced Research Projects Agency, Agenzia per la ricerca e l’innovazione tecnologica del Dipartimento della Difesa USA). Armamenti di questo tipo sono in fase di avanzata sperimentazione anche da parte delle Forze Armate israeliane e australiane.
Il suo funzionamento si basa sull’emissione di un impulso laser ad infrarossi (mediante l’impiego di un deuterium fluoride Laser). L’applicazione letale di questa tecnologia è generalmente nota come Pulsed Impulsive Kill Laser (PIKL). Il dispositivo, ha dimostrato la sua efficacia in diversi test, riuscendo a perforare anche armature in Kevlar e lastre di metallo. La versione “non letale” del PIKL va sotto il nome di Pulsed Energy Projectile (PEP). Questo dispositivo è in grado di stordire uomini e animali, causando forti dolori e temporanea paralisi. La documentazione sui possibili effetti a lungo termine provocati dall’arma è però insufficiente.
Il principale ambito di applicazione previsto per il PEP viene indicato in scenari di controllo dell’ordine pubblico. Un’altra delle applicazioni possibili è quella di presidio dei check point. Un’arma simile potrebbe cambiare le consuete regole di ingaggio. Fra l’altro, un dispositivo che non lascia segni, né prove dell’aggressione potrebbe essere usato a discrezione dell’operatore con la massima libertà, senza timore di ripercussioni legali. Una simile arma potrebbe anche essere in grado di bloccare i veicoli in quanto il suo impulso elettromagnetico interferirebbe con i sistemi elettronici di iniezione. Il raggio d’azione del PEP è di circa 2 chilometri. In linea generale occorre precisare che lo sviluppo di questo tipo di armi appare problematico, data la grande potenza dell’emissione elettromagnetica richiesta. La focalizzazione delle onde radio richiede inoltre l’uso di antenne di grandi dimensioni poco maneggevoli e facilmente vulnerabili alle armi da fuoco efficaci invece da distanze operative molto maggiori di quelle del PEP.

Armi a microonde
L’uso di armi a microonde è stato ipotizzato immediatamente dopo la Seconda guerra mondiale per il loro forte impatto negli organismi viventi. I primi a sperimentare le microonde furono i sovietici. Fonti CIA riportano un episodio che aprí la strada agli studi americani sulle microonde e sui loro possibili impieghi bellici: dal 1970 in poi, l’ambasciata americana a Mosca, a piú riprese, fu oggetto di un’insolita quanto pericolosa “sperimentazione”. I servizi segreti sovietici misero in atto un piano a lungo termine volto a minare l’integrità del personale diplomatico e il suo livello operativo. A causa di un’esposizione prolungata a microonde di bassa intensità i diplomatici americani subirono pesanti danni fisici e psichici. Oltre all’insorgenza di diverse forme tumorali vennero documentati anche diversi casi di patologie di ordine psicologico e in particolare cognitivo. È noto che i tessuti umani possono essere danneggiati dalle microonde in modo differente a diversi livelli di intensità.

Active Denial System o “raggio del dolore”
L’ADS è in grado di indirizzare un fascio di microonde ad altissima frequenza verso un bersaglio determinato. Il cosiddetto Pain Ray è classificato fra le “armi non letali” in quanto il fascio irradiato a 93 GHz penetra sotto la cute soltanto per alcuni millimetri e agisce sulle terminazioni nervose dando luogo ad un’intensissima sintomatologia dolorosa. Nel giro di 1 o 2 secondi chi viene colpito dal raggio ha la netta sensazione di bruciare vivo. L’insopportabile sensazione dolorosa però svanisce non appena si spegne il dispositivo o si esce dal suo raggio d’azione. Ufficialmente lo scopo di tale strumento bellico sarebbe quello di distogliere qualsiasi nemico dal compiere azioni ostili. Gli utilizzi tattici delle armi a microonde sono elencati in diversi documenti ufficiali e una delle applicazioni piú frequentemente citate riguarda il controllo delle folle e l’ordine pubblico.I dispositivi suddetti possono essere stanziali oppure mobili, montati su veicoli militari tipo Humvee. L’ADS, Active Denial System può essere montato anche su aerei. Come confermato da alcune fonti l’ADS non ha la funzione di distruggere persone o cose, serve per garantire l’ordine pubblico, tuttavia c’è sempre la possibilità di aumentarne la potenza qualora se ne presenti la necessità.
E-Bombs, Electromagnetic Pulse, High Powered Microwave (HPM)
Si tratta di ordigni progettati in modo tale da sfruttare uno dei side-effects delle esplosioni nucleari producendo impulsi elettromagnetici di elevatissima potenza compresi in un range dai 4 ai 20 GHz. Le onde comprese in tali frequenze, infatti, sono capaci di danneggiare irrimediabilmente un gran numero di apparati elettrici ed elettronici, se privi di adeguate protezioni, mentre è praticamente nullo su persone e cose, eccezion fatta per quelle piú prossime alla zona dell’esplosione. Tale arma, in zona di guerra, può servire a distruggere sistemi informatici, telefonici, elettrici e radiotelevisivi del nemico. Il fenomeno avviene senza che l’esplosione dia luogo a danni fisici considerevoli: i dispositivi di questo tipo, infatti, liberano la propria energia nell’atmosfera, senza produrre fenomeni sonori o visivi di straodinario impatto.
Russia e Stati Uniti risultano essere le potenze militari piú avanzate da questo punto di vista. Soprattutto l’esercito russo disporrebbe di un variegato arsenale di E-bombs che vanno dalla versione portatile, dalle dimensioni di una valigetta alle versioni piú pesanti, che necessitano di un aereo per essere sganciate sull’obiettivo. In anni recenti (2000) anche una potenza in via di sviluppo come l’India, ha fatto i primi test su simili armamenti (progetto Kali 5000 – Kilo-ampere linear injector). Tutto ciò deve far riflettere sulle possibilità di una catastrofe sociale e tecnologica: l’esplosione di simili dispositivi, infatti, può paralizzare completamente e in pochi istanti una nazione tecnologicamente avanzata. Basti pensare, per esempio, a città, a intere metropoli e regioni dove tutti i servizi essenziali sono controllati elettronicamente: un’esplosione di tipo HPM bloccherebbe la produzione di energia, la distribuzione dell’acqua, le comunicazioni, i trasporti, etc… Ben piú rilevanti invece sarebbero gli effetti sulle telecomunicazioni.
Armi acustiche
Si tratta di armi che impiegano un fascio di onde ultrasoniche in grado di trasportare una quantità considerevole di energia che può interagire con il corpo umano. I fasci ultrasonici di frequenza adeguata possono mettere in risonanza gli organi dell’equilibrio, provocando vertigini o nausea, o l’intestino, provocando fastidiosi effetti collaterali. È bene non dimenticare tuttavia che la nuova generazione di armi acustiche, spesso soltanto irritanti, può essere capace di generare onde traumatiche di 170 decibels in grado di rompere organi, creare cavità nel tessuto umano e causare traumi da onde d’urto che sono potenzialmente letali.
È noto che gli scienziati nazisti avevano costruito un “cannone ultrasonico” in grado di abbattere un aereo. Diverso è il caso di un dispositivo sviluppato e sperimentato per il DoD statunitense e chiamato “barriera ultrasonica” che emette intorno ad un’area localizzata fasci di ultrasuoni che provocano effetti sempre piú gravi via via che ci avvicina alla sorgente. Lo svantaggio è che la potenza di un’arma ad ultrasuoni, a differenza di quella di un proiettile, decresce con il quadrato della distanza dall’obiettivo ed è quindi inutilizzabile contro un nemico sufficientemente distante.

Le armi “a colla”
Il fucile “lancia-colla” è in dotazione ad alcuni corpi di polizia metropolitana negli USA ed è stato usato dalle truppe americane durante l’operazione Restore Hope in Somalia nel 1995. Si tratta di un dispositivo ad aria compressa che lancia fino ad una distanza di qualche decina di metri un liquido che, nel giro di alcuni secondi, solidifica bloccando completamente i movimenti della persona colpita. La vittima viene successivamente liberata cospargendola di un idoneo solvente. La colla ha la caratteristica di essere permeabile ai gas, anche dopo essere solidificata e ciò garantisce a chi viene colpito di continuare a respirare agevolmente. Le autorità militari garantiscono che sia la colla che il solvente sono del tutto atossici. L’arma ha tuttavia il difetto di essere ingombrante, pesante, difficile da maneggiare e con un numero estremamente limitato di munizioni. Il limite piú grande tuttavia è dato da una gittata corta, di gran lunga inferiore a quello della piú piccola arma da fuoco convenzionale. In pratica un’arma di questo tipo appare di ben scarsa utilità.

Le “barriere adesive” sono invece costituite da bande di tessuto di fibra di vetro ricoperte di un potente adesivo che polimerizza quasi istantaneamente sotto un carico di qualche decina di kg. Una volta fissate al suolo, bloccano, incollandoli al terreno, sia chi le calpesti a piedi, sia le ruote di un automezzo. Le barriere adesive sono state concepite come alternativa non letale ai campi minati ed alle barriere di filo spinato per la difesa di aree limitate di territorio. Anch’esse sono state usate dalle truppe USA in Somalia, tuttavia, si sono mostrate completamente inefficaci potendo ovviamente essere facilmente neutralizzate con lo spargimento di sabbia, terra o qualsiasi altro materiale.

http://vittimedelcontrolloneuralesatellitare.blogspot.it/2013/05/armi-ad-energia-diretta-breve-rassegna.html

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Manlio Dinucci – I droni killer del Nobel per la pace

Il Nobel per la pace Barack Obama ce la mette tutta, ma né lui né qualsiasi altro presidente degli Stati uniti possono promettere la totale sconfitta del terrore, poiché «non saremo mai in grado di estirpare il male annidato nel cuore di alcuni essere umani». Lo annuncia nel discorso sulla «strategia controterrorismo».

Nonostante le sconfitte subite da Al Qaeda e dai suoi affiliati, «la minaccia oggi è più diffusa», dallo Yemen all’Iraq, dalla Somalia al Nordafrca, e in paesi come Libia e Siria «gli estremisti hanno preso piede» in seguito alle «agitazioni nel mondo arabo» (e non alle guerre scatenate da Usa e Nato). Prosegue dunque, sotto l’illuminata guida del presidente, la lotta del Bene contro il Male, ridefinendo però la strategia: da «illimitata guerra al terrore» essa si trasforma in una serie (di fatto illimitata) di «azioni letali mirate» con l’obiettivo di «smantellare specifiche reti di estremisti violenti che minacciano l’America». In tali azioni saranno sempre più impiegati i droni teleguidati, il cui uso è «legale» secondo il diritto statunitense e internazionale, dato gli Stati uniti conducono una «guerra giusta e di autodifesa». L’uso dei droni contribuisce a «salvare vite umane», poiché aerei e missili sono meno precisi e possono provocare un maggior numero di vittime civili. Da ora in poi, però, le «azioni letali mirate» condotte con droni e forze speciali «al di fuori delle zone di guerra» saranno sottoposte a una «forte supervisione». Ma, precisa Obama, «dobbiamo mantenere segreta l’informazione».

Nessuno potrà quindi sapere quale sarà l’effettivo uso di droni e forze speciali. La «forte supervisione» annunciata da Obama ha in realtà lo scopo di spostare il controllo delle «azioni letali mirate» dalla Cia al Pentagono. In oltre un decennio di «guerra al terrore» è stata soprattutto la Cia a condurre tali azioni con droni e agenti segreti non solo in Afghanistan e Iraq, ma anche nello Yemen, in Somalia e in molti altri paesi ufficialmente non in guerra. In tal modo però la Cia si è allargata troppo, pestando i piedi al Pentagono.
Il Comando congiunto per le operazioni speciali del Pentagono, che effettua azioni parallele a quelle della Cia, vuole ora il controllo di tutte le operazioni dei droni. A cui la Cia contribuirà indicando gli obiettivi, umani e materiali, da colpire. Lo spostamento del controllo nelle mani del Pentagono è funzionale anche al potenziamento dell’armata di droni, con l’obiettivo di passare da quelli telecomandati a quelli completamente robotizzati.

Il 22 maggio, il giorno prima del discorso di Obama, la Northrop Grumman ha effettuato il primo volo del MQ-4C Triton, che sta costruendo per la U.S. Navy: il drone, con una apertura alare di 40 metri (maggiore di quella dell’aereo di linea Boeing 737), può volare senza rifornimento oltre 30 ore per 18mila km, individuando automaticamente con i suoi sensori i vari tipi di nave e gli obiettivi da colpire. La marina Usa ne ha ordinati 68, una parte dei quali sicuramente sarà dislocata a Sigonella o in un’altra base in Italia.
La stessa Northrop Grumman, sei giorni prima del discorso di Obama, ha iniziato sulla portaerei George H.W. Bush le prove «touch and go» (appontaggio e immediato decollo) dell’X-47B: un drone robot «intelligente» (grande quanto un caccia F/A-18 Super Hornet) che, una volta lanciato, autonomamente raggiunge e colpisce l’obiettivo e ritorna sulla portaerei. Continuando così a «salvare vite umane».

Manlio Dinucci
Fonte: www.ilmanifesto.it
28.05.2013

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30 maggio 2013 | Autore

Anche qui come a Boston, depistaggi e menzogne della stampa di regime foraggiata ad arte. ndr

maggio 30, 2013

Aangirfan, 30 maggio 2013

trovato su http://aurorasito.wordpress.com/

Traduzione di Alessandro Lattanzio

931265_461494040608784_214286923_nTVNews ha rivelato l’identità di due mercenari stranieri uccisi in un agguato dell’esercito siriano nella regione occidentale della città di Idlib in Siria. “Il primo è una donna del Michigan negli Stati Uniti di nome ‘Nicole Lyn Mansfield’ nata nel 1980. Il secondo è un maschio di nazionalità britannica di nome ‘Ali al-Manasifa’ nato a Londra.” Syriaonline

US-Senator-John-McCain-with-FSA-terroristsMcCain e i suoi amici di al-Qaida. Il senatore McCain incontra i ribelli siriani collegati con al-Qaida

In Siria, l’Esercito libero siriano, sostenuto dagli Stati Uniti e dalla NATO, ha attaccato il villaggio cristiano di al-Duwayr, uccidendo un gran numero di donne e bambini cristiani. (Syriaonline)
Assad è il protettore dei cristiani in Siria. Una donna statunitense e un uomo inglese tra i morti … – LunaticOutPost
Non dobbiamo dimenticare che gli USA e la NATO hanno usato bin Ladin e al-Qaida per distruggere la Jugoslavia e di provocare il caos in Cecenia. E Usama bin Ladin è stato invitato nelle Filippine.

Sopra vediamo un uomo che dice di essere ‘l’agente dell’MI5′ Michael Adebolajo. Sembra che cercasse di incoraggiare lo scontro di civiltà. La maggior parte dei provocatori sono cristiani ed ebrei che fingono di essere musulmani.

adam_gadahnQuesto terrorista musulmano è in realtà un ebreo. Musulmani pericolosi

Dobbiamo ricordare che Michael Adebolajo è stato arrestato in Kenya nel 2010. La Gran Bretagna insistette affinché venisse rilasciato. “La decisione sollevò interrogativi sul coinvolgimento ufficiale nel rilascio di Adebolajo e la reale portata dei suoi legami con i servizi segreti...”
L’MI5 ha ‘cercato di reclutare’ il sospettato dell’attacco di Woolwich, Michael Adebolajo

tunisia rallyTunisini all’assalto organizzati dalla CIA e dai suoi amici.

Gli estremisti salafiti sono una invenzione britannica, usati per destabilizzare i Paesi musulmani. La forma salafita-wahabita dell’Islam, inventata dagli inglesi, è stato utilizzata per minare l’impero ottomano nella prima guerra mondiale, ed è ancora oggi utilizzato dalla CIA e dai suoi amici. Danneggiare ebrei e cristiani “è in contraddizione con le regole dell’Islam“, secondo la maggior parte dei musulmani. Ciò viene sfruttato da Israele, che è coinvolto nello scontro con tutte i popoli onesti. Perché c’era lo scontro?

1. Gli israeliani avevano usato il terrore per scacciare gli arabi dalle loro terre.
2. Alcuni degli israeliani erano fondamentalisti religiosi dalle strane credenze obsolete. Ma, certe persone intelligenti negli Stati Uniti sono riuscite a cambiare la storia. Ora lo scontro dovrebbe essere tra i ‘pazzi musulmani’ da un lato, e i liberali e democratici occidentali dall’altra.
Come il Pentagono e la CIA, insieme ai loro amici israeliani, sono riusciti a suscitare uno scontro tra i musulmani e l’occidente?

1. CIA/Pentagono sostengono i fondamentalisti islamici in Paesi come l’Arabia Saudita, il Pakistan e l’Afghanistan?
2. CIA/Pentagono/Mossad sono infiltrati da cristiani fondamentalisti alleati del sionismo?
3. Certi politici occidentali hanno permesso a un gran numero di musulmani semianalfabeti di entrare clandestinamente in alcuni Paesi occidentali?
4. CIA/Pentagono hanno reclutato Usama bin Ladin e gente come Mohamed Atta?
5. Alcuni musulmani ignoranti sono stati reclutati da alcuni servizi di sicurezza per prendere parte parte a varie attività dubbie?
6. I media ‘influenzati dagli ebrei’ hanno fomentato le tensioni tra cristiani e musulmani?
7. Un gran numero di musulmani si è lasciato manipolare?
Lo ‘scontro di civiltà’ sembra essere un progetto legato a diversi recenti eventi, attentati in Nigeria, in Norvegia, in India, in Belgio, in Indonesia, la morte della spia dell’MI6 Gareth Williams …

Gareth-Williams1Gareth Williams, sapeva troppo?

“La spia dell’MI6 Gareth Williams impedì un assalto armato furioso in stile Mumbai in Gran Bretagna, solo poche settimane prima della sua morte misteriosa“, secondo il britannico Sunday Express (L’eroe del complotto del terrore – Express.co.uk).
Williams “scoprì il complotto durante una missione d’intercettazione segreta in Afghanistan. Svolse un ruolo fondamentale nell’intercettare telefonate di jihadisti inglesi in un campo d’addestramento abbinando le loro impronte vocali con quelle di una banca di dati.” Forse Gareth Williams scoprì che i jihadisti lavoravano per la CIA ed i suoi gruppi alleati? Williams poco prima della sua morte è stato avvelenato? Il 23 agosto 2010, la polizia trovò il suo corpo in un appartamento vicino al quartier generale dell’MI6 a Londra. (L’omicidio della spia Gareth Williams: NSA; controllo mentale…)

headleyL’agente statunitense David Headley, pianificò gli attentati di Mumbai del 2008

L’11 novembre 2010, il Derby Evening Telegraph (UK) riferì della connessione di David Headley con Derby e spie inglesi. (David Headley ha pianificato gli attentati terroristici di Mumbai del 2008, incontrò due uomini a Derby.)
Quando alcune autorità indiane furono vicine a catturare Headley, l’FBI lo prese in custodia. Alcune spie indiane dicono che lavorava per la CIA e il Mossad. Headley, che si ritiene sia un agente della CIA, disse negli ‘interrogatori’ negli Stati Uniti che si era recato a Derby nel Regno Unito nell’agosto 2010 per un incontro su un complotto danese. Secondo quanto riferito, l’MI5 “monitorava” l’incontro.

Omar KhayamOmar Khayam (a destra)

Nel 2006, Omar Khayam indossava il giubbotto di attentatore suicida in una dimostrazione davanti l’ambasciata danese a Londra.
La dimostrazione sembrava essere parte di un complotto della CIA-Mossad-MI6 per promuovere lo scontro di civiltà. Nel 2003, Khayam era stato condannato a otto anni di prigione per cospirazione avendo spacciato droga di classe A e per possesso di cocaina. La sentenza fu poi notevolmente ridotta. Forse Khayam è stato reclutato da un certo gruppo? Khayam faceva parte di una banda che mirava a inondare la zona di Bedford con 2,6 milioni di sterline di eroina. (Il falso mussulmano ‘fanatico’ Omar Khayam incarcerato)

bernard-lewisFoto del professor Bernard Lewis dall’Ufficio di Comunicazione, Università di Princeton. Lewis è stato professore a Princeton e si è specializzato in storia dell’Islam e del rapporto tra Islam e occidente. Amico di Dick Cheney, Bernard Lewis, era “forse il più significativo intellettuale a influenzare l’invasione dell’Iraq.” (La strana celebrazione dell’AEI)
Bernard Lewis ha contribuito a inventare il nuovo nemico dell’occidente, noto come ‘Islam’. Per gli inglesi, una volta erano i terroristi ebrei ad essere visti come il nemico. Per gli Stati Uniti, un tempo era il piccolissimo Vietnam. Il professor Bernard Lewis è un ebreo che ha lavorato per l’intelligence britannica. (Bernard Lewis – Wikipedia, l’enciclopedia libera)
Lewis, nato a Londra nel 1916, è uno storico e un ‘esperto’ di Islam. Nel 1974 ha accettato una posizione presso la Princeton University. Nel 1990 ha scritto un saggio dal titolo Le radici della rabbia musulmana. In questo saggio, Lewis sostiene che la lotta tra l’occidente e l’Islam andava raccogliendo forza ed inventò la frase “scontro di civiltà”, che è stata menzionata nel libro di Samuel Huntington. La “frase scontro di civiltà” fu usata da Lewis in una riunione a Washington nel 1957. Vi sono state speculazioni secondo cui Lewis, i servizi di intelligence e persone come Brzezinski vogliano mettere il mondo musulmano in cattiva luce, in modo che possa essere più facilmente controllato e sfruttato. Gran parte del petrolio del mondo si trova in terre musulmane. Come si fa a mettere sotto cattiva luce i musulmani? È possibile finanziare gli estremisti e aiutarli ad andare al potere. È possibile effettuare operazioni sotto falsa bandiera. I servizi di sicurezza ‘hanno cercato di incastrare un sergente nel tentativo di coprire il loro ruolo in un omicidio’…

ParkerIl boss dell’MI5 – Andrew Parker

Parker 2Andrew Parker, Pete Podolski, Carol Lempert e Brian P. Sage nella produzione della Jewish Ensemble Theatre Company di “Photograph 51“. Foto: Jan Cartwright

Adebolajo5.jpgIl ‘terrorista’ di Woolwich Michael Adebolajo.

Ade 2

Il ‘terrorista’ di Woolwich Michael Adebolajo in Kenya.

Si potrebbe pensare che ci sono due Michael Adebolajo. C’è il cattolico amante del divertimento e quello che lavorava per MI5/6. Michael Adebolajo aveva tra i suoi amici su Facebook due agenti di polizia che lo conoscevano dai tempi della scuola.
kirkMichael Adebolajo era uno dei migliori amici del caporale Kirk Redpath. Il Caporale Kirk Redpath è stato ucciso in Iraq. Michael è cresciuto in una famiglia benestante cattolica. Era un vicino di Kirk Redpath a Romford. Erano compagni di classe nella scuola Marshall Park. Visitavano le rispettive case dopo la scuola. Il fratello di Kirk, Grant ha detto che Michael era “il ragazzo più rilassato del mondo.” E’ probabile che ci fosse un Michael Adebolajo al lavoro per l’MI5 già nel 2003. Aderì ad al-Muhajirun che sarebbe gestito dall’MI6. I terroristi di Woolwich…

Romford, Essex; May 23rd 2013. A young woman believed to be Blessing Daniels, the sister of Michael Adebolajo, leaves her home, on Kings Lynn Drive, with a police officer in the early hours of this morning.Blesing Daniels, sorella di Michael Adebolajo

I genitori del musulmano convertito Hayden Allen, 21 anni, sospettato di aver aiutato il killer Woolwich, dicono che Hayden ha subito il ‘lavaggio del cervello’.

Michael AdebowaleL’altro sospettato di Woolwich, Michael Adebowale, posa per una foto scolastica nel 2007.

Claire Connor, 22 anni, è un ex-compagna di classe del sospettato di Woolwich Michael Adebowale, dice che Adebowale era un allievo modello, “estremamente timido e molto educato. Sapeva la differenza tra giusto e sbagliato. Non l’ho mai visto violento o chiunque altro essere violento con lui. Non sapeva essere scortese, non l’ho mai sentito insultare. Quando arrivammo alla scuola secondaria iniziò a comunicare di più ed era un po’ più forte. Tutti gli volevano bene, era solo se stesso. Non cercò mai di comportarsi come se fosse qualcun altro”. (Dailymail)
Michael Adebowale, il secondo ‘terrorista’ di Woolwich, è sospettato di aver subito il lavaggio del cervello da parte dell’MI5 mentre era nell’istituto correzionale minorile di Feltham. Altre persone dalla mente controllata dall’MI5 nell’istituto Feltham si pensa fossero Richard Reid e Jermaine Grant. Richard Reid finse di cercare di far saltare in aria un aereo con un ‘scarpa-bomba’ e Jermaine Grant è attualmente detenuto in Kenya accusato di terrorismo. La madre di Adebowale, Juliet lavorava come addetta alla sorveglianza. Adebowale era brevemente apparso in TV nella serie di Jamie Oliver, School Dinners.

Ferrie OswaldDavid Ferrie (a sinistra) e Lee Oswald Harvie (a destra)

Lee Harvie Oswald aveva un sosia. Il vero Lee Harvie Oswald era un bravo ragazzo caduto nelle mani dell’agente della CIA David Ferrie. Il vero Lee Harvie Oswald avrebbe avuto la mente controllata dalla CIA. Ferrie, mentre lavorava con varie squadre di cadetti, fece sesso con ragazzi di età compresa tra i 14 e i 18 anni. David Ferrie era un pilota a contratto della CIA… era anche coinvolto in traffici di droga e armi… Un tempo Barry Seal era sul suo libro paga…La morte di JFK: La connessione di New Orleans
I servizi di intelligence sono soliti avere una vera spia e un capro espiatorio da accusare. Secondo quanto riferito, c’era un Lee Harvey Oswald a New Orleans e, allo stesso tempo, un Lee Harvey Oswald in Giappone. C’era un Lee Harvey Oswald in Messico che non assomigliava per niente al Lee Harvey Oswald che divenne famoso a Dallas. Uno o più falsi Oswald possono aver lavorato per i servizi di sicurezza. L’Oswald che è stato ucciso potrebbe essere stato il capro espiatorio.

_47528546_fatao_226Il vero Mohamed Atta non può aver voluto uccidere nessuno.
L’impostore Mohamed Atta non può essere stato un musulmano e potrebbe essere stato un agente dei sB9ervizi di sicurezza. Xymphora parla dei due Atta: L’originale … Mohamed Atta è lo… studente di architettura nato in Egitto visto l’ultima volta ad Amburgo, in Germania. Gli venne rubato il passaporto in Germania nel 1999. Il falso Mohamed Atta è il ragazzo che finse di essere Mohamed Atta negli Stati Uniti. Un Mohamed Atta frequentò la Scuola Internazionale per Ufficiali a Montgomery, in Alabama. Il Mohamed Atta negli USA avrebbe parlato ebraico e gli piacevano le ballerine di lap-dancanders_behring_breivike e le braciole di maiale. Mohamed Atta – Benvenuti in Terrorlandia.

Uno dei tiratori in Norvegia, sosia di Breivik.

Il vero Breivik con grandi orecchie e il naso più ampio…

kasab 3Ajmal Kasab il capro espiatorio innocente, accusato degli attentati di Mumbai del 2008.
(India’s Dodgy Dossier on Mumbai)

Kasab_2Il sosia di Kasab
(Ajmal Kasab fu rapito dal Nepal prima del 2006, dagli indiani... )

0000000Si è sostenuto che questo mostrasse Osama morto.

0000000 blackhawkdownÈ una scena del film Blackhawkdown.

Con una bomba legata al petto, uno dei sospettati della maratona di Boston fu ucciso la mattina del venerdì dopo che lui e suo fratello avevano rapinato un 7-Eleven...” Un sospetto della maratona di Boston ucciso, il secondo fugge dopo uno straordinario scontro a fuoco. No aspettate, la polizia sembra aver mentito. “La polizia ha detto che i sospetti non hanno rapinato il negozio.” Caccia ai sospettati di Boston: Spari, un sospetto con le spalle al muro.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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binladen mori di malattia, e continuarono a usarlo dopo la sua morte, forti sti americani, adesso stanno concentrandosi, cu come distruggere il nostro euro, una volta raggiunto il loro progetto, potranno potranno fare que cazzo che vogliono, cosi il dollaro potranno rifare gli americani, viva gli stati uniti viva viva tutti quelli che vogliono sfasciare leuropa,

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Il dollaro e l’euro sono due facce della stessa medaglia prodotta e posseduta dai Rothschild & Co. L’euro serve ad esempio a ripianare i buchi finanziari creati dalla finanza fraudolenta yankee. Nazioni innocenti e sovrane stanno per essere distrutte (Libia, Siria, Yemen, Sudan ecc.) tramite infiltrati di Al Qaeda affiliazione CIA addestrati nel protettorato americano del Kosovo.
L’Italia dove la leva obbligatoria è stata abolita è ormai invasa e molti immigrati che risiedono nei nostri quartieri sono terroristi dormienti addestrati dalla cupola criminale Usraeliana i quali verranno attivati, magari come squadroni della morte, a tempo debito per distruggere la nostra civiltà ed identità.

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Non credo che gli ammeregani vogliano distruggere il “nostro” euro, visto che è proprio il “nostro” euro che sta distruggendo noi, intesi come nazione, come popolo e come economia. Il “nostro” euro è una manna per gli ammeregani, tanto che se non fosse funzionale ai loro interessi non credo che gli europei avrebbero avuto la forza di crearlo a dispetto dei padroni dell’impero.

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I veri terroristi sono gli angloamericani,serviti dai camerieri europei.In Italia tutte le intercettazioni telefoniche ai politici sono dirette da loro e vengono utilizzate all’uopo.
Vogliono destabilizzare l’Europa che tra poco diventerà una nuova Siria.

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