Omo-eresia

Segnalazione di don Marcello Stanzione

PRETE  GAY -  SPOSATO - FOTO - 2Gazzetta del Mezzogiorno – 13 giugno 2013 – p. 12
«IO, PRETE GAY E SPOSATO
ECCO I SEGRETI DEL VATICANO
»

CARMELA FORMICOLA e LIA MINTRONE

TERLIZZI – Incredibile! È proprio quando father Tony Adams pronuncia: «Sì, ho fatto sesso in Vaticano» che il cielo comincia a buttar giù una pioggia biblica. Come quando nell’iconografia popolare tu pronunci una bestemmia e Dio ti squarcia il cielo con un fulmine ammonitore. Comincia così, nella splendida cucina di pietra di Villa Cappelli, a Terlizzi, sulla millenaria via Traianea, il nostro incontro con Tony Adams, 71 anni, nato in Connecticut. Sacerdote. Dichiaratamente omosessuale. E da quattro anni sposato con il suo compagno di una vita. Sposato, sì. Gay, sì. Nonché sacerdote.

Tony, ma è sicuro che il Vaticano non l’abbia ancora cacciata?

«Sì, sicurissimo»

E non l’ha nemmeno sospesa?

«No, non mi ha sospeso. Sono un prete, io. E celebro regolarmente matrimoni. Matrimoni gay».

Ma dove?

«Negli Stati americani dove le nozze tra persone dello stesso sesso sono legali. La settimana scorsa ho celebrato il matrimonio di due italiani. A New York»

Due italiani?
«Già. Uno dei due è il presidente di Endemol. Conoscete?»

Tony Adams è un uomo dolce. Sorridente. Un rosario di ricordi da sgranare dinanzi a una tazza di caffè, mentre fuori il Cielo manda giù una pioggia torrenziale e straordinaria (in fondo siamo a giugno). Lo incontriamo nel casale di Paul Cappelli, manager italo-americano che dopo cinquant’anni di successi trascorsi nella Grande Mela, e dopo un outing con moglie e figlie con cui dichiarò la sua omosessualità, è tornato da un anno e mezzo nella sua natia Terlizzi e ha dato vita ad una tenuta considerata uno dei più grandi ritrovi gay internazionali. Siamo in cucina, tra credenze di legno e cassette di rape rosse appena colte, un luogo sospeso, dove tutto – i mobili, gli oggetti, i tempi, gli odori – rimandano a un Sud bellissimo e un po’ perduto mentre Tony dal suo Mac portatile tira fuori una galleria di foto sorprendenti. Anni Settanta. Lui, giovanissimo, sul grandioso altare di San Pietro, cerimoniere del papa.

Laurea in Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana, subito dopo addetto all’Ufficio Cerimonie Pontificie, sotto il Pontificato di papa Paolo VI. Un’esperienza, unica. «Ho imparato che gli uomini del Vaticano amano più il potere che la loro vita personale – dice padre Adams – Quando ero al Vaticano, ho avuto una relazione con un alto prelato polacco, ma oltre alla mia storia omosessuale, ce n’erano tante altre».

Padre, sicuro che non è nemmeno mai stato scomunicato dalla Chiesa?

«Certo Non sono più attivista nella mia Diocesi, ma per mia scelta».

Quindi lei è ancora un sacerdote per la Chiesa di Roma?

«Già».
Insistiamo. La sua storia squarcia veli millenari. Ha 71 anni ma ne dimostra molti meno, sarà l’amore per suo marito a mantenerlo così giovane. «Scrivete quello che dico, perché una volta per tutte cali quel velo di ipocrisia che avvolge la Chiesa. Tutti all’interno del Vaticano sapevano delle storie che nascevano tra giovani preti e alti prelati, ma tutti facevano finta di niente, ignoravano, come uniti da un tacito accordo».

Anche lei ha avuto una storia con un uomo importante della Chiesa?

«Sì, non lo nascondo, l’ho fatto sperando di fare carriera. Lui diventò arcivescovo di una cittadina polacca (e poi finito nel 2002 in uno scandalo di molestie sessuali ai danni di giovani seminaristi rivelato dal quotidiano «Rzeczpospolita», ndr). Karol Wojtyla era appena diventato Papa. Pensavo che una storia con un suo conterraneo mi facesse fare carriera all’interno del Vaticano. Io ero un giovane prete, cedetti alle sue avances, solo dopo scoprii che Wojtyla lo detestava».

Cosa fece allora?

 «Fu una bella delusione. Decisi di lasciare il Vaticano e me ne tornai in Connecticut. Volevo trovare un compagno vero volevo pensare alla mia vita, capii che la mia vita affettiva era più importante di qualsiasi potere. Andai nella Diocesi di Hartforf, diocesi che non ho mai lasciato anche se avevo deciso di non essere più un attivista per la comunità».

Perché sente il bisogno di rendere pubblica la sua storia?

«La mia battaglia contro l’ipocrisia della Chiesa è iniziata quando ho visto la posizione del Vaticano rispetto al riconoscimento delle coppie gay e delle loro unioni. Tutta questa falsità è inaccettabile, almeno il 75% dei preti è omosessuale, hanno una regolare vita sessuale e affettiva e, questo, la Chiesa lo sa ma fa finta di non saperlo».

Continua ad essere un uomo di fede?

“È molto complicato il mio rapporto con la fede oggi, è il Magistero della Chiesa che non mi piace”.

Ma prega ancora?

“Si”.

Non teme di essere scomunicato quando qualcuno del Vaticano leggerà questa intervista?

“Sarete le prime a saperlo”. L’America, la grande spina nel fianco per il Vaticano con i suoi scandali dei preti pedofili, la terra che ha dato i natali al cardinale Paul Kasimir Marcinkus, che da Presidente dello IOR finì nello scandalo del crac del Banco Ambrosiano e che, grazie al passaporto diplomatico vaticano, riuscì ad evitare il mandato di cattura. “Ma lui era etero”, dice sorridendo Tony. Eppure, nonostante tutto, sia padre Adams che Paul Cappelli sono convinti che le cose nella Chiesa possano cambiare.

Ma come?

“Solo le suore americane potranno cambiare la storia della Chiesa, sono le più attiviste e anche le più forti. Quando decideranno che è arrivato il tempo di chiedere che sia loro permesso di celebrare i sacramenti e di poter fare carriera nella Chiesa diventando vescovi, monsignori, cardinali e anche Papa, allora la Chiesa cambierà”.

Father Tony, ma l’Italia farà mai una legge per il riconoscimento delle unioni tra omosessuali?

“Sì, e lo farà per motivi economici, come ha fatto lo Stato di New York. Era già iniziata la recessione economica, effettuarono degli studi per capire se, legiferando a favore dei matrimoni tra persone dello stesso sesso, l’economia del settore avrebbe avuto un incremento economico. Quando la legge entrò in vigore, fu un trionfo, non solo le previsioni furono superate, ma triplicate”.

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Il cabarettista ebreo al funerale di “don” Gallo: ” Andrea riusciva ad essere uno e trino”…

ga_17_941-705_resize-300x199[1]“Stupendo” il commiato del cabarettista ebreo Moni Ovadia, agnostico dichiarato e orgoglioso, che non crede nella religione propria e tanto meno in quella degli altri. Un Ovadia affetto da evidenti corti circuiti psicoanalitici dati dal fatto che da una parte si proclama agnostico e dall’altra mangia cibo kasher, anzi glatt kosher. Grottesco oltre ogni limite, quando riferendosi al defunto ci ha rassicurato: «Sono ebreo e agnostico ma secondo me il Gallo risorge» [vedere qui]. Da questo guitto che gioca a fare l’aschenazita e che per i rabbini ortodossi è come fumo agli occhi, mentre per diversi amici miei che sono ebrei osservanti costituisce da sempre pessimo esempio di israelita che cavalcando la moda ebraica ha trovato solo modo per fare soldi, ci siamo dovuti sorbire anche una “lezione” di dogmatica trinitaria: «Andrea» — ha detto l’Ovadia con demenziale serietà — «riusciva a essere uno e trino» [vedere qui e qui].

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La misura del sedevacantismo apocalittico

Hate speech: secondo don Farinella il Papa stupra la Chiesa!

giovedì 12 febbraio 2009

Riportiamo questo articolo delirante di don Farinella (nella foto), pubblicato da quel manifesto laicista che è la rivista Micromega, ma che almeno un pregio possiede: riporta la discussione fuori dalle secche del negazionismo di Williamson (su cui peraltro, naturalmente, indugia) e affronta il problema nel suo quadro appropriato: quello ecclesiologico.

Il papa è ancora cattolico?

Dovrei provare soddisfazione nel dire «lo avevo detto», invece provo amarezza e rabbia [ottimo e confortante segno!]. Il 14 settembre 2007, opponendomi con tutte le mie forze all’introduzione della Messa preconciliare voluta dal papa attuale, scrissi in 24 ore un libretto (Ritorno all’antica Messa, Gabrielli Editore) in cui mi dichiaravo obiettore di coscienza e mentre tutti giocavano sul folclore della «Messa in latino» dimostravo che l’obiettivo esplicito del papa era l’abolizione del concilio ecumenico Vaticano II. Qualcuno parlò di esagerazione. Oggi gli increduli di allora ne hanno la prova provata e spero che nessuno riduca ciò che sta accadendo a meri fatti interni alla Chiesa che non interessano il mondo laico.

a) Il ritorno all’anticoncilio

L’abolizione della scomunica ai quattro vescovi scismatici lefebvriani è uno stupro [!] compiuto dal papa contro la Chiesa perché di sua iniziativa sancisce e definisce che il concilio Vaticano II non è mai esistito. Il papa infatti non chiede ai lefebvriani un atto previo di adesione al magistero del concilio come condizione per l’abolizione della scomunica, ma li riammette semplicemente come se niente fosse successo, schierandosi contro due papi che li sospesero a divinis (Paolo VI) e li scomunicarono come scismatici (Giovanni Paolo II). O i lefebvriani erano scismatici o il papa che li scomunicò compì un atto illecito, visto che le condizioni della scomunica non sono mutate. Oppure sbaglia, e alla grande, il papa di adesso. Lo stesso giorno dell’abolizione della scomunica (24 gennaio 2009), il capo degli scismatici, Fallay in due distinti comunicati ai suoi seguaci scrive: «Noi siamo pronti a scrivere col nostro sangue il Credo, a firmare il giuramento anti-modernista di Pio X, facciamo nostri e accettiamo tutti i concili fino al Vaticano I. Nello stesso tempo non possiamo che esprimere delle riserve riguardo al concilio Vaticano II, un concilio «diverso dagli altri». In tutto ciò, noi manteniamo la convinzione di restare fedeli alla linea di condotta indicata dal nostro fondatore, Monsignor Marcel Lefebvre, di cui ora aspettiamo la pronta riabilitazione … Allo stesso modo, nei colloqui che seguiranno con le autorità romane, vogliamo esaminare le cause profonde della situazione presente e, nel trovare il rimedio adeguato, giungere a una restaurazione solida della Chiesa. … La nostra Fraternità desidera potere aiutare sempre di più il papa a porre rimedio alla crisi senza precedenti che scuote attualmente il mondo cattolico … Siamo anche felici che il decreto del 21 gennaio 2009 ravvisa come necessari «incontri» con la Santa Sede; questi incontri permetteranno alla Fraternità Sacerdotale San Pio X di esporre le ragioni dottrinali di fondo che ritiene stiano all’origine delle difficoltà attuali della Chiesa. In questo rinnovato clima, noi abbiamo la ferma speranza di giungere presto al riconoscimento dei diritti della Tradizione cattolica» (Menzingen 24 gennaio 2009. Bernard Fellay) [questa citazione è errata e, considerato il tipo di errori, è giocoforza pensare che essi siano stati inseriti in mala fede: il testo corretto, che abbiamo riportato in questo post, dice infatti: “Siamo pronti a scrivere il Credo col nostro sangue, a firmare il giuramento antimodernista, la professione di fede di Pio IV, noi accettiamo e facciamo nostri tutti i concili fino al Vaticano II, sul quale esprimiamo alcune riserve“. Non sino al Vaticano I, come riporta Farinella, ma al Vaticano II, quindi. E poi prosegue: “In tutto questo, siamo convinti che noi rimaniamo fedeli alla linea di condotta indicata dal nostro fondatore, Arcivescovo Marcel Lefebvre, la cui reputazione speriamo di veder presto ristabilita. In conseguenza, esprimiamo il desiderio di iniziare quei “colloqui” – che il decreto riconosce come necessari – circa gli argomenti dottrinali che sono opposti al Magistero di sempre. Non possiamo non rilevare la crisi senza precedenti che scuote la Chiesa oggi: crisi di vocazioni, crisi di pratica religiosa, di catechismo, di ricezione dei sacramenti… Prima di noi, Paolo VI arrivò a dire che “da alcune fessure il fumo di Satana è entrato nella Chiesa” e ha parlato della “autodistruzione della Chiesa”. Giovanni Paolo II non esitò a dire che il Cattolicesimo in Europa era in uno stato di “apostasia silenziosa”. Poco prima della sua elezione al Trono di Pietro, Benedetto XVI ha comparato la Chiesa a una “barca che fa acqua da tutte le parti”. Perciò, durante queste discussioni con le autorità romane, noi vogliamo esaminare le cause profonde della presente situazione, e portandovi gli appropriati rimedi, ottenere una durevole restaurazione della Chiesa”].

b) Qualcuno mente spudoratamente [chissà chi, a giudicare da come sono sopra riportate le dichiarazioni altrui]

Coloro che parlano, come la Sala Stampa vaticana e il presidente della Cei, card. Angelo Bagnasco, di gesto di clemenza e di magnanimità del papa, mentono sapendo di mentire, perché sanno troppo bene che i problemi sono dottrinali e riguardano una sola questione: «Il concilio Vaticano II è un concilio almeno come gli altri, la cui accettazione è essenziale per essere cattolici, oppure è ad libitum, a discrezione cioè della sensibilità di ciascuno, essendo solo un conciliabolo per pochi intimi?». Come conciliare le affermazioni del capo dei lefebvriani che lo stesso giorno dell’abolizione della scomunica dichiara pubblicamente che non accetteranno mai il concilio Vaticano II e il suo magistero per «ragioni dottrinali di fondo»? Non vi sono alternative: o mente il papa o mente il capo dei lefebvriani o mentono tutti e due. Se i lefebvriani possono archiviare e disprezzare un concilio ecumenico, è lecito ad un cattolico, restando cattolico, rifiutare per motivi dottrinali il magistero di Benedetto XVI ritenuto lesivo per la fede cattolica? Se i lefebvriani possono essere riammessi nella Chiesa cattolica senza dovere contestualmente accettare il magistero di un concilio ecumenico, perché il papa non compie lo stesso «gesto di misericordia» verso quei cattolici che sono stati buttati fuori dalla Chiesa per «eccesso di progressismo», colpevoli di considerare il concilio un’assise incompiuta? Che posto occupano nella chiesa i teologi e teologhe della liberazione perseguitati, vilipesi e cacciati? Se il concilio non è determinante, perché usare due pesi e due misure? Posso esigere che le mie posizioni teologiche diametralmente opposte a quelle dei lefebvriani debbano avere la stessa cittadinanza nella chiesa ponendo fine così ad un ostracismo ed isolamento che dura da oltre un quarto di secolo? Dal momento che si stanno avverando tutte le «profezie» che scrissi nel 2007 e ancora prima, non è il caso che il vescovo chieda scusa e mi restituisca quella dignità di cattolico a tutto tondo che io credo di meritare? Dal mio punto di vista anticipo e prevedo (come si suole dire in diritto: nunc pro tunc) che la prossima mossa di Benedetto XVI sarà la dichiarazione che la Messa tridentina dovrà considerarsi «forma ordinaria» e la Messa riformata di Paolo VI «forma extraordinaria» per giungere nel ragionevole tempo di una decina d’anni alla sua abolizione e ripristinare il clima tridentino per andare alla riscossa del mondo moderno con le truppe cammellate dei tradizionalisti, combattenti fidati per restaurare la Christianitas medievale.

c) L’antisemitismo come fondamento teologico

Uno dei vescovi scismatici e sospesi a divinis, tale Richard Williamson ha avuto l’ardire di negare l’olocausto la vigilia della sua riammissione nella comunione cattolica che per gentile concessione del papa, coincideva con la vigilia della giornata della memoria della Shoàh. Nulla avviene per caso e tutto ha un senso e una simbologia. Dopo le reazioni dentro e fuori la Chiesa, il Vaticano, la Cei e chi più ne ha più ne metta, si sono arrampicati sugli specchi per tentare di fare quadrare il cerchio, senza rendersi conto che chi nasce quadrato non può morire rotondo. Per i lefebvriani l’antisemitismo è una nota caratterizzante la loro teologia per la quale gli Ebrei sono «deicidi» e lo sono per l’eternità, a meno che non si convertano e riconoscano Gesù Cristo come loro Messia e Dio. Nella lettera di scuse inviata al papa dall’altro compare e capo dei lefebvriani, Bernard Fellay, si chiede perdono al papa, ma non al popolo giudaico e a tutti i morti ebrei nei campi di concentramento e per mano nazi-fascista. La pezza è stata peggio del buco [su questo singolo punto, Farinella, tutti i torti non li ha]. I lefebvriani rifiutano di sana pianta il documento conciliare «Nostra Aetate» in cui al n. 4 si parla della religione ebraica in termini positivi e si rifiuta per la prima volta il concetto di «deicidio» come colpa di tutto il popolo d’Israele, ma lasciandone la responsabilità solo alle «autorità ebraiche con i loro seguaci» del tempo di Gesù (n. 4/866).

d) I papi sbagliano

Nella Chiesa cattolica, da un punto di vista cattolico, non possono coesistere i lefebvriani e il concilio Vaticano II. Se entrano i primi deve uscire il secondo e se resta il secondo, non possono entrare i primi. A mio avviso, infatti, i nodi dovranno ancora venire al pettine e questa riconciliazione porterà molta più frattura di quanto si possa immaginare. Prego che il papa torni suoi passi e riprenda la fede cattolica che ha abbandonato consapevolmente sulla soglia della Fraternità lefebvriana. Diversamente ci sentiamo dispensati dal riconoscere la sua autorità, come i lefebvriani hanno rifiutano e rifiutano l’autorità di Giovanni XXIII, Paolo VI e in parte di Giovanni Paolo II. Tutto ciò dimostra che la confusione regna ai vertici della Chiesa cattolica e la prova che spesso anche i papi infallibilmente sbagliano. Enormemente.

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Il Vescovo Claudio Giuliodori bacchetta pubblicamente Alberto Maggi per le sue apostasie

Il Vescovo Claudio Giuliodori bacchetta pubblicamente Alberto Maggi per le sue apostasieArticolo tratto da Pontifex.Roma : Pontifex.Roma sono mesi che segnalava questo apostata alla deriva. Possiamo affermare che, finalmente, giustizia è fatta contro uno degli elementi del clero italiano che più di tutti sta facendo del male alla Dottrina ed alla Fede di noi Cattolici. Erano mesi che Pontifex.Roma segnalava all’attenzione della Congregazione per la Dottrina della Fede ed alla Santa Sede, la presenza di (padre) Alberto Maggi e delle sue farneticanti catechesi in totale dissenso dalle Verità di Fede. Particolarmente grave fu l’intervista su Rai 1 in cui lo stesso conduttore rimase basito da certe dichiarazioni pro omosessualità fatte pubblicamente da Alberto Maggi. Altrettanto gravi, cercando in vari documenti, sono le sue catechesi che abbiamo pubblicato, denunciando pubblicamente la apostasia di tale “padre”, il quale non crede nella resurrezione di Lazzaro e non crede nel potere dello Spirito Santo. Insomma, una rassegna di dichiarazioni a metà strada tra l’eretico ed il …

… protestante e, intanto, il suo centro studi continuava imperterrito a reclutare adepti. Ma veniamo ai fatti:

Ultima news: Albero Maggi (ulteriormente disobbediente e superbo) nella sua Bacheca invita i suoi fedelissimi a scrivere mail di protesta alla curia maceratese contro l’attacco della stessa Curia verso di lui un suo confratello e il centro studi stesso che rischia la chiusua:

ATTACCO DELLA CURIA MACERATESE AL CENTRO STUDI BIBLICI

Oggi alle 20.12 Montefano Una omelia decisa quella che il vescovo Claudio Giuliodori ha tenuto nella chiesa collegiata di San Donato in occasione della festa patronale. Un discorso che ha fatto il punto sulle attività di catechesi del centro studi biblici Vannucci ufficialmente nominato durante la predica, Centro Studi retto dai Servi di Maria.

Una presa di posizione ufficiale quindi della Chiesa maceratese attesa e forse sollecitata anche dalle autorità ecclesiastiche locali che da tempo focalizzavano il problema, non tanto sulla presenza del Centro Studi, che lo stesso vescovo ha definito presenza importante, ma soprattutto sui contenuti delle lezioni tenute da padre Alberto Maggi e padre Ricardo Perez Marquez definite dallo stesso vescovo molto personali e poco in linea con i dogmi ufficiali della chiesa cattolica.

“Chiesa e Parola di Dio – ha detto il vescovo Giuliodori -sono in sostanza una cosa sola, nessuno può avere la pretesa di separare le due cose. Attenzione quindi a ciò che si dice – ha proseguito il vescovo – e come lo si dice perché se è vero che si è liberi di leggere e interpretare i libri è anche vero che diventa difficile capire chi vuole dare un significato diverso a ciò che diverso non può essere”. Parole che sono state scandite con chiarezza davanti alla gente che gremiva la chiesa.

Centro Studi Vannucci ufficialmente richiamato quindi dalla Curia maceratese ad una catechesi e ad uno studio dei testi biblici ed evangelici in linea con quanto stabilito dalla Chiesa. Un richiamo che farà sicuramente discutere dopo le polemiche recenti scaturite dalle dichiarazioni di padre Alberto Maggi, rilasciate nel corso di Uno Mattina. Dichiarazioni che annunciavano tolleranza e nuova attenzione nei confronti dei gay da parte della chiesa. Parroco, associazioni cattoliche montefanesi che da tempo avevano segnalato alla curia le “strane prediche” dei frati avevano espresso preoccupazione considerato anche il notevole flusso di gente che arriva nel centro per le lezioni.

Siamo davvero soddisfatti che il rappresentante della Santa Sede a Macerata abbia “bacchettato” Alberto Maggi e, ancora una volta, siamo contenti che, a Dio piacendo, il lavoro scrupoloso di Pontifex.Roma abbia dato i risultati sperati. La Dottrina va difesa ed è compito non facile, ma noi continueremo a vivere e praticare la nostra vocazione di predicazione della difesa della Fede. Che Dio ci supporti in questo arduo compito che, purtroppo, tanti nemici ci sta creando e tanti problemi ci sta ponendo innanzi.

Carlo Di Pietro

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PADRE ALBERTO MAGGI E LE NEGAZIONI DEI MIRACOLI DI GESU’

Creato Domenica, 22 Gennaio 2012 00:00

Pontifex.RomaPadre Maggi, come sempre, continua con le sue “molto velate” interpretazioni distorte e secolarizzate della Sacra Scrittura. Analizzando uno dei suoi video presenti su youtube, si evince chiaramente che il dotto biblista analizza a modo suo il termine “miracolo”. Lo definisce un segno e dice che le traduzioni del Nuovo Testamento, fino al 1997, sono state sbagliate in merito al termine “miracoli” e “miracolo” (che lui definisce un problema per i fedeli). Quindi per 2000 anni circa, i Santi ed i Martiri hanno creduto nella favola di Cappuccetto Rosso.!!! Ascoltando certe dichiarazioni sono so se piangere o ridere. Addirittura, per dirla tutta, Padre Maggi ha il coraggio di dire che, se nella sala al momento della riunione, vi fossero persone di grandissima fede, anche dei Santi, seppur pregando per la moltiplicazione dei pani e dei pesci, il pane diventerebbe secco ed il pesce comincerebbe a puzzare. Nega, indirettamente, anzi … molto direttamente …

 … i poteri che Gesù stesso conferì a tutti coloro che avrebbero creduto in Lui (nel seguito dell’articolo riporterò i passi del Vangelo).

Secondo l’autorevole punto di vista di Alberto Maggi, il miracolo dei pani e dei pesci altro non vuol rappresentare che una metafora, ovvero che se si rinuncia a quanto si ha e lo si condivide con il prossimo, tutto si risolve nella fede!!!! Questo è vero, caro biblista, tuttavia per cortesia, la finisca di indurre il popolo al protestantesimo. Si qualifichi per quello che è.

Quello che Lei dice è assolutamente frutto della sua fantasia. I miracoli esistono, sono e saranno sempre chiamati tali, ne avvengono a centinaia ogni giorno e non certo sarà Lei a farci cambiare opinione. Chiediamo, nuovamente, l’intervento della Congregazione per la Dottrina della Fede, affinchè questo Parroco in abiti firmati venga zittito in pubblico e punito con rigore e disciplina, applicando il Codice del Diritto Canonico. Il Tribunale del Santo Uffizio lo avrebbe già scomunicato per bocca del Papa.

Se ne avete volgia guardate il video e, come sempre, prendete per buono solo il 10% in esso contenuto: tutto il resto è menzogna e protestantesimo:

Ma adesso un pò di Dottrina (ovvero quello che conta realmente per i fedeli) e che Padre Maggi non cita mai (si guarda bene dal farlo)

86. Che fece Gesù Cristo nella sua vita terrena?

Gesù Cristo, nella sua vita terrena, c’insegnò con l’esempio e con la parola a vivere secondo .Dio, e confermò coi miracoli la sua dottrina; finalmente, per cancellare il peccato, riconciliarci con Dio e riaprirci il paradiso, si sacrificò sulla Croce, « unico Mediatore tra Dio e gli uomini »

87. Che cos’è miracolo?

Miracolo è un fatto sensibile, superiore a tutte le forze e leggi della natura, e perciò tale che può venire solo da Dio, Padrone della natura.

88. Con quali miracoli specialmente, Gesù Cristo confermò la sua dottrina e dimostrò di esser vero Dio?

Gesù Cristo confermò la sua dottrina e dimostrò di esser vero Dio, specialmente col rendere in un attimo la. vista ai ciechi, l’udito ai sordi, la parola ai muti, la salute a ogni sorta d’infermi, la vita ai morti; con l’imperar da padrone ai demoni e alle forze della natura, e sopra tutto con la sua risurrezione dalla morte.

Così i miracoli di Cristo e dei santi [Cf Mc 16,20; Eb 2,4 ] le profezie, la diffusione e la santità della Chiesa, la sua fecondità e la sua stabilità “sono segni certissimi della divina Rivelazione, adatti ad ogni intelligenza”, sono “motivi di credibilità” i quali mostrano che l’assenso della fede non è “affatto un cieco moto dello spirito” [Concilio Vaticano I: Denz.-Schönm., 3008-3010].

Gli spiriti malvagi temono il suo nome [Cf At 16,16-18; At 19,13-16 ] ed è nel suo nome che i discepoli di Gesù compiono miracoli; [Cf Mc 16,17 ] infatti tutto ciò che essi chiedono al Padre nel suo nome, il Padre lo concede [Cf Gv 15,16 ].

Attraverso i suoi gesti, i suoi miracoli, le sue parole, è stato rivelato che “in lui abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” ( Col 2,9 ). In tal modo la sua umanità appare come “il sacramento”, cioè il segno e lo strumento della sua divinità e della salvezza che egli reca: ciò che era visibile nella sua vita terrena condusse al Mistero invisibile della sua filiazione divina e della sua missione redentrice.

547 Gesù accompagna le sue parole con numerosi “miracoli, prodigi e segni” ( At 2,22 ), i quali manifestano che in lui il Regno è presente. Attestano che Gesù è il Messia annunziato [Cf Lc 7,18-23 ].

548 I segni compiuti da Gesù testimoniano che il Padre lo ha mandato [Cf Gv 5,36; Gv 10,25 ]. Essi sollecitano a credere in lui [Cf Gv 10,38 ]. A coloro che gli si rivolgono con fede, egli concede ciò che domandano [Cf Mc 5,25-34; Mc 10,52; ecc]. Allora i miracoli rendono più salda la fede in colui che compie le opere del Padre suo: testimoniano che egli è il Figlio di Dio [Cf Gv 10,31-38 ]. Ma possono anche essere motivo di scandalo [Cf Mt 11,6 ]. Non mirano a soddisfare la curiosità e i desideri di qualcosa di magico. Nonostante i suoi miracoli tanto evidenti, Gesù è rifiutato da alcuni; [Cf Gv 11,47-48 ] lo si accusa perfino di agire per mezzo dei demoni [Cf Mc 3,22 ].

561 “Tutta la vita di Cristo fu un insegnamento continuo: i suoi silenzi, i suoi miracoli, i suoi gesti, la sua preghiera, il suo amore per l’uomo, la sua predilezione per i piccoli e per i poveri, l’accettazione del sacrificio totale sulla croce per la Redenzione del mondo, la sua Risurrezione sono l’attuazione della sua Parola e il compimento della Rivelazione” [Giovanni Paolo II, Esort. ap. Catechesi tradendae, 9].

1335 I miracoli della moltiplicazione dei pani, allorché il Signore pronunciò la benedizione, spezzò i pani e li distribuì per mezzo dei suoi discepoli per sfamare la folla, prefigurano la sovrabbondanza di questo unico pane che è la sua Eucaristia [Cf Mt 14,13-21; Mt 15,32-39 ]. Il segno dell’acqua trasformata in vino a Cana [Cf Gv 2,11 ] annunzia già l’Ora della glorificazione di Gesù. Manifesta il compimento del banchetto delle nozze nel Regno del Padre, dove i fedeli berranno il vino nuovo [Cf Mc 14,25 ] divenuto il Sangue di Cristo.

Così i miracoli di Cristo e dei santi [Cf Mc 16,20; Eb 2,4 ] le profezie, la diffusione e la santità della Chiesa, la sua fecondità e la sua stabilità “sono segni certissimi della divina Rivelazione, adatti ad ogni intelligenza”, sono “motivi di credibilità” i quali mostrano che l’assenso della fede non è “affatto un cieco moto dello spirito” [Concilio Vaticano I: Denz.-Schönm., 3008-3010].

Gli spiriti malvagi temono il suo nome [Cf At 16,16-18; At 19,13-16 ] ed è nel suo nome che i discepoli di Gesù compiono miracoli; [Cf Mc 16,17 ] infatti tutto ciò che essi chiedono al Padre nel suo nome, il Padre lo concede [Cf Gv 15,16 ].

Per cinque domeniche, il Vangelo è costituito da un brano del discorso sul pane di vita tenuto da Gesù nella sinagoga di Cafarnao e riferito dall’evangelista Giovanni. Il brano di questa domenica è dato dall’episodio della moltiplicazione dei pani e dei pesci che fa da introduzione al discorso eucaristico.

Non è casuale che la presentazione dell’Eucaristia cominci con il racconto della moltiplicazione dei pani. Con ciò si viene a dire che non si può separare, nell’uomo, la dimensione religiosa da quella materiale; non si può provvedere ai suoi bisogni spirituali ed eterni, senza nello stesso tempo, preoccuparsi dei suoi bisogni terreni e materiali.

Fu proprio questa, per un momento, la tentazione degli apostoli. In un altro passo del Vangelo, si legge che essi suggerirono a Gesù di congedare la folla, perché andasse nei villaggi vicini a procurarsi da mangiare. Ma Gesù rispose: “Date loro voi stessi da mangiare!” (cfr. Matteo 14, 16). Gesù, con ciò, non chiede ai suoi discepoli di fare miracoli. Chiede di fare quello che possono. Di mettere in comune e di condividere quello che ognuno ha. In aritmetica, moltiplicazione e divisione sono due operazioni opposte, ma in questo caso sono la stessa cosa. Non c’è “moltiplicazione” senza “divisione” (o condivisione)!

Questo legame tra il pane materiale e quello spirituale era visibile nel modo in cui veniva celebrata l’Eucaristia nei primi tempi della Chiesa. La cena del Signore, chiamata allora agape, avveniva nel quadro di un pasto fraterno, in cui si condivideva sia il pane comune sia quello eucaristico. Questo faceva sentire come scandalose e intollerabili le differenze tra chi non aveva niente da mangiare e chi era “ubriaco” (cf. 1 Cor 11, 20-22). Oggi l’Eucaristia non si celebra più nel contesto del pasto comune, ma il contrasto tra chi ha il superfluo e chi non ha il necessario non è diminuito, anzi ha assunto dimensioni planetarie.

Su questo punto ha qualcosa da dirci anche il finale del racconto. Quando tutti hanno mangiato Gesù ordina: “Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto”. Noi viviamo in una società dove lo spreco è di casa. Siamo passati, in cinquant’anni, da una situazione in cui si andava a scuola o alla Messa domenicale tenendo, fin sulla soglia, le scarpe in mano per non consumarle, a una situazione in cui si buttano via scarpe quasi nuove per adeguarsi alla moda che cambia.

Carlo Di Pietro

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Don Gallo: «Un Papa gay sarebbe magnifico»

Il Secolo XIX06 marzo 2013

Genova – «Un Papa omosessuale sarebbe una cosa magnifica. Pensare che uno si affacci a piazza San Pietro e lo dica sarebbe grande. C’è la parità dei figli di Dio, è l’essenza del Vangelo, siamo tutti figli e figlie di Dio». Lo ha detto don Andrea Gallo, fondatore della comunità di San Benedetto al Porto di Genova, in un’intervista alla Zanzara su Radio24.

«Il prete omosessuale – ha proseguito – deve poter essere libero di esprimere la sua identità e la sua sessualità, altrimenti si reprime e arriva alla pedofilia».

Don Gallo ha anche rivelato di aver subìto «dei tentativi di violenze omosessuali, diciamo delle insidie, che ho respinto, sono sempre stato un ribelle». «Ero un giovane prete – ha raccontato – e fu un vescovo a farmi delle avances».

E don Gallo durante la trasmissione “La Zanzara” ha parlato anche della situazione politica e ha invitato Beppe Grillo a fare un referendum online tra i suoi “grillini”, per decidere insieme a loro se fare o meno l’alleanza con Pd. «Beppe Grillo non ha bisogno di mediatori, tantomeno di me – ha dichiarato don Gallo -. Il Paese è a pezzi. C’è bisogno che Beppe coi suoi elettori vada al tavolo per avere dei cambiamenti e metterli alla prova. Questa è l’occasione per sputtanarli definitivamente. È fondamentale incontrarsi col Pd, vista la situazione catastrofica del Paese. Auspico almeno per un anno un’intesa tra il centrosinistra e i Cinque Stelle. Beppe faccia un referendum online rivolgendosi ai suoi milioni di elettori, per sapere quanti di loro sarebbero disposti a un accordo».

Quanto al capogruppo designato di M5s, Roberta Lombardi, che aveva avuto parole non negative rispetto al fascismo, don Gallo ha aggiunto: «Non sa cosa sia il fascismo: arroganza, razza superiore. Vada a rivedersi la storia, approfondisca. Il fascismo è la negazione della democrazia. Se sostiene un fascismo buono, si dovrebbe dimettere».

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Lettera aperta al Sig. Enzo Bianchi, il sinistro conciliare, “Priore” di Bose

di Andrea Dal Canton e Luciano Gallina (Circolo Cattolico Christus Rex)

LETTERA APERTA

al Sig. Enzo Bianchi, a “mons.” Gardin (“vescovo” di Treviso) e al Direttore di “Vita del popolo”

Treviso 15-03-2013

Abbiamo assistito alla conferenza sul Vaticano II, tenutasi il 13 marzo presso il Collegio S. Pio X, avente come relatore il Sig. Enzo Bianchi.

Considerando che finita l’esposizione non è stato dato al pubblico presente la possibilità di intervenire “per non rovinare la bella serata”, vorremmo con la presente, evidenziare delle inesattezze, in alcuni casi il termine esatto è bugie, dette durante l’esposizione.

  1. Forse la bugia più grossa è che per 15 anni, facendo il Sig. Bianchi tutti i giorni il chierichetto, ha detto di aver ascoltato la stessa Epistola e lo stesso Vangelo durante la S. Messa. Ci risulta che il “VECCHIO MESSALE (mai abrogato “nonostante tutto”), abbia per ogni giorno dell’anno (anzi ci sono più Epistole e brani del Vangelo che giorni dell’anno, perché ci sono certe festività di precetto che possono cadere anche di domenica e quindi modificano il numero delle domeniche “normali”) la SUA EPISTOLA E IL SUO VANGELO, ma forse il chierichetto un po’ assonnato (anziché il sacerdote come detto durante l’esposizione) ricorda solo i primi versi del Vangelo di S. Giovanni che veniva letto alla fine della S. Messa.
  2. Caro Sig. Bianchi, ci spiega perché le vecchiette sdentate e stonate, le fanno tanto ribrezzo? Forse non è a conoscenza che nelle chiese c’è il tecnico del suono, che trasmette ai “piani superiori” i canti delle vecchiette sdentate come una sinfonia melodiosa e celestiale e invece schiaccia il tasto Off, quando sente strimpellare delle chitarre sessantottine stonate. Le vecchiette sdentate, se qualche ragazzino durante la S. Messa disturbava dopo un primo richiamo gli allungavano un salutare scappellotto.
  3. Adesso ogni bravo cristiano legge il Vangelo, non come una volta dove tante persone erano analfabete, però mettevano in pratica in Vangelo con i fatti perché troviamo scritto: non chi dice Signore, Signore entrerà nel Regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio; la vostra fede vi ha salvato e ancora pregate e vi sarà dato. È molto probabile che ognuna di quelle vecchiette sdentate avesse più fede di quello che oggi ha tutta la città di Treviso.
  4. Dal sito effedieffe del 11-03-2013 dall’articolo di Blondet “La nostra civiltà e il Conclave” riportiamo questo passo riferito al Papa: Lo fece «pietra». Roccia destinata a sostituire la Roccia di Abramo, su cui era costruito il Tempio ebraico. Essere dichiarato «Pietra» non significa avere un mandato per muoversi, viaggiare, scrivere encicliche, intervenire. Significa che deve «stare», esserci. La vera forza dei Papi, il loro «mandato del cielo», è nell’incarnare pro tempore l’azione immateriale, per pura presenza, della trascendenza presente nel mondo. Questa gli viene trasmessa nel conclave. E senza questa, sarebbero vani i sacramenti; nulla l’Eucarestia; non ci sarebbe stato Padre Pio, né i santi oscuri che proprio ora, sulla loro croce, reggono il mondo e ne impediscono il collasso.
  5. Secondo Bianchi i sacerdoti oggi dovendo celebrare rivolti al pubblico così possono esprimersi al meglio e sono costretti ad impegnarsi di più nel tentare di “comunicare” mentre una volta, dando le spalle alla gente potevano, non visti, permettersi qualunque atteggiamento. Una domanda ci sorge spontanea: cos’è la S. Messa? Perché forse anzi è quasi sicuro, che pochissimi anche tra gli “addetti ai lavori” risponderebbe non esattamente a questo quesito. Abbiamo di tutto ciò convinzione perché avendo posto questa domanda ad un sacerdote teologo in occasione di una precedente serata legata a questa serie di conferenze  al terzo tentativo ha rinunciato all’impresa, troppo difficile per un sacerdote ma semplice per la sdentata genitrice (portatrice di protesi mobile) che rispose: la S. Messa è il rinnovo del Sacrificio sul Golgota che il Figlio offre al Padre (in forma non cruenta). Ma allora il sacerdote quando si trova sul presbiterio cosa deve fare? Una conferenza per il pubblico presente, tipo presidente di un’assemblea o “qualcos’altro di sacro”? È a conoscenza il Sig. Bianchi e non solo, che quando Paolo VI fece il NOVUS ORDO MISSAE, i Cardinali Bacci e Ottaviani gli inviarono il breve esame critico? Avete mai fatto una piccolissima ricerca e verifica della differenza minima tra la NUOVA MESSA e la CENA LUTERANA?

6.    Certo ora viviamo in un tempo che come dicevano i miei avi: chi sbarega pi forte ga pi rason. Traduzione in Volgare: chi   urla più forte vuole avere ragione.

7.     La Madonna a La Salette, disse: Roma perderà la fede e sarà la sede dell’anticristo.

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CHI E’ ENZO BIANCHI?

Durante gli anni universitari, anima con i suoi amici, di diversa confessione cristiana, uno dei primi gruppi biblici che, sulla scorta del Concilio Vaticano II, nascevano come comunità di ascolto della “parola”. Questa esperienza, tra le altre, fa maturare in lui il desiderio della vita monastica, ma resta un laico. Dopo la laurea in economia all’università di Torino si ritira in solitudine in una cascina, nella piccola frazione di Bose (Magnano, Biella), sistemata con alcuni degli amici con cui aveva condiviso gli anni di studio. Resterà solo per i primi tre anni, a partire dall’8 dicembre 1965, data da lui scelta per segnare l’inizio della sua esperienza, nel giorno in cui ha termine la celebrazione del Concilio.

Arrivano poi i primi fratelli e sorelle, conciliari e protestanti, che con lui iniziano la vita in comune. Il 17 novembre 1967 il vescovo di Biella Carlo Rossi dispose l’interdetto per la presenza di non cattolici nella comunità, ma per intercessione del cardinale Michele Pellegrino, amico personale di Enzo Bianchi, l’interdetto viene rimosso l’anno successivo.

Dopo il consolidamento della comunità, nel corso degli anni il laico Enzo Bianchi dedica il suo ministero soprattutto alla predicazione ecumenista, in comunità, ma anche nelle chiese locali, protestanti e ortodosse. Rimane impressa la sua propensione ecumaniaca. E’ membro della redazione della rivista internazionale di teologia Concilium e fa parte del comitato scientifico di Biennale Democrazia. (Tratto da Wikipedia).

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Incredibile dichiarazione di mons. Bruno Forte: I dieci comandamenti sono il luogo comune per ebrei e cattolici. Ma gli ebrei riconoscono la Santissima Trinità?

Decalogo luogo comune per ebrei e cattolici. Il rabbino Joseph Levi: differenze utili per comprendere le rispettive identità

Raccontare e divulgare la verità senza più tacere, ma anche riscrivere la storia di due popoli, quello cristiano e quello ebraico, a partire dalla riconciliazione. Questo l’obiettivo al centro dell’incontro “La Shoah delle pallottole”, durante il quale padre Patrick Desbois, direttore della Commissione dei vescovi francesi per i rapporti con l’ebraismo, ha illustrato l’olocausto per fucilazione, di migliaia di ebrei in Ucraina. La conferenza è stata anche occasione di dibattito, all’indomani della storica visita di Benedetto XI alla Sinagoga di Roma, sulle prospettive di dialogo tra le due religioni. Il servizio di Cecilia Seppia:

Duemiladuecento luoghi di sterminio, fosse comuni, canali, cimiteri, boschi, agghiaccianti testimonianze di un massacro avvenuto in Ucraina tra il 1941 e il 1944. E’ il risultato di anni di ricerca condotti da padre Desbois per far luce su un capitolo dell’Olocausto quasi ignorato, ma di dimensioni spaventose: l’uccisione di oltre un milione e mezzo di ebrei. Uno sterminio sistematico eseguito dalle squadre della morte naziste, mediante fucilazione anziché camere a gas. Villaggio dopo villaggio, padre Desbois ha ritrovato e intervistato i testimoni delle stragi, documentando ogni cosa, ha fatto riemergere dal silenzio parole che restituiscono oggi una giusta sepoltura a coloro che furono travolti dalla furia omicida del progetto nazista.

D’altra parte riconoscere il dolore, come spiega il Rabbino Capo di Firenze, Joseph Levi, è oggi il primo passo per ricostruire una storia tormentata, quella del rapporto tra ebrei e cristiani, ma ancora animata dal comune desiderio di camminare insieme. Sentiamo il rabbino Joseph Levi:

“Solo dal riconoscimento del dolore dell’altro possiamo provare a partire insieme per costruire una nuova umanità, che non deve essere tutta fatta nella stessa maniera, ma deve anzi essere una umanità che riconosce la diversità come un dono divino e che è unita dall’immagine divina che esiste in ogni creatura umana”.

D’altra parte, per percorrere la via del dialogo, spiega padre Pierbattista Pizzaballa, custode di Terra Santa, è fondamentale – come auspicato da Benedetto XVI – riscoprire le radici comuni pur nel rispetto delle differenze:
“Siamo due religioni diverse e, quindi, ci sono e ci devono essere differenze. Dobbiamo parlare anche di questo e non ci devono spaventare. Lo scopo di questo incontro è proprio quello di non appianare le differenze, ma quello di conoscerci meglio e far sì che le differenze non diventino un ostacolo nel dialogo e nell’amicizia tra di noi. Abbiamo bisogno di dare questa testimonianza al mondo, soprattutto in un mondo laico, facendo vedere che le differenze tra le religioni rappresentano una ricchezza e non una difficoltà”.

Sulla stessa linea mons. Bruno Forte, arcivescovo metropolita di Chieti-Vasto, che insiste sulla necessità, di testimoniare insieme l’unico vero Dio, ricordando il valore perenne del Decalogo per Ebrei e Cristiani, contro ogni ingiustizia e sopruso, di fronte alle sfide del nostro tempo e a cominciare dalla difesa della vita e della persona umana nella sua totalità. Sentiamo le sue parole:
“Nel villaggio globale c’è bisogno di un linguaggio comune per poterci ritrovare nel consenso sui alcuni punti e su alcuni temi etici fondamentali. Questo lo offre esattamente il Decalogo, “le dieci parole” – come le chiama la tradizione ebraica – che sono quelle che portano nella nostra coscienza iscritto il disegno di Dio”.

Fonte: Radio Vaticana

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Don Giorgio De Capitani: “Berlusconi figlio di una madre degenere”

Nuove folli dichiarazioni del parroco che ha augurato la morte a Berlusconi: “Silvio, un bugiardo fin dal concepimento”

15/01/2013

Don Giorgio delira ancora: "Il Cav figlio di una donna degenere"Don Giorgio De CapitaniOra basta. Fermatelo. Il protagonista è ancora lui, Don Giorgio De Capitani, il prete che odia Silvio Berlusconi. Prima gli augurato un ictus, poi la morte, sperando che “il Signore lo uccida”. Ora il parroco no global della provincia di Lecce torna all’attacco, un affondo ancor più infamante. Il bersaglio è ovviamente il Cavaliere. Anzi, la madre defunta di Berlusconi, Rosa: “Sì, è un bugiardo, fin dal concepimento nel grembo di sua madre – ha dichiarato -. Ma chi è questa madre degenere che ha partorito un mostriciattolo simile? Forse il seme era diabolico”. La misura è colma. Fermate De Capitani.

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L’invettiva di don De Capitani dopo la ridiscesa in campo di Berlusconi

“Dio non lo farà, ma tocca a noi popolo italiano, farlo fuori…democraticamente parlando”. Con queste parole padre De Capitani si è presentato in rete, all’attacco dell’ex premier Silvio Berlusconi. Don Giorgio, noto per gli attacchi al leader del Pdl, critica la sua ridiscesa in campo e arriva a invocare l’intervento del Padre Eterno per sbarazzarsi di Berlusconi. Un invettiva durata quasi 10 minuti che non risparmia attacchi alla Chiesa e all’arcivescovo di Milano Angelo Scola.

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L’anticrericale Corrado Augias contrario alle nozze omosex

Segnalazione di Claudio Turazza

I sostenitori della lobby omosessualista (cioè quel fortissimo movimento di pressione politica e mediatica formata da eterosessuali e omosessuali militanti) insiste nel confondere i piani etici e religiosi, si sostiene  infatti che coloro che si oppongono alle nozze gay siano animati da motivazioni religiose.

Questo è parzialmente vero nel senso che, certamente nelle motivazioni contrarie di molti, un ruolo importante gioca l’insegnamento morale derivato dalle Scritture (fortemente contrarie al comportamento omosessuale) e dalla Tradizione, ma questi argomenti -come quello dell’aborto dell’eutanasia– sono affrontabili anche attraverso motivazioni che esulano dalle proprie eventuali convinzioni religiose, basandosi solamente da quelle che vengono definite “ragioni laiche“.

Per questo tantissimi non credenti o non cristiani condividono con i credenti e i cattolici il giudizio contrario all’aborto o al matrimonio tra persone dello stesso sesso. Spesso su questo sito abbiamo dato spazio addirittura alle riflessioni di diversi omosessuali, qui un esempio, contrari alle nozze gay, nonché a quelle di agnostici e non cattolici.

A ennesima dimostrazione di quanto detto finora, citiamo le recenti esternazioni di uno che certamente cattolico non è, ovvero l’ossessivo anticlericale Corrado Augias, definito addiritturacolonna della furia anticattolica” dal filosofo Costanzo Preve. Augias conduce un programma quotidiano su Raitre intitolato “Le Storie”, una vera e propria passerella anticlericale. Già in passato, ad esempio, abbiamo citato le parole di Antonio Socci -invitato in trasmissione da Augias- a descrizione delle ideologiche scorrettezze perpretate dal collaboratore di Repubblica. 

Durante la puntata del 7/11/12 Augias ha invitato l’immancabile don Virginio Colmegna, uno dei noti preti mediatici anticlericali e antipapisti. Uno dei tanti, assieme a Vito Mancuso, immeritati figli del compianto card. Carlo Maria Martini, persone che si sentono maestri e genitori della Chiesa, di cui invece dovrebbero essere figli e testimoni, che vanno davanti alle telecamere a mostrare quanto sono meglio del Pontefice e dei Vescovi, elencando in modo poco evangelico tutta la carità che fanno.

Lasciando perdere don Colmegna, di cui ci occuperemo in un articolo più avanti, torniamo a Corrado Augias e al tema dell’articolo. Lo scrittore anticlericale ha invitato il sacerdote per commentare assieme a lui la vittoria di Obama e sopratutto i vari referendum con i quali alcuni stati americani hanno approvato i matrimoni omosessuali. Augias ovviamente conosceva già l’opinione favorevole di Colmegna e desiderava mostrare come anche esponenti della Chiesa sono contrari alla posizione cattolica. E’ il solito giochino: i laicisti amano illudersi di mettere in difficoltà la Chiesa creando il cosiddetto “fuoco amico”. Chi ha visto la puntata saprà comunque che don Colmegna ha colto i tentativi di Augias, e ha cercato di evitare i tranelli.

Toccato il tema specifico delle nozze gay è stato Augias a fare una dichiarazione sorprendente. Interrompendo il religioso ha detto: «guardi le dico la verità, io credo di essere liberale e tollerante però le nozze, il matrimonio tra gay….io non…», scuotendo la testa in segno negativo. Il sacerdote ha poi ripreso la parola coprendo ed interrompendo il finale della frase, che comunque era facilmente intuibile. Dunque un Augias titubante, dubbioso e sembrerebbe contrario al matrimonio omosessuale, questa non ce l’aspettavamo e sicuramente non se l’aspettavano i suoi devoti fans di Repubblica.

Qui sotto il video con la dichiarazione di Corrado Augias:

http://www.uccronline.it/2012/11/16/lanticlericale-corrado-augias-contrario-alle-nozze-gay/

Notizie correlate

Fonte: http://www.uccronline.it/2012/11/16/lanticlericale-corrado-augias-contrario-alle-nozze-gay/

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I gay vogliono chiudere la Chiesa Cattolica? Solidarietà a www.Pontifex.roma.it

Il dottor Mancuso, esponente di associazioni Gay, chiede la chiusura di siti cattolici che, a suo dire, spargerebbero odio contro i gay. E cita www.Pontifex.roma.it  con un epiteto: “ignorante”. Mancuso, tradendo la tradizionale irritabilità omosex, magari qualche tratto isterico, formula ipotesi che vanno ben oltre la realtà: addirittura straparla e dice, tra l’altro, che Pontifex “potrebbe essere strumento di ambienti cattolici potenti e nascosti”. Qui l’articolo: http://www.facebook.com/l.php?u=http%3A%2F%2Fwww.aureliomancuso.it%2F2011%2F12%2F28%2Fpontifex-e-quelli-che-odiano-i-gay%2F&h=7AQH20w5sAQHqWOyIGIK94wyrPVrMVmrW0T3o1pYPQyEj9w

del Prof. Franco Damiani, addetto stampa del Circolo Christus Rex

Esprimo il mio più vivo compiacimento per questa dura ma giusta presa di posizione. E’ ora di finirla con questi “siti cattolici che vomitano odio”. Naturalmente la cosa non deve fermarsi qui. Bisognerebbe proporre anche il rogo sulla pubblica piazza del Vecchio Testamento (che nel Levitico definisce “abominio” il peccato contro natura e che addirittura racconta dell’incenerimento di Sodoma e Gomorra), nonché del Nuovo, che con San Paolo escude  (in questo “Pontifex” non ha torto) i sodomiti dalla salvezza. Credo che non dovrebbero passarla liscia nemmeno Sant’Agostino, San Gregorio Magno, San Giovanni Crisostomo, San Pier Damiani (secondo il quale questo vizio supera per gravità tutti gli altri, “rende gli uomini turpi e li spinge all’odio verso Dio”), San Tommaso d’Aquino, secondo il quale l’omsessualità “offende Dio come ordinatore della natura” (e di conseguenza il padre Dante, che si permette di porre i sodomiti nel cerchio dei violenti contro natura), San Bonaventura, San Bernardino da Siena e San Pietro Canisio, tutti rei della schifosa colpa dell’omofobia (questa sì veramente “immonda”). Non parliamo dei Papi (San Pio V, per esempio, che definiva l’omosessualità “l’esecrabile vizio libidinoso contro natura”, e San Pio X, che lo classificava come “peccato che grida vendetta al cospetto di Dio”, secondo per gravità dopo l’omicidio volontario). Temo purtroppo che nemmeno Bagnasco e Riccardi, per quanto liberali e modernisti, possano cancellare questa infame tradizione bimillenaria, che oltretutto si rifletteva nella legislazione degli Stati cristiani, molti dei quali punivano il peccato di sodomia con la pena dell’infamia e qualcuno addirittura con quella di morte. Persino l’ultraliberale catechismo del 1992 continuava a giudicare “oggettivamente disordinata” l’inclinazione omosessuale e tanto più i conseguenti atti, che “non possono in nessun caso ricevere una qualche aqpprovazione” (Congregazione per la dottrina della fede, dichiarazione “Persona humana” del 29 dicembre 1975).

Fuor di celia, esprimo tutta la solidarietà mia e del circolo “Christus Rex” all’amico Bruno Volpe e al sito “Pontifex”, che, ben lontani dall’esprimere qualsivoglia forma di “odio”, ribadendo fermamente l’immutabile dottrina cattolica esprimono invece un’altissima forma di amore soprannaturale per le anime, aiutandole a pentirsi e a correggersi. Anche sui “castighi divini”, anziché prodursi in sorrisini ironici, forse, ricordando Sodoma e Gomorra, si farebbe meglio a meditare.

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Laici laidi contro la Chiesa

Perché la battaglia contro i preti pedofili è una battaglia per eliminare il cristianesimo

di Francesco Agnoli

Ogni due o tre mesi mi scrive un amico, missionario in Africa, don Giuseppe Ceriani. Per parlarmi della chiesa di là, delle sue tribolazioni, delle sue attività, delle sue lotte. L’ultima sua lettera è datata Quaresima-Pasqua 2010. Leggendola non sembra che laggiù siano filtrate le notizie che occupano la stampa europea in questi giorni, con soverchia e sospetta abbondanza. Forse in Africa non si sa nulla della battaglia che il vecchio continente ha ingaggiato da tempo con la sua storia e le sue radici. Una battaglia che è sempre più grottesca, perché vede gli araldi del nichilismo, soprattutto quello sinistro, combattere una santa crociata contro i preti pedofili. Non, si badi bene, per sbarazzarsi di loro, come è giusto, ma per sbarazzarsi, tout court, del cristianesimo, e magari, relativisticamente, anche dell’idea di bene e male.

L’Europa che apostata ogni giorno, deve farlo trovando nobili giustificazioni, dandosi un tono. L’Europa che massacra i suoi figli nell’utero materno, a milioni; che distrugge i bambini già nati combattendo ogni giorno la famiglia (quintuplicati i divorzi, nella mia regione, in trent’anni); l’Europa che sperimenta sugli embrioni, che commercia ovuli e spermatozoi come fossero caramelle, che tenta di clonare l’uomo massacrando centinaia di esseri umani allo stato iniziale, che ingravida le donne single e le coppie omosessuali, negando ai figli che nasceranno il padre o la madre… L’Europa, l’occidente, che permettono le mamme-nonne, che fanno nascere figli già orfani con la fecondazione post mortem, che congelano gli embrioni sotto azoto liquido e che infangano la vita di milioni di ragazzi col sesso precoce, la pornografia, lo scandalo continuo; l’occidente “no child”, che predica la “crescita zero” per non inquinare; che “aiuta” i paesi poveri coi preservativi e l’aborto; che vede crescere ogni giorno il ricorso alla sterilizzazione, gli alberghi e i luoghi di villeggiatura dove sono verboten i bambini; l’Europa che apre all’eutanasia dei fanciulli malati e che anestetizza e lobotomizza i suoi figli con la Tv, il tempo pieno, la realtà virtuale, svariati impegni extrafamiliari e mille altri sotterfugi per non avere impicci…

Ebbene questa Europa nemica dei bambini, bambino-fobica, handi-fobica, famiglio-fobica, finge di battersi in difesa dei più piccoli, se questa battaglia può servire a infangare la chiesa nel suo complesso, come istituzione, come storia, come tutto. Finge di farlo, e con grande e prolungato clamore, salvo poi tacere sui milioni di europei (di cui circa centomila italiani) che praticano turismo sessuale a danno di bambini asiatici, latini o africani; sui quarantuno mila casi di violenze sui minori che vengono registrati ogni anno in Italia secondo una ricerca presentata allo Iulm di Milano nel 2007; sul boom di pedopornografia che invade la rete ogni giorno di più, senza quasi nessuno che la ostacoli.

Don Giuseppe, dicevo, non sembra sapere nulla. Si limita a raccontarmi per lettera quello che fa là, a Nairobi, dove ha già preso, in passato, la malaria e una malattia che gli ha riempito le budella di trenta chili di una strana mucillagine, che però non ha infrollito la sua tempra di uomo di Dio. Cosa mi racconta, dunque, dal Kenya? “Caro Francesco, il Signore cammina con noi sulle strade di Ongata Rongai dove da alcuni mesi sta sorgendo un orfanotrofio per accogliere almeno cento bambini/e sotto i dieci anni. Molti di essi sono stati coinvolti nella tragica pandemia dell’Aids. In un’area accanto sorgerà anche un ospedaletto diurno, una specie di pronto soccorso per bambini. E sarà una grazia per questi poveri”. Qui, continua, la società è vessata da mali di ogni tipo, vecchi e nuovi: tribalismo, spiritismo, stregoneria e corruzione. Per questo a Lamet i fratelli delle Scuole cristiane assistono cento ragazzi/e “che vengono da varie etnie con esperienze di enorme indigenza e sofferenza”.

A Burgheri, invece, “sta sorgendo una scuola superiore per ragazze”, per quelle femmine che qui sono spesso trattate come oggetti e che invece i missionari vogliono nobilitare, insegnando loro un mestiere, a leggere e a scrivere. “L’area fu al centro di scontri tribali del 2008. Ora che la calma sembra tornata, abbiamo ripreso le costruzioni. A fine febbraio sono state costruite due aule”. La lettera continua e parla delle altre iniziative: scuole, ospedali, centri, soprattutto, per ragazzi, orfani, abbandonati, malati… di cui nessuno, spesso per povertà ma anche per superstizione, vuole prendersi cura. Mentre leggo penso: forse un domani anche gli africani, quando avranno la pancia piena, impiccheranno la chiesa ai peccati, pur gravissimi, di qualche suo figlio, e dimenticheranno tutti coloro che invece l’hanno amata e soccorsa anche a rischio della vita, perdendo, evangelicamente, la propria esistenza. Ma intanto non posso fare a meno di notare che quello che accade a Nairobi, avviene in tutta l’Africa. Non sono fedeli di Cristo, soprattutto, quelli che portano lì aiuti, medicine, civiltà, speranza, mentre i figli di Mammona, che vengono spesso dalla stessa Europa, cercano l’oro e gli affari?

Non è stato così anche per l’Europa, un tempo? Chi ha costruito le ruote degli esposti, gli ospedali, le scuole per i bambini, anche quelli poveri, nel Medioevo? Chi ha edificato moltissime delle nostre scuole professionali per salvare milioni di ragazzi, nell’Ottocento, dallo sfruttamento nelle industrie? Chi ha insegnato all’Europa il rispetto per i bambini? Chi ha imposto piano piano l’idea che le spose devono essere consenzienti, spostando gradatamente l’età del matrimonio un po’ “pedofilo” dell’antichità, sin dall’epoca di Costantino? Ricordiamo per un attimo cosa fu il mondo antico, precristiano. A Roma, a Sparta, ad Atene, presso tutti i popoli, i bambini malformati, handicappati, non voluti, venivano uccisi, fatti schiavi, venduti come cose. Non solo di fatto, ma anche in linea di diritto. Era normale. In tanti casi, presso i greci, presso i popoli nordici, presso i fenici, dei bambini venivano sacrificati alle divinità per chiederne il favore, come succede ancora oggi in Africa o in India (lo ha scritto Libero, 13/03/2010).

Il cristianesimo arrivò portando la nozione di sacralità della vita. Additando a tutti un Cristo bambino; predicando il rispetto dell’infanzia fino ad allora così poco considerata. Spiegando che Dio stesso si era fatto piccolo. Noi, scrivevano i primi cristiani, Giustino, Tertulliano e tanti altri, non uccidiamo i nostri figli e non li abbandoniamo lasciando che vengano sbranati dalle belve. Così, dicono gli storici, il cristianesimo costruì i primi orfanotrofi, sostanzialmente sconosciuti sino ad allora. Così trovarono una casa gli abbandonati, i milioni di “Marcellino pane e vino” della nostra storia che ancora oggi portano nel cognome il ricordo di quella carità cristiana che li salvò: gli Esposito, i Diotallevi, i Fortuna, i Fortunato, i Proietti, i Casadei. Trovarono asilo prima negli orfanotrofi fondati dalle imperatrici e dalle matrone romane convertite, poi in strutture come quella dell’arciprete milanese Dateo, dove venivano accolti bastardi, orfani, handicappati, nel secolo VIII; poi, ancora, nelle case fondate dalle confraternite o negli ospedali, come quello fiorentino degli Innocenti, in cui ai bambini erano dedicati strutture, personale specifico e soldi per costruirsi, una volta cresciuti, il futuro.

Così recita l’Enciclopedia Treccani alla voce “orfanotrofio”: “Sorti fin dai primi tempi del cristianesimo attraverso la paternità adottiva, mantenuti dalle offerte dei fedeli e sorvegliati dai sacerdoti, gli orfanotrofi ebbero dai primi imperatori cristiani non pochi e notevoli privilegi”. Oggi magari ce ne dimentichiamo, perché da noi gli orfanatrofi sono sempre meno: ci si disfa del problema alla radice. Ma la predilezione cristiana per i più piccoli non è venuta meno: nell’Inghilterra laica e anglicana un terzo degli orfanotrofi odierni è gestito da ordini religiosi cattolici. In Africa, dove la poligamia, la povertà e le malattie colpiscono soprattutto i bambini, gli orfanotrofi sono numerosissimi e hanno nella quasi totalità dei casi un’origine religiosa.

Nella Cina non cristiana, dove l’infanticidio di massa, potenziato dal regime maoista, è sempre esistito, la piccolissima minoranza cattolica, come raccontava Tiziano Terzani su Repubblica il 20 giugno 1984, prima della rivoluzione comunista gestiva oltre duemila scuole, duecento ospedali e più di mille orfanotrofi. A rischio spesso dell’odio xenofobo cinese, esploso poi all’epoca di Mao, che chiuse tutto accusando le suore “di aver ucciso i bambini e la chiesa di essere sovversiva”. Ancora oggi missionari cristiani laici e religiosi giungono in Cina da tutto il mondo per raccogliere sulle strade bambini abbandonati e lasciati morire di fame. Un caro amico, Francesco, mi ha raccontato questa terribile realtà, dopo aver trascorso un’estate in Cina con alcuni sacerdoti lombardi ad aiutare il creatore di uno di questi istituti per l’infanzia abbandonata. Francesco ci è andato dopo che Giulia, sua sorella e mia alunna, era stata alcuni anni prima, con altri missionari, in Romania, a fare scuola e a dare un po’ di affetto ad alcuni dei migliaia e migliaia di orfani romeni abbandonati, costretti a vivere nelle fogne, spinti alla prostituzione minorile e alla delinquenza.

Chi li aiuta, gli orfani dell’est Europa? Hans Küng, Corrado Augias, Vito Mancuso o il patron di Repubblica? La rivista Left, che fa copertine in cui compare un prete e la scritta, grande, “Predofili”, quasi a suggerire una equivalenza tra sacerdozio e pedofilia? No, migliaia e migliaia di associazioni e gruppi sorti molto spesso dal volontariato cattolico (o protestante), legati alle parrocchie, che finanziano ospedali pediatrici, ospitano ogni anno in Europa i bambini di Cernobyl, diffondono la pratica dell’adozione a distanza… Come l’associazione di don Antonio Rossi, “Chiese dell’est”, che ha appena lanciato un programma di adozione a distanza di bambini russi e ucraini, spesso “liberati dagli orfanotrofi statali (alle volte autentici lager)”.Alcuni anni fa, nel 2002, il patriarcato ortodosso di Mosca fece un documento in cui registrava allarmato che la minoranza cattolica si prende cura di troppi bambini e adolescenti, “soprattutto negli ospedali, nelle scuole secondarie e negli orfanotrofi”. “Sotto il pretesto delle cure degli orfani, recitava il documento, e dei bambini senza casa i cattolici (soprattutto rappresentanti di ordini religiosi femminili) coltivano una nuova generazione di cattolici adulti”.

Cosa accade, invece, in India, paese in cui la vita dei bambini, specie quella delle femmine, non vale gran che? In cui gli infanti vengono uccisi a milioni e la prostituzione infantile, secondo la “Storia dell’infanzia” della Laterza (vol. I, p. IX), riguarda circa quattrocentomila soggetti? E’ dall’opera di madre Teresa che sono nati orfanotrofi, asili, lebbrosari, case di accoglienza per anziani, ragazze madri, moribondi (sulla figura di madre Teresa ci sarebbe molto da discutere, ndr). In un crescendo di opere stupende che si sono diffuse poi in tanti altri paesi del mondo, talora nonostante l’opposizione dei governi. Opere che qualcuno fa presto a dimenticare, accecato dall’odio ideologico. Ma forse, se mandassi queste mie brevi e indignate considerazioni a don Giuseppe, mi risponderebbe: “Sì, caro Francesco, ma la barca di Pietro, oggi, è nella tempesta, anche per causa di tanti suoi uomini indegni, non solo pedofili, ma anche politicanti, mondani, pavidi, tiepidi… Forse Dio si servirà delle critiche e dell’odio strumentale di tanti ipocriti, per rimettere la sua barca, santa, sulla giusta rotta. Forse farà capire a tanti vescovi che devono tornare a fare i pastori, anzitutto dei loro sacerdoti: meno chiacchiere, meno convegni, meno interviste ai giornali sui fatti di cronaca… Più preghiera, più attenzione nei seminari, più spirito soprannaturale”. (Nota del Centro Studi Giuseppe Federici: ci vorrebbe soprattutto un Papa a guidare la Barca di Pietro).

(Fonte: http://www.ilfoglio.it/soloqui/4733 25 marzo 2010)

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fonte: http://www.centrostudifederici.org

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Vito Mancuso: falso teologo, vero eretico

(di Antonio Livi su La Bussola” del 02/11/2011) Il problema più grave che affligge la cultura cattolica in tutto l’Occidente è il disorientamento dottrinale provocato dal poco ascolto che i fedeli prestano al magistero ecclesiastico (quello solenne del Vaticano II e quello ordinario dei pontefici), mentre troppo ascolto viene prestato al confuso vociare dei teologi, quasi tutti legati a interessi ideologici di parte e tutti coinvolti nel conflitto tra progressisti e conservatori, pro e contro la “nuova teologia”.
Questa pretesa “nuova teologia” altro non è, in sostanza, che una riproposizione, da parte dei teologi cattolici, di quelle teorie sulla fede, sulla Trinità e sulla figura di Cristo che erano state

elaborate nell’Ottocento dal luterano Hegel e poi nel Novecento dal cattolico Heidegger.

Come spiego in un mio trattato che sarà presto in libreria (Vera e falsa teologia. Come distinguere l’autentica scienza della fede da un’equivoca filosofia religiosa, Casa Editrice Leonardo da Vinci), la vera teologia è un sapere scientifico che mira alla sempre maggiore comprensione della fede della Chiesa.
Come ogni sapere scientifico, la teologia ha le sue regole, e la prima di queste regole è la salvaguardia della materia di studio, che è fede di tutti. Il teologo parte dal presupposto che la fede della Chiesa – che egli condivide con tutti gli altri fedeli – corrisponde esattamente a quello che Dio ha rivelatosi nella storia della salvezza.
Se il teologo non accetta i dogmi della fede cattolica e si adopera piuttosto per ri-formularli, cambiarne il senso o addirittura negarli apertamente, allora egli abusa del suo titolo scientifico, la sua non è vera teologia. Chiunque può liberamente esporre le sue teorie su Dio e sulla religione, ma se uno non assume i dogmi come verità rivelata, non si deve presentare come un teologo ma come un filosofo: non si devono trarre in inganno i fedeli, che dai teologi si aspettano giustamente di essere confermati nella loro fede, non di esserne distolti.
Nel mio libro faccio molti esempi di “falsa teologia”, e faccio anche dei nomi, come Teilhard de Chardin, Karl Rahner, Hans Küng e Klaus Hemmerle; alla fine, tra gli italiani, cito un discepolo di Hemmerle, Piero Coda, che si rifà alla filosofia religiosa di Hegel per re-interpretare la dottrina cattolica sulla Trinità e sull’Incarnazione con le categorie concettuali della dialettica idealistica.
Il metodo di reinterpretazione del dogma insegnato da Coda è stato ripreso da molti suoi scolari, tra i quali Vito Mancuso, docente di Teologia moderna e contemporanea all’Università San Raffaele di Milano. Mancuso parla e scrive di teologia, e i suoi libri hanno avuto in Italia una vasta e chiaramente interessata eco nei mass media di orientamento laicistico: evidentemente, alla cultura anti-cattolica non può che far piacere che un autore che si proclama cattolico e teologo demolisca uno per uno tutti i dogmi della fede cattolica (era già successo anni or sono con i libri di Hans Küng).
In uno dei suoi primi saggi Mancuso pretende di dare un senso al dramma del dolore umano innocente ricorrendo alla categoria dell’assurdo: «La creazione porta con sé la necessità che Dio soffra; di più: che Dio venga sacrificato. Dentro qui, dentro questa rivelazione assurda, sta l’assurdità dei bambini che nascono handicappati. Il rapporto di Dio col mondo fa prendere a Dio la forma dell’agnello, fa sorgere la figura dell’Agnello destinato al sacrificio. Dio, che è amore, scegliendo di porre il mondo e di porlo libero, diventa agnello sacrificale.
E’ un’assurdità che l’onnipotenza divina debba soffrire, essere sgozzata, e questo proprio nell’atto che più di ogni altro rivela la sua onnipotenza. Ma questa assurdità è l’unico spazio concettuale per pensare l’assurdità dei bimbi nati malformati» (Vito Mancuso, Il doloro innocente. L’handicap, la natura e Dio, Mondadori, Milano 2002, pp. 156-157).
Di fronte al mistero del male, il teologo che all’inizio cercava ostinatamente uno “spazio concettuale” che valga a riportare in un quadro logico di necessità gli eventi della storia, alla fine non trova di meglio che rinunciare a ogni razionalità; il mistero diventa così l’assurdo, e dall’assurdo del dato rivelato si passa a definire come assurdità, come “aporia” e come “contraddizione” tutta la realtà naturale, ragione per cui la metafisica e la logica classica vanno eliminate dalla teologia.
Non occorre rimarcare che la grande novità prospettata da questo discorso teologico è di… tornare a Hegel! Quasi due secoli di critica della dialettica hegeliana da parte della teologia cattolica, e anche della stessa filosofia religiosa luterana (si pensi a Kierkegaard), sono tranquillamente ignorati. Qualche anno dopo, nel 2007, Mancuso pubblica L’anima e il suo destino e Rifondazione della fede, che vuole essere una sua personale interpretazione dell’escatologia cattolica, con particolare riguardo per i dogmi del peccato originale e della Redenzione.
All’inizio del saggio l’autore dichiara che il suo intento non è di «distruggere la tradizione» dogmatica ma di «rifondarla», e a questo scopo egli propone un compromesso dottrinale che serva a tenere insieme «la bontà della creazione e la necessità della redenzione». Subito dopo, però, non esita ad affermare che il dogma del peccato originale, così come viene presentato dalla dottrina cristiana, va messo da parte, perché è «un’offesa alla creazione, un insulto alla vita, uno sfregio all’innocenza e alla bontà della natura, alla sua origine divina»; peggio ancora, è «un autentico mostro speculativo e spirituale, il cancro che Agostino ha lasciato in eredità all’Occidente».
Qui, come altrove e sempre, l’autore presenta il dogma come un’opinione teologica qualsiasi, senza avvertire la necessità di metterlo in rapporto con la dottrina del Magistero e con la Scrittura, ed è questo modo di affrontare gli argomenti della fede cristiana che non consente di considerare Mancuso un teologo (il giudizio, poi, sulla consistenza della sua filosofia religiosa è un discorso a parte).
La proposta di Mancuso, impegnato come tanti altri filosofi religiosi a re-interpretare il dogma, è che per “peccato originale” occorre intendere semplicemente «la condizione umana, che vive di una libertà necessitata, imperfetta, corrotta, e che per questo ha bisogno di essere disciplinata, educata, salvata, perché se non viene disciplinata questa nostra libertà può avere un’oscura forza distruttiva e farci precipitare nei vortici del nulla» Mancuso non sembra accorgersi che l’abolizione del dogma del peccato originale, così come egli la propone, è la riproposizione di una vecchia tesi razionalistica, che sul piano teologico è stata già più volte condannata, e sul piano filosofico è stata dimostrata debitrice di una arbitraria scelta naturalistica all’interno del pensiero cristiano (vedi ad esempio Augusto Del Noce).
Fatto sta che, in conseguenza di queste premesse, Mancuso arriva alla completa dissoluzione della soteriologia cristiana: negato il peccato originale e la sua azione devastante nella condizione umana, la salvezza della quale parla il Vangelo si risolve in un pagano esercizio di vita morale, senza più alcun bisogno di un soccorso dall’alto, ossia della grazia divina, frutto della Redenzione.
In effetti, senza accorgersi che la sua teoria ripropone, senza sostanziali novità speculative, la vecchia eresia pelagiana, Mancuso afferma che la cristiana «salvezza dell’anima» va intesa come una vera e propria “auto-redenzione” da parte dell’uomo “illuminato”: «La salvezza dell’anima – scrive Mancuso – dipende dalla riproduzione a livello interiore della logica ordinatrice che è il principio divino del mondo; [essa] non dipende dall’adesione della mente a un evento storico esteriore, sia esso pure la morte di croce di Cristo, né tanto meno dipende da una misteriosa grazia che discende dal cielo».
La risurrezione di Cristo risulterebbe così del tutto superflua: essa, per Mancuso, «non ha alcuna conseguenza soteriologica, né soggettivamente, nel senso che salverebbe chi vi aderisce nella fede visto che la salvezza dipende unicamente dalla vita buona e giusta; né oggettivamente, nel senso che a partire da essa qualcosa nel rapporto tra Dio e il genere umano verrebbe a mutare».
Vanificata così la soteriologia, ne consegue la negazione della possibilità di una condanna eterna, e così anche il dogma dell’Inferno viene contraddetto: esso sarebbe «un concetto […] teologicamente indegno, logicamente inconsistente, moralmente deprecabile».
Si notino i termini: se parlare, a proposito dell’Inferno, di «un concetto logicamente inconsistente, moralmente deprecabile» appartiene al linguaggio della filosofia, di quella filosofia che esprime la sua opinione (legittima, in linea di principio, anche se priva di giustificazione razionale) anche su temi religiosi, parlare di «un concetto teologicamente indegno» rivela invece la pretesa inaccettabile di presentare la sua tesi come “teologica”, ossia come legittima interpretazione della fede della Chiesa, il che è letteralmente una mistificazione.
Il motivo conduttore dell’ultimo libro di Mancuso, Io e Dio (Garzanti, Milano 2011) è il sogno di un cristianesimo senza dogmi e di una teologia «liberante, non opprimente», le cui categorie non sono più il divieto, il peccato e la pena, ma la libertà, la responsabilità e la felicità. Così ai fedeli non verrebbe più inculcato il terrore dell’inferno: la teologia diventerebbe una serie di “consigli per gli acquisti” utili a vivere «la vita buona».
Per realizzare questo sogno Mancuso arriva a negare addirittura l’idea di un Dio come “persona”: un Dio che comanda, che giudica, che condanna, un Dio cioè che esercita un potere esterno e assoluto. L’episodio biblico del sacrificio di Isacco (Dio ordina ad Abramo di offrigli il figlio come vittima sacrificale; Abramo obbedisce ma Dio all’ultimo lo ferma) è presentato dalla Chiesa come un esempio di fede perfetta, ma Mancuso ne prova disgusto, sia per l’immagine d’un Dio spietato che l’esempio di disumanità di un padre disposto a sacrificare il figlio.
Da questa arbitraria interpretazione della Scrittura Mancuso passa poi alla solita deprecazione (già abbondantemente svolta in Italia da Gianni Vattimo) del potere temporale della Chiesa, anzi anche del potere spirituale della Chiesa stessa, che eserciterebbe, in nome di Dio, una ingiusta violenza sulle coscienze. Ecco allora la ripresa dei vecchi temi della morale autonoma (Kant), dell’identificazione della coscienza soggettiva con Dio (Hegel): «Il mio assoluto, il mio Dio, ciò che presiede la mia vita, non è nulla di esterno a me. […]
Credendo in Dio, io non credo all’esistenza di un ente separato da qualche parte là in alto; credo piuttosto a una dimensione dell’essere più profonda di ciò che appare in superficie […], capace di contenere la nostra interiorità e di produrre già ora energia vitale più preziosa, perché quando l’attingiamo ne ricaviamo luce, forza, voglia di vivere, desiderio di onestà. Per me affermare l’esistenza di Dio significa credere che questa dimensione, invisibile agli occhi, ma essenziale al cuore, esista, e sia la casa della giustizia, del bene, della bellezza perfetta, della definitiva realtà».
Un intellettuale laicista commenta il libro di Mancuso (Gustavo Zagrebelsky, «Mancuso: il primato della coscienza contro la chiesa dell’obbedienza», in la Repubblica, 9 settembre 2011, p. 12) e finge di essere interessato a come possa essere accettato dalla Chiesa: «Le sue tesi si sviluppano dall’interno del messaggio cristiano, della “buona novella”. Vito Mancuso, che tenacemente si professa cattolico, cerca il confronto, un confronto non facile.
Lui si considera “dentro”; ma l’ortodossia lo colloca “fuori”. […] La teologia di Mancuso sarebbe una riedizione dell’orgoglio di chi si considera “illuminato” da una grazia particolare che lo solleva dalla bruta materia e lo introduce al mondo dello spirito e alla conoscenza delle verità ultime, nascoste agli uomini semplici. La Chiesa ha sempre combattuto la gnosi come eresia, peccato d’orgoglio luciferino».
Poi, con disinvolta ipocrisia, il laicista Zagrebelsky fa l’avvocato difensore: «Nelle pagine di Mancuso non mancano argomenti per replicare. Dappertutto s’insiste sull’intrico di materia e spirito e sulla loro appartenenza a quella realtà (che aspira a diventare) buona, cioè vera, giusta e bella, che chiamiamo creazione o azione che va creando. Se mai, il dubbio che potrebbe porsi è se, in quest’unione, non vi sia una venatura panteista: Dio come natura. Punto, probabilmente, da approfondire».
Altro che «venatura»! Quello di Mancuso è genuino panteismo (anche se teoreticamente inconsistente). Ma, mi domando: perché il recensore (o meglio, il propagandista) del libro di Mancuso storce il naso se sente odore di panteismo? Per lui che è agnostico e contrario a qualsiasi dogma religioso, che differenza fa un’eresia cristiana in più o in meno? La teologia di Mancuso consentirebbe di tracciare nuovi e sorprendenti confini, non più basati sull’obbedienza e sulla disciplina.
Così, si scoprirebbe forse che molti, che si dicono dentro, sono fuori; e molti, che si dicono fuori, sono dentro. “Dentro” vuol dire: in una comune tensione verso quel logos del mondo che è la giustizia, appannaggio di nessuno e compito dei molti “di onesto sentire”». Insomma, la pseudo-teologia di Mancuso piace ai miscredenti perché porta acqua al mulino della polemica contro la Chiesa e ripropone (proprio come aveva fatto in precedenza Hans Küng con la sua Welthetik) i progetto massonico di una religione universale “laica” senza gerarchia e senza dogmi, quella religione che alla fine del Settecento era stata teorizzata dal massone Gotthold Ephraim Lessing con Nathan der Weise.
Ein Dramatisches Gedicht (1779), opera alla quale Mancuso ricorre più volte. E allora si capisce il senso della conclusione cui arriva il commento sulla Stampa: «Nella “vita buona” di Mancuso, il primato è della coscienza; nella “vita buona” della Chiesa il primato è dell’ubbidienza.
Libertà contro autorità: una dialettica vecchia come il mondo. Scambiare la libertà di coscienza con la gnosi è un artificio retorico. Vale per persistere nell’accantonare i molti problematici aspetti della vita della Chiesa impostati su dogmi e gerarchia. Non solo: rende difficile il rapporto con i credenti di altre fedi, religiose e non. Riporta in auge il prepotente principio extra Ecclesiam nulla salus».
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Un teologo rifà da capo la fede cattolica. Ma la Chiesa dice no

È Vito Mancuso, in un libro di grande successo raccomandato dal cardinale Martini. Nel quale non c’è più peccato né redenzione, ma l’uomo si salva da sé. Dopo mesi di silenzio, il doppio altolà delle autorità vaticane. Ecco i testi integrali

di Sandro Magister

ROMA, 8 febbraio 2008 – In un medesimo giorno di questo inizio di febbraio “L’Osservatore Romano” e “La Civiltà Cattolica” – cioè il giornale ufficiale della Santa Sede e la rivista controllata riga per riga dalla segreteria di stato vaticana – hanno doppiamente stroncato un libro che è divenuto un caso editoriale, teologico, ecclesiale. In Italia ma non solo.

Il libro è “L’anima e il suo destino”, di Vito Mancuso. L’una e l’altra stroncatura sono uscite contemporaneamente sulle due autorevoli testate il 2 febbraio, festa della presentazione di Gesù.

In pochi mesi “L’anima e il suo destino” ha avuto sette edizioni e ha venduto in Italia 80 mila copie, che per un libro di teologia sono moltissime.

Vito Mancuso, 46 anni, sposato con figli, insegna teologia moderna e contemporanea nella facoltà di filosofia dell’Università San Raffaele di Milano, un ateneo privato senza legami con la Chiesa. Ha conseguito il dottorato in teologia presso la Pontificia Università Lateranense. La sua tesi, patrocinata dal presidente dell’Associazione teologica italiana, Piero Coda, diventò il suo primo libro: “Hegel teologo e l’imperdonabile assenza del Principe di questo mondo”, uscito nel 1996 e giudicato con favore – al pari del successivo, del 2002: “Il dolore innocente. L’handicap, la natura e Dio” – da teologi affermati e di sicura ortodossia come don Gianni Baget Bozzo e Bruno Forte. Quest’ultimo è membro della commissione teologica internazionale che affianca la congregazione vaticana per la dottrina della fede, è stato ordinato vescovo nel 2004 dall’allora cardinale Joseph Ratzinger, regge l’arcidiocesi di Chieti e Vasto e presiede la commissione per la teologia e la cultura della conferenza episcopale italiana.

Ebbene, su “L’Osservatore Romano” del 2 febbraio, è proprio l’arcivescovo-teologo Forte che critica a fondo l’ultimo libro di Mancuso.

La sua conclusione è lapidaria: “Non è teologia cristiana ma ‘gnosi’, pretesa di salvarsi da sé”.

I numerosi lettori che hanno acquistato “L’anima e il suo destino”, però, trovano in apertura del volume la prefazione di un altro arcivescovo di grandissima fama, il cardinale e gesuita Carlo Maria Martini, il quale raccomanda vivamente la lettura del medesimo libro, nonostante ravvisi in esso idee “che non sempre collimano con l’insegnamento tradizionale e talvolta con quello ufficiale della Chiesa”.

E così il cardinale prosegue, rivolgendosi familiarmente all’autore:

“Sarà difficile parlare di questi argomenti senza tenere conto di quanto tu hai detto con penetrazione coraggiosa. […] Anche quelli che ritengono di avere punti di riferimento saldissimi possono leggere le tue pagine con frutto, perché almeno saranno indotti o a mettere in discussione le loro certezze o saranno portati ad approfondirle, a chiarirle, a confermarle”.

Martini non dice quali siano i punti che si staccano dalla dottrina cattolica.

Li mettono invece nero su bianco “L’Osservatore Romano” e “La Civiltà Cattolica”. Secondo quest’ultima rivista i dogmi “negati” o “svuotati” nel libro sono “circa una dozzina”. E tutti di prima grandezza.

Su “L’Osservatore” Bruno Forte non è da meno. Vede smantellati il peccato originale, la risurrezione di Cristo, l’eternità dell’inferno, la salvezza che viene da Dio. La tesi del libro è che l’uomo basta a se stesso e si salva da sé, alla luce della sua sola ragione.

Mancuso, che si professa cattolico, è consapevole del terremoto che ha provocato. Ma il suo programma dichiarato è proprio quello di “rifondare” la fede cristiana. In un articolo pubblicato il 22 gennaio sul quotidiano “il Foglio” ha respinto anche il dogma della creazione e la dottrina della “Humanae Vitae” sulla contraccezione. A quest’ultima dottrina ha opposto il seguente argomento:

“Occorre guardare in faccia la realtà per quello che è, non per quello che si vorrebbe che fosse, e la realtà è che i rapporti sessuali sono praticati largamente al di fuori del matrimonio e a partire da giovanissima età”.

Al che gli ha replicato sullo stesso giornale don Baget Bozzo, suo ammiratore d’un tempo:

“Caro Vito, che senso ha chiamarsi ancora teologo, se non per pura commercializzazione del prodotto, quando si ha una così bassa concezione della teologia?”.

Più sotto, in questa pagina, sono riportate l’una dopo l’altra le due recensioni apparse su “L’Osservatore Romano” e su “La Civiltà Cattolica”. La seconda ha per autore il gesuita Corrado Marucci, professore di esegesi biblica al Pontificio Istituto Orientale.

Del caso non si è occupata direttamente la congregazione per la dottrina della fede in quanto Mancuso non ha vincoli istituzionali con la Chiesa né insegna in una università ecclesiastica.

Il timore era però che un silenzio delle autorità della Chiesa avrebbe alimentato l’idea che le tesi del libro fossero innocue o persino apprezzabili, offerte a una disputa fruttuosa, come raccomandato dal cardinale Martini nella sua prefazione.

“L’Osservatore Romano” e “La Civiltà Cattolica” hanno rotto il silenzio e fornito una autorevole indicazione su ciò che è conforme o no alla dottrina cattolica e a un metodo corretto di far teologia.

Una teologia che in Italia, nell’ultimo anno, non ha prodotto solo un discutibile successo editoriale come “L’anima e il suo destino”, ma anche un capolavoro di intelligenza della fede come il saggio intitolato “Ingresso alla bellezza”, di Enrico Maria Radaelli.

Un’opera maestra sulla quale http://www.chiesa dovrà presto tornare.
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Gnosi di ritorno e linguaggio consolatorio

Da “L’Osservatore Romano” del 2 febbraio 2008

di Bruno Forte

“Salvarsi l’anima”. Questa espressione antica ha nel linguaggio della fede un senso che appare messo radicalmente in questione dal libro di Vito Mancuso, “L’anima e il suo destino” (Milano 2007). Il volume ha suscitato un dibattito vivace, aperto dalla stessa lettera del cardinale Carlo Maria Martini, pubblicata in apertura, che – pur con grande tatto – parla con chiarezza di “parecchie discordanze […] su diversi punti”.

L’autore si era fatto conoscere e apprezzare sin dalla sua opera prima, dal titolo suggestivo ed emblematico: “Hegel teologo e l’imperdonabile assenza del Principe di questo mondo” (Casale Monferrato, Piemme, 1996). Libro significativo, questo, attraversato da una lucida critica al monismo hegeliano dello Spirito e da una drammaticità, che contro Hegel ribadisce l’inesorabile sfida del male che devasta la terra, precisamente nel suo volto diabolico e insondabile.

Anche altri saggi di Mancuso mantengono viva questa tensione, che si condensa in pagine profonde lì dove egli tocca il mistero del dolore innocente o scandaglia le profondità sananti dell’amore. Anche a motivo di queste premesse, il libro sull’anima ha suscitato in me un senso di profondo disagio e alcune forti obiezioni, che avanzo nello spirito di quel servizio alla Verità, cui tutti siamo chiamati.

La prima obiezione riguarda la potenza del male e del peccato. Mancuso non esita ad affermare che il peccato originale sarebbe “un’offesa alla creazione, un insulto alla vita, uno sfregio all’innocenza e alla bontà della natura, alla sua origine divina” (167). È vero che l’intento dichiarato dall’autore non è di “distruggere la tradizione”, ma di “rifondarla” (168), cercando di tenere insieme “la bontà della creazione e la necessità della redenzione”: in quest’ottica, il peccato originale non sarebbe altro che “la condizione umana, che vive di una libertà necessitata, imperfetta, corrotta, e che per questo ha bisogno di essere disciplinata, educata, salvata, perché se non viene disciplinata questa nostra libertà può avere un’oscura forza distruttiva e farci precipitare nei vortici del nulla” (170).

La spiegazione non convince: dove va a finire in essa il dramma del male, la potenza del peccato? Kant ha affermato con ben altro rigore la serietà del male radicale: “La lotta che in questa vita ogni uomo moralmente predisposto al bene deve sostenere, sotto la guida del principio buono, contro gli assalti del principio cattivo, non può procurargli, per quanto si sforzi, un vantaggio maggiore della liberazione dal dominio del principio cattivo. Il guadagno più alto che egli può raggiungere è quello di diventare libero, ‘di essere liberato dalla schiavitù del peccato per vivere nella giustizia’ (Romani, 6, 17-18). Nondimeno, l’uomo resta pur sempre esposto agli attacchi del principio cattivo, e per conservare la propria libertà, costantemente minacciata, è necessario che egli resti sempre armato e pronto alla lotta” (Immanuel Kant, “La religione entro i limiti della semplice ragione”, Milano 2001, 111).

Come ha osservato Karl Barth, “quello che meraviglia non è che il filosofo Kant prenda in generale in seria considerazione il male […] bensì il fatto che egli parli di un principio malvagio, e dunque di una origine del male nella ragione e in questo senso di un male radicale” (“La teologia protestante nel XIX secolo”, Milano 1979, 338). Vanificare il peccato originale e la sua forza attiva nella creatura vuol dire banalizzare la stessa condizione umana e la lotta col Principe di questo mondo, che proprio Mancuso aveva rivendicato contro l’ottimismo idealistico di Hegel.

La conseguenza di queste premesse è la dissoluzione della soteriologia cristiana. Se non si dà il male radicale, e dunque il peccato originale e la sua forza devastante, su cui appoggia la sua azione il grande Avversario, la salvezza si risolve in un tranquillo esercizio di vita morale, che non vive più di alcuna tensione agonica e non ha bisogno di alcun soccorso dall’alto: “salvarsi l’anima” non sarebbe né più né meno che una sorta di autoredenzione. “La salvezza dell’anima dipende dalla riproduzione a livello interiore della logica ordinatrice che è il principio divino del mondo” – “La salvezza dell’anima non dipende dall’adesione della mente a un evento storico esteriore, sia esso pure la morte di croce di Cristo, né tanto meno dipende da una misteriosa grazia che discende dal cielo” (311).

La risurrezione di Cristo risulterebbe così del tutto superflua: essa, per Mancuso, “non ha alcuna conseguenza soteriologica, né soggettivamente, nel senso che salverebbe chi vi aderisce nella fede visto che la salvezza dipende unicamente dalla vita buona e giusta; né oggettivamente, nel senso che a partire da essa qualcosa nel rapporto tra Dio e il genere umano verrebbe a mutare” (312).

Mi chiedo come siano conciliabili queste affermazioni con quanto dice Paolo: “Se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede” (1 Corinzi, 15, 14). La confessione della morte e risurrezione del Figlio di Dio fatto uomo è l”‘articulum stantis aut cadentis fidei Christianae”!

Vanificata la soteriologia, ne consegue anche lo svuotamento del dramma della libertà e la negazione della possibilità stessa della condanna eterna: l’Inferno sarebbe un “concetto […] teologicamente indegno, logicamente inconsistente, moralmente deprecabile” (312). Convinzione della fede cattolica è al contrario che senza l’Inferno l’amore stesso di Dio risulterebbe inconsistente, perché non si darebbe alcuna possibilità di una libera risposta della creatura. “Chi ti ha creato senza di te, non ti salverà senza di te”: il giudizio di Agostino richiama la responsabilità di ciascuno di fronte al suo destino eterno.

L’insieme di queste tesi si rifà a un’opzione profonda, che emerge da molte delle pagine del libro: quella che non esiterei a definire una “gnosi” di ritorno, presentata nella forma di un linguaggio rassicurante e consolatorio, da cui molti oggi si sentono attratti.

“Io penso – afferma l’autore – che l’esercizio della ragione sia l’unica condizione perché il discorso su Dio oggi possa sussistere legittimamente come discorso sulla verità” (315). Il problema è di quale ragione si parla: quella totalizzante della modernità, che ha prodotto tanta violenza nelle sue espressioni ideologiche? O quella che il Logos creatore ha impresso come immagine divina nella creatura “capax Dei”? E se di questa si tratta, come si può assolutizzarla fino al punto da ritenere superfluo ogni intervento dall’alto, quasi che il “lumen rationis” escluda il bisogno del “lumen fidei”? Cristo sarebbe venuto invano? E la fragilità del pensare e dell’agire umano sarebbe inganno, perché nessuna debolezza originaria degli eredi del primo Adamo si opporrebbe alla potenza di una ragione ordinatamente applicata?

Ben altro dice la testimonianza di Paolo, alla quale non può non attenersi una teologia che voglia dirsi cristiana, preferendola a ogni illusoria apoteosi della ragione prigioniera di sé: “Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me. Non annullo dunque la grazia di Dio; infatti se la giustificazione viene dalla legge, Cristo è morto invano” (Galati, 2, 20-22).

Dalla legge, da qualunque legge di autoredenzione, la salvezza non viene. Senza il dono dall’alto, nessuna salvezza è veramente possibile. Sta qui la verità della fede, il suo scandalo: proprio così, la sua potenza di liberazione, la sua offerta della via unica e vera per “salvarsi l’anima”. Pensare diversamente, non è teologia cristiana: è “gnosi”, pretesa di salvarsi da sé.
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L’anima e il suo destino secondo Vito Mancuso

Da “La Civiltà Cattolica” del 2 febbraio 2008, quaderno 3783

di Corrado Marucci S.I.

Nel suo ultimo libro Vito Mancuso (1), docente di Teologia moderna e contemporanea alla Facoltà di Filosofia dell’Università San Raffaele di Milano, espone quello che si può definire un moderno trattato di escatologia. In vari riferimenti sparsi nel corso dell’esposizione, egli concepisce il proprio lavoro come “costruzione di una ‘teologia laica’, nel senso di rigoroso discorso su Dio, tale da poter sussistere di fronte alla scienza e alla filosofia”. Questo “discorso” si sviluppa nel testo, dopo la prefazione del card. Martini, nella quale egli afferma, fra l’altro, “di sentire parecchie discordanze su diversi punti”, e un capitolo introduttivo sulle coordinate speculative dell’Autore di circa 50 pagine, in nove capitoli che trattano dell’esistenza dell’anima, della sua origine e immortalità, della salvezza dell’anima, della morte e del giudizio, della terna paradiso/inferno/purgatorio e infine di parusia e giudizio universale. Chiudono una “Conclusione” e l’indice degli autori citati.

Data la mole degli argomenti trattati e lo stile enciclopedico scelto dall’Autore, è praticamente impossibile esporre sinteticamente e commentare le convinzioni, le conclusioni, le proposte, le tirate ironiche e gli stimoli disseminati nel testo (2). Ci limitiamo qui all’essenziale, col rischio di trascurare cose che possono essere sembrate essenziali all’Autore.

INTRODUZIONE

Nel lungo capitolo introduttivo egli espone uno dopo l’altro i cardini di ciò che intende sviluppare in seguito. In realtà si tratta di un insieme di convinzioni e princìpi in parte decisamente ovvi (quanto alla necessità di aderire alla verità, chi ha mai ammesso che si possa argomentare a partire da falsità o addirittura accettarle?), in parte bisognosi di molti distinguo (sembrerebbe che per l’Autore l’ultima istanza di ogni argomentazione sia l’accordo o almeno il non disaccordo con le scienze positive e ciò è ovviamente discutibile, poiché queste sono in un continuo processo autocorrettivo e spesso non prive di preconcetti e indebite estrapolazioni). Mancuso, seguendo una moda terminologica più del gergo politico e giornalistico che non filosofico, dichiara che il suo referente è la “coscienza laica”, intendendo con ciò “la ricerca della verità in sé e per sé” (p. 9). Sarebbe difficile trovare qualche pensatore, dai presocratici a oggi, che abbia un differente concetto di verità: il problema è come si può arrivare alla certezza di aver raggiunto tale verità. Ma forse, come emerge da alcune allusioni, egli è convinto che chi aderisce alla fede cristiana lo faccia tacitando le difficoltà razionali o addirittura senza troppo pensare. L’Autore riassume poi diversi dati e acquisizioni scientifiche relative alla materia, alla sua equivalenza con l’energia, all’evoluzione, che egli ritiene necessario integrare con il concetto di relazione.

Diverse volte, in questo capitolo e anche nei seguenti, Mancuso dice di voler essere un pensatore cattolico, un figlio della Chiesa. È perciò assai strano che egli, in un’opera che sostanzialmente vorrebbe essere di teologia, tra le premesse argomentative non faccia alcun riferimento alla metodologia dell’esegesi biblica e a quella propria della teologia cattolica. Sulle conseguenze di questa mancanza torneremo in seguito. Le ultime pagine del primo capitolo possono qui essere tralasciate sia perché difficilmente riassumibili, sia perché le necessarie critiche saranno più evidenti nelle loro conseguenze sui singoli argomenti trattati in seguito.

L’”ANIMA SPIRITUALE”

Nei capitoli seguenti l’Autore espone le sue convinzioni sugli argomenti classici relativi all’anima e al suo destino finale. Innanzitutto, sempre attingendo ad autori del passato a partire dagli antichi egizi fino al recente Catechismo della Chiesa Cattolica, egli si dichiara “apertis verbis” per l’esistenza dell’anima spirituale nell’uomo arrivato a maturità (?). Va detto tuttavia che con il termine “anima spirituale” egli intende molte cose, ci pare, più legate a concetti come energia, relazione, libertà, creatività e così via, legati cioè più alla materia, o ai sensi o ancora conseguenze della presenza nell’uomo della dimensione spirituale. Molte osservazioni, derivanti dai più disparati settori della vita, sono condivisibili, altre oscure dal punto di vista concettuale. Quello che però stupisce è la completa assenza di argomenti veri e propri che dimostrino l’esistenza di quella realtà che in tutta la tradizione cristiana si è chiamata anima o spirito. Ovviamente ogni dimostrazione vale all’interno di un sistema logico predefinito; ma poiché, come si è detto, Mancuso non dichiara le sue coordinate logiche, non è possibile giudicarne le asserzioni. È ovvio che la pura assimilazione alle scienze fisico-chimiche contemporanee non potrà mai essere sufficiente allo scopo, poiché il loro oggetto formale sono i dati materiali sensibili e osservabili.

Nella sistemazione classica del cattolicesimo la dimostrazione dell’esistenza dell’anima spirituale era demandata alla filosofia, quale “ancilla theologiae”. Dall’ovvia esistenza nell’uomo dell’intellezione e del conseguente giudizio, che sono operazioni non materiali, ma spirituali, si deduceva la necessità di un principio immateriale nell’uomo, poiché la materia non è capace di operazioni non materiali. Il supporto logico-argomentativo era dato dall’ontologia aristotelico-tomista. Quanto invece alle argomentazioni di Mancuso, non è difficile immaginare che un lettore non digiuno di logica e di filosofia le trovi vaghe e poetiche (3).

Quanto poi al momento dell’infusione dell’anima razionale nel corpo, l’Autore, in buona sostanza, pare far sua la teoria delle “formae vitales”, che la filosofia scolastica aveva ereditato da Aristotele, come conseguenza dell’assioma che ogni forma ha bisogno di una materia adeguatamente preparata a riceverla. Tale teoria però, oltre che per difficoltà teoretiche, è stata abbandonata dalla Chiesa cattolica, perché le operazioni vitali, vegetative e sensibili, per sostenere le quali si invocava la presenza nel feto di un’anima soltanto vegetativa e in seguito soltanto sensibile, possono essere tranquillamente attribuite fin dall’inizio all’(unica) anima razionale, come si fa in seguito nell’esistenza umana matura.

A nostro parere l’applicazione dell’assioma sopra ricordato non conduce ad alcuna conclusione sicura, poiché la sproporzione ontologica dell’anima spirituale è totale nei confronti di qualsiasi tipo di materia; non è questione cioè di gradi. Su questo tema stupisce infine il silenzio di Mancuso in merito a tutta quella serie ormai ricchissima di studi sulla fisiologia del cervello per appurare se vi siano operazioni umane non spiegabili con le sole proprietà neurologiche (4). Notiamo infine che diverse volte (5) nel corso dell’esposizione Mancuso attribuisce alla dottrina ecclesiale l’idea che per essa l’anima sia una sostanza, cosa assolutamente erronea: il famoso asserto per cui l’anima è “forma substantialis corporis” significa che essa non è una sostanza bensì un “principium entis”; la sostanza è la persona umana (6).

L’ORIGINE DELL’ANIMA

Il testo poi presenta tutto un capitolo (30 pagine) sul problema dell’origine dell’anima. Nonostante il tentativo di distanziarsi anche in questo punto dalle concezioni tradizionali (di cui egli cita tutta una serie), Mancuso in buona sostanza concorda con la dottrina ecclesiale praticamente in tutto, fatta eccezione per l’affermazione che l’anima umana viene creata direttamente da Dio. In proposito va ricordato che tale dottrina non è mai stata definita come dogma di fede; i manuali le danno la qualifica di theologice certa. L’Autore lo ammette, benché non spieghi esattamente il significato di questa “nota theologica” (7). La conseguenza di questo fatto è che la dottrina contraria (in questo caso che i genitori trasmettono l’anima al concepito) è accettabile laddove si riesca a dimostrare che le argomentazioni razionali che conducono alla necessità del suo contrario non tengono.

Orbene non ci pare che questo riesca all’Autore, ma che anzi quelle classiche siano ancora valide (8), aggiungendo comunque che l’asserto per cui le anime sono create direttamente da Dio ha anche la funzione di sottolineare che ciò che nasce (con una fenomenologia molto varia e addirittura a volte casuale) in realtà è sempre qualcosa di per sé direttamente voluto da Dio, destinato a dialogare con lui e che quindi non rappresenta mai un progetto solamente storico o fattuale, ma eterno. Mancuso sfrutta qui una sua ricorrente convinzione che lo spirito, in quanto energia, possa derivare dalla materia e contesta l’opposizione classica tra spirito e materia, per cui l’una è il contrario dell’altra. Non è il caso di ribadire questa concezione che, una volta capiti i termini, è ovvia; il problema è che qui, e per tutto il libro, l’Autore opera con un concetto di spirito che non è quello di cui parla tutta la tradizione cristiana. Affermare infatti che esso è energia e appellarsi alla fisica einsteiniana è un’idea perlomeno bizzarra (9). Come può una realtà estesa, misurabile e presente anche nelle cose e negli animali, essere spirituale?

D’altronde Mancuso aveva dichiarato nelle premesse la sua incondizionata adesione al pensiero evolutivo e a Teilhard de Chardin. Citando poi come esempio il noto manuale di Flick e Alszeghy, egli sostiene che nell’argomentazione tradizionale ci sarebbe un circolo vizioso; ma perlomeno nell’edizione finale di tale manuale (10) tutto ciò è affatto assente: l’immortalità dell’anima è detta naturale fin dall’inizio, anche se ovviamente voluta da Dio e quindi, dicono i due dogmatici, può essere creata soltanto da Dio. Foriera di gravi conseguenze etiche è l’affermazione che “non c’è più (nel caso di una vita colpita da una grave malattia o da senilità acuta) l’anima razionale-spirituale” (p. 107): è chiaro che Mancuso confonde la facoltà con il suo esercizio (11).

IMMORTALITÀ E SALVEZZA DELL’ANIMA

Il quarto capitolo, di 40 pagine, è dedicato all’immortalità dell’anima. Affastellando citazioni e “bons mots” (a volte poco pertinenti) di pensatori e scienziati dell’antichità, del Medioevo e moderni, Mancuso arriva alla conclusione che per l’immortalità dell’anima non esistono prove (p. 123 e passim). Senza analizzare i motivi del dogma, egli si sofferma sull’esistenza o meno di un Dio personale e su problemi derivanti dalla domanda spontanea di perennità innata nell’uomo. La definizione, ribadita in tutto il corso del testo, dell’anima come energia impedisce di capire il senso delle dimostrazioni classiche e delle numerose conferme bibliche concernenti l’immortalità dello spirito umano. Non è qui il caso di contestare singole affermazioni del testo, che procede veramente a ruota libera (12).

L’Autore ritiene necessario dedicare poi il quinto capitolo, di 37 pagine, al tema della salvezza dell’anima. Innanzitutto dichiara che tutti i contenuti veicolati dal dogma del peccato originale (13) devono essere riformulati o abbandonati; concretamente Mancuso ritiene corretto parlare soltanto di “peccato del mondo”. Prescindendo praticamente dalla teologia paolina, ma ricorrendo a Platone, Anassimandro e Bonhoeffer egli ritiene di dover “rifondare” fede e tradizioni (p. 168). Cercando allora di rispondere alla domanda se dobbiamo ancora essere salvati e se sì, da cosa e come, l’Autore spiega “da noi stessi e dalla vita disordinata (nel senso di sottoposta all’entropia)” (p. 173). Quanto al come, egli proclama che “non è la religione che salva: […] non sono i sacramenti, la Messa, i rosari, i pellegrinaggi, le indulgenze, la Bibbia” (p. 176), e oltre “non c’è alcuna esigenza di credere nella sua [cioè di Gesù] resurrezione dai morti per essere salvi” (p. 183). È ovvio che siamo agli antipodi di ciò che Paolo afferma in 1 Cor 15 e in molti altri passi.

Il sesto capitolo, di 18 pagine, è dedicato a “Morte e giudizio”. Anche qui Mancuso, sulla base di rudimentali richiami biblici (tra i quali manca il testo principale Gn 2,17; 3,19) definisce i dati tradizionali come contraddittori (cfr p. 189); quanto alla valenza della morte egli, in buona sostanza, va catalogato tra coloro che negano la reale problematicità della morte degli umani (14), posizione difforme dalla dogmatica cattolica. Sul criterio del giudizio dopo la morte, Mancuso invece di ricordare la classica formula paolina della “fides caritate formata” preferisce appoggiarsi a Platone, Marco Aurelio, Pascal, Kant e Simone Weil.

I quattro capitoli seguenti, più sintetici dei precedenti, riguardano paradiso, inferno, purgatorio, e parusia e giudizio universale. Anche per il paradiso, la visione beatifica e la risurrezione dei corpi l’Autore compie una completa “demitizzazione”, sempre argomentando da alcuni suoi assiomi non ulteriormente discussi quali l’identità tra spirito e materia, la concezione dell’anima come energia e l’eterna validità delle leggi fisiche. Egli stabilisce perciò che la distinzione tra immortalità dell’anima e risurrezione dei corpi è “del tutto infondata” (p. 223), che la concezione per cui le anime dei defunti vivono “un letargo simile alla morte” sarebbe “oggi maggioritaria tra i teologi e ancor più tra i biblisti” (p. 214) (15) e che “la convinzione che nessun intelletto creato può vedere l’essenza di Dio [è] la peggiore delle eresie” (p. 219), che “la credenza della risurrezione della carne appare nella sua inconsistenza fisica e teologica” (p. 225) e così via. Non è qui possibile commentare questa congerie di affermazioni anche perché le argomentazioni ora sono oscure, ora soltanto accennate sulla base di citazioni, di convinzioni e frasi di pensatori di ogni epoca. Ci limitiamo a segnalare che, in contesto escatologico, il termine “eternità” ha due significati assai diversi, soltanto analogici: se si parla di quella di Dio, essa implica l’assenza di ogni successione e di ogni distinzione tra essenza e operazioni (16), mentre per gli altri esseri spirituali il termine implica la perennità de iure, non solo de facto, ma non esclude la successione temporale e questo risolve alcune antinomie che Mancuso crede di rintracciare nella dogmatica cattolica (17). Nonostante il profluvio di autori citati, pare che Mancuso non conosca la letteratura collegata al concetto di “risurrezione nella morte”, che è la più recente querelle di carattere escatologico in campo cattolico (18).

Venendo poi a parlare dell’inferno, Mancuso dedica praticamente tutto il capitolo (ben 35 pagine) alla confutazione del dogma dell’eternità dello stesso. Anche qui, saltando da Agostino a Tommaso fino a von Balthasar, egli approda alla lapidaria affermazione per cui “parlare di eternità dell’Inferno è una contraddizione assoluta” (p. 263), oltre che poco evangelico. Si tratta dunque di scegliere tra apocatastasi e annichilazione dei reprobi: dopo aver a lungo esposto il pensiero di P. Florenskij, egli resta, per così dire, “anceps”, dopo aver fatto un peana dell’antinomia annunciata. Il lettore noterà la mancanza di analisi delle numerose affermazioni del Nuovo Testamento, con l’introduzione di errori teologici anche non lievi (19). Precisiamo qui, se fosse necessario, che la dottrina dell’apocatastasi, oltre che sempre condannata dal Magistero, è anche insostenibile fintantoché si vuol mantenere la reale libertà di ogni essere spirituale anche di fronte all’appello di Dio.

Dopo aver definito il purgatorio “una salutare invenzione”, Mancuso afferma che l’unica modalità che gli appare “razionalmente legittima” è di concentrarlo nell’istante della morte (p. 279). La parusia infine è da lui definita come maggiormente bisognosa di essere ripensata (cfr p. 289). In definitiva il testo sostiene che non ci sarà alcun ritorno del Gesù glorioso; le frasi corrispondenti del Nuovo Testamento sono errori di Gesù e di Paolo. Per Mancuso è semplice anche spiegare perché “Dio non è mai intervenuto direttamente nella storia” e perché “non tutta la bibbia è parola di Dio”!

CONCLUSIONE

Se per teologia si intende la riflessione dell’intelletto umano illuminato dalla fede sulla Sacra Scrittura e sulle definizioni della Chiesa, allora il nostro giudizio complessivo su questa opera non può che essere negativo. L’assenza quasi totale di una teologia biblica (20) e della recente letteratura teologica non italiana, oltre all’assunzione più o meno esplicita di numerose premesse filosoficamente erronee o perlomeno fantasiose, conduce l’Autore a negare o perlomeno svuotare di significato circa una dozzina di dogmi della Chiesa cattolica. A fronte di una relativa povertà di dati autenticamente teologici, la tecnica di accumulare citazioni da tutto lo scibile umano, oltre al rischio di distorcerne il senso reale ai propri fini poiché esse fanno parte di assetti logici a volte del tutto diversi, non corrisponde affatto alla metodologia teologica tradizionale (21).

In realtà non è facile neanche elencare tutte le matrici che Mancuso alterna e assomma nel corso dell’esposizione (platonismo, razionalismo gnostico, scientismo, eclettismo e così via): quello che comunque domina è il razionalismo convinto che di realtà di cui non si ha alcuna percezione sensibile o decisamente soprannaturali si possa discettare in analogia con le scienze fisico-biologiche. Nel contesto di notevolissima confusione sulla religione e la Chiesa tipica della cultura mediatica contemporanea, questo testo ci sembra che contribuisca ad aumentare tale confusione. L’Autore dichiara la sua disponibilità ad essere corretto: ma ciò, dato lo stile non sistematico e velleitario delle sue affermazioni, non è facile, poiché si può confutare soltanto ciò che è organicamente formulato al di dentro di un preciso assetto epistemologico.

NOTE

(1) Cfr V. Mancuso, “L’anima e il suo destino”, Milano, Cortina, 2007, XVI-323, € 19,80. Le pagine indicate nel testo si riferiscono a questo volume.

(2) È spiacevole che in un’opera teologica ci siano titoli come “il deposito di zio Paperone” (p. 37) e “Vino e tortellini” (p. 40). Ancora a p. 73 il matrimonio è detto “legame chimico totale della libertà”. Gli esempi potrebbero essere moltiplicati.

(3) Alquanto sorprendente invece è la convinzione dell’Autore secondo la quale le attività più chiaramente spirituali dell’uomo sono “scienza, arte, musica, pensiero” (p. 64). Anche in seguito si sostiene che la musica è la massima espressione spirituale dell’uomo.

(4) Su questo settore di ricerca cfr, tra i molti, H. Goller, “Hirnforschung und Menschenbild”, in “Stimmen der Zeit” 218 (2000) 579-594 (con abbondante bibliografia) e H. Schöndorf, “Gehirn-Bewußtsein-Geist”, in “Herder-Korrespondenz” 53 (1999) 264-267.

(5) Cfr, ad esempio, pp. 53, 77, 93, 97.

(6) Ricordiamo “en passant” che anche per la cosiddetta anima separata san Tommaso precisa che essa non è persona umana (cfr “Summa Th.” 1, 29, 1 ad 5m; Pot 9, 2 ad 14m; “Summa contra Gentiles” 4, 79).

(7) Tale qualifica significa che un asserto è necessariamente connesso mediante operazioni logiche a un dogma di fede, non, come spiega Mancuso, “che i pronunciamenti del Magistero sono stati tali da rendere tale dottrina patrimonio sicuro della fede cattolica” (p. 85).

(8) Senza stare qui a ripeterle rimandiamo all’esposizione di M. Flick – Z. Alszeghy, “Il Creatore, l’inizio della salvezza”, Firenze, Lef, 19612, 251 s.

(9) Con la solita mescolanza dei generi letterari egli afferma che “per avere una reale esperienza spirituale […] non è necessario […] andare in Chiesa, isolarsi in un monastero” (p. 87).

(10) Cfr M. Flick – Z. Alszeghy, “Il Creatore…”, cit., 183 ss; lo stesso vale per J. Donat, “Psychologia”, Oeniponte, 19327, 409 ss.

(11) Più o meno le stesse cose vengono ripetute dall’Autore oltre, alle pp. 136 ss.

(12) Ci limitiamo a notare che non è vero che con le note prove tomistiche dell’esistenza di Dio si approda sempre a un essere impersonale, poiché almeno la quinta prova termina a un essere intelligente, che non può essere che personale. Il termine riferito a Dio di “universitatis principium”, che secondo Mancuso a motivo del neutro proverebbe che si tratta di qualcosa di impersonale (p. 129), non viene usato da Tommaso nel contesto delle cinque prove, ma una volta sola in “Summa contra Gentiles” 1, 1, 3.

(13) Quanto al rapporto tra peccato dei progenitori e peccato originale originato, notiamo che Mancuso pare ignorare il noto saggio di K. Rahner “Theologisches zum Monogenismus”, in “Schriften zur Theologie” 1 (Einsiedeln, 19604) 253-322. Più avanti (p. 287), con la solita eccedenza verbale, egli stabilirà che “il peccato originale [è] un autentico mostro speculativo e spirituale, il cancro che Agostino ha lasciato in eredità all’Occidente”!

(15) Anche su questo tema avrebbe apportato chiarezza la conoscenza dell’ottimo saggio di K. Rahner, “Zur Theologie des Todes” (QD 2), Freiburg i.Br., 19613.

(15) Non si citano nomi concreti, ma l’affermazione, per quanto concerne teologi e biblisti cattolici, è completamente erronea (vedi anche i testi da noi citati sotto in nota 18). In realtà fu Lutero a parlare per primo di un “Seelenschlaf”.

(16) Il che è perfettamente espresso nella nota definizione di Boezio: “interminabilis vitae tota simul et perfecta possessio”. L’erronea concezione che Mancuso ha dell’eternità dello spirito creato ritorna spesso (cfr soprattutto p. 313).

(18) Cfr la Quaestio disputata “Auferstehung im Tode” di G. Greshake – G. Lohfink (Freiburg, 19825) con la nostra critica in G. Lorizio (ed.), “Morte e sopravvivenza”, Roma, Ave, 1995, 289-316.

(18) Il più grave è quello di attribuire a Tommaso l’affermazione che in “Summa Gent.” III, 163 Dio “spinge […] ad agire effettivamente male. No comment” (p. 254 s). Il commento è invece necessario: Tommaso continua nel testo con le parole “reprobatio includit voluntatem permittendi aliquem cadere in culpam, et inferendi damnationis poenam pro culpa”.

(19) Segnaliamo in nota che la traduzione del p. Centi di “assimilamur” con “somiglianza” in “Summa contra Gentiles” III, 51 (p. 218) è corretta (l’italiano “assimilare” è frutto di evoluzione semantica); la frase citata (a p. 207) dal “Kleines Theologisches Wörterbuch” di Rahner e Vorgrimler (che non è proprio il massimo che si possa citare in tema di escatologia) alla voce “Himmel”, per cui il cielo non sarebbe un luogo, è avulsa dal contesto, per cui, rileggendo tutta la voce, viene corretta nel senso tradizionale.

(20) Basta ricordare la seguente sentenza: “Il biblicismo è una pericolosa malattia, è la paralisi dello spirito” (p. 279). Già prima Mancuso aveva informato il lettore che, tra i 73 libri biblici, “ve ne sono di banali […]; alcuni sono capolavori assoluti, mentre altri presentano pagine persino dannose al progresso spirituale delle anime verso la via del bene e della giustizia” (p. 104 s).

(21) Questa è ben formalizzata e più solida di quanto forse l’Autore si immagina: si veda anche soltanto il chiarissimo piccolo capolavoro del Bochenski, uno dei maggiori storici della logica del Novecento, dal titolo “The Logic of Religion” (New York, 1965) e il “Method in Theology” di B. Lonergan.

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Il libro:

Vito Mancuso, “L’anima e il suo destino”, Cortina, Milano, 2007, pp. 240, euro 19,80.

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«Io e Dio», la teologia da supermarket di Vito Mancuso

Vito Mancuso e DioUn libro consolatorio. La ricerca di un nuovo senso della fede che semplifica un po’ troppo le connessioni tra cristiani e non.
di Fabio Luppino (l’ Unità, 28.09.2011)
Ci sono stati laici che per una vita hanno cercato un dialogo con Dio, rinunciandovi dopo molte sofferenze. Altri, anche comunisti, hanno scelto la conversione religiosa da anziani, quando l’età lascia più tempo agli interrogativi. Altri ancora hanno speso molta parte della loro vita negando la necessità di Dio.
Vito Mancuso, teologo, semplifica e invera: Io e Dio possono toccarsi. L’ altra sera Fabio Fazio ha definito il volume di Mancuso, Io e Dio. Una guida per i perplessi (pagine 488, euro 18,60, Garzanti), un libro che fa scandalo. Mah… Il teologo ha detto che Dio è un fatto personale. […]

Allora diciamo che siamo in un altro ambito, diciamo che stiamo facendo filosofia. La forza dell’uomo, le sue scelte di sofferenza, battersi per ideali, principi, anche a costo della vita, qui è la verità secondo l’autore. Stiamo parlando di un’altra categoria che con la religiosità non ha nulla a che fare. Stiamo parlando di eroi, uomini a volte nelle mani del caso.

Genesi 22: «Dopo queste cose, Dio mise alla prova Abramo e gli disse: «Abramo, Abramo!». Rispose: «Eccomi!». Riprese: «Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, va’ nel territorio di Moria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò». Mancuso ha raccontato da Fazio che la Bibbia non è tutta così. Lui ha rassicurato i suoi figli che mai farebbe un tale sacrificio. Si tratta di una lettura del testo che stravolge il testo stesso, annega in uno scantinato secoli di esegesi, di dottrina, la teologia, appunto. La Bibbia è un insieme di rinvii simbolici e la citazione televisiva fa credere che sia un testo da leggere, tout court.

Mancuso esalta Io e lo vede vicino a Dio. Dio è una scelta. Io e Dio viaggeranno sempre paralleli. Chi ha deciso di entrare nel mistero divino e ci è rimasto tutta la vita non risolvendolo, cercando e non trovando, non ha mai considerato Io in corsa con Dio. Negli scorsi decenni ci sono stati molti sacerdoti di base critici con le gerarchie ecclesiastiche, che non avevano scrupoli nel dire che il potere temporale della Chiesa sia stato la sua stessa negazione. Al contrario la critica è sempre stata all’assenza di Dio, di Cristo da certi altari, l’indulgenza per una pallida interpretazione dei sacramenti.

Nemmeno la teologia della Liberazione si sognava di far incontrare Io e Dio, ma puntava al Dio autentico, rivoluzionario in luoghi in cui la Chiesa aveva coperto regimi sanguinari. Anche Hans Kung ha puntato il dito sul deficit di Cristo nella Chiesa: «Come Pio XII fece perseguitare i più importanti teologi del suo tempo, allo stesso modo si comportano Giovanni Paolo II e il suo Grande Inquisitore Ratzinger scrisse Kung dieci anni facon Schillebeeckx, Balasuriya, Boff, Bulányi, Curran, Fox, Drewermann e anche il Vescovo di Evreux Gaillot e l’arcivescovo di Seattle Huntington. Nella vita pubblica mancano oggi intellettuali e teologi cattolici della levatura della generazione del Concilio. Questo è il risultato di un clima di sospetto, che circonda i pensatori critici di questo Pontificato. I vescovi si sentono governatori romani invece che servitori del popolo della Chiesa. E troppi teologi scrivono in modo conformista oppure tacciono».

Io e Dio di Vito Mancuso segue nel viaggio di laicizzazione della teologia il precedente, L’anima e il suo destino. Siamo alla teologia da supermarket. Alla consolazione. Dopo averlo letto si può anche dire, pur non essendolo mai stati, in fondo anche Io sono cristiano.

http://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/Stampa201109/110928luppino.pdf

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Le eresie di don Bruno Fasani dalla Venier

Pontifex ha già avuto modo di occuparsi delle stramberie della Vita in Diretta e delle avvilenti tesi in essa contenute. Ma questa volta, si é superati il limite e chissà che cosa ci attende. Purtroppo, questo limite é stato varcato da un prete, tal don Bruno Fasani il quale, affrontando maldestramente il tema delle coppie gay e della legge francese, ha di fatto bacchettato il cardinale Bagnasco.

Tal don Bruno, non é nuovo a sortite del genere e degeneri e sarebbe bene che le gerarchie ecclesiastiche gli impediscano di fare danni dalla televisione. Il nostro, in sostanza, ha difeso la legge francese rimediando, accortosi di avela fatta fuori dal vaso, alla fine con un sono contro natura. Bella scoperta,tutti lo sappiamo che i gay e relative unioni sono contro la natura e la vilipendono. Ma che un prete arrivi al punto quasi di giustificare queste porcherie, ne corre.

Non ce la prendiamo ovviamente, solo col prete. Rappresenta quello che é oggi la Chiesa cattolica nella sua maggioranza. Un’ accozzaglia di preti modernisti, pronti a rinnegare i principi e la fede di sempre,persino facendosi beffe dei cardinali e dello sresso Papa, che appena qualche giorno fa aveva tuonato contro la legge francese e le unioni gay.

Pensiamo che sortite come quella di don Fasani facciano molto male alla fede in quello che é l’ anno della fede.

I cattolici hanno bisogno di dottrina certa, sacra,pura ed autorevole e non di preti demagoghi, pronti a carpire applausi a buon mercato. Lo ricordiamo. La omosessualità in sé stessa non é peccato, ma una malattia e un disordine mentale e sociale. Occorre pregare per i gay ed avere misericordia senza alcuna discriminazione sociale, ma quando dalla malattia si trascende agli atti, allora no.

Nessuno potrà mai definire l’ immonda unione tra due gay o lesbiche famiglia, per la semplice ragione che siamo nel contro ragione e natura e che sono ributtanti agli occhi umani e di Dio. San Paolo é chiaro: non entreranno nel Regno dei Cieli,ovviamente fatta salva la infinita misericordia di Dio in caso di reale pentimento. Intanto, speriamo che si penta tal don Bruno e che nelle more i suoi superiori gli tirino le orechie e gli dicano in televisione,niet.

Bruno Volpe

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Il Gallo che tradì ben più di tre volte, dove sarà adesso?

del Circolo Culturale Triveneto Christus Rex

Comunista (e solo per questo scomunicato ipso facto), terzomondista, omosessualista, modernista, a parole avversario della stessa gerarchia conciliare con la quale è comunque stato sempre in comunione. Questo e molto altro fu “don” Gallo.

Preghiamo affinché si sia pentito e ravveduto almeno all’ultimo sospiro, altrimenti non vorremmo esser stati al suo posto al momento del Giudizio…

E continuiamo a pregare perché come sosteneva S. Giovanni Bosco: “Un prete o in paradiso o all’inferno non va mai solo: vanno sempre con lui un gran numero di anime, o salvate col suo santo ministero e col suo buon esempio, o perdute cólla sua negligenza nell’adempimento dei propri doveri e col suo cattivo esempio”.

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