Santa Ildegarda e l’omosessualità

di don Marcello Stanzione

Santa Ildegarda di Bingen nasce a Bermerscheim, non lontano da Magonza, nel 1098, da genitori nobili che la avviano alla vita religiosa, scegliendo per lei la reclusione fin da bambina nella cella di Jutta di Spanheim, monaca eremita da cui fui educata alla vita religiosa, tale luogo, dipendente dal monastero benedettino di Disbodenberg, suscitò interesse e la popolazione di monache crebbe al punto che quando Idelgarda prese i voti, nel 1113 circa, la cella si era ormai trasformata in una piccola comunità, quasi un secondo monastero annesso al primo, di cui ella prese la guida nel 1136. caratteristica singolare della vita religiosa fu soprattutto la sua capacità di ricevere visioni divine; e , sapere che la prima visione sia avvenuta a 5 anni, la vera svolta fu ben più tardi, a 42 anni, come lei stessa ricorda nella sua prima opera profetica, Scivias (acronimo di Scivo vias Domini): “Si manifestò una luce ignea abbagliante, che venendo dal cielo che si era aperto, infiammò completamente il mio cervello e come una fiamma che non brucia ma riscalda, detto fuoco completamente al mio cuore e al mio petto (…). E immediatamente diventai sapiente nell’interpretazione dei libri sacri”. La monaca indulgerà, riluttante a narrare l sue visioni “non per ostinazione ma per umiltà”, e così le capiterà di cadere malata e si sentirsi punita da Dio finché la voce tornerà a ripeterle: “Tu devi dire e scrivere ciò che vedi e odi”. Infine, ottenuto il permesso dell’abate, comincerà a scrivere il contenuto delle visioni con l’aiuto del più abile scrivano del monastero, il monaco Vomar, che diverrà punto il riferimento e amico. Consapevole del sospetto che tali esperienze avrebbero suscitato, Ildegarda ribadisce a più riprese che le visioni non sono né sue immaginazioni né sogni notturni. Nei tre testi profetici – Scivias, Liber vitae meritorum e Liber divinorum operum – la donna detta le sue visioni, le analizza nella modalità in cui si manifestano per interpretarne poi i significati: la terza e più ambiziosa (1163) presenta una sintesi del suo pensiero teologico del sapere fisiologico e delle speculazioni sul funzionamento del cervello e dell’universo, in cui il rapporto tra l’uomo e l’universo è letto come quello tra microcosmo e macrocosmo. L’uomo, dunque, al centro della creazione armonizza la propria volontà con quella di Dio, impressa nel suo cuore e tramandata dalle Scritture. Qui ella non esita a misurarsi con Agostino e Giovanni Scoto nel commentare i fondamenti della Rivelazione, il Prologo del Vangelo di Giovanni e il racconto di Genesi. La pluralità delle sue doti è tale da spingerla in molte direzioni: compone liriche religiose, raccolte nel Symphonia harmoniae caelestium revelatiunum, visita e cura con gli ammalati, tanto che la sua bravura le procurò rapidamente la fama di guaritrice. La sua abilità medica appare evidente nel suo Causae et curae, che offre un’interessante trattazione di anatomia, fisiologia, patologia e mostra il superamento della tradizione dicotomia tra anima e corpo. Il suo carisma sollecitò indagini che arrivarono fino al papa Eugenio III (1145 – 53): la commissione di controllo da lui inviata riferì della sua convinzione in merito al,l’autenticità delle visioni e condusse in lettura al Papa, impegnato nel Sinodo di Treviri, parte dello Scivias, ricevendone in cambio l’esortazione a riportare con completezza le visioni che ella riceveva di volta in volta. Ciò nonostante, i rapporti di Idelgarda con le autorità maschili del monastero, come quelle clericali con cui entrerà in contatto diretto, saranno spesso conflittuali, come nel caso della sua fondazione, dietro il monito della “Vera Voce”, di un nuovo monastero a Rupertsberg, nel 1151, e poi ad Eibingen, che conquistò l’indipendenza per la comunità delle monache , atto poco gradito a chi avrebbe voluto conservare il privilegio di ospitare le monache e le loro ricche doti di figlie di famiglie nobili locali. L’intervento riformista della donna nella Chiesa del tempo risulta forte e tenace: ella propone un nuovo ideale di vita monastico, non più rigorosamente claustrale, nel tentativo di risvegliare le coscienze di un’epoca di profonde innovazioni. La condizione di Idelgarda era assai singolare per i tempi, anche a prescindere dalle visioni; tra il 1158 e il 1163 viaggia per monasteri, tenendo discorsi nelle riunioni di Capitolo e addirittura prediche e conferenze pubbliche in cattedrali prestigiose, quali quelle di Colonia e Treviri, evento assai raro per una donna all’epoca; inoltre compie esorcismi, e, infine, intrattiene relazioni e corrispondenza con personaggi importanti, anche lontani dal mondo della Chiesa, come, per esempio, Federico Barbarossa. Muore nel 1179 alla bella età per l’epoca di 81 anni. Anche se non importanti in modo assoluto per la comprensione della “medicina”, sono tuttavia quanto mai interessanti per la valutazione della personalità d’Ildegarda le sue argomentazioni sulla sodomia. Non solo per il fatto che la badessa, immune da ogni schifiltosità, chiama chiaramente per nome le deviazioni sessuali, ma anche perché permette di chiarire le conoscenze, che al suo tempo non erano assolutamente poche, e certamente non solo teoriche, sulle più varie perversioni, come quando scrive sulla situazione prima del diluvio universale: “Ma dopo che gli uomini ebbero dimenticato il loro Dio, si comportarono più alla maniera degli animali che secondo l’ordinamento divino. Accadde così che molti amavano più gli animali che i loro simili, tanto che maschi e femmine si mescolavano ed avevano rapporti con animali in modo tale che l’immagine di Dio era da loro già quasi completamente deformata. L’intera specie umana si trasformò in esseri mostruosi; parecchi si conformarono al modo di vivere di animali selvaggi e ne imitarono anche le voci; e così furono visti correre qua e là, emettere urla e vivere vegetando. Prima del diluvio universale, infatti, gli animali selvaggi ed anche gli altri animali domestici non avevano ancora la selvatichezza che avrebbero avuto in seguito. Non avevano paura dell’uomo, così come l’uomo non aveva paura di loro; e neppure si spaventavano reciprocamente. Ed anzi gli animali, selvaggi e domestici, si intrattenevano volentieri con l’uomo e l’uomo con essi: nella loro condizione primitiva, infatti, avevano avuto la loro origine quasi nello stesso tempo. Sia gli animali selvaggi che quelli domestici leccavano carezzevolmente gli uomini, come anche l’uomo accarezzava gli animali. Ma per questo accadde poi che essi si amassero reciprocamente e fossero attaccati gli uni agli altri sempre di più in modo innaturale”.

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Ildegarda di Bingen

Autore: M.A. Crippa, M. Gargantini, G. Lapini  Curatore: Buggio, Nerella

Conosci le vie: le strade dell’uomo semplice Premessa: Un cammino di stupore in stupore

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Decrescita felice”

“Ho fatto una scoperta o, dovrei dire, ho avuto una visione. L’ho avuta tra due tazze di caffè nero in un ristorante francese di Soho; ma non saprei spiegarla, neppure se tentassi di farlo. Comunque era che tutte le cose buone formano un tutt’uno… Questo è ciò che sento… adesso, ad ogni ora del giorno. Tutte le cose buone sono una cosa sola. È questo ciò che gli Ebrei dell’antichità, soli tra gli altri popoli, hanno percepito. I Greci, i Vichinghi e i Romani non furono attraversati come qualche rude israelita, una notte, nella solitudine del deserto, dall’improvvisa, abbagliante idea che tutto il mondo era la manifestazione di un solo Dio: un’idea degna di un romanzo poliziesco”.( G. K. Chesterton, L’ortodossia)

C’è una tensione che attraversa quasi in sordina il mondo contemporaneo: la si può definire bisogno di una visione olistica, unitaria, dell’uomo, della natura, di Dio. Essa affiora, soprattutto, o deformata nelle correnti esoteriche, oppure concettualmente articolata, negli ambiti di scienza come la biologia, la chimica o la fisica… Qualche volta un poeta, come appunto Chesterton, giunge a percepirne concretamente la realtà, oppure un pittore, come Van Gogh, ce ne dà suggestiva rappresentazione attraverso il dinamismo estetico con cui investe al contempo cielo, terra, uomini, cose. La tradizione cristiana, nella sua storia, non solo ha conosciuto questa tensione ma ha saputo elaborarne, attraverso l’attività e la riflessione di alcune sue grandi personalità, uno sviluppo critico coerente. Ildegarda di Bingen, vissuta nel secolo d’oro del Medio Evo, il XII, è luminosa testimone della visione olistica della tradizione cristiana, visione che non è stata per lei soltanto fulminea intuizione, ma anche e soprattutto esercizio potente di uno sguardo e di un pensiero aperti alla totalità del reale. Conoscere la storia, le visioni, la dottrina, il sapere di Ildegarda è introdursi da una concezione dell’esistenza integralmente positiva, è scoprire che, nella costellazione delle grandi personalità cristiane, brilla anche la figura di una donna per la quale salute del corpo e salvezza dell’anima sono strettamente correlate (del resto l’una e l’altra sono indicate, in latino, dall’unica parola salus). L’intuizione di Chesterton e la percezione sensibile di Van Gogh appartengono alla verità esistenziale della condizione umana contemporanea. Ma, per chi la incontra oggi, Ildegarda spalanca una panoramica finestra su un meraviglioso paesaggio.

Ildegarda e il suo tempo – La vita

1098, estate. Nell’anno che precede la conquista di Gerusalemme da parte dei primi crociati, nacque, nei pressi di Alzey (nella regione dell’Assia Renana, a poco più di 30 km da Magonza), Ildegarda, decima e ultima figlia del nobile Ildelberto di Bermersheim e di sua moglie Matilda (il nome Ildegarda significa protettrice delle battaglie). Ben presto si manifestò la pronta ed acuta intelligenza della bambina, ma altrettanto instabile era la sua salute. La sua natura di visionaria comparve molto presto, se come lei stessa ci racconta: “Nel mio quinto anno di vita vidi una luce così grande che la mia anima ne fu scossa, però, per la mia tenera età, non potei parlarne…” È probabile che l’osservazione delle straordinarie doti della bambina abbia pesato nella decisione dei suoi genitori di affidarla, all’età di otto anni, alla maestra Jutta, una giovane di nobile lignaggio, figlia del conte di Spanheim, che si era appena ritirata in clausura presso il monastero benedettino di Disibodenberg, situato alla confluenza dei fiumi Glan e Nahe. Jutta “l’educò accuratamente all’umiltà e all’innocenza, la iniziò ai canti di David e le insegnò i salmi”, scrive Goffredo, il primo biografo di Ildegarda. Oltre a Jutta, Ildegarda ebbe un altro maestro, il monaco Volmar, assistente spirituale della clausura, ed in seguito suo primo segretario; possiamo immaginare che fu lui a contribuire alla sua formazione, insegnandole le arti liberali che erano parte del patrimonio culturale dei monaci di quel tempo. Giunta all’adolescenza Ildegarda decise liberamente di porre la sua vita al servizio di Dio; pronunciò i voti dell’ordine benedettino e (tra il 1112 e il 1115) ricevette il velo dalle mani del vescovo Ottone di Bamberg. Passarono trent’anni senza che si verificassero grandi eventi, ma intanto: “La sua reverenda madre (Jutta) scopriva piena di meraviglia come la sua allieva fosse divenuta a sua volta maestra…” Così, quando nel 1136 Jutta morì, le monache che in quegli anni si erano radunate attorno a Jutta, la elessero badessa. Per cinque anni ancora la vita a Disibodenberg proseguì il suo corso tranquillo, ma quando Ildegarda arrivò ai quarantadue anni, mentre giaceva afflitta da una penosa malattia, una delle tante che l’avevano accompagnata nel corso della vita, la voce di Dio insistentemente le intimò: “Manifesta le meraviglie che apprendi… Oh tu fragile creatura… parla e scrivi ciò che vedi e senti…” Ildegarda, incerta, resisteva, e ciò aumentava le sue sofferenze fisiche; infine trovò la forza di manifestare quanto le accadeva a Volmar, che le consigliò di rendere noto quanto Dio le ispirava. Da quel momento le forze le ritornarono ed Ildegarda iniziò a comunicare le visioni che l’avevano accompagnata fin dalla più tenera età: iniziava così a scrivere il suo primo grande lavoro Scivias (Conosci le vie). Volmar e l’abate Kuno di Disibodenberg si convinsero dell’ispirazione divina di quanto Ildegarda andava rivelando, ed informarono di quanto udivano l’arcivescovo Enrico ed il capitolo della cattedrale di Magonza. Intanto la fama di Ildegarda si spandeva nella regione, giungendo anche alle orecchie di San Bernardo e del papa. Alla fine dell’anno 1147, il papa Eugenio III aveva infatti convocato un sinodo generale della chiesa a Treviri (che dista una settantina di chilometri da Disibodenberg), e da lì inviò una sua delegazione ad incontrare ed interrogare Ildegarda. Gli inviati del papa tornarono con un’ottima impressione; gli scritti di Ildegarda furono letti personalmente dal papa in un’assemblea plenaria del sinodo, nel quale lo stesso San Bernardo intervenne, chiedendo al papa di non tollerare che una tale luce luminosa venisse coperta dal silenzio. Così il papa diede a Ildegarda il permesso di rendere noto ciò che lo Spirito le ispirava e la incoraggiò a scrivere. L’evento del sinodo contribuì a spargere la fama di Ildegarda per tutta Europa; ne sono testimonianza le numerose lettere indirizzate a questa donna saggia e piena di Dio, che tanti le inviavano da ogni dove. Un numero sempre maggiore di nobili ragazze bussavano alla sua porta, ma la comunità femminile di Disibodenberg rimaneva una misera appendice del grandioso convento. Così lentamente Ildegarda maturò l’idea di fondare lei stessa un nuovo convento. L’ispirazione divina le suggerì la collina di Rupertsberg, luogo ameno, ma selvaggio e disabitato, situato a 25-30 km da Disibodenberg, vicino alla città di Bingen, alla confluenza della Nahe nel Reno. Però furono tali le resistenze e le difficoltà che si frapposero, in primis le resistenze dei monaci di Disibodenberg, che Ildegarda si scoraggiò e pensò di rinunciare all’idea. Per il grande travaglio cadde ammalata, e solo quando lei e le sue monache poterono finalmente partire, improvvisamente guarì. Gli aiuti per la costruzione del nuovo convento arrivarono generosi, ma solo verso il 1150 gli edifici cominciarono ad accogliere la ventina di monache della comunità.
La vita a Rupertsberg dovette essere molto dura, agli inizi, e l’indipendenza costò non poco alle monache, tanto che una parte di loro se ne andarono; fra di esse anche la discepola preferita di Ildegarda, Riccarda, che allettata dall’offerta di un suo potente fratello, arcivescovo di Brema, divenne badessa di Birsin (morendo però solo un anno dopo). La situazione del convento gradualmente migliorò, grazie a nuove donazioni; nel 1152 fu consacrata la chiesa del convento e probabilmente per questa occasione Ildegarda scrisse la sua opera musicale Ordo virtutum (La schiera delle virtù), grande esempio delle sue doti musicali. I rapporti con Disibodenberg rimasero però tesi, perché i monaci non volevano cedere beni e terreni che molte delle monache avevano portato in dote a quel convento. La tensione arrivò al massimo nel 1155, quando l’abate Kuno pretese che anche Volmar, che si era trasferito a Rupertsberg con le monache, tornasse indietro. Allora Ildegarda stessa raggiunse a cavallo Disibodenberg, presentandosi senza preavviso davanti a Kuno; l’abate fu costretto a convocare il capitolo, a riconoscere i suoi torti ed a concedere alle monache quello a cui avevano diritto, compreso la guida spirituale di Volmar. Alla morte di Kuno, avvenuta l’anno dopo, Ildegarda concluse un accordo con il suo successore, per uno scambio di terreni fra i due conventi che garantì una buona stabilità a Rupertsberg. Il convento si consolidò ulteriormente quando Ildegarda ottenne la protezione dell’arcivescovo di Magonza e nel 1163 dello stesso imperatore, Federico Barbarossa. Con l’imperatore Ildegarda aveva avuto buoni rapporti fin dal 1154, quando egli, colpito dalla sua fama, l’aveva invitata nel suo castello di Ingelheim. Ciò non le impedì di prendere risolutamente posizione contro di lui, a favore del papa legittimo Alessandro III, quando l’imperatore entrò in contrasto col papato, e fece eleggere due successivi antipapi. Gli indirizzò diverse lettere rivolgendogli, in nome di Dio, parole molto forti: “…Colui che è dice: la ribellione la distruggo e la resistenza di coloro che mi si oppongono l’anniento… Guai, guai alle male azioni dei sacrileghi che mi disprezzano!”. L’imperatore non si vendicò, ma non rispose ed il legame con Ildegarda si spezzò. Sotto la saggia guida di Ildegarda, la comunità di Rupertsberg viveva nella gioia e nella concordia, suscitando ammirazione ovunque. Così scrive il monaco fiammingo Viberto (che si era recato nel 1177 a visitare Rupertsberg, e che vi rimase come ultimo segretario di Ildegarda): “La madre circonda le figlie con tale amore, e le figlie si sottomettono alla madre con tale reverenza, che si stenta a distinguere se siano le figlie o la madre a riportare la vittoria. Praticano con zelo letture e canti e le si può vedere intente a scrivere libri, a tessere paramenti sacri o dedite ad altri lavori manuali”. In questo periodo Ildegarda scrisse anche la seconda sua opera più importante, il Liber vitae meritorum (Libro dei meriti della vita). Il convento di Rupersberg attirava sempre più giovani, così che dopo dieci anni dalla fondazione cominciò a diventare insufficiente. Ildegarda cercò allora un altro luogo, e lo trovò non troppo distante, sulla riva opposta del Reno, ad Eibingen, dove esisteva un convento agostiniano semidistrutto. Ildegarda si accordò con la proprietaria di quei luoghi, gli edifici furono ricostruiti e già nel 1165 le prime monache cominciarono a risiedervi. Ildegarda, due volte la settimana attraversava il Reno per assistere le sue monache del nuovo convento; questi aumentati impegni non le impedirono comunque di iniziare l’altra sua opera principale, il Liber divinorum operum (Il libro delle opere divine). Ormai anziana, ma piena di energie, Ildegarda non mancò di portare la sua parola, fatto straordinario per una donna, lontano dal suo convento, compiendo quattro grandi viaggi di predicazione. Il primo iniziò alla fine degli anni ’50 e la condusse lungo il fiume Meno. Il secondo si svolse nel 1160; dapprima Ildegarda predicò a Treviri, poi risalì il corso della Mosella fin dopo Lothringen, l’ultima tappa fu Metz. Tra il 1161 e il 1163 discese il Reno e visitò le città di Boppard, Andernach, Sieburg, Colonia e Werden. Il quarto viaggio fu intrapreso verso il 1170 ed ebbe per meta la Svevia; là predicò a Maulbronn, Hirsau e Zwiefalten. La predica che tenne il giorno di Pentecoste a Treviri è giunta fino a noi: “Io povera creatura, a cui mancano salute, vigore, forza e istruzione, ho udito nella luce misteriosa del vero volto le seguenti parole per il clero di Treviri: i doctores e magistri non vogliono più dar fiato alla tromba della giustizia, perciò e scomparsa in loro l’aurora delle opere buone: se non espiate i vostri peccati, dai nemici verrà alla città un castigo di fuoco”. L’eccezionale autorità spirituale che Ildegarda aveva guadagnato le permetteva tale decisione e durezza. Così non esitò a eseguire l’incarico divino di cui si sentiva investita, anche se in questo periodo le malattie la tormentavano in modo particolare (con sottile autoironia scriveva: “Perché non insuperbisca Dio mi ha costretta a letto”). Anche a Colonia fu molto dura con il clero locale: “Per la vostra disgustosa ricchezza ed avidità, nonché per altre vanità, non istruite i vostri sottoposti”, ma altrettanto decisa contro l’eresia dei catari, i puri, che si era diffusa anche in quella città. Ildegarda era ormai vecchia, ma non le furono risparmiate ulteriori prove. Nel 1173 morì il suo fedele consigliere ed amico Volmar, ed ella dovette combattere a lungo, rivolgendosi anche al papa, perché l’abate di Disibodenberg le concedesse un nuovo assistente, Goffredo, che morì però presto, nel 1176. Nel 1178 la sua pietà per un giovane cavaliere morto a Bingen, al quale aveva concesso la sepoltura nel cimitero di Rupertsberg, le costò una lunga disputa col clero di Magonza. Secondo i canonici della cattedrale quel cavaliere si era macchiato di un grave crimine, era stato scomunicato, perciò non poteva avere una sepoltura religiosa e Ildegarda doveva allontanare subito il nobile dalla terra consacrata, altrimenti il convento sarebbe stato colpito dall’interdetto. Ildegarda sapeva che il cavaliere si era pentito e confessato prima della morte. Non volle cedere all’intimazione e cancellò ogni traccia della sepoltura. Si preparò alla difesa e si recò personalmente a Magonza a sostenere le sue ragioni. Ma non riuscì a convincere i prelati, che confermarono l’interdetto. Allora l’indomita Ildegarda trovò il modo di mettersi in comunicazione direttamente con l’arcivescovo di Magonza, Cristiano, che in quel periodo era Roma. Da lontano egli ordinò un’indagine, che sembrò chiarire la vera dinamica delle vicende, così che l’interdetto fu revocato. Ma la questione fu riaperta una seconda volta dagli ostinati canonici di Magonza, e solo una seconda perorazione diretta di Ildegarda all’arcivescovo, sempre lontano, riuscì a chiudere l’incidente. Ormai Ildegarda era molto vecchia e gli scontri con il capitolo del duomo di Magonza le avevano minato le forze. Le monache la sentivano sempre più spesso sospirare. “Vorrei essere liberata e stare vicino a Cristo”, ed una notte la luce risplendette di nuovo in lei e le annunciò il giorno in cui sarebbe stata liberata dal peso del suo corpo. Tranquillamente Ildegarda si preparò alla morte, che sopravvenne nel giorno che le era stato predetto, il 17 settembre 1179, dopo che tutte le monache da lei radunate ebbero intonato, per un suo ultimo desiderio, canti nuziali.

Ildegarda e il suo rapporto con la vita monastica

La regola

La regola è il sicuro alveo nel quale scorre la vita dei monaci, ed anche se ogni grande famiglia monastica la “reinventa” e la sottolinea secondo il suo proprio carisma, da Agostino a Francesco d’Assisi essa non manca mai di costituire il fondamento su cui si costruisce la possibilità di una vita in comune. Ildegarda è benedettina, vive la regola, parla della regola e nei suoi scritti si rifà alla regola con allusioni, con citazioni che le vengono spontanee, nominando S. Benedetto assai più spesso di qualsiasi altro santo. Scrive anche una sorta di breve trattato sulla Regola di S. Benedetto, intitolato Explanatio regulae Benedicti, per rispondere a una richiesta fatta con grande deferenza e stima: “Ad Ildegarda, tempio dello Spirito Santo, reverenda sposa di Cristo, diletta da Dio, e stimatissima Maestra delle sorelle di santo Ruperto di Bingen…” da un cenobio di canonici agostiniani, i quali espressamente le chiedono un commento della regola di S. Benedetto: “… Infatti anche se voleste interpretare per noi tutta la santa Scrittura, nulla potreste offrirci che sia altrettanto utile a noi e da noi altrettanto ambito quanto la vostra esposizione della regola…”. Introducendo la sua risposta Ildegarda dice di Benedetto che egli fu una ricca fonte dalla quale sgorgano le acque della saggezza divina. Egli pose il perno della sua dottrina non troppo in alto, né troppo in profondo, ma nel “centro della ruota”. La ruota è immagine di Dio, del Dio incarnato: dunque Benedetto ha posto a misura, a regola della sua norma di vita, la vita di Cristo. Imitare la vita e la passione di Cristo non vuol dire però ricercare penitenze straordinarie: per Ildegarda la via che Benedetto ha tracciato è discreta e piana, mentre prima di lui la vita monastica era durissima, fatta solo di penitenza e di deserto (ella non ha mai disprezzo del corpo, che è al servizio dell’anima, ma ha i suoi diritti ed un alto valore). La virtù dell’obbedienza è lo specifico della regola: l’obbedienza impone di non seguire la propria volontà, ma di ritornare a Dio dal quale ci siamo allontanati per la pigrizia della disobbedienza. Nella regola la voce di Dio a cui obbedire non è una voce astratta, ma è la voce del superiore, dell’abate.

La cultura

La conoscenza è per la monaca benedettina Ildegarda un cammino di illuminazione che la impegna nel compito di trasmettere quanto ascolta e vede, non solo agli uomini del suo tempo, ma anche alle generazioni future. Per questo la sua prima opera scritta ha titolo Scivias: Conosci le vie, cioè presta attenzione, guarda, scruta le vie divine, tutti i percorsi, rettilinei e contorti, tutte le circostanze, nelle quali Dio ti viene incontro. Tutte le vie portano ad un’unica meta, pertanto in ogni circostanza si può desiderare Dio e conoscerlo. L’intera vita monastica insegna a coltivare il desiderio di Dio coltivando la devozione al cielo. “Tutta la tradizione benedettina, in particolare, – ha scritto J. Leclerq – si è modellata “sull’esistenza di San Benedetto: scienter nescia et sapienter indocta, essa raccoglierà l’insegnamento della dotta ignoranza, ne vivrà e la trasmetterà, la richiamerà e la terrà incessantemente presente all’attività culturale della Chiesa come un paradosso necessario…” Tale paradosso ha una straordinaria potenza e forza persuasiva in Ildegarda, nell’espressione della sua conoscenza per illuminazione o per visione. La sua vita monacale, noviziato che la esercita alla vita eterna, diventa luogo e tempo della sua missione, esercizio che apre tutti alla visione della stessa eternità e al cammino necessario per raggiungerla. La sua dotta ignoranza, la sua sapienza, tutta merito dell’opera di Dio nel debole vaso d’argilla della sua umanità, la abilita ad annunciare con forza all’uomo di tutti i tempi la sua possibilità e capacità di conoscere il significato proprio e del mondo. Ella può pertanto chiamare in causa radicalmente la libertà umana, posta ad ogni passo ad un bivio, nella scelta tra Cristo e l’anticristo. Può avvertire che, lontano da Dio, l’uomo non conosce il bene, poiché, “andando tastoni, può solo ammiccare con occhi ciechi, ma, nell’ombreggiato vigore conoscitivo della carne terrena, non vive affatto in modo autentico.” La sua sapienza umana e divina è stata di grandissima utilità ai monaci del suo tempo, a persone di ogni tipo, ai poveri e ai potenti. A tutti Ildegarda, riproponendo le verità della fede e la sua concreta storicità nella Chiesa, ha prestato soccorso affinando “le orecchie della percezione interiore” perché potessero aspirare “con carità ardente” a tutto ciò che è specchio di Dio e a Dio stesso. Ildegarda non si fidava ciecamente di se stessa. Cercò tutte le conferme necessarie, poiché sapeva che la verità del contenuto dei suoi scritti era fatto di primaria importanza. Quando già aveva presso di sé, come magister e segretario, Volmar, quando già l’Arcivescovo e il capitolo del Duomo di Magonza l’avevano confermata a scrivere, cercò il giudizio e il conforto di Bernardo di Chiaravalle, il grande monaco cistercense, nel 1146: “Certissime et mitissime Pater, audi me, in tua bonitate, indignam famulam tuam… Bone Pater et mitissime, pono me in animam tuam, ora pro me, quia magnas labores in hac visione habeo.” “Provo una grande pena – prosegue – in questa visione, non sapendo fino a che punto posso dire quello che ho visto e udito. Sì, talvolta, poiché taccio, vengo costretta a letto da tale visione con forti dolori, così da non riuscire più ad alzarmi… Sono istruita solo interiormente, nell’anima mia. Perciò parlo come nel dubbio… Più di due anni fa mi sei apparso in visione come un uomo che guarda verso il male senza paura, che anzi è molto audace. E ho pianto, perché io spesso arrossisco e mi vergogno… Però ora mi sollevo e corro a te: tu non vieni stroncato, ma guardi fisso verso l’albero e sei vittorioso sull’anima. E non elevi solo te stesso, ma sollevi anche il mondo nella direzione della salvezza. Tu sei l’aquila che guarda verso il sole… Venerabile padre Bernardo, per forza di Dio, sei meravigliosamente posto nel più alto onore. Tu sei causa di terrore per la follia di questo mondo… Padre, ti prego per il Dio vivente: ascolta le mie domande… per il tuo paterno amore e la tua saggezza, indaga nell’anima tua, così come te lo suggerisce lo Spirito Santo e, dal profondo del cuore, dona conforto alla tua serva.” Bernardo le rispose, nel 1147 durante un suo iter germanicum: cauto, prudente, riferì tutto alla grazia di Dio: “Alla diletta in Cristo figlia Ildegarda, il fratello Bernardo, noto come abate di Clairvaux, invia la preghiera di un peccatore, se può qualcosa. Che dalla mia pochezza tu sembri avere un’opinione ben diversa da quella che ne ha la mia coscienza, credo sia da attribuire solo alla tua umiltà. Ma non ho affatto trascurato di rispondere alla lettera che ti ha dettata la tua carità, benché il cumulo degli affari mi obblighi a farlo molto più brevemente di quanto vorrei. Mi rallegro per la grazia di Dio che si manifesta in te. E per quanto è in me ti esorto e ti prego di considerarla proprio come grazia e di adoperarti a corrisponderle con tutto lo slancio dell’umiltà e della devozione, sapendo che “Dio resiste ai superbi concede la grazia agli umili” Del resto, dato che in te c’è un’intima consapevolezza e un’unzione che tutto rivela, che cosa ho da insegnare o da ammonire io? Piuttosto ti prego e ti chiedo supplichevolmente di ricordarti di me presso Dio e insieme di coloro che sono collegati con me nel Signore in unione spirituale.”

Le opere

Le tre opere più imponenti di Ildegarda sono i suoi scritti visionari-teologici. Nello SCIVIAS (Conosci le vie), scritto fra il 1141 ed il 1151, in trentacinque visioni c’è la storia della salvezza incominciando dalla creazione dell’uomo e dal suo primo peccato, per arrivare fino all’ultimo giorno; la prima parte tratta dell’opera creatrice di Dio Padre, la seconda dei sacramenti, la terza della vita interiore dell’uomo, la sua intima lotta e le virtù quale mezzo per salire a Dio. La seconda grande opera, LIBER VITAE MERITORUM (Libro dei meriti della vita), fu scritta fra il 1158 e il 1163, nella forma di un dialogo fra vizi e virtù, e tratta del grande tema della ricerca dell’armonia fra la legge di Dio e la volontà dell’uomo. Ildegarda esamina trentacinque virtù e trentacinque vizi e descrive la sorte degli uomini beati e quella di coloro che hanno sciupato la loro vita. Nella terza opera, LIBER DIVINORUM OPERUM (Libro delle opere divine), scritta fra il 1161 e il 1173, Ildegarda in dieci visioni descrive la Creazione nel suo stretto rapporto con Dio, riprendendo l’immagine dell’uomo in una struttura complessa di rapporti fra microcosmo e macrocosmo. Ildegarda sostiene che l’interazione e l’armonia nella molteplicità del cosmo sono garantite fintanto che l’uomo obbedisce al suo creatore. L’uomo può uscire dall’ordine, può violarlo, ma il male porta con sé il castigo. Di quest’opera ci è rimasta un’antica copia, riccamente illustrata, conservata presso la Biblioteca Statale di Lucca. Molto interesse hanno suscitato negli anni recenti le sue opere medico-scientifiche. È Ildegarda stessa che ricorda di aver scritto delle opere mediche: i due trattati PHYSICA e CAUSAE ET CURAE si possono perciò collocare fra il 1151 ed il 1158. Di queste due opere non esistono manoscritti di epoca vicina a Ildegarda, ma solo copie più tarde. Rimangono perciò molti dubbi se ci siano state delle indebite aggiunte posteriori, anche perché alcune idee in esse espresse (sulla magia, sull’influsso degli astri) sono in contrasto con tutta la concezione di Ildegarda. Anche la produzione musicale di Ildegarda è molto vasta. Le sue 77 composizioni, inni, antifone, sequenze e canzoni (lieder) sono da lei raggruppate sotto il titolo SYMPHONIA HARMONIAE CAELESTIUM REVELATIONUM (Sinfonia dell’armonia delle rivelazioni celesti); furono probabilmente in gran parte scritte negli anni ’50 e completate dopo la scrittura del Liber divinorum operum. A queste composizioni va aggiunto l’ORDO VIRTUTUM (La schiera delle virtù) un’opera destinata ad una specie di sacra rappresentazione in musica. La produzione musicale di Ildegarda ci è giunta attraverso due differenti codici, conservati uno in Belgio ed uno in Germania. Di grande importanza è anche tutta la corrispondenza di Ildegarda; le più di 300 lettere che ci sono pervenute sono indirizzate a personalità dell’intero occidente, papi, imperatori e re, vescovi, abati e badesse, sacerdoti e monaci ed anche laici. Infine si può menzionare un’opera strana e curiosa, costituita da diversi scritti crittografici, composti in una “lingua inventata”, che ci sono pervenuti, ma non sono stati tuttora decifrati.

Ildegarda e alcuni dei suoi contributi

Gli uomini hanno elaborato vari modelli dell’universo nelle loro diverse stagioni culturali, scenari di sfondo, provvisori e insieme essenziali, perché capaci di ‘salvare’, di preservare le apparenze, nel senso di raccogliere tutti i fenomeni in una unità di senso e di realtà. Il modello medievale, normalmente, non interessava gli uomini spirituali, volti concretamente ai problemi dell’anima, alla sua caduta e alla sua redenzione. Questi anzi nutrivano una certa diffidenza nei suoi confronti anche per il fatto che, allora, cosmologia e religione non erano “semplicisticamente solidali”. Il modello medievale, oggi lo sappiamo, era frutto di fantasia; non possiamo però dire che fosse falso o menzognero. L’immaginazione medievale si esercitò in esso con una straordinaria capacità produttiva, alla quale certamente Ildegarda ha partecipato e attinto allo stesso tempo con grande libertà. Le sue visioni sono infatti anche originali, straordinarie figurazioni intellettuali ed immaginifiche (poiché Dio le parlava dall’interno della sua cultura), sviluppate sulla base dell’immaginario collettivo medievale, nel quale erano attivi elementi naturalistici e astrologici ereditati dall’antichità precristiana. Anche da questo punto di vista l’opera di Ildegarda attende accurati studi. Le importantissime miniature delle sue visioni a noi pervenute (quelle dello Scivias furono elaborate molto probabilmente sotto la sua guida) sono immagini simboliche statiche; la santa vedeva invece immagini dinamiche, che mostravano lo svolgimento della storia della salvezza ed erano accompagnate dalla “voce della luce vivente”, la “voce di colui che siede sul trono”. Alle parole e alle immagini di Ildegarda occorre prestare un ascolto e uno sguardo memori di quanto ella stessa diceva di sé: “malata di pusillanimità di cuore e ripetutamente paralizzata dalla paura, talvolta risuono come un debole squillo di tromba della luce vivente. Mi aiuti Iddio a perseverare al suo servizio.”

La visione unitaria del mondo

Per lunghi secoli, e con sviluppi importanti nelle età precristiane e quelle cristiane, si sono conosciute le relazioni di somiglianza, veicolate da identiche rappresentazioni immaginarie, tra le strutture dell’uomo e quelle del mondo. Se al primo si è guardato come ad un universo completo ma miniaturizzato, un microcosmo, il secondo è stato visto come un Corpo Totale, un Tutto umanizzato. Già nel VII secolo Gregorio Magno aveva detto: “Homo quaedammodo omnia” l’uomo è – in un certo modo – tutte le cose, racchiude in sé tutti gli ordini della natura (minerale, animato, spirituale) e, più profondamente, i quattro elementi dell’universo (aria, acqua, fuoco, terra). Nei primi decenni del XII secolo il tema del microcosmo ebbe grandissima diffusione, divenne una dottrina a partire dall’interpretazione che, nel IX secolo, ne aveva dato Scoto Eriugena. La scuola teologica di Chartres fu il luogo privilegiato dell’approfondimento di questa dottrina, che fa riferimento al Timeo di Platone, fondato sul parallelismo tra macrocosmo e microcosmo. I monaci cistercensi la fecero propria e la arricchirono; prestissimo la si trovò espressa e condivisa in tutti i centri di cultura, partecipata a tutte le mentalità. L’architettura dell’universo allora nota era quella tolemaica, con la Terra sferica al centro, i sette pianeti fissi sui sette cieli attorno ad essa, lo stellatum su cui appoggiavano tutte le stelle. Dopo questo stava il Primum mobile invisibile, dopo del quale si riteneva non esistesse “né luogo, né vuoto, né tempo” come aveva detto Aristotele. La cartografia medievale della Terra, la mappa mundi, era qualcosa a metà strada fra una realtà geografica , un racconto storico, un universo simbolico. Non serviva al mercante e al pellegrino, era una visione di sintesi spesso offerta ad un vasto e vario pubblico nelle chiese o nei conventi. Se il tipo iconografico più diffuso nel medioevo del rapporto fra microcosmo e macrocosmo, era la figura umana al centro di uno o più anelli su cui si trovavano raffigurati i segni dello zodiaco, un motivo nuovo o per la prima volta elaborato con chiarezza è quello proposto da Ildegarda nel Liber divinorum operum: l’uomo “splendore di bellezza e di luce” è rappresentato come il nucleo centrale di un cosmo a cerchi concentrici, abbracciati da Dio uno e trino. L’immagine ha una struggente somiglianza con quella della Trinità della stessa Ildegarda, che porta al centro Cristo. Il Rinascimento avrebbe ripreso questa iconografia solo nelle componenti geometrico-proporzionali, affidando ad esse il valore di allusione cosmologica. La grande battaglia di Ildegarda è contro l’autonomia umana, contro l’uomo regolato su di sé e pieno di sé, contro l’uomo che parla con spirito di empietà: “Non voglio ubbidire né a Dio, né a qualsiasi uomo! Voglio assicurarmi da solo ogni possibilità che possa recarmi vantaggio, come farebbe qualsiasi uomo che non sia pazzo!” Quest’uomo causa il lamento terribile di tutta la creazione: “E udii – scrive la santa – come gli elementi si volsero a quell’Uomo con un urlo selvaggio. E gridavano: ‘Non riusciamo più a correre e a portare a termine la nostra corsa come disposto dal Maestro. Perché gli uomini con le loro cattive azioni ci rivoltano sottosopra come in una macina. Puzziamo già come peste e ci struggiamo per fame di giustizia.'” Cristo, vincitore di Satana, le dice tuttavia: “Io, suprema forza di fuoco, che accese ogni scintilla di vita, da cui nulla uscì di mortale, io decido di tutto ciò che è. Al cerchio dell’universo con le mie ali, cioè volandogli intorno con la mia sapienza, ho dato il giusto ordine. E di nuovo io, infiammata vita del divino essere originario, scintillo sulla bellezza dei terreni dei campi, brillo nelle acque, ardo nel sole, nella luna, nelle stelle. Con un soffio di vento, invisibile vita che dona pienezza, tutto trasformo in vita… Dunque io sono la forza di fuoco che segretamente riposa in tutto questo, tutto arde grazie a me, come il respiro tiene incessantemente in vita l’uomo e come nel fuoco si leva una fiamma accesa… Io sono anche la ragione che dispone del soffio del Verbo tonante, da cui ogni creatura venne creata, in ogni creatura ho destato il mio soffio di vita affinché nulla fosse prigioniero della mortalità, perché io sono la vita… Poiché da sempre, fin dall’eternità, era chiaro che Dio voleva veder creata la sua opera personale, l’uomo, e quando ebbe realizzato tale opera, a lei consegnò tutte le creature, affinché, servendosi di loro, anche l’uomo compisse le proprie opere, così come a sua volta Dio stesso aveva creato la sua opera, appunto l’uomo.” “L’uomo è il recinto delle meraviglie di Dio”.

La storia

Gli uomini del medioevo hanno fatto della storia del mondo un’unica vicenda, con un intreccio i cui snodi fondamentali sono la Creazione, la Caduta, la Redenzione, il Giudizio. Conoscere la storia era dunque per loro conoscere il destino dell’umanità, nel suo percorso terreno e in quello ultraterreno. È difficile mettersi nei loro panni, a riguardo di questo problema: “Nel medioevo si guardava al passato come se fosse contemporaneo; poiché si ignoravano le più ovvie e superficiali distinzioni tra i secoli, non si pensava minimamente di considerare e conoscere le differenze più profonde del temperamento e del clima mentale… Il passato si differenziava dal presente solo perché era migliore. Ogni epoca pullulava di amici, antenati, protettori.” (Lewis). Quel passato e i suoi protagonisti aiutavano gli uomini ad affrontare le scelte del presente, poiché tutti erano consapevoli che unico, misterioso, terribile e carico di misericordia al tempo stesso, era il dramma della storia. Il senso e lo scopo della storia umana furono problemi profondamente meditati da Ildegarda e dal suo contesto monastico. Ma – ha scritto giustamente Gronau – ella non era interessata “al mutamento delle forme della storia dell’umanità. Non perché, come claustrale, vivesse segregata dal resto del mondo. Il suo cuore era aperto solo in una direzione, il suo sguardo era orientato verso una sola cosa: il senso e lo scopo della storia dell’umanità. Ella scriveva esclusivamente di quello che in esso è importante… nella prospettiva della rivelazione divina ed è certa che solo in questa prospettiva l’uomo può realmente conoscere il suo vero posto nella storia e assolvere il proprio compito…” Per lei dunque la storia è il dramma del contrasto tra Dio e il suo avversario, un dramma che si svolge nello spazio-tempo della terra e che si conclude solo quando Dio vince definitivamente il nemico suo e dell’uomo. La storia dell’uomo, di ogni uomo, è per lei la sequenza di episodi piccoli e grandi, carichi di tensione e di sorprese a causa della libertà dell’uomo, della infinita misericordia di Dio e dello spazio lasciato da Dio stesso ai movimenti del demonio. Quando sulla scena del mondo, con Gesù Cristo, appare colui che può e vuole strappare gli uomini alla morte dell’anima, l’uomo viene collocato in una nuova, inedita, posizione: “Quando egli, l’Agnello innocente, è stato innalzato sull’altare della croce per la salvezza degli uomini, ivi, nella più pura bellezza della fede e di ogni altra virtù, dal nascondimento in Dio, apparve improvvisamente la Chiesa, profondo e non misurabile mistero. Essa venne affidata nel cielo al Figlio unigenito. Cosa significa questo? Nel momento in cui è sgorgato sangue dal fianco ferito di questo mio Figlio, allora si è manifestata la salvezza delle anime. Ora, infatti, quello splendore dal quale era stato cacciato il diavolo con il suo seguito è assegnato all’uomo. Poiché proprio questi, il Figlio mio unigenito, prese su di sé la morte con la sua crocifissione, strappò all’inferno il suo bottino e guidò le anime dei fedeli alle sfere celesti. Così, nei suoi discepoli e in coloro che li hanno seguiti con cuore sincero, incominciò presto a fiorire e a rafforzarsi la fede, così hanno potuto diventare eredi del regno dei cieli”. Se, fino alla fine dei tempi, lungo tutto il percorso della storia che Dio vuol concedere alla stirpe degli uomini, il dramma è aperto, la libertà dell’uomo è continuamente chiamata in causa, Dio, il regista del dramma, offre nella Chiesa un misterioso e potente sostegno, pur ammonendola che: “Il terribile assassino dell’uomo, il figlio della corruzione, verrà tra non molto, poiché già il giorno declina e il sole rallenta la sua corsa.” Alla fine della storia, Gesù Cristo giudicherà il mondo. Allora: “Quando è terminato il giudizio, cessa anche l’infuriare degli elementi, cessano i lampi, tuoni, tempeste, tutte le cose cadenti e caduche si disgregano, non tornano più, si stabilisce una meravigliosa pace e tranquillità, come voleva Dio. È terminato il dramma della storia: et finitum est.” Il mistero della storia si intreccia dunque profondamente col mistero della Chiesa, nella quale l’uomo fa esperienza di essere capace di salvezza; in altri termini, in Ildegarda “il compimento della creazione avviene nella Chiesa” (Schmidt), che è garanzia dell’amore costante di Dio alla sua creazione. Nella Chiesa all’uomo, microcosmo nel grande macrocosmo dell’universo, sono offerti futuro e salvezza. Essa, popolo nuovo, è la torre salda eretta da Dio dove gli uomini possono fermamente fronteggiare il nemico. È una torre aperta al mondo, perché tutti possano entrarvi.

L’eredità di Ildegarda

A conclusione di un dolorosissimo episodio, capitato nel convento di Ildegarda, nel quale ella aveva mostrato grande obbedienza insieme a forza morale di straordinaria tenuta, Christian, l’Arcivescovo di Magonza, così iniziava la lettera di riconciliazione: “Con i segni manifesti della tua santa condotta di vita e la sorprendente testimonianza della verità, o carissima signora in Cristo, i tuoi ordini, per non dire le tue preghiere, esercitano un forte potere sulla nostra anima, tanto che dobbiamo orientare e chinare il nostro cuore a tutto ciò che sappiamo corrispondere ai tuoi santi desideri…” Alla ‘carissima signora in Cristo’ tornano a guardare gli uomini di oggi, con meraviglia e ammirazione. Raramente però essi sono in possesso degli strumenti indispensabili per comprendere il suo messaggio e per condividerne l’umanità. Ildegarda infatti si è resa disponibile ad essere eco di una Voce, che dall’eternità penetra continuamente nel tempo e nello spazio, con una docilità e una semplicità di intenzioni, che non possono essere capiti con immediatezza dall’uomo d’oggi. Il suo convento, la Chiesa del suo tempo, la civiltà cristiana, in tutti i suoi aspetti, di una stagione ricca di frutti, sono matrici non occasionali della sua personalità, in tutte le sue espressioni. L’affettuosa tenerezza delle sue compagne di viaggio, le monache del suo convento, che hanno conosciuto la stessa matrice di fede e cultura, è stata premiata da Dio, alla morte di Ildegarda, con un grande segno: “Con la sua morte Dio mostrò chiaramente i meriti che essa aveva presso di lui. In cielo, al di sopra della stanza nella quale la beata vergine restituì a Dio l’anima beata, apparvero due luminosissimi archi di diverso colore. Essi occupavano uno spazio molto esteso e si allungavano verso i quattro punti della terra, uno da nord a sud e l’altro da est a ovest. Nel punto più alto in cui si incontravano i due archi brillava una luce chiara a forma di luna. Essa splendeva in lontananza e sembrava dissipare le tenebre notturne dal letto di morte. In tale luce si vedeva una croce rossa splendente, in un primo momento piccola, poi però sempre più grande, fino a raggiungere dimensioni gigantesche. La croce era attorniata da cerchi di vari colori nei quali si formavano altre piccole croci rosse splendenti. Dopo essersi allargate nel firmamento, si allungavano ancora verso est e sembravano chinarsi sulla terra proprio sopra la casa in cui la beata vergine era passata a miglior vita, avvolgendo tutto il monte di luce radiosa. Ci viene spontaneo credere che con un segno simile Dio abbia voluto manifestare su questa terra con quale pienezza di luce ha magnificato in cielo la sua amata.” In questo segno è forse racchiuso il senso globale dell’eredità di Ildegarda: ogni uomo, come lei, è destinato ad una pienezza di luce che il creato, nel suo splendore, in qualche modo anticipa e che Cristo ha preannunciato nel sacrificio della croce. A lei, carissima signora in Cristo, cioè donna che ha concentrato la sua vita in una devozione senza riserve a Cristo, si volge da più una attenzione misteriosamente inscritta in quel desiderio di Dio che non abbandona mai l’uomo, per sua fortuna. “… la Chiesa desidera ringraziare la Santissima Trinità per il ‘mistero della donna’ e per ogni donna… La chiesa ringrazia per tutte le manifestazioni del ‘genio’ femminile apparse nel corso della storia, in mezzo a tutti i popoli e a tutte le nazioni; ringrazia per tutti i carismi che lo Spirito Santo elargisce alle donne nella storia del popolo di Dio, per tutte le vittorie che Essa deve alla loro fede, speranza e carità; ringrazia per tutti i frutti di santità femminile.” (Giovanni Paolo II, Mulieris dignitatem).

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FU UNA DONNA ANTICONFORMISTA E GENIALE

La santa nella hit parade (833 anni dopo la sua morte)

Dalla musica all’arte i mille volti della profetessa tedesca Ildegarda di Bingen

Una monaca benedettina aristocratica, proclamata santa recentemente e nata nel 1098, versatile e talentuosa, sta per essere lanciata sul mercato musicale, grazie a una sua composizione chiaramente ritoccata e aggiornata. Si chiama Ildegarda di Bingen e 833 anni dopo il suo decesso approderà alle classifiche mondiali, accanto a Madonna e a Britney Spears, nonostante la chiara diversità di stile. Beatificata e acclamata santa a furor di popolo – nonostante l’itinerario di canonizzazione avviato da papa Gregorio IX poco dopo la sua morte sia stato completato solo il 10 maggio 2012 – è considerata la protettrice degli esperantisti. Ma la su vita fu un vero romanzo e la sua figura un’icona di modernità. Forse per questo ora approda nelle classifiche musicali mondiali, senza sfigurare (anzi) davanti a icone dei nostri tempi.

Ildegarda di BingenIldegarda di Bingen

IL SUCCESSO MILLE ANNI DOPO – A capo dell’operazione c’è Guy Sigsworth, già produttore di Madonna, Britney Spears e Seal, che ha rielaborato l’opera della monaca e che è pronto a scommettere sul suo successo. Ildegarda nacque, ultima di dieci fratelli, a Bermersheim vor der Höhe, vicino ad Alzey, nell’Assia-Renana, nell’estate del 1098, un anno prima che i crociati conquistassero Gerusalemme. La monaca non era un tipo proprio nella norma: nella sua vita si interessò un po’ a tutto e fu scrittrice, musicista, cosmologa, artista, drammaturga, guaritrice, linguista, naturalista, filosofa, poetessa, consigliera politica, profetessa e compositrice. Non era nuova dunque ai successi né le mancavano i talenti. Ma mai probabilmente avrebbe immaginato di suscitare l’interesse di Guy Sigsworth, quasi mille anni dopo la sua nascita, e di finire accanto a Lady Gaga e a Madonna, negli scaffali dei negozi di mezzo mondo.

Ave generosa di Ildegarda di Bingen

GUY SIGSWORTH – Guy Sigsworth è un compositore e produttore discografico britannico. Ha collaborato con numerosi artisti di fama, tra i quali Seal, Björk, Goldie, Madonna, Britney Spears e Alanis Morissette, e da sempre rivela un certo fiuto nelle proprie scommesse. Guy suona il clavicembalo e non è la prima volta che guarda a un passato lontano. Una delle sue icone musicali è del resto il poeta e compositore francese del XIV secolo Giullaume de Machau, nato nel 1300 e a ancora oggi suo eroe musicale.

UNA RIVOLUZIONARIA ANTICONFORMISTA – Benché Ildegarda di Bingen fosse decisamente una fanciulla composta e ubbidiente diede da sempre segnali di essere anche una persona originale e anticonformista. Per esempio fondò il monastero di Rupertsberg nel 1150 dove presto si trasferì a vivere e si narra che incoraggiasse le consorelle a vestire sfarzosamente, adornandole con gioielli per salutare con canti gioiosi le festività domenicali. Forse una femminista ante litteram? Considerato il contesto storico, questa monaca può essere considerata senza dubbio una donna all’avanguardia nell’affermazione di molti valori di emancipazione femminile e certamente fu controcorrente. Ildegarda fu anche autrice di una delle prime lingue artificiali conosciute, la Lingua ignota, utilizzata probabilmente per fini mistici, e aveva un’idea di femminilità, di divinità e di celebrazioni che si discostava dallo stile mortificante che imperava nella religione. Fu spesso in contrasto con il clero della Chiesa cattolica e scelse una vita di predicazione aperta verso il mondo rispetto a quella più tradizionalmente claustrale. “Una piuma abbandonata al vento della fiducia di Dio”, così amava definirsi, ma più che piuma Ildegarda fu una persona decisamente battagliera. Sfidò Federico Barbarossa e condusse il primo esorcismo femminile, riuscendo dove erano falliti molti uomini. Donna di personalità, viaggiatrice, versatile ed eclettica compose un giorno alcune opere sublimi. Oggi sbarca nelle hit parade e del resto Ildegarda era a suo modo una donna molto moderna. E i veri capolavori sono senza tempo.

Emanuela Di Pasqua27 ottobre 2012 (modifica il 29 ottobre 2012)

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ILDEGARDA DI BINGEN

Mistica, veggente, profetessa, fu anche una vera scienziata, un’erborista con una profonda cultura medica, tanto da essere definita “la più grande testa femminile del XII secolo”.

IldegardaIldegarda di Bingen (Bermersheim vor der Höhe, 1098 – Bingen, 17/11/1179)

Nasce nel 1098 vicino a Magonza da una famiglia aristocratica, ultimogenita di 10 figli. Fin da piccola è spesso afflitta da malattie e tormentata da visioni che accompagneranno e segneranno profondamente la sua esistenza. A 8 anni entra nel convento benedettino di Disibodenberg (Germania) e a 15 prende i voti. Da novizia segue con fermezza il motto benedettino “ora et labora”, quindi accanto alla vita contemplativa unisce l’impegno, diretto soprattutto allo studio e all’assistenza dei bisognosi. A 38 anni diventa badessa del convento. All’inizio il compito le appare gravoso, ma ben presto il suo carattere positivo e pragmatico portano nuovo lustro al monastero. Nel 1147 ne fonderà uno nuovo a Bingen. Negli anni successivi la sua fama di mistica si diffonde. Grazie al forte carisma che la caratterizza attira un gran numero di persone: alcune bisognose di cure mediche altre alla ricerca di una guida spirituale. Nonostante la sua delicata costituzione fisica, muore a 81 anni, una veneranda età per quel periodo.

Ildegrada: il Cosmo, l’Uomo e la forza vitale “verdeggiante”

L’uomo e l’universo, secondo il pensiero di Ildegarda, sono così indissolubilmente legati che lo stato di salute o di malattia dell’uno si ripercuote sull’altro. L’interdipendenza, infatti, rende il cosmo un’unità e per questa ragione la causa dei disagi dell’uomo è dovuta alla perdita di questa connessione con l’ambiente che lo circonda. Con questo stesso spirito Ildegarda si dedica alle ricerche in campo medico e terapeutico, convinta che le malattie, fisiche o psichiche, da cui l’umanità spesso è afflitta, siano la conseguenza visibile di una rottura di quel legame meraviglioso, che trasmette la sua carica vitale e tiene unite insieme tutte le cose esistenti.
Infatti, ogni oggetto del creato per lei è connesso da un unico filo, che ne tesse la trama straordinaria; tutto è messo in moto da un’energia suprema, che Ildegarda esprime attraverso il termine, quasi intraducibile, di viriditas (l’energia verdeggiante). Questa forza, riconoscibile a tutti i livelli, sia fisico che spirituale del cosmo, si palesa in modo evidente e immediatamente percepibile nelle cose naturali, come principio che conferisce il potere terapeutico alle sostanze naturali; mentre nell’uomo è l’anima o principio di vita e movimento.

Inoltre secondo la sua visione, la salute dell’essere umano si regge sul benessere non solo corporeo ma anche mentale, anticipando così la medicina olistica moderna, perché anche preoccupazioni e cattivi pensieri possono condurre alla malattia.

Ildegarda e la sua medicina mistica

Rifacendosi alla medicina umorale elaborata da Ippocrate e Galeno, Ildegarda attribuisce agli elementi (aria acqua terra e fuoco) quattro qualità: il caldo, il freddo, il secco e l’umido che ne caratterizzano l’azione e l’effetto sugli esseri viventi. Ma a questa teoria unisce il suo concetto di veriditas, che come abbiamo visto costituisce la potenza vivificante responsabile dell’equilibrio e del benessere psicofisico dell’uomo e della natura. Nell’opera “Physica” sono trattate le scienze naturali e vengono descritte le proprietà curative di erbe, alimenti e pietre. Per ottenere ciò che serve per vivere sani, bisogna perciò attingere alla Natura in modo da ristabilire l’equilibrio fra l’Uomo, il Cosmo e le Forze che regolano questa relazione.
Tuttavia Ildegarda di Bingen divenne famosa nel Medioevo e ancora oggi viene ricordata per una particolarità: le visioni che gli derivavano da Dio le indicavano anche come strutturare il suo sistema di cura. La medicina di Ildegarda, infatti, ha due anime: una scientifica come dimostra il fatto che alcune sue preparazioni sono ancora attuali e una mistica, perché crede che il suo sapere abbia origine divina.

I rimedi terapeutici di Ildegarda: piante cristalli e alimenti

In “Herbora sempliciorum”, Ildegarda di Bingen elenca e illustra le erbe coltivate nei monasteri e da cui vengono tratti i rimedi. Studia le proprietà puramente materiali delle piante o delle pietre, ma non si ferma all’esame esteriore: le interessa piuttosto scoprire i poteri terapeutici nascosti in esse; virtù che ritrova anche nella musica e nel potere intrinseco alla parola.
Come abbiamo visto attribuiva anche alle pietre un effetto curativo, proprio perché anch’esse possiedono l’energia verdeggiante diffusa in tutto il creato, anticipando quella che oggi è chiamata la “cristalloterapia”. In generale, Ildegarda suggeriva di usare i cristalli indossandoli oppure preparandoli in modi diversi a seconda dei casi.

Nel suo “Causa e curae” spiega come si generano le malattie e cosa fare per riacquistare la salute. La badessa utilizza un metodo completamente innovativo per l’epoca: non descrive solo la forma delle piante e le caratteristiche del rimedio, come si usava nei trattati di erboristeria del Medioevo, ma illustra anche l’effetto che la sostanza produce quando entra in relazione con l’uomo, distinguendo l’efficacia del rimedio in base al sesso, alla costituzione, e allo stato di salute o di malattia di chi lo riceve.

Ildegarara: uno spirito eclettico e curioso

In un tempo in cui la maggior parte delle donne era analfabeta, Ildegarda di Bingen ha lasciato importanti opere che toccano tematiche teologiche, filosofiche, naturalistiche e mediche; ha composto melodie (è il primo compositore musicale la cui biografia è nota), opere teatrali e poesie; e inventato nuove lingue. Quando pochissime donne godevano del rispetto dell’uomo, Ildegarda era consultata ed elargiva consigli a vescovi, papi e re. Anche se non ancora canonizzata, Ildegarda è spesso indicata come Santa, ma quello che la rende una figura affascinante è l’ecletticità del suo spirito e la modernità del suo pensiero.

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CONOSCI LE VIE. NELLE QUALI DIO TI VIENE INCONTRO


Tra queste donne singolari da ringraziare c’è senza dubbio Santa Ildegarda di Bingen, vissuta nella Germania del XII secolo. Una figura di donna e di santa dalla personalità straordinaria.
Tre anni fa si è celebrato il nono centenario della sua nascita. Una celebrazione che ha suscitato molta curiosità, che ha portato a nuovi studi su questa santa chiamata anche la “profetessa del Reno”. Ildegarda è anche la prima santa per la cui documentazione mi sono servito di Internet. Ho ceduto, devo ammetterlo senza alcuna resistenza, sia alla moda e sia alla curiosità. Volevo testare sulla Rete l’attualità della Santa. Col motore di ricerca Janas di “Tiscali.it” ho provato la sezione italiana. Sorpresa: segnalava la presenza di ben 82 pagine. Poi mi sono rivolto a “Tiscali.de” (sezione tedesca). Pensavo: “Ildegarda «gioca» in casa quindi…”. La risposta rapida di Janas: 816 pagine su di lei, con 21 siti correlati, in tedesco e in inglese. Conclusione: Ildegarda ed il suo messaggio sono sì frutto del passato, ma non sono ancora sor-passati. Eccone la figura ed il messaggio.

“Oh tu, fragile creatura… parla e scrivi ciò che vedi”

Ildegarda nacque nei pressi di Alzey (a circa 30 km da Magonza) da Matilde e Idelberto di Bermersheim. Era di famiglia nobile. Due particolarità si notarono subito nella bambina Ildegarda: era di intelligenza pronta ed acuta ma anche di salute fragile. La sua vita fu segnata da visioni celesti che cominciarono all’età di 5 anni come lei stessa raccontò:

Nel mio quinto anno di vita vidi una luce così grande che la mia anima ne fu scossa però, per la mia tenera età, non potei parlarne….

All’età di otto anni fu affidata alla maestra Jutta, una giovane donna di famiglia nobile appena ritiratasi nel monastero benedettino di Disibodenberg. Il secondo maestro fu il monaco Volmar, assistente spirituale della clausura ed in seguito suo primo segretario. Giunta all’adolescenza Ildegarda decise liberamente di entrare nell’ordine, e ponendo così la sua vita al totale servizio di Dio.

Per trent’anni non si verificò niente di straordinario, mentre Jutta scopriva, piena di meraviglia che la sua allieva Ildegarda era diventata a sua volta maestra. E così quando ella morì le monache la elessero loro badessa. Seguirono cinque anni di ordinaria amministrazione poi a 42 anni la svolta decisiva. Sentì la voce di Dio che le diceva:

Manifesta le meraviglie che apprendi … Oh tu fragile creatura … parla e scrivi ciò che vedi e senti….

Un particolare: più lei resisteva alla Voce, più aumentavano le sofferenze. Finalmente, dietro consiglio di Volmar, cominciò a scrivere. E anche le forze ritornarono. Il primo frutto fu l’opera “Scivias” (Conosci le vie). In 35 visioni c’è tutta la storia della salvezza. È un invito pressante a

conoscere le vie, a prestare attenzione, a guardare, scrutare, discernere le vie divine, i percorsi, rettilinei o contorti, le circostanze belle o brutte nelle quali Dio ci viene incontro. Tutte le vie portano ad un’unica meta, pertanto in ogni circostanza si può desiderare Dio e conoscerlo.

La sua fama intanto cresceva sempre di più, fino ad arrivare alle orecchie del papa Eugenio III che nel 1147 aveva convocato un sinodo generale della Chiesa a Treviri. Il papa inviò una delegazione ad incontrare e interrogare Ildegarda. Il test fu superato brillantemente e gli “esaminatori” ritornarono contenti. Al sinodo intervenne anche Bernardo (San) il famoso abate di Chiaravalle, che chiese al papa di non permettere che una luce così luminosa fosse coperta dal silenzio. Eugenio la incoraggiò a scrivere. Uno dei frutti della sua fama (e santità) fu il grande numero di ragazze nobili che bussavano alla porta del suo monastero. Anche per questo, non senza difficoltà, riuscì a fondarne un altro vicino a Bingen.

Possiamo dire che Ildegarda era una monaca atipica. Non era tutta casa (monastero) e chiesa; non era una donna segregata dal mondo tutta incentrata su Dio. Viveva profondamente delle vicende del suo tempo. La sua fama infatti arrivò fino a… Federico Barbarossa (sì l’imperatore che ebbe molto da fare anche in Italia). Ildegarda ebbe buoni rapporti con lui fin dal 1154. Questo però non le impedì in seguito di prendere posizione decisa contro di lui a favore del papa legittimo Alessandro III e contro quelli illegittimi “eletti” da lui. Ildegarda gli scrisse contro parole di fuoco: “Colui che è dice: la ribellione Io la distruggo… Guai, guai alle male azioni dei sacrileghi che mi disprezzano”. L’imperatore non rispose, non si vendicò, ma interruppe il legame. (Alla “distruzione” del Barbarossa contribuì anche la sconfitta che subì a Legnano nel 1176 per opera di una coalizione di città del nord Italia).

Ildegarda intraprese anche quattro grandi viaggi di predicazione pur essendo non più giovane e malaticcia. Predicò, tra le città tedesche, anche a Treviri e a Colonia. Questo era possibile perché godeva di una grandissima autorità spirituale che le permetteva di parlare con decisione e talvolta con durezza e senza paura. È rimasta famosa (infatti fu tramandata) la predica di Treviri nella Pentecoste 1160:

Io povera creatura, a cui mancano salute, vigore, forza e istruzione, ho udito nella luce misteriosa del vero volto le seguenti parole per il clero di Treviri: i doctores e i magistri non vogliono più dar fiato alla tromba della giustizia, perciò è scomparsa in loro l’aurora delle buone opere….

Anche a Colonia fu molto dura con il clero:

Per la vostra disgustosa ricchezza ed avidità, nonché per altre vanità non istruite i vostri fedeli

Fu altrettanto decisa contro gli eretici detti Catari.
La sua fama era grande, l’attività incessante e le malattie tante. Tuttavia Ildegarda aveva l’intelligenza (e la santità) di fare anche della auto ironia: “Perché non insuperbisca Dio mi ha costretta a letto”.

Messaggio antropologico ed… ecologico

Varie furono le sue opere. Ho già detto della prima “Scivias”. La seconda fu il “Libro dei meriti della vita” in cui tratta del grande tema dell’armonia tra legge di Dio e volontà dell’uomo. Nell’opera “Libro delle opere divine” riprende l’immagine dell’uomo posto in una struttura complessa di rapporti fra microcosmo e macrocosmo. Scrisse anche opere nel campo medico-scientifico che hanno recentemente destato interesse tra gli studiosi.

È interessante notare come le sue visioni sono originali, contenenti straordinarie figurazioni intellettuali e immaginifiche, sviluppate sulla base dell’immaginario collettivo del Medio Evo: vi sono presenti elementi naturalistici e astrologici ereditati dall’antichità pre-cristiana. Dio parlava ad Ildegarda, come già ai profeti dell’Antico Testamento, dall’interno della sua cultura.

All’uomo d’oggi Ildegarda dice di non fare di se stesso un idolo, sacrificando ad esso tutto. La sua grande battaglia fu contro l’autonomia umana idolatrata, contro l’uomo centrato su di sé e pieno di sé, contro l’uomo che parla con empietà proclamando: “Non voglio ubbidire né a Dio né a qualsiasi uomo”.
E qui c’è anche un messaggio ecologico per l’uomo moderno. È di bruciante attualità. Tante volte ci si lamenta dell’inquinamento delle acque e dell’aria delle nostre grandi città. La qualità della vita sembra sempre più in pericolo, dovuto ad uno sviluppo selvaggio (non sostenibile) sprezzante dell’ambiente. Una volta rovinato esso si ritorce contro l’uomo stesso (pensiamo all’effetto serra e simili).

Per Ildegarda è quest’uomo senza rispetto né per Dio né per l’ambiente che causa il lamento terribile di tutta la creazione:

“E udii – ha scritto la santa – come gli elementi si volsero a quell’uomo con un urlo selvaggio. E gridavano: «Non riusciamo più a correre e a portare a termine la nostra corsa come disposto dal Maestro. Perché gli uomini con le loro cattive azioni ci rivoltano sottosopra come in una macina. Puzziamo già come peste e ci struggiamo per fame di giustizia»”.

È un invito pressante al rispetto della natura. A tutti raccomanda di rispettarla e ascoltarla, perché è Dio stesso che ci parla attraverso di essa. Anche la natura infatti può essere una delle vie per conoscere il suo Amore e arrivare a Lui. Questo il messaggio di Ildegarda. Accogliamolo.

                                                                                              MARIO SCUDU 


IO INVISIBILE VITA TRASFORMO TUTTO IN VITA

In questo passo stupendo Ildegarda riferisce le parole pronunciate da Cristo in una visione:

“Io, suprema forza di fuoco che accese ogni scintilla di vita, da cui nulla uscì di mortale, io decido di tutto ciò che è. Al cerchio dell’universo con le mie ali, cioè volandogli intorno con la mia sapienza, ho dato il giusto ordine.

E di nuovo io, infiammata vita del divino essere originario, scintillo sulla bellezza dei terreni dei campi, brillo nelle acque,ardo nel sole, nella luna, nelle stelle.

Con un soffio di vento, invisibile vita che dona pienezza, tutto trasformo in vita Dunque io sono la forza di fuoco che segretamente riposa in tutto questo, tutto arde grazie a me, come il respiro tiene incessantemente in vita l’uomo e come nel fuoco si leva una fiamma accesa…”.

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Ildegarda di Bingen nuovo dottore della Chiesa

Scritto da Simone Baroncia – venerdì 5 ottobre 2012

Domenica 7 ottobre, apertura dell’Assemblea Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, papa Benedetto XVI proclama dottore della Chiesa universale, insieme a san Giovanni d’Avila, santa Ildegarda di Bingen, scrittrice, musicista, astrologa, drammaturga, filosofa, che si aggiunge a Caterina da Siena, Teresa d’Avila e Teresa di Lisieux, già proclamate da Paolo VI e Giovanni Paolo II. Alla conoscenza mistica unisce la conoscenza razionale e scientifica; inoltre Ildegarda di Bingen aveva svolto cicli di predicazione nelle chiese della valle del Reno, sia in latino per il clero che in volgare per il popolo, per scongiurare il dilagare dell’eresia catara. Ma guariva anche i malati utilizzando principi e cure ancora oggi validi: “Ogni qualvolta il corpo dell’uomo mangia e beve senza discrezione o fa qualcos’altro di questo genere, le forze dell’anima ne sono ferite. L’anima ama in tutte le cose la moderazione”.

E nel libro sulla medicina scriveva che alcuni cibi sono fonte non soltanto di salute ma anche di gioia: “Certe piante crescono grazie all’aria e sono per l’uomo leggere da digerire e di natura gioiosa, al punto che rendono felice chi ne mangia… L’avena è calda ed è un cibo gioioso e sano per gli uomini sani: conferisce loro un’anima gioiosa, un’intelligenza pura e chiara, un bel colorito e una carne piena di salute… La spelta fornisce a chi ne mangia buona carne e buon sangue, rende lieta la mente e mette allegria nello spirito dell’uomo. In qualunque modo la si mangi, nel pane o in altri cibi, è buona e gradevole… La noce moscata, buona già di per sé, valorizza le sue proprietà se usata in combinazione con altri ingredienti. In sé ha un gran calore e un felice equilibrio nelle sue forze. L’uomo che mangia della noce moscata apre il proprio cuore, purifica i propri sensi e ne trae delle buone disposizioni”. Ed infine una ricetta per fortificare il nostro corpo e la nostra mente: “Prendi una noce moscata, della cannella (il medesimo peso rispetto alla noce moscata), un po’ di chiodi di garofano e riduci in polvere il tutto. Poi, con quella polvere, della farina di semola e un po’ d’acqua, prepara delle gallette e mangiane spesso: ciò placa l’amarezza del corpo e della mente, apre il cuore e i sensi, rende lieta la mente, fa diminuire gli umori cattivi, apporta del buon succo al tuo sangue e ti fortifica”.

Per questa poliedricità cattolica lo stesso Papa nel Regina Coeli del 27 maggio scorso aveva annunciato: “Lo Spirito, che ‘ha parlato per mezzo dei profeti’, con i doni della sapienza e della scienza continua ad ispirare donne e uomini che si impegnano nella ricerca della verità, proponendo vie originali di conoscenza e di approfondimento del mistero di Dio, dell’uomo e del mondo. In questo contesto, sono lieto di annunciare che il prossimo 7 ottobre, all’inizio dell’Assemblea Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, proclamerò san Giovanni d’Avila e santa Ildegarda di Bingen Dottori della Chiesa universale. Questi due grandi testimoni della fede vissero in periodi storici e ambienti culturali assai diversi. Ildegarda fu monaca benedettina nel cuore del Medioevo tedesco, autentica maestra di teologia e profonda studiosa delle scienze naturali e della musica… Ma la santità della vita e la profondità della dottrina li rendono perennemente attuali: la grazia dello Spirito Santo, infatti, li proiettò in quell’esperienza di penetrante comprensione della rivelazione divina e di intelligente dialogo con il mondo che costituiscono l’orizzonte permanente della vita e dell’azione della Chiesa”.

In effetti papa Benedetto XVI aveva dedicato ben due catechesi a settembre 2010 a santa Ildegarda: “Anche in quei secoli della storia che noi abitualmente chiamiamo Medioevo, diverse figure femminili spiccano per la santità della vita e la ricchezza dell’insegnamento. Oggi vorrei iniziare a presentarvi una di esse: santa Ildegarda di Bingen, vissuta in Germania nel XII secolo. Nacque nel 1098 in Renania, probabilmente a Bermersheim, nei pressi di Alzey, e morì nel 1179, all’età di 81 anni, nonostante la permanente fragilità della sua salute. Ildegarda apparteneva a una famiglia nobile e numerosa e, fin dalla nascita, venne votata dai suoi genitori al servizio di Dio. A otto anni, fu offerta per lo stato religioso (secondo la Regola di san Benedetto), e, per ricevere un’adeguata formazione umana e cristiana, fu affidata alle cure della vedova consacrata Uda di Göllheim e poi di Giuditta di Spanheim, che si era ritirata in clausura presso il monastero benedettino di san Disibodo. Si andò formando un piccolo monastero femminile di clausura, che seguiva la Regola di san Benedetto… Lo stile con cui esercitava il ministero dell’autorità è esemplare per ogni comunità religiosa: esso suscitava una santa emulazione nella pratica del bene, tanto che, come risulta da testimonianze del tempo, la madre e le figlie gareggiavano nello stimarsi e nel servirsi a vicenda…

La popolarità di cui Ildegarda era circondata spingeva molte persone a interpellarla. Per questo motivo disponiamo di molte sue lettere. A lei si rivolgevano comunità monastiche maschili e femminili, vescovi e abati… E quando l’Imperatore Federico Barbarossa causò uno scisma ecclesiale opponendo ben tre antipapi al Papa legittimo Alessandro III, Ildegarda, ispirata dalle sue visioni, non esitò a ricordargli che anch’egli, l’imperatore, era soggetto al giudizio di Dio. Con l’audacia che caratterizza ogni profeta, ella scrisse all’Imperatore queste parole da parte di Dio: ‘Guai, guai a questa malvagia condotta degli empi che mi disprezzano! Presta ascolto, o re, se vuoi vivere! Altrimenti la mia spada ti trafiggerà!’. Con l’autorità spirituale di cui era dotata, negli ultimi anni della sua vita Ildegarda si mise in viaggio, nonostante l’età avanzata e le condizioni disagevoli degli spostamenti, per parlare di Dio alla gente. Tutti l’ascoltavano volentieri, anche quando adoperava un tono severo: la consideravano una messaggera mandata da Dio”.

E su Ildegarda di Bingen la prof.ssa Lucia Tancredi ha scritto il libro ‘Ildegarda. La potenza e la grazia’, edito da Città Nuova, un romanzo biografico sulla vita della mistica tedesca: “Il suo è un destino ‘femminile’ segnato: è la decima figlia di una nobile famiglia, ha una salute fragile e viene oblata. Le sue visioni, fatte di luci e suoni, che l’accompagnano fin dalla tenera età, da lei vengono inizialmente combattute. Visioni coscienti e che lei stessa definiva ‘dell’anima’, differenti da quelle maschili in cui spesso si ha una mescolanza di teologia e filosofia, in modo del tutto metafisico… Dalle visioni capisce che deve fondare un monastero femminile a Rupertsberg, in una zona impervia della Renania. Opta per una serie di scelte anticonformiste per il tempo. Innanzitutto la nuova struttura si presenta come fondazione autonoma, un caso eccezionale per l’epoca. Inoltre, Ildegarda parte dall’idea che per poter arrivare a Dio occorrono due fattori: essere in salute e glorificare le bellezze del mondo. E’ per questo che decide di scegliere i colori del bianco e del verde per l’abito delle consorelle, rifiutando categoricamente il nero, che secondo lei annulla la corporeità. Sarà la prima donna a comporre un dramma musicato”.

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Santa Ildegarda di Bingen e gli Angeli

Santa Ildegarda di Bingen e gli AngeliIldegarda nasce in Germania nel 1098, ultima di dieci figli e entra a otto anni nel monastero di Disinbodenberg come scolara, ma vi rimane fino all’adolescenza avanzata pretendendo i voti e divenendo in seguito Badessa. La sua sete di conoscenza sembra non volersi mai arrestare: legge in continuazione, si informa, è aggiornata sulle questioni religiose del suo tempo, comincia ad attirare l’attenzione generale. Ma è pur sempre una donna, una religiosa, forse la sua curiosità si sta spingendo troppo oltre. Ildegarda non si ferma. Fonda il monastero di Rupertsberg nel 1147 che dirigerà fino alla morte e, come filiale, quello di Eibingen nel 1165. Comincia un’intensa attività in favore del clero e della chiesa nella Germania meridionale: la sua fama di dotta e di santa la rende la principale consigliera di principi e prelati. Ma molti vescovi tedeschi torcono il naso. Ildegarda è un’instancabile organizzatrice, ma buona parte delle sue giornate è caratterizzata da …

… un’intensa attività mistica. Le sue visioni sono sempre più frequenti e lei non le nasconde: i messaggi che sostiene di ricevere trovano posto nelle numerose lettere, scritte sia in tedesco che in latino e nelle poesie di argomento religioso. La sua opera mistica più importante è il “Liber sciovia” (“scivia lucis”, conosci le vie della luce), articolato in descrizioni di visioni, in colloqui con Cristo, in canti di lode a Dio e in annunci profetici. Anche questo contribuisce a non farla apprezzare da molti. L’unico ad prendere una posizione diversa è Bernardo di Chiaravalle, grande predicatore e trascinatore di anime. Per questo la esorta a continuare e a farsi coraggio, come il nome che le è stato imposto le ricorda costantemente.

Ildegarda è pervasa dall’amore per la natura  che rappresenta il riflesso del suo amore per Dio; osserva le piante, gli alberi da frutto, le erbe, che comincia a ordinare e classificare in base alle caratteristiche, al pari dei migliori ricercatori. Il suo studio e l’attenta osservazione la portano alla creazione di un trattato di botanica e documentazione ancora preziosissima sulle cognizioni e sulle tecniche della medicina popolare del tempo. Ma la sua vera forza è la musica. Ildegarda di Bigen è la prima donna musicista della storia. Ha lasciato 155 monodie, cioè canti per voce sola, privi di qualsiasi accompagnamento musicale che si contrapponevano alla polifonia, strutturata su più voci e un basso continuo di fondo. Le musiche di Ildegarda non sono semplici canti. “La sinfonia delle vedove” e “l’Ordo virtutum”, contengono addirittura, in nuce, gli elementi dei Misteri, cioè gli spettacoli drammatici di carattere agiografico che di lì a poco avrebbero costituito il fulcro delle Sacre  Rappresentazioni medioevali. La Natività, la Passione, la Resurrezione, questi erano i soggetti prediletti, da allestire dapprima all’interno delle chiese, poi all’aperto sui sagrati delle chiese, soprattutto quando gli spettacoli accoglieranno elementi sempre più profani.

Ildegarda scrive le sue melodie e insegna alle monache benedettine di Bigen. Poi passa a quelle degli altri monasteri, sempre soggetti alla sua direzione. Cantare è pregare con l’anima, è la più alta forma di giubilio ed accessibile a tutti. La sua voce è rimbalzata da un secolo all’altro e ancora oggi l’industria discografica riscopre quelle melodie per ereditarle. Ildegarda occupa un posto di primo piano tra i grandi artefici del processo di purificazione cristiana. Ognuno può scegliere la propria strada, perché nessuna è migliore di un’altra, ma tutte sono importanti, tutte hanno valore anche quando al posto delle parole sono le note musicali a parlare. Ildegarda scrive che “tutta la creazione è una sinfonia di gioia e di giubilio”. Ildegarda per esprimere ciò  sceglie di disegnare una miniatura di nove cerchi e li fa corrispondere con i nove cori angelici: Angeli, Arcangeli, Virtù, Potestà, Principati, Dominazioni, Troni, Cherubini e Serafini. Colpisce il fatto che solo i due cerchi esterni portino figure di angeli alati, mentre gli altri sette cerchi raffigurano fattezze umane.

In verità anche i due cerchi esterni sono meno angelici di quello che ci aspetteremmo alla prima occhiata. Essa descrive il cerchio più esterno composto di “volti di uomini” ed il secondo di “facce di uomini in cui l’immagine del Figlio dell’Uomo risplende come riflessa in uno specchio”. Descrive poi questi due cerchi esterni come “due schiere di spiriti celestiali brillanti di grande splendore”. Questi circondano altre cinque “schiere poste a mo’ di quella successiva raffigura volti così splendenti che Ildegarda non li può guardare; la successiva ancora appare “come marmo bianco con torce accese sopra le loro teste”; quelli della schiera seguente portano elmetti sul capo; e gli appartenenti alla quinta cerchia seguente portano elmetti sul capo; e gli appartenenti alla quinta cerchia non sono affatto umani ma “rossi come il sorgere del sole”. Ildegarda chiama “corona” ognuna di queste “schiere”. Nel contesto della tradizione teologica medioevale della creazione, naturalmente, una corona ci ricorda la teologia della personalità regale, in modo in cui Dio, che è Re, chiamò la creazione ad essere “incoronata” di dignità e responsabilità.

In tal modo la creazione perdura, la giustizia è preservata, la creatività è assicurata. “Tu hai fatto gli uomini poco meno degli angeli e di gloria e di onore li hai incoronati” canta il Salmista (Salmi 8,6). Due altre schiere disposti a corona vengono descritte come costituenti i cerchi interni. Il primo era “pieno di occhi e di ali ed in ogni occhio appariva uno specchio e nello specchio appariva il volto di una persona”. E nel gruppo più interno le figure “bruciavano come se fossero di fuoco; avevano molte ali e rivelavano come in uno specchio tutti i distinti ordini della chiesa”. Che cosa vide fare Ildegarda a queste corone, queste schiere angeliche? Erano un coro, un coro che cantava, cantava le meraviglie che avvengono nel cuore umano. “Tutte queste schiere di spiriti celesti risuonavano di ogni genere di musica. Con voci stupefacenti glorificavano magnificamente Iddio per quei miracoli che Egli compie nelle anime benedette”. Tutti inneggiavano al dono divino della creazione. Ildegarda racconta: “ Udii una voce dal cielo che mi diceva: L’onnipotente ed ineffabile Iddio, che era prima di tutti i tempi ma lui stesso, è colui che ha formato ogni creatura in modo meraviglioso con la sua propria volontà”. Ildegarda qui ci fa dono di un’immagine indimenticabile tutta la creazione è rappresentata come interdipendente e celebrativa. Gli angeli e gli uomini si fondono, si mescolano, si scambiano. Alcuni angeli sono creati, ci dice, “perché possano aiutare gli esseri umani nel bisogno” ed altri affinché i misteri di Dio possano essere comunicati agli uomini. Tutti questi anelli benedetti di creature “gioiscono nella gioia della salvezza”, “esprimono le gioie più grandi con musica indescrivibile attraverso le opere di quelle meraviglie di cose celesti che Dio manifesta nei suoi santi”. Inoltre, ci invitano a ballare una “danza di esultanza”, alla quale possiamo unirci, tuttavia, se “scartiamo lontano l’ingiustizia” e scegliamo di agire con giustizia. In tal modo Ildegarda ci offre in questa ricca icona anche un quadro della compassione. La compassione, che ha essenzialmente a che fare con il legame reciproco, viene illustrata per mezzo del collegamento di angeli e uomini.

In un altro punto, Ildegarda sottolinea l’interdipendenza che caratterizza il nostro universo quando scrive : “Iddio ha sistemato tutte le cose del mondo in considerazione di tutto il resto”. E ancora, “tutto ciò che è nei cieli, sulla Terra, e sotto la Terra, è compenetrato di interconnessione, è compenetrato con l’essenza del reciproco rapporto”. Non c’è da stupirsi se gli angeli e gli uomini possono unirsi così facilmente in un coro unico. Nel delineare i significati di ognuno dei cerchi di creature angeliche, Ildegarda dice quanto segue: “La bellezza della razionalità”, dato che le ali delle figure simboleggiano i poteri intellettuali che emanano da Dio all’uomo; il cerchio successivo rivela i misteri di Dio e l’incarnazione del Figlio di Dio, e così qui viene simboleggiato il corpo. I successivi cinque cerchi stanno per i cinque sensi che dovrebbero essere regolati da corpo e anima, i due anelli più esterni dei poteri umani. La prima di queste cinque corone rappresenta le Virtù che “combattono con forza” e conducono le persone “ad esercitare molta forza per uno scopo buono di splendore e benedizione”.

Le Potestà sono quelle che brillano così tanto che nessuno le può guardare. Nessuna debolezza, né morte, né peccato possono “toccare la bellezza del potere di Dio… perché il potere di Dio è senza macchia”. I Principati, che reggono delle torce e sono fatti di marmo, rappresentano “coloro che per dono di Dio esistono come guide di uomini e donne nel loro tempo”. Devono imparare a “indossare la forza dell’equanimità”. Le Dominazioni ci dicono di imitare Dio e il Figlio di Dio fortificandoci “con un forte desiderio per le opere buone”. Le figure di colore rosso sono i Troni: non assomigliano affatto a forme umane perché sono così immersi nei “moltissimi misteri dei segreti a forme celesti che la debolezza umana non è in grado  di comprendere”. Essi sono di colore e della brillantezza del sorger del sole perché rappresentano la venuta dello Spirito Santo sopra Maria, la madre di Gesù. I due anelli interni illustrano prima i Cherubini che significano “la conoscenza di Dio” con i loro occhi e specchi di colore rosso, “ardenti come fuoco” è quello dei Serafini. Essi rappresentano “tutti i distinti ordini della chiesa” e “bruciano nell’amore di Dio e nutrono il più ardente desiderio della sua visione”. In essi “i segreti di Dio appaiono in maniera meravigliosa”. Ildegarda muore il 17 settembre 1179.

Don Marcello Stanzione
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Chiudete gli occhi e lasciatevi trasportare nel Medio Evo, dove una monaca benedettina, Ildegarda di Bingen, curava gli ammalati con le sue ricette a base di erbe e altre sostanze naturali.

Una vera scienziata, un personaggio eclettico ed affascinante che ha scritto libri di medicina, di botanica, di filosofia, di cosmologia, ha composto poesie e opere musicali, sempre animata da grande fervore mistico e da quella luce divina che, diceva, era dietro ogni sua intuizione.

Ispirati alle ricette di Ildegarda e alla sua grande esperienza di guaritrice, naturalista e medico “ante litteram”, i rimedi naturali Thesaura Naturae vi faranno scoprire che il benessere è un tesoro alla portata di tutti.

Alcuni prodotti sono rimasti fedeli alle ricette originali, altri sono stati attualizzati impiegando sostanze naturali con proprietà terapeutiche simili a quelle dei rimedi tramandati da Ildegarda.

Troverete prodotti adatti a curare molti malesseri che affliggono tuttora uomini e donne della nostra epoca. Individuate quelli di cui avete bisogno, senza dimenticare un elemento fondamentale per la guarigione: l’importanza di curare corpo e anima, come aspetti di un tutto indissolubile per ritrovare l’armonia e il benessere fisico.

La malattia è il risultato di uno squilibrio più profondo, che coinvolge l’intero organismo. Tutte le parti del corpo, sia nella salute che nella malattia, sono intimamente collegate tra di loro.

Adesso rilassatevi. State per entrare nell’Officina Medicamentaria, che vi farà provare la piacevole sensazione di essere in una vera bottega medievale.

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Le profezie di Santa Ildegarda

Picture“Uno dei musulmani rimasti si convertirà, diventerà prete, vescovo e poi cardinale, e quando verrà eletto il nuovo Papa questo cardinale ucciderà il Papa prima che sia incoronato, a causa della gelosia, perché lui stesso desidera essere Papa; allora quando gli altri cardinali eleggeranno il Papa successivo, questo cardinale si proclamerà anti-Papa e i due terzi dei cristiani lo seguiranno”. “…i cristiani tenteranno specialmente una resistenza armata [verso coloro che a quel tempo li perseguiteranno; N.d.R.], senza provare alcuna preoccupazione per la morte dei loro corpi.

Un vento potente si leverà nel nord per ordine divino portando una fitta nebbia e una polvere molto densa, infurierà contro di essi [i persecutori dei cristiani; N.d.R.] e gli riempirà le gole e gli occhi, così cesseranno la loro barbarie e saranno colti da grande stupore.

Allora fra il popolo cristiano il Buon Dio compirà segni e prodigi come li compì al tempo di Mosè, con la colonna di nube, e come Michele Arcangelo fece quando combatté i pagani in aiuto dei cristiani. Grazie all’aiuto di Michele, i fedeli figli di Dio marceranno sotto la sua protezione. Essi decimeranno i loro nemici e otterranno la vittoria attraverso la potenza di Dio… In conseguenza di ciò un gran numero di pagani si uniranno ai cristiani nella vera fede e diranno: «il Dio dei cristiani è il vero Dio perché opere davvero straordinarie sono state compiute fra i cristiani…»”.

“… Prima che la cometa arrivi, molte nazioni, tranne quelle buone, saranno flagellate da povertà e carestia…la grande nazione nell’oceano che è abitata da popoli di tribù e origini diverse sarà devastata da terremoti, uragani e inondazioni. Sarà divisa e, in gran parte, sommersa…”

“…La pace ritornerà nel mondo quando il Fiore Bianco prenderà nuovamente possesso del trono di Francia. Durante questo periodo di pace, alla gente sarà vietato portare armi, e il ferro sarà usato solo per costruire utensili per l’agricoltura e attrezzi. Durante questo periodo, anche la terra sarà molto produttiva e molti ebrei, pagani ed eretici entreranno nella Chiesa”.

“…gli ultimi tempi saranno più cattivi e corrotti agli occhi di Dio. I figli di Dio saranno perseguitati con mezzi estremamente odiosi agli occhi di Dio. Il Trono dell’ultimo Impero Cattolico Romano crollerà, e lo scettro cadrà dalla mano tremante di colui che siede sul trono [a quel tempo il Grande Monarca sarà probabilmente molto vecchio; N.d.R.]. Da quel momento cesserà ogni giustizia, o sarà calpestata”.

“…Subito prima dell’Anticristo ci saranno fame e terremoti…”

“Nel periodo in cui l’Anticristo nascerà, ci saranno molte guerre e il giusto ordine sarà distrutto sulla terra. L’eresia dilagherà e gli eretici predicheranno i loro errori apertamente e senza ritegno. Persino fra i cristiani ci saranno dubbi e scetticismo a proposito delle credenze del cattolicesimo”.

“Dopo la nascita dell’Anticristo gli eretici predicheranno le loro false dottrine indisturbati, col risultato che i cristiani avranno dubbi sulla loro santa Fede cattolica.

Verso la fine del mondo l’umanità sarà purificata per mezzo delle sofferenze. Ciò sarà vero soprattutto per il clero, che sarà derubato di tutte le sue proprietà”.

“Enoc ed Elia saranno istruiti da Dio nella maniera più segreta in Paradiso. Dio rivela loro le azioni e la condizione degli uomini così che essi possano guardarli con occhi compassionevoli. Grazie a questa particolare preparazione, questi due santi uomini sono più saggi di tutti i saggi della terra messi assieme. Dio affiderà loro il compito di opporsi all’Anticristo e di andare in aiuto di coloro che sono stati sviati dal cammino della salvezza. Entrambi diranno alla gente: «Questo individuo maledetto è stato mandato dal diavolo per sviare gli uomini e indurli nell’errore; Dio ci ha tenuti in un luogo nascosto dove non abbiamo sperimentato le pene degli uomini, ma Dio ora ci ha mandati per combattere le eresie di questo figlio della perdizione».

Essi si recheranno in tutte le città e i villaggi dove in precedenza l’Anticristo aveva diffuso le sue eresie, e attraverso la potenza dello Spirito Santo faranno meravigliosi miracoli, tanto che tutte le nazioni ne rimarranno grandemente stupite. Come se fosse una festa di matrimonio, i cristiani andranno verso la morte per martirio che il figlio della perdizione avrà preparato per loro, in un numero tale che quegli assassini non saranno neanche in grado di contarne i cadaveri, allora il sangue di questi martiri riempirà i fiumi.”

“Mio Figlio [qui parla Dio Padre] è venuto al mondo quando la giornata della durata dei tempi era nel momento che corrisponde all’intervallo fra l’ora nona e quella dei vespri [fra le tre e le sei del pomeriggio] […]. In una parola, Mio Figlio è apparso nel mondo dopo le prime cinque epoche, quando il mondo era già quasi verso il suo declino.

Il figlio della perdizione [l’Anticristo], che regnerà per pochissimo tempo, verrà alla fine della giornata della durata del mondo, nel tempo corrispondente a quel momento in cui il sole è già scomparso dall’orizzonte, ovverosia verrà negli ultimi giorni.

Questa rivelazione, o miei fedeli servitori, merita la vostra attenzione. È vostro dovere cercare di comprenderla bene, affinché il grande seduttore non vi trascini nella perdizione, per così dire, senza che voi lo sappiate. Armatevi in anticipo e preparatevi al più temibile di tutti i combattimenti.

Dopo avere trascorso una giovinezza licenziosa in mezzo a uomini molto perversi e in un deserto dove ella sarà stata condotta da un demonio travestito da angelo di luce, la madre del figlio della perdizione lo concepirà e lo darà alla luce senza conoscerne il padre […]

Il figlio della perdizione è questa bestia [così l’Anticristo viene rappresentato nell’Apocalisse] molto cattiva che farà morire quelli che si rifiuteranno di credere in lui; che si assocerà i re, i principi, i grandi e i ricchi; che disprezzerà l’umiltà ed avrà stima solo per l’orgoglio; che infine soggiogherà l’intero universo con mezzi diabolici.

Sembrerà che egli agiti l’aria, che faccia discendere il fuoco dal cielo, produrre dei lampi, il tuono e la grandine, rovesciare le montagne, seccare i fiumi, spogliare il verde degli alberi, delle foreste e renderglielo in seguito. Sembrerà pure che egli faccia ammalare gli uomini, che guarisca gli infermi, che cacci i demoni, e talvolta resusciti i morti, facendo in modo che un cadavere si muova come se fosse in vita. Tuttavia questa specie di risurrezione non durerà mai più di un’ora, perchè la gloria di Dio non ne soffra.

Conquisterà molte persone dicendo loro: «Voi potete fare tutto ciò che vi piace; rinunciate ai digiuni; è sufficiente che voi mi amiate, che sono il vostro Dio».

Mostrerà loro dei tesori e delle ricchezze e permetterà che essi si abbandonino ad ogni specie di festini, come essi li vorranno. Li obbligherà a praticare la circoncisione e parecchie osservanze giudaiche, dicendo loro: «Colui che crederà in me riceverà il perdono dei suoi peccati e vivrà con me eternamente».

Respingerà il battesimo ed il Vangelo e deriderà tutti i precetti che la Chiesa ha dato agli uomini per conto Mio.

Poi dirà ai suoi partigiani: «Colpitemi con un gladio, e mettete il mio corpo in un lenzuolo pulito fino al giorno della mia resurrezione».

Si crederà di avergli realmente procurato la morte e, da parte sua, egli farà finta di risuscitare, dopo di che […] egli comanderà ai suoi servitori di adorarlo. Quelli che, per amore del Mio Nome, rifiuteranno di rendere questa adorazione sacrilega al figlio della perdizione, egli li farà morire in mezzo ai più grandi tormenti.

Ma Io invierò i Miei due testimoni, Enoch ed Elia, che ho riservato per quel tempo. La loro missione sarà di combattere quest’uomo del male, e di ricondurre nella via della verità quelli che egli avrà sedotto. Essi avranno la virtù di operare i miracoli più strepitosi in tutti i luoghi nei quali il figlio della perdizione avrà diffuso le sue cattive dottrine. Permetterò che questo malvagio li faccia morire, ma darò loro in Cielo la ricompensa per le loro opere.

Quando il figlio della perdizione avrà compiuto tutti questi progetti, egli radunerà i suoi credenti e dirà loro che egli vuole salire in cielo. Nel momento stesso di questa ascensione, un colpo di fulmine lo abbatterà e lo farà morire.

La montagna dove egli si sarà stabilito per operare la sua ascensione, sarà immediatamente coperta da una nube che diffonderà una corruzione insopportabile e veramente infernale; cosa che, alla vista del suo cadavere coperto di putredine, aprirà gli occhi ad un gran numero di persone facendogli riconoscere il loro miserabile errore.

Dopo la triste sconfitta del figlio della perdizione, la sposa di Mio Figlio, che è la Chiesa, brillerà di una gloria senza eguali e le vittime dell’errore si affretteranno a rientrare nell’ovile.

Quanto a sapere in quale giorno, dopo la caduta dell’Anticristo, il mondo dovrà finire, l’uomo non deve cercare di conoscerlo: non potrebbe riuscirci. Il Padre se n’è riservato il segreto.

O uomini, preparatevi al giudizio”.

Fonti:

“Catholic Prophecy”, Yves Dupont, Tan Books;
“The Prophets And Our Times”, Padre Gerald Culleton, Tan Books;
“The Thunder Of Justice”, Ted and Maureen Flynn, MaxKol Communications, Inc; sito Web MaxKol;
“Trial, Tribulation and Triumph”, Desmond A. Birch, Queenship Publishing;
“The Christian Trumpet”, Padre Pellegrino; Thos B. Noonan & Co., Boston USA 1873;
“Voix prophétiques”, Abbé J. M. Curicque, Editions Palmé, 3ª edizione, 1872.

A cura di Profezie per il Terzo Millennio – giugno 2003; ultimo aggiornamento: marzo 2008.

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Le gaffe di Le Goff. Dal Medioevo “superstizioso” alla superstizione dei medievisti. Un dialogo

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<<Dopo il Medioevo inventato da Voltaire, abbiamo oggi il Medioevo inventato da Le Goff>>

Dialoghi storiografici

del Mastino con Francesco Mastromatteo

***

Banalità e sclerosi, orgoglio e pregiudizio. Qualche merito

MASTINO:

Mastino

Mastino

Tu sai che io studio parecchio la roba medievale e tuttavia i miei studi accademici partono dall’età Moderna: ragion per cui sai anche che in teoria sarei un “ignorante” in medievalistica: salvo le questioni di Ordini religiosi, storia dell’igiene, medicina, costume e alimentazione, non so quasi una beata mazza. Ebbene, persino uno così, un dilettante di medievistica, strabuzzando gli occhi si è reso conto che per fin troppe cose, riguardanti il sacro medievale specialmente, ce n’era uno finanche peggiore: Jacques Le Goff! Il quale spara certe castronerie talmente clamorose nella loro superficialità che persino io sono stato in grado di smontarle nell’arco di 15 minuti esatti. Eppure costui ha fama di essere un “grande” medievista, persino il “più grande”: ma forse forse scambiano la parola “grande” con competente? Forse intendono dire “grande” quanto a vendite? O è solo “grande” in quanto capo dei baroni universitari di materie storiche di Francia? Ecco, ho il sospetto che non sia affatto “grande”: sia semplicemente “potente”. O che tu dici?

MASTROMATTEO:

Mastromatteo

Mastromatteo

Leggendo l’intervista rilasciata da Le Goff a Repubblica nel giorno di San Francesco, in cui il Nostro tira fuori il più stantio e superato armamentario ideologico sul santo pauperista e rivoluzionario, a cui dovrebbe ispirarsi l’attuale Papa per “rinnovare” la Chiesa (sempre all’insegna di categorie politiche e sociali mondane, s’intende: e per fortuna che il Papa ha detto tutt’altro ad Assisi…), devo ammettere che anche io le ho trovate sconfortanti nella loro banalità.

Ma prima di affrontare la questione delle coordinate ideali e politiche dello storico francese, vorrei fare una considerazione di ordine generale, applicabile non solo a Le Goff ma a tutti i “grandi” studiosi e intellettuali, di qualsivoglia corrente: i cosiddetti maestri, prima o poi, tendono a diventare tromboneschi e autoreferenziali. Io che pure ho avuto delle guide che considero tuttora fondamentali per la mia formazione, sia nella scuola che nella vita, sono giunto conclusione che prima o poi vanno tutti messi in discussione, anzi traditi, e che evangelicamente, di Maestro ce n’è uno solo. Questo vale nel campo scientifico e soprattutto quello storico, in cui sappiamo bene che qualsiasi tesi, anche la più affascinante, è destinata presto o tardi a essere messa in discussione da nuovi studi e nuove metodologie.

A ciò, molto più prosaicamente, si aggiungono fattori umani, troppo umani: l’aver conseguito rendite di posizione, l’età, lo sclerotizzarsi, come dicevo, su posizioni che non reggono alla luce di nuovi studi, ma il non volerlo ammettere, per orgoglio o mancanza di lucidità. Al netto di tutto ciò, io penso che comunque nel panorama contemporaneo Le Goff resti un grande studioso (magari più per i problemi che ha aperto che non per le risposte date), se non altro per aver saputo attualizzare l’insegnamento della scuola delle Annales, senza la quale, con tutti i suoi limiti e aspetti discutibili, non ci sarebbe stata tutta la medievistica attuale, ovvero quella che ha ampiamente messo in discussione, se non proprio demolito, la “leggenda nera” di origine umanistico-luterano-illuminista dei “secoli bui” oscurantisti e retrogradi.

Dalla storia come storia di grandi, a quella di tutti. Un bene per la storia cattolica

Le Goff, nel suo studio

Le Goff, nel suo studio

MASTINO:

Tu, studioso di medievistica, amico infinitamente caro, mi hai dato il grande dispiacere di fare una riverente tesi di laurea nientemeno che su Le Goff. Perché l’hai fatto? Che morale finale ne traiamo dalla tua tesi?

MASTROMATTEO:

Se è per questo io sono cresciuto culturalmente in un due atenei, quello di Bari e quello di Siena, abbastanza rossi da sempre… anche se la tesi su Le Goff l’ho fatta con un cattolico, anzi un sacerdote, don Cosimo Damiano Fonseca, illustre studioso della civiltà rupestre e accademico dei Lincei.

La mia tesi era sul Medioevo visto da Le Goff nei suoi molteplici aspetti politici, culturali, economici, come “incubatrice” delle radici dell’identità europea, un tema che in quel periodo teneva banco nella discussione politica e culturale, in merito alla opportunità o meno di menzionare le radici cristiane nella nascente costituzione europea. Tema sul quale Le Goff, al termine di uno dei saggi che utilizzai per la mia tesi, dopo aver analizzato l’influenza del cristianesimo sulle istituzioni politiche e sociali, sulla cultura, sull’economia e sulla mentalità dell’uomo dell’Età di Mezzo, da perfetto francese afferma che l’Europa di oggi, (con riferimento proprio alla menzione delle radici nella costituzione), non deve essere cristiana, ma laica, fatta salva l’importanza storica delle suddette radici.

In questa affermazione (che potremmo rovesciare dicendo che, preso atto della sua innegabile, sostanziale laicità odierna, l’Europa storicamente non può non dirsi cristiana) c’è un po’ la cifra di tutta la filosofia di Le Goff e della scuola da cui proviene. L’École delle Annales, fondata nel 1929 dagli storici Marc Bloch e Lucien Febvre, a cui poi si aggiunse Henri Pirenne, rivoluzionò il modo di fare storia, che fino ad allora era stata concepita essenzialmente come “histoire événementielle”, vale a dire come storia dei grandi personaggi e dei grandi avvenimenti istituzionali: come se nei secoli del Medioevo fossero esistiti solo re, papi, feudatari, guerre e accordi politici. Questi studiosi francesi, la cui ricerca storica comincia così a occuparsi, con l’aiuto di altre scienze, come la geografia, l’archeologia, la sociologia, l’antropologia, la numismatica, lo studio dei fossili, ecc… anche dei protagonisti “anonimi” della storia: popolani, contadini, donne, bambini. Cerca di ricostruire la loro vita quotidiana, capire cosa mangiassero, come si vestissero, quale fosse la loro mentalità.

libro28_legoff_uomomedievaleUna rivoluzione scientifica senza la quale non ci sarebbero stati quei filoni di studio a te tanto cari, come la storia dell’alimentazione, o dei riti funebri… tu mi chiederai: che c’entra tutto questo con la Chiesa e la religione? Moltissimo, perché le menzogne anticattoliche non riguardano soltanto l’aspetto istituzionale o meramente teologico del Medioevo. Pensiamo alla provvidenziale opera della Chiesa nel campo della regolazione dei conflitti e della violenza feudale, dell’assistenza ospedaliera, dell’innovazione tecnologica in campo agricolo, ma non solo, apportata dal monachesimo (per tacere di quella più nota in campo culturale), o la rivalutazione del ruolo femminile e dell’infanzia… tutti aspetti della storia materiale, quotidiana, della mentalità, che sono venuti maggiormente alla luce grazie a questa nuova impostazione storiografica.

E’ quello tra fede cattolica e storiografia medievistica contemporanea, secondo me, un rapporto di odio e amore reciproci e tra loro insolubili: la prima non può fare a meno della seconda per impostare una battaglia apologetica e di contro-storia che abbia seri fondamenti culturali e scientifici; ma deve costantemente guardarsi dal suo sostanziale anticlericalismo, quando non anticattolicesimo. La seconda, pur essendo geneticamente giacobina e marxista, si rende conto, anche quando non vuole ammetterlo, che senza cristianesimo e senza Chiesa non sarebbe esistita nemmeno la civiltà oggetto dei suoi studi (e di conseguenza, aggiungo io, la civiltà tout court). E’ un’ambivalenza costante, che in Le Goff riemerge spesso, con affermazioni e tesi di stampo marcatamente volterriano-comunista, anche superate dalla storiografia laica più recente, insieme a imprevedibili aperture e riconoscimenti verso la benefica opera culturale e sociale che la Chiesa ha svolto nel corso della storia.

E Le Goff rimaneva incantato davanti le liturgie preconciliari

MASTINO:

Ma Le Goff a quali circoli fa riferimento? Massoni? sinistra? pagani…. Inquadriamolo ideologicamente e socialmente. E ancora: è anticattolico? anticlericale? o semplicemente antireligioso? A che si deve questa sua proterva diuturna mai doma smania di deformare anche il Medioevo pur di dir male della Chiesa Cattolica? Cui prodest? In Francia, nelle università di Francia e d’Europa Dio è morto, allora perché infierire su un morto? Perché sparare sulla croce rossa?

MASTROMATTEO:

Le Goff, che è di Tolone, nelle sue memorie dice di essere cresciuto in una famiglia “bipartisan”: madre (di origine italiana) cattolica e molto devota, padre anticlericale, anzi, specifica lui, addirittura antireligioso. A 15 anni, durante una gita a Tolosa, il futuro storico visita Saint-Sernin, la più grande chiesa romanica della Francia, e rimane profondamente commosso: si chiede da dove venga quella bellezza, chi siano gli uomini che l’hanno costruita. Nasce così, dall’incontro con una testimonianza materiale della civiltà cristiana medievale, la sua passione per la storia.

download (2)Di certo l’influenza materna deve essere stata forte per molto tempo: quando si impegna politicamente contro l’antisemitismo (che, non lo dimentichiamo, in Francia è sempre stato virulento, e anche in ambienti non sospettabili di simpatie reazionarie, anzi!, basti pensare al caso Dreyfus), la madre si preoccupa che non si tratti di ambienti massonici e anticlericali, e lo manda a parlare con l’arciprete della cattedrale.

Tuttavia, il giovane Le Goff più che nutrire un sentimento religioso profondo e consapevole, subisce il fascino “estetico” del cattolicesimo, che, scrive, “si esprimeva nella forma post-tridentina del Midi. Il Concilio Vaticano II, la rivoluzione degli anni ’60-’70, hanno relegato tutto ciò in un altro mondo. Coloro che sono nati negli anni ’50 ne hanno solo un’idea vaga. Per le generazioni posteriori al 1960, è arabo”. Per quelle cerimonie, Le Goff provava “distanza, ma non estraneità: osservavo le antiche liturgie senza aderire ai gesti o all’emozione”.

Una figura che certamente ha avuto un grande ascendente su di lui è stato il suo primo maestro, Henri Michel, agnostico e socialista che, scrive, parlava però molto bene della Chiesa, cosa che mi sedusse in quanto ero un bambino cattolico praticante. Fin dall’inizio Michel aveva dato il la: “nel Medioevo la Chiesa domina su tutto”. La mia devozione di allora, certo relativa e tuttavia sincera, ne era rimasta sedotta».

images (3)Credo che questo dualismo presente fin dalla sua infanzia lo abbia influenzato in modo contrastante per tutta la vita, anche se dall’entusiasmo per la vittoria del Fronte Popolare del ’36, fino alla sua adesione alla Scuola delle Annales, di impostazione marxista, passando per la partecipazione alla Resistenza, la vicenda politica di Le Goff è quella di un agnostico impegnato nella militanza di sinistra. Un agnostico che pure rende omaggio ai “numerosi cristiani impegnati, laici o preti, che sostennero me e la mia attività, indicandomi o aprendomi delle vie di ricerca”, però, specifica, “senza mai volermi influenzare, imporre il loro punto di vista e la loro esperienza interiore”. Un po’ come Scalfari con il Papa, mi verrebbe da dire: dialoghiamo, ma non cercare di convertirmi, anzi magari sono io che converto te al laicismo o al marxismo… in Francia non c’è bisogno di essere strettamente massoni per pensarla in questo modo: la laïcité”, intesa nel senso giacobino, la succhiano con il latte materno, anche quando la mamma è cattolica…

Il mito della Rivoluzione Francese: dalla superstizione al dogma storiografico

Le Goff, alla sua scrivania, in un'immagine recente, alla soglia dei 90 anni

Le Goff, alla sua scrivania, intervistato, in un’immagine recente, alla soglia dei 90 anni

MASTINO:

A un certo punto Le Goff – mi raccontasti una volta – dice la cosa più proibita a uno storico, la cui unica dea deve essere la libertà di ricerca e dunque la mancanza di barriere ideologiche negli studi (è un’utopia, lo so!): «Signori, parlate di tutto, ma non toccate la mia Rivoluzione Francese». Capirai, come dire non toccatemi il pisellino perché è mio e lo gestisco io. Ma che significa una simile assurdità? Che facciamo, prendiamo un’intera epoca storica e la dichiariamo a al di là del bene e del male? Cos’è questo se non usare la storia come ideologia?, prelevarne delle particole e elevarle sulle altre come fosse il Sacramento? Cos’è se non fare della storia teologia e di una fazione politica mistica? Poi dice era il Medioevo che…

MASTROMATTEO:

Collegandomi al discorso di prima, sottolineerei proprio questo “dogma” ideologico e politico che è alla base di un certo modo di pensare tipico della Francia. In quel paese, a parte i monarchici legittimisti e i cattolici tradizionalisti (“ultramontanisti” come sono stati definiti), nessuno, dall’estrema sinistra maoista all’estrema destra di Le Pen si è mai sognato di mettere in discussione il mito fondante della République, la “gloriosa” Rivoluzione Francese, specie nella sua declinazione giacobina. Quando alcuni storici controcorrente, come Pierre Chaunu, in occasione del bicentenario della Rivoluzione provarono a metterne in discussione il mito oleografico, iniziando a parlare di alcune pagine oscure di quella vicenda storica come lo sterminio dei Vandeani cattolici e monarchici, scatenarono polemiche e dibattiti paragonabili a quelli che avvengono qui quando qualcuno osa criticare la Resistenza e l’antifascismo. (Da questo punto di vista riteniamoci fortunati: mentre da noi non si può ancora discutere la storia di 70 anni fa, in Francia le diatribe sono rimaste ancora al 1789…).

copEcco, Le Goff è figlio di questa cultura, mediata dalla cultura marxista, che lo ha portato per esempio ed elogiare il Medioevo per una cosa di cui, una volta tanto, non è colpevole, ovvero per aver gettato le basi di quello che, come dicevamo, è il caposaldo di tutti i giacobini francesi: la laicità dello Stato. Ora, si può senz’altro dire che il cristianesimo cattolico, al contrario dell’Islam, ma anche dell’ortodossia, abbia sempre distinto nettamente potere religioso e potere politico secolare, e che proprio in quei secoli si sviluppa una dialettica molto aspra tra Papato e Impero prima, e Papato e regni nazionali dopo (guardacaso, specie con la Francia di Filippo il Bello…); ma questa distinzione non ha niente a che fare ovviamente con la separazione laicista moderna, quella che recentemente ha portato la “figlia primogenita della Chiesa” ad approvare sotto il governo socialista di Hollande, tanto caro a Le Goff, i matrimoni omosessuali.

Siamo di fronte a un chiaro esempio di lettura ideologica della storia, il che non deve scandalizzare visto che ciascuno interpreta i fenomeni partendo dalla sua impostazione culturale, e l’obbiettività pura in storiografia non può esistere, una lettura di cui però vanno evidenziati tutti i limiti, specie quando maneggia – con scarsa cura – temi delicati come la teologia, che sarebbe il vertice della conoscenza: non è roba da chicchessia, insomma.

Il nome della… cosa

MASTINO:

Una volta Messori ha scritto che Le Goff è tra i “santoni” della medievalistica laicista, ma non è nuovo alle gaffes: «La più clamorosa è quella della consulenza storica per la trascrizione cinematografica de Il nome della rosa di Umberto Eco. Il quale, imbarazzato, ha dovuto ammettere che il “suo” Medio Evo, quello del libro, era storicamente più accurato di quello ricostruito in immagini con il consiglio “scientifico” di questo ossequiatissimo professore francese». Anche un originale medievista italiano, Marco Tangheroni, se ricordi, smontò pezzo pezzo quella ricostruzione: neppure una pignatta, una brocca, nulla si salvò dal radar di precisione di Tangheroni; pure la ricostruzione delle suppellettili (e qui potrei dire la mia, essendone esperto) era sbagliata. Come la mettiamo adesso?… che facesti la tesi sul “grande storico” e che in realtà l’hai fatta su un gran ciarlatano?