7 Ottobre: anniversario della vittoria di Lepanto per intercessione della S. Vergine Maria

img029Contrariamente ad una consuetudine oramai consolidata da oltre un decennio, il Rosario in onore della Madonna in ringraziamento della vittoria di Lepanto, che nel 1571 salvò l’Europa dall’invasione mussulmana, non si è tenuta nella Basilica di Santa Anastasia a Verona per motivi tecnici. Ma il Rosario della S. Messa di domenica sarà dedicato a questa intenzione.

Segnalazione del Centro Studi Federici

Ricordiamo la crociata di san Pio V contro i Turchi che portò alla gloriosa vittoria di Lepanto pubblicando alcune pagine di Ludwig von Pastor, tratte dalla sua monumentale Storia dei Papi.

Dopo che s’era discusso per lo spazio di più che tre settimane, finalmente ai 16 di settembre avvenne la partenza da Messina. Diversità d’idee e dissapori si verificarono tuttavia anche altrimenti fra i capitani: ma tutti sentivano che s’andava incontro alla battaglia decisiva. Le ciurme vi si prepararono anche col ricevere i santi sacramenti dai Cappuccini e Gesuiti addetti alla flotta (225).

Divisa in quattro squadre, la flotta della lega volse verso Corfù radunandosi poi nel porto di Gomenitsa sulla costa dell’Albania. Ivi in conseguenza d’un’arbitraria azione di Venier contro uno spagnuolo si venne a un litigio con Don Juan, che senza l’avveduto intervento di Colonna avrebbe potuto avere le peggiori conseguenze. Si concordò che intanto Agostino Barbarigo assumesse le veci di Venier. Nel frattempo, degli esploratori fecero sapere che la flotta turca era nel porto di Lepanto, l’antica Naupatto. I giorni seguenti passarono in mutua osservazione. Frattanto arrivò la nuova della caduta di Famagosta avvenuta il 1° agosto, dell’obbrobriosa mancanza alla parola commessa dai Turchi e della crudele esecuzione dell’eroico Bragadino. I Turchi avevano scorticato vivo l’infelice, imbottitane la pelle, che, vestita dell’abito veneziano rispondente all’officio, fu trascinata per la città! (226) La novella di questi orrori andò diffondendosi prestamente e tutti i combattenti anelavano alla vendetta.

Presi tutti i provvedimenti necessarii per una battaglia, la flotta nella notte del 6 ottobre nonostante vento sfavorevole fece vela, tenendosi strettamente alle isole rupestri delle Curzolari, note nell’antichità col nome di Echinadi, verso l’ampio golfo di Patrasso. Allorchè la mattina seguente, per lo stretto canale fra l’isola Oscia e il capo Scrofa si entrò in quel golfo, Don Juan dopo breve con siglio con Venier (227) diede con un colpo di cannone il segno di disporsi per l’attacco, facendo nello stesso tempo issare all’albero maestro della sua nave il vessillo della Santa lega (228). Gli ecclesiastici addetti alla flotta impartirono l’assoluzione generale: ancora una breve, fervida preghiera e poi da migliaia di voci risuonò il grido: Vittoria! Vittoria! Viva Cristo! (229)

Le forze a fronte erano molto considerevoli e a un dipresso egualmente forti. I Turchi disponevano di 222 galere, 60 altri vascelli, 750 cannoni, 34,000 soldati, 13,000 marinai e 41,000 schiavi rematori; i cristiani di 207 galere (105 veneziane, 81 spagnuole, 12 pontificie, 3 di Malta, Genova e Savoia ciascuna), 30 altri vascelli, 6 grandi galere o galeazze che «sembravano castelli», 1800 cannoni, 30,000 soldati, 12,900 marinai e 43,000 rematori (230).

Seguendo la tattica d’allora Don Juan aveva diviso la flotta in quattro squadre quasi egualmente forti e distinte dai colori delle bandiere. Le sei galeazze dei veneziani comandate da Francesco Duodo costituivano l’avanguardia e colla loro superiore artiglieria dovevano spaventare e mettere in disordine i Turchi (231). Dietro ad esse veleggiavano in linea dritta le prime tre squadre, avendo il comando dell’ala sinistra il provveditore veneziano Agostino Barbarigo, della destra l’ammiraglio spagnuolo Doria, del centro Don Juan. Ai due lati della sua nave ammiraglia veleggiavano Colonna e Venier. La quarta squadra sotto Alvaro de Bazan, marchese di Santa Cruz (232), formava la retroguardia.

Comandava l’ala sinistra della flotta turca il rinnegato calabrese Uluds Alì (Occhiali) (233), pascià d’Algeri, la destra Mohammed Saulak, governatore d’Alessandria, il centro il generalissimo grand’ammiraglio Muesinsade Alì.

Verso mezzogiorno si calma il vento favorevole ai Turchi. Mentre che il sole sfolgora dal cielo senza nubi, le due flotte s’urtano una contro l’altra, una sotto il vessillo del Crocefisso, l’altra sotto la bandiera purpurea del sultano col nome di Allah ricamato a lettere d’oro. I Turchi cercano di oltrepassare i loro nemici alle due estremità. Al fine di impedire la cosa, Doria distende la sua linea di battaglia tanto che fra l’ala destra e il centro si forma un vuoto, nel quale il nemico può facilmente penetrare. Mentre qui la lotta prende una piega pericolosa e Doria in seguito ad abili manovre dei Turchi è spinto con 50 galere verso il mare aperto, la battaglia si svolge molto felicemente all’ala sinistra. Ivi i veneziani combattono contro forze preponderanti con altrettanta tenacia che successo, sebbene il loro capo, il Barbarigo, colpito a un occhio da una freccia, cada mortalmente ferito.

Più violenta ondeggia la battaglia al centro. Là Don Juan che ha a bordo 300 vecchi soldati spagnuoli (234), muove direttamente contro la nave di Alì, sulla quale trovansi 400 giannizzeri. Con lui partecipano valorosamente alla sanguinosa lotta, che rimane a lungo indecisa, le galere di Colonna, Requesens, Venier e dei principi di Parma e Urbino. La morte del grande ammiraglio turco Alì, la cui ricca galera viene saccheggiata dai soldati di Don Juan e di Colonna, reca la decisione alle ore 4 circa del pomeriggio. Allorquando i Turchi apprendono il disfacimento del loro centro, anche la loro ala sinistra cede e in conseguenza Uluds deve interrompere la lotta con Doria e pensare alla sua ritirata, che egli eseguisce aprendosi fra gravi perdite la via con 40 galere verso Santa Maura e Lepanto (235).

Sebbene l’esaurimento dei rematori e lo scoppio d’un violento temporale impedissero che si compisse lunga caccia dei nemici, la vittoria dei cristiani fu tuttavia completa. Rottami di navi e cadaveri coprivano in larga estensione il mare. Circa 8000 Turchi erano morti e 10.000 caduti prigioni; 117 delle loro galere caddero in mano dei cristiani e 50 erano affondate o incendiate. I vincitori perdettero 12 galere ed ebbero 7500 morti con altrettanti feriti. Numerosi trofei, come bandiere purpuree con iscrizioni d’oro e d’argento, con stelle e luna, e una grande parte dell’artiglieria nemica erano venuti in mano dei cristiani: 42 prigionieri appartenevano alle più ragguardevoli famiglie turche: fra essi erano il governatore di Negroponte e due figli del grande ammiraglio Alì. Il bottino più bello consistette in 12,000 schiavi cristiani applicati alle galere, fra cui 2000 spagnuoli, che dovettero alla vittoria la loro liberazione (236).

Molto sangue di nobili andò versato. Mentre gli spagnuoli ebbero a deplorare la perdita di Juan de Córdova, Alfonso de Cárdena e Juan Ponce de León, i veneziani perdettero 20 nobili delle prime case della repubblica. Fabiano Graziani, fratello dello storico di questa guerra, era caduto a lato del Colonna su una galera pontificia. Fra i feriti trovaronsi Venier e un genio allora tuttavia ignoto al mondo, il poeta Cervantes (237).

Come la spagnuola e la veneziana, così s’era coperta di gloria anche la nobiltà di Napoli, Calabria, Sicilia e specialmente dello Stato pontificio. Con Alessandro Farnese, principe di Parma, e Francesco Maria della Rovere, principe d’Urbino, si videro fra i combattenti Sforza conte di Santa Fiora, Ascanio della Corgna, Paolo Giordano Orsini di Bracciano, Virginio Orsini di Vicovaro, Orazio Orsini di Bomarzo, Pompeo Colonna, Gabrio Serbelloni, Troilo Savelli, Onorato Caetani, Lelio de’ Massimi, Michele Bonelli, i Frangipani, Santa Croce, Capizuchi, Ruspoli, Gabrielli, Malvezzi, Oddi, Berardi (238). Con giustificato orgoglio la storiografia italiana ricorda la parte gloriosa presa da rappresentanti di tutti i territorii della penisola appenninica alla battaglia navale, che fu la maggiore a memoria d’uomo (239)

Con indescrivibile tensione aveva Pio V tenuto gli occhi rivolti all’Oriente. I suoi pensieri erano continuamente presso la flotta cristiana, i suoi voti la precorrevano di molto. Giorno e notte egli in ardente preghiera la raccomandava alla protezione dell’Altissimo. Dopo che ebbe ricevuto notizia dell’arrivo di Don Juan a Messina, il papa raddoppiò le sue penitenze ed elemosine. Egli aveva ferma fiducia nella potenza della preghiera, specialmente del rosario (240). In un concistoro del 27 agosto Pio V invitò i cardinali a digiunare un giorno la settimana ed a fare straordinarie elemosine, solo colla penitenza potendosi sperare misericordia da Dio in sì grande distretta (241). Sua Santità -così notificò ai 26 di settembre del 1571 l’ambasciatore spagnuolo- digiuna tre giorni la settimana e dedica quotidianamente molte ore alla preghiera: ha ordinato anche preghiere nelle chiese (242). Per assicurare Roma da un’improvvisa irruzione di corsari turchi, il papa al principio di settembre aveva comandato che si terminasse la fortificazione di Borgo (243).

Soltanto molto rare arrivavano notizie sull’armata cristiana e pertanto alla Curia si stava in penosa incertezza. Fu quindi come un liberazione l’apprendere finalmente ai primi di ottobre l’arrivo della flotta della lega a Corfù (244). Giunta ai 13 di ottobre la nuova che la flotta turca trovavasi a Lepanto e che quella della lega si sarebbe messa in movimento il 30 settembre, (245) non v’aveva dubbio che il cozzo era imminente. Il papa, sebbene fermamente fiducioso della vittoria delle armi cristiane (246), ordinò tuttavia straordinarie preghiere diurne e notturne in tutti i monasteri di Roma: egli poi in simili esercizi andava avanti a tutti col migliore esempio (247). La sua preghiera doveva finalmente venire esaudita. Nella notte dal 21 al 22 ottobre arrivò un corriere mandato dal nunzio a Venezia Facchinetti e rimise al cardinal Rusticucci che dirigeva gli affari della segreteria di Stato una lettera del Facchinetti contenente la notizia portata a Venezia il 19 ottobre da Giofrè Giustiniani della grande vittoria ottenuta presso Lepanto sotto l’ottima direzione di Don Juan (248). Il cardinale fece tosto svegliare il papa, che prorompendo in lagrime di gioia pronunziò, le parole del vecchio Simeone: «nunc dimittis servum tuum in pace». Si alzò subito per ringraziare Iddio in ginocchio e poi ritornò in letto, ma per la lieta eccitazione non potè trovar sonno (249). La mattina seguente si recò a S. Pietro per nuova calda preghiera di ringraziamento, ricevendo poscia gli ambasciatori e cardinali ai quali disse che ora dovevansi fare nel prossimo anno gli sforzi estremi per continuare la guerra turca (250). In quest’occasione egli alludendo al nome di Don Juan ripetè le parole della Scrittura: «fuit homo missus a Deo, cui nomen erat Ioannes». (…)

Tanto Colonna quanto il papa avevano chiara coscienza di quanto mancasse ancora per raggiungere la grande meta dell’abbattimento della potenza degli ottomani: ambedue erano così concordi sui passi da intraprendersi che Pio V associò il suo esperimentato ammiraglio ai cardinali deputati per gli affari della lega, che dal 10 dicembre tenevano quasi ogni giorno coi rappresentati di Spagna, Requesens e Pacheco, e cogli inviati di Venezia due sedute (278), spesso della durata di cinque ore (279). Sotto pena di scomunica riservata al papa tutto era tenuto rigorosissimamente segreto, perchè il sultano aveva mandato a Roma degli spioni parlanti italiano (280).

Nelle consulte ordinate dal papa nei mesi di ottobre e novembre era venuta in prima linea la provvista dei mezzi finanziarii (281); ora trattavasi principalmente dello scopo dell’impresa da compiersi nella prossima primavera. E qui solo malamente i rappresentanti sia di Spagna, sia di Venezia potevano nascondere la gelosia e avversione, che nutrivano a vicenda. Gli interessi particolari dei due alleati emersero sì fortemente che venne messa in forse qualsiasi azione comune. I veneziani volevano servirsi della lega non solo per riavere Cipro, ma anche per fare nuove conquiste in Levante. Filippo II, invece, avverso ad ogni rafforzamento della repubblica di S. Marco, fece dichiarare dal Requesens che la lega doveva in primo luogo muovere contro gli stati berbereschi dell’Africa, perchè questi tornassero in possesso della Spagna. In questa proposta i veneziani videro una trappola per impedirli dalla riconquista di Cipro ed esporli al pericolo di perdere anche Corfù mentre la loro flotta combatteva gli stati berbereschi pel re di Spagna (282). A Venezia ritenevasi ora sicuro che Filippo II volesse trarre il maggior utile possibile nel suo proprio interesse dalle forze della lega. Non può dirsi con certezza quanto le lagnanze per ciò sollevate siano giustificate. Per giudicare rettamente il re di Spagna va in ogni modo tenuto conto del contegno della Francia, il cui governo fu abbastanza svergognato da proporre al sultano subito dopo la battaglia di Lepanto un’alleanza diretta contro la Spagna. Filippo II era perfettamente a giorno delle trattative che la Francia conduceva non solo col sultano, ma anche cogli ugonotti, i capi della rivoluzione neerlandese e con Elisabetta d’Inghilterra. In conseguenza egli doveva fare i conti con un contemporaneo attacco d’una coalizione franco-neerlandese-inglese-turca. Non fu pertanto solo gelosia verso Venezia quella che guidò il re cattolico (283). Del resto lo stesso Don Juan confessò ch’era contro il tenore del patto della lega rinunciare alla guerra contro il sultano a favore di un’impresa in Africa (284).

Di fronte al contrasto degli interessi spagnuoli e veneziani Pio V continuò a rappresentare la concezione più vasta e sommamente disinteressata: egli pensava alla liberazione di Gerusalemme, a cui doveva precedere la conquista di Costantinopoli (285). Ma, come scrisse Zúñiga all’Alba il 10 novembre 1571, un colpo efficace nel cuore della potenza ottomana era possibile soltanto in vista di un attacco contemporaneo e all’impensata per terra e per mare (286). Di qui i continuati sforzi di Pio V per arrivare a una coalizione europea contro i Turchi. Se a questo riguardo nulla era da sperarsi dalla Francia (287), che nel luglio aveva mandato un ambasciatore in Turchia (288), egli tuttavia sperava di guadagnare all’idea almeno altre potenze, prima di tutti l’imperatore, poi Polonia e Portogallo. A dispetto di tutti gli insuccessi finallora incontrati egli coi suoi legati e nunzi continuò a spingere sempre a questa meta (289). Pio V cercava di utilizzare al possibile a questo riguardo il più leggero segno di buona volontà. Così prese occasione dalle frasi generiche, con cui Massimiliano II assicurò di essere disposto ad aiutare la causa cristiana, per dargli l’aspettativa da parte degli alleati di un aiuto di 20,000 uomini a piedi e di 2000 a cavallo. L’imperatore ringraziò ai 25 di gennaio del 1572 dell’offerta deplorando di non potere subito decidersi in un negozio di tale importanza (290). A Roma il duca di Urbino fece risaltare che c’era poco da sperare da Massimiliano ed anzi nulla dai principi tedeschi, specialmente dai protestanti. In un memoriale del papa del gennaio 1572 egli sostenne con buone ragioni l’idea che la guerra dovesse condursi là dove esercito e flotta potessero operare congiunte e dove «noi siamo padroni della situazione», quindi principalmente colla flotta in Levante. Se i Turchi venissero attaccati in Europa dall’imperatore e dalla Polonia, tanto meglio; ma la cosa principale è che si attacchi tosto, perchè chi semplicemente si difende non combatte; chi vuole conquistare deve andare avanti risoluto. La lega quindi si volga contro Gallipoli aprendosi così lo stretto dei Dardanelli (291).

Ma per tale impresa era incondizionatamente necessaria una intesa della Spagna con Venezia, mentre invece i loro rappresentanti da mesi altercavano a Roma nel modo più spiacevole. Quando finalmente i veneziani fecero la proposta, conforme alle clausole del patto della lega del maggio 1571, di far decidere dal papa i punti contestati, anche la Spagna non osò fare opposizione. Decise Pio V che la guerra della lega dovesse continuarsi nel Levante, che nel marzo la flotta pontificia si riunisse con la spagnuola a Messina e s’incontrasse con la veneta a Corfù, donde le tre forze unite dovevano procedere secondo gli ordini dei loro ammiragli, che gli alleati aumentassero, potendolo, le loro galere fino a 250 e procurassero secondo la proporzione prescritta nel patto della lega 32,000 soldati e 500 cavalieri oltre alla corrispondente artiglieria e munizioni e che alla fine di giugno dovessero trovarsi riuniti a Otranto 11,000 soldati (1000 pontifici, 6000 spagnuoli e 4000 veneziani). Ognuno degli alleati doveva preparare vettovaglie per sette mesi (292). Queste convenzioni vennero sottoscritte il 10 febbraio 1572 (293). Il 16 Pio V ammonì il gran maestro dei Gerosolimitani di tenere pronte le sue galere a Messina (294). I preparativi nello Stato pontificio, pei quali il denaro venne procurato principalmente col «Monte della Lega» (295), furono spinti avanti sì alacremente che nello stesso giorno si potè inviare ad Otranto 1800 uomini (296). A Civitavecchia erano pronte tre galere ed altre là erano attese da Livorno (297).

Il papa era tutto pieno del pensiero della crociata: egli viveva e movevasi nel progetto, di cui fin dal principio era stato da solo l’anima. Per dieci anni, così si espresse Pio V col cardinale Santori, deve farsi guerra ai Turchi per mare e per terra (298). La bolla del giubileo, in data 12 marzo 1572, concedeva a tutti coloro, che prendevano essi stessi le armi o volevano equipaggiare un altro o contribuire con denaro, le stesse indulgenze che per il passato avevano acquistate i crociati; i beni di quelli, che partivano per la guerra, dovevano essere sotto la protezione della Chiesa nè potevano venire pregiudicati da chicchessia; tutte le loro liti dovevano sospendersi fino al loro ritorno o a che ne fosse accertata la morte ed essi dovevano restare esenti da ogni tributo (299). Da una notizia del 15 marzo 1572 appare quanto la faccenda tenesse occupato il papa: in questa settimana si sono tenute in Vaticano niente meno che tre consulte in proposito (300). Per infervorare Don Juan, alla fine di marzo del 1572 gli vennero mandati come speciale distinzione lo stocco e il berretto benedetti a Natale (301).

Con nuove speranze Pio V guardava al futuro: buona ventura gli risparmiò di vedere che la gloriosa vittoria di Lepanto rimanesse senza immediate conseguenze strategiche e politiche a causa della gelosia e dell’egoismo degli spagnuoli e veneziani, che dal febbraio 1572 disputarono sulle spese della spedizione dell’anno passato (302). Tanto più grandi furono però gli effetti mediati. Quanto profondamente venisse scosso l’impero del sultano, risulta dal movimento che prese i suoi sudditi cristiani. Non era affatto ingiustificata la speranza d’una insurrezione di cui sarebbe stata la base la popolazione cristiana di Costantinopoli e Pera, che contava 40,000 uomini (303). Aggiungevasi la sensibile perdita della grande flotta, che d’un colpo era stata annientata con tutta l’artiglieria e l’equipaggio difficile a surrogarsi. Se anche, in seguito della grandiosa organizzazione dell’impero e della straordinaria attività di Occhiali, si riuscì a creare un nuovo equivalente, l’avvenire doveva tuttavia insegnare che dalla battaglia di Lepanto data la lenta decadenza di tutta la forza navale di Turchia: era stato messo un termine al suo avanzare e l’incubo della sua invincibilità era stato per la prima volta distrutto (304). Ciò sentì istintivamente il mondo cristiano ora respirante più agevolmente. Di qui la letizia interminabile, che passò rumorosa per tutti i paesi (305). «Fu per noi tutti come un sogno», scrisse l’11 novembre 1571 a Don Juan da Madrid Luis de Alzamara; «credemmo di riconoscere l’immediato intervento di Dio» (306).

Le chiese de’ paesi cattolici risuonarono dell’inno di ringraziamento, il «Te Deum» (307). Primo fra tutti Pio V richiamò il pensiero al cielo: nelle medaglie commemorative, che fece coniare, egli pose le parole del salmista: «la destra del Signore ha fatto cose grandi; da Dio questo proviene» (308). Poichè la battaglia era stata guadagnata la prima domenica d’ottobre, in cui a Roma le confraternite del rosario facevano le loro processioni, Pio V considerò autrice della vittoria la potente interceditrice, la misericordiosa madre della cristianità e quindi ordinò che ogni anno nel giorno della battaglia si celebrasse una festa di ringraziamento come «commemorazione della nostra Donna della vittoria» (309). Addì 1° aprile 1573 il suo successore Gregorio XIII stabilì che la festa venisse in seguito celebrata come festa del Rosario la prima domenica d’ottobre (310).

In Ispagna e Italia, i paesi più minacciati dai Turchi, sorsero ben presto chiese e cappelle dedicate a «Maria della Vittoria» (311). Il senato veneto pose sotto la rappresentazione della battaglia nel palazzo dei dogi le parole: «nè potenza e armi nè duci, ma la Madonna del Rosario ci ha aiutato a vincere» (312). Molte città, come ad es. Genova (313), fecero dipingere la Madonna del Rosario sulle loro porte ed altre introdussero nelle loro armi l’immagine di Maria che sta sulla mezza luna.

Tratto da: Ludwig von Pastor, Storia dei Papi. Dalla fine del medio evo, Desclée, Roma 1950, vol. 8, 1566-1572

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Prima della distruzione del Regno delle Due Sicilie

LA BATTAGLIA DI LEPANTO

Una pagina di storia che ha visto tra i protagonisti Pietro Giustiniani, Ammiraglio della flotta dei Cavalieri di Malta e Gran Priore dell’Ordine.

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miniatura sulla battaglia di Lepanto e una bandiera Pontificia


Dall’episodio relativo alla battaglia di Lepanto un esempio, sempre valido anche per i nostri giorni, di solidarietà internazionale e cristiana di fronte al comune pericolo, allora rappresentato dalla minaccia turca. L’eroica resistenza dei cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme in Malta assediato dai turchi. La Lega Santa tra gli Stati cattolici nella Cristianità della Contro-Riforma, modello di unità del mondo cattolico, raggiunta superando interessi temporali divergenti grazie soprattutto alla decisa mediazione dell’allora regnante Pontefice, san Pio V. La gioia della Cristianità alla notizia della vittoria di Lepanto, che preservò intere nazioni europee dalla dominazione musulmana.

All’alba del 7 ottobre 1571, aveva inizio, nelle acque di Lepanto, porto della costa ionica, situato di fronte al Peloponneso e non distante da Corfù, una delle più grandi battaglie navali della storia, frutto glorioso degli sforzi della Cristianità controriformistica. Non pare affatto fuori luogo ricordarne l’anniversario, e ricordarlo nel modo più serio, cioè riassumendone la storia e inquadrando l’evento nella situazione del Mediterraneo negli anni immediatamente precedenti e seguenti, così da comprenderlo meglio e da poterlo valutare nella sua portata e nel suo significato.

Ecco l’inizio della battaglia di Lepanto attraverso il racconto di un marinaio della nave cristiana “San Teodoro”, narrato da Gianni Granzotto nel libro: “La battaglia di Lepanto”:

“…L’armata cristiana stava ferma sulla sua linea. Il solo movimento ordinato da don Giovanni riguardò le galeazze, che si andarono a schierare un miglio davanti a noi, come isole avanzate. Le galeazze erano sei, e dovevano mettersi a due per due all’innanzi di ciascuno dei nostri corpi, due per l’ala di Barbarigo, due per il centro di don Giovanni, due per l’ala del Doria. Se non che costui, comandato dall’argarsi verso il pieno del golfo, girò fin troppo il bordo allontanandosi al largo più di quanto si credeva opportuno. Per quella mossa si aprì una specie di varco sulla parte destra del nostro schieramento e le due galeazze che dovevano andare a proteggere il corno dei genovesi si trovarono un po’ sperdute nel mezzo del mare.

Ma le altre furono pronte a scatenare tutto l’inferno dei cannoni di cui erano strapiene, immobili in mezzo al mare sotto quel peso come enormi tartarughe galleggianti. Sui turchi che avanzavano a tutta voga, senza più vele ai trinchetti per la caduta del vento, piovvero i colpi ed il fuoco in una terribile tempesta d’improvviso infuriante sul mare tranquillo. Davanti al nostro corpo di navi sparavano le galeazze di Francesco Duodo e di Andrea da Pesaro. Vidi le palle lanciate dal Duodo sfracassare il fanale più grande della Reale dei Turchi, che per altezza dominava il gruppo dei legni nemici avventati all’assalto. Un secondo colpo frantumò la spalla d’una galera vicina, un terzo mandò in pezzi il fasciame di un’altra, che si mise ad imbarcare acqua a fiotti sprofondando nel mare come in una sabbia. Uomini con i turbanti in capo si buttarono a nuoto dagli spalti divelti, tra remi spezzati, frammenti di chiglia, tronconi d’alberi dimezzati che cadevano da altre galere colpite travolgendo soldati e rematori, mentre il fuoco prendeva a divampare su questo e quel bordo illuminando le acque di inverosimili bagliori


La Cristianità e il Mediterraneo intorno alla metà del Cinquecento

Intorno alla metà del secolo XVI la situazione della Cristianità era delle più difficili. Il secolo si era aperto, è vero, all’insegna delle promettenti conquiste di nuove terre in Africa, in Asia, in America (1). Ma, già nel secondo decennio, l’incendio acceso dall’ex monaco Martin Lutero era divampato in tutta Europa, approfittando del fertile terreno costituito e preparato da molte tendenze affermatesi nel secolo precedente: dalla diffusione di un movimento culturale umanistico sostanzialmente acristiano, quando non anticristiano (2), alla decadenza della scolastica, con prevalenza in campo filosofico di un neoplatonismo paganeggiante e magico-esoterico o di un aristotelismo averroista; dalla decadenza delle élite aristocratiche e guerriere alla diffusione, nei vari ceti sociali, di una ricerca del lusso e dei piaceri, dal ricorrere di gravi crisi nella Chiesa, come l’esilio del papato ad Avignone e il successivo lungo scisma, alle difficoltà dei Papi rinascimentali di portare a termine una riforma della Chiesa, a parte qualche intervento pur significativo (3).
Mentre Carlo V tentava, attraverso una serie continua di guerre, di salvare l’unità dell’Impero, la Chiesa avviava, col grande Concilio di Trento, insieme uno sforzo di rinnovamento e di riaffermazione solenne delle verità dogmatiche minacciate dall’errore protestante. Come spesso è accaduto nella sua bimillenaria storia, essa trovava al suo interno una straordinaria capacità di reazione, documentata dal fiorire di santi e di nuovi ordini religiosi, dei quali il più importante fu certamente la Compagnia di Gesù, fondata da sant’Ignazio di Loyola, destinata a rappresentare l’arma di punta della riconquista cattolica di una parte dell’Europa.
Questa, d’altra parte, era tormentata dalle contrapposizioni politiche fra Stati cristiani. Così, la Francia – del resto tormentata da decennali e sanguinose guerre di religione – non esitava, talora ad appoggiarsi, nella sua politica antiasburgica, a principati protestanti, e giungeva a vedere con qualche sollievo la forza minacciosa dei turchi nel Mediterraneo.
In questo mare, poi, al pericolo turco si aggiungevano i divergenti interessi, anche comprensibili, degli altri Stati cristiani. Così, mentre Venezia era preoccupata soprattutto delle minacce e degli attacchi che i sultani e le loro forze portavano alle posizioni che essa conservava nello Ionio e nell’Egeo, la Spagna si preoccupava in particolare della presenza musulmana nel bacino occidentale del Mediterraneo, cercando di combatterla nelle sue basi nordafricane (4). Quando la generale situazione europea consentì a Carlo V di tentare di assumere una contro-iniziativa nel Mediterraneo, essa si articolò in due grandi spedizioni contro Tunisi e contro Algeri, delle quali solo una poté considerarsi riuscita (5).
E’ questo un primo elemento da tenere presente: la vittoria di Lepanto e, prima ancora, la costituzione di una flotta congiunta, non fu il risultato di interessi politici convergenti. Essi, semmai, divergevano, come si vide negli anni precedenti e seguenti la battaglia stessa. Essa fu piuttosto il frutto di scelte coraggiose e responsabili di alcuni principi e uomini politici e militari cristiani, nonché della persistenza, ancora notevole, anche a livello popolare, dello spirito di crociata (6).
Comunque, dalla fine del Trecento, l’espansione turca si era fatta sempre più minacciosa e, pur avendo conosciuto qualche battuta di arresto – sia per vittorie cristiane che per alcune crisi interne -, nel complesso essa appariva quasi inarrestabile, mentre, negli intervalli tra le vere e proprie guerre, un continuo stillicidio di incursioni, attacchi corsari, saccheggi, catture di schiavi, massacri, manteneva, sui mari e lungo le coste, il terrore nei confronti degli aggressivi infedeli. Ed è questo un secondo elemento da tenere presente per valutare Lepanto: il senso di liberazione provato non solo e non tanto per la scomparsa di un pericolo – che fu, come vedremo, temporaneo -, ma anche per la prova raggiunta che fermare i turchi, volendo, era possibile.

I Turchi avevano vinto:
– nel 1389 nel Kossovo contro i serbi;
– nel 1396 a Nicopoli contro i crociati guidati dal re d’Ungheria;
– nel 1414 a Negroponte contro i veneziani;
– nel 1417 a Valona;
– nel 1418 a Girocastro;
– nel 1430 a Salonicco contro i veneziani;
– nel 1453 a Costantinopoli mettendo fine all’Impero Bizantino;
– nel 1462 a Lesbo contro i genovesi;
– nel 1463 contro i greci dell’Impero di Trebisonda;
– nel 1463 contro i bosniaci a Jace;
– nel 1480 a Otranto contro gli italiani;
– nel 1521 a Belgrado contro gli ungheresi;
– nel 1522 a Rodi contro i Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme;
– nel 1527 a Mohacs contro gli ungheresi;
– nel 1571 a Cipro contro i veneziani.
Nel 1529 avevano assediato gli austriaci a Vienna.

Nella seconda metà del secolo XVI i Turchi dominavano la Grecia, l’Albania, la Serbia, la Bosnia, l’Ungheria, la Transilvania, la Moldavia e la Valacchia.

La vittoria della Lega Santa a Lepanto fu un evento d’importanza simile alla battaglia di Poitiers. Nel 732 vennero fermati gli Arabi, nel 1571 vennero fermati i Turchi.

Ancora una volta la spada dell’Islam era stata spezzata dall’Occidente.


L’assedio di Malta nel 1565

Nella impossibilità di rievocare in questa occasione il lungo elenco di vittorie e sconfitte, di piccoli e grandi episodi, di tentativi di sforzi comuni e di prevalenze di interessi particolari, mi pare utile prendere il 1565 come anno di avvio del racconto degli eventi che culminarono nella giornata di Lepanto. Ciò soprattutto per l’importanza che ebbe il fallimento del tentativo turco di conquistare Malta, tentativo che ebbe luogo proprio in quell’anno. Si può ben dire che esso segnò la fine di un periodo di netta prevalenza turca e l’avvio di un’azione cristiana di controffensiva, ancorché marcata da quei ritmi lenti e da quelle diffidenze reciproche di cui ho sopra fatto cenno (7). L’importanza di Malta non era legata soltanto alla perdita eventuale di una posizione geograficamente e strategicamente del massimo rilievo, ma anche al fatto che l’isola era la base di quell’ordine militare dei cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme il quale, adattandosi alle nuove circostanze, non aveva perso il suo antico spirito e il senso della sua tradizione, legati alle Crociate e alla Terrasanta. Le sue non numerose galee agivano con decisione sul mare, impegnate regolarmente in una spesso vittoriosa, sempre fastidiosa contro-guerriglia navale, mentre le sue basi costituivano un punto d’appoggio vitale per tutte le navi cristiane (8). L’attacco a Malta, con tutte le forze turche disponibili, fu deciso in persona dal vecchio Solimano, detto il Magnifico, per vendicare i danni patiti per opera dei Cavalieri di Malta e per dare prova che, dopo vari anni di regno, era ancora capace di sferrare offensive in grande stile contro il mondo cristiano; ciò benché, tra i suoi consiglieri, ve ne fossero alcuni contrari, timorosi delle grandi capacità militari dei Cavalieri – dimostrate anche durante il lungo assedio turco di Rodi – e favorevoli, semmai, ad attaccare le posizioni spagnole di Tunisi e di La Goletta, magari con una manovra diversiva contro Otranto. Comunque, il sovrano turco non era un avventato e si preoccupò di garantirsi la neutralità della Francia e di Venezia (9). La flotta turca si mosse con grande velocità e rapidità mentre in Occidente ci si interrogava sui possibili obiettivi che essa avrebbe potuto perseguire; a Malta, allorché 18 maggio 1565 la immensa flotta turca si presentò o all’isola, non erano stati fatti quei preparativi militari – perfezionamento delle opere difensive già esistenti, ammasso di viveri e munizioni – che sarebbero stati dettati dalla consapevolezza di dovere affrontare un così terribile assedio. In altra occasione, semmai, racconterò in dettaglio vicende della resistenza dei Cavalieri e dei molti episodi degni di essere conosciuti (10). Qui basterà dire che essa fu eroica, talora ai limiti dell’incredibile. Uno storico, certo non accusabile di facili entusiasmi o di intenti apologetici, Fernand Braudel, dopo aver esposto come la situazione si presentasse favorevole ai turchi, non esita a scrivere: “Ma il gran maestro, Jean Parisot de la Vallette, e i suoi cavalieri si difesero meravigliosamente. Il loro coraggio salvò tutto” (11). In effetti, quasi tutta l’isola fu occupata, tranne alcune fortificazioni che resistettero a oltranza, nonostante lenti bombardamenti e i ripetuti assalti. I difensori del piccolo forte di Sant’Elmo morirono tutti, ma ai turchi fu necessario più di un mese per conquistarlo. Il forte di San Michele resistette ancora più a lungo anche grazie alle coraggiose sortite del gran maestro e di un pugno di cavalieri che gettavano il panico nelle fila del grande esercito turco e alleggerivano la pressione degli assedianti. Malta ebbe così il necessario respiro. Poterono arrivare i primi rinforzi inviati dal viceré di Napoli, don Garcia de Toledo. I turchi decisero di rinunciare all’impresa, abbandonando l’isola il 12 settembre. E’ stato scritto che “la vittoria delle armi cristiane – vittoria piena e decisiva – aveva richiesto dolorosi sacrifici: duecentodieci i cavalieri caduti, sessantanove i serventi d’arme morti e, diciassette i dispersi, cinque cappellani caduti, cui devono essere aggiunti i soldati morti in combattimento dei quali settemila maltesi e duemilacinquecento di altre nazioni ” (12). Ma Solimano il Magnifico, il conquistatore di Rodi e di Belgrado, di Buda e di Tabriz, era stato sconfitto e il mito della invincibilità delle sue armate era stato scosso.


La Lega Santa

Tuttavia, gli avvenimenti del 1565, pur favorevoli, nelle loro conclusioni, alle armi cristiane, avevano confermato i pericoli che derivavano dalla disunione politica e militare della Cristianità. La vittoriosa resistenza di Malta fu un motivo di incoraggiamento per la riscossa cristiana, ma anche un campanello di allarme. Ma altri fattori resero possibile la grande giornata di Lepanto, fra i quali, a parere di quasi tutti gli storici, anche non cattolici, decisiva fu l’azione di san Pio V, salito al pontificato all’inizio del 1566. Il nuovo Papa era nato presso Alessandria nel 1504. Entrato giovane nell’ordine domenicano, si era distinto per l’austerità della vita e l’impegno nella difesa del cattolicesimo. Lo notò il cardinale Carafa, il quale, nel 1551, lo fece nominare commissario generale dell’Inquisizione; divenuto questi Papa con il nome di Paolo IV (1555-1559), nominò lo stimato padre Michele prima cardinale e, poi, grande inquisitore. Fu, invece, messo da parte dal successivo Papa, Pio IV, il quale, se pure ebbe il merito di chiudere il Concilio di Trento e di avviarne l’applicazione, seguiva una linea più moderata del suo predecessore. L’elezione del cardinale Ghislieri all’inizio del 1566 costituì, perciò, una sorpresa. Essa, dovuta in buona parte alla influenza in conclave san Carlo Borromeo, segnò la definitiva affermazione, in seno alla Chiesa cattolica, di quelle forze che perseguivano lucidamente ed energicamente una strategia di contro-riforma basata sul rinnovamento della Chiesa stessa; sulla integrale applicazione delle decisioni di Trento; su un’azione, improntata a severità e decisione, di difesa della Cristianità sia sul piano esterno che sul piano interno, a tutti i livelli, da quello politico a quello culturale (13). Fedele allo spirito di crociata e perfettamente consapevole della minaccia turca – rinnovata, dopo la morte di Solimano, dal nuovo giovane sultano, Selim, salito al trono nel 1566 -, san Pio V si adoperò in ogni modo per appianare i contrasti tra le potenze cristiane mediterranee e per spingerle a uno sforzo comune. Di lui Fernand Braudel ha giustamente scritto: “Certo, non un papa del Rinascimento: un’età ormai finita” (14). Meno giustamente, mi sembra, aggiunge che egli fu “intransigente e visionario” (15); intransigente certamente, ma visionario è termine equivoco, nella misura in cui sembra alludere non soltanto alla sua santità e alla sua tensione spirituale, ma anche a una astrattezza che la sua azione non ebbe. E’ spesso, purtroppo, con accuse simili che vengono liquidati i progetti la cui magnanimità spaventa; e si fanno valere le ragioni di una pseudo-prudenza politica, le quali sono, sovente, ben più irreali e astratte, anche se molto più comode. Intanto, mentre le guerre di religione infuriavano in Francia e nei Paesi Bassi, l’espansione turca riprendeva minacciosa, non solo sul mare, ma anche alle frontiere ungheresi dell’impero. Inoltre, non senza sospetti di manovre turche, una rivolta dei musulmani di Granada, scoppiata nel 1569, si estendeva a gran parte dell’Andalusia, protraendosi a lungo. Mentre le forze spagnole erano impegnate in questa difficile guerra, alla fine vinta sotto la guida di don Giovanni d’Austria – venticinquenne fratellastro del re di Spagna Filippo II -, Tunisi cadeva in mano musulmana e i turchi si apprestavano ad attaccare Cipro, approfittando delle difficoltà di Venezia, della quale, tra l’altro, era bruciato quasi completamente il famoso Arsenale, per un incendio dì cui non si può escludere l’origine dolosa (16). Nel luglio, in effetti, i turchi sbarcavano a Cipro e nel settembre conquistavano la capitale, Nicosia. La resistenza cristiana continuò nella più fortificata Famagosta, sotto la guida dell’eroico Marco Antonio Bragadin, poi destinato a orrendo supplizio quando, nell’anno successivo, la città dovrà cadere, nonostante le promesse e i patti. San Pio V colse l’occasione dell’attacco a Cipro per superare la politica, ormai insufficiente, dei piccoli e occasionali aiuti. Fin dall’inizio perseguì la costituzione di una vera e propria lega. Le trattative furono lente; bisognava superare interessi divergenti. Alla fine la Sacra Lega fu firmata il 20 maggio 1571, nonostante gli sforzi della Francia, che cercava di dissuadere Venezia; nonostante la riluttanza di Filippo Il a impegnarsi nel Mediterraneo orientale; nonostante lo scetticismo dei veneziani, rafforzato da una deludente campagna fiaccamente condotta nell’autunno del 1570; nonostante i contrasti tra il granduca di Toscana Cosimo I e il sovrano spagnolo. Ed essa ebbe anche rapida attuazione, nonostante le obbiettive difficoltà di radunare e concentrare una forza ingente, come previsto dall’accordo e come necessario per la situazione, costruendo e armando navi, arruolando marinai e soldati, provvedendo ai rifornimenti resi tanto più difficili, per il blocco navale delle forze turche.


La flotta cristiana

Il comando militare della flotta venne affidato a Giovanni d’Austria, figlio naturale di Carlo V e fratellastro del re di Spagna Filippo II.
Suoi luogotenenti furono:
– Marcantonio Colonna, comandante della flotta pontificia.
– Sebastiano Venier, comandante della flotta veneziana.
I preparativi si protrassero a lungo e la flotta si poté riunire a Messina solo il 24 agosto.
La flotta era costituita da:
– 104 galee sottili sotto il comando della Repubblica di Venezia; 54 erano con equipaggi provenienti da Venezia, 30 da Creta, 7 dalle Isole Ionie, 8 dalla Dalmazia, 5 da città di terraferma.
– 6 galeazze sotto il comando della Repubblica di Venezia. Le galeazze erano munite di 40 o più cannoni, in grado di sparare palle da 13 chilogrammi in coperta e da 23 chilogrammi da sottocoperta. Si trattava di vere e proprie fortezze galleggianti.
– 36 galee sotto il comando del re di Spagna con equipaggi di Napoli e Sicilia.
– 22 galee sotto il comando del re di Spagna con equipaggi di Genova; si trattava di navi prese a nolo dal finanziere Gian Andrea Doria.
– 12 galee mandate da Cosimo I dei Medici, armate ed equipaggiate dai Cavalieri dell’ordine pisano di Santo Stefano
– 12 galee dello Stato Pontificio, concesse dai veneziani ed armate ed equipaggiate a spese del papa.
– 3 galee dei Cavalieri di Malta.
In totale 195 tra galee e galeazze.
Gli equipaggi erano scarsi e costituiti essenzialmente da cristiani volontari e forzati. La penuria costrinse a mettere solo 3 uomini per remo.

La truppa era costituita da:
– 20.000 soldati a spese della Spagna;
– 5.000 militari al soldo di Venezia;
– 2.000 soldati pagati dallo Stato Pontificio;
– 3.000 volontari provenienti da tutta la Cristianità.
Complessivamente circa 30.000 uomini.
Sulle galee e sulle galeazze vennero imbarcati 1815 cannoni.
Le galee veneziane erano in buono stato, ma con pochi soldati. Don Giovanni d’Austria vi fece imbarcare 4.000 soldati italiani e spagnoli.
La flotta cristiana salpò il 16 settembre dirigendosi verso Corfù. Le navi esploratrici confermarono che la flotta turca era nei pressi del golfo di Lepanto.


La flotta turca minaccia l’Italia

I Turchi fin da febbraio avevano allestito una flotta di 250 galee e 100 navi da rifornimento e supporto.
I costruttori delle galee erano abili carpentieri rinnegati, che il Sultano ricompensava molto bene. Molti dei capitani delle navi erano anch’essi greci o veneziani rinnegati. Gli equipaggi non avevano grande esperienza. I rematori erano cristiani catturati e ridotti in schiavitù.
Il comandante della flotta era Mehemet Alì Pascià.
Parte della flotta andò a sostenere l’assedio di Famagosta a Cipro.
Un’altra parte della flotta si diresse verso Creta. 3.000 contadini cretesi furono uccisi. Ma l’ammiraglio veneziano Marcantonio Querini riuscì a respingere l’attacco e i Turchi si dovettero allontanare.
Veleggiarono verso Zante (odierna Zakynthos) e Cefalonia (odierna Kefallenia), dove catturarono 7.000 cristiani e li misero a remare sulle loro galee.
Poi le galee turche si diressero verso l’Adriatico.
I Turchi si impadronirono di Durazzo (odierna Durres), Valona (odierna Vlore), Dulcigno (odierna Ulcinj), Antivari (odierna Bar), Lesina (odierna isola di Hvar), attaccarono Curzola (odierna isola di Korcula).
Intanto le 80 galee del corsaro Uluj Alì attaccarono Zara e altre città della Dalmazia. Uluj Alì, chiamato anche Occhiali, era un pescatore calabrese rinnegato, divenuto dey di Algeri.
Kara Hodja, un altro corsaro devastò il golfo di Venezia. Il rombo del cannone si udiva da piazza S. Marco.
Anche Corfù, ad eccezione del castello, venne conquistata dai musulmani.
A giugno il sultano Selim II, detto “L’ubriacone”, ordinò che la flotta si fermasse a Lepanto (odierna Naupaktos; bizantina Epachthos) in una piccola baia tra il golfo di Corinto e quello di Patrasso. Arrivarono i rinforzi da Negroponte (odierna isola Eubea): 2.000 spahis e 10.000 giannizzeri.
La flotta divenne una minaccia permanente. Da Lepanto la flotta turca avrebbe potuto attaccare la costa italiana in qualsiasi momento.


Prima della battaglia

Il 5 ottobre la flotta cristiana si fermò nel porto di Viscando, non lontano dal luogo della battaglia di Azio. C’era nebbia e un forte vento. Le galee non potevano prendere il mare.
Un brigantino portò la notizia della caduta di Famagosta (in turco Famagusta; in greco Ammocosthos) e dell’orribile fine inflitta dai musulmani a Marcantonio Bragadin, il senatore veneziano comandante la fortezza.
Il 1° agosto i veneziani si erano arresi con l’assicurazione di poter lasciare l’isola di Cipro. Mustafà Lala Pascià, il comandante turco che aveva perso più di 52.000 uomini nell’assedio, non mantenne la parola. I soldati veneziani furono imprigionati e incatenati ai banchi delle galee turche.
Venerdì 17 agosto Bragadin venne scorticato vivo di fronte ad una folla di musulmani esultanti. La pelle di Bragadin venne riempita di paglia. Il manichino fu innalzato sulla galea di Mustafà Lala Pascià insieme alle teste di Alvise Martinengo e Gianantonio Querini. I macrabri trofei furono poi inviati a Costantinopoli, esposti nelle strade della capitale ottomana ed infine portati nella prigione degli schiavi.
Il comportamento dei musulmani accrebbe la voglia di combattere dei cristiani.
I soldati della Lega Santa sapevano che la battaglia era decisiva per la Cristianità. In caso di sconfitta le coste di Italia e Spagna sarebbero rimaste esposte agli attacchi dei musulmani. L’Islam era pronto a colpire il cuore dell’Occidente. Roma era in pericolo.


Lo schieramento della flotta cristiana

Domenica 7 ottobre Giovanni d’Austria fece schierare le proprie navi in formazione serrata. Non più di 150 metri separavano le galee.
Venne costituita una formazione a croce.
Al centro si pose Giovanni d’Austria con 64 galee. La sua nave ammiraglia era la Real. A fianco si pose l’ammiraglia del comandante veneziano Sebastiano Venier, una cui nipote era stata ridotta in schiavitù nell’harem di Costantinopoli. Sull’ammiraglia pontificia era Marcantonio Colonna. Sull’ammiraglia di Savoia il conte Provana di Leynì. Sull’ammiraglia di Genova Ettore Spinola. Due galeazze furono poste davanti al centro della flotta.
L’ala sinistra venne affidata principalmente ai veneziani sotto il comando di Agostino Barbarigo. Al lato più estremo, più esposto ai tentativi di aggiramento, si pose Marcantonio Querini. Davanti alle galee veneziane furono inviate due galeazze al comando di Antonio e Ambrogio Bragadin, parenti del senatore scorticato vivo.
All’ala destra si schierarono galee e combattenti di diverse nazionalità, sotto il comando del genovese Gian Andrea Doria. Erano presenti anche molti volontari tra cui l’italiano Alessandro Farnese, il francese Crillon, l’inglese Sir Thomas Stukeley, l’esiliato Giacomo IV, duca di Naxos. Due galeazze veneziane furono poste davanti al settore sinistro.
La retroguardia venne posta sotto il comando di Santa Cruz con tre galee dei Cavalieri di Malta.


Lo schieramento dei Turchi

I Turchi si disposero a mezzaluna.
Vennero schierate 274 navi da guerra, di cui 215 galee.
I musulmani avevano 750 cannoni.
Il centro turco, al comando diretto di Mehmet Alì Pascià, era costituito da 96 galee. Di fronte ai veneziani era Muhammad Saulak, detto anche Maometto Scirocco, governatore dell’Egitto, con 56 galee.
Uluj Alì, il rinnegato Occhiali, con 63 galee e galeotte, era di fronte a Gian Andrea Doria, che a Tripoli era dovuto fuggire di fronte al corsaro.
Una forte riserva, comandata da Amurat Dragut, era dietro la linea delle galee turche.
Mehmet Alì Pascià era a bordo della Sultana, su cui sventolava il vessillo verde su cui era stato scritto 28.900 volte a caratteri d’oro il nome di Allah.


la mia foto
La battaglia di Lepanto quadro di scuola Venenziana

La battaglia di Lepanto

La flotta cristiana riuscì a concentrarsi a Messina alla fine di agosto del 1571. Presto, se si considera la difficoltà che dovettero superarsi; troppo tardi, secondo i più prudenti tra i condottieri cristiani: Requesens, inviato personale di Filippo II, e Gian Andrea Doria consigliavano di limitarsi a un atteggiamento difensivo; nello stesso senso scriveva da Pisa don Garcia de Toledo. “Ma don Giovanni prestò ascolto soltanto ai capi veneziani e a quei capitani spagnuoli della sua cerchia che insistevano per l’azione; e, presa la decisione, si dedicò al compito con l’ardore esclusivo del suo temperamento” (17). In effetti, fu la sua energia, sostenuta dal fascino della sua personalità e dalla naturale attitudine al comando, a soffocare sul nascere riaffioranti contrasti tra capitani e tra equipaggi. Fu la sua volontà a perseguire lo scontro, andando a cercare l’armata nemica. Furono, poi, il suo coraggio e il suo valore militare a giocare un ruolo molto importante nella battaglia stessa. Così, la flotta cristiana andò a cercare quella turca, la quale, dopo essersi spinta fino a metà Adriatico, era rientrata a Lepanto, per imbarcare nuovi equipaggi e nuovi viveri. La flotta cristiana era composta da duecentootto galee, quella turca da duecentotrenta. Centodieci galee avevano comandanti veneziani, anche se, per la scarsezza di uomini, gli equipaggi erano stati rinforzati con truppe provenienti dagli Stati spagnoli, in specie per il settore degli archibugieri. Trentasei provenivano da Napoli e dalla Sicilia; ventidue da Genova, al comando del Doria; ventitré dagli Stati pontifici e da altri Stati italiani (18); quattordici dalla Spagna in senso stretto e tre da Malta (19). La superiorità numerica, gli ordino avuti dal sultano e il suo temperamento personale indussero il comandante in capo della flotta turca, Alì, a non sottrarsi al combattimento, pur se nell’ambito dei comandanti turchi non poche voci si erano espresse in senso contrario. Mentre le flotte si avvicinavano fu inalberato sulla galea del comandante in capo dell’armata cristiana (20) lo stendardo della Lega, offerto da san Pio V, che recava in campo cremisi il Crocifisso con, ai piedi, le armi del Pontefice, di Venezia e della Spagna. Don Giovanni e il comandante pontificio, Marcantonio Colonna, imbarcatisi su due piccoli e veloci legni, percorsero tutto lo schieramento, ricordando la natura divina della causa per cui combattevano e che il Crocifisso era il loro vero comandante. A bordo, i cappellani confessavano e i capitani incitavano; gli equipaggi lanciavano grida di guerra (21). Un contemporaneo ricorda che nelle galee cristiane “tuttavia si toccavano assiduamente gli tamburi e ogni altra sorte di istrumenti”, aggiungendo che esse “vogavano in bellissima ordinanza”, cioè stando molto vicine, in modo da impedire la penetrazione di gruppi di navi nemiche (22). Il mare si calmò improvvisamente, e ciò parve miracoloso agli esperti di mare. La battaglia si accese, dopo che dalle imbarcazioni ammiraglie erano partiti i primi colpi di artiglieria. Mentre Gian Andrea Doria, a capo dell’ala destra dello schieramento cristiano, era costretto ad allargarsi per evitare la manovra di aggiramento tentata dal corno sinistro dello schieramento turco, comandato da Euldj-Ali (27) la battaglia si decise nel centro. Le artiglierie giocarono un ruolo tutto sommato secondario, anche se la superiorità di fuoco delle sei galeazze veneziane, pesantemente armate, rimorchiate in prima fila, ebbe un peso rilevante nel gettare un sanguinoso disordine nel cuore dello schieramento nemico. Decisiva fu la superiorità delle fanterie cristiane nella serie dei combattimenti ravvicinati tra singoli gruppi di galee, guidate da capi che “non mancavano di mostrare animo gagliardo e grande” (24). Intanto, “gran parte degli schiavi cristiani che si trovavano sopra l’armata nemica […] facevano ogni sforzo per procacciare il loro scampo e la vittoria dei nostri” (25). Molti furono gli episodi di eroismo: l’equipaggio della galera Fiorenza dell’Ordine di Santo Stefano, tutto ucciso salvo il suo comandante Tommaso de’ Medici e quindici, uomini. Il generale Giustiniani, dell’Ordine di Malta, e il comandante della galera capitana dell’Ordine, fra’ Rinaldo Naro, furono feriti tre volte; quaranta cavalieri di Malta caddero nel combattimento (21). Morì, tre giorni dopo la battaglia, anche il comandante in seconda veneziano, Agostino Barbarigo, il quale, accorgendosi che ì suoi ordini non erano uditi bene, si scoprì il viso mentre “i nemici più fieramente saettavano; essendogli detto si coprisse […] rispose che minor offesa egli sentirebbe di essere ferito che di non essere udito”, e fu così ferito mortalmente (27). Del valore di don Giovanni si è detto; va anche ricordato il grande apporto di Marcantonio Colonna e del settantacinquenne comandante veneziano Sebastiano Venier. Le proporzioni della sanguinosa battaglia possono essere riassunte in poche cifre. Se i caduti cristiani furono circa 9 mila, quelli turchi furono 30 mila, e varie altre migliaia quelli catturati. Soltanto trenta navi turche riuscirono a fuggire; delle altre, centodiciassette catturate e divise tra gli Stati membri della Lega e le rimanenti andarono distrutte (28).

La flotta cristiana bloccò l’ingresso del golfo di Lepanto. I musulmani, obbedendo all’ordine impartito dal sultano Selim II, accettarono la battaglia.
Con un rumore assordante iniziarono l’avvicinamento suonando timpani, tamburi, flauti. Il vento era a loro favore.
La flotta cristiana era nel più assoluto silenzio.
Quando le flotte giunsero a tiro di cannone i cristiani ammainarono tutte le loro bandiere e Giovanni innalzò lo stendardo con l’immagine del Redentore crocifisso. Una croce venne levata su ogni galea e i combattenti ricevettero l’assoluzione secondo l’indulgenza concessa da Pio V per la crociata.
Il vento improvvisamente cambiò direzione. Le vele dei Turchi si afflosciarono e quelle dei cristiani si gonfiarono.
Giovanni d’Austria puntò diritto contro la Sultana. Il reggimento di Sardegna diede l’arrembaggio alla nave turca che divenne il campo di battaglia. I musulmani a poppa e i cristiani a prua. Al terzo assalto i sardi arrivarono a poppa. Giovanni venne ferito ad una gamba. Mehmet Alì Pascià venne ucciso da un colpo di archibugio.La Sultana si arrese. Alle due del pomeriggio Giovanni poté riprendere il controllo della flotta.
Muhammad Saulak era riuscito ad aggirare il fianco sinistro. Agostino Barbarigo fu attaccato da otto galee turche contemporaneamente. Barbarigo, ferito ad un occhio da una freccia, dovette cedere il comando a Federico Nani. Sei galee veneziane furono affondate. Muhammad Saulak stava per prevalere. Ma improvvisamente i rematori cristiani si sollevarono dai banchi di schiavitù e con le catene si gettarono sulle scimitarre dei loro aguzzini. I veneziani ripresero il sopravvento. Muhammad Saulak venne ucciso.
All’ala destra Uluj Alì e Gian Andrea Doria manovravano per trovarsi in posizione di vantaggio. Alessandro Farnese con i suoi 200 uomini conquistò una galea turca. Diego di Urbino, comandante della Marquesa, ordinò a Miguel Cervantes di aggirare una galea con una scialuppa. Cervantes fu ferito due volte, al petto e alla mano.
Sia il Doria che Uluj Alì, prima della battaglia, avevano tentato di dissuadere i loro comandanti dal dare battaglia. Nessuno dei due voleva mettere a rischio le proprie navi. Uluj Alì manovrò per aggirare l’ala destra dello schieramento. Doria spostò le sue galee verso destra per fermare i Turchi, lasciando aperto un varco tra il centro e l’ala destra. Giovanni ordinò al Doria di ricompattare lo schieramento, ma Uluj Alì fu veloce a infilarsi nel varco improvvisamente apertosi con le sue galee corsare.
Uluj Alì, con il vento in poppa, aggredì da dietro la Capitana, la nave ammiraglia dei Cavalieri di Malta, al cui comando era Pietro Giustiniani, priore dell’Ordine. I Gerosolimitani sono presenti con tre galere ma numerosi Cavalieri combattono sulle navi spagnole, pontificie, siciliane e toscane. La Capitana di Pietro Giustiniani venne circondata da sette galee. Uluj Alì catturò il vessillo dei Cavalieri di Malta, fece prigioniero Giustiniani, che era stato ferito sette volte, e prese a rimorchio la Capitana.
L’ammiraglio Santa Cruz intervenne con la retroguardia. Il capitano Ojeda, al comando della galea Guzmana, raggiunse la Capitana, l’abbordò e la riconquistò. Uluj Alì fu costretto ad abbandonare la preda. Con una quindicina di galee e di galeotte fuggì, si nascose nelle isole dei dintorni, si impadronì di una lenta galea veneziana, la Bua, e si diresse verso Costantinopoli.
Alle 4 del pomeriggio i Turchi erano stati completamente sconfitti. I pochi superstiti si ritirarono verso l’interno del golfo.


Le perdite dei Turchi

80 galee turche furono affondate. 117 furono catturate. 27 galeotte furono affondate e 13 catturate.

I Turchi persero 30.000 uomini tra morti e feriti. Altri 8.000 furono fatti prigionieri.
Vennero liberati 15.000 cristiani che erano stati ridotti in schiavitù e incatenati ai banchi delle galee.

Le perdite della Lega Santa

I cristiani persero 15 galee, ebbero 7.650 morti e 7.780 feriti.
S. Maria delle Vittorie sull’Islam
Pio V stabilì che il 7 ottobre fosse un giorno festivo consacrato a S. Maria delle Vittorie sull’Islam.
Gregorio XIII trasferì la festa alla prima domenica del mese di ottobre con il nome di Madonna del Rosario.


Una vittoria senza conseguenze?

E’ la domanda che si pone Fernand Braudel, ricordando che una serie di storici, e primo – si potrebbe dire: naturalmente – Voltaire, hanno insistito sul fatto che negli anni successivi la vittoria non fu sfruttata a fondo (29). In effetti riemersero antichi contrasti, mentre molti altri scacchieri impegnavano la Spagna. Nel 1575 Venezia fu fiaccata da una terribile epidemia (30). Nel 1578 don Giovanni d’Austria, che era nei Paesi Bassi a combattere contro i protestanti, morì improvvisamente. Ma si tratta di osservazioni storicamente non corrette, come già ho accennato in qualche osservazione precedente. In realtà bisognerebbe domandarsi, per capire la portata dell’avvenimento, cosa sarebbe successo se la vittoria non ci fosse stata o, peggio, se ci fosse stata una sconfitta. Non solo tutte le posizioni veneziane nei mari Egeo, Ionio e Adriatico sarebbero cadute, ma la stessa intera Italia, forse anche la Spagna, sarebbero state alla mercé dei turchi (31). Allora comprenderemo la gioia dei popoli cristiani (32) l’entusiasmo dei veneziani all’arrivo della notizia, i festeggiamenti fatti un pò dappertutto. Il Papa, quando ricevette dal nunzio veneziano la notizia della vittoria, proruppe in lacrime e ripeté le parole della Scrittura: “fuit homo missus a Deo cui nomen erat Johannes” (33). Il re Filippo II stava assistendo ai vespri nella cappella del suo palazzo quando entrò l’ambasciatore veneziano, proprio mentre veniva intonato il Magnificat, gridando Vittoria! Vittoria!. Ma il re non volle che si interrompesse la sacra funzione. Solo al termine fece leggere il dispaccio e intonare il Te Deum (34). Segno che si manteneva il senso della esatta gerarchia della storia in una buona prospettiva cattolica. Certamente, la vittoria era stata ottenuta grazie a “la intelligentissima prudentia de i nostri generali, la bravura e destrezza de i capitani in mandare ad effetto, il valore de’ gentiluomini e soldati nell’essequire”, (35). Ma, più ancora, a ben altre forze, secondo la bella espressione del senato veneto: “Non virtus, non arma, non duces, sed Maria Rosarii victores nos fecit”, “non il valore, non le armi, non i condottieri ma la Madonna del Rosario ci ha fatto vincitori” (36). Del resto, la vittoria di Lepanto era avvenuta nel giorno in cui le confraternite del Rosario facevano tradizionalmente particolari devozioni (37).


NOTE

(1) Di tali conquiste non bisogna dimenticare, accanto alle altre, le motivazioni di carattere religioso; Cfr. PIERRE CHAUNU, La conquista e l’esplorazione dei nuovi mondi (XVI secolo), trad. it., Mursia, Milano 1977. (2) Non è questa la sede per approfondire il discorso sui limiti e sui caratteri dell’umanesimo cristiano, che certamente esistette, ma, a mio parere, senza possibilità di caratterizzare nella sostanza il periodo e le tendenze e non senza illusioni ed errori di prospettiva. (3) PLINIO CORRÊA DE OLIVEIRA, in Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, 3a ed. it. accresciuta, Cristianità, Piacenza 1977, pp. 71-73, coglie l’importanza di questo periodo nell’avvio del processo rivoluzionario. Per le tendenze – sulle quali insiste giustamente il pensatore cattolico brasiliano – è sempre affascinante e ricca di stimoli la lettura di JOHAN HUIZINGA, L’autunno del Medioevo, trad. it., Sansoni, Firenze 1966. Interessante anche – proprio per l’orientamento marxista e progressista degli autori – RUGGERO ROMANO e ALBERTO TENENTI, Alle origini del mondo moderno, Feltrinelli, Milano 1967. Per l’aspetto filosofico RUDOLF STADELMANN, Il declino del Medioevo. Una crisi di valori, trad. it., Il Mulino, Bologna 1978 (l’originale edizione tedesca è del 1929). (4) Fondamentale è FERNAND BRAUDEL, Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II, n. ed. it., Einaudi, Torino 1976, in particolare pp. 887-1326. (5) Cfr. GIANCARLO SORGIA, La politica nord-africana di Carlo V, Cedain, Padova 1963. (6) A proposito di questo argomento si può vedere FRANCO CARDINI, Le crociate tra il mito e la storia, Istituto di Cultura Nova Civitas, Roma 1971, pp. 292-332. (7) F. BRAUDEL, op. cit., considera il 1565 l’ultimo anno della supremazia turca. (8) Cfr. UBALDINO MORI UBALDINI, La marina dei sovrano militare ordine di San Giovanni di Gerusalemme di Rodi e di Malta, Regionale Editrice, Roma 1971. Per una visione d’insieme è tuttora fondamentale, sul piano degli avvenimenti militari, CAMILLO MANFRONI, Storia della marina italiana dalla caduta di Costantinopoli alla battaglia di Lepanto (1453-1571), Roma 1897. Ricordo anche il congresso tenutosi a Venezia in occasione del quarto centenario, Il mediterraneo nella seconda metà del ‘500 alla luce di Lepanto, Olfchki, Firenze 1974; cfr. anche FILIPE RUIZ MARTIN, The battle of Lepanto and the Mediterranean, in The Journal of European Economic History, 1, 1 (1972), pp. 166-169. (9) Cfr. U. MORI UBALDINI, op. cit., p. 220. (10) Cfr. FRANCESCO BALBI DA CORREGGIO, Diario dell’assedio di Malta, Palombi, Roma 1965; questo testo mi sembra il più interessante per avvicinarsi in modo diretto agli avvenimenti di quei mesi nell’isola. (11) F. BRAUDEL, op. cit., p. 1088. (12) U. MORI UBALDINI, op. cit., p. 243. (13) Cfr. LUDWIG VON PASTOR, Storia dei papi dalla fine del Medio Evo, trad. it., Roma 1944. (14) F. BRAUDEL, op. cit., p. 1100. (15) Ibid., p. 1101. (16) Ibid., p. 1137. (17) Ibid., p. 1176. (18) A causa della tensione tra Cosimo e Filippo II le dodici galee toscane parteciparono come noleggiate dal Papa, le cui insegne – e non quelle stefaniane o medicee – innalzavano: cfr. CESARE CIANO, I primi Medici e il mare, Pacini, Pisa 1980, pp. 59-66. (19) Cfr. FREDERIC C. LANE, Storia di Venezia, trad. it., 2a ed., Einaudi, Torino 1978, pp. 428-432. (20) Una ricostruzione della galea reale di don Giovanni d’Austria si può vedere nel Museo Navale di Barcellona, in scala l/1. Nella cattedrale della stessa città si conserva – ed è oggetto di gran devozione – un bel Crocifisso in legno, che si dice fosse a bordo della nave di don Giovanni. (21) Cfr. GIOVANNI PIETRO CONTARINI, Historia delle cose successe dal principio della guerra mossa da Selim ottomano ai Venetiani fino al dì della gran giornata vittoriosa contra i Turchi, Francesco Ramparetto, Venezia 1572, foglio 48 r. (22) U. MORI UBALDINI, op. cit. p. 274. (23) Si tratta dell’Uccialì o Uccialli delle fonti cristiane. Il comportamento del Doria fu molto criticato, sia da alcuni contemporanei che da alcuni storici moderni. Ma la storiografia contemporanea tende a riconoscere l’opportunità del suo comportamento. (24) G. P. CONTARINI, op. cit., f. 50 v. (25) GEROLAMO DIEDO, La battaglia di Lepanto, Daelli, Milano 1863, p. 35. Diedo era un veneziano abitante a Corfù, contemporaneo degli avvenimenti. (26) Cfr. U. MORI UBALDINI, op, cit., p. 277. (27) G. DIEDO, op. cit., pp. 29-30. (28) Cfr. F. LANE, op. cit., p. 431. (29) Cfr. F. BRAUDEL, op. cit., p. 1181. (30) Cfr. PAOLO PRETO, Peste e società a Venezia nel 1576, Neri Pozza, Vicenza 1978. (31) Così conclude anche F. BRAUDEL, Op. cit., p. 1182 “anziché badare soltanto a ciò che seguì a Lepanto, si pensasse alla situazione precedente, la vittoria apparirebbe come la fine di una miseria, la fine di un reale complesso d’inferiorità della Cristianità, la fine d’un altrettanto reale supremazia della flotta turca […] Prima di far dell’ironia su Lepanto, seguendo le orme di Voltaire, è forse ragionevole considerare il significato immediato della vittoria. Esso fu enorme”. Il contemporaneo Contarini (op. cit., f. 34), scrive che prima di Lepanto “già era da tutte le parti il Christianesimo pieno di terrore”. (32) Interessante documentazione in GUIDO ANTONIO QUARTI, La battaglia di Lepanto nei canti popolari dell’epoca, Milano 1930. (33) ANDREA DRAGONETTI DE TORRES, La Lega di Lepanto nel carteggio diplomatico di don Luis de Torres nunzio straordinario di S. Pio V a Filippo II, Bocca, Torino 1931, p. 64. Peraltro, S. Pio V aveva già ricevuto la notizia per mezzo di una rivelazione divina: cfr. card. GIORGIO GRENTE, Il pontefice delle grandi battaglie San Pio V, Edizioni Paoline, Roma 1957, pp. 166-168. (34) Ibid., pp. 62-63. (35) G. P. CONTARINI, op. cit., f.54 r. (36) Citato, non a caso, da GIOVANNI CANTONI, in conclusione del suo saggio introduttivo a P. CORRÊA DE OLIVEIRA, op. cit., p. 50. (37) Cfr. PIO PASCHINI, voce Lepanto, in Enciclopedia Cattolica.

Pio V venne proclamato santo da Clemente XI il 22 maggio del 1712.


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Nuclei famigliari da Genova a Chio nel quattrocento di Laura Balletto
Gli orizzonti aperti. Profili del mercante medievale , a cura di G. Airaldi, Torino 1997 © degli autori e dell’editore. (Indice. – Gabriella Airaldi, Introduzione. Per la storia dell’idea di Europa: economia di mercato e capitalismo. – Jacques Le Goff, Nel Medioevo: tempo della Chiesa e tempo del mercante. – Roberto S. Lopez, Le influenze orientali e il risveglio economico dell’Occidente. – Eliyahu Ashtor, Gli ebrei nel commercio mediterraneo nell’alto medioevo (secc. X-XI). – Abraham L. Udovitch, Banchieri senza banche: commercio, attività bancarie e società nel mondo islamico del Medioevo. – Nicolas Oikonomides, L’uomo d’affari. – Armando Sapori, La cultura del mercante medievale italiano. – David Abulafia, Gli italiani fuori d’Italia. – Gabriella Airaldi, Modelli coloniali e modelli culturali dal Mediterraneo all’Atlantico. – Jacques Heers, Il ruolo dei capitali internazionali nei viaggi di scoperta nei secoli XV e XVI. – Gabriella Airaldi, L’eco della scoperta dell’America: uomini d’affari italiani, qualità e rapidità dell’informazione)

Molto documentazione su questo periodo storico su:

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Battaglia di Lepanto

7 ottobre 1571

La flotta cristiana della Lega Santa sconfigge e scaccia dal mediterraneo le forze navali turche.

Gli Avversari

Alì Mehemet Pascià

Alì Mehemet Pascià L’ammiraglio della flotta turca era un uomo politico più che un vero e proprio militare.
Arrivò alla battaglia di Lepanto a 50 anni, con la fama di invicibilità, derivatagli dal dente destro di Maometto, che portava sempre in battaglia, rinchiuso in una capsula di cristallo. Sotto il profilo strategico, non gli si possono attribuire grandi errori: la sua sconfitta era già destinata a consumarsi prima dello scontro, visto il divario tecnologico tra le due forze in campo.
I suoi meriti maggiori sono da trovare prima dello scontro nelle acque greche. L’intelligenza che lo distingueva, lo portò a scegliere, per la sua spedizione, i “capitani” più validi, dell’intera marina ottomana: Uluch Alì, Mehemet Soraq e Khara Kodja.
Uluch Alì, forse un ex campagnolo calabrese convertito all’Islam, era tra i più audaci e spietati (soprattutto nei confronti dei cristiani) comandanti turchi. Fu nominato addirittura Bey (sorta di governatore indipendente) di Algeri.
Soraq, detto “Scirocco” dai cristiani, era tra i più esperti comandanti di marina di tutto il Mediterraneo, cosa che gli fruttò la signoria di Alessandria.
Infine, Khara Kodja, rappresentava la stirpe di pirati mediterranei avventati e senza paura, che erano adattissimi per le azioni più rischiose e improbabili.
La scelta degli ufficiali da parte di Alì, risulta praticamente perfetta, così come fu immenso il valore ed il coraggio islamico profuso a Lepanto. Ma la straripante superiorità cristiana lasciò ben poca gloria all’ammiraglio turco morto durante le fasi cruciali della battaglia.


Don Giovanni D’Austria

Don Giovanni D'Austria Il comandante della flotta cristiana arrivò a 26 anni alla battaglia di Lepanto.
Figlio di Carlo V e di Barbara di Baviera, Giovanni mostrò subito come il suo indirizzo fosse verso la carriera militare, non verso quella ecclesiastica verso la quale era stato indirizzato. Prima dei 25 anni aveva già raggiunto i gradi più alti della gerarchia militare imperiale, ed era considerato uno dei più grandi ammiragli dell’intera cristianità.
Ma nonostante la grande preparazione, ed il grande valore dimostrato al fratellastro di Filippo II, gran parte del merito della sua vittoria nelle acque di Lepanto va ascritto a Sebastiano Venier, 75enne Duca di Candia, e “general de mar” della repubblica di Venezia, oltre che allo sforzo Politico di Marcantonio Colonna, comandante pontificio, unica persona in grado di smussare i contrasti tra Spagna e Venezia, e mantenere l’unità d’intenti della flotta.
I rapporti tra il Venier e Don Giovanni furono assai duri. Il ruvido carattere del Venier, mal si conciliava con l’atteggiamento “guascone” dello spagnolo, imberbe ed esibizionista secondo il comandante veneziano.
Sta di fatto che dopo la vittoria di Lepanto, Don Giovanni D’Austria divenne governatore delle Fiandre spanole, dove morirà pochi anni dopo la vittoria contro il turco, ancora giovanissimo.

I Turchi

Lo scontro navale che ebbe luogo il 7 ottobre 1571 nelle acque di Lepanto, segna una svolta epocale nella storia del Mar Mediterraneo e di tutti quei paesi che, fino ad allora, erano stati coinvolti nella lotta per arginare la minaccia turca sul mare.
Fino ad allora, i tentativi di arginare la potenza turca sulla terraferma si erano dimostrati assai vani (vedi la battaglia di kosovo-polje o la caduta di Costantinopoli). Le ripetute sconfitte cristiane di quegli anni, sono dovute alla preparazione di alcuni corpi scelti turchi , ai mezzi, ma soprattutto all’enorme quantità di forze, che i sultani avevano la possibilità di schierare ad ogni “appuntamento” militare.

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Battaglia di Lepanto – I percorsi delle flotte

Se nei Balcani l’opposizione agli invasori era stata comunque assai vasta, sul versante navale in pochi potevano controllare l’espansione islamica nel mediterraneo. La sola potenza che aveva i mezzi per tentare l’impresa era la repubblica di Venezia, ma da soli, i veneziani non erano abbastanza. Nel 1499 persero Lepanto stessa, e col tempo perderanno anche Naupatto, Chio e soprattutto l’isola di Cipro difesa strenuamente dal comandante Marcantonio Bragadin.
L’unica vera speranza di vittoria, contro gli uomini del sultano, era rappresentata dall’unione di tutte le maggiori flotte cristiane dell’area mediterranea.

Le forze alleate

L’ultima roccaforte del mediterraneo orientale che rimase in mano agli europei era l’isola di Cipro. La difesa veneziana dell’isola era stretta attorno alla fortezza di Famagosta, ma schierava solo 7.000 difensori, guidati da Marcantonio Bragadin, contro i 20.000 turchi al comando di Mustafa Pascià. I turchi mostrarono in questo assedio di quali mezzi disponessero e la crudeltà che li distingueva. Sulla fortezza piombarono almeno 170.000 colpi di cannone e innumerevoli furono le mine piazzate sotto le mura della città. I veneziani, da parte loro, ressero per 72 giorni ai turchi, ma neanche l’estremo sacrificio del capitano Roberto Malvezzi (fattosi saltare in aria insieme a migliaia di turchi in un deposito sotterraneo)fu abbastanza per la vittoria. Rimasto con 700 uomini, Bragadin accettò di trattare la resa con Mustafà Pascià, che offriva ai lagunari la salvezza, il rispetto dei beni, della popolazione civile e gli onori militari. Ma i turchi non rispettarono i patti. Appena fuori dalla fortezza, l’intendente Tiepolo e il generale Baglioni furono impiccati, tutti i civili furono venduti come schiavi a Costantinopoli, mentre il Governatore Bragadin fu scuoiato vivo. L’estremo sacrificio di Famagosta e dei suoi difensori non furono mai dimenticati. Nel frattempo l’Europa cristiana era divisa da molti anni in conflitti di potere temporale (vedi la lotta tra Francia e Spagna), ed in conflitti di natura spirituale(cattolici schierati contro i luterani). Ma con la pace di Cateau-Cambresis(1559) e il concilio di Trento(1545-1563), si creò una situazione di breve stabilità politica necessaria al Papa Pio V per stringere nell’alleanza della Lega Santa la Spagna, Venezia e lo stato Pontificio.
Apparentemente improponibile come legame, vista l’alleanza che legava Venezia con la Francia, la Lega Santa creata dall’astuzia diplomatica del Papa, univa la migliore flotta del mediterraneo occidentale alla giovanile irruenza di Don Giovanni d’Austria, fratellastro del re di Spagna Filippo II. E’ nota la preoccupazione con cui gli spagnoli vedevano l’avanzata islamica ad occidente, in particolare, l’ espansione turca sulle coste settentrionali del Maghreb, fece arrivare voci a Madrid secondo cui era in atto un preparativo navale ottomano contro la stessa penisola iberica.
Fu con tali premesse che, nel 1571, la flotta cattolica venne riunita a Messina e al comando di Don Giovanni d’Austria salpò verso le coste della Grecia.

I Cantieri Navali

Il termine darsena, ossia il luogo reputato per eccellenza alla costruzione marinara, proviene dall’arabo dar as-sina, ossia “casa della costruzione”.
Una delle più famose e produttive “case della costruzione” navale in Europa risulta l’Arsenale di Venezia, seguito immediatamente da quello spagnolo di Barcellona. Entrambe gli arsenali avevano la caratteristica peculiare della costruzione specifica di navi da guerra, e la Repubblica di Venezia in particolare, aveva nei dintorni altri “distaccamenti” nei quali venivano costruite altre imbarcazioni di stampo mercantile, come i porti di Candia e di Canea.
Ma la produttività del cantiere veneto era sicuramente senza eguali in Europa. Basta pensare che in un’annata sola era in grado di lavorare 18 galeazze, 10 galere “bastarde” e 138 galere “sottili” per un totale di 60.00 tonnellate di legname!
Il legname era una delle discriminati maggiori per la qualità di una imbarcazione. Tra i legnami dedicati alle parti più delicate della nave(gli alberi, le antenne, il fasciame e le pulegge) venivano prediletti il legno di noce, abete e quercia, mentre per altre parti (come ad esempio paratie, ponti e scale) si utilizzavano pioppo, olmo e faggio.
Tutti coloro che lavoravano nei cantieri navali veneziani (calafati, maestri d’ascia fonditori e calatori), avevano l’uso di tramandare alle generazioni successive la propria arte, il cui perfezionamento creava il divario di qualità tra le flotte cristiane e quelle musulmane. Quando l’unione occidentale verrà messa ancor più in discussione con la divisione tra protestanti e cattolici, molti ingegneri olandesi ed inglesi, grazie agli alti stipendi promessi, andarono a realizzare opere navali nei cantieri di Istanbul.
Nonostante questo, il “gap” qualitativo tra le flotte da guerra veneziane e quelle turche non fu mai veramente colmato dagli islamici.

La battaglia navale

La tecnica, nelle battaglie tra galee, era assai semplice: si tentava di speronare l’avversario, o di frantumare i remi dell’imbarcazione nemica, una volta immobilizzata, la nave era preda del tiro degli archibugieri e dei balestrieri avversari. Quando le armi da tiro avevano scaricato gran parte delle munizioni, partiva la fase d’abbordaggio vera e propria, effettuata tramite rampini che avvicinavano le navi e permettevano l’uso di ponti mobili per lo “sbarco”. La fase successiva all’abbordaggio era sicuramente quella più cruenta. Molti combattimenti si riducevano ad una carneficina senza quartiere, determinata dagli angusti spazi; inoltre, molti di coloro che cadevano feriti in mare, finivano affogati spinti a fondo dalle loro pesanti armature. Differenza fondamentale tra i le linee turche e quelle cristiane era quella che, se gli occidentali contavano anche sul supporto militare dei rematori, questo non poteva avvenire nelle navi turche, dove la maggior parte dei rematori erano cristiani.
Per quanto riguarda l’artiglieria, si tratta ancora di una fase evoluzionistica per le marine militari. I pezzi d’artiglieria erano disposti a prora e per chiglia, ma non essendo spostabili sparavano solo in direzione di rotta. Le artiglierie erano generalmente composte da tre a sei pezzi, per nave, da 50 l’uno (la misura è il peso in libbre del proiettile che sparava il pezzo). Si tratta di batterie assai inferiori per potenza di fuoco se paragonate ai futuri velieri, che utilizzando le due murate per disporre i cannoni avevano a disposizione molta più potenza di fuoco.

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La battaglia di Lepanto – Dipinto anonimo

Tutto quanto detto finora, rientra sempre nell’ottica della flotta cristiana, in quanto, le artiglierie musulmane dopo l’assedio di Costantinopoli, erano diventate di numero ridotto e di qualità assai scadente.
Oltre alle galee, le galeazze, furono le vere sorprese della battaglia di Lepanto. Più “alte” delle galee, e con numerose artiglierie disposte anche sulle murate, vennero usate per bersagliare le navi ottomane ad una distanza dalla quale era difficile rispondere, e successivamente dopo essere state spostate a rimorchio (troppo pesanti per essere manovrate da sole) dalle altre galee, vennero utilizzate come corpo di “artiglieria galleggiante”.

Le navi

Le Galee

Le galee rappresentano l’ultimo tipo di evoluzione degli antichi triremi e di tutte le navi poliremi.
Generalmente erano di circa 40 metri di lunghezza, 7 di larghezza, per una stazza massima di circa 400 tonnellate. La propulsione era garantita da tre alberi a vela triangolare (detta anche vela “latina”), mentre in assenza di vento venivano utilizzati tra i 200 e i 250 rematori presenti a bordo. La velocità massima che si poteva raggiungere in assenza di vento era di circa 7 nodi, ma il ritmo a voga veloce non poteva fisicamente essere portato oltre il quarto d’ora consecutivo.
Le galee avevano una struttura che sostituiva il castello di poppa con delle coperture sulle artiglierie dalle quali partivano anche le operazioni di abbordaggio o il tiro dei balestrieri.
La poppa invece, aveva una struttura rialzata, in cui era situata la cabina di comando e la lanterna di navigazione. Assai leggere, erano le coperture laterali dedicate ai rematori ed ai tiratori.
La struttura della galea era tutta dedicata alla battaglia, ben poco rimaneva per le necessità ed il comodo dell’equipaggio. Lo squilibrato rapporto tra lunghezza e larghezza, lo scarso pescaggio e l’inesistenza di un ponte di coperta, lasciavano i marinai, i rematori ed i fanti (o archibugieri) a bordo stivati all’inverosimile. Le condizioni in cui 400 o 500 persone dovevano convivere durante la navigazione erano di scarsissima igiene, quindi in viaggi molto prolungati si diffondevano facilmente epidemie e malattie. Era necessario fermarsi ed approdare sulla terraferma molto spesso, soprattutto per rifornirsi di acqua dolce, che veniva consumata nella quantità di circa 7 litri al giorno da ognuno dei componenti dell’equipaggio.
Oltre alle galee, nella Battaglia di Lepanto fecero la loro comparsa i primi galeoni (al seguito spagnolo), che avevano il compito principale di rifornire le galee alleate dei rifornimenti necessari. Ma per lungo tempo saranno utilizzati solo per scopi commerciali nel Mediterraneo, dove comunque continuarono ad essere preferite le galee. La spiegazione di questa opzione sta tutta nelle caratteristiche del mare stesso. Se infatti i galeoni erano sicuramente più adatti agli oceani, dove potevano fronteggiare tranquillamente le alte onde grazie alla loro struttura imponente, nelle più tranquille acque del Mediterraneo avrebbero sofferto l’assenza di vento, cosa che non succedeva ad una imbarcazione dotata di rematori. Come bersaglio dei pirati un galeone risultava una preda più statica di una galea ed inoltre i fondali, spesso bassi, erano adatti a navi dal basso pescaggio.
In conclusione, in un mare dove era richiesta la continua mobilità delle imbarcazioni (indipendentemente dalle condizioni meteorologiche), le galee furono ancora per molti anni dopo Lepanto le dominatrici del Mar Mediterraneo, sia sotto l’aspetto commerciale, che sotto quello militare.

Le armi da fuoco

La chiave di volta della sconfitta islamica nelle acque di Lepanto va individuata oltre il solo valore dei combattenti cristiani. La tecnologia militare occidentale aveva nettamente surclassato quella orientale, divenendo decisiva.
Le linee cristiane infatti, disponevano di affidabilissime artiglierie, provenienti dalle fonderie germaniche, che assicuravano maggiore penetrazione e precisione, ed erano di qualità sicuramente superiore a quelle turche. Gli stessi artiglieri europei avevano alle spalle una preparazione specializzata nell’uso delle macchine da guerra di cui non disponevano nè i loro colleghi turchi, nè i loro ufficiali, spesso inadeguati a quel tipo di ruolo.
Ma la superiorità cristiana non si fermava alle armi da fuoco. Il combattente di marina europeo utilizzava protezioni contro le quali gli efficientissimi archi turchi poco potevano. Le tondeggianti e resistenti protezioni europee garantivano la salvezza dai dardi islamici e permettevano liberamente ogni tipo di movimento.
Per quanto riguarda l’attrezzatura offensiva, gli occidentali utilizzavano balestre ed archibugi (in misura minore) per il combattimento a distanza, mentre per il corpo a corpo si servivano di alabarde, asce, spiedi e spade a lama larga.
Confrontando gli armamamenti appena descritti con l’antiquata attrezzatura turca (la cui peculiare arma da distanza era rappresentata dall’arco composito), si può facilmente immaginare lo svolgimento dei combattimenti e le motivazioni di una così schiacciante disfatta per la flotta della “Sublime Porta”.

Le forze in campo

Le forze erano cosi divise: 210 imbarcazioni per i cristiani, per un totale di 80.000 uomini, di cui 30.000 combattenti e 50.000 tra marinai e rematori. Le imbarcazioni erano di varia nazionalità, proprio per rappresentare al meglio le forze della Lega Santa. Vi erano infatti galere spagnole, genovesi, pontificie e sabaude, oltre alle prime galeazze veneziane, dotate dell’artiglieria che avrebbe influenzta le battaglie navali del futuro.
I turchi rispondevano con una flotta da 265 navi, con 221 galere, 38 galeotte e 18 fuste al comando di Mehmet Alì Pasha.
Va notato come la “propulsione” delle navi turche fosse composta esclusivamente da schiavi cristiani, ai quali non venivano risparmiati torture e maltrattamenti prima delle battaglie. Differente fu il comportamento di Don giovanni D’austria, il quale, dopo aver distribuito elmi, corazze ed armi a tutti i rematori, aveva astutamente promesso loro la libertà in caso di vittoria.
Il ruolo dei rematori non può essere dimenticato assai facilmente, particolarmente in un conflitto dove erano protagonisti d’obbligo anche loro. Sta di fatto che, durante le fasi più dure della battaglia, alcuni gruppi di schiavi, liberatisi dalle catene, presero di mira i propri aguzzini turchi. Su alcune navi attaccarono gli islamici alle spalle, mentre su altre, sparsero del sego sui ponti per far scivolare i turchi quando tentevano gli arrembaggi alle navi cristiane.
Nelle acque di Lepanto (nel golfo di Patrasso) le flotte si divisero in grossi gruppi. Il comandante generale prendeva posizione nella più grande galera della flotta (detta reale), per farsi riconoscere meglio dalle proprie forze e manovrare con più cura. Vi erano comunque anche altre navi di importanza fondamentale, quelle dette “capitane”, sulle quali stazionavano gli ufficiali responsabili di ognuno dei gruppi della flotta.

Gli schieramenti

Le flotte avversarie si schierarono in direzione nord-sud per una lunghezza di circa 7 chilometri.
L’ala sinistra dei cristiani, la più vicina alla costa, era composta da 64 galee venete al comando di Agostino Barbarigo. Sull’ala destra, quella spostata verso il mare aperto, vi erano le 54 galee genovesi comandate da Giannandrea Doria. La posizione centrale era occupata da altre 64 galee ai comandi di Don Giovanni D’Austria per gli spagnoli, Sebastiano Venier per i veneziani e Marcantonio Colonna per i pontifici. In testa ad ogni settore, le galeazze veneziane avevano il compito di aprire lo scontro e di “disordinare” le linee avversarie con le loro artiglierie.
La disposizione Turca era praticamente speculare a quella cristiana. Alla destra si pose Mehemet Soraq (detto “Scirocco”) con 52 galee e 2 galeotte; alla destra Uluch Alì con 61 galee e 32 galeotte; al centro l’ammiraglio Alì con 87 galee e 2 galeotte.
La retroguardia cristiana, posizionata dietro il blocco centrale, era composta da 30 galee agli ordini del Marchese di Santa Cruz; mentre le retrovie turche erano formate da 8 galee.

La battaglia

La cattura di Soraq

L’immagine che abbiamo dello schieramento iniziale turco, ci fa pensare come l’intenzione ottomana fosse quella di sfruttare la superiorità numerica della propria ala sinistra (quella di Uluch Alì), nei confronti della destra cristiana (quella dei genovesi guidati dal Doria), per aggirare la flotta della Lega.

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Battaglia di Lepanto – Schieramento iniziale

Sta di fatto che la prima parte dello schieramento turco che si mosse fu l’ala destra guidata da Mehemet Soraq, che tentò di incunearsi tra i veneziani del Barbarigo e la costa, per aggirare la sinistra nemica. La contromanovra veneta, che prenderà le imbarcazioni turche sul fianco, costerà la vita dello stesso capitano veneziano Barbarigo, ma distruggerà tutta l’ala dello “Scirocco” che verrà anche catturato.


La mischia attorno alle “ammiraglie”

Mentre la parte destra dello schieramento turco cade, le galeazze veneziane aprono il fuoco contro le navi turche, costrette ad accorciare le distanze, per non venire massacrate dall’artiglieria veneta. La nave ammiraglia turca dell’ammiraglio Alì, avanzò così tanto da speronare quella dello stesso Don Giovanni D’Austria, inaugurando un putiferio di imbarcazioni che giungevano, da ambo i lati, in soccorso dei propri comandanti.

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Battaglia di Lepanto – La mischia

Ma nonostante l’ardore profuso dai 400 giannizzeri che tentarono di conquistare la nave “reale” cristiana, gli archibugieri spagnoli ebbero la meglio. In aggiunta, con l’arrivo delle galee “Capitane” del Venier e di Colonna, la nave ammiraglia dei turchi fu presa e la testa dello stesso Alì fu issata sul pennone come monito per gli islamici. Senza più guida, il blocco centrale turco cede e viene sbaragliato. In queste fasi d’abbordaggio si copre di gloria il 75enne veneziano Venier, che combatte come un giovane leone ed è tra i primi a sfidare i dardi nemici.


Il sacrificio delle galeazze siciliane

Quando la battaglia è in corso le galee genovesi compiono una manovra che poteva mettere a repentaglio l’intero esito della battaglia. Trascinati forse dal vento o dalle correnti, le galee genovesi si allargarono ulteriormente verso il mare aperto, lasciando un varco dove Uluch Alì doveva affrontare solo le poche galee maltesi per poi ritrovarsi ad attaccare alle spalle l’intera flotta cristiana.
Ma proprio quando l’aggiramento era in dirittura d’arrivo, l’azione turca venne bloccata dall’estremo sacrificio del valorosissimo don Giovanni di Cadorna e delle sue galee siciliane, che si immolarono per dare il tempo alle galee di retrovia di accorrere.

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Battaglia di Lepanto – Verso la fine

La fine

A questo punto Uluch, per non richiare di venir stretto in una morsa dal Doria e dalle galee del centro che stavano accorrendo, decide di ritirarsi con le navi superstiti.

Bilancio Finale

Il bilancio finale dello scontro di Lepanto è nettamente a favore dei remi cristiani.
Le perdite turche ammontarono a 25.000 morti, 30 galere affondate e 100 catturate. Sul fronte opposto,i cristiani, persero 7.500 uomini e 15 navi.
Le cifre danno la dimensione di quanto netta fosse stata la vittoria occidentale, ma forse non rendono ancora bene l’idea di quanto ampio fosse il divario tecnologico tra le due parti in conflitto.
Se infatti da una parte, quella turca, venivano ancora utilizzati gli archi e le protezioni per i membri armati dell’equipaggio erano piuttosto leggere, sul fronte cristiano la metallurgia proteggeva gli uomini con corazze ed elmi resistenti, e li dotava di armi da fuoco che avevano una efficacia sicuramente maggiore di quella turca.
Il conflitto, e la vittoria cristiana di Lepanto, risulteranno di vitale importanza per tutta la cantieristica europea. Ne è piena dimostrazione il fatto che, nei secoli successivi, le battaglie sul mare non saranno più combattutte da scafi a remi, ma solo da scafi esclusivamente a vela.

Le Conseguenze

La vittoria cristiana di Lepanto fu decisiva per l’intera comunità mediterranea dell’Europa. Se la fine ufficiale dell’impero Ottomano è databile al 1918, l’inizio della regressione dell’espansionismo islamico parte proprio dal 7 ottobre 1571.
Qualora le imponenti flotte turche fossero riuscite ad avere la meglio su quelle cristiane, gran parte dell’Italia (esclusa Venezia) sarebbe passata sotto l’egida ottomana, e col tempo anche il traffico marittimo che collegava la Spagna ai suoi domini imperiali si sarebbe fermato, portando la potenza turca ad un’espansione che nemmeno gli Asburgo sarebbero stati in grado di fermare. Francia e Principi luterani e calvinisti non sarebbero stati in grado di reggere l’urto da soli, la barriera del Danubio sarebbe stata facilmente superata, e l’intera storia europea dei secoli XVI-XX sarebbe stata mutata in maniera inimmaginabile.
In conclusione, Lepanto rappresenta lo scontro che decise il futuro di due culture incapaci di convivere pacificamente, ma soprattutto una delle poche occasioni storiche in cui, buona parte della comunità europea occidentale si è riunita sotto un’unica forza per sconfiggere un’ avversario comune e garantirsi un futuro indipendente.

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Editori Laterza – Alessandro Barbero, La battaglia dei tre imperi
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«Non appena in Occidente si sparse la voce della prossima uscita della flotta turca, papa Pio V decise che quella era l’occasione buona per realizzare un progetto che sognava da tempo: l’unione delle potenze cristiane per affrontare gli infedeli in mare con forze schiaccianti, e mettere fine una volta per tutte alla minaccia che gravava sulla Cristianità. Quando divenne sempre più evidente che la tempesta era destinata a scaricarsi su Cipro, il vecchio inquisitore divenuto pontefice, persecutore accanito di ebrei ed eretici, volle affrettare i tempi.»
È la primavera del 1570. Un anno e mezzo dopo, il 7 ottobre 1571, l’Europa cristiana infligge ai turchi una sconfitta catastrofica. Ma la vera vittoria cattolica non si celebra sul campo di battaglia né si misura in terre conquistate. L’importanza di Lepanto è nel suo enorme impatto emotivo quando, in un profluvio di instant books, relazioni, memorie, orazioni, poesie e incisioni, la sua fama travolge ogni angolo d’Europa.

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Cronaca della battaglia di Lepanto 1571

tratto da: pisahistory.it

Cinque giorni dopo la presa di Famagosta, a Messina, dove aspettavano la flotta veneziana a quella pontificia, giungeva a capo delle galee della Murcia e della Catalogna, don Giovanni d’Austria seguito da Alessandro Farnese, da Francesco Maria della Rovere, dal marchese di Carrara, da Ottavio e Sigismondo Gonzaga, da don Francesco di Savoia e da parecchi valenti capitani, quali Ascanio della Cornia, Andrea Provana conte di Leini, Pirro Malvezzi, Gil d’Andrate, i Doria, i Grimaldi, gli Imperiali, gli Spinola e don Alvaro di Bazan marchese di Santa Cruz.

Le forze che venivano a trovarsi sotto il comando di don Giovanni d’Austria erano le seguenti: trentuno galee e venti navi spagnole con cinquecentocinquantacinque cannoni, ottomila soldati e millesettecento marinai; diciannove galee napoletane con novantacinque cannoni, mille e novecento soldati e mille e cento marinai; sedici galee siciliane fra le quali la Capitana, la Sicilia, la Padrona, e la S. Giovanni, con venti cannoni, quattrocento soldati e duecentoquaranta marinai; dieci galee di Gian Andrea Doria. con cinquanta cannoni, mille soldati e seicento marinai; due di Niccolò Doria, quattro dei Nomellini, quattro dei Negroni, due dei De Mari, due dei Grimaldi, due degli Imperiali, una dei Santi, tre galee di Genova, tre del duca di Savoia (la Piemontese, la Margarita e la Duchessa), tre di Malta, dodici galee pontificie noleggiate presso Cosimo de’ Medici montate da Cavalieri di Santo Stefano e soldati delle Marche e delle Romagne; infine centocinque galee veneziane con novecentocinque cannoni, undicimila e duecento soldati e settemila marinai.

In totale vi erano duecentonove galee, milleottocentocinque cannoni, ventottomila soldati, dodicimila e novecentoventi marinai e quarantatremila e cinquecento rematori.
Di tutte queste forze la maggior parte era stata fornita dall’Italia (Stati indipendenti e Stati soggetti), la quale aveva dato centosettantotto galee, milleduecentosettanta cannoni, ventimila soldati, undicimila e duecentoventi marinai e trentasettemila e trecento rematori, il resto, secondo le cifre su riferite, era della Spagna.
Il 16 settembre, dopo lunghe discussioni sulla via da prendere, questa grande flotta, lasciò le acque di Messina e, raccolti nuovi soldati sulle coste calabresi, il 27 dello stesso mese giunse a Corfù dove apprendeva la dolorosa notizia della caduta di Famagosta e dello scempio fatto dei suoi difensori.
Da Corfù l’armata andò nel golfo di Gomenizza, che si apre nelle coste albanesi, e il 4 ottobre andò ad ancorarsi nel porto di Fiscardo, da dove poi ripartì il 6 ottobre, diretta al golfo di Lepanto dov’era la flotta turca comandata da Alì, forte di duecentoventidue galee, sessanta galeotte, settecentocinquanta cannoni, trentaquattromila soldati, tredicimila marinai e quarantamila rematori.

La mattina del 7 ottobre del 1571 la flotta alleata giunse in vista delle Curzolari, isolette poste presso l’imboccatura del golfo di Lepanto, e subito l’armata ottomana uscì e si schierò in ordine di battaglia di fronte al nemico.
Lo schieramento dell’armata alleata aveva una lunghezza di circa tre miglia, il centro era formato da una squadra di sessantuno galee, quasi al suo fianco quella Reale di Spagna guidata da don Giovanni d’Austria, la Capitana pontificia comandata da Marcantonio Colonna, la Capitana di Savoia al comando del Provana, la Capitana di Venezia con Sebastiano Venier e la Capitana di Genova con Ettore Spinola ed Alessandro Farnese; all’ala destra stava una squadra di cinquantatré galee capitanata da Gian Andrea Doria, alla sinistra altrettante navi veneziane sotto il comando di Agostino Barbarigo; di riserva erano trentacinque navi comandate dal marchese di Santa Cruz don Alvaro de Bazan; di avanguardia, a un miglio a mezzo circa dalla linea frontale, stavano sei galeazze al comando di Francesco Duodo.

Della flotta ottomana il centro era comandato dall’ammiraglio supremo Alì, il centro destro da Mehemet Sciaurak, vicerè d’Egitto, il centro sinistro dal bey d’Algeri Ulugh Ali. Grande la determinazione dei Turchi, che, pur essendo forniti di minor numero di cannoni, si affidavano al maggior numero delle loro navi e nella conoscenza del luogo; non meno grande era l’ansia di battersi degli alleati, desiderosi di vendicare i martiri di Famagosta e, confortati dai frati i quali con il Crocifisso in mano benedicevano i combattenti e davano notizie delle indulgenze promesse dal Pontefice.
La battaglia fu ingaggiata verso mezzogiorno. Prime ad entrare in combattimento furono le sei galeazze di Francesco Duodo, le quali, vedendo la flotta ottomana avanzare a semicerchio con lo scopo evidentissimo di avvolgere quella cristiana, aprirono un fuoco violentissimo e ruppero l’ordine serrato dello schieramento nemico. Allora la battaglia infuriò contemporaneamente su tutti i punti della fronte e presto prese l’aspetto di una mischia apocalittica.
Al centro, l’ammiraglia turca si lanciò contro la Reale di Spagna, imitata da altre navi ottomane; in aiuto della capitana spagnola accorsero altri navigli cristiani, fra cui quello di Sebastiano Venica, il quale a capo scoperto combatté valorosamente e contribuì moltissimo all’esito dello scontro. Questo durò a lungo, con un accanimento straordinario; fin quando Alì fu colpito gravemente da una palla di cannone e la sua nave, con la ciurma nel panico, presto venne fatta prigioniera.

Con accanimento non minore si combatté all’ala sinistra, dove in un primo tempo i cristiani furono quasi sopraffatti anche perché il Barbarigo, sebbene strenuamente difeso da Camillo da Correggio, aveva riportato una gravissima ferita che il giorno dopo doveva causargli la morte; ma i restanti non tardarono a risollevarsi; un impetuoso assalto dato alla nave di Mehemet Sciaurak cambiò la sorti della battaglia, e lo Sciaurak cadde anche lui, come Alì, sotto i colpi di Giovanni Contarini, il suo legno fu colato a picco e la sua squadra anch’essa presa dal panico fu completamente sbaragliata.

Diversamente procedettero le cose all’ala destra. Gian Andrea Doria aveva poca voglia di sferrare battaglia forse per cieca obbedienza agli ordini di Filippo II, che avrebbe voluto che la flotta anziché contro i Turchi andasse contro Tunisi, forse anche per certe segrete trattative corse tra la Spagna e Ulugh aventi lo scopo di staccare quest’ultimo da Costantinopoli. A sua volta Ulugh Alì cercava di evitare il combattimento mosso dalle medesime ragioni ed anche perché voleva che le sue forze rimanessero intatte par difendere le coste del suo regno di Algeri che potevano essere assalite dagli Spagnoli.

L’uno e l’altro pertanto dopo una serie di abili evoluzioni presero il largo; ma una parte della squadra del Doria, formata di veneziani, pontifici, piemontesi e maltesi, ardendo dal desiderio di combattere, si staccò dal resto della flotta genovese ed assalì la navi nemiche. Sopraffatta dal numero dei legni avversari ebbe la peggio; ma in suo soccorso si mossero dal centro don Giovanni d’Austria e Marcantonio Colonna; lo stesso Gian Andrea Doria, visti i suoi in pericolo, fu costretto a rivolgersi contro gli Algerini; allora Ulugh Alì, temendo di essere accerchiato, abbandonò il combattimento e le galee che aveva catturate e con venticinque galee e venti galeotte se ne fuggì a Costantinopoli.

Il contegno del Doria fu la sola ombra che offuscò la vittoria cristiana di Lepanto, la quale fu completa. Centodiciassette galee ottomane e circa venti galeotte furono catturate; cinquantasette colate a picco durante la battaglia, cinquanta altre che si erano fracassate contro gli scogli furono prima saccheggiate poi incendiate; quarantamila turchi tra soldati e marinai furono uccisi, ottomila fatti prigionieri e circa diecimila schiavi cristiani furono liberati. Dei capitani nemici, oltre Alì e Sciaurak, trovarono la morte parecchi pascià e il comandante dei Giannizzeri. Ma la vittoria fu pagata a caro prezzo: settemila e cinquecento cristiani perirono, dei quali duemila e trecento veneziani fra cui il Barbarigo e ventisei gentiluomini, quindici galee andarono perdute; i feriti ammontarono a settemilasettecentottantaquattro e tra questi ci fu il Cervantes, il celebre autore del Don Chisciotte.
Finita la battaglia, la flotta vittoriosa si rifugiò nel porto di Petala per sfuggire ad una tempesta che stava per scatenarsi; non essendo possibile tentare altre imprese per la stagione inoltrata e per le condizioni delle navi, il consiglio di guerra stabilì di far vela verso ponente e il 10 ottobre la flotta entrava nel porto di Santa Maura, poi si recò a Messina. Qui fu fatta la divisione delle spoglie e a Venezia toccarono ventisette galee ed altre navi minori, sessantadue cannoni tra grossi e piccoli e milleduecento schiavi. L’annuncio della sconfitta produsse a Costantinopoli grandissima costernazione e si dice che il sultano Selim rimanesse tre giorni senza prender cibo; però il Gran Visir Mehemet Sokolli non rimase scosso dalla disfatta e al legato veneto Barbaro disse: «Lepanto ci ha solamente tagliata la barba; essa crescerà più folta di prima; Venezia con Cipro ha perso un braccio e questo non cresce più».

E in verità quell’astuto uomo di Stato non aveva torto. Difatti gli Ottomani, con la sconfitta di Lepanto, non subivano perdite territoriali; in quanto ai danni materiali subiti, questi, date le immense risorse dell’Impero, erano facilmente riparabili, ed infatti l’anno dopo, una nuova flotta turca di oltre duecento navi al comando di Ulugh Alì veleggiava minacciosa sui mari d’Oriente. Due sole cose avevano perduto i Turchi, che non poterono più riacquistare: la fama d’ invincibilità che tanto aveva loro giovato e la fiducia nelle proprie forze.
Venezia, se aveva perso Cipro, acquistava prestigio e fede in sé stessa: l’uno e l’altra, avrebbero potuto rialzare le sorti della repubblica, se le gelosia degli altri Stati e la tortuosa politica della Spagna non l’avessero costretta più tardi ad una pace, la quale non era quella che dalla strepitosa vittoria di Lepanto si era ripromessa.

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Padre Marco d’Aviano: La battaglia di Vienna e Loreto

tratto da: santuarioloreto.it

Padre Marco, al secolo Carlo Domenico Cristofori, nacque ad Aviano (Pordenone) nel 1631. Studiò da giovane presso i gesuiti. Nel 1648 entrò nell’ordine dei cappuccini e, ordinato sacerdote, si diede all’apostolato della parola e della penna, divenendo presto famoso. Nel 1680 fu inviato in Germania dove divenne confidente e consigliere di molti principi, tra i quali l’imperatore Leopoldo I d’Austria che lo chiamava suo angelo tutelare. Fu al suo fianco nel 1683 come protagonista durante l’assedio di Vienna. Morì in quella città nel 1699 e fu sepolto nella chiesa dei cappuccini.

Il nome di Padre Marco torna ora alla ribalta, dopo lungo tempo di ingiustificato oblio. Viene considerato uno dei personaggi più importanti del suo tempo, soprattutto in riferimento al suo ruolo determinante, come cappellano generale, nella vittoriosa battaglia di Vienna dell’11 settembre 1683, definita da qualche storico “la madre di tutte le battaglie” perché ha chiuso il discorso militare con i turchi, desiderosi di occupare l’Europa, decretando il loro irreversibile declino militare ed economico.

L’attenzione per il cappuccino oggi è considerevole. E’ noto il romanzo scritto da Carlo Sgorlon “Marco d’Europa”, che nel titolo già evidenzia la sua grandezza. Il romanzo viene ora riproposto tra gli Oscar Mondadori con un nuovo titolo: “Il taumaturgo e l’imperatore”. Recentemente, Giuseppe Baiocchi, giornalista della Rai, colpito della coincidenza dell’11 settembre, data della vittoria di Vienna del 1683 e data dell’attacco alle Torri gemelle del 2001, ha messo a frutto le sue conoscenze storiche e ha ricostruito le vicende di quella storica battaglia. Sulla base di tale ricostruzione, il regista Renzo Martinelli si è messo all’opera per realizzare una riproduzione cinematografica dell’evento e ha cominciato a girare il suo Marco d’Aviano. Il regista ha rilasciato questa dichiarazione al “Corriere della Sera” (12 febbraio 2002, p. 37): “Sarà una pellicola piena di effetti spettacolari, ma di grande portata storica. Mi proporrò di illustrare la personalità del frate predicatore anche per sottolineare la sua straordinaria attualità. Marco credeva fermamente alla necessità di affermare l’identità culturale dell’Occidente di fronte alla sfida dell’Islam”.

Il riconoscimento più alto al cappuccino di Aviano viene però dalla Chiesa. Infatti, il prossimo 27 aprile, Giovanni Paolo II lo proclamerà beato, riconoscendo in lui l’esercizio eroico delle virtù cristiane. […].

Padre Marco ha legato il suo nome al santuario di Loreto, perché dopo la vittoriosa battaglia di Vienna, mentre il re polacco Giovanni Sobieski entrava trionfante a Vienna, lui lo accompagnava mostrando un’immagine della Madonna di Loreto, alla cui intercessione fu attribuita quella memorabile vittoria.

Riproduciamo qui di seguito uno scritto di p. Arsenio d’Ascoli, già direttore della Congregazione Universale, apparso nel suo volume “I papi e la Santa Casa” (Loreto, 1969, pp. 54ss), nel quale sono descritti gli aspetti “lauretani” della battaglia di Vienna e il ruolo di padre Marco d’Aviano.

“Dopo un secolo dalla disfatta di Lepanto (1571) i turchi tentavano per terra di sommergere l’Europa e la cristianità. Maometto IV al principio del 1683 consegna a Kara Mustafà lo Stendardo di Maometto facendogli giurare di difenderlo fino alla morte. Il Gran Visir, orgoglioso della sua armata di 300 mila soldati, promette di abbattere Belgrado, Buda, Vienna, straripare in Italia, giungere fino a Roma e collocare sull’altare di S. Pietro il trogolo del suo cavallo.

Nell’agosto del 1683 il Cappuccino P. Marco d’Aviano è nominato Cappellano Capo di tutte le armate cristiane. Egli rianima il popolo atterrito, convince Giovanni Sobieski ad accorrere con la sua armata di 40 mila uomini.

L’immagine della Madonna è su ogni bandiera: Vienna aveva fiducia solo nel soccorso della Madonna. La città era assediata dal 14 luglio e la sua resa era questione di ore.

Sul Kahlemberg, montagna che protegge la città dalla parte del nord, in una cappella, il P. Marco celebrò la Messa servita dal Sobieski dinanzi a tutta l’armata cristiana disposta a semicerchio. P. Marco promise la più strepitosa vittoria. Alla fine della Messa, come estatico, invece di dire: “Ite Missa est”, gridò: “Joannes vinces”, cioè: “Giovanni vincerai”.

La battaglia iniziò all’alba dell’11 settembre. Un sole splendido illuminava le due armate che stavano per decidere le sorti d’Europa. Le campane della città fin dal mattino suonavano a stormo, le donne e i bambini erano in chiesa a implorare aiuto da Maria. Prima di sera l’armata turca era in rotta, lo stendardo di Maometto nelle mani di Sobieski, la tenda del Gran Visir occupata.

Il popolo era impaziente di contemplare il volto dell’eroe. Sobieski, preceduto dal grande Stendardo di Maometto, vestito di azzurro e di oro, montato sul cavallo del Gran Visir, il giorno seguente fece il suo ingresso solenne in città fra un delirio di popolo. Per ordine di Sobieski il corteo si diresse verso la chiesa della Madonna di Loreto in cui si venerava una celebre immagine della SS. Vergine. A Lei era dovuta la vittoria e ai suoi piedi tutto il popolo si prostrò riconoscente.

Fu celebrata una S. Messa e Sobieski rimase sempre in ginocchio come assorto. Il predicatore salì il pulpito e fece un grande discorso di circostanza, applicando a Giovanni Sobieski il testo evangelico: “Fuit homo missus a Deo cui nomen erat Joannes” (“Ci fu un uomo inviato da Dio, il cui nome era Giovanni”).

La cerimonia proseguì grandiosa e solenne nella sua semplicità con particolari gustosi che mettono in rilievo la fede e la bonomia di Sobieski. L’assedio aveva disorganizzato molte cose e la Chiesa di Loreto non aveva più cantori. “Non importa” disse Sobieski, e con la sua voce potente intonò ai piedi dell’altare il “Te Deum”, che il popolo proseguì ad una sola voce.

L’organo e la musica non erano necessari: il coro della folla vi supplì con pietà, commozione, entusiasmo. Il clero sconcertato non sapeva come concludere, e sfogliava messali e rituali per cercare un versetto. Sobieski lo trasse d’imbarazzo: senza troppo badare alle rubriche, ne improvvisò uno e la sua voce sonora si innalzò ancora potente su la folla: “Non nobis, Domine, non nobis!” (“Non a noi, Signore, non a noi!”). I sacerdoti risposero piangendo: “Sed nomini tuo da gloriam” (“Ma al tuo nome dà gloria”).

Sobieski inviò subito un messaggio al B. Innocenzo XI per annunziargli la vittoria. I termini della missiva mostrano l’umiltà e la fede dell’eroe: “Venimus, vidimus, et Deus vicit” (“Siamo venuti, abbiamo veduto, e Dio ha vinto”).

Una solenne ambasciata portava al Papa il grande stendardo di Maometto IV, la tenda del Gran Visir e una bandiera cristiana riconquistata ai Turchi.

Il B. Innocenzo XI, riconoscente alla Madonna di Loreto per la grande vittoria, inviò al Santuario la bandiera ritolta ai Turchi e la tenda. La bandiera si conserva ancora nella Sala del Tesoro. La tenda fu portata personalmente da Clementina, figlia di Sobieski, sposa a Giacomo II Re d’Inghilterra. Con la tenda fu confezionato un prezioso baldacchino che si usa solo nelle grandi solennità; una parte servì per un “apparato in quarto per pontificali”.

Anche il Papa, come Sobieski, attribuiva la vittoria alla Vergine. Il suo ex voto fu l’istituzione di una festa in onore del S. Nome di Maria. Il 25 novembre 1683 un atto della Congregazione dei Riti la estendeva a tutta la Chiesa e la fissava nella domenica fra l’ottava della Natività di Maria e San Pio X l’ha fissata per il 12 settembre, giorno anniversario della vittoria.

Dopo la grande battaglia di Vienna, sotto le macerie fu trovata una bella immagine della Madonna di Loreto, nei cui lati era scritto: “In hac imagine Mariae victor eris Joannes; In hac imagine Mariae vinces Joannes” (“In questa immagine di Maria sarai vincitore, o Giovanni; in questa immagine di Maria vincerai, o Giovanni”). Era certo un’immagine portata lì da San Giovanni da Capistrano, più di 2 secoli prima, nelle lotte contro i Turchi in Ungheria e a Belgrado.

Sobieski volle che P. Marco la portasse nell’ingresso trionfale a Vienna il giorno dopo la vittoria. La portò con sé inseguendo il nemico e con essa riportò splendide vittorie contro i Turchi. La fece poi collocare nella sua Cappella e ogni giorno faceva celebrare dinanzi a Lei la S. Messa e cantare le Litanie Lauretane.

Nella Cappella Polacca a Loreto il prof. Gatti ha voluto ricordare questo episodio collocando nel quadro della parete di destra il P. Marco d’Aviano con il quadro della Madonna di Loreto in mano.

Il B. Innocenzo XI mise l’impronta della S. Casa con l’iscrizione: “Santa Maria di Loreto, pregate per noi”, negli “Agnus Dei” del primo e settimo anno del suo Pontificato.

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Segnalazione di Maurizio-G. Ruggiero

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La battaglia di Vienna del 1683di Renato Cirelli
Lo scenario politico-militare nella seconda metà del Seicento, il secolo terribile che aveva sconvolto e cambiato per sempre l’Europa, si presenta tutt’altro che pacifico. La Guerra dei Trent’Anni (1618-1648), iniziata come guerra di religione, era continuata come conflitto fra la Casa regnante francese dei Borbone e gli Asburgo per togliere a questi ultimi l’egemonia sulla Germania, che derivava loro dall’autorità imperiale. Per raggiungere questo scopo il primo ministro francese Armand du Plessis, cardinale duca di Richelieu (1585-1642), inaugurando una politica fondata sul solo interesse nazionale a scapito degli interessi dell’Europa cattolica, si allea con i principi protestanti.

I Trattati di Westfalia del 1648 sanciscono l’indebolimento definitivo del Sacro Romano Impero e sulla Germania, devastata e divisa fra cattolici e protestanti e frazionata politicamente, si stabilisce l’egemonia del re di Francia Luigi XIV (1638-1715). Il ruolo dominante raggiunto in Europa spinge il Re Sole ad aspirare alla stessa corona imperiale e, in questa prospettiva, egli non esita a cercare l’alleanza degli ottomani, indifferente a ogni ideale cristiano ed europeo. Sul finire del secolo l’Europa cristiana è prostrata e ripiegata su sé stessa fra divisioni religiose e lotte dinastiche, mentre la crisi economica e il calo demografico, conseguenti alla guerra, completano il quadro e la rendono oltremodo vulnerabile.

L’offensiva turca

L’impero ottomano, che aveva ormai conquistato i paesi balcanici fino alla pianura ungherese, il 1° agosto 1664 era stato fermato nella sua avanzata dagli eserciti imperiali guidati da Raimondo Montecuccoli (1609-1680) nella battaglia di San Gottardo, in Ungheria.

Poco dopo però, sotto l’energica guida del Gran Visir Kara Mustafà (1634-1683), l’offensiva turca riprende, incoraggiata incoscientemente da Luigi XIV nella sua spregiudicata politica anti-asburgica, e approfitta della debolezza in cui versano l’Europa e l’Impero.

Solo la Repubblica di Venezia contende ai Turchi ogni isola dell’Egeo e ogni metro di Grecia e di Dalmazia combattendo orgogliosamente da sola la sua ultima e gloriosa guerra, che culmina con la caduta di Candia nel 1669, difesa eroicamente da Francesco Morosini il Peloponnesiaco (1618-1694).

Dopo Creta, nel 1672 la Podolia — parte dell’odierna Ucraina — viene sottratta alla Polonia e nel gennaio del 1683, a Istanbul, vengono inastate le code di cavallo di battaglia in direzione dell’Ungheria e un immenso esercito si mette in marcia verso il cuore dell’Europa, sotto la guida di Kara Mustafà e del sultano Maometto IV (1642-1693), con l’intento di creare una grande Turchia europea e musulmana con capitale Vienna.

Le poche forze imperiali — appoggiate da milizie ungheresi guidate dal duca Carlo V di Lorena (1643-1690) — tentano invano di resistere. Il grande condottiero al servizio degli Asburgo prende il comando benché ancora convalescente di una grave malattia che lo aveva portato sull’orlo della morte, dalla quale — si dice — l’abbiano salvato le preghiere di un padre cappuccino, il venerabile Marco da Aviano (1631-1699). Il religioso italiano, inviato del Papa presso l’Imperatore e instancabile predicatore della crociata anti-turca, consiglia che tutte le insegne imperiali portino l’immagine della Madre di Dio. Da allora le bandiere militari austriache manterranno l’effigie della Madonna per due secoli e mezzo, fino a quando Adolf Hitler (1889-1945) le farà togliere.

Le “campane dei turchi”

L’8 luglio 1683 l’esercito ottomano muove dall’Ungheria verso Vienna, vi giunge il 13 luglio e la cinge d’assedio. Durante il percorso ha devastato le regioni attraversate, saccheggiato città e villaggi, distrutto chiese e conventi, massacrato e schiavizzato le popolazioni cristiane.

L’imperatore Leopoldo I (1640-1705), dopo aver affidato il comando militare al conte Ernst Rüdiger von Starhemberg (1638-1701), decide di lasciare la città e raggiunge Linz per organizzare la resistenza della Germania contro il tremendo pericolo che la sovrasta.

Nell’impero suonano a stormo le “campane dei turchi”, com’era già accaduto nel 1664 e nel secolo precedente, e inizia la mobilitazione delle risorse militari imperiali, mentre l’imperatore tesse febbrilmente trattative per chiamare a raccolta tutti i principi, cattolici e protestanti, sabotato da Luigi XIV e da Federico Guglielmo di Brandeburgo (1620-1688), e chiede l’immediato intervento dell’esercito polacco, appellandosi al supremo interesse della salvezza della Cristianità.

Papa Innocenzo XI

In questo momento drammatico dà i suoi frutti la politica europea e orientale da anni promossa dalla Santa Sede, soprattutto per merito del cardinale Benedetto Odescalchi (1611-1689), eletto Papa con il nome di Innocenzo XI nel 1676, beatificato nel 1956 da Papa Pio XII (1939-1958).

Convinto custode del grande spirito crociato, il Pontefice, che da cardinale governatore di Ferrara si era guadagnato il titolo di “padre dei poveri”, ispira una politica lungimirante tesa a creare un sistema di equilibrio fra i principi cristiani per indirizzare la loro politica estera contro l’impero ottomano. Avvalendosi di abili e decisi esecutori come i nunzi Obizzo Pallavicini (1632-1700) e Francesco Buonvisi (1626-1700), il venerabile Marco da Aviano e altri, la diplomazia pontificia media e concilia i contrasti europei, pacifica la Polonia con l’Austria, favorisce l’avvicinamento con il Brandeburgo protestante e con la Russia ortodossa, difende perfino gli interessi dei protestanti ungheresi contro l’episcopato locale, perché tutte le divisioni della Cristianità dovevano venir meno davanti alla difesa dell’Europa dall’islam. E, nonostante gli insuccessi e le incomprensioni, nell’”anno dei Turchi” 1683 il Papa riesce a essere l’anima della grande coalizione cristiana, trova il denaro in tutta Europa per finanziare le truppe di grandi e di piccoli principi e paga personalmente un reparto di cosacchi dell’esercito della Polonia.

L’assedio

Intanto a Vienna, invasa dai profughi, si consuma la via crucis dell’assedio, che la città sopporta eroicamente. 6.000 soldati e 5.000 uomini della difesa civica si oppongono, tagliati fuori dal mondo, allo sterminato esercito ottomano, armato di 300 cannoni. Tutte le campane della città vengono messe a tacere fuorché quella di Santo Stefano, chiamata Angstern, “angoscia”, che con i suoi incessanti rintocchi chiama a raccolta i difensori. Gli assalti ai bastioni e gli scontri a corpo a corpo sono quotidiani e ogni giorno può essere l’ultimo, mentre i soccorsi sono ancora lontani. Sollecitato dal Papa e dall’imperatore, alla testa di un esercito, muove a marce forzate verso la città assediata il re di Polonia Giovanni III Sobieski (1624-1696), che già due volte aveva salvato la Polonia dai turchi. Finalmente il 31 agosto si congiunge con il duca Carlo di Lorena, che gli cede il comando supremo, e, quando viene raggiunto da tutti i contingenti dell’impero, l’esercito cristiano si mette in marcia verso Vienna, dove la situazione è ormai drammatica. I turchi hanno aperto brecce nei bastioni e i difensori superstiti, dopo aver respinto diciotto attacchi ed effettuato ventiquattro sortite, sono allo stremo, mentre i giannizzeri attaccano, infiammmati dai loro predicatori, e i cavalieri tatari scorazzano per l’Austria e la Moravia. L’11 settembre Vienna vive con angoscia quella che sembra l’ultima notte e von Starhemberg invia a Carlo di Lorena l’ultimo disperato messaggio: “Non perdete più tempo, clementissimo Signore, non perdete più tempo”.

La battaglia

All’alba del 12 settembre 1683 il venerabile Marco da Aviano, dopo aver celebrato la Messa servita dal re di Polonia, benedice l’esercito schierato, quindi, a Kalhenberg, presso Vienna, 65.000 cristiani affrontano in battaglia campale 200.000 ottomani.

Sono presenti con le loro truppe i principi del Baden e di Sassonia, i Wittelsbach di Baviera, i signori di Turingia e di Holstein, i polacchi e gli ungheresi, il generale italiano conte Enea Silvio Caprara (1631-1701), oltre al giovane principe Eugenio di Savoia (1663-1736), che riceve il battesimo di fuoco.

La battaglia dura tutto il giorno e termina con una terribile carica all’arma bianca, guidata da Sobieski in persona, che provoca la rotta degli ottomani e la vittoria dell’esercito cristiano: questo subisce solo 2.000 perdite contro le oltre 20.000 dell’avversario. L’esercito ottomano fugge in disordine abbandonando tutto il bottino e le artiglierie e dopo aver massacrato centinaia di prigionieri e di schiavi cristiani. Il re di Polonia invia al Papa le bandiere catturate accompagnandole da queste parole: “Veni, vidi, Deus vicit”. Ancor oggi, per decisione di Papa Innocenzo XI, il 12 settembre è dedicato al SS. Nome di Maria, in ricordo e in ringraziamento della vittoria.

Il giorno seguente l’imperatore entra in Vienna, festante e liberata, alla testa dei principi dell’impero e delle truppe confederate e assiste al Te Deum di ringraziamento, officiato nella cattedrale di Santo Stefano dal vescovo di Vienna-Neustadt, poi cardinale, il conte Leopoldo Carlo Kollonic (1631-1707), anima spirituale della resistenza.

Il riflusso dell’islam

La vittoria di Kalhenberg e la liberazione di Vienna sono il punto di partenza per la controffensiva condotta dagli Asburgo contro l’impero ottomano nell’Europa danubiana, che porta, negli anni seguenti, alla liberazione dell’Ungheria, della Transilvania e della Croazia, dando inoltre possibilità alla Dalmazia di restare veneziana. È il momento in cui maggiormente si palesa la grandezza della vocazione e della missione della Casa d’Austria per il riscatto e per la difesa dell’Europa sud-orientale. Per svolgerla, essa mobilita sotto le insegne imperiali le risorse di tedeschi, ungheresi, cèchi, croati, slovachi e italiani, associando veneziani e polacchi, costruendo quell’impero multietnico e multireligioso, che darà all’Europa Orientale stabilità e sicurezza fino al 1918.

La grande alleanza, che riesce a prender vita all’ultimo momento grazie a Papa Innocenzo XI, ricorda l’impresa e il miracolo realizzati un secolo prima grazie all’opera di Papa san Pio V (1504-1572) a Lepanto, il 7 ottobre 1571. Per la svolta impressa alla storia dell’Europa Orientale la battaglia di Vienna può essere paragonata alla vittoria di Poitiers del 732, quando Carlo Martello (688-741) ferma l’avanzata degli arabi. E l’alleanza che nel 1684 viene sancita con il nome di Lega Santa vede un accordo unico fra tedeschi e polacchi, fra impero e imperatore, fra cattolici e protestanti, animata e promossa dalla diplomazia e dallo spirito di sacrificio di un grande Papa, tutto teso al perseguimento dell’obiettivo della liberazione dell’Europa dai turchi.

In quell’anno si realizza una fraternità d’armi cristiana che dà vita all’ultima grande crociata e che, dopo la vittoria e cessato il pericolo, è presto dimenticata; ma, dopo Vienna, in Europa le “campane dei turchi” tacciono per sempre.


Per approfondire: vedi un quadro generale della situazione europea nel secolo XVI in AA.VV., Storia d’Europa, vol. IV: L’Età Moderna. Secoli XVI-XVIII, Einaudi, Torino l995; una storia della Casa d’Austria in Adam Wandruska, Gli Asburgo, trad. it., TEA, Milano l993; approfondimenti specifici in Ekkehard Eickhoff, Venezia, Vienna e i Turchi. Bufera nel Sud-est europeo. 1645-1700, trad. it., Rusconi, Milano l991; e in Jan Wladislaw Wos, La Polonia. Studi storici, introduzione di Paolo Bellini, Giardini, Pisa 1992, capitolo VII: Giovanni III Sobieski e la battaglia di Vienna (1683), pp. 153-177.

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Castelfidardo: La Battaglia di Loreto detta ‘di Castelfidardo’

immaginePresentazione mercoledì 28 luglio per le Conversazioni in giardino del volume di Massimo Coltrinari “Il combattimento di Loreto, detto di Castelfidardo”. Superate ormai le versioni di orientamento, il volume, già nel titolo, propone una ricostruzione diversa dovuta alla lettura attenta delle fonti. Può sorprendere constatare che Castelfidardo è rimasta sostanzialmente estranea ai fatti del 18 settembre 1860, ma è una realtà.

Il quinto appuntamento delle “Conversazioni in Giardino” (mercoledì 28 luglio ore 21.15 – cortile di palazzo Mordini), promosso da Italia Nostra e dalla Fondazione Ferretti è dedicato alla presentazione del volume di Massimo Coltrinari “Il combattimento di Loreto, detto di Castelfidardo”, Roma, Nuova Cultura, 2009 Il tema del Risorgimento italiano viene questa volta affrontato sotto il profilo della ricostruzione storica scientifica ed oggettiva. Superate ormai le versioni di orientamento, il volume, già nel titolo propone una ricostruzione diversa dovuta alla lettura attenta delle fonti. Può sorprendere constatare che Castelfidardo è rimasta sostanzialmente estranea ai fatti del 18 settembre 1860, ma è una realtà. Oltre al quartiere generale di Cialdini (che peraltro durante i combattimenti era ad Osimo), al Q.G. di una Brigata (gen. Casanova) non fu minimamente investita da eventi.

Di pari Loreto subì una pesante occupazione di oltre 8500 soldati affamati (Loreto aveva 1000 abitanti nel 1860) e poi corse il rischio di un bombardamento e di un assalto in forze, il 19 settembre. Massimo Coltrinari è docente di Dottrine Strategiche e Storia Militare all’Istituto Superiore di Stato Maggiore Interforze (Centro Alti Studi per la Difesa) e cultore della materia alla Cattedra di Geografia Politica ed Economica, Dipartimento di Teoria Economica, Facoltà di Scienza Politiche della Università La Sapienza, ma purtroppo non sarà presente in quanto a Berlino per impegni urgenti e improvvisi. Il volume sarà presentato da Massimo Morroni, storico che ha partecipato e collaborato con l’autore da oltre trent’anni, Gialunca Bonci, capitano nell’Esercito, storico militare, e Barbara Mascetra, capitano nella Guardia di Finanza e membro del Consiglio Direttivo del Club Ufficiali marchigiani, coordinati da Eugenio Paoloni.

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Castelfidardo, la battaglia «dimenticata» dai vincitori

Lo scontro del 18 settembre 1860 vide le truppe pontificie sconfitte dai piemontesi. Cavour non volle clamori per non irritare l’Europa

Il generale Cialdini

Il 18 settembre 1860 nell’area compresa tra i comuni di Camerano, Castelfidardo, Loreto, Numana, Osimo, Porto Recanati, Recanati, Sirolo e Ancona avvenne lo storico scontro militare tra l’esercito piemontese guidato dal generale Enrico Cialdini e quello pontificio comandato dal generale francese Louis Cristophe Leon Juchault de La Moricière a cui venne dato il nome di battaglia di Castelfidardo.

I compiti assegnati ai contendenti erano chiari: i pontifici dovevano arrivare ad Ancona ed attendere l’aiuto degli austriaci dall’Adriatico, mentre i piemontesi dovevano impedirglielo. Lo scontro, sebbene condotto in maniera apprezzabile da entrambi gli schieramenti, non fu esente da errori sia sul piano tattico sia su quello operativo. Con i piemontesi attestati lungo la strada postale Loreto-Ancona, presso gli abitati di Acquaviva, Campanari, Crocette, San Rocchetto ed i soli 400 uomini del XXVI battaglione bersaglieri nell’altura di Monte Oro Selva a controllare la vallata verso il mare Adriatico, passare lungo la costa per arrivare ad Ancona era sicuramente una mossa vincente per i pontifici, purché fatta in fretta. Tralasciando volutamente le manchevolezze piemontesi in termini informativi e nello schieramento del dispositivo, i pontifici commisero gli errori più gravi che compromisero l’esito finale. Alle ore 9.30 la manovra di avanzamento a pettine da parte di tre colonne pontificie lungo il litorale Adriatico, tra Porto Recanati e Numana, stava avendo la meglio: la prima colonna di sinistra del de Pimodan, infatti, aveva fatto indietreggiare nell’altura di Monte Oro i bersaglieri piemontesi che nonostante l’esiguo numero si battevano da leoni.

Una stampa che rievoca lo scontro (Museo del Risorgimento di Castelfidardo)

Quando, forse colpito dal fuoco amico, il generale de Pimodan venne colpito mortalmente, le sue truppe, prive di ordini chiari, iniziarono uno sbandamento pauroso. La Moricière che, secondo il suo concetto d’azione, non avrebbe dovuto sostenere gli scontri con le proprie truppe ma, una volta varcato il fiume Musone, avrebbe dovuto proseguire in tutta fretta verso Ancona, invece si fermò e anziché lasciare al suo destino il de Pimodan, decise di gettare anche la seconda colonna nella battaglia. Tutto ciò diede il tempo al grosso dell’ esercito piemontese di intervenire, bombardare la vallata, accerchiare e vincere i papalini. Alle ore 14.00 la battaglia era conclusa.

I caduti degli opposti eserciti (88 pontifici e 66 piemontesi) furono seppelliti sul campo di battaglia in fosse separate. Nel 1861 i patrioti fidardensi e marchigiani, spinti da umana pietà e rispetto per i combattenti morti a Castelfidardo in quella storica battaglia, decisero di sottrarre i seppelliti alla nuda terra e il 18 settembre iniziarono a costruire un imponente Sacrario-Ossario che per numerose vicissitudini, anche economiche, venne terminato nel 1880 e ridimensionato rispetto al progetto iniziale. Le spoglie dei soldati piemontesi e pontifici furono poste in avelli separati, rispettando la posizione che avevano nel campo, verso il mare Adriatico i pontifici e verso la collina di Monte Oro i piemontesi (…)

Il monumento eretto sul luogo della battaglia

Il marchese De Ségur, nel libro I Martiri di Castelfidardo (Parigi 1892), definì lo scontro militare marchigiano come la Waterloo del diritto dei popoli e dell’onore europeo e ricordò anche che Ferdinand e Paul Chazotte, diciotto mesi dopo la battaglia, avevano avuto la fortuna di visitare il memorabile campo di Castelfidardo: «Questi valorosi giovani ebbero la fortuna di pregare sulla tomba dove riposavano, confuse tra loro, le sacre ossa di tanti eroi. Non hanno trovato né una semplice pietra tombale, né il sacro segno della Redenzione. I Piemontesi hanno temuto, quasi sicuramente, che questo luogo divenisse una meta di pellegrinaggi. Non lontano da questo luogo c’era poi un’altra fossa comune, quella dove i Piemontesi hanno gettato i resti dei loro caduti, dopo averli bruciati (…). In questo luogo nessuno viene ad inginocchiarsi, nessuno prega, nessuno spera e, cosa strana e misteriosa, nessun segno esteriore, nessun monumento di gloria o di lutto indica ai passanti il luogo della sepoltura di questi malinconici vincitori».

De Ségur evidentemente non sapeva delle iniziative intraprese dall’ingegner Antonio Bianchi e dal sindaco Attilio Sciava per realizzare il Sacrario-Ossario in onore dei valorosi soldati degli opposti eserciti. Ma il marchese aveva ragione su una cosa, lo scontro di Castelfidardo era stato troppo in fretta dimenticato dal nuovo Stato italiano. Perché? Anche nell’opuscolo realizzato dalla rivista illustrata Picenum, in occasione dell’inaugurazione del monumento nazionale ai vittoriosi di Castelfidardo del 18 settembre 1912, Nada Peretti scriveva: «La giornata di Castelfidardo nell’opinione pubblica italiana non ha assunto quel valore che — non il breve fatto d’arme — ma la sua conseguenza morale le consente nella storia del nostro risorgimento. E pure essa stabilisce inesorabilmente la caduta del potere temporale dei papi; essa attribuisce al governo del regno di Piemonte, retto dal grande statista Cavour, ed all’esercito di Vittorio Emanuele II, la fortuna della liberazione delle Marche, le quali da lunga vigilia preparavano questa ambita sorte. Io non so se con tale oblio si siano volute evitare contese di primati e di privilegi, e si sia voluta lasciare unicamente al 20 settembre 1870 la fulgida gloria della più grande vittoria di un popolo. Ma la presa di Roma —se pure era e doveva essere il compimento del destino della terza Italia — presupponeva una preparazione, che — svoltasi per vie diplomatiche, fra le cancellerie dei diversi Stati europei—ebbe la solenne conferma del fatto inevitabile e quasi compiuto, nella battaglia di Castelfidardo».

Pio IX, il Papa che subì l’invasione piemontese

Oggi, a distanza di 150 anni, per quell’oblio potremmo avanzare numerose ipotesi che investono altrettante problematiche. Dobbiamo fare comunque un doveroso esercizio di trasferimento mentale nei luoghi ed al tempo del Risorgimento, in un’Italia dove la religione cristiana era un comun denominatore per la maggioranza della popolazione, e un re ed il suo Parlamento, che avevano ottenuto l’Unità nazionale combattendo il Papa, dovevano tener bene in considerazione l’umore del popolo. Considerando i cambiamenti che dovevano essere apportati in costumi, leggi, imposizioni e tasse, non si poteva rischiare anche una sollevazione religiosa, esaltando la battaglia di Castelfidardo. Inoltre i nuovi governanti italiani sapevano bene che mettere in risalto gli esiti della campagna di conquista delle Marche e dell’Umbria, di cui Castelfidardo era stato il momento più significativo, avrebbe messo in imbarazzo politico-internazionale gli Stati europei che avevano promesso la difesa dei territori pontifici, obbligandoli di fatto ad intervenire. Ma ancor più importante era che la strada dell’Unità nazionale non era terminata, bisognava arrivare a Roma e non era cosa facile, soprattutto per il coinvolgimento internazionale dell’operazione. Cavour non voleva clamori sulla vittoria ottenuta, tutto doveva essere al più presto dimenticato dall’Europa cattolica e non si doveva assolutamente dare l’occasione per un intervento a sostegno dello Stato pontificio. Lo stesso Napoleone III, riferendosi all’invasione dei territori del papa-re, aveva detto «fate presto». Non erano ancora maturi i tempi di un’Italia unita comprendente Roma capitale, ma era necessario prepararli con discrezione ed attenzione.

Così per lo scontro del 18 settembre 1860, avendo chiesto a Cialdini come dovevano chiamare il luogo della vittoriosa battaglia, Cavour si era sentito proporre il nome di Loreto come palese e significativa vittoria contro il Papa: ma il primo ministro aveva optato per lo sconosciuto centro abitato di Castelfidardo, luogo dove avvenne lo scontro più cruento e dove morì insieme a molti dei suoi soldati il generale pontificio Georges de Pimodan, riconoscendone di fatto l’alto valore militare.

Presidente Fondazione Duca Roberto Ferretti di Castelferretto
Dal saggio «Le Marche e l’Unità d’Italia»
a cura di Marco Severini – Edizioni Codex

Eugenio Paoloni
20 dicembre 2010

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Quel giorno l’Occidente si salvò seguendo i consigli del frate beato Marco d’Aviano: dopo tre secoli i musulmani tentano la rivincita compiendo gli attentati terroristici islamici proprio un altro 11 settembre

Renzo Martinelli è l’unico regista italiano che abbia davvero il coraggio di andare controcorrente. E per «corrente» intendiamo il mainstream di pensiero che, quando non è marxista tout court, non riesce a uscire dalla vulgata politicamente corretta.
In un cinema italiano che, dopo aver dato lezioni al mondo, si è immiserito nelle commediole, i cinepanettoni, l’immigrazionismo e l’agenda gay, Renzo Martinelli è quasi il solo che sia stato capace di misurarsi col genere epico. E storico, come il suo penultimo film Barbarossa con Rutger Hauer, incentrato sulla battaglia di Legnano.
Con al suo attivo film di denuncia come Vajont, o la ricostruzione del sequestro Moro in Piazza delle Cinque Lune, la biografia di Carnera, o l’imbarazzante Porzûs (ricostruzione dell’eccidio della brigata partigiana Osoppo, di cui facevano parte il fratello di Pasolini e lo zio del cantautore De Gregori, per mano di partigiani stalinisti), Martinelli è rimasto colpito dal riaffacciarsi sulla scena mondiale del problema islamico e ha narrato ne Il mercante di pietre, con Harvey Keitel, la vicenda di un occidentale contemporaneo che si converte all’islam radicale e partecipa a un attentato. Ora ritorna sul tema del controverso rapporto con l’islam affondando il bisturi (anche se sarebbe meglio dire la cinepresa) nella storia europea con la sua ultima fatica, Undici settembre 1683, che sarà nelle sale in aprile.
MARTINELLI, SO CHE LEI HA TRE LAUREE ED È APPASSIONATO DI STORIA. PERCHÉ HA DECISO QUESTA VOLTA DI INOLTRARSI NEL XVII SECOLO?
Ho voluto capire come mai Osama bin Laden avesse scelto proprio un undici settembre per sferrare il suo attacco alla Grande Mela. Vienna, la capitale imperiale nel 1683, era per i musulmani la Mela d’Oro, e proprio col fallito assedio di Vienna da parte degli ottomani l’11 settembre di quell’anno comincia il declino della millenaria minaccia turca nei confronti dell’Occidente.
In pochi anni, con una serie di folgoranti vittorie, il principe Eugenio di Savoia costringerà il sultano alla pace di Carlowitz e l’impero islamico inizierà il suo secolare arretramento, fino a sparire del tutto nel XX secolo. Ecco, sono convinto che Al Qaida abbia scelto l’11 settembre 2001 per attaccare di nuovo l’Occidente in quella che è la sua attuale capitale, New York, la nuova Mela.
CENTRALE, NEL FILM, LA FIGURA DI UN SANTO FRANCESCANO, IL BEATO MARCO D’AVIANO, INTERPRETATO DA F. MURRAY ABRAHAM. ERA UN CAPPUCCINO QUALUNQUE, ANCHE SE PER I CREDENTI ERA UNO CHE FACEVA MIRACOLI (GUARIGIONI, PROFEZIE, BILOCAZIONI…). OGGI NEMMENO I CATTOLICI CONOSCONO IL SUO RUOLO NELLA SALVEZZA DELL’EUROPA. SCOMMETTO CHE È STATA UNA SORPRESA ANCHE PER LEI.
Sarà una coincidenza, ma proprio nel 2001 sentii parlare per la prima volta di Marco d’Aviano. Doveva esserci la grande anteprima di uno dei miei film, Vajont, all’aperto. Ma si mise a piovere, scrosci d’acqua senza sosta. Rischiavamo un clamoroso flop. Una persona del luogo però mi disse di star tranquillo, perché avrebbe provveduto il «padre Marco», a cui vennero innalzate preghiere. Ebbene, proprio quando ormai ogni speranza era perduta, smise di piovere e potemmo proiettare col bel tempo. Fu così che decisi di informarmi su chi fosse questo «padre Marco».
NON ERA LA PRIMA VOLTA CHE, NEL DISACCORDO TOTALE DELLE POTENZE EUROPEE, A SALVARE LA CIVILTÀ CRISTIANA DOVEVA PENSARCI IL PAPA. E SEMPRE FACENDO RICORSO A UN FRANCESCANO. ALLA FINE DEL XV SECOLO AVEVA MANDATO SAN GIOVANNI DA CAPESTRANO A LIBERARE BELGRADO DAI TURCHI. ORA, MENTRE LUIGI XIV DI FRANCIA TRESCAVA COL SULTANO IN FUNZIONE ANTI-IMPERIALE, IL CAPPUCCINO MARCO D’AVIANO, VENERATISSIMO DAL POPOLO, VENIVA INVIATO IN SOCCORSO ALL’IMPERATORE LEOPOLDO, CHE GIÀ MEDITAVA DI ABBANDONARE VIENNA. FU LUI, CON LA SUA AUTORITÀ MORALE, A METTERE D’ACCORDO I CAPI CRISTIANI.
Infatti, riuscì a fare accettare il condottiero polacco Jan Sobieski quale comandante supremo. Sobieski, con i suoi «ussari alati», calò dal monte Kahlemberg e, miracolosamente, mise in fuga i turchi. Poche decine di migliaia di combattenti cristiani contro un’armata di trecentomila musulmani. Il gran vizir Karà Mustafà, capo dell’esercito ottomano, ne pagò il fio: fu strangolato col rituale laccio di seta nera.
PARADOSSALMENTE, A QUEL LONTANO UNDICI SETTEMBRE DOBBIAMO I TRADIZIONALI CAPPUCCINO E CORNETTO DELLE NOSTRE COLAZIONI. NELL’IMMENSO ACCAMPAMENTO ABBANDONATO DA TURCHI, I VIENNESI TROVARONO MOLTISSIMI SACCHI DI CAFFÈ. AVENDO FINITO IL PANE E RIMASTI SOLO CON UN PO’ DI PASTA PER DOLCI, FOGGIARONO PANINI IN FORMA DI MEZZALUNA (CROISSANT) PER IRRIDERE IL NEMICO, E LI INTINSERO IN QUEL CAFFÈ ALLUNGATO COL LATTE, IL CUI COLORE RICORDAVA L’ABITO DI CHI LI AVEVA SALVATI.
Non dimentichiamo che scopo dichiarato dell’offensiva turca era, dopo aver preso Vienna, la stessa Roma. Come Santa Sofia di Costantinopoli era diventata una moschea, così doveva essere per San Pietro. Quella del 1683 doveva essere la jihad definitiva, che avrebbe vendicato la sconfitta di Lepanto nel secolo precedente.
CI DICA QUALCOSA SULLA CONFEZIONE DEL FILM.
Si tratta di una produzione italo-polacca (i polacchi tengono molto alla vicenda narrata, visto il loro ruolo storico in essa) con partecipazione della Rai. Infatti, un film epico e di ricostruzione storica richiede ingenti investimenti.
Alla sceneggiatura ha messo mano anche Valerio M. Manfredi, scrittore molto noto per i suoi romanzi storici. Undici settembre 1683 sarà nelle sale italiane l’11 aprile nella versione cinematografica. L’anno prossimo la versione estesa verrà trasmessa dalla Rai in due puntate.

Rino Cammilleri
Fonte: La nuova Bussola Quotidiana, 25/03/2013
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