Numero CCXCVIII (298) – 30 marzo 2013
SABATO SANTO di Mons. Richard Williamson

Il Sabato Santo, nella vita di Nostro Signore, fu il giorno tra la sua terrificante morte in Croce e la sua gloriosa Resurrezione, mentre il suo corpo umano, privo di vita senza la sua anima umana, giaceva nel buio sepolcro, nascosto all?occhio umano. Sembrava così che i nemici di Nostro Signore lo avessero schiacciato e che il Dio Incarnato fosse completamente eclissato, mentre solo la fede della Madonna nel suo Divino Figlio rimaneva incrollabile. Ella dovette sostenere tutti gli altri suoi seguaci, perché anche i più devoti di essi rimasero disorientati e smarriti.

interno_SantoSepolcro_tomba_Jesus_logo_DCN_750Ora, essendo il Corpo Mistico di Cristo, la Chiesa cattolica segue il percorso di vita del Suo corpo fisico. In tutti i suoi 2000 anni di storia, la Chiesa è stata sempre perseguitata dai nemici di Cristo e in molte parti del mondo, in tempi diversi, essa è stata quasi azzerata. Ma sicuramente mai è giunta al punto di eclissarsi totalmente, come sembra stia accadendo oggi. Dio ha progettato la Sua Chiesa come una monarchia, tenuta insieme dal Papa, e noi abbiamo appena visto un Papa dimissionario, senza dubbio perché in parte egli, ipnotizzato dal pensiero democratico moderno, non ha mai pienamente creduto nel suo ufficio supremo. Togliendo la tiara papale dal suo stemma e firmandosi sempre come “vescovo di Roma”, qualunque fossero le sue intenzioni nel dimettersi a febbraio, egli ha sicuramente aiutato, umanamente parlando, a minare l?istituzione divina del Papato.

Certamente, con le dimissioni di Benedetto XVI e il conseguente conclave, i nemici di Cristo avranno fatto tutto il possibile da parte loro per cancellare il Papato. Come giusta punizione di Dio per l’universale apostasia della nostra epoca, essi hanno ricevuto da Lui un grande potere sulla Sua Chiesa. Per secoli essi hanno lavorato per stringere il Vaticano in una morsa ed oggi essi vi si sono consolidati. Non avendo neanche la minima intenzione di soddisfare alle esigenze di una pur piccola Società pia, essi stanno smantellando la Chiesa pietra dopo pietra, come nella visione di 200 anni fa di Anna Caterina Emmerich. Umanamente parlando, si direbbe che gli odierni seguaci di Nostro Signore hanno tan poca speranza quanta ne ebbero quelli dell?originario Sabato Santo.

Ma al pari di Nostro Signore stesso, la Chiesa cattolica non è una mera faccenda umana. Nel 1846, la Madonna de La Salette diceva dei nostri tempi: “I giusti soffriranno molto. Le loro preghiere, le loro penitenze e le loro lacrime saliranno fino al Cielo e tutto il popolo di Dio chiederà perdono e misericordia e implorerà il mio aiuto e la mia intercessione. E allora Gesù Cristo per la sua giustizia e la sua grande misericordia comanderà ai suoi Angeli di mettere a morte tutti i suoi nemici. E d?un colpo i persecutori della Chiesa di Gesù Cristo e tutti coloro dediti al peccato periranno e la terra sarà come un deserto. E allora sarà ristabilita la pace e l?uomo sarà riconciliato con Dio e Gesù Cristo sarà servito, adorato e glorificato. La carità fiorirà ovunque… Il Vangelo sarà predicato dappertutto… e l?uomo vivrà nel timore di Dio”.

In altre parole, Dio risolleverà certamente la Sua Chiesa dal presente disagio. Se la sua eclissi diventerà ancora più oscura, com?è certo che sarà, dobbiamo solo tenerci più stretti che mai alla Madre di Dio e fare in modo di non gravare su di lei con la nostra incredulità, come fecero gli Apostoli di Nostro Signore e i discepoli nel primo Sabato Santo. Impegniamoci a far gioire il suo Cuore Immacolato con la nostra incrollabile fede nel suo Divino Figlio e nella sua unica vera Chiesa.

Kyrie eleison.

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Quando Gesù “discese agli inferi”. La Sindone spiegata dal papa

In visita a Torino, nel pomeriggio di domenica 2 maggio Benedetto XVI si è inginocchiato davanti alla Sindone. E ha poi letto alle monache e ai fedeli presenti nella cattedrale la seguente meditazione:

*

Cari amici, questo è per me un momento molto atteso. In un’altra occasione mi sono trovato davanti alla sacra Sindone, ma questa volta vivo questo pellegrinaggio e questa sosta con particolare intensità: forse perché il passare degli anni mi rende ancora più sensibile al messaggio di questa straordinaria icona; forse, e direi soprattutto, perché sono qui come successore di Pietro, e porto nel mio cuore tutta la Chiesa, anzi, tutta l’umanità. Ringrazio Dio per il dono di questo pellegrinaggio, e anche per l’opportunità di condividere con voi una breve meditazione, che mi è stata suggerita dal sottotitolo di questa solenne Ostensione: “Il mistero del Sabato Santo”.

Si può dire che la Sindone sia l’icona di questo mistero, l’icona del Sabato Santo. Infatti essa è un telo sepolcrale, che ha avvolto la salma di un uomo crocifisso in tutto corrispondente a quanto i Vangeli ci dicono di Gesù, il quale, crocifisso verso mezzogiorno, spirò verso le tre del pomeriggio. Venuta la sera, poiché era la Parasceve, cioè la vigilia del sabato solenne di Pasqua, Giuseppe d’Arimatea, un ricco e autorevole membro del sinedrio, chiese coraggiosamente a Ponzio Pilato di poter seppellire Gesù nel suo sepolcro nuovo, che si era fatto scavare nella roccia a poca distanza dal Golgota. Ottenuto il permesso, comprò un lenzuolo e, deposto il corpo di Gesù dalla croce, lo avvolse con quel lenzuolo e lo mise in quella tomba (cfr Mc 15,42-46). Così riferisce il Vangelo di Marco, e con lui concordano gli altri evangelisti. Da quel momento, Gesù rimase nel sepolcro fino all’alba del giorno dopo il sabato, e la Sindone di Torino ci offre l’immagine di com’era il suo corpo disteso nella tomba durante quel tempo, che fu breve cronologicamente (circa un giorno e mezzo), ma fu immenso, infinito nel suo valore e nel suo significato.

Il Sabato Santo è il giorno del nascondimento di Dio, come si legge in un’antica omelia: “Che cosa è avvenuto? Oggi sulla terra c’è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme… Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi” (Omelia sul Sabato Santo, PG 43, 439). Nel Credo, noi professiamo che Gesù Cristo “fu crocifisso sotto Ponzio Pilato, morì e fu sepolto, discese agli inferi, e il terzo giorno risuscitò da morte”.

Cari fratelli, nel nostro tempo, specialmente dopo aver attraversato il secolo scorso, l’umanità è diventata particolarmente sensibile al mistero del Sabato Santo. Il nascondimento di Dio fa parte della spiritualità dell’uomo contemporaneo, in maniera esistenziale, quasi inconscia, come un vuoto nel cuore che è andato allargandosi sempre di più. Sul finire dell’Ottocento, Nietzsche scriveva: “Dio è morto! E noi l’abbiamo ucciso!”. Questa celebre espressione, a ben vedere, è presa quasi alla lettera dalla tradizione cristiana, spesso la ripetiamo nella Via Crucis, forse senza renderci pienamente conto di ciò che diciamo. Dopo le due guerre mondiali, i lager e i gulag, Hiroshima e Nagasaki, la nostra epoca è diventata in misura sempre maggiore un Sabato Santo: l’oscurità di questo giorno interpella tutti coloro che si interrogano sulla vita, in modo particolare interpella noi credenti. Anche noi abbiamo a che fare con questa oscurità.

E tuttavia la morte del Figlio di Dio, di Gesù di Nazaret ha un aspetto opposto, totalmente positivo, fonte di consolazione e di speranza. E questo mi fa pensare al fatto che la sacra Sindone si comporta come un documento “fotografico”, dotato di un “positivo” e di un “negativo”. E in effetti è proprio così: il mistero più oscuro della fede è nello stesso tempo il segno più luminoso di una speranza che non ha confini. Il Sabato Santo è la “terra di nessuno” tra la morte e la risurrezione, ma in questa “terra di nessuno” è entrato Uno, l’Unico, che l’ha attraversata con i segni della sua passione per l’uomo: “Passio Christi. Passio hominis”. E la Sindone ci parla esattamente di quel momento, sta a testimoniare precisamente quell’intervallo unico e irripetibile nella storia dell’umanità e dell’universo, in cui Dio, in Gesù Cristo, ha condiviso non solo il nostro morire, ma anche il nostro rimanere nella morte. La solidarietà più radicale.

In quel “tempo-oltre-il-tempo” Gesù Cristo è “disceso agli inferi”. Che cosa significa questa espressione? Vuole dire che Dio, fattosi uomo, è arrivato fino al punto di entrare nella solitudine estrema e assoluta dell’uomo, dove non arriva alcun raggio d’amore, dove regna l’abbandono totale senza alcuna parola di conforto: “gli inferi”. Gesù Cristo, rimanendo nella morte, ha oltrepassato la porta di questa solitudine ultima per guidare anche noi ad oltrepassarla con lui. Tutti abbiamo sentito qualche volta una sensazione spaventosa di abbandono, e ciò che della morte ci fa più paura è proprio questo, come da bambini abbiamo paura di stare da soli nel buio e solo la presenza di una persona che ci ama ci può rassicurare. Ecco, proprio questo è accaduto nel Sabato Santo: nel regno della morte è risuonata la voce di Dio. È successo l’impensabile: che cioè l’Amore è penetrato “negli inferi”: anche nel buio estremo della solitudine umana più assoluta noi possiamo ascoltare una voce che ci chiama e trovare una mano che ci prende e ci conduce fuori. L’essere umano vive per il fatto che è amato e può amare; e se anche nello spazio della morte è penetrato l’amore, allora anche là è arrivata la vita. Nell’ora dell’estrema solitudine non saremo mai soli: “Passio Christi. Passio hominis”.

Questo è il mistero del Sabato Santo! Proprio di là, dal buio della morte del Figlio di Dio, è spuntata la luce di una speranza nuova: la luce della risurrezione. Ed ecco, mi sembra che guardando questo sacro telo con gli occhi della fede si percepisca qualcosa di questa luce. In effetti, la Sindone è stata immersa in quel buio profondo, ma è al tempo stesso luminosa; e io penso che se migliaia e migliaia di persone vengono a venerarla – senza contare quanti la contemplano mediante le immagini – è perché in essa non vedono solo il buio, ma anche la luce; non tanto la sconfitta della vita e dell’amore, ma piuttosto la vittoria, la vittoria della vita sulla morte, dell’amore sull’odio; vedono sì la morte di Gesù, ma intravedono la sua risurrezione; in seno alla morte pulsa ora la vita, in quanto vi inabita l’amore.

Questo è il potere della Sindone: dal volto di questo “Uomo dei dolori”, che porta su di sé la passione dell’uomo di ogni tempo e di ogni luogo, anche le nostre passioni, le nostre sofferenze, le nostre difficoltà, i nostri peccati – “Passio Christi. Passio hominis” – promana una solenne maestà, una signoria paradossale. Questo volto, queste mani e questi piedi, questo costato, tutto questo corpo parla, è esso stesso una parola che possiamo ascoltare nel silenzio. Come parla la Sindone? Parla con il sangue, e il sangue è la vita! La Sindone è un’Icona scritta col sangue; sangue di un uomo flagellato, coronato di spine, crocifisso e ferito al costato destro. L’immagine impressa sulla Sindone è quella di un morto, ma il sangue parla della sua vita. Ogni traccia di sangue parla di amore e di vita. Specialmente quella macchia abbondante vicina al costato, fatta di sangue ed acqua usciti copiosamente da una grande ferita procurata da un colpo di lancia romana, quel sangue e quell’acqua parlano di vita. È come una sorgente che mormora nel silenzio, e noi possiamo sentirla, possiamo ascoltarla, nel silenzio del Sabato Santo.

Cari amici, lodiamo sempre il Signore per il suo amore fedele e misericordioso. Partendo da questo luogo santo, portiamo negli occhi l’immagine della Sindone, portiamo nel cuore questa parola d’amore, e lodiamo Dio con una vita piena di fede, di speranza e di carità.

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PARTE PRIMA DEL CATECHISMO CATTOLICO
LA PROFESSIONE DELLA FEDE

SEZIONE SECONDA: LA PROFESSIONE DELLA FEDE CRISTIANA

CAPITOLO SECONDO
CREDO IN GESU’ CRISTO, UNICO FIGLIO DI DIO

ARTICOLO 5
GESU’ CRISTO « DISCESE AGLI INFERI,
IL TERZO GIORNO RISUSCITO’ DA MORTE »

631 Gesù « era disceso nelle regioni inferiori della terra. Colui che discese è lo stesso che anche ascese » (Ef 4,10). Il Simbolo degli Apostoli professa in uno stesso articolo di fede la discesa di Cristo agli inferi e la sua risurrezione dai morti il terzo giorno, perché nella sua pasqua egli dall’abisso della morte ha fatto scaturire la vita:

« Cristo, tuo Figlio,
che, risuscitato dai morti,
fa risplendere sugli uomini la sua luce serena,
e vive e regna nei secoli dei secoli. Amen ». 525

Paragrafo 1
CRISTO DISCESE AGLI INFERI

632 Le frequenti affermazioni del Nuovo Testamento secondo le quali Gesù « è risuscitato dai morti » (1 Cor 15,20) 526 presuppongono che, preliminarmente alla risurrezione, egli abbia dimorato nel soggiorno dei morti. 527 È il senso primo che la predicazione apostolica ha dato alla discesa di Gesù agli inferi: Gesù ha conosciuto la morte come tutti gli uomini e li ha raggiunti con la sua anima nella dimora dei morti. Ma egli vi è disceso come Salvatore, proclamando la Buona Novella agli spiriti che vi si trovavano prigionieri. 528

633 La Scrittura chiama inferi, Shéol o ~!4*0< 529 il soggiorno dei morti dove Cristo morto è disceso, perché quelli che vi si trovano sono privati della visione di Dio. 530 Tale infatti è, nell’attesa del Redentore, la sorte di tutti i morti, cattivi o giusti; 531 il che non vuol dire che la loro sorte sia identica, come dimostra Gesù nella parabola del povero Lazzaro accolto nel « seno di Abramo ». 532 « Furono appunto le anime di questi giusti in attesa del Cristo a essere liberate da Gesù disceso all’inferno ». 533 Gesù non è disceso agli inferi per liberare i dannati 534 né per distruggere l’inferno della dannazione, 535 ma per liberare i giusti che l’avevano preceduto. 536

634 « La Buona Novella è stata annunciata anche ai morti… » (1 Pt 4,6). La discesa agli inferi è il pieno compimento dell’annunzio evangelico della salvezza. È la fase ultima della missione messianica di Gesù, fase condensata nel tempo ma immensamente ampia nel suo reale significato di estensione dell’opera redentrice a tutti gli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi, perché tutti coloro i quali sono salvati sono stati resi partecipi della redenzione.

635 Cristo, dunque, è disceso nella profondità della morte 537 affinché i « morti » udissero « la voce del Figlio di Dio » (Gv 5,25) e, ascoltandola, vivessero. Gesù, « l’Autore della vita », 538 ha ridotto « all’impotenza, mediante la morte, colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo », liberando « così tutti quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita » (Eb 2,14-15). Ormai Cristo risuscitato ha « potere sopra la morte e sopra gli inferi » (Ap 1,18) e « nel nome di Gesù ogni ginocchio » si piega « nei cieli, sulla terra e sotto terra » (Fil 2,10).

« Oggi sulla terra c’è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme: la terra è rimasta sbigottita e tace perché il Dio fatto carne si è addormentato ed ha svegliato coloro che da secoli dormivano. […] Egli va a cercare il primo padre, come la pecora smarrita. Egli vuole scendere a visitare quelli che siedono nelle tenebre e nell’ombra di morte. Dio e il Figlio suo vanno a liberare dalle sofferenze Adamo ed Eva, che si trovano in prigione. […] Io sono il tuo Dio, che per te sono diventato tuo figlio. […] Svegliati, tu che dormi! Infatti non ti ho creato perché rimanessi prigioniero nell’inferno. Risorgi dai morti. Io sono la Vita dei morti ». 539

In sintesi

636 Con l’espressione « Gesù discese agli inferi » il Simbolo professa che Gesù è morto realmente e che, mediante la sua morte per noi, egli ha vinto la morte e il diavolo « che della morte ha il potere » (Eb 2,14).

637 Cristo morto, con l’anima unita alla sua Persona divina, è disceso alla dimora dei morti. Egli ha aperto le porte del cielo ai giusti che l’avevano preceduto.


(525) Veglia pasquale, Preconio pasquale (« Exsultet »): Messale Romano (Libreria Editrice Vaticana 1993) p. 168.

(526) Cf At 3,15; Rm 8,11.

(527) Cf Eb 13,20.

(528) Cf 1 Pt 3,18-19.

(529) Cf Fil 2,10; At 2,24; Ap 1,18; Ef 4,9.

(530) Cf Sal 6,6; 88,11-13.

(531) Cf Sal 89,49; 1 Sam 28,19; Ez 32,17-32.

(532) Cf Lc 16,22-26.

(533) Catechismo Romano, 1, 6, 3: ed. P. Rodríguez (Città del Vaticano-Pamplona 1989) p. 71.

(534) Cf Concilio di Roma (anno 745), De descensu Christi ad inferos: DS 587.

(535) Cf Benedetto XII, Libello Cum dudum (1341), 18: DS 1011; Clemente VI, Lettera Super quibusdam (anno 1351), c. 15, 13: DS 1077.

(536) Cf Concilio di Toledo IV (anno 633), Capitulum, 1: DS 485; Mt 27,52-53.

(537) Cf Mt 12,40; Rm 10,7; Ef 4,9.

(538) Cf At 3,15.

(539) Antica omelia sul santo e grande Sabato: PG 43, 440. 452. 461.

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La questione del limbo

 La pretesa ‘ipotesi teologica’ 

Abbiamo visto che il limbo – e in particolare, per quanto ci riguarda, il “limbo dei bambini” – ha avuto una notevole fortuna nella coscienza dei fedeli a partire dal XIII secolo, ma non è mai entrato ufficialmente e stabilmente a far parte del deposito della fede. Ora che il Concilio Vaticano II l’ha tacitamente liquidato, la Chiesa tende ad accreditare la tesi che si sia sempre trattato di una semplice “ipotesi teologica” e nulla più.

Ma c’è da chiedersi se sia proprio vero che il Magistero non si è mai pronunciato circa l’esistenza del limbo. In effetti, è possibile citare almeno due autorevoli pronunciamenti, entrambi di segno positivo.

a) in data 28 agosto 1794, papa Pio VI emanava la costituzione Auctorem fidei, indirizzata “a tutti i fedeli”, per confutare numerose affermazioni del Sinodo di Pistoia riunitosi otto anni prima in seguito ad un’iniziativa dell’arciduca di Toscana. E a proposito del destino dei bambini morti senza battesimo scriveva:

La dottrina che rigetta come favola pelagiana quel luogo degli inferi (che i fedeli ovunque chiamano con il nome di limbo dei bambini) nel quale le anime di coloro che sono morti con il solo peccato originale sono punite con la pena della privazione senza la pena del fuoco;

come se in questo modo, coloro che escludono la pena del fuoco, introducessero quel luogo e stadio intermedio privo di colpa e di pena fra il regno di Dio e la dannazione eterna, di cui favoleggiano i pelagiani:

[è] falsa, temeraria, offensiva per le scuole cattoliche. (DS 2626)

Attraverso i tortuosi percorsi di senso che caratterizzano tanti documenti dottrinali della Chiesa, e in particolare gli anatematismi, tali parole significano proprio che, mentre viene respinta come “pelagiana” l’idea di un limbo per gli adulti non evangelizzati (quello in cui Dante colloca Virgilio), si afferma l’esistenza di un “limbo dei bambini” “morti con il solo peccato originale”, ricordando tra l’altro che proprio con questo nome “i fedeli ovunque [lo] chiamano”.

Non intendiamo pronunciarci sulla “qualificazione teologica” dell’asserzione papale, ma certo si tratta di un documento quanto mai autorevole, che dovrebbe almeno venire considerato e discusso.

Va poi sottolineato il carattere perentorio della formulazione, il quale di per sé esclude che il pontefice considerasse la dottrina in questione una semplice “ipotesi teologica”.

b) Nel “Catechismo romano” di san Pio X si legge la seguente affermazione:

I bambini morti senza battesimo vanno nel limbo, dove non godono Dio, ma nemmeno soffrono, perché avendo il peccato originale, e quello solo, non meritano il paradiso, ma neppure l’inferno e il purgatorio.

Ci pare che vi sia poco da commentare. Certo il documento non è stato formalmente presentato come pronunciamento ex cathedra, ma resta il fatto che il suo redattore è anche in questo caso un pontefice, per di più santo, e che la sua intenzione era indubitabilmente quella di dare una guida sicura a tutti i credenti su temi di fondamentale importanza riguardanti la fede e la morale, come si richiede appunto per tali pronunciamenti. Oltre a ciò, l’affermazione viene motivata con un argomento di elementare buon senso che è difficile non condividere.

Va anche notato che il limbo non viene presentato come una sede creata ad hoc per i bambini morti senza battesimo, ma come luogo avente una propria autonoma ragion d’essere.

Padre Livio ha il coraggio di affermare (nella Rassegna stampa del 29.11.05) che la presa di posizione di san Pio X non deve sorprendere più di tanto, poiché “è normale che la Chiesa presenti nella catechesi anche ipotesi teologiche”.

Già. Ma, in primo luogo, si deve distinguere tra la catechesi ordinaria e un catechismo scritto di proprio pugno da un pontefice (un catechismo, per di più, del prestigio e della fortuna di quello di san Pio X). In secondo luogo, la Chiesa può utilizzare nell’insegnamento ipotesi teologiche solo a condizione che le presenti come tali, o almeno fornisca gli elementi perché come tali si possa riconoscerle. Qui ad esempio si sarebbe dovuto premettere alla frase qualcosa come “La Chiesa pensa che …”

Altrimenti si tratta di una vera e propria truffa, e per ogni articolo del catechismo (quindi anche del “Catechismo della Chiesa Cattolica”, nonché del suo recentissimo “Compendio”) il fedele avrebbe il diritto di chiedersi se non si tratti di una semplice ipotesi teologica, destinata magari a “cadere” dopo qualche anno o qualche decennio.

Possiamo quindi concludere che, contrariamente a quanto oggi si tende a far credere, circa l’esistenza del limbo la Chiesa si è pronunciata chiaramente e autorevolmente per bocca di due pontefici, mentre non esistono pronunciamenti di segno opposto che siano di pari livello.

Tutto ciò, s’intende, sino al Concilio Vaticano II, che comunque si è pronunciato in modo solo implicito, ossia mantendo in proposito un eloquente silenzio.

La confusione regna sovrana

È molto istruttivo confrontare le due circostanze seguenti:

1) Nella “Sintesi di teologia dogmatica” di J.-H. Nicolas, pubblicata dalla Libreria Editrice Vaticana nel 1992 (copyright 1992) si dice, alla pag. 273 del secondo volume, che la “nozione del limbo è stata ed è ancora comunemente insegnata dalla Chiesa”; e soprattutto si aggiunge che “sembra di doverla considerare come una ipotesi teologica valida, necessaria, tenuta dalla Chiesa, poiché in altro modo non si potrebbero conciliare i principi chiamati in causa”.

Il che esprime in modo ineccepibile quanto noi abbiamo detto, ossia che per i “peccatori prerazionali”, ossia per “gli innocenti morti senza battesimo”, sia l’inferno che il paradiso costituiscono soluzioni teologicamente insostenibili.

N. B. Il manuale del Nicolas reca una prefazione, altamente elogiativa, di mano niente meno che del cardinale Ratzinger, allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, ossia la massima autorità, dopo il Papa, in materia di dogma. Questo ovviamente non significa che Ratzinger dovesse condividere ogni affermazione contenuta nell’opera (in particolare, proprio sul limbo si era già espresso negativamente in “Rapporto sulla fede”, il libro-intervista scritto con Vittorio Messori), ma ci dice comunque quanto l’autore del libro sia da considerarsi vicino alle posizioni ufficiali del Magistero.

2) Il Catechismo della Chiesa Cattolica, pubblicato nello stesso anno 1992 dalla stessa Libreria Editrice Vaticana  (nonché sottoscritto dal Pontefice medesimo, che l’aveva voluto, e redatto sotto la direzione dello stesso Ratzinger), il limbo non sa assolutamente che cosa sia: la voce non compare neppure nell’indice analitico (il che sembra smentire la prima affermazione del Nicolas sopra citata). Non solo il limbo non viene considerato come una realtà escatologica “di fede”, ma non si dice neppure che è stato “cassato” dal Catechismo dopo molti secoli di varia fortuna. Niente: letteralmente, come se non fosse mai esistito nella problematica teologica.

È questo uno dei tanti segni dell’estrema confusione che regna, anche ai più alti livelli del Magistero, circa tutto ciò che riguarda i problemi dell’escatologia.

E ci si chiede: come mai lo Spirito Santo non ha dato lumi su un punto che appare enormemente più importante che la definizione di Theotókos, ad esempio? Chiaro: con la definizione di Theotókos, questione puramente nominale, non si rischiano smentite. Con il limbo dei bambini invece, anche se non si rischiano smentite fattuali, ci si caccia, qualunque cosa si decida, in un ginepraio di contraddizioni teologiche (e in una problematica che tocca da vicino anche la coscienza dell’umile fedele); meglio quindi non pronunciarsi.

Naturalmente si tratta di una semplice foglia di fico, poiché a chi affronta il problema appare chiaro che, nel quadro dell’attuale dogmatica escatologica della Chiesa, la contraddizione esiste comunque.

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SABATO SANTO…”La discesa agli inferi del Signore. Che cosa è avvenuto? Oggi sulla terra c’è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme”.

 

AVE VERUM
Ave Verum Corpus natum de Maria Virgine:
Vere passum, immolatum in cruce pro homine,
Cujus latus perforatum unda fluxit et sanguine:
Esto nobis praegustatum in mortis examine.
O Jesu dulcis! O Jesu pie! O Jesu, fili Mariae, Miserere mei. Amen.Ave, o vero corpo, nato da Maria Vergine,
che veramente patì e fu immolato sulla croce per l’uomo,
dal cui fianco squarciato sgorgarono acqua e sangue:
fa’ che noi possiamo gustarti nella prova suprema della morte.
O Gesù dolce, o Gesù pio, o Gesù figlio di Maria. Pietà di me. Amen.UFFICIO LETTURELODI MATTUTINE
ORA MEDIASECONDI VESPRICOMPIETA

Da un’antica «Omelia sul Sabato santo». (Pg 43, 439. 451. 462-463) La discesa agli inferi del Signore.
Che cosa è avvenuto? Oggi sulla terra c’è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme: la terra è rimasta sbigottita e tace perché il Dio fatto carne si è addormentato e ha svegliato coloro che da secoli dormivano. Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi. Certo egli va a cercare il primo padre, come la pecorella smarrita. Egli vuole scendere a visitare quelli che siedono nelle tenebre e nell’ombra di morte. Dio e il Figlio suo vanno a liberare dalle sofferenze Adamo ed Eva che si trovano in prigione. Il Signore entrò da loro portando le armi vittoriose della croce. Appena Adamo, il progenitore, lo vide, percuotendosi il petto per la meraviglia, gridò a tutti e disse: «Sia con tutti il mio Signore». E Cristo rispondendo disse ad Adamo: «E con il tuo spirito». E, presolo per mano, lo scosse, dicendo: «Svegliati, tu che dormi, e risorgi dai morti, e Cristo ti illuminerà. Io sono il tuo Dio, che per te sono diventato tuo figlio; che per te e per questi, che da te hanno avuto origine, ora parlo e nella mia potenza ordino a coloro che erano in carcere: Uscite! A coloro che erano nelle tenebre: Siate illuminati! A coloro che erano morti: Risorgete! A te comando: Svegliati, tu che dormi! Infatti non ti ho creato perché rimanessi prigioniero nell’inferno. Risorgi dai morti. Io sono la vita dei morti. Risorgi, opera delle mie mani! Risorgi mia effige, fatta a mia immagine! Risorgi, usciamo di qui! Tu in me e io in te siamo infatti un’unica e indivisa natura. Per te io, tuo Dio, mi sono fatto tuo figlio. Per te io, il Signore, ho rivestito la tua natura di servo. Per te, io che sto al di sopra dei cieli, sono venuto sulla terra e al di sotto della terra. Per te uomo ho condiviso la debolezza umana, ma poi son diventato libero tra i morti. Per te, che sei uscito dal giardino del paradiso terrestre, sono stato tradito in un giardino e dato in mano ai Giudei, e in un giardino sono stato messo in croce. Guarda sulla mia faccia gli sputi che io ricevetti per te, per poterti restituire a quel primo soffio vitale. Guarda sulle mie guance gli schiaffi, sopportati per rifare a mia immagine la tua bellezza perduta. Guarda sul mio dorso la flagellazione subita per liberare le tue spalle dal peso dei tuoi peccati. Guarda le mie mani inchiodate al legno per te, che un tempo avevi malamente allungato la tua mano all’albero. Morii sulla croce e la lancia penetrò nel mio costato, per te che ti addormentasti nel paradiso e facesti uscire. Eva dal tuo fianco. Il mio costato sanò il dolore del tuo fianco. Il mio sonno ti libererà dal sonno dell’inferno. La mia lancia trattenne la lancia che si era rivolta contro di te. Sorgi, allontaniamoci di qui. Il nemico ti fece uscire dalla terra del paradiso. Io invece non ti rimetto più in quel giardino, ma ti colloco sul trono celeste. Ti fu proibito di toccare la pianta simbolica della vita, ma io, che sono la vita, ti comunico quello che sono. Ho posto dei cherubini che come servi ti custodissero. Ora faccio sì che i cherubini ti adorino quasi come Dio, anche se non sei Dio. Il trono celeste è pronto, pronti e agli ordini sono i portatori, la sala è allestita, la mensa apparecchiata, l’eterna dimora è addobbata, i forzieri aperti. In altre parole, è preparato per te dai secoli eterni il regno dei cieli».

Da: Maria Valtorta – L’Evangelo come mi è stato rivelato – vol. X – cap. 614 – ed. CEV.
30 marzo 1945. L’alba viene avanti stenta, a fatica. E l’aurora tarda stranamente, per quanto non ci siano nuvoli in cielo. Ma sembra che gli astri abbiano perso ogni vigore. E come era pallida la notturna luna, così è pallido il sole che appare. Opachi… Hanno forse pianto anche essi, da avere questo aspetto appannato, come lo hanno gli occhi dei buoni che hanno pianto e piangono per la morte del Signore? Appena Giovanni comprende che le porte sono riaperte, esce, sordo alle suppliche materne. Le donne si asserragliano in casa, ancora più intimorite ora che anche l’apostolo se ne è dato. Maria, sempre nella sua stanza, con le mani prosciolte nel grembo, guarda fisso fuori dalla finestra, che si apre su un giardino non vastissimo ma abbastanza ampio e tutto pieno di rose in fiore lungo le alte muraglie e le aiuole capricciose. I ciuffi dei gigli, invece, sono ancora senza lo stelo del futuro fiore: folti, belli, ma solo a foglie. Guarda, guarda, ed io credo non veda niente. Ma solo veda ciò che è nel suo povero cervello stanco: l’agonia del Figlio. Le donne vanno e vengono. Le si accostano, la carezzano, la pregano di prendere un ristoro… e ogni volta, col loro venire, viene un’ondata di un profumo pesante, composto, sbalordente. Maria ne ha un brivido ogni volta. Ma non ha altro. Non parole. Non atti. Niente. É esausta. Attende. É solo un’attesa. É Colei che attende. Un picchio all’uscio… Le donne corrono ad aprire. Maria si volge sul suo sedile, senza alzarsi, e fissa l’uscio socchiuso. Entra la Maddalena. «C’è Mannaen… Vorrebbe essere usato per qualche cosa». «Mannaen… Fàllo entrare. Fu sempre buono. Ma credevo non fosse lui…».
«Chi credevi, Madre?…». «Dopo… dopo. Fa’ passare». Entra Mannaen. Non è pomposo come di solito. Ha una veste comunissima, di un marrone quasi nero, e un mantello uguale. Nessun gioiello e non la spada. Nulla. Sembra un uomo benestante ma del popolo. Si curva a salutare, prima con le mani incrociate sul petto, e poi si inginocchia come davanti ad un altare. «Alzati. E perdona se non rispondo all’inchino. Non posso…». «Non devi. Non lo permetterei. Chi sono lo sai. Perciò ti prego calcolarmi tuo servo. Hai bisogno di me? Vedo che non hai un uomo d’intorno. So da Nicodemo che tutti sono fuggiti. Non c’era nulla da fare. É vero. Ma almeno dargli il conforto di vederci. Io… io l’ho salutato al Sisto. E poi non ho più potuto, perché… Ma è inutile dirlo. Anche questo fu voluto da Satana. Ora sono libero e vengo a mettermi al tuo servizio. Ordina, Donna». «Vorrei sapere e far sapere a Lazzaro… Le sorelle sono in pena, e mia cognata e l’altra Maria pure.
 Vorremmo sapere se Lazzaro, Giacomo, Giuda e l’altro Giacomo sono salvi». «Giuda? L’Iscariota? Ma lo ha tradito!». «Giuda, figlio del fratello dello sposo mio». «Ah! vado», e si alza. Ma nel farlo ha un movimento di dolore. «Ma sei ferito?». «Uhm… si. Roba da nulla. Un braccio che duole un poco». «Per causa nostra, forse? Per questo non c’eri lassù?». «Sì. Per questo. E solo per questo mi dolgo. Non per la ferita. Il resto di fariseismo, di ebraismo, di satanismo che era in me, perché satanismo è divenuto il culto d’Israele, è tutto usci¬to con quel sangue. Sono come un pargolo che, dopo la recisione del sacro ombelico, non ha più contatti col sangue materno, e le poche stille che ancora restano nel cordone reciso non vanno in lui, strozzate come sono dal laccio di lino. Ma cadono… Inutili ormai. Il neonato vive col suo cuore e il suo sangue. Così io. Fino ad ora ero ancora non formato del tutto. Ora sono giunto al termine, e vengo, e sono stato dato alla Luce. Ieri sono nato. Mia madre è Gesù di Nazaret. E mi ha partorito quando ha dato l’ultimo grido. So… Perché sono fuggito nella casa di Nicodemo questa notte. Solo vorrei vederlo. Oh! quando andrete al Sepolcro, ditemelo. Verrò… Il suo Volto di Redentore io lo ignoro!». «Ti guarda, Mannaen. Volgiti». L’uomo, che era entrato tanto a capo chino e che aveva avu¬to poi occhi solo per Maria, si volta quasi spaventato e vede il Sudario. Si getta bocconi, adorando… E piange. Poi si leva. Si inchina a Maria e dice: «Vado». «Ma è sabato. Lo sai. Già ci accusano di violare la Legge per sua istigazione». «Pari siamo, perché essi violano la legge dell’Amore. La prima e più grande. Egli lo diceva. Il Signore ti conforti». Esce. E le ore passano. Come sono lente per chi attende… Maria si alza e appoggiandosi ai mobili si fa sull’uscio. Cerca di traversare il vasto vestibolo d’ingresso. Ma quando non ha più appoggio vacilla come fosse ebbra. Marta, che vede dal cortile che è oltre l’uscio, aperto all’estremità del vestibolo, accorre. «Dove vuoi andare?». «Là dentro. Me lo avete promesso». «Aspetta Giovanni». «Basta aspettare. Vedete che sono quieta. Andate, poi che avete fatto chiudere dall’interno, e fate aprire. Io aspetto qui». Susanna, poiché tutte sono accorse, parte per chiamare il padrone con le chiavi. Intanto Maria si appoggia alla porticina come volesse aprirla con la forza del suo volere. Ecco l’uomo. Pauroso, avvilito, apre e si ritira. E Maria, a braccio di Marta e Maria d’Alfeo, entra nel Cenacolo. Tutto è ancora come era alla fine della Cena. Il susseguirsi delle cose e l’ordine dato da Gesù hanno impedito manomis¬sioni. Soltanto sono stati riportati i sedili al loro posto. E Maria, che pure non è stata nel Cenacolo, va diritta al posto dove era seduto il suo Gesù. Pare che la guidi una mano. E sembra quasi sonnambula, tanto è irrigidita nello sforzo di andare… Va. Gira intorno al letto sedile, si insinua fra questo e la tavola… resta ritta un momento e poi si abbatte attraverso al tavolo in un nuovo scoppio di pianto. Poi si calma. Si inginocchia e prega con la testa appoggiata all’orlo della tavola. Carezza la tovaglia, il sedile, le stoviglie, l’orlo del grande vassoio dove era l’agnello, il grande coltello usato a scalcare, l’anfora posata davanti a quel posto. Non sa di toccare ciò che ha toccato anche l’Iscariota. Poi resta come inebetita, con la testa appoggiata sulle braccia conserte messe sul tavolo. Tacciono tutte. Finché la cognata dice: «Vieni, Maria. Temiamo i giudei. Vorresti che entrassero qui?». «No. No. É luogo santo. Andiamo. Aiutatemi… Avete fatto bene a dirmelo. Vorrei anche un cofano, bello, grande, chiuso. Per chiudervi dentro tutti i miei tesori». «Domani te lo faccio portare dal palazzo. É il più bello della casa. E robusto e sicuro. Te lo dono con gioia», promette la Maddalena. Escono. Maria è proprio esausta. Vacilla nel fare i pochi scalini. E, se è meno drammatico il suo dolore, è perché non ha più forza di essere tale. Ma nella sua pacatezza è ancora più tragico. Rientrano nella stanza di prima. E prima di tornare al suo posto Maria accarezza, come fosse un viso di carne, il santo Volto del Sudario. Un altro busso al portone. Le donne si affrettano ad uscire e a socchiudere l’uscio. Con la sua voce stanca Maria dice: «Se fossero i discepoli, e specie Simon Pietro e Giuda, che vengano subito a me». Ma è il pastore Isacco. Entra piangendo dopo qualche minuto e subito si prostra al Sudario e poi alla Madre, e non sa che dire. É Lei che dice: «Grazie. Ti ha visto e ti ho visto. Lo so. Vi guardava finché ha potuto». Isacco piange ancora più forte. Può parlare solo quando ha finito il suo pianto. «Non volevamo andare via. Ma Gionata ce ne ha pregato. I giudei minacciavano le donne… e dopo non abbiamo più potuto venire.
Era… era tutto finito… Dove dovevamo andare allora? Ci siamo sparsi per la campagna e a notte fatta ci siamo riuniti a mezza via fra Gerusalemme e Betlemme. Ci pareva di allontanare la sua Morte andando verso la sua Grotta… Ma poi abbiamo sentito che non era giusto andare là… Era egoismo, e siamo tornati verso la Città… E ci siamo trovati, senza sapere come, a Betania…» «I miei figli!». «Lazzaro!». «Giacomo!». «Sono tutti là. I campi di Lazzaro all’aurora erano sparsi di vaganti che piangevano.. . I suoi inutili amici e discepoli… Io… sono andato da Lazzaro e credevo di essere il primo… Invece là erano già i tuoi due figli, donna, e il tuo, insieme ad Andrea, Bartolomeo, Matteo. Li aveva persuasi ad andare là Simone Zelote. E Massimino, uscito per la campagna fin dal primo mattino, ne aveva trovati altri. E Lazzaro li ha soccorsi tutti. E ancora lo sta facendo. Dice che il Maestro gliene aveva dato ordine. E così dice lo Zelote». «Ma Simone e Giuseppe, gli altri miei figli, dove sono?». «Non so, donna. Eravamo stati insieme fino al terremoto. Poi… non so più nulla di esatto. Fra le tenebre e i fulmini e i morti risorti e il tremore del suolo e il turbine dell’aria, ho perduto la ragione. Io mi trovai nel Tempio. E ancora mi chiedo come potei essere là dentro, oltre il limite sacro. Pensa che fra me e l’altare dei profumi c’era solo un cubito… Pensa! Io dove pongono i piedi solo i sacerdoti di turno!… E… e ho visto il Santo dei Santi!… Si. Perché il Velo del Santo è lacerato da cima a fondo, come l’avesse strappato il volere di un gigante… Se mi vedevano là dentro, mi lapidavano. Ma nessuno vedeva più. Non ho incontrato che spettri di morti e spettri di viventi. Perché spettri parevamo alla luce dei fulmini, al chiarore degli incendi e col terrore nei volti…». «Oh! il mio Simone! il mio Giuseppe!». «E Simon Pietro? E Giuda di Keriot? E Tommaso e Filippo?». «Non so, Madre… Lazzaro mi ha mandato a vedere, perché gli avevano detto che… che vi avevano uccisi». «Vai subito, allora, a tranquillizzarlo. Ho già mandato Mannaen. Ma va’ tu pure e di’… di’ che solo Lui è l’Ucciso. Ed io con Lui. E se vedi degli altri discepoli, portali con te là. Ma l’Iscariota e Simon Pietro li voglio io». «Madre… perdonaci se di più non abbiamo fatto». «Tutto perdono… Vai». Isacco esce. E Marta e Maria, Salome e Maria d’Alfeo lo soffocano di preghiere, di raccomandazioni, di ordini. Susanna piange piano perché nessuno le parla dello sposo. É allora che Salome ((G Zebedeo, padre di Giacomo e Giovanni) si ricorda del suo. E piange anche lei. Silenzio di nuovo. Sino ad un nuovo picchiare al portone. Posto che la città è quieta, le donne sono meno paurose. Ma, quando dall’uscio socchiuso vedono spuntare il volto glabro di Longino, fuggono tutte come avessero visto un morto nel suo lenzuolo funebre o il Demonio in persona. Il padrone di casa, che per curiosità ciondola nel vestibolo, è il primo a scappare. Accorre la Maddalena , che era con Maria. Longino, con un involontario sorrisetto canzonatorio sulle labbra, è entrato ed ha chiuso da sé il pesante portone. Non è in divisa. Ma ha una veste grigia e corta sotto un mantello pure oscuro. Maria Maddalena lo guarda e lui guarda lei. Poi, rimanendo sempre addossato alla porta, Longino chiede: «Posso entrare senza contaminare nessuno? E senza fare terrore a nessuno? Ho visto stamane all’aurora il cittadino Giuseppe e mi ha detto del desiderio della Madre. Chiedo perdono se non giunsi di mio a pensarlo. Ecco la lancia. L’avevo tenuta per ricordo di un… del Santo dei Santi. Oh! questo sì che lo è! Ma è giusto l’abbia la Madre. Per le vesti… è più difficile. Non glielo dite… ma forse sono già state vendute per pochi denari… E diritto dei soldati. Ma cercherò di trovarle…» «Vieni. Ella è là». «Ma io sono pagano!». «Non importa. Glielo vado a dire. Se lo desideri». «Oh! non… non pensavo di meritarlo». Maria Maddalena va dalla Vergine. «Madre, Longino è lì fuori… Ti offre la lancia». «Fàllo passare». Il padrone di casa, che è sull’uscio, brontola: «Ma è un pagano». «Sono Madre di tutti, uomo. Come Egli di tutti è il Redentore». Longino entra e sulla soglia saluta romanamente col gesto, col braccio (si è levato il mantello) e poi con la voce: «Ave, Domina. Un romano ti saluta: Madre dell’umano genere. La vera Madre. Non avrei voluto essere io a… a… a quella cosa. Ma era ordine. Però, se servo a darti quanto desideri, perdono al destino di avermi scelto per quella orrenda cosa. Ecco», e le dà la lancia avvolta in un drappo rosso. Il solo ferro. Non l’asta. Maria la prende divenendo ancora più pallida. Si annullano persino le labbra nel pallore. Pare che la lancia la sveni. E trema fin con le labbra mentre dice: «Egli ti conduca a Sé. Per la tua bontà». «Era l’unico Giusto che io abbia incontrato nel vasto impero di Roma.
Mi pento di non averlo conosciuto che per le parole dei compagni. Ora… è tardi!». «No, figlio. Egli ha finito l’evangelizzare. Ma il suo Vangelo resta. Nella sua Chiesa». «Dove è la sua Chiesa?». Longino è lievemente ironico. «Qui è. Oggi è percossa e dispersa. Ma domani si riunirà come un albero che ravvia la chioma dopo la tempesta. E, anche non ci fosse più alcuno, io ci sono. E il Vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio e mio, è tutto scritto nel mio cuore. Non ho che guardarmi il cuore per potervelo ripetere». «Verrò. Una religione che ha per capo un tale eroe non può essere che divina. Ave, Domina!». E anche Longino se ne va. Maria bacia la lancia, dove ancora è il Sangue del Figlio… Né vuole levarlo quel Sangue. Ma lo lascia, «rubino di Dio, sulla lancia crudele», dice… La giornata, fra schiarite di nuvole e cupezze di temporale, passa così. Giovanni torna solo quando il sole a perpendicolo dice che è il mezzogiorno. «Madre. Io non ho trovato nessuno, fuorché… Giuda di Keriot». «Dove è?». «Oh! Madre! Che orrore! Egli pende da un ulivo, gonfio e nero quasi fosse morto da settimane. Putrido. Orrendo… Su lui gli avvoltoi, i corvi, che so, urlano in risse atroci… É stato il loro clamore che mi ha chiamato in quel senso. Ero sulla via del monte Uliveto, e su un poggio ho visto ruote e ruote di uccellacci neri. Sono andato… Perché? Non lo so. E ho visto. Che orrore!…». «Che orrore! Dici bene. Ma sopra la Bontà fu la Giustizia. Infatti la Bontà è assente, ora… Ma Pietro! Ma Pietro!… Giovanni, ho la lancia. Ma le vesti… Longino non ne ha parlato». «Madre, voglio andare al Getsamni. Egli è stato preso senza mantello. Forse è là ancora. Poi andrò a Betania». «Vai. Per il mantello, vai… Gli altri sono da Lazzaro. Non andare perciò da Lazzaro. Non occorre. Va’ e torna qui». Giovanni parte di corsa. Senza prendere ristoro. Come senza ristoro sta Maria. Le donne hanno mangiato in piedi pane e ulive, sempre lavorando ai loro balsami. E viene, con Gionata, Giovanna di Cusa. E una maschera dal gran pianto. E appena vede Maria dice: «Mi ha salvata! Mi ha salvata e Lui è morto. Ora non vorrei più essere stata salvata!». É la Madre Dolorosa che deve consolare questa creatura guarita, ma rimasta di una sensibilità morbosa. E la consola e la fortifica dicendole: «Non lo avresti conosciuto e amato e non lo potresti servire ora. Quanto ci sarà da fare, in futuro! E noi dovremo fare perché, lo vedi… Noi siamo rimaste, e gli uo¬mini sono fuggiti. É sempre la donna la generatrice vera. Nel Bene. Nel Male. Noi genereremo la nuova Fede. Di essa siamo ripiene, deposta in noi dallo Sposo Iddio. Ed essa genereremo alla Terra. Per il bene del mondo. Guardalo come è bello! Come sorride e mendica questo nostro santo lavoro! Giovanna, io ti amo, lo sai. Non piangere più». «Ma Egli è morto! Si. Lì sopra è ancora simile ad un vivo. Ma ora vivo non è più. Che è il mondo privo di Lui?». «Egli tornerà. Va’. Prega. Attendi. Più crederai, più presto risorgerà. É la mia forza questo credere… E solo io, Dio e Satana sappiamo quanti assalti sono dati a questa mia fede nella sua Risurrezione». Anche Giovanna va via, esile e piegata come un giglio troppo saturo d’acqua. Ma, uscita lei, Maria ricade nel tormento. «A tutti! A tutti devo dare la forza. E a me chi la dà?». E piange, accarezzando il Volto dell’effigie, perché ora si è seduta presso il cofano su cui il Sudario è steso. Vengono Giuseppe e Nicodemo. Ed evitano alle donne di uscire per comperare mirra e aloe, perché ne portano dei sacchetti. Ma la loro forza cede davanti al Viso impresso nel lino e al viso devastato della Madre. Si siedono in un angolo dopo averla salutata e tacciono. Seri, funebri… Poi vanno. Né Lei ha più forza di parlare. Ma, più scende la sera, precoce per la nuvolaglia afosa, e più diviene una povera creatura straziata. Le ombre della sera sono anche per Lei, come per tutti i dolenti, fonte di maggior dolore. Anche le altre si fanno più tristi. E specie Salome, Maria d’Alfeo e Susanna. Ma per loro infine viene il ristoro, perché in gruppo giungono Zebedeo, lo sposo di Susanna e Simone e Giuseppe d’Alfeo. I due primi restano nel vestibolo, mentre spiegano che li ha trovati Giovanni mentre passava per il sobborgo di Ofel. I due altri invece sono stati trovati da Isacco erranti per la campagna, incerti se tornare in città o andare dai fratelli, che supponevano a Betania. Simone dice: «Dove è Maria? La voglio vedere», e preceduto dalla madre entra e bacia la parente straziata. «Sei solo? Perché non è con te Giuseppe? Perché vi siete lasciati? Ancora in urto fra voi? Non dovete. Vedete? La ragione dell’attrito è morta!». E accenna al Volto del Sudario. Simone lo guarda e piange. Dice: «Non ci siamo più lasciati. E non ci lasceremo. Si, la ragione dell’attrito è morta. Ma non come tu credi. É morta perché Giuseppe, ora, ha compreso… É lì fuori Giuseppe… e non osa venire…». «Oh! no. Io non faccio mai paura. E non sono che pietà. Avrei perdonato anche al Traditore. Ma non posso più. Si è ucciso». E si alza. Cammina curva chiamando: «Giuseppe! Giuseppe! ». Ma Giuseppe, affogato nel pianto, non risponde. Ella si fa sulla porta, come era per parlare a Giuda, e sostenendosi allo stipite stende l’altra mano e la posa sulla testa del più anziano e tenace dei nipoti. Lo carezza e dice: «Lascia che io mi appoggi ad un Giuseppe! Tutto era pace e serenità finché avevo quel nome come re nella mia casa. Poi il mio santo mi è morto… E tutto il bene umano della povera Maria è stato morto esso pure. E rimasto il bene soprannaturale del mio Dio e Figlio… Ora sono la Derelitta… Ma se posso essere fra il cerchio delle braccia di un Giuseppe che amo, e tu lo sai se ti amo, io mi sentirò meno derelitta. Mi parrà di tornare indietro. Di poter dire: “Gesù è assente. Ma non morto. É a Cana, a Naim per lavori, ma ora torna…”. Vieni, Giuseppe. Entriamo insieme dove Egli ti aspetta per sorriderti. Ci ha lasciato il suo sorriso per dirci che non ha rancore». Giuseppe entra, tenuto per mano da Lei, e come la vede seduta le si inginocchia davanti con la testa nel grembo e singhiozza: «Perdono! Perdono!». «Non a me. A Lui lo devi chiedere». «Non me lo può dare. Sul Calvario ho cercato di attirare il suo sguardo. Tutti ha guardato. Ma non me… Ha ragione… L’ho conosciuto e amato, come Maestro, troppo tardi. Ora è finito». «Ora incomincia. Tu andrai a Nazaret e dirai: “Io credo”.
Il tuo credere avrà un valore infinito. Lo amerai con la perfezio¬ne degli apostoli futuri, che avranno il merito di amare il Gesù conosciuto solo dallo spirito. Lo farai?». «Sì! Si! Per riparare. Ma vorrei sentire da Lui una parola. E non la sentirò mai più…». «Il terzo giorno Egli risorgerà e parlerà a coloro che ama. Tutto il mondo attende la sua Voce». «Te benedetta che puoi credere…». «Giuseppe! Giuseppe! Il mio sposo ti era zio. E credette ad una cosa che è ancora più difficile a credere di questa. Ha saputo credere che la povera Maria di Nazareth fosse la Sposa e Madre di Dio. Perché tu, nipote di questo Giusto e portatore del suo nome, non puoi credere che un Dio possa dire alla Morte: “Basta!” e alla Vita: “Torna!”?». «Io non merito questa fede, perché sono stato cattivo. Ingiusto fui con Lui. Ma tu… tu sei la Madre. Benedicimi. Perdonami… Dammi pace…». «Sì… Pace… Perdono… Oh! Dio! Una volta ho detto: “Come è difficile essere i ‘redentori”‘ . Ora dico: “Come è difficile essere la Madre del Redentore!”. Pietà, mio Dio! Pietà!… Va’, Giuseppe. Tua madre ha tanto sofferto in queste ore. Confortala.. . Io resto qui… Con tutto quanto ho del mio Bambino… E le mie lacrime solitarie ti otterranno la Fede. Addio , nipote mio. Di’ a tutti che voglio tacere… pensare… pregare… Sono… Sono una povera donna tenuta sospesa su un abisso da un filo… Il filo è la mia Fede… E la vostra non-fede, perché nessuno sa credere totalmente e santamente, urta continuamente questo mio filo… E non sapete quale fatica mi imponete… Non sapete di aiutare Satana a tormentarmi. Va’… E Maria resta sola… Si inginocchia davanti al Sudario. Bacia la fronte, gli occhi, la bocca del Figlio e dice: «Così! Così! Per avere forza… Devo credere. Devo credere. Per tutti». La notte è calata. Senza stelle. Buia. Afosa. Maria resta nell’ombra col suo dolore. Il giorno del Sabato è finito. Ma la notte è ancora lunga e solo all’alba lo Spirito del Signore rientrerà nel Suo Corpo ridandogli la Vita!
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GLI INFERI

«IL SIMBOLO degli Apostoli» professa in uno stesso articolo di fede la discesa di Cristo agli inferi e la sua risurrezione dai morti il terzo giorno, perché nella sua Pasqua egli dall’abisso della morte ha fatto scaturire la vita. La discesa di Gesù agli inferi è, per il cristiano, una verità di fede. Cristo, «spezzando i vincoli della morte, risorge vincitore dal sepolcro» (Exultet) e ci trascina nel potente vortice della sua risurrezione. «Colui che discese è lo stesso che anche ascese», afferma san Paolo (Ef 4,10).

"La discesa agli Inferi", (part.). Chiesa San Giorgio, Kurbinovo, Jugoslavia.Nel silenzio del Sabato santo, l’Eucaristia non si celebra perché Cristo è agli inferi, sulla terra è giorno di dolore, ma agli inferi è già Pasqua. Cristo vi discende come il sole che dissipa per sempre le tenebre della morte. Ma in realtà, questa sconfitta apparente, si rivela come un duello ancora aperto. Le forze del male sembrano trionfare, il Giusto è stato crocifisso, abbandonato da tutti.

Tuttavia il vero senso della discesa di Gesù agli inferi, è presentato nella liturgia: «O Vita, come puoi tu morire? Come puoi rimanere nel sepolcro?». E la Vita risponde: «Ma è per distruggere la potenza della morte e risuscitare i morti che sono agli inferi». Cristo va a cercare la pecora perduta: «Colui che ha detto ad Adamo – “dove sei?”- è salito sulla croce per cercare colui che era perduto. Egli è disceso agli inferi, dicendo: “Vieni dunque, mia immagine e mia somiglianza”» (Inno di Sant’Efrem). A proposito consulta il Catechismo della Chiesa cattolica, Compendio, n. 125).

Enzo Petrolino,
consigliere del Cal

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Pensieri sul Purgatorio della mistica Katarina Emmerick

di don Marcello Stanzione

Ho letto tutti gli scritti di Brentano sulla mistica tedesca, la monaca agostiniana Anna Caterina Emmerick e ho raccolto alcuni suoi pensieri su una realtà di cui si parla pochissimo o niente nella Chiesa Cattolica odierna: il Purgatorio:

“Non pregavo molto per me, limitandomi a chiedere al Signore di mantenermi nella sua santa volontà. Pregavo quasi sempre per gli altri e soprattutto per le anime del Purgatorio”.

“La preghiera migliore è quella che si rivolge a Dio a favore delle anime del Purgatorio e per la conversione dei peccatori ostinati”.

“(Durante la Santa Messa) al Gloria invoco tutti gli Angeli, tutti i Santi e tutti i devoti fedeli della terra a unirsi a me nella lode e nell’azione di grazie che rivolgo a Cristo per il Sacrificio di se stesso, da Lui rinnovato ogni giorno. Supplico Dio di illuminare gli uomini e di consolare le anime del Purgatorio”.

“(Durante la Santa Messa) Al Sanctus, prego perché tutto l’universo si unisca nella lode di Dio. Alla consacrazione, rinvio il Salvatore al Padre offrendolo per il mondo intero, in particolare per la conversione dei peccatori e il sollievo delle anime del Purgatorio, per gli agonizzanti e per le mie consorelle”.

“(Durante la Santa Messa) dall’elevazione fino all’Agnus Dei, prego per le anime del Purgatorio presentando al Padre suo Figlio morente sulla croce chiedendo a quest’ultimo di supplire alla mia incapacità. Con la Comunione., penso alla sepoltura di Cristo e lo prego di degnarsi di seppellire in Lui il vecchio uomo che è in noi, per farne un uomo nuovo”.

“Al decano Resing Caterina ebbe a dire: “La prego vivamente di esortare la gente nel confessionale a pregare solertemente per le povere anime del Purgatorio, poiché queste per gratitudine pregheranno certamente, molto anche per noi. La preghiera per le povere anime è molto gradita a Dio perché le avvicina alla sua immagine”.

“Fra coloro che non compiono grandi peccati ma che sono tiepidi, in particolare fra coloro che, per troppo egoismo, non ascoltano i buoni consigli dei loro confessori, ve ne sono di quelli che resteranno a lungo in purgatorio”.

“Anche questo piacer molto a Dio, perché ( con le nostre penitenze) le aiutiamo [le anime del purgatorio] a godere della visione beatifica”.

“Anche il contatto con le povere anime del Purgatorio avviene per mezzo del mio Angelo. Egli si occupa di guidare le povere anime nei diversi luoghi del Purgatorio. Mi vidi con lui presso le povere anime, le quali si lamentano molto perché esse stesse non si potevano aiutare, ed erano aiutate molto poco sulla Terra, specialmente nei nostri tempi”.

“ Quando il mio Angelo mi esortava a pregare ed espiare per le povere anime del Purgatorio sentivo la loro felicità, mi ringraziavano e mi erano molto grate. Quando espiavo con i miei dolori esse pregavano per me. La loro nostalgia per la grazia e la misericordia della Chiesa era molto profonda. Tutto quello che noi facciamo per loro, causa una gioia infinita”.

“Nel Purgatorio riconobbi non solo alcuni conoscenti ma anche i loro parenti che non avevo mai visto prima. Vidi povere anime abbandonate dai parenti sulla Terra senza più essere ricordate da nessuno, fedeli che non avevano l’abitudine alla preghiera. Prego sempre particolarmente per loro”.

“Come è triste vedere le povere anime del Purgatorio così poco aiutate, esse hanno veramente bisogno di quest’aiuto, poiché il loro stato è così miserabile che non possono aiutarsi da se stesse. Se qualcuno pregasse per loro e soffrisse un po’, oppure offrisse elemosine alla loro memoria, ne avrebbe profitto alle medesime al punto tale da sentirsi consolate e ristorate come assetati ai quali viene somministrata una fresca bevanda”.

“Purtroppo le povere anime in Purgatorio hanno da soffrire così tanto a causa della nostra trascuratezza, comoda devozione, mancanza d’entusiasmo per Dio e per la salvezza del prossimo. Come si può essere a loro meglio d’aiuto se non con un amore sufficiente e con atti di virtù? Cose che invece queste stesse anime trascurarono durante la vita terrena. I Santi in cielo non possono compiere per le anime le penitenze che spettano ai discepoli e ai fedeli della Chiesa militante terrena. Ma purtroppo veramente poco viene fatto per loro, nonostante esse lo sperino molto! Basterebbe solo impegnarsi dedicando a queste anime seri pensieri e qualche preghiera. Un prete che legge il suo breviario con intimo raccoglimento dona tanta consolazione alle poverette, raggiungendole fino alla tristezza del Purgatorio”.

“La viva convinzione della santissima giustizia di Dio mi si presentò ancora una volta sotto la forma di un Angelo che mi allontanò dal terrore di una certa tomba. Per ogni tomba avevo la precisa sensazione della differente energia emanata: chiarezza, oscurità, tenebre, come pure colonne splendenti e armoniose di luce viva oppure forti e deboli raggi, che provenivano dalle povere anime purganti, a seconda della misura del loro bisogno. C’erano anche quelle che non potevano dare alcun segno ed erano nel Purgatorio dimenticate dai viventi e senza possibilità di comunicare con il Corpo della Chiesa”.

“Quando pregavo su queste tombe, sentivo una voce affaticata proveniente dal profondo della terra che mi sussurrava: “Aiutami a venir fuori”. Allora mi assaliva un sentimento d’impotenza, di non poter far nulla per quelle poverette. L’unica cosa che potevo fare, per queste anime dimenticate, era quella di pregare quanto più potevo, con sempre maggior fervore. Poi scorgevo su queste tombe molte ombre grigie, e in seguito alle pietose e intense preghiere tali ombre assumevano un colore più chiaro. Seppi poi che quelle tombe, che io vedevo e percepivo in modo così diverso, sarebbero state dei defunti non ancora del tutto dimenticati; di coloro che attraverso il grado delle loro pene purganti, oppure per mezzo dell’aiuto e delle preghiere dei loro amici viventi, stanno in un rapporto più o meno consolatore con la Chiesa militante sulla terra”.

“Dio mi ha donato la grazia di farmi vedere molte anime passare, con infinita gioia, dal Purgatorio al Cielo. Spesso quando prego nei cimiteri, presso le tombe, vengo disturbata in modo cattivo, pauroso, e vengo maltratta dagli spiriti maledetti, oppure dal maligno stesso. Apparizioni orribili e chiassose mi circondano e vengo gettata qua e là sulle tombe e maltratta, ma ho avuto sempre la grazia da Dio di non temere mai e perciò sono rimasta sempre illesa, e quando venivo disturbata raddoppiavo le mie preghiere. Ho sempre ricevuto molte grazie dalle care e povere anime del Purgatorio. Se tutti gli uomini avessero voluto dividere con me queste gioia quanto fluire di grazia ci sarebbe sulla Terra! Purtroppo invece le grazie vengono dimenticate e dissipate nonostante le povere anime invochino tanto gli uomini sussurrando alle loro orecchie! Le anime restano così piene di desiderio e con le più differenti pene, e nei differenti luoghi attendono tanto l’aiuto e la redenzione. Nella misura in cui è grande il loro bisogno così lodano pure il nostro Signore e Salvatore. Tutto quello che noi facciamo in loro ricordo causa in esse una gioia infinita”.

“Al decano Resing la Serva di Dio così disse: “La prego vivamente di esortare la gente nel confessionale a pregare solertemente per povere anime del Purgatorio, poiché queste per gratitudine pregheranno certamente molto anche per noi. La preghiera per le povere anime è molto gradita a Dio perché le avvicina alla sua immagine”.

“Le povere anime che stanno in Purgatorio vivono in questo luogo per espiare e purificarsi, perciò necessitano il nostro aiuto sulla Terra con la preghiera, il pensiero, le opere espiatorie e le sante Messe affinché le loro sofferenze possano essere mitigate. Con quest’aiuto, noi guadagniamo una doppia ricompensa: la buona opera dinanzi a Dio che ricava i suoi frutti celesti; la seconda che le povere anime purganti le quali giungono alla tanto aspirata gloria del cielo pregano per la nostra salvezza”.

“Ho visto che durante il diluvio molti uomini ebbero il tempo di convertirsi e giunsero in Purgatorio perché Dio volle salvarli dall’inferno. Potrei paragonare queste anime salvate con le radici degli alberi, che vidi di nuovo verdeggiare dopo il diluvio”.

“Le dita consacrate dei sacerdoti saranno riconosciute in purgatorio e nell’inferno arderanno con un fuoco speciale”.

“La mia preghiera consisteva di solito in un dialogo con Dio. Io gli parlavo come fa un figlio al padre. Ero molto raro che chiedessi a Dio qualcosa per me. Le mie intenzioni di preghiera erano la conversione dei peccatori e la liberazione delle anime del purgatorio”.

“ ( Caterina) diventava molto gioiosa quando le anime del purgatorio venivano a ringraziarla per il suo aiuto nell’averle tolte da lì, e se ne andavano in cielo. Quando sua madre morì, pianse molto; ma lo stesso giorno, nel pomeriggio, la videro allegra e, quando le chiesero perché, rispose: Perché mia madre è uscita dal purgatorio e io sono felice”.

“Quando ero ancora bambina fui portata da una persona, che non conoscevo, in un luogo che mi sembrava il Purgatorio. Qui vidi molte anime che soffrivano forti dolori e che mi supplicavano di pregare per loro., mi sembrava di essere stata portata in un profondo abisso dove c’era un grande spazio che mi impressionò molto, mi riempì di angoscia e turbamento. Vidi uomini molto silenziosi e tristi, sul cui volto si intravvedeva, nonostante tutto, che nel loro cuore gioivano, come se pensassero alla misericordia di Dio. Non vidi nessun fuoco; ma seppi che quelle povere anime purganti soffrivano interiormente grandi pene”.

“Quando pregavo con grande fervore per le anime benedette, sentivo voci che mi dicevano all’orecchio: “Grazie, grazie!”. una volta avevo perduto, andando in chiesa, una medaglietta che mia madre mi aveva dato; questo mi diede un grande dolore. Ritenni di aver peccato per non aver avuto più cura di quell’oggetto, e così quella sera mi dimenticai di pregare per le anime benedette del Purgatorio. Ma quando fui alla tettoia della legna mi apparve una figura bianca, con macchie scure, che mi disse: “Ti sei dimenticata di me?”. Preso un grande spavento, e allora recitai la preghiera che avevo dimenticato. Ritrovai la medaglietta il giorno dopo, sotto la neve, quando mi recai a fare la mia preghiera”.

“Già maggiorenne andavo a messa la mattina presto a Coesfeld. Per poter pregare meglio per le anime benedette del Purgatorio prendevo una strada solitaria. Se non era ancora spuntata l’alba le vedevo a due a due oscillare davanti a me come perle luminose in mezzo a una pallida fiamma. La strada mi si faceva molto chiara emi rallegravo che le anime mi stessero intorno perché le conoscevo e le amavo molto. Anche di notte venivano da me e mi chiedevano di lenirle”.

“E’ molto triste che oggi si aiutino così poco le anime benedette del Purgatorio. La loro sventura è molto grande perché non possono fare nulla per il proprio bene. Ma quando qualcuno prega per loro o soffre, o fa un’offerta in loro suffragio, nello stesso momento questa opera si trasforma nel loro bene, ed esse ne sono tanto contente e si considerano tanto fortunate come colui a cui viene data da bere acqua fresca quando è sul punto di venir meno”.

“Questa notte (27 settembre 1820) ho pregato molto per le anime benedette del Purgatorio, e ho visto molti potenti castighi che esse soffrono, e l’incomprensibile misericordia di Dio. Ho visto l’infinita giustizia e misericordia di Dio, e che non c’è nessuna cosa veramente buona nell’uomo che non gli sia utile. Ho visto il bene e il male passare dai padri ai figli e trasformarsi in salvezza o sventura per la volontà e cooperazione di questi. Ho visto soccorrere in modo mirabile le anime con i tesori della Chiesa e con la carità dei suoi membri. E tutto questo è un vero e proprio surrogato e una soddisfazione per le loro colpe, senza mancare né alla misericordia né alla giustizia anche se entrambe sono infinitamente grandi”.

“Quante grazie ho ricevuto dalle anime benedette del Purgatorio! Magari tutti potessero partecipare con me a questa gioia! Che abbondanza di grazie c’è sulla terra, ma quanto vengono dimenticate, mentre loro sospirano ardentemente! Qui, in vari luoghi, patendo vari tormenti, sono piene di angoscia e anelano ad essere soccorse. E per quanto grandi siano la loro afflizione e necessità, lodano Nostro Signore. Tutto quello che facciamo per loro, causa ad esse una gioia infinita”

“Il dottor Wesener riferisce nel suo “Diario”: Padre Limberg una notte si fermò ad accudirla perché sua sorelle non era in casa e Caterina stava molto male. Verso le 11di notte, mentre era vicino al suo letto, appoggiato a un comodino, sentì che qualcuno picchiava come una chiave. Si alzò, guardò da tutte le parti, ma non trovò nulla di strano. Anche altre volte si verificò lo stesso fenomeno, e non riuscì mai a capire la causa di quei colpi. Due settimane dopo padre Limberg mi disse che la malata aveva sentito i rumori durante la notte e che erano state le anime del Purgatorio; da tempo infatti non pregava per loro”.

“Quando andavo in Purgatorio, non solo conoscevo i miei amici, ma anche i loro parenti e persone che non avevo mai visto. Tra le anime più abbandonate ho visto quellepoverette di cui nessuno si ricorda e il cui numero è grande, perché molti nostri fratelli nella fede non pregano per loro. Io prego soprattutto per queste povere anime dimenticate”.

“Clara Sontgen riferì al Processo di beatificazione: Di notte quando eravamo coricate, pregavamo insieme per le anime del purgatorio. Di solito capitava che, quando avevamo finito la nostra preghiera, una magnifica luce si alzasse davanti al nostro letto. Piena di gioia, Emmerick mi diceva: “Guarda, guarda questa luce meravigliosa!”. Ma io ero talmente spaventata che non osavo guardare”.

“Una mattina disse a padre Rensing: Dica alle persone nel confessionale che preghino molto per le anime del purgatorio…Esse [quando usciranno] pregheranno per noi come ringraziamento. Pregare per loro è gradito a Dio, perché le aiutiamo a godere più velocemente della visione beatifica”.

“Implorava costantemente Dio per la liberazione delle anime del Purgatorio”.

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Sulle differenze tra Inferi, Inferno, Limbo dei Padri e Limbo dei non battezzati

image001[2]Segnalato e scritto da Carlo Di Pietro

Il Venerdì Santo, sulla Croce, Cristo realizza la suprema manifestazione del nome di Dio: “Essi presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo detto del Cranio, in ebraico Gòlgota, dove lo crocifissero e con lui altri due, uno da una parte e uno dall’altra, e Gesù in mezzo. Pilato compose anche l’iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto: «Gesù il Nazareno, il re dei Giudei». Molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove Gesù fu crocifisso era vicino alla città; era scritta in ebraico, in latino e in greco. I capi dei sacerdoti dei Giudei dissero allora a Pilato: «Non scrivere: “Il re dei Giudei”, ma: “Costui ha detto: Io sono il re dei Giudei”». Rispose Pilato: «Quel che ho scritto, ho scritto». I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti, ne fecero quattro parti – una per ciascun soldato –, e la tunica. Ma quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo. Perciò dissero tra loro: «Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca» Così si compiva la Scrittura, che dice: «Si sono divisi tra loro le mie vesti e sulla mia tunica hanno gettato la sorte». E i soldati fecero così. […] Dopo questo, Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: «Ho sete». Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: «È compiuto!». E, chinato il capo, consegnò lo spirito. Era il giorno della Parascève e i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato – era infatti un giorno solenne quel sabato –, chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe e fossero portati via. Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe all’uno e all’altro che erano stati crocifissi insieme con lui. Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua. Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate. Questo infatti avvenne perché si compisse la Scrittura: «Non gli sarà spezzato alcun osso». E un altro passo della Scrittura dice ancora: «Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto»“. [1]

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Cosa successe dopo che Gesù spirò?

Dopo questi fatti Giuseppe di Arimatèa, che era discepolo di Gesù, ma di nascosto, per timore dei Giudei, chiese a Pilato di prendere il corpo di Gesù. Pilato lo concesse. Allora egli andò e prese il corpo di Gesù. Vi andò anche Nicodèmo – quello che in precedenza era andato da lui di notte – e portò circa trenta chili di una mistura di mirra e di áloe. Essi presero allora il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli, insieme ad aromi, come usano fare i Giudei per preparare la sepoltura. Ora, nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora posto. Là dunque, poiché era il giorno della Parascève dei Giudei e dato che il sepolcro era vicino, posero Gesù“. [2]

E’ importante riportare quanto ci è dato sapere e quanto la Chiesa Cattolica ha insegnato dogmaticamente, attingendo tali certezze dall’inerranza della Parola di Dio nella Scrittura. Prende vita così la Tradizione odepositum fidei.

1) “[…] Come infatti anima razionale e carne sono un solo uomo, così Dio e uomo sono un solo Cristo. Che patì per la nostra salvezza, discese agli Inferi, il terzo giorno è risuscitato dai morti“. [3]

2) “[…] patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, mori e fu sepolto; discese agli Inferi; il terzo giorno risuscitò da morte […]“. [4]

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Gli Inferi e l’Inferno sono la stessa cosa?

Purtroppo, a distanza di quasi 2.000 anni dall’episodio, ricordato da Sant’Alfonso Maria de Liguori con l’espressione “Barbari, siete contenti?” [5] ed ancora “Poveri giudei! voi diceste allora: Sanguis eius super nos et super filios nostros. Voi stessi v’imprecaste il gastigo, il quale già vi è arrivato; i vostri figli già portano la pena di quel sangue innocente, e la porteranno sino alla fine del mondo” [6], ci sono alcuni che non hanno ben chiaro ciò che Cristo fece dopo essere spirato.

Gesù Cristo realmente morì; la divinità però rimase sempre congiunta al corpo e all’anima. [7]

Dal Catechismo di San Pio V. Dobbiamo credere che Gesù Cristo, dopo crocifisso, morì realmente e fu sepolto. Non senza motivo tale fatto è proposto separatamente alla fede dei credenti, essendosi da taluni negata la sua morte in croce. I santi Apostoli ritennero necessario contrapporre a tale errore questa dottrina di fede, sulla cui verità nessun dubbio è più consentito, avendo concordemente tutti gli Evangelisti asserito che Gesù Cristo rese il suo spirito (cf. Mt 27,50; Mc 15,37; Lc 23,46; Gv 19,30).

Del resto, essendo vero e perfetto uomo, Gesù Cristo poteva veramente morire. La morte dell’uomo, infatti, non è altro che la separazione dell’anima dal corpo. Riconoscendo che Gesù Cristo è morto vogliamo appunto dire che la sua anima si divise dal corpo. Non diciamo però che se ne separò anche la divinità, ma crediamo e riconosciamo fermamente che, separatasi l’anima dal corpo, la divinità rimase sempre unita al corpo nel sepolcro e all’anima discesa agli Inferi. Era del resto opportuno che il Figlio di Dio morisse, per sconfiggere attraverso la morte il diavolo, signore della morte, e affrancare coloro che il timore della morte teneva per tutta la vita nei ceppi della schiavitù (cf. Eb 2, 14.15).

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Cristo discendendo nel Limbo liberò le anime dei santi [8]

Gesù Cristo nostro Signore disceso nel Limbo, per condurre con Lui in cielo i santi Padri e tutti gli altri uomini pii, liberandoli dal carcere, dopo aver strappato al demonio la sua preda; il che fu da Lui compiuto in maniera ammirabile e con gloria grande.

Il suo aspetto sfolgorò […] su quei prigionieri una luce chiarissima e riempì le loro anime di letizia immensa e di gaudio; anzi elargì€ a esse ancora la più desiderabile delle beatitudini che consiste nella visione di Dio.

Così€ fu compiuta la promessa fatta al buon ladrone: “Oggi sarai con me in paradiso” (Lc 23,43). Questa liberazione dei buoni era stata molto tempo innanzi predetta da Osea con queste parole: “O morte, io sarò […] la tua morte; o Inferno, io sarò […] la tua distruzione” (Os 13,14); e dal Profeta Zaccaria: “Per te, a causa del sangue del tuo patto, io ritirerò […] i tuoi prigionieri dalla fossa senz’acqua” (Zc 9,11); nonché dal passo dell’Apostolo: “Egli ha spogliato i principati e le potestà, offrendoli a spettacolo e trionfando di loro” (Col 2,15).

Per meglio intendere il valore di questo mistero, dobbiamo sovente ricordare che per beneficio della passione di Cristo hanno ricevuto la salvezza non solo gli uomini pii, nati dopo l’avvento del Signore, ma anche quelli che lo avevano preceduto da Adamo in poi. Perciò […] prima che Egli morisse e risorgesse da morte, le porte dei cieli non si aprirono mai per alcuno, ma le anime dei buoni, uscite di questa vita, erano portate nel seno di Abramo (o Limbo dei Padri) o venivano purificare nel fuoco del purgatorio, come avviene anche ora a quelli che hanno qualcosa da lavare o da scontare.

V’è infine un’altra causa della discesa di Cristo signore negli Inferi, ed è la manifestazione della sua forza e potenza anche in quel luogo, com’era stato nel cielo e sulla terra, affinché si avverasse che al suo nome ogni ginocchio si piega in cielo, in terra e negli Inferi (cf. Fil 2,10). Chi non ammirerà‚ a questo punto l’immensa benignità di Dio verso il genere umano? Chi non sarà preso dallo stupore, considerando che Egli, non soltanto ha voluto subire per noi un’acerbissima morte, ma è ancor voluto scendere nei penetrali della terra, per toglierne le anime, a Lui tanto care, e portarle seco alla beatitudine?

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Cristo è risorto per virtù propria [9]

Con la parola “risurrezione” tuttavia non si deve intendere soltanto che Cristo risuscitò da morte, come avvenne a molti altri, ma che risorse per sua forza e virtù; cosa che fu esclusiva di Lui. La natura infatti non tollera, ne è stato mai concesso ad alcuno, di rievocare se stesso da morte a vita per propria virtù. Ciò era riservato all’infinita potenza di Dio, secondo la parola dell’Apostolo: “Se egli è stato crocifisso a causa della sua debolezza [umana], vive però per virtù di Dio” (2 Cor 13,4).

La quale divina virtù non essendo stata mai separata né dal corpo di Cristo nel sepolcro, né dall’anima durante la discesa negli Inferi, rimaneva sempre presente, sia nel corpo, per potersi ricongiungere all’anima, sia nell’anima, per poter ritornare nel corpo. Cosi poté ritornare a vita per propria virtù e risorgere dai morti.

Gesù fu sepolto, il mistero del Sabato Santo [10]

Per la grazia di Dio, egli” ha provato “la morte a vantaggio di tutti” ( Eb 2,9 ). Nel suo disegno di salvezza, Dio ha disposto che il Figlio suo non solamente morisse “per i nostri peccati” ( 1Cor 15,3 ) ma anche “provasse la morte”, ossia conoscesse lo stato di morte, lo stato di separazione tra la sua anima e il suo Corpo per il tempo compreso tra il momento in cui Egli è spirato sulla croce e il momento in cui è risuscitato. Questo stato di Cristo morto è il Mistero del sepolcro e della discesa agli Inferi. E’ il Mistero del Sabato Santo in cui Cristo deposto nel sepolcro (cf. Gv 19,42) manifesta il grande riposo sabbatico di Dio (cf. Cf Eb 4,4-9) dopo il compimento (cf. Gv 19,30) della salvezza degli uomini che mette in pace l’universo intero (cf. Col 1,18-20).

La Persona unica non si è trovata divisa in due persone dal fatto che alla morte di Cristo l’anima è stata separata dalla carne; poiché il corpo e l’anima di Cristo sono esistiti al medesimo titolo fin da principio nella Persona del Verbo; e nella morte, sebbene separati l’uno dall’altra, sono restati ciascuno con la medesima ed unica Persona del Verbo. [11]

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Gesù’ Cristo discese agli Inferi, risuscitò dai morti il terzo giorno [12]

Gesù era disceso nelle regioni Inferiori della terra: “Colui che discese è lo stesso che anche ascese” (Ef 4,10). Il Simbolo degli Apostoli professa in uno stesso articolo di fede la discesa di Cristo agli Inferi e la sua Risurrezione dai morti il terzo giorno, perché nella sua Pasqua Egli dall’abisso della morte ha fatto scaturire la vita: Cristo, tuo Figlio, che, risuscitato dai morti, fa risplendere sugli uomini la sua luce serena, e vive e regna nei secoli dei secoli. [Messale Romano, Veglia Pasquale, Exultet].

Cristo discese agli Inferi, cosa sono gli Inferi? [13]

Le frequenti affermazioni del Nuovo Testamento secondo le quali Gesù “è risuscitato dai morti” ( At 3,15; Rm 8,11; 1Cor 15,20 ) presuppongono che, preliminarmente alla Risurrezione, egli abbia dimorato nel soggiorno dei morti (cf. Eb 13,20). E’ il senso primo che la predicazione apostolica ha dato alla discesa di Gesù agli Inferi: Gesù ha conosciuto la morte come tutti gli uomini e li ha raggiunti con la sua anima nella dimora dei morti. Ma egli vi è disceso come Salvatore, proclamando la Buona Novella agli spiriti che vi si trovavano prigionieri (cf. 1Pt 3,18-19).

La Scrittura chiama Inferi, shéol o ade [Cf Fil 2,10; At 2,24; Ap 1,18; Ef 4,9 ] il soggiorno dei morti dove Cristo morto è disceso, perché quelli che vi si trovano sono privati della visione di Dio [Cfr. Sal 6,6; Sal 88,11-13 ]. Tale infatti è, nell’attesa del Redentore, la sorte di tutti i morti, cattivi o giusti; [Cfr. Sal 89,49; 633 1Sam 28,19; Ez 32,17-32 ] il che non vuol dire che la loro sorte sia identica, come dimostra Gesù nella parabola del povero Lazzaro accolto nel “seno di Abramo” [Cfr. Lc 16,22-26 ]. “Furono appunto le anime di questi giusti in attesa del Cristo a essere liberate da Gesù disceso all’Inferno” [Catechismo Romano, 1, 6, 3]. Gesù non è disceso agli Inferi per liberare i dannati [Cfr. Concilio di Roma (745): Denz. -Schönm., 587] né per distruggere l’Inferno della dannazione, [Cfr. Benedetto XII, Opuscolo Cum dudum: Denz. -Schönm., 1011; Clemente VI, Lettera Super quibusdam: ibid., 1077] ma per liberare i giusti che l’avevano preceduto [Cfr. Concilio di Toledo IV (625): Denz. -Schönm., 485; Cfr. anche Mt 27,52-53 ].

La Buona Novella è stata annunciata anche ai morti […] ” (1Pt 4,6). La discesa agli Inferi è il pieno compimento dell’annunzio evangelico della salvezza. E’ la fase ultima della missione messianica di Gesù, fase condensata nel tempo ma immensamente ampia nel suo reale significato di estensione dell’opera redentrice a tutti gli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi, perché tutti coloro i quali sono salvati sono stati resi partecipi della Redenzione.

Cristo, dunque, è disceso nella profondità della morte [Cfr. Mt 12,40; Rm 10,7; Ef 4,9 ] affinché i morti udissero la voce del Figlio di Dio e, ascoltandola, vivessero [Cfr. Gv 5,25 ]. Gesù “l’Autore della vita” (At 3,15) ha ridotto “all’impotenza, mediante la morte, colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo” liberando “così tutti quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita” (Eb 2,14-15). Ormai Cristo risuscitato ha “potere sopra la morte e sopra gli Inferi” (Ap 1,18) e “nel nome di Gesù ogni ginocchio” si piega “nei cieli, sulla terra e sotto terra” (Fil 2,10).

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L’Inferno [14]

(per maggiori informazioni studiare: DEMONOLOGIA: LA SACRA SCRITTURA E IL DIAVOLO)

Non possiamo essere uniti a Dio se non scegliamo liberamente di amarlo. Ma non possiamo amare Dio se pecchiamo gravemente contro di lui, contro il nostro prossimo o contro noi stessi: “Chi non ama rimane nella morte. Chiunque odia il proprio fratello è omicida, e voi sapete che nessun omicida possiede in se stesso la vita eterna” (1Gv 3,15). Nostro Signore ci avverte che saremo separati da Lui se non soccorriamo nei loro gravi bisogni i poveri e i piccoli che sono suoi fratelli [Cfr. Mt 25,31-46 ]. Morire in peccato mortale senza essersene pentiti e senza accogliere l’amore misericordioso di Dio, significa rimanere separati per sempre da lui per una nostra libera scelta. Ed è questo stato di definitiva auto-esclusione dalla comunione con Dio e con i beati che viene designato con la parola “Inferno”.

Gesù parla ripetutamente della “Geenna”, del “fuoco inestinguibile”, [Cfr. Mt 5,22; Mt 5,29; 1034 Mt 13,42; Mt 13,50; Mc 9,43-48 ] che è riservato a chi sino alla fine della vita rifiuta di credere e di convertirsi, e dove possono perire sia l’anima che il corpo [Cfr. Mt 10,28 ]. Gesù annunzia con parole severe che egli “manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno […] tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente” (Mt 13,41-42), e che pronunzierà la condanna: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno!” (Mt 25,41).

La Chiesa nel suo insegnamento afferma l’esistenza dell’Inferno e la sua eternità. Le anime di coloro che muoiono in stato di peccato mortale, dopo la morte discendono immediatamente nell’Inferno, dove subiscono le pene dell’Inferno, “il fuoco eterno” [Cfr. Simbolo “Quicumque”: Denz. -Schnöm., 76; Sinodo di Costantinopoli: ibid., 409. 411; 274]. La pena principale dell’Inferno consiste nella separazione eterna da Dio, nel quale soltanto l’uomo può avere la vita e la felicità per le quali è stato creato e alle quali aspira.

Le affermazioni della Sacra Scrittura e gli insegnamenti della Chiesa riguardanti l’Inferno sono un appello alla responsabilità con la quale l’uomo deve usare la propria libertà in vista del proprio destino eterno. Costituiscono nello stesso tempo un pressante appello alla conversione: “Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa; quanto stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla Vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano!” (Mt 7,13-14).

Siccome non conosciamo né il giorno né l’ora, bisogna, come ci avvisa il Signore, che vegliamo assiduamente, affinché, finito l’unico corso della nostra vita terrena, meritiamo con lui di entrare al banchetto nuziale ed essere annoverati tra i beati, né ci si comandi, come a servi cattivi e pigri, di andare al fuoco eterno, nelle tenebre esteriori dove “ci sarà pianto e stridore di denti” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 48].

Dio non predestina nessuno ad andare all’Inferno; [ Cf Concilio di Orange II: Denz. -Schönm. , 397;Concilio di Trento: ibid. , 1567] questo è la conseguenza di una avversione volontaria a Dio (un peccato mortale), in cui si persiste sino alla fine. Nella liturgia eucaristica e nelle preghiere quotidiane dei fedeli, la Chiesa implora la misericordia di Dio, il quale non vuole “che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi” (2Pt 3,9): Accetta con benevolenza, o Signore, l’offerta che ti presentiamo noi tuoi ministri e tutta la tua famiglia: disponi nella tua pace i nostri giorni, salvaci dalla dannazione eterna, e accoglici nel gregge degli eletti [Messale Romano, Canone Romano].

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Ma liberaci dal Male [15]

L’ultima domanda al Padre nostro si trova anche nella preghiera di Gesù: “Non chiedo che Tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal Maligno” (Gv 17,15). Riguarda ognuno di noi personalmente; però siamo sempre “noi” a pregare, in comunione con tutta la Chiesa e per la liberazione dell’intera famiglia umana. La Preghiera del Signore ci apre continuamente alle dimensioni dell’Economia della salvezza.

In questa richiesta, il Male non è un’astrazione; indica invece una persona: Satana, il Maligno, l’angelo che si oppone a Dio. Il “diavolo” [dia-bolos, colui che “si getta di traverso”] è colui che “vuole ostacolare” il Disegno di Dio e la sua “opera di salvezza” compiuta in Cristo.

Omicida fin dal principio”, “menzognero e padre di menzogna” (Gv 8,44), “Satana, che seduce tutta la terra” (Ap 12,9), è a causa sua che il peccato e la morte sono entrati nel mondo, ed è in virtù della sua sconfitta definitiva che tutta la creazione sarà liberata “dalla corruzione del peccato e della morte” [Messale Romano, Preghiera eucaristica IV]. “Sappiamo che chiunque è nato da Dio non pecca: chi è nato da Dio preserva se stesso e il Maligno non lo tocca. Noi sappiamo che siamo nati da Dio, mentre tutto il mondo giace sotto il potere del Maligno” (1Gv 5,18-19).

Il Signore, che ha cancellato il peccato e ha perdonato le colpe, è in grado di proteggere e di custodire contro le insidie del diavolo che è il nostro avversario, perché il nemico, che suole generare la colpa, non ci sorprenda. Ma chi si affida a Dio, non teme il diavolo. “Se infatti Dio è dalla nostra parte, chi sarà contro di noi?” (Rm 8,31) [Sant’Ambrogio, De sacramentis, 5, 30].

La vittoria sul “principe del mondo” (Gv 14,30) è conseguita, una volta per tutte, nell’Ora in cui Gesù si consegna liberamente alla morte per darci la sua Vita. Avviene allora il giudizio di questo mondo e il principe di questo mondo è “gettato fuori” (Gv 12,31) [Cfr. Ap 12,10 ]. Si avventa “contro la Donna”, [Cfr. Ap 12,13-16 ] ma non la può ghermire: la nuova Eva, “piena di grazia” dello Spirito Santo, è preservata dal peccato e dalla corruzione della morte (Concezione immacolata e Assunzione della Santissima Madre di Dio, Maria, sempre vergine). Allora si infuria “contro la Donna” e se ne va “a far guerra contro il resto della sua discendenza” (Ap 12,17). E’ per questo che lo Spirito e la Chiesa pregano: “Vieni, Signore Gesù” (Ap 22,17; Ap 22,20): la sua venuta, infatti, ci libererà dal Maligno.

Chiedendo di essere liberati dal Maligno, noi preghiamo nel contempo per essere liberati da tutti i mali, presenti, passati e futuri, di cui egli è l’artefice o l’istigatore. In quest’ultima domanda la Chiesa porta davanti al Padre tutta la miseria del mondo. Insieme con la liberazione dai mali che schiacciano l’umanità, la Chiesa implora il dono prezioso della pace e la grazia dell’attesa perseverante del ritorno di Cristo. Pregando così, anticipa nell’umiltà della fede la ricapitolazione di tutti e di tutto in colui che ha “potere sopra la Morte e sopra gli Inferi” (Ap 1,18), “colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente!” (Ap 1,8): [Cfr. Ap 1,4 ]

Liberaci, o Signore, da tutti i mali, concedi la pace ai nostri giorni e con l’aiuto della tua misericordia vivremo sempre liberi dal peccato e sicuri da ogni turbamento, nell’attesa che si compia la beata speranza e venga il nostro Salvatore Gesù Cristo [Messale Romano, Embolismo].

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SEMBRA ESSERCI POCA CHIAREZZA?

Come mai il Catechismo pubblicato dal Papa San Pio V per Decreto del Concilio di Trento, in maniera chiarissima dice:

Poi si dovrà‚ insegnare come Gesù Cristo nostro Signore disceso nel Limbo, per condurre seco in cielo i santi Padri e tutti gli altri uomini pii, liberandoli dal carcere, dopo aver strappato al demonio la sua preda; il che fu da lui compiuto in maniera ammirabile e con gloria grande“.

Mentre il Catechismo del 1999, in maniera apparentemente molto meno chiara, prima parla di Inferi intesi come “shéol o ade“, poi del “soggiorno dei morti dove Cristo morto è disceso“, successivamente di “attesa del Redentore, la sorte di tutti i morti, cattivi o giusti“, poi cita il “seno di Abramo“, in seguito afferma “furono appunto le anime di questi giusti in attesa del Cristo a essere liberate da Gesù disceso all’Inferno“, ecc…

Insomma, tutte questi concetti potrebbero sembrare apparentemente confusionari. Come fare per chiarire?

Vediamo se il Compendio CCC del 2005 può schiarirci le idee.

Che cosa sono «gli Inferi», nei quali Gesù discese? [16]

Gli «Inferi» – diversi dall’Inferno della dannazione – costituivano lo stato di tutti coloro, giusti e cattivi, che erano morti prima di Cristo. Con l’anima unita alla sua Persona divina Gesù ha raggiunto negli Inferi i giusti che attendevano il loro Redentore per accedere infine alla visione di Dio. Dopo aver vinto, mediante la sua morte, la morte e il diavolo «che della morte ha il potere» (Eb 2,14), ha liberato i giusti in attesa del Redentore e ha aperto loro le porte del Cielo.

In questo caso il Compendio sembra apparentemente fare maggior chiarezza però, se facciamo ben attenzione, parla di “Inferi” e dice che sono diversi non dall’Inferno, ma dall’ “Inferno della dannazione“.

Procediamo nella ricerca cercando di dare risposta definitiva alla questione teologicamente rilevante.

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Sul Limbo

Non per confondere ulteriormente le idee, ma a questo punto è opportuno introdurre il concetto di Limbo … il motivo è dato dal fatto che la Chiesa, per Tradizione, ha sempre ritenuto che gli Inferi corrispondessero al cosiddetto “Limbo dei Padri“.

Lo stesso termine Limbo, che deriva dal latino “limbus“, è quel lembo, inteso come zona estrema confinante con l’Inferno. La Tradizione suole distinguere il Limbo in 2 diverse tipologie:

1) “Limbo dei Padri“, ossia quel luogo – condizione di serena e fiduciosa attesa di tutti i giusti prima della risurrezione di Cristo;

2) “Limbo dei bambini” ossia quel luogo – condizione dove finivano i bimbi nati senza aver avuto il tempo di essere battezzati.

La Tradizione sul Limbo destinato ai bambini morti senza il Battesimo non è chiara: sembra più un’ipotesi teologica che una Verità di Fede. La sua esistenza era supposta dalla preoccupazione della necessità del Battesimo per tutti, contro l’eresia pelagiana che negava la trasmissione del peccato originale […] Quanto poi alla sua natura, Padri e Teologi non si sono pronunziati in modo concorde […] La Chiesa, infine, non ne ha fatto mai oggetto di un’esplicita e categorica dichiarazione dogmatica. [17]

Oggi, piuttosto comunemente, si riconosce la serietà delle ragioni che escludono il Limbo come eterna condizione intermedia tra Paradiso ed Inferno, anche se la salvezza suppone necessariamente il Battesimo per tutti, compresi i bambini. [18] Io non condivido questa teoria, poiché a parer mio il Limbo si configura come verità implicitamente dogmatica, e lo spiegherò.

A causa del peccato originale, i bambini morti prima del Battesimo, non avrebbero una visione di Dio ma solo una felicità derivante dalla natura. Tale dottrina prevalse in epoca medioevale, in particolare nella Scolastica e grazie a San Tommaso (1225-1274), e costituisce un addolcimento di quanto appunto si affermava in precedenza e di quanto sosteneva lo stesso Sant’Agostino (354-430) che collocava i bambini morti senza Battesimo nell’Inferno a causa del peccato originale, per quanto condannati a “fiamme mitissime“. [19]

Ben tre Concili Ecumenici, che secondo la Dottrina della Chiesa espressa particolarmente nel primo Concilio Vaticano godono dell’assistenza dello Spirito Santo e dunque dell’infallibilità, hanno definito solennemente che: “le anime di coloro che muoiono in peccato mortale attuale o nel solo peccato originale scendono subito all’Inferno ma puniti con pene differenti“. [20] Tali definizioni non fanno che confermare quanto già si trova nella Scrittura, in particolare nei Vangeli, come ad esempio: “Gesù disse loro: «Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato […]“. [21]

San Pio X, nel Catechismo Maggiore, affermava che “I bambini morti senza Battesimo vanno al Limbo, dove non è premio soprannaturale né pena; perché, avendo il peccato originale, e quello solo, non meritano il Paradiso, ma neppure l’Inferno e il Purgatorio“. [22]

Sempre San Pio X, alla domanda “Dopo la morte, che fu di Gesù Cristo?“, rispose affermando “Dopo la morte, Gesù Cristo discese con l’anima al Limbo, dalle anime dei giusti morti fino allora, per condurle seco in Paradiso; poi risuscitò, ripigliando il suo corpo che era stato sepolto“. [23]

Ed ancora: “Sepolto il corpo, Egli [Gesù] coll’anima santissima discese al Limbo per liberar le anime dei giusti ivi trattenute in attesa della redenzione“. [24]

Nel 1984 l’allora Cardinale Ratzinger, nel libro “Rapporto sulla fede” scritto con Vittorio Messori, affermava che “il Limbo non è mai stato una verità definita di fede. Personalmente lascerei cadere quella che è sempre stata soltanto un’ipotesi teologica“.

Il 19 Aprile 2007, la “Commissione teologica internazionale“, in un documento approvato da Benedetto XVI, definiva la tradizionale “credenza” sull’esistenza del Limbo, più come “da un punto di vista teologico, lo sviluppo di una teologia della speranza e di una ecclesiologia della comunione, insieme al riconoscimento della grandezza della misericordia divina, mettono in discussione un’interpretazione eccessivamente restrittiva della salvezza. Di fatto la volontà salvifica universale di Dio e l’altrettanto universale mediazione di Cristo fanno ritenere inadeguata qualsiasi concezione teologica che in ultima analisi metta in dubbio l’onnipotenza stessa di Dio, e in particolare la sua misericordia“. [25]

La stessa “Commissione teologica internazionale” afferma che “La teologia ascolta la Parola di Dio espressa nelle Scritture, al fine di trasmetterla amorevolmente a ogni persona. Tuttavia sulla salvezza di coloro che muoiono senza Battesimo, la Parola di Dio dice poco o niente“.

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Come dice poco o niente?

Gesù disse loro: «Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato […]“. [26]

E Gesù, avvicinatosi, disse loro: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo»“. [27]

A questo punto la “Commissione teologica internazionale“, pone l’accento su una sorta di “contraddizione” e richiama, con un riferimento, 1Tm2,4; dice che “In breve, il problema, sia per la teologia sia per la cura pastorale, è come salvaguardare e riconciliare due gruppi di affermazioni bibliche: quelle che si riferiscono alla volontà salvifica universale di Dio e quelle che identificano nel Battesimo il mezzo necessario per essere liberati dal peccato ed essere resi conformi a Cristo“.

Leggendo 1Tm2,4, apprendiamo che “il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità“.

Leggendo integralmente 1Tm,2 possiamo notare: “Ti raccomando dunque, prima di tutto, che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo trascorrere una vita calma e tranquilla con tutta pietà e dignità. Questa è una cosa bella e gradita al cospetto di Dio, nostro salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità. Uno solo, infatti, è Dio e uno solo il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in riscatto per tutti. Questa testimonianza egli l’ha data nei tempi stabiliti, e di essa io sono stato fatto banditore e apostolo – dico la verità, non mentisco -, maestro dei pagani nella fede e nella verità. Voglio dunque che gli uomini preghino, dovunque si trovino, alzando al cielo mani pure senza ira e senza contese. Alla stessa maniera facciano le donne, con abiti decenti, adornandosi di pudore e riservatezza, non di trecce e ornamenti d’oro, di perle o di vesti sontuose, ma di opere buone, come conviene a donne che fanno professione di pietà. La donna impari in silenzio, con tutta sottomissione. Non concedo a nessuna donna di insegnare, né di dettare legge all’uomo; piuttosto se ne stia in atteggiamento tranquillo. Perché prima è stato formato Adamo e poi Eva; e non fu Adamo ad essere ingannato, ma fu la donna che, ingannata, si rese colpevole di trasgressione. Essa potrà essere salvata partorendo figli, a condizione di perseverare nella fede, nella carità e nella santificazione, con modestia“.

Voi avete compreso la motivazione dell’abolizione del Limbo? Io ancora no e, dato che non è (probabilmente) Dogma di Fede, se ne può ancora parlare.

Nell’Istruzione sul Battesimo dei bambini del 1980 la Congregazione per la Dottrina della Fede ha ribadito che, “quanto ai bambini morti senza Battesimo, la Chiesa non può che affidarli alla misericordia di Dio, come appunto fa nel rito dei funerali per loro“. [28]

L’attuale Catechismo della Chiesa Cattolica aggiunge che «la grande misericordia di Dio che vuole salvi tutti gli uomini [1 Tm 2,4], e la tenerezza di Gesù verso i bambini, che gli ha fatto dire “Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite” (Mc 10,14), ci consentono di sperare che vi sia una via di salvezza per i bambini morti senza Battesimo». [29]

Ma come giustificare allora questa velata contraddizione con quanto affermava San Pio X nel suoCatechismo Maggiore, già confermando quanto definito nel Catechismo Tridentino o di Papa San Pio V?

San Pio X, confermando quanto espresso da San Pio V, nel Catechismo Maggiore, affermava che “I bambini morti senza Battesimo vanno al Limbo, dove non è premio soprannaturale né pena; perché, avendo il peccato originale, e quello solo, non meritano il Paradiso, ma neppure l’Inferno e il Purgatorio“. [30]

San Pio V affermava, difatti, che: “La conoscenza di tutte queste verità senza dubbio utilissima ai fedeli. Ma nessun insegnamento è più necessario di questo: che la legge del Battesimo è prescritta dal Signore per tutti gli uomini, i quali, se non rinascono a Dio con la grazia del Battesimo, son procreati dai loro genitori, siano questi fedeli o no, per la miseria e la morte eterna. Molto spesso i pastori dovranno commentare la sentenza evangelica: “Chi non rinascerà per acqua e Spirito Santo non può entrare nel regno di Dio” (Gv 3,5). L’universale e autorevole sentenza dei Padri dimostra che questa legge va applicata non solo agli adulti, ma anche ai fanciulli e che la Chiesa ha ricevuto simile interpretazione dalla Tradizione Apostolica. Come si potrebbe credere del resto che Gesù Cristo abbia voluto negare il sacramento e la grazia del Battesimo a quei bambini di cui disse un giorno: “Lasciate che i bambini vengano a me, perché di questi è il regno dei cieli” (Mt 19,14) e che abbracciava, benediva, accarezzava (Mc 10,16)? Inoltre, quando leggiamo che Paolo battezzò un’intera famiglia, appare chiaro che anche i fanciulli di quella furono bagnati al fonte della salvezza (1 Cor 1,16; At 16,33). Inoltre la circoncisione, simbolo del Battesimo, raccomanda fortemente tale consuetudine. E’ noto infatti che i fanciulli solevano essere circoncisi nell’ottavo giorno dalla nascita. Nessun dubbio che se la materiale circoncisione, con l’eliminazione di un elemento corporeo, giovava ai bambini, ai medesimi dovrà recar giovamento il Battesimo, che è la circoncisione di Gesù Cristo, non operata da mano di uomo (Col 2,11). In fine se è vero, come proclama l’Apostolo, che la morte ha esteso il suo regno a causa della colpa di un solo individuo, a più forte ragione coloro che ricevono l’abbondanza della grazia, dei doni e della giustizia, devono regnare nella vita, per opera di uno solo. Gesù Cristo (Rm 5,17). Orbene, poiché a causa del peccato di Adamo i bambini contraggono la colpa originale, a più forte ragione, per i meriti di nostro Signore Gesù Cristo, potranno essi conseguire la grazia e la giustizia, per regnare nella vita, cosa però impossibile senza il Battesimo. Perciò i pastori insegneranno che i bambini devono assolutamente essere battezzati. Poi, adagio adagio, la puerizia dovrà essere educata alla vera pietà, inculcandole i precetti della religione cristiana. Poiché disse il savio: “Quando l’adolescente abbia preso la sua via, non se ne allontanerà più neppure da vecchio” (Prv 22,6). E non è lecito porre in dubbio che i bambini battezzati ricevano realmente i sacramenti della fede. Se ancora non credono con adesione positiva del loro intelletto, si fanno forti però della fede dei genitori, se questi sono credenti; se non lo sono, supplisce, per usare le parole di sant’Agostino, la fede della Chiesa, ossia della società universale dei santi (Epist. ad Bonif. 98, 5). In verità possiamo dire che essi sono offerti al Battesimo da tutti coloro che bramano di offrirli, per la carità dei quali entrano a far parte della comunione dello Spirito Santo. Occorre esortare costantemente i fedeli perché portino i loro figli, non appena possono farlo senza pericolo, alla chiesa e li facciano battezzare con la solenne cerimonia. Si pensi che ai piccoli non è lasciata alcuna possibilità di guadagnare la salvezza, se non è loro impartito il Battesimo. Quanto grave dunque è la colpa di coloro che li lasciano privi di questa grazia più del necessario, mentre la debolezza dell’età li espone a innumerevoli pericoli di morte“. [31]

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Giustificazioni

Il 19 Aprile 2007, la “Commissione teologica internazionale” giustificò questa velata contraddizione affermando che, alla luce di “un’antropologia della solidarietà“, “la Chiesa non può fare a meno di incoraggiare la speranza della salvezza per i bambini morti senza Battesimo per il fatto stesso che «essa prega perché nessuno si perda» , e prega nella speranza che «tutti gli uomini siano salvati» […]Il Vangelo di Marco descrive proprio un episodio dove la fede di alcuni è stata efficace per la salvezza di un altro (cfr Mc 2,5). Pur consapevole che il mezzo normale per conseguire la salvezza è il Battesimo in re, la Chiesa spera quindi che esistano altre vie per conseguire il medesimo fine“. [32]

La “Commissione teologica internazionale“, infine, dichiarò la non necessarietà del Battesimo per salvarsi, con le seguenti affermazioni: “Infine, nel riflettere teologicamente sulla salvezza dei bambini che muoiono senza Battesimo, la Chiesa rispetta la gerarchia delle verità e quindi comincia col riaffermare chiaramente il primato di Cristo e della sua grazia, che ha priorità su Adamo e il peccato. Cristo, nella sua esistenza per noi e nel potere redentore del suo sacrificio, è morto e risorto per tutti. Con tutta la sua vita e il suo insegnamento ha rivelato la paternità di Dio e il suo amore universale. Se la necessità del Battesimo è de fide, devono invece essere interpretati la tradizione e i documenti del Magistero che ne hanno riaffermato la necessità. È vero che la volontà salvifica universale di Dio non si oppone alla necessità del Battesimo, ma è anche vero che i bambini, da parte loro, non frappongono alcun ostacolo personale all’azione della grazia redentrice. D’altra parte il Battesimo viene amministrato ai bambini, che non hanno peccati personali, non solo per liberarli dal peccato originale, ma anche per inserirli nella comunione di salvezza che è la Chiesa, per mezzo della comunione nella morte e resurrezione di Cristo (cfr Rm 6,1-7). La grazia è totalmente gratuita, in quanto è sempre puro dono di Dio. La dannazione, invece, è meritata, perché è conseguenza della libera scelta umana 10. Il bambino che muore dopo essere stato battezzato è salvato dalla grazia di Dio e mediante l’intercessione della Chiesa, con o senza la sua cooperazione. Ci si può chiedere se il bambino che muore senza Battesimo, ma per il quale la Chiesa nella sua preghiera esprime il desiderio di salvezza, possa essere privato della visione di Dio anche senza la sua cooperazione“. [33]

Papa Pio VI, invece, nella bolla “Auctorem fidei“, definiva che “coloro che sono morti col solo peccato originale vengono puniti con l’assenza della visione beatifica (pena della privazione) ma non con sofferenze sensibili (pena del «fuoco»)“; in questo senso il Papa condannava la teoria di Sant’Agostino, secondo la quale senza Battesimo, comunque, si va sempre e solo all’Inferno. Il Papa condannò questa teoria, perché i pelagiani avevano estremizzato il concetto, dunque dichiarò che tale dottrina è «falsa, temeraria, offensiva per le scuole cattoliche» (quella dei pelagiani). [34]

La bolla Auctorem fidei di Papa Pio VI non è una definizione dogmatica dell’esistenza del limbo: si limita a respingere l’accusa giansenista secondo la quale il «limbo» insegnato dai teologi scolastici era identico alla «vita eterna» promessa dagli antichi pelagiani ai bambini non battezzati. Pio VI non ha condannato i giansenisti perché negavano il limbo, ma perché sostenevano che i difensori del limbo erano colpevoli dell’eresia pelagiana. Sostenendo la libertà da parte delle scuole cattoliche di proporre soluzioni diverse al problema della sorte dei bambini non battezzati, la Santa Sede difendeva l’insegnamento comune in quanto opzione accettabile e legittima, senza farlo proprio. [35]

Assodato che, secondo la “Commissione teologica internazionale” ma non secondo San Pio V, San Pio X e tutti gli altri Papi fino alla metà del XX secolo, il Limbo non esiste più, possiamo tornare a parlare degli Inferi, ossia di quello che è sempre stato definito come “Limbo dei Padri“.

… Prendiamo atto della novità …

E’ bene ricordare, comunque, che non essendoci un Dogma esplicito a riguardo, è possibile tuttora (solo) discutere sull’argomento senza imbattersi in eresia; nel 1984 il Cardinal Ratzinger, pur esprimendo perplessità sull’idea di Limbo, la definì “un’ipotesi teologica“.

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Gesù negli Inferi o all’Inferno?

E’ interessante riportare un vecchio articolo che fu pubblicato su Avvenire [36] e che tratta la vicenda in maniera non esaustiva al 100%, ma delinea 2 correnti di pensiero, una palesemente eretica (sostenuta da molti), ed una in Comunione con Cristo (quella di padre Cavalcoli OP).

Ma Cristo discese agli Inferi o all’Inferno? Dove e quando è nato l’Inferno? Tentano di rispondere a questi (e altri) quesiti due recenti volumi sul regno delle tenebre.

A fornire una panoramica diacronica in chiave teologica (e non solo: sono frequenti le incursioni in ambiti cinematografici e persino musicali) è […] il testo di Herbert Vorgrimler, Storia dell’Inferno (Odoya, pagine 606, euro 24). Dove si ricorda la certa fede nell’Inferno di George Bernanos («l’Inferno è non amare più» scrive nel suo Diario di un curato di campagna). Mentre […] Graham Greene, in un’intervista del 1989 diceva di «non credere, non aver mai creduto, nell’Inferno». Successore di Karl Rahner all’università di Münster, Vorgrimler attraversa l’intera storia del cristianesimo per mostrare origine, sviluppo e declinazioni del concetto di Inferno. E si scoprono non poche curiosità: che, ad esempio, nel quarto Vangelo, quello di Giovanni, «non c’è nessun Inferno»: tale testo evangelico «non presenta alcun tipo di minacce associate alla parola Inferno, né alcun riferimento a una qualche punizione da subirvi tra i tormenti».

Ma chi (e quando e dove) matura la concezione «classica» del regno negativo dell’Oltre tomba? Vorgrimler individua nella città di Alessandria d’Egitto «in quanto città di incontro tra greci, ebrei e cristiani» il luogo dove «i testi biblici venivano considerati insufficienti» e si arrivò «ad accettare espressioni improntate alla sete di sangue e a sentimenti sadici».

“L’Inferno esiste. La verità negata” del teologo domenicano Giovanni Cavalcoli (Fede & Cul¬tura, pagine 96, euro 9,50) […] indirettamente polemizza con Vorgrimler su alcune posizioni. Ad esempio, il teologo Rahner: il domenicano ne è certo: «Per Rahner l’Inferno non esiste in quanto dovrebbe comportare l’assenza della grazia, che egli giudica inaccettabile». Ma Vorgrimler riporta un brano rahneriano di ben altra fattura: «Devo capire che l’Inferno non solo esiste come qualsiasi altra cosa nel mondo, ma costituisce la mia vera possibilità esistenziale». Ancora: i due testi si distanziano su un altro punto. Ovvero, la questione se Cristo sia disceso agli Inferi o all’Inferno. Cavalcoli propende per la prima: «Bisogna distinguere gli Inferi dall’Inferno. Cristo è disceso agli Inferi, non è disceso all’Inferno. Scende nell’Inferno chi muore in peccato mortale, ma essendo Cristo l’Innocentissimo, puro da ogni peccato, è assurdo e blasfemo, come sembra pensare Von Balthasar, che Cristo sia sceso all’Inferno». Vorgrimler invece sceglie la seconda: «Bisogna citare il Descensus Christi , la discesa di Gesù all’’Inferno’ nell’atto della sua morte. Esso viene inteso in senso spaziale per gli stessi spiriti come un carcere».

Inutile dire che padre Cavalcoli OP ha ragione, mentre le esposizioni di Herbert Vorgrimler, George Bernanos, Graham Greene sono eretiche; verrebbe da pensare: cosa ci si poteva aspettare da taluni discepoli di Karl Rahner? Solo eresie moderniste. Padre Cavalcoli giustamente espone una riflessione:

«Bisogna distinguere gli Inferi dall’Inferno. Cristo è disceso agli Inferi, non è disceso all’Inferno. Scende nell’Inferno chi muore in peccato mortale, ma essendo Cristo l’Innocentissimo, puro da ogni peccato, è assurdo e blasfemo, come sembra pensare Von Balthasar, che Cristo sia sceso all’Inferno». [37]

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Ma che cosa è l’Inferno? In che cosa consiste l’inferno?

(per maggiori informazioni studiare: DEMONOLOGIA: LA SACRA SCRITTURA E IL DIAVOLO)

Consiste nella dannazione eterna di quanti muoiono per libera scelta in peccato mortale. La pena principale dell’inferno sta nella separazione eterna da Dio, nel quale unicamente l’uomo ha la vita e la felicità, per le quali è stato creato e alle quali aspira. Cristo esprime questa realtà con le parole: «Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno» (Mt 25,41).

È il luogo di dannazione eterna. Esso non è altro che il rifiuto volontario dal profondo del proprio cuore a Dio. In esso si soffrono principalmente due tipi di pene:

1) La Poena Damni, che deriva direttamente dalla separazione da Dio;

2) La Poena Sensus, che è la pena dei sensi, spesso rappresentata dal fuoco eterno. Questa è collegata alla Poena Damni;

Ci sono poi anche le pene accidentali, ovvero possibili pene che i dannati o demoni, odiandosi tra loro si potrebbero infliggere.

Data la “fisicità” e “materialità tangibile” dell’argomento trattato, concentriamo la nostra attenzione sulla “Poena Sensum” e diciamo che la “pena dei sensi” è caratterizzata dal “fuoco eterno” menzionato nella Bibbia.

Il “fuoco” denota un fuoco vero e proprio e materiale. L’ultima persona ad esprimere, in realtà, che il fuoco infernale fosse solo una metafora fu Catharinus nel XVI secolo. Alcuni dei Padri della Chiesa hanno visto il fuoco eterno come metaforico, ma dato che sia la Bibbia che la tradizione parlano spesso e ripetutamente del “fuoco“, la maggior parte dei Padri e Dottori della Chiesa è d’accordo che tal fuoco è un fuoco vero e proprio, e noi sappiamo esserlo, anche se oggi qualcuno intende negarlo.

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Come fa tal fuoco a causar dolore ai demoni (che corpo non hanno) e ai dannati prima della Resurrezione della carne?

Ci sono diverse teorie sulla natura esatta del “fuoco eterno“. “Il fuoco eterno” è si materiale e vero, ma è totalmente differente dal fuoco che conosciamo noi sulla terra, dato che brucia all’infinito senza necessitare carburante e non consuma mai ciò che brucia. I demoni, per permissione divina, possono lasciare l’inferno (es. per possedere o tentare), ma si suppone che rimangano comunque legati al fuoco eterno. La Poena Sensus è la conseguenza naturale del disordine che spinge le creature a commettere peccati mortali.

La Sacra Scrittura ci insegna:

– “Stando nell`inferno tra i tormenti, levò gli occhi e vide di lontano Abramo e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell`acqua la punta del dito e bagnarmi la lingua, perché questa fiamma mi tortura” (Lc16,23);

– “chi dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna” (Mt5,22);

– “Se il tuo occhio ti scandalizza, cavalo: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, che essere gettato con due occhi nella Geenna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue” (Mc9,47-48);

– “Come dunque si raccoglie la zizzania e si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo” (Mt13,40);

– “e li getteranno nella fornace ardente dove sarà pianto e stridore di denti” (Mt13,42);

– “Vi mostrerò invece chi dovete temere: temete Colui che, dopo aver ucciso, ha il potere di gettare nella Geenna. Sì, ve lo dico, temete Costui” (Lc12,5).

Per completezza faccio presente ai lettori che l’Inferno è Dogma di Fede, così come ve lo ho presentato sinteticamente (l’ho copiato dal Catechismo), pertanto tutti coloro i quali – laici o religiosi – si ostinano a negare od a minimizzare l’esistenza dell’Inferno e la sua funzione, sono in eresia pubblica e dunque vanno considerati esclusi dalla Comunità dei fedeli (Chiesa Cattolica) che, nella massima ortodossia, rientra nella cattolicità; non date ascolto ai falsi profeti, costoro sono ispirati da Satana e vogliono corrompere la vostra anima.

Spesso i Padri della Chiesa collocano l’Inferno all’interno del globo terrestre, ed effettivamente il suo interno gli si addice, essendo stato visto l’Inferno sempre come un luogo colmo di fuoco (da vari santi, mistici e veggenti cattolici approvati).

Ed è Dogma di Fede che l’Inferno è un luogo, non solo uno stato interiore. Perciò se è un luogo da qualche parte deve essere; per un luogo come l’Inferno, sembra ragionevole dedurre che un posto molto “etereo” e “celestiale” anche a livello materiale (ad esempio nel cosmo) non gli si addica molto. Invece l’interno infuocato di un pianeta potrebbe essere una collocazione più consona.

Inoltre la Parola di Dio dice:

Mosè disse: «Da questo saprete che il Signore mi ha mandato per fare tutte queste opere e che io non ho agito di mia iniziativa. Se questa gente muore come muoiono tutti gli uomini, se la loro sorte è la sorte comune a tutti gli uomini, il Signore non mi ha mandato; ma se il Signore fa una cosa meravigliosa, se la terra spalanca la bocca e li ingoia con quanto appartiene loro e se essi scendono vivi agli inferi, allora saprete che questi uomini hanno disprezzato il Signore». Come egli ebbe finito di pronunciare tutte queste parole, il suolo si profondò sotto i loro piedi, la terra spalancò la bocca e li inghiottì: essi e le loro famiglie, con tutta la gente che apparteneva a Core e tutta la loro roba. Scesero vivi agli inferi essi e quanto loro apparteneva; la terra li ricoprì ed essi scomparvero dall’assemblea. Tutto Israele che era attorno ad essi fuggì alle loro grida; perché dicevano: «La terra non inghiottisca anche noi!». Un fuoco uscì dalla presenza del Signore e divorò i duecentocinquanta uomini, che offrivano l’incenso […]” (Nm16,28-35).

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E gli Inferi cosa sono?

La discesa agli Inferi anzitutto “è una conferma che la sua (di Gesù) fu una morte reale, e non solo apparente. La sua anima, separata dal corpo, era glorificata in Dio, ma il corpo giaceva nel sepolcro allo stato di cadavere“. [37]

Durante i tre giorni (non completi) passati tra il momento in cui “spirò” (Cfr. Mc15, 37) e la Risurrezione, Gesù ha sperimentato lo “stato di morte”, cioè la separazione dell’anima dal corpo, nello stato e condizione di tutti gli uomini. Questo è il primo significato delle parole “discese agli Inferi”, legate a ciò che lo stesso Gesù aveva preannunziato quando, riferendosi alla storia di Giona, aveva detto: “Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra” (Mt12, 40). [38]

Per comprendere definitivamente la differenza che v’è fra Inferi ed Inferno, ci viene in aiuto la Scrittura stessa:

C’era un uomo ricco, che vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente. Un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco. Perfino i cani venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando nell’inferno tra i tormenti, levò gli occhi e vide di lontano Abramo e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e bagnarmi la lingua, perché questa fiamma mi tortura. Ma Abramo rispose: Figlio, ricordati che hai ricevuto i tuoi beni durante la vita e Lazzaro parimenti i suoi mali; ora invece lui è consolato e tu sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stabilito un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi non possono, né di costì si può attraversare fino a noi. E quegli replicò: Allora, padre, ti prego di mandarlo a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento. Ma Abramo rispose: Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro. E lui: No, padre Abramo, ma se qualcuno dai morti andrà da loro, si ravvederanno. Abramo rispose: Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti saranno persuasi»“. [40]

E’ importante analizzare: “Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando nell’inferno tra i tormenti, levò gli occhi e vide di lontano Abramo e Lazzaro accanto a lui“.

Gli Inferi ove Gesù discese dopo la morte, corrispondono ad un preciso lembo dell’Inferno, dove i giusti morti prima della “discesa agli Inferi“, sostarono in attesa di ricongiungersi al Padre.

E’ altresì fondamentale ricordare che assolutamente le pene e le sofferenze delle anime da sempre dannate, quindi situate nell’Inferno, sono differenti da quelle delle anime dei giusti che sostavano negli Inferi.

San Tommaso a riguardo ci ricorda che: “Esistono due specie di dolore. Il primo è dovuto alla sofferenza della pena, subita dagli uomini per il peccato attuale; ad essa si riferiscono le parole del Salmista: “I dolori dell’inferno mi hanno circondato”. – Il secondo è il dolore derivante dalla dilazione della gloria sperata, secondo l’allusione dei Proverbi: “La speranza differita affligge l’anima”. Codesto dolore era sofferto nell’inferno anche dai santi Patriarchi. E S. Agostino accennando ad esso afferma, che “pregavano Cristo supplicandolo con lacrime”. Ebbene, Cristo col discendere agli inferi mise fine a entrambe le specie di dolore: però in maniera diversa. Infatti pose fine ai dolori dei castighi preservando da essi: come di un medico può dirsi che mette fine a una malattia preservando da essa con l’opportuna medicina. E mise fine sull’istante ai dolori causati dalla dilazione della gloria, donando la gloria“. [41]

L’unico dolore che soffrivano i giusti negli Inferi, in attesa della “discesa” di Cristo, era dato dalla “dilazione della gloria sperata“, ossia dalla lontananza dalla visione beatifica di Dio. Nessun altro tipo di dolore essi patirono.

Ecco che gli Inferi o “Limbo dei Padri” o “Seno di Abramo” possono essere considerati sotto 2 aspetti:

– “Primo, per l’esenzione che vi si godeva dalla pena del senso. E sotto tale aspetto ad esso non si addiceva il nome d’inferno, né vi si riscontravano dei dolori. Secondo, si può considerare quale privazione della gloria sperata. E da questo lato esso presentava l’aspetto d’inferno e di dolore. Ecco perché adesso per seno di Abramo s’intende la sede dei beati: ma non può chiamarsi inferno, né si ammettono dolori nel seno di Abramo”. [42]

Gesù discese negli Inferi o “Limbo dei Padri” o “Seno di Abramo” ed ai giusti predicò la Buona Novella e aprì per loro le porte del Paradiso. L’inferno, che ha sempre accolto i dannati, esiste quale momento in cui Satana si ribellò con gli altri angeli ribelli.

***

Resta in forse la questione del Limbo?

Visto che si suole sostenere che non è dogma di fede, mi sono permesso di esprimere una mia opinione, che ho anche approfondito e motivato nel testo Inferi, Inferno e Limbo. La espongo sinteticamente precisando che ho attinto alle seguenti fonti: scritti di Sant’Atanasio, di San’Alfonso Maria de Liguori, di San Pio V, dagli Atti del Concilio di Trento, dai vari Catechismi della Chiesa cattolica, di San Giovanni Damasceno, dai vari Messali, dagli Atti del Concilio di Roma, di Papa Benedetto XII, di Papa Clemente VI, dagli Atti del Concilio di Toledo, dagli Atti del Sinodo di Costantinopoli, dagli Atti del Concilio di Orange, di Sant’Ambrogio, di San Tommaso, del passionista Padre Zoffoli, dagli Atti del Concilio di Firenze, di San Pio X, dalle disposizioni della Congregazione per la dottrina della fede, di Papa Pio VI, di Papa Paolo III, di Sant’Agostino, di Papa Eugenio IV, di Papa Benedetto XIV, di Papa Pio XI, di Papa San Zosimo, dagli Atti del Concilio di Cartagine, di Papa Innocenzo I, di Papa Pio XII, del Card. Charles Journet, di Mons. Pier Carlo Landucci, di Papa Gregorio IX, di Papa Martino V, di San Gregorio Naz., di San Giovanni Crisostomo, di San Cipriano, di Papa Pio IX, di Papa Innocenzo III, di Papa Eugenio IV, fino ai giorni nostri.

Se un concetto di fede contraddice un dogma, è automaticamente dogmaticamente falso.

1) Eʼ dogma che non si può accedere alla visione Beatifica (in Paradiso, detta anche vita eterna) senza la grazia santificante. E su questo non si discute, è definito. E chi lo nega è eretico!

2) Eʼ dogma che il peccato originale è morte dellʼanima (per usare le parole del Concilio di Trento), cioè priva della grazia santificante; per cui se unʼanima ha ancora il peccato originale, non è in stato digrazia santificante. Ed anche su questo non si discute. Eʼ definito. E chi lo nega è eretico!

3) Eʼ dogma che anche con il solo peccato originale (cioè senza peccati personali) lʼanima non può accedere alla visione Beatifica, dato che non è in stato di grazia santificante. Ed anche su questo non si discute. Eʼ definito. E chi lo nega è eretico!

4) Però è anche dogma che Dio non sottopone nessuna persona alle pene dellʼInferno se questa non ha commesso colpe personali volontarie (dette colpe attuali). Ed anche su questo non si discute. Eʼ definito. E chi lo nega è eretico!

5) Ed è dogma che il peccato originale, sebbene privi lʼanima della grazia santificante, tuttavia non è una colpa volontaria, ma è una colpa trasmessa. Ed anche su questo non si discute. Eʼ definito. E chi lo nega è eretico!

Perciò chi muore con il solo peccato originale, sebbene non può accedere al Paradiso (il che è dogma e non si discute), tuttavia non può neppure finire nelle pene dellʼInferno (anche questo è dogma e non si discute), perché non ha commesso colpe volontarie; neppure può andare in Purgatorio, perché il Purgatorio è luogo ove purgare la pena dovuta alle colpe volontarie. Anche questo è dogma, non si discute.

Perciò, chi muore con il solo peccato originale, senza aver raggiunto lʼetà di ragione, e quindi senza aver avuto alcuna possibilità di commettere colpe volontarie:

1) Non può andare in Paradiso;

2) Non può andare in Purgatorio;

3) Non può andare allʼInferno.

Perciò dove va?

Per forza, per esclusione, esiste un luogo alternativo. Così sembra dogma (implicito) che le anime dei bambini non battezzati vanno in un altro luogo. Chiamiamolo come ci pare, ma la necessità di questo altro luogo pare essere proprio dogmatica. Questo luogo è sempre stato chiamato, appunto, Limbo dei bambini non battezzati.

Poi, in cosa consista esattamente il Limbo dei bambini non battezzati è un altro discorso. Eʼ su questo argomento che la Chiesa non si è mai espressa definitivamente; quindi si può discutere liberamente senza cadere in eresia. Ma sui punti precedenti non si discute: chi ne mette anche solo in dubbio uno, si separa dalla fede cattolica.

E’ vero che Dio ha le Sue vie, anche extra-Sacramenti. Ebbene, queste vie che Lui ha ce le ha già dette! Siccome Dio non annulla mai il libero arbitrio, e non si adopera in giudizi ingiusti (né in un senso né in un altro), ci ha già fatto sapere chiaramente, per mezzo della Chiesa, quali sono queste altre vie.

Queste altre vie sono i Sacramenti in voto, cioè di desiderio (implicito o esplicito a seconda dei casi) e l’ʼatto volontario di vera contrizione dei propri peccati.

I bambini non battezzati che hanno raggiunto lʼetà di ragione, possono fare lʼatto di vera contrizione (se manifestano buona volontà nel loro piccolo, Dio sicuramente concede loro la grazia di riuscirci, almeno prima dellʼeventuale morte prematura), appunto perché hanno raggiunto lʼetà di ragione. Diversamente, i bambini molto piccoli, che non hanno ancora raggiunto la capacità di ragione, per tale motivo non sono proprio in grado di fare lʼatto di contrizione; neppure lʼatto di desiderio. Per loro questa via non esiste (come ribadisce Pio XII).

Quindi lʼunico modo che hanno per poter avere la grazia santificante è che, finché sono in vita, devono ricevere il Battesimo, non potendo avere il Battesimo di desiderioesplicitoimplicito, in quanto non sono ancora in grado di formulare desideri; né il generale desiderio di fare la volontà di Dio (Battesimo didesiderio implicito per chi ancora lo ignora), né il preciso desiderio di battezzarsi (Battesimo di desiderio esplicito per chi già lo conosce). In alternativa, possono salvarsi in caso di Battesimo di sangue, vedi iMartiri Innocenti, ma questo è un altro argomento.

Quindi per me l’esistenza del Limbo è una verità (forse implicitamente) dogmatica.

Pubblicazione a cura di Carlo Di Pietro (clicca qui per leggere altri studi pubblicati)

Note:

[1] Cfr. Gv 18, 1 -19, 42
[2] Ibid.
[3] Simbolo Atanasiano – “Quicumque vult”
[4] Simbolo apostolico
[5] Sant’Alfonso Maria de Liguori, Predica alla Passione, Sermoni compendiati – Secondo teatro del pretorio
[6] Ibid.
[7] Catechismo ad uso dei parroci, teologi, predicatori, insegnanti di religione. Pubblicato dal Papa San Pio V per Decreto del Concilio di Trento (1545-1563), C. 58
[8] Op. Cit., C. 71
[9] Op. Cit., Cfr. C. 73
[10] Catechismo della Chiesa Cattolica, Ed. Vaticana, 1999, C. 624
[11] San Giovanni Damasceno, De fide orthodoxa, 3, 27: PG 94, 1098A
[12] Catechismo della Chiesa Cattolica, Ed. Vaticana, 1999, C. 631
[13] Op. Cit., Cfr. C. 632 e succ.
[14] Op. Cit., Cfr. C. 1033 e succ.
[15] Op. Cit., Cfr. C. 2850 e succ.
[16] Compendio CCC, Ed. Vaticana, 2005, C. 125
[17] San Tommaso, Summa Theologiae, I-II, q. 89, a. 6, sed c.; Suppl., q. 69, a. 7, c.
[18] P. E. Zoffoli, D.d.C., Sinopsis, 1992, p. 284�
[19] Cfr. La teoria del “Limbo” nella storia della Chiesa cattolica, Gazzetta del mezzogiorno, 20 aprile 2007
[20] Concilio di Firenze, Bolla Laetentur Coeli
[21] Mc. 16,15.16
[22] San Pio X, Catechismo Maggiore, d. 100
[23] San Pio X, Catechismo Maggiore, d. 90
[24] San Pio X, Catechismo Maggiore, VIII. GESÚ CRISTO: SUA VITA E PREDICAZIONE; SUA MORTE, RISURREZIONE E ASCENSIONE AL CIELO
[25] 19 Aprile 2007, Commissione teologica internazionale, “La speranza della salvezza per i bambini che muoiono senza Battesimo”
[26] Mc. 16,15.16
[27] Mt 28,18-20
[28] Congregazione per la Dottrina della Fede, Pastoralis actio, n. 13, in AAS 72 (1980) 1.144.
[29] Catechismo della Chiesa Cattolica, Ed. Vaticana, 1999, C. 1261
[30] San Pio X, Catechismo Maggiore, d. 100
[31] Catechismo ad uso dei parroci, teologi, predicatori, insegnanti di religione. Pubblicato dal Papa San Pio V per Decreto del Concilio di Trento (1545-1563), C. 177
[32] 19 Aprile 2007, Commissione teologica internazionale, “La speranza della salvezza per i bambini che muoiono senza Battesimo”
[33] Ibid.
[34] Pio VI, Bolla Auctorem fidei [DS 2626]
[35] 19 Aprile 2007, Commissione teologica internazionale, “La speranza della salvezza per i bambini che muoiono senza Battesimo”
[36] Avvenire 3.3.10, Due saggi, di Cavalcoli e Vorgrimler, presentano opzioni diverse su una delle verità «escatologiche» del cristianesimo
[37] Ibid.
[38] Giovanni Paolo II, Udienza Generale, Mercoledì, 11 gennaio 1989
[38] Ibid.
[39] San Tommaso, Summa Theologiae, IIIª q. 52 a. 1 ad 2
[40] Lc 16,19-31
[41] San Tommaso, Summa Theologiae, IIIª q. 52 a. 2 ad 2
[42] San Tommaso, Summa Theologiae, IIIª q. 52 a. 2 ad 4

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