21 ottobre 2013

Patrick Henningsen Global Research, 18 ottobre 2013

FE6A2139-CBE4-4AD8-8D38-775E7F7A04C3_mw800Ciò che è stato raccontato al pubblico dal governo degli Stati Uniti, tramite i media aziendali, e ciò che è realmente accaduto durante il tanto celebrato “bin Ladin Raid” della Casa Bianca nel 2011, non c’è coincidenza. Diventa sempre più chiaro che con il leggendario bin Ladin Raid, che ha avuto luogo a Abbotabad, in Pakistan, il governo degli Stati Uniti ha intenzionalmente ingannato il pubblico su ciò che è successo. In altre parole, quello che il presidente Obama disse quando si rivolse al popolo statunitense dopo “il raid”, è pura finzione.
L’intervista seguente è apparsa sulla rete pakistana Sama TV, ed include la traduzione in inglese di una testimonianza oculare dell’evento. Se la traduzione è esatta, allora questo testimone toglie un altro tassello al dramma immaginario della Casa Bianca. Ciò che segue è l’intervista a Muhammad Bashir, che vive accanto al presunto “compound” di Usama bin Ladin. Sostiene che il primo elicottero statunitense esplose uccidendo tutti i suoi occupanti statunitensi, circa 10 o 20 militari. Basandosi sulla testimonianza di quest’uomo, dobbiamo porci la domanda: cosa ha nascosto la Casa Bianca per proteggere il Caro Leader da un devastante “momento alla Jimmy Carter” (come il fallito salvataggio degli ostaggi in Iran, nel 1979). Questo è certamente ciò che sembra a prima vista. Obama mentirebbe per proteggere la sua politica e il suo partito? Lasceremo ai lettori la risposta a tale domanda. “Sembra che anche se, inizialmente, la rete TV fosse felicissima di questa intervista, cambiò registro 24 ore dopo (per qualche motivo ignoto)“. Decidete voi perché…

Così la menzogna originale, l’operazione dell’11 settembre, viene coperta da un’altra bugia: il bin Ladin Raid. In seguito a ciò, si comprende solo la ragione per cui la menzogna di Abbotabad deve essere coperta da un’altra menzogna. E cioè, nessuno sa dove sia il corpo di bin Ladin. In netto contrasto con la dichiarazione del presidente Obama che bin Ladin è stato “sepolto in mare”, i marinai della USS Carl Vinson della Marina degli Stati Uniti, dichiararono a verbale di non poter testimoniare la sepoltura in mare di Usama bin Ladin. Quindi, qualcuno mente. Barack Obama ha abbattuto il ciliegio? Quindi, se Usama bin Ladin non era ad Abbotabad, o sulla USS Carl Vinson, come le prove, e la loro assenza, dettano, dove si trova? Più che probabile è morto anni prima della gloriosa incursione di Obama, ma servì a due amministrazioni degli Stati Uniti mantenerne viva l’immagine al fine di giustificare le spese militari senza precedenti e l’instaurazione dello Stato di polizia a seguito dell’11 settembre. Nel caso in cui i lettori non ne siano consapevoli, ci sono molte dichiarazioni di alti ufficiali a sostegno di questa affermazione, ed almeno uno di loro l’ha detto pubblicamente, Benazir Bhutto, assassinata poco dopo averlo detto.

Hollywood vi fece anche un kolossal di propaganda per sostenere la bufala del governo degli Stati Uniti. Si chiamava Zero Dark Thirty, che fece anche un mucchio di soldi. Così tutti furono felici, giusto? No davvero, così la lattina deve essere presa a calci lungo la strada, ancora una volta…
Ancora una bugia, prima di concludere. Secondo le stesse fonti delle prime due bufale del governo qui indicate, il 6 agosto 2011 un elicottero statunitense Boeing CH-47 Chinook, con il codice di chiamata Extorsion 17, fu abbattuto nella provincia di Wardak, a ovest di Kabul, Afghanistan, uccidendo incredibilmente tutte le 38 persone a bordo, tra cui 25 truppe per operazioni speciali statunitensi. Gli Stati Uniti affermarono che i corpi furono talmente carbonizzati che furono costretti a cremarli immediatamente, come se una sorta di scadenza potesse farli sparire. Ancora una volta, come l’11 settembre e il raid contro bin Ladin, non ci furono sopravvissuti, né corpi, né foto e nessuna prova reale disponibile che dimostri le creative versioni del governo. Come facciamo a sapere se quegli uomini, in realtà, morirono tutti nello stesso incidente del Chinook? Riusciremo mai a saperlo? No, se il governo degli Stati Uniti è autorizzato a dire al popolo continue bugie, il tutto in nome della sicurezza nazionale.
Dopo aver visto l’intervista televisiva pakistana, l’ex-assistente del segretario del Tesoro Paul Craig Roberts spiega, “Credo che nessun organo d’informazione potrà affrontare in questo modo un così notevole mito nazionale degli Stati Uniti. L’uccisione di bin Ladin soddisfa il bisogno emotivo di vendetta e giustizia. In ultimo, una testata giornalistica che aveva contestato la storia del governo sarebbe stata esclusa dalle fonti governative e denunciata da politici e da buona parte della popolazione credulona degli Stati Uniti come organizzazione filo-terroristica anti-americana”.
Leggasi la trascrizione della traduzione del notiziario pakistano qui.
A proposito, nessuno ad Abbotabad, e in Pakistan, sembra credere all’immaginaria drammatica incursione contro bin Ladin.

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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Code Name: GERONIMO

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Musharraf incriminato per l’omicidio Bhutto

L’ex presidente del Pakistan, appena rientrato dall’esilio, è accusato di non aver impedito l’attentato alla leader del Partito popolare

20.8.2013
foto Ap/Lapresse

07:42 – L’ex presidente pakistano, Pervez Musharraf, è stato formalmente incolpato per l’assassinio di Benazir Bhutto. Lo riferiscono i media a Islamabad, citando una fonte giudiziaria. L’ex generale, tornato di recente dall’esilio, è stato accusato di non aver impedito l’attentato terroristico del dicembre 2007 dove morì la leader del partito popolare pachistano (Ppp), al termine di un comizio a Rawalpindi.

Musharraf, che da aprile si trova agli arresti domiciliari, si è presentato nelle ultime ore davanti a un tribunale antiterrorismo a Islamabad che ha tenuto una udienza a porte chiuse. I capi di imputazione che lo riguardano sono quelli di omicidio, complotto e favoreggiamento.

L’ex presidente, 70 anni, salito al potere nel 1999 dopo un golpe militare, ha negato tutte le accuse. “Questo processo ha dei chiari fini politici ha detto in aula -. Sono innocente e lo proverò”. L’udienza è stata poi aggiornata al 27 agosto.

Tra i testimoni citati dall’accusa c’è anche il giornalista americano Mark Segal, che aveva intervistato la Bhutto al ritorno del suo esilio nell’ottobre 2007. L’ex premier gli aveva confidato che se le fosse successo qualcosa la responsabilità sarebbe stata di Musharraf. Alla conclusione della sua inchiesta lo scorso 25 giugno, la Federal investigation Authority (Fia) aveva incluso anche Musharraf tra le persone sospettate dell’attentato di Rawalpindi. Gli investigatori si erano basati proprio sulle dichiarazioni di Segal.

Ma per l’ex presidente i guai non sono finiti. Lunedì infatti un altro tribunale di Quetta, in Baluchistan, gli ha inviato una richiesta di comparizione per il 10 settembre relativamente al caso dell’assassinio di un leader separatista, Akbar Bugti.

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In evidenza – Uno ad uno “muoiono” i testimoni dell’uccisione di Bin Laden

Le foto del corpo di Osama Bin Laden restano segrete

La Corte d’Appello dà ragione alla Cia: la pubblicazione delle immagini del leader di Al Qaeda metterebbe a repentaglio la sicurezza nazionale

Il governo americano non è tenuto a pubblicare le fotografie di Osama Bin Laedn che furono scattate dalle forze speciali dopo averlo ucciso. Lo ha deciso la Corte d’Appello. Il corpo del leader di Al Qaeda fu immortalato in immagini volte a provare il successo della missione portata a termine nel maggio del 2011 dei membri del Navy Seal in Pakistan.

In un rapporto di 14 pagine, i giudici hanno scritto che la Cia si è rifiutata di rendere pubbliche le immagini “perché classificate come Top Secret”. Secondo la Corte, le fotografie sono state giustamente classificate e come tali “sono esonerate dall’essere divulgate”.

Il contenzioso legale fu avviato da un ente di controllo conservatore, Judicial Watch, che aveva denunciato la Cia per avere rispedito al mittente la richiesta di divulgare le immagini in questione fatta sulla base del Freedom of Information Act, che prevede la pubblicazione totale o parziale di informazioni precedentemente non diffuse dal governo. La Cia aveva sostenuto che la diffusione delle fotografie di Bin Laden avrebbe messo a rischio la sicurezza nazionale.

I giudici hanno dato ragione all’intelligence americana laddove aveva sostenuto che, se rese pubbliche, le fotografie cruenti “avrebbero portato ad attacchi contro gli americani”. Conseguenze simili, aveva ricordato la Cia, si verificarono con rivolte successive alla pubblicazione di una vignetta danese derisoria del profeta Mohammed o a causa del contenuto erroneo di un articolo di Newsweek riguardante un soldato americano che dissacrava il Corano.

L’ammiraglio William McRaven inoltre aveva sostenuto che la pubblicazione delle immagini del corpo di Bin Laden avrebbe potuto permettere l’identificazione dei membri del Navy Seal. Le tattiche usate nell’operazione inoltre potevano essere ricostruite. Insomma, per i giudici, le ragione sostenute dalla Cia sono “logiche” o “plausibili”.

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Benazir Bhutto il 2-11-2007 dice che BIN LADEN è morto;

il 27-12-2007 viene assassinata

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Chaudhry Zulfiqar Ali è stato ucciso da due sconosciuti a bordo di una motocicletta che hanno aperto il fuoco sull’auto del magistrato colpendolo a morte

08:35 – Un commando armato ha attaccato e ucciso a Islamabad il procuratore speciale della polizia pachistana, Chaudhry Zulfiqar Ali, impegnato nelle indagini sull‘assassinio della ex premier Benazir Bhutto. A quanto si è appreso, due sconosciuti a bordo di una motocicletta hanno aperto il fuoco sull’auto del magistrato colpendolo a morte. Nell’ambito delle indagini per la morte della Bhutto, è agli arresti domiciliari anche l’ex generale Pervez Musharraf.
Un portavoce della polizia ha detto che “Zulfiqar Ali e una sua guardia del corpo sono stati gravemente feriti nell’attacco. Nel viaggio in ambulanza verso l’ospedale, tuttavia, il magistrato è morto”.

La vittima era anche responsabile del versante pachistano delle indagini sull’attentato che nel novembre 2008 causò a Mumbai, in India, oltre 170 morti e nel quale è sopravvissuto solo uno degli attentatori, il pachistano Ajmal Kasab, attualmente in un carcere indiano.

Benazir Bhutto fu uccisa il 27 dicembre 2007 a Rawalpindi, mentre era in corsa, per il suo terzo mandato di premier.

Campagna elettorale di sangue, 43 attentati e 70 morti – La campagna elettorale in corso in vista del voto dell’11 maggio è una delle più sanguinose nella storia del Pakistan con un record di 43 attentati, compreso quello di stamane in cui è morto il procuratore speciale della polizia investigativa. L’ondata di attacchi esplosivi e assalti armati ha causato oltre 70 morti, tra cui due candidati, e circa 350 feriti.

Nel mirino ci sono, in particolare, il partito regionale della provincia del Sindh e terza forza politica del Paese, Muttahida Qaumi Movement (Mqm) e il partito nazionalista pashtun Anp (Awami National Party). Entrambi i gruppi hanno subito diversi attacchi da parte dei talebani che hanno dichiarato una campagna di attentati contro i partiti laici considerati “anti islamici”.

I talebani del gruppo Tehrik-e-Taleban Pakistan (Ttp) hanno rivendicato la maggior parte degli attacchi, tra cui l’uccisione di un politico dell’Mqm candidato per il Parlamento del Sindh, un attentato suicida al raduno di un leader dell’Anp a Peshawar costato la vita a 15 persone e altre azioni nella metropoli di Karachi.

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Una nuova versione sull’uccisione di Bin Laden

27.3.2013

Un terzo Seal racconta del raid al compound di Abbottabad, smentendo la ricostruzione dell’ultimo compagno d’armi

foto Reuters

06:37 – A quasi due anni dalla morte del leader di Al Qaeda, Osama Bin Laden, spunta una terza versione sull’uccisione dello “Sceicco del terrore”. E anche questa volta il racconto arriva da uno dei 23 membri del “Team 6” dei Navy Seals che la notte del primo maggio 2011 compì l’assalto al compound di Abbottabad, in Pakistan. Si tratta, però, di una versione sostanzialmente diversa da quella descritta da un commilitone.

In un servizio intitolato “Chi fu che realmente uccise Bin Laden?”, la Cnn online ripercorre il racconto di uno dei membri del Team che in un’intervista al mensile Usa Esquire il mese scorso aveva detto di essere entrato per primo nella stanza dove Bin Laden era in piedi con un mitra “a portata di mano” e di avergli quindi sparato alla testa due volte.

Il militare, che per proteggere il suo anonimato nell’articolo di Esquire veniva indicato come “The shooter” (lo sparatore), afferma poi di aver lasciato le forze armate a settembre, perdendo la copertura sanitaria e la pensione.

Nel racconto raccolto ora dalla Cnn, invece, un membro del Team racconta che a salire le scale verso il secondo piano della struttura di Abbottabad furono tre Seal, il primo dei quali, il “Point man”, vedendo lo sceicco affacciarsi alla porta della sua stanza aprì il fuoco, colpendolo alla testa. Subito dopo, il “point man” entrò nella stanza, e immobilizzò le due donne che vi si trovavano, nel timore che potessero avere indosso delle cinture esplosive. Gli altri due compagni lo raggiunsero e, vedendo Bin Laden a terra, lo finirono con dei colpi al torace.

Si tratta di una versione molto simile alla prima, raccontanta nel libro “No Easy Day” dall’ormai ex Seal Matt Bissonette. Ma è un racconto diverso da quello dello “shooter”, che ora appare come il più improbabile (anche perché, spiega la nuova fonte, prima del raid era stato specificamente raccomandato al team di non sparare al volto di Bin Laden per non renderlo irriconoscibile).

Secondo il nuovo racconto, inoltre, lo “shooter” non avrebbe lasciato volontariamente le forze armate ma sarebbe stato cacciato dopo aver girato i bar di Virginia Beach, dove hanno sede i Seal, a vantarsi del suo ruolo nel raid.

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5 maggio 2011 | Autore

Fonte:  http://sitoaurora.splinder.com/

Usama bin Ladin sarebbe stato ucciso a 50 km da Islamabad, in un complesso abitativo destinato a ufficiali delle forze armate e dell’intelligence del Pakistan, suscitando la sorpresa degli analisti per la presenza del nascondiglio del capo di al-Qaida in una città militare del Pakistan.
Secondo il presidente degli USA Barack Obama, dopo averne ricevuto conferma durante un colloquio telefonico col presidente del Pakistan, Asif Ali Zardari, Usama bin Ladin sarebbe stato ucciso, la sera del 1° maggio 2011, durante un blitz di 14 Navy Seals, trasportati in elicottero dall’Afghanistan direttamente ad Abbottabad, una città nella valle di Orash, a 50km a nord da Islambad, in Pakistan, dove ha sede l’accademia miliatre e un’importante base militare dell’esercito pachistano, il  quartier generale del 2° Corpo d’Armata del Nord. La casa dove avrebbe risieduto bin Ladin, sarebbe stata costruita otto anni fa, ed era considerata dagli abitanti della città, off limits; testimoni  hanno affermato che l’edificio aveva numerosi meccanismi di sicurezza, e che ‘ogni tanto da essa uscivano un paio di persone che salutavano genericamente: salve, come va?’, ma senza dare alcuna confidenza’.

Lo riferiscono i media pachistani, i quali hanno trasmesso un video notturno, in cui si vede un edificio di due piani in preda alle fiamme. “C’è’ stupore – ha detto un commentatore della televisione pachistana Geo News – perché in molti si domandano cose potesse farci là bin Ladin”. Bin Ladin avrebbe opposto resistenza armata e sarebbe stato ucciso con un colpo in testa. Nell’operazione, eseguita in collaborazione dei servizi segreti pakistani, altre quattro persone sono state uccise: tre uomini e una donna, incluso un figlio di Usama bin Ladin. Si parla anche di altre sei persone arrestate. Ma non filtra nulla di affidabile.
Secondo alcune agenzie, ‘il corpo del capo di al Qaeda si trovava negli Stati Uniti’, per l’identificazione tramite DNA, peraltro un’identificazione istantanea, visto che mediamente un tale tipo di esame richiede una settimana. Ma già alle 6.00, ora italiana, le agenzie diffondevano la notizia secondo cui “gli Stati Uniti faranno in modo di garantire che il corpo di Usama Bin Ladin, di cui sono in possesso, riceva un trattamento conforme alla tradizione dell’islam” (la salma lavata, avvolta in un sudario e sepolta entro 24 ore). Ma il cadavere di Usama bin Ladin, invece, sarebbe ‘prima stato portato in Afghanistan e poi seppellito in mare’, secondo quanto afferma il New York Times, citando funzionari del governo statunitense. Anche la CNN, alle 9.27, ora italiana, del 2 maggio, ha riferito che bin Ladin sarebbe stato sepolto in mare e che il cadavere sarebbe stato ‘trattato secondo la tradizione islamica’. Ma con quale oceano o mare confina l’Afghanistan? ‘Una sepoltura che cancella tutte le tracce’.
Va notata una serie di contraddizioni riguardo all’operazione di eliminazione di Usama bin ladin; innanzitutto, perché da una parte si afferma che l’intelligence pakistana non fosse stata coinvolta nell’operazione, ‘per paura di fughe di notizie’ a favore di al-Qaida, quando poi Obama ha dovuto avere conferma dal presidente stesso del Pakistan, della riuscita dell’operazione? Una conferma all’ipotesi delle collusione pakistana, può essere fornita dal fatto, tutt’altro che secondario, che il blitz, durato ben 45 minuti, occorso in una città militare, che ospita l’accademia militare del Pakistan, non sia stato per nulla contrastato dai militari pakistani. Indice della presenza di un coordinamento USA-Pakistan, ma qui vi entra in gioco un’altra contraddizione; se è così, se cioè il blitz è un’operazione congiunta tra squadroni della morte statunitensi e agenti del servizio segreto militare di Islamabad, perché il commando di 14 incursori dell’US Navy (ma che secondo la Fox News, erano 25), giunti dall’Afghanistan su due elicotteri, hanno dovuto distruggerne uno ‘per guasto meccanico‘? Già, se la missione era riuscita, la famiglia di bin Ladin doveva essere stata eliminata, e quindi l’elicottero sarebbe caduto in mano agli alleati e amici pakistani. Quindi perché distruggere un elicottero di qualche centinaia di migliaia di dollari di valore? Non sarebbe dovuto cadere in mano di nessun nemico. A meno che l’elicottero sia stato abbattuto, ma da chi? Dalle mogli di bin Ladin? E con cosa l’avrebbero abbattuto? Non si parla di armi pesanti in possesso dei bin Ladin. E allora? É il velivolo statunitense è stato abbattuto dai soldati pakistani? Certo questo confermerebbe la tesi della estraneità dell’ISI, l’intelligence di Islamabad, dall’operazione. E spiegherebbe le diverse cifre dei componenti del commando dei ‘Navy Seal’. L’elicottero abbattuto aveva a bordo metà della squadrone della morte, che così sarebbe rimasta uccisa nella ‘brillante operazione’ antiterrorismo?
Il repentino mutamento della decisione di Washington sul destino del cadavere di bin Ladin, viene giustificato scaricandone la responsabilità sugli alleati: per “il rifiuto delle autorità pachistane e saudite di prendere in consegna il corpo di Usama bin Ladin. Non era un cittadino pachistano e quindi non c’è motivo perché il suo corpo sia consegnato ai pachistani”. Sempre secondo Washington, anche l’Arabia Saudita avrebbe espresso lo stesso rifiuto.
Inoltre, secondo Mahmoud Ashour, della maggior università islamica, al-Azhar di Cairo, il corpo di Usama bin Ladin deve essere sepolto nella terra, e gettarlo in mare rappresenta un ‘peccato’. Ashour ha spiegato che anche in caso di annegamento, il corpo deve essere recuperato per “seppellirlo nella terra“. O quanto meno “lo seppelliscano in terra senza mettere nessuna indicazione sulla sua tomba“, se il problema è evitare un pellegrinaggio alla sua tomba.
La televisione pachistana GeoNewsTv ha diffuso per prima la presunta foto del volto sfigurato di bin Ladin, poi scoperta essere manipolata, e quindi rapidamente tolta dal circuito internazionale dei network TV. La televisione satellitare francese BFMTV, aveva rilanciato subito l’immagine del cadavere, con una didascalia che recitava: “gli americani hanno appena fornito la prova (della morte di bin Laden) con questa immagine”, e così molte altre televisioni europee l’hanno ridiffusa. Ma le reti televisive statunitensi non hanno diffuso la foto. Sanno che si tratta di un fotomontaggio realizzato con il noto software Photoshop. Infatti analizzando la foto, si nota una netta differenza tra la parte alta e la parte bassa del volto: bocca, mento e barba di una foto di bin Ladin sono state incollate al volto del cadavere di un altro uomo. Secondo Francois Bougon, giornalista della France Presse, la foto in questione circolerebbe dal novembre 2010, diffusa dal sito ‘unconfirmedsources’, e il file della foto è il 20060923-torturedosama.jpg; una foto realizzata il 23 settembre 2006 e il cui titolo è ‘Osama torturato‘.
Intanto, il movimento taliba pachistano Tehrik-e-Taleban Pakistan (Ttp), legato ad al-Qaida, smentisce la notizia della morte. Le sue basi si trovano nelle regioni federali del nord ovest, confinanti con l’Afghanistan e il Waziristan, teatro delle operazioni dei droni della CIA. E gli Stati Uniti diffondevano un’allerta alle loro ambasciate nel mondo, mettendole in guardia da possibili rappresaglie di al-Qaida. Mentre David Cameron, premier del Regno Unito, dichiarava in TV: “La morte del capo di al Qaida è un grande sollievo ma non segna la fine della minaccia terrorista: dobbiamo essere particolarmente vigili nelle prossime settimane”.
Molti aspetti non quadrano, ad esempio, la motivazione e la tempistica dell’operazione statunitense. Solo pochi giorni prima, su pressioni del candidato presidenziale e magnate finanziaro-editoriale, Donald Trump, Barack Hussein Obama II ha esibito il suo certificato di nascita ‘originale’. Il presidente degli USA, secondo la costituzione di quel paese, deve essere nato nel territorio statunitense. Il certificato esibito confermerebbe che Obama sia nato nelle Hawaii nel 1961. Ma rapidamente, nell’arco di un quarto d’ora, quel documento è stato smontato, rivelandosi una volgare manipolazione eseguita coll’ormai famigerato Photoshop. Non va, quindi, escluso che la ‘morte di bin Ladin‘ sia solo una messinscena, una trovata pubblicitaria, per distrarre l’opinione pubblica statunitense dal fatto che il suo presidente non abbia ancora, a distanza di due anni dall’assunzione della carica, dimostrato di avere le carte in regola per essere lì dove si trova.
Forse si assiste anche a una corsa due fazioni washingtoniane, per togliere legittimità alla crociata o alla guerra santa della fazione avversa. Non a caso, appena messo il mitico (o mistificante) Petraeus alla guida della CIA, e allontanato il reprobo e poco bellicista Robert Gates, ecco esplodere tra fuochi ‘artificiali’ (artificiali letteralmente, oppure fatui?) il grande successone degli amici di Obama&Clinton. Un messaggio alla congrega di McChrystal-Cheney-Palin, da ora in poi, il ritmo alle guerre imperiali le detteremo noi, non più allenza con Pakistan-Russia-Cina contro l’islamismo petrodollaresco dei sauditi e degli altri sceicchi-scecchi; ma esattamente il contrario; e morto Obama… Usama bin Ladin, bisognerebbe inventarsi un altro babau, magari con un altro 11 settembre ex-novo.

Alessandro Lattanzio, 2/5/2011

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9 agosto 2011 | Autore
martedì, agosto 9, 2011 * Scritto da Finian Cunningham

chinook-afpakdi Finian Cunningham – globalresearch.ca.
(Con nota di Pino Cabras in coda all’articolo).

L’eliminazione di 30 uomini delle forze speciali degli Stati Uniti nello schianto di un elicottero Chinook in Afghanistan arriva in un periodo in cui la versione ufficiale di Washington sul modo in cui è stata eseguita l’uccisione di Osama bin Laden stava crollando sotto i colpi dell’incredulità. Tra i 38 morti nel disastro dell’elicottero – la più grande perdita di vite statunitensi avvenuta in una singola occasione nel corso della decennale guerra di occupazione dell’Afghanistan – si pensa che vi siano molti dei 17 Navy Seals coinvolti nell’esecuzione di Osama bin Laden all’inizio di maggio. Tra i morti sono compresi anche altri membri delle forze speciali USA e dei commando afghani.

I primi servizi dei media occidentali indicavano che il Chinook potrebbe essere stato coinvolto in una considerevole operazione militare contro dei militanti afghani, al momento in cui è stato abbattuto nella provincia di Wardak, poco a ovest della capitale Kabul, alle prime ore di sabato.

Si è riferito che alcune fonti fra i taliban hanno affermato che i loro militanti hanno abbattuto il Chinook con un lancio di razzi.

Funzionari militari statunitensi dichiarano che stanno indagando sulle cause dello schianto.

Tuttavia, appare significativo che fonti anonime USA abbiano raccontato agli organi di informazione che ritenevano che l’elicottero sia stato abbattuto. Questo sorta di conferenza stampa non ufficiale degli USA appare alquanto strana. Perché le fonti militari statunitensi vogliono offrire ai combattenti nemici un così spettacolare colpo propagandistico?

Forse giova gli interessi degli USA distrarre dal motivo e dalla causa reali dello schianto dell’elicottero, sia stato esso colpito o meno da un razzo.

Funzionari statunitensi hanno ammesso che i Navy Seals deceduti facevano parte dell’unità Team 6 che avrebbe eseguito l’assassinio, lo scorso maggio, della presunta mente dell’11/9, Osama bin Laden.

Fin dai primordi, il resoconto di Washington in merito al modo in cui le sue forze speciali hanno ammazzato Bin Laden presso il suo complesso residenziale di Abbottabad, nel nord del Pakistan, era squarciato dalle contraddizioni. Perché mai, una volta liquidato, Bin Laden è stato seppellito in mare in fretta e furia? Come ha potuto il “Terrorista N°1″ a livello mondiale risiedere, senza essere notato, ad appena poche miglia dal quartier generale militare pakistano di Rawalpindi?

In tutta evidenza, diverse fonti ben informate sono convinte che Bin Laden sia morto per cause naturali dieci anni fa. L’autore Ralph Schoenman ha respinto la presunta esecuzione dei Navy SEALs come “una grande bugia”. Dalle indagini condotte nel corso di vari anni in Pakistan, Schoenman ha dichiarato a Global Research: «Ho intervistato vari membri dei servizi segreti pakistani e diversi militanti, e tutti hanno confermato che Bin Laden è morto per insufficienza renale oltre dieci anni fa».

Più di recente, come riferisce Paul Craig Roberts,[1] i pakistani del luogo hanno affermato che l’operazione dei Navy SEALs ad Abbottabad è finita in un disastro, con uno dei tre elicotteri USA che esplodeva appena decollato dal terreno vicino al complesso. Gli altri due elicotteri non sono atterrati e, secondo i testimoni, sono volati via dalla scena immediatamente dopo l’esplosione. Come Roberts sottolinea, questo vuol dire che non c’era alcun cadavere di Bin Laden da smaltire in mare, come Washington asserisce.

Le persone chiave che conoscerebbero la verità sull’incredibile assassinio di Bin Laden da parte di Washington, sono ora indisponibili ai commenti. Caso chiuso.

Finian Cunningham è corrispondente di Global Research da Belfast, Irlanda.

cunninghamfin@yahoo.com

Fonte: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=25923

Traduzione per Megachip a cura di Dario Tanzi.

Nota di Pino Cabras per Megachip

Subito dopo i fatti di Abbottabad gli esponenti del sito Infowars.com avevano ragionato e profetizzato intorno a uno scenario inquietante: alludevano a un provvidenziale incidente militare che nel giro di poco tempo avrebbe eliminato dalla scena i Navy SEALs coinvolti nella misteriosa operazione che aveva depennato ufficialmente Bin Laden dagli attori del grande show della guerra. Citavano analoghi casi – per i servizi americani come per quelli russi e di altri paesi – in cui le operazioni coperte venivano ulteriormente coperte sacrificandone i protagonisti.

L’articolo di Finian Cunningham offre perciò un’interpretazione suggestiva del tragico incidente occorso al Team 6 dei Navy SEALs. L’interpretazione non è tuttavia suffragata da prove, mentre funzionari governativi USA «hanno dichiarato all’agenzia Associated Press che ritengono che nessuno dei Navy SEALs che sono morti nello schianto di un elicottero in Afghanistan avesse preso parte al raid che ha ucciso Osama bin Laden, sebbene fossero della stessa unità che ha eseguito la missione bin Laden.»[2]

Non potendo affatto ancora raggiungere conclusioni su questa vicenda, ci limitiamo a riprendere comunque le testimonianze a caldo raccolte fra i residenti di Abbottabad dai reporter di CCTV. Gli abitanti del luogo non credevano che Osama bin Laden fosse mai stato in quel complesso residenziale e si ritenevano tranquillamente sicuri che quella strana operazione fosse una bufala. La stessa squadra antiterrorismo del Pakistan non era in grado di confermare l’uccisione, in base a quanto veniva riferito.

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Osama Bin Laden non è morto: tutti i dubbi dei complottisti

 Scritto da: – martedì 3 maggio 2011
Osama Bin Laden non è morto: tutti i dubbi dei complottisti 

Osama Bin Laden è stato ucciso da un commando di Navy SEALs: questa la versione ufficiale, quando ormai era passato un decennio dall’undici settembre 2001, l’anno delle Torri Gemelle e in cui si intensificò – eufemismo – la caccia allo “sceicco del terrore”, già da prima nella lista dei most wanted.Perché sono sorti tanti dubbi – vedremo di smontarli uno per uno dopo il salto – sulla sorte di Bin Laden? Perché molti credono che il terrorista saudita sia o ancora vivo, oppure deceduto anni fa? Forse perché l’operazione effettivamente ha molti lati di difficile comprensione.

Primo: perché uccidere Bin Laden, non era meglio catturarlo e interrogarlo? Poi, perché disfarsi del cadavere in mare? E poi molti altri. Ad appesantire con una cappa di falso: la foto tarocca diffusa dalla tv pakistana nelle ore immediatamente successive al blitz, rilanciata da qualunque media mainstream del pianeta e finita in home page ovunque.

Perché ci hanno impiegato tanto a prendere Osama Bin Laden?

Scrive Tommaso Cinquemani su Affari Italiani:

Perché non hanno agito prima? La Casa Bianca era spaventata. Che cosa sarebbe successo se avessero fallito nell’operazione? Che cosa sarebbe accaduto se quello individuato non fosse stato Osama ma un sosia, un trucco dei terroristi? Obama non si poteva permettere di fallire. Una pallottola in testa ha risolto l’impiccio di un prigioniero eccellente.

e fin qui possiamo arrivare fino a pochi mesi fa. Ma dieci anni – anzi, qualcuno di più: fu inserito nella lista dei most wanted il 7 giugno 1999 – sono tanti. Oltre a contatti con qaedisti in giro per il mondo, oltre a una disponibilità finanziaria notevolissima, ad aiutare Bin Laden sono state probabili coperture dei servizi pakistani. Probabile che nella cattura ci sia anche una minima dose di tempismo elettorale degli Usa: le presidenziali sono comunque l’anno prossimo, nel 2012, e il trofeo di Osama da appendere sopra al caminetto vale chissà quanti milioni di voti.

Scrive Leo Sisti sul Fatto Quotidiano, che pubblica un estratto di un suo volume dedicato proprio alla “big catch” la caccia al latitante che gli Usa devono uccidere per vendicare i morti delle Twin Towers. Tenete conto che l’articolo arriva fino al 2004, sette anni fa.

‘The Big Catch‘, la preda, è allora vicina? È possibile, anche se il Waziristan non è piatto come l’Iraq di Saddam Hussein e in quelle montagne scoscese è più facile nascondersi. E poi nel novembre 2004 negli Stati Uniti ci sono le elezioni politiche. Per Bush è l’ultima chance di vincerle dopo la guerra contro Bagdad e lo scandalo delle torture: portare a casa Osama Bin Laden. Vivo o morto. Per il momento però il 3 giugno il presidente americano ha annunciato le dimissioni del capo della Cia, Tenet.

Sappiamo tutti come andò a finire: niente Bin Laden fino al 2011.

Perché gli hanno sparato? Non conveniva catturarlo e interrogarlo?

Sicuramente. Nelle prime ore sembrava che i Navy SEALs avessero fatto irruzione in stile Chuck Norris sparando a qualunque cosa si muovesse nel compound di Abbottabad: naturalmente non è andata così. Questo pezzo di Repubblica dovrebbe essere uscito nelle prime ore:

Osama è morto. È morto perché l’hanno ucciso gli americani. Un colpo alla testa. Un’operazione delle forze speciali. In Pakistan. Un territorio in cui gli Usa non avrebbero – in teoria – potuto agire. Obama lo chiarisce. Dice: ho sempre detto che avremmo colpito ovunque se avessimo avuto le informazioni necessarie per individuare Bin Laden. E poi aggiunge che ha parlato con il presidente pachistano Asif Ali Zardari che ha manifestato il suo “assenso”. Dopo però. Questa è un’operazione tutta made in Usa. Gli Stati Uniti sono andati a riprendersi il mostro. E hanno colpito quando hanno deciso. “È un messaggio senza possibilità di errori di interpretazione: l’America colpisce” dice Obama

Nelle ore successive sono emersi nuovi dettagli: uccidere Osama Bin Laden sarebbe stata una delle sue guardie, che aveva ricevuto precise disposizioni di sparare allo “sceicco del terrore” nel caso si presentasse il rischio della sua cattura da parte di forze occidentali. Scrive Adnkronos

Secondo la versione fornita da una fonte della Jama’a Jihad pakistana, ripresa dal giornale locale ‘Dawn’, Bin Laden sarebbe stato ucciso da una delle sue guardie del corpo e non dai marines americani. Il terrorista era infatti sempre scortato da due guardie del corpo che avevano l’ordine di sparare contro di lui ed ucciderlo nel caso in cui fossero stati circondati da soldati nemici”. Questo perché “il leader di al-Qaeda non voleva in alcun modo finire prigioniero nelle mani degli americani ed essere sottoposto a torture”

Perché hanno buttato il cadavere in mare?

La storiella della “sepoltura” in mare va presa con cautela, perché come spesso accade con la religione si può affermare tutto e il contrario di tutto. Leggo su Il Giornale:

Nel mondo islamico, però, la sepoltura in mare del terrorista più ricercato ha già sollevato polemiche. Alcuni religiosi sostengono che si tratti di una pratica contraria alla legge musulmana. «Gli americani hanno voluto umiliare i musulmani con questa sepoltura», ha detto l’imam libanese radicale Omar Bakri Muhammed. Per altri, è possibile consegnare il corpo di un musulmano al mare in rari casi di emergenza. Secondo Mohammed Qudah, professore di legge islamica all’univiersità della Giordania, la procedura non è proibita se è difficile trovare un Paese disposto ad accogliere la salma. Per alcuni è infatti questa la ragione della decisione americana. Per altri, invece, l’Amministrazione Obama ha voluto evitare che il luogo di sepoltura del capo di Al Qaida potesse diventare meta di pellegrinaggio per jihadisti di tutto il mondo

Sul Sole24Ore invece si legge l’opposto, ovvero che per l’Islam la sepoltura in mare non è contemplata. Ok: e fin qui siamo ai dettami religiosi, che non credo fossero esattamente in cima alla lista delle priorità durante la missione. La priorità era un’altra: evitare di offrire un luogo di culto per jihadisti. È un classico, in casi del genere: lo spiega l’Unità

vediamo come è stata gestita la notizia della morte Già alle 6 ora italiana di lunedì mattina le agenzie cominciano a battere la notizia secondo cui “gli Usa faranno in modo da garantire che il corpo di Osama Bin Laden, di cui sono in possesso, riceva trattamento conforme alla tradizione dell’islam” (la salma va lavata, avvolta in un sudario e sepolta entro 24 ore). Ciò nonostante, gli Usa decidono di gettare il corpo in mare. «L’America temeva che la tomba di Osama Bin Laden diventasse un santuario», fanno sapere fonti Usa.

Ma questa “sepoltura”, che il Pentagono conferma essere avvenuta a bordo della portaerei Carl Winson alle 7.10 ora italiana, cancella tutte le tracce e alimenta le teorie cospirative secondo cui Osama non sia mai stato ucciso. E, soprattutto, è «completamente contraria alle regole dell’Islam», come hanno dichiarato fonti della Grande Moschea di Parigi, «assai sorprese» dall’annuncio della sepoltura in mare, confermata poi ufficialmente dall’amministrazione Usa.

Perché non c’è un video del funerale? E perché non diffondono il video o le foto del blitz?

Ci sono entrambi: ci sono foto e video del blitz e del funerale. Per quanto riguarda il video del “funerale” in mare, potrebbe essere rilasciato a breve, leggo sempre sul quotidiano di Confindustria

Il video della cerimonia di sepoltura di Osama Bin Laden potrebbe essere reso pubblico a breve, secondo l’agenzia Associated Press sulla base di informazioni raccolte presso funzionari del Pentagono. La diffusione delle immagini della cerimonia, che si è tenuta sulla portaerei Carl Vinson ed è durata circa 40 minuti, verrà fatta «con cautela» per ridurre il più possibile le reazioni del mondo islamico.

Già ieri il vice consigliere per la sicurezza nazionale americana, John Brennan, aveva dichiarato che la Casa Bianca avrebbe probabilmente reso pubbliche alcuni fotografie del corpo di Osama facendo attenzione a usare la massima cautela. «Non vogliamo fare nulla – ha detto – che possa compromettere la nostra capacità di avere successo la prossima volta che dobbiamo andare a colpire uno di questi personaggi sul campo di battaglia»

Discorso diverso per il video o le foto di Bin Laden durante il blitz. Evidenti ragioni di sicurezza consigliano di rimandarne la diffusione. Come pensate reagirebbe quel che resta di Al Qaeda a un video in cui qualcuno – forse, una delle sue guardie del corpo – spara in faccia a Bin Laden? Penso maluccio. Meglio aspettare.

Come faccio a sapere che hanno davvero ammazzato Bin Laden?

L’analisi del DNA ha confermato che l’uomo ucciso nel blitz è Osama Bin Laden: su Wired si esprime qualche timida perplessità, più che altro per i tempi delle analisi

C’è chi sostiene che l’annuncio dell’identificazione del cadavere tramite test dna sia arrivato troppo presto, che di solito per analisi di questo tipo ci vogliono giorni e che la fretta con cui il cadavere dell’ex-leader di Al Qaeda è stato seppellito in mare sarebbe la cartina tornasole di una truffa apparecchiata a uso e consumo del mondo occidentalizzato. In realtà, negli ultimi mesi sono state sviluppate nuove tecnologie di analisi che promettono risultati soddisfacenti nel giro di poche ore (2 o 4). Rimane da capire se questo tipo di tecnologia sia già effettivamente impiegata dalle autorità governative e se sia stata utilizzata in questo caso specifico. Dalla Casa Bianca non sono ancora arrivate precisazioni al riguardo

Su Lettera43 conferme, che trovate un po’ ovunque

ulteriore conferma della morte del leader di al Qaeda arriverebbe, secondo il sito Abcnews, dalle analisi del dna compiute dalle autorità Usa sui campioni prelevati dalla sorella morta di cancro al cervello. Va anche detto, ha fatto notare sempre Harper, che le voci che diffondono l’ennesima falsa notizia della morte del leader di al Qaeda provengono dagli stessi ambienti che veicolavano le tesi revisioniste sull’attentato dell’11 settembre

Ma in realtà è un altro il punto centrale: credete che il Presidente degli Stati Uniti rischierebbe la faccia davanti al pianeta se non fosse davvero Osama Bin Laden quello che è stato appena ucciso?

È tutta una farsa, Bin Laden era già morto anni fa, l’aveva detto Benazir Bhutto

Qui il maestro del debunking Paolo Attivissimo ci offre la spiegazione:

Benazir Bhutto aveva dichiarato che Osama bin Laden era morto tempo fa, ricordo che si tratta di una bufala vecchia di più di tre anni e già smentita da Peace Reporter, dall’Europarlamento e dalla BBC.

Brevemente: nel novembre del 2007 la Bhutto pronunciò la frase “l’uomo che assassinò Osama bin Laden” in un’intervista con David Frost. Però il giorno dopo, in un’altra intervista, parlò di bin Laden come vivo e vegeto. Non solo: Frost non fece una piega davanti a quella che sarebbe stata una notizia-bomba. Si comportò così perché è complice del megacomplotto o perché dal contesto aveva capito che era un lapsus? A voi la scelta.

Scritto da Giulio Falla Categoria: Mondo Pubblicato 12 Febbraio 2013
Lo ‘sparatore’, a tre anni dal raid che uccise Bin Laden, addestra la famiglia per paura di vendette e stringe i denti senza gli aiuti dello Stato.


Immaginate di dover vivere sempre nel terrore di una ritorsione terroristica nei vostri confronti, di vedere la vendetta di qualche invasato dietro ogni angolo e, per questo, di dover preparare la vostra famiglia a tutto, anche a fuggire o a uccidere, se necessario.
Immaginate di non poter raccontare il vostro passato a nessuno, nel tentativo di vivere una vita normale, lontano dalla guerra e da tutto ciò cui la vostra preparazione da agente super specializzato vi ha preparato. Immaginate di rimanere soli, senza la protezione della nazione che vi è tanto grata, senza neanche ricevere la pensione.
La sceneggiatura del nuovo film di Tom Cruise? No signore: vita reale.
Il protagonista è un Navy Seal, ma non uno a caso, bensì colui che uccise Osama Bin Laden in quel raid effettuato da due dozzine di agenti nel fortino di Abbottabad, in Pakistan, il primo maggio del 2011.
Lo ‘sparatore’, un anno e mezzo dopo aver lasciato le forze speciali – con altre svariate importanti missioni alle spalle –, non ha ancora ricevuto la pensione di invalidità, si paga di tasca propria un’assicurazione medica di 500 dollari al mese e ha addestrato la moglie e i figli per essere pronti a difendersi da possibili tentativi di vendetta, insegnando come sparare attraverso la porta chiusa della camera da letto o a nascondersi nella vasca da bagno, la parte più sicura e protetta da esplosioni. Tutti hanno una valigia pronta, nel caso debbano scappare all’improvviso.
Non che il Pentagono, di fatto, non stia preparando un programma di protezione tutto per ‘lo sparatore’ e i suoi cari, ma i tempi sono lentissimi, e, comunque, gli si chiederebbe di lasciare tutto, abbandonare il resto della famiglia e gli amici per andare in una città estranea e ricominciare da capo, naturalmente fingendo di non essere un ex Seal, una condizione che il protagonista della nostra storia non è neanche lontanamente intenzionato ad accettare.
C’è indignazione per le difficoltà che incontrano tutti gli ex militari nel rientrare nella vita civile trovando un impiego completamente nuovo. Questi combattenti, come lo ‘sparatore’, cioé i membri delle squadre speciali, sono la crema delle forze armate U.S.A, ma sono svantaggiati dal fatto che devono mantenere il segreto su quasi tutto quel che hanno fatto e, in un mercato del lavoro così risicato come quello di oggi, con tanti ex-militari tutti con le stesse abilità, la concorrenza sembra essere davvero insormontabile.

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Ha ucciso Bin Laden, ora non ha la pensione

Giovedì 14 Febbraio 2013, 21:33 in Cronaca estera di

“Sei fuori dal servizio, la copertura è finita. Grazie per i tuoi 16 anni”. Sono le parole che l’esercito americano avrebbe detto al Navy Seal che nel 2011 ha sparato a Osama bin Laden, uccidendoloNavySealTeamSix.jpg Arriva dagli Stati Uniti d’America una notizia che getta più di un’ombra sul senso di riconoscenza da parte dell’America verso i propri ‘eroi’: infatti, il Navy Seal del ‘Team Six’ che la notte del 1° maggio 2011 uccise con tre colpi di fucile alla testa Osama bin Laden nel corso del raid ad Abbottabad, in Pakistan, ha lasciato le forze armate nel settembre scorso, perdendo la copertura sanitaria e la pensione, e ora è in attesa che la sua richiesta di disabilità venga considerata.

Lo ha rivelato egli stesso in un’intervista al mensile statunitense “Esquire”, in cui, per proteggere la sua identità, viene indicato come ‘the Shooter’, ovvero lo sparatore. “La mia assicurazione sanitaria per me e per la mia famiglia è cessata a mezzanotte di venerdì”, senza che in qualche modo gli venisse fornita un’alternativa da parte dello Stato. A 35 anni, di cui 16 trascorsi in Marina, ha deciso di ritirarsi si è ritirato dall’esercito nell’estate nel 2012, quando ne mancavano solo quattro alla pensione.

Nell’intervista, ‘the Shooter’ parla pure di quei momenti ad Abbottabad, quando si trovò di fronte bin Laden. “Pareva confuso, e molto più alto di quanto mi aspettassi”. E ancora, del momento in cui lo ha ucciso: “Stava in piedi, con le mani sulle spalle della moglie più giovane. Gli sparo due colpi, poi un terzo alla tesa. Ecco, boom, è fatta”.

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L’agenzia americana mette in dubbio la versione ufficiale statunitense, secondo cui la salma del capo di Al Qaeda sarebbe stata lanciata nell’Oceano Indiano dopo la sua morte

Mistero Bin Laden, l’Associated Press
solleva dubbi sulla sepoltura del corpo

22 novembre 2012 – di Antonella Benedetta Ventre

Dov’è Bin Laden? Ce lo siamo chiesti per anni, finchè non ci è stato comunicato che era stato ucciso durante una missione americana. Continuiamo ancora a chiedercelo. Sappiamo sia morto, ma nessuno sa dove sia la sua salma. O meglio, pensavamo fosse sepolto negli abissi dell’oceano indiano, fino a che l’Associated Press (AP) non ha messo in dubbio la versione ufficiale americana,. Da alcune mail di un ammiraglio risultava che Osama, in seguito alla sua morte, sarebbe stato lanciato in mare dalla portaerei Carl Vinson, dopo la lettura di una preghiera in arabo. La funzione sarebbe avvenuta in un punto segreto dell’Oceano.

L’agenzia d’informazione AP, grazie a una legge statunitense, Freedom Information Act, ha ottenuto le comunicazioni interne della nave da cui non risulterebbe la “cerimonia” e non avrebbero neppure trovato nessun testimone che vi avrebbe assistito.

Già in passato erano state riscontrate dall’Associated Press delle anomalie riguardanti la salma del capo di Al Qaeda , come il non aver trovato negli archivi del Pentagono il certificato di morte, né la foto del cadavere a bordo della Vinson e né tanto meno il rapporto dell’autopsia.

L’ipotesi che l’agenzia di stampa crede più probabile è che la salma di Bin Laden dopo il raid di Abbottabad sia stata in realtà trasferita in un ospedale militare del Maryland, dove sarebbe conservata in una sezione speciale dell’obitorio.

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Morte Bin Laden: le “verità nascoste” nel blitz dei Navy Seals ad Abbottabad

Pubblicato il 1 marzo 2013 07.45 | Ultimo aggiornamento: 28 febbraio 2013 17.19

di Redazione Blitz

Secondo Alfredo Mantici, direttore editoriale di Lookout News, l’operazione non è stata così trionfale come è stato raccontato finora. La rivista di geopolitica e intelligence riassume i passaggi più importanti della lunga caccia che ha portato alla morte del “nemico numero 1″ degli Stati Uniti:

Nell’agosto 2010 Leon Panetta, allora capo della CIA, riferì al Presidente Obama che i sensori dell’Agenzia avevano individuato, con buon margine di certezza, un corriere di Bin Laden, un uomo di circa trent’anni di nome Abu Ahmed Al Kuwaiti. È l’inizio della fine per Osama Bin Laden, che troverà la morte il 1 maggio 2011 con l’operazione “Neptune Spear”, e il punto più alto della prima presidenza Obama.

L’operazione finale iniziò subito male: il primo Black Hawk, gli elicotteri dei Navy Seals, atterrò malamente e finì dal tetto della palazzina che ospitava Bin Laden, il famoso “compound”, al pollaio, sempre all’interno del perimetro del compound:

Con molta calma, i dodici Seal del primo elicottero si riorganizzarono e in pochi minuti (durante i quali è verosimile che gli abitanti del compound si siano resi conto di cosa stava accadendo) uscirono dall’elicottero che si era adagiato sul terreno inclinandosi di 45 gradi, e si fecero strada verso l’abitazione, facendo saltare con cariche esplosive i cancelli e le porte che si trovavano davanti. Nella casa del custode, dove viveva con la moglie e i figli, il corriere Al Kuwaiti afferrò un’arma e, appena si affacciò all’esterno, venne falciato da una raffica di mitra. Stessa sorte all’interno dell’edificio principale toccò al fratello Abrar, a sua moglie e al figlio di Bin Laden, Khalid.
Mentre all’esterno del perimetro il team del secondo elicottero, con l’aiuto dell’interprete e del cane, teneva a bada i curiosi che, allarmati dai rumori e dalle esplosioni, iniziavano ad affluire, i dodici Seal della prima squadra giunsero al terzo piano della palazzina e si trovarono di fronte la figura inconfondibile di Osama Bin Laden: senza esitazione (“nessuno voleva prigionieri” confermerà poi il capo missione) lo abbatterono con un colpo al torace seguito da uno nella testa. In tutto l’operazione durò circa venticinque minuti.
Dopo aver raccolto in casa documenti, cd, dvd e computer contenenti informazioni potenzialmente utili nella lotta contro Al Qaeda, i Seal distrussero l’elicottero precipitato nel pollaio e, infilato il cadavere del “nemico pubblico numero uno” in una body bag nera, rientrarono alla base di Jalalabad, mentre alla Casa Bianca si festeggiava lo straordinario successo dell’operazione “Neptune Spear”, dopo la ricezione del messaggio: “Geronimo E.K.I.A.” (Geronimo – nome in codice di Osama – “Enemy Killed In Action”).

Questa è la versione ufficiale. Questi i dubbi di Mantici:

Ma le cose sono andate veramente così? La versione fatta filtrare con abbondanza inconsueta di dettagli operativi suscita alcune perplessità. In primo luogo, la durata: mezz’ora per un blitz antiterrorismo del tipo “mordi e fuggi” è un tempo lunghissimo, durante il quale il numero delle cose che possono andare storte cresce minuto dopo minuto. Dal momento in cui il primo elicottero si è schiantato sul pollaio nel cortile di casa Bin Laden a quando gli incursori sono arrivati sull’obiettivo, nessuno in casa è entrato in allarme né ha predisposto contromisure: è credibile questa versione? I fratelli Al Kuwaiti e il figlio di Bin Laden sono rimasti silenziosi nelle loro camere, mentre i Navy Seal uscivano faticosamente dall’elicottero precipitato e si facevano strada nel compound, facendo saltare con cariche esplosive i cancelli e le porte dell’abitazione? I militari di stanza nell’Accademia (distante solo un chilometro da Kukal road) non hanno sentito nulla? Un super ricercato con una taglia di 25 milioni di dollari sulla testa affida la propria sicurezza soltanto a due corrieri e al figlio?

Cos’è successo veramente? Con ogni probabilità, il blitz in “casa Bin Laden” non si è concluso senza perdite per le teste di cuoio della marina Usa. Perché questo ha influito sulla versione dei fatti fornita al pubblico? Perché i morti nell’operazione di Abbottabad sono stati messi in conto tutti in un’operazione successiva. Questa è la tesi di Mantici, che cita una “fonte attendibile pakistana” e “alti ufficiali del Pentagono che preferiscono mantenere l’anonimato”: “La fonte pakistana sostiene che quella notte sul luogo dell’incursione c’erano «numerose body bag dell’esercito americano contenenti corpi»”.

Le fonti del Pentagono, se da un lato non ammettono esplicitamente perdite ad Abbottabad, richiamano l’attenzione su un altro “incidente” che ha coinvolto i Navy Seal del Team Six, poche settimane dopo. Nella notte del 6 agosto, a sessanta miglia dalla capitale afghana Kabul, nel distretto di Wardak Sayad Abad un elicottero Chinook […] viene lanciato all’assalto di una casa piena di combattenti talebani armati. L’elicottero viene abbattuto da un talebano con un lanciagranate RPG. Nell’episodio perdono la vita trenta militari americani, sette soldati afghani e un interprete. Uno degli americani è morto con il cane che il team portava con sé; degli altri, sette erano piloti e membri dell’equipaggio, mentre ventidue erano Navy Seal, sedici dei quali appartenenti al Team Six, proprio lo stesso dell’attacco a Bin Laden. Anche questo episodio, almeno stando alla versione ufficiale (arricchita di un particolare francamente incredibile quando sostiene che “il talebano che ha abbattuto l’elicottero è stato identificato ed eliminato”) desta qualche perplessità: prima fra tutte, l’uso di un elicottero troppo lento e vulnerabile per missioni di attacco. Nel blitz di Abbottabad, i Seal hanno usato i Black Hawk, più veloci e silenziosi dei Chinook, non a caso utilizzati come supporto e rifornimento e per questo tenuti fuori dal perimetro operativo.
Inoltre, il Chinook abbattuto il 6 agosto era letteralmente “pieno” di commandos, in evidente violazione delle norme di sicurezza, in uso presso tutte le Forze Speciali, che prevedono di suddividere queste preziose risorse umane e professionali su più mezzi di trasporto, proprio per evitare di perderne una quantità relativamente altissima in un unico incidente (Ad Abbotabad i Seal erano divisi: dodici su un Black Hawk e dieci sull’altro).

Unendo i puntini, il numero da record di Navy Seals morti nell’operazione contro i talebani del 6 agosto sarebbe servito a coprire le macchie di sangue (americano) sul “trionfo” del blitz contro Bin Laden.

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Scritto da il 15 febbraio 2012 in Mondo / Politica

obama segue blitz wh 400x300 e1329268851910 Quellaccordo segreto tra Stati Uniti e Pakistan dopo la morte di Bin Ladendi Giovanni Giacalone

Il primo ministro pakistano Yosuf Reza Gilani è stato rinviato ieri a giudizio per oltraggio alla Corte Suprema del paese, con l’accusa di essersi rifiutato di applicare un’ordinanza che imponeva di riaprire vecchi casi di corruzione contro il presidente Asif Ali Zardari. Se dovesse essere condannato rischierebbe sei mesi di reclusione e l’espulsione dalla carica. Gilani dal canto suo si è dichiarato non colpevole, in quanto Zardari godrebbe di immunità, essendo presidente del Pakistan.

Con una sentenza del dicembre 2009 i giudici avevano chiesto al Primo Ministro di presentare una lettera alle autorità svizzere per riaprire il fascicolo contro Zardari, annullando un’amnistia giudiziaria (la National Reconciliation Ordinance) introdotta nel 2007 dall’allora presidente e generale dell’esercito Pervez Musharraf. Amnistia di cui avevano beneficiato numerosi politici inquisiti per corruzione.

Zardari, vedovo della defunta Benazir Buttho, non sarebbe nuovo ad accuse di questo genere: nel 1998 il New York Times pubblicò un articolo dove il “clan Buttho-Zardari” veniva posto al centro di affari illeciti. Tra le varie attività, la famiglia Buttho avrebbe accumulato 1,5 milioni di dollari attraverso tangenti legate ad attività di governo. Zardari avrebbe invece organizzato dei negoziati segreti e privi di scrupoli, licenziando chiunque vi si opponesse. Nel 1996 venne arrestato per corruzione e fu scarcerato nel 2004.

Gilani, a sua volta, ha trascorso  sei anni in carcere, dal 2001 al 2006, con l’accusa di corruzione in seguito a indagini del NAB (National Accountability Bureau), un’istituzione fondata nel 1999, dal governo militare golpista guidato da Musharraf, con l’obiettivo di monitorare sui casi di corruzione e di terrorismo economico volto a destabilizzare il paese. In realtà il NAB è stato spesso accusato di essere uno strumento con cui il regime perseguitava gli oppositori politici, inclusi i Buttho. Nel 2008 Gilani scampò anche a un attentato nei pressi di Rawalpindi, località già tristemente nota a causa di un altro attentato, costato la vita a Benazir Buttho nel dicembre 2007, nonché roccaforte delle forze armate pakistane.

E’, in ogni caso, la prima volta nella storia del paese che un primo ministro viene rinviato a giudizio e il caso sta portando un Pakistan già profondamente scosso da ulteriori fattori come i conflitti politici e sociali interni, un’economia debole, un alto tasso di povertà, gli scontri tra esercito e gruppi armati quali il TTP (Tehrik-i-Taliban Pakistan), verso una preoccupante instabilità.

Ma i guai di Gilani vanno ben oltre i casi di corruzione in quanto il governo si è trovato a dover fronteggiare anche lo scandalo Memogate.

Il 10 ottobre 2011, l’uomo d’affari americano di origini pakistane Mansoor Ijaz rivelò al New York Times come avesse agito da intermediario tra l’esecutivo pakistano e l’amministrazione Obama in seguito a una richiesta di aiuto per evitare un potenziale e probabile colpo di stato militare come conseguenza del raid americano in territorio pakistano che ebbe come epilogo l’uccisione di Usama Bin Laden.

Il documento afferma, tra le varie cose, che il governo si sarebbe impegnato a smantellare l’ala dell’ISI, i servizi segreti pakistani, responsabile dell’appoggio ad al-Qaeda. Da parecchio tempo, infatti, gira voce che vi sia una parte dei servizi che, segretamente ma non troppo, appoggia i talebani e al-Qaeda.

Verità o menzogne? Una branca deviata dei servizi segreti oppure dei tripli giochi all’interno del paese? Qualunque sia la reale situazione, c’è da dire che le dinamiche legate all’uccisione di Bin Laden fanno riflettere, oltre ad aver messo in non poco imbarazzo l’esercito pakistano e gli apparati di sicurezza.

Usama Bin Laden infatti sarebbe stato individuato e ucciso in un raid unilaterale americano, all’interno di un’abitazione della cittadina di Abbottabad, a poca distanza dalla più nota e prestigiosa accademia militare del paese. Una zona meticolosamente monitorata dai servizi segreti pakistani, dove è praticamente impossibile passare inosservati. Come scrive Anna Mahjar Barducci nel suo libro “Pakistan Express”: “Ad Abbottabad la polizia è informata di tutto quello che succede e tiene sotto controllo tutti, , specialmente gli stranieri”. E lei ad Abbottabad c’ha vissuto.

E’ dunque possibile che il ricercato numero uno al mondo sia riuscito a passare inosservato per tutto questo tempo in un tale contesto senza essere mai notato dall’ISI?

In aggiunta, fonti del Pentagono sostengono che anche Ayman al-Zawahiri, ex numero due di al-Qaeda, ora al vertice, si nasconderebbe in Pakistan.

Dunque le gatte da pelare per l’esecutivo Gilani sono molte e a questo punto c’è da chiedersi quanto di ciò che sta accadendo sia effettivamente sotto il controllo del governo e quanto sia invece conseguenza di iniziative interne alle istituzioni che rischiano di far cadere il paese in un pericoloso baratro.

Il Pakistan si trova in una posizione strategica fondamentale in quanto, oltre agli stretti e storici legami con l’Afghanistan, è anche linea di confine tra Medio Oriente ed Asia meridionale e una delle porte d’ingresso verso il Golfo Persico. Gli equilibri interni del paese sono dunque essenziali per quelli internazionali.

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Il miracolo di Obama: uccidere Bin Laden per la seconda volta

venerdì 6 maggio 2011

Perché le notizie sulla finta uccisione di Bin Laden sono piene di contraddizioni e di reticenze? Perché a Giulietto Chiesa, famigerato mondialista, è consentito di apparire in televisione e di diffondere una (mezza) verità sugli ultimi eventi legati allo “sceicco del terrore”? Chi manovra i manovratori? Chi ha interesse a demonizzare il pur criminale governo statunitense? Presto lo scopriremo: intanto è necessario chiarire i termini dell’intrigo internazionale a base di blitz, frettolose esequie, foto non mostrate…

Osama Bin Laden è l’unico uomo al mondo che è riuscito a vivere due volte (se escludiamo un vecchio film con Roger Moore, “L’uomo che visse due volte”). Questo, ovviamente, se diamo credito alla farsa inscenata dal governo statunitense, secondo il quale l’agente della C.I.A., nella parte di terrorista islamico, pare essere stato neutralizzato da un commando delle forze U.S.A. in territorio pakistano. Dopo la comparsa di due foto, frutto di manipolazione digitale in cui si riprendeva Bin Laden ucciso dai Navy Seals ed in seguito alla pubblicazione sulla Rete di articoli che dimostrano che, invece, esse sono dei falsi, il presidente Barack Obama fa marcia indietro, dichiarando: “Non saranno diffuse immagini del ‘capo di Al Qaeda’ per non impressionare i cittadini“. Quale immensa considerazione per il popolo bue! Ci dobbiamo fidare sulla parola, così come nel caso del certificato di nascita di Obama…

Nel frattempo, un funzionario degli Stati Uniti afferma: “Il corpo di Bin Laden è stato sepolto in mare“, aggiungendo che il suo funerale è stato accelerato secondo la legge islamica che impone la sepoltura entro le ventiquattro ore dal decesso. La sepoltura in mare non è una pratica islamica . Gli U.S.A. hanno aggiunto che trovare un paese disposto ad accettare i resti di Bin Laden era difficile, quindi “hanno deciso di seppellirlo in mare”.

Obiettivamente già così questa storia non sta in piedi ed assomiglia piuttosto molto di più ad una di quelle scuse ridicole che improvvisano i ragazzini per coprire una marachella. Peccato che qui si tratti del Governo degli Stati Uniti!

Ma davvero le cose stanno in questi termini? Davvero Osama Bin Laden è stato ucciso ora, alle porte, guarda caso, della nuova campagna elettorale statunitense? Certo… Osama è un jolly che è stato usato spesso dall’amministrazione Bush ed ora Obama ha voluto giocarselo nuovamente per risollevare il suo indice di gradimento un po’ troppo in calo. Tutto ciò dopo anni di invenzioni, filmati falsi, menzogne di ogni genere e tutto questo senza che nessun giornalista che si rispetti si sia mai degnato di obiettare alcunché. Ovviamente sappiamo bene di che pasta sono fatti i cosiddetti giornalisti. Essi sono solo in grado di comunicare le veline che i padroni passano loro ed è per questo motivo che, nel 2011, a dieci anni dall'”Inside job” del 2001, ancora pochi sono a conoscenza della verità e cioè che gli attentati del giorno 11 settembre 2001 ed a seguire gli attentati di Londra e Madrid, sono di matrice occidentale, ideati e messi in atto dai servizi segreti statunitensi e britannici, con la fattiva collaborazione del Mossad.

Basterebbe eseguire una piccola ricerca per comprendere quale incredibile inganno è stato perpetrato in questi anni con la prona collaborazione dei media internazionali. Qualcuno ha mai sentito parlare sui media nazionali della nanotermite (esplosivo in dotazione esclusivamente ai militari) trovata nelle ceneri delle Twin towers? Qualcuno ha mai visto il filmato delle telecamere di sorveglianza, girato nel convoglio esploso a Londra, nel quale i primi poliziotti intervenuti osservavano un cratere (determinato da una deflagrazione) posto sul pavimento di uno dei vagoni coinvolti? Nessun aereo contro le Torri e contro il Pentagono; nessun terrorista islamico con lo zainetto, quindi…

Ma torniamo alle due vite di Osama Bin Laden.

Qui di seguito potete vedere l’intervista che l’ex premier del Pakistan, Benazir Bhutto, rilasciò a David Frost nel 2007. Ella affermava che Osama Bin Laden era stato assassinato. In un’intervista successiva dichiarò pure che i fatti del giorno 11 settembre 2001 erano frutto di una messa in scena ad opera di frange governative statunitensi. La Bhutto, come a suo tempo si temeva sarebbe accaduto, per via delle sue imprudenti manifestazioni verbali, fu eliminata nel dicembre 2007, un mese dopo. L’intervista alla Bhutto apre seri interrogativi in merito alle affermazioni degli Stati Uniti e sulle circostanze (ed i tempi) che hanno portato alla morte di Osama Bin Laden. Il barbuto “sceicco del terrore” è morto nel 2011, nel 2007 o ancora prima? Chi era davvero Bin Laden? Quante vite aveva a disposizione? E’ deceduto davvero?

Nell’intervista a seguito del fallito attentato contro l’ex premier pakistano nel mese di ottobre 2007, la Bhutto affermò che Bin Laden, a quell’epoca, era stato già ucciso. Benazir Bhutto aveva anche identificato l’uomo che aveva tolto di mezzo il leader di Al Qaeda, citando Omar Sheikh. In risposta ad una domanda dell’anchorman se l’eventuale assassino avesse legami con il governo pakistano, la Bhutto dichiarò: “Sì, ma uno di loro è una figura molto importante per la sicurezza, è un ex ufficiale militare… ed aveva accordi con Omar Sheikh, l’uomo che ha assassinato Osama Bin Laden“.

L’intervista è dell’ottobre 2007. Benazir Bhutto perì il 27 dicembre 2007, in un attentato dinamitardo, mentre stava lasciando un comizio elettorale a Rawalpindi, allorquando un uomo armato le sparò alla nuca per far poi esplodere una bomba.

La Bhutto è, guarda caso, morta e sepolta, le sue dirompenti dichiarazioni sono volutamente passate inosservate ed ella non può eccepire alcunché su quanto in questi giorni ci viene bellamente propinato. Sappiamo che sono frottole, ma i morti non possono parlare.

D’altronde è così che noi Occidentali esportiamo la democrazia: eliminando i testimoni scomodi ed addossando, anche in questo caso, la responsabilità al terrorismo di matrice islamica.

Il Governo occulto si prepara ora a nuovi attentati nel mondo. Preparatevi a nuove menzogne ed a nuove stragi: non dite che non vi avevamo avvertito.

6 maggio 2011 – Rosario Marcianò
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Domanda sbagliata a Obama, studente palestinese arrestato dalla polizia israeliana

Posted by on 26, mar, 2013

Obama imbarazzato da giovane palestinese: Conosci Rachel Corrie?
Gerusalemme occupata – Un giovane palestinese ha messo in imbarazzo, con la sua domanda sulla morte dell’attivista americana Rachel Corrie, il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, durante il suo discorso all’Universita’ di Gerusalemme.

Il 22enne Rabie Aid ha interrotto le parole di Obama per domandargli: “Conosci Rachel Corrie? L’americana che e’ stata uccisa con le armi regalate da Washington a Israele”? Una domanda pesante a cui il capo della Casa Bianca non ha voluto (o potuto) rispondere. Il giovane Aid, uno studente dell’universita’ di Haifa che vive in uno dei villaggi di al-Khalil, e’ stato subito arrestato dagli agenti di polizia israeliana. Ma prima di essere portati via dall’aula, si e’ rivolto ancora a Obama gridando: “Sei venuto qui per la pace o per dare piu’ armi a Israele”?

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Rachel Corrie, 23 anni, statunitense attivista per la pace, e’ stata assassinata il 16 marzo 2003, schiacciata da una ruspa delle forze armate israeliane a Rafah, nel sud di Gaza, mentre cercava di impedire che quel mezzo meccanizzato demolisse l’abitazione di un medico palestinese.

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foto Getty

08:33 – Un membro del “Team 6” dei Navy Seals, l’unità d’élite della Marina americana che ha ucciso Osama Bin Laden, è morto in un incidente durante un lancio d’esercitazione con il paracadute; un secondo militare è rimasto ferito. L’incidente è avvenuto a Marana, in Arizona: il primo dei due soldati è stato dichiarato morto non appena giunto in ospedale, l’altro è ricoverato in condizioni stabili.

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Navy Seal, la maledizione di chi uccise Osama Bin Laden

Sono morti in 22 su 25. L’ultimo in paracadute durante un’esercitazione.

Lo staff presidenziale nella Situation room.(Reuters/Souza) Lo staff presidenziale nella Situation room.

Erano l’orgoglio d’America, per aver sconfitto il grande nemico dell’11 settembre 2001.
Uccisero Osama Bin Laden. Erano 25, quel 2 maggio 2011, quando vicino a Islamabad entrarono nel bunker dello sceicco del terrore e lo ammazzarono.
Ma di quel «Team Six» dei Navy Seal ne sarebbero rimasti in vita soltanto due.
L’INCIDENTE IN ELICOTTERO. Il gruppo fu sterminato da un incidente di elicottero che si portò via in un colpo solo 22 membri di quella squadra, nell’agosto dello stesso anno.
Anche se non è mai stato ufficialmente confermato che i 22 a bordo dell’elicottero fossero ad Abbottabad o se facessero parte del team logistico.
ESERCITAZIONE FATALE. Ora un altro marine del «Team Six» è morto durante un’esercitazione, come riportato dal Corriere della sera.
Si chiamava Brett D. Shadle, aveva 31 anni e giovedì 28 marzo con il suo paracadute si è schiantato al suolo nel deserto dell’Arizona dopo una collisione con un commilitone.
Il collega è ricoverato in condizioni definite stabili.
CONGEDATO DOPO IL LIBRO. C’è pure la storia di Matt Bissonnette, che sotto lo pseudonimo di Mark Owen aveva scritto un libro, No easy day, in cui raccontava il dettaglio della missione, e che è poi diventato la base del film Zero dark thirty. Minacciato di morte, è stato congedato con disonore. Non aveva il permesso di divulgare quelle informazioni.
QUELLO RIMASTO SENZA PENSIONE. Non è finita qui. L’uomo che ha materialmente sparato a Bin Laden aveva raccontato di essere rimasto senza alcuna pensione dopo essersi congedato. Per l’emozione o lo stress legato alla vicenda, ha lasciato il Team Six dopo soli 16 anni, contro i 20 previsti. Un esodato vittima di Bin Laden. Che è in buona compagnia in quel gruppo di 25 militari passati da eroi a maledetti.

Domenica, 31 Marzo 2013

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Bin Laden era un agente della CIA

WASHINGTON – L’amministrazione Obama ha confermato che Osama Bin Laden era al servizio della CIA.

La clamorosa indiscrezione è stata confermata anche da Fidel Castro il quale aveva sostenuto in passato che Bin Laden fosse al soldo dell’intelligence Usa e che il presidente George Bush se ne serviva ogni volta che l’America aveva interesse di aumentare il quoziente di paura nello scacchiere mondiale. Castro ha sostenuto che i documenti pubblicati su Internet da Wikileaks possono finalmente dimostrarlo. “Ogni volta che Bush aveva bisogno di suscitare paura e di fare un grande discorso, Bin Laden lanciava minacce dirette proprio a persone, luoghi o situazioni coinvolte o pertinenti a ciò a cui si riferiva Bush“. Castro ha aggiunto “Bush ha sempre avuto il sostegno di Bin Laden. Era un suo dipendente“.

http://italian.irib.ir/notizie/mondo/item/123536

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Quelle “maledizioni” che colpiscono i testimoni scomodi

di Enrico Galoppini

Erano in venticinque ma ne son rimasti solo due vivi e vegeti. Stiamo parlando dei membri del “Team 6”, la crème de la crème dei Navy Seals, che già sono un corpo scelto dei Marines.

Una specie Rambo in carne ed ossa che però, dopo aver accoppato Osama bin Laden, stanno morendo per qualche “mistero” uno dopo l’altro, in una sequenza di “incidenti” che ha dello sbalorditivo.

La prima volta è toccata a ventidue elementi della squadra protagonista del blitz di Abbottabad, precipitati col loro elicottero in missione in Afganistan nel “più grave lutto” che ha colpito le forze Usa/Nato nel “Paese delle montagne”.

Che strano, l’America che si fa tirare giù un paio di decine di soldati superscelti (con tutto quel che costa, in mezzi e tempo, la loro formazione) dai trogloditi talebani armati di schioppo, tipico oggetto di tiro al bersaglio con le armi più sofisticate come i droni.

Ed ora tocca ad un altro testimone dell’eliminazione del “genio del male”, sulla quale un suo commilitone ha scritto un libro, mentre l’ultimo dei venticinque verserebbe in una difficile situazione economica (un classico dell’America, come il “reduce del Vietnam” che una volta tornato a casa trova un muro d’ingratitudine, su cui sono stati girati molti film).

Si può dunque facilmente profetizzare che anche gli ultimi due super-testimoni-commando non avranno vita lunga, portandosi definitivamente con sé, nella tomba, il segreto dell’ultima puntata della saga dello “sceicco del terrore”, che puzza di bufala lontano un miglio, a partire dalla fine della storia, quando il suo cadavere, invece d’essere ostentato come una preda sui (loro) “media”, venne scaraventato in mare secondo i precetti d’un inesistente “funerale islamico”!

Poi l’America su tutta questa bella storia ci ha fatto ovviamente un film, l’ennesimo dell’industria del rimbambimento mondiale. Tutto nel suo tipico stile, con fantasie (i film) che sorgono da altre fantasie (la cosiddetta “realtà” di cui riferiscono tramite i “media”), in un gioco a catena di travisamenti e manipolazioni al quale finiscono per credere anche loro stessi.

E adesso c’è chi parla di “Maledizione di Bin Laden”.

Ma a me pare piuttosto l’immancabile e logico epilogo della realtà-film made in Usa. Meglio non far sapere com’è andata veramente. Meglio che a questi supereroi super plagiati (“l’onore”, “la fedeltà” ai… Signori del denaro) non venga qualche dubbio: a chi sono stati sparati i famosi “tre colpi alla testa”? a una controfigura? Il “complesso di Abbottabad” era lo scenario hollywoodiano preparato per l’ennesima sceneggiata?

Anche questo non lo sapremo mai, tantomeno da Cremonesi e Olimpio, al pari dell’“inizio della storia” (l’11 settembre), pieno di assurdità ed incongruenze, a cominciare dall’identità dei passeggeri dei cosiddetti “voli di linea”.

Ormai ci manca solo che i proverbiali asini si mettano a volare e siamo a posto.

Ma queste “maledizioni” giungono sempre ‘provvidenziali’ a tappare la bocca a individui diventati scomodi, anche loro malgrado, perché le loro esistenze si sono incrociate con qualcosa che non dovevano sapere, o perché in fondo erano stati formati per fare una brutta fine dopo che non servivano più (non si creda che gente senza scrupoli si ponga dei limiti: anzi, dopo ci lucrano sopra altro consenso, raccontando che gli “eroi nazionali” sono stati ammazzati dai talebani, da al-Qa‘ida eccetera).

Una scia di morti simile, che ha tutte le caratteristiche di una “maledizione”, è quella che ha colpito i testimoni della strage di Ustica. Ma anche la “maledizione di Ustica” ovviamente non esiste. Solo che in quel caso ci son finiti in mezzo dei civili (le vittime del volo) e dei militari italiani che hanno avuto la sventura particolare di servire sotto le armi in una Nazione priva di sovranità (e per questo non si riesce ad avere una sentenza definitiva che indichi con chiarezza i responsabili di quella come di altre stragi per le quali si trova al massimo un capro espiatorio “nero”, “rosso”, “anarchico” ecc.).

Così capita che anche qualche giudice non creda alle “maledizioni” e riapre le indagini su una delle “morti misteriose” di elementi delle nostre (?) FF.AA. in servizio quella sera del 27 giugno 1980, quella di Sandro Marcucci, il cui schianto, attribuito subito ad un “incidente”, adesso si ritiene possa essere stato causato da un ordigno al fosforo inserito nel cruscotto del piper sul quale stava effettuando la ricognizione di un incendio nella zona delle Alpi Apuane, il 2 febbraio 1992.

E che pensare della “maledizione di Quirra”? Dove i residenti lamentano un’incidenza di casi di tumore assolutamente fuori dalla norma, specie se si considerano le immacolate condizioni ambientali di quelle contrade sarde se non vi fosse il piccolo particolare costituito da un poligono di tiro in cui i nostri “alleati” (che ci hanno “liberati”, ci “proteggono” e ci vogliono tanto bene) spargono le sostanze più nocive.

Ma c’è anche la “maledizione del Kosovo” (guarda caso c’è sempre di mezzo la Nato), da cui son tornati troppi giovani militari italiani mandati allo sbaraglio da superiori felloni preoccupati solo di lustrare le scarpe al Badrone e che poi si sono ammalati soffrendo pene d’inferno.

“Misteri d’Italia”? A me sembra un voler dare per forza una patina letteraria ad una realtà che è molto evidente: il nessun rispetto per la vita umana, il più bieco “machiavellismo” e una torma di sub-umani che lavora per minimizzare, insabbiare e parare il didietro ai suoi capi. Sempre per supreme esigenze di “sicurezza nazionale”, of course!

Credo proprio sia il caso di dare la presidenza di qualche “commissione d’inchiesta” ad un parlamentare del Movimento Cinque Stelle…

In maniera da capire se queste “maledizioni” capitano tra capo e collo a chi se le meritava o se invece c’è lo zampino di qualcheduno specializzato produzione di ‘trame ad effetto’.

Come quella in cui, si narra, vennero coinvolti i membri della missione archeologica che scoprì la tomba di Tutankhamon (1923), fornendo il materiale per la più famosa delle “maledizioni”.

Eppure, sebbene tutti siano convinti che sia solo questione di un fato avverso, di una maligna e sottile entità che si sarebbe fatta giustizia secondo criteri per noi insondabili, oppure di una fandonia non suffragata da alcuna base credibile, qualcheduno ha messo in dubbio anche questo pilastro della letteratura noir ispirato alla storia e all’archeologia. Pare, infatti, che dalla tomba del giovane faraone fossero usciti documenti altamente compromettenti, per non dire devastanti[1], che se divulgati avrebbero messo in crisi l’impianto storico-ideologico-religioso delle pretese del neonato Movimento sionista, il quale, tramite l’Inghilterra, aveva messo le mani sulla Palestina sotto l’ipocrita veste formale del “Mandato”[2].

Capito come nascono le “maledizioni”?

Non è né come la raccontano ufficialmente a forza di film e trasmissioni dedicate al “mistero”, né si può liquidare il tutto come una barzelletta frutto del bisogno dell’uomo di sfuggire da una realtà troppo “materiale”.

Le “maledizioni” esistono per davvero. Ma per sfuggirvi, l’unico modo è quello di non trovarsi mai nel posto sbagliato al momento sbagliato.

[1] Enea Baldi, Mosè ed Akhenaton, forse due storie in una, “Rinascita”, 29 marzo 2010.
[2] In proposito si veda anche, sempre di Enea Baldi, Le corna di Mosè, pubblicato su “Rinascita” il 26 marzo 2010.

http://europeanphoenix.it/component/content/article/8-internazionale-/592-quelle-strane-maledizioni-che-colpiscono-i-testimoni-scomodi

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SEALs uccisi nel 2011: famiglie contro governo

Le famiglie dei commandos USA uccisi nel 2011 (elicottero abbattuto in Afghanistan) accusano Washington per l’attentato e il successivo insabbiamento.

di Press TV.
CON NOTA DI MEGACHIP IN CODA ALL’ARTICOLO.

Le famiglie dei commandos USA uccisi nel 2011 in occasione dell’abbattimento di un elicottero nell’Afghanistan orientale hanno accusato Washington per l’attentato e il successivo insabbiamento, secondo un articolo.

Come riferito lo scorso 9 maggio dal «Washington Times», i parenti delle vittime individuano in capo alla Casa Bianca la responsabilità per l’abbattimento e il susseguente insabbiamento dell’inchiesta sull’attentato all’elicottero Chinook della marina militare USA nell’agosto 2011, che trasportava 38 persone tra cui 17 membri del SEAL Team Six.
Secondo i familiari delle vittime, l’amministrazione del presidente USA Barack Obama e altri funzionari della Casa Bianca «hanno trasformato in bersagli» i loro cari dopo che avevano annunciato che fu il SEAL Team Six ad uccidere Osama bin Laden.

Anche i militanti talebani furono destinatari di informazioni, trapelate proprio dal governo degli Stati Uniti, sul sito di atterraggio dell’elicottero, che resero il velivolo vulnerabile ai loro attacchi, hanno aggiunto i familiari.

«[I militanti] erano posizionati in una torre, in un edificio collocato nel luogo perfetto e nell’istante ideale per lanciare un attacco al CH-47, nel momento in cui era maggiormente vulnerabile», ha dichiarato Doug Hamburger, padre del sergente Patrick Hamburger, deceduto a bordo dell’elicottero Chinook.

I soldati caduti furono trasportati verso il sito di atterraggio con un elicottero Chinook dell’epoca del Vietnam, anziché con i consueti aeromobili delle forze speciali.

I membri delle famiglie hanno contestato anche l’improvvisa sostituzione di sette commandos afghani a bordo dell’elicottero, appena prima del suo decollo. Inoltre, l’amministrazione Obama e il Comando Centrale USA sono stati bersaglio di pesanti critiche per non essere riusciti a condurre un’indagine completa sull’attentato, con i familiari che fanno appello al governo affinché risponda dell’insabbiamento.
«Non era un’indagine approfondita. È una vergogna che si debba essere proprio noi in quanto genitori a richiedere un’inchiesta del Congresso per scoprire le risposte», ha dichiarato Hamburger.

Il bilancio delle vittime contrassegna il più grande singolo incidente per le forze straniere dopo l’invasione in Afghanistan a guida USA dal 2001. Gli Stati Uniti invasero l’Afghanistan con il pretesto di combattere il terrorismo. L’offensiva ha sì rimosso i talebani dal potere, ma l’insicurezza continua a crescere in tutto il Paese, nonostante la presenza di migliaia di soldati sotto il comando USA.

GMA / KA / SS

Fonte: www.presstv.ir
Link: http://www.presstv.ir/detail/2013/05/17/303986/dead-seals-families-blame-washington/
19.05.2013

Traduzione per Megachip a cura di Ariel Pisanu.

Nota di Megachip

Per meglio inquadrare l’articolo, segnaliamo anche gli articoli in argomento pubblicati da Megachip nel 2011:

· – Uomo morto non parla: Gli US Navy SEALs distrutti per coprire la bufala.
· – Come si copre un’operazione coperta.

Già allora appariva davvero singolare che dopo tre mesi dai fatti di Abbottabad fossero già morti 17 su 25 componenti del Team Six dei Navy SEALs. Ad oggi, due anni dopo, un incidente dopo l’altro, siamo già a 23 morti su 25. La cosa risulta estremamente sospetta agli occhi dei loro parenti. E risulta altrettanto sospetta anche a noi, che – con buone ragioni – non abbiamo mai creduto alle assurde versioni governative sulle modalità dell’operazione che ha cancellato ufficialmente Osama Bin Laden.

Fonte: www.megachip.info
19.05.2013

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Bin Laden fermato per eccesso di velocità

Al Jazeera rivela un dossier segreto sul capo di Al Qaeda in Pakistan. “Girava con un cappello da cowboy per sfuggire ai satelliti spia”. Il documento cartaceo fu bruciato da Islamabad ma ora un Pdf potrebbe riscrivere la storia

9.7.2013
foto Afp

08:41 – Rabbia o incredulità. Oppure dolore. Tanto dolore. Così reagiranno le migliaia di parenti di militari o civili di tutto il mondo caduti per mano di Al Qaeda dal 2002 al 2011. Vittime forse evitabili se un poliziotto pakistano nel 2002 in servizio su una strada della valle dello Swat avesse fatto il suo dovere. In un qualsiasi giorno di un qualsiasi mese di undici anni fa, quell’agente (probabilmente parigrado di un qualsiasi nostro vigile urbano) intima l’alt a un’automobile. Una delle tante, una che va più veloce, anche troppo. A bordo almeno tre arabi, due uomini e una donna. Sono l’uomo più ricercato sulla faccia della terra e uno dei suoi due storici guardaspalle con la moglie. Esatto: uno è Osama Bin Laden, l’altro Ibrahim a-Kuwaiti accompagnato dalla consorte, Maryam.

I tre, appena scampati al raid Usa di Tora Bora nel novembre 2001 e riparati in Pakistan, hanno lasciato il loro rifugio per andare in un mercato della zona e concludere non meglio precisati affari. Immaginiamo la scena: il poliziotto fa accostare l’auto dell’uomo che ha progettato l’11 Settembre, evidentemente non visiona i documenti e, una volta abbassato il finestrino, chiede lumi sul quel piede così pesante sull’acceleratore. Riconosce o non riconosce lo sceicco del terrore? Forse si: Bin Laden è ovunque, giornali e e tv. Forse no: Bin Laden “girava sbarbato” all’epoca. Ai posteri comunque l’ardua sentenza. Alla moglie di Ibrahim al-Kuwaiti, il compito di mettere a verbale come finisce la vicenda. “Osama quickly settled the matter”. Ossia: “Osama ha risolto rapidamente la questione”. Il significato è da titoli di coda di un film di spionaggio: il poliziotto viene minacciato? Viene corrotto? Oppure la peggiore delle ipotesi: non ha sofferto?

“Pakistan incompetente, da Usa atto di guerra” – Questo retroscena inedito è uno dei tanti contenuti in un dossier di 336 pagine, elaborato dalla cosiddetta “Commissione Abbottabad” espressamente messa in piedi dal Pakistan all’indomani del raid segreto Usa della notte del 2 maggio 2011 che costò la vita a Bin Laden e quattro uomini del suo clan. Islamabad non gradì, diciamo, quella libera incursione di quattro elicotteri a stelle e strisce nei cieli pakistani, all’insaputa di autorità civili e militari locali impegnati più nella decennale disputa con l’India che nella caccia al capo di Al Qaeda. Il report della Commissione è rimasto segreto fino a una manciata di ore fa quando Al Jazeera non lo ha pubblicato in formato Pdf sul suo sito. Inappellabile il verdetto del documento, redatto ascoltando 201 testimoni: “Pakistan incompetente e negligente, Stati Uniti autori di un vero atto di guerra sul suolo straniero”.

Osama col cappello da cowboy – Tanti i retroscena riportati e più o meno finiti in altre inchieste. Osama arrivò in Pakistan nell’estate 2002 e visse per tre anni nella città di Haripur con tutta la sua famiglia. Poi Abbottadab per sei lunghi anni. Più di una fonte ha raccontato di un Bin Laden che rifiutava ogni contatto con subordinati e loro familiari nel fortino di Abbottadab. Un fortino, quello dove morì Osama, che non avrebbe dovuto passare inosservato: seppure risultasse ufficialmente disabitata, la struttura era circondata da filo spinato e c’erano in essere quattro contratti di fornitura elettrica intestati ad altrettanti prestanome. Il palazzo, inizialmente su due piani, fu portato a tre dopo il devastante terremoto del 2005. La stessa Maryam ha spiegato che quando lo sceicco usciva all’aperto indossava sempre un cappello da cowboy per evitare che i droni spia Usa lo identificassero. L’uomo che ha sulla coscienza circa tremila morti nel mondo girava con tre vestiti per l’estate e tre per quando il Pakistan era imbiancato dalla neve. Nei momenti di tristezza “mangiava cioccolato e mela”.

Tutto insabbiato – E adesso? Chissà se la commissione Abbottabad cambierà la chiave di lettura di questa pagina di storia. Gli stessi membri di quel pool erano consapevoli di aver squarciato un polverone e chiesero al governo pachistano di rendere pubblico il dossier. Secondo la rete qatariota l’appello cadde nel vuoto e il documento originale fu bruciato. Ma ora spunta quel Pdf, sopravvissuto a tritacarte e fiamme. Tranne pagina 197 dove c’era l’interrogatorio al generale Ahmed Shuja Pasha: su quel foglio avrebbero dovuto esserci le sette domande che la Casa Bianca fece all’allora presidente Pervez Musharraf all’indomani dell’11 Settembre. Invece… omissis

Sauro Legramandi
twitter @Sauro71