Il sogno delle due colonne

Tra i sogni di Don Bosco, uno dei più noti è quello conosciuto con il titolo di “Sogno delle due colonne”.


Lo raccontò la sera del 30 maggio 1862.

“Figuratevi – disse – di essere con me sulla spiaggia del mare, o meglio sopra uno scoglio isolato, e di non vedere attorno a voi altro che mare. In tutta quella vasta superficie di acque si vede una moltitudine innumerevole di navi ordinate a battaglia, con le prore terminate a rostro di ferro acuto a mo’ di strale. Queste navi sono armate di cannoni e cariche di fucili, di armi di ogni genere, di materie incendiarie e anche di libri. Esse si avanzano contro una nave molto più grande e alta di tutte, tentando di urtarla con il rostro, di incendiarla e di farle ogni guasto possibile.
A quella maestosa nave, arredata di tutto punto, fanno scorta molte navicelle che da lei ricevono ordini ed eseguiscono evoluzioni per difendersi dalla flotta avversaria. Ma il vento è loro contrario e il mare agitato sembra favorire i nemici.
In mezzo all’immensa distesa del mare si elevano dalle onde due robuste colonne, altissime, poco distanti l’una dall’altra. Sopra di una vi è la statua della Vergine Immacolata, ai cui piedi pende un largo cartello con questa iscrizione: “AUXILIUM CHRISTIANORUM; sull’altra, che è molto più alta e grossa, sta un’OSTIA di grandezza proporzionata alla colonna, e sotto un altro cartello con le parole: “SALUS CREDENTIUM”.
Il comandante supremo della grande nave, che è il Romano Pontefice, vedendo il furore dei nemici e il mal partito nel quale si trovano i suoi fedeli, convoca intorno a sé i piloti delle navi secondarie per tenere consiglio [Concilio Vatic.I?] e decidere sul da farsi. Tutti i piloti salgono e si adunano intorno al Papa. Tengono consesso, ma infuriando sempre più la tempesta, sono rimandati a governare le proprie navi.
Fattasi un po’ di bonaccia, il Papa raduna intorno a sé i piloti per la seconda volta [Concilio Vatic.II?], mentre la nave capitana segue il suo corso. Ma la burrasca ritorna spaventosa.
Il Papa sta al timone e tutti i suoi sforzi sono diretti a portare la nave in mezzo a quelle due colonne, dalla sommità delle quali tutto intorno pendono molte ancore e grossi ganci attaccati a catene.
Le navi nemiche tentano di assalirla e farla sommergere: le une con gli scritti, con i libri, con materie incendiarie, che cercano di gettare a bordo; le altre con i cannoni, con i fucili, con i rostri. Il combattimento si fa sempre più accanito; ma inutili riescono i loro sforzi: la grande nave procede sicura e franca nel suo cammino. Avviene talvolta che, percossa da formidabili colpi, riporta nei suoi fianchi larga e profonda fessura, ma subito spira un soffio dalle due colonne e le falle si richiudono e i fori si otturano.
Frattanto i cannoni degli assalitori scoppiano, i fucili e ogni altra arma si spezzano, molte navi si sconquassano e si sprofondano nel mare. Allora i nemici, furibondi, prendono a combattere ad armi corte: con le mani, con i pugni e con le bestemmie.

A un tratto il Papa, colpito gravemente, cade. Subito è soccorso, ma cade una seconda volta e muore. Un grido di vittoria e di gioia risuona tra i nemici; sulle loro navi si scorge un indicibile tripudio.
Senonché, appena morto il Papa, un altro Papa sottentra al suo posto. I piloti radunati lo hanno eletto così rapidamente che la notizia della morte del Papa giunge con la notizia della elezione del suo successore. Gli avversari cominciano a perdersi di coraggio.

Il nuovo Papa, superando ogni ostacolo, guida la nave in mezzo alle due colonne, quindi con una catenella che pende dalla prora la lega a un’ancora della colonna su cui sta l’Ostia, e con un’altra catenella che pende a poppa la lega dalla parte opposta a un’altra ancora che pende dalla colonna su cui è collocata la Vergine Immacolata.
Allora succede un gran rivolgimento: tutte le navi nemiche fuggono, si disperdono, si urtano, si fracassano a vicenda. Le une si affondano e cercano di affondare le altre, mentre le navi che hanno combattuto valorosamente con il Papa, vengono anch’esse a legarsi alle due colonne. Nel mare ora regna una grande calma “.

A questo punto Don Bosco interroga Don Rua:

– Che cosa pensi di questo sogno?

Don Rua risponde:

– Mi pare che la nave del Papa sia la Chiesa, le navi gli uomini, il mare il mondo. Quelli che difendono la grande nave sono i buoni, affezionati alla Chiesa; gli altri, i suoi nemici che la combattono con ogni sorta di armi. Le due colonne di salvezza mi sembra che siano la devozione a Maria SS. e al SS. Sacramento dell’Eucaristia.

– Hai detto bene – commenta Don Bosco -; bisogna soltanto correggere una espressione. Le navi dei nemici sono le persecuzioni. Si preparano gravissimi travagli per la Chiesa. Quello che finora fu, è quasi nulla rispetto a quello che deve accadere. Due soli mezzi restano per salvarsi fra tanto scompiglio: Devozione a Maria SS., frequente Comunione (M.B. V11,169). 

Da “I Sogni di Don Bosco”, a cura di Pietro Zerbino, LDC Leumann, 1987

Riproduzione di un quadro venerato nella Chiesa di S.Giovanni Evangelista in Torino. Nell’immagine Don Bosco indica la Madonna venerata con il titolo di Ausiliatrice. Sullo sfondo il Santuario, voluto dalla Madonna a Torino, dedicato all’Ausiliatrice.

Don Bosco, il Santo dell’“Ausiliatrice”

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2012. 150 dal Sogno di Don Bosco

Ha 150 anni il famoso sogno di don Bosco, detto delle due colonne, e immortalato dal pittore Mario Barberis nella Basilica di Maria Ausiliatrice. Famoso ma anche importante perché ci mostra l’apprensione di Don Bosco per le difficoltà della Chiesa Cattolica in quegli anni e negli anni avvenire (il sogno infatti ha anche una certa valenza profetica, perché sembra riferirsi alle vicende del Concilio Vaticano I, di otto anni dopo!) e nello stesso tempo due dei punti fermi della spiritualità del Santo dei giovani: Gesù Cristo presente nell’Eucaristia e Maria SS. Immacolata.
La spiritualità di Don Bosco era fortemente cristologica: anche per lui, come per tutti i Santi, il riferimento centrale era Gesù Cristo, Figlio di Dio e Figlio di Maria, presente realmente nel suo dono supremo dell’Eucaristia. Diceva: “Gesù Cristo sarà sempre nostro maestro, nostra guida, nostro modello… e alla fine sarà nostro giudice”. Per lui il Cristo era la sorgente di ogni santità e l’Eucaristia la fonte di ogni grazia. Per questo motivo egli raccomandava la visita in chiesa e soprattutto la comunione frequente: il Pane eucaristico era visto da Don Bosco come il pane dei forti, da ricevere spesso per essere forti e affrontare così le difficoltà della vita spirituale. Così diceva ai suoi ragazzi.
Nella vita di Don Bosco è fortemente presente anche Maria di Nazaret, fin dai primi anni di vita, grazie all’educazione datagli da Mamma Margherita. Su di lei Don Bosco diceva ai ragazzi: “Maria Ss. ci ha sempre fatto da Madre…. Un sostegno grande per voi, un’arma potente contro le insidie del demonio l’avete, o cari giovani, nella devozione a Maria Santissima”. “Maria ci assicura che se saremo suoi devoti, ci annovererà tra i suoi figli, ci coprirà col suo manto, ci colmerà di benedizioni in questo mondo per ottenerci poi il Paradiso”. Don Bosco raccomandò prima il titolo di Immacolata, poi con quello di Ausiliatrice (costruzione della Basilica omonima a Valdocco negli anni 1864-1867), per cui nella Chiesa è conosciuto anche come apostolo di Maria Ausiliatrice.
C’è il terzo elemento nel quadro: il papa. Don Bosco non fu un battitore libero e indipendente. Tutta la sua opera per i giovani, la formazione spirituale che dava loro, era all’interno di tutto ciò che la Chiesa Cattolica credeva e predicava. Si sentiva parte della Chiesa Cattolica, che difese con tutti i mezzi. La sua ecclesiologia comunque si concentrava particolarmente sulla figura del papa in generale e su Pio IX (1846-1878) suo grande amico e sostenitore. Egli “voleva che i suoi figli reputassero qual legge e qual dolce comando ogni avviso, ogni consiglio, ogni desiderio del Vicario di Cristo”. Diceva anche “Quando il Papa è contento di noi, lo è pure Iddio”.
Un sogno ed un quadro che possiamo chiamare un po’ autobiografico, perché ci mostra alcuni elementi fondamentali della spiritualità di don Bosco.

Mario Scudu sdb


“Confidate ogni cosa su Gesù Eucaristico e Maria Ausiliatrice, e vedrete cosa sono i miracoli”.

“Maria Ausiliatrice ha ottenuto ed otterrà sempre grazie particolari, anche straordinarie e miracolose, per coloro che concorrono a dare cristiana educazione alla pericolante gioventù colle opere, col consiglio, col buon esempio o semplicemente con la preghiera”.

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I sogni di San Giovanni Bosco

Continua…

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«Non con le percosse…»

Alla tenera età di 9 anni Don Bosco ha il suo primo sogno. In esso Gesù e la Vergine gli preannunziano, sebbene in forma velata, la sua futura missione.
Gli parve di essere vicino a casa sua, in mezzo a una moltitudine di ragazzi che si divertivano in un grande cortile. Alcuni ridevano, altri giocavano, non pochi bestemmiavano. Al sentire le bestemmie, si slanciò in mezzo a loro, usando pugni e parole per farli tacere. Ed ecco apparirgli un Uomo venerando, nobilmente vestito, con una faccia così luminosa che Giovannino non riusciva a rimirarla. Lo chiamò per nome e gli ordinò di mettersi a capo di quei ragazzi aggiungendo:
— Non con le percosse, ma con la mansuetudine e la carità dovrai guadagnare questi tuoi amici. Fa dunque loro subito un’istruzione sulla bruttezza del peccato e sulla preziosità della virtù.
Giovannino, tutto confuso, risponde che è un povero ragazzo ignorante, incapace di fare questo.
In quel momento risa, schiamazzi e bestemmie cessarono e i ra gazzi si raccolsero intorno a colui che parlava. Ma cediamo la parola a Don Bosco stesso: « Quasi senza sapere che cosa dicessi, gli domandai:
— Chi siete voi che mi comandate cose impossibili?
— Appunto perché è cosa che ti sembra impossibile, devi renderla possibile con l’ubbidienza e con l’acquisto della scienza.
— Dove, come acquisterò la scienza?
— Io ti darò la Maestra. Sotto la sua guida potrai divenire sapiente; senza di essa ogni sapienza diventa stoltezza.
— Ma chi siete voi che parlate così?
— Io sono il figlio di Colei che tua Madre t’insegnò a salutare tre volte al giorno.
— Mia madre mi dice di non associarmi, senza suo permesso, con chi non conosco. Perciò ditemi il vostro nome.
— Il mio nome domandalo a mia Madre.
In quel momento vidi accanto a lui una Donna di aspetto maestoso, vestita di un manto che splendeva da tutte le parti, come se ogni punto fosse una fulgidissima stella. Vedendomi sempre più confuso, mi accennò di avvicinarmi a lei, mi prese con bontà per mano e mi disse:
— Guarda.
Guardai e mi accorsi che quei ragazzi erano tutti scomparsi. Al loro posto c’era una moltitudine di capretti, cani, gatti, orsi e parecchi altri animali.
— Ecco il tuo campo — ripigliò quella Signora —, ecco dove devi lavorare. Renditi umile, forte e robusto, e ciò che ora vedrai succedere di questi animali tu dovrai farlo per i miei figli.
Volsi allora lo sguardo ed ecco che al posto di animali feroci, comparvero altrettanti agnelli mansueti, che saltellavano, corre vano, belavano come per far festa a quell’Uomo e a quella Signora.
Allora, sempre nel sogno, mi misi a piangere e pregai quella Si gnora che parlasse in modo da poter capire. Ella mi pose la mano sul capo dicendomi:
— A suo tempo, tutto comprenderai.
A questo punto un rumore mi svegliò e io rimasi sbalordito. Mi sembrava di aver le mani che mi facessero male per i pugni che avevo dato e che la faccia mi bruciasse per gli schiaffi ricevuti»

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Nuovi interventi dall’alto

Il sogno dei 9 anni si rinnovò per lo spazio di circa 18 anni. Il quadro generale era lo stesso, ma ogni volta era accompagnato da scene accessorie sempre nuove, che adombravano lo svolgersi della sua futura missione di apostolo dei giovani. In questi interventi dall’alto si trova la spiegazione della sua calma imperturbabile e della sicurezza di riuscire in ogni sua impresa.
All’età di 16 anni vide venire a sé una maestosa Signora che conduceva un numerosissimo gregge e che, avvicinandosi a lui e chiamandolo per nome, gli disse:
— Ecco, Giovannino, tutto questo gregge lo affido alle tue cure.
— Come farò — obiettò Giovanni — ad aver cura di tante pecore e di tanti agnelli?
— Non temere — rispose la Signora —, io ti assisterò.
All’età di 19 anni gli apparve di nuovo il personaggio del primo sogno, vestito di bianco, raggiante di luce spiendidissima, in atto di guidare una turba innumerevole di ragazzi. Rivoltosi a Giovanni, gli disse:
— Vieni qua, mettiti alla testa di questi ragazzi e guidali tu stesso.
— Ma io non sono capace di guidare tante migliaia di ragazzi.
Ma il personaggio gli ripeté un comando imperioso, sicché Giovanni si pose a capo di quella turba giovanile. Nello stesso anno, ancora chierico, si vide in sogno già prete in cotta e stola a lavorare in una sartoria; però non cuciva solo cose nuove, ma rappezzava anche abiti logori. Chiaro simbolo che era chiamato a educare non solo giovani buoni e santi come Domenico Savio, ma anche a condurre sulla buona strada giovani già traviati. Aveva raggiunto l’età di 22 anni, quando in un nuovo sogno gli fu indicato anche il campo della sua futura missione. Vide la valle sottostante alla cascina del Sussambrino, dove trascorreva le vacanze, convertirsi in una grande città, nelle cui strade e piazze correvano turbe di ragazzi schiamazzando, giocando e bestemmiando. Di carattere pronto e vivace, Giovanni si avvicinò a quei ragazzi, sgridandoli e minacciandoli. Viste vane le sue minacce, prese a percuoterli; ma quelli reagirono e lo tempestarono di pugni. Mortificato e pesto, si diede alla fuga. Ma ecco venirgli incontro un personaggio che gli intimò di fermarsi e di ritornare tra quei monelli. Quindi lo presentò a una nobilissima Signora e disse:
— Questa è mia madre: consìgliati con lei.
La Signora, fissandolo con uno sguardo pieno di bontà, gli disse:
— Se vuoi guadagnarti questi monelli, non devi affrontarli con le percosse, ma prenderli con la dolcezza e la persuasione. In quel momento, come nel primo sogno, vide i giovani trasformarsi in agnelli, ai quali egli prese a fare da pastore per ordine di quella Signora.

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Una stupenda e alta chiesa

Ormai Don Bosco è già sacerdote e sta perfezionandosi negli studi teologici nel Convitto Ecclesiastico di Torino, sotto la direzione di San Giuseppe Cafasso. Ed ecco due altri sogni che destano lo stupore in chi conosce le vicende dell’Oratorio ambulante di Don Bosco, perché sono due sogni che fanno conoscere in precedenza al Santo le varie tappe e il progressivo sviluppo della sua Opera. In queste autentiche visioni vide anche la chiesa di Maria Ausiliatrice vent’anni prima che fosse costruita. Ecco i passi più significativi: li citiamo con le sue stesse parole.
Nel sogno del 1844, dopo la solita scena di una moltitudine di animali di ogni specie, appare la Pastorella misteriosa. E Don Bosco continua: «Dopo aver molto camminato, mi trovai in un prato dove quegli animali saltellavano e mangiavano insieme, senza che gli uni tentassero di mordere gli altri. Oppresso dalla stanchezza, volevo sedermi, ma la Pastorella mi invitò a proseguire il cammino. Fatto ancora breve tratto di via, mi sono trovato in un vasto cortile con porticato attorno, alle cui estremità vi era una chiesa. Qui mi accorsi che quattro quinti di quegli animali erano diventati agnelli. Il loro numero poi divenne grandissimo.
In quel momento sopraggiunsero parecchi pastorelli per custodirli: ma essi si fermavano poco e tosto partivano. Allora succedette una meraviglia: molti agnelli si cangiavano in pastorelli, che aumentando si prendevano cura degli altri agnelli. Crescendo di numero, i pastorelli si dividevano e andavano altrove per raccogliere altri strani animali e guidarli in altri ovili.
Io volevo andarmene, ma la Pastorella mi invitò a guardare a mezzodì. Guardai e vidi un campo seminato a ortaggi.
— Guarda un’altra volta — mi disse.
Guardai di nuovo e vidi una stupenda e alta chiesa. Nell’interno di quella chiesa c’era una fascia bianca su cui a caratteri cubitali stava scritto: HIC DOMUS MEA, INDE GLORIA MEA (Qui la mia casa, di qui la mia gloria).
Continuando nel sogno, volli domandare alla Pastora che cosa significasse tutto questo.
— Tu comprenderai ogni cosa — mi rispose — quando con i tuoi occhi materiali vedrai di fatto quanto ora vedi con gli occhi della mente.
Più tardi — continua Don Bosco — questo, congiuntamente con un altro sogno, mi servì di programma nelle mie deliberazioni» .
In un nuovo sogno che ebbe l’anno seguente, si rinnovò la visione simbolica degli sviluppi che avrebbe avuto la sua missione tra i giovani e, oltre la chiesa di Maria Ausiliatrice, vide anche la cappella Pinardi e la chiesa di San Francesco di Sales.
E si noti che le tre chiese — che si possono ammirare ancora oggi — non esistevano ancora e che Don Bosco non conosceva neppure il terreno su cui sarebbero state costruite.
In questo sogno la Pastorella si presenta a Don Bosco in forma di Signora, che gli fa vedere una nuova tappa del suo Oratorio:
un semplice prato (sarà il prato «Filippi »); poi finalmente la sede stabile più a Nord (Valdocco).
Ascoltiamo Don Bosco: «Allora quella Signora mi disse:
— Osserva!
Io guardando vidi una chiesa piccola e bassa (la futura cappella Pinardi), un po’ di cortile e un gran numero di giovani. Ma essendo questa chiesa divenuta angusta, ricorsi ancora a lei, ed essa mi fece vedere un’altra chiesa assai più grande con una casa vicino (la chiesa di San Francesco di Sales e la casa Pinardi). Poi mi condusse quasi innanzi alla facciata della seconda chiesa, e indicandomi un terreno coltivato, soggiunse:
— In questo luogo, dove i gloriosi martiri di Torino Avventore e Ottavio soffrirono il loro martirio, su queste zolle che furono bagnate e santificate dal loro sangue, io voglio che Dio sia onorato in modo specialissimo.
Così dicendo avanzava un piede posandolo sul luogo dove avvenne il martirio, e me lo indicò con precisione.
Io intanto mi vidi circondato da un numero immenso e sempre crescente di giovani; ma guardando la Signora, crescevano anche i mezzi e il locale, e vidi poi una grandissima chiesa (l’attuale Maria Ausiliatrice), precisamente nel luogo dove mi aveva fatto vedere che avvenne il martirio dei Santi della Legione Tebea, con molti edifici tutto all’intorno e con un bel monumento in mezzo» (vide anche il suo monumento?).
«Mentre accadevano queste cose, io, sempre in sogno, avevo a coadiutori preti e chierici che mi aiutavano alquanto e poi fuggivano. Io cercavo con grandi fatiche di attirarmeli, ma essi poco dopo se ne andavano e mi lasciavano tutto solo. Allora mi rivolsi nuovamente a quella Signora, la quale mi disse:
— Vuoi sapere come fare affinché non ti scappino più? Prendi questo nastro e lega loro la fronte.
Prendo riverente il nastrino bianco dalla sua mano e vedo che sopra era scritta questa parola: Obbedienza. Provai tosto a fare quanto mi aveva detto quella Signora, e cominciai a legare il capo di qualcuno dei miei volontari coadiutori col nastro, e vidi subito grande e mirabile effetto; e questo effetto sempre cresceva, mentre io continuavo nella missione conferitami, poiché da costoro si lasciava affatto il pensiero di andarsene altrove e si fermavano ad aiutarmi.

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Un pergolato di rose

Il sogno seguente porta evidenti i caratteri di una visione più che di un sogno. Infatti Don Bosco, nel raccontarlo ai suoi primi Salesiani, s’introdusse così: «Perché ognuno di noi abbia la sicurezza che è Maria Vergine che vuole la nostra Congregazione, vi racconterà non già la descrizione di un sogno, ma quello che la stessa Beata Madre si compiacque di farmi vedere».
Continua quindi narrando il sogno, che riportiamo con le stesse sue parole, omettendo per brevità alcuni particolari. «Un giorno dell’anno 1847, avendo io molto meditato sul modo di far del bene alla gioventù, mi comparve la Regina del cielo e mi condusse in un giardino incantevole».
Quindi Don Boscà descrive il giardino, poi prosegue: «c’era un pergolato che si prolungava a vista d’occhio, fiancheggiato e coperto da rosai in piena fioritura. Anche il suolo era tutto coperto di rose. La Beata Vergine mi disse:
— Togliti le scarpe! —, e poiché me le ebbi tolte, soggiunse:
— Va’ avanti per quel pergolato; è quella la strada che devi percorrere.
Cominciai a camminare, ma subito mi accorsi che quelle rose celavano spine acutissime, cosicché i miei piedi sanguinavano. Quindi fatti appena pochi passi, fui costretto a ritornare indietro.
— Qui ci vogliono le scarpe —, dissi allora àlla mia Guida.
— Certamente — mi rispose —; ci vogliono buone scarpe.
Mi calzai e mi rimisi in via con un certo numero di compagni, che avevano chiesto di seguirmi. Il pergolato appariva sempre più stretto e basso. Molti rami si abbassavano e si alzavano come festoni; altri pendevano perpendicolari sopra il sentiero. Erano tutti rivestiti di rose, e io non vedevo che rose ai lati, rose di sopra, rose innanzi ai miei passi. Mentre ancora provavo vivi dolori ai piedi, toccavo rose di qua e di là, sentendo spine ancor più pungenti; e mi pungevo e sanguinavo non solo nelle mani, ma in tutta la persona. Al di sopra anche le rose che pendevano celavano spine pungentissime, che mi si infiggevano nel capo. Tuttavia, incoraggiato dalla Beata Vergine, proseguii il mio cammino.
Intanto tutti coloro che mi osservavano, dicevano:
— Oh, come Don Bosco cammina sempre sulle rose! Egli va avanti tranquillissimo; tutte le cose gli vanno bene.
Ma essi non vedevano le spine che laceravano le mie membra. Molti preti, chierici e laici, allettati dalla bellezza di quei fiori, si erano messi a seguirmi con gioia, ma quando sentirono la puntura delle spine, si misero a gridare:
— Siamo stati ingannati!
Percorso un bel tratto di via, mi volsi indietro e con dolore vidi che mi avevano abbandonato. Ma fui tosto consolato perché vidi un altro stuolo di preti, chierici e laici avanzarsi verso di me dicendo:
— Eccoci: siamo tutti suoi, siamo pronti a seguirla».
Don Bosco continua dicendo che, giunto in fondo al pergolato, si trovò con i suoi in un bellissimo giardino, dove lo circondarono i suoi pochi seguaci, tutti dimagriti, scarmigliati, sanguinanti. Allora si levò una brezza leggera, e a quel soffio tutti guarirono come per incanto. Soffiò un altro vento e si trovò attorniato da un numero immenso di giovani, assistiti da molti preti e coadiutori che si misero a lavorare con lui.
Intanto si vide trasportato con i suoi in una «spazio sissima sala di tale ricchezza che nessuna reggia al mondo può vantarne l’uguale.
Era tutta cosparsa e adorna di rose freschissime e senza spine dalle quali emanava una soavissima fragranza. Allora la Vergine SS. che era stata la mia guida, mi interrogò:
— Sai che cosa significa tutto ciò?
— No — risposi —, vi prego di spiegarmelo.
Allora Ella mi disse:
— Sappi che la via che hai percorso tra le rose e le spine significa la cura che tu hai da prenderti della gioventù: tu vi devi camminare con le scarpe della mortificazione. Le spine per terra rappresentano le affezioni sensibili, le simpatie e le antipatie umane che distraggono l’educatore e lo distolgono dal vero fine, lo feriscono, lo arrestano nella sua missione, gli impediscono di raccogliere meriti per la vita eterna. Le rose sono simbolo della carità ardente che deve distinguere te e tutti i tuoi coadiutori. Le altre spine significano gli ostacoli, i patimenti, i dispiaceri che vi toccheranno. Ma non vi perdete di coraggio. Con la carità e la mortificazione tutto supererete e giungerete alle rose senza spine. Appena la Madre di Dio ebbe finito di parlare, rinvenni in me e mi trovai nella mia camera».

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Grandi funerali a corte

Grandi funerali a Corte Una notte, verso la fine del novembre 1854, Don Bosco sognò di trovarsi nel cortile circondato da preti e da chierici, quando comparve un valletto di corte con la sua rossa uniforme che, giunto alla sua presenza, gridò:
— Grande notizia!
— Quale? — chiese Don Bosco.
— Annunzia: gran funerale a Corte!
Don Bosco, dolorosamente sorpreso, voleva chiedergli spiegazioni, ma il valletto ripetendo:
— Gran funerale a Corte! — scomparve.
Appena destatosi, preparò subito una lettera per il Re Vittorio Emanuele II, nella quale gli esponeva il sogno fatto. A pranzo comparve tra i giovani con un fascio di lettere.
— Stamane — disse — ho scritto tre lettere a grandi personaggi: al Papa, al Re, al boia.
Al sentire accoppiati questi tre nomi, i giovani scoppiarono in una risata. Il nome del boia non fece loro meraviglia perché conoscevano le relazioni di Don Bosco con le autorità carcerarie. In quanto al Papa, sapevano che era con lui in relazione epistolare. Ciò che aguzzava la loro curiosità era il sapere che cosa avesse scritto al Re. Don Bosco raccontò loro il sogno e concluse:
— Questo sogno mi ha fatto star male tutta la notte.
Cinque giorni dopo, il sogno si rinnovò. Don Bosco è seduto a tavolino quando entra con impeto il valletto in rossa livrea e grida:
— Non gran funerale a Corte, ma grandi funerali a Corte!
Don Bosco scrisse al Re una seconda lettera, nella quale gli raccontava il secondo sogno e lo invitava a impedire che fosse approvato un progetto legge che proponeva lo scioglimento degli Ordini religiosi che non si dedicavano all’istruzione, alla predicazione o all’assistenza degli orfani, e l’incameramento di tutti i beni da parte dello Stato, con il pretesto che « con quei beni lo Stato avrebbe potuto provvedere alle parrocchie più povere». Proponente del progetto era Urbano Rattazzi. Mentre si discuteva questo progetto legge alle Camere, Don Bosco ripeteva ai suoi intimi:
— Questa legge attirerà su Casa Reale gravi disgrazie.
Il Re aveva fatto leggere quelle lettere al Marchese Fassati, che si recò da Don Bosco e gli disse:
— Ma le pare questa la maniera di mettere sossopra tutta la Corte? Il Re ne è rimasto più che impressionato e turbato. Anzi è montato sulle furie.
— Ciò che ho scritto è verità — rispose Don Bosco —. Mi rincresce di aver disgustato il Sovrano, ma si tratta del suo bene e di quello della Chiesa.
In quei giorni Vittorio Emanuele II scriveva al generale Alfonso Lamarmora: «Mia madre e mia moglie non fanno che ripeter mi che esse muoiono di dispiacere per causa mia». Esse infatti erano contrarie a quella legge settaria e ingiusta.
Il 5 gennaio 1855 si ammalava gravemente la Regina Madre Maria Teresa, e il 12 seguente si spegneva con una morte santa. Aveva 54 anni. Il lutto fu universale perché era molto amata per la sua carità verso tutti i bisognosi.
Il giorno 16 la Corte reale non era ancor tornata dai funerali della Regina Madre, quando ricevette l’urgente invito a partecipare al viatico della Regina Maria Adelaide. Essa aveva dato alla luce un bambino otto giorni prima e non si era più ripresa. Quattro giorni dopo, la sera del 20, l’augusta inferma spirava a soli 33 anni di età.
— I suoi sogni si sono avverati — dissero a Don Bosco i giovani al ritorno dal secondo funerale.
— E vero — rispose Don Bosco — e non sappiamo se con questo secondo funerale sia chiusa la serie dei lutti a Corte.
E realmente nella notte dal 10 all’ 11 febbraio, dopo venti giorni di grave malattia, moriva il principe Ferdinando di Savoia, Duca di Genova, fratello del re, anch’egli a soli 33 anni.
Il Sovrano fu talmente turbato da quelle profezie dolorosamente avveratesi, che un giorno esclamò: «Io non ho più un istante di pace! Don Bosco non mi lascia vivere!» E incaricò una personalità di Corte di riferire a Don Bosco queste sue parole.

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Don Bosco sogna sua madre

Don Bosco conservò vivissimo l’affetto per sua madre; ne parlava sempre con commozione; e più volte se la vide comparire in sogni che restarono indelebili nella sua mente.
Così nell’agosto del 1860 (quattro anni dopo la sua morte), gli parve d’incontrarla presso il Santuario della Consolata, mentre egli tornava all’Oratorio. Il suo aspetto era bellissimo.
— Ma come! Voi qui? — le disse Don Bosco —. Non siete morta?
— Sono morta, ma vivo — rispose Margherita.
— E siete felice?
— Felicissima!
Don Bosco le chiese se dopo morta fosse entrata subito in paradiso. Margherita rispose di no. Quindi le chiese se in paradiso vi fossero vari giovani dei quali fece i nomi; e Margherita rispose di sì.
— E ora — continuò Don Bosco — fatemi conoscere che cosa godete in paradiso.
— Non posso — rispose la mamma.
— Datemi almeno un saggio della vostra felicità.
Allora vide sua madre tutta splendente, ornata di una veste preziosissima, con un aspetto di maestà meravigliosa, e dietro a lei un coro numeroso. Poi si mise a cantare. Il suo canto d’amore a Dio, di una inesprimibile dolcezza, andava diritto al cuore, lo invadeva e lo attirava senza fargli violenza. Sembrava l’armonia di mille cori e di mille gradazioni di voci, che dai bassi più profondi salivano agli acuti più alti, con varietà di toni e differenza di modulazioni e vibrazioni più o meno forti, combinate con tanta arte, delicatezza e accordo che formavano un sol tutto. Don Bosco, a quella soavissima melodia, rimase come fuor di sé e non seppe più che cosa dire e domandare a sua madre. E Margherita, quando ebbe finito il canto, si rivolse a lui dicendo:
— Ti aspetto, perché noi due dobbiamo stare sempre insieme. Proferite queste parole, disparve.
Quando una persona cara ci lascia, siamo soliti consolarci e con solare dicendo: «È andato nella Casa del Padre». Benissimo! Ma la fede ci dice che la Casa del Padre ha un’anticamera, nota col nome di «purgatorio »,dove l’umano spirito si purga e di salir al ciel diventa degno (Purg. 1,5).
Anche la santa Mamma di Don Bosco è passata per questa mi steriosa ma reale anticamera del paradiso.

II>

Più tardi, nel 1886, Don Bosco sognò sua madre nell’atto di attingere acqua alla fontana vicino alla sua casetta. Mamma Margherita si mostrava preoccupata perché quell’acqua, che era sempre stata limpida e pura, ora appariva limacciosa e popolata d’insetti.
Richiesta da Don Bosco del motivo di quella preoccupazione, rispose:
— Aquam nostram pretio bibimus (Noi beviamo la nostra acqua pagandola).
— Sempre col vostro latino — le rispose Don Bosco.
Mamma Margherita continuò col suo latino facendo capire a Don Bosco che in avvenire le sue parole si sarebbero avverate. Quindi lo condusse dietro la fontana, in un luogo elevato donde si distinguevano Capriglio e altre borgate sparse qua e là; e additandogliele, disse:
— Che differenza c’è tra questi paesi e la Patagonia?
— Ma io vorrei, se potessi, fare del bene qui e là.
Allora la madre si dileguò. Don Bosco, nel raccontare il sogno, fece questa osservazione: «Il posto nel quale mi condusse mia madre, è molto adatto per farvi qualche opera, essendo centrale fra molte borgate che non hanno chiesa».

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Sogno premonitore

Questo breve sogno contiene due profezie. La prima è la fontana, che ebbe acqua imbevibile per diversi anni, nel 1934 fu sostituita dall’acquedotto del Monferrato (l’acqua pagata).
L’altra profezia è che sull’altura su cui Mamma Margherita ha portato Don Bosco, dal 1940 domina il grande Istituto Bernardi Semeria; e dal 1965 il Tempio di Don Bosco, meta di frequenti pellegrinaggi e centro pastorale per molte parrocchie dei dintorni.
Anno 1860. Alle dieci perquisizioni fatte negli anni precedenti all’Oratorio di Don Bosco, sospettato di mene rivoluzionarie, il ministro Farmi ne aggiunse un’altra, ordinando al Questore di Torino di procedere a una nuova visita fiscale alla Casa di Don Bosco. Con tale perquisizione improvvisa negli ambienti dell’Oratorio si sperava di trovare qualche documento compromettente e così avere un pretesto per chiudere la Casa.
«L’Opera dell’Oratorio — scrive Don Lemoyne —, che nel corso di 19 anni era costata tante sollecitudini, tante fatiche e sudori a Don Bosco e ai suoi collaboratori, correva pericolo di essere distrutta come da un turbine. Rumoreggiava la minaccia di imprigionare colui che provvedeva il pane a tanti ricoverati e loro procacciava un avvenire onorato… E i timori crescevano per la chiusura in quei giorni di varie case di educazione, e per la prigionia di onesti personaggi dell’uno e dell’altro clero. Don Bosco, però, senza turbarsi attendeva l’intervento della Madonna».
Ed ecco che, tre giorni prima che avvenisse la perquisizione, Don Bosco, ancora ignaro della cosa, fece un sogno che gli tornò di grande vantaggio. Lo narra in questi termini: «Mi sembrò di vedere una schiera di malandrini entrare nella mia camera, impadronirsi della mia persona, rovistare nelle carte, in ogni forziere e mettere sossopra ogni scritto. In quel momento uno di loro con aspetto assai benevolo mi disse:
— Perché non avete allontanato il tale e tal altro scritto? Sareste contento che si trovassero quelle lettere dell’Arcivescovo che potrebbero essere causa di male a voi e al lui? E quelle lettere di Roma, quasi dimenticate, che sono poste qui — e indicava i luoghi — e quelle altre là? Se le aveste tolte, vi sareste liberato da ogni molestia. Fattosi giorno, scherzando ho raccontato il sogno come lavoro di fantasia; tuttavia ho messo in ordine parecchie cose, e alcuni scritti che potevano essere interpretati a mio danno li ho allontanati. Questi scritti erano alcune lettere confidenziali affatto estranee alla politica o a cose di governo. Poteva però essere considerata come delitto ogni istruzione ricevuta dal Papa o dall’Arcivescovo sul modo di regolarsi dei sacerdoti riguardo a certi dubbi di coscienza. Quando pertanto cominciarono le perquisizioni, io avevo trasportato altrove tutto ciò che poteva dare il minimo appiglio di relazioni o allusioni politiche nelle cose nostre»

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Tre giudici illustri

Nelle cronache dell’Oratorio leggiamo: «Nelle tre notti che precedettero l’ultimo giorno del 1860, Don Bosco fece tre sogni, come egli li chiama, ma che noi con tutta sicurezza per ciò che abbiamo veduto, sentito, provato, possiamo chiamare celesti visioni. Era lo stesso sogno ripetuto tre volte, ma sempre con circo stanze diverse».
Don Bosco lo raccontò l’ultima sera dell’anno 1860 a tutti i giovani radunati. Noi ne riassumiamo le scene più interessanti.
Per tre notti consecutive Don Bosco si trovò in campagna in compagnia dei suoi tre grandi amici: San Giuseppe Cafasso, Silvio Pellico e il Conte Cays, deputato al Parlamento Subalpino.
«La prima notte — racconta Don Bosco — la passammo discorrendo sopra vari punti di religione riguardanti specialmente i tempi che corrono. La seconda si passò in conferenze morali, in cui si sciolsero casi di coscienza spettanti la direzione dei giovani. La terza notte furono casi pratici con i quali conobbi l’interno morale di ciascun giovane in particolare. Nel primo giorno io non volevo dar retta al sogno perché il Signore ce lo proibisce nella Sacra Scrittura. Ma in questi giorni scorsi, dopo aver fatto parecchie esperienze, dopo aver preso parecchi giovani a parte e aver detto loro le cose tali e quali le avevo viste nel sogno, e che essi mi assicurarono essere proprio così, allora io non potei più dubitare che questa sia una grazia straordinaria che il Signore concede a tutti i figli dell’Oratorio. Io perciò mi trovo in obbligo di dirvi che il Signore vi fa sentire la sua voce, e guai a coloro che vi resistono».
In sintesi, Don Bosco aveva assistito a questa scena. C’era una gran sala. Seduti a un tavolo c’erano i tre personaggi nominati in veste di giudici. All’invito di Don Cafasso, Don Bosco fece entrare i giovani. Uno per uno, i giovani si presentavano con una cartella in mano, nella quale c’erano molti numeri da addizionare, e la consegnavano a quei signori. Questi, se la cartella era in regola e ben fornita di numeri, li addizionavano e la restituivano a ciascuno; la respingevano se vi erano cifre imbrogliate. I primi uscivano dalla sala felici e andavano a ricrearsi in cortile; gli altri invece uscivano tutti mesti e angustiati. Questa funzione durò a lungo, ma alcuni giovani non vollero entrare nella sala, perché ave vano la cartella vuota di numeri.
Quando Don Bosco e i tre personaggi uscirono dalla sala, videro i giovani che avevano la cartella in regola, che si ricreavano felici. Ne videro altri che stavano mesti in disparte. Don Bosco li osservò: alcuni avevano una benda agli occhi, altri erano immersi nella nebbia, altri avevano il capo attorniato da una nube, altri avevano il cuore pieno di terra. «Io li vidi — afferma Don Bosco — e li conobbi molto bene e li ho ancora così presenti alla mente che potrei nominarli uno per uno dal primo fino all’ultimo».
Intanto Don Bosco, col suo occhio vigile, notò che in cortile mancavano molti dei suoi giovani. Dopo varie ricerche, li trovò in un angolo del cortile.
«— Oh, spettacolo miserando! — esclamai.
Ne vedo uno coricato per terra, pallido come la morte; altri seduti sopra un basso e lurido scanno; altri sdraiati sopra uno sconcio pagliericcio. Giacevano gravemente infermi, chi nella lingua, chi negli occhi, chi nelle orecchie. Varie malattie affliggevano altri infelici: chi aveva il cuore tarlato e chi guasto e già corrotto; chi aveva una piaga e chi un’altra. Ve n’era persino uno tutto rosicchiato.
Questo spettacolo mi passava il cuore come un’acutissima spina, che però mi fu addolcita dalla vista di ciò che sto per raccontare.
Don Cafasso mi fa cenno di seguirlo e mi introduce in una sala splendida, tutta ornata d’oro, d’argento e di ogni più prezioso ad dobbo, illuminata da migliaia di lampade da cui emanava una luce che i miei occhi non potevano quasi sopportare. In mezzo a quella sala regale vi era un’ampia tavola piena di confetture di ogni spe cie. Vi erano amaretti quasi grossi come le munizioni dei soldati, biscotti così lunghi che uno solo sarebbe bastato a sfamare un gio vane. Io mi slanciai subito a invitare i giovani ad assidersi a quella tavola. Ma Don Cafasso mi fermò gridando:
— Adagio! Solo quelli che hanno i conti aggiustati possono gu stare quei dolci!
Mi acquietai e intanto mi posi a distribuire quei biscotti e quegli amaretti a quelli che Don Caf asso mi aveva indicato. Tutti ne eb bero a sazietà. Io mi compiacevo nel vedere i giovani mangiare con tanto gusto. Sul loro volto era dipinta la gioia; non parevano più i giovani dell’Oratorio, tanto erano trasfigurati ».
Quelli che erano rimasti senza dolci se ne stavano in un angolo malinconici e mortificati. Don Bosco ne fu commosso: erano anch’essi suoi figli; supplicò quindi ripetutamente Don Cafasso che gli permettesse di far parte dei dolci anche a loro. — No — rispose il Santo —; costoro non possono gustarli; fateli guarire e poi anch’essi ne mangeranno.
Don Bosco gli chiese che gli suggerisse il rimedio per guarire quei poveretti. Don Cafasso, in procinto di allontanarsi, per ben tre volte, con voce sempre più alta, gridò:
— State attento! State attento! State attento!
Così dicendo si dileguò con gli altri due personaggi.
Le parole di Don Cafasso, che di per sé possono apparire misteriose, dovettero riuscire evidenti ed eloquenti a Don Bosco, che ha sempre considerato come elemento essenziale del suo sistema educativo una assistenza amorevole, ma vigile e continua, che metta i giovani nella morale impossibilità di commettere mancanze.

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Mense divise in tre ordini

La sera del 5 agosto 1860 Don Bosco raccontava ai giovani del l’Oratorio un sogno, nel quale li aveva visti in un vago giardino, seduti a mense che da terra, formando una gradinata, s’innalzavano tanto che a stento ne vedeva la sommità. Le lunghe tavole erano 14, disposte a vasto anfiteatro e divise in tre ordini, ciascuno sostenuto da un muro che formava un ripiano.
In basso, intorno a una tavola posta sul nudo suolo, spoglia di ogni ornamento e vasellame, si vedeva un certo numero di giovani. Erano mesti, mangiavano di mala voglia e avevano un pane a forma di quello delle munizioni dei soldati; era tutto rancido e muffito che faceva schifo. Era in mezzo a sudiciume e a ghiande. Quei poveretti stavano come gli animali immondi al trogolo. Don Bosco voleva dir loro che gettassero via quel pane; ma si accon tentò di chiedere perché avessero innanzi un cibo così nauseante. Gli risposero:
— Dobbiamo mangiare il pane che ci siamo preparati; e non ne abbiamo altro.
Era lo stato di peccato mortale.
Di mano in mano che le mense salivano, i giovani si mostravano sempre più allegri e mangiavano pane delizioso. Erano bellissimi, splendenti, di una bellezza e splendore sempre crescenti. Le loro tavole, ricchissime, erano coperte con tovaglie finemente lavorate, sulle quali brillavano candelabri, anfore, tazze, vasi di fiori indescrivibili, piatti con preziose vivande; tesori di valore inesti mabile. Il numero di quei giovani appariva grandissimo. Era lo stato dei peccatori convertiti.
Finalmente le ultime mense alla sommità avevano un pane che non si può definire. Pareva giallo, pareva rosso, e lo stesso colore del pane era quello delle vesti e della faccia dei giovani, che splendeva tutta di luce vivissima. Costoro godevano di una allegria straordinaria e ciascuno cercava di parteciparla agli altri compagni. Nella loro bellezza, nella luce e splendore delle mense superavano tutti quelli che occupavano i gradi sottoposti. Era lo stato d’innocenza.
«Ma il più sorprendente si è, continua Don Bosco, che quei giovani li riconobbi tutti dal primo all’ultimo, dimodoché vedendone ora uno, mi pare di vederlo ancora là assiso al suo posto a quella tavola».
Il giorno seguente Don Bosco disse in privato a ogni alunno il posto che occupava a quelle mense. Gli si domandò se si potesse da una tavola inferiore salire a una superiore. Rispose che sì, eccetto che andare a quella più alta degli innocenti, perché i decaduti da essa non vi potevano più tornare: era riservata solo a coloro che conservavano l’innocenza battesimale. Il numero di questi era piccolo, grande invece quello delle altre mense.

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Una passeggiata dei giovani al paradiso

Questo sogno Don Bosco lo ebbe nelle notti del 3, 4, 5 aprile 1861.
È un sogno originale sotto tanti aspetti ed è testimoniato dai due primi e più autorevoli cronisti dell’Oratorio di Don Bosco: Don Domenico Ruf fino e Don Giovanni Bonetti, che lo definirono «uno di quei sogni che il Signore si compiace a quando a quando di man dare ai suoi servi fedeli ».
Don Bosco sogna di fare con i suoi giovani una eccezionale passeggiata, che ha per meta il paradiso, nientemeno! Si mettono in cammino pieni di gioia, ed eccoli ai piedi di una collina incantevole. Spira un’aria primaverile, nell’atmosfera regna una calma, un tepore, una soavità di profumi, una luminosità che mettono l’argento vivo addosso a quelle centinaia di giovani, i quali passano di sorpresa in sorpresa, di gioia in gioia, trovando, a mano a mano che salgono, ogni sorta di frutta le più squisite, dalle ciliegie all’uva matura.
L’impressione di tutti è di essere giunti in paradiso ma, arrivati alla sommità della deliziosa collina, vedono un vasto altipiano, oltre il quale si eleva un’altissima montagna che tocca le nubi. Su per quella si vedeva una grande moltitudine che saliva con stento. Quando poi giungevano alla meta, erano ricevuti con gran festa e giubilo. Tutti capirono che quello era il paradiso e si lanciarono di corsa a percorrere l’altipiano che li separava dalla montagna.
Ma ecco che a un tratto si trovarono davanti a un lago di sangue, largo, dice Don Bosco, come dall’Oratorio a Piazza Castello (un buon chilometro). I giovani che erano giunti per primi si fer marono inorriditi. Tutti diventarono silenziosi e malinconici. Sulla riva si leggeva scritto a grandi caratteri: PER SANGUINEM (attraverso il sangue). Ai giovani che domandavano curiosi che cosa significasse quello spettacolo, un personaggio misterioso (pensiamo sia la solita Guida), rispose:
— Qui c’è il Sangue di Gesù Cristo e di tutti quelli che andarono in paradiso versando il loro sangue: qui sono i Martiri. Né i giovani né Don Bosco si sentirono di passare attraverso quel lago di sangue. Perciò lo costeggiarono andando in cerca di un altro passaggio. Ed eccoli entrare in un terreno sparso di querce, allori, palme e altre piante. Camminavano felici all’ombra di quelle piante, quando si presenta loro un altro spettacolo: un secondo grande lago pieno d’acqua. Sulla riva si leggeva a grandi caratteri: PER AQUAM (attraverso l’acqua). Anche qui i ragazzi si domandavano che cosa significasse quel secondo lago, tanto più che vedevano alcuni camminare su quell’acqua appena sfiorandola con i piedi.
— In quel lago — rispose la Guida — c’è l’acqua del santo Battesimo, nella quale devono essere bagnati tutti quelli che vogliono andare in paradiso. Vedete quei giovani che camminano veloci su quell’acqua? Sono gli innocenti.
Alcuni si misero a correre su quell’acqua, ma la maggior parte guardava Don Bosco come per dirgli:
— Andiamo anche noi?
Ma Don Bosco rispose:
— Per conto mio non mi credo così santo da passare su quel l’acqua senza caderci dentro.
Allora tutti esclamarono:
— Se non osa lei, tanto meno noi!
Continuarono quindi a girare in cerca di un passaggio alla montagna del paradiso; ed eccoli di fronte a un terzo lago, vasto come il primo, pieno di fuoco e di fiamme. Sulla sponda stava scritto:
PER IGNEM (attraverso il fuoco). La guida misteriosa disse:
— Qui c’è il fuoco dell’amor di Dio, per cui devono passare quelli che non sono passati per il sangue del martirio o per l’acqua del Battesimo.
«Ci affrettammo a passare oltre — dice Don Bosco —, ma ben presto ci vedemmo sbarrata la via da un altro lago: era pieno di bestie feroci che stavano con le fauci spalancate pronte a divorare chiunque passasse. La solita Guida disse:
— Queste bestie sono i demoni, i pericoli e le trame del mondo. Costoro che passano impunemente sono le anime giuste, sono coloro di cui Gesù ha profetato: Io vi ho dato il potere di calpestare serpenti e scorpioni e di annientare ogni resistenza del nemico. Niente vi potrà fare del male» (Lc 10,19).
— Andiamo anche noi! — gridarono alcuni.
— Io non ne ho il coraggio — disse Don Bosco —; è da presuntuosi pretendere di passare illesi sulle teste di quei mostri feroci.
— Oh — gridarono i giovani in coro — se non si sente lei, tanto meno noi!

Si allontanarono quindi dal lago delle bestie, cominciando a perdere la speranza di trovare un passaggio comodo alla montagna del paradiso, quando s’incontrarono in molta gente che camminava allegramente verso il paradiso, pur essendo ridotti in condizioni pietose: chi mancava di un occhio, chi di un piede, chi di una mano, chi della lingua. I giovani guardavano meravigliati, quando la Guida disse:
— Sono gli amici di Dio, sono coloro che per salvarsi si mortificarono nei vari sensi del corpo e riuscirono a passare illesi tra i pericoli del mondo. Se volete anche voi arrivare al paradiso, potete unirvi a loro e camminare allegramente per la via della mortifi cazione.
A questo punto la voce della Guida fu sopraffatta dalle grida di «Bravo!», «Bene!» che venivano dalla cima della montagna per incoraggiare quelli che salivano faticosamente per l’erta.
Finalmente Don Bosco con i suoi giovani arrivò su di una piazza gremita di gente, che terminava in un sentiero piccolo piccolo, tra due alte rupi. Chi si metteva per quel sentiero, uscito dalla parte opposta, doveva passare per un ponte strettissimo e senza ringhiera, sotto il quale si inabissava uno spaventoso precipizio.
— Ecco il sentiero che mena al paradiso — esclamarono i giovani. E si incamminarono per quello. Giunti però al ponte, si fermarono spaventati e non osavano inoltrarsi. A Don Bosco che faceva loro coraggio, rispondevano:
— Venga lei a fare la prova. Noi non osiamo perché se sbagliamo un passo, cadiamo nell’abisso.
«Ma finalmente — continua Don Bosco — uno si avanzò per primo e così, uno dopo l’altro, siamo passati al di là e ci trovammo ai piedi della montagna. Ci provammo a salire, ma non trovavamo nessun sentiero; mille difficoltà e impedimenti si opponevano: in un luogo c’erano accatastati macigni sparsi disordinatamente, in un altro c’era una rupe da sormontare, qui un precipizio, là un cespuglio spinoso che ci impediva il passo. Dappertutto ripida la salita. Tuttavia non ci sgomentammo e incominciammo ad arrampicarci con ardore. Dopo breve ora di faticosa ascesa, aiutandoci di mani e di piedi, a un certo punto trovammo un sentiero più praticabile e potemmo salire più comodamente.
Quand’ecco arrivammo in un luogo dove vedemmo molta gente, la quale pativa in un modo così orribile, così strano, che tutti restammo compresi di orrore e di compassione. Io non posso dirvi quello che vidi, perché vi farei troppa pena; e voi non potreste resistere alla mia descrizione.

Intanto vedevamo un gran numero di altra gente che saliva anch’essa, sparsa su per i fianchi del monte; e quando arrivava alla cima, veniva accolta da quelli che l’aspettavano, fra grandi feste e prolungati applausi. Udivamo nello stesso tempo una musica celeste e un canto di voci le più dolci, che ci incoraggiavano a salire su per quell’erta.
Eravamo giunti anche noi quasi alla cima della montagna, quando mi volsi indietro per vedere se avevo con me tutti i giovani; ma con vivo dolore mi trovai quasi solo. Di tanti miei piccoli compagni non me ne restavano che tre o quattro. Guardai all’ingiù e li vidi sparsi per la montagna, chi a cercare lumache tra i sassi, chi a raccogliere fiori senza odore, chi a raccogliere frutti selvatici, chi a correre dietro alle farfalle, e chi tranquillamente seduto a riposare all’ombra di una pianta. Io mi misi a gridare con quanta voce avevo in gola, mi sbracciavo a far loro segni, li chiamavo per nome a uno a uno. Qualcuno venne, sicchè erano poi circa otto i giovani intorno a me. Tutti gli altri continuavano a occuparsi in quelle loro bazzecole. Ma io non volevo assolutamente andare in paradiso accompagnato da così pochi giovani, e perciò determinai di andare io stesso a prendere quei renitenti.
E così feci. Quanti ne incontravo scendendo, tanti ne spingevo in su. A questo davo un avviso, a quello un rimprovero amorevole; a un terzo una solenne sgridata:
— Andate su, per carità — mi affannavo a dire — non fermatevi per queste cose da nulla.
E venendo in giù li avevo già avvertiti quasi tutti e mi trovavo sulle balze del monte che avevamo salito con tanto stento. Quivi avevo fermato alcuni che, stanchi per la fatica del salire e impau riti dall’altezza da raggiungere, ritornavano al basso. Quindi volli riprendere la salita verso la vetta, ma inciampai in una pietra e mi svegliai».
Don Bosco terminò dicendo: « Se il sogno non fosse stato un sogno ma una realtà e avessimo dovuto morire allora, fra tanti giovani che siamo qui, se ci incamminassimo verso il paradiso, pochissimi vi giungerebbero: fra 700-800 e più non sarebbero che tre o quattro. Ma a momenti, non vi turbate: dico che non sarebbero che tre o quattro quelli che di volo andrebbero al paradiso, senza passare qualche tempo tra le fiamme del purgatorio. Qualcuno forse vi resterebbe un momento solo, altri un giorno, altri dei giorni e delle settimane. Procurate quindi di acquistare delle indulgenze, quante più potete. Se poi acquisterete un’indulgenza plenaria, andrete di volo in paradiso ».

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Una ruota misteriosa e profetica

La notte del l0 maggio 1861 Don Bosco ebbe un sogno straordinario, sia per la lunghezza (durò circa 6 ore), sia per la varietà delle scene ammirate, delle quali molte riguardavano i singoli suoi ragazzi, mentre altre interessavano la sua nascente Congregazione, da lui contemplata nel suo avvenire con precisione profetica.
Nel raccontarlo Don Bosco impiegò tre «buone notti », nelle quali il discorsino di pochi minuti che soleva rivolgere ai suoi figliuoli dopo le preghiere della sera, per la circostanza, superò la mezz’ora.
Anche in questo sogno è presente una Guida, decisa però a non rivelare il suo nome. Essa reca una macchina fornita di una grossa ruota con manovella, che manovra una grande lente di un metro e mezzo circa, nella quale Don Bosco vede la coscienza dei suoi giovani e l’avvenire della sua Congregazione.
Delle prime due parti ci limitiamo a dare un riassunto e a rilevare che in esse appare evidente il dono dell’introspezione delle coscienze. Infatti, al comando della Guida, Don Bosco dà vari giri alla manovella e, dopo ogni giro, guardando nella lente misteriosa, vede i suoi ragazzi in pose e aspetti diversi: ora i buoni divisi dai cattivi, ora su questi segnato il vizio da cui sono macchiati; vede pure coloro che si fermeranno con lui, intenti al lavoro che sarebbe loro toccato; vede anche quelli che, dopo un momentaneo entusiasmo, lo avrebbero abbandonato. Al suo sguardo appare chiaramente presente lo stato di coscienza e la vocazione dei singoli.
Quanto aveva visto in questa prima parte del sogno lo comunicò ai suoi ragazzi, che nei giorni seguenti lo assediarono per sapere come li aveva visti nel sogno. E l’effetto morale sulla condotta dei ragazzi fu tale, a detta del biografo, quale appena si sarebbe potuto sperare da una missione delle più fruttuose.
Tra i consigli che la Guida diede a Don Bosco ci fu questo:
«Quando si dicono due parole dal pulpito, una sia sul far bene le confessioni».
Viene quindi la parte profetica del sogno, la più interessante; ma per Don Bosco non fu una novità assoluta, perché già nel 1856 aveva avuto un sogno breve ma significativo. Aveva sognato di trovarsi in una piazza dove c’era un ordigno somigliante a una specie di ruota della fortuna. La solita Guida gli aveva detto che rappresentava il suo Oratorio e gli aveva comandato di girare il manubrio. Al primo giro ne era uscito un rumore appena percettibile.
— Che cosa significa ciò? — chiese il Santo.
— Ogni giro — rispose la Guida — assomma dieci anni del tuo Oratorio. Gira ancora quattro volte.
A ogni giro il rumore cresceva. Don Bosco ebbe l’impressione che il secondo si udisse in Torino e in tutto il Piemonte, il terzo in Italia, il quarto in Europa, il quinto nel mondo intero.
Era stata una cosa rapida, un semplice accenno all’avvenire della nascente Congregazione. In questo secondo sogno invece non più un rumore confuso, ma chiarezza di circostanze e di persone. La lente prodigiosa, che la Guida gli aveva presentato, con un giro della ruota che le stava accanto, gli rendeva magicamente presente l’avvenire della sua Opera.
Una prima volta la Guida gli ordina:
— Fa’ fare dieci giri alla ruota; ricordati di contarli esattamente e poi guarda.
Don Bosco gira dieci volte il manubrio, poi accosta con una certa trepidazione l’occhio alla lente. Meraviglia! Vede ancora quasi tutti i suoi ragazzi, ma cresciuti in età: hanno già i baffi; qualcuno si è fatto crescere la barba.
— Ma come mai? — chiede stupito —. Ma se quello ieri era un bambino, come ha fatto a crescere così all’improvviso?
— Quanti giri hai dato? — domanda la Guida.
— Dieci.
— Ebbene, conta dieci anni. Siamo nel 1871: hanno dieci anni di più.
E non solo i ragazzi erano cresciuti; Don Bosco vide pure le sue case moltiplicate e abitate da giovani sconosciuti, sotto la guida di quei suoi figliuoli fatti adulti.
— Da’ altri dieci giri — disse la Guida — e balzeremo all’81.
Don Bosco fece fare i dieci giri prescritti, poi guardò. I suoi ragazzi erano ridotti a metà: alcuni con i capelli brizzolati, altri leggermente curvi. Il dispiacere che provò fu largamente compensato dalla consolazione che gli procurò la visione di paesi nuovi e regioni sconosciute e di tanti altri ragazzi guidati da maestri ignoti, ma alle dipendenze dei suoi attuali aiutanti dell’Oratorio giunti all’età matura.
Con ansia crescente diede altri dieci giri. I suoi giovani attuali, ridotti di un quarto, gli si presentavano avanti negli anni, con capelli e barba imbiancati. Si era nel 1891. Le case e i suoi figliuoli apparivano aumentati di numero. Tra i ragazzi ce n’erano di quelli di pelle e di colore diversi dai nostri.
Ancora dieci giri ed ecco il 1901 con nuovi motivi di dolore e di gioia. I primi ragazzi dell’Oratorio erano ridotti a pochi, invecchiati e magri, prossimi ormai al premio. In molte case il personale era tutto nuovo e i ragazzi erano aumentati smisuratamente. Don Bosco contemplava muto e incantato, quand’ecco la Guida gli fece premura:
— Da’ altri dieci giri e vedrai cose che ti consolano e ti angustiano.
Dieci rapidi giri e Don Bosco si trovò al 1911. Al suo sguardo apparvero «case nuove, giovani nuovi, direttori e maestri con abiti e costumi nuovi». Cercò in quella moltitudine se vi fosse qualcuno dei primi tempi e ne riconobbe uno solo, canuto e cadente, il quale, circondato da una bella corona di ragazzi, raccontava i princìpi dell’Oratorio e loro ripeteva le cose imparate da Don Bosco e ne mostrava il ritratto appeso alle pareti del parlatorio. (Qui Don Bosco accenna certamente a Don Francesia, che fino alla tarda età di 90 anni parlò continuamente di lui, ne scrisse in tutti i suoi libri, lo cantò in versi numerosissimi e infiorava di reminiscenze dell’amato Padre ogni sua predica e le sue piacevolissime conversazioni. Chi scrive ha avuto la gioia di ascoltarlo per alcuni anni).
Il lungo sogno volgeva ormai al termine e la Guida disse a Don Bosco di volerlo confortare con un’ultima visione.
— Volentieri — rispose Don Bosco.
— Dunque sta’ attento, gira la ruota in senso contrario, tanti giri quanti ne hai dati in precedenza.
La ruota girò per 50 giri, cinquant’anni più avanti. Don Bosco guardò. Ai suoi occhi increduli apparve una moltitudine numerosa di giovani, tutti nuovi e sconosciuti, dall’infinita varietà di costumi, paesi, fattezze e linguaggi, ma per quanto si sforzasse, non riuscì a vederne che una minima parte con i loro assistenti e maestri.
— Ma io non ne conosco affatto nessuno — disse rivolto alla Guida.
— Eppure sono tuoi figli. Ascoltali. Parlano dite e dei tuoi antichi figli e superiori, che da tempo non sono più in vita, e ricordano gli insegnamenti ricevuti da te e da loro.
Don Bosco contemplava, in preda a vivo stupore, il panorama del 1961: le sue case oltre il migliaio, i suoi figli a decine di migliaia, i suoi ragazzi a centinaia di migliaia. Un panorama vario e meraviglioso, perché ogni popolo della terra vi aveva recato le sue caratteristiche.
Una prova della natura profetica del sogno si ebbe anche nel l’avveramento delle profezie fatte sui singoli.
Così il chierico Molina, in questo sogno, fu visto da Don Bosco gettar via il cappello, saltare il fosso e poi fuggire. Il chierico ne chiese la spiegazione.
— Tu — rispose Don Bosco — farai non cinque, ma sei anni di teologia e poi deporrai l’abito ecclesiastico.
A Molina la risposta parve strana e ben lontana dalla verità; ma la profezia si avverò alla lettera: dopo sei anni di teologia il chierico approfittò di una visita in famiglia e non tornò più.
Il chierico Vaschetti fu visto nel sogno uscire dal campo e saltare il fosso. Quando Don Bosco glielo comunicò, rispose quasi in dispettito:
— Lei ha davvero sognato!
Infatti allora era ben lontano dal voler lasciare Don Bosco; ma qualche tempo dopo saltò realmente il fosso. Fu però un ottimo parroco in diocesi.
Il chierico Giuseppe Fagnano, da pochi mesi venuto dal Seminario di Asti, non conoscendo Don Bosco, pensò che si trattasse di fantasticherie; ma spinto dai compagni, domandò a Don Bosco che cosa avesse visto di lui in quella lente.
— Ti ho visto che lavoravi in mezzo a uomini nudi, ma così lontano che appena potevo riconoscerti.
Fu profeta: Mons. Fagnano fu il più grande missionario della Terra del Fuoco.
Terminato il racconto, Don Bosco parlò così: « Adesso che vi ho raccontato queste cose, penserete: “Chi sa! Don Bosco è un uomo straordinario, un santo sicuramente!”. Miei cari giovani, per impedire stolti giudizi intorno a me, stimo bene di dirvi che il Signore ha molti mezzi per manifestare la sua volontà. Alcune volte si serve degli strumenti più inetti e indegni, come si servì del l’asina di Balaam facendola parlare; e di Balaam, falso profeta, per predire molte cose riguardanti il Messia. Perciò lo stesso può accadere a me».

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Il fazzoletto della purezza

Nella notte dal 14 al 15 giugno 1861 Don Bosco sognò di trovarsi in una vasta pianura, nella quale sorgeva un bel palazzo con grandi terrazzi, e si estendeva una piazza. In un angolo di questa vide una Signora che distribuiva un fazzoletto a un gran numero di giovani affollati intorno a Lei. Preso il fazzoletto, salivano e si disponevano sul lungo terrazzo.
Anche Don Bosco si avvicinò a quella Signora e udì che nel con segnare il fazzoletto, diceva a ciascuno:
— Non stenderlo mai quando tira il vento; ma se il vento ti sorprende quando l’hai disteso, volgiti subito a destra, non mai a sinistra. Finita la distribuzione, Don Bosco si mise a osservare quei giovani schierati sul terrazzo e vide che, uno dopo l’altro, stendevano quel fazzoletto, che gli apparve in tutta la sua bellezza: era molto largo, ricamato in oro, con queste parole, pur esse in oro: Regina virtutum (la regina delle virtù).
Quand’ecco levarsi un forte vento. Subito alcuni nascosero il fazzoletto, altri si voltarono a destra, altri a sinistra.
Quindi scoppiò un pauroso temporale, con pioggia, grandine e neve. Intanto alcuni giovani stavano con il fazzoletto disteso e la grandine vi batteva dentro strappandolo da parte a parte: lo stesso faceva la pioggia, le cui gocce pareva avessero la punta; come pure i fiocchi di neve. In un momento tutti quei fazzoletti furono crivellati, sicché più nulla avevano di bello.
Don Bosco rimase dolorosamente sorpreso, tanto più che vi riconobbe i giovani del suo Oratorio. Ma lasciamo che parli lui: « Andai allora dove era quella Signora che distribuiva i fazzoletti. Qui vi stavano alcuni uomini e domandai loro:
— Che cosa vuoi dire tutto questo?
Mi rispose la Signora:
La regina delle virtù, si sa, è la carità ma Don Bosco si era convinio, per lunga esperienza, che l’impurità porta il giovane all’egoismo, mentre la purezza vissuta è sorgente e alimento di carità.
— Non hai visto quello che era scritto su quei fazzoletti?
— Sì: Regina virtutum (la regina delle virtù).
— Ebbene, quei giovani hanno esposto la virtù della purezza al vento delle tentazioni. Alcuni le hanno fuggite prontamente, e sono quelli che hanno nascosto il fazzoletto; altri si sono voltati a destra, e sono quelli che nel pericolo ricorrono al Signore; altri sono rimasti con il fazzoletto aperto e sono caduti in peccato.
Al vedere quanto pochi avevano conservato la virtù della purezza, ruppi in un pianto doloroso.
— Non affannarti — mi disse allora la Signora — vieni a vedere! Guardai e vidi il fazzoletto di quelli che si erano voltati a destra divenuto molto stretto, ma rappezzato e cucito.
Quella Signora intanto aggiungeva:
— Sono quelli che ebbero la disgrazia di perdere la bella virtù, ma vi rimediarono con la confessione. Gli altri che non si mossero, sono quelli che continuano nel peccato con il pericolo di anda realla perdizione».
Questo il sogno di Don Bosco.

Nell’infuriare della bufera, di anno in anno più ostile alla virtù che Don Bosco chiama « virtù angelica», è luce e stimolo alla lotta la visione della misteriosa Signora.
Don Bosco, che al costatare le devastazioni morali che compie il malcostume tra i giovani, « rompe in un pianto doloroso», fa pensare al forte richiamo di san Pietro: «Salvatevi da questa generazione perversa! ».
E motivo di riflessione, specie per i genitori, quanto afferma Don Bosco dei giovani, vittime del vizio impuro: «I loro fazzoletti erano ridotti in così cattivo stato che facevano pietà! ».

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L’uomo con la lanterna

Il 25 aprile 1862 moriva improvvisamente nell’Oratorio di Valdocco il giovane Maestro Vittorio. La sua morte era stata prevista da Don Bosco in questo sogno, che il Santo raccontò ai suoi giovani la sera del 21 marzo di quell’anno.
«Mi sembrava di essere appoggiato alla finestra della mia camera e di stare a osservare i miei giovani, che nei cortile si divertivano allegramente, quando vidi entrare dalla portineria un personaggio, alto di statura, con lunga barba bianca, con pochi capelli anch’essi candidi, che dal capo gli scendevano sulle spalle. Era avvolto in un lenzuolo che con la sinistra teneva stretto ai corpo; nella mano destra aveva una fiaccola con fiamma fosco-azzurra. Con passi lenti e gravi percorse il cortile facendo alcuni giri tra i giovani che giocavano, finché si ferma davanti a un giovane, gli avvicina la fiaccola alla faccia ed esclama:
— E proprio lui!
Gli presenta quindi un biglietto che trae dalle pieghe del mantello; il giovane lo legge impallidendo e tremando, e domanda:
— Quando?
Quel vecchione con voce sepolcrale, risponde:
— Vieni, per te l’ora è suonata!
— Almeno posso continuare il gioco?
— Anche giocando puoi essere sorpreso.
Il giovane tremava, voleva parlare, ma l’uomo, indicando con la mano sinistra una bara posta sotto il porticato, gli disse:
— Vedi là? Quella bara è per te. Presto, vieni!
— Non sono preparato, — gridava il giovane, — sono ancora troppo giovane —; ma lo spettro si dileguò ».
Don Bosco concluse:
— Uno di voi deve morire, io io conosco, ma non lo dirò a nessuno. Ciascuno pensi a tenersi preparato.
Sceso dalla cattedra, confidò ad alcuni che il giovane non avrebbe passato due solennità che cominciano per P (Pasqua e Pentecoste), e che la sua morte sarebbe stata improvvisa.
Circa un mese dopo, il 16 aprile, moriva il giovane Luigi Fornasio, ma Don Bosco disse chiaramente che non era questo il ragazzo del sogno. Quella stessa sera i giovani assediarono Don Bosco per sapere chi fosse il giovane che doveva morire.
— Ci dica almeno l’iniziale del nome.
— Colui che ha ricevuto il biglietto da quel misterioso vecchione — rispose Don Bosco — porta un nome che comincia con le iniziali del nome di Maria.
Si voleva indovinare, ma era difficile perché in casa più di 30 alunni avevano un nome che cominciava con la lettera M.
Un mattino Don Bosco incontrò per le scale il giovane Maestro Vittorio di Viora, Mondovì, e gli domandò a bruciapelo:
— Vuoi andare in Paradiso?
— Certo, rispose Maestro.
— Dunque prepàrati!
Il giovane pensò a una battuta delle solite di Don Bosco e non si turbò. Don Bosco intanto lo andava preparando e lo induceva a fare la confessione generale approfittando della Pasqua.
Ed ecco il 25 aprile morire improvvisamente, colpito da apoplessia, proprio il giovane Maestro. Quella sera Don Bosco rivelò il suo cuore di padre, perché ne parlò con tanta commozione che strappò a tutti le lacrime. Disse tra l’altro che Maestro era il giovane da lui visto nel sogno, che la sua morte era stata repentina, ma non improvvisa, perché era ben preparato. E aggiunse: « Quanto si ingannano quelli che dicono di voler aspettare ad aggiustare le cose della loro coscienza alla fine della vita! E quanto maggiore sarebbe il nostro dolore se il Signore avesse permesso che ci fossero stati tolti altri che nella casa tengono una condotta poco soddisfacente!».

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Il serpente e il Rosario

Nel febbraio del 1848 il marchese Roberto d’Azeglio, amico personale di Carlo Alberto e senatore del Regno, onorò l’Oratorio di Don Bosco di una sua visita. Il Santo lo accompagnò a visitare tutta la casa. Il marchese espresse la sua viva compiacenza, ma con una riserva. Definì tempo perduto quello occupato a recitare il Rosario.
— Lasci — disse — di far recitare quell’anticaglia di 50 Ave Maria infilzate una dopo l’altra.
— Ebbene — rispose Don Bosco —, io ci tengo molto a tale pratica; e su questa potrei dire che è fondata la mia istituzione; sarei disposto a lasciare tante altre cose pure importanti, ma non questa.
E con il coraggio che gli era proprio soggiunse:
— E anche, se fosse necessario, sarei disposto a rinunziare alla sua preziosa amicizia, ma non mai alla recita del S. Rosario.
A stimolare i giovani ad amare il Rosario era incoraggiato an che dai suoi sogni. Ne citiamo uno. Lo ebbe la vigilia dell’Assunta del 1862. Sognò di trovarsi nella sua borgata natia — oggi Colle Don Bosco — in casa del fratello, con tutti i suoi giovani. Ed ecco che gli si presenta Uno (la solita Guida dei suoi sogni) che lo invita ad andare nel prato attiguo al cortile, e là gli indica un serpentaccio lungo 7-8 metri, di una grossezza straordinaria. Don Bosco inorridisce e vuole fuggire. Ma la Guida lo invita a non aver paura e a fermarsi. Poi va a prendere una corda, ritorna da Don Bosco e gli dice:
— Prenda questa corda per un capo e la tenga ben stretta; io prenderò l’altro capo e sospenderemo la corda sul serpente.
— E poi?
— E poi gliela sbatteremo sulla schiena.
— Ah! No, per carità! Guai se noi faremo questo. Il serpente si rivolterà inviperito e ci farà a pezzi.
«Ma la Guida insistette — narra Don Bosco — e mi assicurò che il serpente non mi avrebbe fatto alcun male, e tanto disse che io acconsentii a fare come voleva. Egli intanto alzò la corda e con questa diede una sferzata sulla schiena del rettile. Il serpente fa un salto e volge la testa indietro per mordere ciò che l’ha percos so, ma resta allacciato come in un cappio scorsoio.
— Tenga stretto — grida la Guida — e non lasci sfuggire la corda. E corse a legare il capo della corda che aveva in mano a un pero vicino; poi legò il capo della corda che tenevo io all’inferriata di una finestra della casa. Frattanto il serpente si dibatteva furiosa mente e dava tali colpi in terra con la testa e conle immani sue spire, che le sue carni si laceravano e ne saltavano i pezzi a grande distanza. Così continuò finché non rimase di lui che lo scheletro spolpato.
Morto il serpente, la Guida slegò la corda dall’albero e dalla finestra, la raccolse e la chiuse in una cassetta. Dopo qualche istante l’aprì. Con stupore mio e dei giovani che erano accorsi, vedemmo che quella corda si era disposta in modo da formare le parole:
Ave Maria. La Guida spiegò:
— Il serpente figura il demonio e la corda l’Ave Maria o piuttosto il Rosario, che è una continuazione di Ave Maria, con le quali si possono battere, vincere, distruggere tutti i demoni dell’inferno».
A questo punto agli occhi di Don Bosco si presentò una scena ben dolorosa: vide giovani che raccoglievano pezzi di carne del serpente e ne mangiavano e restavano avvelenati.
«Io non sapevo darmi pace — racconta Don Bosco —‘ perché nonostante i miei avvisi, continuavano a mangiare. Io gridavo all’uno, gridavo all’altro; davo schiaffi a questo, pugni a quello, cercando di impedire che mangiassero, ma inutilmente. Io ero fuori di me stesso, allorché vidi tutt’intorno un gran numero di giovani distesi per terra in uno stato miserando».
Allora Don Bosco si rivolse alla Guida:
—- Ma non c’è un rimedio a tanto male?
— Sì che c’è.
— Quale sarebbe?
— Non c’è altro che l’incudine e il martello.
— Come? Debbo forse metterli sull’incudine e batterli col martello?
— Ecco — rispose la Guida — il martello significa la Confessione, l’incudine la Comunione: bisogna far uso di questi due mezzi.

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Il sogno dell’elefante

11 6 gennaio 1863 Don Bosco raccontava ai suoi giovani uno di quei sogni che facevano epoca per l’efficacia con la quale scuotevano i cuori e li portavano a Maria.
Sognò di trovarsi nella sua cameretta in amichevole conversa zione col prof. Vallauri, senatore del Regno, quando sentì bussare alla porta. Corse a vedere. Era Mamma Margherita, morta da sei anni, che affannata lo chiamava:
— Vieni a vedere! Vieni a vedere!
Don Bosco esce sul balcone e vede, nel cortile, un elefante di smisurata grandezza. Sbigottito si precipita nel cortile, seguito dal prof. Vallauri.
Quell’elefante sembrava mite, docile, si divertiva con i giovani, li accarezzava con la proboscide, in modo che era sempre seguito da un gran numero di giovani. La maggior parte però fuggiva spaventata e finì per rifugiarsi in chiesa. Anche Don Bosco li seguì e, nel passare vicino alla statuetta della Vergine, collocata sotto il porticato (ove si trova ancora oggi), toccò l’estremità del suo manto per invocarne la protezione; ed Ella alzò il braccio destro. Vallauri lo imitò e la Vergine sollevò il braccio sinistro.
Venne l’ora delle sacre funzioni e tutti i giovani si recarono in chiesa. L’elefante li seguì e Don Bosco, mentre impartiva la benedizione eucaristica, vide al fondo il mostro anch’esso inginocchiato, ma in senso contrario, col muso e con le zanne rivolti alla porta principale. Usciti di chiesa, i giovani ripresero la ricreazione. «A un tratto — racconta Don Bosco —, all’impensata di tutti, vidi quel brutto animale, che prima era tanto gentile, avventarsi con furiosi barriti in mezzo ai giovani circostanti e, prendendo i più vicini con la proboscide, scagliarli in alto, sfracellarli sbattendoli in terra e con i piedi farne uno strazio orrendo. Era un fuggi fuggi generale: chi gridava, chi piangeva, chi invocava l’aiuto dei compagni; mentre, cosa straziante, alcuni giovani, invece di soccorrere i feriti, avevano fatto alleanza col mostro per procacciargli nuove vittime.
Mentre avvenivano queste cose, la statuetta della Madonna si animò, s’ingrandì, divenne persona di alta statura, alzò le braccia, aperse il manto che si allargò smisuratamente, tanto da coprire tutti quelli che vi si ricoveravano sotto. Ma vedendo Maria SS. che molti non si curavano di correre a lei, gridava ad alta voce:
— Venite ad me omnes (Venite a me tutti).
Ed ecco che la folla dei giovani sotto il manto cresceva, mentre il manto continuava ad allargarsi. Siccome però alcuni facevano i sordi e rimanevano feriti, la Vergine, rossa in viso, continuava a gridare:
— Venite ad me òmnes!
L’elefante intanto continuava la strage, aiutato da alcuni giovani che, armati di spada, impedivano ai compagni di rifugiarsi presso la Madonna. Tra i giovani ricoverati sotto il manto della Vergine alcuni facevano rapide scorrerie, strappavano all’elefan te qualche preda e portavano i feriti sotto il manto della Madonna, e subito restavano guariti».
Il cortile ormai era deserto e presentava due scene opposte. Da una parte c’era l’elefante con 10-12 giovani che lo avevano aiutato a fare tanto male. A un tratto quel bestione si sollevò sulle zampe posteriori, si trasformò in un fantasma orribile con lunghe corna e, preso un nero copertone, avviluppò quei miseri che avevano parteggiato con lui, mandando un orribile barrito. Allora un denso fumo tutti li avvolse e si sprofondarono e sparirono col mostro in una voragine improvvisamente apertasi sotto i loro piedi.
Dall’altra parte la scena dolcissima della Vergine che, ai giovani ricoverati sotto il suo manto, rivolgeva belle parole di conforto e di speranza. Tra le altre, Don Bosco udì queste:
— Voi che avete ascoltato la mia voce e siete sfuggiti alla strage del demonio, volete sapere qual è la causa della loro perdita? So no i cattivi discorsi e le azioni che ne seguirono. Fuggite quei compagni che sono amici di Satana, fuggite i cattivi discorsi, specialmente quelli contro la purità; abbiate in me una confidenza illimitata e il mio manto vi sarà sempre sicuro rifugio.
Detto questo, si dileguò e Don Bosco non vide altro che la cara statuetta, mentre i giovani salvati si ordinarono dietro a uno stendardo che portava la scritta: Sancta Maria, succurre miseris (Santa Maria, soccorri noi poveretti) e partirono cantando: «Lodate Maria, o lingue fedeli».
Don Bosco terminava il suo racconto dicendo: « Chi vorrà sapere il posto che tenevano in sogno, venga da me e io glielo manifesterò ». «I giovani — commenta il biografo Don Lemoyne —, meditando tal sogno, per una settimana e più non lo lasciarono in pace. Al mattino molte confessioni, dopo pranzo furono quasi tutti da lui per sapere quale luogo tenessero in quel sogno misterioso ».

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La decima collina

La sera del 22 ottobre 1864, Don Bosco narrava ai giovani del l’Oratorio questo sogno, nel quale gli era stato rivelato con quanta facilità gli innocenti superino gli ostacoli che rendono agli altri assai più ardua la via della salvezza.
Gli parve di trovarsi in una grandissima valle piena di migliaia di giovani, molti dei quali riconobbe come allievi del suo Oratorio. Una ripa altissima chiudeva da un lato quella valle.
— Vedi quella ripa? — gli disse la Guida —. Ebbene bisogna che tu e i tuoi giovani ne guadagniate la cima.
A un cenno di Don Bosco, tutti quei giovani si slanciarono per arrampicarsi su per la ripa. I sacerdoti della casa li aiutavano: chi rialzava quelli che cadevano, chi portava sulle spalle gli spossati e i deboli. Don Rua (il futuro Beato) lavorava più di tutti: prende va i giovani a due a due e li lanciava addirittura per aria sulla ripa; ed essi si rialzavano prontamente e si mettevano a scorrazzare al legramente qua e là. Don Cagliero (il futuro Cardinale) e Don Fran cesia correvano su e giù per le file gridando:
— Coraggio! Avanti, avanti, coraggio!
In breve quelle schiere giovanili raggiunsero la cima della ripa e videro elevarsi davanti a sé dieci colline, una dopo l’altra.
— Tu — disse la Guida a Don Bosco —, devi valicare con i tuoi giovani queste dieci colline.
— Ma come resisteranno i più piccoli e delicati a un viaggio così lungo?
— Chi non può camminare, sarà portato — rispose la Guida. Ecco infatti comparire un magnifico carro splendente di oro e di pietre preziose. Era triangolare e aveva le ruote che si movevano per tutti i versi. Dai tre angoli partivano tre aste che si congiungevano sopra il carro, formando come un pinnacolo, sul qua le s’innalzava un meraviglioso stendardo, su cui era scritto a ca ratteri cubitali: INNOCENZA. Il carro si avanzò e venne a collocarsi in mezzo ai giovani. Dato il comando, vi salirono sopra cinquecento fanciulli. Qui Don Bosco commenta con tristezza: «Cinquecento appena, in mezzo a tante migliaia di giovani, erano ancora innocenti! ».
Collocati questi sul carro, ecco apparire sei giovani biancove stiti, già morti nell’Oratorio, i quali inalberavano un altro bellissimo stendardo con la scritta: PENITENZA. Essi si misero alla testa di tutte quelle falangi di giovani che, a un segnale, si mossero verso le dieci colline, mentre i fanciulli che erano sul carro cantavano con inesprimibile dolcezza: Laudate, pueri, Dominum (Lodate, fanciulli, il Signore).
Don Bosco continua: «Io camminavo inebriato da quella musica di paradiso, quando mi ricordai di voltarmi indietro per vedere se tutti i giovani mi avessero seguito. Oh, doloroso spettacolo! Molti erano rimasti nella valle e molti erano tornati indietro. Io, agitato da indicibile dolore, decisi di rifare il cammino già fatto per tentare di persuadere quei giovani sconsigliati a seguirmi. Ma ciò mi venne assolutamente vietato.
— Peggio per loro — disse la Guida —. Essi furono chiamati come tutti gli altri. La strada l’hanno veduta e ciò basta.
Pregai, scongiurai: tutto fu inutile. E dovetti proseguire il cammino.
Non si era ancora lenito questo dolore, che sopravvenne un altro caso. Molti ragazzi di quelli che erano sul carro erano caduti per terra. Di cinquecento rimanevano sotto il vessillo dell’Innocenza solo 150.
Il mio cuore scoppiava: gemevo e sentivo il mio gemito risonare per la stanza: volevo dissipare l’incubo di quel fantasma, ma non potevo. Intanto la musica del carro continuava così dolce che a poco a poco sopì il mio cocente dolore.
Sette colline erano già valicate e quando quelle schiere giunsero sull’ottava, entrarono in una meravigliosa regione, dove si arrestarono per prendere un po’ di riposo. C’erano abitazioni di una bellezza e ricchezza superiori ad ogni immaginazione, con piante fruttifere, sulle quali si vedevano insieme fiori e frutti, maturi e acerbi: era un incanto. I giovani godevano nell’ammirare e assaporare quelle frutta. Ma qui ebbi un’altra sorpresa. A un tratto i giovani erano diventati vecchi: senza denti, con i capelli bianchi, con il volto solcato da rughe; zoppicanti e curvi, marciavano a stento, appoggiati al bastone. Io mi meravigliavo di questa trasformazione, ma la Guida mi fece notare che le dieci colline rappresentavano anche ciascuna un decennio di vita.
— È quella musica divina — disse — che ti ha fatto parere corto il cammino e breve il tempo. Guarda la tua fisionomia e ti per suaderai che dico il vero.
E mi venne presentato uno specchio, mi specchiai e vidi che il mio aspetto era diventato quello di un uomo attempato, col volto rugoso e i denti rari e guasti.
La comitiva frattanto si rimise in cammino. Lontano, lontano, in fondo, sulla decima collina spuntava una luce che andava crescendo, come se venisse da una splendida apertura (la porta del paradiso?). Riprese allora il soavissimo canto, così attraente che soltanto in paradiso si può gustare l’uguale. Fu tale la commozione e la gioia che mi inondò l’anima nel sentirlo che mi svegliai, e mi trovai nella mia stanza». Don Bosco concluse dicendo che era pronto a dire confidenzialmente a certi giovani che cosa facevano in questo sogno: se erano tra quelli rimasti nella valle o se erano caduti dal carro.

Don Bosco stesso ha interpretato il sogno così: la valle è il mondo; la ripa gli ostacoli per staccarsi da esso; le dieci colline i dieci comandamenti di Dio; il carro la grazia di Dio; le squadre dei giovani a piedi sono quelli che hanno perduto l’innocenza, ma si sono pentiti dei loro falli.

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Corvi, beccate, balsamo

La notte precedente la domenica in Albis, 3 aprile 1864, a Don Bosco parve di trovarsi sul balcone prospiciente la sua cameretta, nell’atto di osservare i giovani a divertirsi, quando vide comparire un grande lenzuolo bianco, che coprì tutto il cortile con i giovani che si ricreavano. Mentre stava osservando, vide una grande quantità di corvi venire a svolazzare sopra il lenzuolo, girare qua e là e finalmente trovare le estremità, passare sotto e gettarsi sopra i giovani per beccarli.
Apparve allora uno spettacolo compassionevole: a uno cavavano gli occhi, a un altro beccavano la lingua facendola a pezzi; a questo davano beccate in fronte, a quell’altro straziavano il cuore. Ma ciò che stupiva Don Bosco era che nessuno si lamentava o gridava, ma tutti restavano freddi e insensibili, senza curarsi di difendersi.
«— Sogno o son desto? — pensavo —. Quei corvi che siano demòni che danno l’assalto ai miei giovani?
Mentre pensavo così, sentii un rumore e mi svegliai. Qualcuno aveva bussato alla mia porta.
Ma quale non fu la mia sorpresa quando il lunedì vidi diminuire le Comunioni, al martedì più ancora, al mercoledì poi in modo notevolissimo, sicché alla metà della Messa avevo terminato di confessare! Non volli però dir nulla, perché essendo prossimi gli Esercizi Spirituali, speravo che si sarebbe rimediato a tutto.
Ieri, 13 aprile, ebbi un altro sogno. Lungo il giorno avevo sempre confessato, quindi la mia mente era tutta occupata dell’anima dei miei giovani, come lo è quasi di continuo. Nella notte mi parve di nuovo di trovarmi sul balcone a osservare i giovani in ricrea zione. Scorgevo tutti quelli che erano stati feriti dai corvi e li osservavo, quando comparve un personaggio con un vasetto in mano, entro cui c’era del balsamo. Era accompagnato da un altro che recava un pannolino. Tutti e due si diedero attorno a medicare le ferite dei giovani che, appena toccati dal balsamo, restavano guariti. Ve ne furono però parecchi che non vollero essere guariti.
E ciò che più mi spiacque è che questi erano in numero notevole. Mi affrettai a prenderne i nomi su di un pezzo di carta, ma mentre scrivevo, mi svegliai e mi trovai a mani vuote. Tuttavia li ricordo quasi tutti e andrò via via parlando con loro, come già parlai con alcuni per indurli a sanare le loro ferite».
Questi due sogni spiegano quanto si legge nelle Memorie Biografiche: « Finiti gli Esercizi, Don Bosco si lamentò che alcuni degli alunni non ne avessero approfittato per il bene della loro anima. “Io, in questi giorni passati — disse —, vedevo così chiaramente i peccati di ciascuno di voi, come se li avessi tutti scritti davanti agli occhi. E una grazia singolare che il Signore mi ha fatto in questi giorni per il vostro bene “» .

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La pernice e la quaglia

Il 16 gennaio 1865 Don Bosco raccontava ai suoi ragazzi un sogno che aveva fatto due giorni prima.
Gli era parso di essere in viaggio con tutti i giovani dell’Oratorio. Giunti in una vigna, si fermarono a fare colazione. I giovani si sparsero qua e là per mangiare frutta; Don Bosco in mezzo a loro tagliava grappoli e li distribuiva a sazietà dicendo:
— A te: prendi e mangia!
Ristorati che furono, si rimisero in viaggio attraversando la vigna; ma il cammino era malagevole perché bisognava ora scendere, ora salire, ora saltare solchi profondi. I più robusti saltavano, i più piccoli tentavano anch’essi il salto, ma rotolavano nel fosso. Don Bosco allora guardò attorno, vide una strada che costeggiava la vigna e con tutti i giovani si diresse da quella parte. Ma la Guida li fermò:
— Non vada su quella strada: è impraticabile perché piena di pietre, spine, fango e fosse.
— Ma questi piccoli —obiettò Don Bosco — non possono camminare attraverso questi solchi.
— Oh, è presto fatto — rispose la Guida —: i più grandi prendano sulle spalle i più piccoli.
Giunti là dove finiva la vigna, aprendosi con grande stento un passaggio attraverso una folta siepe di spine, si trovarono in una amenissima valle, piena di alberi e ricca di verdi prati. Qui incontrarono due antichi giovani dell’Oratorio, che salutarono Don Bosco.
— Guardi — gli disse uno mostrandogli due uccelli, una pernice e una quaglia.
Don Bosco prese la pernice e mentre la imbeccava, si accorse che aveva il becco diviso in quattro parti. Ne domandò spiegazio ne a quel giovane che rispose:
— Ella che ha studiato tanto non capisce? Come si chiama la pernice in latino?
— Perdix.
— Orbene, mediti le lettere che compongono la parola perdix:

p: vuol dire perseverantia (perseveranza).
e: aeternitas te expectat (l’eternità ti attende).
r: referet unusquisque secundum opera sua, prout gessit, sive bonum, sive malum (ciascuno renderà conto delle opere che ha fatto, sia del bene che del male).
d: dempto nomine (cancellata ogni fama, scienza, gloria, ricchezza).
i: ibit (andrà).

Ecco che cosa indicano le quattro parti del becco: i quattro novissimi.
— Ho capito, ma dimmi: e l’x dove lo lasci? Che cosa significa?
— Come, lei che ha studiato le matematiche non sa che cosa vuoi dire x?
— x significa il numero ignoto che deve essere scoperto col calcolo.
— Ebbene, andrà in un luogo sconosciuto (in locum suum).
Mentre Don Bosco rifletteva su queste spiegazioni, il giovane gli domandò:
— Vuol vedere anche la quaglia?
— Sì, fammela vedere.

Gli porse allora una magnifica quaglia; tale almeno pareva. Don Bosco la prese in mano, le sollevò le ali e vide che era tutta piagata; a poco a poco apparve brutta, marcia e puzzolente. Allora Don Bosco chiese al giovane il perché di quella trasformazione. Egli rispose:
— Si ricorda quando gli Ebrei nel deserto mormoravano e Dio mandò le quaglie, e ne mangiarono e avevano ancora quelle carni fra i denti, quando tante migliaia di loro furono puniti dalla mano di Dio? Dunque questa quaglia significa che ne uccide più la gola che la spada, e che l’origine della maggior parte dei peccati deriva dalla gola.
Intanto nelle siepi, sugli alberi, fra le erbe comparvero pernici e quaglie in gran numero. I giovani presero a dar loro la caccia e così si procurarono la refezione.
Quando poi si rimisero in viaggio, Don Bosco notò che quanti avevano mangiato pernici erano diventati robusti e continuarono il cammino; quelli invece che avevano mangiato quaglie restarono nella valle, si dispersero e Don Bosco più non li vide.
Il sogno continua con una predizione di morte; quindi Don Bosco concluse: «Il sogno durò tutta la notte e la mattina mi trovai così stanco e affranto, che realmente mi pareva che avessi viaggiato tutta la notte». Due sere dopo, Don Bosco tornava a parlare del sogno così: « Voi vorrete sapere ancora qualche cosa del sogno. Vi spiegherò solamente che cosa voglia dire quaglia e pernice. La pernice è la virtù, la quaglia il vizio. Perché la quaglia fosse così bella in apparenza e poi, vista da vicino, apparisse tutta puzzolente, lo capite: è il vizio impuro.
Tra i giovani alcuni mangiavano la pernice: sono quelli che amano la virtù e la seguono. Altri mangiavano la quaglia golosamente, con avidità, nonostante che fosse tutta fradicia: sono quelli che si danno al vizio. Taluni tenevano in una mano la quaglia, nell’altra la pernice, ma mangiavano la quaglia: sono quelli che apprezzano la bellezza della virtù, ma non si decidono a praticarla.
Altri, tenendo in una mano la pernice e nell’altra la quaglia, mangiavano la pernice, ma davano occhiate cupide e vogliose alla quaglia: sono quelli che seguono la virtù, ma con stento e quasi per forza; di costoro si può dubitare che se non mutano gusto, finiranno per cadere. Altri infine mangiavano un po’ di quaglia e un po’ di pernice:
sono coloro che alternano vizio e virtù e cadono in inganno sperando di non essere tanto cattivi.
Voi mi direte: chi di noi mangiava la quaglia e chi la pernice? A molti l’ho già detto; gli altri, se vogliono, vengano da me e lo sapranno».

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Un’aquila maestosa

Oggi come ieri non mancano i pedagogisti e gli educatori che non vogliono che si parli della morte ai giovani perché, dicono, è un pensiero che turba la loro serenità e la loro gioia spensierata. Don Bosco era di parere decisamente contrario, non per partito preso, ma perché si basava sulla sua lunga esperienza.
E certo ed evidente per chiunque legga i 19 volumi delle Memorie Biografiche che per Don Bosco il pensiero della brevità della vita e della possibilità d’incontrarsi con Dio in ogni istante, sti molava un senso di vigilanza evangelica e creava un’atmosfera di purezza e di santità straordinaria. Certe predizioni di morti fatte in forma drammatica e circostanziata, seguite poi dalla non meno drammatica realtà, producevano nei giovani l’effetto di un corso di Esercizi Spirituali, tanto più che sovente avvenivano nel clima raccolto dell’Esercizio mensile della Buona Morte.
Fu appunto nell’Esercizio del lO febbraio 1865 che Don Bosco predisse che un giovane non sarebbe arrivato a fare un altro Esercizio. Questo annunzio era effetto di un sogno.
Una notte gli parve di trovarsi nel cortile in mezzo ai giovani che si ricreavano. A un tratto apparve un’aquila maestosa di bellissime forme, la quale andava roteando e abbassandosi a poco a poco sopra i giovani. Don Bosco la guardava meravigliato. La Guida solita ad apparirgli nei sogni gli disse:
— Vedi quell’aquila? Vuole ghermire uno dei tuoi giovani.
— E chi sarà? — chiese Don Bosco.
— Osserva bene: sarà quello sul capo del quale andrà a fermarsi l’aquila.
Don Bosco osservò attentamente e vide che l’aquila andò a posarsi sul tredicenne Antonio Ferraris di Castellazzo Bormida. Don Bosco lo riconobbe perfettamente e si svegliò. Impressionato dal la visione, fece questa preghiera:
— Signore, se questo non è un sogno ma una realtà, quando dovrà verificarsi?
Si addormentò di nuovo ed ecco apparirgli la Guida che gli disse:
— Il giovane Ferraris non farà più di due volte l’Esercizio della Buona Morte —. E disparve.
Allora Don Bosco si persuase che quello non era un sogno, ma una realtà. Ecco perché aveva dato quell’annunzio ai giovani. Ferraris allora stava bene, cominciava però a sentire qualche di sturbo, che andò accentuandosi. Don Bosco delicatamente lo pre parava; il 16 marzo spirava santamente.
La sera stessa del 16 marzo Don Bosco così parlava ai giovani:
« Io vi vedo tutti ansiosi di sapere da me quali siano stati gli ultimi istanti del nostro Ferraris, e sono qui per appagare il vostro giusto desiderio. Egli morì tranquillissimo. La morte non gli faceva paura. Io gli domandai:
— Non hai niente che ti turbi la coscienza? Avresti qualche cosa da dirmi?
Egli ci pensò alquanto, poi mi rispose:
— Non ho niente.
Che bella risposta! Un giovane che si avvicina alla morte, che sa di dover morire, risponde: “Non ho niente!” con tutta tranquillità e serenità.
Ciascuno di noi, miei cari figliuoli, vorrebbe trovarsi al posto di Ferraris. Io sono persuaso che andò diritto in Paradiso. E volentieri cambierei il mio posto col suo».

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Fiori e frutti a Maria

La sera del 30 maggio 1865, chiudendo il mese di Maria, Don Bosco raccontò di aver visto in sogno un grande altare dedicato alla Vergine e i giovani del suo Oratorio che, in processione, avanzavano cantando verso di esso.
Alcuni cantavano con voci angeliche, altri con voci roche, altri stonavano; c’erano perfino dei ragazzi che sbadigliavano annoiati.
Tutti portavano un dono da offrire a Maria, ma che varietà di doni! Chi portava un mazzo di rose, chi di gigli, chi di violette; chi portava agnelli, chi conigli, chi pesci, chi noci, chi uva ecc, ecc. C’erano però anche di quelli che portavano alla Vergine dei doni proprio strani: chi portava una testa di porco, chi un gatto, chi un piatto di rospi.
Un bellissimo Angelo, forse l’Angelo Custode dell’Oratorio, stava davanti all’altare e riceveva i doni e li poneva sull’altare. Prima però toglieva i fiori belli ma senza odore, come le dalie e le camelie; soprattutto toglieva le spine e i chiodi che si nascondevano in alcuni mazzi.
Vennero avanti anche i giovani che portavano doni strani e indegni.
— Come! Tu hai il coraggio di offrire alla Vergine un porcello?!
— disse l’Angelo al primo —. E non sai che significa l’impurità, e Maria è la Tuttapura, la Tuttasanta? Allontànati di qui.
Vennero altri che portavano un gatto e l’Angelo li respinse con sdegno:
— Non sapete che il gatto significa il furto?
A quelli che portavano un piatto di rospi, l’Angelo gridò sdegnato. — I rospi simboleggiano i vergognosi peccati di scandalo e voi venite a offrirli alla Vergine?
Ci furono anche alcuni che si avanzavano con un coltello piantato nel cuore, simbolo dei sacrilegi.
— Non vedete — disse loro l’Angelo — che avete la morte nel cuore? Per carità fatevelo cavare quel coltello!
E anche costoro furono respinti.
Quando tutti ebbero offerto i loro doni, comparvero due Ange li che sorreggevano due ceste piene di magnifiche corone, composte di rose stupende. L’Angelo Custode ne incoronò tutti i giovani i cui doni erano stati graditi, e disse loro:
— Maria oggi ha voluto che voi foste incoronati di così belle rose. Fate in modo che non vi vengano tolte praticando l’umiltà, l’ubbidienza, la purezza. Tre virtù che vi renderanno sempre cari a Maria e vi faranno degni di ricevere una corona infinitamente più bella di questa. I giovani incoronati espressero la loro gioia con il canto Lodate Maria con voci così forti che Don Bosco si svegliò.
Don Bosco stesso diede questa interpretazione: i fiori inodori sono le opere buone fatte per fini umani; le spine, le disubbidienze, i chiodi, i peccati gravi.
E terminò dicendo: « Miei cari, io so quali furono incoronati e quali quelli scacciati dall’Angelo. Lo dirò ai singoli affinché procurino di portare alla Vergine doni che Essa si degni di accettare».

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L’inondazione e la zattera salvatrice

Questo sogno fu narrato da Don Bosco ai suoi giovani la sera deI 1 gennaio 1866. È stato intitolato: Avvenire della Congregazione Salesiana e sua missione salvatrice in mezzo alla gioventù. In esso Don Bosco presenta alla rapita e commossa fantasia dei suoi figliuoli il vasto panorama delle vicende della vita dello spiri to colorando, con tocchi potentemente drammatici, la sorte alla quale Maria Ausiliatrice guida infallibilmente i suoi, e i tragici di sastri ai quali vanno fatalmente incontro quelli che a Maria, cioè a tutto quel complesso di vita cristiana che è in essa vivente e ope rante, volgono stoltamente le spalle.
E un sogno suggestivo e rivelatore, capace di tonificare l’anima e di richiamarla ai suoi veri destini. In esso Don Bosco descrive un viaggio fatto in compagnia dei suoi giovani durante una im provvisa e furiosa tempesta e attraverso le acque burrascose di una spaventosa inondazione. Lo riferiamo con qualche riduzione, ma con la solita fedeltà.
Don Bosco sognò di trovarsi tra i giovani del suo Oratorio, che si ricreavano allegramente in una immensa prateria; quand’ecco, all’improvviso, si videro da ogni parte circondati da una inondazione, la quale cresceva a misura che si avanzava verso di loro. Sopraffatti dal terrore, corsero a rifugiarsi in un grande mulino isolato, con le mura grosse come quelle di una fortezza. Dalle finestre si vedeva l’estensione del disastro: invece di prati, campi coltivati, orti, boschi, cascine, non si scorgeva più altro che la superficie di un lago immenso.
A misura che l’acqua cresceva, essi salivano da un piano all’altro. Perduta ogni speranza umana di salvarsi, Don Bosco prese a incoraggiare i suoi cari giovani, invitandoli a mettersi tutti con piena fiducia nelle mani di Dio e tra le braccia della loro cara Madre Maria. Quando l’acqua giunse al livello dell’ultimo piano, il terrore s’impossessò di tutti, e non videro altro scampo che quello di rifugiarsi in una grandissima zattera in forma di nave, apparsa in quel l’istante, che galleggiava vicino a loro.
Ognuno voleva rifugiarvisi per primo, ma c’era un muro che emergeva un po’ più alto del livello delle acque. C’era un solo mezzo: servirsi di un lungo e stretto tronco d’albero; ma rendeva difficile il passaggio il fatto che il tronco poggiava sul barcone e si muoveva seguendo il beccheggio della barca stessa, agitata dalle onde.
Fattosi coraggio, Don Bosco vi passò per primo; e per facilitare il trasbordo ai giovani, stabilì preti e chierici che, dal mulino, sorreggessero chi partiva e, dal barcone, dessero mano a chi arrivava.
Frattanto molti giovani impazienti, trovato un pezzo di asse abbastanza lungo e un po’ più làrgo del tronco, ne fecero un secondo ponte e, senza aspettare l’aiuto dei preti e dei chierici e non dando ascolto alle grida di Don Bosco, vi si slanciarono, ma per dendo l’equilibrio, caddero e, ingoiati da quelle torbide e putride acque, più non si videro.
Anche il fragile ponte si era sprofondato con quanti vi stavano sopra. E sì grande fu il numero di quegli infelici, che un quarto dei giovani restò vittima del loro capriccio.
Quelli che si erano rifugiati sulla zattera vi trovarono una gran de quantità di pani, custoditi in molti canestri.
«Quando tutti furono sulla barca — continua Don Bosco — presi il comando di capitano e dissi ai giovani:
— Maria è la Stella del mare. Essa non abbandona chi in Lei confida: mettiamoci tutti sotto il suo manto; Ella ci scamperà dai pericoli e ci guiderà a porto tranquillo.
Quindi abbandonammo ai flutti la nave, che galleggiava otti mamente, mentre l’impeto delle onde, agitate dal vento, la spingeva con tale velocità, che noi, abbracciati l’un l’altro, facemmo un sol corpo per non cadere.
Percorso molto spazio in brevissimo tempo, a un tratto la barca si fermò e si mise a girare attorno a sé stessa con straordinaria rapidità, sicché pareva dovesse affondare. Ma un soffio violentissimo la spinse fuori del vortice. Prese quindi un corso più regolare e, ripetendosi ogni tanto qualche mulinello e il soffio del vento salvatore, andò a fermarsi vicino a una terra che si ergeva come una collina in mezzo a quel mare.
Molti giovani se ne invaghirono e, dicendo che il Signore aveva posto l’uomo sulla terra e non sulle acque, senza chiedere il permesso, uscirono dalla barca giubilando. Ma breve fu la loro gioia perché per un improvviso infuriare della tempesta, crebbero le acque, la collina fu inondata, ed essi scomparvero travolti dalle onde.
Io esclamai:
— È proprio vero che chi fa di sua testa, paga di sua borsa.
La zattera intanto, in balia di quel turbine, minacciava di nuovo di andare a fondo. Vidi allora i miei giovani pallidi in volto e tremanti: — Fatevi coraggio — gridai loro —, Maria non ci abbandonerà.
E unamini e di cuore ci mettemmo a pregare in ginocchio, te nendoci per mano gli uni con gli altri. Però ci furono parecchi in sensati che, indifferenti a quel pericolo, alzatisi in piedi, si aggira vano qua e là sghignazzando tra di loro e burlandosi degli atteggiamenti supplichevoli dei loro compagni.
Ed ecco che la nave si arresta all’improvviso, gira con rapidità su sé stessa e un vento furioso sbatte nelle onde quei disgraziati. Erano trenta, ed essendo l’acqua profonda e melmosa, appena vi furono dentro, più nulla si vide di loro.
Noi intonammo la Salve Regina e più che mai invocammo di cuore la protezione della Stella del mare. Sopravvenne la calma, ma la nave continuava ad avanzare sen za che sapessimo dove ci avrebbe condotti. A bordo intanto ferveva l’opera di salvataggio. Si faceva di tutto per impedire ai giovani di cadere nelle acque e per salvare i caduti.
Poiché vi erano di quelli che sporgendosi incautamente dalle basse sponde della zattera, cadevano nel lago; e ve ne erano anche altri che, sfacciati e crudeli, chiamando qualche compagno vicino alle sponde, con un urtone, lo gettavano giù.
Perciò vari preti preparavano canne robuste, grosse lenze e ami di varie specie. Appena cadeva un giovane, le canne si abbassavano e il naufrago si aggrappava alla lenza, oppure con l’amo resta va uncinato alla cintura o nelle vesti, e così veniva tratto in salvo. Io stavo ai piedi di un alto pennone piantato nel centro, circondato da moltissimi giovani, da preti e da chierici che eseguivano i miei ordini.
Finché i giovani furono docili e obbedienti alle mie parole, tutto andava bene: erano tranquilli, contenti, sicuri. Ma non pochi cominciarono a trovare incomoda quella zattera, a temere il viag gio troppo lungo, a lamentarsi dei pericoli e disagi di quella traversata, a disputare sul luogo ove avremmo approdato, a pensare al modo di trovare altro rifugio, e a rifiutarmi obbedienza. Invano io cercavo di persuaderli con le ragioni.
Ed ecco in vista altre zattere, che sembrava tenessero un corso diverso dal nostro; e quegli imprudenti deliberarono di secondare i loro capricci: gettarono nelle acque alcune tavole che erano nella nostra zattera, vi saltarono sopra e si allontanarono alla volta delle zattere apparse. Fu una scena indescrivibile e dolorosa per me:
vedevo quegli infelici che andavano incontro alla rovina. Soffiava il vento, i flutti erano agitati, e alcuni sprofondarono tra le spire dei vortici, altri riuscirono a salire sulle zattere, che però non tar darono a sommergersi. La notte si era fatta buia: in lontananza si udivano le grida strazianti di coloro che perivano. Naufragarono tutti.
Il numero dei miei cari figliuoli era diminuito di molto, ciò no nostante continuando a confidare nella Madonna, dopo una notte tenebrosa, la nave entrò in uno stretto, tra due sponde limacciose, coperte di cespugli, di ciottoli e di rottami. Tutto intorno alla barca si vedevano tarantole, rospi, serpenti, coccodrilli, vipere e mille altri animali schifosi. Sopra salici piangenti, i cui rami pendevano sopra la nostra barca, stavano molti scimmioni che, penzolando dai rami, si sforzavano di toccare e arroncigliare i giovani; ma questi, curvandosi impauriti, schivavano quelle insidie.
Fu colà, su quel greto, che rivedemmo con grande sorpresa e orrore i poveri compagni perduti. Dopo il naufragio erano stati gettati dalle onde su quella spiaggia, contro gli scogli. Altri erano sotterrati nel padule e non se ne vedevano che i capelli e la metà d’un braccio. Qui sporgeva dal fango un dorso, più in là una testa; altrove galleggiava, interamente visibile, qualche cadavere.
Ma ben altro spettacolo si presentava ai nostri occhi. A poca distanza s’innalzava una gigantesca fornace, nella quale divampava un fuoco grande e ardentissimo. Sopra quel fuoco vi era come un gran coperchio, sul quale stavano scritte a grossi caratteri queste parole: “Il sesto e il settimo conducono qui” (cioè: il furto e l’impurità).
Là vicino vi era anche una vasta prorninenza di terra, ove si moveva un’altra moltitudine di nostri giovani o caduti nelle onde o allontanatisi nel corso del viaggio. Io scesi a terra, non badando al pericolo, mi avvicinai e vidi che avevano gli occhi, le orecchie, i capelli e persino il cuore pieni di insetti e di vermi schifosi, che li rosicchiavano e cagionavano loro grandissimo dolore.
Io additai a tutti una fonte che gettava in gran copia acqua fresca e ferruginosa: chiunque andava a lavarsi in quella, guariva al l’istante e poteva ritornare nella zattera. La maggior parte di quegli infelici aderì al mio invito; ma alcuni si rifiutarono. Allora io, seguìto da quelli che erano risanati, tornai alla zattera, che uscì da quello stretto dalla parte opposta a quella per cui era entrata, e si slanciò di nuovo in un oceano senza confini.
Noi, compiangendo la fine lacrimevole dei nostri compagni ab bandonati in quel luogo, ci mettemmo a cantare: “Lodate Maria, o lingue fedeli”, in ringraziamento alla gran Madre celeste per averci fino allora protetti; e sull’istante, quasi al comando di Maria, cessò l’infuriare del vento e la nave prese a scorrere rapida sulle placide onde.
Ed ecco comparire in cielo un’iride più meravigliosa di un’aurora boreale, sulla quale, passando, vedemmo scritto a grossi caratteri di luce la parola MEDOUM, senza intenderne il significa to. A me parve che ogni lettera fosse l’iniziale di queste parole: “Mater et Domina omnis universi Maria” (Madre e Signora di tutto l’universo Maria).
Dopo un lungo tratto di viaggio, ecco spuntare terra in fondo all’orizzonte. A quella vista provammo una gioia inesprimibile. Quella terra, amenissima per boschetti con ogni specie di alberi, presentava il panorama più incantevole, perché illuminata dal so le nascente, che spandeva una luce ineffabilmente quieta e ripo sante, simile a quella di una splendida sera d’estate.
Finalmente, urtando contro la sabbia del lido o strisciando su di essa, la zattera si fermò all’asciutto, ai piedi di una bellissima vigna. I giovani mi guardavano come per dirmi: — Discendiamo? Al mio “Sì” fu un grido generale di gioia, e tutti entrarono in quella vigna.
Dalle viti pendevano grappoli d’uva simili a quelli della terra promessa, e sugli alberi c’era ogni sorta di frutta. In mezzo a quella vastissima vigna sorgeva un grande castello attorniato da un deli zioso giardino e da forti mura. Ci fu concessa libera entrata. In un’ampia sala, tutta ornata d’oro, stava apparecchiata per noi una gran tavola con ogni sorta di cibi i più squisiti.
Ognuno poté servirsi a piacimento. Mentre finivamo di rifocil larci, entrò nella sala un nobile giovane di una bellezza indescrivi bile, il quale con affettuosa e familiare cortesia ci salutò chiaman doci tutti per nome. Vedendoci meravigliati per le cose già viste, ci disse: — Questo è nulla, venite e vedrete.
Noi tutti lo seguimmo; dai parapetti delle logge egli ci fece con templare i giardini, dicendoci che erano a nostra disposizione per la ricreazione. E ci condusse di sala in sala, una più magnifica del l’altra per architettura, colonnati e ornamenti di ogni specie. Ci introdusse quindi in una splendida chiesa. Il pavimento, le mura, le volte erano ricche di marmi, di argento, d’oro e di pietre preziose. — Ma questa bellezza — esclamai — è una bellezza di paradiso. Faccio firma di rimanere qui per sempre!
In mezzo a questo gran tempio s’innalzava, sopra ricca base, una grande, magnifica statua di Maria Ausiliatrice. Attorno ad essa si raccolse la moltitudine dei giovani per ringraziare la Vergine dei tanti favori che ci aveva elargito.
Mentre i giovani stavano ammirandone la bellezza veramente celestiale, a un tratto la statua parve animarsi e sorridere. Tra la folla si levò allora un grido: — La Madonna muove gli occhi!
Maria infatti girava con ineffabile bontà i suoi occhi materni sui giovani che Le stavano intorno. Poco dopo risonò un secondo grido: — La Madonna muove le mani! «Lasciatemi solo; soffro troppo!»
La Vergine, aprendo lentamente le braccia, con le mani solleva va il manto in atto di protezione.
— La Madonna muove le labbra! —. Gridarono altri in coro. Seguì un silenzio profondo, mentre gli occhi di tutti erano fissi nel volto di Maria, la quale con voce dolcissima disse:
— Se voi sarete per me figliuoli devoti, io sarò per voi Madre amorosa. A queste parole cademmo in ginocchio e intonammo il canto: Lodate Maria, o lingue fedeli.
L’armonia delle voci era così forte, così soave che, sopraffatto da essa, mi svegliai; e così terminò la visione» . Di questo sogno fece qualche commento Don Bosco stesso, e confidò ai singoli che lo richiedevano il posto che occupavano in esso. L ‘immensa pianura è il mondo. L ‘inondazione, i pericoli del mondo. Il mulino rappresenta la Chiesa. Il tronco di albero che fa da ponte, la Croce. La grande zattera, la Casa di Maria, l’Oratorio. I canestri di pane, la SS. Eucaristia. I vortici impetuosi, le tentazioni. La collina che alletta molti, i desideri mondani. I sacerdoti che siprodigano al salvataggio con ami e lenze, la Confessione. Gli animali schifosi e gli scimmioni, gli allettamenti della colpa. La fonte di acqua fresca, ferruginosa, la Confessione e la Comunione. L ‘iride radiosa, Maria. Il castello, la vigna e il convito indicano la Patria. Infine Maria Ausiliatrice stessa corona l’inebriante gioia di tutti con l’assicurazione: « Se voi sarete per me figliuoli devoti, io sarò per voi Madre amorosa».
Oggi il mondo, ossia la mentalità anticristiana, è ancor più di lagante con i suoi vortici sempre più travolgenti, attraverso il progressivo annacquamento delle convinzioni e delle abitudini cristiane. Di qui l’attualità sempre viva di Don Bosco: ora che ha raggiunto la Patria, è più potente e operante di prima nell’opera di salvataggio della gioventù, pupilla dei suoi occhi.

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Lasciatemi solo; soffro troppo.

La sera del 25 giugno 1867 Don Bosco narrava ai giovani uno dei suoi sogni più suggestivi.
Gli sembrò di essere sulla via che conduce a… (e nominò la città), quando si sentì chiamare per nome dalla sua Guida. La seguì. Viaggiavano con la rapidità del pensiero, senza che i loro piedi toccassero terra. Giunsero a un palazzo di mirabile struttura, ma inaccessibile.
— Entra in quel palazzo — gli disse la Guida.
— Come faccio se non c’è l’entrata?
— Entra! — replicò imperiosamente la Guida.
E vedendo che Don Bosco non si moveva, disse:
— Fa’ come faccio io: alza le braccia e salirai.
Così dicendo, allargò le braccia verso il cielo; Don Bosco lo imitò e si sentì sollevare in aria, finché si trovò sulla soglia del palazzo.
— Che cosa c’è qui dentro? — chiese Don Bosco.
— Entra, visitalo e vedrai. In fondo, in una sala, troverai chi ti ammaestrerà.
La Guida scomparve. Don Bosco percorse molte sale sfarzose con la rapidità del vento e, cosa mirabile, sospeso in aria, con le gambe unite, strisciava senza fatica, come sopra un cristallo, ma senza toccare il pavimento. Così passando da un appartamento all’altro, giunse a una grande sala, più splendida delle altre.
Alla sua estremità, sopra un seggiolone, scorse maestosamente seduto un Vescovo, in atto di chi aspetta per dare udienza.
«Mi avvicinai con rispetto — narra Don Bosco — e restai preso da somma meraviglia nel riconoscere in quel prelato un mio intimo amico. Era Monsignor… (e ne fece il nome), Vescovo di… Il suo aspetto era fondo, affettuoso e di tale bellezza che non si può esprimere».
— Oh, Monsignore! Lei qui? — gli disse —. Ma non è morto?
— Sì che sono morto. E voi, Don Bosco, siete vivo o morto?
— Io sono vivo: non vede che sono qui in corpo e anima?
— Qui non si può venire col corpo.
— Eppure ci sono.

Quindi Don Bosco fece al Vescovo molte domande:
— Mi dica, Monsignore, è salvo?
— Sì, sono in luogo di salvezza.
— Ma è in paradiso a godere Dio, oppure in purgatorio?
— Sono in luogo di salvezza, ma Dio non l’ho ancora visto e ho bisogno che preghiate ancora per me.
— E quanto tempo avrà ancora da stare in purgatorio?
— Guardate qui.
E gli porse una carta soggiungendo:
— Leggete.
Don Bosco esaminò il foglio, lo rivolse da ogni parte, ma non poté leggere nulla. Il Vescovo gli fece notare che bisognava leggerlo a rovescio, perché i giudizi di Dio sono diversi da quelli del mondo. Don Bosco non osò insistere per una risposta più chiara e domandò:
— Io mi salverò?
— Sperate.
— Ma non mi tenga in pena: mi dica subito se mi salverò.
— Non lo so.
— Almeno mi dica se io sono in grazia di Dio.
— Non lo so.
— E i miei giovani si salveranno?
— Non lo so.
— Ma, di grazia, la supplico, me lo dica.
— Ecco: queste cose il Signore le fa conoscere a chi vuole e, quando vuole, dà il permesso che siano comunicate a coloro che vivono ancora.

Qui Don Bosco dice che era smanioso di sapere tante cose; quindi fece al Vescovo altre domande:
— Ora mi dica qualche cosa da riportare ai giovani da parte sua.
— Dite loro che salvino l’anima, perché il resto a nulla giova.
— Ma lo sappiamo già che dobbiamo salvare l’anima; ma come dobbiamo fare a salvarla?
— Dite ai giovani che si facciano buoni e ubbidienti.
— E chi non le sa queste cose?
— Dite loro che siano puri e che preghino.
— Ma si spieghi più praticamente.
— Dite loro che si confessino sovente e facciano buone Comunioni.
— Mi dica qualche cosa di più speciale ancora.
— Ve lo dirò giacché lo volete. Dite loro che hanno davanti agli occhi una nebbia; e quando uno è giunto a vedere quella nebbia, è già a buon punto.
— Che cos’è questa nebbia?
— Sono le cose del mondo, che impediscono di vedere le cose celesti come sono.
— E come debbono fare a togliere quella nebbia?
— Considerino il mondo com’è: mundus totus in maligno posi tus est (tutto il mondo si trova sotto il potere del diavolo), e allora salveranno l’anima; non si lascino ingannare dalle apparenze del mondo. I giovani credono che i piaceri, le gioie, le amicizie del mondo possano renderli felici, e quindi non aspettano che il momento di godere di quei piaceri; ma si ricordino che tutto è vanità e afflizione di spirito.
— E questa nebbia da che cosa principalmente è prodotta?
— Dall’immodestia e dall’impurità. come un nero nuvolone densissimo che toglie la vista e impedisce ai giovani di vedere il precipizio al quale vanno incontro. Dite loro quindi che conservino gelosamente la virtù della purezza, perché quelli che la possiedono florebunt sicut lilium in civitate Dei (fioriranno come gigli nella città di Dio).
— E che cosa ci vuole per conservare la purezza?
— Sono necessarie: ritiratezza, obbedienza, fuga dell’ozio e preghiera.
— E poi?
— Preghiera, fuga dell’ozio, obbedienza e ritiratezza.
— E niente altro?
— Obbedienza, ritiratezza, preghiera e fuga dell’ozio.

Appena il Vescovo ebbe finito di parlare — continua Don Bosco —, tutto smanioso di comunicarvi questi avvisi, lasciai in fretta quella sala e corsi all’Oratorio. Volavo con la rapidità del vento e in un istante mi trovai alla porta dell’Oratorio. Quando fui qui, mi arrestai e pensai: Perché non mi sono fermato di più con il Vescovo? Avrei avuto ancora altri schiarimenti. E subito ritornai indietro con la stessa rapidità con la quale ero venuto. Entrai di nuovo in quel palazzo e in quella sala.
Ma quale cambiamento era avvenuto in quei brevi istanti! Il Vescovo, pallidissimo come cera, era steso sul letto, sembrava un cadavere; gli spuntavano sugli occhi le ultime lacrime: era in agonia. Solo un leggero movimento del petto, scosso dagli estremi aneliti, indicava che era ancor vivo. Io mi accostai a lui affannoso:
— Monsignore, che cosa è avvenuto?
— Lasciatemi — rispose con un gemito.
— Monsignore, avrei ancora molte cose da domandarvi.
— Lasciatemi solo, soffro troppo.
— Che cosa posso fare per lei?
— Pregate e lasciatemi andare.
— Dove?
— Dove la mano onnipotente di Dio mi conduce.
— Ma, Monsignore, la supplico, mi dica dove.
— Soffro troppo, lasciatemi.
— Ancora una sola parola: non ha nessuna commissione che io possa eseguire nel mondo? Non mi lascia nulla da dire al suo successore?
— Andate dall’attuale Vescovo di… e ditegli da parte mia questo e questo.
Le cose che mi disse non fanno per voi, o miei cari giovani, e quindi le tralascio. Il Vescovo proseguì ancora:
— E poi dite alle tali e tali persone queste e queste altre cose segrete».
da Don Lemoyne se avesse eseguito le commissioni ricevute da quel Vescovo, rispose:
— Sì, ho eseguito fedelmente il mio mandato.
«— E niente altro? — io continuai.
— Dite ai vostri giovani che io ho sempre voluto loro molto bene, che finché ero in vita ho sempre pregato per loro e che anche adesso mi ricordo di loro. Ora essi preghino per me.
— Stia sicuro, lo dirò e cominceremo subito a fare suffragi per lei; ma lei appena sarà in paradiso si ricordi di noi.
Il Vescovo intanto aveva preso un aspetto ancor più sofferente. Era uno strazio al vederlo. Soffriva un’agonia delle più angosciose.
— Lasciatemi — mi disse ancora —, lasciatemi che io vada dove il Signore mi chiama.
— Monsignore! … Monsignore! … — io andavo ripetendo stretto da irdicibile compassione.
— Lasciatemi! Lasciatemi! — ripeté e disparve.
Io, spaventato e commosso a tanto soffrire, mi volsi per tornare indietro, ma avendo urtato in qualche oggetto, mi svegliai e mi trovai nel mio letto».
Il biografo Don Lemoyne scrive: «Don Bosco non fece commenti sullo stato di quel buon Vescovo. Del resto da rivelazioni degnissime di fede e da attestazioni dei santi Padri si conosce che personaggi di santità consumata, gigli di purità verginale, ricchi di meriti, operatori di miracoli, e che ora noi veneriamo sugli altari, per difetti leggerissimi, un tempo anche lungo dovettero rimanere in purgatorio » .

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Uva di varie qualità

Questo e quello che segue sono i sogni fatti da Don Bosco in quei giorni trascorsi a Lanzo, che dovevano essere di riposo per il Santo. Don Bosco si decise a raccontarli ai giovani dell’Oratorio per obbedire a quel richiamo venuto dall’alto: «Perché non parli? ». Noi li riassumiamo fedelmente.
Don Bòsco racconta: «La notte del giovedì santo, 9 aprile 1868, appena assopito, cominciai a sognare. Mi trovavo nel cortile del l’Oratorio intento a discorrere con alcuni superiori. A un tratto vediamo spuntare da terra una vite bellissima, che cresce a vista d’occhio e s’innalza da terra fin quasi all’altezza di un uomo. A questo punto comincia a stendere i suoi tralci in numero straordinario e a mettere fuori i pampini. In breve si estese tanto da occupare tutto il cortile. Con meraviglia notavo che i rami si estendevano solo orizzontalmente, così da formare un immenso pergolato, che restava sospeso senza alcun sostegno visibile. Subito spuntarono anche bei grappoli; gli acini ingrossarono e l’uva prese un magnifico colore. Io osservavo con gli occhi spalancati, muto dallo stupore, quando a un tratto tutti gli acini caddero per terra e diventarono altrettanti giovani vispi e allegri: saltavano, giocavano, gridavano, correvano che era un piacere a vederli.
Allora un misterioso personaggio (la solita Guida) mi apparve al fianco e osservava anch’egli i giovani. Ma improvvisamente si stese dinanzi a noi uno strano velo, quasi fosse un sipario, e ci na scose quel gioioso spettacolo. Tutta l’allegria dei giovani era cessata all’istante e succedeva un malinconico silenzio.
— Guarda! — mi disse la Guida; e mi additò la vite.
Mi avvicinai e vidi che non c’era più uva, ma soltanto foglie, sulle quali stavano scritte le parole del Vangelo: “Nihil invenit in ea” (In essa non ha trovato nulla).
— Che cosa significano? — domandai.
La Guida sollevò il velo e io rividi i giovani, ma in numero minore dei moltissimi visti prima.
— Costoro — mi disse — sono quelli che pur avendo molta facilità di fare il bene, non vogliono approfittarne. Sono quelli che hanno la sola preoccupazione di apparire buoni, senza esserlo in realtà. Sono quelli che agiscono ipocritamente per ottenere la stima e la lode dei superiori.
Provai un gran dispiacere nel vedere in quel numero alcuni che io credevo molto buoni, affezionati e sinceri.
La Guida soggiunse:
— Il male non è tutto qui.
E lasciò cadere di nuovo il sipario, poi mi disse:
— Ora guarda di nuovo.
Tra le foglie erano comparsi molti grappoli d’uva, che dapprima sembravano promettere una ricca vendemmia. Avvicinandomi però mi accorsi che erano tutti guasti: alcuni ricoperti di muffa, altri pieni di vermi e di insetti che li rodevano, altri mangiati da uccelli e vespe, altri ancora marci e disseccati.
La Guida alzò di nuovo il velo e sotto comparvero molti dei giovani visti all’inizio del sogno. Le loro fisionomie, prima così belle, erano diventate brutte, scure e piene di piaghe ripugnanti. Essi passeggiavano curvi, rattrappiti nella persona e assai malinconici. Nessuno parlava.
— Come va questo? — domandai alla Guida —. Perché quei giovani erano prima tanto allegri e simpatici, e ora sono così tristi e brutti?
—Osserva bene! — fu la risposta.
Li fissai attentamente mentre mi passavano accanto e vidi che tutti portavano scritto in fronte il loro peccato. Sulla fronte dei giovani leggevo: Impurità — Scandalo — Superbia — Gola — Invidia — Ira — Spirito di vendetta — Bestemmia — Indifferenza religiosa — Disubbidienza — Sacrilegio — Furto, ecc.
Volevo scrivere i nomi di questi poveretti per poterli avvisare in seguito, ma la Guida me lo impedì risolutamente dicendomi:
— Hanno le Regole, le osservino; hanno i Superiori, li obbediscano; hanno i Sacramenti, li frequentino; hanno la confessione: non la profanino col tacere i peccati; hanno la Santa Comunione: non la ricevano indegnamente. Custodiscano gli occhi, fuggano i cattivi compagni, si astengano da cattive letture e dai cattivi discorsi. I tuoi giovani, con la grazia di Dio e con la voce della coscienza, possono sapere quello che debbono fare o fuggire.
Lasciò cadere il velo e di nuovo osservai la vite. Questa volta era carica di grappoli sanissimi, turgidi e maturi. Era un piacere vederli e davano gusto solo a guardarli. Si alzò nuovamente il ve lario e apparvero molti giovani che sono, furono e saranno nei nostri collegi. Erano bellissimi e raggianti di gioia.
— Questi — disse la Guida — sono e saranno quelli che, mediante le tue cure, fanno e faranno buoni frutti e ti daranno molte consolazioni. Io mi rallegrai, ma restai nello stesso tempo afflitto, perché essi non erano quel numero grandissimo che speravo ».
Il velano si è alzato tre volte, lasciando vedere ogni volta un gruppo diverso di giovani. Niente di nuovo sotto il sole. Se gli educatori di oggi avessero i doni canismatici di Don Bosco, potrebbero vedere qualcosa di simile.
Premessa — In mezzo agli orrori di questa visione, apre uno spiraglio di luce l’affermazione di Don Bosco: i giovani che egli vede precipitare nella città del fuoco non hanno ancora ricevuto la sentenza del Giudice Divino: «Andate, maledetti, nel fuoco eterno»; ma andrebbero eternamente dannati se morissero nello stato di coscienza in cui vivono oggi. La visione è molto lunga; noi ne presentiamo un fedele riassunto.

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Tre lacci per condurre alla perdizione

La sera del 4 aprile 1869 Don Bosco raccontò ai suoi giovani un sogno che li impressionò vivamente.
«Sognai — disse — di trovarmi in chiesa, in mezzo a una moltitudine di giovani che si preparavano alla confessione. Un numero stragrande assiepava il mio confessionale sotto il pulpito.
Cominciai a confessare, ma presto vedendo tanti giovani, mi alzai e mi avviai verso la sacrestia in cerca di qualche prete che mi aiutasse. Passando vidi, con enorme sorpresa, giovani che avevano una corda al collo, che stringeva loro la gola.
— Perché tenete quella corda al collo? — domandai —. Levatevela!
E non mi rispondevano, ma mi guardavano fissamente.
— Orsù — dissi a uno che mi era vicino —, togli quella corda!
— Non posso levarla; c’è uno dietro che la tiene.
Guardai allora con maggior attenzione e mi parve di veder spuntare dietro le spalle di molti ragazzi due lunghissime corna. Mi avvicinai per vedere meglio e, dietro le spalle del ragazzo più vicino, scorsi una brutta bestia con un ceffo orribile, somigliante a un gattone, con lunghe corna, che stringeva quel laccio.
Volli chiedere a quel mostro chi fosse e cosa facesse, ma esso abbassò il muso cercando di nasconderlo tra le zampe, rannicchiandosi per non lasciarsi vedere. Prego allora un giovane di correre in sacrestia a prendere il secchiello dell’acqua santa. Intanto mi accorgo che ogni giovane ha dietro le spalle un così poco grazioso animale. Prendo l’aspersorio e domando a uno di quei gattoni:
— Chi sei?
L’animale mi guarda minaccioso, allarga la bocca, digrigna i denti e fa l’atto di avventarmisi contro.
— Dimmi subito che cosa fai qui, brutta bestia. Non mi fai paura. Vedi? Con quest’acqua ti lavo per bene, se non rispondi.
Il mostro mi guardò rabbrividendo. Si contorse in modo spaventoso e io scoprii che teneva in mano tre lacci.
— Che cosa significano?
— Non lo sai? Io, stando qui, con questi tre lacci stringo i giovani perché si confessino male.
— E còme? In che maniera?
— Non te lo voglio dire; tu lo sveli ai giovani.
— Voglio sapere che cosa sono questi tre lacci. Parla, altrimenti ti getto addosso l’acqua benedetta.
— Per pietà, mandami all’inferno, ma non gettarmi addosso quell’acqua.
— In nome di Gesù Cristo, parla dunque!
Il mostro, torcendosi spaventosamente, rispose:
— Il primo modo col quale stringo questo laccio è con far tacere ai giovani i loro peccati in confessione.
— E il secondo?
— Il secondo è di spingerli a confessarsi senza dolore.
— Il terzo?
— Il terzo non te lo voglio dire.
— Come? Non me lo vuoi dire? Adesso ti getto addosso quest’acqua benedetta.
— No, no! Non parlerò, si mise a urlare, ho già detto troppo.
— E io voglio che tu me lo dica.
E ripetendo la minaccia, alzai il braccio. Allora uscirono fiamme dai suoi occhi, e poi ancora gocce di sangue. Finalmente disse:
— Il terzo è di non fare proponimenti e di non seguire gli avvisi del confessore. Osserva il profitto che i giovani ricavano dalle confessioni; se vuoi conoscere se tengo i giovani allacciati, guarda se si emendano.
— Perché nel tendere i lacci ti nascondi dietro le spalle dei giovani?
— Perché non mi vedano e per poterli più facilmente trascinare nel mio regno.

Mentre volevo domandargli altre cose e intimargli di svelarmi in qual modo si potesse render vane le sue arti, tutti gli altri orribili gattoni incominciarono un sordo mormorio, poi ruppero in lamenti e si misero a gridare contro colui che aveva parlato; e fecero una sollevazione generale. Io, vedendo quello scompiglio e pensando che non avrei ricavato più nulla di vantaggioso da quelle bestie, alzai l’aspersorio e gettai l’acqua benedetta da tutte le parti. Allora, con grandissimo strepito, tutti quei mostri si diedero a precipitosa fuga, chi da una parte e chi dall’altra. A quel rumore mi svegliai».
C’è un proverbio che dice: « Un buon consiglio lo si riceve anche dal diavolo ». E qui il diavolo ne ha dato a Don Bosco uno che può fare anche per noi: « Osserva il profitto che i giovani ricavano dalle confessioni: se vuoi conoscere se li tengo allacciati, guarda se si emendano».

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Profezia del ‘70:Parigi, Chiesa, Italia

Il 5 gennaio 1870 Don Bosco ebbe un sogno profetico circa gli avvenimenti futuri della Chiesa e del mondo. Scrisse egli stesso ciò che vide e udì, e il 12 febbraio lo comunicò al Papa Pio IX.
È una profezia che, come tutti i vaticini, ha i suoi punti oscuri. Don Bosco fece notare come fosse difficile comunicare ad altri con segni esterni e sensibili ciò che aveva veduto. Secondo lui quanto aveva narrato non era che « la Parola di Dio accomodata alla parola dell’uomo». Ma i molti punti chiari mostrano come realmente Iddio abbia svelato al suo Servo segreti ignoti a tutti, perché venissero palesati a bene della Chiesa e a conforto dei cristiani.
L’esposizione comincia con una affermazione esplicita: «Mi trovai alla considerazione di cose soprannaturali », difficili da comunicare. Segue la profezia, distinta in tre parti:
1 su Parigi: sarà punita perché non riconosce il suo Creatore;
2 sulla Chiesa: afflitta da discordia e da divisioni interne. La definizione del dogma della infallibilità pontificia vincerà il nemico;
3 sull’Italia e su Roma in particolare, che superbamente disprezza la legge del Signore. Per tale causa sarà vittima di grandi flagelli.

Finalmente «l’Augusta Regina», nelle cui mani è la potenza di Dio, farà splendere di nuovo l’iride della pace.
L’annuncio incomincia col tono degli antichi profeti:
«Dio solo può tutto, conosce tutto, vede tutto. Dio non ha né passato né futuro, ma a lui ogni cosa è presente come in un punto solo. Davanti a Dio non vi è cosa nascosta, né presso di lui vi è distanza di luogo o di persona. Egli solo nella sua infinita misericordia e per la sua gloria può manifestare le cose future agli uomini.
La vigilia della Epifania dell’anno corrente 1870 scomparvero gli oggetti materiali della camera e mi trovai alla considerazione di cose soprannaturali. Fu cosa di brevi istanti, ma si vide molto.
Sebbene di forma, di apparenze sensibili, tuttavia non si possono se non con grande difficoltà comunicare agli altri con segni esterni e sensibili. Se ne ha un’idea da quanto segue. Ivi è la parola di Dio accomodata alla parola dell’uomo.
Dal Sud viene la guerra, dal Nord viene la Pace.
Le leggi di Francia non riconoscono più il Creatore, e il Creatore si farà conoscere e la visiterà tre volte con la verga del suo furore. Nella prima abbatterà la sua superbia con le sconfitte, con il saccheggio e con la strage dei raccolti, degli animali e degli uomini. Nella seconda la grande prostituta di Babilonia, quella che i buoni sospirando chiamano il Postribolo d’Europa, sarà privata del capo in preda al disordine.
— Parigi! Parigi! Invece di armarti del nome del Signore, ti circondi di case di immoralità. Esse saranno da te stessa distrutte, l’idolo tuo, il Panteon, sarà incenerito, affinché si avveri che mentita est iniquitas sibi (l’iniquità ha mentito a se stessa). I tuoi nemici ti metteranno nelle angustie, nella fame, nello spavento e nell’abominio delle nazioni. Ma guai a te se non riconosci la mano di chi ti percuote! Voglio punire l’immoralità, l’abbandono, il di sprezzo della mia legge — dice il Signore.
Nella terza cadrai in mano straniera, i tuoi nemici di lontano vedranno i tuoi palagi in fiamme, le tue abitazioni divenute un mucchio di rovine bagnate dal sangue dei tuoi prodi che non sono più.
Ma ecco un gran guerriero dal Nord porta uno stendardo. Sulla destra che lo regge sta scritto: Irresistibile mano del Signore. In quell’istante il Venerando Vecchio del Lazio gli andò incontro sventolando una fiaccola ardentissima. Allora lo stendardo si dilatò e di nero che era divenne bianco come la neve. Nel mezzo dello stendardo in caratteri d’oro stava scritto il nome di Chi tutto può.
Il guerriero con i suoi fece un profondo inchino al Vecchio e si strinsero la mano.

Ora la voce del Cielo è al Pastore dei pastori. Tu sei nella grande conferenza con i tuoi assessori [ Vaticano I], ma il nemico del bene non i un istante in quiete, egli studia e pratica tutte le arti contro dit e. Seminerà discordia tra i tuoi assessori, susciterà nemici tra i figli miei. Le potenze del secolo vomiteranno fuoco e vorrebbero che le mie parole fossero soffocate nella gola ai custodi della mia legge. Ciò non sarà. Faranno male, male a se stessi. Tu accelera: se non si sciolgono le difficoltà, siano troncate. Se sarai nelle angustie non arrestarti, ma continua finché non sia troncato il capo dell’idra dell’errore [ la definizione dell’In fallibilità Pontificia]. Questo colpo farà tremare la terra e l’inferno, ma il mondo sarà assicurato e tutti i buoni esulteranno. Raccogli dunque intorno a te anche solo due assessori, ma ovunque tu vada, continua e termina l’opera che ti fu affidata [ Concilio Vaticano I]. I giorni corrono veloci, gli anni tuoi si avanzano al numero stabilito; ma la gran Regina sarà sempre il tuo aiuto, e come nei tempi passati, così per l’avvenire, sarà sempre magnum etsingulare in Ecclesiapraesidium (grande e singolare difesa nella Chiesa).
Ma tu, Italia, terra di benedizioni, chi ti ha immersa nella desolazione?… Non dire i nemici, ma gli amici tuoi. Non odi che i tuoi figli domandano il pane della fede e non trovano chi loro lo spezzi? Che farò? Batterò i pastori, disperderò il gregge, affinché i se denti sulla cattedra di Mosè cerchino buoni pascoli e il gregge docilmente ascolti e si nutrisca.
Ma sopra il gregge e sopra i pastori peserà la mia mano; la carestia, la pestilenza, la guerra faranno sì che le madri dovranno piangere il sangue dei figli e dei mariti morti in terra nemica.
E dite, o Roma, che sarà? Roma ingrata, Roma effeminata, Roma superba! Tu sei giunta a tale che non cerchi altro, né altro ammiri nel tuo Sovrano, se non il lusso, dimenticando che la tua e sua gloria sta nel Golgota. Ora egli è vecchio, cadente, inerme, spogliato; tuttavia con la schiava parola fa tremare tutto il mondo.
Roma!… Io verrò quattro volte a te!
— Nella prima percuoterò le tue terre e gli abitanti di esse.
— Nella seconda porterò la strage e lo sterminio fino alle tue mura. Non apri ancora l’occhio?
— Verrò la terza, abbatterà le difese e i difensori e al comando del Padre sottentrerà il regno del terrore, dello spavento e della desolazione.
— Ma i miei savi fuggono, la mia legge è tuttora calpestata, perciò farò la quarta visita. Guai a te se la mia legge sarà ancora un nome vano per te! Succederanno prevaricazioni nei dotti e negli ignoranti. Il tuo sangue e il sangue dei figli tuoi laveranno le macchie che tu fai alla legge del tuo Dio.
La guerra, la peste, la fame sono i flagelli con cui sarà percossa la superbia e la malizia degli uomini. Dove sono, o ricchi, le vostre magnificienze, le vostre ville, i vostri palagi? Sono divenuti la spazzatura delle piazze e delle strade!
Ma voi, o sacerdoti, perché non correte a piangere tra il vestibolo e l’altare, invocando la sospensione dei flagelli? Perché non prendete lo scudo della fede e non andate sopra i tetti, nelle case, nelle vie, nelle piazze, in ogni luogo anche inaccessibile, a portare il seme della mia parola? Ignorate che questa è la terribile spada a due tagli che abbatte i miei nemici e che rompe l’ira di Dio e degli uomini? Queste cose dovranno inesorabilmente venire l’una dopo l’altra.
Le cose si succedono troppo lentamente.
Ma l’Augusta Regina del cielo è presente.
La potenza del Signore è nelle sue mani; disperde come nebbia i suoi nemici. Riveste il Venerando Vecchio di tutti i suoi antichi abiti. Succederà ancora un violento uragano.
L’iniquità è consumata, il peccato avrà fine, e, prima che trascorrano due pleniluni del mese dei fiori, l’iride di pace comparirà sulla terra.
Il gran Ministro vedrà la Sposa del suo Re vestita a festa.
In tutto il mondo apparirà un sole così luminoso quale non fu mai dalle fiamme del Cenacolo fino ad oggi, né più si vedrà fino all’ultimo dei giorni».

Il Bollettino Salesiano del 1963, in tre puntate sui numeri di ottobre, novembre, dicembre, faceva un interessante commento di questa visione. Noi qui ci limitiamo a citare l’autorevole giudizio della Civiltà Cattolica del 1872, anno 23°, vol. VI, serie 80, pp 299 e 303. Riferisce letteralmente alcuni periodi, preceduti da questa testimonianza: « Ci piace ricordare un recentissimo vaticinio non mai stampato e ignoto al pubblico, che da una città dall’alta Italia fu comunicato a un personaggio in Roma il 12 febbraio del 1870.
Noi ignoriamo da chi provenga. Ma possiamo certificare che lo abbiamo avuto nelle mani, prima che Parigi fosse bombardata dagli Alemanni e incendiata dai comunisti. E diremo che ci diè meraviglia il vedervi prenunziata la caduta pure di Roma, allorché davvero non si giudicava prossima né probabile».’

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«Siamo dieci! … Siamo dieci!…»

I mali che Don Bosco denuncia: cattivi discorsi, compagni che fanno la parte del diavolo, confessioni mal fatte, mancanza di proposito…. saranno proprio solo di quei giovani visitati misteriosa mente da Don Bosco? Oggi, oltre i mezzi di corruzione usati nell’800, il demonio ha a disposizione un nuovo mezzo, forse il più deleterio: la pornografia nelle sue varie forme. Occorre aiutare i giovani a difendersi.
All’Oratorio di Don Bosco i ragazzi, dal 3 al 7 luglio 1872, avevano fatto gli Esercizi Spirituali. Il Santo, dopo aver pregato il Signore di fargli conoscere se tutti li avevano fatti bene, fece questo sogno rivelatore.
Gli parve di essere in un cortile assai più spazioso di quello dell’Oratorio, circondato tutt’intorno di case, di piante e di cespugli. Sui rami degli alberi e tra le spine dei cespugli vi erano qua e là dei nidi, con dentro i piccoli sul punto di prendere il volo. Mentre Don Bosco si divertiva ad ascoltarne il cinguettio, ecco cadergli dinanzi un uccellino: dal suo canto conobbe che era un usignuolo.
— Oh! — disse —, sei caduto! Le ali non ti bastano al volo e io ti potrò prendere.
E mentre diceva così, mosse il passo e allungò il braccio per prendere l’animaletto. Stava già per sfiorargli le ali e prenderlo in mano, quando l’uccellino fece uno sforzo e volò fino in mezzo al cortile.
— Povera bestiolina — pensava Don Bosco —, è inutile che tu cerchi di sfuggirmi, tanto ti raggiungerò e ti prenderò ugualmente.
Gli si riavvicina e sta quasi per acciuffarlo, quand’ecco gli fa lo stesso gioco di prima e, raccolte tutte le sue forze, se ne vola lontano un bel pezzo.
— Oh, mi vuoi prendere in giro — esclama Don Bosco —. Ebbene vedremo chi la vincerà.
Ed eccolo addosso all’usignuolo per la terza volta. Ma mentre già lo sta stringendo delicatamente, eccolo innalzarsi nell’aria.
Don Bosco lo segue con lo sguardo e si meraviglia del suo ardire, quando tutto all’improvviso vede un grosso sparviero piombare addosso all’usignuolo, afferrano con i suoi adunchi artigli e por tarlo via per divorarlo.
«A quello spettacolo — continua Don Bosco —, mi sentii gela re il sangue nelle vene e mentre seguivo con lo sguardo il volo dello sparviero, dicevo tra me:
— Io volevo salvarti, ma tu non hai voluto lasciarti prendere; anzi mi hai burlato tre volte, e ora paghi il fio della tua testardaggine. Allora l’usignuolo si rivolse a me e mandò tre volte un debole grido:
— Siamo dieci!… Siamo dieci!… Siamo dieci!…
Tutto agitato, mi sveglio e ripenso naturalmente al sogno e a quelle misteriose parole, ma non riesco a capirne il senso.
La notte seguente ecco il medesimo sogno. Mi pare di essere nello stesso cortile, attorniato come la notte precedente di case, di alberi e di cespugli e vedo lo stesso sparviero che mi vola attorno con occhi di fuoco e in atteggiamento aggressivo. Maledicendo alla sua crudeltà con l’usignuolo, alzo la mano in segno di minaccia. Egli allora fugge impaurito e, fuggendo, lascia cadere ai miei piedi un biglietto su cui erano scritti dieci nomi. Ansioso lo raccolgo, lo divoro con lo sguardo e vi leggo i nomi di dieci giovani qui presenti. Svegliatomi, senza troppo fantasticare, capii subito il segreto di quei nomi: erano i giovani che non avevano voluto saperne di far bene gli Esercizi, che non avevano aggiustato i conti della loro coscienza e, anziché darsi al Signore per mezzo di Don Bosco, avevano preferito darsi al demonio. Mi inginocchiai, resi grazie a Maria Ausiliatrice che si fosse degnata di farmi noti, in un modo così singolare, quei figli che avevano disertato dalle file; e le promisi in pari tempo di non cessare mai, finché mi fosse possibile, di andare dietro alle pecorelle smarrite» .
Il segretario Don Gioachino Berto, nei processi Apostolici per la Causa di Beatificazione di Don Bosco, ha dichiarato: « Ricordo che i detti giovani furono fatti avvisare da Don Bosco in privato e che uno di quelli, non volendo mutare condotta, fu allontanato dall’Oratorio » .

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Il Papa al Colle Don Bosco

La trama esile di questo sogno ci avrebbe suggerito di ometterlo, ma la notizia che Giovanni Paolo II ha promesso all’Arcivescovo di Torino e al Rettor Maggiore dei Salesiani che nel 1988, per il centenario della morte di Don Bosco, sarà presente al Colle Don Bosco per le celebrazioni centenarie, ci fa scorgere in questo sogno, molto singolare, quasi un significato profetico.
Ecco il sogno che Don Bosco fece nell’aprile del 1876: «Mi parve di trovarmi al mio paese, e colà vidi giungere il Papa. Io non potevo persuadermi che fosse lui; perciò gli chiesi:
— Come? non avete la carrozza, Padre Santo?
— Sì, sì, ci penserò. La mia carrozza è la fedeltà, la fortezza e la dolcezza.
Ma egli era sfinito e diceva:
— Io sono alla fine.
— No, no, Santo Padre — dissi io —. Fino a tanto che le cose della nostra Congregazione non saranno terminate, non morirà.
Quindi comparve una carrozza, ma senza cavalli. Chi la tirerà? Ecco farsi avanti tre bestie: un cane, una capra e una pecora, che tiravano la carrozza del Papa. Ma, arrivati a un punto quegli animali non la potevano più far muovere e il Papa diventava sempre più sfinito. Io mi pentivo di non averlo invitato a venire a casa mia e di non aver pensato a fargli prendere qualche ristoro. Ma, dicevo fra me, appena saremo giunti alla casa del cappellano di Murialdo, aggiusteremo tutto. Intanto però la vettura rimaneva ferma. Allora alzai una specie di asse, che di dietro toccava terra.
Il Papa, vedendo questo, prese a dire:
— Se foste in Roma e vi vedessero a fare questi lavori, ci sarebbe proprio da ridere.
Mentre stavo così aggiustando, mi svegliai».
«La lingua batte dove il dente duole», dice i/proverbio. Don La fede: nostro scudo e nostra vittoria Bosco in quegli anni seguiva con trepidazione il declinare della sa lute di Pio IX, al quale era affezionatissimo. Pregava e lo pensava giorno e notte. Questo sogno è dell’aprile 1876, due anni prima che Pio IX morisse. L‘anno dopo ne previde in sogno anche la morte. Ecco perché in questo sogno vede il Papa « sfinito » e lo sente dire: «Io sono alla fine».

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San Francesco di Sales lo ammaestra in sogno

Il 9 maggio 1879 Don Bosco raccontò di avere assistito in sogno a due grandi battaglie: la prima di giovani contro guerrieri di va rio aspetto e con armi strane: in fine rimasero pochissimi supersti ti. La seconda battaglia, «più accanita e orribile», avvenne tra mostri giganteschi e uomini di alta statura bene armati e bene esercitati. Questi uomini issavano uno stendardo sul quale erano scritte in oro queste parole: MARIA AUXILIUM CHRISTIANORUM. La battaglia fu lunga e sanguinosa, ma quelli che seguivano lo sten dardo furono vincitori e rimasero padroni di una vastissima pianura. A questi si aggiunsero i giovani superstiti della battaglia an tecedente e formarono una specie di esercito, aventi ognuno come arma nella destra il SS. Crocifisso, nella sinistra un piccolo stendardo di Maria Ausiliatrice.
I novelli soldati fecero molte manovre in quella vasta pianura, poi si divisero, gli uni per l’Oriente, pochi al Nord, molti al Mezzodì.
Scomparsi questi, si rinnovarono le stesse battaglie e le partenze per le stesse direzioni. Don Bosco riconobbe alcuni delle prime battaglie; gli altri gli erano sconosciuti, ma essi dimostravano di conoscere lui e gli facevano molte domande.
Successe poco dopo una pioggia di fiammelle splendenti che sem bravano di fuoco di vario colore. Tuonò poi si rasserenò il cielo e Don Bosco si trovò in un amenissimo giardino. Là gli comparve un uomo che aveva la fisionomia di San Francesco di Sales e gli offrì un piccolo libro senza parlare. Don Bosco chiese chi fosse.
— Leggi nel libro — rispose.
Don Bosco aprì il libro e lesse:
«Ai novizi: Ubbidienza in ogni cosa. Con l’ubbidienza menteranno le benedizioni di Dio e la benedizione degli uomini.
Ai Salesiani: Custodire gelosamente la virtù della castità. Ama re il buon nome dei confratelli e promuovere il decoro della Con gregazione.
Ai direttori: Ogni cura, ogni fatica per osservare e far osservare le Regole con cui ognuno si è consacrato a Dio. Al Superiore: Olocausto assoluto per guadagnare sé e i suoi soggetti a Dio».
— Chi siete voi? — domandò di nuovo Don Bosco a quell’uo mo che lo stava guardando con sguardo sereno.
— Il mio nome è noto a tutti i buoni e sono mandato per comunicarti alcune cose future.
— Quali?
— Quelle che chiederai.
— Che debbo fare per promuovere le vocazioni?
— I Salesiani avranno molte vocazioni con la loro esemplare condotta, trattando con somma carità gli allievi e insistendo sulla frequente Comunione.
— Che cosa si deve osservare nell’accettazione dei novizi?
— Escludere i pigri e i golosi.
— E nell’ammettere ai voti?
— Vegliare se vi è garanzia sulla castità.
— Come si può conservare il buono spirito nelle nostre case?
— Da parte dei superiori scrivere, visitare, trattare con benevolenza, e ciò con molta frequenza.
— Come dobbiamo regolarci nelle Missioni?
— Mandare individui sicuri nella moralità; richiamare coloro che ne lasciassero intravedere grave dubbio; studiare e coltivare le vocazioni indigene.
— La nostra Congregazione cammina bene?
— Qui iustus est iustiflcetur adhuc. Non progredi regredi est. Qui perseveraverit salvus erit. (Chi è santo diventi più santo. Non progredire è regredire. Chi avrà perseverato sarà salvo).
— Si dilaterà molto?
— Finché i superiori faranno la parte loro crescerà, e nessuno potrà arrestarne la diffusione.
— Durerà molto tempo?
— La vostra Congregazione durerà finché i soci ameranno il la voro e la temperanza. Mancando una di queste due colonne, il vostro edificio crollerà schiacciando superiori e sudditi con i loro seguaci.
In quel momento comparvero quattro individui che portavano una cassa mortuaria. Camminavano verso Don Bosco.
— Presto?
— Non domandano; pensa solo che sei mortale.
— Che cosa mi volete significare con questa bara?
— Che devi far praticare in vita quello che desideri che i tuoi figli pratichino dopo dite. Questa è l’eredità, il testamento che devi lasciare ai tuoi figli; ma devi prepararlo e lasciarlo ben com piuto e ben praticato.
— Ci sovrastano fiori o spine?
— Vi sovrastano molte rose, molte consolazioni; ma sono im minenti pungentissime spine, che cagioneranno in tutti profondis sima amarezza e cordoglio. Bisogna pregare molto.
— A Roma dobbiamo andare?
— Sì, ma adagio, con la massima prudenza e raffinate cautele.
Don Bosco dice che voleva fare ancora altre domande; ma a questo punto scoppiò il tuono con lampi e fulmini e si svegliò.

Don Bosco aveva scelto come Maestro e Protettore San Francesco di Sales. Ed ecco, in questo sogno, il santo Dottore dargli sapienti norme per far fiorire la Congregazione Salesiana. Nella prima parte del sogno Don Bosco aveva assistito alle lotte che avrebbero dovuto affrontare i chiamati a far parte della sua nuova Famiglia religiosa.

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La lettera da Roma del 1884

In questa lettera, molto nota nell’ambiente salesiano, Don Bosco racconta un suo sogno in due puntate, fatto in due notti consecutive. L’argomento è l’Oratorio di Valdocco popolato di ragazzi e il suo clima educativo: anzitutto il clima felice dei primissimi tempi dell’Oratorio, poi quello così cambiato del 1884. Data l’importanza pedagogica del sogno, ne pubblichiamo il testo integrale. Le poche omissioni sono segnate da puntini tra parentesi quadre. I sottotitoli sono nostri.

Roma, l0 maggio 1884

Miei carissimi figliuoli in G.C.,

vicino o lontano io penso sempre a voi. Uno solo è il mio desiderio, quello di vedervi felici nel tempo e nell’eternità. Questo pensiero, questo desiderio mi risolsero a scrivervi questa lettera. Sento, o cari miei, il peso della mia lontananza da voi, e il non vedervi e il non sentirvi mi cagiona pena, quale voi non potete immaginare. Perciò io avrei desiderato scrivere queste righe una settimana fa, ma le continue occupazioni me lo impedirono. Tuttavia benché pochi giorni manchino al mio ritorno, voglio anticipare la mia venuta tra voi almeno per lettera, non potendolo di persona. Sono le parole di chi vi ama teneramente in G.C. e ha il dovere di parlarvi con la libertà di un padre. E voi me lo permettete, non è vero? E mi presterete attenzione e metterete in pratica ciò che sto per dirvi.

L’Oratorio prima del 1870

Ho affermato che voi siete l’unico e il continuo pensiero della mia mente. Or dunque in una delle sere scorse io mi ero ritirato in camera, e mentre mi disponevo per andare a riposo, avevo cominciato a recitare le preghiere che mi insegnò la mia buona mamma. In quel momento, non so bene se preso dal sonno o tratto fuori di me da una distrazione, mi parve che mi si presentassero innanzi due degli antichi giovani dell’Oratorio. Uno di questi due mi si avvicinò e, salutandomi affettuosamente, mi disse:

– O Don Bosco, mi conosce?

– Sì che ti conosco – risposi.

– E si ricorda ancora di me? – soggiunse quell’uomo.

– Di te e di tutti gli altri. Tu sei Valfré ed eri nell’Oratorio prima del 1870.

– Dica – continuò quell’uomo -, vuol vedere i giovani che erano all’Oratorio ai miei tempi?

– Sì, fammeli vedere – io risposi -; ciò mi cagionerà molto pIacere.

Allora Valfré mi mostrò i giovani, tutti con le stesse sembianze e con la statura e nell’età di quel tempo.

Mi pareva di essere nell’antico Oratorio nell’ora della ricreazione. Era una scena tutta vita, tutto moto, tutta allegria. Chi correva, chi saltava, chi faceva giocare. Qui si gioca alla rana, là a barrarotta e al pallone. In un luogo era radunato un crocchio di giovani che pendeva dal labbro di un prete, il quale narrava una storiella. In un altro luogo un chierico, che in mezzo ad altri giovanetti giocava all’asino vola e ai mestieri. Si cantava, si rideva da tutte le parti e dovunque chierici e preti, e intorno ad essi i giovani che schiamazzavano allegramente. Si vedeva che tra i giovani e i superiori regnava la più grande cordialità e confidenza. lo ero incantato a quello spettacolo e Valfré mi disse:

– Veda, la familiarità porta affetto e l’affetto porta confidenza. È ciò che apre i cuori, e i giovani palesano tutto senza timore ai maestri, agli assistenti e ai superiori. Diventano schietti in confessione e fuori di confessione e si prestano docili a tutto ciò che vuoI comandare colui dal quale sono certi di essere amati.

L’Oratorio nel 1884

In quell’istante mi si avvicinò l’altro mio antico allievo, che aveva

la barba tutta bianca, e mi disse:

– Don Bosco, adesso vuoI conoscere e vedere i giovani che attualmente sono nell’Oratorio?

Costui era Buzzetti Giuseppe.

– Sì – risposi io -, perché è già un mese che non li vedo.

E me li additò: vidi l’Oratorio e tutti voi che facevate ricreazione. Ma non udivo più grida di gioia e cantici, non vedevo più quel moto, quella vita come nella prima scena. Negli atti e nel viso di molti giovani si leggeva una noia, una spossatezza, una musoneria, una diffidenza che faceva pena al mio cuore. […]

– Ha visto i suoi giovani? – mi disse quell’antico allievo. – Li vedo – risposi sospirando.

– Quanto sono differenti da quello che eravamo noi una volta! – esclamò quell’antico allievo.

– Purtroppo! Quanta svogliatezza in quella ricreazione! […]

Ci manca il meglio

– Ma come si possono rianimare questi miei cari giovani, affinché riprendano l’antica vivacità, allegrezza ed espansione? – Con la carità.

– Con la carità? Ma i miei giovani non sono amati abbastanza? Tu lo sai se io li amo. Tu sai quanto per essi ho sofferto e tollerato nel corso di ben 40 anni, e quanto tollero e soffro ancora adesso. Quanti stenti, quante umiliazioni, quante opposizioni, quante persecuzioni per dare a essi pane, casa, maestri e specialmente per procurare la salute alle loro anime. Ho fatto quanto ho potuto e saputo per coloro che formano l’affetto di tutta la mia vita. – Non parlo di lei.

– Di chi dunque? Di coloro che fanno le mie veci? Dei direttori, prefetti, maestri, assistenti? Non vedi come sono martiri dello studio e del lavoro? Come consumano i loro anni giovanili per coloro che ad essi affidò la Divina Provvidenza ?

– Vedo, conosco; ma ciò non basta: ci manca il meglio. – Che cosa manca adunque?

– Che i giovani non solo siano amati, ma che essi stessi conoscano di essere amati.

– Ma non hanno gli occhi in fronte? Non hanno il lume dell’intelligenza? Non vedono che quanto si fa per essi è tutto per loro amore?

– No, lo ripeto, ciò non basta.

– Che cosa ci vuole adunque?

– Che essendo amati in quelle cose che loro piacciono col partecipare alle loro inclinazioni infantili, imparino a vedere l’amore in quelle cose che naturalmente loro piacciono poco, quali sono la disciplina, lo studio, la mortificazione di se stessi; e queste cose imparino a fare con slancio e amore.

  Il Salesiano « anima della ricreazione»

– Spiègati meglio!

– Osservi i giovani in ricreazione.

Osservai e quindi replicai:

– E che cosa c’è di speciale da vedere?

– Sono tanti anni che va educando giovani e non capisce? Guardi meglio. Dove sono i nostri Salesiani?

Osservai e vidi che ben pochi preti e chierici si mescolavano tra i giovani, e ancor più pochi prendevano parte ai loro divertimenti. I superiori non erano più l’anima della ricreazione. La maggior parte di essi passeggiavano parlando tra loro, senza badare che cosa facessero gli allievi; altri guardavano la ricreazione non dandosi nessun pensiero dei giovani; altri sorvegliavano così alla lontana senza avvertire chi commettesse qualche mancanza; qualcuno poi avvertiva, ma in atto minaccioso, e ciò raramente. Vi era qualche Salesiano che avrebbe desiderato di intromettersi in qualche gruppo di giovani, ma vidi che questi giovani cercavano studiosamente di allontanarsi dai maestri e dai superiori. Allora quell’amico ripigliò: .

– Negli antichi tempi dell’Oratorio lei non stava sempre in mezzo ai giovani e specialmente in tempo di ricreazione? Si ricorda quei begli anni? Era un tripudio di paradiso, un’epoca che ricordiamo sempre con amore, perché l’affetto era quello che ci serviva di regola, e noi per lei non avevamo segreti.

– Certamente! E allora tutto era gioia per me, e nei giovani uno slancio per avvicinarsi a me, per volermi parlare, e una viva ansia di udire i miei consigli e di metterli in pratica. Ora però vedi come le udienze continue e gli affari moltiplicati e la mia sanità me lo impediscono.

– Va bene. Ma se lei non può, perché i Salesiani non si fanno suoi imitatori? Perché non insiste, non esige che trattino i giovani come li trattava lei?

– lo parlo, mi spolmono, ma purtroppo molti non si sentono più di fare le fatiche di una volta.

– E quindi trascurando il meno, perdono il più; e questo più sono le loro fatiche. Amino ciò che piace ai giovani e i giovani ameranno ciò che piace ai superiori. E a questo modo sarà facile la loro fatica. La causa del presente cambiamento nell’Oratorio è che un numero di giovani non ha confidenza nei superiori. Anticamente i cuori erano tutti aperti ai superiori, che i giovani amavano e obbedivano prontamente. Ma ora i superiori sono considerati come superiori, e non più come padri, fratelli e amici; quindi sono temuti e poco amati; perciò se si vuol fare un cuor solo e un’anima sola, per amore di Gesù bisogna che si rompa quella fatale barriera della diffidenza e sottentri a questa la confidenza cordiale. Quindi l’obbedienza guidi l’allievo come la madre guida il fanciullino; allora regnerà nell’Oratorio la pace e l’allegrezza antica.

– Come dunque fare per rompere questa barriera?

– Familiarità con i giovani specie in ricreazione. Senza familiarità non si dimostra l’affetto, e senza questa dimostrazione non vi può essere confidenza. Chi vuole essere amato bisogna che faccia vedere che ama. Gesù Cristo si fece piccolo con i piccoli e portò la nostra infermità. Ecco il Maestro della familiarità. Il maestro visto solo in cattedra è maestro e non più, ma se va in ricreazione con i giovani, diventa come fratello.

Se uno è visto solo predicare dal pulpito, si dirà che fa né più né meno che il proprio dovere; ma se dice una parola in ricreazione, è la parola di uno che ama. Quante conversioni non cagionarono alcune sue parole fatte risonare all’improvviso all’orecchio di un giovane nel mentre che si divertiva!

Amorevolezza e sorveglianza

Chi sa di essere amato, ama; e chi è amato ottiene tutto, specialmente dai giovani. Questa confidenza mette una corrente elettrica tra i giovani e i superiori. I cuori si aprono e fanno conoscere i

loro bisogni e palesano i loro difetti. Questo amore fa sopportare ai superiori le fatiche, le noie, le ingratitudini, i disturbi, le mancanze, le negligenze dei giovanetti. Gesù Cristo non spezzò la canna già fessa né spense il lucignolo che fumigava. Ecco il vostro modello. Allora non si vedrà più chi lavorerà per fini di vanagloria; chi si ritirerà dal campo della sorveglianza per gelosia di una temuta preponderanza altrui; chi mormorerà degli altri volendo essere amato e stimato dai giovani, esclusi tutti gli altri superiori, guadagnando null’altro che disprezzo e ipocrite moine; chi si lasci rubare il cuore da una creatura, e per fare la corte a questa trascuri tutti gli altri giovanetti; chi per amore dei propri comodi tenga in non cale il dovere strettissimo della sorveglianza; chi per un vano rispetto umano si astenga dall’ammonire chi deve essere ammonito. Se ci sarà questo vero amore, non si cercherà altro che la gloria di Dio e la salute delle anime. Quando illanguidisce questo amore, allora è che le cose non vanno più bene.

Perché si vuole sostituire alla carità la freddezza di un regolamento? Perché i superiori si allontanano dall’osservanza di quelle regole di educazione che Don Bosco ha loro dettate?

Perché al sistema di prevenire con la vigilanza e l’amorevolezza i disordini, si va sostituendo a poco a poco il sistema, meno pesante e più spiccio per chi comanda, di bandir leggi che se si sostengono con i castighi, accendono odii e fruttano dispiaceri; se si trascura di farle osservare, fruttano disprezzo per i superiori a causa di disordini gravissimi?

L’educatore sia tutto a tutti

E ciò accade necessariamente se manca la familiarità. Se adunque si vuole che l’Oratorio ritorni all’antica felicità, si rimetta in vigore l’antico sistema: il superiore sia tutto a tutti, pronto ad ascoltare sempre ogni dubbio o lamentanza dei giovani, tutto occhio per sorvegliare paternamente la loro condotta, tutto cuore per cercare il bene spirituale e temporale di coloro che la Provvidenza gli ha affidato.

Allora i cuori non saranno più chiusi e non regneranno più certi segretumi che uccidono. Solo in caso di immoralità i superiori siano inesorabili. È meglio correre pericolo di scacciare dalla casa un innocente, che ritenere uno scandaloso. Gli assistenti si facciano uno strettissimo dovere di coscienza di riferire ai superiori tutte quelle cose che conoscano essere in qualunque modo offesa di Dio.

Allora io interrogai:

– E qual è il mezzo precipuo perché trionfi simile familiarità e simile amore e confidenza?

– L’osservanza esatta delle regole della casa.

– E null’altro?

– Il piatto migliore in un pranzo è quello della buona cera.

[Il dispiacere di quanto va considerando procura a Don Bosco tanta oppressione che si sveglia tutto spossato. Ma la sera seguente, appena a letto, il sogno interrotto riprende].

Avevo dinanzi il cortile, i giovani che ora sono all’Oratorio, e lo stesso antico allievo dell’Oratorio. lo presi a interrogarlo.

– Ciò che mi dicesti io lo farò sapere ai miei Salesiani; ma ai giovani dell’Oratorio che cosa debbo dire?

Mi rispose:

– Che essi riconoscano quanto i superiori, i maestri, gli assistenti fatichino e studino per loro amore, poiché se non fosse per loro bene non si assoggetterebbero a tanti sacrifici; che si ricordino essere l’umiltà la fonte di ogni tranquillità; che sappiano sopportare i difetti degli altri, poiché al mondo non si trova la perfezione, ma questa è solo in paradiso; che cessino dalle mormorazioni, poiché queste raffreddano i cuori; e soprattutto procurino di vivere nella santa grazia di Dio. Chi non ha pace con Dio, non ha pace con sé, e non ha pace con gli altri.

– E tu mi dici adunque che vi sono fra i miei giovani di quelli che non hanno la pace con Dio?

– Questa è la prima causa del malumore; […] se il cuore non ha la pace con Dio, rimane angosciato, inquieto, insofferente di obbedienza, si irrita per nulla, gli sembra che ogni cosa vada male, e perché esso non ha amore, giudica che i superiori non lo amino.

– Eppure, mio caro, non vedi quanta frequenza di Confessioni e di Comunioni vi è nell’Oratorio?

– È vero che grande è la frequenza delle Confessioni, ma ciò che manca radicalmente in tanti giovani che si confessano è la stabilità nei proponimenti. Si confessano, ma sempre le stesse mancanze, le stesse occasioni prossime, le stesse abitudini cattive, le stesse disobbedienze, le stesse trascuranze nei doveri. Così si va avanti per mesi e mesi, e anche per anni. […]

Sono confessioni che valgono poco o nulla, quindi non recano pace, e se un giovi netto fosse chiamato in quello stato al tribunale di Dio, sarebbe un affare ben serio.[… ]

[Qui Don Bosco dice di aver visto di alcuni cose che lo hanno amareggiato, e si propone di avvisarli al suo ritorno da Roma. Intanto esorta tutti alla santità].

Qui vi dirò che è tempo di pregare e di prendere ferme risoluzioni; proporre non con le parole ma con i fatti, e far credere che i Comollo, i Domenico Savio, i Besucco e i Siccardi vivono ancora tra noi.

In ultimo domandai a quel mio amico: – Hai null’altro da dirmi?

– Predichi a tutti, grandi e piccoli, che si ricordino sempre di Maria SS. Ausiliatrice. Che Essa li ha qui radunati per condurli via dai pericoli del mondo, perché si amassero come fratelli, e perché dessero gloria a Dio e a Lei con la loro buona condotta; che è la Madonna quella che provvede loro pane e mezzi per studiare con infinite grazie e portenti. Si ricordino che sono alla vigilia della festa della loro SS. Madre e che con l’aiuto suo deve cadere quella barriera di diffidenza che il demonio ha saputo innalzare tra i giovani e i superiori, e della quale sa giovarsi per la rovina di certe anime.

– E ci riusciremo a togliere questa barriera?

– Sì certamente, purché grandi e piccoli siano pronti a soffrire qualche mortificazione per amore di Maria e mettano in pratica ciò che io ho detto.

Intanto io continuavo a guardare i miei giovanetti, e allo spettacolo di quelli che io vedevo avviati verso l’eterna perdizione, sentii tale stretta al cuore che mi svegliai. Molte cose importantissime che io vidi desidererei ancora narrarvi, ma il tempo e le convenienze non me lo permettono.

Ritornino i giorni dell’affetto e della confidenza

Concludo: sapete che cosa desidera da voi questo povero vecchio, che per i suoi cari giovani ha consumato tutta la vita? Niente altro fuorché, fatte le debite proporzioni, ritornino i giorni felici dell’Oratorio primitivo. I giorni dell’affetto e della confidenza cristiana tra i giovani e i superiori; i giorni dello spirito di condiscendenza e di sopportazione, per amore di G. Cr. degli uni verso gli altri; i giorni dei cuori aperti con tutta semplicità e candore; i giorni della carità e della vera allegrezza per tutti. Ho bisogno che mi consoliate dandomi la speranza e la promessa che voi farete tutto ciò che desidero per il bene delle anime vostre.

Voi non conoscete abbastanza quale fortuna sia la vostra di essere stati ricoverati nell’Oratorio. Innanzi a Dio vi protesto: basta che un giovane entri in una casa salesiana, perché la Vergine SS. lo prenda subito sotto la sua protezione speciale. Mettiamoci adunque tutti d’accordo. La carità di quelli che comandano, la carità di quelli che debbono ubbidire faccia regnare tra di noi lo spirito di San Francesco di Sales.

O miei cari figliuoli, si avvicina il tempo nel quale dovrò staccarmi da voi e partire per la mia eternità. [Nota del segretario: A questo punto Don Bosco sospese di dettare, i suoi occhi si riempirono di lacrime, non per rincrescimento ma per ineffabile tenerezza che trapelava dal suo sguardo e dal suono della sua voce: dopo qualche istante continuò]. Quindi io bramo di lasciare voi, o preti, o chierici, o giovani carissimi, per quella via del Signore nella quale Egli stesso vi desidera.

A questo fine il Santo Padre, che io ho visto il9 maggio, vi manda di tutto cuore la sua benedizione. Il giorno della festa di Maria Ausiliatrice mi troverò con voi innanzi all’effigie della nostra amorosissima Madre.

Voglio che questa gran festa si celebri con ogni solennità; e Don Lazzero e Don Marchisio pensino a far sì che stiate allegri anche in refettorio. La festa di Maria Ausiliatrice deve essere il preludio della festa eterna che dobbiamo celebrare tutti insieme uniti un giorno in Paradiso.

Vostro aff.mo in G.C.

Sac. Giov. Bosco

« Questo scritto è un tesoro, che con il trattatello sul sistema preventivo e con il Regolamento delle case forma la trilogia pedago gica lasciata da Don Bosco ai suoi figli. Pedagogia umile e alta che, dove sia bene intesa e bene attuata, può fare degli istituti di educazione soggiorni di letizia, asili d’innocenza, focolai di virtù, palestre di studio, vivai insomma di ottimi cristiani, di bravi cittadini e di degni ecclesiastici. Ma è d’uopo di buona volontà e di sacrificio» (Eugenio Ceria).

Continua…

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