CLAMOROSA DICHIARAZIONE DI ALI AGCA ALLA TV TURCA:“IL VATICANO MI ORDINÒ DI SPARARE A GIOVANNI PAOLO II”

Posted By On 25 set 2013

Opus Dei, Ior e la mafia di Faenza, forse stavolta Agca dice il vero

Alì Agca fa un’affermazione nuova e incredibile ( per chi non conosce bene tutti i retroscena) ” L’attentato al Papa polacco è stato ordito all’interno del Vaticano dal cardinal Casaroli ( allora segretario primo ministro della Città del Vaticano”.
Di tutte le affermazioni rilasciate nel corso di questi trent’anni dal turco, questa è sicuramente quella che più si avvicina alla verità, per il motivo che si incastra perfettamente nel periodo storico e morale di quei giorni in Piazza San Pietro, vediamo il perchè.
Partiamo dalla figura di Agostino Casaroli, sacerdote di umili origini, fu nominato vescovo da Paolo VI e ordinato cardinale da Giovanni Paolo II. Ricoprì la carica di segretario di stato dal 1979 al 1990, dunque in un periodo storico molto particolare.
Di lui si occupa (settembre 1978) la rivista «OP Osservatore Politico» del giornalista Mino Pecorelli, affiliato alla loggia massonica P2,quando appare una lista di centododici presunti “massoni vaticani”. Abbiamo a che fare con cardinali, vescovi, prelati, sacerdoti, professori di accademie pontificie e impiegati della Santa Sede, segnalati con la loro sigla di affiliati e l’anno di iscrizione, a cominciare dal presidente dello IOR Paul Marcinkus (iscritto dal 21 agosto 1967, Matricola 43/649). Al suo fianco si distinguono i cardinali Jean-Marie Villot, segretario di Stato della Santa Sede (iscritto dal 1966, Matricola 04 1/3) e Agostino Casaroli, ministro degli Esteri della Santa Sede (iscritto dal 1957, Matricola 41/076)…. Più particolarmente in Vaticano si fronteggiano due fazioni contrapposte: una, massonico-moderata, denominata “Mafia di Faenza”, che fa capo ad Agostino Casaroli, Achille Silvestrini e Pio Laghi; l’altra, integralista, che fa capo a Paul Marcinkus e monsignor Luigi Cheli, membri dell’Opus Dei”.
Nonostante la presenza di una lista massonica Vaticana ( contraria ai fondamenti religiosi) venga giudicata verosimile anche da ambienti vicini a Wojtyla, i quali ne sconsigliano l’ordinamento a cardinale, il pontefice si impunta e lo fa comunque cardinale.Ricordiamo che l’ordinamento a Vescovo è stato voluta da Paolo VI, sul quale pesa un pesante sospetto di essere a sua volta massone ( come già raccontato in questo blog) basti pensare che il venerabile Licio era ammesso agli appartamenti papali.

In quel particolare momento scoppia lo scandalo dello IOR e del Banco Ambrosiano vediamo cosa stava succedendo:
Proprio nel periodo della convalescenza di papa Wojtyla, le due opposte fazioni curiali si misero d’accordo per commissariare la Compagnia di Gesù, verso la quale nutrivano entrambe una forte ostilità.

Pochi giorni prima che Wojtyla tornasse in Vaticano, il 29 settembre, la Santa Sede diramò una notizia stupefacente: il presidente della banca vaticana, monsignor Marcinkus, era stato nominato dal Papa convalescente anche pro­presidente della Pontificia commissione per lo Stato della Città del Vaticano; il capo dello IOR e neo-governatore dello Stato vaticano, inoltre, era stato promosso al rango di arcivescovo, in attesa di ricevere la porpora.

La notizia della nuova carica cumulata da Marcinkus (il quale in pratica era divenuto il capo assoluto di tutte le finanze vaticane) suscitò sconcerto nella stessa Curia, soprattutto nel Segretario di Stato il cardinale Casaroli, da tempo ai ferri corti con Marcinkus. A causa di Solidarnosc Wojtyla non poteva fare a meno di Marcinkus: in particolare si dovevano assicurare ingenti finanziamenti alla leadership moderata di Walesa.

La fazione opusiana appoggiava fortemente il sostegno papale a Solidarnosc: per questo accettava che le finanze vaticane restassero nelle mani di monsignor Marcinkus, e che l’arcivescovo americano si facesse carico dei rischiosi finanziamenti segreti a Walesa. Da notare che l’entourage più stretto di Wojtyla era convinto che l’attentato fosse collegato alla sua decisione di elevare l’Opus Dei a Prelatura personale. Tanto che egli accettò una “speciale protezione” opusiana, nella persona del capitano della Guardia svizzera Alois Estermann, nuova guardia del corpo del Pontefice ( e conosciamo la faccenda dell’omicidio-suicidio che l’ha visto coinvolto).

Quando in Polonia il governo comunista di Jaruzelski impose lo stato d’assedio per scongiurare l’invasione sovietica e la guerra civile, in Vaticano il cardinale Casaroli, insieme a molti curiali, riteneva il Sommo Pontefice corresponsabile della tragedia polacca, gravida di incognite ben più sanguinose. Si temeva, sopra ogni altra cosa, che emergessero i finanziamenti vaticani a Solidarnosc, e che il sindacato-partito cattolico voluto e sostenuto da Giovanni Paolo II a quel punto sfuggisse al controllo politico papale imboccando la strada dell’insurrezione.

Anche la Loggia P2 – in dissenso dalla fazione massonico-curiale, a maggioranza fautrice dell’Ostpolitik – approvava i finanziamenti “anticomunisti” a Solidarnosc. Al punto che persino una parte dei 7 milioni di dollari fatti affluire nel biennio 1980-81 dalla P2 – tramite l’Ambrosiano – sul conto svizzero “Protezione” a beneficio del politico italiano Bettino Craxi, venne utilizzata per aiuti a Solidarnosc.

Nel dicembre 1981 il finanziere Carlo De Benedetti, da pochi giorni vicepresidente e azionista dell’Ambrosiano (il 18 novembre aveva acquistato per 50 miliardi il 2 per cento del Banco), tentò di appurare con precisione quali rapporti legassero la banca di Calvi e la P2 alla banca del Papa, ma non ottenendo da Calvi alcuna risposta, pretese d’incontrare a Roma, per chiarimenti definitivi, monsignor Achille Silvestrini della Segreteria di Stato vaticana. Il successivo 22 gennaio 1982 De Benedetti, sottoposto a pressioni e minacce, lasciò il Banco Ambrosiano cedendo la propria quota del 2 per cento allo stesso Calvi, per una somma che procurerà al finanziere l’accusa di concorso in bancarotta fraudolenta e una vicenda giudiziaria lunga e tortuosa conclusasi con l’assoluzione.

Con il divenire dello scandalo IOR-Calvi-Ambrosiano, la figura di Marcinkus si faceva sempre più ingombrante per la fazione massonico-curiale, proprio mentre il potere del presidente della banca papale, nominato anche governatore dello Stato vaticano, era aumentato a dismisura. Il cardinale Casaroli intendeva recidere i legami IOR-Ambrosiano mediante una trattativa diplomatica e una transazione finanziaria; monsignor Marcinkus era assolutamente contrario a una simile eventualità, ritenendo che la Santa Sede dovesse limitarsi a negare qualunque responsabilità dello IOR nell’imminente bancarotta dell’Ambrosiano.

Gli echi del contrasto Casaroli-Marcinkus finiranno nelle memorie del massone Francesco Pazienza. L’agente-collaboratore del servizio segreto militare italiano racconterà di essere stato mandato in Vaticano dal capo del Sismi, il generale massone della P2 Giuseppe Santovito, su richiesta della Segreteria di Stato vaticana, per incontrare il braccio destro del cardinale Casaroli, monsignor Pier Luigi Celata, il quale pretendeva la rimozione di Marcinkus dallo IOR, anche per attenuare il potere politico dello stesso Wojtyla sulla curia vaticana. Wojtyla, fin dalle sue prime mosse, dal punto di vista “politico” aveva lasciato intuire, contro la linea diplomatica di Casaroli, che il Vaticano sarebbe andato nella direzione di una linea dura, di scontro frontale con Mosca e i Paesi satelliti.

Quando Pazienza lascia il Sismi per diventare consulente personale di Calvi, su richiesta di quest’ultimo, il motivo di questa collaborazione era il tentativo di coinvolgere l’Opus Dei nell’azionariato del Banco Ambrosiano, facendo pervenire al cardinale Palazzini proposte, documenti e “confidenze” sulle connessioni segrete fra lo IOR e l’Ambrosiano. In pratica, Calvi proponeva alla fazione opusiana di estromettere monsignor Marcinkus dalla presidenza dello IOR, di affidare la banca papale a un fiduciario dell’Opus Dei, e di far rilevare dallo IOR una quota societaria del 10 per cento del Banco Ambrosiano per 1.200 milioni di dollari.

A febbraio del 1982 il cardinale Palazzini diede risposta negativa. Il cardinale Casaroli, interessato a impedire che l’Opus Dei, così ostile ai sovietici e tanto amica dei polacchi di Solidarnosc, non voleva ch’essa mettesse le mani sullo IOR-Banco Ambrosiano. Il Papa la pensava come il cardinale Palazzini, però non voleva problemi con il suo segretario di Stato e men che meno con la fazione massonico-curiale.

Il 30 maggio Roberto Calvi rivolse un estremo appello al cardinale Palazzini perché lo si facesse uscire da una situazione che lo portava alla bancarotta, chiedendo di poter parlare con Wojtyla.

Così Calvi scrisse a papa Wojtyla il 5 giugno 1982: “Santità sono stato io ad addossarmi il pesante fardello degli errori nonché delle colpe commesse dagli attuali e precedenti rappresentanti dello Ior, comprese le malefatte di Sindona…; sono stato io che, su preciso incarico dei Suoi autorevoli rappresentanti, ho disposto cospicui finanziamenti in favore di molti Paesi e associazioni politico-religiose dell’Est e dell’Ovest…; sono stato io in tutto il Centro-Sudamerica che ho coordinato la creazione di numerose entità bancarie, soprattutto allo scopo di contrastare la penetrazione e l’espandersi di ideologie filomarxiste; e sono io infine che oggi vengo tradito e abbandonato…“ (citato in Ferruccio Pinotti, Poteri forti, Bur, 2005). Calvi si riferiva ai finanziamenti di alcuni regimi fascisti (Pinochet, Somoza…) e al fatto che aveva contribuito enormemente a distruggere la linea dell’Ostpolitik dell’ala di Casaroli.

Wojtyla il 6 giugno s’incontra invece con Reagan per stabilire ulteriori aiuti al sindacato Solidarnosc, i cui leader erano in carcere. Monsignor Marcinkus si occupa di convogliare al sindacato clandestino anche i finanziamenti Usa, che si appaiavano ai fondi IOR-Ambrosiano. Dell’accordo Wojtyla-Reagan vennero tenuti all’oscuro sia la Segreteria di Stato vaticana, sia il Dipartimento di Stato americano.

Il 12 giugno 1982 Roberto Calvi lascio l’Italia. Quarantottto ore dopo monsignor Marcinkus firmò una lettera di dimissioni dal Consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano Overseas di Nassau.

Il 16 giugno il direttore generale dell’Ambrosiano, Roberto Rosone, si recò in Vaticano, presso la sede dello IOR, avendo saputo che il Banco Ambrosiano Andino aveva elargito grossi finanziamenti allo IOR, ovvero a società ad esso facenti capo e che erano stati garantiti con una serie di pacchetti azionari di ottima immagine, tra cui il 10 per cento circa di azioni del Banco Ambrosiano (circa 5 milioni e 300 mila azioni). Il credito complessivo del Banco Andino si aggirava su un miliardo e 300 milioni circa di dollari Usa. Calvi era convinto di aver trovato finalmente un aiuto concreto.

I responsabili dello IOR erano favorevoli a fare una sorta di transazione, ossia a restituire il puro capitale, senza interesse alcuno. Ma il 17 giugno le autorità monetarie italiane deliberarono la liquidazione coatta del Banco Ambrosiano, che crolla in borsa.

Calvi intanto riceve una lettera da Licio Gelli, il capo della P2, che gli conferma che Finetti e Seigenthaler, indicati come cassieri romani dell’Opus Dei, si stavano occupando per salvare l’Ambrosiano dalla bancarotta.

Calvi si era recato a Londra per ottenere un pacchetto finanziario di salvataggio proveniente dall’Opus Dei (che proprio in quella città aveva il suo quartier generale), ma l’Opus Dei, in cambio dell’aiuto, chiedeva precisi poteri politici in Vaticano, ad esempio nella determinazione della strategia verso i Paesi comunisti e del Terzo mondo. La fazione massonico-curiale di Casaroli, appoggiata da Andreotti, era contraria.

Calvi venne trovato impiccato il 18 giugno 1982 sotto il ponte dei Frati Neri sul Tamigi, in una zona di Londra la cui polizia dipendeva dal duca di Kent, capo della massoneria mondiale. Successivamente il pentito della mafia siculo-americana, F. Marino Mannoia, dirà che a strangolare Calvi fu Di Carlo, su ordine di Pippo Calò. Verrà uccisa anche la sua segretaria personale.

Il 27 novembre, cioè tre mesi dopo l’annuncio della decisione papale, la Congregazione per i vescovi ufficializza la erezione dell’Opus Dei a Prelatura personale del pontefice, la prima nella storia della Chiesa di Roma.

Questi i fatti, a voi le dovute considerazioni

Per approfondimenti vi rimando alla lettura di questi articoli

TUTTI I MISTERI DELL’ ATTENTATO AL PAPA

IL CASO CALVI E I LEGAMI CON L’ATTENTATO AL PAPA:IL FIGLIO DI CALVI:“LA CHIAVE DEL GIALLO NELLO SCANDALO IOR

http://www.antoniothiery.it/rendina,%20i%20peccati%20della%20chiesa.htm

www.chiesaviva.org

http://www.loggiap2.com/roberto_calvi

Fonte http://www.tuttigliscandalidelvaticano.com

——————o0o——————

——————o0o——————

Lo strano caso della morte di Albino Luciani
A cura di Giuseppe Ardagna

Il 26 Agosto del 1978 Albino Luciani divenne ufficialmente Vescovo di Roma (cioè fu eletto Papa) e successore di Paolo VI. In Vaticano, parecchie persone non erano contente dell’elezione di Luciani al soglio pontificio ma, forse, il più scontento di tutti era monsignor Marcinkus che fino all’ultimo istante aveva sperato nell’elezione del candidato Giuseppe Siri.
Ma chi era questo Marcinkus? Era una delle pedine fondamentali di quella partita a scacchi che da anni si giocava fra Vaticano e grandi banche e che metteva in palio la possibilità di vedere il proprio capitale aumentare sempre di più[1]. Marcinkus era il più alto in grado all’interno dello I.O.R., l’Istituto per le Opere Religiose. Egli intuì immediatamente i pericoli dell’elezione di questo pontefice che, sin dai suoi primi discorsi, aveva lasciato chiaramente intendere di voler far tornare la chiesa cattolica a quegli ideali di carità cristiana propri del primo cattolicesimo, rinunciando alle ricchezze superflue che troppo avevano distolto gli uomini di chiesa dai propri sacri compiti. Figuratevi il capo della banca vaticana come avrebbe mai potuto vedere un tipo del genere sul più alto gradino del proprio stato…

Marcinkus diceva ai suoi colleghi: «Questo Papa non è come quello di prima, vedrete che le cose cambieranno»[2].
Su due punti Luciani sembrava irremovibile: l’iscrizione degli ecclesiastici alla massoneria, e l’uso del denaro della chiesa alla stregua di una banca qualunque[3]. E l’irritazione del Papa peggiorava al solo sentire nominare personaggi come Calvi e Sindona dei quali aveva saputo qualcosa facendo discrete indagini[4].
In coincidenza con l’elezione di Luciani venne pubblicato un elenco di 131 ecclesiastici iscritti alla massoneria, buona parte dei quali, erano del Vaticano. La lista era stata diffusa da un piccolo periodico «O.P. Osservatore Politico» di quel Mino Pecorelli destinato a scomparire un anno dopo l’elezione di Albino Luciani in circostanze mai chiarite.[5] Secondo molti, O.P. era una sorta di «strumento di comunicazione» adoperato dai servizi segreti italiani per far arrivare messaggi all’ambiente politico. Pecorelli, tra l’altro, era legato a filo doppio con Gelli come lo erano Sindona e Calvi[6].
Ma, tornando alla lista ecclesiastico-massonica, questa comprendeva, fra gli altri, i nomi di: Jean Villot (Segretario di Stato, matr. 041/3, iniziato a Zurigo il 6/8/66, nome in codice Jeanni), Agostino Casaroli (capo del ministero degli Affari Esteri del Vaticano, matr. 41/076, 28/9/57, Casa), Paul Marcinkus (43/649, 21/8/67, Marpa), il vicedirettore de «L’osservatore Romano» don Virgilio Levi (241/3, 4/7/58, Vile), Roberto Tucci (direttore di Radio Vaticana, 42/58, 21/6/57, Turo).[7]

Di Albino Luciani cominciò a circolare per la curia l’immagine di uomo poco adatto all’incarico, troppo «puro di cuore», troppo semplice per la complessità dell’apparato che doveva governare.
La morte subitanea, dopo trentatre giorni di pontificato, suscitò incredulità e stupore, sentimenti accresciuti dalle titubanze del Vaticano nello spiegare il come, il quando ed il perché dell’evento. In questo modo, l’incredulità diventò prima dubbio e poi sospetto. Era morto o l’avevano ucciso?[8]
Fu detto all’inizio che Luciani era stato trovato morto con in mano il libro «l’imitazione di Cristo», successivamente il libro si trasformò in fogli di appunti, quindi in un discorso da tenere ai gesuiti ed infine, qualche versione ufficiosa volle che tra le sue mani ci fosse l’elenco delle nomine che il Papa intendeva rendere pubbliche il giorno dopo.[9]

Dapprima, l’ora della morte fu fissata verso le 23 e, quindi, posticipata alle 4 del mattino. Secondo le prime informazioni, il corpo senza vita era stato trovato da uno dei segretari personali del Papa, dopo circolò la voce che a scoprirlo fosse stata una delle suore che lo assistevano. C’erano veramente motivi per credere che qualcosa non andasse per il verso giusto.

Qualcuno insinuò che forse sarebbe stato il caso di eseguire un’autopsia e questa voce, dapprima sussurrata, arrivò ad essere gridata dalla stampa italiana e da una parte del clero. Naturalmente l’autopsia non venne mai eseguita ed i dubbi permangono ancora oggi.

Di questo argomento si occuperà approfonditamente l’inglese David Yallop, convinto della morte violenta di Giovanni Paolo I.

Il libro dello scrittore inglese passa in rassegna tutti gli elementi di quel fatidico 1978 fino a sospettare sei persone dell’omicidio di Albino Luciani: il Segretario di Stato Jean Villot, il cardinale di Chicago John Cody, il presidente dello I.O.R. Marcinkus, il banchiere Michele Sindona, il banchiere Roberto Calvi e Licio Gelli maestro venerabile della Loggia P2.[10]
Secondo Yallop, Gelli decise l’assassinio, Sindona e Calvi avevano buone ragioni per desiderare la morte del Papa ed avevano le capacità ed i mezzi per organizzarlo, Marcinkus sarebbe stato il catalizzatore dell’operazione mentre Cody (strettamente legato a Marcinkus) era assenziente in quanto Luciani era intenzionato ad esonerarlo dalla sede di Chicago perché per motivi finanziari si era attirato le attenzioni non solo della sua chiesa ma addirittura della giustizia cittadina e della corte federale. Villot, infine, avrebbe facilitato materialmente l’operazione[11].
La ricostruzione fatta da Yallop degli affari di Sindona, di Calvi, di Gelli e dello I.O.R., conduce inevitabilmente all’eliminazione del Papa.
Tuttavia la ricostruzione dello scrittore inglese pone alcuni problemi, primo fra tutti la netta sensazione che, in alcuni passi della ricostruzione, gli episodi, le date e le circostanze, tendano ad «esser fatte coincidere» troppo forzatamente.

Tuttavia il lavoro investigativo di Yallop è comunque buono e non si può non tener conto del lavoro dell’inglese soprattutto considerando il fatto che troppi sono i dubbi inerenti le ultime ore di vita del Papa.

Perché e soprattutto chi ha fatto sparire dalla camera del Papa i suoi oggetti personali? Dalla stanza di Luciani scompariranno gli occhiali, le pantofole, degli appunti ed il flacone del medicinale Efortil. La prima autorità di rango ad entrare nella stanza del defunto fu proprio Villot, accompagnato da suor Vincenza (la stessa che ogni mattina portava una tazzina di caffè al Papa) che verosimilmente fu l’autrice materiale di quella sottrazione.

Perché la donna si sarebbe adoperata con tanta solerzia per far sparire gli oggetti personali di Luciani? Perché quegli oggetti dovevano sparire?

Domande destinate a restare senza risposta anche in considerazione del fatto che la diretta interessata è passata a miglior vita.
Una curiosità per chiudere l’argomento: sulla scrivania di Luciani fu trovata una copia del settimanale «Il mondo» aperta su di un’inchiesta che il periodico stava conducendo dal titolo: «Santità…è giusto?» che trattava, sotto forma di lettera aperta al pontefice, il tema delle esportazioni e delle operazioni finanziarie della banca Vaticana. «E’ giusto…» recita l’articolo «…che il Vaticano operi sui mercati di tutto il mondo come un normale speculatore? E’ giusto che abbia una banca con la quale favorisce di fatto l’esportazione di capitali e l’evasione fiscale di italiani?»[12].

[1] Matillò R.D., L’avventura delle finanze Vaticane,Ed.Pironti, Napoli, 1988 ;
[2] Ibidem
[3] Ibidem
[4] Ibidem
[5] Ardagna G., La scoperta della lista P2 nella stampa italiana,Napoli, 2004;
[6] Ibidem
[7] Matillò R.D., L’avventura delle finanze Vaticane, Ed.Pironti, Napoli, 1988;
[8] Ibidem
[9] Ibidem
[10] Yallop D., In God’s name, Ed.Pironti, Napoli, 1992;
[11] Ibidem
[12] Ibidem
——————–o0o——————–

“Chi elesse Luciani sapeva che sarebbe morto presto”

Un libro scritto dal pronipote di Giovanni XXIII svela nuovi retroscena sulla morte “prematura” di Giovanni Paolo I

– Dom, 22/04/2012 – 12:09

Sia chiaro fin da subito. «Giovanni Paolo I: Albino Luciani» (Edizioni San Paolo), l’ultima immane fatica letteraria (quasi ottocento pagine) di Marco Roncalli, pronipote di papa Giovanni XXIII, non è la risposta al saggista britannico David Yallop il quale, nel 1997, con il suo «In nome di Dio», mise su carta la tesi secondo la quale Papa Luciani venne ucciso in Vaticano con una dose eccessiva di calmanti «perché voleva cambiare la chiesa».

No, il libro di Roncalli è a tutti gli effetti la prima biografia completa e documentata della vita di Luciani, una biografia che tuttavia riserva sorprese proprio laddove, ricostruendo la morte del successore di Paolo VI avvenuta nella notte tra il 28 e il 29 settembre del 1978, supera le versioni concordanti offerte dai due segretari di Luciani, don Diego Lorenzi e monsignor John Magee. La tesi di Roncalli è una: un decesso naturale ha colpito il Pontefice il quale, fin da piccolo, ha dovuto lottare contro le malattie, un fisico spossato che lo costrinse ad apprendere la notizia della morte di Papa Montini (il 6 agosto 1978) in un letto d’ospedale, alla casa di riposo Stella Maris agli Alberioni, vicino a Chioggia.

Come è possibile che nel successivo conclave i cardinali elettori elessero uno appena uscito da una casa di cura? «È questa una domanda alla quale non so rispondere» dice al Giornale Roncalli, aggiungendo però che «quello fu più che altro un periodo di riposo. Venne tenuto sotto osservazione a quanto pare per problemi di circolazione alle gambe minimizzati però dal suo medico Antonio Da Ros. Di certo c’è che venne eletto nonostante molti cardinali, specie italiani, sapessero che non scoppiava di salute». Scriverà in proposito il cardinale Jacques Martin nelle sue memorie: «Si può forse pensare che i cardinali che l’hanno eletto non ne sapessero nulla? E, se lo sapevano, come hanno potuto affidare a un malato di cuore l’incarico supremo del pontificato? È il mistero della sua elezione, ben più grande di quello della sua morte». Un mistero che anche Luciani faticava a comprendere: «Cosa avete fatto? Che Dio vi perdoni», disse ai cardinali poco dopo l’elezione.

È il medico personale di Luciani, Da Ros, ad affidare a Roncalli un appunto inedito nel quale sostiene che egli entrò in conclave con un pregresso di alcuni interventi chirurgici, sommati a una generale cagionevolezza, oltre al precedente dell’embolia avuta a un occhio durante un viaggio in aereo di ritorno dal Brasile, senza dimenticare una predisposizione genetica a improvvisi malori, comune ad altri membri della sua famiglia mancati prematuramente: una sorella e due zie, poco più che sessantenni, morirono senza alcuna avvisaglia.

Nel libro c’è anche molto altro. L’ex superiore generale dei Saveriani, padre Gabriele Ferrari, chiamato nel 1978 a sostituire l’allora cardinale Luciani in una omelia, ha raccontato che questi gli confidò: «Da qualche tempo non sto bene e faccio molta fatica a predicare». Così dicendo, si toccò il petto con la mano e soggiunse: Da tempo ho un gran male qui». Quando sentii i dettagli della sua morte improvvisa – racconta Ferrari a Roncalli – mi venne in mente quel gesto e quelle parole e mi venne spontaneo collegare quella morte improvvisa nella notte con i sintomi cui Luciani aveva fatto cenno cinque mesi prima, che di tutta evidenza rivelavano un problema di angina pectoris».

Tra le persone che si inquietarono dopo aver visto Luciani in quei giorni anche Giulio Andreotti. Fu lui, che con i ministri Gaetano Stammati e Tina Anselmi accolse il Papa al Laterano nel salone della Firma dei Trattati, a riferire: «Il suo aspetto ci fece colpo. Era terreo, quasi disfatto, tutto diverso dal sorridente ottimista della prima settimana. Pensammo che fossero le fatiche cui era sottoposto. Durante la messa notammo il pallore crescente e un sudore che gli imperlava la fronte di continuo». E secondo la testimonianza di Joseph Geraud, medico prima di entrare nei Sulpiziani e presente all’incontro come canonico di San Giovanni in Laterano: «Se fossi stato il medico del Papa gli avrei ordinato di mettersi immediatamente a letto». Per lui quelle di Luciani «erano le mani di un condannato a morte». Anche il cardinale Fiorenzo Angelini, pure presente, ha sostenuto: «Avevo notato le caviglie molto gonfie del Papa. Un illustre clinico mi fece osservare il rischio grave che, in quelle condizioni, il Papa correva».

Anche in conclave il tema della salute si riaffacciò: Luciani, incontrando il cardinale Sin, gli riferì che la sua salute non era delle migliori. Della salute del neopontefice avrebbe parlato anche suor Vincenza, la religiosa che lo accudiva e l’avrebbe trovato morto dopo 33 giorni di pontificato. Il 29 agosto 1978, in volo da Venezia a Roma, seduta sull’aereo vicino al biografo Camillo Bassotto, avrebbe parlato con lui, fra l’altro, della salute del Pontefice. Aveva con sé una piccola valigia con tutte le medicine che era solito prendere il patriarca. Era preoccupata: «Temo che il Santo Padre non resisterà a lungo. La sua pressione non reggerà all’affanno di tanti impegni e di tante preoccupazioni», furono le parole raccolte da Bassotto che non svelò mai la fonte delle sue notizie. Si trattava, l’ha scoperto Roncalli dopo tanti anni, di don Carlo Bolzan che per alcuni giorni aiutò Luciani a sistemare nell’appartamento pontificio casse di libri e documenti giunti da Venezia. Fu il 14 settembre che, disse don Bolzab, vide Luciani in appartamento «sofferente e preoccupato».

——————–o0o——————–

Quell’incontro a Fatima

Nel luglio del 1977 Albino Luciani incontra suor Lucia. Come avvenne e come si svolse quell’incontro? Per la prima volta, il segretario del patriarca Luciani racconta e rivela… Intervista con monsignor Mario Senigaglia

Intervista con Mario Senigaglia di Stefania Falasca

La statua della Madonna di Fatima durante una veglia di preghiera notturnaLa statua della Madonna di Fatima durante una veglia di preghiera notturna

Ci sono fatti e fatti. Alcuni, col tempo, restano quelli che sono. Altri si perdono e sfumano fino a diventare leggenda. Prendiamone uno. Luogo: Coimbra. Data: 11 luglio 1977. Incontro del patriarca di Venezia Albino Luciani con suor Lucia Dos Santos, la veggente di Fatima. Eccolo uno dei tanti su cui si è versato inchiostro.
Si è detto che fu proprio suor Lucia a chiedere di incontrare il patriarca Luciani. Si è detto che la veggente lo accolse chiamandolo «Santo Padre». Si è detto anche che gli predisse la brevità del suo pontificato e che il patriarca uscì da quel colloquio sconvolto. Si è detto… E non è stato difficile cavalcare poi questi “si dice”, fino a rappresentare Luciani come ossessionato da quella profezia. Tormentato da quell’ombra nascosta nelle righe del terzo segreto. Unica voce dissonante dal coro montante di questi “si dice” è stata, in questi ultimi anni, quella del cardinale Tarcisio Bertone. Il porporato, avendo interrogato su quel colloquio la stessa suor Lucia nel dicembre del 2003, più volte ha fermamente ribadito che non c’è stata alcuna preveggenza da parte della suora riguardo ad Albino Luciani. Insomma, hanno una qualche possibilità di fondamento queste voci o è la vecchia storia di un tipico caso di vaticinium ex eventu? Meglio navigare alla bassa temperatura della storia e tornare alla cronaca. Risfogliarla da capo. Passo passo. Con chi conosce bene le circostanze che portarono a quell’incontro.
Monsignor Mario Senigaglia è da trent’anni parroco della chiesa di Santo Stefano a Venezia. Ad accompagnarlo a Santo Stefano, nel lontano ottobre del 1976, fu lo stesso Luciani. Per sette anni don Mario gli era stato accanto come suo segretario particolare. Una presenza discreta e attenta, la sua, in quei travagliati anni veneziani, ricambiata dalla stima e dalla confidente fiducia di Luciani, continuata nel tempo. In quel luglio del 1977, Senigaglia incontrò Luciani pochi giorni dopo il suo rientro da Fatima. «Sì, mi chiamò e andai da lui in patriarcato…», comincia a raccontare, «ma aspetti», interrompe, voltandosi verso uno scaffale, «riprendiamo l’agenda del patriarca…».
La nostra cronaca comincia da qui.

Monsignore, vediamo allora cosa c’è scritto nell’agenda…

MARIO SENIGAGLIA: Sì. Leggiamo… Venerdì 8 luglio 1977: il patriarca si trova a Padova. Sabato 9, ecco: parte per Fatima. Domenica 10: concelebra la messa nella conca della Cova da Iria. Lunedì 11: celebra con altri sacerdoti nella cappella del monastero delle carmelitane a Coimbra. Ritorna a Venezia martedì 12 e il 13 presiede il capitolo generale delle suore francescane… non c’è altro.
Questo recita il bollettino. Ma come avvenne l’incontro con suor Lucia nella clausura di Coimbra?

SENIGAGLIA: Innanzitutto Luciani non entrò da solo.
Come? Non era solo a quell’incontro?

SENIGAGLIA: No. Lo accompagnò e vi assistette una nobildonna veneziana.
E chi era?

SENIGAGLIA: La marchesa Olga Morosini de Cadaval.
Un momento… ci faccia capire bene i fatti dall’inizio. Da dove viene fuori questa nobildonna? E perchè Luciani era andato a Fatima? C’era un motivo, una ricorrenza particolare…

SENIGAGLIA: No. Nessuna motivazione particolare. Andò a Fatima semplicemente per un pellegrinaggio. Ogni anno, qui a Venezia, il padre gesuita Leandro Tiveron, che era stato anche il confessore di Luciani, organizzava un pellegrinaggio in qualche santuario mariano. E quell’anno decise per Fatima. Luciani era stato a Lourdes diverse volte. A Fatima invece non era mai stato. Il padre Tiveron gli propose allora di andare e lui accettò. Così il patriarca si unì alla comitiva dei pellegrini. Una cinquantina circa. Il 10 luglio visitarono il santuario e parteciparono alla celebrazione eucaristica a Fatima. E il giorno seguente si spostarono a Coimbra per assistere alla messa nel convento delle suore carmelitane. A proporre e a organizzare la tappa al monastero di clausura di Coimbra fu proprio la marchesa de Cadaval, che aveva legami con il convento.
E come mai questa nobildonna aveva tanta familiarità con il convento di Coimbra da avere persino accesso alla clausura?

SENIGAGLIA: La marchesa de Cadaval era sposata a un portoghese, tenutario del sud. Era una donna di elevata cultura e sensibilità ma anche di profonda pietà, e durante le sue permanenze in Portogallo si adoperava come crocerossina al santuario di Fatima divenendo ben presto anche benefattrice del convento di Coimbra. Lì ebbe modo di conoscere suor Lucia, con la quale instaurò uno stretto rapporto di fiducia. Per anni fu sua collaboratrice. Assisteva suor Lucia nelle traduzioni della corrispondenza. Durante la guerra, ebbe persino l’incarico di portare personalmente, e spesso a memoria, messaggi a Pio XII e messaggi di questi a suor Lucia. Pacelli conosceva la marchesa fin dagli anni della sua giovinezza. La Cadaval, infatti, aveva frequentato l’università a Roma ed era in buone relazioni con la famiglia del futuro Pontefice. Si trovò così a svolgere anche il ruolo di trait d’union tra suor Lucia e il Papa. Nel ’77 era anziana ormai, avrà avuto più di una settantina di anni.
Luciani l’aveva conosciuta prima di quell’occasione?

SENIGAGLIA: L’aveva vista in qualche occasione a Venezia.
E lei, la conosceva personalmente?

SENIGAGLIA: Sì. Era una mia parrocchiana. Durante i suoi soggiorni a Venezia abitava a due passi dalla chiesa di Santo Stefano e ogni giorno, al mattino presto, veniva a messa in parrocchia. Così ebbi modo di conoscerla. E fu in una di quelle mattine dopo la messa che, parlando del pellegrinaggio a Fatima, venne fuori l’idea della visita a Coimbra.
Fu dunque iniziativa della marchesa l’incontro di Luciani con suor Lucia, non fu la veggente di Fatima a chiedere di lui…

SENIGAGLIA: Mentre si parlava della visita a Coimbra la marchesa disse: «Se dovesse venire il patriarca… avrei piacere di presentarlo, con l’occasione, a suor Lucia». Ecco come venne fuori. E il seguito andò così: «Se le fa piacere…», risposi allora, «provi a chiederglielo…». «Guardi però», aggiunsi anche, «che se lei fa presente al patriarca questa possibilità, prima di partire, è probabile che le dica di no». Luciani, infatti, era sempre discreto e restio a queste cose. Attento a non dare mai incomodo a nessuno. E, «di sicuro», dissi alla Cadaval, «se lei glielo chiede prima, obietterà che staccarsi dai pellegrini non sarebbe opportuno, che farebbe perdere del tempo… Ma se glielo dice stando lì, all’ultimo, allora… può darsi che alla fine per un saluto accetti». E così fece, in accordo col padre Tiveron.
E l’incontro come si svolse?

SENIGAGLIA: La Cadaval si trovava già al monastero quando arrivarono i pellegrini e aveva informato suor Lucia della presenza del patriarca Luciani. Venuto il momento, al termine della celebrazione eucaristica, disse al patriarca che suor Lucia avrebbe avuto piacere di salutarlo. Insieme alla priora del convento entrarono in clausura. La Cadaval lo accompagnò da suor Lucia e restò con loro. Visto poi che Luciani riusciva a capire abbastanza bene il portoghese, si fece in disparte, e finito il colloquio lo riaccompagnò dove lo aspettava il segretario don Diego Lorenzi per andare a pranzo con gli altri.
Don Diego disse che quell’incontro durò un’ora e mezzo. Altri ritengono di più. Luciani stesso riferì di aver parlato a lungo…

SENIGAGLIA: Ma… vero è che un tempo lungo per Luciani poteva essere già mezz’ora. Per chi aspettava forse potrà esser sembrato ancora più lungo… Ad ogni modo, né Luciani, né la Cadaval mi hanno mai rilevato questo fatto del tempo come qualcosa di eccezionale. So che raggiunse gli altri al ristorante e che dopo il pranzo, con la macchina messa a disposizione dalla Cadaval, tornò a Lisbona per poi rientrare a Venezia, dove aveva degli impegni. Tutto qui.

Albino Luciani con monsignor Mario Senigaglia, segretario del patriarca dal settembre 1969 all’ottobre 1976, a Venezia nel 1970Albino Luciani con monsignor Mario Senigaglia, segretario del patriarca dal settembre 1969 all’ottobre 1976, a Venezia nel 1970

Lei incontrò Luciani al suo rientro da Fatima. Che cosa le disse?

SENIGAGLIA: Ricordo che entrai nel suo studio e mi disse: «Siediti». Questo significava che era in vena di raccontare. Mi parlò del viaggio, del clima di autentica preghiera e dei gesti di penitenza commovente che aveva visto a Fatima. Dei pellegrini che avevano fatto un lungo tragitto a piedi nudi sui sassi nella spianada, sotto il sole, e delle pie donne che all’occorrenza medicavano, all’arrivo, i piedi di quei pellegrini. Parlammo allora della differenza con Lourdes e poi ancora di queste diverse forme di pietà, e andando avanti nel discorso, a un certo punto, gli chiesi di Coimbra: «So che è stato lì e ha avuto modo anche di incontrare suor Lucia…». E lui: «Sì, sì l’ho vista… Ah! ’sta benedeta monèga», mi disse, «m’ha preso le mani tra le sue e ha cominciato a parlare…». Rimase quindi un po’ a pensare con le mani giunte, poi riprese: «… ’Ste benedete monèghe quando cominciano a parlare non la finiscono più…». Mi disse però che delle apparizioni non aveva parlato e che lui le chiese solo qualcosa sulla famosa “danza del sole”.
E poi?

SENIGAGLIA: E poi basta. Entrammo nelle questioni di Venezia. Prima di chiudere l’argomento gli dissi però, essendo allora direttore di Gente Veneta: «Eminenza, perché non ci fa un pezzo su questo incontro?». E lui: «Va bene, volentieri, lo faccio». Ed è quello che poi ha scritto.
Si riferisce alla relazione pubblicata il 23 luglio del ’77…

SENIGAGLIA: Esattamente. E lì scrisse quello che mi aveva accennato e tutto quello che, a riguardo, aveva in animo di dire. Scrisse, non senza il suo fine e abituale humour, del carattere gioviale, del parlare spedito della piccola suora, che con tanta energia e convinzione insisteva sulla necessità di avere oggi suore, preti e cristiani dalla testa ferma, e dell’interesse appassionato che rivelava, parlando, per tutto ciò che riguardava la Chiesa con i suoi problemi acuti. Scrisse poi che le rivelazioni, anche approvate non sono articoli di fede, che in merito si può pensare quello che si vuole senza far torto alla propria fede, e concluse con quello che sempre ripeteva riguardo al significato di questi luoghi mariani, e cioè: che apparizioni, non apparizioni, messaggi, non messaggi, i santuari sono lì solo per ricordarci l’insegnamento del Vangelo, che è quello di pregare.
Sull’argomento con lei poi non ritornò più?

SENIGAGLIA: No. Finì lì. E, a dire il vero, neanche a me venne la curiosità di chiedere altro. Anche se le occasioni, volendo, c’erano. Il 26 di quello stesso mese partimmo insieme per il santuario mariano di Pietralba in Alto Adige, come facevamo ogni anno. E vi restammo fino al 5 agosto. Dieci giorni. Ricordo che trascorremmo quei giorni in serenità, facendo lunghe passeggiate in montagna.
E la marchesa, ebbe modo di rivederla dopo? Che cosa le riferì riguardo a quell’incontro?

SENIGAGLIA: La rividi a Venezia a settembre, in occasione della Biennale. Mi disse che era rimasta contenta per come era andato il pellegrinaggio. Che anche suor Lucia era rimasta contenta, e che, parlando con lei, dopo quel colloquio, la suora le disse che trovò Luciani una bella persona.
Non fece nessun altro riferimento alle parole dette da suor Lucia?

SENIGAGLIA: No.
Questo però non toglie che qualche altra cosa non abbiano voluto riferirla… Luciani appuntava fatti e riflessioni strettamente personali?
SENIGAGLIA: Diari personali… Non ne teneva. Neppure quel genere di agende spirituali, come possono essere i diari dell’anima di Roncalli, per intenderci. Le racconto un episodio.
Racconti…

SENIGAGLIA: Alla morte del cardinale Urbani, predecessore di Luciani alla sede di Venezia, del quale ero stato segretario e del quale venni nominato esecutore testamentario, mi ritrovai con una mole di suoi scritti privati con riferimenti a persone, cose e fatti anche delicati. Andai allora a chiedere consiglio a Luciani su come, a riguardo, avrei dovuto comportarmi. Mi diede il suo consiglio e poi ridendo commentò: «Don Mario, stai tranquillo, che per quello che riguarda me, non ti darò mai di questi problemi».
Quindi non esistono appunti privati su quell’incontro…

SENIGAGLIA: Non era proprio nel suo carattere, nel suo stile questo genere di scritti. Metodico e organizzato aveva però un archivio fornitissimo di annotazioni e schemi delle sue letture. Una ricchissima biblioteca di appunti, in cui gli argomenti erano distinti a temi e che riforniva continuamente con un criterio giornalistico. Erano appuntati su vecchie agende e su quei quaderni che si usavano una volta, con le righe e la copertina nera e il bordo rosso. E quest’archivio gli serviva per preparare prediche, discorsi o articoli per i giornali. Quando è andato a Roma per il conclave mi ha telefonato chiedendomi di mandargli le agende su cui aveva annotato i suoi appunti sui documenti del Concilio. Quando ha fatto i primi discorsi da Papa, avrei saputo dire da quale agenda e a quale pagina aveva attinto: erano gli scritti da cui tante volte aveva preso spunti per i suoi discorsi. Per capire, quindi, il suo pensiero e il suo atteggiamento anche nei confronti dei fatti di Fatima basta vedere quello che pubblicamente ha detto e scritto.
Dei fatti di Fatima aveva già parlato?

SENIGAGLIA: Sì. Ampiamente. Anche nella ricorrenza del settantesimo delle apparizioni. Ne ripercorse la storia, l’atteggiamento della Chiesa e l’atteggiamento che i fedeli debbono avere nei confronti di questi fatti. Il suo pensiero era improntato a un’estrema cautela che considerava fuori posto anche chi, accettando le apparizioni come vere, le strumentalizza, piegandole a servire scopi politici o similari, estranei alle apparizioni stesse. Insomma, questi scritti ci dicono del suo modo di misurare e giudicare gli eventi, e anche del suo modo d’essere, di rapportarsi, che è quello di un uomo impermeabile alle suggestioni, equilibrato, volto all’essenziale, e che osserva con un’ironia fine, acuta, demitizzante. Demitizzava tutto. Anche sé stesso e i suoi stessi incontri.
Un anno dopo, nel marzo del ’78, ci fu però un episodio che fu all’origine delle successive dichiarazioni su quell’incontro a Fatima. Luciani disse al fratello Edoardo di aver incontrato suor Lucia e, vedendolo turbato, Edoardo mise in relazione questo fatto con le predizioni che la suora gli avrebbe riferito sul suo futuro…

SENIGAGLIA: Sono impressioni, ipotesi, deduzioni personali, che Edoardo espresse subito dopo la morte del fratello. E delle quali io non posso rispondere. Edoardo, tuttavia, non sapeva come era andata quella circostanza. Luciani gli disse solo che aveva incontrato suor Lucia. Nient’altro.

Il cardinale Albino Luciani attraversa piazza San Marco invasa dall’acqua altaIl cardinale Albino Luciani attraversa piazza San Marco invasa dall’acqua alta

Resta però quel turbamento…

SENIGAGLIA: Ma quante volte, quando andavamo a trovare le suore di clausura a Venezia, lo sentivo dopo commentare: «Queste donne benedette… non escono mai e non se ne perdono una… conoscono i problemi della Chiesa meglio di noi!». Con suor Lucia ha parlato di questi in generale. Della Chiesa con i suoi odierni, acuti problemi, del pericolo dell’apostasia. L’ha detto. E quindi su questi può essere tornato, non senza preoccupazione, a riflettere.
Insomma, lei non ha mai dato peso a quell’incontro, non lo ha mai messo in relazione con l’elezione di Luciani e la sua repentina morte…

SENIGAGLIA: No. Né prima né dopo la morte. Gliel’ho detto. Guardi, rividi Luciani anche quel mattino presto quando lasciò Venezia per il conclave. Era preparato a quello che sarebbe successo in quel conclave, sapeva, ne era cosciente. Come lo sapevano gli altri. Nessuna sorpresa. A Venezia erano passati a trovarlo vescovi e cardinali da tutto il mondo. Lo conoscevano, lo stimavano tutti. Del resto era stato indicato già nel ’72. Proprio qui, a Venezia, Paolo VI gli aveva messo la stola sulle spalle. È noto. Quella fu più di un’autentica profezia ad personam. E sotto gli occhi di tutti. Più di così… non ce n’era bisogno di altre. Questo quindi è tutto, per quanto riguarda Luciani. Quanto alla Cadaval…
Quanto alla Cadaval?

SENIGAGLIA: Morì quasi centenaria nel 1997. Vent’anni dopo, dunque, quell’incontro a Coimbra. E fino alla fine rimase attiva e lucidissima. Mai fece allusioni, né mai intuii, dalle sue parole, il minimo accenno a preveggenze, profezie di suor Lucia nei confronti della persona di Luciani. L’anno precedente la morte della Cadaval, nel giugno del ’96, trovandomi a Fatima per gli esercizi spirituali, celebrai la messa nel convento di Coimbra insieme a un altro sacerdote, e anche a noi, la marchesa, permise di incontrare brevemente suor Lucia. Ci mise persino cortesemente a disposizione la macchina per andare e tornare. Questo anche per dire dell’amicizia, intercorsa e continuata nel tempo con lei, e di quante occasioni ho avuto, in tutti questi anni dopo la morte di Luciani, per vederla e parlarle.
Mi scusi… ma perché lei tutte queste cose non le ha mai raccontate prima di adesso?

SENIGAGLIA: … Non me l’hanno chiesto. L’avessero fatto avrei risposto. Se tutto poi diventa una favola, si perde solo del tempo ad andare dietro alle fantasie.

——————–o0o——————–

“Ieri mattina sono andato alla ‘Sistina’ a votare… mai avrei immaginato quello che stava per succedere!”

Sono le prime parole di Albino Luciani dopo la sua elezione al soglio pontificio. E’ il 26 agosto 1978. Luciani, uomo dotato di grande umanità, e umiltà, così commentava il risultato che lo aveva portato a diventare la massima guida spirituale del cattolicesimo. Non immaginava cosa sarebbe accaduto ma quel che accadde superò ogni immaginazione. Papa Giovanni Paolo I venne trovato morto dopo 33 giorni nel suo letto.

Ma come morì e soprattutto, perché?

La sua elezione, in alcuni ambienti vaticani, non fu accolta con serenità, anzi fu osteggiata sin dai primi giorni. L’ex patriarca di Venezia, dopo la sua elezione, espresse subito insofferenza nei confronti di una parte della gerarchia vaticana e della gestione economica della Santa Sede.

Sotto il punto di vista culturale, Luciani iniziò a scardinare alcuni temi cari all’ultra conservatorismo ecclesiastico; ad esempio indicò Dio non solo come figura paterna ma anche materna, si definì un ‘povero Cristo’, rifiutò da subito la sedia gestatoria, utilizzò l’io invece del plurale Maiestis, insomma troppo ‘rivoluzionario’ per una chiesa ancorata a vecchi concetti che la rinchiudeva sempre più in se stessa.

Ma per comprendere i dubbi sulla morte di Papa Giovanni Paolo I, bisogna concentrarsi sulla sua idea di proprietà privata: E  sì, perché Luciani, e questo è probabilmente il punto principale, non vedeva di buon occhio gli affari finanziari della Santa Sede, affari gestiti dalla banca del Vaticano, lo IOR (l’Istituto Opere Religiose).

Ma facciamo un passo indietro e andiamo al 1972. La banca Cattolica del Veneto viene ceduta al banco Ambrosiano di Roberto Calvi. L’operazione è gestita dal vescovo Paul Marcinkus che non disdegna rapporti con personaggi oscuri della finanza, come ad esempio Michele Sindona.

L’allora Patriarca di Venezia Albino Luciani entra in conflitto con Marcinkus.

Torniamo al 1978. Luciani è dunque pontefice. E’ trascorso poco più di un mese dalla sua elezione.

Il pontefice continua l’opera di ‘rinnovamento’.

E’ definito il ‘Papa del sorriso’. Appare come un uomo sereno e determinato. Parla il linguaggio del popolo; è una vera guida spirituale per i tanti cattolici abituati al pontefice precedente, Paolo VI, anch’esso per certi aspetti innovativo. Adesso però i fedeli desiderano una maggiore apertura della Chiesa, un’apertura che Giovanni Paolo I sta esprimendo, in modo naturale e con estrema semplicità.

Forse sta esagerando…

Il 27 settembre il suo ultimo Angelus: il giorno dopo il Pontefice morirà. Ma cosa dice il Papa in quell’occasione?

“La proprietà privata per nessuno è un diritto inalienabile e assoluto. Nessuno ha la prerogativa di poter usare esclusivamente dei beni in suo vantaggio, oltre il bisogno, quando ci sono quelli che muoiono per non aver niente… anche noi privati, specialmente noi di chiesa, dobbiamo chiederci: abbiamo davvero compiuto il precetto di Gesù che ha detto ama il prossimo tuo come te stesso?”

E’ un attacco alla cultura degradante del capitalismo? Certo, ma a chi è rivolta quell’accusa? Ai colletti bianchi dell’alta finanza? Ovvio, ma allora perché il riferimento, specifico, agli uomini della Chiesa? La risposta potrebbe assumere significati estremamente inquietanti. Soprattutto se ci indirizza verso chi ha come missione di vita il bene altrui e la divulgazione della parola di Dio.

L’indignazione del Papa è originata dalla gestione dello IOR e alimentata da commenti e articoli come quello de ‘Il Mundo’ (31 agosto 1978):

‘E’ giusto che il Vaticano operi sui mercati come un agente speculatore? E’ giusto che il Vaticano abbia una banca che interviene nei trasferimenti illegali di capitali dall’Italia in altri paesi? E’ giusto che quella banca aiuti ad evadere il fisco? Perchè la Chiesa tollera investimenti in società nazionali e multinazionali, il cui unico scopo è il lucro? Società che quando è necessario, sono pronte a violare e calpestare i diritti umani di milioni di poveri, specialmente del terzo mondo che è così vicino al cuore di sua Santità?

E’ giusto che il Vescovo Paul Marcinkus Presidente dello IOR faccia parte del consiglio di amministrazione di una banca laica, la quale ha casualmente una filiale in uno dei più grandi paradisi fiscali del mondo capitalistico?’

Il 28 settembre, il giorno dopo lo ‘strano’ discorso sulla proprietà privata, dall’ufficio del Pontefice arriva un vociare, come di persone che discutono animatamente. Sono Albino Luciani e il cardinale Jean Villot, Segretario di Stato Vaticano. Il Papa rende noto a Villot la sua intenzione di effettuare radicali cambiamenti nella gerarchia della Santa Sede. E lo vuole fare immediatamente. Il Segretario di Stato tenta di frenarlo ma il Papa è determinato e fa capire che tra gli spostamenti ci potrebbe essere anche lui. Tutto e subito. Si alzano i toni. L’impressione è che stia iniziando una vera e propria rivoluzione nella Chiesa.

Il colloquio con Villot termina prima delle 20. E’ oramai ora di cena. A questo punto evidenziamo una Zona d’Ombra che ancora oggi non trova ufficialità. Al termine del burrascoso incontro con Villot, il Papa accusa delle fitte al petto. Ad affermarlo è il suo segretario particolare, Padre Diego Lorenzi, suo collaboratore dai tempi in cui era Cardinale di Venezia. Una delle versioni più accreditate però sposta più avanti il momento in cui il Papa dice di accusare delle fitte e cioè durante la cena. Secondo qualcuno, quello di padre Lorenzi, è un messaggio. E sì perché Lorenzi in un memoriale prima scrive che il Papa parla delle fitte a cena ma, in una trasmissione condotta da Enzo Tortora (1987), rivela che le fitte si erano manifestate subito dopo l’udienza con Villot (quindi prima della cena). (video)

Altra Zona d’Ombra: il medico curante del Papa, Antonio da Ros (intervista rilasciata al mensile ‘30 giorni’), dichiara di aver sentito telefonicamente il Pontefice quella sera; era sereno e non avrebbe accennato ad alcun malore. E nessun accenno anche con il Cardinale di Milano Giovanni Colombo con il quale aveva avuto un colloquio telefonico.

Albino Luciani stava bene, aveva 66 anni e soffriva saltuariamente di ipotensione cardiaca; A volte assumeva l’Effortil, medicinale che usava per ovviare alla pressione bassa.

Il Papa, alla fine di quella giornata, si ritira nella sua camera. Ha davanti a sé una notte di pensieri e sonno. Deve riposare e confidare nell’aiuto di Dio per attuare la sua ‘rivoluzione’ all’interno della Chiesa, una ‘rivoluzione’ che ha poco di spirituale. Dovrà scontrarsi con il potere finanziario e le realtà massoniche esistenti all’interno delle mura Vaticane. Il Papa deve riposare e come fa da 32 notti si ritira nella sua stanza al terzo piano… ne uscirà cadavere.

Questa mattina, 29 settembre 1978, verso le 5,30, il segretario privato del Papa, non avendo trovato il Santo Padre nella cappella del suo appartamento privato, lo ha cercato nella sua camera e lo ha trovato morto nel letto, con la luce accesa, come se fosse intento a leggere. Il medico, dott. Buzzonetti, accorso immediatamente, ne ha constatato il decesso, avvenuto presumibilmente verso le 11 di ieri sera, per infarto acuto del miocardio”.

Con questo comunicato il Vaticano informa il mondo che il Pontefice è morto. L’orario del decesso viene stabilito ‘presumibilmente’ alle 23. La causa: infarto acuto al miocardo. Il malore è quindi da collegare alle fitte che il Papa avrebbe accusato dopo l’incontro con Villot, prima o durante la cena.

Dalla stanza da letto spariscono alcuni oggetti: gli occhiali, le pantofole e un flacone di Effortil. Albino Luciani, sempre secondo il comunicato stampa, stava leggendo. Da questo momento le Zone d’Ombra sulla morte di Giovanni Paolo I aumentano. Oltre alla misteriosa scomparsa degli oggetti, ci sono alcune incertezze del Vaticano; ad esempio, secondo le autorità ecclesiastiche, il Pontefice aveva tra le mani un libro ‘L’imitazione di Cristo’ poi però non è più un libro ma un foglio con degli appunti. Altre fonti sostengono che Luciani stesse invece scrivendo un documento nel quale indicava allontanamenti e sostituzioni di alti prelati.

C’è anche chi si spinge a fare i nomi scritti su quel documento. Tra loro, Jean Villot (Segretario di stato Vaticano) e Paul Marcinkus (Presidente dello I.O.R.).

Piccolo passo indietro. In coincidenza con l’elezione di Papa Luciani, il periodico O.P. diretto da Mino Pecorelli, pubblica un elenco di 131 ecclesiastici iscritti alla massoneria. Tra questi nomi troviamo proprio Jean Villot (matricola 041/3, iniziato a Zurigo il 6/8/66, nome in codice Jeanni), Paul Marcinkus (matricola 43/649, iniziato il 21/8/67, nome in codice Marpa), ma non solo, anche Agostino Casaroli (capo del ministero degli Affari Esteri del Vaticano), il vicedirettore de ‘L’osservatore Romano’ don Virgilio Levi e Roberto Tucci (direttore di Radio Vaticana).

Torniamo al 29 settembre e ai tanti dubbi.

Anche sull’orario della morte e su chi avrebbe visto per primo il Pontefice morto non ci sono certezze; nel comunicato infatti è il Segretario personale a trovare il Papa morto mentre qualcuno afferma che la salma sia stata scoperta da Suor Vincenza alle 4,30 del mattino. La suora avrebbe anche dichiarato che la fronte di Luciani era ancora tiepida, elemento che pone interrogativi sull’orario ufficiale del decesso, le 23, mentre potrebbe essere avvenuta due o tre ore più tardi.

Troppi enigmi, troppe incertezze e la sensazione che qualcuno non abbia detto tutto sulla morte di Papa Lucani. E i dubbi vengono rafforzati anche dalla fretta con cui il corpo del Pontefice viene lavato e vestito per i funerali, senza che nessuno, sembra, abbia predisposto un’indagine approfondita. Inoltre si è proceduto all’imbalsamazione in poche ore da parte dei fratelli Signoracci dell’Istituto di Medicina Legale di Roma. Infatti su Papa Luciani non fu effettuata alcuna autopsia anche se durante le esequie nella basilica di san Pietro, all’improvviso, viene interrotto il flusso di pellegrini che rendono omaggio al Pontefice per una non meglio specificata ‘ispezione medico-legale’. In realtà non si è mai capito se l’esame autoptico sia stato eseguito in gran segreto.

Questa la storia della morte sospetta di Papa Luciani, morte che è stata oggetto di inchieste giornalistiche come quella dello scrittore inglese David Yallop raccolta nel libro ‘In nome di Dio,’ e di un romanzo, ‘La morte del Papa’, di Luis Miguel Rocha.

Molti protagonista di questa vicenda oggi non ci sono più e come tanti casi misteriosi di cronaca, la verità potrebbe essere sepolta con loro. A meno che, qualche autorità, non decida di vederci chiaro e riesumare il corpo di Albino Luciani, il ‘Papa del sorriso’, il Papa che voleva  gestire la Chiesa secondo i dettami di Gesù.

Giovanni Lucifora

——————-o0o——————

Le banche cattoliche, lo Ior di Marcinkus e la morte, Papa Luciani fra segreti e misteri

Marco Roncalli firma la biografia completa del Pontefice bellunese per il centenario dalla nascita

Da Patriarca di Venezia Albino Luciani tenne testa a un crack finanziario che coinvolgeva la sua diocesi, assumendosi ogni responsabilità per l’operato di alcuni sacerdoti. Tentò di evitare la crisi delle banche cattoliche venete, e nel ’72 l’operazione con cui lo Ior guidato da monsignor Paul Marcinkus fagocitò la Cattolica. Da Papa, «deciso a fare chiarezza sulla gestione economica della Santa Sede» avrebbe pensato di rimuovere Marcinkus dallo Ior, «considerando che la presidenza di una banca non fosse il posto appropriato per un vescovo». Anche se su questa intenzione non c’è conferma documentale. Ma un pontificato di soli 33 giorni non gli consentì nessun tipo di riforma, né finanziaria, né pastorale. E restano da provare i progetti attribuitigli di tre encicliche di taglio conciliare, sull’unità della Chiesa, sulla collegialità episcopale, sulla donna nella Chiesa e nella società.

Al «papa del sorriso» è dedicata l’ultima fatica di Marco Roncalli «Giovanni Paolo I – Albino Luciani», edito da San Paolo, 735 pag, 34 euro, un testo ponderoso che giunge al brevissimo regno di Luciani dopo aver narrato la sua intera parabola umana e spirituale nel centenario della nascita, figlio di Giovanni Luciani e Bortola Tancon da Forno di Canale d’Agordo, in provincia di Belluno, allora terra di emigrazione e povertà. L’autore documenta il periodo del seminario, l’attività di provicario, dopo la guerra e la Liberazione, l’elezione a vescovo di Vittorio Veneto da parte di Giovanni XXIII, nel ’58, gli anni del Concilio e il contributo al dibattito che portò alla Humanae vitae di Paolo VI, la nomina a patriarca di Venezia nel ’67 e, dopo il primo conclave del ’78, l’approdo al «labirinto di Cnosso», come Luciani definì il Vaticano in una lettera al gesuita Bartolomeo Sorge, poco dopo essere stato eletto. L’ipotesi che Giovanni Paolo I volesse togliere a Marcinkus la presidenza dello Ior, avanzata negli anni da molti vaticanisti, tra cui Giancarlo Zizola, è rilanciata nel libro riferendo un’osservazione di monsignor Massimo Camisasca: «quanto a Marcinkus e allo Ior, penso di sì, che volesse mettere mano a delle riforme profonde».

Il racconto si conclude con la morte improvvisa dopo soli 33 giorni di regno, riferendo i noti errori di comunicazione compiuti dalla ristretta cerchia dei collaboratori che contribuirono non poco alla nascita della leggenda di un assassinio per avvelenamento. Come si insegnava a chiunque approdasse alla informazione vaticana già dagli anni Ottanta, Luciani soffriva di seri problemi di circolazione, e il comunicato ufficiale preferì divulgare un errore che ammettere che il Pontefice era stato trovato morto da suor Vincenza Taffarel e non da uno dei segretari. (Ansa)

———————o0o———————

Monsignor Paul Casimir Marcinkus

Di origine lituana, nato a Cicero, nei sobborghi di Chicago, il 15 gennaio 1922, studiò teologia a Roma divenendo sacerdote nel 1947. Negli anni ‘50 lavorò nella sezione inglese della Segreteria di Stato vaticana. Lì Marcinkus conobbe Giovanni Battista Montini, che nel 1963 divenne Papa col nome di Paolo VI. Sotto il pontificato di Montini la carriera di Marcinkus, sponsorizzata anche dal segretario del papa, mons. Macchi, decollò.
Soprannominato “Il Gorilla” per il suo aspetto imponente e le maniere spicce, ebbe l’incarico di organizzare il servizio di guardia del corpo al papa. Nel 1969 venne nominato vescovo e presidente dello IOR.
I prelati vaticani avevano capito l’importanza di dirottare le cospicue finanze della Santa Sede altrove (e non nelle partecipazioni azionarie di dubbia moralità quali quelle dell’“Acquamarcia”, della “Wurth – Divisione Armi”, ecc.).
Per quasi 20 anni egli ha diretto lo IOR, capendo subito che direzione prendere: verso i paradisi fiscali (off-shore) e i giochi sporchi delle scatole cinesi. La sede dello IOR cominciò ad essere frequentata da personaggi mafiosi o corrotti: Salvo Lima, Ignazio Salvo, Sindona, ecc.
Come capo della Banca Vaticana, e di una banca che non pubblica un bilancio annuale e non dà informazioni sui propri investimenti, Marcinkus fece accordi anche con Michele Sindona, uomo d’affari siciliano con agganci nel mondo della mafia, presidente della Banca Privata, che in quegli anni comprò o fondò moltissimi tra istituti di credito e società finanziarie, spesso creati in paradisi fiscali grazie alle prerogative derivanti dalla extraterritorialità dello IOR.
(Tra i paradisi fiscali più importanti va annoverato lo staterello del Liechtenstein (30 mila abitanti di cui 5000 nella capitale Vaduz, con centinaia di banche e società finanziarie), il quale venne separato dalla diocesi svizzera di Coira e proclamato Arcidiocesi di Vaduz, immediatamente soggetta alla Santa Sede. Il Principe regnante del Liechtenstein, titolare di una immensa ricchezza (controlla la più importante banca del principato) è devotissimo di Santa Romana Chiesa. Altri paradisi fiscali utilizzati dal Vaticano sono quello delle isole Cayman – diocesi di Kingston in Giamaica -, e delle Turks and Caicos – diocesi di Nassau, alle Bahamas – sottratte alle rispettive diocesi, e proclamate “sui iuris”, e affidate a due eminenti Arcivescovi americani di grandi aderenze nella Segreteria di Stato Vaticana).
Tra le relazioni d’affari di Marcinkus è molto importante quella con David Kennedy, allora Presidente della Continental Illinois National Namk di Chicago, che sarà, nel 1969 nominato ministro del Tesoro nell’amministrazione Nixon. Questo rapporto è importante perchè è proprio il banchiere-ministro che metterà Marcinkus in contatto con Michele Sindona, che gli presenterà poi Calvi.
Lo IOR finirà più volte nel mirino della Sec americana (che la multerà per operazioni finanziarie illecite) e della Banca d’Italia.
Marcinkus parteciperà a ben 23 riunioni del Consiglio d’amministrazione del Banco Ambrosiano, come se ne facesse parte a pieno titolo (d’altra parte sedeva nel consiglio di amministrazione dell’Ambrosiano Overseas di Nassau), firmandone le deliberazioni. L’allora Governatore della Banca d’Italia, Paolo Baffi, e il Direttore Generale Mario Sarcinelli, conobbero l’onta del carcere e avranno la carriera distrutta. (Da notare che Andreotti stava dalla parte di Calvi e dell’Ambrosiano contro la Banca d’Italia).
Alla morte di Paolo VI (6 agosto 1978), divenne papa, col nome di Giovanni Paolo I, per soli 33 giorni, Albino Luciani, deceduto, in circostanze mai del tutto chiarite, nella notte tra il 28 e il 29 settembre 1978. Il collegio dei cardinali respinse tutte le richieste di procedere ad una autopsia.
La morte improvvisa di Luciani viene collegata al fatto che all’inizio degli anni ’70 Marcinkus aveva ordinato l’arresto delle attività della Banca Cattolica del Veneto e la sua integrazione all’interno dell’Ambrosiano, senza consultare né informare il consiglio d’amministrazione della banca così assorbita. Ora, la Banca Cattolica del Veneto era la banca privata al servizio del patriarca di Venezia e il suo presidente era proprio Albino Luciani, futuro Papa Giovanni Paolo I.
In un suo libro del 1984, In nome di Dio. La morte di papa Luciani, il giornalista inglese David Yallop ipotizza che Luciani fosse stato vittima di una congiura “di palazzo”. Secondo Yallop, l’intenzione di operare un ricambio immediato ai vertici delle finanze vaticane (a partire da Marcinkus), e di allontanare gli ecclesiastici in odore di massoneria non sarebbe estranea alla morte del papa che venne trovato morto con in mano il libro “L’imitazione di Cristo”; si disse poi che si trattava in realtà di fogli di appunti, di un discorso da tenere ai gesuiti ed infine qualcuno ipotizzò che tra le sue mani vi fosse l’elenco delle nomine che intendeva rendere pubbliche il giorno dopo (anche su chi ritrovò effettivamente il corpo del papa vi sono diverse versioni, così come sull’ora reale della morte).
In coincidenza con l’elezione di Luciani venne pubblicato un elenco di 131 ecclesiastici iscritti alla massoneria, buona parte dei quali, erano del Vaticano. La lista era stata diffusa da un piccolo periodico “O.P. Osservatore Politico” di quel Mino Pecorelli destinato a scomparire un anno dopo l’elezione di Albino Luciani in circostanze mai chiarite. Secondo molti, “O.P.” era una sorta di strumento di comunicazione adoperato dai servizi segreti italiani per far arrivare messaggi all’ambiente politico. Pecorelli, tra l’altro, era legato a filo doppio con Gelli come lo erano Sindona e Calvi.
Nella lista ecclesiastico-massonica comparivano, tra altri, i nomi di: Jean Villot (Segretario di Stato), Agostino Casaroli (capo del ministero degli Affari Esteri del Vaticano), Paul Marcinkus, il vicedirettore de “L’osservatore Romano” don Virgilio Levi, Roberto Tucci (direttore di Radio Vaticana.
Il libro dello scrittore inglese David Yallop, In nome di Dio. La morte di papa Luciani, passa in rassegna tutti gli elementi di quel fatidico 1978, fino a sospettare sei persone dell’omicidio di Albino Luciani: il Segretario di Stato Jean Villot, il cardinale di Chicago John Cody, il presidente dello IOR Marcinkus, il banchiere Michele Sindona, il banchiere Roberto Calvi e Licio Gelli maestro venerabile della Loggia P2.
Sotto il pontificato di Giovanni Paolo II la posizione di Marcinkus divenne ancora più forte: diventerà praticamente l’uomo più potente del Vaticano dal 1971 al 1989. Marcinkus si sentiva in credito con Giovanni Paolo II, perché in America aveva coperto lo scandalo dei preti polacchi di Filadelfia, che avevano fatto delle truffe: molti preti polacchi furono chiamati dal papa e collocati vicini a lui.
Essendo lo IOR una banca che non doveva rendere conto a nessuno se non al papa, in quegli anni la Banca Vaticana gestì e raccolse capitali enormi, spesso di incerta provenienza (“Immobiliare Roma”, “Tangentone Enimont”, “Banca di Roma”, fino alla popolare di Lodi…). Soldi che vengono utilizzati per finanziare gruppi e movimenti di opposizione ai regimi comunisti, in particolare Solidarnosc in Polonia.
Attraverso Sindona, era entrato in rapporto con Marcinkus anche Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano, che arriva a costituire – grazie ai rapporti con il mondo malavitoso, i servizi segreti e la loggia massonica segreta P2 – con Marcinkus, Gelli (capo della loggia P2) e il finanziere Umberto Ortolani, una sorta di comitato d’affari che opera attraverso banche e consociate estere, spostando capitali, manovrando fondi neri o provenienti da operazioni o fonti illecite, ma anche esportando valuta aggirando le norme bancarie.
Nel febbraio 1987 il giudice istruttore del tribunale di Milano, Renato Bricchetti, emette un mandato di cattura contro Paul Marcinkus, Luigi Mennini e Pellegrino de Strobel, i vertici dello IOR, individuando gravi responsabilità della Banca Vaticana nel crac del Banco Ambrosiano, ma la Cassazione non convalida il provvedimento, a causa dell’art. 11 dei Patti Lateranensi, che recita: “gli enti centrali della Chiesa sono esenti da ogni ingerenza da parte dello Stato italiano”.
Nel 1990 Giovanni Paolo II promulga i nuovi statuti dello IOR. Tra le figure di garanzia, quella di un prelato che garantisca l’eticità degli investimenti dell’Istituto. Carica che ricoprirà mons. Donato De Bonis, già braccio destro di Marcinkus.
Marcinkus si ritira in una parrocchia dell’Illinois e poi presso la diocesi di Phoenix, dove è morto a 84 anni nella città di Sun City (in Arizona, dove risiedeva e curava la parrocchia di San Clemente).
———————-o0o———————

“In nome di Dio”

e se fosse vero …. ?

Riprendiamo un breve ma interessante testo sulla presentazione del libro di David Yallop intitolato: “In nome di Dio”

Prologo:

Il capo spirituale di circa un quinto della popolazione mondiale esercita un immenso potere: tuttavia qualsiasi osservatore non informato di Albino Luciani, all’inizio del suo pontificato come Papa Giovanni Paolo I, avrebbe stentato a credere che quest’uomo potesse realmente incarnare quel potere. La modestia e l’umiltà che emanavano da quel piccolo, tranquillo italiano di sessantacinque anni avevano convinto molti che il suo papato non sarebbe stato particolarmente degno di nota. I ben informati, invece, la pensavano in maniera diversa: Albino Luciani aveva avviato una rivoluzione.

Il 28 settembre 1978 era Papa da trentratrè giorni. In poco più di un mese aveva dato corso ad alcune iniziative che, se completate, avrebbero avuto un effetto diretto e dinamico su noi tutti. La maggioranza nel mondo avrebbe approvato le sue decisioni, una minoranza sarebbe rimasta sgomenta. L’uomo che ben presto era stato nominato “il Papa del sorriso” intendeva rimuovere il sorriso da un certo numero di facce. Voleva proprio farlo il giorno dopo.

Quella sera Luciani sedeva a cena nella sala da pranzo al terzo piano del palazzo apostolico nella città del Vaticano. Con lui c’erano i due segretari, padre Diego Lorenzi, che aveva lavorato a stretto contatto con lui a Venezia per più di due anni quando, da cardinale, Luciani era stato patriarca, e padre John Magee, nominato dopo la sua elezione a Papa. Mentre le suore addette agli appartamenti papali sfaccendavano zelanti, Albino Luciani consumò un pasto frugale a base di consommé, vitello, fagioli freschi e un po’ di insalata. Di tanto in tanto sorseggiava acqua da un bicchiere ed esaminava gli eventi del giorno e le decisioni adottate. Non aveva desiderato occupare quel posto. Non aveva cercato né sollecitato voti per il papato. Ora, da Capo di Stato, enormi responsabilità erano sue.

Mentre le suore Vincenza, Assunta, Clorinda e Gabriella servivano tranquillamente i tre uomini che seguivano in televisione le vicende che quella sera preoccupavano l’Italia, altri uomini in altri luoghi erano profondamente preoccupati per le attività di Albino Luciani.

Un piano al di sotto degli appartamenti papali le luci erano ancora accese nella Banca Vaticana. Il suo direttore, il vescovo Paul Marcinkus, aveva problemi più pressanti dell’abituale pasto serale. Nato a Chicago, Marcinkus aveva imparato a lottare per la sopravvivenza nelle strade di Cicero, Illinois. Durante la sua rapida ascesa al posto di “banchiere di Dio” era sopravvissuto a molti momenti di crisi. Ora, però, si trovava a fronteggiarne uno molto più grave dei precedenti. In quei trentatré giorni i suoi colleghi nella Banca avevano notato un grande cambiamento nell’uomo che controllava i miliardi del Vaticano. Quell’uomo così imponente ed estroverso era diventato all’improvviso pensoso ed introverso. Stava visibilmente perdendo peso e la sua faccia era pallida e grigia. Sotto molti aspetti la Città del Vaticano è un paese, e in un posto simile i segreti sono molto difficili da mantenere. A Marcinkus era giunta voce che il Papa aveva iniziato la sua personale indagine sulla Banca Vaticana ed in modo specifico sui metodi adoperati da Marcinkus per dirigerla. Dopo l’elezione del nuovo Papa, innumerevoli volte Marcinkus si era pentito di quel certo affare del 1972 riguardante la Banca Cattolica del Veneto.

Il Segretario di Stato del Vaticano, cardinale Jean Villot, era anch’egli al suo tavolo quella sera di settembre. Aveva studiato la lista delle nomine, delle dimissioni e dei trasferimenti, che il Papa gli aveva passato un’ora prima. Aveva dato consigli, aveva discusso, aveva protestato, ma non era servito a niente. Luciani era stato irremovibile.

Si trattava in ogni caso di un drammatico rimpasto che avrebbe indirizzato la Chiesa verso nuove direzioni; direzioni che Villot, e gli altri della lista che stavano per essere sostituiti, consideravano molto pericolose. Se questi mutamenti fossero stati annunciati, i mezzi di informazione mondiali avrebbero versato fiumi di inchiostro e di parole per analizzare, sviscerare, predire e spiegare. La vera spiegazione, tuttavia, non sarebbe stata discussa, non sarebbe trapelata in pubblico: c’era un denominatore comune, qualcosa che legava ciascuno degli uomini in procinto di essere sostituiti. Villot ne era consapevole, ma, cosa più importante, anche il Papa lo era, e per questo si era deciso ad agire: privare quegli uomini del potere effettivo e sistemarli in posizioni relativamente inoffensive. Quel qualcosa era la Massoneria.

Le prove che il Papa aveva raccolto mostravano che all’interno del Vaticano c’erano più di cento massoni, a partire dai cardinali fino ai preti, benché il diritto canonico stabilisca che l’appartenenza alla Massoneria comporta l’automatica scomunica. Luciani era inoltre preoccupato per una loggia massonica illegale che estendeva le sue radici al di fuori dell’Italia alla ricerca di denaro e potere. Era la P2. Il fatto che essa si fosse insinuata oltre le mura vaticane creando vincoli con preti, vescovi e perfino cardinali, era per Albino Luciani una maledizione.

Villot era già profondamente preoccupato per il nuovo pontificato ancor prima di quest’ultima notizia bomba. Egli era uno dei pochi al corrente del dialogo in corso tra il Papa e il Dipartimento di Stato a Washington. Sapeva che il 23 ottobre il Vaticano avrebbe ricevuto una delegazione del Congresso americano, e che il 24 ottobre la delegazione avrebbe avuto un’udienza privata con il Papa. Argomento: il controllo delle nascite.

Villot aveva esaminato attentamente il dossier su Albino Luciani. Aveva letto anche il memorandum segreto che Luciani, allora vescovo di Vittorio Veneto, aveva inviato a Paolo VI prima dell’annuncio papale dell’enciclica Humanae Vitae, che proibiva ai cattolici l’uso di qualsiasi controllo artificiale per il controllo delle nascite. Le sue discussioni con Luciani avevano dissipato in lui ogni dubbio sulla posizione del nuovo Papa su questo problema. Dunque secondo Villot, non c’era alcun dubbio su ciò che il successore di Paolo stava progettando di fare. Ci sarebbe stata una drammatica inversione di tendenza. Alcuni la pensavano come Villot: che sarebbe stato come tradire Paolo VI. Molti, invece, lo avrebbero acclamato come il più grande contributo della Chiesa al XX secolo.

A Buenos Aires, un altro banchiere, Roberto Calvi, pensava a Giovanni Paolo I mentre il settembre del 1978 volgeva al termine. Nelle settimane precedenti aveva discusso i problemi posti dal nuovo Papa con i suoi protettori, Licio Gelli ed Umberto Ortolani, due uomini che potevano catalogare tra le loro attività il controllo completo di Calvi, presidente del Banco Ambrosiano. Calvi si trovava nei guai ancor prima dell’elezione che aveva posto Albino Luciani sul trono di S. Pietro. La Banca d’Italia stava segretamente indagando sulla banca milanese di Calvi da aprile. Era un’indagine suggerita da una misteriosa campagna contro Calvi scoppiata verso la fine del 1977: volantini e manifesti che fornivano dettagli su alcune attività criminali di Calvi ed accennavano ad una serie di atti criminali su scala mondiale. Calvi era a conoscenza dei progressi che stava compiendo la Banca d’Italia nella sua indagine. La sua stretta amicizia con Licio Gelli gli assicurava resoconti dettagliati. Allo stesso tempo era al corrente dell’indagine papale sulla Banca Vaticana. Come Marcinkus, sapeva che era solo questione di tempo perché le due indagini, indipendenti tra loro, scoprissero che investigare su uno di questi imperi finanziari significava investigare su entrambi. Stava facendo tutto il possibile per contrastare la Banca d’Italia e proteggere il suo impero finanziario, dal quale stava per sottrarre più di un miliardo di dollari.

Un’attenta analisi della posizione di Roberto Calvi nel settembre del ’78 mostra chiaramente che se Papa Paolo avesse avuto come successore un uomo onesto, allora Calvi si sarebbe trovato di fronte a una rovina totale, al crollo della sua banca e ad un sicuro arresto. E non c’è alcun dubbio che Albino Luciani fosse un uomo di questo genere.

A New York, anche il banchiere siciliano Michele Sindona stava ansiosamente controllando le attività di Papa Giovanni Paolo. Da circa tre anni Sindona stava lottando contro i tentativi del governo italiano di ottenere la sua estradizione. Volevano portarlo a Milano per metterlo di fronte alle accuse riguardanti un ammanco fraudolento di circa duecentoventicinque milioni di dollari. Quello stesso anno, a maggio, sembrava che Sindona avesse finalmente perso la lunga battaglia. Un giudice federale aveva deciso di consentire alla richiesta di estradizione.

Sindona sarebbe stato liberato dietro una cauzione di tre milioni di dollari, mentre i suoi avvocati si preparavano a giocare un’ultima carta. Chiedevano che il Governo degli Stati Uniti dimostrasse che esistevano elementi tali da giustificare l’estradizione. Sindona asseriva che le accuse mosse contro di lui dal governo italiano erano ispirate dai comunisti e da altri politici di sinistra. I suoi avvocati asserivano anche che il magistrato milanese aveva nascosto le prove che discolpavano Sindona e che se il loro cliente fosse ritornato in Italia quasi certamente sarebbe stato assassinato. L’udienza fu programmata per novembre.

Quell’estate, a New York, anche altri si davano da fare nell’interesse di Michele Sindona. Un mafioso, Luigi Roncisvalle, killer professionista, minacciò di morte il testimone Nicola Biase, che all’inizio aveva deposto contro Sindona nel processo di estradizione. La mafia aveva anche posto una taglia sulla vita del vice procuratore degli Stati Uniti John Kenney, che era il principale accusatore nel processo di estradizione. L’onorario offerto per l’assassinio del magistrato era di centomila dollari.

Se Papa Giovanni Paolo I avesse continuato ad indagare sugli affari della Banca Vaticana, allora nessuna somma avrebbe aiutato Sindona nella sua lotta contro il ritorno in Italia. La rete di corruzione nella Banca Vaticana, che includeva il riciclaggio del denaro di provenienza mafiosa, si estendeva più in là di Calvi, conduceva di nuovo a Michele Sindona.

A Chicago, un altro principe della Chiesa cattolica era preoccupato ed irritato per la piega presa dagli avvenimenti in Vaticano: era il cardinale John Cody, capo di una delle più ricche arcidiocesi del mondo. Cody governava circa due miliardi e mezzo di cattolici e circa tremila preti, controllava quattrocentocinquanta parrocchie con una rendita annuale di cui rifiutava di rivelare l’entità a chiunque. Si trattava in effetti di oltre duecentocinquanta milioni di dollari. Il segreto fiscale era solo uno dei problemi che turbinavano intorno a Cody. Nel 1978 governava Chicago da tredici anni, e le richieste di una sua sostituzione avevano raggiunto proporzioni straordinarie. Preti, suore e molti laici avevano chiesto a Roma il trasferimento dell’uomo che essi consideravano un despota.

Papa Paolo si era tormentato per anni circa il trasferimento di Cody. Solo in un’occasione aveva realmente preso una decisione, ma l’aveva revocata all’ultimo momento. La complessa, tormentata personalità di Papa Paolo costituiva solo uno dei motivi della sua esitazione. Il Papa sapeva che altre segrete accuse erano state rivolte contro Cody, con una notevole quantità di prove che indicavano l’urgente necessità di trasferire il cardinale di Chicago.

Verso la fine di settembre, Cody ricevette una chiamata telefonica da Roma. Dalla città del Vaticano era trapelata un’informazione, una di quelle che il cardinale Cody pagava bene da molti anni. L’informatore aveva detto al cardinale che ciò che aveva tormentato Paolo, stava per essere attuato dal suo successore, Giovanni Paolo. Il Papa aveva deciso che il cardinale John Cody doveva essere trasferito.

Dietro almeno tre di questi uomini si stagliava l’ombra di Licio Gelli. Molti lo chiamavano “il Burattinaio”. I burattini erano molti, piazzati in molti paesi. Gelli controllava la P2 e, attraverso essa, l’Italia. A Buenos Aires, la città dove aveva discusso il problema del nuovo Papa con Calvi, il burattinaio aveva organizzato il trionfale ritorno al potere di Juan Peron — un fatto che in seguito Peron avrebbe riconosciuto inginocchiandosi ai suoi piedi. Se Marcinkus, Sindona o Calvi erano minacciati dalle varie azioni progettate da Albino Luciani, era preciso interesse di Licio Gelli che la minaccia venisse rimossa.

Era fin troppo chiaro, il 28 settembre che questi sei uomoni — Marcinkus, Villot, Cody, Sindona e Gelli — avevano moltissimo da temere se il papato di Giovanni Paolo I fosse continuato. Altrettanto chiaramente, tutti loro avrebbero avuto molto da guadagnare se Papa Giovanni Paolo I fosse improvvisamente morto.

Il Papa morì.

Durante la tarda sera del 28 settembre e le prime ore del mattino del 29 settembre 1978, trentatré giorni dopo la sua elezione, Albino Luciani spirò.

Ora della morte: sconosciuta. Causa della morte: sconosciuta.

Sono convinto che i fatti e le circostanze semplicemente delineati nelle pagine precedenti contengono la chiave per scoprire la verità sulla morte di Albino Luciani. Sono altrettanto convinto che uno di questi sei uomini aveva già cominciato, la sera del 28 settembre 1978, ad agire per risolvere i problemi che il papato di Albino Luciani aveva posto. Uno di questi uomini era il vero cervello di una cospirazione che applicava una “soluzione” unicamente italiana.

Albino Luciani era stato eletto Papa il 26 agosto 1978. Uscendo dal conclave, il cardinale inglese Basil Hume disse alla stampa: “La decisione è stata inaspettata. Ma una volta successo, tutto è sembrato totalmente e completamente giusto. L’opinione che fosse proprio ciò che desideravamo era così generale che egli è stato senza dubbio il candidato di Dio”.

Trentatré giorni più tardi il “candidato di Dio” moriva.

Ciò che segue è il risultato di tre anni di intense indagini sulla sua morte. Ho sviluppato una serie di regole per un’indagine di questa natura. Regola Uno: cominciare dall’inizio. Accertarsi della natura e della personalità del soggetto. Che genere di uomo era Albino Luciani?

Pagina 265
I vantaggi di un assassinio
Affari come al solito

Quando, domenica 15 ottobre 1978, nel conclave cominciarono le votazioni per eleggere il successore di Albino Luciani, lo Spirito Santo era chiaramente assente. Durante i primi giorni il tema principale fu una lunga, accanita lotta specialmente tra i sostenitori di Siri e di Benelli. Per due giorni, durante lo svolgimento di otto ballottaggi, parve che il cardinale Giovanni Benelli fosse quasi vicino alla vittoria. Se Benelli fosse stato eletto, non c’era alcun dubbio che molte delle azioni che Luciani aveva deciso di intraprendere sarebbero state eseguite. Cody sarebbe stato rimosso dal suo incarico; Villot sarebbe stato sostituito; Marcinkus, de Strobel e Mennini sarebbero stati allontanati dalla Banca Vaticana.

Ma Benelli non fu eletto per nove voti e il vincitore finale, un candidato di compromesso, il cardinale Karol Wojtyla, ha più volte dimostrato che tutto ciò che ha in comune con il suo predecessore è il nome papale di Giovanni Paolo.

Malgrado gli sforzi di Benelli, Felici ed altri, il papato di Giovanni Paolo II è stato un affare come al solito. L’affare ha tratto benefici in maniera smisurata non solo dall’assassinio di Albino Luciani, ma anche dagli omicidi che sono seguiti a quella strana, solitaria morte avvenuta in Vaticano nel settembre 1978.

Con la sua elezione, l’attuale Papa fu messo al corrente dei cambiamenti che Luciani aveva in mente di operare e dei vari incontri e discussioni che il suo predecessore aveva sostenuto riguardo ad una grande varietà di problemi. Gli furono rese note anche le informazioni raccolte da Benelli, Felici, dai membri dell’A.P.S.A. e da altre persone, gli furono mostrate le prove che avevano portato Luciani alla conclusione che il cardinale Cody di Chicago doveva essere sostituito, gli furono sottoposte le prove che la Massoneria si era infiltrata nel Vaticano. Gli fu riferito il dialogo di Luciani con il Dipartimento di Stato americano e il progettato incontro con il Comitato congressuale sulla popolazione ed il controllo delle nascite. Anche Villot parlò al Papa dell’atteggiamento di Albino Luciani riguardo al controllo delle nascite. In breve, Papa Giovanni Paolo II era nella posizione di poter realizzare i progetti di Luciani ma nessuno dei cambiamenti proposti da Giovanni Paolo I si tramutò in realtà. Chiunque avesse assassinato il Papa non aveva agito invano.

Villot fu riconfermato nella carica di Segretario di Stato; Cody continuò a controllare Chicago; Marcinkus, aiutato da Mennini, de Strobel e monsignor de Bonis, continuò a dirigere la Banca Vaticana e continuò a far sì che le attività criminali con il Banco Ambrosiano prosperassero. Calvi e i suoi maestri della P2; Gelli ed Ortolani, furono liberi di continuare nei loro furti e nelle loro frodi con la protezione della Banca Vaticana. Sindona riuscì, almeno per breve tempo, a mantenere la sua libertà a New York; Baggio non andò a Venezia; il corrotto Poletti rimase cardinale vicario di Roma.

Nel tentativo di analizzare e capire che genere di uomo fosse Karol Wojtyla, fin dalla sua elezione sono stati versati fiumi di inchiostro e di parole. Egli è quel genere di uomo che poteva permettere ad individui come Villot, Cody, Marcinkus, Mennini, de Strobel, de Bonis e Poletti di conservare i loro incarichi. Non può esserci nessuna difesa per l’ignoranza. Marcinkus è direttamente responsabile verso il Papa ed è inconcepibile che questi fosse ignaro della sua colpevolezza. Per quanto riguarda Cody, Sua Santità fu informato dell’intera vicenda nell’ottobre del 1978 dai cardinali Benelli e Baggio, e come risultato Wojtyla non fece niente. Abbiamo un Papa che, pubblicamente, rimprovera i sacerdoti nicaraguensi per il loro coinvolgimento in politica e simultaneamente dà il proprio beneplacito affinché una grande quantità di dollari affluisca segretamente ed illegalmente in Polonia, destinazione Solidarnosc. Questo è un papato dal doppio volto: uno per il Papa e l’altro per il resto del mondo. Il pontificato di Giovanni Paolo II è stato, ed è, un trionfo per gli affaristi, i corrotti, i ladri internazionali come Calvi, Gelli e Sindona, mentre Sua Santità continua a mostrarsi pubblicamente in frequenti viaggi simili alle continue tourneé di una star del rock. Gli uomini che lo circondano affermano che lo fa per affari, come al solito, e che gli introiti sono aumentati. Ci si rammarica che, i discorsi severamente moralizzanti di Sua Santità non possono essere ascoltati dietro le quinte.

Come ho già detto precedentemente, dopo l’elezione di Luciani, il vescovo Paul Marcinkus mise in guardia i suoi soci della Banca Vaticana e Roberto Calvi, che si trovava a Buenos Aires: “Ricordate che questo Papa ha idee diverse da quello precedente e che qui molte cose cambieranno”.

Con l’elezione di Wojtyla ci fu un ritorno molto interessato ai valori di Paolo VI. Per quanto riguarda l’infiltrazione della Massoneria, il Vaticano, tramite l’attuale Papa, non solo ha accolto tra le sue fila un certo numero di massoni provenienti da logge diverse, ma si è anche dimostrato disponibile nei confronti dell’Opus Dei.

Il 25 luglio, sul giornale veneziano Il Gazzettino era apparso un articolo di Albino Luciani sull’Opus Dei. Le sue osservazioni si erano limitate ad una breve storia del movimento e ad illustrare alcune delle aspirazioni di quest’organizzazione per la spiritualità laica. Per quanto riguarda gli aspetti controversi dell’Opus Dei, o Luciani non ne era a conoscenza, il che è improbabile, o cercava ancora una volta di mostrare la sua consueta discrezione.

Con l’elezione di Karol Wojtyla la discrezione è diventata merce rara. La sua apertura nei confronti dell’Opus Dei è ben documentata. Considerando il fatto che questa setta cattolica condivide molte concezioni e molti valori con la corrotta P2, e che l’Opus Dei ora deve essere considerata una forza all’interno della città del Vaticano, è opportuno tener presente alcuni dettagli fondamentali.

L’Opus Dei è un’organizzazione cattolico-romana di dimensioni internazionali. Sebbene il numero di membri effettivi sia relativamente basso (la stima varia dai sessantamila agli ottantamila), la sua influenza è enorme. È una società segreta, e come tale severamente proibita dalla Chiesa. L’Opus Dei nega di essere una confraternita segreta ma rifiuta di rendere nota la lista dei suoi affiliati. Fu fondata nel 1928 da un prete spagnolo, monsignor Josemaria Escrival, e rappresenta lo schieramento di estrema destra della Chiesa Cattolica, una posizione politica che le ha procurato in egual numero nemici e simpatizzanti. Solo una piccola percentuale dei suoi membri, circa il 5%, è costituita da ecclesiastici, i rimanenti sono laici di entrambi i sessi. Sebbene tra i suoi aderenti sia possibile individuare persone di diversa condizione sociale, l’Opus Dei cerca di attrarre nella sua sfera soprattutto gente di rango superiore, compresi studenti e laureati che aspirano a posizioni di comando.

Il dottor John Roche, lettore dell’Università di Oxford ed ex membro dell’Opus Dei, la descrive come “inquietante, esoterica e orwelliana”. Può darsi che la preoccupazione dei suoi membri di automortificarsi sia la causa principale dell’ostilità mostrata dai mass media nei confronti della setta. Certo che mentre siamo alle soglie del duemila può sembrare difficile, per la maggior parte delle persone, accettare l’idea di flagellarsi la schiena nuda e di portare intorno alle gambe strisce di metallo con chiodi rivolti verso l’interno per la maggior gloria di Dio. Nessuno, comunque, dubita della totale sincerità dei membri dell’Opus Dei, i quali si sono votati ad un compito di ancor più grande portata: impadronirsi della Chiesa Cattolica Romana. Ciò dovrebbe causare preoccupazione non solo ai cattolici romani ma a chiunque. Indubbiamente in questa società segreta ci sono degli aspetti da ammirare. Albino Luciani elogiò eloquentemente alcuni dei concetti spirituali fondamentali, ma rimase discretamente in silenzio sul problema dell’automortificazione e dell’ancor più potente filosofia politica fascista. Con Papa Giovanni Paolo II, l’Opus Dei si è sviluppata; anche se non vi appartiene, per i suoi membri Wojtyla rappresenta il Papa ideale. Una delle prime cose che fece dopo la sua elezione fu quella di recarsi sulla tomba del fondatore dell’Opus Dei e di pregare. Successivamente concesse alla setta lo status di prelatura personale, il che significava diventare responsabile solo verso Roma e verso Dio.

Quest’organizzazione ha, secondo le sue stesse affermazioni, membri che lavorano in più di seicento giornali, riviste, pubblicazioni scientifiche sparsi in tutto il mondo; ha, inoltre, membri in più di cinquanta stazioni radiotelevisive. Negli anni ’60, tre dei suoi affiliati appartenenti al governo del dittatore spagnolo Franco, crearono il ‘miracolo economico’ della Spagna. Il capo della grande multinazionale spagnola Rumasa, Josè Mateos, è un membro dell’Opus Dei; attualmente è ancora in attività, dopo aver costituito una rete di corruzione simile a quella dell’impero di Calvi, come è stato rivelato recentemente. L’Opus Dei possiede un’enorme ricchezza. Josè Mateos, conosciuto come l’uomo più ricco di Spagna, ha portato milioni nell’Opus Dei e una considerevole somma di questo denaro proviene da affari illegali con Calvi, effettuati sia in Spagna che in Argentina. Ufficiale pagatore della P2 e ufficiale dell’Opus Dei: sarebbe questo un esempio che le vie del Signore sono infinite?

Dalla morte di Albino Luciani e la proclamazione del suo successore, Karol Wojtyla, la Soluzione Italiana, che era stata applicata al problema di un Papa onesto, è stata frequentemente applicata ai problemi di fronte a cui si sono trovati Marcinkus, Sindona e Gelli. La litania degli assassini e dei ferimenti commessi per mascherare furti su vasta scala rende particolarmente sinistra la lettura degli avvenimenti successivi ed inoltre serve come prova evidente per confermare il delitto di Albino Luciani.

——————-o0o——————–
Data: Sabato, 13 settembre @ 19:00:00 CDT
Argomento: Storia
DI ANTONIO ROSSINI
RinascitaAlbino Luciani, forse avrebbe migliorato i prelati della chiesa cattolica. Voleva meno ricchezza e più regole religiose. Forse avremmo avuto un papa volenteroso a riportare la chiesa nel suo habitat e lontano dalla politica.
“Ieri mattina sono andato alla Sistina a votare tranquillamente, mai avrei immaginato quello che stava per succedere. Appena è cominciato il pericolo per me, i due colleghi che mi erano vicini, mi hanno sussurrato parole di coraggio. Uno di loro ha aggiunto: non abbia paura, in tutto il mondo c’è tanta gente che prega per il nuovo papa, venuto il momento ho accettato.Io non ho né la sapientia cordis di papa Giovanni e neanche la preparazione e la cultura di papa Paolo VI, però sono al loro posto. Devo cercare di servire la chiesa, spero che mi aiuterete con le vostre preghiere”. Questo il discordo di Luciani il giorno dopo l’elezione.”

Albino Luciani è stato il 263esimo papa.

Il suo pontificato fra i più brevi della storia, solo 33 giorni, sarà ricordato come il papa del sorriso. Il sorriso di Dio.

Sembra che a suor Lucia di Fatima, quando papa Luciani era ancora Cardinale, durante due ore di colloquio, gli abbia svelato il famoso segreto. Questo lo racconta il fratello del papa che in quella occasione lo vede stravolto, afferma che la suora aveva preannunciato la elezione del fratello a papa e gli avesse anche anticipato la brevità del pontificato e quanto gli sarebbe accaduto.

Luciani sapeva essere anche duro e lo dimostrò durante il cosiddetto scisma di Montaner (frazione del comune di Sarmede), dove alcuni parrocchiani non volevano accettare la designazione del nuovo parroco. Ebbe il coraggio alla fine delle contestazioni di andare al paese e ritirare ogni consacrazione per impedire ogni celebrazione. Fu scortato da Carabinieri e Polizia per evitare l’ira dei fedeli che da allora ad oggi osservano in quel comune il rito ortodosso. A nulla valsero i ricorsi sino all’allora Papa.

Poi esiste una storia su prestiti e banca dello Ior che vide contrapporsi il vescovo di Belluno e Vittorio Veneto e il banchiere della chiesa monsignor Marcinkus. Anche allora non fu tenero con l’uomo d’affari dimostrando carattere e determinazione.

Dobbiamo pertanto ricordare quanto certo Vincenzo Caldara, pentito di Cosa Nostra, riferì al giudice Borsellino: l’assassinio di Luciani è stato preceduto dalla rimozione di Cardinali e Vescovi dello IOR ed ho sentito parlare di Marcinkus e di Villiot legati a beni ed averi del vaticano.

Luciani nasce a Forno di Canale il 17 ottobre del 1912 da Giovanni e Bortola Tancon. Viene fatto battezzare lo stesso giorno della nascita, per le precarie condizioni fisiche.
Entra in seminario a 11 anni e viene ordinato sacerdote a 23 anni. Inizia subito la carriera ecclesiastica, consegue la laurea alla Gregoriana di Roma. Molti gli scritti, semplici, alla portata di ogni cattolico. Vicario generale della diocesi di Belluno, Vescovo di Vittorio Veneto (consacrato da Roncalli), attivo al Concilio Vaticano II, dove viene pubblicamente osservato ed apprezzato, vicepresidente della CEI, Cardinale nel 1973 (grande legame con il Brasile e la chiesa latino-americana), Papa il 26 agosto 1978, inizio pontificato il 3 settembre 1978 e morte il 29 settembre 1978. Si dirà: colpito da infarto.

Come abbiamo detto le profezie ed i misteri accompagnano la vita di questo prelato. Importante deve essere stato l’incontro con suor Lucia superstite di Fatima.
La vecchia suora si rivolge a lui chiamandolo Santo Padre e due ore di colloquio non sono cosa da nulla. Parlarono del suo pontificato e di una morte repentina, svelando il segreto di Fatima.
Il Cardinale Luciani restò impressionato da quell’incontro. Il fratello Edoardo ricorda che parlando di quell’incontro Albino si intristiva e cambiava umore, poi deciderà di non parlare più di Fatima e di suor Lucia.

Ricordiamo tutti il quel 1972 a Venezia, quando Paolo VI, visitando la città e la diocesi, in pubblico fece un gesto non consono al carattere austero di Montini, si tolse la stola papale e la mise sulle spalle del patriarca di Venezia Luciani. Tutti ricorderanno la vergogna ed il forte rossore sul viso dell’allora Vescovo. Per molti Montini, aveva indicato il suo successore.
Pochi mesi dopo viene elevato a Cardinale.
Anche Roncalli dovette chiedere il motivo per cui Luciani non veniva nominato vescovo, la politica del vaticano gli rispose: per le sue condizioni fisiche. Roncalli immediatamente lo consacrò Vescovo, dicendo che almeno sarebbe morto titolato.

Luciani ai suoi assistenti disse: su questa sedia non dovevo essere seduto io da papa, doveva esserci uno straniero, perché è giunta questa ora. Poi esistono tanti fatti conosciuti e non.
Trent’anni sono passati da quando i 111 cardinali scelsero il patriarca di Venezia a papa. Fu fatalmente il successore di Paolo VI ed avrebbe dovuto compiere 66 anni il 17 ottobre del 1978.
Nei pochi giorni di pontificato però, cambiò tante cose nella chiesa di Roma, pronunciò 9 discorsi, tenne 4 udienze e due omelie. Riuscì immediatamente e meglio dei suoi predecessori a farsi capire per la semplicità del linguaggio, nuovo e moderno per un Papa. Non si curò di confessare le sue paure alla gente che lo ascoltava, arrossi davanti alla folla in piazza San Pietro, abolì il plurale maiestatis, si mostro umile verso tutti, scelse due nomi e stranamente li fece seguire dal numero I romano, abolì la sedia gestatoria e disse la messa sul sagrato di San Pietro. Secondo alcuni alti togati vaticani, il suo linguaggio era troppo semplice e non mancarono le prime critiche. Fece scrivere sul suo stemma papale: Humiltas, che non ha bisogno di commenti.
La improvvisa morte di Luciani, sollevò forti interrogativi e sospetti fra tutti. Ci sono stati anche articoli, saggi e libri che parlavano di complotti ed avvelenamento, ma la commissione medica vaticana disse NO. La certificazione recita : stroncato da un infarto e così replica una commissione d’inchiesta voluta dal vaticano per fare cessare nel mondo intero ogni sospetto.
Io e molti come me, sono ancora convinti che l’infarto non ci fu.
Come dissero molti giornalisti, scrittori e trasmissioni televisive, gli ingredienti per il giallo c’erano tutti. Luciani era un innovatore, aveva già strafatto e non aveva nascosto ad alcuno cosa voleva fare. Avrebbe voluto una chiesa meno ricca e blasonata e con tanta più preghiera e umiltà. Lui diceva: meno ingessata. Tutto questo creò malumore fra i manovratori che di religioso hanno ancora oggi solo l’abito.

Furibonde le alte sfere vaticane, quando sentirono parlare il successore di Pietro come Pietro, cioè in prima persona. Insomma un papa troppo innovatore e dopo le prime uscite pubbliche del pontefice i nemici (prelati) si fecero tanti. Poi la ciliegina sulla torta fu l’affermazione: Dio è padre ma anche madre. Apriti cielo, cosa aveva combinato quel sempliciotto malaticcio che avevano votato. Un papa sempliciotto che confessava paure, che raccontava i fatti suoi, che voleva innovare e che affermava che Dio era anche madre.
Ricordiamo insieme che la santa sede alle ore 6,30 del 29 settembre del 1978, diffuse un comunicato in cui si ricostruivano le ultime ore del papa. Si disse che il cadavere fu scoperto dal segretario particolare don Magee, mentre si scoprirà dopo che alle 5,30 era stata suor Vincenza, sua segretaria da sempre a scoprirlo. Non aveva bevuto il suo caffè e questo destò il suo sospetto.

Si disse che fu trovato con un libro in mano, poi con suoi appunti e altro ancora.

Perché una versione falsa? Non crediamo al fatto che una donna fosse entrata mentre era a letto ecc. Suor Vincenza vegliava su Albino Luciani da una vita e questa è solo una scusa.

Ogni cosa è stata facile, perché ogni momento della vita di Luciani è stato percorso da malattie, ma anche da diagnosi sbagliate, come quella della tubercolosi.
Vogliamo ripeterci, c’erano tutti gli ingredienti per il giallo internazionale.

Dobbiamo dire che molti a San Pietro digerirono male la sua elezione a papa e fra questi il più scontento e preoccupato era proprio Marcinkus potente banchiere di San Pietro, che tifava per il Cardinale Siri. Marcinkus era una pedina importante della finanza, era il più alto in grado dello IOR e si incrocia con fatti nazionali ed internazionali che fanno parlare ancora oggi.

Papa Luciani aveva detto che non avrebbe più permesso la iscrizione di prelati alla massoneria e l’uso del denaro da parte della chiesa a stregua di una qualsiasi banca. Luciani si irritava solo a sentir parlare di Calvi e Sindona, sui quali aveva svolto alcune indagini.
Ricorderete, perché non sono fantasie, che in quel periodo venne fuori una lista di 131 ecclesiastici iscritti alla massoneria e la maggioranza alloggiava nel vaticano. Ricorderete che la lista era stata pubblicata sull’Osservatore Politico di Mino Pecorelli che fu poi ucciso, anzi mi correggo, scomparso in circostanze mai chiarite (lo stesso Pecorelli era legato a Gelli).
Nella lista c’erano: Villot, Casaroli, Marcinkus, Levi, Tucci ecc.Le danze contro Luciani iniziarono facendo circolare la voce che era poco adatto all’incarico, che era troppo buono e puro per governare una cosa complicata come il Vaticano e la chiesa cattolica. Per questo la sua morte ancora oggi suscita incredulità, dubbio e sospetto.
L’autopsia chiesta da molti non fu fatta.Bello da leggere un libro di D. Yallop, che sospetta sei alti prelati di omicidio.
Sparirono dalla camera del papa tutti gli oggetti personali, tutti i suoi appunti ed i medicinali.Molte domande resteranno senza risposta, sappiamo solo che forse avremmo avuto un papa diverso dal solito copione.Antonio Rossini
Fonte: http://www.rinascita.info
Link
09.09.2008
——————o0o——————

28 settembre. “Buongiorno, Santo Padre”
I segreti del giorno in cui morì Papa Luciani

28 settembre. “Buongiorno, Santo Padre” <br/> I segreti del giorno in cui morì Papa Luciani

Un sorriso. Uno sguardo mite e pulito. Questa è l’immagine che è passata alla storia di Albino Luciani. Papa Giovanni Paolo I. 33 giorni di pontificato. Uno dei più brevi della storia.
In occasione del giorno della sua scomparsa, Rai 2 prova a fare nuovamente luce su questo mistero con “la Storia siamo noi” in onda questa sera.
Noi di Gialli.it vogliamo invece provare a raccontare una storia e i suoi protagonisti.

di CLAUDIA MIGLIORE

Infarto mio-cardico acuto. Sono le 7.30 del mattino del 29 settembre 1978. In un comunicato stampa il Vaticano annuncia al mondo la morte di Albino Luciani, papa Giovanni Paolo I. Il primo pontefice figlio di muratore che siede sulla Sedia del figlio di un falegname. L’unico, papa per 33 giorni. L’unico morto in circostanze misteriose.
La nostra storia vogliamo cominciarla da quel comunicato. Unica fonte ufficiale.
“Questa mattina, 29 settembre 1978, verso le cinque e mezzo, il segretario privato del Papa, non avendo trovato, diversamente dal solito, il Santo Padre nella cappella del suo appartamento privato, lo ha cercato nella sua stanza e lo ha trovato morto nel letto con la luce accesa, come se fosse intento a leggere. Il medico, dottor Renato Buzzonetti, che è accorso nella stanza del Papa, ha confermato la morte, che è avvenuta presumibilmente verso le undici di ieri sera, asserendo che si è trattato di morte improvvisa che potrebbe essere stata causata da infarto mio-cardico acuto”.

I fatti
Venerdì 29 settembre 1978, ore 4.30. Suor Vincenza come faceva tutti i giorni, da 33 giorni, lascia sulla scrivania dello studio, comunicante con la stanza dove dorme Papa Giovanni Paolo I, un bricco di caffè. Come tutti i giorni bussa alla porta della stanza da letto. Come tutti i giorni pronuncia una frase altrettanto usuale: “Buongiorno, Santo Padre”.  Ma accade qualcosa di diverso dagli altri giorni. Il bricco del caffè non viene toccato. Sapendo che mai, in quasi vent’anni, da quando era al suo servizio, Luciani si era alzato dopo le 4.30, Suor Vincenza bussa ancora alla porta e poi preoccupata entra.  Sono le 4.45. Il Papa è sdraiato sul letto, la testa reclinata a destra, le labbra dischiuse, gli occhiali poggiati sul naso e con in mano delle carte. Sul comodino la lampada è ancora accesa. Giovanni Paolo I è morto ed è suor Vincenza ad averlo trovato per prima. Non il suo segretario.
L’ora della morte non è nota. Si può solo supporre.
Il Vaticano non richiederà mai l’autopsia sul corpo di Papa Luciani. E ciò che avrebbe potuto fugare ogni dubbio resta invece uno dei principali motivi di sospetto.
Successivamente alla scoperta del corpo senza vita di Papa Luciani, scompaiono le medicine che il pontefice era solito tenere sul comodino. Spariscono le carte che il papa aveva ancora in mano. Sparisce il suo ultimo testamento. Non c’è più traccia né delle pantofole che era solito calzare, né degli occhiali che aveva indosso al momento della morte.
Diviene oggetto di discussione persino il libro che aveva sul comodino. “L’Imitazione di Cristo” dice il suo segretario. Ma quel libro, il libro preferito di Papa Luciani, era rimasto nella sua residenza di Venezia e non ce n’era una copia in Vaticano.
L’annuncio della morte viene dato con un ritardo di quasi tre ore.

E’ una strana storia questa. Che ha un unico grande interrogativo. Perché? Perché mentire sull’ora, sulle circostanze. Perché mentire sugli effetti personali. Sulle letture del papa. Perché? Si domandano tanti da anni. Perché?. Oggi tutti i protagonisti sono morti. Oggi non ci sono più voci per rispondere. Restano gli atti processuali, le testimonianze, i libri. Parole scritte sui principali protagonisti di uno dei più grandi misteri del XX secolo.

Marcinkus e lo IOR
Arcivescovo americano. Numero di matricola 43/649. Soprannome “Marpa”. Massone. Come tanti in Vaticano. Il 6 gennaio 1969 viene nominato segretario della Curia romana. Stringe amicizia con l’uomo d’affari americano David Matthew Kennedy, allora presidente della Continental Illinois National Bank di Chicago e, attraverso quest’ultimo, conosce Michele Sindona. Poi Roberto Calvi. Poi Licio Gelli. Dal 1971 al 1989 Marcinkus è presidente dell’Istituto per le Opere di Religione (IOR), la banca del Vaticano. E’ in quel ruolo che, nel 1981, l’arcivescovo verrà coinvolto nel crac del Banco Ambrosiano Veneto. A causa delle compromissioni economiche e giuridiche tra lo IOR e il Banco. Nel 2003 Marcinkus verrà indicato, da Vincenzo Calcara pentito, come il personaggio di raccordo fra l’”entità vaticana” e quella di Cosa Nostra per le attività di riciclaggio di denaro.
Ma dopo quel 28 settembre 1978 su Marcinkus ricadranno i maggiori sospetti per la morte di Papa Luciani. A Marcinkus quei 33 giorni devono essere sembrati un’eternità. 33 giorni in cui Luciani aveva tracciato le linee di un profondo rinnovamento della chiesa nel tentativo di riportarla agli ideali originari di umiltà e semplicità. 33 giorni in cui Luciani aveva deciso di sottrarre allo IOR tutte le prorietà mobiliari e di sostituirne i vertici.

Oggi lo IOR ha 130 dipendenti, un patrimonio stimato (nel 2008) di 5 miliardi di euro, 44 mila conti correnti, riservati a dipendenti vaticani, ecclesiastici e ad una ristretta quantità di enti privati.

Il cardinale Cody
Di Chicago. Notoriamente corrotto. Paolo VI era stato riluttante a ordinargli di dimettersi, limitandosi a chiedere che si facesse da parte. Lui si era rifiutato. Nel giugno 1970, mentre era tesoriere della Chiesa americana, investì illegalmente due milioni di dollari in azioni della Penn Central. Pochi giorni dopo, il prezzo delle azioni crollò e la società andò in bancarotta. Il Cardinale sopravvisse a quello scandalo e iniziò a vendere gran parte dei beni della diocesi di Chicago, che contava 2,4 milioni di persone. Era stravagante, bugiardo patologico e paranoico. Mescolava fondi che secondo la legge non aveva il diritto di toccare con altri che erano legalmente sotto il suo controllo. Questo e molto altro trovò Albino Luciani nel suo dossier e decise che il Cardinale Cody doveva andarsene.

Il Cardinale Villot
Segretario di stato di Paolo VI. Numero di loggia 041/3. Massone. Come tanti in Vaticano. Alla morte di Paolo VI viene riconfermato da Giovanni Paolo I. Rappresenta la vecchia guardia. La chiesa radicale. E mantiene fede ai modi e ai principi con cui Paolo VI ha guidato la chiesa fino alla sua morte. E all’“Humanae vitae”, l’enciclica di Paolo VI che ribadisce l’illiceità di qualsiasi metodo contraccettivo. L’humanae vitae e Albino Luciani. L’acqua e l’olio. Luciani è un innovatore. Forse lo è troppo. Luciani si occupa dei problemi del mondo prima di quelli della Chiesa. Aveva già scritto e inviato un documento sul controllo delle nascite proprio a Paolo VI. Ma oggi che il papa è lui deve fare qualcosa. Papa Luciani stabilisce dei contatti con il Dipartimento di Stato americano che studia il fenomeno e il problema della crescita della popolazione mondiale. E’ il primo passo verso un radicale cambiamento. Ma può la chiesa cambiare rotta così radicalmente? Papa Luciani nei suoi 33 giorni decide di sostituire Villot con il cardinale Gantin.

Roberto Calvi
Il banchiere di Dio. Presidente del Banco Ambrosiano Veneto e responsabile del suo crac finanziario. Per anni mantiene relazioni con Marcinkus e con lo IOR. Massone. Ha amicizie con molti membri della loggia massonica deviata P2, con la mafia e con il mondo degli affari. Nel 1968 conosce Michele Sindona, banchiere e massone, divenendone socio in affari. Nel 1975 Sindona gli presenta Licio Gelli e Calvi entra nella loggia P2. Negli anni precedenti al pontificato di Albino Luciani, Calvi, insieme a Gelli e Sindona ha relazioni radicate con il Vaticano. Albino Luciani viene presto informato. Delle questioni economiche. Della massoneria. Della mafia. Calvi morirà impiccato sotto il Ponte dei Frati Neri sul Tamigi. Anche la sua morte resterà un mistero.

——————-o0o——————-
di Renzo Paternoster
Prologo. All’alba del 29 settembre 1978 intorno alle 4.30, come faceva ogni giorno da trentatre giorni, suor Vincenza Taffarel porta il caffé al papa posandolo sulla scrivania dello studio comunicante con la stanza dove Giovanni Paolo dorme. Subito dopo la suora bussa alla porta della camera da letto pronunciando l’abituale Buongiorno, santo Padre! Suor Vincenza lavora per Albino Luciani dal 1959, quando ancora il papa era vescovo a Vittorio Veneto. Ritorna dopo quindici minuti e trova il caffé ancora sul tavolino. Mai in tanti anni di servizio Albino Luciani aveva ritardato il suo risveglio. Così dopo aver bussato insistentemente e non aver ricevuto risposta, la suora decide di entrare nella stanza. Albino Lucani, papa Giovanni Paolo I, è seduto sul suo letto appoggiato a due o tre cuscini, ha il capo leggermente inclinato a destra, la lampada sul comodino è accesa, indossa ancora gli occhiali e ha tra le mani dei fogli. Allarmata la suora tocca il polso del papa e si accorge che è morto.
Finisce così il pontificato di Giovanni Paolo I. Inizia così il mistero sulla morte di Albino Luciani.

Clicca sulla immagine per ingrandire
Il pontefice Giovanni Paolo I

Luciani sacerdote. Albino, figlio di Giovanni Luciani e Bortola Tancon, nasce il 17 ottobre 1912 a Forno di Casale (poi diventato Canale d’Agordo), presso Belluno. Suo padre è un operaio socialista, emigrato in America Latina per lavorare e mantenere la famiglia. Quando Albino ad undici anni decide di entrare in seminario, chiede il consenso a suo padre, scrivendogli una lettera. Papà Giovanni gli risponde che non è contrario alla scelta del suo piccolo, ma gli fa promettere che quando Albino sarebbe diventato sacerdote, avrebbe pregato di più per gli operai. Ad undici anni quindi entra in seminario a Feltre prima, poi, nel 1928, a Belluno. Il 7 luglio 1935, a 23 anni, è ordinato sacerdote. Trasferitosi a Roma, si laurea in teologia all’Università Gregoriana, con una tesi su Rosmini: L’origine dell’anima umana secondo Antonio Rosmini.
Conclusi gli studi, ritorna dalle sue parti e svolge diversi compiti: cappellano, insegnante di religione alle superiori, procancelliere e provicario della sua diocesi. Egli si occupa principalmente alla catechesi, raccogliendo i frutti del suo insegnamento nel libro “Catechesi in briciole”. Nel 1958 papa Giovanni XXIII lo nomina vescovo di Vittorio Veneto. Tra l’8 ottobre e l’8 dicembre del 1962 partecipa alla I sessione del concilio Vaticano II, di cui seguirà tutti i lavori fino alla IV ed ultima sessione, tra il settembre e il dicembre del 1965.

Monsignor Luciani al concilio Vaticano II. In occasione del grande concilio della Chiesa, papa Giovanni XXIII nel 1962 crea una commissione pontificia sui problemi della famiglia e il controllo delle nascite. Papa Paolo allarga questa commissione aggiungendo un comitato composto d’esperti sulla questione. In più istituisce un’altra commissione più ristretta, formata da circa venti tra vescovi e cardinali. Quest’ultima rappresentanza avrebbe dovuto controllare la prima, fungendo da filtro per eventuali dichiarazioni troppo liberali.
La prima rappresentanza di vescovi, quella più larga, stese un rapporto sottoponendolo alla commissionefiltro. Il documento, votato con una palese maggioranza, consigliava un cambiamento nella posizione assunta dalla Chiesa riguardo il controllo delle nascite. Queste raccomandazioni, assieme ai rapporti richiesti dallo stesso pontefice alle varie diocesi d’Italia, sono recapitate a papa Paolo. Tra i rapporti diocesani c’è quello di Albino Luciani, vescovo di Vittorio Veneto.
Durante le sedute del concilio, monsignor Albino Luciani ha avuto una visione in parte differente da quella adottata poi da Paolo VI con l’Humanae vitae. Luciani parla di “maternità responsabile”, appoggiando a determinate condizioni l’uso degli anticoncezionali. Per monsignor Luciani il concilio doveva adattare la Chiesa ai problemi contemporanei, poiché negare ai cattolici il diritto al controllo delle nascite significava riproporre una visione della Chiesa ancora medievale. Luciani appoggia i risultati della maggioranza della commissione pontificia sui problemi della famiglia e del controllo delle nascite: il controllo artificiale della natività ha la stessa moralità di quello naturale, a patto che il procedimento adottato non sia abortivo e non porti pregiudizio alla salute della donna.
La promulgazione della Humanae vitae da parte di papa Montini il 25 luglio 1968, amareggiò monsignor Luciani. Questa tristezza è racchiusa in una lettera che Luciani scrisse ai suoi diocesani: «Confesso che, […], privatamente avevo sperato che le gravissime difficoltà che esistono sarebbero state superate e che la risposta del Maestro, che parla con uno speciale carisma e nel nome del Signore, avesse coinciso, almeno in parte, con le speranze delle molte coppie sposate dopo che era stata costituita un’apposita Commissione pontificia per esaminare la questione». Effettivamente che senso può avere convocare un concilio per poi ribaltare la posizione dei vescovi su un determinato argomento? Nel frattempo l’Istituto Farmacologico Sereno, società controllata dal Vaticano, vendeva un contraccettivo orale chiamato Luteolas.
Il 17 settembre 1969 il patriarca di Venezia, il cardinale Urbani, venne a morte. Paolo VI subito rivolse le sue attenzioni al vescovo di Vittorio Veneto. Monsignor Luciani dapprima rinunciò a ricoprire la sede vacante di Venezia, poi, il 15 dicembre 1969, dovette obbedire alle pressioni che giungevano da Roma. Il 5 marzo 1973, l’arcivescovo Luciani, ricevette il cappello cardinalizio.

Clicca sulla immagine per ingrandire
Il vescovo Luciani a Venezia,
con il papa Giovanni XXIII

Luciani patriarca a Venezia. A Venezia l’arcivescovo Luciani continuò ad avere una vita semplice, riscuotendo disapprovazione dall’alta società veneziana. Qui scrive articoli per Il Messaggero di S. Antonio, sotto forma di lettere indirizzate a personaggi storici e biblici, o addirittura fantastici. Questi articoli furono poi riuniti in un volumetto intitolato “Illustrissimi”.
La sua semplicità e umiltà lo porta a rinunciare alla barca personale, spesso usa la bicicletta per le visite sulla terraferma, visita gli ospedali e le case di cura senza preavviso, si serve della Banca Cattolica del Veneto (meglio conosciuta come la “banca dei preti”) per aiutare i più indigenti.
La Banca Cattolica del Veneto fu fondata con il preciso intento di contribuire al lavoro assistenziale del clero a favore dei più bisognosi. Per questo la banca prestava denaro al clero a tassi d’interesse ridotti. Nel 1972 questi prestiti cessarono e i sacerdoti avrebbero dovuto pagare l’intero tasso d’interesse a prescindere dalla loro destinazione assistenziale. Lo IOR (la Banca Vaticana) possedeva in quell’anno circa il 51% delle azioni di questa banca, le altre erano sparse tra piccoli azionisti e le diocesi del Veneto.
Un fatto clamoroso aveva suscitato disapprovazione e sgomento tra i vescovi e i sacerdoti veneti. Il presidente della Banca Vaticana, Paul Marcinkus, senza informare il patriarca di Venezia e i vescovi veneti, aveva venduto il 37% delle azioni della Banca Cattolica del Veneto. L’acquirente era Roberto Calvi del Banco Ambrosiano di Milano.
Spinto dai vescovi del Veneto, monsignor Luciani si recò direttamente a Roma per esprimere il suo disappunto sull’operazione finanziaria di Marcinkus. L’incontro con il cardinale Giovanni Benelli fu inconcludente, anzi Luciani si ritirò a Venezia convinto dell’immoralità di Paul Marcinkus.
I vescovi veneti per protesta chiusero i lori conti presso la Banca Cattolica del Veneto, Luciani trasferì i conti dell’arcivescovado nel piccolo Banco di San Marco. In seguito tentò di convincere i dirigenti della Banca Cattolica del Veneto ad eliminare la parola “cattolica” dall’intestazione della banca. E’ chiaro che di cattolico questa banca aveva solo il nome.

Il conclave che elesse Luciani. Alla morte Paolo VI sembrava che egli non avesse eredi diretti. I porporati chiamati a decidere il nome del nuovo timoniere della grande barca di Pietro, erano stati per la maggioranza scelti dal pontefice scomparso. L’orientamento generale dei cardinali era verso un papa italiano, anche se qualche dichiarazione, che poi si trasformò in voto nel conclave, spingeva in senso contrario.
Fra il 7 e il 24 agosto i cardinali partecipano a quattordici congregazioni generali. A queste riunioni ufficiali tutti i porporati, anche quelli che non hanno diritto di voto per aver superato gli ottant’anni, hanno diritto d’intervento. Le riunioni vertono sullo stato di salute spirituale e finanziaria della Chiesa.
Per la salute spirituale, ad esempio, alcuni cardinali, tra cui Suenens, vorrebbero alleggerire le decisioni del pontefice, proponendo una specie di “consiglio del pontefice”, formato da un certo numero di cardinali che coadiuvano il papa nell’esercizio delle sue funzioni (insomma è riproposta una riedizione aggiornata e riveduta del vecchio conciliarismo che tanti danni provocò alla Chiesa).
La relazione finanziaria del cardinale Egidio Vagnozzi, presidente della prefettura per gli Affari economici, non è rosea. Sotto il pontificato di Paolo VI è aumentato enormemente il deficit di bilancio. Il cardinale Pietro Palazzini contesta al presidente del dicastero degli affari economici, la reticenza mantenuta in Vaticano sugli immorali affari dello IOR. Al dibattito interviene prontamente il cardinale camerlengo Jean Villot, che assiste il decano del collegio cardinalizio Carlo Gonfalonieri. Villot ricorda ai presenti che lo IOR non dipende dagli uomini della Santa Sede, benché svolga la sua attività in Vaticano. Non solo questo, precisa il cardinale Villot, ma puntualizza a tutti che, non rientrando nelle amministrazioni soggette al controllo della prefettura per gli Affari economici, non può essere oggetto d’esame da parte del collegio cardinalizio. Questo scottante tema viene per il momento messo da parte. Lo riprenderà, come vedremo, il nuovo pontefice.

Clicca sulla immagine per ingrandire
Con papa Paolo VI in visita
pastorale nella capitale veneta

Tra i compiti delle congregazioni preparatorie, vi è quello di pianificare lo svolgimento delle elezioni vere e proprie: nominare gli scrutatori, assegnare le celle ai cardinali, assicurarsi che tutto funzioni per l’inizio del conclave.
Accanto a queste riunioni ufficiali si svolgono altre più ristrette e sicuramente più segrete. Queste fungono da vere e proprie campagne elettorali per presentare un candidato scelto da una fazione o da un’altra. C’è ad esempio la riunione del cosiddetto “partito romano”, con i cardinali Vagnozzi e Palazzini che “portano” Siri come candidato. Poi ci sono i candidati di altri “partiti”, come Poletti, Baggio e Pignedoli, tutti schierati dal “partito montiniano”.
Il cardinale Benelli ha un suo candidato, che potrebbe andar bene sia ai progressisti che ai tradizionalisti: si chiama Albino Luciani. Benelli lavora molto per il suo candidato, tant’è che prima di iniziare il conclave, la stampa internazionale presenta come papabili i nomi di Siri e Luciani. E’ probabile che la stessa CEI (la Conferenza episcopale italiana) è orientata sul cardinale Luciani, suo vicepresidente.
Il pomeriggio di venerdì 25 agosto i cardinali si chiudono in conclave. L’universalità della Chiesa è rappresentata dai 111 elettori di tutti e cinque i continenti. Il più giovane ha 49 anni, Jaime Sin arcivescovo di Manila; il più anziano ha 79 anni, Frantisek Tomasek, arcivescovo di Praga. Dopo la lettura dei principali passaggi della costituzione di Paolo VI, la Romano Pontifici eligendo, tutti i cardinali giurano di osservare le prescrizioni contenute, tra cui la segretezza sulle vicende di quel conclave. Ma ci sono cose che si possono dire. Lo stesso Luciani ha confidato a sua nipote Pia quale cella gli era toccata in sorte, chi erano i suoi vicini. Più volte ha fatto capire che in conclave di fronte a lui sedeva il cardinale Karol Wojtyla, lo straniero.
Il mattino seguente, dopo aver concelebrato la messa nella Sistina e aver fatto colazione, alle 9.30 inizia il primo scrutinio. Allo spoglio Luciani ottiene 23 voti, Siri 25. I restanti voti sono sparsi. Subito segue il secondo scrutinio: Siri scende di un solo voto, Luciani sale a 53. Occorrono 75 voti per conquistare i due terzi più uno dei consensi. Il pomeriggio dello stesso giorno, alle 16.30, i cardinali ritornano al voto. L’esito di questo terzo scrutinio fa registrare un’ulteriore perdita di voti a Siri, che ottiene solo 12 voti, e un sobbalzo a Luciani, che ne ha 70. Probabilmente il “partito romano” ha fatto confluire i voti su Luciani. Al quarto scrutinio Luciani ha ben 101 voti su 111. L’applauso rompe il silenzio, tutti gli sguardi sono sul cardinale Albino Luciani.
Il cardinale decano si avvicina a Luciani e, nel pesante silenzio dell’assemblea, gli chiede ufficialmente se accetta l’elezione: «Acceptasne electionen ad Summum Ponteficem de te canonice factam?». Chissà cosa avrà pensato don Albino, cardinale di Santa Romana Chiesa non per sua volontà, di fronte a quella domanda carica di enorme responsabilità. «Possa Dio perdonarvi per ciò che mi avete fatto», risponde Luciani, quindi aggiunge «Accepto!». Con la sua accettazione spontanea Albino Luciani aderì al disegno divino che forse già conosceva.

Un pontificato profetizzato. La salita al soglio pontificio di Albino Luciani era stata già vaticinata tempo prima da un gesto di papa Paolo VI. Durante la visita a Venezia, fatta

Clicca sulla immagine per ingrandire
Papa Luciani benedice i fedeli
che affollano piazza san Pietro

in occasione del Congresso Eucaristico Nazionale di Udine, papa Paolo, con un gesto inconsueto, impose la stola pontificale del Vicario di Cristo sulle spalle del cardinale Luciani. Lo stesso Luciani lo ricordò al suo angelus del 27 agosto: «Papa Paolo non solo mi ha fatto Cardinale, ma alcuni mesi prima, sulle passerelle di Piazza San Marco, m’ha fatto diventare tutto rosso davanti a 20.000 persone, perché s’è levata la stola e me l’ha messa sulle spalle, io non son mai diventato così rosso!». Allo stesso angelus il nuovo pontefice da una spiegazione al nome che si è dato: «Papa Giovanni ha voluto consacrarmi con le sue mani, qui nella Basilica di San Pietro, poi, benché indegnamente, a Venezia gli sono succeduto sulla Cattedra di San Marco, […]. Poi Papa Paolo [..] mi ha fatto Cardinale, […]. Per questo ho detto: Mi chiamerò Giovanni Paolo. Io non ho né la sapientia cordis di Papa Giovanni, né la preparazione e la cultura di Papa Paolo, però sono al loro posto, devo cercare di servire la Chiesa. Spero che mi aiuterete con le vostre preghiere».
Il patriarca Albino Luciani forse sapeva di poter essere eletto pontefice di santa romana Chiesa. E’ possibile ne fosse venuto a conoscenza un anno prima dell’elezione, nel luglio 1977, a Fatima, dove incontrò suor Lucia. Con l’ultima sopravvissuta dei tre pastorelli che incontrarono la Madonna, il cardinal Luciani ebbe un lungo colloquio.
Dopo quell’incontro Albino Luciani era cambiato: sempre preoccupato, silenzioso, pensieroso, quasi turbato. Nella primavera del 1978, a marzo, il cardinale Luciani si trovava a Canale D’Agordo per un triduo. Era ospite di suo fratello Edoardo. Una sera, durante una conversazione dopo cena, Albino ricordò che era stato a Fatima, e che suor Lucia lo aveva fatto cercare. Nel raccontare il viaggio a Fatima e l’incontro con suor Lucia do Santos, Albino si rattristì, tanto che i presenti che lo conoscevano bene, gli chiesero se si sentiva bene.
Durante il conclave, il pomeriggio del 26 agosto, mentre i cardinali si recavano nella Cappella Sistina per la terza votazione, il cardinale Luciani incrociò l’arcivescovo di Manila, Jaime Sin, il quale, in considerazione dell’orientamento delle precedenti votazioni, gli disse: “Vostra Eminenza sarà il nuovo papa”. Luciani non rispose. Appena eletto, come da tradizione, i cardinali iniziarono a rendere omaggio al nuovo successore di Pietro. Quando giunse il cardinale Sin, Giovanni Paolo I gli disse sottovoce: “Vostra Eminenza è stato un profeta, ma il mio pontificato non durerà molto”.
In diverse occasioni Luciani disse che il suo pontificato sarebbe stato breve, che conosceva il nome del suo successore, che chiamava “lo straniero”. Sia don Germano Pattaro (il consigliere teologico che Luciani portò con se a Roma) sia il suo segretario padre John Magee, hanno affermato che Luciani gli confidò che c’era già colui che avrebbe preso il suo posto, in conclave era seduto di fronte a lui. Effettivamente il cardinale polacco Karol Wojtyla in conclave sedeva quasi di fronte a Luciani.

Un pontificato lungo trentatrè giorni.
In quei trentatrè giorni Albino Luciani fece gesti di discontinuità col modo di interpretare il papato. Innanzitutto cominciò ad usare l’io al posto del plurale maiestatico, poi non volle essere incoronato alla cerimonia ufficiale d’insediamento e sopportava mal volentieri la sedia gestatoria. Egli sostituì la tradizionale triplice tiara con il pallium, una specie di stola di lana.
Il nuovo pontefice accennò ad alcune questioni che se dette in pieno Medioevo avrebbero sicuramente acceso un rogo: parlò di Dio come padre ma anche come madre, si dimostrò disponibile verso una “certa” apertura all’uso della contraccezione a determinate condizioni. Fatto ancora importante, Giovanni Paolo I non amava l’Opus Dei e non l’avrebbe mai elevata a prelatura personale, come non avrebbe mai beatificato il suo fondatore Escrivá de Balaguer (cose che il suo successore, Giovanni Paolo II, ha effettivamente fatto).
Sin dall’inizio del suo pontificato, aveva fatto chiaramente capire al suo segretario di Stato Villot, che non intendeva far vita d’ufficio impiegando il suo tempo ad esaminare i faldoni di documenti che gli recapitavano quotidianamente. Egli avrebbe responsabilizzato i vari dicasteri sulle questioni ordinarie, mentre solo quelle straordinarie sarebbero state visionate dal papa.
Giovanni Paolo si preparava, nello spirito del Vaticano II, ad affrontare e rinnovare il suo ministero pastorale, convalidando sempre di più la collegialità episcopale, da lui intesa come vera impronta della cattolicità.
Significativi sono i titoli dell’encicliche che Giovanni Paolo I avrebbe voluto scrivere: “L’Unità della Chiesa”, “La collegialità dei vescovi con il papa”, “La donna nella società civile e nella vita ecclesiale”, “I poveri e la povertà nel mondo”.

Clicca sulla immagine per ingrandire
Lo stemma di Giovanni Paolo I

L’impressione che la figura del papa fosse troppo incensata, lo mise in guardia dal rischio di far cadere la Chiesa universale nel culto della personalità. Egli stesso definiva il pontefice come “un umile servitore di Cristo, della sua Chiesa e dell’uomo”. Questa sua umiltà divenne addirittura il motto del suo stemma: humilitas. Avrebbe preferito sostituire l’infinità di titoli che ha il pontefice, con due: vescovo di Roma, Servo dei Servi di Dio.
Per il nuovo pontefice, era profonda la convinzione che la Chiesa avesse molto da farsi perdonare. Egli stesso pensò di convocare una rappresentanza di vescovi di tutto il mondo per un atto di penitenza, di riparazione. Tale celebrazione penitenziale doveva ripetersi ogni anno, il venerdì della settimana santa, dal papa a Roma e da tutti i vescovi nelle loro chiese locali. Un gesto che poi il suo successore papa Wojtyla, nonostante l’ostilità della Curia romana, avrebbe compiuto il 12 marzo del 2000.
Con le sue semplici ma pungenti parole, parlò anche dei peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio, come quello di non dare “la giusta mercede” ai lavoratori. Nei suoi pensieri i Paesi poveri del mondo, quelli della fame, che interpellano quelli dell’opulenza.
Quelle arie di spontaneità disturbavano non poco i membri più conservatori della Curia romana. Dietro il sorriso, Giovanni Paolo I aveva idee chiare e decisione per realizzarle.

In nome del dio profitto. Il 25 aprile 1973 arriva in Vaticano una visita inconsueta. Due uomini in abito scuro accompagnano William Lynch, capo della Organised Crime and Racheteering section del dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti d’America, e William Aronwold, vice capo della Strike Force del distretto Sud di New York. I funzionari statunitensi stavano indagando su una malastoria di riciclaggio e denaro falso che partiva dalla mafia newyorkese e approdava in Vaticano, presso la Banca Vaticana. Fu un incontro informale quello che i quattro americani ebbero con i tre segretari del cardinale Benelli. Il giorno dopo, il 26 aprile, i due agenti della Fbi e i due procuratori statunitensi incontrano, questa volta in maniera formale, Paul Marcinkus, potente presidente della Banca Vaticana, lo IOR.
La Banca Vaticana nasce nel 1942 per volontà di papa Pio XII. Egli trasforma l’Amministrazione speciale delle Opere di Religione in Istituto per le Opere Religiose (IOR, appunto). L’Amministrazione speciale fu voluta da Pio XI all’indomani della firma del protocollo aggiuntivo dei Patti del Laterano, per gestire l’ingente patrimonio ereditato con la firma degli accordi con lo Stato fascista italiano. Lo Stato italiano, infatti, oltre a riconoscere al nuovo Stato “Città del Vaticano” l’esenzione dalle tasse e dai dazi sulle merci importate, programmò un risarcimento per i danni finanziari subito dall’ormai estinto Stato Pontificio, in seguito all’unità d’Italia.
La Città del Vaticano ha tre istituzioni finanziarie: l’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (APSA), che funziona da Banca Centrale del Vaticano, il Ministero dell’Economia e la suddetta Banca Vaticana (IOR).
Lo IOR è una vera e propria banca, senza sportelli ma che amministra i capitali degli ordini religiosi, degli istituti della Chiesa, delle diocesi, delle parrocchie e degli organismi vaticani. Il flusso di capitali è enorme e trascende qualsiasi possibile nostra immaginazione. Lo IOR non è responsabile né verso la Banca Centrale del Vaticano né verso il Ministero dell’Economia. Esso funziona in modo autonomo e svincolato da altri poteri, ed ha tre consigli d’amministrazione con a capo un unico presidente. I tre consigli sono costituiti, il primo da cardinali, il secondo da banchieri internazionali, l’ultimo da un consiglio d’amministrazione che si occupa degli affari giornalieri.
Per quanto immune da qualsiasi giurisdizione, grazie al diritto di extraterritorialità di cui beneficia, lo IOR risultava coinvolta in molte oscure vicende (tra cui anche il riciclaggio del denaro di provenienza mafiosa). Queste vicende hanno dato luogo ad inchieste andatesi poi a spegnersi contro un muro di gomma creato ad hoc. Le inchieste conducono a nomi del calibro di monsignor Paul Marcinkus, Michele Sindona, Roberto Calvi. Questi tre personaggi operavano in concerto al fine di raggiungere un obiettivo preciso: creare un polo finanziario capace di competere con la finanza internazionale, per orientare la politica mondiale, accumulare denaro e potere, sovvenzionare regimi compiacenti.
La prima grande operazione condotta dal trio CalviSindonaMarcinkus fu la spartizione della società Compendium, controllata dal Banco Ambrosiano. La Compendium era il vertice di una piramide di società costituite come scatole cinesi, attraverso le quali avvenivano convulsi passaggi di pacchetti azionari. L’Ambrosiano era invece una districata rete finanziaria. Capogruppo dell’Ambrosiano era Milano, seguivano la Holding del Lussenburgo, l’Overseas di Nassau (nel cui consiglio d’amministrazione sedeva Paul Marcinkus). Il Banco Commercial di Managua e il Banco Andino, attraverso una ventina di società (tra cui la UTC di

Clicca sulla immagine per ingrandire
Paul Marcinkus

Lussenburgo e la Manic di Panama) maneggiavano conti miliardari e titoli azionari. In questo balletto di società, lo IOR sfruttava la sua posizione di “legalità” per consentire tali passaggi, svolgendo la funzione di importante strumento operativo nell’esecuzione della strategia gestionale decisa ed adottata dal Banco Ambrosiano.
Dalla fine degli anni Settanta, lo IOR iniziò ad essere coinvolto in imbrogli finanziari, evasione fiscale e riciclaggio. Il Banco Ambrosiano e numerose società fantasma dirette dallo IOR di Panama e del Lussenburgo, presero il controllo degli affari bancari italiani, esercitando anche da canale clandestino per il finanziamento delle organizzazioni anticomuniste dell’Est europeo.
Non appena i maneggi vennero a galla, a causa di un errore di calcolo attribuito a Calvi, iniziarono a verificarsi inquietanti morti: Roberto Calvi fu trovato suicidato sotto il ponte di Black Friars a Londra, Michele Sindona fu avvelenato in carcere, Giorgio Ambrosoli fu assassinato, Roberto Rosone (direttore generale dell’Ambrosiano) subì un attentato, la segretaria di Calvi – Gabriella Corrocher – si suicidò. Anche chi iniziò ad indagare subì la stessa sorte.
Un’altra figura molto discussa per una serie di sospette operazioni finanziarie e di equivoche frequentazioni personali, fu quella di monsignor John Cody, potente arcivescovo di Chicago. Monsignor Cody governava una delle più ricche arcidiocesi del mondo, Chicago: tremila sacerdoti, quattrocentocinquanta parrocchie, una rendita annuale di duecentocinquanta milioni di dollari. Nel 1978 governava l’arcidiocesi di Chicago da tredici anni. I suoi metodi erano dispotici, con il dollari comprava tutto e tutti. I sacerdoti della sua arcidiocesi, stanchi di Cody, formarono una specie di sindacato, “L’Associazione dei Preti di Chicago”, per difendersi dalle angherie dell’alto prelato. Paolo VI avrebbe voluto allontanarlo dall’arcidiocesi, o per lo meno ridimensionare il suo potere. L’eterna indecisione e la paura di uno scandalo, permisero a monsignor John Cody di continuare a fare il despota nella sua arcidiocesi. A parte il controverso affarismo, Cody aveva ovviamente un’amica, Helen Dolan Wilson, ufficialmente vedova e sua parente. Ovviamente la signora Dolan Wilson non era sua parente, come non era vedova, bensì divorziata e con un figlio. La donna riceveva denaro e protezione dal potente monsignore e aveva accesso libero all’arcivescovado.

Il fumo di Satana in Vaticano. Il 12 settembre 1978 il settimanale Op, diretto da Mino Pecorelli, poi assassinato, pubblicò un articolo dal titolo “La Grande Loggia Vaticana”. Un elenco di ben centoventuno esponenti vaticani indicati quali affiliati alla massoneria. Nella lista c’erano un certo numero di laici, ma anche vescovi e cardinali. Tra gli altri figuravano il presidente dello IOR Paul Casmir Marcinkus, nome in codice Marpa, il segretario di Paolo VI Pasquale Macchi, in codice Mapa, monsignor Donato de Bonis della Banca Vaticana, il vicario di Roma Ugo Poletti. Il segretario di Stato vaticano, il cardinale Jean Villot, era incluso in quella lista. Il suo nome da massone era Jeanni. Egli s’iscrisse in una loggia di Zurigo il 6 agosto 1966.
Durante questo periodo, la condanna della massoneria e la scomunica per chi ne fa parte, viene codificata dal Codice di Diritto Canonico – al canone 2335 – promulgato da papa Benedetto XV. Anche nelle “Costituzioni sinodali” del Primo Sinodo Romano, indetto da papa Giovanni XXIII nel 1960, all’articolo 247 viene ribadita questa condanna. Il nuovo Codice di Diritto Canonico voluto da papa Giovanni Paolo II, al canone 1374 prevede che sia punito “chi dà il nome ad una associazione che complotta contro la Chiesa”. Il fatto che questo canone non menzioni direttamente la massoneria è stato interpretato come un’abolizione della scomunica. Alt! Provvide il cardinale Ratzinger, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede a fugare le illusioni. Il 26 novembre 1983, in una dichiarazione controfirmata da papa Wojtyla, il cardinale sentenziò che la condanna della massoneria sarebbe rimasta immutata, ma soprattutto che non erano ammesse deroghe.
Giovanni Paolo I trovò questa lista sulla sua scrivania. E’ chiaro che la pubblicazione di questo elenco di ecclesiastici massoni, doveva servire per influenzare le scelte del nuovo pontefice relative a promozioni e nuovi incarichi.
A questa grave preoccupazione, si aggiunse l’affarismo della Banca Vaticana. Giovanni Paolo si convinse che andava aperta un’indagine per approfondire le connessioni e le collusioni degli uomini di Chiesa con gli

Clicca sulla immagine per ingrandire
Papa Luciani sul catafalco.
Il suo regno è durato 33 giorni

ambienti “poco cristiani”. In attesa dell’inchiesta, Giovanni Paolo I aveva in animo una vera rivoluzione in termini d’uomini. Papa Luciani avrebbe voluto sostituire sia il cardinale Villot da segretario di Stato, mettendo al suo posto monsignor Benelli, sia il cardinale Colombo da arcivescovo di Milano, mettendo al suo posto monsignor Casaroli, sia monsignor Poletti da vicario di Roma, mettendo al suo posto monsignor Felici. Anche il potente cardinale Cody, arcivescovo di Chicago, sarebbe stato trasferito. Ovviamente monsignor Paul Marcinkus sarebbe stato destituito, perdendo finalmente il suo ruolo di “finanziere di Dio”.
La sera del 28 settembre, in pratica poche ore prima di morire, sembra che papa Luciani abbia esposto il suo programma al cardinale Villot. Ne nacque un’accesa discussione tra il pontefice e il suo segretario di Stato. Quella sera stessa, il pontefice informò telefonicamente anche l’arcivescovo di Milano, monsignor Colombo, che era intenzionato a sostituirlo con monsignor Casaroli.
L’errore di Albino Luciani è stato quello di cercare un repentino riordino dei ruoli chiave della Chiesa e della Santa Sede, di voler fare il papapastore anziché il papare, di rivoluzionare alcuni concetti considerati capisaldi della dottrina cattolica dagli ambienti conservatori: il tema della contraccezione, la riconsiderazione del ruolo della donna nella Chiesa, la collegialità episcopale, la povertà materiale e la ricchezza spirituale della Chiesa di Cristo.

Epilogo. Improvvisamente il colpo di scena: Albino Luciani alle 4.45 del mattino del 29 settembre, è trovato morto nella sua camera. La morte di papa Luciani non solo era assolutamente inattesa, ma divenne subito sospetta. L’odore di bruciato iniziò a spargersi urbi et orbi.
E’ una storia raccontata male, carica di reticenze, smentite e accuse quella della morte di Albino Luciani.
L’annuncio della morte del pontefice è comunicato ufficialmente dopo quasi tre ore dal ritrovamento del cadavere, precisamente alle 7.27 del 29 settembre: “Questa mattina, 29 settembre 1978, verso le cinque e mezza, il segretario personale del Papa, padre John Magee, non avendo trovato il santo Padre nella cappella privata, come d’abitudine, l’ha cercato nella sua stanza e l’ha trovato morto nel letto, con la luce accesa, come se leggesse ancora. Il medico, dottor Renato Buzzonetti, che accorse immediatamente, ha constatato la sua morte, accaduta probabilmente verso le ore 23 del giorno precedente a causa di un infarto acuto al miocardio”. Si parla quindi subito di infarto miocardico acuto. Non c’è autopsia, sembrerebbe troppo irriguardoso per un pontefice! E poi, potrebbe rivelare la presenza di sostanze compromettenti.
Secondo il comunicato ufficiale della Santa Sede, a trovare il pontefice morto nel suo letto è il suo segretario, e non suor Vincenza. Il papa trovato morto nella sua stanza da una suora! Perciò si accredita il ritrovamento ad un maschio, il suo segretario personale.
Nel comunicato quindi ci sono alcune varianti su chi ha materialmente trovato il papa morto, ma soprattutto che cosa stava leggendo prima di morire. Secondo la versione ufficiale Giovanni Paolo I, prima di morire, stava leggendo “L’imitazione di Cristo”. In seguito si scoprirà che in tutto il Vaticano non esisteva una sola copia di quel testo, mentre quella personale di Luciani era rimasta a Venezia, nella residenza del patriarca.
Sospetti nascono anche dal modo in cui papa Luciani è trovato. Ufficialmente è trovato seduto al suo letto con dei cuscini dietro la spalla, gli occhiali inforcati e un libro tra le mani. Il comunicato ufficiale quindi non corrisponde al quadro tipico dell’infarto: non ci furono, infatti, segni di lotta contro la morte. Poi, come poteva un medico che non conosceva professionalmente Luciani affermare, senza autopsia (che ufficialmente non ebbe luogo), che ci fu infarto miocardico acuto? Il medico personale di Luciani, il dottor Giuseppe Da Ros ha sempre affermato che il suo illustre paziente non aveva problemi di diabete, colesterolo o che avesse la pressione alta, anzi l’aveva bassa. Insomma nessun problema di cuore. Se la versione del ritrovamento è quella descritta ufficialmente dal Vaticano, il quadro della morte potrebbe meglio corrispondere alla somministrazione di qualche sostanza velenosa. Quindi il processo che portò alla morte di Albino Luciani potrebbe essere durato tutta la notte: mentre il pontefice leggeva si è assopito, poi è subentrato il coma, poi ancora la morte. Se invece il papa fu trovato in condizioni diverse da quelle descritte, allora potrebbe essersi sentito male e potrebbe aver vomitato qualcosa prima di cadere e morire. Questo spiega la sparizione delle pantofole e degli occhiali dalla stanza del pontefice, che avrebbero potuto essere sporchi, come anche il fatto che alle 6.30 tutte le stanze private del pontefice erano state pulite.
La prima persona estranea agli ambienti vaticani a visitare la salma di Albino Luciani, fu la nipote del pontefice Lina Petri che abitava a Roma. La signora Petri fu avvisata dal padre, fratello del papa, alle 7.20; quindi si recò subito dallo zio. Arrivata in Vaticano, fu condotta nella stanza da letto del papa,

Secondo il comunicato
ufficiale della Santa
Sede, a trovare
il pontefice morto
nel suo letto è il suo
segretario, e non
suor Vincenza

dove notò che suo zio era ancora nel suo letto, ma vestito con gli abiti ecclesiastici (una veste talare bianca). Ora anche un papa quando va a dormire si mette un pigiama o una sottana da notte. Quindi il pontefice fu probabilmente lavato e rivestito in tutta fretta.
Un’ultima considerazione che potrebbe avvalorare la tesi che Giovanni Paolo I fu ucciso. Il segretario di Stato Jean Villot iniziò ad avvisare i cardinali della morte del pontefice dalle 6.30, ossia circa novanta minuti dopo il ritrovamento del cadavere. Gli imbalsamatori, i fratelli Signoracci, furono subito chiamati e cardinale Villot diede disposizioni affinché l’imbalsamazione del corpo del papa si facesse il più presto possibile, entro la sera del 29 settembre. Una procedura inusuale, come illegale visto che dovrebbero passare almeno ventiquattro ore dal decesso. In più sorprende la forma con cui l’imbalsamazione fu operata: non si estrasse il sangue dal cadavere né furono prelevati organi; gli furono invece iniettati vari prodotti chimici. E’ chiaro che questa procedura doveva servire nel caso di un’eventuale autopsia, che non avrebbe rilevato gran che. Con le moderne tecnologie, oggi l’autopsia potrebbe dare una risposta a tutti i dubbi sulla morte di Albino Luciani.
A distanza di vent’anni, il cardinale Aloisio Lorscheider rilanciò qualche sospetto sulla morte di Giovanni Paolo I. In un’intervista al mensile “30 Giorni”, pubblicata nel numero 7 del 1998, il cardinale affermò: «Non mi interessano le cose che sono state scritte, né tutta la letteratura che è fiorita attorno alla sua morte. Tuttavia, lo dico con dolore, il sospetto rimane nel nostro cuore; è come un’ombra amara, un interrogativo a cui non si è data piena risposta».
A completare quest’angoscioso quadro, potremmo aggiungere il messaggio della Madonna a Fatima. Il terzo mistero di Fatima (ora rivelato da Giovanni Paolo II), parla di un uomo vestito di bianco (il papa) che cade assassinato. La vicenda narrata nel messaggio è stata ricollegata all’attentato del 13 maggio 1981 a papa Wojtyla, portata a compimento dal turco Mehmet Alì Agca (anche quest’attentato non ha avuto ancora una chiara collocazione in termini di mandanti). Che il messaggio di Fatima non parli di Giovanni Paolo II è più che sicuro, perché questi è stato sì colpito, ma non ucciso. Il terzo segreto, se è vero quello che ci hanno rivelato dal Vaticano, si riferisce quindi alla morte di Albino Luciani.
Le morti senza spiegazione o larvate da dubbiose dichiarazioni ufficiali, sono accadute attraverso i secoli in Vaticano. Oltre alla morte di Luciani e all’oscura vicenda della morte del comandante della Guardia Svizzera pontificia Alois Estermann, di sua moglie Gladys Meza Romero e del vicecaporale Cédric Tornay, altre repentine morti accaddero in Vaticano o al Papato. Tra i casi più famosi ricordiamo solo alcuni. Celestino V, che nel 1294 rinunciò al trono di Pietro abdicando, fu rinchiuso dal suo successore Bonifacio VIII nella rocca di Fumone, dove fu ritrovato morto. Alessandro VI, morto improvvisamente, forse avvelenato con l’arsenico nel 1503. Leone X, il papa della Riforma luterana, fu oggetto di una cospirazione da parte di una parte di cardinali, capeggiati da Petrucci. Il progetto era quello di avvelenare il pontefice, grazie alla complicità del suo medico personale. La tresca fu scoperta e papa Leone X certo non perdonò il capo dei cospiratori Petrucci, facendolo giustiziare. Leone morì improvvisamente nel 1521, si dice avvelenato. Caso a parte è la morte di papa Pio XI. Pio fu probabilmente vittima di un complotto preparato da Benito Mussolini nel 1938. Il duce, infatti, temeva che nel discorso che il pontefice avrebbe tenuto il giorno dopo, il papa lo scomunicasse pubblicamente. Per questo obbligò il medico di papa Pio XI, che era il padre di Claretta Petacci (sua amante), a praticargli un’iniezione letale.
La maggior parte di questi pontefici è salita agli onori degli altari. L’8 giugno 2003 la Congregazione per le Cause dei Santi, ha espresso il suo “parere positivo” per dare inizio al processo canonico sulla santità di Giovanni Paolo I, Albino Luciani.
La morte di papa Giovanni Paolo I, il 243° successore di Pietro, è accaduta nel momento opportuno, prima di pericolosi e radicali cambiamenti. Per la Chiesa, quella dei furfanti e dei corrotti, e non quella vera dei missionari, dei santi uomini e delle sante donne, non è stato un problema. Perché … morto un papa se ne fa un altro!

NOTA BIBLIOGRAFICA
La tesi del complotto contro papa Luciani è stata proposta da David Yallop, nel suo In God’s name, (trad. it., In nome di Dio, Pironti Editore, Napoli, 1985 e 1992). Per lo scrittore inglese Giovanni Paolo I fu avvelenato per bloccare l’operazione di “pulizia” degli ambienti vaticani che il nuovo pontefice voleva attuare. Stessa tesi è offerta dal sacerdote Jesus Lopez Saez nel suo Se pedira cuenta. Muerte y figura di Juan Pablo I (Edizioni Origenes, Madrid, 1990), libro pubblicato, a seguito di pressioni, solo in edizione non venale. Secondo il sacerdote spagnolo, Albino Luciani fu assassinato con una fortissima dose di vasodilatatore, che provocò evidentemente un infarto al pontefice. La tesi del complotto è ripresa anche da Luigi Incitti (Papa Luciani: una morte sospetta, L’Airone Editrice, Roma, 2001).
Nel suo contro-libro John Cornwell (Un ladro nella notte. La morte di papa Gio-vanni Paolo I, Pironti Editore, Napoli, 1990) smonta la tesi dell’assassinio, ma descrive una Curia vaticana così cinica da far morire di crepacuore il nuovo papa. Anche Lu-cio D’Orazi (In nome di Dio o del diavolo, Edizioni Logos, Roma, 1988) con-futa le “assurde” ipotesi sull’assassinio di Giovanni Paolo I.
I giornalisti investigativi Max Morgan-Witts e Thomas Gordon, nel loro Dentro il Vatica-no. Storia segreta del pontificato di Giovanni Montini, Albino Luciani e Karol Wo-jtyla (Pironti Editore, Napoli, 1989 e 1995), ricostruiscono, parlando del pontifica-to di papa Luciani il ritrovamento del cadavere e il comportamento ombroso dei vertici della Chiesa.
Giancarlo Zizola (Il conclave. Storia e segreti, Compton Editori, Roma, 1993) racconta anche le vicende accadute nel conclave che elesse Albino Luciani.
L’affarismo della Banca Vaticana a partire dagli anni Cinquanta in, I mercanti del Vati-cano, di Mario Guarino, Kaos edizioni, Roma, 1993. Il giudice Mario Almerighi ri-costruisce la vicenda Calvi in I banchieri di Dio. Il caso Calvi, Editori Riuniti, Roma, 2002.
La presenza del vescovo Luciani al Concilio Vaticano II è raccontata dallo stesso Luciani in Un vescovo al Concilio – Lettere dal Vaticano II, Città Nuova, Roma, 1983.
Interessante per creare un’immagine più completa di Giovanni Paolo I è anche Illustrissimi (Edizioni Messaggero, Padova, 1996) del patriarca Luciani: una raccolta di lettere scritte e inviate a personaggi della storia e di fantasia popolare (come Pi-nocchio ed altri).
Nel libro Il mio cuore è ancora a Venezia (Tipolitografia Adriatica Musile di Pia-ve, Venezia, 1990), Camillo Bassotto riporta tracce di colloqui che Albino Luciani ebbe con il segretario di Stato, il cardinale Villot, e con don Germano Pattaro, un teologo venezia-no.
Per concludere, in Mio fratello Albino (a cura di S. Falasco, Editoriale 30 Gior-ni, Roma, 2003), la sorella di Giovanni Paolo I, Antonia Luciani, narra in prima persona episodi, molti dei quali inediti, della vita del fratello Albino.
Annunci