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Nil Nikandrov, Strategic Culture Foundation, 1.10.2013

nicolas-maduroL’eliminazione fisica di politici stranieri non graditi agli USA è diventata routine per l’amministrazione Obama. I servizi speciali degli Stati Uniti hanno messo a frutto l’esperienza delle organizzazioni terroristiche internazionali, così come le proprie invenzioni; ad esempio l’intenzionale induzione del cancro o l’utilizzo di “mine radioattive ad azione ritardata”. L’impero non ha mollato le operazioni clandestine contro i “leader populisti” dell’America Latina, neanche dopo la morte di Hugo Chavez… Qualcuno dirà, è una nuova “teoria del complotto”? E’ la storia dei crudeli metodi utilizzati dai circoli dominanti degli Stati Uniti per spianare la strada alla creazione della Pax Americana, dalle guerre non provocate al terrorismo individuale? Esattamente… la pulizia volta a sbarazzarsi dei politici “scomodi” continua. La credibilità di Obama ne ha sofferto molto da quando si è insediato. Ha iniziato ad affrontare situazioni di crisi sempre più frequenti. Cresce l’idea nel Paese e all’estero che alcune forze della globalizzazione preparino dei colpi dietro le quinte, influenzando le decisioni dell’amministrazione.
Come risultato dello stallo siriano, gli USA hanno bisogno di controbilanciare il fallimento ottenendo dei successi in altre importanti direttrici della politica estera. Il cauto sondaggio verso Teheran, per vedere se è pronta a ridurre le differenze e a passare al dialogo costruttivo, difficilmente ha una qualche prospettiva futura, tenendo in considerazione l’influenza della lobby israeliana negli Stati Uniti. Questo è uno dei motivi per cui Washington ha intensificato le attività sovversive contro il Venezuela. Gli sforzi si concentrano nel minare la stabilità economica, finanziaria e politica del Paese, passo dopo passo i servizi speciali degli Stati Uniti attuano una serie di operazioni volte a rovesciare Nicolas Maduro, il successore di Hugo Chavez. La storia dell’aereo presidenziale suscita allarme. Come è noto Nicolas Maduro s’è rifiutato di prendere parte alla 68.ma Assemblea generale delle Nazioni Unite, vi erano informazioni secondo cui stava per essere assassinato a New York.

Maduro aveva visitato la Cina prima che l’Assemblea Generale iniziasse l’assise, per firmare una serie di accordi in materia di energia, costruzione di impianti di assemblaggio automobilistici, nonché per ottenere dei prestiti multimiliardari. Un mese prima della sua partenza per la Cina, il presidente ha ordinato di controllare accuratamente il suo Airbus A-319CJ, dopo che aveva passato cinque mesi (!) di manutenzione presso l’Airbus in Francia. Maduro ha detto che aveva una sensazione (“corazonada”) che giustificava la sua decisione. Non è stato inutile. I tecnici venezuelani hanno trovato un difetto grave in una delle ali, costringendo il presidente venezuelano a recarsi in Cina su un aereo appartenente al gruppo regionale ALBA, un Iljushin Il-96 appartenente alla compagnia aerea Cubana de Aviacion.
A complicare le cose, gli Stati Uniti all’inizio hanno vietato a Maduro di sorvolare Porto Rico, cosa mai successa prima. Inizialmente i piloti hanno dovuto inserire correzioni nel piano di volo per aggirarla e volare lungo rotte sconosciute, anche sull’Artico. Gli Stati Uniti poi hanno cambiato posizione e dato finalmente, all’ultimo minuto, il permesso di attraversare lo spazio aereo portoricano. Al ritorno dal suo viaggio in Cina, Maduro ha incolpato di ciò che è successo i “circoli reazionari internazionali”, dicendo che erano stati informati del previsto viaggio in Cina ed avevano tramato contro di lui; pensavano che uccidendo Nicolas Maduro avrebbero messo fine alla rivoluzione bolivariana. Secondo lui, sanno poco del popolo venezuelano e di cosa le forze armate bolivariane sono capaci. Il dipartimento di Stato degli Stati Uniti voleva che portasse le prove che dimostrassero l’esistenza del complotto, i media coinvolti nella propaganda fecero del loro meglio per presentare il presidente venezuelano come uno “zimbello”. L’Airbus confuta le accuse da parte della leadership del Venezuela, fermamente convinta ad andare fino in fondo e a fare di tutto affinché i dettagli del piano eversivo vengano a galla. L’Airbus iniziò le proprie indagini. In Venezuela si sospetta del residente della CIA in Francia, delle strutture di potere francesi e del Mossad israeliano, che hanno agito sempre più frequentemente di concerto con gli Stati Uniti, recentemente. Washington sembra credere che l’eliminazione di Maduro porterà a lotte intestine nella leadership bolivariana, minando l’equilibrio esistente tra i poteri civili e militari del Paese e spianando la strada alla vittoria dell’opposizione radicale. Il suo leader Enrique Capriles collabora con Washington e Tel Aviv. Se ottenesse la vendetta per la sconfitta alle ultime elezioni presidenziali, una “esemplare macelleria” dei sostenitori del governo in carica sarebbe garantita. Questo dovrebbe far sempre ricordare e contrastare gli eventuali tentativi della “quinta colonna” di inserire un cuneo nei rapporti tra gli alleati di Chavez, Nicolas Maduro e Diosdado Cabello, Presidente dell’Assemblea Nazionale venezuelana (parlamento).
Un ulteriore segno che Maduro sia in pericolo, fu quando Helmin Wiels, leader di Pueblo Soberano (Popolo Sovrano, il più grande partito politico dalle elezioni dell’ottobre 2012) è stato assassinato a Curaçao, a 40 chilometri dal Venezuela. Dopo la sua vittoria elettorale nell’ottobre dello scorso anno, Wiels aveva cercato di creare una coalizione tra sinistra e centristi. Di tutti i politici di sinistra di Curaçao, fu il più stretto collaboratore di Chavez, e poi di Maduro. Era per la piena indipendenza dell’isola e la fine della presenza militare degli Stati Uniti. Le forze armate statunitensi sono di stanza a Curaçao, e con il pretesto della lotta al traffico di droga, gli aerei statunitensi pattugliano le aree in prossimità del Venezuela. Il residente della CIA a Willemstad, che agisce sotto la copertura del Consolato Generale degli USA a Curaçao, aveva preso di mira Wiels da tempo avendo il politico posto una grave minaccia agli interessi degli Stati Uniti, essendo “finanziato dal regime chavista”. Tutti i suoi movimenti (soprattutto le visite a Caracas e l’Avana) furono strettamente sorvegliati, le telefonate e i messaggi internet intercettati. Gli hanno sparato sette volte mentre si riposava sulla spiaggia Marie Pampoen nell’isola. Le guardie del corpo erano state mandate a casa e gli assassini lo sapevano. La Polizia ha arrestato uno dei sospettati, ma avrebbe “tentato il suicidio” pur essendo dietro le sbarre. Gli isolani non credono a questa storia. Nulla si sa degli altri autori del crimine. E’ probabile che i mandanti dell’assassinio si divertano in qualche posto come Miami, per esempio, in attesa di nuove missioni da attuare, mentre i corpi degli assassini “locali” riposano in barili pieni di cemento che giacciono sul fondo del Mar dei Caraibi.

Helmin-Wiels-ANP-1024La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

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Volete continuare ad essere ingannati?

L’acquisto dei siluri della Wass in cambio dei Marò? Lo dice il M5S alla Camera

Posted by on 27 mar 2013

Pubblichiamo l’intervento del deputato M5S Di Battista sul caso dei Marò. Non tanto per la profondità o la particolare brillantezza dell’intervento che anzi è pieno di retorica patriottica e non esprime la benchè minima solidarietà alle uniche due vittime del caso, i due pescatori indiani, ma lo facciamo perchè in un passaggio emerge un possibile scambio fra i due militari italiani e la conferma di una commessa di siluri da parte del governo indiano per la fabbrica di siluri Wass di Livorno. Di questa fabbrica ci siamo già occupati in passato per le commistioni con la scuola superiore Sant’anna di Pisa e l’amministrazione comunale nell’ambito del progetto dello Scoglio della Regina e per gli ultimi arresti dovuti ad un giro di tangenti legate alla vendita di elicotteri proprio al governo indiano.

“Non ci bastano le sue dimissioni, ministro degli Esteri. Noi vogliamo capire e capire bene. Vogliamo sapere dettagliatamente le disposizioni d’ingaggio consegnate ai militari a bordo. Vogliamo sapere, signori ministri, quale sia stata l’autorità che, consultandosi con gli armatori dell’Alexia, ha consentito l’inversione di rotta della nave, come intimato dalle autorità indiane. Inversione effettuata dopo due ore dall’incidente! Vogliamo sapere il nome, il cognome e il grado dell’autorità militare che ha ordinato ai nostri due fucilieri di scendere a terra e consegnarsi di fatto alle autorità indiane dello stato del Kerala, violando le norme a tutela dei diritti umani secondo cui nessun individuo dev’essere consegnato a un Paese dove rischia di essere sottoposto a pena di morte. E ancora, signori ministri, vogliamo sapere se ci sono state dazioni di denaro a favore delle autorità indiane o dei loro singoli rappresentanti, l’esatto ammontare di tali eventuali dazioni, le precise motivazioni e se per puro caso ci sono stati riferimenti diretti o indiretti con l’operazione Finmeccanica. Il sospetto è condiviso: il fatto che il ministro della difesa di New Delhi abbia sbloccato l’accordo commerciale da 300 milioni di euro con la WASS di Livorno per la fornitura di siluri ad alta tecnologia c’entra qualcosa con la consegna dei nostri soldati? Gli affari sono più importanti delle vite umane signori ministri? Pretendiamo che il documento scritto dal Ministero degli Esteri indiano che attesta che non ci sarà la pena di morte per i nostri militari, visionato dal sottosegretario de Mistura, sia reso pubblico immediatamente chiarendo ogni dubbio sulla sua reale esistenza.
Chi è responsabile deve andare a casa. Noi siamo nuovi signori ministri, siamo nuovi e siamo giovani. Ci siamo chiesti, in questi primi giorni di lavoro, se saremo all’altezza del compito che il popolo italiano ci ha affidato. Beh, se voi siete i tecnici, i cosiddetti esperti, non abbiamo dubbi che i cittadini nelle istituzioni sapranno fare molto meglio!”

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Terrorismo di Stati Occidentali

Posted by on 27 mar 2013

mari e oceani del mondo sotto controllo NATO

– di Gianni Lannes –

Costituzione della Repubblica italiana,
articolo 11:

«L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali…».

Andiamo alla radice del problema. Se la Costituzione repubblicana edantifascista ha un valore effettivo, allora nel caso dei due marò abbiamo torto marcio. Altrimenti, se è ormai carta straccia, e se vale il Trattato di Lisbona (in vigore dal primo gennaio 2009) – che la stragrande maggioranza del popolo italiano non sa cosa sia – viviamo in una bolla dove siamo a tutti gli effetti sudditi a cui è concessa al massimo la distrazione internet, laddove il sistema di potere detta ordini indiscutibili.

Mai sentito parlare di rapina coloniale delle risorse e materie prime altrui, nel terzo e quarto mondo? Come credete che sia assicurato il cosiddetto “benessere” all’Occidente, specie in un’epoca di opulenza frustrante? A spese del resto del pianeta Terra e degli altri abitanti del mondo. Chi credete che realmente ci sia dietro l’enorme ed impunito traffico di droga ed armi? Semplice: gli Stati, prevalentemente occidentali dell’uomo bianco, e le multinazionali del crimine legalizzato.

operazioni NATO
Tema: “appello per i due marò” – Ieri Stefano Montanari mi ha chiesto cortesemente di ri-pubblicare l’appello che sua moglie Antonietta Gatti ha scritto per i due militari italiani. Per dirla tutta: non condivido nulla di questo intervento, ma in virtù del principio illuminista di difendere le idee altrui – non certo per fare un favore ai coniugi Montanari-Gatti – l’ho pubblicato su questo diario internautico.
Nodo cruciale – Angelo De Gaetano ha centrato in pieno la questione. Infatti ha scritto:
«Che l’Italia collezioni da tempo figuracce all’estero, è un dato di fatto, a prescindere da capi di stato o governo di turno. E’ altrettanto un fatto fuori discussione che siano stati uccisi due pescatori indiani da raffiche di armi da fuoco, da parte di militari. E’ ancora un fatto che i militari italiani e quelli appartenenti ai paesi Nato o a partnership con la Nato (anche l’India tra questi) imperversano nei mari di tutto il mondo (oltre che sulla terraferma)con operazioni militari di pattugliamento, ufficialmente contro la pirateria, nell’oceano indiano. Di fatto stanno mettendo a punto la loro capacità di gestire operazioni militari globali, anche con paesi al di fuori del patto atlantico, insomma prove generali degne dello scalpitante nuovo ordine mondiale. Quegli stessi militari in Afghanistan e altrove – anche in Italia – difendono e coprono da occhi indiscreti il traffico di droga gestito dall’élite, oltre ad altre innumerevoli nefandezze. Non posso dunque condividere questa cieca e acritica difesa ad oltranza di due connazionali con le stellette, impegnati in un’operazione militare opaca, del cui effetto collaterale (l’omicidio di due pescatori indiani) debbono rispondere. E di certo non posso assolvere il governo tricolore responsabili al pari dei governi degli altri paesi nato di operazioni militari di aggressione e di scempio dei nostri territori, oltre che della nostra salute, come le pagine di questo diario hanno sapientemente ed accuratamente dimostrato. Basta guerre, via la Nato dall’Italia e da ogni scacchiere, a casa questi governi fantoccio e fuori l’Italia e i militari italiani da tutte le operazioni di guerra maldestramente mascherate con il peace keeping o con la difesa dei cargo commerciali dai pirati. Qui come altrove (9:11 Usa, Iraq, Afghanistan, Egitto, Libia, Ciad. La prossima è la Siria e poi l’Iran) prima viene creato ad arte il problema con le sporche operazioni false flag e con il sostegno sotto copertura, di gruppi terroristici o criminali, e poi quegli stessi manovratori che hanno creato il problema si propongono come soluzione. Dunque andiamo a fondo, decortichiamo quella verità ufficiale che ci propinano i media per far affiorare cosa c’è dietro, anzichè abbandonarci al fatuo orgoglio nazionale e ad un equivoco sentimento patriottardo. Perchè dietro i voltafaccia della Farnesina c’è il dipartimento di stato a stelle strisce che impone diktat al fantoccio governo tricolore, vuoi perchè non si deve sapere cosa la nato sta facendo nell’oceano indiano, vuoi perchè nessun militare italiano deve rendere pubbliche le regole d’ingaggio con le quali operano in queste missioni. Che parlino i militari, senza tentennamenti e che subiscano un equo processo, ma contestualizziamo la vicenda nella sua giusta cornice, altrimenti facciamo il gioco delle élite, che seguitano a caricare l’opinione pubblica di falsità – occultando i fatti, alimentando strumentalmente e offendendo l’amore per la patria – per mascherare i loro reali obiettivi».
 

Rasmussen (segretario Nato) & Monti

Responsabilità altolocate – Che ci fanno i militari italiani nell’Oceano Indiano? E la NATO? Dunque, basta con l’ipocrisia.

Massimo D’Alema 

L’Italia, violando la Costituzione repubblicana ed antifascista (congelata opportunamente dal Trattato di Lisbona, firmato da Prodi & D’Alema il 13 dicembre 2007), per conto della NATO & degli USA è impegnata in guerre che investono mezzo mondo.

Prodi & Monti 

I due marò vanno senz’altro processati seriamente da un tribunale internazionale, perché hanno una responsabilità diretta nell’accaduto. Ad un livello superiore c’è il governo italiota, per conto terzi, che prende ordini ossequiosamente dalla Casa Bianca (vedi i numerosi viaggi di Napolitanoda Obama) e dal Dipartimento di Stato a stelle e strisce (alla voce del maggiordomo finanziario Monti Mario). In sintesi: non è assolutamente possibile impegnare soldati italiani per missioni di guerra all’altro capo del globo. E’ già accaduto, ma nell’ombra, mentre ora i “nostri” si improvvisano gendarmi su scala planetaria (Eurogendfor). Addirittura, negli anni ’80 il Governo tricolore favorì di nascosto un colpo di Stato in Tunisia, scalzando i francesi che poi fecero alcuni attentati in Italia per ritorsione. C’è un’inchiesta giornalistica da premio Pulitzer (di un ventennio fa) in materia dell’amico Andrea Purgatori per conto del quotidiano Il Corriere della Sera. Altra questione è la mancanza di credibilità e di autorevolezza a livello internazionale del Belpaese, non soltanto a livello diplomatico. La soluzione? tanto per iniziare: svincolare l’Italia dal giogo anglo-americano-sionista. Fuori dalla NATO: fuori gli USA dall’Italia.

Rasmussen (segretario Nato) & Napolitano

Stato di diritto – E’ fondamentale per lo Stivale acquisire la sovranità effettiva. L’idea che gli esseri umani debbano essere governati dalle leggi e non dall’arbitrio di altri uomini è un sogno antico (ne aveva scritto in tempi non sospetti Aristotele). Lo Stato di diritto è l’incarnazione moderna di questa aspirazione, che si fonda su tre pilastri fondamentali della divisione dei poteri, della supremazia della legge, dei principi di libertà ed uguaglianza. Da essi discendono (in via solo teorica) le istituzioni che ancora oggi informano il nostro vivere “civile” e politico: dai Parlamenti (esautorati dalle banche e dai circuiti finanziari) alle Costituzioni (annullate su due piedi da trattati internazionali palesemente illegali: Maastricht, Lisbona, Velsen, Prüm, eccetera, eccetera), dalla tutela dei diritti di fronte ad un giudice terzo e alle Corti costituzionali, all’innesto dei diritti sociali sull’originario troncone liberale. Insomma, siamo dinanzi alla storia di un’incessante ricerca del punto d’equilibrio tra le regole del diritto (impunemente calpestate) e l’esuberanza del potere (militare e finanziario).

Andreotti &Cossiga

“Pirati e terrorismo” – Sfogliamo per dare l’idea agli ingenui, la Rivista Marittima (supplemento della Marina Militare italiana, numero di febbraio 2006, pagine 155-156, a firma di Michele Cosentino) e scoviamo, tra le altre perle, il seguente testo: «Uno degli aspetti più inquietanti del controllo marittimo esercitato dagli Stati occidentali – sotto la regia Anglo-americana-sionista – è il vasto programma avviato nel 2003 a cui la USCG ha dato il nome di “Deepwater”. La denominazione ufficiale del programma è “Integrated Deepwater System, IDS”, e si articola su attività distribuite su un arco pluriennale necessarie per potenziare tutti gli assetti schierabili dalla USGC. Il contratto è stato affidato ad un consorzio industriale formato principalmente dalle famigerate multinazionali Lockheed Martin & Northrop Grumman, ciascuno alla testa di altrettanti team aziendali nordamericani ed europei. Il termine “Deepwater” ha un duplice significato: sotto il profilo operativo, esso si riferisce agli scenari costieri e d’altura, e riguarda la capacità di mantenere una presenza continua in determinate zone di interesse e di raggiungerne altre mediante lunghe navigazioni… In sintesi, “Deepwater” sarà il primo programma nazionale di nuove acquisizioni rivolto direttamente alle esigenze della sicurezza interna nei teatri marittimi. Esso contribuirà inoltre a dimostrare come un’organizzazione militare possa trasformare radicalmente la sua essenza concettuale e operativa, in modo da poter inglobare il contesto della sicurezza marittima in quello globale della polizia marittima e partecipare quindi in maniera più incisiva alla lotta contro, il terrorismo marittimo».

In termini banali, è detta “asimmetria della minaccia”. Vale a dire: si inventa o si ingigantisce un nemico inesistente o tutto sommato innocuo. Lo scopo è quello di assicurare la sicurezza assoluta nella rapina delle materie prime altrui, anche nelle rotte di transito oceaniche. Per dare un’idea vicina alla nostra storia: il fenomeno del cosiddetto “brigantaggio” nel Meridione d’Italia. In realtà si trattava di una lotta contadina, contro ingiustizie, massacri, ruberie coloniali del sovrano sabaudo e del nascente stato sotto l’egemonia piemontese. Una conquista, allora come oggi finanziata e controllata dalla massoneria inglese.

“Guerra ecologica” – Un ultimo dettaglio. A metà degli anni ’80, l’Italia ha aderito ufficialmente al progetto di guerre stellari USA (progetto IDS), spacciato subdolamente nel 1986 in Parlamento per “difesa strategica”. La firma degli accordi segreti è di Giulio Andreotti (ministro degli Esteri) eGiovanni Spadolini (ministro della Difesa), per la regia locale del presidente della Repubblica tale Francesco Cossiga; ovviamente sotto la supervisione del potente alleato (padrone) Zio Sam. La geo-ingegneria ambientale, o meglio, la guerra “ecologica” in Italia ha cominciato a muovere i primi passi proprio allora!
La paura è la più temibile arma di distrazione e distruzione di massa. La prossima mossa di chi controlla economia e finanza globale e tenta di instaurare con la forza il nuovo ordine mondiale (NWO) sarà una catastrofe alimentare che indurrà i popoli riluttanti ad ingurgitare gli organismi geneticamente modificati. Chi vivrà vedrà epidemie e carestie a ripetizione. Prepariamoci al peggio!
guerra segreta:
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27 marzo 2013 | Autore

Giulio-Terzi-Santagata-Esteridi Luciano Lago

Dopo gli ultimi avvenimenti che ancora una volta hanno “sputtanato” l’Italia a livello internazionale e culminati con le dimissioni dell’”ineffabile” ministro Terzi e le sue accuse rovesciate su Monti per aver ordinato la riconsegna all’India dei 2 marò, resta da chiederci a quale punto debba arrivare la soglia di sopportabilità dei cittadini italiani per cacciare e mettere in stato d’accusa questo governo di banchieri e pseudo tecnici, prezzolati ad interessi esterni, privi di qualsiasi legittimità e distintisi per manifesta incompetenza.

Non è bastato aver depredato il risparmio degli italiani portando  le imposte e le accise a livelli insopportabili al solo fine di soddisfare la cupidigia dei banchieri europei di Francoforte e Bruxelles, indifferenti alle migliaia di aziende chiuse ed alle centinaia di migliaia di disoccupati in più, alla miseria in cui sono cadute ben 4 milioni di famiglie.

I Mario Monti, le Fornero, i Terzi e compagnia bella hanno dimostrato di essere sensibili soltanto ai segnali provenienti dai mercati ma del tutto sordi alle grida di dolore che arrivano dal mondo del lavoro e delle famiglie alla disperazione.

Nella vicenda dei marò, contrariamente a quanto si pensi, se qualcuno ha barato al gioco è stato il governo italiano che avrebbe potuto gestire la questione in modo ben diverso (bastava fra l’altro coinvolgere l’Unione Europea) ma non è stato all’altezza.

D’altra parte il ministro Terzi è lo stesso che poche settimane prima si era profuso in dichiarazioni di “riconoscimento come governo legittimo” dell’organizzazione degli insorti in Siria, una milizia composta essenzialmente da volontari di provenienza da vari paesi arabi e non solo (anche dalla Cecenia), armati e sostenuti da Arabia Saudita, Barhein oltre che  da USA e Israele, miliziani fanatici “salafiti”che operano come tagliagole e terroristi, utilizzando autobombe e realizzando eccidi di massa fra la popolazione che appoggia il presidente Assad. Secondo Terzi l’Italia deve scendere in guerra contro il legittimo governo Siriano (appoggiato da Iran, Russia e Cina) per fare un favore agli USA ed Israele che hanno interesse a destabilizzare la Siria come fatto in precedenza con la Libia.

Questo è il personaggio Terzi,  grande amico di Israele e portatore di interessi esterni (come tutti i componenti del governo dei banchieri) che nulla hanno a che fare con l’interesse nazionale.

Cos’altro ci si poteva aspettare da questo elemento egocentrico e narcisista  all’atto della gestione di una delicata questione diplomatica: si è visto dai risultati.

Non ne sentiremo la mancanza né di lui né del suo tutor il “bocconiano” Monti di cui fortunatamente ci libereremo presto, considerato ormai “politicamente morto”visto il fiasco che ha ottenuto con  il suo governo (come oggi riconosciuto anche dalla stampa internazionale: http://www.formiche.net/2013/03/26/monti-lemonde/).

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27.3.2013

Il premier riferisce a Camera e Senato: “Il vero obiettivo delle sue dimissioni è un altro e si vedrà”. Ma l’ex titolare della Farnesina ribatte: “Nessuna finalità personale”

19:21 – Il premier Mario Monti intervenendo alla Camera per riferire sulla vicenda dei marò ha respinto “con forza illazioni sulla possibilità di scambi o accordi riservati con l’India”. Al contrario, il caso “che coinvolge i nostri due fucilieri ha portato una grave crisi nei rapporti con Delhi”. Nel ripercorrere i fatti, culminati con le dimissioni del ministro degli Esteri, Giulio Terzi, Monti ha definito tali dimissioni un “atto inconsueto”.

La decisione di non rimandare in India i due marò “non avrebbe dovuto essere oggetto di precipitose dichiarazioni alla stampa, che il ministro Terzi ritenne invece di rilasciare, anticipando un risultato finale che non poteva ancora darsi per scontato”. Il governo, ha spiegato Monti, aveva “prontamente agito per avviare consultazioni con il governo indiano per arrivare a una procedura arbitrale” sulla vicenda che avrebbe potuto “sciogliere in una sede neutra il nodo più difficile, quello della giurisdizione, ma c’è stata chiusura da parte indiana”.“Incolumità dei fucilieri è la nostra priorità” – “Obiettivo del governo – ha spiegato Monti – è stato tentare di isolare questa vicenda dall’insieme complessivo dei rapporti con l’India e la nostra priorità è stata di tutelare la sicurezza, l’incolumità e la dignità dei nostri due marò e di tutti gli italiani che si trovano in India”.“Avviato percorso per una soluzione rapida” – La decisione di far rientrare i due marò in India è stata “difficile e dolorosa ma necessaria per tutelare l’onorabilità del Paese e della loro uniforme”. “Pur con la prudenza che deve accompagnare qualsiasi valutazione, vorrei sottolineare che negli ultimi giorni abbiamo avviato un dialogo politico” con l’India ed “un percorso verso una soluzione rapida, reimpostando l’itinerario” della vicenda.“Terzi ha sempre condiviso la nostra azione, il suo obiettivo è un altro” – “La puntuale ricostruzione dei fatti e del percorso che ha ispirato l’azione del governo, è stata pienamente condivisa dall’allora ministro Terzi, come da lui stesso pubblicamente affermato, basta vedere numerose dichiarazioni alla stampa”, ha sottolineato il premier uscente. “Sono rimasto stupefatto per ciò che il ministro Terzi ha fatto e per ciò che non ha fatto”: non ha informato nessuno della sua decisione e non si era mai opposto pur potendo “preannunciare le proprie decisioni”. “Il vero obiettivo di Terzi è un altro e si vedrà”.

“Questo governo non vede l’ora di essere sollevato” – Parlando alla Camera, Monti ha detto che “questo governo non vede l’ora di essere sollevato”, sottolineando come l’incarico di premier non sia stato sollecitato da lui nel novembre 2011 ma sia stato chiesto dal mondo politico.

Monti al Senato: “L’India ha minacciato ritorsioni economiche” – “Abbiamo avuto notizia dal sottosegretario agli Esteri, da oggi viceministro, Staffan De Mistura”, che in sede di vertice dei Brics (Brasile, Russia,India,Cina Sudafrica), tenutosi in Sudafrica era “iniziata a essere presa in considerazione un’opzione di misure dei Brics nei confronti dell’Italia”. Lo ha detto Monti intervenendo al Senato sul caso dei marò e sulle dimissioni di Giulio Terzi.

Terzi: “Nessuna finalità personale” – “Ho annunciato pubblicamente le mie dimissioni, atto che ritengo legittimo in democrazia, in occasione della mia audizione alla Camera, non per perseguire chissà quale finalità personale, ma perché trattandosi di una vicenda che mi ha coinvolto a livello istituzionale e personale, ho ritenuto proprio in quel momento – per rispetto delle verità che stavo riferendo in Parlamento, massima sede delle Istituzioni democratiche, che si rendesse per me impossibile proseguire nel mio impegno di Governo”. Lo scrive sulla sua pagina Facebook Giulio Terzi rispondo a quanto detto da Mario Monti a Camera e Senato.

Terzi: “Mai anticipato notizie alla stampa” – L’ex ministro degli Esteri quindi “respinge al mittente le accuse di aver informato la stampa con eccessivo anticipo” e sottolinea di non avere “mai anticipato notizie in modo autoreferenziale tale da influire negativamente sui rapporti con l’India o sulla gestione del dossier Marò”. ‘Ho fatto ciò in cui credevo, rispondendo solo alla mia coscienza” conclude Terzi.

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Marò, India: molto dispiaciuti per Terzi

28.3.2013

“Ma c’è chi ha voluto usare in Italia questa vicenda per fini elettorali”

07:16 – “Deve essere stata per lui una scelta difficile, per l’effetto delle enormi pressioni esistenti in Italia su questa vicenda, così come ce ne sono in India”. Queste le parole del ministro degli Esteri indiano Salman Khurshid alla notizia delle dimissioni del collega italiano Giulio Terzi. “Mi dispiace per questo – ha proseguito – perché avevo con lui una relazione di lavoro molto buona”.

“Comunque, ha concluso, è importante ora che si facciano le cose giuste sia dal punto di vista dei principi sia del diritto internazionale”.

Ma c’è chi va decisamente più pesante e abbandona i toni della diplomazia. “I marò sono stati utilizzati in Italia a fini elettorali, ed il loro ritorno a New Delhi rappresenta una vittoria chiara dell’India”, ha dichiarato Kirti Azad, parlamentare del Bharatiya Janata Party (Bjp, centro-destra). Intervistato dall’agenzia di stampa Ani Azad, ex famoso giocatore di cricket indiano, ha sostenuto che ”una potenza internazionale ha dovuto soccombere alle pressioni dell’India, e questa è la ragione per cui (l’Italia) ha rimandato indietro i marò”‘.

Loro, ha aggiunto, ”sono stati usati durante le elezioni dagli italiani e poi li hanno rispediti indietro”. Per cui, ha concluso, questo doveva accadere perché dopo tutto loro dipendono molto dalle importazioni dall’India e quindi non avevano altra scelta che rimandarli”.

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Che Terzi è servo di USA e Israele è evidente, visto che nel 2003 fu lui – quando era ambasciatore a Tel Aviv – a portare Fini a Gerusalemme, dove questo lestofante indossava la kippah, evento che causò la morte della destra nazionale e conservatrice italiana: per fortuna gli italiani sono stati intelligenti e alle ultime politiche hanno impedito a Fini e compagnia di venir eletti al parlamento.

E’ evidente pure che Terzi appartiene a quella parte della nobiltà laica collusa e serva della massoneria collegata al giudaismo internazionale e satanista, altrimenti non si giustifica quello che ha combinato: avrà ceduto alle pressioni dei suoi padroni occulti per non rovinare i rapporti economici tra l’India e l’Unione Europea.

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14 febbraio 2013 | Autore

Fonte: Finmeccanica, il gioiello vicino alla svendita coordinata da una magistratura anti-italiana

di Riccardo Ghezzi © 2013 Qelsi – Con la collaborazione di: Rosengarten e Oreste Tarantino

finmeccanicaFinmeccanica è di nuovo nell’occhio del ciclone, in un’escalation che sta seguendo la media di uno scandalo all’anno: prima l’indagine sulle “zucchine” (le tangenti ai politici n.d.r.) avviata dalla Procura di Roma ad ottobre 2011, poi l’inchiesta della Procura di Napoli sulle forniture in Brasile – con il coinvolgimento dell’ex ministro Claudio Scajola, indagato, e le intercettazioni a Berlusconi e Lavitola- ad ottobre 2012, ora è la volta dell’arresto di Giuseppe Orsi, presidente di Finmeccanica dal dicembre 2011 dopo le dimissioni di Pierfrancesco Guarguaglini, travolto a sua volta dalle indagine sulle “zucchine” di cui sopra.
Il provvedimento di arresto nei confronti di Orsi è stato emesso dal gip del Tribunale di Busto Arsizio: l’accusa è di corruzione internazionale, peculato e concussione a causa di presunte tangenti che sarebbero state pagate per la vendita di dodici elicotteri all’India. Come se non bastasse, il governo indiano ha deciso di sospendere i pagamenti a Finmeccanica per la commessa, pari alla cifra di circa 750 milioni di dollari, e ha comunicato che non accetterà la consegna di alcun velivolo fino a quando non sarà stata completata un’inchiesta della polizia indiana sulle accuse per tangenti. Ci sarebbe persino il rischio che la commessa venga annullata. D’altra parte, dopo la debolezza palesata dal governo italiano sulla vicenda Marò, l’India ha capito di poter fare la voce grossa.

Appare in ogni caso scontato come l’ennesima indagine della magistratura su Finmeccanica provochi evidenti danni all’azienda, ma ciò che stupisce maggiormente è l’arresto stesso di Orsi. Un fatto assurdo, in quanto è noto che tutte le imprese che operano su contratti importanti all’estero debbano pagare tangenti per avere le commesse. Se è vero, com’è vero, che in ambiente internazionale le tangenti le versano tutti, la priorità diventa quella di difendere il lavoro e il know-how italiano.
Dove sta quindi l’illegalità o il reato nel difendere la propria impresa? Orsi non si è certo intascato alcunché.
L’ex premier Silvio Berlusconi ha tutte le ragioni nel dire che “l’indagine che coinvolge i vertici della più grande azienda pubblica italiana avrà conseguenze gravissime sulla nostra economia. Il risultato finale sarà quello di tagliare le gambe a Finmeccanica con vantaggio di altre aziende internazionali”, ed è un peccato che sia l’unica voce politica a stigmatizzare l’ennesimo intervento indebito della magistratura ai danni del settore produttivo italiano. Doveroso anche ricordare che “Tutti i Paesi versano tangenti, ma solo la magistratura italiana indaga”. Ma non è indole masochista. Tutt’altro. E’ una strategia.
Il vero obiettivo, purtroppo, è chiaro da tempo: la svendita di Finmeccanica. Basti pensare, tornando indietro di qualche anno, a quando negli anni 90 l’IRI, nonostante sopportasse tutto il peso del traino industriale Hi-Tech del Paese, passava per una voragine del malaffare e della corruzione. La magistratura, obbedendo ad ordini strani e di “Britanniche” origini, fiaccò ogni resistenza politica di mantenimento pubblico, incentivando la privatizzazione a prezzi sviliti con la stagione delle “Mani Pulite” che proprio pulite, è stato accertato, non erano per niente (Di Pietro docet).
Ora si rivede il medesimo film: il titolo di Finmeccanica è in caduta libera, i dirigenti ai ferri, i compratori alle porte e i giornali di regime indottrinano le masse. Repubblica e Fatto parlano di “Sistema Finmeccanica” e pubblicano le solite intercettazioni telefoniche che non sono mai apparse, ad esempio, per lo scandalo Mps.
Il problema è che Finmeccanica, come ha ricordato Berlusconi, è ad oggi la più grande azienda pubblica italiana. Un colosso industriale che ha sede a Roma e impiega circa 70 mila persone in una cinquantina di Paesi del mondo (Polonia, Stati Uniti, Regno Unito e altri, oltre ovviamente all’Italia), con diverse decine di controllate e partecipate tra cui Alenia, SELEX e AgustaWestland, che produce gli elicotteri finiti nel mirino della magistratura.
Tanti in giro per il mondo faranno e avranno già fatto un pensierino su Finmeccanica. I francesi, ad esempio, sono passati all’azione già nel 2011. Luc Vigneron, numero uno della società francese Thales, aveva messo gli occhi sulla Oto Melara di La Spezia, che produce sistemi di arma ed è conosciuta in tutto il mondo per i cannoni navali, e la Wass di Livorno, tra i principali produttori italiani di siluri. Due gioielli dell’economia nostrana.
Pronta la svendita: dopo Finmeccanica, toccherà ad Eni. Tutto coordinato dalla magistratura italiana. O meglio, anti-italiana.

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8 febbraio 2013

Articolo di Gianni Lannes | Link

compagniAltro che elezioni. Si perde tempo con Bersani, Vendola, Berlusconi, Monti & Grillo e compagnia bella. Centro, destra & sinistra: il risultato non cambia, perché sono marionette nella mani di un sistema di potere implacabile.«Le nazioni dell’Europa dovrebbero essere guidate verso il superstato senza che i loro popoli sappiano cosa sta accadendo. Ciò si può ottenere tramite passi successivi, ognuno mascherato da uno scopo economico, ma che porterà alla fine e irreversibilmente alla federazione» parola di  Jean Monnet, padre fondatore dell’Unione Europea.

Il Trattato di Lisbona è un crimine contro l’umanità: tra l’altro, ha reintrodotto la pena di morte. Noto anche come Trattato di riforma, firmato per l’Italia da Romano Prodi e Massimo D’Alema il 13 dicembre 2007 (entrato in vigore il primo dicembre 2009), ha apportato ampie modifiche al Trattato sull’Unione europea e al Trattato che istituisce la Comunità europea, ribattezzato Trattato sul funzionamento dell’Unione europea. Rispetto al precedente Trattato, quello di Amsterdam, esso abolisce i “pilastri” della Democrazia Popolare, provvede a togliere la sovranità del Popolo di tutti gli Stati membri e dà potere assoluto a banchieri ladri, criminali ed assassini. Capitolo finale: Eurogendfor, sotto il diretto controllo della NATO.

Mediante il  “Trattato di Lisbona” le carte costituzionali dei Paesi europei sono state annullate, compresa la Costituzione repubblicana promulgata nel 1948.

Di conseguenza: venuta meno la norma fondamentale su cui si reggeva la Repubblica italiana, c’è stato un golpe silenzioso, senza spargimenti di sangue ben prima che andasse in onda la farsa del governo di Mario Monti (già al soldo di banche e potentati segreti anglo-americani). Provate a chiedere lumi a qualche costituzionalista italico semplicemente distratto. Il comico Benigni che interpreta la Costituzione a modo suo, ci fa o ci è? Chi l’ha assoldato per recitare un copione adulterato?

In Italia, a causa delle elezioni politiche anticipate e della volontà di alcuni gruppi parlamentari di non procedere alla ratifica a camere sciolte, nonostante un appello informale in questo senso fosse stato fatto dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il disegno di legge presentato dal Governo Prodi II non fu votato. Il nuovo Governo Berlusconi IV ha dovuto quindi ripresentare un disegno di legge per procedere alla ratifica. Tale disegno di legge è stato in seguito approvato definitivamente dal Parlamento il 31 luglio 2008, promulgato dal presidente della Repubblica il 2 agosto 2008 e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana – Serie Generale n. 185 dell’8 agosto 2008 (Supplemento Ordinario n. 188).

Anche nel Belpaese si è levata qualche autorevole ma sparuta voce di critica. L’ex ministro e insigne giurista Giuseppe Guarino, ordinario di diritto amministrativo all’Università di Roma, ha diffidato dal ratificare il trattato così com’è, perché esso codificherebbe un sistema di “governo di un organo” o “organocrazia”. Il professor Guarino ha esposto la sua critica in una conferenza pubblica a Firenze il 19 maggio 2008, alla presenza di costituzionalisti, esperti e amministratori. Il trattato viola almeno due articoli della Costituzione italiana, l’Articolo 1 (“La sovranità appartiene al popolo”) e l’Articolo 11 (L’Italia “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie”). Riguardo a quest’ultimo, le condizioni di parità sono violate dal fatto che paesi come la Gran Bretagna e la Danimarca, membri del trattato, sono esonerati dalla partecipazione all’Euro. Così essi possono, ad esempio, fissare il tasso d’interesse in modo vantaggioso per loro ma svantaggioso per gli altri firmatari del trattato.

Inoltre, osserva Guarino, il Trattato di Lisbona aumenta sensibilmente i poteri della Commissione Europea. Ad esempio, nel caso della procedura di infrazione del Patto di Stabilità, stabilita dall’Art. 104, la Commissione finora aveva solo il potere di notificare l’avvenuta infrazione al Consiglio dei Ministri dell’EU, che poi decideva se avviare la procedura o meno. Nella nuova versione, sono stati introdotti tre piccoli cambiamenti che spostano quei poteri in seno alla Commissione. Non sarebbe saggio approvare il trattato, riproponendosi di cambiare in seguito le sue parti sbagliate, ha osservato il professor Guarino. Ciò sarebbe di fatto impossibile, dato che occorre l’unanimità.

Un altro eminente costituzionalista tedesco, il professor Schachtschneider, ha sviluppato una lezione dal titolo “La legittimazione della pena di morte e dell’omicidio” in cui sostiene che il Trattato di Lisbona nel suo continuo sostenere una cosa e rimandare ad altra contraria attraverso il richiamo alle “Spiegazioni della Carta dei Diritti Fondamentali” legittima la pena di morte e l’omicidio “per reprimere, in modo conforme alla legge, una sommossa o un’insurrezione” e “per atti commessi in tempo di guerra o in caso di pericolo imminente di guerra”.

L’Unione Europea è stata fondata su menzogne e inganni ai più alti livelli del governo. Questa scia di inganni è continuata sin dall’inizio e si è momentaneamente fermata giovedì 13 dicembre 2007 a Lisbona, Portogallo, dove i maggiordomi degli Stati membri di questo blocco commerciale hanno firmato il Trattato di Riforma dell’Unione Europea.

Esso sostituisce la Costituzione UE respinta nel 2005 sia dalla Francia che dall’Olanda. Angela Merkel, il cancelliere tedesco, e l’ex presidente francese Giscard D`Estaing sono tre i tanti ministri europei che hanno confermato che il Trattato non è altro che la Costituzione sotto un altro nome. Le uniche differenze sarebbero l’abbandono dal nuovo documento di quegli articoli relativi alla bandiera, all’inno e al motto dell’Europa unita. Eppure solo due giorni prima dell’evento storico a Lisbona 16 Stati membri sono usciti allo scoperto e hanno chiesto un emendamento del trattato e il reinserimento di quei tre articoli, trasformando perciò il trattato nell’originale costituzione. Essi vogliono anche imporre la moneta unica a tutti quegli Stati membri che ancora mantengono le loro monete nazionali e suggeriscono che una Giornata Europea diventi una vacanza celebrativa.

Il leader dello United Kingdom Independence Party, Nigel Farage ha detto: “Il totale inganno che viene imposto è alla fine pienamente visibile. I tentativi patetici di affermare che questa non era la Costituzione sono stati spazzati via. Ritornano la bandiera, l’inno e il motto. Significa che quello che era il 96% dell’originale Costituzione è ora il 100%. Non sentiremo più parlare del Trattato di Riforma. Questa è la Costituzione UE respinta che torna in tutta la sua magnificenza“.

Il primo ministro danese Anders Fogh Rasmussen ha deciso contro qualunque referendum sul trattato, lasciando la sua ratifica al Parlamento danese. Egli ha detto ai giornalisti che il trattato era una “cosa buona per la Danimarca”.  La Danimarca aveva pianificato un referendum sulla Costituzione nel 2005, ma in seguito ai voti negativi di Francia e Olanda il voto era stato annullato. Il ministro della giustizia danese ha concluso che il trattato non minaccia la sovranità danese. Rasmussen avrebbe detto: “Quando si perde sovranità è necessario un referendum, ma quando non si perde alcuna sovranità sarà il Parlamento a ratificare il testo”. Ha anche confermato i piani di tenere un altro referendum sulla moneta unica, l’euro, e sull’opportunità di porre termine alle ‘rinunce’ relative a difesa, giustizia e affari interni, decise a Maastricht. Per la cronaca: lo stesso Rasmussen è stato nominato segretario generale della Nato il 4 aprile 2009, due giorni prima della strage (309 morti ufficialmente, anche se in realtà sono 360) provocata in Abruzzo da un terremoto artificiale del Patto Atlantico, sotto l’egida USA.

Bene, consideriamo le implicazioni; se uno Stato nazione sovrano non controlla più la sua economia, difesa, sistema di giustizia e politica interna, può essere davvero ancora chiamato uno Stato nazione sovrano?

L’elite finanziaria e politica d’Europa ha lavorato per questo momento sin dalla fine della seconda guerra mondiale. In ogni Stato membro le personalità possono differire, ma la retorica è sempre la stessa: ‘Nessuna perdita di sovranità, è buono per la gente, è buono per l’economia eccetera eccetera’.

Qual è la differenza tra questo documento e l’originale Costituzione? L’avvocato tedesco Klaus Heeger, ricercatore e consulente legale del gruppo Democratico Indipendente del Parlamento europeo ha tracciato le seguenti conclusioni a riguardo dei due documenti.

Secondo la sua analisi «la Costituzione garantiva alla UE 105 nuove competenze. Anche il trattato garantisce 105 nuove aree di competenza. Rimangono fuori i simboli UE (bandiera, inno e motto) ma entra il cambiamento climatico. Le rimanenti 104 aree rimangono le stesse: si tratta della Costituzione UE sotto un altro nome».

Il Trattato è il documento UE più segreto e più velocemente redatto ad oggi. L’opposizione e la comprensione sul fatto che la UE sia un nascente Stato di Polizia stanno crescendo e loro, i cospiratori, sanno che la velocità è vitale. Tony Blair (affiliato al Club Bilderberg) lo sottoscrisse nel giugno 2007 come sua finale pugnalata nella schiena della Gran Bretagna. I ministri degli esteri si dichiararono d’accordo sui suoi termini nel settembre 2007 e, 2 mesi dopo, il 13 dicembre, i rappresentanti di ciascun Stato membro firmarono il documento, e ora, tutto ciò che rimane è la ratifica e il fatto sarà compiuto.

I nostri Parlamenti nazionale sono diventati superflui dal momento che tutto il potere residuo è stato trasferito a Bruxelles. Significa la fine formale di tutte quelle storiche nazioni europee che sono stati membri della UE. Le ambasciate nazionali nel mondo sono ora sotto il controllo dei burocrati UE. Le vecchie regioni e province saranno unite e combinate in ‘Regioni Amministrative UE’. L’amalgamazione delle Kommunes danesi è un esempio preventivo di ciò, insieme con i Parlamenti ‘delegati’ di Scozia e Galles, che verranno presto raggiunti dallo sradicamento dell’Inghilterra e la creazione di simili assemblee regionali in tali luoghi.

La UE ha ottenuto proprietà di polizia, esercito, armi nucleari, riserve monetarie e del petrolio del Mare del Nord come spiegato nel documento del trattato. Gli appartenenti alla nostra polizia e alle forze armate dovranno prestare giuramento di lealtà alla UE. Se si rifiuteranno verranno licenziati. La UE ha il completo controllo di tutte le questioni militari, equipaggiamenti e stabilimenti.

I partiti politici saranno aboliti, aggiornati o riallineati. Saranno consentiti solo partiti pan-europei. Partiti indipendentisti saranno di fatto fuorilegge dal momento che, in base alla sentenza del 1999 della Corte Europea di Giustizia (caso 274/99), è illegale la critica alla UE. Persino prima del voto irlandese, le notizie da Bruxelles indicano che sono già a buon punto piani per eliminare ogni gruppo euroscettico all’interno del Parlamento europeo. La UE ha il diritto legale di chiudere Parlamenti nazionali e assemblee, nonché dis ciolgiere governi..

Molta gente rimarrà disoccupata dal momento che diventerà universale il diritto UE di ‘riaddestrare’ qualcuno a proprie spese ad un nuovo lavoro (comprendente l’acquisto di un certificato che conferma tale riaddestramento). Centinaia di migliaia di piccoli negozi saranno costretti a chiudere a causa di un infinito numero di impraticabili e ingestibili regole UE.

Circa 107 mila leggi europee criminalizzeranno molti, dal momento che aderire a questa enorme quantità di legislazione è impossibile. Saremo sottoposti a frequenti multe e persino all’arresto come risultato della nostra inevitabile ignoranza. Considerate i seguenti esempi: dal gennaio 2006 è diventato illegale riparare le proprie tubature domestiche, apparecchi elettrici o persino la propria macchina. Se comprate una barca lunga più di 6 piedi costruita dopo il 1999 dovrete pagare l’equivalente di 4000 sterline o passare sei mesi in prigione. Mentre lo Stato di polizia UE flette sempre più i suoi muscoli ognuno di noi vivrà nella paura e sotto la minaccia di arresto o processo per ognuna di una miriade di infrazioni, anche quelle minori.

Alle grandi aziende naturalmente le cose andranno bene, perché utilizzeranno una massiccia immigrazione dall’interno e dall’esterno della UE, pagando salari minimi agli immigrati a spese delle popolazioni indigene, forzando verso il basso i salari. Inoltre queste aziende avranno praticamente un monopolio sull’impiego, insieme al governo, e saranno capaci di dettare condizioni sui termini di impiego senza paura di un contraddittorio.

I maggiori impieghi governativi e l’inevitabile corruzione che accompagneranno questo monopolio creeranno una nuova divisione di classe che assicurerà che i ricchi e i loro compagni di viaggio diventeranno più ricchi, mentre la maggioranza della popolazione declinerà verso la povertà. Le tasse aumenteranno per pagare la massiccia crescita della burocrazia.

Non vi sarà correzione degli errori tramite canali democratici locali, perché non ci sarà più alcuna democrazia locale. O, per quel che conta, alcuna democrazia in assoluto. I Governi Amministrativi Regionali UE non saranno eletti (guardate il piano di regionalizzazione della UE sul sito ufficiale). Il nostro solo voto sarà per l’impotente Parlamento europeo. Saremo governati dei membri non eletti della Commissione Europea che non hanno, a nessun livello, alcuna responsabilità verso la gente.

Se faremo dimostrazioni o proteste potremo essere catturati e spostati verso un’altra regione europea. Il mandato di arresto europeo e una varia legislazione introdotta in tutt’Europa dall’11 settembre danno alle autorità potere assoluto su di noi. L’uccisione degli innocenti Philip Prout e Jean de Menezes è completamente legale in base alla legge europea. L’intimidazione e le crescenti invettive anti islamiche in tutt’Europa ricordano il trattamento degli ebrei nella Germania precedente la guerra. Uno Stato Europeo Federale diventerà un posto molto spiacevole in cui vivere.

Dopo la federazione, nel corso dei 15 anni, l’Europa potrebbe crollare sotto il peso della sua stessa burocrazia e corruzione. Ci sarà così poca produzione che nessuna tassazione sarà capace di supportare il macchinario governativo vasto, inetto, corrotto e inefficiente. Molti saranno ridotti alla povertà o sulla soglia della morte per fame. La completa mancanza di qualunque bilanciamento e controllo, lascerà aperta la porta a qualunque possibile dittatura.

L’Unione Europea, mostruosa come è, non è niente più che una pietra miliare verso un governo mondiale. Quanti leader politici e giornalisti in Europa  sono membri di organizzazioni segrete come il Bilderberger, la Trilateral Commission, il Club Of Rome e il Royal Institute For International Affairs.

Viviamo in un’età in cui la gente sembra avere abdicato in favore del governo a tutte le responsabilità riguardanti le proprie vite. Ciò è successo sin dalla fine della seconda guerra mondiale, ma il processo è significativamente accelerato dagli anni ’80. Questa ‘irresponsabilità sociale’ ci ha portato a Lisbona il 13 dicembre 2007, dove i nostri cosiddetti leader hanno firmato per cedere i nostri antichi diritti e libertà in nome del loro ‘grande piano’. Se rimaniamo seduti senza far nulla il resto delle nostre vite diventerà un incubo per nostra stessa responsabilità, perché, in fin dei conti, saremo noi ad avere messo i nostri diritti e le nostre libertà nelle mani dei lupi.

Se, poi, teniamo in considerazione che dei 27 Paesi dell’Unione Europea, 22 fanno anche parte della NATO, si constata un intreccio di identificazione della nuova alleanza militare con la NATO.

La Repubblica (31 luglio 2008) – «Trattato di Lisbona, l’Italia ratifica la Camera approva all’unanimità Berlusconi, presente in aula, soddisfatto per il consenso generale Frattini: “Speriamo entri in vigore prima delle elezioni europee” Trattato di Lisbona, l’Italia ratifica la Camera approva all’unanimità

ROMA – L’Italia ha ratificato il trattato di Lisbona. Un lungo applauso bipartisan ha accompagnato il sì della Camera che, come il Senato, ha approvato all’unanimità il trattato. L’unica eccezione arriva dai banchi della Lega Nord: i deputati del Carroccio al momento della proclamazione sono rimasti seduti in silenzio. Un atteggiamento che ha provocato la reazione di Emanuele Fiano (Pd) che si è alzato in piedi per urlare contro i leghisti.

Per il presidente della Camera, Gianfranco Fini, “l’approvazione unanime è l’espressione di una bella pagina dell’antica tradizione parlamentare del nostro Paese che è co-fondatore dell’unione europea”. Il premier Silvio Berlusconi, presente in aula, in una nota esprime “grande soddisfazione per il voto all’unanimità”. Il presidente del Consiglio ha sottolineato “il contributo dell’Italia al rilancio dell’Europa che sta attraversando una fase di difficoltà. L’auspicio – prosegue – è che il voto di oggi possa servire anche agli altri paesi che ancora devono completare l’iter parlamentare”. Il ministro degli Esteri, Franco Frattini, parla di “bell’esempio che l’Italia dà al resto d’Europa”. Per il titolare della Farnesina “il trattato è uno strumento non una soluzione. Con la sua approvazione – prosegue – togliamo l’alibi a chi non vuol fare camminare in avanti l’Europa”. Frattini ha poi auspicato che “il trattato entri in vigore prima delle elezioni europee del prossimo anno”.

La speranza che tutti i paesi ratifichino il trattato prima delle elezioni europee è condivisa anche dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che ha espresso tutta la sua soddisfazione per il voto di oggi: “L’approvazione unanime della legge di ratifica del trattato di Lisbona rappresenta un titolo d’onore per il parlamento italiano e un fattore di rinnovato prestigio per il ruolo europeo del nostro paese”.

Più critico il giudizio della Lega Nord che ha approvato il trattato votando sì con riserva. Per il capogruppo alla Camera, Roberto Cota, “abbiamo toccato il punto più basso dell’Europa dei burocrati, oggi dobbiamo dare la spinta per una Europa diversa”».

Cosa c’è sotto? Leggete attentamente e lo scoprirete:

approfondimenti:

http://www.ecb.int/ecb/legal/pdf/it_lisbon_treaty.pdf

http://eur-lex.europa.eu/JOHtml.do?uri=OJ:C:2007:306:SOM:IT:HTML

http://www.repubblica.it/2008/06/sezioni/esteri/irlanda-referendum/ratifica-trattato/ratifica-trattato.htmlhttp://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2012/02/poteri-illimitati-ai-militari.html

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Dai microfoni della Camera, il M5S:

Non ci bastano le sue dimissioni, ministro degli Esteri. Noi vogliamo capire e capire bene. Vogliamo sapere dettagliatamente le disposizioni d’ingaggio consegnate ai militari a bordo. Vogliamo sapere, signori ministri, quale sia stata l’autorità che, consultandosi con gli armatori dell’Alexia, ha consentito l’inversione di rotta della nave, come intimato dalle autorità indiane. Inversione effettuata dopo due ore dall’incidente! Vogliamo sapere il nome, il cognome e il grado dell’autorità militare che ha ordinato ai nostri due fucilieri di scendere a terra e consegnarsi di fatto alle autorità indiane dello stato del Kerala, violando le norme a tutela dei diritti umani secondo cui nessun individuo dev’essere consegnato a un Paese dove rischia di essere sottoposto a pena di morte”…

Ma il momento di maggiore illuminazione è avvenuto a seguito di queste coraggiose parole:

“Ambasciatore Mancini ha gettato discredito  sul nome dell’Italia nel mondo.Chi ha avallato, signori ministri è responsabile, e chi è responsabile deve andare a casa. Accogliamo con soddisfazione le sue dimissioni. Noi siamo nuovi, signori ministri, nuovi i  e siamo giovani ci siamo chiesti in questi giorni di lavoro se saremo all’altezza del compito che il popolo ci ha affidato.

Bhe’, se voi siete i tecnici, i cosidetti  esperti non abbiamo dubbi che i cittadini nelle istituzioni sapranno fare molto meglio”.

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Prima militari, poi marò, poi mercenari, infine Eurogendfor

Posted by on 27, mar, 2013

TITOLO ORIGINALE: Marò: una tesi non peregrina…

– di G.D. –

L’immagine pubblica del militare non più connessa alla società civile

La vicenda dei fucilieri di Marina Massimiliano La Torre e Salvatore Girone costituisce per molti versi il colpo di grazia al secolare ruolo delle Forze armate come custodi dello spirito e baluardo della Nazione. Uno svuotamento che ha radici lontane, agli albori della Repubblica, ma che trova il suo compimento proprio nell’attuale tentativo di disgregazione delle realtà Nazionali. Una precisa strategia di mutazione, prima culturale, poi strutturale ed infine funzionale.
Culturalmente, si è agito su due fronti, distinti e paralleli. Dal lato “sinistro” con l’identificazione dei suoi simboli e della sua cultura, impregnata di nazionalismo,come un male residuale di un recente passato da estirpare, e da “destra” con la sua subordinazione e identificazione in un più vasto universo culturale occidentale, sovranazionale e contrapposto al comunismo. In entrambi i casi si è colpita la sua stessa identità, già duramente provata dai radicalismi della guerra civile.
Caduto il muro di Berlino, si è avviato un processo di tecnicizzazione, con l’abolizione della leva e la professionalizzazione delle Forze Armate, che dietro il pretesto di una maggiore efficacia ed efficienza, nascondeva l’intento di farne uno strumento maggiormente slegato dal territorio, da impiegare come forza di proiezione al servizio della Nato; una longa manus militare della geopolitica USA, in un mondo ormai divenuto unipolare.
Da allora si sono susseguite senza sosta le missioni di guerra, di volta in volta definite umanitarie, di peace keaping, peace enforcement o di pace, che nulla hanno a che vedere con la difesa della Nazione e dei suoi interessi. Man mano che queste costose operazioni divenivano impopolari, così l’immagine pubblica del militare è andata assumendo i contorni oscuri di un mercenario per vocazione o necessità, perdendo quel legame di fiducia e partecipazione con la società civile, di contempo sempre più distante e contraria a sostenere economicamente guerre tanto lontane quanto incomprensibili. Gli stessi militari, logorati e frustrati da situazioni che non hanno e non possono in alcuna maniera determinare, cominciano diffusamente a chiedersi per chi e per che cosa rischiano la vita: lasciano le famiglie, uccidono e vengono uccisi. Generali, ormai in pensione, cominciano a criticare apertamente scelte strategiche e decisioni della politica e dai forum stessi dei militari di tutti i gradi comincia a trasparire un forte disagio, non solo per il costante peggioramento delle condizioni di impiego e lavoro, ma anche per il senso di isolamento e la costante sensazione di essere messi sul banco degli impuntati da media e opinione pubblica al posto dei veri responsabili politici e dei generali da loro nominati. È un lavoro che va perdendo i connotati dell’utilità sociale percepita in nome della difesa degli interessi Patri e della sua ineluttabile necessità, per divenire uno strumento del potere esercitato da mercenari senza ideali, sulle spalle del proprio popolo che affronta la crisi. Due mondi ormai pericolosamente scollati e lontani che non si incontrano se non in fredde e svuotate manifestazioni di retorica patriottarda di regime, tanto urticanti per il popolo quanto per i militari che le devono eseguire.
A questi effetti devastanti dello spirito vocazionale, si aggiunge una lunga serie di criminali atti di governo compiuti sulla pelle dei militari per squallide ragioni d’opportunità e servilismo da una classe politica totalmente asservita agli interessi stranieri. Un casta che arriva ad impiegare i propri uomini in condizioni inaccettabili di mancate protezioni, in zone contaminate, con impieghi indegni, senza riconoscere mai effetti dannosi e malattie, abbandonando le famiglie alla disperazione ed a estenuanti cause contro lo Stato.
Ultima, ma non ultima, la taciuta e dimenticata precarizzazione dei gradi più bassi: circa il 30 % della truppa, costretti ad infiniti rinnovi di ferma nella speranza di un lavoro stabile, facilmente ricattabili e senza tutele. Lo specchio finale di queste tendenze è la tragicomica vicenda dei maro’, in grado di conferire il colpo mortale al sottile legame di fedeltà che ancora unisce questi uomini al proprio Stato. Soldati sviliti trasformati in contractors privati, mandati su navi private, senza leggi e protezioni adeguate. Mandati allo sbaraglio e abbandonati alla prima necessità nel nome della ragion di Stato e di interessi commerciali, dopo una gestione della crisi talmente incompetente da non poter che sembrare voluta.
Il contraccolpo di questa vicenda tra il personale militare è stato enorme e ora i membri delle Forze Armate sanno di non avere più nessuno alle loro spalle che li tuteli per averne eseguito gli ordini; sanno di andare allo sbaraglio e di non doversi più chiedere il perché. Trattati come mercenari, diverranno presto mercenari essi stessi, con tutto ciò che ne consegue. Del resto, si sa che in tempi di crisi “pecunia non olet”.
Se la volontà era di svuotare di ideali e valori un mondo che ancora se ne nutriva, di allontanarlo da qualsiasi visione nazionale, di indebolirlo e screditarlo agli occhi della nazione alimentandone il distacco, si può dire che la missione sia quasi compiuta.
Se si tiene conto che si sta agendo contestualmente sulla destrutturazione dell’industria militare strategica nazionale (Finmeccanica ne è un esempio) e su progetti di forniture militari di cui non si controllano né la produzione né la tecnologia, rendendoci de facto dipendenti in tutto, il cerchio si chiude.
Fatto questo, sarà sicuramente più facile agire per trasformare i militari in una riserva mercenaria utilizzabile per gli scopi reconditi del potere dominante eterodiretto, anche contro gli interessi del proprio popolo.
Magari inserirne gli elementi più utili in una gendarmeria sovranazionale, magari garantirsi che non si avrà la loro valida opposizione alla dissoluzione delle entità statali per come le abbiamo conosciute.
In un tale contesto, se dal punto di vista diplomatico è universalmente riconosciuto che la gestione della vicenda Enrica Lexie ha generato una delle più grandi cadute di credibilità internazionale dello Stato Italiano dal dopoguerra ad oggi, e ne sono stati sviscerati tutti gli aspetti politici e giuridici, rimane ancora da valutare, in tutte le sue devastanti conseguenze, la ricaduta sul mondo militare. Una vera e propria mina piazzata sotto una polveriera, i cui effetti saranno evidenti solo con il passare del tempo. La maldestra gestione della vicenda ha evidenziato l’apertura di pericolose crepe sui due aspetti fondanti dell’identità del militare, la cui rottura definitiva ridisegnerebbe il suo ruolo nella società italiana ed europea. La prima evidenza è stata la rottura unilaterale del “sacro patto” tra Stato e soldato, su cui si basa l’intera etica militare.
L’abbandono alla giustizia indiana e la mercificazione delle vite dei due marò per “ragion di Stato”, per quanto deplorevole, non costituisce una novità nella storia militare, ma il contesto nel quale si è consumata assume un valore simbolico altissimo che travalica il confine del singolo caso, estendendo i suoi effetti psicologici all’intera componente militare del Paese. I pericolosi e frequenti impieghi internazionali “per conto terzi” ai quali sono sottoposti i nostri uomini, sono privi di copertura tanto giuridica quanto diplomatica adeguata.
A prescindere dalle personali ragioni per cui oggi un ragazzo decide di arruolarsi, l’essere militare comporta principalmente una scelta di vita e di fede: rimettere la propria vita, capacità ed azioni nelle mani di chi dovrebbe operare nell’interesse e per il bene del Paese. Una fede spesso cieca e delusa, ma che deve prescindere da orientamenti politici, dal governo momentaneo del Paese o dalla singola volontà del milite: per definizione deve “eseguire gli ordini, non discuterli”.
La fedeltà dei militari ha il controvalore della tutela dello Stato, che deve assumersi la responsabilità delle loro azioni, in quanto questi agiscono solo in nome e per volontà dello Stato che li impiega. Se alle loro spalle non esiste più uno Stato in grado, per volontà e capacità, di tutelarli, questi sono lasciati allo sbando, come lo è una nave senza timoniere alla deriva.
L’uniforme che si indossa perde i fondamentali connotati dell’essere simbolo rappresentativo della patria, per divenire semplice indumento tecnico alla stregua di un qualsiasi contractor. Uno stato che non tutela i suoi uomini, non può pretendere la loro fedeltà e, col tempo, questa verrà meno, assumendo il valore di un contratto tra parti private: lavoro in armi dietro compenso. La seconda evidenza è la rottura del rapporto di fiducia tra il popolo e i suoi uomini in armi. Una sfiducia che parte da lontano. Missioni incomprensibili, discutibili, costose, spesso contro gli interessi nazionali, sprechi e sperperi che hanno trasferito un’immagine di “casta” sulla quale fare ricadere le responsabilità di una classe politica inetta e svenduta, non più in grado di distinguere i propri interessi da quelli del popolo che li ha eletti. L’utilizzo dello strumento militare, il come, il dove e il quando lo decide la politica e solo la politica. Lo strumento è neutro e non può certo sindacare di volta in volta cosa ritiene giusto fare, o cosa ha voglia di fare o meno. Se diventi bene o male, dipende da come lo si usa e per cosa lo si usa.
Questo sentimento di distacco, favorisce l’isolamento difensivo e la chiusura in se stesso di un ambiente che può facilmente scivolare nella autoreferenzialità apportando nuova linfa al processo di “mercenarizzazione” della funzione militare. Si tenga conto che il mondo militare è un ambiente “muto” per natura e chiuso per necessità. Per coglierne il profondo smarrimento e i malumori bisogna esserci dentro e saperne sentire il brusio che monta crescente fino a diventare assordante. Una pentola a pressione, oggi schiacciata tra tagli di personale, di uomini e mezzi, e impieghi crescenti senza più avere la certezza del per chi e per cosa li si compie. Non cogliere questi pericolosi aspetti, sarebbe oggi un grave errore il cui prezzo si pagherà negli anni a venire.

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Il ministro della Difesa ha quindi spiegato che “la decisione del rientro in India dei due marò è stata una scelta sofferta e dolorosa ma in quel momento necessaria. Una scelta collegiale del governo”

14:07 – Non hanno eseguito un ordine, ma è stato per senso del dovere. Così il ministro della Difesa Giampaolo Di Paola racconta le ultime ore in Italia dei due marò e spiega la loro decisione di tornare in India. “Salvatore e Massimiliano hanno responsabilmente fatto propria questa decisione. Non è vero che è stato un ordine, non è stata obbedienza a un ordine ma al loro senso di responsabilità e del dovere, alla loro parola data”, ha detto Di Paola.

In questo modo, ha quindi spiegato il ministro, “anche loro con dolore hanno rispettato la divisa, spingendo indietro le loro emozioni e quelle delle loro famiglie”.”La decisione del rientro in India dei due marò è stata una scelta sofferta e dolorosa ma in quel momento necessaria. Una scelta collegiale del governo” ha spiegato Di Paola, a margine della cerimonia per l’anniversario dei 90 anni dalla costituzione dell’Aeronautica Militare. “Dico – ha quindi aggiunto il ministro – a Massimiliano e Salvatore che mi scuso che non sono stato capace di fare in modo che oggi fossero con noi in questa piazza“.
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Salvacondotti giudiziari, sindacalismi & diplomazie.28/03/2013C’è un filo nemmeno tanto sottile che lega la vicenda dei due lagunari costantemente in viaggio tra Italia e India e il sit in del Coisp in davanti al comune di Ferrara. Si chiama salvacondotto giudiziario. Che, in entrambi i casi e per meccanismi diversi, si è almeno parzialmente inceppato. E però gli inceppamenti rischiano di offuscare il centro effettivo delle questioni.La pagliacciata dell’avanti e indietro dei due marò segna oggi il suo punto più alto di teatralità, dopo l’inopinata riconsegna dei due fucilieri al governo Indiano, con il ministro degli Esteri Terzi e quello della Difesa Di Paola nel ruolo rispettivamente di Schettino e De Falco: manca solo un sonoro “torni a bordo, cazzo!” per completare la farsa. Mentre stiamo a chiederci cosa ci sia dietro l’irrituale gesto di Terzi, quali obiettivi si dia nella carriera politica e se effettivamente la domenica Brunetta dorma o meno, ci si spreca sulle interpretazioni del diritto internazionale secondo cui i due andrebbero giudicati da un tribunale del loro paese perdendo di vista alcune questioni fondamentali.Proviamo a sintetizzare. La petroliera italiana Enrica Lexie si trova in acque internazionali al largo del Kerala quando avviene l’”incidente”, la guardia costiera intima l’atterraggio, il comandante acconsente. Questo, che è il peccato originale, tutela gli interessi dell’armatore che in questo modo non incrina i propri rapporti con le autorità indiane e preserva le servitù di passaggio, ma dà agli indiani un vantaggio politico e negoziale assoluto. Da qui tutto il casino a seguire in cui la nostra diplomazia si muove in modo apparentemente dilettantesco. Per finire a riconsegnare (forse definitivamente) i due, nuovamente in nome della tutela di interessi economici. Che sono molti, c’è solo l’imbarazzo della scelta.

Salvo che la questione vera è un’altra. Quella relativa alla normativa che istituisce i Nuclei di Protezione Militare – a tutela dei beni e degli equipaggi di navi private che solcano rotte commerciali in acque potenzialmente pericolose – che lo Stato mette a disposizione. A pagamento. In altre parole lo Stato riscuote il premio di ingaggio di contractors in divisa e contrabbanda questo servizio a pagamento come segmento di non meglio precisate determinazioni Onu. Così che quando due cecchini graduati scambiano un peschereccio per un’imbarcazione pirata, vi scaricano sopra almeno venti colpi dei loro fucili d’assalto (altro che in aria o in acqua), assassinano un pescatore di 42 anni e uno di 18, se li possono serenamente riportare a casa e insabbiare facilmente tutta la faccenda. Salvo che il comandante – su indicazioni della proprietà – non combini una cazzata. Morale: stanno cercando di contrabbandare come eroi due esponenti di uno dei corpi militari maggiormente intriso di cultura fascista perché qualcosa nel salvacondotto che consente loro di vestire una divisa e fare fuoco impunemente su persone inermi non ha funzionato a dovere. Per motivazioni squisitamente economiche. E’di questo e non di altro che si dovrebbe discutere.

Stesso scenario attorno all’infame provocazione messa in scena dal Coisp, il più destro sindacato di polizia, ai danni della madre di Federico Alrdovandi. Lo striscione dice: “poliziotti in carcere, criminali fuori”. Il suo segretario generale Franco Maccari lo conosciamo bene. Da quando, nei giorni immediatamente successivi al G8 di Genova 2001, appariva in tutte le trasmissioni televisive a ribadire che tutti i diritti erano stati rispettati, che alla Diaz erano stati catturati i terroristi e i violenti, che a Bolzaneto si erano gestiti gli arresti nel massimo rispetto della dignità, che Carlo Giuliani era solo un piccolo delinquente e un sacco di altre balle che la Storia e i processi hanno abbondantemente smentito. Ora il pezzo di merda dice che non sapeva che la signora lavora in Comune (sic) ma, esperto di denunce e querele, la accusa di aver dato vita a una “contro manifestazione improvvisata e non autorizzata, abbandonando con altre persone il posto di lavoro” e contesta la foto di Aldro in quanto “non veritiera”. Fantastico assist alle autorità di Stato che al gran completo, partendo dalla ministra dell’Interno Cancellieri, possono “stigmatizzare”, badando bene però a non dare “giudizi sommari” (parole della ministra).

Anche qui ci sono alcuni elementi da mettere in evidenza. La storia di Aldro la conosciamo. Dalla chiamata al 118 alle sei di mattina al suo cadavere ammanettato, dalle menzogne e intimidazioni poliziesche al manganello spezzato contro le sue ossa, dalla disperata ricerca della verità da parte della sua famiglia alla condanna penale per i suoi quattro torturatori. Ma dobbiamo tenere a mente che quello Stato che oggi stigmatizza è lo stesso che tre anni fa ha offerto alla famiglia poco meno di due milioni di euro per far sì che recedesse dalla determinazione a costituirsi parte civile. Per capirsi: è lo stesso Stato che spende circa due milioni di euro al giorno per mantenere la nostra missione”di pace” in Afghanistan. E’lo stesso Stato in seno al quale viene amministrata una giustizia che condanna i quattro poliziotti assassini a solo tre anni e quattro mesi per omicidio colposo contro i quindici rifilati ai dimostranti accusati di aver danneggiato degli oggetti. Lo striscione dei fascisti del Coisp, debitamente supportati da fascisti doc in quota Fli, trae ragione di esistere solo dalla intransigenza del Tribunale di Sorveglianza presieduto da un giurista democratico quale è Franco Maisto, che in controtendenza (episodio più unico che raro) ha rigettato la richiesta di applicazione delle misure alternative alla detenzione in carcere per i sei mesi che, al netto dei benefici, residuano come pena effettiva da scontare. Anche se l’unica donna della squadra è riuscita in seguito ad ottenere la detenzione domiciliare.

Ma stiamo trattando di un’eccezione. Che, come sempre, conferma la regola. La regola è contenuta in quel pacchetto non scritto di norme che governa il Diritto di Polizia, che nessuna compagine governativa intende rivedere e che costituisce di fatto e da sempre un salvacondotto di impunità per i nostri killer in divisa. Per gli agenti delle nostre quattro polizie così come per i militari dei corpi scelti destinati a proteggere con le armi gli interessi privati. Vale la pena di non scordare l’atteggiamento bipartisan della politica parlamentare davanti alla richiesta di norme certe da anni vanamente formulata dai movimenti in ordine all’uso della forza da parte dei poliziotti, alle regole d’ingaggio, alla mancanza di qualsiasi elemento identificativo sulle divise, all’uso delle armi, al reato di tortura che giace da anni in commissione giustizia e da anni viene sistematicamente affossato. Nell’esprimere tutto il nostro affetto e la nostra solidarietà a Patrizia Moretti e ai suoi familiari siamo però consapevoli che di questa porcheria organizzata da Maccari e camerati presto ci dimenticheremo. Del prossimo assassinio che dovesse verificarsi per mano di qualcuno che indossa la divisa del servitore dello Stato dovremo invece ricordarci.

Marco Rigamo

http://www.globalproject.info/it/in_movimento/killer-elite/13894

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Quelle pressioni sull’India che Mario Monti ha evitato

Italia debole per scelta: c’erano armi diplomatiche efficaci, come lo stop all’ingresso nel Consiglio di Sicurezza

– Ven, 29/03/2013 – 08:34

L’Italia ha delle armi di pressione sull’India, mai usate con forza, per cercare di far tornare a casa i marò.

I marò italiani Salvatore Girone e Massimiliano Latorre

Non solo: i soldati francesi ammazzano due civili indiani e ne feriscono gravemente altri sei, nel Centrafrica, per errore.

Il presidente Hollande chiede scusa al premier Singh e il problema si risolve. Due pesi e due misure rispetto al caso di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone.
Quando si è dimesso in Parlamento il ministro degli Esteri Giulio Terzi ha accennato ad una precisa arma di pressione diplomatica nei confronti dell’India. Il governo di Delhi aspira ad entrare nel Gruppo dei Fornitori Nucleari (Nsg), un’organizzazione internazionale che controlla il trasferimento di materiale per le bombe atomiche. L’Nsg è nato nel 1974 in risposta al primo test nucleare indiano. L’Italia fa parte del gruppo e può ostacolare l’ingresso dell’India fino a quando non ci mollano i marò.

Delhi punta anche all’ingresso a pieno titolo, come membro permanente, nel Consiglio di sicurezza dell’Onu. Dal 2004 Brasile, India, Giappone e Germania hanno deciso di appoggiarsi a vicenda per entrare nel Consiglio in maniera definitiva. Il presidente americano Obama ha annunciato che «gli Usa lavorano ad una riforma del Consiglio di Sicurezza dell’Onu in cui si includa l’India come membro permanente». L’Italia appoggia la proposta di garantire un seggio permanente all’Unione Europea, ma non siamo riusciti a mobilitare gli alleati più importanti contro l’ingresso dell’India ai vertici dell’Onu, come arma di pressione nel caso dei fucilieri.

Nel frattempo, alimentata dai grillini in Parlamento, continua ad aleggiare la teoria dello scambio fra marò e commesse di Finmeccanica. L’ultima «pista» è quella di 100 siluri che vengono dati per venduti alla Difesa indiana, ma in realtà il contratto non è ancora chiuso. Il rientro a Delhi dei marò non ha a che fare con i 300 milioni di dollari di appalto. Lo dimostra il fatto che il ministro della Difesa indiano aveva annunciato la finalizzazione dell’accordo poche ore prima che a Roma decidessero il non rientro dei marò. E fonti del suo ministero l’hanno ribadito il 20 marzo quando non era ancora stato annunciato il voltafaccia. In pratica non esiste un «do ut des», anche se Finmeccanica poteva essere un potenziale obiettivo di rappresaglie economiche.

I marò sono accusati di aver ucciso due pescatori indiani, ma la loro responsabilità è ancora tutta da provare. A differenza dei soldati francesi che a Bangui, capitale della Repubblica Centrafricana, hanno ammazzato due civili indiani il 25 marzo. I francesi presidiavano l’aeroporto nel caos del crollo del regime. Gli indiani, su tre macchine, si stavano dirigendo verso lo scalo. Nonostante i colpi sparati in aria come avvertimento la piccola colonna non si è fermata. Una scena simile a quella del peschereccio scambiato per imbarcazione pirata dai nostri marò il 15 febbraio 2012. I soldati francesi hanno aperto il fuoco compiendo una strage. Parigi ha ammesso l’errore promettendo un’inchiesta francese. Il presidente Hollande ha inviato le scuse al governo di Delhi. Il premier Singh ha chiesto il rispetto dell’incolumità dei 100 indiani presenti a Bangui. Nessuno ha arrestato o chiesto di processare i militari di Parigi, come è capitato ai nostri marò.

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I retroscena. Marò, diplomazia, ma anche affari per 8 miliardi Video

Dietro lo scandalo che ha coinvolto Girone e Latorre ci sarebbero affari per 8 miliardi di euro e 400 aziende italiane che operano sul territorio indiano. La prima vittima dello strappo tra Italia e India è stata Finmeccanica: la disdetta di un’importante commessa spiegherebbe i tentennamenti del Governo Monti
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Napolitano concede la clemenza all’agente della Cia Joseph Romano condannato per la «rendition». Il Colle: «Soluzione a una vicenda ritenuta dagli Usa senza precedenti» e «delicata sotto il profilo delle relazioni bilaterali» ROMA. Per la corte d’Appello di Milano che lo ha condannato a cinque anni di reclusione insieme a una ventina di agenti della Cia, è stato uno dei protagonisti del rapimento di Abu Omar, l’ex imam di Milano prelevato e fatto sparire il 17 febbraio 2003 nel corso di una «extraordinary rendition» messe in atto dagli Stati uniti dopo l’11 settembre. Sentenza confermata il 19 settembre del 2012 dalla Cassazione. Ma il colonnello Joseph L. Romano III è sempre stato un imputato speciale per Washington che in passato ha espresso il suo disappunto per la condanna arrivando perfino a contestare la giurisdizione italiana su di lui. Malumori espressi più volte e ai quali ieri Giorgio Napolitano ha deciso di mettere fine concedendo la grazia all’ufficiale americano da tempo ormai in servizio presso il Pentagono. Una decisione che «mette fine a una situazione delicata» spiega una nota del Quirinale, e «ispirata allo stesso principio che si cerca di far valere per i nostri due marò in India». Immediata, e scontata, la reazione dell’ambasciata Usa a Roma più che soddisfatta per la decisione del capo dello Stato.

Non a caso Napolitano è visto dall’amministrazione americana come un interlocutore su cui poter contare, tanto da augurare solo due giorni fa una sua rielezione al Quirinale. Del resto la necessità di trovare una soluzione soddisfacente per Washington alla vicenda dell’ufficiale americano sarebbe stato uno dei problemi affrontati dal capo dello Stato durante la visita compiuta a febbraio negli Statai uniti. E i due ministeri della Giustizia, italiano e americano, da tempo avrebbero lavorato alla ricerca di una soluzione. Che alla fine è stata trovata.

La decisione di concedere la grazia non è stata però del tutto lineare. Ai tempi del sequestro di Abu Omar Romano era il responsabile della sicurezza della base di Aviano, la stessa dove l’iman venne portato nascosto dentro un furgoncino bianco e poi, a bordo di un aereo, spedito prima in Germania e poi in Egitto. E proprio grazie al suo ruolo – secondo l’inchiesta condotta dalla procura di Milano – Romano avrebbe consentito agli agenti della Cia con Abu Omar un ingresso sicuro alla base. Essendo, tra gli indagati di nazionalità americana, l’unico militare, la sua presenza sul banco degli imputati ha sempre imbarazzato Washington.

E sarà proprio per il ruolo svolto da Romano che, chiesta dal suo difensore, l’avvocato Cesare Graziano Bulgheroni, la domanda di grazia ha avuto però il parere negativo del procuratore generale di Milano. Via libera invece, da parte del ministero della Giustizia. Due, principalmente, le motivazioni con cui il Colle ha giustificato la decisione: la scelta da parte di Obama di cambiare l’approccio scelto per garantire la sicurezza interna che ha portato a «pratiche ritenute dall’Italia e dall’Unione europea incompatibili con i principi fondamentali di uno stato di diritto». Ma anche, prosegue la nota del Colle, per dar seguito alle modifiche apportate al codice di procedura penale con un dpr del 11 marzo 2013, modifiche che prevedono la rinuncia da parte del nostro ministero della Giustizia alla giurisdizione sui reati commessi dai militari Nato. Dpr messo a punto, sarà un caso, al ritorno dal viaggio negli Stati uniti. Per il Quirinale, insomma, la cosa importante era mettere fine a una situazione, la condanna di un militare americano per reati commessi in territorio italiano, giudicata anomala da Washington. E questo nonostante gli sforzi fatti dalla procura di Milano per affermare un principio come l’inviolabilità del territorio nazionale.

Principio che ritorna anche nelle motivazioni, rese note proprio ieri, che hanno portato alla condanna a 10 anni di reclusione di Niccolò Pollari proprio per il rapimento di Abu Omar. Per i giudici dell’Appello di MIlano l’ex direttore del Sismi avrebbe dovuto «tutelare la sovranità del nostro Paese», mentre invece permise «che venisse concretizzata una grave violazione della sovranità nazionale dando «appoggio» alla Cia nel sequestro dell’ex imam. Una persona, ricordano i giudici, che aveva lo «status di rifugiato politico» e che che quindi l’Italia avrebbe dovuto tutelare.

Leo Lancari
Fonte: www.ilmanifesto.it
6.04.2013

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Scioglimento dell’Arma dei Carabinieri e insediamento di un corpo militare sovranazionale
Autore Luca Martinelli – tratto da http://www.stampalibera.com/

Sul sito dell’U.N.A.C. (Unione Nazionale Arma Carabinieri) leggiamo una breaking news inquietante: ”L’Arma verso lo scioglimento. L’Unione Europea impone la smilitarizzazione della quarta Forza Armata e l’accorpamento dei carabinieri alla Polizia di Stato … L’Arma dei carabinieri in un futuro più o meno prossimo, ma certamente non remoto, è destinata ad un inevitabile scioglimento“.
Poco meno di due anni fa la Camera dei Deputati ratificava ad unanimità l’accordo europeo per la costituzione di una forza armata speciale, chiamata EGF.
La Forza di gendarmeria europea (Eurogendfor o EGF) è il primo Corpo militare dell’Unione Europea a carattere sovranazionale. La EGF è composta da forze di polizia ad ordinamento militare dell’UE in grado di intervenire in aree di crisi, sotto egida NATO, ONU, UE o di coalizioni costituite “ad hoc” fra diversi Paesi.

Eurogendfor può contare su una forza di 800 “gendarmi”mobilitabile in 30 giorni, più una riserva di altri 1.500; il tutto gestito da due organi centrali, uno politico e uno tecnico. Il primo è il comitato interdipartimentale di alto livello, chiamato CIMIN, acronimo di Comité InterMInistériel de haut Niveau, composto dai rappresentanti dei ministeri degli Esteri e della Difesa aderenti al trattato. L’altro è il Quartier generale permanente (PHQ), composto da 16 ufficiali e 14 sottufficiali (di cui rispettivamente 6 e 5 italiani). I sei incarichi principali (comandante, vicecomandante, capo di stato maggiore e sottocapi per operazioni, pianificazione e logistica) sono ripartiti a rotazione biennale tra le varie nazionalità, secondo gli usuali criteri per la composizione delle forze multinazionali.

Non si tratta quindi di un vero corpo armato europeo, un inizio di esercito unico europeo, nel qual caso si collocherebbe alle dipendenze di Commissione e Parlamento Europeo, ma di un semplice corpo armato sovra-nazionale che, in quanto tale, gode di piena autonomia. Infatti, la EGF non è sottoposta al controllo dei Parlamenti nazionali o del Parlamento europeo, ma risponde direttamente ai Governi, attraverso il citato interministeriale (CIMIN)

L’articolo 21 del trattato di Velsen, con cui viene istituito questo corpo d’armata sovranazionale, prevede l’inviolabilità dei locali, degli edifici e degli archivi di Eurogendfor.

L’articolo 22 immunizza le proprietà ed i capitali di Eurogendfor da provvedimenti esecutivi dell’autorità giudiziaria dei singoli stati nazionali.

L’articolo 23 prevede che tutte le comunicazioni degli ufficiali di Eurogendfor non possano essere intercettate.

L’articolo 28 prevede che i Paesi firmatari rinuncino a chiedere un indennizzo per danni procurati alle proprietà nel corso della preparazione o esecuzione delle operazioni.

L’articolo 29 prevede infine che gli appartenenti ad Eurogendfor non potranno subire procedimenti a loro carico a seguito di una sentenza emanata contro di loro, sia nello Stato ospitante che nel ricevente, in tutti quei casi collegati all’adempimento del loro servizio.

Nel trattato di Velsen c’è un’intera sezione intitolata “Missions and tasks“, in cui si apprende che Eurogendfor potrà operare “anche in sostituzione delle forze di polizia aventi status civile”, in tutte le fasi di gestione di una crisi e che il proprio personale potrà essere sottoposto all’autorità civile o sotto comando militare.

Tra le altre cose, rientra nei compiti dell’Eurogendfor:

– garantire la pubblica sicurezza e l’ordine pubblico

– eseguire compiti di polizia giudiziaria (anche se non si capisce per conto di quale Autorità Giudiziaria)

– controllo, consulenza e supervisione della polizia locale, compreso il lavoro di indagine penale

– dirigere la pubblica sorveglianza

– operare come polizia di frontiera

– acquisire informazioni e svolgere operazioni di intelligence

Il 14 maggio 2010 la Camera dei Deputati della Repubblica Italiana ratifica l’accordo. Presenti 443, votanti 442, astenuti 1. Hanno votato sì 442: tutti, nessuno escluso. Poco dopo anche il Senato dà il via libera, anche qui all’unanimità. Il 12 giugno 2010 il Trattato di Velsen entra in vigore in Italia. La legge di ratifica n° 84 riguarda direttamente l’Arma dei Carabinieri, che verrà assorbita nella Polizia di Stato, e questa degradata a polizia locale di secondo livello. Allo stesso tempo, l’art.4 della medesima legge introduce i compiti dell’Eurogendfor, tra cui:

a) condurre missioni di sicurezza e ordine pubblico;

c) assolvere a compiti di sorveglianza pubblica, gestione del traffico, controllo delle frontiere e attivita’ generale d’intelligence;

e) proteggere le persone e i beni e mantenere l’ordine in caso di disordini pubblici.

In pratica, significa che avremo per le strade poliziotti veri e propri, che non rispondono direttamente delle loro azioni nè allo Stato italiano, nè all’Unione Europea.
Forse non è a rischio solo lo scioglimento della Beneamata Arma ,potrebbe essere a rischio la sovranità nazionale.

Dal sito: Quinto Potere

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La lettera divulgata dell’ex Generale dei Carabinieri Antonio pappalardo, (vedi Antonio Pappalardo: “E’ Giunta l’ora che Qualcuno ai Vertici dell’Arma,se ne vada a casa”) evidenzia, tra le altre cose, come siano aumentati negli ultimi anni i casi di suicidio tra i Carabinieri: un aumento forse maggiore a quello registrato in generale, a causa dei dilaganti problemi economici.

Della questione ne sentiamo parlare poco, ha poca risonanza, salvo casi particolarmente eclatanti. Ma scorrendo i risultati di una ricerca su Google è subito evidente come i casi recenti siano numerosi, e si scopre che il magazine online carabinieriditalia.it aveva denunciato la questione già due anni fa: (vedi l’articolo Fenomeno dei suicidi – cosa sta succedendo nell’Arma? – Aumentati a dismisura i casi riguardanti Carabinieri che si sono tolti la vita su carabinieriditalia.it)

Come mai un numero crescente di Carabinieri si sono suicidate? Per cause connesse alla loro vita personale oppure al loro lavoro? Spesso a suicidarsi sono anche persone con un certo “grado”,

Visto il ruolo delicato che svolgono, la questione dovrebbe essere affrontata seriamente, sopratutto nell’interesse del personale.

Conoscete la vicenda del Maresciallo Antonio Cautillo?

Potete leggere “UN CASO ABERRANTE, ANTONIO CAUTILLO” e “LETTERA AL COMANDANTE GENERALE DEI CARABINIERI Leonardo GALLITELLI ed al Gen. Saverio COTTICELLI presidente CoCeR CC

Staff nocensura.com

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CARABINIERI: PDM, PERCHE’ L’ARMA TACE SUI SUICIDI?

Roma 13 marzo – “Il giorno 17 febbraio scorso a Roma si sono tolti la vita due militari dell’Arma dei Carabinieri. Si tratta dell’Appuntato D.L., nato a Chieti il 10/06/1974, in servizio presso la 1^ Sez. del Nucleo Radiomobile di Roma deceduto a causa di un colpo arma da fuoco alla testa, esploso con l’arma in dotazione, e il Maresciallo Capo L. I., nato a Roma il 26/09/1971, in servizio presso lo Stato Maggiore Difesa – Centro Formazione Logistica Interforze deceduto per impiccamento.” Ne danno notizia il deputato radicale Maurizio Turco e Luca Marco Comellini, segretario del partito per la tutela dei diritti di militari e forze di polizia (Pdm) – “Ci domandiamo il perché di queste morti, avvenute lo stesso giorno e nella stessa città, ma soprattutto ci domandiamo per quale motivo fino ad oggi non si era venuto a sapere nulla, come se i vertici dell’Arma avessero voluto nascondere dei tragici episodi che si aggiungono ad una già lunga lista. A questo punto ci chiediamo anche quanti siano realmente i casi di suicidio che hanno visto coinvolti dei carabinieri nel corso degli ultimi anni. Alle famiglie dei militari morti vanno le nostre più sentite condoglianze.”

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Quei Carabinieri suicidi che non interessano a nessuno!

Inseguo ancora la tragica cronaca dei suicidi,  le domande a cui non troverò mai risposte aumentano. Il dubbio che nell’Arma dei Carabinieri vi sia qualcosa che favorisca i più “deboli” a farla finita aumenta ogni giorno che passa.

La tragica notizia arriva ancora dalla Sardegna, un Appuntato Scelto di 51 anni con moglie e figli, effettivo alla stazione rurale di Iloghe (Dorgali), si è abbandonato al suono sordo della sua calibro nove, le motivazioni sono sempre quelle, una generica depressione…. ma questi nostri Carabinieri sono tutti depressi ?

Un dato sconcertante quello che l’Arma sta facendo balzare agli occhi delle cronache locali in questi primi mesi del 2013, nessuna di queste tragiche morti, che travalicano evidentemente le statistiche in rapporto con la popolazione civile, stimolano le più alte istituzioni dello Stato a fare il punto, a chiedere spiegazioni, a mettere di fronte a tutti che nella benemerita arma c’è qualcosa che non và…e non passa un mese che qualcuno si annienti!!

Nessuno si sente colpito nel profondo da notizie cosi tragiche e tristi, è mai possibile che i più alti vertici al comando dei più importanti custodi delle democrazia quali sono i Carabinieri non  si riuniscano intorno a un  tavolo per capire qual è il male che affligge quelle persone che fanno fare loro carriera ?

Cosa aspettano ? Che se non sarà la storia o un decreto legge a sciogliere il corpo saranno i loro stessi uomini ad annientarsi tutti  ??? Quanti morti ancora vogliamo piangere ?

Quante famiglie distrutte dovremo ancora donare alla bandiera per la miopia di generali così distanti dalla truppa da non essere capaci di mettere un freno a questa epidemia di depressioni che, guarda caso, coinvolgono con maggiore propensione solo gli appartenenti all’Arma dei Carabinieri ?

Nessuno si aspetta un’ ammissione di singola responsabilità così come nessuno si aspetta che dall’oggi al domani si possano risollevare le sorti di un corpo che più di altri, evidentemente, sta soffrendo del clima di distruzione e devastazione che tutte le istituzioni dello Stato stanno affrontando ma da chi ha l’obbligo morale di intervenire ci si aspetta non solo pubblico cordoglio, che spesso non c’è, ma politiche di contrasto a un fenomeno odioso che certamente non può essere eliminato ma deve essere con ogni mezzo contrastato.

Vogliamo forse che la magistratura cominci a indagare in maniera pressante per “istigazione al suicidio” i superiori di questi militari ? Non ci si può auspicare tutte le volte un intervento delle toghe per stimolare le istituzioni a sanificare se stesse, i magistrati dovrebbero interessarsi di altro!!!!

Dovremmo forse dare credito al Generale Gasparri che, nel suo delirio di onnipotenza, davanti a una platea di giovani ufficiali disse che quei militari  suicidi non sono altro che poveri psicolabili disadattati alla condizione militare ? (http://www.forzearmate.org/sideweb/2012/archivio/645-120629-suicidio-carabinieri.php )

Mi chiedo, a questo punto, visti i recenti numeri, quanto l’Arma dei Carabinieri curi l’aspetto del benessere psicofisico dei propri appartenenti considerato anche che se alle selezioni psicoattitudinali sono stati incorporati, perfettamente idonei al porto della “Beretta”, è mai possibile che nessuno si sia accorto che, di fatto,  erano diventati degli psicolabili con la pistola ?

Possono anche addebitare il singolo episodio  depressivo al singolo soggetto così da lavarsi la coscienza, possono anche sperare che tutto si dissolva con qualche riga sparpagliata in cronaca locale confidando nel disinteresse generale che spesso queste vicende portano con sé  ma se quelle sono le parole di un navigato generale della nostra Benemerita Arma qualcuno gli dica che, in qualsiasi modo la voglia porre, vista la quantità dei casi che la cronaca ci regala, è impossibile non ritenere che la catena gerarchica, in più di qualche caso, non abbia enormi responsabilità quanto meno morali…ma la morale, evidentemente, non fa fare carriera a nessuno.

Onore ai nostri Carabinieri.

Michele Rinelli – In Giacca Blu

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Perché viene “suicidato” un tenente dei carabinieri

 martedì 25 2012

Il 28 ottobre del 2010 l’ANSA dirama la notizia del suicidio di un tenente dei carabinieri. Un suicidio strano, uno di quelli che, fin da piccolo, mi facevano montare una rabbia incontenibile, che mi facevano voglia di urlare la stupidità di chi legge i giornali, che mi facevano paura non tanto per l’evento in sé, quanto per l’indifferenza da cui era accolta la notizia anche nell’ambiente in cui la persona uccisa viveva.

Le stranezze di questo omicidio sono infatti molte.
La prima è che Claudia Racciatti, questo il nome della donna tenente “suicidata” in caserma, era un po’ la testimonial dell’Arma dei Carabinieri: era comparsa nel calendario ufficiale stampato dall’Arma e in alcune pubblicità. Non si tratta quindi di una morte qualunque, ma di una morte che dovrebbe destare maggiore interesse, curiosità e sospetto.
La seconda stranezza è che la donna si sarebbe suicidata proprio in caserma. Uno strano posto per suicidarsi; in genere chi si uccide lo fa in luoghi isolati, lontano dalla folla, quando la disperazione giunge al culmine, non quando è in mezzo a colleghi, amici, e conoscenti. Vero è che di suicidi in caserma, tra polizia e carabinieri, ce ne sono una marea; ma è altrettanto vero che, appunto, in genere non si tratta di suicidi.
La terza stranezza è che la donna si sarebbe suicidata con due colleghi nella stanza che erano lì per interrogarla su alcuni ammanchi per i quali era stata a lei la responsabilità. In altre parole la donna avrebbe preso una pistola in presenza di questi due colleghi e si sarebbe sparata, senza che costoro abbiano fatto in tempo a fermarla. La cosa è certamente possibile (se la pistola aveva già il colpo in canna, la donna potrebbe aver approfittato di una momentanea distrazione dei colleghi e aver fatto in tempo a spararsi), ma abbastanza improbabile.
La quarta stranezza è il motivo del suicidio. Pare infatti – questa è la stronzata riferita dai giornali (chiedo scusa per il termine, ma utilizzare termini normali e politicamente corretti a fronte di queste assurdità è ridicolo, non ci sono altri modi per definire come l’informazione ufficiale tratta questi argomenti) – che la donna avesse rubato qualcosa ai colleghi e stesse per essere accusata di furto. La motivazione non sta in piedi per tanti motivi: perché chi è veramente un ladro non si suicida appena la cosa sta per essere resa nota ma casomai tenta di difendersi, di giustificarsi, ma certamente non si toglie la vita. Chiunque sappia poi come vanno davvero le cose all’interno della polizia e dei carabinieri sa che in linea di massima vengono puniti solo quelli che fanno il loro dovere, che per minime manchevolezze vengono trasferiti, cambiati di mansione, subiscono procedimenti o altro; ma chi ruba, chi commette atti gravi, in genere rimane impunito (l’esempio più eclatante in tal senso è quello della banda della Uno bianca, che terrorizzò l’Emilia Romagna per anni; era evidente a chiunque fosse un esperto di armi e strategie militari che si trattava di azioni commesse da personale addestrato militarmente, ma i componenti della banda furono coperti per anni ad alti livelli; il poliziotto che indagò su di loro e incastrò i fratelli Savi invece venne trasferito per punizione. Altro esempio eclatante è il caso del generale dei carabinieri Ganzer, processato per traffico di droga mentre continuava a rimanere al suo posto; o il caso del generale dell’esercito Marchetti, che uccise la figlia Sonia ma nessuno mosse un dito per prendere il benché minimo provvedimento nonostante le documentate denunce della moglie Milica Cupic; in compenso in questi anni ho conosciuto poliziotti e carabinieri trasferiti o puniti per aver omesso una firma su un verbale o per una banale dimenticanza in un incombenza d’ufficio).
Ad ogni modo è assurdo che quando qualcuno si suicida i giornali tirino spesso fuori questa ridicola teoria del furto; anche nel caso del suicidio di un altro carabiniere (il comandante di stazione Angelo Simone, suicidatosi dopo aver ucciso il commilitone Angelo Nella a giugno di quest’anno) i giornali hanno ipotizzato che l’omicidio-suicidio fosse avvenuto perché il comandante era preoccupato a causa di un accusa di furto di carburante (sic!). Altra tragedia in caserma, altro suicidio. Altro disinteresse. Altro silenzio.
La cosa curiosa è che Claudia Racciatti compariva in una foto del calendario proprio nel mese di ottobre.
Un’altra stranezza sta poi non tanto nel suicidio in sé, quanto nell’atteggiamento dei media. Quotidiani e TG sempre pronti ad interessarsi della nuova camicia indossata da Michele Misseri per dire l’ultima idiozia a cui non crede nessuno, nemmeno lui stesso, e per indagare sul numero di amanti di Salvatore Parolisi, o sul nome dei siti porno che era solito guardare, si disinteressano a questa vicenda come se non interessasse nessuno; nessuna domanda ai due colleghi che erano nella stanza di Claudia Racciatti; nessuna domanda sui motivi reali del suicidio, nessuna notizia, niente di niente. Solo qualche trafiletto delirante sull’Ansa, come quello in cui si dice “il tragico episodio comunque non è avvenuto davanti ad un battaglione” e qualche articolo di giornale.
Mi sono sempre domandato il motivo di questa morte. Perché si può uccidere una persona in una caserma? Quale può essere il motivo?
Che fosse un omicidio rituale lo capivo dalle iniziali del nome, con l’acronimo CR che rappresenta una delle firme dei Rosacroce, dalla data e da altri particolari. Ma la mia domanda era il perché. Un omicidio rituale indica un rito; ma un rito deve essere finalizzato a qualcosa e allora la domanda è: a cosa serve questo rito? Mi sono portato appresso questa domanda per diversi anni finché in un libro di Dion Fortune ho trovato la risposta. Prima di fornirla ai lettori voglio però spiegare chi sia Dion Fortune per chi non la conosce.
Dion Fortune è una delle esoteriste più famose al mondo. Insieme a Aleister Crowley, Israel Regardie e Arthur Edward Waite, è l’esoterista che ha maggiormente contribuito alla diffusione dell’esoterismo anche tra coloro che non sono “iniziati” ad una confraternita segreta. Chiunque decidesse di studiare da solo l’esoterismo (come il sottoscritto ad esempio) finisce per perdersi in un caos di volumi incomprensibili e apparentemente senza alcuna logica. Lei invece fornisce in alcuni volumi (in particolare “Magia applicata”, “La dottrina cosmica” e “La battagli magica d’Inghilterra”) le basi dell’esoterismo comprensibili anche a non iniziati. Inoltre, la studiosa ha fatto anche un’altra cosa molto importante: nei suoi romanzi ha inserito molti dei concetti che non si possono trasmettere oralmente o per iscritto. In altre parole, per evitare l’accusa di tradimento, con le conseguenze che essa porta, ha inserito nei suoi romanzi a contenuto esoterico molti segreti altrimenti intrasmissibili, e ha fornito importanti indicazioni sul modus operandi delle società segrete.
Ho potuto così trovare una conferma a molte tesi che finora avevo solo intuito o che mi erano state fornite oralmente (ad esempio quella relativa alla legge del contrappasso, che in un suo romanzo è spiegato in modo chiaro).
In particolare la Fortune fornisce una chiave di lettura per alcuni omicidi inspiegabili, come questo di Claudia Racciatti.
Ora, occorre considerare che la Fortune non era solo un’iniziata e una maga, fondatrice di una sua confraternita tuttora operante, ma era transitata per la Golden Dawn, per l’Ordine della Rosa Rossa, e per diverse altre società segrete. E’ quindi una persona che quel mondo lo conosceva bene.
Secondo l’autrice, per ogni evento importante che accade nella storia, occorre un sacrificio umano, di una o più persone.
Per la costruzione di un tempio, devono essere sacrificate una o più vite umane. Per la costruzione di una città, di un palazzo, per far nascere una nuova associazione, organizzazione, per promuovere un evento, occorre un sacrificio.
La vittima deve avere delle caratteristiche che richiamano – nel nome, nella professione, o nella sua vita personale, o nell’aspetto – le particolarità dell’evento che si vuole propiziare.
Per capire il motivo per cui è stata uccisa la donna tenente, quindi, bisogna vedere cosa succede in quel periodo nell’Arma dei Carabinieri.
Nel 2010 l’Arma dei Carabinieri è in una fase delicata perché è da poco nata Eurogendfor, la nuova super polizia europea, che porterà allo smantellamento dell’Arma, destinata ad essere soppressa per confluire nella nuova struttura.
Il trattato di Velsen, con cui nasce Eurogendfor, è dell’ottobre 2007 e viene ratificato in Italia a maggio del 2010. E’ proprio dal 2010, quindi, che la nascita della nuova superpolizia – la cui base è a Vicenza – viene ufficializzata e diventa sempre più operativa.
L’uccisione del tenente Claudia Racciatti costituisce quindi un sacrificio per propiziare la nascita della nuova struttura e ritualizzare la fine dell’Arma dei Carabinieri.
Nessuno meglio di lei era idonea a rappresentare l’Arma dei Carabinieri, dato che col suo bel volto aveva fatto da testimonial all’Arma.
Siccome spesso i sacrifici richiesti per un’operazione su larga scala non sono unici, ritengo rientrino nello stesso schema altri suicidi strani. Ad esempio il suicidio di un carabiniere di 43 anni che si uccide a Viterbo, il 14 maggio 2010, nel quartiere Santa Barbara. Non solo Santa Barbara è la protettrice dei militari, ma guarda caso il 14 maggio è anche la data in cui viene promulgata la legge che ratifica il trattato di Velsen.
Anche questo quindi deve essere un rito, per accompagnare la legge con cui è promulgata la legge che sancisce in via definitiva la fine dell’Arma dei Carabinieri.
In fondo, la fine dell’Arma dei Carabinieri, e la nascita di un nuova struttura, sono eventi storici, di quelli che lasciano il segno nella storia di una nazione come la nostra, e i sacrifici devono essere tanti. Il sangue versato deve essere molto. Chissà quindi quante sono le morti da collegare alla nascita di Eurogendfor e alla soppressione dei Carabinieri.
E chissà, forse collegata a questa pista è la strage di Porto Viro, in provincia di Rovigo, avvenuta sempre nel mese di ottobre, ma di quest’anno. Ancora una volta una strage, in una caserma dei carabinieri, in cui muoiono tre persone: due carabinieri e la moglie del comandante della stazione. Manco a dirlo, l’assassino dopo la strage si è suicidato: il modo migliore per archiviare tutto e non fare alcuna indagine, per mettere tutto a tacere, e continuare ad occuparsi di Michele Misseri, del falso duello Bersani-Renzi, e per far finta che la realtà sia quella che raccontano i giornali, mentre noi, che vediamo delitti rituali ovunque, siamo un filino paranoici. In fondo, che ci sarà mai di strano in tutti questi carabinieri che si suicidano?
A coloro che, leggendo questo articolo, penseranno che mi sia bevuto il cervello e che l’idea di uccidere una persona a fini sacrificali sia una follia, rispondo che è vero, è una follia. Un delirio. Ma occorre soffermarsi a riflettere che le persone che decidono la morte di un carabiniere a fini sacrificali, sono le stesse che decidono di muovere una guerra all’Iraq e fare un milione e mezzo di morti raccontandoci la favoletta prima delle armi chimiche e poi del petrolio di Saddam, oppure dell’attacco alla Libia per difendere le popolazioni civili dalla cattiveria di Gheddafi, e la maggior parte della gente si beve queste idiozie e si abitua a tutti questi morti; e per questi esseri, la morte di qualche carabiniere, raccontandoci poi la storiella del suicidio avvenuto per il timore di un’azione disciplinare, non conta nulla. Loro sanno perfettamente che chi crede alla storia dei dittatori cattivi Gheddafi e Saddam crederanno pure alla storia del gesto di follia, e non potranno mai credere agli omicidi rituali, né tantomeno potranno mai capirne la ragione.
La follia di certi esseri determina la morte di milioni di persone in guerra, o di singole persone come i carabinieri che si suicidano senza apparente motivo; la follia e l’idiozia della maggior parte delle persone, che pensano di sapere tutto e aver capito tutto del mondo in cui viviamo, unite all’ignoranza dei magistrati e degli organi di PG deputati alle indagini, assicura che questi fenomeni rimangano impuniti per sempre.
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http://www.meteoservice.it/forum/showthread.php/22934-26-aprile-2013-I-nostri-2-maro-rischiano-veramente-la-pena-di-morte?p=210488venerdì 26 aprile 2013
New Delhi – Nonostante le obiezioni sollevate dalla difesa dei due maro’ e dalle stesse autorita’ italiane, la Corte Suprema dell’India ha disposto l’affidamento alla Nia, la polizia anti-terrorismo nazionale, delle indagini sul duplice omicidio di cui sono accusati Massimiliano Latorre e Salvatore Girone: lo ha reso noto l’emittente televisiva ‘NdTv’.
Il presidente del massimo organismo giudiziario indiano Altamas Kabir, a capo di una sezione di tre giudici, ha letto una breve ordinanza scritta in cui si dice che ”non e’ responsabilita’ della Corte Suprema decidere quale tipo di agenzia di polizia utilizzare per le indagini”.
I giudici hanno quindi lasciato al governo la facolta’ di usare l’organismo ”piu’ appropriato” e anche la scelta delle leggi da applicare. L’Italia aveva contestato duramente il ricorso a una legge sulla sicurezza marittima (Sua Act) che prevedeva sulla carta fino a una possibile pena di morte. La Corte ha poi detto che ”il tribunale speciale” che dovra’ giudicare i due maro’ ”deve essere esclusivamente dedicato a quel caso” e ”dovra’ operare con ritmo quotidiano”. Tali condizioni erano gia’ state stabilite nella sentenza del 18 gennaio in cui si trasferiva la giurisdizione dallo stato del Kerala a New Delhi.
Su richiesta dell’avvocato dei maro’ Mukul Rohatgi, il giudice Kabir ha aggiunto peraltro nella sua ordinanza che l’Italia ha la possibilita’ di presentare ricorso ”nelle sedi appropriate” contro l’utilizzazione della Nia. E’ stato anche precisato che i due fucilieri rimangono in liberta’ su cauzione e che continueranno a risiedere nell’ambasciata d’Italia a New Delhi.
L’Italia il 16 aprile scorso aveva depositato una memoria nella quale eccepiva la mancanza di giurisdizione sul caso da parte della stessa Nia, e contestava il riferimento, contenuto nella relazione preliminare stilata da quest’ultima, a una legge del 2002 in materia marittima che prevede la pena di morte per atti di terrorismo o di pirateria coinvolgenti navi battenti la bandiera indiana: reclamava pertanto l’eliminazione di tale riferimento dal testo, e la conseguente attribuzione dell’inchiesta alla Cbi, la comune polizia criminale.
Tutte le richieste sono pero’ state respinte.
La Corte ha ordinato alla Nia non soltanto di mantenere la titolarita’ delle indagini, ma altresi’ di “completarle speditamente”. Ha inoltre ribadito che la competenza esclusiva a giudicare Latorre e Girone resta alla Patiala House Court di New Delhi, uno speciale collegio istituito ad hoc in relazione alla vicenda. La pronuncia, attesa per ieri, era stata rinviata di 24 ore per l’assenza dall’aula del procuratore generale. La possibilita’ quanto meno teorica che la pena capitale sia inflitta ai maro’, qualora riconosciuti colpevoli dell’uccisione di due pescatori il 15 febbraio 2012 al largo della costa dello Stato sud-occidentale del Kerala, contrasta con il solenne impegno in senso opposto, assunto personalmente circa due settimane fa dal premier Manmoan Singh con l’omologo italiano Mario Monti.
RED.ilnord.it

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I due marò (d chiunque siano) erano agli ordini di qualcuno e qualcuno ha dato loro degli ordini.
Dove stanno adesso quelli che hanno dato gli ordini?

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