La fillossera

Dal 10 al 7 ottobre del 1876 Don Bosco presiedette a Lanzo Torinese gli Esercizi Spirituali dei Salesiani. Stava pensando quali ricordi dare loro quando fece un sogno.

Gli parve di trovarsi in una vastissima sala piena di religiosi e di religiose appartenenti a diversi Ordini e Congregazioni. All’entrare di Don Bosco tutti gli occhi si rivolsero verso di lui, come se fosse atteso da tutti. In mezzo ad essi Don Bosco vide un uomo strano con la testa fasciata da una benda bianca e con la persona avvolta in un lenzuolo a guisa di mantello.

Don Bosco volle sapere chi fosse e gli fu risposto che quella testa strana era proprio lui [ forse Don Bosco sognante?].

Si avanzò dunque fra quella moltitudine di persone religiose, che gli fecero intorno larga corona sorridendogli, ma nessuno parla va. Finalmente ruppe il silenzio Don Bosco:

— Perché ridete così? Sembra quasi che vogliate burlarvi di me.

— Burlarci dite? T’inganni; noi ridiamo perché abbiamo indovinato il motivo che ti ha condotto qui: tu vieni a cercare cosa dire nella predica dei ricordi agli Esercizi di Lanzo.

— Se è così, suggeritemi che cosa devo dire.

— Una cosa sola noi ti suggeriamo: di’ ai tuoi figliuoli che si guardino dalla fillossera. Se terrai lontano dalla tua Congregazione la fillossera, essa avrà lunga vita, fiorirà e farà un grandissimo bene alle anime.

— La fillossera? Ma che c’entra la fillossera?

— La fillossera è il flagello che ha portato la rovina in tanti Ordini religiosi, e fu la causa per la quale tanti oggi non raggiungono più il loro altissimo fine.

La fillossera è originaria dell’America del Nord. Fu portata in Europa dopo il 1850 con i vitigni di quel paese. Si diffuse rapidamente prima in Francia e poi, dal 1879, anche in Italia. E malattia deleteria per le viti. — È inutile questo avviso se voi non vi spiegate meglio. Io non ne capisco nulla.

— Giacché tu non sei capace di spiegare il mistero, ecco che viene chi te ne darà la spiegazione.

In quella Don Bosco vide farsi largo tra la turba e avanzarsi verso di lui un nuovo personaggio. Lo fissò bene, ma non lo riconobbe, anche se col suo tratto familiare mostrava di essere un’antica conoscenza. Appena gli fu vicino, Don Bosco gli disse:

— Voi giungete proprio a proposito per levarmi dall’imbarazzo in cui mi hanno posto questi signori, che pretendono che io prenda la fillossera come tema della conclusione degli Esercizi Spirituali.

— Don Bosco, che si crede tanto sapiente, non sa queste cose? E certo che se tu combatterai a tutto potere questa fillossera e in segnerai ai tuoi figli a combatterla a dovere, la tua Congregazione non mancherà di fiorire. Sai che cos’è la fillossera?

— So che è una malattia che si attacca alle piante e ne mena strage facendole intisichire.

— E questa malattia da che cosa proviene?

— E originata da una moltitudine di animaletti che prendono possesso di una pianta.

— Sai come si fa a salvare le piante vicine?

— Ecco quello che non so.

— Ascolta bene quello che sto per dirti. La fillossera comincia a comparire sopra una pianta sola, e non passa gran tempo che tutte le piante vicine ne sono infette. Quando in una vigna, in un frutteto, compare la malattia, l’infezione si estende rapidamente e la bellezza e i frutti sperati se ne vanno in rovina. E sai come si estende la fillossera? Non per contatto perché la distanza lo impedisce; non perché gli animaletti scendano nel suolo e attraversino lo spazio che li divide dalle altre piante; è il vento che li sparge sui rami delle piante ancora sane. E questo rapidissimamente. Ebbene, sappi che il vento della mormorazione porta lontano la filossera della disobbedienza. Intendi?

— Comincio a capire.

— Ora i danni che porta la fillossera spinta da simile vento sono incalcolabili. Nelle case più fiorenti fa prima scemare la carità vicendevole; poi lo zelo per la salvezza delle anime; quindi genera ozio; poi toglie tutte le altre virtù religiose; e infine lo scandalo le rende oggetto di riprovazione da parte di Dio e degli uomini. Non fa bisogno che alcuno dei depravati passi da un collegio all’altro:

basta questo vento che soffia da lontano. Persuaditi! Questa fu la causa che condusse alla distruzione certi Ordini Religiosi.

— Avete ragione, riconosco la verità di quel che dite; ma come porre rimedio a tanta disgrazia?

— Le mezze misure non bastano; è necessario ricorrere ai mezzi estremi. Per porre un argine alla fillossera materiale, si tentò di solforare le piante infette, si ricorse all’acqua calcinata, s’inventarono altri espedienti, ma tutto questo a nulla valse, perché da una sola pianta la fillossera rovina una vigna intera. Poi si propaga alle vigne vicine, da una regione si estende a tutta la provincia, e da questa a tutta una nazione. Vuoi conoscere l’unico mezzo per troncare efficacemente il male nel suo principio? Appena la filiossera si manifesta sopra una pianta, cautamente tagliarla, tagliare le siepi che ha intorno e tutto gettare alle fiamme. Solo il fuoco stermina simile malattia.

Perciò quando in una casa si manifesta la fillossera dell’opposizione ai voleri dei superiori, la noncuranza superba delle Regole, il disprezzo degli obblighi della vita comune, tu non temporeggiare, ma sradica quella casa dalle fondamenta. Come della casa, così farai dell’individuo. Talvolta ti sembrerà che un individuo isolato possa guarire, oppure ti rincrescerà colpirlo per l’amore che gli porti, o anche per qualche sua abilità o scienza che ti sembra di lustro alla Congregazione. Non lasciarti muovere da simili riflessioni. Persone di questa fatta difficilmente cambieranno costume. Non dico che la loro conversione sia impossibile, sostengo però che di rado accade.

— E se realmente, ritenendoli nella Congregazione, si potesse con la tolleranza tirarli al bene?

— Questa supposizione non vale. E meglio rimandare uno di questi superbi che ritenerlo col dubbio che possa continuare a se minare zizzania nella vigna del Signore. Tieni bene a memoria que sta massima, mettila risolutamente in pratica qualora ne venisse il bisogno, fanne oggetto di conferenza ai tuoi direttori e sia questo il tema per la chiusura dei tuoi Esercizi. Mentre lo sconosciuto così parlava, suonò la levata e Don Bosco si svegliò.

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I sogni di San Giovanni Bosco

Continua…

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Il gattone dagli occhi accesi

Il 6 febbraio 1865, nel dare la «buona notte» ai suoi giovani, Don Bosco s’introdusse così: «Siccome io amo i miei giovani, sogno sempre di essere in loro compagnia.
Mi parve di trovarmi qui in mezzo al cortile, circondato dai miei cari figliuoli. Tutti avevano in mano un bel fiore. Chi aveva una rosa, chi un giglio, chi una violetta, chi la rosa e il giglio insieme, ecc. Insomma chi un fiore, chi un altro. Quando a un tratto com parve un brutto gattone con le corna, tutto nero, grosso come un cane, con gli occhi accesi come bragia, con le unghie grosse come un chiodo. La brutta bestia si avvicinava quietamente ai giovani e, girando in mezzo a loro, ora dava un colpo di zampa al fiore che uno aveva e, strappandoglielo di mano, lo gettava a terra, ora faceva la stessa cosa a un altro, e così via.
Alla comparsa di questo gattone, io mi spaventai tutto e mi meravigliai che i giovani non se ne turbassero e stessero tranquilli come se nulla fosse.
Quando vidi che il gatto s’inoltrava verso di me per prendere i miei fiori, cercai di fuggire; ma fui fermato e mi venne detto:
— Non fuggire e di’ ai tuoi giovani che innalzino il braccio, e il gatto non potrà arrivare a togliere loro di mano i fiori. Io mi fermai e alzai il braccio: il gatto si sforzava di togliermi i fiori, saltava per arrivarvi, ma siccome era molto pesante, cadeva goffamente a terra».
Fin qui Don Bosco, che ne faceva questo commento: «Il giglio, miei cari, è la bella virtù della purezza, alla quale il diavolo muove sempre guerra. Guai a quei giovani che tengono il fiore in basso! Il demonio li fa cadere.
Coloro che lo tengono in basso sono quelli che accarezzano il loro corpo mangiando disordinatamente e fuori di tempo; quelli che fuggono la fatica, lo studio e si danno all’ozio; quelli che fan no certi discorsi, che leggono certi libri, che sfuggono la mortificazione. Per carità, combattete questo nemico, altrimenti diventerà vostro padrone. Queste vittorie sono difficili, ma l’eterna Sapienza ci ha indicato i mezzi per conseguirle: “Questo genere di demòni non si caccia se non con la preghiera e il digiuno” (Mt 17,21). Alzate il vostro braccio, sollevate in aria il vostro fiore e sarete sicuri. La purezza è una virtù celeste, e chi vuole conservarla deve innalzarsi verso il cielo. Salvatevi dunque con la preghiera.
Preghiera che vi innalza al cielo sono le preghiere del mattino e della sera dette bene; preghiera sono la meditazione e la Messa; preghiera sono la frequente Confessione e Comunione; preghiera sono le prediche e le esortazioni di chi vi guida; preghiera è la visita al SS. Sacramento; preghiera è il Rosario; preghiera è lo studio. Con la preghiera il vostro cuore si dilaterà come un involucro gonfio e vi eleverà verso il cielo. Così potrete ripetere con Davide:
“Corro sulla via dei tuoi comandamenti, perché hai dilatato il mio cuore” (Salmo 118,32).
Così porrete in salvo la più bella delle vostre virtù e il vostro nemico, per quanti sforzi faccia, non potrà strapparla dalle vostre mani» .
Questi «gattoni» oggi si sono moltiplicati. Sono i pornografi della stampa, del cinema, della televisione. Occorre difenderci e difendere i nostri figli dalle zampate devastatrici di questi delinquenti in guanti gialli, che deturpano il giglio di innumerevoli anime giovanili.

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Lasciatemi solo; soffro troppo.

La sera del 25 giugno 1867 Don Bosco narrava ai giovani uno dei suoi sogni più suggestivi.
Gli sembrò di essere sulla via che conduce a… (e nominò la città), quando si sentì chiamare per nome dalla sua Guida. La seguì. Viaggiavano con la rapidità del pensiero, senza che i loro piedi toccassero terra. Giunsero a un palazzo di mirabile struttura, ma inaccessibile.
— Entra in quel palazzo — gli disse la Guida.
— Come faccio se non c’è l’entrata?
— Entra! — replicò imperiosamente la Guida.
E vedendo che Don Bosco non si moveva, disse:
— Fa’ come faccio io: alza le braccia e salirai.
Così dicendo, allargò le braccia verso il cielo; Don Bosco lo imitò e si sentì sollevare in aria, finché si trovò sulla soglia del palazzo.
— Che cosa c’è qui dentro? — chiese Don Bosco.
— Entra, visitalo e vedrai. In fondo, in una sala, troverai chi ti ammaestrerà.
La Guida scomparve. Don Bosco percorse molte sale sfarzose con la rapidità del vento e, cosa mirabile, sospeso in aria, con le gambe unite, strisciava senza fatica, come sopra un cristallo, ma senza toccare il pavimento. Così passando da un appartamento all’altro, giunse a una grande sala, più splendida delle altre.
Alla sua estremità, sopra un seggiolone, scorse maestosamente seduto un Vescovo, in atto di chi aspetta per dare udienza.
«Mi avvicinai con rispetto — narra Don Bosco — e restai preso da somma meraviglia nel riconoscere in quel prelato un mio intimo amico. Era Monsignor… (e ne fece il nome), Vescovo di… Il suo aspetto era fondo, affettuoso e di tale bellezza che non si può esprimere».
— Oh, Monsignore! Lei qui? — gli disse —. Ma non è morto?
— Sì che sono morto. E voi, Don Bosco, siete vivo o morto?
— Io sono vivo: non vede che sono qui in corpo e anima?
— Qui non si può venire col corpo.
— Eppure ci sono.

Quindi Don Bosco fece al Vescovo molte domande:
— Mi dica, Monsignore, è salvo?
— Sì, sono in luogo di salvezza.
— Ma è in paradiso a godere Dio, oppure in purgatorio?
— Sono in luogo di salvezza, ma Dio non l’ho ancora visto e ho bisogno che preghiate ancora per me.
— E quanto tempo avrà ancora da stare in purgatorio?
— Guardate qui.
E gli porse una carta soggiungendo:
— Leggete.
Don Bosco esaminò il foglio, lo rivolse da ogni parte, ma non poté leggere nulla. Il Vescovo gli fece notare che bisognava leggerlo a rovescio, perché i giudizi di Dio sono diversi da quelli del mondo. Don Bosco non osò insistere per una risposta più chiara e domandò:
— Io mi salverò?
— Sperate.
— Ma non mi tenga in pena: mi dica subito se mi salverò.
— Non lo so.
— Almeno mi dica se io sono in grazia di Dio.
— Non lo so.
— E i miei giovani si salveranno?
— Non lo so.
— Ma, di grazia, la supplico, me lo dica.
— Ecco: queste cose il Signore le fa conoscere a chi vuole e, quando vuole, dà il permesso che siano comunicate a coloro che vivono ancora.

Qui Don Bosco dice che era smanioso di sapere tante cose; quindi fece al Vescovo altre domande:
— Ora mi dica qualche cosa da riportare ai giovani da parte sua.
— Dite loro che salvino l’anima, perché il resto a nulla giova.
— Ma lo sappiamo già che dobbiamo salvare l’anima; ma come dobbiamo fare a salvarla?
— Dite ai giovani che si facciano buoni e ubbidienti.
— E chi non le sa queste cose?
— Dite loro che siano puri e che preghino.
— Ma si spieghi più praticamente.
— Dite loro che si confessino sovente e facciano buone Comunioni.
— Mi dica qualche cosa di più speciale ancora.
— Ve lo dirò giacché lo volete. Dite loro che hanno davanti agli occhi una nebbia; e quando uno è giunto a vedere quella nebbia, è già a buon punto.
— Che cos’è questa nebbia?
— Sono le cose del mondo, che impediscono di vedere le cose celesti come sono.
— E come debbono fare a togliere quella nebbia?
— Considerino il mondo com’è: mundus totus in maligno posi tus est (tutto il mondo si trova sotto il potere del diavolo), e allora salveranno l’anima; non si lascino ingannare dalle apparenze del mondo. I giovani credono che i piaceri, le gioie, le amicizie del mondo possano renderli felici, e quindi non aspettano che il momento di godere di quei piaceri; ma si ricordino che tutto è vanità e afflizione di spirito.
— E questa nebbia da che cosa principalmente è prodotta?
— Dall’immodestia e dall’impurità. come un nero nuvolone densissimo che toglie la vista e impedisce ai giovani di vedere il precipizio al quale vanno incontro. Dite loro quindi che conservino gelosamente la virtù della purezza, perché quelli che la possiedono florebunt sicut lilium in civitate Dei (fioriranno come gigli nella città di Dio).
— E che cosa ci vuole per conservare la purezza?
— Sono necessarie: ritiratezza, obbedienza, fuga dell’ozio e preghiera.
— E poi?
— Preghiera, fuga dell’ozio, obbedienza e ritiratezza.
— E niente altro?
— Obbedienza, ritiratezza, preghiera e fuga dell’ozio.

Appena il Vescovo ebbe finito di parlare — continua Don Bosco —, tutto smanioso di comunicarvi questi avvisi, lasciai in fretta quella sala e corsi all’Oratorio. Volavo con la rapidità del vento e in un istante mi trovai alla porta dell’Oratorio. Quando fui qui, mi arrestai e pensai: Perché non mi sono fermato di più con il Vescovo? Avrei avuto ancora altri schiarimenti. E subito ritornai indietro con la stessa rapidità con la quale ero venuto. Entrai di nuovo in quel palazzo e in quella sala.
Ma quale cambiamento era avvenuto in quei brevi istanti! Il Vescovo, pallidissimo come cera, era steso sul letto, sembrava un cadavere; gli spuntavano sugli occhi le ultime lacrime: era in agonia. Solo un leggero movimento del petto, scosso dagli estremi aneliti, indicava che era ancor vivo. Io mi accostai a lui affannoso:
— Monsignore, che cosa è avvenuto?
— Lasciatemi — rispose con un gemito.
— Monsignore, avrei ancora molte cose da domandarvi.
— Lasciatemi solo, soffro troppo.
— Che cosa posso fare per lei?
— Pregate e lasciatemi andare.
— Dove?
— Dove la mano onnipotente di Dio mi conduce.
— Ma, Monsignore, la supplico, mi dica dove.
— Soffro troppo, lasciatemi.
— Ancora una sola parola: non ha nessuna commissione che io possa eseguire nel mondo? Non mi lascia nulla da dire al suo successore?
— Andate dall’attuale Vescovo di… e ditegli da parte mia questo e questo.
Le cose che mi disse non fanno per voi, o miei cari giovani, e quindi le tralascio. Il Vescovo proseguì ancora:
— E poi dite alle tali e tali persone queste e queste altre cose segrete».
da Don Lemoyne se avesse eseguito le commissioni ricevute da quel Vescovo, rispose:
— Sì, ho eseguito fedelmente il mio mandato.
«— E niente altro? — io continuai.
— Dite ai vostri giovani che io ho sempre voluto loro molto bene, che finché ero in vita ho sempre pregato per loro e che anche adesso mi ricordo di loro. Ora essi preghino per me.
— Stia sicuro, lo dirò e cominceremo subito a fare suffragi per lei; ma lei appena sarà in paradiso si ricordi di noi.
Il Vescovo intanto aveva preso un aspetto ancor più sofferente. Era uno strazio al vederlo. Soffriva un’agonia delle più angosciose.
— Lasciatemi — mi disse ancora —, lasciatemi che io vada dove il Signore mi chiama.
— Monsignore! … Monsignore! … — io andavo ripetendo stretto da irdicibile compassione.
— Lasciatemi! Lasciatemi! — ripeté e disparve.
Io, spaventato e commosso a tanto soffrire, mi volsi per tornare indietro, ma avendo urtato in qualche oggetto, mi svegliai e mi trovai nel mio letto».
Il biografo Don Lemoyne scrive: «Don Bosco non fece commenti sullo stato di quel buon Vescovo. Del resto da rivelazioni degnissime di fede e da attestazioni dei santi Padri si conosce che personaggi di santità consumata, gigli di purità verginale, ricchi di meriti, operatori di miracoli, e che ora noi veneriamo sugli altari, per difetti leggerissimi, un tempo anche lungo dovettero rimanere in purgatorio » .

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Viaggio alla città del fuoco

La sera del 3 maggio 1868 Don Bosco ripigliò il racconto di quan to aveva visto nei sogni di quei giorni.
S’introdusse così: « Debbo raccontarvi un altro sogno che si può dire conseguenza dei precedenti. Questi sogni mi lasciarono affranto in modo da non poter più reggere. Vi ho detto di un rospo spaventevole che nella notte del 17 aprile minacciava di ingoiarmi e che, al suo scomparire, udii questa voce: “Perché non parli?”. Io mi volsi dalla parte donde era partita la voce e vidi a fianco del mio letto un personaggio distinto (la Guida).
— E che cosa devo dire? — gli chiesi.
— Ciò che hai visto e ti fu detto negli ultimi sogni e quel di più che ti sarà svelato la notte ventura».
Don Bosco continua dicendo che lo riempiva di terrore l’idea di dover vedere ancora altri spettacoli paurosi e che non si decise di andare a letto se non dopo la mezzanotte. Ed ecco che, appena addormentato, la solita Guida si avvicina al suo letto e gli intìma:
— Alzati e vieni con me.
Lo condusse in una pianura vastissima e arida, un vero deserto senza un filo d’acqua. Fu un viaggio lungo e triste, anche se la strada per cui si inoltrarono era bella, larga, spaziosa e ben selciata. La fiancheggiavano due magnifiche siepi verdi coperte di bellissimi fiori. A prima vista sembrava una strada pianeggiante, ma in realtà scendeva; e Don Bosco e la Guida camminavano con una rapidità tale che sembrava loro di volare.
«Dietro di noi — racconta Don Bosco — vidi tutti i giovani del l’Oratorio con moltissimi compagni da me mai veduti. Mentre avanzavano, vidi che or l’uno or l’altro cadevano ed erano immediatamente trascinati da una forza invisibile verso una paurosa disce sa, che s’intravedeva in lontananza. Domandai alla mia Guida:
— Che cosa è che fa cadere questi giovani?
— Avvicìnati un po’ di più.

Vidi allora che i giovani passavano fra molti lacci, alcuni stesi rasente a terra, altri sospesi in aria all’altezza del capo. Erano quasi invisibili, perciò molti giovani restavano presi a quei lacci: chi per la testa, chi per il collo, chi per le mani, chi per un braccio, chi per una gamba, chi per i fianchi. Non appena si stringeva il laccio, venivano all’istante trascinati giù.
Volli esaminarne uno e lo tirai verso di me; ma non potendo smuoverlo, decisi di seguire il filo fino al capo legato in qualche posto o tenuto da qualcuno. Giunsi così sulla soglia di una orribi le caverna e avendo ancora dato uno strattone al filo, vidi uscire un brutto e grande mostro che faceva ribrezzo. Con i suoi unghioni teneva l’estremità di una fune, alla quale erano legati tutti quei lacci.
Impressionato da quella visione, ritornai presso la mia Guida, la quale mi disse:
— Ora sai chi è che trascina i giovani nel precipizio.
— Oh, sì che lo so! È il demonio che tende quei lacci per far cadere i miei giovani nell’inferno.
Mi accorsi allora che ogni laccio portava una scritta: superbia, disubbidienza, invidia, impurità, furto, gola, accidia, ira, ecc. Notai pure che i lacci che facevano maggiori vittime erano quelli dell’impurità, della disubbidienza e della superbia. A quest’ultimo erano legati gli altri due.
Molti giovani sapevano però fortunatamente evitare la presa del laccio; altri poi se ne liberavano passando accanto a coltelli infissi nel terreno, che tagliavano o rompevano il laccio. Erano simbolo della Confessione, della preghiera e di altre virtù o devozioni. Due grandi spade rappresentavano la devozione a Gesù Sacramentato e a Maria Santissima».
A questo punto Don Bosco racconta che proseguì il cammino, sempre più aspro, per una via che scendeva sempre più ripida e scoscesa, sparsa di buche, di ciottoli e di macigni. Ed ecco comparire in fondo un edificio immenso e tenebroso. Sopra una porta altissima c’era una scritta spaventosa: «Qui non c’è redenzione». Erano giunti alle porte dell’inferno.
— Guarda! — gli gridò a un tratto la Guida afferrandolo per un braccio.
«Tremante — afferma il Santo —, volsi gli occhi in su e vidi a gran distanza uno che scendeva precipitosamente. Di mano in mano che scendeva, riuscivo a distinguerne la fisionomia; era uno dei miei giovani. I capelli scarmigliati, parte ritti sul capo, parte svolazzanti indietro; le braccia tese in avanti, come per proteggersi nella caduta. Voleva fermarsi e non poteva. Io volevo correre ad aiutarlo, a porgergli una mano salvatrice, ma la Guida non me lo permise:
— Credi — mi disse — di poter fermare uno che fugge dall’ira di Dio?
Intanto quel giovane, guardando indietro con occhi folli di terrore, andò a sbattere contro la porta di bronzo, che si spalancò. Dietro di essa se ne aprirono contemporaneamente, con un lungo boato assordante, due, dieci, cento, mille altre, spinte dall’urto del giovane, trasportato come da un turbine invisibile, irresistibile, velocissimo. Tutte quelle porte di bronzo per un istante rimasero aperte, e io vidi in fondo, lontanissimo, come una bocca di fornace, e da quella voragine, mentre il giovane sprofondava, sollevarsi globi di fuoco. Le porte tornarono a chiudersi con la stessa rapidità con la quale si erano aperte. Ed ecco precipitare altri tre giovani delle nostre case, che rotolavano rapidissimi come tre macigni, uno dietro l’altro. Avevano le braccia aperte e urlavano per lo spavento. Giunsero in fondo e andarono a sbattere contro la prima porta che si aperse, e dietro di essa le altre mille.
Molti altri caddero. Un poveretto venne spinto a urtoni da un perfido compagno. Io li chiamavo affannosamente, ma essi non mi udivano. — Ecco una causa principale di tante dannazioni! — esclamò la mia Guida —. I compagni, i libri cattivi, le abitudini perverse.
Vedendone cadere tanti, esclamai con accento disperato:
— Ma dunque è inutile che noi lavoriamo nei nostri collegi, se tanti giovani fanno questa fine!
La Guida rispose:
— Questo è il loro stato attuale e se morissero verrebbero senz’altro qui».
In quel momento Don Bosco vide precipitare un altro gruppo di giovani e quelle porte restarono aperte per un istante. — Vieni dentro anche tu — gli disse la Guida —; imparerai tante cose.
Entrarono in quello stretto e orribile corridoio e giunsero a un tetro e brutto sportello sul quale era scritto: «Ibuni impii in ignem aeternum» (gli empi andranno al fuoco eterno).

La Guida prese per mano Don Bosco, aperse lo sportello e lo introdusse. «Lo spettacolo che mi si offerse — racconta Don Bosco — mi gettò in preda a un terrore indescrivibile. Una specie di immensa caverna andava perdendosi in anfrattuosità incavate nelle viscere dei monti, tutte piene di fuoco, non già come noi lo vediamo sulla terra con le fiamme guizzanti, ma tale che tutto là dentro era arroventato e bianco per il grande calore. Mura, volta, pavimento, ferro, pietre, legno, carbone, tutto era bianco e smagliante. Certo quel fuoco sorpassava mille e mille gradi di calore; e non inceneriva nulla, non consumava nulla. Mi mancano le parole per descrivervi quella spelonca in tutta la sua spaventosa realtà.
Mentre guardavo atterrito, ecco da un varco venire a tutta furia un giovane che, mandando un urlo acutissimo, precipita nel mezzo, si fa bianco come tutta la caverna, e resta immobile, mentre risuona ancora per un istante l’eco della sua voce morente. Pieno di orrore guardai quel giovane e mi parve uno dell’Oratorio, uno dei miei figliuoli.
— Ma costui non è uno dei miei giovani, non è il tale? — chiesi alla Guida.
— Purtroppo sì — mi rispose.
Dopo questo arrivarono altri, e il loro numero aumentava sempre più, e tutti mandavano lo stesso grido e diventavano immobili, arroventati, come coloro che li avevano preceduti.
Cresceva in me lo spavento e chiesi alla mia Guida:
— Ma costoro non lo sanno che vengono qui?
— Oh, sì che lo sanno di andare al fuoco eterno; furono avvisati mille volte, ma cadono qui, e volontariamente, per il peccato che non vollero abbandonare. Essi disprezzarono e respinsero la misericordia di Dio, che li chiamava incessantemente a pentimento.
— Quale deve essere la disperazione di questi disgraziati che non hanno più speranza di uscirne! — esclamai.
Allora la Guida mi ordinò:
— Ora bisogna che vada anche tu in mezzo a quella regione di fuoco che hai visto!
— No, no! — risposi esterefatto —. Per andare all’inferno bisogna prima andare al giudizio di Dio, e io non fui ancora giudicato. Dunque non voglio andare all’inferno!
— Dimmi — osservò la Guida —: ti pare meglio andare all’inferno e liberare i tuoi giovani, oppure startene fuori e lasciarli tra tanti strazi?
Sbalordito a questa proposta, risposi:
— Oh, i miei giovani io li amo molto e li voglio tutti salvi. Ma non potremmo fare in modo da non andare là dentro, né io né gli altri?
— Eh — mi rispose la Guida —, sei ancora in tempo, e lo sono essi pure, purché tu faccia tutto quello che puoi.
Il mio cuore si allargò e dissi subito:
— Poco importa il lavorare, purché io possa liberare da quei tormenti questi miei cari figliuoli.
— Dunque vieni dentro — proseguì la Guida.
Mi prese per mano per introdurmi nella caverna. Mi trovai subito in una grande sala con porte di cristallo. Su queste pendevano larghi veli, i quali coprivano altrettanti vani comunicanti con la caverna. La Guida mi indicò uno di quei veli sul quale era scritto: “Sesto Comandamento”, ed esclamò:
— La trasgressione di questo: ecco la causa della rovina eterna di tanti giovani.
— Ma non si sono confessati?
— Si sono confessati, ma le colpe contro la purezza le hanno confessate male o le hanno taciute affatto. Vi sono di quelli che ne hanno commesso una nella fanciullezza ed ebbero sempre vergogna a confessarla; altri non ebbero il dolore e il proponimento. Anzi taluni, invece di far l’esame, studiavano il modo di ingannare il confessore. E ora vuoi vedere perché la misericordia di Dio ti ha condotto qui? Alzò il velo e io vidi un gruppo di giovani dell’Oratorio che conoscevo, condannati per quella colpa. Fra essi ce n’erano di quelli che ora tengono buona condotta.
— Che cosa devo dir loro per aiutarli a salvarsi?
— Predica dappertutto contro l’impurità.
Vedemmo allo stesso modo altri giovani condannati per altri peccati. Poi la Guida mi fece uscire da quella sala. Attraversato in un attimo quel lungo corridoio d’entrata, prima di lasciare la soglia dell’ultima porta di bronzo, si volse di nuovo a me ed esclamò:
— Adesso che hai veduto i tormenti degli altri, bisogna che anche tu provi un poco l’inferno. Prova a toccare questa muraglia. Io non ne avevo il coraggio e volevo allontanarmi, ma egli mi trattenne dicendo:
— Eppure bisogna che tu provi!
Mi afferrò risolutamente il braccio e mi trasse vicino al muro continuando a dire:
— Una volta sola toccala, almeno per poter capire che cosa sarà dell’ultima muraglia, se così terribile è la prima. Vedi questo muro? È il millesimo prima di giungere dov’è il vero fuoco dell’inferno. Sono mille i muri che lo circondano. Ogni muro è di mille misure di spessore e distano l’uno dall’altro mille miglia; è distante quindi un milione di miglia dal vero fuoco dell’inferno, e per ciò è un minimo principio dell’inferno stesso.
Ciò detto, afferrò la mia mano, l’aperse per forza e me la fece battere sulla pietra di quest’ultimo millesimo muro. In quell’istante sentii un bruciore così intenso e doloroso che, balzando indietro e mandando un fortissimo grido, mi svegliai.
Mi trovai seduto sul letto, e sembrandomi che la mia mano mi bruciasse, la stropicciavo con l’altra per far passare quella sensazione. Fattosi giorno, osservai che la mano era realmente gonfia e in seguito la pelle della palma della mano si staccò e si cambiò».

Don Bosco concluse: «Notate che io non vi ho detto queste cose in tutto il loro orrore, nel modo come le vidi e come mi fecero impressione, per non spaventarvi troppo. Per più notti in appresso non ho più potuto addormentarmi a causa dello spavento pro vato». C’è chi, per non urtare la sensibilità moderna, fa del Vangelo un ‘antologia dolciastra, scegliendo i passi da cui risulta la bontà infinita di Dio ed eliminando quelli che parlano della sua giustizia, pure infinita. Ma « Cristo ieri, oggi e nei secoli». E Gesù non ha fatto così; la Madonna a Fatima non ha fatto così; Don Bosco non ha fatto così. Lo Spirito Santo presenta i «Novissimi» come efficace antidoto contro il peccato: «Ricorda le tue ultime realtà (morte, giudizio, inferno, paradiso), e non peccherai in eterno » (Siracide 7,36).

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Uva di varie qualità

Questo e quello che segue sono i sogni fatti da Don Bosco in quei giorni trascorsi a Lanzo, che dovevano essere di riposo per il Santo. Don Bosco si decise a raccontarli ai giovani dell’Oratorio per obbedire a quel richiamo venuto dall’alto: «Perché non parli? ». Noi li riassumiamo fedelmente.
Don Bòsco racconta: «La notte del giovedì santo, 9 aprile 1868, appena assopito, cominciai a sognare. Mi trovavo nel cortile del l’Oratorio intento a discorrere con alcuni superiori. A un tratto vediamo spuntare da terra una vite bellissima, che cresce a vista d’occhio e s’innalza da terra fin quasi all’altezza di un uomo. A questo punto comincia a stendere i suoi tralci in numero straordinario e a mettere fuori i pampini. In breve si estese tanto da occupare tutto il cortile. Con meraviglia notavo che i rami si estendevano solo orizzontalmente, così da formare un immenso pergolato, che restava sospeso senza alcun sostegno visibile. Subito spuntarono anche bei grappoli; gli acini ingrossarono e l’uva prese un magnifico colore. Io osservavo con gli occhi spalancati, muto dallo stupore, quando a un tratto tutti gli acini caddero per terra e diventarono altrettanti giovani vispi e allegri: saltavano, giocavano, gridavano, correvano che era un piacere a vederli.
Allora un misterioso personaggio (la solita Guida) mi apparve al fianco e osservava anch’egli i giovani. Ma improvvisamente si stese dinanzi a noi uno strano velo, quasi fosse un sipario, e ci na scose quel gioioso spettacolo. Tutta l’allegria dei giovani era cessata all’istante e succedeva un malinconico silenzio.
— Guarda! — mi disse la Guida; e mi additò la vite.
Mi avvicinai e vidi che non c’era più uva, ma soltanto foglie, sulle quali stavano scritte le parole del Vangelo: “Nihil invenit in ea” (In essa non ha trovato nulla).
— Che cosa significano? — domandai.
La Guida sollevò il velo e io rividi i giovani, ma in numero minore dei moltissimi visti prima.
— Costoro — mi disse — sono quelli che pur avendo molta facilità di fare il bene, non vogliono approfittarne. Sono quelli che hanno la sola preoccupazione di apparire buoni, senza esserlo in realtà. Sono quelli che agiscono ipocritamente per ottenere la stima e la lode dei superiori.
Provai un gran dispiacere nel vedere in quel numero alcuni che io credevo molto buoni, affezionati e sinceri.
La Guida soggiunse:
— Il male non è tutto qui.
E lasciò cadere di nuovo il sipario, poi mi disse:
— Ora guarda di nuovo.
Tra le foglie erano comparsi molti grappoli d’uva, che dapprima sembravano promettere una ricca vendemmia. Avvicinandomi però mi accorsi che erano tutti guasti: alcuni ricoperti di muffa, altri pieni di vermi e di insetti che li rodevano, altri mangiati da uccelli e vespe, altri ancora marci e disseccati.
La Guida alzò di nuovo il velo e sotto comparvero molti dei giovani visti all’inizio del sogno. Le loro fisionomie, prima così belle, erano diventate brutte, scure e piene di piaghe ripugnanti. Essi passeggiavano curvi, rattrappiti nella persona e assai malinconici. Nessuno parlava.
— Come va questo? — domandai alla Guida —. Perché quei giovani erano prima tanto allegri e simpatici, e ora sono così tristi e brutti?
—Osserva bene! — fu la risposta.
Li fissai attentamente mentre mi passavano accanto e vidi che tutti portavano scritto in fronte il loro peccato. Sulla fronte dei giovani leggevo: Impurità — Scandalo — Superbia — Gola — Invidia — Ira — Spirito di vendetta — Bestemmia — Indifferenza religiosa — Disubbidienza — Sacrilegio — Furto, ecc.
Volevo scrivere i nomi di questi poveretti per poterli avvisare in seguito, ma la Guida me lo impedì risolutamente dicendomi:
— Hanno le Regole, le osservino; hanno i Superiori, li obbediscano; hanno i Sacramenti, li frequentino; hanno la confessione: non la profanino col tacere i peccati; hanno la Santa Comunione: non la ricevano indegnamente. Custodiscano gli occhi, fuggano i cattivi compagni, si astengano da cattive letture e dai cattivi discorsi. I tuoi giovani, con la grazia di Dio e con la voce della coscienza, possono sapere quello che debbono fare o fuggire.
Lasciò cadere il velo e di nuovo osservai la vite. Questa volta era carica di grappoli sanissimi, turgidi e maturi. Era un piacere vederli e davano gusto solo a guardarli. Si alzò nuovamente il ve lario e apparvero molti giovani che sono, furono e saranno nei nostri collegi. Erano bellissimi e raggianti di gioia.
— Questi — disse la Guida — sono e saranno quelli che, mediante le tue cure, fanno e faranno buoni frutti e ti daranno molte consolazioni. Io mi rallegrai, ma restai nello stesso tempo afflitto, perché essi non erano quel numero grandissimo che speravo ».
Il velano si è alzato tre volte, lasciando vedere ogni volta un gruppo diverso di giovani. Niente di nuovo sotto il sole. Se gli educatori di oggi avessero i doni canismatici di Don Bosco, potrebbero vedere qualcosa di simile.
Premessa — In mezzo agli orrori di questa visione, apre uno spiraglio di luce l’affermazione di Don Bosco: i giovani che egli vede precipitare nella città del fuoco non hanno ancora ricevuto la sentenza del Giudice Divino: «Andate, maledetti, nel fuoco eterno»; ma andrebbero eternamente dannati se morissero nello stato di coscienza in cui vivono oggi. La visione è molto lunga; noi ne presentiamo un fedele riassunto.

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Tragica passeggiata alla Stura

Questo sogno Don Bosco lo fece a Lanzo Torinese la notte del 17 aprile 1868. E un sogno terribile. Il direttore del Collegio, Don Lemoyne, che dormiva nella camera accanto, fu svegliato da un urlo agghiacciante che Don Bosco lanciò nel sonno.
A Don Bosco parve di trovarsi sulle sponde di un torrente non largo, ma dalle acque torbide e vorticose. I giovani che lo circondavano, tentavano di passare sulla sponda opposta. Molti prendevano la rincorsa, saltavano e riuscivano ad arrivare dall’altra parte. Altri però non ce la facevano. Qualcuno batteva con i piedi proprio sull’orlo della riva, ricadeva indietro e veniva trascinato dalla corrente. Qualcun altro piombava con un tonfo nel bel mezzo del fiume e spariva. C’era chi finiva sugli scogli aguzzi, sporgenti dall’acqua, e si spaccava la testa o si rompeva lo stomaco rimanendo boccheggiante.
A quella scena dolorosa Don Bosco gridava, avvisava, insegna va a prendere lo slancio con prudenza, ma inutilmente. Il torrente in poco tempo apparve cosparso di corpi inerti che, trascinati dalla corrente impetuosa, andavano a sfracellarsi contro una rupe, alla svolta del fiume, e lì sparivano in un vortice.
— Ma perché — si chiedeva Don Bosco — ragazzi tanto agili e snelli non riescono ad arrivare dall’altra parte con un bel salto? La spiegazione fu spaventosa, raccapricciante. Mentre prendevano lo slancio, molti avevano dietro qualche sciagurato compagno che, per un gusto malvagio, faceva lo sgambetto, oppure li tratteneva per il cappotto o, peggio ancora, con uno spintone li gettava irrimediabilmente nella rovina.
— Perché — esclamava Don Bosco il giorno seguente, riferendosi a questi criminali dello spirito —‘ perché con i vostri cattivi discorsi volete accendere nel cuore dei vostri compagni la fiamma di quelle passioni che poi dovranno consumarli in eterno? Perché insegnate il male a certuni che forse sono ancora innocenti? Perché con la vostra ironia e con i vostri accordi insensati, vi ritirate dai Sacramenti e non volete ascoltare le parole di chi vi può mettere sul la buona strada? L’unica cosa che guadagnerete sarà la maledizione di Dio.
L’angoscia che stringeva il cuore a Don Bosco durante quel so gno gli fece gettare un urlo lacerante che lo svegliò.
«Io li ho veduti tutti questi giovani, asseriva il Santo parlando- ne con il direttore, li ho veduti tutti e ho conosciuto certi volponi. Ma il mio segreto lo tengo per me e non lo dirò a nessuno. La pri ma volta che potrò ritornare a Lanzo dirò a ciascuno la parte sua»
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Impressiona la parola di Don Bosco: « Io li ho conosciuti questi volponi». Non mancano anche oggi quelli che tra i compagni fanno le parti del diavolo. Vigilare per prevenire: ecco l’assillo e il dolce tormento dei genitori e degli educatori.

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«Perché non parli?»

Qualche volta erano talmente terribili le cose che Don Bosco vedeva nei suoi sogni, che restava sgomento e non si decideva a parlare. È il caso di alcuni sogni fatti a Lanzo nei primi giorni dell’aprile 1868. Ma un ultimo sogno lo decise a raccontare ai giovani dell’Oratorio anche gli altri. La sera del 30 aprile parlò così:
«Miei cari figliuoli, ho fatto un sogno ed ero deciso di non far ne parola a voi, sia perché dubitavo che fosse un sogno come tutti gli altri che si presentano alla fantasia nel sonno; sia perché tutte le volte che ne ho raccontato qualcuno, ci fu sempre qualche osservazione o qualche reclamo. Ma un altro sogno mi obbliga a parlarvi del primo. Voi sapete che sono stato a Lanzo per avere un pò di quiete. Orbene, l’ultima notte che dormii in quel collegio, messomi a letto, mentre cominciavo a prender sonno, mi si presentò alla fantasia quanto sto per dirvi.
Mi parve di vedere entrare nella mia camera un gran mostro che, avanzandosi, venne a porsi ai piedi del letto. Aveva la forma di un rospo ripugnante e gigantesco. Io lo guardavo senza fiatare, mentre quello s’ingrossava sempre più. Era di color verde con una linea rossa intorno alla bocca e alla gola che lo rendeva ancora più spaventoso. I suoi occhi erano di fuoco; sul naso si alzavano due corna; dai fianchi spuntavano due alacce verdastre. Aveva una lunga coda che terminava in due punte. In quei momenti mi pareva di non aver paura; ma quando il mostro cominciò ad avanzarsi verso di me allargando la bocca ampia e fornita di grossi denti, allora fui preso da grande terrore. Mi feci il segno di croce, ma a nulla valse; suonai il campanello, ma nessuno mi udì; gridai, ma invano: il mostro non fuggiva.
— Che vuoi da me, brutta bestiaccia — gridai allora.
Ma egli continuò ad avanzare. A un tratto, posate le zampe anteriori sulle sponde del letto, si tirò su lentamente, poi si fermò a fissarmi. Quindi, allungatosi in avanti, protese il muso verso la mia faccia e spalancò la bocca. Io ero paralizzato dall’orrore. Mi misi a urlare, gettai la mano indietro cercando l’acquasantino, ma non trovandolo, battevo pugni nel muro. Intanto il rospo abboccò per un istante la mia testa in modo che mi trovai con la metà della persona dentro quelle orride fauci. Allora gridai:
— In nome di Dio, perché mi fai questo?
Il rospo, al mio grido, si ritirò un tantino, lasciando libera la mia testa. Mi feci nuovamente il segno di croce ed essendo finalmente riuscito a intingere le dita nell’acquasantino, gli gettai sopra un po’ di acqua benedetta. Allora quel demonio, mandando un urlo terribile, precipitò indietro e scomparve.
Ma mentre scompariva il mostro, io potei udire distintamente una voce che dall’alto pronunciò queste parole: “Perché non parli?” Il direttore di Lanzo Don Lemoyne quella notte si svegliò a causa delle mie urla prolungate, udì che battevo le mani contro il muro e il mattino seguente mi domandò:
— Don Bosco, questa notte ha sognato?
— Perché mi fai questa domanda?
— Ho udito le sue grida.
Avevo dunque conosciuto la volontà di Dio; dovevo dirvi ciò che ho veduto. Quindi ho deciso di raccontarvi tutti i sogni che ho fatto in quei giorni, perché mi sento obbligato in coscienza, e anche per liberarmi da visioni tanto orribili come quella del rospo».

In quella voce venuta dall’alto, che rimprovera Don Bosco per ché non ha raccontato alcuni sogni, si può vedere uno di quegli elementi soprannaturali che caratterizzano i sogni di Don Bosco e ci confermano che non erano dei semplici sogni. Ci sarebbe da augurarsi che la stessa voce di richiamo sentissero e ascoltassero i genitori che vedono i figli mettersi su cattiva strada e non parlano.

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«Tocca a te!» disse il becchino

La sera del 30 ottobre 1868, alle comunità riunite degli studenti e artigiani, Don Bosco raccontò questo sogno.
Tutti i giovani sono in cortile che si divertono. Incomincia a imbrunire, cessano i giochi, si formano crocchi in attesa che la campana chìami allo studio; c’è ancora qualcuno che passeggìa; in tanto la sera si avanza e appena appena si può distinguere un giovane dall’altro. Ed ecco entrare dalla portineria due becchini che, camminando con passo concitato, portano sulle spalle una cassa da morto. I giovani, al loro passaggio, fanno largo. Quei due uomini vengono avanti e depongono la bara per terra in mezzo al cortile. I giovani si dispongono intorno formando un vasto circolo, ma nessuno parla per la paura. I becchini tolgono il coperchio alla cassa.
In quell’istante compare la luna con la sua luce chiara, viva, e lentamente fa un primo giro intorno alla cupola di Maria Ausiliatrice, ne fa un secondo e poi ne comincia un terzo, ma non lo finisce e si ferma sopra la chiesa, quasi fosse per cadere.
Intanto, appena la luna ebbe illuminato il cortile, uno dei becchini fece un giro, poi un altro dinanzi alle file degli alunni, fissando ben da vicino il volto di ciascuno finché, vedutone uno sulla cui fronte stava scritto: «Morieris» (morirai), lo prese per metterlo nella cassa. — Tocca a te! — gli disse.
Quegli gridava:
— Sono ancora giovane, vorrei prepararmi, fare delle opere buone che non ho fatto finora.
— Io non debbo rispondere a questo.
— Ma almeno possa ancora andare a rivedere i miei parenti.
— Io non posso rispondere a questo. Vedi là la luna? Ha fatto un giro, poi un altro, poi un poco più di mezzo giro; appena scomparirà, tu verrai con me.
Poco dopo la luna scomparve dall’orizzonte e il becchino prese il giovane per la vita, Io distese nella cassa, gli avvitò sopra il coperchio e senz’altro lo portò via, aiutato dal compagno.
Dopo due giri e mezzo di luna (due mesi e mezzo) la profezia si avverava.
Il segretario Don Gioachino Berto, parlando dell’avveramento del sogno, commenta. « Noi eravamo già assuefatti a vedere avverarsi tali predizioni, sicché ci avrebbe recato stupore, come di eccezione alla regola, il vederne alcuna non avverata».

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Tre predizioni avverate

Il primo biografo di Don Bosco, Don G.B. Lemoyne, scrive:
«Incalcolabile fu il bene spirituale che gli alunni dell’Oratorio ricavavano dai sogni di Don Bosco… L’annunzio che Don Bosco avrebbe raccontato un sogno era come un avvenimento nell’Oratorio, e i giovani impazienti e irrequieti aspettavano il momento di udirne la narrazione».
La sera del 31 dicembre del 1867 Don Bosco radunò i giovani in chiesa e, salito sul pulpito, dopo le orazioni parlò così: «In questi giorni i parenti sogliono dare la strenna ai loro figliuoli, e gli ami ci darsela tra di loro. Così anch’io sono solito di fare ogni anno, dando in questa sera un ricordo ai miei cari giovani, che serva di norma per l’anno venturo».
Don Bosco continua quindi dicendo che stava pensando quale strenna dare ai ragazzi dell’Oratorio, quando gli parve nel sogno di trovarsi in un bel giardino, ricco di rose splendide e cinto da un muro sul cui ingresso era scritto a caratteri cubitali 1868.
I giovani che si divertivano in quel giardino, appena videro Don Bosco, gli si affollarono attorno e si inoltrarono insieme nel giardino. Dopo un tratto di via, videro in un canto molti giovani che cantavano il Miserere e altre preghiere dei defunti, insieme con alcuni preti e chierici. Avvicinatosi a loro, chiese:
— Perché cantate il Miserere? E morto forse qualcuno?
—Oh — risposero —, non lo sa? E morto il tale. Ma ha fatto una morte invidiabile. Ha ricevuto con grande nostra edificazione i sacramenti e si dimostrò pienamente rassegnato alla volontà di Dio. Ora preghiamo per la sua anima accompagnandolo alla se poltura, ma pensiamo che sia già in paradiso.
— La sua fu dunque una buona morte — commentò Don Bosco —. Sia fatta la volontà di Dio. Imitiamo le sue virtù e preghiamo il Signore che conceda anche a noi la grazia di fare una buona morte.
Sempre circondato da una folla di giovani, Don Bosco proseguì il cammino finché arrivò in un bellissimo prato verdeggiante. Ed ecco un’altra turba immensa di giovani disposti in circolo intorno a qualcosa che non riusciva a distinguere. Si avvicinò e vide che attorniavano una bara e udì che anch’essi cantavano il Miserere.
Domandò:
— Per chi pregate?
Essi, tutti malinconici, risposero:
— È morto un altro giovane. Stette gravemente malato, fu visitato dai suoi parenti e fece una buona morte.
Don Bosco domandò il nome del morto e, quando lo seppe, rimase molto addolorato.
— Oh, come mi rincresce! — esclamò —. Mi voleva molto bene e non ho potuto dargli l’ultimo addio! Muoiono tutti adesso: solamente ieri uno, oggi un altro….
— Che cosa dice? — obiettò la solita Guida —. Sono più di tre mesi che è morto il primo, il tal giorno, nella tale ora.
Don Bosco prosegue: «Continuammo a inoltrarci tutti in mezzo a quei boschetti e, dopo un breve cammino, ecco che udiamo cantare di bel nuovo il Miserere. Arrestiamo il passo e vediamo un’altra schiera di giovani che si avvicinavano; erano tutti scon solati e con gli occhi lacrimosi.
— Che cosa avete? — chiesi loro.
— È morto il tale!
— E morto anche lui?!
— Sì, poveretto! Ha fatto una morte poco desiderabile.
— Non ricevette i sacramenti?
— Dapprima non voleva riceverli, poi li ricevette, ma con poca voglia e non dando segni di pentimento, cosicché rimanemmo poco edificati di lui e ci rincresce assai che un giovane dell’Oratorio abbia fatto una così brutta morte.
Allora io cercai di consolarli dicendo:
— Se ha ricevuto i sacramenti, speriamo che si sia salvato.
Non bisogna disperare della misericordia di Dio: è così grande! ». Mentre, addolorato e turbato, Don Bosco pensava in qual tempo quei giovani fossero morti, gli apparve d’improvviso la Guida che disse:
— Dunque sono tre. Hai visto il numero 68 scritto sulla porta del giardino? Significa l’anno 1868. In quest’anno i giovani che ti furono indicati devono morire. Come hai visto, i due primi sono il 12 ottobre 1889, rilasciava la seguente dichiarazione: «Posso as ben preparati, il terzo tocca a te preparano. sicurare con giuramento che la morte annunziata dei tre figli di
— Ma come tu puoi dirmi questo? — obiettò Don Bosco. Don Bosco si è avverata, come potrebbero testificarlo Don Berto — Sta’ attento all’esito e vedrai — gli rispose, e Don Bologna». Avvinto dall’amabilità e chiaroveggenza della sua Guida, Don Bosco le disse:
— Ti prego di essermi cortese. Mi hai detto dell’avvenire; ora parlami del presente. Dimmi qualche cosa da riferire ai miei giovani come strenna domani sera.
E la Guida:
— Di’ ai tuoi giovani che siccome quei due primi erano preparati perché frequentavano con le dovute disposizioni la S. Comunione in vita, così anche in morte la ricevettero con edificazione di tutti. Ma quell’ultimo non la frequentava in vita, perciò in punto di morte la ricevette con poca soddisfazione. Di’ loro che se vogliono fare una buona morte, frequentino con le dovute disposi zioni la S. Comunione e che la prima disposizione è una Confessione ben fatta. La strenna dunque sia questa: «La Comunione devota e frequente è il mezzo più efficace per fare una buona morte e così salvarsi l’anima».
C’era nell’Oratorio di Valdocco il chierico Stefano Bouriot, entrato da poco con l’intenzione di farsi salesiano. Egli trovava una certa ripugnanza a prestar fede ai sogni di Don Bosco, che gli narravano i compagni anziani. Quindi con spirito di critica stette a osservare ciò che quella volta sarebbe accaduto riguardo alla morte dei tre giovani e alle circostanze che dovevano accompagnarle. Con Don G. Berto e con Don G. Bologna si mise di proposito a costatare per iscritto gli avvenimenti a mano a mano che accadevano; tutti e tre firmavano il verbale ogni volta che una profezia si avverava, rimanendo stupiti della mirabile precisione con la quale si svolgevano le cose preannunziate da Don Bosco.

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Tre lacci per condurre alla perdizione

La sera del 4 aprile 1869 Don Bosco raccontò ai suoi giovani un sogno che li impressionò vivamente.
«Sognai — disse — di trovarmi in chiesa, in mezzo a una moltitudine di giovani che si preparavano alla confessione. Un numero stragrande assiepava il mio confessionale sotto il pulpito.
Cominciai a confessare, ma presto vedendo tanti giovani, mi alzai e mi avviai verso la sacrestia in cerca di qualche prete che mi aiutasse. Passando vidi, con enorme sorpresa, giovani che avevano una corda al collo, che stringeva loro la gola.
— Perché tenete quella corda al collo? — domandai —. Levatevela!
E non mi rispondevano, ma mi guardavano fissamente.
— Orsù — dissi a uno che mi era vicino —, togli quella corda!
— Non posso levarla; c’è uno dietro che la tiene.
Guardai allora con maggior attenzione e mi parve di veder spuntare dietro le spalle di molti ragazzi due lunghissime corna. Mi avvicinai per vedere meglio e, dietro le spalle del ragazzo più vicino, scorsi una brutta bestia con un ceffo orribile, somigliante a un gattone, con lunghe corna, che stringeva quel laccio.
Volli chiedere a quel mostro chi fosse e cosa facesse, ma esso abbassò il muso cercando di nasconderlo tra le zampe, rannicchiandosi per non lasciarsi vedere. Prego allora un giovane di correre in sacrestia a prendere il secchiello dell’acqua santa. Intanto mi accorgo che ogni giovane ha dietro le spalle un così poco grazioso animale. Prendo l’aspersorio e domando a uno di quei gattoni:
— Chi sei?
L’animale mi guarda minaccioso, allarga la bocca, digrigna i denti e fa l’atto di avventarmisi contro.
— Dimmi subito che cosa fai qui, brutta bestia. Non mi fai paura. Vedi? Con quest’acqua ti lavo per bene, se non rispondi.
Il mostro mi guardò rabbrividendo. Si contorse in modo spaventoso e io scoprii che teneva in mano tre lacci.
— Che cosa significano?
— Non lo sai? Io, stando qui, con questi tre lacci stringo i giovani perché si confessino male.
— E còme? In che maniera?
— Non te lo voglio dire; tu lo sveli ai giovani.
— Voglio sapere che cosa sono questi tre lacci. Parla, altrimenti ti getto addosso l’acqua benedetta.
— Per pietà, mandami all’inferno, ma non gettarmi addosso quell’acqua.
— In nome di Gesù Cristo, parla dunque!
Il mostro, torcendosi spaventosamente, rispose:
— Il primo modo col quale stringo questo laccio è con far tacere ai giovani i loro peccati in confessione.
— E il secondo?
— Il secondo è di spingerli a confessarsi senza dolore.
— Il terzo?
— Il terzo non te lo voglio dire.
— Come? Non me lo vuoi dire? Adesso ti getto addosso quest’acqua benedetta.
— No, no! Non parlerò, si mise a urlare, ho già detto troppo.
— E io voglio che tu me lo dica.
E ripetendo la minaccia, alzai il braccio. Allora uscirono fiamme dai suoi occhi, e poi ancora gocce di sangue. Finalmente disse:
— Il terzo è di non fare proponimenti e di non seguire gli avvisi del confessore. Osserva il profitto che i giovani ricavano dalle confessioni; se vuoi conoscere se tengo i giovani allacciati, guarda se si emendano.
— Perché nel tendere i lacci ti nascondi dietro le spalle dei giovani?
— Perché non mi vedano e per poterli più facilmente trascinare nel mio regno.

Mentre volevo domandargli altre cose e intimargli di svelarmi in qual modo si potesse render vane le sue arti, tutti gli altri orribili gattoni incominciarono un sordo mormorio, poi ruppero in lamenti e si misero a gridare contro colui che aveva parlato; e fecero una sollevazione generale. Io, vedendo quello scompiglio e pensando che non avrei ricavato più nulla di vantaggioso da quelle bestie, alzai l’aspersorio e gettai l’acqua benedetta da tutte le parti. Allora, con grandissimo strepito, tutti quei mostri si diedero a precipitosa fuga, chi da una parte e chi dall’altra. A quel rumore mi svegliai».
C’è un proverbio che dice: « Un buon consiglio lo si riceve anche dal diavolo ». E qui il diavolo ne ha dato a Don Bosco uno che può fare anche per noi: « Osserva il profitto che i giovani ricavano dalle confessioni: se vuoi conoscere se li tengo allacciati, guarda se si emendano».

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Lettera ai giovani di Lanzo

Il direttore del Collegio Salesiano di Lanzo Torinese, Don G.B. Lemoyne, il 4marzo 1867, dava conto ai suoi ragazzi di una visita fatta a Don Bosco in Torino. Diceva tra l’altro: «Don Bosco mi disse pure che più di una volta, col suo spirito, era venuto a visitarvi, a passeggiare per i vostri corridoi, ad aggirarsi per le vostre camerate, a osservare la vostra condotta, e che venendo saprà dirvi qualcosa in proposito».
In questa lettera autografa il Santo stesso parla di una di queste sue visite fatte al Collegio di Lanzo, restando a Torino.

Carissimi e amatissimi figliuoli,
desidero, o cari figli in Gesù Cristo, desidero venire a fare il carnevale con voi. Cosa insolita perché in questi giorni non sono solito allontanarmi dalla casa torinese. Ma l’affezione che tante volte mi avete manifestata, le lettere scrittemi concorsero a tale risoluzione. Tuttavia un motivo che di gran lunga più mi spinge, si è una visita fattavi pochi giorni or sono. Ascoltate che terribile e doloroso racconto. All’insaputa vostra e dei vostri Superiori, vi feci una visita. Giunto alla piazzetta davanti alla chiesa, vidi un mostro veramente orribile. Gli occhi grossi e scintillanti, il naso grosso e corto, la bocca larga, mento acuto, orecchi come un cane, con due corna a guisa di caprone che gli sormontavano il capo. Esso rideva e scherzava con alcuni suoi compagni saltellando qua e là.
— Che fai tu qui, ghigno infernale? — gli dissi spaventato.
— Mi trastullo — rispose —: non so cosa fare.
— Come! non sai cosa fare? Hai tu forse stabilito di lasciar in pace questi miei cari giovanetti?
— Non occorre che io mi occupi, perché ho dentro dei miei amici che fanno benissimo le mie veci. Una scelta di allievi che si arruolano e si mantengono fedeli al mio servizio.
— Tu menti, o padre della menzogna! Tante pratiche di pietà, letture, meditazioni, confessioni…
Mi guardò con un riso beffardo e, accennandomi di seguirlo, mi condusse in sacrestia e mi fece vedere il Direttore che confessava.
— Vedi — soggiunse —: alcuni sono miei nemici, molti però mi servono anche qui e sono coloro che promettono e non mantengono; confessano sempre le stesse cose, e io godo assai delle loro confessioni.
Poi mi condusse in un dormitorio e mi fece osservare uno dicendo:
— Costui fu già al punto di morte, e allora fece mille promesse al Creatore; ma poi divenne peggiore di prima!
Mi condusse poi in altri siti della casa e mi fece vedere cose che parevano incredibili, e che non voglio scrivere, ma racconterò a voce. Allora mi ricondusse dentro il cortile, poi con i suoi compagni davanti alla chiesa e gli domandai:
— Qual è la cosa che ti rende miglior servizio tra questi giovanetti?
— I discorsi, i discorsi, i discorsi! Tutto viene di lì. Ogni parola è un seme che produce meravigliosi frutti.
— Chi sono i tuoi più grandi nemici?
— Quelli che frequentano la Comunione.
— Che cosa ti fa maggior pena?
— Due cose: la devozione a Maria… — e qui tacque come se non volesse più proseguire.
— Qual è la seconda?
Allora si conturbò; prese l’aspetto di un cane, di un gatto, di un orso, di un lupo. Aveva ora tre corna, ora cinque, ora dieci; tre teste, cinque, sette. E questo quasi nel tempo stesso. Io tremavo, l’altro voleva fuggire; io volevo farlo parlare, perciò gli dissi:
— Io voglio assolutamente che tu mi dica quale cosa temi di più di tutte quelle che ivi si fanno. E questo te lo comando in nome di Dio Creatore, tuo e mio padrone, a cui tutti dobbiamo obbedire.
In quel momento egli con tutti i suoi si contorsero, presero forme che non vorrei mai più vedere in vita mia, di poi fecero un rumore con urla orribili che terminarono con queste parole:
— Ciò che ci cagiona maggior male, ciò che più di tutto temiamo si è l’osservanza dei proponimenti che si fanno in confessione.
Queste parole furono pronunciate con urla così spaventevoli e gagliarde, che tutti quei mostri scomparvero come fulmini e io mi trovai seduto in mia camera a tavolino. Il resto ve lo dirò a voce e vi spiegherò tutto.
Dio ci benedica e credetemi vostro affez.mo in G. Cristo
Torino, 11 febbraio 1871

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Due becchini con una bara

Al termine delle vacanze dell’anno scolastico 1872-73 Don Bosco sognò d’incontrarsi con un allievo che stava rientrando nell’Oratorio. Lo salutò cordialmente:
— Ebbene, mio caro, come hai passato le vacanze?
— Bene — rispose.
— Ma dimmi: i proponimenti che avevi fatto li hai osservati? — No! Erano troppo difficili; ecco, i suoi ricordi e i miei propositi li ho messi in questa cassetta.
Così dicendo gli mostrava una cassettina che aveva sotto il braccio.
— Povero infelice! Almeno cerca di aggiustare subito le cose dell’anima tua.
— Ma che anima! C’è tempo… E poi… e poi… E intanto si allontanava.
— Ma perché fai così? Ascoltami e ti troverai contento.
— Uff! esclamò scrollando le spalle, e se ne andò.
Don Bosco, seguendolo con uno sguardo pieno di mestizia, esclamò:
— Povero ragazzo! Sei stato rovinato e non vedi la buca che ti sei scavata.
Così dicendo si svegliò e fantasticò a lungo sull’incontro con quel giovane che ben conosceva, e non poteva darsi pace. Finalmente, ripreso sonno, continuò il sogno interrotto.
«Mi parve — racconta Don Bosco — di trovarmi solo nel cortile, diretto verso la portineria, e di incontrarmi con due becchini. Fuori di me per la sorpresa, mi avvicino e domando loro:
— Chi cercate?
— Il morto — rispondono.
— Qui non c’è alcun morto; avete sbagliato porta.
— Non è questa la casa di Don Bosco?
— Per’l’appunto — risposi.
— Ebbene, siamo stati avvisati che un giovane di Don Bosco era morto e che si doveva farne la sepoltura.
— Ma come va — fantasticavo — che io non so niente?
Seguii i becchini verso i portici e lì trovammo una cassa da morto, sulla quale da una parte era scritto il nome del giovane morto, con la cifra dell’anno 1872; dall’altra parte erano scritte queste terribili parole: « Vitia eius cum pulvere dormient» (Porterà nella tomba i suoi vizi).
I becchini volevano portarlo via, ma io mi opposi dicendo:
— Non lascerà mai che un mio figlio mi venga tolto senza che io gli parli ancora una volta.
E mi posi attorno alla cassa cercando di romperla, ma non mi fu possibile. E poiché le cose andavano per le lunghe, i becchini si impazientirono, si misero a protestare e uno, nella furia, diede un gran colpo sulla cassa, che mi svegliò. Per il restante della notte rimasi triste e malinconico. Giunto il mattino, per prima cosa chiesi notizia di quel tale e seppi che si divertiva in ricreazione. Allora fu alquanto mitigato il mio dolore».
Senza dubbio Don Bosco fece il possibile per preparano al gran passo, ma poi dovette assentarsi dall’Oratorio. E proprio in quei giorni il giovane si ammalò gravemente. Accorse Don Cagliero, che con le maniere più soavi lo invitò a pensare alla sua anima, ma il giovane disse che lo lasciasse tranquillo. Don Cagliero tornò e prese a discorrere di questo e di quello, ma appena gli fece qual che domanda sulla vita privata, il poveretto, accortosi dove il sa cerdote sarebbe andato a finire, tacque e si voltò dall’altra parte. Don Cagliero andò egli pure dall’altra, e il giovane tornò a voltarsi silenziosamente. Così fece più volte e morì senza Sacramenti il giorno in cui Don Bosco rientrava all’Oratorio.
L’impressione che fece questa morte fu enorme e durò molto tempo.
Tra i giovani dell’Oratorio c’era la persuasione che era bello morire assistiti da Don Bosco. E in realtà avvenivano morti invidiabili per la serenità che le accompagnava. Questo quindi è un caso raro e forse unico di una morte poco desiderabile. Don Bosco l’aveva prevista nel sogno citato e non aveva risparmiato sollecitudini per portare il giovane quindicenne sulla buona strada. Ma la grazia di Dio esige sempre la collaborazione della volontà umana, che in questo caso purtroppo mancò, causando a Don Bosco un grave dolore.

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Primo sogno missionario: la Patagonia

Questo è il sogno che decise Don Bosco a iniziare l’apostolato missionario dei suoi figli Salesiani. Lo ebbe nel 1872 e lo raccontò per la prima volta a Pio IX nel marzo del 1876; in seguito ne ripetè il racconto anche ad alcuni Salesiani.
«Mi parve, disse, di trovarmi in una regione selvaggia e affatto sconosciuta. Era un’immensa pianura tutta incolta, nella quale non si scorgevano né colline né monti. Ma nelle estremità lontanissime la profilavano tutta scabrose montagne. Vidi in essa turbe di uomini che la percorrevano. Erano quasi nudi, di un’altezza e statura straordinaria, di un aspetto feroce, con i capelli ispidi e lunghi, di colore abbronzato e nerognolo, e solo vestiti di larghi mantelli di pelli di animali, che loro scendevano dalle spalle. Avevano per armi una specie di lunga lancia e la fionda.
Queste turbe di uomini, sparse qua e là, offrivano allo spettatore scene diverse: questi correvano dando la caccia alle fiere; quelli portavano conficcati sulle punte delle lance pezzi di carne sanguinolenta. Da una parte gli uni si combattevano tra di loro, altri venivano alle mani con soldati vestiti all’europea, e il terreno era sparso di cadaveri. Io fremevo a quello spettacolo; ed ecco spuntare all’estremità della pianura molti personaggi, i quali, dal vestito e dal modo di agire, conobbi missionari di vari Ordini.
Costoro si avvicinavano per predicare a quei barbari la religione di Gesù Cristo. Io li fissai ben bene, ma non ne conobbi alcuno. Andarono in mezzo a quei selvaggi; ma i barbari, appena li videro, con un furore diabolico, con una gioia infernale, li assalivano, li uccidevano, con feroce strazio li squartavano, li tagliavano a pezzi e ficcavano i brani di quelle carni sulle punte delle loro lunghe picche.
Dopo di essere stato a osservare quegli orribili macelli, dissi tra me:
— Come fare a convertire questa gente così brutale?
Intanto vedo in lontananza un drappello di altri missionari che si avvicinavano ai selvaggi con volto ilare, preceduti da una schiera di giovinetti.
Io tremavo pensando:
— Vengono a farsi uccidere.
E mi avvicinai a loro: erano chierici e preti. Li fissai con attenzione e li riconobbi per nostri Salesiani. I primi mi erano noti, e sebbene non abbia potuto conoscere personalmente molti altri che seguivano i primi, mi accorsi essere anch’essi Missionari Salesiani, proprio dei nostri.
— Come va questo? — esclamavo.
Non avrei voluto lasciarli andare avanti ed ero lì per fermarli. Mi aspettavo da un momento all’altro che incorressero la stessa sorte degli antichi Missionari. Volevo farli tornare indietro, quando vidi che il loro comparire mise in allegrezza tutte quelle turbe di barbari, le quali abbassarono le armi, deposero la loro ferocia e accolsero i nostri Missionari con ogni segno di cortesia.
Meravigliato di ciò, dicevo fra me:
— Vediamo un po’ come ciò andrà a finire!
E vidi che i nostri Missionari si avanzavano verso quelle orde di selvaggi; li istruivano ed essi ascoltavano volentieri la loro voce; insegnavano ed essi mettevano in pratica le loro ammonizioni.
Stetti a osservare, e mi accorsi che i Missionari recitavano il santo Rosario, mentre i selvaggi, correndo da tutte le parti, facevano ala al loro passaggio e di buon accordo rispondevano a quella preghiera.
Dopo un poco i Salesiani andarono a disporsi al centro di quella folla che li circondò, e s’inginocchiarono. I selvaggi, deposte le armi per terra ai piedi dei Missionari, piegarono essi pure le ginocchia. Ed ecco uno dei Salesiani intonare: “Lodate Maria, o lingue fedeli…”, e tutte quelle turbe, a una voce, continuare il canto di detta lode, così all’unisono e con tanta forza di voce, che io, quasi spavenato, mi svegliai.
Questo sogno fece molta impressione sul mio animo, ritenendo che fosse un avviso celeste».
Dapprima Don Bosco credette che fossero i popoli dell’Etiopia, poi pensò ai dintorni di Hong-Kong, quindi alle genti delle Indie; solo nei 1874, quando ricevette i più pressanti inviti di mandare i Salesiani in Argentina, conobbe chiaramente che i selvaggi veduti in sogno erano gli indigeni di quella immensa regione, allora quasi sconosciuta, che era la Patagonia.
« Chi pensava allora ai miseri abitatori di quelle estreme piaghe dell’America Meridionale? I geografi ne avevano una nozione molto vaga. I Governi argentino e cileno si curavano tanto poco degli Indi, che li escludevano dai loro censimenti, come se non esistessero. Perfino a Roma eminenti prelati giudicavano utopie i disegni di Don Bosco; un cardinale disse che egli voleva mandare a evangelizzare le erbe della Pampa.
Don Bosco invece, assiduo lettore degli Annali della Propagazione della Fede, sapeva da gran tempo che colà vivevano popolazioni selvagge, a cui non risplendeva ancora la luce del Vangelo. Nelle sue grandi frazioni missionarie, affrettava col cuore il giorno in cui avrebbe potuto inviarvi banditori della divina Parola, quando ebbe questo sogno che molto lo impressionò».

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Un bidente prodigioso

L’anno 1875, per animare i suoi a celebrare il mese di Maria Ausiliatrice con grande impegno, Don Bosco espose loro un sogno che suscitò profonda e durevole emozione. Lo annunciò la sera del 30 aprile e lo narrò la sera del 4 maggio, appagando una aspettativa fattasi di giorno in giorno più fervida e ansiosa. Noi lo riassumiamo servendoci, al solito, delle parole stesse di Don Bosco.
«Appena coricato, presi sonno e mi sembrò di trovarmi in una estesissima valle: di qua e di là vi era un’alta collina. In fondo alla valle da una parte splendeva una luce chiara, dall’altra parte l’o rizzonte era semioscuro.
Mentre contemplavo quella pianura, vidi venire verso di me Buzzetti e Gastini [ fedeli collaboratori della prima ora], i quali mi dissero:
— Don Bosco, monti a cavallo.
E io:
— Non voglio andare a cavallo; sono andato una volta e sono caduto.
Buzzetti e Gastini insistettero:
— Monti a cavallo e presto, che non abbiamo tempo da perdere.
— Ma dove si trova questo cavallo? Io qui non vedo nessun cavallo.
— Eccolo là — gridò Gastini.
Mi voltai da quella parte e vidi un bellissimo e brioso cavallo:
aveva alte e grosse le gambe, folta la criniera e lucentissimo il pelo.
— Ebbene — risposi — poiché volete che io monti a cavallo, monterò; ma se mi rompo il collo, tu Buzzetti dovrai mettermelo a posto! Ci avvicinammo al cavallo. Salii sulla groppa con molta fatica, mentre essi mi aiutavano. Finalmente eccomi in arcione. Come mi sembrò alto allora quel cavallo! Mi pareva di essere sopra un poggio elevato, dal quale io dominavo tutta la valle.
Ed ecco che il cavallo si mette in moto. Dopo un buon cammino si fermò. Allora vidi venire verso di me tutti i preti dell’Oratorio con molti chierici, i quali circondarono il mio cavallo. Tra di èssi vidi Don Rua, Don Cagliero, Don Bologna. Avevano tutti un aspetto malinconico che indicava forte turbamento. Volli sapere che cosa stava succedendo; uno mi porse una tromba, dicendomi di soffiarvi dentro. Vi soffiai e ne uscì questa voce: “Siamo nel paese della prova”.
Allora si vide discendere dalla collina una quantità di giovani, tale che credo fossero un venti e più mila. Tutti, armati di una forca, si avanzavano in silenzio e a grandi passi verso la valle. Fra questi vidi tutti i giovani dell’Oratorio e degli altri collegi e moltissimi che io non conoscevo. In quel mentre da una parte della valle cominciò a oscurarsi il cielo per modo tale che pareva notte, e comparve un immenso numero di animali, che sembravano leoni e tigri. Con gli occhi rossi, quasi fuori delle occhiaie, si lanciarono contro i giovani, i quali si difendevano disperatamente con la forca a due punte, alzandola e abbassandola secondo l’assalto delle fiere. I mostri mordevano i ferri della forca, si rompevano i denti e sparivano. C’erano dei giovani che avevano la forca con una sola punta, e rimanevano feriti; altri l’avevano col manico rotto, altri col manico tarlato; c’erano anche dei presuntuosi che si getta vano contro quegli animali senz’arma e rimanevano vittime; non pochi rimasero uccisi.
Intanto il mio cavallo fu circondato da numerosi serpenti; ma con salti e calci, a destra e a sinistra, li schiacciava e li allontana va, mentre andava sempre crescendo, fino a raggiungere una grande altezza.
Ho domandato a Uno che cosa significassero quelle forche a due punte. Mi si portò una forca e vidi scritto sopra una delle due punte: Confessione, e sopra l’altra: Comunione.
— Ma che cosa significano quelle due punte?
— Soffi nella tromba.
Soffiai e ne uscì questa voce: “Confessione e Comunione ben fatte”.
Soffiai di nuovo e ne uscì questa voce: “Manico rotto: Confessioni e Comunioni malfatte; manico tarlato: Confessioni difettose”.
Finito questo primo assalto, feci a cavallo un giro per il campo di battaglia e vidi molti feriti e molti morti. Alcuni giacevano a terra strangolati, col collo gonfio in modo deforme, altri con la faccia deformata in modo orribile; altri morti di fame, sebbene avessero lì vicino un piatto di bei confetti. Quelli strangolati sono quelli che avendo avuto fin da piccoli la disgrazia di commettere qualche peccato, non se ne confessarono mai; quelli deformi nella faccia erano i golosi; quelli morti di fame, coloro che vanno a con fessarsi, ma non mettono in pratica gli avvisi del confessore.
Vicino a ciascuno di quelli che avevano il manico tarlato stava scritta una parola. Chi aveva scritto: superbia; chi: accidia; chi: impurità ecc. Ho anche notato che i giovani, mentre camminavano, passavano sopra uno strato di rose e ne godevano, ma fatti pochi passi, mandavano un grido e cadevano morti o rimanevano feriti, poiché sotto le rose c’erano le spine. Altri però, calpestando quelle rose con coraggio, vi camminavano sopra animandosi a vicenda e rimanevano vincitori.
Ma di nuovo si oscurò il cielo e in un momento apparvero quegli animali e mostri più numerosi di prima, e anche il mio cavallo ne fu circondato. I mostri crebbero a dismisura, in modo che anch’io cominciai ad avere paura, e mi sembrava già di essere graffiato dalle loro zampe. Sennonché si portò anche a me una forca; presi anch’io a combattere e quei mostri furono messi in fuga.
Allora soffiai nella tromba e rimbombò per la valle questa voce: “Vittoria! Vittoria!”.
— Ma come — dissi io — abbiamo riportato vittoria? Eppure vi sono tanti feriti e anche morti!
Allora, soffiando nella tromba, si sentì questa voce: “Tempo ai vinti”.
Quindi il cielo si rasserenò e comparve un arcobaleno di una bel lezza indescrivibile. Era così largo che sembrava si appoggiasse a Superga e, facendo un arco, andasse a poggiare sul Moncenisio. I vincitori portavano corone così brillanti che era una meraviglia a vederli; la loro faccia risplendeva di una bellezza incantevole. In mezzo all’arcobaleno si vedeva una specie di orchestra affolla ta di gente piena di giubilo. Una nobilissima Signora vestita regal mente si fece alla sponda di quell’orchestra gridando: — Figli miei, venite; ricoveratevi sotto il mio manto.
In quel momento si distese un larghissimo manto e tutti i giovani presero a corrervi sotto: alcuni volavano e avevano scritto sulla fronte: innocenza; altri camminavano a piedi, altri si trascinavano; anch’io mi misi a correre, e mentre correvo, mi svegliai».
Due giorni dopo Don Bosco volle appagare la legittima curiosità del suo vivace uditorio e disse: «Quella valle, quel paese della prova è questo mondo; quei serpenti i demoni; quei mostri le cattive tentazioni; il cavallo è la confidenza in Dio; quelli che passavano sulle rose e cadevano morti sono quelli che si danno ai piaceri mondani; quelli che calpestavano le rose sono quelli che disprezzano i piaceri del mondo e riescono vincitori; quelli che volavano sotto il manto sono gli innocenti.
Quelli tra di voi che desiderano sapere se fossero o no vincitori, se fossero tra i morti o i feriti, vengano da me e poco per volta li accontenterò».
Qualche giorno dopo, Don Giulio Barberis [ catechista Generale della Congregazione], portò il discorso sul sogno per saperne di più. Don Bosco si limitò a rispondere tutto serio: « C’è ben qualche cosa più che un sogno! ».
Così si spiega quanto afferma il suo segretario Don G. Berto:
«Anch’io volli domandare la parte mia; ne ebbi risposta così precisa, che piansi e dissi: “Se fosse venuto un angelo dal cielo, non poteva colpire meglio nel segno”».

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Nessuno spaventava le galline

Il 23 gennaio 1876, dopo le preghiere della sera, Don Bosco salì sulla piccola cattedra dalla quale soleva dare la «buona notte» ai suoi giovani. Il suo volto, raggiante di gioia, manifestava, come sempre, la sua contentezza nel trovarsi tra i suoi figli. Fattosi un pò di silenzio, prese a raccontare questo sogno.
Gli parve di trovarsi in piena campagna e di avere davanti una grande estensione di terreno, situato in una vasta e bella pianura. In essa vide molti che lavoravano con vanghe, zappe, rastrelli e altri strumenti. Chi arava, chi spianava la terra, chi seminava il grano. C’era qua e là chi dirigeva i lavori; a Don Bosco parve di essere uno di questi. Ed era una meraviglia vedere come quei buoni lavoratori non desistessero un istante dal loro lavoro. In altra parte cori di contadini stavano cantando.
Mentre Don Bosco contemplava quella piacevole scena, si vide attorniato da alcuni suoi preti e da molti chierici. Comparve an che la Guida misteriosa dei suoi sogni, a cui chiese:
— Qui dove siamo? Chi sono questi lavoratori? Di chi è questo campo?
La Guida rispose:
— Ella ha studiato latino: qual è il primo nome della seconda declinazione che ha imparato?
— E dominus — rispose Don Bosco.
— E come fa al genitivo?
— Domini.
— Bravo, bene! Questo campo è Domini, cioè del Signore.
Intanto Don Bosco vide varie persone che venivano con sacchi di grano per seminare, mentre un gruppo di contadini cantava: Exiit qui seminat seminare semen suum (Il seminatore è uscito a semi nare il suo seme). In quel mentre vede uscire da ogni parte una moltitudine di galline che, spargendosi per il campo, beccavano tutto il grano che veniva seminato.
E quel gruppo di cantori proseguiva nel suo canto: Venerunt aves coeli, sustuleruntfrumentum el reliquerunt zizaniam (Vennero gli uccelli del cielo, si portarono via il frumento e lasciarono la zizzania).
Don Bosco continua: «Io do uno sguardo attorno e osservo quei chierici che erano con me. Uno con le mani conserte stava guardando con fredda indifferenza, un altro chiacchierava con i com pagni, alcuni si stringevano nelle spalle, altri proseguivano tranquillamente la ricreazione; ma nessuno spaventava le galline per farle andar via. Io mi rivolgo loro tutto risentito e, chiamando cia scuno per nome, dico: — Ma che cosa fate? Non vedete quelle galline che si mangiano tutto il grano, facendo svanire le speranze di questi buoni contadini? Ma i chierici si stringono nelle spalle, mi guardano e non dicono niente.
— Stolti che siete! — io continuavo —, le galline hanno già il gozzo pieno. Non potreste battere le mani e fare così?
Allora alcuni si misero a fugare le galline, mentre io ripetevo tra me: “Eh, sì, ora che tutto il grano è mangiato, si scacciano le galline!”.
In quel mentre mi colpì l’orecchio il canto di quel gruppo di con tadini, i quali così cantavano: Canes muti nescientes latrare (Cani muti che non sanno abbaiare).
Allora io mi rivolsi alla Guida e, tra stupefatto e sdegnato, le dissi:
— Orsù, mi dia una spiegazione di quanto vedo. Che cos’è quel seme che si getta per terra?
— Oh, bella! Semen est Verbum Dei (Il seme è la Parola di Dio).
— Ma che cosa vuol dire che le galline se lo mangiano?
La Guida, cambiando tono di voce, rispose:
— Il campo è la vigna del Signore di cui si parla nel Vangelo, e si può anche intendere del cuore dell’uomo. I coltivatori sono gli operai evangelici che, specialmente con la predicazione, seminano la Parola di Dio. Questa Parola produrrebbe molto frutto in quel cuore ben disposto, ma vengono gli uccelli del cielo e la portano via.
— Che cosa indicano questi uccelli?
— Vuol che glielo dica? Indicano le mormorazioni. Sentita quella predica, uno fa la chiosa a un gesto, alla voce, alla parola del predicatore, ed ecco portato via tutto il frutto della predica; un altro accusa il predicatore di qualche difetto fisico o intellettuale; un terzo ride del suo italiano; e così tutto il frutto della predica è por tato via. Lo stesso deve dirsi di una buona lettura. Il grano, sebbene il campo non sia tanto fertile, tuttavia nasce, cresce e produce frutto; se in un campo di fresco seminato viene un temporale, la terra resta pesta e non porta più tanto frutto, ma pure ne porta; se la semente non è tanto bella, porterà poco frut to, ma pure ne porta; ma se le galline o gli uccelli si beccano la semente, il campo non porta più frutto di sorta. Così se alle predi che, alle esortazioni, ai buoni propositi segue qualche distrazione o tentazione, faranno meno frutto; ma quando c’è la mormorazione, il parlar male o simile, non c’è poco che tenga, ma c’è subi to il tutto che viene portato via. E a chi tocca battere le mani, insi stere, gridare perché queste mormorazioni, questi discorsi cattivi non si facciano? Lei lo sa.
Lei che è prete insista su questo: predichi, esorti, parli, non abbia paura di dire mai troppo, e tutti sappiano che il fare le chiose a chi predica, a chi esorta, a chi dà buoni consigli è ciò che reca più del male. E lo star muti quando si vede qualche disordine e non impedirlo, specialmente se uno può e deve impedirlo, è ren dersi complice del male degli altri.
Io, impressionato da queste parole, volevo rimproverare i chie rici, infiammarli a compiere il proprio dovere; ma, fatti pochi passi, inciampai in un rastrello destinato a spianare la terra, lasciato in quel campo, e mi svegliai».

Parlando di questo sogno, Don Bosco affermò: « Io nel sogno ho visto tutti e ho visto lo stato nel quale ognuno si trovava: se gallina, se cane muto, se nel numero di coloro che, avvisati, si mi sero all’opera o non si mossero. Di queste cognizioni io mi servo, confessando, esortando in pubblico e in privato, finché vedo che producono del bene… ».
Presa quindi un ‘aria più grave, e quasi conturbato, proseguì: Il Papa al Colle Don Bosco « Quando penso alla mia responsabilita nella posizione in cui mi trovo, tremo tutto… Che conto tremendo avrò da rendere a Dio di tutte le grazie che ci fa per il buon andamento della nostra Con gregazione!» .
La trama esile di questo sogno ci avrebbe suggerito di ometterlo, ma la notizia che Giovanni Paolo II ha promesso all’Arcivescovo di Torino e al Rettor Maggiore dei Salesiani che nel 1988, per il centenario della morte di Don Bosco, sarà presente al Colle Don Bosco per le celebrazioni centenarie, ci fa scorgere in questo sogno, molto singolare, quasi un significato profetico.

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Il Papa al Colle Don Bosco

La trama esile di questo sogno ci avrebbe suggerito di ometterlo, ma la notizia che Giovanni Paolo II ha promesso all’Arcivescovo di Torino e al Rettor Maggiore dei Salesiani che nel 1988, per il centenario della morte di Don Bosco, sarà presente al Colle Don Bosco per le celebrazioni centenarie, ci fa scorgere in questo sogno, molto singolare, quasi un significato profetico.
Ecco il sogno che Don Bosco fece nell’aprile del 1876: «Mi parve di trovarmi al mio paese, e colà vidi giungere il Papa. Io non potevo persuadermi che fosse lui; perciò gli chiesi:
— Come? non avete la carrozza, Padre Santo?
— Sì, sì, ci penserò. La mia carrozza è la fedeltà, la fortezza e la dolcezza.
Ma egli era sfinito e diceva:
— Io sono alla fine.
— No, no, Santo Padre — dissi io —. Fino a tanto che le cose della nostra Congregazione non saranno terminate, non morirà.
Quindi comparve una carrozza, ma senza cavalli. Chi la tirerà? Ecco farsi avanti tre bestie: un cane, una capra e una pecora, che tiravano la carrozza del Papa. Ma, arrivati a un punto quegli animali non la potevano più far muovere e il Papa diventava sempre più sfinito. Io mi pentivo di non averlo invitato a venire a casa mia e di non aver pensato a fargli prendere qualche ristoro. Ma, dicevo fra me, appena saremo giunti alla casa del cappellano di Murialdo, aggiusteremo tutto. Intanto però la vettura rimaneva ferma. Allora alzai una specie di asse, che di dietro toccava terra.
Il Papa, vedendo questo, prese a dire:
— Se foste in Roma e vi vedessero a fare questi lavori, ci sarebbe proprio da ridere.
Mentre stavo così aggiustando, mi svegliai».
«La lingua batte dove il dente duole», dice i/proverbio. Don La fede: nostro scudo e nostra vittoria Bosco in quegli anni seguiva con trepidazione il declinare della sa lute di Pio IX, al quale era affezionatissimo. Pregava e lo pensava giorno e notte. Questo sogno è dell’aprile 1876, due anni prima che Pio IX morisse. L‘anno dopo ne previde in sogno anche la morte. Ecco perché in questo sogno vede il Papa « sfinito » e lo sente dire: «Io sono alla fine».

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La fede: nostro scudo e nostra vittoria.

Nel raccontare questo sogno Don Bosco s’introdusse così: «Era da molto tempo che pregavo il Signore affinché mi facesse cono scere lo stato dell’anima dei miei figliuoli. Specialmente in questi Esercizi Spirituali io ero soprappensiero per tal motivo… E il Signore volle favorirmi in modo che io potessi leggere nelle coscienze dei giovani proprio come se leggessi in un libro; e quello che è più mirabile, vidi non solo lo stato presente di ciascuno, ma le cose che a ciascuno sarebbero accadute nell’avvenire. E ciò in modo proprio anche per me straordinario, perché non mi avveniva mai che vedessi così bene, così chiaro, così svelatamente nelle cose fu ture e nelle coscienze dei giovani ».
Questa premessa sull’elemento soprannaturale del sogno acquista risalto quando si tenga presente la grande umiltà di Don Bosco e l’abituale senso di misurata semplicità con cui era solito pesare le sue parole.

Nel sogno Don Bosco cita il fratello Giuseppe, fratel Michele Romano, direttore della Casa di noviziato dei Fratelli delle Scuole Cristiane di Torino, e due sacerdoti, Don Alasonatti e Don Ruffino, che erano stati tra i suoi primi e più devoti figli e collaboratori. Presentiamo il racconto di Don Bosco, ridotto qua e là.
«Mi parve di trovarmi nell’Oratorio sull’imbrunire. Un numero immenso di giovani mi circondava, come voi siete soliti fare, perché siamo amici. Ero giunto in mezzo al cortile quando sento alte grida e urla feroci che venivano dalla parte della portineria. I giovani fuggono a precipizio gridando e correndo verso di noi. Io mi volsi da quella parte e vidi un mostro che mi parve un gigantesco leone. Enorme era la sua testa, e la bocca così smisurata e aperta, che sembrava fatta per divorare la gente in un boccone. Da questa sporgevano fuori due grossi, acuti, lunghissimi denti, a guisa di spade taglienti».
Don Bosco continua dicendo che i giovani gli si erano stretti attorno, ansiosi di sapere che cosa fare per salvarsi.
— Voltiamoci — rispose Don Bosco — verso il fondo dei portici, all’immagine della Madonna, mettiamoci in ginocchio, preghiamola fervorosamente perché venga in nostro aiuto e ci faccia conoscere chi sia questo mostro: se è un animale feroce, tra tutti lo uccideremo; se è un demonio, non temete, Maria ci salverà».
Intanto il mostro continuava ad avvicinarsi lentamente, quasi strisciando per terra in atto di prendere Io slancio per avventarsi.
«Trascorsero pochi minuti di preghiera. La belva era giunta così vicino da potere, con uno slancio, piombarci addosso. Quand’ecco, non so come, ci vedemmo trasportati tutti nel refettorio attiguo. Al centro di esso si vedeva la Madonna che, tutta raggiante di vivissima luce, come un sole in pieno meriggio, illuminava tutto il refettorio, ampliato in vastità e altezza cento volte tanto. Era attorniata da santi e da angeli, sicché quella sala sembrava un paradiso.
Nei nostri cuori, allo spavento, sottentrò lo stupore. Gli occhi di tutti erano intenti alla Madonna, la quale con voce dolcissima ci rassicurò:
— Non temete — disse —; abbiate fede; questa è solo una prova che vuol fare di voi il mio divin Figlio.
Osservai allora attentamente quelli che, folgoranti di gloria, facevano corona alla Santa Vergine e riconobbi Don Alasonatti, Don Ruffino, Fratel Michele delle Scuole Cristiane e mio fratello Giuseppe; e altri i quali furono anticamente nel nostro Oratorio e ora sono in paradiso.
Quand’ecco uno di coloro che facevano corteggio alla Vergine disse ad alta voce:
— Surgamus! (Sorgiamo).
— Ma come sorgiamo, se siamo già tutti in piedi!
— Surgamus! — ripeté più forte la stessa voce.
Io non sapevo rendermi ragione di questo comando. Allora un altro di quelli che erano con la Beata Vergine s’indirizzò a me, che stavo sopra un tavolo per dominare tutta la moltitudine, e così prese a dire con voce mirabilmente robusta, mentre i giovani stavano attenti:
— Tu che sei prete, dovresti intendere questo Surgamus.
Quando celebri la santa Messa non dici tutti i giorni Sursum cor da (in alto i cuori)? Intendi forse con ciò di innalzarti materialmente, oppure di innalzare gli affetti del cuore a Dio?
Io tosto gridai ai giovani:
— Su, su, figliuoli, ravviviamo la nostra fede, innalziamo i nostri cuori a Dio.
E tutti ci inginocchiammo. E mentre noi pregavamo con slancio pieno di fiducia, ci sentimmo sollevare sensibilmente da terra per una forza soprannaturale e salimmo molto in alto. Tutti era vamo sollevati in aria e io ero stupito che non cadessimo per ter ra. Ed ecco che il mostro che avevamo veduto nel cortile, entra nella sala, seguito da innumerevoli bestie di varia specie, ma tutte feroci. Scorrazzavano qua e là per il refettorio, mandavano urli orribili, sembrava che ad ogni momento fossero per slanciarsi con un salto contro di noi. Noi dall’alto stavamo osservandole.
— Se cadessi — dicevo tra me — quale orribile strazio farebbe ro della mia persona!
Mentre eravamo in quella strana posizione, udimmo la voce della Madonna che cantava le parole di San Paolo: Sumite ergo scutum fidei inexpugnabile (imbracciate lo scudo inespugnabile della fede).
Era un canto così armoàioso, che noi eravamo come in estasi. Stavamo ascoltando quel canto di paradiso, quando vedemmo par tire dai fianchi della Madonna molti leggiadrissimi giovanetti forniti di ali e discesi dal cielo. Si avvicinarono a noi portando degli scudi in mano e ne ponevano uno sul cuore di ciascuno dei nostri giovani. Erano scudi grandi, belli, risplendenti; si rifletteva in essi la luce che veniva dalla Madonna. Ogni scudo pareva di ferro con un gran cerchio di diamante e un orlo d’oro purissimo. Questo scudo rappresentava la fede. Quando tutti fummo così armati, coloro che erano intorno alla Beata Vergine intonarono un canto così armonioso che non trovo parole per descriverlo.
Mentre io contemplavo quello spettacolo e mi deliziavo di quel la musica, fui scosso da una voce potente che gridava:
— Ad pugnam! (alla battaglia).
Tutte quelle belve presero ad agitarsi furiosamente. Improvvi samente noi cademmo al suolo restando in piedi ed eccoci in lotta con le fiere, protetti dallo scudo divino. Quei mostri, con i vapori che uscivano dalle loro fauci, lanciavano contro di noi palle di piombo, saette e proiettili di ogni genere; ma queste armi colpivano i nostri scudi e rimbalzavano indietro.
Lunga fu la battaglia. Finalmente si udì la voce della Madonna:
— Haec est victoria vestra, quae vincit mundum, fides vestra (Questa è la vostra vittoria che vince il mondo: la vostra fede).
A questa voce quella moltitudine di belve, spaventata, si diede a precipitosa fuga e scomparve; noi restammo salvi e vincitori in quella sala immensa, sempre illuminata dalla viva luce che si dif fondeva dalla Madonna.
Ma la nostra gioia venne turbata all’improvviso da grida e gemiti strazianti, misti a urla feroci. Sembrava che i nostri giovani fossero dilaniati da quelle belve, fuggite poco prima dalla sala. Io volevo uscire fuori per portare soccorso ai miei figli, ma i giovani si erano messi alla porta per impedirmelo. Io facevo ogni sforzo per liberarmi e dicevo loro:
— Ma lasciatemi andare: voglio aiutare i miei giovani e se tocca loro danno o morte, voglio morire con loro!
E strappatomi dalle loro mani, fui sotto i portici, e oh! quale spettacolo! Il cortile era sparso di morti, di moribondi e di feriti. I giovani tentavano di fuggire, ma i mostri li inseguivano, si gettavano loro addosso e li dilaniavano. Ma chi più di tutti faceva spaventevoli macelli era il mostro che era comparso il primo nel cortile. Con quei due denti simili a spade trapassava il petto dei giovani da destra a sinistra e da sinistra a destra, e quelli con doppia ferita nel cuore cadevano miseramente morti.
Io risolutamente mi posi a gridare:
— Coraggio, miei cari giovani!
Molti si rifugiavano vicino a me. Ma il mostro, al mio apparire, mi corse incontro. Io, facendomi coraggio, feci qualche passo verso di lui. Intanto alcuni giovani che avevano già vinto le bestie, uscirono dalla sala e si unirono a me. Quel principe dei demòni si avventò contro di me e contro di essi, ma non ci poté ferire perché eravamo difesi dagli scudi; anzi, alla vista di questi, spaventato e quasi riverente, indietreggiava. Fu allora che, guardando fisso quei suoi lunghi denti in forma di spade, vi lessi due parole scritte a grossi caratteri. Sull’uno era scritto: Otium; sull’altro: Gula.
Possibile, andavo pensando tra me, che nella nostra casa, dove c’è tanto lavoro, ci sia chi pecchi di ozio? E di gola poi? Tra noi, anche volendolo, non si possono commettere molte golosità».
Don Bosco continua dicendo che si rivolse a Fratel Michele per avere qualche chiarimento.
— Eh, mio caro — rispose il sant’uomo — in questo sei ancora novizio. Riguardo alla gola devi sapere che si può peccare di intemperanza anche quando si mangia o si bene più del bisogno, anche quando si eccede nel dormire e nelle cure del corpo. Riguardo all’ozio, si può peccare anche quando si lascia libera l’immaginazione nel pensare a cose che sono pericolose.
Don Bosco conclude: «Allora volli appressarmi alla Madonna che pareva avesse ancora qualche cosa da dirmi. Ero quasi vicino a lei, quando dal di fuori mi pervennero all’orecchio nuove e alte grida. Subito volli uscire per la seconda volta, ma, nell’uscire, mi svegliai» . Oggi ancora, come sempre, brillano invincibili le quattro armi che Don Bosco vide e insegnò a brandire contro le insidie del ne mico: la fede viva, la filiale devozione a Maria, il lavoro assiduo e la temperamza. Don Bosco che si lancia al salvataggio dei suoi flgliuoli, «pronto anche a morire con loro», ci stimola e ci incoraggia con la sua paterna assistenza.

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Sogno del settembre 1876 – PARTE I

Un toro furibondo

Il 27 settembre del 1876, a Lanzo Torinese, Don Bosco, a ricordo degli Esercizi Spirituali dei Salesiani, raccontò un sogno che è uno dei più istruttivi di quanti ne aveva avuti fino allora. Si snoda in tre parti ben distinte tra loro.
«Sognai — disse — di fare con voi il viaggio da Lanzo a Torino. Eravamo tutti insieme su di un convoglio, forse sui carrozzoni della ferrovia. A un tratto la macchina si ferma. Scendo per vedere che cosa è successo e mi trovo accanto un personaggio strano: alto e basso nello stesso tempo, grasso e anche magro, mentre era bianco era anche rosso, camminava per terra e per aria.
— Vieni — mi disse —, vieni presto. Facciamo girare le carrozze in questo campo.
Il campo era vastissimo, si perdeva a vista d’occhio, pianeggiante e battuto come fosse un’aia. Sistemati i veicoli in quella pianura, gridammo ai passeggeri di scendere. Ed ecco che, appena tutti so no scesi, si vedono scomparire i veicoli, senza che sapessimo dove erano andati.
— Ora che siamo discesi, tu mi dirai… voi mi direte… lei mi dirà… — sussurrai incerto sul modo di comportarmi con quello strano personaggio — mi dirà perché ci abbia fatti fermare in questo luogo.
Rispose:
— Il motivo è grave: per farvi evitare un grandissimo pericolo.
— E quale?
— Il pericolo di un toro furibondo che non lascia persona viva al suo passaggio. Chiama tutti i tuoi attorno a te. Avvisali che devono stare attenti, molto attenti. Appena sentiranno il muggito del toro, muggito straordinario e immenso, si gettino subito a terra, e così se ne stiano bocconi, con la faccia rivolta al suolo, fintanto che il toro abbia fatto il suo passaggio. Guai a colui che non ascolterà la tua voce! Poiché qui se humiliat exaltabitur, et qui se exaltat humiliabitur (Chi si umilia sarà esaltato, e chi si esalta sarà umiliato).
Poi soggiunse:
— Presto, presto! Il toro sta per venire. Grida forte che si buttino a terra.
Io gridavo forte, ma egli mi esortava:
— Grida più forte, grida più forte, grida, grida!
Io ho gridato tanto forte che credo di aver spaventato Don Le moyne (il direttore di Lanzo), che dormiva nella camera accanto. Tutt’a un tratto si sente il muggito tremendo del toro.
— Attenti, attenti! Falli mettere tutti in fila, l’uno vicino all’altro, da una parte e dall’altra, con un passaggio nel mezzo, per cui il toro possa passare.
Così mi grida quel personaggio. Io do questi ordini e in un batter d’occhio tutti sono a terra, mentre incominciamo a vedere da molto lontano il toro, che arrivava furibondo. Alcuni però volevano vedere che cosa fosse quel toro e rimasero in piedi: erano pochi, per fortuna. Quell’individuo mi disse:
— Ora vedrai che cosa avverrà di costoro; vedrai che cosa riceveranno perché non si vogliono abbassare.
Io volevo avvertirli ancora, correre presso di loro, farli abbassare, ma la mia Guida me lo impedì recisamente.
— L’ubbidienza è anche per te: abbàssati!
Non ero ancora prostrato che un grandissimo muggito, tremendo, spaventevole, si fece udire. Tutti tremavamo e ci domandavamo:
— Che cosa succederà?
Una cosa strana che fece stupire anche me fu questa: sebbene avessi il capo prostrato a terra con gli occhi nella polvere, vedevo benissimo ciò che accadeva attorno a me. Il toro aveva sette corna in forma quasi di circolo. Queste corna erano mobili, le voltava dalla parte che voleva di modo che, per abbattere qualcuno, non aveva da voltarsi qua e là; gli bastava andare avanti per abbattere qualunque cosa incontrasse.
Già il toro ci era vicinissimo. Allora la Guida gridò:
— Si vedrà l’effetto dell’umiltà.
E in un istante ci vedemmo tutti sollevati in aria, a una considerevole altezza, in modo che il toro non poteva assolutamente raggiungerci. Ma quei pochi che non si erano abbassati non furono sollevati. Arrivò il toro e li sbranò in un momento. Non se ne salvò neppur uno. Noi intanto vedevamo il toro furioso, che cercava di raggiungerci; faceva salti terribili per poterci dare delle cornate; ma non poté farci alcun male. Allora, furioso più che mai, se ne andò; e noi ci ritrovammo per terra. La Guida allora gridò: — Voltiamoci dalla parte di mezzogiorno.
Ed ecco che si cambiò completamente la scena davanti a noi. Il prato era scomparso, al suo posto vedemmo una chiesa immensa, bellissima, ornata con magnificenza. Fra un tripudio di luci stava esposto il SS. Sacramento. Mentre eravamo in adorazione, arrivò un’intera mandra di tori furibondi, decisi a sterminarci. Ma trovandoci in adorazione a Gesù Sacramentato, non poterono farci nulla e, di lì a poco, scomparvero. A un tratto non vedemmo più nè chiesa né altare: era tutto sparito e noi ci trovammo nuovamente nel prato».

Don Bosco terminò il racconto dicendo che era facile capire che il toro è il nemico delle anime, il demonio. Le sette corna sono i sette vizi capitali. Dalle terribili cornate di questo toro infernale ci salvano l’Eucaristia e l’umiltà, base efondamento di ogni virtù. Tra i preziosi consigli che dava Don Bosco, eccone uno preziosissimo:
« Abbi l’umiltà di riconoscerti debole;
abbi l’umiltà di farti aiutare da chi sa e può aiutarti;
abbi l’umiltà di pregare e di confessarti spesso e bene».

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Sogno del settembre 1876
PARTE II

Il trionfo della Congregazione

Dopo la scena descritta nella prima parte del sogno, la Guida misteriosa disse a Don Bosco:
— Vieni, ti farò vedere il trionfo della Congregazione di San Francesco di Sales. Monta su questo sasso e vedrai.
«Era un gran macigno in mezzo a quel piano sterminato, e io vi montai sopra — racconta Don Bosco —. Oh, che vista immensa si affacciò ai miei occhi! Quel campo mi comparve come se oc cupasse tutta la terra. Uomini d’ogni nazione, d’ogni vestito, d’ogni colore vi stavano radunati. Vidi tanta gente che non so se il mondo tanta ne possegga. Cominciai a osservare i primi che si affacciarono al nostro sguardo. Erano vestiti come noi Italiani. Io conoscevo quelli delle prime file: vi erano tanti Salesiani che conducevano come per mano squadre di ragazzi e di ragazze. Poi ve nivano altri con altre squadre; poi ancora altri e altri che più non conoscevo e più non potevo distinguere, ma erano in numero in descrivibile. Verso il mezzogiorno comparve ai miei occhi un po polo sterminato di gente che io non conoscevo. Erano sempre con dotti da Salesiani, che conoscevo nelle prime file e poi non più.
— Vòltati — mi disse la Guida.
Ecco che mi si affacciarono agli occhi altri popoli sterminati di numero, vestiti diversamente da noi: avevano pellicce, specie di mantelli che parevano velluto, tutti a vari colori. La Guida mi fe ce voltare verso i quattro punti cardinali. Tra le altre cose vidi in Oriente donne con i piedi tanto piccoli, che stentavano a stare in piedi e quasi non potevano camminare. Il singolare si è che dap pertutto vedevo Salesiani che conducevano squadre di ragazzi e di ragazze, e con loro un popoio immenso. Nelle prime file sempre li conoscevo; poi andando avanti non conoscevo più nemme no i missionari.
Allora la mia Guida prese di nuovo la parola e disse:
— Tutto questo che hai visto è tutta messe preparata per i Salesiani. Vedi quanto è immensa la messe? I Salesiani non solo in questo secolo, ma anche nei secoli futuri lavoreranno nel proprio cam po. Ma sai a quali condizioni si potrà arrivare a eseguire quanto tu vedi? Te lo dirò io. Bisogna che tu faccia stampare queste parole che saranno come il vostro stemma, la vostra parola d’ordine, il vostro distintivo. Notale bene: IL LAVORO E LA TEMPERANZA FARANNO FIORIRE LA CONGREGAZIONE. Que ste parole le farai spiegare, le ripeterai, insisterai. Farai stampare il manuale che le spieghi e faccia capire bene che il lavoro e la temperanza sono l’eredità che tu lasci alla Congregazione, e nello stesso tempo ne saranno anche la gloria.
Io risposi:
— Questo lo farò molto volentieri. Questo è tutto secondo il mio scopo; è quello che vado già raccomandando tutti i giorni e vado insistendo sempre che me ne capiti l’occasione.
— Sei dunque ben persuaso? Mi hai ben capito? Questa è l’eredità che lascerai loro e di’ pur loro chiaro che fino a tanto che i tuoi figli corrisponderanno, avranno seguaci al sud, al nord, all’oriente e all’occidente. Ora discendi pure dagli Esercizi e incamminali per la loro destinazione» .

Don Bosco conclude dicendo che allora comparvero degli « omni bus» per condurli a Torino; ma erano omnibus sui generis: non avevano appoggio da nessuna parte. Don Bosco temeva che i suoi cadessero, ma la Guida lo rassicurò:
— Vadano, vadano pure: essi non hanno bisogno di appoggio; basta che eseguiscano bene queste due parole: Sobrii estote et vigilate (Siate sobrii e vigilate). Quando si eseguiscono bene queste due parole, non si cade, sebbene non vi siano appoggi e la carrozza corra.

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PARTE III – Quattro chiodi emblematici

Don Bosco, partiti i Salesiani che erano con lui, rimase solo con la Guida, che gli disse:
— Vieni, voglio farti vedere la parte più importante; oh, avrai da imparare! Vedi là quel carro?
— Lo vedo.
— Sai che cos’è?
— Ma non vedo bene.
— Se vuoi veder bene, avvicìnati. Vedi quel cartellone? Osservalo: su quel cartello vi è l’emblema: da quello conoscerai.
Don Bosco si avvicina e vede su quel cartello dipinti quattro chio di molto grossi. Si rivolge alla Guida:
— Ma non capisco nulla se non mi spiega.
— Quei quattro chiodi sono quelli che forarono e tormentarono crudelmente il nostro divin Salvatore.
— E con ciò?
— Sono quattro chiodi che tormentano le Congregazioni reli giose. Se eviti questi quattro chiodi, se la tua Congregazione saprà tenerli lontani, le cose andranno bene e voi sarete salvi.
— Ma io ne so come prima: che cosa significano quei quattro chiodi?
— Se vuoi saperlo visita quel carrozzone che ha i chiodi per emblema. Vedi: quel carrozzone ha quattro scompartimenti, ciascu no dei quali corrisponde a un chiodo.
— Ma quei scompartimenti che cosa significano?
— Osserva il primo.
Don Bosco osserva e legge sul cartello: Quorum Deus venter est (Il loro dio è il ventre).
— Oh, adesso comincio a capire qualche cosa.
— Questo è il primo chiodo che tormenta e manda in rovina le Congregazioni religiose. Esso farà strage anche di voi, se non stai attento. Combattilo bene e vedrai che le tue cose prospereranno.
Ora veniamo al secondo scompartimento. Leggi l’iscrizione del secondo chiodo: Quaerunt quae sua sunt, non quae Jesu Christi. (Cercano le cose loro e non quelle di Gesù Cristo). Quivi sono quelli che cercano le proprie comodità, gli agi, e brigano per il bene proprio e forse anche dei parenti; e non cercano il bene della Congregazione, che è quello che forma la porzione di Gesù Cristo. Sta’ attento, allontana questo flagello e vedrai prosperare la Congregazione.
Siamo al terzo scompartimento. Osserva l’iscrizione del terzo chiodo: Aspidis lingua eorum (la loro è la lingua di un serpente). Chiodo fatale per le Congregazioni sono i mormoratori, i sussur roni, quelli che cercano sempre di criticare o per diritto o per traverso.
Ed ecco il quarto scompartimento con la scritta: Cubiculum otio sitatis (la sede degli oziosi). Qui sono gli oziosi, e quando si comincia a introdurre l’ozio, la comunità resta bell’e rovinata; invece finché si lavorerà molto, nessun pericolo per voi. Ora osserva ancora una cosa che vi è in questo carrozzone, a cui molte volte non si bada. Vedi quel ripostiglio che non fa parte di nessun scom partimento e che si estende a tutti?
— Vedo, ma non vi è altro che erbacce e foglie secche.
— Bene, osserva l’iscrizione che sta quasi nascosta.
Don Bosco osserva bene e vede scritto: Latet anguis in herba (tra l’erba sta nascosto il serpente).
— Vi sono certi individui — spiega la Guida — che stanno nascosti, non parlano, non aprono mai il cuore ai superiori e ruminano sempre in cuore i loro segreti. Sta’ attento: latet anguis in herba. Sono veri flagelli, vera peste delle Congregazioni. Anche se cattivi, se fossero conosciuti, si potrebbero correggere; ma no, stanno nascosti e intanto il veleno si moltiplica nel loro cuore; e quando fossero conosciuti, non si sarebbe più in tempo per riparare il danno che già hanno prodotto.
Tieni dunque bene a mente le cose che devi tenere lontano dalla tua Congregazione. Da’ ordine che queste cose siano spiegate e rispiegate a lungo. Facendo così sta’ tranquillo sulla tua Congregazione: le cose prospereranno un giorno più dell’altro.
A questo punto Don Bosco pregò la sua Guida di permettergli di scrivere quanto gli aveva detto.
— Se vuoi far la prova — rispose —‘ scrivile; ma temo che ti manchi il tempo.
Infatti egli udì un gran rumore e vide ricomparire il toro furio so della prima parte del sogno; e fu tanto spaventato alla sua vista che si sveglio.
Don Bosco concluse: « Sarebbe un bel frutto degli Esercizi se noi proponessimo di attenerci al nostro stemma: LAVORO E TEMPERANZA; e se procureremo con tutte le nostre forze di evitare i quattro chiodi che martoriano le Congregazioni, a cui c’è da ag giungere che ciascuno sia sempre aperto, schietto e confidente con i propri superiori. In questo modo faremo del bene alle anime no stre, e nello stesso tempo potremo salvare quelle che la divina provvidenza affiderà alle nostre cure».

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Visione di San Domenico Savio

La sera del 22 dicembre 1876 Don Bosco raccontò ai suoi giovani una meravigliosa visione avuta nella notte che aveva passato a Lanzo Torinese. Poiché è molto lunga, dobbiamo limitarci a presentarne le scene più belle. Gli sembrò di trovarsi su di un’altura davanti a una pianura molto estesa, divisa in giardini di mirabile bellezza, in mezzo ai quali sorgevano palazzi che per magnificenza sembravano altrettante regge. Mentre Don Bosco ammirava tante meraviglie, al suono di una musica dolcissima, gli comparve il suo allievo prediletto, San Domenico Savio, a capo di una schiera di giovani, molti dei quali Don Bosco riconobbe.
«Savio si avanzò — racconta Don Bosco —. Mi era così vicino che, se avessi steso la mano, l’avrei certamente toccato. Taceva guardandomi sorridente. Com’era bello! Una tunica candidissima, tutta trapuntata di diamanti, gli scendeva fino ai piedi. Un’ampia fascia rossa, tempestata di gemme, gli cingeva i fianchi; dal collo gli pendeva una collana di fiori, che splendevano di una luce sovrumana, più viva del sole, che in quell’istante brillava in tutto lo splendore di un mattino di primavera, e riflettevano i loro raggi in quel viso candido e rubicondo, in una maniera indescrivibile. Gli cingeva il capo una corona di rose. La capigliatura gli scende va ondeggiante giù per le spalle, e gli dava un aspetto così bello, così attraente che sembrava un angelo».
Don Bosco osservava come fuori di sé per la meraviglia. Finalmente Domenico parla, svela il suo nome e compiace Don Bosco, che vuol sapere che cosa significhi quell’abbigliamento così sma gliante. In sua vece risponde cantando il coro dei giovani, pur essi biancovestiti con fascia rossa. Il canto riportava frasi bibliche: «Essi ebbero i fianchi cinti e lavarono le loro vesti nel Sangue dell’Agnello. Essi sono vergini e seguono l’Agnello dovunque vada».
«Allora intesi — afferma Don Bosco — come quella fascia fosse simbolo dei sacrifici e quasi del martirio sofferto per conservare la virtù della purità». Riavutosi dal suo grande stupore, Don Bosco approfitta per chiedere Savio che gli parli del passato, del presente e del futuro del suo Oratorio.
Riguardo al passato Savio parla del gran bene già fatto dalla giovane Famiglia di Don Bosco e gli mostra un giardino, all’entrata del quale si legge: Giardino Salesiano, e spiega:
— Quelli sono tutti Salesiani e giovani salvati da te e dai tuoi figli. Contali se puoi, ma sarebbero molto più numerosi se tu avessi avuto maggior fede e confidenza nel Signore.
— E il presente? — chiede Don Bosco.
Savio gli mostra un magnifico mazzo di fiori: vi erano rose, viole, girasoli, genziane, gigli, semprevive e, in mezzo ai fiori, alcune spi ghe di grano.
— Questo mazzolino mostralo ai tuoi figli, fa’ che tutti lo ab biano: ne avranno abbastanza per essere felici. — Ma che cosa indica cotesto mazzo di fiori?
— La rosa — rispose Savio — simboleggia la carità, la viola l’umiltà,il girasole l’ubbidienza, la genziana la penitenza, il giglio la purezza, le spighe la Comunione frequente, la sempreviva la per severanza.
— Orbene — riprese Don Bosco —, tu che hai praticato tutte que ste virtù in vita, dimmi che cosa ti consolò di più in punto di morte?
— Ecco — rispose Savio — ciò che mi consolò di più in punto di morte fu l’assistenza della potente e amabile Madre di Dio. Dillo ai tuoi figli, che non dimentichino di pregarla finché sono in vita.
Circa il futuro, Domenico confidò a Don Bosco varie cose, tra cui che il Papa Pio IX avrebbe avuto più poco da vivere. Morì infatti 14 mesi dopo. Predisse pure che nell’anno 1877 Don Bosco avrebbe avuto il dolore di perdere sei più due dei suoi figli. Anche questa profezia si avverò con la morte di sei giovani dell’Oratorio e di due chierici.
Qui il Savio fece l’atto di allontanarsi. «Allora — racconta Don Bosco — con slancio tesi le mani per afferrare quel santo figliuolo, ma le sue mani sembravano aeree e nulla strinsi». Aveva di menticato che ormai Domenico era un puro spirito.
— Ascolta — supplicò Don Bosco — ancora una domanda: i miei giovani sono tutti sulla buona via per salvarsi? — Essi — rispose Domenico — si possono distinguere in tre clas si. Vedi queste tre note?
E gliene porse una. Don Bosco vide che portava scritto: Invul nerati (non feriti) e portava i nomi di chi aveva conservato l’inno cenza. «Erano in gran numero — dice Don Bosco —; io li vidi tutti e ne riconobbi molti. Camminavano diritti, benché fossero fatti bersaglio di saette e di colpi di spada».
Allora Savio gli diede la seconda nota, che portava scritto: Vul nerati (feriti): erano quelli che avevano peccato, ma poi si erano pentiti e confessati. Questi erano in numero maggiore dei primi. Don Bosco lesse la nota e li vide tutti.
Savio aveva ancora la terza nota, che portava scritto: Lassati in via iniquitatis (abbandonati sulla via dell’iniquità). C’erano i nomi di quelli che si trovavano in disgrazia di Dio. Don Bosco era impaziente di conoscerli e stese la mano, ma Domenico lo tratten ne dicendo che ne sarebbe uscito un fetore insopportabile. Tutta via alle insistenze di Don Bosco, gli diede anche la terza nota. Quindi si dileguò.
«Apersi la nota — racconta il Santo — e subito si sparse un odore così insopportabile che credetti di morire. Non vidi alcun nome, ma in un colpo d’occhio mi furono dinanzi tutti gli individui scrit ti in quella nota, come se li vedessi in realtà. Tutti li vidi, e con amarezza. La maggior parte io li conoscevo. Vidi molti che in mezzo ai compagni parevano buoni, alcuni anzi ottimi, e non lo erano»
Don Bosco termina il racconto della meravigliosa visione dicendo: « Là a Lanzo, ove io mi trovavo, ho interrogato l’uno e l’altro e ho scoperto che quel sogno non mi aveva ingannato. E dunque una grazia del Signore, che mi ha fatto conoscere lo stato dell’anima di ciascuno».

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Don Bosco Prevede la morte di Pio IX

Dopo aver narrato il sogno, Don Bosco aggiunse che gli era durato tre notti consecutive. Questa particolarità toglie consistenza al dubbio che il racconto sia una specie di parabola da lui escogitata per vestire fantasticamente la sua idea.
L’esordio dell’uomo strano dalla testa fasciata » gli servì per umiliare se stesso e per eliminare dalla mente degli uditori l’im pressione che si trattasse di carismi straordinari.
Il primo Papa con cui Don Bosco ebbe a trattare fu il venerabi le Pio IX. Il grande Pontefice dell’Immacolata fu sempre per Don Bosco, più che Papa, un papà: lo ebbe in grandissima stima, desi derava la sua conversazione, molte volte lo richiese del suo consi glio e desiderò di averlo a Roma accanto a sé, offrendogli alte dignità ecclesiastiche. Don Bosco lo ripagò con un vivo amore filiale. Fin che visse, parlando dell’angelico Pio IX, come soleva chia marlo, si commoveva fino alle lacrime; e volle perpetuare la sua riconoscenza al grande Pontefice erigendogli due grandiosi mo numenti: uno nella Basilica del Sacro Cuore in Roma e l’altro nella chiesa di San Giovanni Evangelista in Torino.
La notte sul 7 febbraio del 1877, esattamente un anno prima della santa morte di Pio IX, Don Bosco sognò. Gli parve di trovarsi a Roma e di recarsi subito in Vaticano, senza neppure chiedere udienza dal Papa. Mentre si trovava in una sala, arriva Pio IX e si siede amichevolmente vicino a Don Bosco.
«Io, tutto meravigliato — racconta il Santo —, cercai di alzarmi in piedi per fargli i debiti ossequi, ma egli non lo permise; anzi con premura mi fece forza che stessi seduto accanto a lui e si incominciò questo dialogo». [ esso trattarono insieme le modalità di alcune proposte di fondazioni salesiane in Roma].
«Poco dopo — continua Don Bosco —, il Santo Padre, ritto sulla persona, con la faccia alta e quasi raggiante di luce, mi stava guardando.
— Oh, Santo Padre — esclamai —, se i nostri giovani potessero vedere la vostra faccia! Io credo che resterebbero fuori di sé per la consolazione. Essi vi vogliono tanto bene!
— Questo non è impossibile: chissà che non possano veder compiuto questo loro desiderio!
Intanto, come se gli venisse male, appoggiandosi qua e là, an dava a sedersi sopra un canapé; seduto che fu, vi si stese sopra con tutta la persona. Io credevo che fosse stanco e che volesse riposare, perciò cercai di mettergli un capezzale un po’ elevato sotto il capo, ma egli non lo volle e, stese anche le gambe, mi disse:
— Ci vuole un lenzuolo bianco per coprirmi da capo a piedi. Io stavo tutto attonito e stupefatto a rimirarlo: non sapevo che cosa dire né che cosa fare. Non capivo nulla di ciò che accadeva. In quel mentre il Santo Padre si alza e dice:
— Andiamo.
Arrivati in una sala dove c’erano molti dignitari ecclesiastici, il Papa, senza che gli altri vi badassero, s’incamminò verso un uscio chiuso. Io prontamente aprii l’uscio perché Pio IX, che era già vi cino, potesse passare. Vedendo ciò uno dei prelati si mise a scuotere il capo e a borbottare:
— Questa non è cosa che spetti a Don Bosco; vi sono addetti per questo ufficio.
Il Papa, avendo udito, si volse indietro sorridendo e disse:
— Lasciate che faccia; sono io che lo voglio.
E passata quella porta, non apparve più.
Io mi trovai tutto solo e non sapevo più dove fossi, quando ap parve Buzzetti [ dei primi ragazzi raccolti da Don Bosco e a lui affezionatissimo]. La sua vista mi fece molto piacere.
— Dimmi — gli chiesi —: sai dove siamo? Sogno oppure ciò che vedo è una realtà?
— Stia tranquillo che non sogna; è tutto vero quello che lei ve de. Qui siamo a Roma, nel Vaticano. Il Papa è morto. E tanto è vero che ella, volendo uscire di qui, avrà delle difficoltà e non troverà la scala.
Allora io mi affaccio alle porte, alle finestre e trovo case infrante e diroccate da ogni parte e le scale rotte, e frantumi in ogni luogo.
Ora mi avvedo proprio che sogno: poco fa io sono stato in Vaticano col Papa, ma non v’era niente di tutto questo. — Queste macerie — rispose Buzzetti — furono prodotte da uno scrollo improvviso che avverrà alla morte del Papa, poiché tutta la Chiesa alla sua morte sarà scossa terribilmente.
Io non sapevo che dire, volevo a tutti i costi discendere dal luogo dove mi trovavo, ma molti mi tenevano, chi per le braccia, chi per la veste, e uno mi teneva forte per i capelli e non mi lasciava andare a nessun costo. Io mi misi a gridare: — Ahi! mi fai male!
E tanto fu il dolore che mi svegliai e mi trovai nel mio letto »

Don Bosco raccontò ilsogno ai direttori salesiani riuniti, ma proi bì loro di parlarne, esprimendo il parere che per allora non si do vesse farne caso. Ma passato un anno preciso, ben si vide che non si trattava punto di un sogno comune. Infatti proprio sul princi pio della notte dal 6 al 7 febbraio, il grande Pontefice Pio IX, dopo una rapida malattia, rendeva la sua bell’anima al Signore.

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«Amico venerato, siateci padre diletto»

Durante gli Esercizi Spirituali che precedettero il primo Capito lo Generale della Società Salesiana nel 1877, Don Bosco narrava che, poco prima di ricevere una lettera del Vescovo di Fréjus, che lo invitava ad aprire in Francia una scuola agricola a La Navarre, aveva fatto questo sogno.
Gli parve di trovarsi in una regione che non era quella di Torino. C’era una casa rustica e disadorna, davanti alla quale si stendeva una piccola aia. Dalla camera, dove egli si trovava, si accedeva per mezzo di alcuni scalini ad altre camere, le une situate più in alto, le altre più in basso; e tutto intorno alla stanza girava una rastrelliera, da cui pendevano vari strumenti agricoli.
Il luogo appariva deserto e silenzioso, quand’ecco giungere alle sue orecchie la voce di un ragazzo. Guarda e vede nell’aia un fanciullo di 10 o 12 anni, vestito da artigiano, e vicino a lui una Donna pulita e assestata, che aveva l’apparenza di una campagnola. Il ragazzo cantava in francese: «Amico venerato, siateci padre di letto ». Don Bosco si domandava che cosa significasse e il ragazzo continuava a cantare: «I miei compagni ti diranno ciò che voglia mo». Ed ecco avanzarsi dal campo incolto verso l’aia, una molti tudine di giovani, che cantavano in pieno coro: «O nostra guida, conduceteci al giardino dei buoni costumi». Domandò chi fossero, e gli fu risposto sempre cantando: «La nostra patria è il paese di Maria».
A queste parole la Donna prese per mano il fanciullo che aveva parlato per primo e, accennando agli altri di seguirla, s’incammi nò verso un’aia più grande, non molto lontana, di fronte alla quale sorgeva un altro fabbricato. Giunta colà, la Donna, che intanto aveva assunto un aspetto misterioso, si volse a Don Bosco e gli disse:
— Questi giovani sono tutti tuoi.
— Miei?! — rispose il Santo —. E con quale autorità voi mi date questi giovanetti? Non sono né vostri né miei; sono del Signore.
— Con quale autorità? Sono i miei figli: a te li affido.
— Ma come farò io a sorvegliare tanta gioventù così vispa e chiassosa?
— Osserva! — disse la Donna.
Don Bosco si voltò e vide avanzarsi un’altra schiera numerosissima di giovani, sopra dei quali Ella gettò un gran velo che li coprì tutti; quindi trasse il velo a sé, ed ecco si videro quei giovani tra sformati in altrettanti preti e chierici.
— E questi preti e chierici sono miei? — chiese Don Bosco.
— Saranno tuoi se saprai formarteli.
E fatto cenno a tutti i giovani di raccogliersi attorno a Lei, die de un segnale e quelli cominciarono a cantare a pieno coro: Gloria, laus, honor et gratiarum actio Domino Deo Sabaoth! (Gloria, onore e lode, ringraziamento al Signore Dio degli eserciti).
A questo punto Don Bosco si svegliò.

In vista di questo sogno Don Bosco, com’ebbe l’accennata lettera del Vescovo di Fréjus, accettò senz’altro la direzione della scuola agraria offertagli. Il primo biografo di Don Bosco, Don G. B. Lemoyne, scrive: « Noi stessi, recatici a visitare quella Colonia poco tempo dopo la fondazione, restammo estatici: entrati nella casa dove abitava il direttore, vedemmo al piano superiore una stanza con attorno una rastrelliera e ai lati delle porte con scalini da cui si saliva e si scendeva in altre stanze. Davanti alla casa una piccola aia e un vasto campo incolto, cinto da una corona di alberi; e al di là un’altra aia più grande con un’altra casa, ove erano stati col locati i primi giovanetti; insomma nè più nè meno la località de scritta da Don Bosco».
Don Bosco stesso più tardi, recatosi a visitare la Colonia, fece sapere a Don Lemoyne d’avervi trovato qualche cosa « ancor più meravigliosa». Al suo giungere infatti tutti i giovani gli andarono incontro, preceduti da un compagno che portava un mazzo difio ri. Quando lo vide, Don Bosco cambiò colore per la commozione: era il ragazzo del sogno! Non basta: alla sera vifu un po’ di acca demia e si cantò un inno, e quel ragazzo vi sostenne un assolo… Esattamente quanto aveva già contemplato nel sogno!

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Temporali estivi

Una lunga esperienza, vissuta a contatto intimo con l’anima dei giovani, aveva convinto Don Bosco che spesso le vacanze sono «la vendemmia del diavolo». Questo sogno, fatto a Lanzo nel settem bre del 1878, è stato per il santo Educatore una conferma dolorosa.
«Sognai — disse — di trovarmi in un luogo a me sconosciuto, nel quale si estendeva un giardino con accanto un vastissimo pra to. In compagnia di alcuni amici, entrai nel giardino e vidi una quantità di agnellini che saltavano, correvano, facevano capriole. Quand’ecco si apre la porta del giardino e la maggior parte degli agnelli si precipita nel prato. Molti però si fermano nel giardino e continuano a brucarne l’erba, anche se non è abbondante come nel prato. Ma improvvisamente il cielo si oscura, lampi sinistri lo solcano, rimbomba cupo il tuono.
— Che cosa avverrà degli agnelli sparsi nel prato? — pensavo tra me —. Facciamoli rientrare nel giardino, che siano al riparo dal temporale.tuono.
Cominciai a chiamarli; poi con i miei compagni cercai di spin gerli verso l’entrata del giardino. Ma essi non volevano saperne di rientrare: uno fuggiva da una parte, l’altro scappava dall’altra. Eh, sì, gli agnellini avevano le gambe più svelte delle nostre. Frattanto cominciò a cadere qualche raro gocciolone; poi la pioggia si fece sempre più scrosciante. Visti inutili gli sforzi per far rientrare il gregge, andammo in giardino. Qui vi era una fontana chiusa da un coperchio di marmo, su cui stava scritto a caratteri cubitali:tuono.
Fons Signatus (Fontana sigillata). A un tratto si apre, l’acqua zam pilla e sale in alto, dividendosi a formare un arcobaleno, ma a guisa di volta come un porticato.tuono.
I lampi e i tuoni si erano fatti più frequenti; cominciò a cadere la grandine. Tutti ci rifugiammo sotto quella volta meravigliosa e ci trovammo al riparo.tuono.
— Quei poveri agnellini che stanno fuori, come se la passeran no? — mi chiedevo intanto.
Non potendo resistere, uscii fuori noncurante della pioggia, e mi si offrì uno spettacolo desolante. La pioggia e la grandine ave vano ridotto gli agnelli in uno stato così miserando da far pietà:
colpiti in vari modi e violentemente dalla gragnuola, erano stra mazzati a terra e, per quanti sforzi facessero, non avevano più forza di rialzarsi e camminare verso il giardino. Intanto era cessato l’uragano.
— Osserva la fronte di quegli agnelli — mi disse la Guida.
Su ciascuna fronte si leggeva il nome di un giovane dell’Oratorio. Mi fu quindi presentato un vaso d’oro con coperchio d’argento. La Guida mi disse:
— Spalma un pò di quell’unguento sulle ferite degli agnelli e ne vedrai l’effetto prodigioso.
Subito mi metto all’opera; ma non appena mi avvicino a uno, esso si trascina via. Vado da un altro, ma anche questo mi scappa. E così tutti quelli che avvicinavo per ungerli e guarirli. Final mente raggiungo un agnellino più malconcio degli altri, che aveva gli occhi quasi fuori delle orbite. Lo tocco con la mano spalmata del misterioso unguento ed egli all’istante guarisce e torna saltellando nel giardino.
Allora molti altri agnelli, visto ciò, si lasciarono toccare e gua rire ed entrarono nel giardino. Ma ne restavano fuori molti e generalmente i più piagati; questi non mi fu possibile avvicinarli.
— Lasciali stare — mi disse la Guida —, vedrai che verranno anche loro.
— Vedremo! — dissi io.
Deposi il vasetto d’oro e ritornai nel giardino. Questo aveva mutato aspetto e portava sull’ingresso la scritta: ORATORIO. Appena entrato, vedo quegli agnelli che non volevano venire, avvicinarsi, entrare di nascosto e accantucciarsi qua e là. Neanche allora potei avvicinarli e guarirli con l’unguento miracoloso. Anzi alcuni che lo ricevettero contro voglia ottennero l’effetto di vedersi le piaghe peggiorate; per essi la medicina si convertiva in veleno.
— Guarda: vedi quello stendardo? — mi disse la Guida.
Mi voltai e vidi sventolare un grande vessillo, sul quale era scritto a caratteri cubitali: VACANZE.
— Questo è l’effetto delle vacanze — mi spiegò la Guida —. I tuoi giovani escono dall’Oratorio con buona volontà di nutrirsi della Parola di Dio e di conservarsi buoni, ma poi sopravviene il temporale, che sono le tentazioni; poi la pioggia, che sono gli assalti del demonio; quindi cade la grandine, ed è quando cadono nella colpa. Alcuni guariscono ancora con la Confessione; ma altri non fanno buon uso di questo sacramento o non lo usano affatto. Abbilo in mente e non stancarti di ripeterlo ai tuoi giovani, che le vacanze sono una gran tempesta per le loro anime.
Stavo ancora curando le piaghe mortali di quegli agnelli, quando un rumore nella camera accanto mi svegliò». È un sogno rivelatore delle sollecitudini assidue, più che paterne, con cui Don Bosco curava l’anima dei suoi giovani al ritorno dalle vacanze. Oggi i mezzi di corruzione sono cresciuti; e se i giovani lasciano l’incontro con Gesù-Pane nella Comunione e con Gesù-Medico nella Confessione, ben difficilmente escono indenni dai pericoli dell’ozio e delle cattive compagnie, propri delle vacanze estive.

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Pioggia di spine e di rose

Da parecchi anni una croce assai dolorosa gravava sulle spalle di Don Bosco: nonostante la sua buona volontà, non riusciva a superare le ostilità di un’autorità ecclesiastica, dovute a preconcetti e a malintesi. Ed ecco che un sogno venne a rischiarare l’orizzonte, preannunziando in forma simbolica un avvenire più sereno.
Nella notte dall’8 al 9 luglio 1880 Don Bosco sognò di essere col suo Consiglio nella camera vicina alla sua e di tenervi confe renza. Mentre parlava si accorse che il cielo si rannuvolava; tosto scoppiò una tempesta con fulmini, lampi e tuoni che facevano spavento. Un tuono più fragoroso dei precedenti fece tremare la casa. Don Bonetti si alzò e andò alla galleria attigua e, dopo brevi istanti, si mise a gridare:
— Una pioggia di spine!
Infatti cadevano spine fitte come le gocce dell’acqua in una pioggia dirotta.
Poi si udì un secondo tuono fragorosissimo come il primo e subito sembrò che il cielo si rischiarasse alquanto. Allora Don Bonetti dalla galleria gridò:
— Oh, bella! Una pioggia di bottoni!
Venivano giù per l’aria tanti bottoni di fiori che in breve se ne formò in terra un alto strato.
A un terzo schianto di veementissimo tuono comparvero tratti di cielo sereno e alcuni raggi di sole. E Don Bonetti dal loggiato:
— Una pioggia di fiori!
Tutta l’aria era piena di fiori d’ogni colore, forma e qualità, che in un baleno coprirono il suolo e i tetti delle case con mirabile va rietà di tinte.
Un quarto tuono fortissimo rimbombò nell’aria. Il cielo era di ventato terso e risplendeva un limpido sole. E Don Bonetti a gridare:
— Venite, venite a vedere: piovono rose!
Cadevano infatti dall’alto nembi di rose fragrantissime.
— Oh, finalmente! — esclamò allora Don Bonetti.

Don Bosco all’indomani radunò appositamente i membri del Consiglio Generale per raccontare quello che aveva veduto nel sogno, che dovette essere di gran sollievo per lui. Infatti preannunziava un periodo di quiete, che sarebbe durato fino al non lontano termine della sua vita.

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Un misterioso convito

La notte dall’8 al 9 agosto del 1880 Don Bosco, trovandosi nel la sua casa di San Benigno Canavese, ebbe questo sogno, che raccontò la sera del 10 a tutta la comunità.
« Sognai — disse — di trovarmi in una grande sala sfarzosamente illuminata. In essa vi erano molti giovani seduti intorno alle mense, ma non mangiavano. Le posate, le tovaglie, i tovaglioli erano così bianchi che i nostri più candidi, messi vicino a quelli, sembre rebbero sudici. Posate, bicchieri, bottiglie, piatti erano tutti così lucenti e belli che io sospettai di sognare e dicevo tra me:
— Ma io sogno! Mai più in San Benigno tante ricchezze! Pure sono qui e non sogno.
Intanto osservavo quei giovani che stavano a mensa, ma non mangiavano. Domandai:
— Che cosa fanno lì che non mangiano?
Mentre dicevo questo, tutti si misero a mangiare. Io vedevo tanti giovani e domandavo alla mia Guida che mi dicesse che cosa si gnificasse tutto quello, ed egli mi rispose:
— Sta’ attento e capirai tutto il mistero.
Mentre la Guida proferiva queste parole, comparve una luce ancor più splendida e, con essa, una schiera di giovani belli come angeli, che tenevano in mano un giglio; e si misero a passeggiare sopra la tavola senza toccarla con i piedi. I commensali si alzarono e col sorriso sulle labbra stavano osservando. Quegli angeli di stribuivano gigli qua e là, e coloro che li ricevevano si sollevavano anch’essi da terra, come se fossero spiriti. Osservando i giovani che ricevevano i gigli, io li conoscevo: essi apparivano così belli e risplendenti che non mi sarei immaginato di trovare di meglio in paradiso. Domandai che cosa significassero quei giovani che portavano il giglio; mi fu risposto:
— Non hai predicato tante volte la virtù della purezza?
— Sì — risposi —, la predicai e la insinuai tanto nel cuore dei miei giovani.
— Ebbene — ripigliò la Guida —, quelli che vedi col giglio in mano sono appunto coloro che seppero conservarla. Standomi pieno di meraviglia, vidi comparire un’altra schiera di giovani che passeggiavano sulla tavola senza toccarla e aveva no in mano tante rose e andavano distribuendole; e chi le riceveva acquistava uno splendore bellissimo in volto.
Domandai alla mia Guida che cosa volesse significare quest’altra schiera di giovani che avevano le rose, ed egli mi rispose:
— Sono i giovani infiammati di amor di Dio.
Vidi allora che tutti avevano scritto sulla fronte a caratteri d’oro il proprio nome; feci per prenderne nota, ma essi d’un tratto sparirono.
Con loro scomparve pure la luce, sicché io rimasi in una oscurità, che però permetteva di vedere ancora alquanto. Vidi facce rosse come di fuoco: erano quelli che non avevano ricevuto né il giglio nè le rose. Vidi pure alcuni che si affaticavano attorno a una corda limacciosa pendente dall’alto e si sforzavano di arrampicarsi e andare in alto; ma la corda cedeva sempre e veniva giù un poco, di modo che quei poverini erano sempre a terra con le mani e la persona infangata.
Meravigliato di vedere quello strano gioco, ne domandai il significato. Mi fu risposto:
— La corda è la confessione, alla quale chi sa bene attaccarsi arriverà certamente al cielo; e questi sono i giovani che vanno ancora sovente a confessarsi e si attaccano a questa corda per poter si innalzare, ma vanno a confessarsi senza le disposizioni necessa rie, con poco dolore e con poco proponimento, e perciò non possono arrampicarsi; quella corda si rompe sempre e non possono mai innalzarsi, ma scivolano giù e sono sempre allo stesso piano.
Io volevo prendere il nome anche di quelli, ma ebbi appena il tempo di scriverne due o tre, che essi sparirono dai miei occhi. Con essi sparì pure quel po’ di luce e io rimasi in una totale oscurità.
In mezzo a quel buio vidi uno spettacolo ancor più desolante. Certi giovani dall’aspetto tetro avevano attorcigliato al collo un gran serpentaccio, che con la coda andava al cuore e sporgeva in nanzi la testa e la posava vicino alla bocca del giovane, come per mordergli la lingua, se mai aprisse le labbra. La faccia di quei giovani era così brutta che mi faceva paura: gli occhi erano stravolti; la loro bocca era torta ed essi erano in una posizione da mettere spavento. Tutto tremante, ne domandai il significato, e mi fu detto:
— Non vedi? Il serpente antico stringe la gola con doppio giro a quegli infelici per non lasciarli parlare in confessione, e con le fauci avvelenate sta pronto, se aprono la bocca, per morderli. Poveretti! Se parlassero, farebbero una buona confessione e il de monio non potrebbe più far niente contro di loro. Ma per rispetto umano non parlano, tengono i loro peccati sulla coscienza, torna no più e più volte a confessarsi senza mai mettere fuori il veleno che racchiudono nel cuore.
Allora dissi alla mia Guida:
— Dammi il nome di tutti costoro affinché io possa ricordarli.
— Su, su, scrivi — mi rispose.
Mi posi a scrivere, ma ne scrissi pochi, perché tutti sparirono dai miei occhi. E la Guida mi disse:
— Va’, di’ ai tuoi giovani che stiano attenti e racconta loro ciò che hai visto.
— Dammi un segno — risposi —, affinché io possa persuadermi che questo non è semplicemente un sogno, ma un avvertimento che il Signore vuol darmi per i miei giovani.
— Bene — mi disse —, sta’ attento!
Allora ricomparve la luce e ricomparvero i giovani che avevano i gigli e le rose. La luce cresceva a ogni istante, sicché potei osservare che quei giovani erano tutti contenti: una gioia d’angeli splendeva sul loro volto.
Osservavo con una meraviglia indescrivibile; intanto la luce cre sceva sempre più e crebbe tanto che poi dette in una forte detona zione. A quel fragore mi svegliai e mi trovai nel mio letto, tanto stanco che ancora adesso mi risento di quella stanchezza».

Don Bosco concluse: «Ieri sera e anche quest’oggi ho voluto fare degli esperimenti e, indagando, ho trovato che il mio sogno non era tutto un sogno, e che soltanto una misericordia straordinaria del Signore può salvare certi disgraziati».

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Il sogno dei dieci diamanti

Ad ammaestramento della Pia Società Salesiana

Il 10 settembre anno corrente (1881), giorno che la Santa Chiesa consacra al glorioso nome di Maria, i Salesiani, raccolti in San Benigno Canavese, facevano gli Esercizi Spirituali.
«Nella notte dal 10 all’11, mentre dormivo, la mente si trovò in una gran sala splendidamente ornata. Mi sembrava di passeggiare con i direttori delle nostre case, quando apparve tra noi un uomo di aspetto così maestoso, che non potevamo reggerne la vista. Datoci uno sguardo senza parlare, si pose a camminare a qual che passo da noi. Egli era così vestito: un ricco manto a guisa di mantello gli copriva la persona. La parte più vicina al collo era come una fascia che si rannodava davanti, e una fettuccia gli pendeva sul petto. Sulla fascia stava scritto a caratteri luminosi: LA PIA SOCIETÀ DI SAN FRANCESCO DI SALES NELL’ANNO 1881, e sulla striscia di essa fascia portava scritte queste parole: QUALE DEVE ESSERE.
Dieci diamanti di grossezza e splendore straordinari erano quelli che c’impedivano di fermare lo sguardo, se non con gran pena, su quell’augusto Personaggio. Tre di quei diamanti erano sul petto, ed era scritto sopra di uno FEDE, sull’altro SPERANZA e CARITÀ su quello che stava sul cuore. Il quarto diamante era sulla spalla destra e aveva scritto LAVORO, sopra il quinto nella spalla sinistra si leggeva TEMPERANZA. Gli altri cinque diamanti ornavano la parte posteriore del manto, ed erano così disposti: uno più grosso e più folgoreggiante stava in mezzo come al centro di un quadrilatero, e portava scritto OBBEDIENZA. Sul primo a de stra si leggeva VOTO DI POVERTA. Sul secondo, più in basso, PREMIO. Nella sinistra sul più elevato era scritto: VOTO DI CASTITA: Lo splendore di questo mandava una luce tutta speciale, e mirandolo traéva e attraeva lo sguardo come la calamita attrae il ferro. Sul secondo a sinistra, più in basso, stava scritto: DIGIU NO. Tutti questi quattro ripiegavano i loro raggi verso il diamante del centro.
Questi brillanti tramandavano dei raggi che a guisa di fiammelle si alzavano e portavano scritte qua e là varie sentenze.
Sulla Fede si elevavano le parole: “Imbracciate lo scudo della Fede per vincere le insidie del demonio”. Un altro raggio aveva:
“La fede senza le opere è morta. Non chi ascolta, ma chi pratica la legge possederà il regno di Dio”.
Sui raggi della Speranza: “Sperate nel Signore, non negli uomini. I vostri cuori siano sempre fissi dove sono le vere gioie”.
Sui raggi della Carità: “Portate gli uni i pesi degli altri, se volete compiere la mia legge. Amate e sarete amati, ma amate le anime vostrè e le anime altrui. Recitate devotamente il Divino Ufficio; celebrate la Santa Messa con attenzione; visitate con grande amore il Santo dei Santi”.
Sulla parola Lavoro: “Rimedio alla concupiscenza, arma potentissima contro tutte le tentazioni del demonio”. Sulla Temperanza: “Il fuoco si spegne se si toglie la legna. Fate un patto con i vostri occhi, con la gola e col sonno, affinché que sti nemici non vi rubino le vostre anime. Intemperanza e castità non possono abitare insieme”. Sui raggi dell’Obbedienza: “È il fondamento di tutto l’edificio e il compendio della santità”.
Sui raggi della Povertà: “Il Regno dei Cieli è dei poveri. Le ricchezze sono spine. La povertà non si vive a parole, ma si pratica con l’amore e con i fatti. Essa aprirà le porte del Cielo e vi entrerà”.
Sui raggi della Castità: “Tutte le virtù vengono insieme con essa. I mondi di cuore penetrano i segreti di Dio e vedono Dio stesso”.
Sui raggi del Premio: “Se vi lusinga la grandezza del premio, non vi spaventino le fatiche della conquista. Chi patisce con me, godrà con me. Sono momentanei ipatimenti di questa vita; è eterna la felicità che godranno i miei amici in Cielo”.
Sui raggi del Digiuno: “È l’arma più potente contro le insidie del demonio. E il custode di tutte le virtù. Col digiuno si scaccia ogni genere di demoni”.
Un largo nastro a color di rosa serviva di orlo nella parte infe riore del manto, e sopra questo nastro era scritto: “Questo sia l’argomento delle vostre esortazioni del mattino, del mezzogiorno e della sera. Raccogliete le briciole delle virtù e vi costruirete un grande edificio di santità. Guai a voi che disprezzate le cose piccole: a poco a poco cadrete”.
Fino allora i direttori erano chi in piedi, chi in ginocchio, ma tutti attoniti e nessuno parlava. A questo punto Don Rua, come fuori di sé, disse:
— Bisogna prendere nota per non dimenticare.
Cerca una penna e non la trova; cava fuori il portafoglio, fruga e non ha la matita.
— Io mi ricorderò — disse Don Durando.
— Io voglio notare — aggiunse Don Fagnano —, e si pose a scrivere con un gambo di rosa.
Tutti miravano e comprendevano la scrittura. Quando Don Fa gnano cessò di scrivere, Don Costamagna continuò a dettare così:
—La carità capisce tutto, sopporta tutto, vince tutto: pratichia mola con la parola e con i fatti.
Mentre Don Fagnano scriveva, scomparve la luce, e tutti ci tro vammo in folte tenebre.
— Silenzio — disse Don Ghivarello —‘ inginocchiamoci, pre ghiamo e la luce verrà.
Don Lasagna cominciò il Veni Creator, poi il De profundis e Maria Auxilium Christianorum, a cui tutti rispondemmo. Quan do fu detto Ora pro nobis, riapparve una luce che circondava un cartello su cui si leggeva: LA PIA SOCIETA SALESIANA QUA LE CORRE PERICOLO DI ESSERE NELL’ANNO 1900. Un istante dopo la luce divenne più viva a segno che potevamo vederci e conoscerci a vicenda.
In mezzo a quel bagliore apparve di nuovo il Personaggio di pri ma, ma con aspetto malinconico, simile a colui che comincia a piangere. Il suo manto era divenuto scolorato, tarlato e sdruscito. Nel sito dove stavano fissi i diamanti vi era invece un profondo guasto, cagionato dal tarlo e da altri piccoli insetti.
— Guardate — egli ci disse — e intendete.
Ho veduto che i dieci diamanti erano divenuti altrettanti tarli che rabbiosi rodevano il manto. Pertanto al diamante della Fede erano sottentrati: sonno e accidia.

Alla Speranza: risate e scurrilità.
Alla Carità: negligenza nel compiere i divini Uffici. Amano e cercano i propri comodi e non gli interessi di Gesù Cristo.
Alla Temperanza: golosità e piaceri sensuali. Al Lavoro: il sonno, il furto e l’ozio.
Al posto dell’Ubbidienza non vi era altro che un guasto largo e profondo senza scritta.
Alla Castità: concupiscenza e vita mondana.
Alla Povertà era succeduto: dormire, vestire bene, mangiare e bere, denaro a disposizione.
Al Premio: “Ci basta godere la vita presente”.
Al Digiuno: Vi era un guasto, ma niente di scritto.
A quella vista fummo tutti spaventati. Don Lasagna cadde svenuto, Don Cagliero divenne pallido come una camicia e, appoggiandosi sopra una sedia, gridò: — Possibile che le cose siano già a questo punto?
Don Lazzero e Don Guidazio stavano come fuori di sé e si porsero la mano per non cadere. Don Francesia, il Conte Cays, Don Barberis e Don Leveratto erano quivi ginocchioni pregando con in mano la corona del S. Rosario.
In quel momento si fece intendere una voce cupa: — Come è svanito quello splendido colore!
Ma nell’oscurità successe un fenomeno singolare. In un istante ci trovammo avvolti in folte tenebre, nel cui mezzo apparve tosto una luce vivissima, che aveva forma di corpo umano. Non potevamo tenerci sopra lo sguardo, ma potevamo scorgere che era un avvenente giovanetto, vestito di abito bianco lavorato con fili d’oro e d’argento. Tutto attorno all’abito vi era un orlo di luminosissi mi diamanti. Con aspetto maestoso, ma dolce e amabile, si avanzò verso di noi, e ci indirizzò queste parole testuali:
— Servi e strumenti di Dio onnipotente, ascoltate e intendete. Siate forti e robusti. Quanto avete veduto e udito è un avviso del Cielo, inviato ora a voi e ai vostri fratelli. Fate attenzione e intendete bene quello che vi si dice. I colpi previsti feriscono di meno e si possono prevenire. Le parole indicate siano tanti argomenti di predicazione. Predicate incessantemente a tempo e fuori tempo. Ma le cose che predicate fatele sempre, sicché le vostre opere siano come una luce che, sotto forma di sicura tradizione, s’irra dii sui vostrifratelli e figli di generazione in generazione. Ascoltate bene e intendete. Siate oculati nell’accettare i novizi, forti nel coltivarli, prudenti nell’ammetterli. Provateli tutti, ma tenete sol tanto il buono. Mandate via i leggeri e volubili. Ascoltate bene e intendete. La meditazione del mattino e della sera sia sull’osservanza regolare. Se ciò farete, non vi verrà meno giammai l’aiuto dell’Onnipotente. Diverrete spettacolo al mondo e agli angeli e al lora la vostra gloria sarà gloria di Dio. Chi vedrà la fine di questo secolo e il principio dell’altro dirà di voi: “Dal Signore è stato fat to questo ed è mirabile agli occhi nostri”. Allora tutti i fratelli e figli vostri canteranno: “Non a noi, Signore, non a noi, ma a tuo nome dà gloria”.
Queste ultime parole furono cantate, e alla voce di chi parlava si unì una moltitudine di altre voci così armoniose e sonore, che noi rimanemmo privi di sensi e, per non cadere svenuti, ci siamo uniti agli altri a cantare. Al momento che finì il canto, si oscurò la luce. Allora mi svegliai e mi accorsi che si faceva giorno».

Promemoria

«Questo sogno durò quasi l’intera notte, e sul mattino mi trovai stremato di forze. Tuttavia per timore di dimenticarmene, mi sono levato in fretta e ho preso alcuni appunti che mi servirono come di richiamo per ricordare quanto qui ho esposto nel giorno della Presentazione di Maria SS. al Tempio.
Non mi fu possibile ricordare tutto. Tra le altre cose ho potuto con sicurezza rilevare che il Signore ci usa grande misericordia. La nostra Società è benedetta dal Cielo, ma Egli vuole che pre stiamo l’opera nostra. I mali minacciati saranno prevenuti se noi predicheremo sopra le virtù e sopra i vizi ivi notati; se ciò che pre dichiamo lo tramanderemo ai nostri fratelli con una tradizione pratica di quanto si è fatto e faremo.
Ho potuto anche rilevare che ci sono imminenti molte spine, mol te fatiche, cui terranno dietro molte consolazioni. Circa il 1890 gran timore, circa il 1895 gran trionfo. Maria, Auxilium Christianorum, ora pro nobis» .

Il biografo Don Cena commenta: «La portata del sogno non ha limiti di tempo. Don Bosco diede l’allarme per un momento speciale che doveva seguire alla sua morte; ma il “Quale deve es sere la Congregazione” e il “Quale è in pericolo di essere” con tengono un ammonimento che non perderà mai nulla del suo va lore, sicché sarà sempre vera la dichiarazione fatta da Don Bosco ai Superiori:
“I mali minacciati saranno prevenuti, se noi predicheremo sul le virtù e i vizi ivi notati”»

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Maria… Maria… Maria!

Nel febbraio del 1884, Don Bosco, fiaccato da decenni di titanico lavoro, cadde in una prostrazione di forze così estrema da non potersi più reggere. Un inizio di bronchite dette il tracollo alla sua eccezionale resistenza, sicché il giorno 12 fu costretto a mettersi a letto.
Immobilizzato così nel fisico ormai consunto dalle veglie e dalle fatiche, lo spirito si spandeva libero verso il regno dell’amore e della gioia: il paradiso. In questo stato, durante la notte sul 13 sognò. Gli parve di trovarsi in una casa dove ebbe due incontri singolari: San Pietro e San Paolo. Indossavano una sopravveste che scendeva fino sotto le ginocchia e portavano un copricapo all’orientale. Sorridevano a Don Bosco. Interrogati se avessero qual che missione per lui, non risposero, ma presero a parlare dell’Oratorio e dei giovani. In quella ecco arrivare un amico di Don Bosco.
— Guardi un po’ queste due persone — disse al nuovo arrivato.
— Chi vedo mai! — esclamò l’amico —. Possibile? San Pietro e San Paolo qui?
Don Bosco allora rinnovò la domanda fatta poc’anzi ai due Apo stoli che, pur mostrandosi affabilissimi, continuarono a parlare d’altro. Poi all’improvviso San Pietro lo interroga:
— E la vita di San Pietro?
Parimenti San Paolo:
— E la vita di San Paolo?
Don Bosco si scusò umilmente, confessando che aveva dimenticato il proposito di ristampare le due vite.
— Se non fai presto, non avrai più tempo — lo avvertì San Paolo.
Frattanto essendosi San Pietro scoperto il capo, apparve la sua testa calva con due ciocche di capelli sulle tempia: aveva tutta l’aria di un rubizzo e bel vecchietto. Tiratosi in disparte, si pose in atto di preghiera. Don Bosco voleva seguirlo, ma:
— Lascialo che preghi — gli ingiunse San Paolo.
— Vorrei vedere — rispose Don Bosco — dinanzi a quale oggetto si è inginocchiato.
Gli andò accanto e vide che stava inginocchiato dinanzi a una specie di altare, ma diverso dagli altari comuni. E interrogò San Paolo:
— Ma non ci sono candelieri?
— Non c’è bisogno di candelieri dove risplende l’eterno sole — rispose l’Apostolo.
— Non vedo neppure la mensa.
— La vittima non si sacrifica, ma vive in eterno.
— Ma insomma l’altare non c’è?
— L’altare è per tutti il monte Calvario.
Allora San Pietro, con voce alta e armoniosa, ma senza canto, pregò così: «Gloria a Dio Padre Creatore, a Dio Figlio Redento re, gloria a Dio Spirito Santo Santificatore. A Dio solo sia onore e gloria per tutti i secoli dei secoli. A te sia lode, o Maria. Il cielo e la terra ti proclamano loro Regina. Maria… Maria… Maria! ». Pronunciava questo nome con una pausa tra una esclamazione e l’altra e con tale espressione di affetto e con un crescendo siffatto di commozione da non potersi descrivere, sicchè là si piangeva di tenerezza.
Alzatosi San Pietro, andò a inginocchiarsi nello stesso luogo San Paolo, che con voce distinta si diede egli pure a pregare così: «Oh profondità degli arcani divini! Gran Dio, i tuoi segreti sono inaccessibili ai mortali. Soltanto in cielo essi ne potranno penetrare la profondità e la maestà, accessibile unicamente ai celesti comprensori. O Dio, uno e trino, a te sia onore, salute e rendimento di grazie da ogni punto dell’universo. Il tuo nome, o Maria, sia da tutti lodato e benedetto. Cantano in cielo la tua gloria, e sulla terra tu sii sempre l’aiuto, il conforto, la salvezza. Regina Sancto rum omnium, alleluia, alleluia».
Don Bosco concluse: «Questa preghiera per il modo di proferi re le parole produsse in me tale commozione che ruppi in pianto e mi svegliai. Dopo mi rimase nell’anima un’indicibile consolazione».

Il biografo Don Cena commenta: « La febbre, chi sa?, e la consuetudine di celebrare all’altare di San Pietro contribuirono forse allo svolgersi in lui di questa fantastica rappresentazione. È peraltro un segno di tal natura che rivela quali fossero abitualmente i pensieri e i sentimenti che gli riempivano l’anima».

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Assiste a un conciliabolo di demòni

Nella notte del 1° dicembre del 1884 il chierico Viglietti, che faceva da segretario a Don Bosco, fu svegliato di soprassalto da grida strazianti che venivano dalla camera del Santo. Balzò subito da letto e stette ad ascoltare. Don Bosco, con voce soffocata dal singhiozzo, gridava:
— Ohimè, ohimè, aiuto, aiuto!
Viglietti entrò e disse:
— Oh, Don Bosco, si sente male?
— Oh, Viglietti — rispose svegliandosi —; no, non sto male, ma non potevo più respirare. Ma basta: ritorna tranquillo a letto e dormi.
Al mattino, dopo la Messa,
— Oh, Viglietti, non ne posso proprio più, ho lo stomaco rotto dalle grida di questa notte. Sono quattro notti consecutive che faccio sogni che mi costringono a gridare e mi stancano all’eccesso.
E narrò che, tra l’altro, aveva sognato la morte di Salesiani a lui carissimi. Ma il sogno che l’aveva maggiormente impressionato era stato il seguente.
Gli era parso di essere in una grande sala dove diavoli in gran numero tenevano congresso e trattavano del modo di sterminare la Congregazione Salesiana. La loro figura era indeterminata e si avvicinava piuttosto alla figura umana. Parevano ombre che ora si abbassavano e ora si alzavano, si accorciavano, si stendevano, come farebbero molti corpi che dietro avessero un lume trasportato or da una parte or dall’altra, ora abbassato al suolo e ora sollevato. Ma quella fantasmagoria metteva spavento.
Ora ecco uno dei demòni avanzarsi e aprire la seduta. Per distruggere la Congregazione Salesiana propose un mezzo: la gola. Fece vedere le conseguenze di questo vizio: inerzia per il bene, corruzione dei costumi, scandalo, nessuno spirito di sacrificio, nessuna cura dei giovani. Ma un altro diavolo gli obiettò:
— Il tuo mezzo non è efficace perché la mensa dei religiosi sarà sempre parca e il vino misurato. La Regola fissa il loro vitto ordinario. I superiori invigilano per impedire che succedano disordini. No, non è questa l’arma per combattere i Salesiani. Procurerò io un altro mezzo che ci faccia ottenere meglio il nostro intento:
l’amore alle ricchezze. In una Congregazione religiosa quando entra l’amore alle ricchezze, entra insieme l’amore alle comodità, si cerca ogni via per avere un peculio, si rompe il vincolo della carità perché ognuno pensa a se stesso, si trascurano i poveri per occuparsi solo di quelli che hanno fortuna, si ruba alla Congregazione.
Costui voleva continuare, ma sorse un terzo demonio:
— Ma che gola! — esclamò —. Ma che ricchezze! Tra i Salesiani l’amore alle ricchezze può vincere pochi. Sono tutti poveri i Salesiani. In generale poi sono così immensi i loro bisogni per i tanti giovani e per le tante case, che qualsiasi somma, anche grossa, verrebbe consumata. Non è possibile che tesoreggino. Ma ho io un mezzo infallibile per rovinare la Società Salesiana e questo è la libertà. Indurre quindi i Salesiani a sprezzare le Regole, a rifiutare certi uffici pesanti e poco onorifici, spingerli a fare scismi dai loro superiori con opinioni diverse, ad andare a casa col pretesto d’inviti e simili.
Mentre i demòni parlamentavano, Don Bosco pensava: «Io sto ben attento, sapete, a quanto andate dicendo. Parlate, parlate pure, che così potrò sventare le vostre trame».
Intanto saltò su un quarto demonio:
— Ma che! — gridò —. Armi spezzate le vostre. I superiori sapranno frenare questa libertà, scacceranno via dalle case chi osasse dimostrarsi ribelle alle Regole. Qualcuno forse sarà trascinato dall’amore alla libertà, ma la gran maggioranza si manterrà fedele. Io ho un mezzo adatto per guastare tutto fin dalle fondamenta; un mezzo tale che a stento i Salesiani se ne potranno guardare:
sarà proprio un guasto in radice. Ascoltatemi con attenzione: persuaderli che l’essere dotti è quello che deve formare la loro gloria principale. Quindi indurli a studiare molto per sé, per acquistare fama, e non per praticare quello che imparano, non per usufruire della scienza a vantaggio del prossimo. Perciò boria nelle maniere verso gli ignoranti e i poveri, poltroneria nel sacro ministero. Non più oratori festivi, non più catechismi ai fanciulli, non più scuolette basse per istruire i poveri ragazzi abbandonati, non più lunghe ore di confessionale. Terranno solo la predicazione, ma rara e misurata, e questa sterile perché fatta a sfogo di superbia, col fine di ottenere le lodi degli uomini e non di salvare anime.
La proposta di costui fu accolta da applausi generali. Allora Don Bosco intravide il giorno in cui i Salesiani avrebbero potuto illudersi che il bene della Congregazione dovesse consistere unicamente nel sapere, e temette che non solo così praticassero, ma anche predicassero doversi così praticare.
Anche questa volta Don Bosco se ne stava in un angolo della sala ad ascoltare e a vedere tutto, quando uno dei demòni lo scoperse e gridando lo indicò agli altri. A quel grido tutti si avventarono contro di lui urlando:
— La faremo finita!
Era una ridda infernale di spettri, che lo urtavano, lo afferra- vano per le braccia e per la persona, ed egli a gridare: — Lasciatemi! Aiuto!
Finalmente si svegliò con lo stomaco tutto sconquassato dal molto gridare .

Don Bosco raccontando il sogno piangeva. Il chierico Viglietti gli prese la mano e stringendosela al cuore, gli disse: — Ah, Don Bosco, noi con l’aiuto di Dio le saremo sempre fedeli e buoni figliuoli! — Caro Viglietti — rispose Don Bosco —‘ sta’ buono e preparati a vedere gli avvenimenti… Vi saranno di quelli che vorranno soprattutto la scienza che gonfia, che procaccia loro le lodi degli uomini e che li rende sprezzanti di chi essi vedono da meno di loro per sapere .

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Don Bosco: Un sogno provvidenziale

Si era nell’ottobre del 1885. Nell’infermeria giaceva il chierico irlandese O’ Dònnellan. La sera del 19 Don Bosco andò a visitarlo e lo trovò agli estremi, ma tranquillissimo.
Ebbene — gli chiese —, non hai nessuna commissione da lasciarmi per questa terra? Ne vorresti ricevere qualcuna per il paradiso? Sono tranquillo — rispose —. Per questo mondo non ho commissioni; in quanto all’altro, mi dica lei.
— Noi pregheremo per te affinché tu possa essere presto in paradiso; e lassù dirai alla Madonna che noi l’amiamo tanto, tanto. Il chierico morì la sera del giorno dopo. La notte seguente Don Bosco ebbe un sogno. Ecco, alquanto ridotto, il suo racconto. «Andai a riposo con la mente piena del pensiero di O’ Dònnellan, della sua tranquillità, della speranza che fosse in paradiso. Essendomì pienamente addormentato, sognai. Mi pareva di camminare e al mio fianco stava O’ Dònnellan, così bello che sembrava un angelo. Io non potevo saziarmi di guardarlo. Alla mia sinistra invece camminava un giovane a testa bassa, sicché non potevo distinguerne la fisionomia: pareva stravolto. Gli rivolsi la parola:
— Tu chi sei?
Non rispose. Insistetti, ma si era ostinato a tacere.
Dopo un lungo viaggio, arrivai dinanzi a uno stupendo palazzo. Al di là delle porte spalancate, si scorgeva un immenso portico, sormontato da un’eccelsa cupola, dalla quale scendevano torrenti di luce ditale vivezza da non potersi paragonare nè alla luce del sole né ad altra qualsiasi luce umana.
Una grande moltitudine di persone tutte splendenti stava radunata là dentro; in mezzo ad esse c’era una Signora vestita con molta semplicità, ma ogni punto del suo vestito risplendeva per tanti raggi che spiccavano vivissimi in mezzo a tutti gli altri splendori. Tutta quella assemblea pareva fosse in attesa di qualcuno. Intanto notai che quel giovane tentava sempre di nascondersi dietro di me. Io allora lo interrogai di nuovo:
— Ma dimmi: chi sei? Qua! è il tuo nome?
— Fra poco lo saprà.
— Ma dimmi: che cos’hai che sei così malinconico?
— Fra poco lo saprà — ripeté con voce rabbiosa.
In quel mentre O’ Dònnellan si avvicinò alla porta di quel palazzo e quella bella Signora gli mosse incontro esclamando:
— Questo è un figlio eletto, che splenderà come sole per tutta l’eternità.
Allora si elevò un canto che ripeteva queste stesse parole: non era voce umana, ma un’armonia così soave che non solo l’orecchio, ma tutta la persona ne era compresa.
O’ Dònnellan entrò.
Allora da un fosso di quella pianura uscirono due mostri spaventosi e si avviarono verso quel giovane che stava dietro di me. Tutta la luce era scomparsa, solo si vedevano ancora splendere intorno a me i raggi della Signora.
— Che cos’è questo? — dissi io —. Chi sono questi mostri?
E dietro a me quella voce cupa e rabbiosa:
— Fra poco lo saprà, fra poco lo saprà.
Quella Signora esclamò:
— Filium enutrivi et educavi; ipse autem factus est tanquam iumentum insipiens (Ho nutrito ed educato un figlio; ma lui è diventato come un giumento insipiente).
Tosto quei due mostri si slanciarono su quel giovane: uno lo addentò sopra una spalla, l’altro tra la nuca e il collo. Le ossa scricchiolarono come se fossero pestate in un mortaio. Io mi slanciai contro quei mostri, ma essi si rivolsero verso di me e spalancarono le loro fauci. Vedo ancora il biancheggiare dei loro denti e il rosso fuoco delle loro gengive. Il mio spavento fu tale che mi svegliai». Il segretario che dormiva nella camera attigua, svegliato dalle grida di aiuto, era accorso e aveva trovato Don Bosco come chi, in preda a spavento, si voglia scuotere dal sonno per liberarsi da un incubo. Dimenava le braccia, si alzava a sedere, tastava il letto e brancicava le coperte, come per rendersi conto se fosse desto o addormentato.
Il giorno 25 Don Bosco raccontò il sogno ai Salesiani, ma non manifestò il nome del giovane innominato. I superiori però cominciarono a sospettare su di uno che non aveva mai voluto sapere di sacramenti. Don Stefano Trione, che aveva la cura spirituale degli studenti, accompagnando Don Bosco nella sua cameretta, era riuscito a strappargli il segreto. Si chiamava Archimede Accornero. Già l’anno prima, per la sua cattiva condotta, i superiori avevano quasi deciso di lasciarlo a casa sua dopo le vacanze. Don Trione, zelantissimo prete, non si diede pace finché, con le sue dolci e insinuanti maniere, non riuscì a farlo confessare.
Fu provvidenziale. Nel pomeriggio di quello stesso giorno il povero giovane faceva i suoi giochi, appoggiandosi a lettiere di ferro che stavano accatastate sotto i portici, quando improvvisamente il mucchio si rovesciò e lo prese sotto. Liberato e portato in infermeria, rimase in sé dall’una e mezzo fino alle tre, lagnandosi però di sempre nuovi dolori. Alle quattro non capiva più nulla e verso la mezzanotte spirò. Sua madre, chiamata d’urgenza, appena pose piede nell’Oratorio, domandò se il figlio si fosse suicidato! Tanto era anch’essa convinta che il figlio batteva la via del male.

La sua tragica fine segnò il completo avveramento di una predizione di Don Bosco, che nel dare la strenna per 111885, aveva annunziato per quell’anno la morte di sei là presenti. In quel mese di ottobre tra i ragazzi si andava dicendo: « Cinque sono già morti; chi sarà il sesto?». Il sesto fu Accornero.

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Sogna di trovarsi in una nicchia in San Pietro

Un giorno, non si sa in che anno, Don Bosco sognò di trovarsi nella Basilica di San Pietro, entro la grande nicchia che si apre sotto il cornicione, a destra della navata centrale, perpendicolarmente alla statua di bronzo del Principe degli Apostoli, e al medaglione in mosaico di Pio IX. Egli non sapeva come fosse capitato lassù e non si dava pace. Guarda attorno se vi sia modo di scendere, ma non vede nulla. Chiama, grida, ma nessuno risponde. Finalmente, vinto dall’angoscia, si sveglia.
Se qualcuno, udendo questo sogno, allora avesse creduto di scorgervi un senso profetico, si sarebbe detto che sognava a occhi aperti. Ma oggi, proprio dall’alto di quella nicchia, sorride il magnifico Don Bosco del Canonica.
Questo monumento, degno della Basilica vaticana, è un colossale gruppo marmoreo, in cui la figura di Don Bosco misura metri 4,80 di altezza, senza tener conto del piedestallo di oltre un metro di altezza. Don Bosco è rappresentato nell’atto che con nobile gesto della destra indica l’altare papale a due giovani, da lui avvolti con la sinistra in ampio amplesso paterno. Questi sono San Domenico Savio e il venerabile giovane patagone Zeffirino Namuncurà, figlio del Gran Cacico convertito con la sua tribù dal cardinal Cagliero.
I due giovani pare pendano dal suo labbro per ascoltare, perpetuata nel marmo, quella professione di fedeltà al Papa, che è stata la divisa inviolata di Don Bosco. Tale atteggiamento, mentre risponde alla fedeltà storica, non isola la statua nella sua nicchia come un puro elemento decorativo, ma ne fa un elemento organico del tempio vaticano.
«In questo monumento, concezione ed espressione toccano il vertice dell’arte. Il Canonica, scultore di fama mondiale e Accademico d’Italia, svincolandosi dalle meticolosità fotografiche e sorpassando gli atteggiamenti tradizionali di Don Bosco dipinto e scolpito, ne fissò energicamente la grandezza spirituale in una creazione che appartiene all’arte veramente degna di questo nome».
Traspare infatti «il carattere meditativo del Santo, la sua forza intellettuale, la sua antiveggenza di santo e di apostolo; ciò che, sposato al sorriso paterno della sua forte bocca, integra bene il suo carattere esuberante di carità e di amore» (G. De Mori).
Il monumento fu inaugurato il 31 gennaio 1936 e benedetto dal cardinal Pacelli, il futuro Pio XII, tra l’entusiasmo di 20.000 giovani, tra i quali 10.000 rappresentavano, per disposizione del Ministero, le Scuole di Roma.

La nicchia assegnata da Pio XI a Don Bosco si può ben dire nicchia d’onore, perché s’innalza sopra la statua di San Pietro ed era rimasta vuota per secoli. Coloro poi che vissero negli ultimi anni del Santo non potevano contemplarlo lassù senza rammentare il sogno citato, che avevano udito raccontare da ragazzi. Nessuno, e lui meno di tutti, allora avrebbe mai immaginato quale arcano si potesse nascondere sotto il velo dello strano sogno.

Continua…

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