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Chi uccise Gesù Cristo?

In questo periodo dell’anno liturgico conviene considerare attentamente tutto quello che riguarda la Passione di Nostro Signore. Seguiremo San Tommaso d’Aquino che, con la sua solita chiarezza, nella terza parte della Somma Teologica studia la vita di Cristo e, in particolare, la sua Passione e morte.

Dopo essersi interrogato sulla Passione in se stessa, valutandone la necessità e la convenienza (Somma Teologica, III, q.46), San Tommaso studia la causa efficiente della Passione (III, q.47). In questa “quaestio” ci si domanda: chi causò la passione e morte di Gesù? A prima vista la risposta può sembrare abbastanza scontata, tuttavia il Dottore Angelico ci offre un quadro più completo delle cause della Passione e, con le sue distinzioni, ci dà una risposta ricca e complessa che mette in luce i diversi livelli di causalità: fisici, morali e metafisici.

San Tommaso comincia ponendosi una domanda sorprendente: Cristo non ha forse ucciso se stesso? Può sembrare persino irriverente porsi questa domanda, eppure il nostro Santo Dottore, al fine di meglio afferrare la verità, non esita ad affrontare di petto tutte le obiezioni, in modo che anche la risposta all’errore faccia progredire la ricerca teologica. In effetti, alcuni versetti della Scrittura ci potrebbero suggerire che, in realtà, Cristo abbia ucciso se stesso: Gesù stesso afferma, per esempio, nel Vangelo di S. Giovanni: “Per questo mi ama il Padre, perché io do la mia vita per riprenderla poi. Nessuno me la toglie, ma io la do da me stesso; ho il potere di darla ed il potere di riprenderla …” (10, 17-18); inoltre Gesù muore emettendo un grande grido, cosa che la morte per crocefissione naturalmente non permette, riaffermando in qualche modo la libertà con la quale offre la sua vita. Anche S. Agostino afferma che “l’anima di Cristo non lasciò la carne contro la sua volontà, ma perché lo volle, quando lo volle, e come lo volle” (De Trinitate, IV). In senso opposto però, Gesù, prevedendo la sua Passione, dice: “… e dopo averlo [il Figliuolo dell’uomo] flagellato, l’uccideranno.” (Luca 18, 33).

Come stanno allora realmente le cose? San Tommaso distingue: “Qualcosa può essere causa di un qualche effetto in due modi. In primo luogo, agendo direttamente. E in questo modo i persecutori di Cristo causarono la sua morte, poiché posero una causa sufficiente a dare la morte, con l’intenzione di uccidere, e si realizzò effettivamente l’effetto voluto; dalla causa da loro posta scaturì la morte. In un altro modo si dice che qualcosa è causa indirettamente, nel senso che non impedisce l’effetto, mentre potrebbe impedirlo … e in questo modo Cristo fu causa della sua passione e morte. Infatti poteva impedire la sua passione e morte: anzitutto, reprimendo i suoi avversari, facendo in modo che essi o perdessero la volontà o non avessero la possibilità di uccidere; in secondo luogo, perché il suo spirito aveva il potere di conservare la natura del suo corpo … Poiché dunque l’anima di Cristo non respinse lontano dal proprio corpo il danno inflitto, ma volle che la sua natura corporea soccombesse a quella sofferenza, si dice che offrì la sua anima, ovvero che sia morto volontariamente”. Così Gesù, pur ridotto all’estremo, conservò abbastanza forza in modo da emettere un grande grido sulla croce, al fine di mostrare che nessuno poteva togliergli la vita contro la sua volontà, e questo fatto riempì di meraviglia il centurione ai piedi della croce che “vistolo spirare in quel modo, disse: “Quest’uomo era davvero Figlio di Dio”.” (Marco 15, 37-39). Perciò, niente “suicidio” (che sarebbe un’uccisione diretta di se stessi) ma sacrificio e volontaria accettazione delle sofferenze fino alla morte per la gloria del Padre e la salvezza delle anime.

Ma la ricerca sulle cause della Passione continua: anche il Padre si può annoverare tra queste cause. Egli non esitò a consegnare suo figlio alla morte. Si potrebbe però formulare subito un’obiezione: come può il Padre “consegnare” suo Figlio, quando Giuda, il “traditore”, fece esattamente la stessa cosa? Potremmo mai attribuire un atto così ignobile al Padre eterno? Eppure S. Paolo è categorico: “Colui che non risparmiò il proprio Figliuolo, ma per tutti noi lo diede …” (Romani 8, 32). San Tommaso ribadisce questa verità e spiega che Dio “consegnò” Cristo alla passione in tre modi: in primo luogo in quanto dall’eternità ha preordinato la passione di Cristo alla liberazione del genere umano; in secondo luogo perché ispirò in Cristo la volontà di soffrire per noi, infondendogli la carità; infine perché non lo protesse durante la sua passione, ma lo espose ai suoi nemici.

Il Santo Dottore risponde poi alle obiezioni notando che, se è crudele consegnare un innocente alla sofferenza ed alla morte contro la sua volontà, non lo è se l’innocente si consegna di sua spontanea volontà, accettando liberamente la morte per un fine eccellente: questa libertà appartiene sia a Cristo come uomo sia a Cristo come Dio, consustanziale al Padre, che ispira nella sua propria volontà umana l’intenzione di dare la vita per la salvezza di molti. In tutto ciò risalta anche la severità di Dio e la gravità del peccato: Dio non ha voluto rimettere il peccato senza applicare la pena corrispondente. Quanto, poi, al tradimento di Giuda, se è vero che anche lui “consegna l’innocente” nelle mani dei Giudei, San Tommaso ricorda che “la stessa azione può essere giudicata buona o cattiva dipendendo dalla radice da cui procede: il Padre infatti consegnò Cristo, e Cristo consegnò se stesso, per carità, e perciò essi sono degni di lode. Giuda invece lo consegnò per avidità, i Giudei per invidia, Pilato per rispetto umano, per timore di Cesare, e perciò sono degni di biasimo”.

Negli ultimi articoli della “quaestio” 46, San Tommaso analizza la colpa di coloro che uccisero Gesù. Sembrerebbe, a leggere la Scrittura, che i persecutori di Gesù, in primo luogo i Giudei, siano da scusare, in quanto misero a morte l’Innocente per ignoranza. San Paolo infatti afferma: “Noi esponiamo la sapienza di Dio in mistero, la sapienza nascosta … e che nessuno dei principi di questo secolo ha conosciuto, perché se l’avessero conosciuta non avrebbero crocifisso il Signore della gloria” (I Cor. 2, 7-8). San Pietro ribadisce chiaramente lo stesso concetto nel suo discorso davanti al popolo di Gerusalemme: “Ora io so, fratelli, che il male fatto da voi e dai vostri capi, fu per ignoranza” (Atti 2, 17). Lo stesso Cristo poi, sulla croce, chiese al Padre di perdonare i suoi persecutori “perché non sanno quello che fanno”.

Si deve ammettere dunque una certa ignoranza. Tuttavia la Scrittura è altrettanto chiara sulla colpevolezza di coloro che uccisero Gesù. Egli stesso lo afferma: “Se non fossi venuto e non avessi parlato, non avrebbero colpa; invece non hanno scusa al loro peccato. Chi odia me odia anche il Padre mio. Se non avessi fatto tra loro opere che nessuno altro ha fatto, non avrebbero colpa; ma ora le hanno vedute, e hanno odiato me ed il Padre mio” (Giovanni 15, 22-24). A Pilato Gesù risponde: “Colui che mi ha consegnato a te ha un peccato più grave” (Giovanni 18, 11). In più la punizione divina di Gerusalemme sarebbe inintelligibile senza una qualche colpa del popolo e dei suoi capi.

Come conciliare allora questa ignoranza e questa colpevolezza (dunque consapevolezza)? San Tommaso ci dà la risposta, come sempre, distinguendo. I Giudei si possono distinguere in “maiores” e “minores”: i primi, cioè i “principi”, i capi, sapevano che Gesù era il Cristo promesso dalle Scritture, infatti vedevano i segni che faceva e la realizzazione delle antiche profezie, ma ignoravano il mistero della sua divinità: “Questa ignoranza non li scusava dal crimine poiché era in qualche modo un’ignoranza affettata : vedevano infatti segni evidenti della sua divinità, ma per odio e per invidia pervertivano questi segni, e non vollero credere alle sue parole allorché si diceva figlio di Dio”. I “minores”, invece, cioè la gente semplice del popolo, che ignoravano i misteri della Scrittura, non ebbero piena consapevolezza né della qualità di figlio di Dio né della qualità di Messia, anche se alcuni di loro ne ebbero conoscenza. La colpevolezza dei secondi fu quindi minore rispetto a quella dei capi. Si può anche dire che alcuni dei “principi” ebbero parziale consapevolezza persino della divinità di Gesù, ma non vollero dare pieno assenso a questa verità di fede “per odio e invidia”. Sulla causa della mancanza di fede del popolo Giudeo, San Tommaso è chiaro: “non lo riconobbero come figlio di Dio a causa dell’odio”. Una certa ignoranza quindi, ma una “ignorantia affectata” (ignoranza affettata, cioè “colpevole” e anzi “voluta”, “coltivata”) “che non scusa dalla colpa ma anzi forse l’aggrava, infatti così l’uomo mostra di avere una forte affezione per il peccato poiché vuole rimanere nell’ignoranza al fine di non evitare di peccare”.

San Tommaso conclude in questo modo l’articolo 5: “Così i Giudei peccarono, non solo come crocifissori dell’uomo Cristo, ma come crocifissori di Dio”.Questa frase introduce bene l’ultimo articolo della “quaestio” nel quale il Dottore Angelico si chiede se il peccato dei crocifissori fu il più grave in assoluto. A prima vista sembrerebbe di no, visto che, come abbiamo detto, ci fu una certa ignoranza. Ma abbiamo ormai tutti i principi per rispondere e per affermare l’estrema gravità del peccato in questione. Ricordiamo le terribili parole che Cristo rivolge agli Scribi e ai Farisei: “E voi colmate la misura dei vostri antenati. Serpenti, razza di vipere, come sfuggirete alla condanna della Geenna? Perciò, ecco, io vi mando profeti e sapienti e scribi; e di essi ne ucciderete, e metterete in croce e flagellerete nelle vostre sinagoghe e li perseguirete di città in città, affinché ricada su di voi tutto il sangue giusto sparso sulla terra … Io vi dico in verità che tutte queste cose verranno su questa generazione” (Matteo 23, 32-36). San Giovanni Crisostomo commenta: “In verità colmarono la misura dei loro antenati: quelli infatti uccisero degli uomini, questi invece crocifissero Dio”. San Tommaso valuta così la gravità del peccato di deicidio: “Come si è detto, i principi dei Giudei conobbero il Cristo, e se ci fu qualche ignoranza in loro essa fu un’ignoranza affettata che non poteva scusarli. E quindi il loro peccato fu gravissimo, tanto per il genere di peccato, quanto per la malizia della volontà. I “minores” tra i Giudei peccarono gravissimamente quanto al genere di peccato, ma il loro peccato era in qualche modo diminuito a causa della loro ignoranza … Invece il peccato dei Gentili, le cui mani crocifissero Cristo, fu molto più scusabile poiché non avevano la conoscenza della legge”. Perciò San Tommaso precisa che le parole di Gesù sulla croce (Padre perdona loro …) si riferiscono ai “minores” (oppure ai soldati romani) e non ai principi dei Giudei.

È noto che oggi, sotto la pressione del dialogo interreligioso, molti teologi ed anche esponenti della gerarchia della Chiesa, rifiutano di riconoscere il fatto del “deicidio” (così anche Benedetto XVI nel suo secondo volume sulla vita di Gesù). Eppure, il concetto è presente nei monumenti della Tradizione, e rappresenta la logica conseguenza della cristologia cattolica. Alcuni hanno detto che non si dovrebbe parlare di “deicidio” in quanto coloro che uccisero Cristo non l’uccisero in quanto Dio ma in quanto uomo: è chiaro che Dio in quanto tale, cioè nella sua natura divina, non può morire. Non si potrebbe dunque propriamente uccidere Dio: la morte tocca solo la natura umana di Gesù. Gesù soffre e muore solo “in quanto uomo”. Questo basterebbe per escludere che si possa parlare di “uccisione di Dio” o “deicidio”. In realtà quest’obiezione proviene dall’ignoranza delle profonde conseguenze dell’unità personale del Verbo Incarnato.  In fondo, l’argomento è lo stesso cui fece ricorso l’eretico Nestorio per negare che si potesse parlare di Maria come “Madre di Dio”: infatti “Dio”, diceva, non può “nascere” o essere concepito; Dio è eterno ed immutabile: solo la natura umana di Gesù può essere generata nel tempo. Maria è madre della natura umana di Gesù, non madre di Dio. Nestorio distingueva sostanzialmente due “persone” in Cristo corrispondenti alle due nature, unite sì ma pur sempre due. Secondo questa posizione, molte cose, proprie della natura umana di Cristo, non possono essere predicate alla persona divina.

La teologia cattolica (e, prima ancora, il Vangelo, che chiama Maria “madre del Signore”) risponde a quest’obiezione rilevando che, benché sia vero che la natura divina non può nascere, né d’altronde soffrire o morire, tuttavia le azioni che provengono da Gesù o che Egli subisce, si riferiscono all’unica persona divina del Verbo. Il Verbo agisce attraverso due nature che sono, filosoficamente, “quo”, ciò mediante il quale, o in ragione del quale il soggetto (“quod”) agisce oppure patisce. Ma il soggetto ultimo di attribuzione rimane la persona che in Gesù è unica (la persona del Verbo), e che è “Dio” (nome concreto che esprime un soggetto di attribuzioni). Così si può dire che Dio (Gesù) “nasce”, “si riposa”, “si è fatto umile e povero”, “soffre”,  anche se queste azioni le compie soltanto in ragione della natura umana che ha assunto e alla quale si è ipostaticamente unito. Se non si potesse parlare dei “crocifissori o uccisori di Dio”, non si potrebbe neanche parlare della “madre di Dio”. Ecco quindi che coloro che crocifiggono e uccidono Gesù, crocifiggono e uccidono Dio e sono responsabili di “deicidio”.

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La morte di Gesù è attuale come non mai.

La crocifissioneUna cosa è chiara: l’esistenza, la morte sulla croce e la risurrezione di Gesù sono ancor oggi di massima attualità, dopo duemila anni.
Questo dato di fatto innalza il Signore molto al di sopra di qualsiasi altra figura storica.
Alcuni attribuiscono ai Giudei la colpa della morte di Gesù e li rendono responsabili di essa, come se si trattasse di un normale crimine.
Gli ebrei, di contro, accusano i cristiani di Antisemitismo consapevole e definiscono antisemiti anche parte degli Apostoli. In realtà, è vero che i Giudei sono stati atrocemente perseguitati a causa della crocifissione di Gesù, sono stati dipinti come “assassini di Dio” e quasi sterminati, però si tende troppo facilmente a trascurare il piano di Dio al riguardo. Nella preghiera della prima chiesa di Gerusalemme, si sottolinea il fulcro del problema: “Proprio in questa città, contro il tuo santo servitore Gesù, che tu hai unto, si sono radunati Erode e Ponzio Pilato, insieme con le nazioni e con tutto il popolo d’Israele, per fare tutte le cose che la tua volontà e il tuo consiglio avevano prestabilito che avvenissero” (Atti 4:27-28 ).
Sia le nazioni, sia le tribù di Israele si sono unite nel decidere ed eseguire la crocifissione di Gesù, ma questa azione era comunque compresa nel piano di Dio: Gesù doveva morire sia per Israele, sia per le nazioni, per divenire il Redentore di entrambi.
Non ha forse il Signore stesso detto, dopo la Sua risurrezione, ai discepoli di Emmaus: “Non doveva il Cristo soffrire tutto ciò ed entrare nella sua gloria?” (Luca 24:26 ).
Nella sua predica di Pentecoste, Pietro si espresse in modo simile: “…quest’uomo, quando vi fu dato nelle mani per il determinato consiglio e la prescienza di Dio, voi, per mano di iniqui, inchiodandolo sulla croce, lo uccideste…” (Atti 2:23 ).
La morte di Gesù, dunque, è il risultato dell’agire umano, conforme al piano di Dio per la salvezza dell’umanità: Gesù è il “dono ineffabile” di Dio per noi (2Corinzi 9:15 ); egli è l’adempimento del piano divino per il nostro riscatto, ed è stato donato dal Padre celeste come innocente Agnello di Dio, per le nostre colpe (Giovanni 1:29-36 ).
Ovviamente tale sacrificio è stato praticamente compiuto da mani umane.
La generazione del popolo Giudeo di allora ha consegnato Gesù ai Gentili (Romani), perché fosse crocifisso.
Il popolo Giudeo era pari al sacerdozio che compie il sacrificio dell’agnello “… perché la salvezza viene dai Giudei” (Giovanni 4:22 ), e l’impero di Roma è stato l’organo esecutivo.

Sia i Giudei sia i Gentili hanno ucciso Gesù.
Non sono state tanto le mani della generazione dell’epoca, quanto invece i peccati di tutte le generazioni, di uomini e donne di ogni epoca, ad uccidere Gesù, poiché in fin dei conti Egli è morto per i nostri peccati.
Siamo tutti peccatori, e tutti possiamo essere riscattati “…Dio infatti ha rinchiuso tutti (Giudei e Gentili) nella disubbidienza per far misericordia a tutti” (Romani 11:32 ).
Chi è, dunque, colpevole della morte di Gesù?
Per precisione, potremmo attribuire la colpa della morte di Gesù anche ad Adamo, poiché tramite di lui il peccato entrò nel mondo, si trasmise a tutti gli uomini e rese necessario che Gesù, come “secondo Adamo”, cancellasse la colpa.
Ogni peccato di ogni uomo ha, da allora in poi, condannato, crocifisso e ucciso Gesù.
lo sono colpevole della morte di Gesù e sono grato che Egli sia morto anche per me, altrimenti sarei morto nel mio peccato e perduto in eterno.
E che ne è dei tanti che discutono sul problema della colpa, ma non si decidono mai di porre fede in Gesù, anzi lo respingono e lo disprezzano, che si tratti di Giudei o Gentili?
Queste persone sono le peggiori, poiché calpestano il Figlio di Dio, disprezzano il sangue del perdono e oltraggiano lo Spirito della grazia (Ebrei 10:29 ).
Essere un nemico della croce di Cristo è molto peggio che incolparsi a vicenda (Filippesi 3:18 ).

Gesù ha preso su di se tutte le colpe, sia dei Giudei che dei Gentili.
Gesù, il perfetto innocente, si dichiara colpevole al posto nostro; Egli prende su di se i nostri peccati e li porta alla croce; alla Sua croce, non alla croce dei Giudei, non a quella dei Romani “…poiché al Padre piacque di far abitare in lui tutta la pienezza e di riconciliare con se tutte le cose per mezzo di lui, avendo fatto la pace mediante il sangue della sua croce; per mezzo di lui, dico, tanto le cose che sono sulla terra, quanto quelle che sono nei cieli” (CoIossesi 1:19-20).
Molto tempo prima che Egli venisse al mondo, aveva detto: “Tu non gradisci ne sacrificio ne offerta; mi hai aperto gli orecchi.
Tu non domandi ne olocausto ne sacrificio per il peccato; allora ho detto: Ecco, io vengo! Sta scritto di me nel rotolo del libro. Dio mio, desidero fare la tua volontà, la tua legge è dentro il mio cuore.
Ho proclamato la tua giustizia nella grande assemblea; ecco, io non tengo chiuse le mie labbra; o SIGNORE, tu lo sai”
(SaImo 40:6-9).
Si discute, si litiga e si giudica sulla colpa della morte di Gesù e sulla questione dell’Antisemitismo, ma si trascura completamente di capire che Dio ha voluto tutto questo.
Il Suo amore infinito sta dietro l’atto della croce, prendendo su di se tutta la colpa per riscattare noi.
Questo vale sia per i Giudei che per i Gentili.
Se Gesù non avesse donato volontariamente la Sua vita, sarebbe stato impossibile togliergliela, come Egli ha detto: “Per questo mi ama il Padre; perché io depongo la mia vita per riprenderla poi.
Nessuno me la toglie, ma io la depongo da me; ho il potere di deporla e ho il potere di riprenderla.
Quest’ordine ho ricevuto dal Padre mio”
(Giovanni 10:17-18 ).
Solo Gesù aveva il potere di lasciare la Sua vita, ed Egli la diede.
Invece di dare ai Giudei la colpa della morte di Gesù si dovrebbe invece ricordare che Gesù fatto uomo nacque da Giudeo e che come tale tornerà sulla terra.

Gesù aveva anche il potere di riprendere la propria vita.
Il Giudeo Gesù è risorto dai morti e tornato nella “casa del Padre”, pertanto, il primo uomo ad entrare nella casa del Padre è un Giudeo.
Strano che non si senta mai dire qualcosa del genere.
Perché non si attribuisce ai Giudei anche la “colpa” della venuta di Gesù nel mondo?
In fin dei conti, Egli era nato da una Giudea, e la Sua genealogia risale alla tribù di Giuda!
Perché non diamo loro anche la colpa della nostra Redenzione, della risurrezione di Gesù, della Sua ascesa al Cielo e del Suo ritorno? (Romani 9:4-5 ).
Perché non diamo la colpa ai Giudei del fatto che con il futuro regno di Gesù ci saranno giustizia e pace in tutto il mondo?
Essi sono in fin dei conti coloro che il Padre ha eletto come popolo da cui sarebbe disceso il Cristo, e fra di loro il Signore ritornerà (Isaia 14:4 ).
Si potrebbe forse discutere su questa colpa se Gesù fosse rimasto morto, perché la Sua sola morte, anche se da giusto, non ci avrebbe redenti (1Corinzi 15:13-18 ).
Ma ora Egli è risorto! Gesù vive!
Per questo preghiamo, insieme all’apostolo Paolo, esclamando: “Oh, profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio!
Quanto inscrutabili sono i suoi giudizi e ininvestigabili le sue vie!
Infatti, chi ha conosciuto il pensiero del Signore? O chi è stato suo consigliere? O chi gli ha dato qualcosa per primo sì da riceverne il contraccambio?
Perché da lui, per mezzo di lui e per lui sono tutte le cose.
A lui sia la gloria in eterno. Amen”
(Romani 11:33-36 ).
Le accuse negative reciproche sulla colpa della morte di Gesù o dell’Antisemitismo mostrano soltanto che non si ha ancora compreso il vero e proprio senso della morte di Gesù.
Invece di considerare negativamente i Gentili nei confronti dei Giudei e viceversa, tutti dovremmo insieme riguardare a Gesù: “…fissando lo sguardo su Gesù, colui che crea la fede e la rende perfetta, il quale, per la gioia che gli era posta dinanzi, sopportò la croce, disprezzando l’infamia, e si è seduto alla destra del trono di Dio” (Ebrei 12:2 ).

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Dopo la celebrazione dell’Ultima cena in compagnia degli apostoli, Gesù fu arrestato nell’orto del Getsemani, poco fuori Gerusalemme, con la complicità di Giuda Iscariota.
In seguito fu interrogato dalle varie autorità politiche e religiose dell’epoca: Anna, Caifa, il Sinedrio, Pilato, Erode Antipa. Gli interrogatori da parte delle autorità ebraiche ne stabilirono la colpevolezza per bestemmia, per essersi equiparato a Dio. La condanna capitale fu confermata da Pilato per il reato di lesa maestà, essendosi riconosciuto “re dei Giudei”. La pena fu la morte tramite crocifissione.

All’inizio di Aprile del 33 d.C., Gesù di Nazareth venne arrestato e condotto davanti al Sinedrio, dove sedeva il gran consiglio ebraico, per essere processato.

Caifa, il sommo sacerdote, iniziò l’interrogatorio dell’imputato:

“Sei tu il Messia, il Figlio di Dio?” domandò

“Tu l’hai detto!” fu la risposta del Nazareno, che così firmò la propria condanna a morte.

Da tempo i membri del Sinedrio non aspettavano altro che liberarsi del giovane predicatore, ma non avevano la facoltà di emettere condanne capitali, così inviarono Gesù presso Ponzio Pilato, governatore romano della Galilea, certi che avrebbe svolto il “lavoro sporco” al loro posto.

Gesù era stato presentato come un pericoloso sovversivo, un delinquente incallito che dastabilizzava con le sue parole e il suo operato la pace di quelle terre, ma Pilato vide presentarsi al suo cospetto un uomo giovane, rassegnato, scalzo e incredibilmente affascinante e fiero nonostante l’aspetto dimesso e la semplicità dei modi, che lo turbò profondamente.

Tutti i racconti evangelici tendono a ridimensionare le colpe di Pilato per quanto riguarda il tragico epilogo della vicenda terrena di Gesù: il romano fece di tutto per salvargli la vita, non glielo permisero l’ostilità dei sacerdoti del Tempio e quella del popolo, che fece fallire anche l’estremo tentativo di liberarlo in occasione della Pasqua.

Per pericolo di una sommossa Pilato abbandonò Gesù al suo destino, togliendosi ogni responsabilità personale:

“Pilato si lavò le mani davanti alla folla e disse: non sono responsabile della morte di quest’uomo” (Matteo, 27, 24).

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Dunque, chi ha ucciso Cristo: i giudei o i romani?

Devi stare attento a come la interpreti: non è che Gesù è morto accidentalmente, come se la morte di Croce fosse l’equivalente di una morte per inciampo e botta alla testa, che “non è da imputare a nessuno”.
Non è così.
La croce non è un incidente di percorso.
Se la interpreti secondo un’intenzione che non è quella del Crocifisso, non riconosci il Risorto, e questo appare chiaramente in tutti i Vangeli.
Finchè non vedi nella Pasqua di Gesù la Sua offerta (“sono io che la offro”), cioè la fedeltà di Dio a Sè stesso e alle sue promesse, e non vedi quindi la Sua dedizione totale (“nessuno ha un amore più grande di questo”), non riconosci in Lui il Risorto, ma penserai che si tratta di un fantasma (apostoli), un giardiniere (Maria Maddalena), un viandante poco informato (discepoli di Emmaus, che non a caso lo riconoscono “nello spezzare il pane”: il gesto della dedizione. Nota che, senza capire la Croce, non si capisce neppure l’Eucarestia) e così via…

Non è un incidente che la gloria della Resurrezione mette tra parentesi (non a caso nel Risorto rimangono le stigmate): nel Vangelo secondo Giovanni il tema dell’ “ora” percorre tutta la trama del Vangelo: Gesù ha un’ “ora” verso la quale va (fin da Cana: “non è ancora giunta la mia ora”), che corrisponde al “giorno di YHWH” dell’Antico Testamento: il momento della manifestazione di Dio, di chi è Dio. E sulla croce si vede che “Dio è amore” (1 Gv 4). Sempre Giovanni, nel Prologo, senti cosa dice:

Gv 1:
[9] Veniva nel mondo
la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
[10] Egli era nel mondo,
e il mondo fu fatto per mezzo di lui,
eppure il mondo non lo riconobbe.
[11] Venne fra la sua gente,
ma i suoi non l’hanno accolto.

[12] A quanti però l’hanno accolto,
ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome,
[13] i quali non da sangue,
né da volere di carne,
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.

La croce è il compimento delle promesse dell’Alleanza, è la fedeltà di Dio al Suo popolo, primo destinatario della Rivelazione: è l’autorivelazione definitiva del volto di Dio in Cristo.
E’ la chiarificazione definitiva della Pasqua, la liberazione di tutta l’umanità dalla schiavitù del peccato, come già aveva liberato il Suo popolo dall’oppressione dell’Egitto, dalla logica secondo la quale prevale il più forte e i deboli sono asserviti.
Da questa logica si esce soltanto con l’amore e con la dedizione, con l’affidamento a Dio.
Gesù stesso, nella Trinità, si è affidato al Padre, che lo ha risuscitato: come Lui si è consegnato completamente all’Abbà Suo e a tutti gli uomini, così la santità a cui siamo chiamati come cristiani deve essere un continuo conformarsi a Cristo in questa dedizione di sè, che significa amore per Dio e per tutti i fratelli, portando le croci di ogni giorno.
Quanto al popolo di Israele, che liberamente ha rifiutato di riconoscere in Gesù Cristo il Messia atteso e il Figlio di Dio… non sta a noi giudicare. Tuttavia possiamo pensare che il popolo che, per volontà di Dio, ha avuto un ruolo fondamentale nella prima venuta del Signore, avrà un ruolo anche nella Sua seconda e definitiva venuta.
Più di questo, in questa sede, non possiamo dire.

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“Chi ha veramente ucciso Gesù?” – Carl Mitchell

Una produzione cinematografica fatta da Mel Gibson intitolata “La Passione di Cristo,” ha suscitato molta polemica. Gli Ebrei hanno avuto paura che potesse creare un’eruzione antisemita. I mass media accusano che sia uno strumento d’odio. Altri hanno detto che c’è troppa violenza. La rivista Newsweek ha pubblicato un’ articolo che presenta questa domanda, ” Chi Ha Ucciso Cristo”? Se facciamo attenzione alla risposta che ci dà la Santa Bibbia, vediamo che di persone responsabili della sua morte, ce ne sono molte.

La Bibbia ci dice che Giuda, uno degli apostoli, era colpevole. “In quell’istante, mentre Gesù parlava ancora, arrivò Giuda, uno dei dodici, e insieme a lui una folla con spade e bastoni. Colui che lo tradiva aveva dato loro un segnale, dicendo; “Quello che bacerò”, è lui”. Di Giuda non sappiamo granchè. La fonte storica dice che era il tesoriere degli apostoli, e che era un ladro. Quando Maria di Betania ha unto i piedi di Gesù con un olio profumato di gran valore, Giuda ne era contrario dicendo che sarebbe stato meglio venderlo per dare i danari ai poveri. “Diceva così, non perchè si curasse dei poveri, ma perchè era ladro, e, tenendo la borsa, ne portava via quello che vi si metteva dentro.” (Giovanni 12:3-6).

La Bibbia ci presenta che i capi dei sacerdoti e i farisei (Ebrei) erano colpevoli della Sua morte. “I capi dei sacerdoti e i farisei, quindi, riunirono il sinedrio…Uno di loro, Caiafa, che era sommo sacerdote quell’anno, disse loro: “Voi non capite nulla, e non riflettete come torni a vostro vantaggio che un uomo solo muoia per il popolo e non perisca tutta la nazione. Da quel giorno dunque deliberarono di farlo morire.” (Giovanni 11:47-53). Sono questi capi degli Ebrei che, davanti al governatore Pilato, hanno falsamente accusato Cristo d’essere colpevole di sedizione. Quando Pilato ha voluto liberare Gesù, “I Giudei gridavano, dicendo: Se liberi costui, non sei amico di Cesare. Chiunque si fa re, si oppone a Cesare.” (Giovanni 19:12). Però la loro vera motivazione era politica. Hanno detto, ” Se lo lasciamo fare. tutti crederanno in lui; e i Romani verranno e ci distruggeranno come città e come nazione.” (Giovanni 11:48). Quindi, loro insistevano presso Pilato che secondo la loro legge, doveva morire, ma che per la legge Romana, non era permesso loro di farlo. “I capi dei sacerdoti e le guardie gridavano:
Crocifiggilo, Crocifiggilo! Pilato disse loro: Prendetelo voi e crocifiggetelo; perchè io “non trovo in lui alcuna colpa. I Giudei gli risposero: Noi abbiamo una legge, e secondo questa legge egli deve morire, perchè si è fatto Figlio di Dio. Pilato quindi disse loro:
Prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra legge. I Giudei gli dissero: A noi non è lecito far morire nessuno.” (Giovanni 19:6-7; 18:31).

Anche Pilato, il governatore, era colpevole della morte di Gesù perchè sapeva che Cristo era stato arrestato dagli Ebrei per invidia. “Egli (Pilato) sapeva che glielo avevano consegnato per invidia.” (27:18). Ciò nonostante Pilato lo condannò a morte. “Da quel momento Pilato cercava di liberarlo: ma i Giudei gridavano, dicendo: Se liberi costui, non sei amico di Cesare. Chiunque si fa rè, si oppone a Cesare. Pilato dunque, udite queste parole, condusse fuori Gesù…(e) lo consegno’ loro perchè fosse crocifisso.” (Giovanni 19:12-16).

Anche Dio è colpevole della morte di Gesù. “Perchè Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinchè chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna.” (Giovanni 3:16). Iddio è “Colui che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per noi tutti.” (Romani 8:32). Gesù stesso disse a Pilato, “Tu non avresti alcun’autorità su di me, se ciò non ti fosse stato dato dall’alto.” (Giovanni 19:11).

Perfino Cristo era colpevole della propria morte. Ha detto della sua vita che “Nessuno me la toglie, ma io la depongo da me. Ho il potere di deporla e ho potere di riprenderla. Quest’ordine ho ricevuto dal Padre mio.” (Giovanni 10:18). Quando l’apostolo Pietro ha detto che Cristo non doveva morire, Cristo ha chiamato Pietro “Satana”. “Da allora Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molte cose da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti, degli scribi, ed essere ucciso, e risuscitare il terzo giorno. Pietro, trattolo da parte, cominciò a rimproverarlo, dicendo:
“Dio non voglia, Signore! Questo non ti avverrà mai. Ma Gesù, voltatesi, disse a Pietro:
Vattene via da me, Satana! Tu mi sei di scandalo. Tu non hai il senso delle cose di Dio, ma delle cose degli uomini.” (Matteo 16:21-23). Difatti, Cristo ha annunciato a suoi discepoli che è venuto al mondo per morire: “Poi cominciò a insegnare loro che era necessario che il Figlio dell’uomo soffrisse molte cose, fosse respinto dagli anziani, dai capi dei sacerdoti, dagli scribi, e fosse ucciso e dopo tre giorni risuscitasse.” (Marco 8:31).

Alla fine, io, noi, e tutta l”umanità (da Adamo fino a l’ultimo uomo su questa terra), siamo colpevoli della morte di Gesù. È stato il nostro peccato che ha portato Cristo alla croce. “Egli è stato trafitto a causa delle nostre trasgressioni, stroncato a causa delle nostre iniquità. Il castigo, per cui abbiamo pace, è caduto su di lui e mediante le sue lividure noi siamo stati guariti. Noi tutti eravamo smarriti come pecore, ognuno di noi seguiva la propria via; ma il Signore ha fatto ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti.” (Isaia 53:5-6). Cristo ha preso su di Se’ la nostra identità’ di fallimento e di rovina, per dare a noi la Sua identità di perfezione e di santità. “Colui che non ha conosciuto peccato, egli lo ha fatto diventare peccato per noi, affinchè noi diventassimo giustizia da Dio in lui.” (2 Corinzi 5:21). L’uomo nel suo stato naturale è in inimicizia con Dio, e per questo Cristo è andato alla croce in modo che possiamo essere riconciliati con Dio. “Dio invece mostra la grandezza del proprio amore per noi in questo; che, “mentre eravamo ancora peccatori. Cristo è morto per noi… Se infatti, mentre eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio mediante la morte del Figlio suo, tanto più ora, che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita.” (Romani 5:8,10).
Più d’un secolo fa, un certo Octavius Winslow ha scritto, “Chi è che ha consegnato Cristo alla morte? Non è stato Giuda a motivo dei soldi; non è stato Pilato a motivo della paura; non sono stati gli Ebrei a motivo dell’invidia; ma è stato il Padre celeste a motivo dell’ amore.”

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Scola: bestemmia libera!

di Enrico Galoppini

Il Cardinale Scola, molto impegnato nel “dialogo interreligioso”, secondo quando riferisce l’Ansa ha recentemente sottolineato la necessità di abolire quelle leggi che, in alcuni Stati, puniscono penalmente la blasfemia.

Confesso che ho riletto tre volte la breve agenzia prima di capire bene il senso del discorso dell’alto prelato, se – ribadisco – è stato riportato fedelmente.

Che cosa è infatti la “blasfemia”? Si tratta in sostanza, anche dal punto di vista etimologico, della “bestemmia”, cioè dell’ingiuria, dell’oltraggio e del vituperio nei confronti della religione, d’Iddio e di tutto ciò che concerne il divino.

Intendiamoci, non vogliamo credere nemmeno per scherzo che un uomo di Chiesa approvi le bestemmie, ma stupisce che l’abolizione delle suddette leggi sia messa in rapporto con l’incoraggiamento del “pluralismo religioso” e della “apertura a tutte le confessioni religiose”.

Ma un’anima sinceramente religiosa può davvero godere del dileggio e della mancanza di rispetto per quanto vi è di più sacro per milioni di seguaci di una fede diversa dalla sua? Quale vantaggio apporterebbe, mi chiedo, per una qualsiasi nuova religione ammessa e con cui uno Stato stipulasse un’intesa, una “libertà di pensiero” all’insegna della blasfemia?

Nessuno, con tutta evidenza. Anzi, la ‘liberalizzazione dell’osceno’ qual è osservabile qui da noi, nel mondo cosiddetto “laicizzato”, o meglio “sconsacrato” o “desacralizzato”, danneggerebbe tutte le religioni e, soprattutto, comporterebbe un generale degrado dell’intera popolazione.

Qui però, per capire la questione, bisogna avere una certa sensibilità, e se non la si ha non la si può andare a comprare al supermercato o impararla su un manuale. Se ci si è incaponiti sull’odio verso Dio e la religione, e si trova piacere nella blasfemia che si esplica in affermazioni, comportamenti, scritti ed altre opere dell’ingegno (si pensi a buona parte della cinematografia o della letteratura moderne), tutto ciò darà solo l’impressione di una “liberazione”, in linea con tutto il resto in un’epoca in cui l’uomo pare avere come unico obiettivo la massimizzazione del proprio ego.

Ma se uno anche minimamente ha realizzato che qua siamo solo di passaggio e che prima o poi dovremo rendere conto di come abbiamo utilizzato quest’opportunità di fronte ad un Supremo Giudice, intuisce che sbracarsi nel turpiloquio o comunque diffondere nella società tutto ciò che infanga Iddio e la religione non potrà che peggiorare ulteriormente una situazione, individuale e collettiva, già abbastanza dura da sopportare.

Il perché è presto detto: tramite la blasfemia l’uomo si degrada e fa letteralmente torto a se stesso. Imprecando contro il proprio Creatore – che invece andrebbe ringraziato dalla mattina alla sera – e scatenandosi in ogni modo per (illusoriamente) nuocergli, egli non fa che prepararsi di tutto punto per il castigo che lo attende inesorabilmente.

E c’è poco da ridere. Oggi, si può tranquillamente affermare che la stragrande maggioranza degli autori di romanzi, dei cineasti, dei comici, dei cantanti, degli “intellettuali” e di tutto ciò che ruota intorno alla “cultura” prova un gusto irrefrenabile per tutto ciò che è torbido e spurio, per tutto quel che va contro un ideale di “purezza” e “santità”. È come se una forza s’impadronisse di costoro e, facendosene veicolo, li sfruttasse per introdurre in questo mondo una serie d’impulsi e suggestioni che non vedono l’ora di dilagare nell’intimo degli uomini e quindi nella società.

Va bene, lo sappiamo che l’uomo è debole e per sua natura sbaglia. Ma incoraggiarlo in tale direzione e non fare nulla per porre un argine quale può essere anche la condanna penale della blasfemia, non ci sembra una cosa sensata.

Non ci è dato sapere a quali precisi Stati facesse riferimento il Cardinale: alcuni di quelli a maggioranza islamica che non intendono… “laicizzarsi”, per esempio?

Sembrerebbe di sì, se “il problema” pare essere la religione “di Stato”. Eppure, l’alleanza tra “trono” e “altare”, finché ha retto da noi, ha garantito un livello di pubblica decenza ed ha infuso nella maggioranza delle persone un senso del “limite” che tutti i “laicismi” e le “libertà religiose” di questo mondo nemmeno si sognano.

Purtroppo, anche i religiosi sono diventati “occidentali” e “moderni”, non avendo più il coraggio di riconoscere che se per educare gli uomini serve la carota, anche il bastone dà i suoi benefici, quand’è necessario.

Sempre che sia abbia in vista l’elevazione dell’essere umano fino alla santità, per chi è in grado ed è sorretto dalla Grazia, ché certo non fa testo quel che può desiderare la massa più o meno consapevole di qual è il motivo per cui siamo in questo mondo.

Ma queste cose un uomo di Chiesa dovrebbe saperle, incoraggiarle e finanche pretenderne in un certo senso la tutela, preponendo la virtù al vizio e ad ogni giustificazionismo verso tutto quel che in cuor suo dovrebbe destargli solo un sincero disgusto.

Fonte: Europeanphoenix