Il giorno 12/09/13 si è tenuto alla camera dei deputati un convegno organizzato dalla fondazione Ugo La Malfa sull’Euro e l’Europa.Dopo questo convegno nessun politico potrà dire io non sapevo infatti illustri accademici di vari indirizzi hanno spiegato magistralmente supportati da dati certi e numeri verificabili come e perchè siamo arrivati a questa situazione di disastro economico in cui versa l’Italia ed il resto d’Europa ed inoltre ci dicono che alcuni avevano previsto tutto questo con anni di anticipo.Vi invito caldamente a visionarlo e farlo circolare quanto più vi è possibile dopo aver visto questo nessun economista liberista potrà mai più incantarvi in TVcon le sue teorie completamente false che sono servite solo ad arricchire pochi ed impoverire molti, e quando vedendo dei dibattiti in TV qualche politico o economistà dirà che uscire dall’Euro non si può altrimenti sarebbe una catastrofe saprete che non stà dicendo la verità.Dopo questo convegno su qualsiasi politico od economistà che difenderà l’Euro e le politiche di austerità della BCE peserà il sospetto che non sia in buona fede.
Buona visione
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12 settembre 2013 | Autore
Fonte: http://blogs.telegraph.co.uk/finance/ambroseevans-pritchard/100025507/italy-floated-plans-to-leave-euro-in-2011-says-ecb-insider/ 12 Settembre 2013
Di Ambrose Evans-Pritchard – Traduzione a cura di N. Forcheri

Così adesso lo sappiamo: Silvio Berlusconi aveva proposto seriamente il ritiro dell’Italia fuori dall’euro a Ottobre/Novembre 2011, precipitandolo nella destituzione immediata dalla sua carica e attirandosi il siluramento da parte dei gendarmi della politica dell’Unione monetaria europea.

L’ex insider della BCE, Lorenzo Bini Smaghi ha tranquillamente infilato alcune bombe nel suo ultimo libro Morire di Austerità, che vale la pensa di essere letto per chi conosce l’italiano.

Bini Smaghi, fino a recentemente uno dei sei membri del Comitato esecutivo della BCE, e per molti anni l’italiano a Francoforte, dichiara che Silvio Berlusconi fu rovesciato dalla carica di primo ministro nel novembre 2011 non appena iniziò a sbattere le inferriate della gabbia dell’Unione economia e monetaria (UEM).

Nello specifico ha discusso (o minacciato?) il ritiro italiano dall’euro in riunioni private con altri governi dell’UEM, presumibilmente con la Cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Nicolas Sarkozy, poiché non negozia ai livelli più bassi (“L’ipotesi d’uscita dall’euro era stata ventilata in colloqui privati con i governi degli altri paesi dell’euro“).

Lo avevamo sospettato, adesso è confermato.

Bini Smaghi rivela anche che la Merkel ha continuato a pensare che la Grecia potesse essere cacciata dall’euro fino all’autunno del 2012 quando lo Pfennig fece trapelare che ciò avrebbe scatenato un inferno con reazioni a catena che avrebbero ingolfato tutto il sistema. Poi la Merkel ha cambiato improvvisamente atteggiamento correndo ad Atene a lodare il neo governo per le sue azioni eroiche. “”Merkel l’ha capito solo nell’Autunno del 2012“.

Conferma che la Germania è sicuramente sul filo del rasoio con €574 biliardi di crediti che la Bundesbank ha nei confronti delle banche centrali di Grecia, Portogallo, Irlanda, Italia, Cipro e Slovenia.

Ci hanno sempre garantito che i crediti cosiddetti di Target2 nel sistema dei pagamenti della BCE fossero un aggiustamento tecnico senza rischi significativi.

Bini Smaghi dichiara che qualsiasi Stato dell’UEM che abbandona l’euro deve affrontare il probabile default sugli obblighi verso l’estero. “La banca centrale nazionale non sarebbe in grado di rimborsare i debiti accumulati nei confronti di altri Stati membri dell’eurosistema, che sono registrati nel sistema dei pagamenti interni dell’Unione (noto come Target2). L’insolvenza provocherebbe perdite sostanziale per le controparti in altri Stati dell’eurozona, ivi comprese le banche centrali e gli Stati.”

Gli elettori tedeschi potrebbero volerlo sapere prima delle elezioni di domenica della settimana prossima, visto che i loro dirigenti dicono loro cose del tutto diverse. Anche il partito anti euro AfD, classificato in quarta posizione nei sondaggi, a un passo dall’entrare nel Bundestag, potrebbe trovare la cosa degna di interesse.

Che io sappia la Bundesbank (e le banche centrali di Finlandia, Olanda e Lussemburgo) compensano i debiti di Target2 nei confronti del blocco Club Med vendendo titoli a banche registrate in Germania. Lo fa per ragioni di politica monetaria.

Ciò significa che se l’euro salta, la Bundesbank deve ancora questa moneta alle stesse banche private come la Deutsche Bank ma anche la Nomura, Citigroup o la Barclays. Non è finzione. La Bundesbank non può fare default su questi titoli.Forse sono un orso senza cervello, ma devo ancora sentire una spiegazione soddisfacente su come si possa congiurare senza dolore tale eventualità, secondo quanto ci spiega una lista di illustri economisti. Non li ho mai sentiti rispondere a questa domanda. Pubblicano lunghi documenti, gettando polvere negli occhi con tecnicismi come sanno fare gli economisti (spesso bleffando) ma senza mai andare al punto.

Il fatto è che Target2 è l’altra faccia della medaglia della fuga dei capitali intra UEM. Gli investitori privati sono usciti dal Club Med, facendo ricadere i loro titoli di credito sui contribuenti tedeschi e gli stati creditori del nord. Puoi mascherarlo come vuoi ma questa è la realtà.

Si, la Bundesbank potrebbe stampare moneta allegramente in questa crisi e dovrebbe farlo per evitare lo shock deflazionistico e su ben più ampia portata di quanto non sia mai stato suggerito nella costruzione dell’UEM. La Germania sicuramente ce la farebbe ma le sue dottrine monetarie ne uscirebbero a pezzi.

La posizione ufficiale della Bundesbank è che la controversia su Target2 è una tempesta in un bicchiere d’acqua. In realtà non ci credono neanche loro. Un banchiere della BC tedesca con funzioni dirigenziali Target2 ha detto in mia presenza che “è la sua preoccupazione di ogni notte”. Il presidente stesso della banca Jens Weidmann ha testimoniato l’anno scorso che gli squilibri sono “un rischio inaccettabile”.

Mi sa che qualcuno stia tentando di menar il cane per l’aia al popolo tedesco, e non Jens Weidmann che parla con splendida schiettezza. Sono in disaccordo con le sue teorie monetarie, ma la sua onestà intellettuale è magnifica.

Altri riferimenti:

http://mercatoliberotestimonianze.blogspot.it/2013/08/come-un-paese-della-zona-euro-in.html

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13 settembre 2013

Fonte: http://www.signoraggio.it/marra-monte-paschi-il-27-11-13-dal-gup-per-usura-per-una-mia-denunzia-del-2009-ma-a-che-serve-se-il-super-massone-giuliano-amato-diventa-giudice-costituzionale/

downloadIl Fatto Quotidiano, con un articolo di Vincenzo Iurillo, ha già, a fine agosto, dato la notizia dell’importantissima richiesta, da parte del PM Alfredo Greco, di rinvio a giudizio per usura, su una mia denunzia del 2009, del Monte Paschi, e della fissazione, al 27.11.2013, dell’udienza preliminare dinanzi al GUP del Tribunale Penale di Vallo della Lucania.

Questione giudiziaria di cui però devo ora illustrare sia l’aspetto cruciale che il modo in cui in essa (che rappresenta un passaggio importantissimo della lotta alle banche) si inserisce la vergognosa, sfrontatissima nomina alla Corte Costituzionale del super-massone, aspenino eccetera, Giuliano Amato, da parte del super-massone Napolitano (mi rifiuto di chiamarlo Presidente).

La magistratura, cioè, è sempre stata al servizio delle banche, ed è piena di massoni deviati e persino pedofilo satanici. E questo lo sapevamo.

E sappiamo che anche la Corte Costituzionale – oltre ad avere vari giudici variamente chiacchierati in quanto in odore di massonicità – è globalmente anch’essa filo-massonica non fosse altro che perché finge di non capire che la massoneria è illecita, dato che la sua essenza è nella segretezza (che è vietata), così come finge di non capire che il bilderberg è un’organizzazione criminale.

Sennonché, non tutti i magistrati sono massoni di fatto o in pectore e, ora che lo sfascio creato dal potere bancario è divenuto insopportabile, ecco che, qui e là, qualche giudice coraggioso e dignitoso sta trovando lo spazio per aprire quelle indagini e quei processi che probabilmente avrebbe voluto fare da anni, ma che fin qui non c’erano le condizioni per fare, come il PM Alfredo Greco che, già dal 15.11.2011, in seguito alla mia denunzia del 2009, iscrisse nel registro degli indagati Giuseppe Mussari e Antonio Vigna, quali presidenti e direttore pro tempore del Monte Paschi.

Provvedimento al quale sono poi seguiti altri, sicché il potere bancario – avendo fiutato il pericolo di ‘epidemia’ – corre ai ripari. Corre ai ripari cercando di rafforzare i ranghi massonici nell’ambito della magistratura mediante nomine come quella di Giuliano Amato, personaggio orrendo, ‘residente’ in quellaland of darkness (terra dell’oscurità) in cui si decide e si organizza il condizionamento e la rovina morale e materiale della società mondiale.

Nomina contro la quale presenterò una denunzia alla Procura di Roma, alla quale già presentai la denunzia per la nomina di Mario Monti a Presidente del Consiglio da parte del circolo criminale occulto bilderberg, perché non ritengo che la magistratura possa rimanere all’infinito in silenzio di fronte a simili crimini, ora anche al suo stesso interno.

Perché – va bene che la magistratura è piena di PM e giudici massoni deviati, alcuni dei quali pure pedofilo satanici, ma almeno non lo si sapeva, e i nomi, per il momento, salvo alcuni, non sono venuti fuori con chiarezza – ma che Amato è espressione della peggiore massoneria e della finanza più criminale lo sanno tutti, sicché per nominarlo giudice della Corte Costituzionale ci voleva solo una faccia di bronzo come Napolitano.

Napolitano che del resto ha nominato poco fa senatori a vita quattro personaggi due dei quali massoni conclamati (Claudio D’Abbado e Renzo Piano), uno (Elena Cattaneo) che con la politica c’entra come i cavoli a merenda, ma che c’è da giurare farà sempre quello che le diranno gli stessi ambienti che guidano Napolitano, e un altro che è intimo alle logiche massoniche, cioè lo pseudo-scienziato Rubbia, ovvero quell’asino secondo il quale si può andare indietro ma non avanti (o viceversa, non ricordo) nel tempo; laddove il tempo non è che un numero di codice per ‘etichettare’ le forme della realtà che si succedono, sicché non si può né riandare alle forme che essa ha avuto né anticipare quelle che avrà (approfondisci da La definizione del concetto di tempo, in La storia di Giovanni e Margherita). Nomine eseguite per incarico del potere massonico\bancario allo scopo di alterare la maggioranza al Senato, dove c’è già Mario Monti (quindi 5 voti sicuri per le banche).

Si stanno in pratica organizzando in modo che il Governo fa i decreti legislativi anticostituzionali, il Parlamento (che è già sotto il controllo della massoneria) immancabilmente li converte in legge, e la Corte Costituzionale, quando le arrivano i ricorsi per la loro anticostituzionalità, li boccia.

Nonostante, cioè, siamo già in un regime di assoggettamento quasi totale della magistratura alla potere bancario tramite il potere massonico, si stanno organizzando perché questo controllo divenga più serrato, perché il rischio è che, anche un solo PM come Alfredo Greco, che non obbedisce agli ordini, può mettere in crisi il regime, specie poi se trova un GUP che la pensa come lui.

Una situazione molto grave, perché che i politici, da Napolitano a Renzi a quello squallido di Pannella ecc, sono tutti massoni, bilderberghini e così via lo sapevamo, ma se comincia una colonizzazione massonica esplicita anche della Corte Costituzionale si potrà solo aspettare che il regime sia travolto dai conflitti interni o dalla tragedia climatica e ambientale.

Pannella che definisco squallido perché i finti rivoluzionari come lui o Grillo o Bonino (quest’ultima è bilderberghina) mi disgustano peggio ancora di quelli conclamati.

Perché quanto Grillo e i grillini siano fasulli lo si capisce ad esempio anche dal fatto che hanno sì protestato contro Amato, ma adducendo che così guadagnerà ancora di più, ovvero guardandosi bene dal dire che il vero problema è che è un pericoloso massone.

Argomenti che non possono prendere perché Casaleggio è intimo al peggiore potere bancario, che equivale a dire massonico, e lo stesso Grillo non ha ancora spiegato cosa ci faceva a bordo del Britannia, la nave della marina inglese, nel 1992, in occasione di quella gravissima riunione massonico\bilderberghina, e soprattutto continua a non spiegare perché di banche si limita a parlare il minimo indispensabile (qualcosa la deve pur dire o far dire, visto quanto ne parlava prima che lo arruolassero).

E veniamo ora alla questione Monte Paschi. Ebbene, sono una trentina d’anni che la magistratura mi fa crepare sulla questione della responsabilità penale, per l’usura, del presidente e del direttore della banca, in questo caso del Monte dei Paschi, e non invece del funzionario dell’agenzia dov’era il conto corrente o il mutuo usuraio.

In sostanza, quando presento queste denunzie per usura, denunzio la banca in persona del presidente e del direttore. E lo faccio nella logica che se una banca pratica l’usura nei confronti ad esempio di Paolo Rosi, non è perché ha in antipatia Paolo Rossi, ma perché pratica l’usura con tutti.

I PM, invece, quando proprio l’usura non la si può negare, la richiesta di rinvio a giudizio magari (raramente) la fanno, ma la fanno nei confronti del malcapitato funzionario dell’agenzia, che non c’entra nulla, perché i criteri secondo i quali vengono concessi i mutui o i fidi vengono stabiliti in sostanza dalla proprietà della banca attraverso gli organi che la rappresentano, per cui la responsabilità non può che essere della banca in persona del suo legale rappresentante.

Cose ovvie, ma che PM e giudici hanno sempre finto di non capire allo scopo palese di circoscrivere i processi al singolo caso per consentire così alle banche di poter continuare a praticare l’usura verso tutto il resto della collettività.

Una questione sulla quale ho avuto negli anni scontri violentissimi con la magistratura o con singoli magistrati, sperando che il principio passasse sia pure magari non in una mia causa per non dare a vedere che davano ragione a me, come spesso accade.

Ed ecco invece che, sorprendendomi piacevolmente, il PM Alfredo Greco, il 15 novembre 2011, iscrisse Giuseppe Mussari e Antonio Vigna, rispettivamente, all’epoca, presidente e direttore del Monte Paschi, nel registro degli indagati, per cui, alla fine, il GUP ha fissato l’udienza preliminare per il 27 novembre 2013.

Ora, cosa farà il GUP, se cioè li rinvierà a giudizio o no, proprio non lo so, e se dicessi che conto nel rinvio a giudizio mi comporterei come colui che spera troppo, perché sono decenni che assisto con disgusto allo svilupparsi di una giurisprudenza assurda e mostruosamente in favore delle banche e contro la società, sicché se il GUP, che non so chi sia, li rinvia a giudizio, fa una cosa assolutamente nuova, inattesa e straordinaria, nonostante sia una cosa logica, e che la magistratura avrebbe dovuto fare da sempre.

Il guaio è, però, che ora il nostro Governo a guida bilderberg sa di avere il super-massone Amato alla Corte Costituzionale, per cui ha pochi timori a riprendere il varo dei suoi decreti legge filo-bancari da far poi approvare a questo parlamento per la quasi totalità di invertebrati.

Un controllo della Corte Costituzionale indispensabile anche per altri motivi, perché la Corte, qui e là, negli ultimi tempi qualche legge gliel’ha bocciata.

Insomma è un disastro: siamo proprio in mano ai criminali..

12.9.2013
Alfonso Luigi Marra

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Lo metto subito in premessa: se l’uscita dell’Euro comincia essere un auspicio dei Governi, allora gatto ci cova. In un commento su questo dossier, un lettore ha auspicato la moneta elettronica per poter evitare corruzione, mafie, malaffare, sommerso, evasione, sprechi, ecc.. Se due più due fa quattro, allora dietro a tutto c’è una grande regia, che magari passa dai soliti noi alla Soros…

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A BRACCETTO CON SOROS. Il salto della quaglia del Prof. Bagnai di Moreno Pasquinelli

28 maggio 2013. Sapevamo che con Bagnai è difficile intavolare un contraddittorio. Lui lo si può solo adulare. Quando gli si muovono obiezioni [vedi: Le divergenze tra il compagno Bagnai e noi] perde la testa, la butta in caciara e, come un gradasso, rovescia sui malcapitati una caterva di insulti che superano la linea oltre la quale il Diritto e il buon senso ritengono ci sia diffamazione.

Pur senza mai citarmi (un classico della tecnica subdola della delegittimazione), mi definisce pubblicamente, cito, un “relitto umano”, un “povero imbecille”. Travolto dalla compulsione isterica così giustifica perché non intende rispondere alle critiche: “Non vi aspetterete da me una mediazione coi platelminti, o con gli anellidi, e nemmeno coi nematelminti, insomma, con tutti gli infiniti vermi del terrario nostrano, provinciale, egotista, intellettualmente ed eticamente deficitario”. [1]

Le contumelie qualificano chi ne fa uso. Noi proviamo a tornare sui contenuti. Tenteremo di dimostrare che i fuochi pirotecnici a base di improperi esibiti da Bagnai sono solo un disperato tentativo di depistaggio.

La risposta che Bagnai è stato obbligato a darmi non poteva essere più clamorosa. Il Nostro ha dovuto rendere finalmente pubblico in Italia un Manifesto, di cui egli è firmatario, tenuto furbescamente nascosto ai suoi followers per ben quattro mesi, proprio perché questi l’avrebbero considerato, non a torto, come una clamorosa giravolta.

Chi abbia seguito il Nostro sa che, al netto dei tecnicismi, il suo teorema si poteva riassumere in quattro assiomi: (1) Ogni area valutaria unica basata sulla rigidità del cambio è destinata a crollare perché va contro le leggi di mercato; (2) l’euro non solo porta la colpa di aver accresciuto gli squilibri in seno all’Unione europea, esso non è solo una moneta ma un “metodo di governo”, bollato come “nazista”; (3) Non c’è “un’uscita da sinistra dal nazismo”, l’Italia per salvarsi deve subito riconquistare la sua sovranità monetaria e politica; (4) quindi guerra frontale alle sinistre “luogocomuniste” che chiedono “più Europa” visto che, date le differenze tra nazioni, l’Unione europea stessa è una mera utopia.

Come ora vedremo questo Manifesto manda a farsi friggere tutti e quattro questi assiomi. Già il titolo è sconcertante: “Solidarietà europea di fronte alla crisi dell’eurozona”. Potrebbero sottoscriverlo non solo i capobastone del Pd o del Pdl, ma anche Monti o uno qualsiasi dei tecno-oligarchi di Bruxelles.

Un titolo infelice? No! Il contenuto è in linea e consiste in una difesa non solo dell’Unione europea ma della moneta unica. Inaudito? Inconcepibile? Per niente.

Leggiamo assieme le chicche più notevoli:

«La creazione dell’Unione Europea e del Mercato Comune Europeo si colloca fra le maggiori conquiste dell’Europa post-bellica in campo politico ed economico. Il notevole successo dell’integrazione europea è scaturito da un modello di cooperazione che beneficiava tutti gli stati membri, senza minacciarne alcuno….l’Eurozona, nella sua forma attuale, è diventata una seria minaccia al progetto di integrazione europea…L’euro, invece di rafforzare l’Europa, produce divisioni e tensioni che minano le fondamenta stesse dell’Unione Europea e del Mercato Comune Europeo».
Sì, avete capito bene: avanti col processo d’integrazione europea, quindi riforma della moneta unica, necessaria per portare avanti questa integrazione.

In concreto cosa propone il Manifesto? Due misure essenzialmente.

La prima:

«Un nuovo sistema di coordinamento delle valute europee, volto alla prevenzione di guerre valutarie e di eccessive fluttuazioni dei cambi fra i paesi europei».
Il voltafaccia di Bagnai è clamoroso e addirittura imbarazzante, poiché smentisce tutto quanto chi lo ha seguito ha detto non solo dell’euro (non solo una orribile moneta ma un “metodo nazista di regime”) ma dello stesso Sme (si ricordino le paginate sulla svalutazione “salutare” del 1992).
La seconda:

«Riteniamo che la strategia che offre le migliori possibilità di salvare l’Unione Europea, la conquista più preziosa dell’integrazione europea, sia una segmentazione controllata dell’Eurozona attraverso l’uscita, decisa di comune accordo, dei paesi più competitivi. L’euro potrebbe rimanere – per qualche tempo – la moneta comune dei paesi meno competitivi. Ciò potrebbe comportare in definitiva il ritorno alle valute nazionali, o a differenti valute adottate da gruppi di paesi omogenei. Questa soluzione sarebbe un’espressione di vera solidarietà europea».

In pratica si chiede un nuovo Sme ma, si badi, non di paesi a sovranità monetaria. Questa sarebbe un’ipotesi di ultima istanza, se possibile da evitare. L’euro dovrebbe restare, è la Germania che deve uscirne. Detto di passata: questa tesi non è nuova, circola da anni, anche a sinistra, e Bagnai l’ha sempre brutalmente contestata — Albè, ti ricordi il nostro convegno di Chianciano Terme dell’ottobre 2011? [2]

Una tesi recentemente sostenuta non solo da W. Munchau ma niente-poco-di-meno-che da George Soros. [3] Così forse ci spieghiamo come mai, con la scusa di farla finita col “complottismo”, Bagnai sia giunto, il 13 maggio scorso, in soccorso di Soros, secondo il Nostro per niente colpevole per aver affondato la lira nel 1992. [4] Giungere a fare l’avvocato d’ufficio di Soros, assolvendolo dal ruolo di criminale stregone della finanza predatoria globale —inopinatamente scaricandone tutte le colpe sui governanti italiani quando tutti conosciamo con quali e quante invettive ha maltrattato chiunque osasse fare della “casta” il nemico principale—, è un fatto gravissimo, che la dice lunga sul dove Bagnai sia andato a parare.

Uno ha il diritto di cambiare idea, non può però chiedere indulgenza se mente o se esibisce il più italico dei vizietti, il trasformismo. Il Nostro, una volta scoperta l’arma del delitto, vorrebbe negare che le impronte sul grilletto siano le sue, e implora le attenuanti… “faccio solo da palo”.

Sappiamo che un simile fare spinge molti suoi seguaci a considerarlo un impostore. Si sentono ingannati, turlupinati. Chi si illude finisce prima o poi per disilludersi. La lezione dovrebbe invece aiutarli ad aprire gli occhi, a comprendere che non esiste una scienza economica neutrale, oggettiva, al di sopra delle classi sociali. Dietro ad ogni “scienza”, per quanto vestita di una panoplia di statistiche e tabelle, c’è sempre una concezione della società. L’economia è sempre economia politica.

Questo, tra l’altro, volevo dire, col mio articolo che tante polemiche sta suscitando: non ci si può fidare di qualcuno che pensa di poter fare a meno di una teoria economica generale, che pensa di stare al di sopra delle classi sociali. Volevo dire che una simile posizione cela un avventurismo che poteva andare in tutte le direzioni, uno che avrebbe potuto mettersi al servizio del primo padrone.

Per quanto ad alcuni non entri in zucca, la teoria economica implicita del Bagnai sovranista anti-euro di ieri è la stessa di quello di unionista e pro-euro di oggi, quello che certi suoi estimatori considerano un inconcepibile “tradimento” è, per quanto clamoroso e gravissimo politicamente, un salto della quaglia, un riposizionamento, più a destra, nello stesso campo.

Ecco quindi il Manifesto in questione, questo distillato di economicismo imperialistico, che non contiene, non diciamo idee socialiste, ma nemmeno keynesiane. Per questo potrebbero sottoscriverlo, fra qualche mese, non solo Fassina, ma pure Crosetto, Brunetta e Berlusconi. Anzi, più questi ultimi che Fassina, se si tiene conto, appunto, della totale assenza di qualsivoglia riferimento agli interessi dei popoli, dei lavoratori, dei precari, dei disoccupati. Ricordate le violente bordate di Bagnai ai sinistrati che dicevano che era meglio tenersi l’euro con l’argomento che l’uscita avrebbe significato un’ecatombe per i lavoratori? Ora il Nostro firma un Manifesto che parte dallo stesso paradigma eurista dei sinistrati, ma per difendere i dominanti. Lo fa infatti, dimmi con chi vai ti dirò chi sei, assieme a dei consiglieri di Sua Maestà, suggeritori dei governi liberisti, esponenti delle cupole aristocratiche e rentier europee.

Dei dominanti condividono la preoccupazione di salvare la baracca del capitalismo-casinò, i suoi sistemi bancari predatori, i suoi meccanismi oligarchici e classisti. Identica la paura sbirresca di eventuali, Dio ce ne scampi!, sollevazioni popolari che facciano saltare il sistema. Infatti leggiamo:

«Questa situazione rischia di portare allo scoppio di gravi disordini sociali nell’Europa meridionale e di compromettere definitivamente il sostegno dei cittadini all’integrazione europea».

Il delirio élitario tutto borghese è totale, come il disprezzo verso la povera gente: occorre salvare dall’alto e in maniera pilotata e tecnocratica la baracca poiché “la minaccia” è che alcuni paesi potrebbero decidere di farla saltare «sotto la pressione della pubblica opinione». Per Lorsignori sarebbe una disgrazia se il volgo, cacciati i governanti corrotti, prendesse in mano i propri destini e appendesse ad un palo i responsabili del massacro sociale. Un concentrato di pensiero, non liberale, ma liberista e reazionario.

Osservate infatti, l’ha già fatto notare Fiorenzo Fraioli, con quali compagni di merende Bagnai ha sottoscritto il Manifesto: non solo precettori e luogotenenti dei governi neoliberisti, o ausiliari degli euro-oligarchi o di multinazionali, ma banchieri di Goldman Sachs, di Deutsche Bank, di Nomura. “Persone di elevato profilo scientifico”, così Bagnai camuffa senza il minimo pudore i suoi nuovi compari.

Restammo perplessi quando Bagnai, nel dicembre scorso, mentre il governo Monti se ne stava andando, ci disse che forse occorreva siglare un nuovo “Patto Ribbentrop-Molotov”. Consideranmmo lì per lì una cazzata l’idea che si dovesse fare un’alleanza coi berluscones in funzione non solo anti-piddina ma anti-grillina. Adesso è chiaro cosa realmente bolliva nella pentola mentale del Nostro.

Azzeccata ci appare così l’evocativa definizione del Nostro fatta da Emiliano Brancaccio in occasione di un memorabile dibattito in cui i due furono protagonisti:

«Alberto Bagnai non è veracemente uno, ma è veracemente due. Da un lato c’è l’autore di un libro veramente interessante, e c’è poi, dall’altro lato, l’autore di un blog, che fa pure un buon lavoro, ma che di tanto in tanto, sembra somigliare ad un predicatore che si metteva a fare proseliti nel bel mezzo di Hide Park, nudo come mamma l’aveva fatto, con il vangelo secondo Giovanni sotto il braccio, e con una vigorosa erezione in bellissima mostra..». [5]

Nb

Nel mio articolo “Le divergenze tra il compagno Bagnai e noi”, iniziavo dicendo che eravamo venuti a sapere che Bagnai e altri stavano partorendo un Manifesto politico. Il Nostro ha risposto pubblicando il Manifesto europeista in questione, smentendo poi che sarebbe mai entrato in politica. Ora, nel caso che la meritevole opera di resistenza anti-eurista non fosse già tutta politica, di certo in politica c’è entrato firmando quel Manifesto insulso. Tuttavia io mi riferivo ad un’altra cosa. Mi riferivo proprio al fatto che Bagnai stava scrivendo con altri pochi eletti, un altro manifesto. Il suo sodale e blogger Orizzone48, il 18 maggio alle ore 13:05 sul suo blog così rispondeva ad un lettore che, proprio segnalando sollevAzione e il Manifesto spagnolo, lo esortava a scendere in campo:

«Pensa che ho anche consegnato a un prestigioso esponente del costituzionalismo e del potere giurisdizionale spagnolo l’articolo sulla incostituzionalità di tutte le manovre finanziarie successive a Maastricht. E mi ha poi scritto che l’avrebbe fatto tradurre.
Il “manifesto” in questione ovviamente dice le cose su cui qui stiamo lottando e insistendo. Al suo interno si enuncia la difficoltà di arrivare a quelle “masse” manipolate che non sono in grado di mutare tempestivamente la loro percezione delle cause della crisi.
Il problema è ovviamente anche italiano.
Con Alberto (e non solo) stiamo provvedendo ad analogo “manifesto” e anche a dargli un seguito di “pensiero organizzato nella società”.
A quel punto ci conteremo. E non saremo mai abbastanza».

NOTE

[1] In un tweet mi qualifica poi come “il trotskysta scalzo della Valnerina”. Descrizione trinitaria che potrei considerare encomiastica, visti la grandezza di un rivoluzionario come Trotsky o quanto ha donato la Valnerina alla civiltà europea, anche solo sfornando uno come S.Benedetto. In verità non sono della Valnerina né trotskysta. Per quanto concerne lo “scalzo” confesso che ho un rispetto grande, se è questo che Bagnai voleva intendere, verso chi sceglie la pauperitas come scelta di vita, mentre non ne ho affatto verso gli scaltri e i furbacchioni in cerca di fama e cadreghe spacciandosi per “sommi economisti.

[2] Al convegno di Chianciano “Fuori dal denito! Fuori dall’euro” questa tesi fu sostenuta dall’economista Ernesto Screpanti, ma con ben altra prospettiva, quella di una rottura rivoluzionaria e internazionalista dell’eurozona.

[3] Disse Soros il 10 aprile scorso in un convegno a Francoforte: «Se invece fosse l’Italia ad abbandonare l’Eurozona, il suo debito denominato in euro diverrebbe insostenibile e andrebbe ristrutturato, gettando il sistema finanziario globale nel caos. Quindi, se qualcuno deve lasciare, quel qualcuno dovrebbe essere la Germania, e non l’Italia.» Il Sole 24 Ore 28 maggio 2013

[4] Speculazione finanziaria: quelli che “è brutta e cattiva. Il Fatto quotidiano del 13 maggio 2013

[5] Emiliano Brancaccio, Osservazioni critiche sulle tesi di Alberto Bagnai. Napoli 4 aprile 2013

http://sollevazione.blogspot.it/2013/05/a-braccetto-con-soros-il-salto-della_28.html

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E continuano a votare e considerare il PD un partito che protegge i poveri e gli operai.

E continuano a parlare di “sinistra” e di “destra”, ma dov’è la sinistra e dov’è la destra.

E continuano a considerare come poveri solo gli operai: gli impiegati invece sono ricchi, gli artigiani che falliscono anche, i piccoli imprenditori che si suicidano pure.

E continuano ad adulare Marx e il suo manifesto.

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Io sarò cieco, ma il conflitto che vede ‘sto Pasquinelli tra il manifesto e le idee espresse nel blog non lo vedo così chiaramente.

Ma poi perché dedicare un intero articolo al pensiero di una persona che non ha alcun ruolo istituzionale? A me ‘sta roba sa tanto di bruciore al c.ulo …

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Pensiero creativo: vietato agli economisti?

uniscisoluzDomanda: è possibile collegare tutti e 9 i puntini sopra, con solo 4 segmenti retti (senza curve), collegati fra di loro (senza cioè staccare la penna dal foglio)?

In questo come in molti altri gochi del genere, esiste di solito una difficoltà che deriva dai limiti che il partecipante si auto-impone: limiti, si badi bene, che non sono contenuti nell’enunciato del gioco, ma che, per convenzione, per abitudine, per tradizione, sono in qualche misura “dati per scontati“.

Per questo si usa il modo di dire: “to think out of the box“: per risolvere un problema apparentemente insolubile bisogna avere la capacità di abbandonare schemi consolidati, affrontare nuovi percorsi, strade mai battute prima. A pensarci bene, è il cosiddetto “uovo di Colombo“: nessuno dei partecipanti avrebbe mai pensato che si potesse rompere, schiacciandolo alla base: eppure, nelle ipotesi iniziali non si era detto “… senza romperlo“.

Da qualche parte ho letto che se si mette un’ape in una bottglia di vetro trasparente rovesciata con l’imboccatura verso il basso, questa cercherà ostinatamente di uscire andando verso l’alto, perchè, nel suo DNA è scritto che l’uscita è verso l’alto. E morirà nella bottiglia, impossibilitata a pensare che possa esistere una soluzione opposta a quella che il suo istinto le dice. Mentre una mosca, convenzionalmente vista come più stupida dell’ape (avete presente la grande capacità organizzativa delle api? Le loro gerarchie, le procedure, ecc.? Tutto un altro mondo rispetto ad una stupida, individualista mosca) a forza di provare, sbattere e risbattere, prima o poi uscirà dal basso della bottiglia.

Mi vengono in mente queste considerazioni quando ascolto economisti, politici, pensatori, maestri, ecc. che parlano della crisi economica. E il loro disperato affannarsi intorno a un punto in più o in meno di IVA, o IMU sì o IMU no, e facciamo ripartire lo sviluppo, ma sì riparte, ma no non riparte, e diamo qualche stimolo all’economia, e via dicendo, mi ricorda tanto lo sbattere continuo, ostinato dell’ape sull’alto della bottiglia, contro il vetro duro. Loro non sono in grado di abbandonare alcune verità intoccabili, come quella, ad esempio, che il denaro è una convenzione, e che non è detto che perchè negli ultimi 250 anni è sempre stato creato da banchieri privati che si sono impadroniti del mondo, con questo meccanismo, debba sempre andare così. Niente. Non riescono ad immaginare un sistema diverso, e anzi si offendono (uno per tutti: Oscar Giannino) se qualcuno osa proporre qualcosa di diverso. In una trasmissione televisiva, durante la campagna elettorale, alla Francesca Salvador che accennava al signoraggio, Giannino osò rispondere che lui aveva studiato, commenttendo un triplice errore:

  1. primo, dava dell’ignorante alla contropoarte;
  2. secondo, non rispondeva nel merito ma si trincerava dietro ad una presunta competenza (che però non gli bastava per rispondere nello specifico),
  3. terzo, col senno di poi, quando si scoprì delle lauree finte, avrebbe fatto certamente meglio a stare zitto.

Non abbiamo bisogno di economisti che, come i cani di Pavlov, unisci4rispondono in coro addestrati secondo le direttive che le scuole di economia, finanziate dal sistema bancario, hanno inculcato loro. Abbiamo bisogno di chi sappia usare l’intelligenza senza conflitti di interesse e senza paura di osare il nuovo.

PS: la soluzione al giochino di sopra è qui sotto. Il limite che di solito ci si impone, in questo caso, è quello di non uscire dal perimetro del quadrato; limite che, ovviamente, non è assolutamente stato detto nell’enunciato del problema.

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Economisti corrotti dall’élite

Lo studio di Reinhart-Rogoff del 2010 ampiamente utilizzato da politici e istituti per dimostrare che l’austerità è necessaria conteneva grossolani errori. Impossibile pensare che fosse un caso. L’élite ci lascerà in eredità generazioni di poveri: dobbiamo fermarli!

Traduzione e montaggio a cura di Dario Chiappetta

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HELMUT KOHL: MI SONO COMPORTATO COME UN DITTATORE PER “AVERE” L’EURO

FONTE: TELEGRAPH.CO.UK

Helmut Kohl, ex cancelliere tedesco, ha ammesso di aver agito come un “dittatore” per portare alla moneta unica il paese, altrimenti se fosse stato indetto un referendum “avrebbe perso”.

In un’intervista per la tesi di dottorato di un giornalista, il cancelliere tedesco più longevo del dopoguerra ha detto che avrebbe perso con una maggioranza schiacciante, ogni votazione popolare sull’euro.

“Sapevo che non avrei mai potuto vincere un referendum in Germania,” ha detto. “Avremmo perso il referendum sull’introduzione dell’euro. Questo è abbastanza chiaro. Avrei perso sette a tre.”

L’intervista è stata condotta dal giornalista tedesco Jens Peter Paul nel 2002, l’anno in cui il marco tedesco è stato sostituito dall’euro in banconote e monete, ma è stata pubblicata soltanto ora.

In questa (intervista), il signor Kohl descrive che adottando l’euro come emblema del progetto europeo, si sarebbe scongiurata la guerra sul continente. Nato nel 1930, la politica del signor Kohl è stata modellata dalla storia del suo paese negli anni ’30 e negl’anni ’40, i suoi ultimi anni al potere si sono concentrati sulla promozione dell’Unità Europea.

Nel corso dell’intervista, ha detto: “Se un Cancelliere cerca di spingere su qualcosa, questo deve essere un uomo di potere e se è furbo, sa quando il tempo è maturo. Nel caso dell’euro, sono stato come un dittatore… L’euro è sinonimo di Europa. L’Europa, per la prima volta, non avrà più la guerra.”

Il Signor Kohl ha ammesso di aver superato la riluttanza del pubblico tedesco ad abbandonare il marco tedesco, dicendo che la politica democratica doveva essere basata su convinzioni, piuttosto che sul flusso e riflusso delle elezioni.

“La vita politica è così, le elezioni vanno avanti ed indietro. La democrazia rappresentativa può avere successo solo se uno si siede e dice:- “E’ così”. prenderò me stesso’- come ho fatto – unendo la mia esistenza ad un progetto politico.’ Poi automaticamente si disporrà nel vostro partito un sacco di gente che dirà: ‘Se fallisce, fallirò anch’io.”

Kohl, che ha vinto quattro elezioni generali di fila, aveva intenzione di consegnare nel mezzo del suo ultimo mandato l’incarico al suo successore, ma cambiò idea a causa delle incertezze dell’euro da lui introdotto.

Nell’intervista, ha dichiarato che secondo lui Wolfgang Schaeuble, che ora è ministro delle finanze in Germania ma fu suo successore consacrato al momento, non avesse l’autorità politica per gestire il cambiamento.

“Schaeuble è un uomo di grande talento, non c’è dubbio al riguardo, ma questo non era un problema per un nuovo arrivato. Doveva essere per qualcuno con un’autorità totale.”

L’ex leader tedesco, che ha guidato il paese per 16 anni, è ora costrettto su una sedia a rotelle dopo aver subito per una combinazione ad una caduta, un ictus.

Nell’intervista, Kohl ha detto che gran parte della resistenza in Germania era l’idea di un’unione monetaria senza un’unione economica e fiscale. La mancanza di unione fiscale alla base della moneta unica è il cuore della crisi del debito in Europa.

Nelle ultime settimane, si è formato in Germania un nuovo partito euroscettico per sfidare l’ortodossia politica secondo cui la più grande economia europea dovrebbe rimanere nell’euro zona. L’alternativa per la Germania è quella di contare sul sostegno di un quarto degli elettori tedeschi, i quali nei sondaggi affermano di voler votare per un partito anti-euro. Il fondatore del partito Bernd Lucke, un economista, sostiene la progressiva dissoluzione dell’euro – esortando i paesi del sud dell’Europa a lasciare immediatamente la moneta.

Fonte: http://www.telegraph.co.uk
Link: http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/europe/germany/9981932/Helmut-Kohl-I-acted-like-a-dictator-to-bring-in-the-euro.html
10.04.2013

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di RUFFY

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Helmut Kohl: sull’Europa «agii come un dittatore» Se nel nostro Paese la memoria storica avesse un senso, e fosse in grado di sortire effetti che pure sarebbero dovuti quando si vengono a scoprire delle nuove cose inerenti il passato, probabilmente il nostro presente sarebbe differente. In merito all’Europa delle Banche, che su queste pagine prendiamo a picconate praticamente ogni giorno, mano a mano che esponenti politici di un certo peso si avviano alla vecchiaia e lasciano trapelare informazioni sul loro passato e in particolare su questa enorme vicenda di espropriazione della sovranità, in pratica viene data ragione a tutti quanti, da sempre, criticano la costruzione europea per quella che è stata sin dall’inizio. E torto, ovviamente, a tutti gli altri che la continuano a sostenere.

Questa volta citiamo alcune parole, inequivocabili, dell’ex cancelliere tedesco Helmut Kohl, che hanno il contenuto, più che altro, di una vera e propria confessione.

«Sapevo bene che non avrei mai potuto vincere un referendum a favore dell’introduzione della moneta unica. Lo avrei perso, e senza una accettazione tedesca dell’euro nessuna altra nazione europea ci sarebbe riuscita». Quindi, dichiara ancora l’ex-cancelliere, «agii come un dittatore». E impose l’Euro alla stessa Germania, oltre che di fatto a tutti gli altri.

Queste parole sono contenute all’interno di una intervista concessa a un dottorando tedesco, Jens Peter Paul, nella preparazione di una sua tesi del 2002. Oggi, a “soli” undici anni di distanza, arrivano anche a noi (e a pochi altri, come Ugo Gaudenzi, che ne stanno dando il giusto risalto).

Il cancelliere tedesco, pertanto, credeva – e sono sempre sue ammissioni – che l’adozione della moneta unica avrebbe condotto l’Europa a una fase di «pace duratura». Rammentiamo che Helmut Kohl è passato alla storia come il cancelliere della Germania unificata dopo la caduta del muro del 1989.

Tornano di ulteriore attualità, queste parole, proprio in virtù della morte di Margaret Thatcher, che allora, insieme anche a Francois Mitterand (dapprima scettico ma poi promotore egli stesso) furono i primi e più importanti responsabili della consegna dei Paesi europei, definitivamente, alle grinfie della speculazione. La Gran Bretagna, come sappiamo, si guardò bene dal farlo pur spingendo in tale direzione tutti gli altri Paesi sui quali, poi, da esterna alla moneta unica, come abbiamo visto e stiamo vedendo, ha speculato e continua a speculare. Ma quell’Europa lì, priva di una unione economica e in modo particolare priva di sovranità vista la sua totale resa alla BCE e all’interferenza del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, è quella che ci troviamo in eredità oggi. Con le sue privazioni, le sue imposizioni, la sua totale assenza di futuro. Sulle macerie dei cittadini europei.

Sarebbe il caso insomma che si arrivasse a definire, e a rammentare periodicamente, se non addirittura a inquisire e a processare, chi furono i responsabili originari di tale crimine nei confronti degli europei. E quella di Kohl è una delle ultime ammissioni, in tal senso.

A questo punto della storia, pertanto, assumono contorni molto più definiti e certi tutte le tesi sostenute da vari saggisti, intellettuali e giornalisti che nel corso degli ultimi anni si sono battuti, tra l’indifferenza dei moltissimi e la derisione di altri, quando non l’oblio di tutti gli altri operatori della comunicazione, affinché la realtà di questa costruzione mostruosa, antidemocratica e criminosa dell’Europa venisse fuori.

Ida Magli nel 2010 ha scritto senza mezzi termini “La dittatura europea”. Titolo che sembra riportare, letteralmente, ciò che Helmut Kohl oggi confessa.

Fonte: http://www.ilribelle.com
Link: http://www.ilribelle.com/la-voce-del-ribelle/2013/4/10/helmut-kohl-sulleuropa-agii-come-un-dittatore.html
10.04.2013

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Intanto mentre si discute c’è chi va avanti : Il Parlamento europeo (il 12 marzo 2013…) approva il cosiddetto two pack ovvero la parte finale del nuovo regolamento di stabilità economica che assegna alla Commissione europea un ruolo del tutto inedito: la possibilità di pronunciarsi sui bilanci nazionali dei 17 Paesi della zona euro (a partire dal 2014) ed eventualmente di porre il veto (fino ad oggi poteva esprimere solo raccomandazioni). … Entro il mese di ottobre di ogni anno, i 17 Paesi dell’eurozona dovranno sottoporre a Bruxelles i propri bilanci per l’anno successivo (in Italia la legge Finanziaria). La Commissione europea si pronuncerà caso per caso esaminando i conti previsti e, nel caso, potrà chiedere ai governi nazionali cambiamenti sostanziali nonché emettere sanzioni per chi non volesse adeguarsi. Si tratta del completamento naturale del lungo processo di integrazione economica iniziato con il Semestre europeo e che attraverso il nuovo Patto di stabilità (Fiscal compact) e il precedente Six pack, cerca di coordinare l’andamento economico dell’intera eurozona per evitare cortocircuiti come quello greco e, in misura minore, irlandese e portoghese…..

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Verso la decrescita felice?

http://www.byoblu.com/post/2012/06/22… Siamo entrati nell’euro per mano dei tedeschi, anche se non avevamo le carte in regola, dopo avere accettato un progetto di deindustrializzazione che ha reso poveri noi e ricchi loro. Lo dice chiaramente Nino Galloni, altissimo funzionario del tesoro all’epoca del sesto Governo Andreotti, in questa intervist:

E ora non usciamo dall’euro per non distruggere Berlino. Lo dice altrettanto chiaramente questo articolo dello Spiegel, datato 13 giugno 2012, di cui riporto un estratto:

« Con un’uscita dall’Euro e un taglio netto dei debiti la crisi interna italiana finirebbe di colpo. La nostra invece inizierebbe proprio allora. Una gran parte del settore bancario europeo si troverebbe a collassare immediatamente. Il debito pubblico tedesco aumenterebbe massicciamente perché si dovrebbe ricapitalizzare il settore bancario e investire ancora centinaia di miliardi per le perdite dovute al sistema dei pagamenti target 2 intraeuropei. E chi crede che non vi saranno allora dei rifiuti tra i paesi europei, non s’immagina neanche cosa possa accadere durante una crisi economica così profonda. Un’uscita dall’euro da parte dell’Italia danneggerebbe probabilmente molto più noi che non l’Italia stessa e questo indebolisce indubbiamente la posizione della Germania nelle trattative. Non riesco ad immaginarmi che in Germania a parte alcuni professori di economia statali e in pensione qualcuno possa avere un Interesse a un crollo dell’euro. » [Spiegel Online: Kurz vor dem Kollaps] (traduzione: Francesco Becchi)

Per chi lavora Monti? Perché Angelo Panebianco ancora ieri sul Corriere della Sera, nonostante sia ormai chiaro che l’uscita dall’euro è una manna per l’economia italiana e non rappresenta la catastrofe che volevano farci credere, arriva allora a dire che senza un vincolo esterno alla nostra democrazia (Nato, Usa, UE e così via) l’Italia politica, lasciata sola, si disgregherebbe arrivando a mettere in crisi la stessa esistenza dello Stato-nazione? Come si può accettare che qualcuno parli del nostro Paese in questo modo, come se potessimo esistere solo in un ambito di commissariamento continuo, sia esso oscuro (come nel caso dei governi precedenti a quello attuale) o manifesto (come nel caso del Governo Monti)? Non è forse alto tradimento accettare o insinuare l’idea che la nostra sovranità non basti a se stessa?

Ho incontrato Paolo Becchi alla stazione centrale di Milano, ieri. Mi sono fatto un panino. Da buon genovese, si è fatto offrire il caffè. Non ci eravamo messi d’accordo, ma eravamo entrambi indignati per lo stesso identico motivo: come è possibile accettare parole come quelle di Panebianco?

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EURO: Analisi di dettaglio del perche’ all’Italia conviene uscire

Segnalazione di www.nocensura.com

Riprendo quest’articolo fatto 6 mesi fa, e lo riadatto. In Italia sulla questione non se ne parla, ed al piu’ si discute sulla questione del cambio 1 euro pari a 1000 lire nell’acquisto di beni di largo consumo, che e’ un’impostazione un po’ semplicistica.
Ma l’Euro ci conviene?  Da tempo scrivo articoli sul tema, cercando di analizzare l’impatto che la moneta unica ha avuto sul nostro paese e su altre nazioni europee. Direi che e’ arrivato il momento di mettere in fila i birilli, e fare un’articolo di analisi di tutti i PRO e CONTRO di un mantenimento dell’EURO o di un ritorno alla LIRA.
1)       SIMULAZIONE DI COSA ACCADREBBE IN CASO DI DISSOLUZIONE DELL’EURO
Allego la simulazione che scenarieconomici.it ha di recente compiuto, e che sta avendo una grandissima diffusione in termini di lettori:
Riporto qui le conclusioni sintetizzate:

Lo studio dice chiaramente quanto e’ intuitivo da chiunque mastichi di macro-economia: la rottura dell’Euro (non traumatica) e la rivalutazione del Marco penalizzerebbero pesantemente la Germania, ed avvantaggerebbero le economie periferiche, quella Italiana in primis. Le conclusioni sono le stesse di altri studi seri. L’effetto e’ lo stesso gia’ riscontrato nel passato in situazioni similari, e le ragioni sono esattamente quelle opposte a quelle che hanno consentito alla Germania di avvantaggiarsi in questi anni rispetto ai paesi periferici.

Mi rendo conto dei limiti di questo studio, e di svariate altre variabili (anche non economiche, interne o esterne) che potrebbero e dovrebbero rientrare in gioco, ma reputo che a meno di uno scenario distruttivo di default a catena, l’uscita dell’Euro di scena sia un’affare per l’Italia ed altre nazioni periferiche (specialmente quelle che hanno un sistema industriale dignitoso) ed un pessimo affare per la Germania, destinata col Marco ad un futuro Giapponese di deflazione-PIL asfittico-Debito crescente in un quadro demografico da film dell’orrore.
Il vero limite dello studio, sta nel comportamento umano, in particolare delle classi dirigenti dei paesi periferici, tendenzialmente poco responsabili, che potrebbero non approfittare degli evidenti vantaggi del ritorno alla valuta nazionale, facendo danni con decisioni di spesa improduttiva o altre misure tese a gestire il consenso nel breve periodo, e non a consolidare tale vantaggio in qualcosa di permanente. Ovviamente, tale situazione non risolverebbe tutti i problemi dei paesi periferici, ma certamente aiuterebbe ad affrontarli.
Mi auguro che questo post contribuisca ad attivare un serio dibattito sulla questione Euro ed altre analisi sulla questione e simulazioni sull’ipotetica uscita (o non uscita) dall’euro, perche’ comunque una nazione come l’Italia non si puo’ permettere il lusso in futuro di scelta ideologiche. Vi consiglio in conclusione la lettura dei seguenti articoli:
 Esclusiva – L’Intervista in forma integrale all’economista Alberto Bagnai – Euro e Crisi
2)      PRODUZIONE INDUSTRIALE:  vince il RITORNO ALLA LIRA in modo netto

C’e’ poco da dire. Negli articoli in premessa sono stati analizzati ampiamente (con dati, numeri, grafici e statistiche di trend) gli andamenti della produzione industriale in 15 paesi Europei negli ultimi 20 anni. Ne’ e’ risultato che l’Euro ha causato un colossale trasferimento di produzione industriale da tutti i paesi periferici verso la Germania, come conseguenza dell’invariabilita’ dei cambi, che consente al sistema meno inflattivo (quello tedesco) e piu’ efficiente, di sottrarre ampie quote di produzione. Il contesto complessivo (l’Europa nel suo insieme) non ha da lustri una dinamica crescente nella produzione, a causa della concorrenza asiatica, ed al suo interno v’e’ un vincitore e tanti sconfitti.
Per capirsi, dal 2005 ad oggi, l’Italia ha fatto -18% e la Germania +10%: e’ come se in 7 anni, tutte le fabbriche presenti nel Centro Italia avessero chiuso e si fossero trasferite in Germania in blocco: effetti analoghi a quelli di una Guerra Mondiale.
La dinamica in caso di mantenimento dell’EURO e’ prevedibilmente la stessa degli ultimi 10 anni (ed ancora in pieno corso nel 2012), con una Germania che sottrarra’ quote a tutti gli altri. Il trend proseguira’ inevitabilmente, fintanto che la Germania manterra’ un’inflazione minore o uguale ai partners, e potra’ mutare solo quando tale tendenza mutera’ ed in modo duraturo (considero l’ipotesi fantascienza!). Ovviamente gli aumenti di tassazione indiretta in Italia (IVA, accise) e Spagna (IVA), causa prima di sovra-inflazione, promettono che il differenziale inflattivo tra Germania e Sud Europa permarra’ anche nei prossimi 2 anni.
In caso di disgregazione dell’EURO, e ritorno alle valute nazionali, e’ ovvio che accadra’ qualcosa di analogo a quanto accadde nel 1992-95. L’Italia (e gli altri paesi che svalutarono) all’epoca ebbe un’impennata nella Produzione Industriale e la Germania ebbe una bella batosta. E’ cio’ che accade in corrispondenza di ogni riaggiustamento monetario. E’ vero che l’Italia ha minore peso industriale rispetto all’epoca, ma e’ anche vero che l’incidenza dell’Import-Export rispetto alla produzione e’ aumentata molto rispetto a 20 anni fa, per cui e’ prevedibile vi saranno gli stessi effetti.

 Di seguito la simulazione con e senza euro:
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3)      BILANCIA COMMERCIALE E BILANCIA DEI PAGAMENTI:  stra-vince il RITORNO ALLA LIRA in modo netto

Anche in questo caso non c’e’ storia. Negli articoli in premessa sono stati analizzati ampiamente (con dati, numeri, grafici e statistiche di trend) gli andamenti delle bilance commerciali e dei pagamenti di tutti i grandi paesi europei negli ultimi 15 anni.
L’Euro ha consentito alla Germania di ampliare a dismisura i propri attivi commerciali in una misura pari esattamente alla somma della crescita dei passivi in Spagna, Italia, Francia ed altri periferici. 
La dinamica in caso di mantenimento dell’EURO e’ prevedibilmente la stessa degli ultimi 10 anni. E’ ovvio che molto dipendera’ dalla quotazione dell’EURO stesso sul DOLLARO e dalle politiche restrittive imposte all’interno dei singoli paesi. Per dire, nel 2012, l’Italia sta quasi azzerando il passivo commerciale, grazie al calo dell’EURO (fattore su cui l’economia Italiana e’ assai piu’ sensibile di molte altre, ed in particolare di quella tedesca) ed alle politiche restrittive suicide di Monti (che hanno fatto crollare l’import). La tendenza di fondo pluriennale, pero’, restera’ inevitabilmente connessa con la competitivita’ dell’industria, di cui abbiamo ampiamente scritto sopra.
In caso di disgregazione dell’EURO, e ritorno alle valute nazionali, e’ ovvio che accadra’ qualcosa di analogo a quanto accadde nel 1992-95 con un ritorno ad un forte attivo commerciale per l’Italia ed una decisa riduzione dei passivi per gli altri periferici che svaluteranno; il tutto ai danni della Germania.

 Di seguito la simulazione con e senza euro:
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4)      OCCUPAZIONE e PIL:  vince il RITORNO ALLA LIRA  (a meno di uno scenario catastrofico di Default a catena dell’intera Europa)

Anche in questo caso e’ prevedibile che un ritorno alla LIRA rafforzi il PIL e l’occupazione. Negli articoli in premessa sono stati analizzati ampiamente (con dati, numeri, grafici e statistiche di trend) gli andamenti dell’occupazione, della disoccupazione e del PIL dei grandi paesi europei negli ultimi 15 anni.
L’Euro ha consentito alla Germania di riprendere la sua corsa del PIL e dell’occupazione, e cio’ e’ stato fatto ai danni di diversi paesi periferici, in primis dell’Italia, che e’ il secondo paese manifatturiero europeo. La Germania non ebbe immediatamente benefici dall’introduzione dell’Euro e dei cambi fissi. Rammentate che fino al 2000-2005 si diceva che la Germania era il grande malato d’Europa? Era vero, visto che aveva un’andamento del PIL asfittico (come l’Italia, che pero’ era reduce da una corsa per ridurre il deficit dal 10% ed oltre al 3%), peggiore di ogni nazione europea. La Germania ha avuto pazienza, ha anticipato alcune riforme, volte essenzialmente a contenere il costo del lavoro interno (anche favorendo i lavori a bassissimo salario) e l’inflazione; ovviamente ogni anno ha portato a casa un piccolo vantaggio inflattivo sui concorrenti, che col passare degli anni e’ diventato un grosso vantaggio e proprio dal 2005, ha iniziato a vedere andamenti di PIL ed occupazione estremamente favorevoli (ai danni degli altri, come testimoniato dai grafici allegati negli articoli in premessa).
La dinamica in caso di mantenimento dell’EURO e’ prevedibilmente la stessa degli ultimi 7 anni (ancora in pieno corso nel 2012). Tra l’altro, se la Germania manterra’ l’atteggiamento che ha tenuto nei confronti della crisi Europea negli ultimi disastrosi 3 anni e mezzo (e non vedo perche’ debba cambiare linea), e’ ovvio che chiedera’ l’adozione a tutti i periferici di misure sempre piu’ restrittive (leggi Manovra Monti) che inevitabilmente affosseranno sempre piu’ il PIL ed aumenteranno la poverta’ e la disoccupazione. Nel contempo la Germania sara’ impattata dal minore export verso i paesi “canaglia”, e compensera’ in parte la cosa, grazie a tassi di interesse bassissimi ed afflussi copiosi di capitale.
In caso di disgregazione dell’EURO, e ritorno alle valute nazionali, e’ ovvio che la Germania rivalutera’ fortemente, ed i periferici svaluteranno, con impatti seri su produzione ed export tedeschi (e quindi su PIL ed occupazione), mentre ovviamente chi svalutera’ avra’ le conseguenze opposte. E’ ovvio che molto dipendera’ da come avverra’ la disgregazione dell’EURO: se venisse accompagnata da una serie di default di alcune nazioni, l’impatto sarebbe devastante non solo per la Germania ma pure per i paesi sottoposti a default, in tale scenario, nel medio periodo le nazioni sottoposte a default e simultanea svalutazione avrebbero una netta ripresa (come accaduto sempre nel passato in situazioni analoghe), mentre il quadro per la Germania resterebbe fosco sia nel breve che nel medio periodo (a lungo termine le cose potrebbero cambiare). 
Ho visto 3 studi recenti sugli impatti della disgregazione dell’EURO: in uno si diceva che TUTTA l’Europa avrebbe visto il PIL crollare (ed associo questo andamento al caso di default generalizzati di vari paesi), ed in altri 2 studi si prevedeva un forte calo del PIL in Germania ed una ripresa nei paesi periferici (ed associo tale previsione, ad uno scenario piu’ morbido, di abbandono di alcuni paesi dell’area euro, con risoluzione successiva della crisi con svalutazioni ed utilizzo da parte delle banche centrali degli strumenti di flessibilita’ tradizionali, quali QE, tassi, etc).
Ovviamente gli Studi valgono quello che valgono. All’epoca dell’introduzione dell’EURO a fine anni 90, c’erano fior fiore di studi, unanimi nell’affermare che l’EURO avrebbe portato benefici all’economia ed al PIL dell’Eurozona consistenti. Nella realta’ e’ accaduto l’esatto opposto, e l’Eurozona ha vissuto il peggior andamento del PIL da 50 anni a questa parte, sia in termini assoluti, che relativi nel confronto ad USA e resto del mondo.

Di seguito la simulazione con e senza euro del PIL:
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5)      INFLAZIONE:  vince il RESTARE NELL’EURO; ma con politici e politiche serie, cio’ non sarebbe un problema

Dopo aver visto che per l’economia reale non c’e’ partita a favore della LIRA, passiamo ad analizzare l’inflazione.
Per capire cio’, facciamoci una domanda. Cosa accadde nel 1992-1995 quando la LIRA svaluto’ da 750 a 1100 sul Marco, vale a dire del 50%, all’inflazione? Accadde, come scritto nel relativo articolo richiamato in premessa, che il differenziale di inflazione con la Germania scese dal 3,3% del 1990-92 all’1,6% del 1993-95. Ma come e’ possibile? Semplice: crollo’ il volume dell’import (piu’ caro) e parte di questo venne sostituito da produzione nazionale (piu’ a buon mercato) e cio’ calmiero’ i prezzi. L’impatto piu’ severo fu ovviamente sui beni energetici (che pero’ hanno un’incidenza modesta sul paniere inflattivo complessivo rispetto alla componente del costo del lavoro, che e’ squisitamente un parametro interno). Rammento per la cronaca, che le follie di Monti sulle accise, hanno avuto un’impatto analogo sui prezzi energetici a quello di una classica svalutazione del 25-30% (ove sale il prezzo della materia prima e dell’IVA e restano invariate le accise).
Sono dell’idea, comunque, che una svalutazione un qualche impatto inflattivo lo provochera’, sia diretto (a causa dell’aumento dei prezzi dei prodotti importati) che indiretto (legato al fatto che il PIL sara’ meno asfittico, e cio’ inevitabilmente avra’ qualche ricaduta sui prezzi).
E’ ovvio, comunque, che i vantaggi della svalutazione permarranno nel tempo, solamente se ci sara’ una politica seria di contenimento dell’inflazione, con differenziali sulla Germania che restino nell’alveo della ragionevolezza. Per far cio’ e conservare ed utilizzare al meglio il vantaggio competitivo, serve una classe dirigente seria e responsabile, che adotti riforme serie di liberalizzazione, che incidano pesantemente sui settori distributivi e sui servizi semi-monopolisti, dove sarebbe possibile ottenere tramite maggior efficienza una decisa caduta dei prezzi, e quindi una tenuta della competitivita’ del paese.

 Di seguito la simulazione con e senza euro:
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6)      TASSI DI INTERESSE:  vince nettamente il RESTARE NELL’EURO

Passiamo ad analizzare i tassi di interesse. Rammendiamo a tutti, che il contenimento dei tassi di interesse era,  appunto, il maggior vantaggio per l’Italia nell’ingresso nell’Euro-zona.
Tale vantaggio non si limita al settore pubblico (minori interessi da pagare sul debito pubblico), ma si estende al sistema privato (tassi agevolati sui mutui ed il credito per le famiglie e finanziamenti piu’ convenienti per le imprese).
E’ indubbio che per 10 anni l’Italia ha usufruito di vantaggi enormi su questo fronte, con tassi bassissimi e spread con la Germania ridicoli (ed in parte irrealistici).
E’ altrettanto vero che nel contesto degli anni 80 ed inizio anni 90 i tassi italiani erano stratosferici, anche perche’ il panel complessivo dei tassi mondiali (e dell’inflazione) erano decisamente diversi (tassi nulli erano una chimera anche nelle nazioni di riferimento).
Nel 1992-95, gli spread tra Italia e Germania si mantennero sui 500 punti (con picchi sopra i 700). L’era EURO ha decretato spread di 50-100 punti, ma la recente crisi ha riportato gli spread all’epoca della crisi del 1992-95, sui 400-500 punti.
Allora l’unico vero grosso vantaggio dell’EURO, quello di tassi a buon mercato, e’ svanito?  Onestamente direi di no, almeno attualmente, visto che i tassi sul breve termine restano comunque convenienti e che l’Italia con la neo-LIRA Tassi di sconto all’1% li vedrebbe solo col binocolo.

E’ evidente che passare dall’EURO alla LIRA provochera’ un netto rialzo del TASSO di sconto, nonche’ dei rendimenti dei titoli, soprattutto a breve termine.
E’ altrettanto evidente che se questa crisi non trovera’ sbocco (e non vedo come possa risolversi definitivamente, perlomeno fino a settembre 2013, data delle elezioni federali tedesche), gli spread ed i tassi potrebbero volare nell’iperspazio (ovviamente col solito andamento a dente di sega).

 Di seguito la simulazione con e senza euro:
7)      DEBITO PUBBLICO e conti pubblici:  secondo me vincerebbe la LIRA, ma unicamente nel caso di avere politici decenti (nel caso opposto saremo fottuti comunque sia con EURO che con LIRE)

Qui, farei un ragionamento un po’ semplicistico, ma efficace.
I Fautori dell’EURO sostengono che tornare alla LIRA fara’ riesplodere i Tassi, e che l’introduzione dell’EURO ha consentito di ridurre l’ammontare degli interessi pagato di 60-75 miliardi, pari a 4-5% del PIL (in termini attualizzati). Hanno ragione, ovviamente, ma penso che il ragionamento sia monco. Mi spiego.
L’ingresso nell’EURO (ed ancor prima in un sistema a cambi fissi a 990 sul marco) ha avuto anche altre 2 conseguenze. In primo luogo ha frenato nettamente la dinamica del PIL reale (la cosa l’abbiamo vista negli articoli in premessa), sia per il contenimento inflattivo, sia per le ricadute sull’economia reale (sappiamo che da 15 anni cresciamo dell’1% meno della media UE, differenziale che nel 2012 si avvicinera’ al 2%).  Ebbene, cio’ implica una contrazione del denominatore con cui si misura il debito pubblico (e quindi lo fa aumentare). In secondo luogo, il calo del PIL ha impatti sulle spese (che crescono, specie quelle di tutela) nonche’ sulle entrate (la Manovra Monti ne e’ un’esempio lampante, con entrate nettamente inferiori al preventivato a causa del crollo del PIL, causato dalle stesse misure). Che significa cio?
Che dire, facciamo 2 calcoletti senza pretese. Dal 1995 ad oggi, l’Italia e’ passata da avere un PIL industriale che pesava il 65% di quello tedesco, al 50% attuale (ne abbiamo gia’ discusso). Ipotizzando che l’Italia fosse rimasta al 65%, e che la Germania avesse corso meno (non avrebbe avuto i vantaggi che ha avuto), l’Italia oggi avrebbe avuto un PIL industriale di 60-70 miliardi di Euro in piu’, raddoppiabili con gli impatti su export e servizi. 120-140 miliardi di PIL in piu’ equivalgono a 60-70 miliardi di tasse in piu’, che guarda un po’ sono esattamente il costo dei maggiori interessi. Ovviamente il calcolo ha limiti evidenti, ma da’ un’idea sul fatto che l’EURO ha avuto anche impatti negativi indiretti su Deficit e Debito (legati a minore PIL e minore inflazione), accanto a quelli positivi diretti (minori tassi di interesse).
Conclusioni?
Restare nell’EURO e’ comunque un suicidio. Nel 2012 voleremo al 126% di Debito. Successivamente non credo le cose migliorino. Restare nell’EURO, poi, significa inflazione bassa e quel che e’ peggio PIL nominale con andamento disastroso. E’ evidente che anche nel 2013 il Debito salira’, visto che il denominatore avra’ un’ andamento disastroso, e cio’ avverra’ anche nel caso di riduzione del deficit all’1,5-2,0%. Inoltre, Bruxelles c’ha gia’ fatto sborsare l’equivalente del 3% del PIL di nuovo debito per salvare la Grecia, Portogallo, banche Spagnole ed Irlanda e seguira’ un altro 1% (come minimo; temo assai di piu’). In questo contesto nel 2013, in assenza di privatizzazioni e dismissioni serie, il debito volera’ e se gli spread cresceranno, si avvitera’ sempre piu’ verso l’alto, con conseguenze gia’ viste in Grecia. Se anche a fine 2013, andassero al governo in Germania formazioni a favore degli Eurobond, l’Italia (sempre che non sia fallita prima) si trovera’ comunque con un debito al 130% e con dinamica crescente, per cui realisticamente parlando, la permanenza nell’EURO non promette bene sul fronte del Debito Pubblico.
Passiamo al ritorno alla LIRA ed ipotizziamo avvenga domani. Sappiamo che ci sarebbe un’impatto immediato sul PIL (legato ad una crescita netta dell’export e della produzione, nonche’ a qualche ricaduta inflattiva), eviteremo di dare altre prebende a Grecia e soci (costose), mentre non ci sarebbe un’impatto immediato significativo sugli interessi (se s’alzasse anche del 2-3% la curva dei tassi, l’impatto il primo anno sarebbe solo dello 0,3-0,5%). In sintesi, un ritorno alla LIRA avrebbe certamente nel  primo e secondo anno vantaggi notevoli sull’ammontare del Debito (minori sul fronte del deficit, dove la ripresa economica ed inflattiva, comunque, compenserebbe nettamente la maggior spesa per interessi). E’ ovvio che nel medio e lungo periodo, le spese per interessi avrebbero un’incidenza maggiore. Ecco perche’ reputo essenziale, la gestione di un ritorno alla LIRA con una classe politica decente (non dico eccellente), che sappia contenere e ridurre la spesa pubblica, fare le riforme e le dismissioni, contenere l’inflazione su valori decenti e ridurre tasse e burocrazia sui produttori. In questo caso non c’e’ partita, ed il ritorno alla LIRA sarebbe nettamente vantaggioso rispetto ad una permanenza nell’EURO, come da ragionamento sovrastante (gente seria al governo, con l’EURO e questa crisi in svolgimento, a mio vedere potrebbe fare comunque poco, e le dinamiche di cui sopra potrebbero solo essere attenuate; infatti l’economia reale, con l’EURO e la crisi, non si puo’ far ripartire, a meno di riforme serie ed anni di lavoro….. ma in alcuni anni, saremo gia’ morti e sepolti).

 Di seguito la simulazione con e senza euro:
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8)      FINANZA – STABILITA’ E STRUMENTI DI FLESSIBILITA’ FINANZIARIA:  secondo me vince la LIRA

Eccoci arrivati al secondo vero vantaggio dell’EURO: entrare in un sistema piu’ forte e stabile, dove le nostre debolezze sono compensate dalla forza altrui, e non siamo sottoposti a crisi periodiche.
Questo vantaggio e’ stato indubbio nei fatti nel periodo 1996-2008. Dal 2008 non e’ piu’ vero.
Abbiamo rinunciato a TUTTI gli strumenti di flessibilita’ cui dispone una nazione sovrana: Banca Centrale, possibilita’ autonoma di stampare, fare QE e muovere i tassi. Sono i tradizionali strumenti cui dispone una nazione per gestire l’ordinario e lo straordinario. Tali strumenti vengono prontamente mossi da una nazione nel suo interesse ed al momento opportuno. Ebbene, nel passato, arrivava una sana crisi, si muovevano i tassi, c’era panico, partiva la speculazione, la Banca d’Italia stampava e difendeva la Lira, e poi alla fine svalutava. Tutti gli indicatori oscillavano, e dopo un po’ tutto tornava ad un equilibrio. Sembrava talvolta un film horror, ma aveva una sua logica. Nel caso peggiore avremo fatto default (e solo Dio sa, se cio’ non sarebbe stato meglio o peggio).
Quanto sopra, sacrificato senza uno straccio di referendum all’EURO, moneta STATUS SYMBOL, che ci avrebbe garantito la protezione alle insidie della finanza anglosassone cattiva ed ingiusta.
Ora, qualcuno mi spiega nel 2008-2012 quali protezioni reali abbiamo avuto? Niente QE, niente stampa, polemiche infinite, classi politiche nazionali che si sbranano, la Germania che si rifiuta di garantire per gli altri e chiede misure che manderebbero in recessione pure la tigre Cinese. In sintesi, non solo non siamo protetti, ma siamo pure con le mani legate, completamente privi di strumenti di flessibilita’ per azioni sul breve periodo, destinati alla deindustrializzazione, ad una poverta’ crescente, ad essere cucinati a fuoco lento, e ciliegina sulla torta, pure derisi.
Ebbene, personalmente (e qui lo ripeto: personalmente!), credo che l’EURO e’ una costruzione alle cui spalle abbia una BABELE ed appare evidente anche a persona che di finanza capisce poco (tipo me) che questa crisi si risolvera’ solo in ultima analisi mettendo assieme destini, potere, debiti e quant’altro (ho dubbi che la Germania accettera’ mai, e comunque anche se fosse ci sono ostacoli politici e burocratici non da ridere) o con una disgregazione. Ebbene, ritengo che tornare ad avere tutti gli strumenti di flessibilita’ finanziaria (Banca centrale, Tassi, stampa, QE, etc), dia maggiori garanzia che restare nel Limbo in attesa di qualcosa (la garanzia finanziaria complessiva da parte tedesca ed OK di 17 parlamenti ad una serie di step inevitabili in caso di creazione degli Stati Uniti d’Europa) che difficilmente arrivera’.

9)      DEMOCRAZIA e RESPONSABILITA’: stravince la LIRA

Nell’attuale Unione Europea e Monetaria, non vedo traccia di Democrazia, ne’ di Responsabilita’. Attualmente vedo solo una Babeledove fondamentalmente non si capisce niente e non si comprende realmente come uscirne. I processi sono spesso decisi in barba all’opinione pubblica, da gente mai eletta. A mio vedere il progetto EURO avrebbe senso se l’EUROPA fosse concepita come Stati Uniti d’Europa (non mi prolungo, credo sia chiaro cosa intendo), mentre l’attuale minestrone e’ un non senso in termini, destinato ad un’ovvia implosione. Inoltre, l’attuale crisi si svolge in modo tale che inevitabilmente cresceranno i nazionalismi ed il sentimento di odio tra le varie nazioni.
Tornare alla LIRA significa Responsabilita’ di affrontare i propri problemi con autonomia, con un minimo di parvenza democratica. Meglio ognuno per i fatti suoi, rispettandosi coi vicini.

10)   CONCLUSIONI: direi che e’ meglio tornare alla LIRA, e conviene farlo alla svelta; ovviamente in un contesto internazionale fortemente competitivo e spesso ostile, tale azione ha senso (specie sul medio e lungo periodo) solo se guidata da una classe dirigente decente, che faccia le riforme, riduca le spese e le tasse e riporti il paese ad un minimo di buon senso
In uno degli articoli in calce, mi ero sbilanciata, affermando che l’Italia in caso di svalutazione avrebbe svalutato nell’ordine del 18-25% sulla Germania (ovviamente per cifre assai inferiori su Francia, USA ed UK); l’affermazione vale a meno delle forti oscillazioni iniziali, ed e’ legata al fatto che le svalutazioni normalmente si risolvono in ammontari analoghi al differenziale inflattivo del periodo dalla precedente svalutazione, a meno di differenze imposte iniziali.
In questa crisi, comprendo in parte i Tedeschi (anch’io non vorrei fare la fine della Lombardia in Italia), e li ammiro come popolo: a differenza di altri (che piagnucolano mancie) io sono un po’ incavolata con la Merkel, perche’ non ha un comportamento da Leader; un Leader a mio vedere deve dare l’esempio ed essere onesto, e non tirare avanti per 3 anni in tentennamenti: credo la sappiano pure loro che se ne esce solo o disgregandosi o unendosi del tutto…. le soluzioni intermedie incancreniscono tutto… ebbene, a me spiace di loro questo andreottismo nel non voler decidere… e di fatto lo sanno anche i sassi, che alla fine decideranno loro… troverei che fossero onesti e dicessero: cari amici, cosi’ non si puo’ andare avanti, andiamo ciascuno per la sua strada, ed ognuno se la cavi sa solo….. invece non lo fanno, perche’ su una cosa sono tutti concordi nelle analisi in caso di crollo dell’euro: la Germania ne verra’ fortemente penalizzata.
Detto quanto sopra, all’ITALIA SENZA DUBBIO CONVIENE UN RITORNO ALLA LIRA. La cosa conviene da quasi tutti i punti di vista e la simulazione fatta lo conferma. Ci sono pero’ 2 insidie:
1)      Un ritorno alla LIRA fatto dopo il suono della campanella, in presenza di una serie di default a catena, non darebbe vantaggi all’economia reale, perche’ il contesto complessivo europeo sarebbe di tracollo generalizzato. Tale situazione priverebbe l’Italia di parte dei vantaggi legati alla svalutazione (in contesti di tracollo, l’export verso il resto d’Europa, che assorbe il 60% delle nostre merci, avrebbe problemi) ed un eventuale default troverebbe reazioni feroci in una serie di nazioni declinanti e desiderose di sopravvivere. Il ritorno alla LIRA va fatto quanto prima, mettendo la Germania di fronte alla scelta definitiva, facendo tale azione in compagnia di altre nazioni.
2)      Un ritorno alla LIRA andrebbe gestito da gente con la testa sulle spalle. Inizialmente la svalutazione produrrebbe forti vantaggi su molti fronti economici, ma ci esporrebbe ad attacchi e rappresaglie da parte di nazioni con la spalle piu’ larghe delle nostre. Ovvio che ci vuole una classe dirigente minimamente seria e decisa, e non pagliacci che parlano di “spread a 1200”, o di “culona inchiavabile”, o di “patrimoniali”. Il dopo e’ ancora piu’ tosto: vanno mantenuti i vantaggi competitivi e non scialacquati, facendo riforme serie che consentano all’inflazione di essere tenuta sotto controllo, e facendo politiche di bilancio tese a ridurre spese e sprechi dando vantaggi fiscali ed operativi alle categorie produttive ed alle famiglie. Ovviamente gli attuali barbagianni della classe dirigente italiana sono inadeguati, per cui capisco bene le ritrosie di Funny King ed altri su questo sito, all’ipotesi di ritorno alla LIRA. Personalmente, ritengo pero’, che barbagianni o non barbagianni, se non torniamo rapidamente alla LIRA, presto saremo come paese in coma irreversibile, e non potremo riprenderci come nazione, neanche in decenni.
L’opzione EURO non e’ un’opzione, ma e’ un suicidio. Gli svantaggi sono infiniti. I vantaggi promessi all’origine (tassi, sicurezza) stanno svanendo in questa crisi. Ma quello che e’ peggio, e’ che appare evidente che l’EURO ha alle spalle una costruzione imperfetta, destinata ad un verosimile collasso.
Per cui vale la pena tenere l’EURO solo perche’ e’ uno status symbol chic? Direi proprio di No.

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http://www.byoblu.com/post/2012/05/17… Ho incontrato Paolo Becchi, docente ordinario di Filosofia del Diritto all’Università di Genova, filosofo e giornalista. Nel video, la nostra chiacchierata sui temi dell’euro, dell’Europa come costruzione elitaria e le sue ricette: uscita dall’euro e recupero della sovranità monetaria e della sovranità politica.
Perchè, dice Becchi, “meglio una fine spaventosa che uno spavento senza fine”.

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LA GUERRA DELL’EUROPA – Intervista a Monia Benini

http://www.byoblu.com/post/2012/07/19…
Il Mes, il Meccanismo Europeo di Stabilità impropriamento chiamato fondo salva-stati (o salva-banche), di cui questo blog si occupò per primo già nello scorso novembre, è stato approvato dal Parlamento. Il Corriere della Sera si ricorda di spiegarci solo oggi, a giochi conclusi, che ci costerà 125 miliardi almeno, di cui 15 subito da saldare in tre rate annuali. Addirittura peggio rispetto alle mie previsioni ottimistiche del 3 febbraio scorso, dove vi raccontavo che dovevano essere cinque rate da tre miliardi, ma in linea con quello che scrivevo già il 30 marzo, dove spiegavo che questi soldi sarebbero serviti a salvare le banche, non gli stati. Senza contare tutti gli altri aspetti inaccettabili di un trattato che svenderà completamente quel che resta della nostra sovranità, perfino a organismi finanziari di natura privata (come spiegato nei links in fondo).

L’informazione si deve fare prima, caro Corriere, non dopo. E’ “prima”, che i cittadini devono discutere. E’ “prima”, che il paese deve aprire un dibattito. Tenerlo all’oscuro di ttuto, limitandosi a raccontare, “dopo”, quello che ormai è stato deciso in Parlamento, non è democrazia. Viceversa, è come se un ladro si prendesse la briga, dopo il furto e per una questione di mera correttezza formale, di informare la sua vittima di essere stata derubata, dettagliando gli oggetti sottratti. In Germania i cittadini si sono rivolti alla Corte Costituzionale, che deciderà il 12 settembre sulla legittimità del Mes. Da noi non abbiamo avuto neppure uno straccio di organo di cosiddetta informazione che si preoccupasse – prima – di accendere i riflettori su una questione così rilevante, sia economicamente che costituzionalmente. Ecco quello che ci hanno sottratto, prima ancora di tutto il resto: la possibilità di decidere.

I blog come questo urlano alla luna. E continueranno a farlo.

Oggi ho incontrato per voi Monia Benini, scrittrice e autrice di “La Guerra dell’Europa”.

LINKS correlati a questo testo:
http://www.byoblu.com/post/2011/11/23…
http://www.byoblu.com/post/2012/02/03…
http://www.byoblu.com/post/2012/03/30…
http://www.byoblu.com/post/2012/05/12…
http://www.byoblu.com/post/2012/06/27…
http://www.byoblu.com/post/2012/07/19…

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Nasce un nuovo movimento per uscire dall’Euro, definito ‘complotto monetario dei poteri forti’. Sei d’accordo?

“L’Euro è un successo: fu disegnato per affossare gli Stati del sud Europa, fra cui l’Italia e sta raggiungendo il proprio obiettivo”. Si moltiplicano le tesi sulle finalità occulte della moneta unica. E se avessero ragione? Esprimi il tuo euro-pensiero

Pubblicato il 29/11/12 in Soldi

stiglitzJoseph Stiglitz, “Se non si può riformare, meglio la fine dell’euro”

Il Nobel per l’economia, in una recente intervista critica duramente le politiche economiche dell’Europa: l’austerità conduce alla depressione, la flessibilità senza sicurezza è un fallimento. E riguardo all’Euro, o si riforma il sistema o è meglio tornare alle vecchie monete

DIBATTITO

ditemi euroEuro addio, meglio tornare alla Lira. Sei d’accordo?

La moneta unica è “irreversibile” (Draghi) oppure la fine dell’Euro è un’ipotesi plausibile (Stiglitz)?

“Non eravamo Piigs. Torneremo Italia.” Programma di salvezza economica del Paese.
Queste parole campeggiavano qualche giorno fa a titoli cubitali su una pagina promo del Corriere della Sera, acquistata per promuovere il programma del Mosler Economics modern money theory for public purpose (Me-Mmt).

Oltre al claim, che mette direttamente il dito nella (facile) piaga della crisi economica, l’annuncio illustra in sintesi i propositi del manifesto: in primis, “L’uscita protetta dell’Italia dall’Eurozona e il recupero della sovranità monetaria e parlamentare“.

L’iniziativa è promossa dal giornalista Paolo Barnard, che ama citare a sostegno della causa per l’abbandono dell’Eurozona l’illustre economista Paul Krugman: “Adottando l’Euro, l’Italia si è ridotta allo stato di una nazione del Terzo Mondo che deve prendere in prestito una moneta straniera, con tutti i dannio che ciò implica”.
I promotori dell’appello chiedono ai sostenitori di presentare il programma di salvezza alla forza politica di riferimento, chiedendone l’adozione, in cambio del proprio voto. “Pegno: il vostro voto”.

Il Me-Mmt non è la prima voce anti-moneta unica che si affaccia sulla scena italiana (esistono anche il movimento Libera Italia, le dichiarazioni infuocate di Beppe Grillo, le teorie dell’economista Loretta Napoleoni…) ma la tesi di Barnard sui mali della moneta unica affonda le radici nell’idea di un piano politico “ispirato dai poteri finanziari e industriali internazionali, al servizio (talvolta non inconsapevolmente) di esigue élites di grandi industriali franco tedeschi, di speculatori e delle banche d’affari internazionali”.

La tesi del ‘complotto’, in estrema sintesi, è così spiegata: l’Euro sottrae agli stati le proprie valute nazionali; le economie più fragili si ritrovano “schiacciate non da eccessivi debiti pubblici, ma da debiti pubblici divenuti eccessivi perché denominati di colpo in una valuta ‘straniera’.
“Ogni prestito concesso dai mercati ai governi resi a rischio d’insolvenza dall’artificio sopra descritto alimenta un circolo vizioso di tassi che aumentano sempre… E più aumentano i tassi, più i debiti sono insostenibili, e più sono insostenibili, più aumentano i tassi. Schiacciati da questo paradosso, i governi in oggetto hanno una sola scelta: usare tagli alla spesa e una tassazione soffocante per ripianare quei debiti denominati in quella moneta ‘estera’, cioè l’Euro”.
“Di conseguenza il risparmio di cittadini e aziende si prosciuga, calano i consumi, da cui precipitano i profitti, da cui derivano tagli di salari e occupazione, con ulteriori crolli dei consumi, che deflazionano l’economia, cala così il Pil, da cui minori gettiti fiscali, e ciò peggiora il debito, ma questo preoccupa i mercati che aumentano i tassi, che… È una spirale distruttiva senza fine.”
La tesi finale è che l’Euro “nasce da un progetto del 1943 per sottomettere le economie dei concorrenti industriali di Francia e Germania, e oggi ha purtroppo raggiunto quell’obiettivo”.

A medesime conclusioni giunge un articolo pubblicato su The Guardian qualche mese fa, a firma di Greg Palast, il cui autore indossa i panni dell’avvocato del diavolo, ipotizzando che l’attuale scenario di crisi economica era proprio nei piani di uno dei progenitori dell’Euro, l’economista Robert Mundell.  Si legge nell’articolo: “Per l’architetto dell’euro, prendere le decisioni di macroeconomia senza la partecipazione dei politici eletti e stringere i tempi della deregolamentazione erano una parte del piano.
L’idea che l’euro abbia “fallito” è pericolosamente ingenua. L’euro sta facendo esattamente quello che il suo ideatore – e quell’1% di ricchi che decisero di adottarlo – aveva previsto e per cui era stato programmato”.

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http://www.byoblu.com Insieme a Claudio Borghi, economista docente dell’Università Cattolica di Milano, giornalista e ex managing director di Deutsche Bank, cerchiamo di capire se uscire dall’Euro per l’Italia sia fattibile e, nella pratica, cosa succederebbe. Tentiamo di spiegare in rete quello che la televisione non dice.

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domenica 6 gennaio 2013 – 16:59

Un aglosassone fuori dal coro: mentre “Financial Times” e “Wall Street Journal” hanno fatto un endorsement per un Monti-Bis, Ambrose Evans-Pritchard la pensa all’opposto. E spiega perché dovremmo applicare una terapia opposta a quella, suicida, di Monti. In termini pro capite, l’Italia è una nazione più ricca della Germania , con circa 9 trilioni (9.000 miliardi) di ricchezza privata. Abbiamo il più grande avanzo primario di bilancio del blocco G7, mentre il nostro debito “combinato”, quello che si ottiene facendo la media tra debito pubblico ed esposizione privata, ammonta al 265% del Pil ed è quindi inferiore a quello di Francia, Olanda, Gran Bretagna, Usa e Giappone. Per l’indice del Fmi, il punteggio dell’Italia è il migliore per “sostenibilità a lungo termine del debito” tra i principali paesi industrializzati. «Hanno un vivace settore delle esportazioni, e un avanzo primario», dice Andrew Roberts di “Rbs”. «Se c’è un paese dell’Eurozona che potrebbe trarre beneficio dall’abbandonare l’euro e ripristinare la competitività, è ovviamente l’Italia».

«I numeri parlano da soli», aggiunge Roberts. «Pensiamo che nel 2013, non si tratterà di sapere quali paesi saranno costretti a lasciare l’euro, ma chi Ambrose Evans-Pritchardsceglierà di andarsene». Uno studio basato sulla “teoria dei giochi” e condotto da Bank of America ha concluso che l’Italia, sganciandosi e ripristinando il controllo sovrano sulle sue leve politiche, guadagnerebbe più di altri membri dell’unione monetaria. La nostra posizione patrimoniale sull’estero è vicina all’equilibrio, in netto contrasto con Spagna e Portogallo, entrambi in deficit per oltre 90% del Pil. L’avanzo primario, aggiunge Evans-Pritchard in un intervento sul “Telegraph” ripreso dal blog “Informare per Resistere”, implica che l’Italia «può lasciare l’Eurozona in qualsiasi momento lo desideri, senza dover affrontare una crisi di finanziamento». Un tasso di risparmio elevato, aggiunge il grande esperto economico inglese, significa che qualsiasi shock del tasso di interesse dopo il ritorno alla lira rifluirebbe nell’economiaattraverso maggiori pagamenti a obbligazionisti italiani: spesso ci si dimentica che in Italia i tassi reali erano molto più bassi sotto la Banca d’Italia.
«Roma possiede una serie di carte vincenti», sostiene Evans-Pritchard. «Il grande ostacolo è il premier Mario Monti, installato a capo di una squadra di tecnocrati grazie al golpe del novembre del 2011 voluto dal cancelliere tedesco Angela Merkel e dalla Banca Centrale Europea, tra gli applausi dei media e della classe politicaeuropea». Monti «potrebbe essere uno dei grandi gentlemen d’Europa», ma sfortuna vuole che sia anche «un sommo sacerdote del progetto Ue» e, in Italia, «un promotore decisivo dell’adesione all’euro». Per cui: «Prima se ne va, prima l’Italia può fermare la diapositiva in depressione cronica». I “mercati” sono ovviamente inorriditi all’idea che si dimetta una volta approvata la legge di  bilancio 2013, visto che i rendimenti sul debito italiano sono cresciuti. «L’armistizio è durato 13 mesi. Ora la guerra continua. Il mondo ci guarda con incredulità», scrive il “Corriere Andrew Robertsdella Sera”.
Il rischio immediato per gli investitori obbligazionari sta nel Parlamento fratturato, sostiene Evans-Pritchard, con almeno il 25% dei seggi attributi a «forze euroscettiche», cioèBerlusconi, la Lega Nord e lo stesso Grillo, quotato attorno al 18% . «Siamo condannati, se non vi sarà chiara maggioranza in Parlamento», avverte il professor Giuseppe Ragusa dell’università Luiss Guido Carli di Roma. «Qualsiasi risultato del genere – ammette Evans-Pritchard – lascerebbe i mercati obbligazionari palesemente esposti, come lo erano nel luglio scorso, durante l’ultimo spasimo della crisi del debito in Europa. Roma avrebbe ancora meno probabilità di richiedere un salvataggio e firmare un “Memorandum” rinunciando alla sovranità fiscale», che poi è la pre-condizione già prevista dal Fiscal Compact affinché entri in azione la Bce per tenere a bada i rendimenti dei titoli italiani.
Tutti quegli investitori che si sono esposti sul debito italiano (e quello spagnolo) dopo la promessa di Mario Draghi che la Bce avrebbe fatto tutto il possibile per salvare l’Eurozona ora potrebbero scoprire che Draghi non è in grado di tener fede alla sua promessa, perché ha le mani legate dallapolitica. I detentori dei titoli italiani sono preoccupati, «ma gli interessi della democrazia italiana e quelli dei creditori stranieri non sono più allineati», dice Evans-Pritchard. «Le politiche deflazionistiche stile anni ’30 imposte da Berlino e Bruxelles hanno spinto il paese in un vortice greco». Confindustria ha detto che la nazione è ridotta in macerie, e gli ultimi dati confermano che la produzione industriale in Italia è in caduta libera, giù del 6,2% rispetto all’ottobre dell’anno prima. «Abbiamo visto, negli ultimi 12 mesi, un crollo completo del settore privato», conferma Dario Perkins, del Lombard Street Research. «La fiducia delle imprese è tornata ai livelli dei momenti più bui della crisi finanziaria. La fiducia dei consumatori è la più bassa di sempre. DraghiBerlusconi ha ragione a dire che l’austerità è stata un completo disastro».
I consumi sono è scesi del 4,8% anche a causa della stretta fiscale. «Questi numeri non hanno precedenti: il rischio per il 2013 è che la caduta sarà ancora peggiore», avverte la Confcommercio. Le origini di questa crisi, per Evans-Pritchard, risalgono a metà degli anni ’90, quando il marco e la lira sono stati inchiodati per sempre ad un tasso di cambio fisso. L’Italia, che aveva la “scala mobile” salariale ed era abituata all’inflazione, ha così perduto progressivamante dal 30% al 40% di competitività del lavoro rispetto alla Germania. E il surplus commerciale storico con la Germania è diventato un grande deficit strutturale. «Il danno ormai è fatto: non è possibile riportare indietro le lancette dell’orologio. Eppure – insiste Evans-Pritchard – questo è esattamente ciò che le élite politiche dell’Ue stanno cercando di fare con l’austerità e la drastica “svalutazione interna”».
Una simile politica può funzionare in una piccola economia aperta come quella irlandese, con alti ingranaggi commerciali, mentre in Italia «significa replicare l’esperienza della Gran Bretagna dopo che Winston Churchill fece tornare la sterlina all’ancoraggio all’oro, tornando così al tasso sopravvalutato del 1925». Come Keynes disse acidamente, i salari sono condannati a scendere. Difatti, gli inglesi pagarono con gli stenti i cinque anni successivi. «L’effetto principale di questa politica è quello di portare alle stelle il tasso di disoccupazione», che per i giovani italiani ha superato il 36% e va aumentando ancora. «Il commissario Monti, con la stretta fiscale, si è mangiato quest’anno il 3,2% del Pil, tre volte la dose terapeutica». Eppure, non c’era alcuna ragione economica per farlo: «L’Italia ha avuto un budget vicino al saldo primario nel corso degli ultimi sei anni. È stata, sotto ChurchillBerlusconi, un raro esempio di rettitudine».
L’avanzo primario raggiungerà quest’anno il 3,6% del Pil, per poi passare addirittura al 4,9% l’anno prossimo. «Non si potrebbe essere più virtuosi, eppure il dolore è stato più dannoso che inutile». L’inasprimento fiscale, aggiunge Evans-Pritchard, ha spinto in zona-pericolo il debito pubblico italiano, che era in equilibrio stabile. Il Fmi conferma: il nostro debito sta crescendo molto più velocemente di prima, saltando dal 120% dello scorso anno al 126% di quest’anno per salire al 128% nel 2013. E l’economia? Ha subito una contrazione per cinque trimestri consecutivi: secondo Citigroup, l’economia italiana non si riprenderà fino al 2017. «Sarebbe straordinario se gli elettori italiani tollerassero questa débacle per lungo tempo», dice Evans-Pritcahrd, anche se Bersani – come pare probabile – vincerà le elezioni con un centrosinistra pro-euro.
Gli ultimi sondaggi rivelano che ormai solo il 30% della popolazione pensa ancora che l’euro sia “una cosa buona”. «Il coro in favore dell’uscita dell’Eurozona è stato silenziato dopo la promessa di salvezza di Draghi». E ora, cinque mesi dopo, «è chiaro che la crisi è più profonda è ancora purulenta». Berlusconi «gioca maliziosamente con il tema»: un giorno accenna alla sua “pazza idea” di autorizzare Bankitalia a stampare euro con aria di sfida, aggiungendo che «non è una bestemmia dire di lasciare l’euro». Poi, gli affondi più recenti: l’Italia «sull’orlo del baratro», la «spirale senza fine» della recessione. In un anno, un vero e proprio crollo: milioni di disoccupati, debito alle stelle, imprese che chiudono, industrie ko come quella dell’auto. «Non possiamo continuare ad andare avanti in questo modo», dice il bellicoso Berlusconielettorale, prima dell’ennesimo folle dietrofront pro-Monti. Impossibile continuare così? «Infatti: non si può», conferma Evans-Pritchard. Che invita l’Italia a svegliarsi, e scrollarsi di dosso il parassita che la sta dissanguando: l’euro e la setta finanziaria che l’ha imposto, azzoppando un paese dall’economia solida e dalla ricchezza ragguardevole.

Fonte: http://www.libreidee.org/2012/12/nessuno-come-litalia-ci-guadagnerebbe-lasciando-leuro/

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Debito pubblico e sovranità monetaria: usciamo dall’Euro!

Segnalazione di www.nocensura.com

APPROFONDIMENTI:

“Il debito pubblico per paese: Mappa del Mondo”

http://www.nocensura.com/2012/12/il-debito-pubblico-per-paese-mappa-del.html

“L’importanza della sovranità monetaria: Giappone, debito 240% e nessun problema!”
http://www.nocensura.com/2012/07/limportanza-della-sovranita-monetaria.html

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Giovanni Sartori – Sull’euro

Mentre il parto del nuovo governo si ingarbuglia sempre più, il presidente di Confindustria, Squinzi, dichiara che «siamo alla fine, non c’è più tempo né ossigeno». Sembra anche a me. E per sostenere questa conclusione vorrei cominciare dal ricordare alcuni antefatti dei problemi che ci affliggono.

L’EUROPA E GLI IMPEGNI – Forse molti non sanno che l’Unione Europea (Ue) non comporta l’adozione di una moneta comune (l’euro). I Paesi Eu che hanno adottato l’euro sono 17, mentre i Paesi senza euro sono 10. A parte l’Inghilterra che mantiene la sterlina e che è il caso più importante, sono fuori euro Danimarca, Svezia, Polonia, Ungheria, Romania e altri piccoli Stati. L’Unione Europea nacque quando venne di moda (diciamo così) la «globalizzazione». S’intende che la globalizzazione finanziaria venne da sé, con la tecnologia che la rendeva non solo possibile ma anche ineluttabile. La globalizzazione economica è tutt’alta cosa, avendo in mente, per l’Europa, il modello Stati Uniti.

IL MODELLO USA – Il problema è che un sistema federale richiede un linguaggio comune. Gli Stati Uniti parlano l’inglese, la Germania il tedesco, l’India ha ereditato l’inglese, il Messico lo spagnolo, il Brasile il portoghese. L’Europa parla invece circa 22 lingue, che certo non possono alimentare una aggregazione federale. Invece l’Europa può diventare una comunità economica, che oggi è la comunità dell’euro. Ma purtroppo la messa in opera di questa unione è stata frettolosa e insufficientemente pensata.

Tutti gli Stati del mondo controllano la propria moneta e si possono difendere, economicamente, con dazi, dogane, e anche svalutando o rivalutando la propria moneta. Così gli Stati Uniti tengono il dollaro «basso» per facilitare le proprie esportazioni. Invece l’Unione Europea è una comunità economica indifesa. I singoli Stati che la compongono non possono stampare moneta, né difendere le proprie industrie con barriere doganali, né impedire che le popolazioni più povere dell’Unione si trasferiscano dove lo Stato sociale paga meglio. Difatti quattro Paesi (Germania, Gran Bretagna, Austria e Olanda) chiedono di poter rifiutare il welfare agli immigrati comunitari.

LE NOSTRE COLPE – In questa vicenda tutti hanno le proprie colpe. Ma ne hanno di più i Paesi mediterranei, Italia inclusa, che si sono dati alla bella vita indebitandosi oltre il lecito. L’ora della verità è scoccata, ahimè, troppo tardi per i Paesi che sono riusciti ad accumulare un debito pubblico (Buoni del Tesoro) che supera abbondantemente il Pil, il Prodotto interno lordo. Come possono risalire la china nella quale sono colpevolmente precipitati? In Italia oramai la pressione fiscale è altissima, a livelli che soffocano la crescita. E l’evasione fiscale resta largamente impunita.

IL CARO EURO – Dovremmo esportare di più. Ma qui l’ostacolo è, come ho già accennato, che la nostra moneta, l’euro, è sopravvalutata rispetto al dollaro. In passato (nel 1972) avevamo escogitato il «serpente monetario» europeo che consentiva fluttuazioni delle monete entro una fascia del 2.25 per cento. L’esperimento fu utile, ma venne sostituito nel 1979 dal sistema monetario europeo (Sme) che venne a sua volta sostituito, da ultimo, dalla Banca centrale europea di Francoforte.

CRESCITA ZERO – Varrebbe la pena di risuscitare un nuovo «serpente» sotto il controllo, beninteso, di Francoforte? Non lo so. Ma varrebbe la pena di pensarci. Perché da 14 anni la crescita dell’Italia è vicina allo zero. Aggiungo che il nostro Paese è particolarmente a rischio anche per le ragioni che passo rapidamente a elencare. Primo, risultiamo, nelle graduatorie internazionali, tra i Paesi più corrotti al mondo.

Tra l’altro siamo anche gli inventori della «onorata società», volgarmente mafia, e per essa un Paese forse più tassato dal pizzo che dallo Stato. Aggiungi una altissima inefficienza burocratico-amministrativa. A tal punto che i fornitori dello Stato vengono pagati con nove-dodici mesi di ritardo. Un vero scandalo. Tutto sommato, allora, non vedo proprio come gli investitori stranieri siano, in queste condizioni, tentati di investire in Italia.

Giovanni Sartori
Fonte: www.corriere.it
27.03.2013

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Altra arma di distrazione di massa, …
Il fatto che non abbiamo più una moneta sovrana e non si possono fare più politiche economiche e fiscali, o meglio, si fanno, ma dettate dalla troika e a vantaggio di una èlite, rentiers dell’alta finazna. Il fatto che il progetto euro è stato premeditato così per i fini che sono sotto gli occhi di tutti è scomodo parlarne? certo …
Non si andrebbe nei salotti della Tv e non si scriverebbe facilmente nelle principali testate italiane.
Le decine di migliaia di aziende fallite e le centinaia di suicidi per disperazione di imprenditori e disoccupati sono colpa del malcostume o forse del fatto che compriamo la moneta da quegli usurai della BCE? Qualche discorso su economia reale, del lavoro, soppiantata dall’economia aria fritta ( per noi ) della finanza speculativa Niente vero? Un’altra arma di distrazione di massa… ormai sono a grappolo.

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L’Europa è in bancarotta politica

L’euro non si è dissolto, ma la politica dei leader dell’Eurozona ha già fatto abbastanza danni che non saranno mai riparati. Non è un mistero per nessuno, denuncia Raúl Ilargi Meijer, direttore di The Automatic Earth , che le popolazioni di Portogallo, Spagna, Italia, Grecia e Cipro vivano oggi in condizioni peggiori di quanto non lo fossero prima dell’introduzione della moneta unica. Quello che è grave è che la situazione potrebbe ancora peggiorare, sostengono gli economisti.
Prima che scoppiasse la crisi cipriota l’Unione europea aveva sempre mostrato il suo pugno di ferro, chiedendo ai Paesi parte dell’Eurozona di rispettare gli obiettivi di deficit e Pil posti dal Trattato di Maastricht.
L’euro aveva, infatti, portato a una prosperità illusoria, durata fintanto che non è emersa la crisi del debito. Poi si sono susseguite manovre di tassazione sempre più pesanti, tagli alle pensioni improponibili. E’ scoppiata una disoccupazione che non conosce limiti. Un dato di fatto però c’è. “E’ ilfardello del debito con cui le nazioni più in difficoltà continuano a convivere”, riprende Ilargi Meijer.
Calzante è l’esempio di Cipro. Secondo il giornalista non è una vittima dell’euro come le altre. Qui a fare la differenza è la tempistica. Entrata nell’Unione europea nel 2004, l’isola non ha introdotto la moneta unica fino al 2008.
Ma già da allora le sue attività bancarie rappresentavano il 450% del Pil: avrebbero messo a dura prova la stabilità dell’intero sistema euro. Bruxelles è rimasta a guardare. “Dovrebbero essere licenziati tutti perché è impossibile che non sapessero: non hanno voluto agire”, riprende Ilargi Meijer. “Che si chiamino Van Rompuy, Barroso e Olli Rehn o Angela Merkel non fa differenza, sono solo arroganti e incompetenti”.
Quello che deve essere modificato è il meccanismo di funzionamento della democrazia europea. “Viviamo in una democrazia dove la Germania con la sua quota pari al 24% della popolazione dell’Unione europea, decide la linea da seguire”. Berlino lo fa con una visione limitata, che si ferma ai confini del Paese. “A loro non importa quello che succede alla gente per le strade di Nicosia, di Porto o di Siviglia; l’importante è che non si tocchi il loro lavoro, i loro risparmi, il loro benessere – conclude Ilargi Meijer – . Sono degli intoccabili”. Ma hanno fallito.

Fonte:http://www.wallstreetitalia.com/article/1532499/crisi-debito/l-europa-e-in-bancarotta-politica.aspx

http://informazioneconsapevole.blogspot.it/2013/03/leuropa-e-in-bancarotta-politica.html

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La profezia di Godley: con l’euro, nazioni ridotte a colonie

01/04/13

Poi non dite che non ci avevano avvisati. L’euroscettico Wynne Godley lo fece, in modo perentorio, a partire dal lontano 1992, al momento del varo del Trattato di Maastricht. Tesi: senza un governo democratico federale, l’Europa affidata solo all’euro e alla Bce è fatta apposta per portare le sue nazioni al collasso economico. Perché, senza un potere di spesa illimitato e “pronta cassa”, alla prima crisi seria si spalancherà l’inferno delle austerità e le economie più deboli cominceranno a soccombere, andando incontro alla catastrofe sociale. Godley non era un profeta, ma semplicemente un economista democratico: «Se un paese o una regione non ha alcun potere di svalutare – scriveva nel ’92 – e se questo paese non è il beneficiario di un sistema di perequazione fiscale, allora un processo di declino cumulativo e terminale sarebbe inevitabile e condurrebbe, alla fine, all’emigrazione come unica alternativa alla povertà e alla fame».

«Moltissime persone, in Europa, si sono rese conto improvvisamente di quanto il Trattato di Maastricht potrebbe interessare direttamente le loro Wynne Godleyvite e quanto poco ne conoscano i contenuti. La loro legittima ansia ha spinto Jacques Delors a fare una dichiarazione secondo la quale il punto di vista della gente comune, in futuro, dovrebbe essere consultato. Avrebbe potuto pensarci prima». Parole che sembrano scritte oggi. E che, invece, hanno richiesto vent’anni per essere diffusamente comprese. «L’idea centrale del Trattato di Maastricht – scrive Godley in un intervento ripreso dal sito “MeMmt” – è che i paesi della Ce dovrebbero muoversi verso l’unione economica e monetaria, con una moneta unica gestita da una banca centrale indipendente. Ma qual è il resto della politica economica da approntare? Poiché il trattato non propone alcuna nuova istituzione eccetto quella di una banca europea, chi sponsorizza tale trattato probabilmente crede che non occorra fare di più». La storia dell’economia che si auto-regola? Non s’è mai visto al mondo. Eppure: pare che proprio questo surreale “punto di vista” abbia effettivamente determinato la modalità con la quale è stato inquadrato il Trattato di Maastricht, prima causa dell’attuale catastrofe economica.

E’ la “vulgata” neoliberista, secondo la quale i governi dovrebbero “lasciar fare al mercato”, senza neppure tentare di fare il loro mestiere, e cioè raggiungere i tradizionali obiettivi di sviluppo di una politica economica, verso la piena occupazione. Tutto quello che si può legittimamente fare, secondo la tragica Europa di Maastricht, è «controllare l’offerta della moneta e il pareggio del bilancio». E per giungere a questa desolante conclusione – la Bce come unica istituzione deputata all’integrazione europea – c’è voluto «un gruppo in gran parte composto da banchieri: il Comitato Delors». Un’Europa sbagliata da cima a fondo, progettata – nella migliore delle ipotesi – da fanatici dementi ed economisti incapaci (nella peggiore: da veri e propri golpisti, ben decisi ad annientare il potere contrattuale di interi popoli, rendendoli schiavi dell’oligarchia finanziaria). Godley cita il connazionale Tim Congdon: «Il potere di emettere la propria moneta, attraverso la propria banca centrale, è ciò che principalmente Tim Congdondefinisce l’indipendenza di una nazione». Viceversa: «Se un paese rinuncia o perde questo potere, acquisisce lo status di un ente locale o colonia».

Stati retrocessi al rango di province, o addirittura di semplici colonie: certo non rischiano di subire una svalutazione, «ma non hanno, allo stesso tempo, il potere di finanziare il proprio disavanzo attraverso la creazione di denaro». Comuni e colonie «devono rispettare la regolamentazione imposta da un organo centrale per ottenere altri metodi di finanziamento e non possono cambiare i tassi di interesse». Risultato: totale dipendenza dall’altrui potere, visto che i membri dell’Eurozona hanno completamente perduto qualsiasi sovranità, non disponendo più di nessuno strumento di politica macroeconomica. Ovvero: fin dove è possibile finanziare “buchi”’ Fin dove spingere la tassazione? E così per tutto: tassi di interesse, crescita, livelli di disoccupazione. E poi l’inflazione, strumento-chiave col quale John Maynard Keynes propose di finanziare la guerra contro i nazisti.

«La sovranità – dice Godley – non dovrebbe essere ceduta per la nobile causa dell’integrazione europea, ma per affermare che, se tutte le funzioni precedentemente descritte sono estranee ai singoli governi, queste funzioni devono semplicemente essere assunte da qualche altra autorità». L’incredibile lacuna nel programma di Maastricht, aggiunge l’economista britannico, è che contiene un progetto per l’istituzione e il modus operandi di una banca centrale indipendente, ma non fa il minimo cenno alla necessità di un vero governo centrale europeo, autenticamente democratico e federale. Gli Stati che hanno perso le loro tradizionali prerogative nazionali di governo non trovano il loro equivalente a Bruxelles. Semplicemente, la funzione democratica del governo in Europa è scomparsa. «La contropartita per la Keynesrinuncia alla sovranità dovrebbe essere che le nazioni componenti dell’Ue si costituiscano in una federazione a cui è affidata la loro sovranità».

Già nel ’92, Godley vedeva la «grave recessione» in arrivo, e avvertiva: «Le responsabilità politiche di questa situazione stanno diventando evidenti». Mani legate, fin da allora, a causa del disastroso assetto comunitario che frena gli investimenti pubblici condannando alla crisi anche il sistema privato: «L’interdipendenza delle economie europee è già così grande che nessun singolo paese, con l’eccezione della Germania, si sente in grado di perseguire politiche espansive per proprio conto, perché ogni paese che cercasse di espandersi dovrà presto confrontarsi con i vincoli di un bilancio dei pagamenti». Servirebbe un «rilancio economico coordinato», ma «non esistono né le istituzioni, né un quadro di pensiero concordato che porterebbe a questo risultato». E attenzione: «Se la depressione davvero volgesse al peggio – ad esempio, se il tasso di disoccupazione tornasse al 20-25% degli anni Trenta – gli Stati membri dell’Ue prima o poi eserciteranno il loro diritto sovrano di dichiarare il periodo di transizione verso un’integrazione, un disastro, e ricorreranno allo scambio reciproco di protezione e controlli – una economia di assedio».

In una vera unione economica e monetaria, dove il potere di agire in modo indipendente degli Stati membri è effettivamente abolito, l’unica contromisura risolutiva – espansione economica grazie al rilancio della spesa pubblica – potrebbe essere intrapresa solo da un governo federale europeo: «Senza tale governo, l’unione monetaria impedirebbe un’azione efficace da parte dei singoli paesi e non cercherebbe assolutamente di mettere a posto le cose». Previsioni confermate alla lettera, vent’anni dopo, fino alle estreme conseguenze: l’assenza di un governo democratico centrale, aggiunge Godley, espone le regioni più fragili al peso di improvvise crisi. Solo un regime di solidarietà fiscale, nel quadro di un governo federale europeo, potrebbe fermare il declino di vaste aree, garantendo le necessarie Jacques Delors, uno dei “padri” dell’euro-disastroprotezioni economiche e sociali. «In extremis, una regione che produrrebbe nulla non morirebbe di fame perché sarebbe titolare di pensioni, indennità di disoccupazione e il reddito dei dipendenti pubblici».

Cosa succede se un intero paese subisce una grave battuta d’arresto strutturale? «Finché è uno Stato sovrano, potrebbe svalutare la propria moneta: potrebbe quindi comunque implementare con successo politiche di piena occupazione se i cittadini accettassero il taglio necessario ai loro redditi reali». Con una unione economica e monetaria, invece, «questa strada sarebbe ovviamente sbarrata, e questa prospettiva sarebbe gravissima a meno che ci fosse la possibilità di adottare disposizioni federali di bilancio che abbiano una funzione redistributiva». Così parlava il “profeta” Godley nel 1992: «Quello che trovo assolutamente sconcertante è la posizione di coloro che mirano a una unione economica e monetaria senza la creazione di nuove istituzioni politiche (a parte una nuova banca centrale), e che alzano con orrore le mani quando le parole “federale” o “federalismo” vengono pronunciate».

http://www.libreidee.org/2013/04/la-profezia-di-godley-con-leuro-nazioni-ridotte-a-colonie/

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Post n°1431 pubblicato il 01 Aprile 2013 da Lucky340

Foto di Lucky340Nel 1961 il premio nobel Robert Mundell spiegava con un suo articolo la teoria delle aree valutarie ottimali. Questa teoria mirava ad individuare un’area geografica nella quale conveniva instaurare un regime di cambi fissi o un’unione monetaria. Leggendolo ora, a 50 anni di distanza, l’articolo di Mundell può essere d’aiuto per capire perché l’euro non funziona e quali sono i vizi di fondo che hanno dato vita alla crisi dell’eurosistema.
Mundell affermava che un’area valutaria ottimale non è né una nazione, né un insieme di nazioni, ma una regione caratterizzata dalla mobilità dei fattori produttivi (capitale e lavoro). La mobilità dei fattori produttivi è un passaggio fondamentale per la creazione di un’area ottimale, e questo passaggio deve essere assistito da una integrazione fiscale delle nazioni in causa. Mi spiego meglio.

Ragionando su Stati Uniti e Canada (due unioni monetarie che per antonomasia possiamo definire aree ottimali) si può constatare che attraverso politiche fiscali vi è la sostenibilità delle cosiddette “sacche di disoccupazione”. Quando vi sono delle oscillazioni nelle esportazioni combinate tra i vari stati, si possono creare blocchi di disoccupazioni, in uno stato che non riesce ad esportare alla pari degli altri. Questo problema definito anche “shock asimmetrico”, può essere rivisto solo grazie all’intervento del governo federale che provvede all’erogazione di incentivi all’occupazione (alleggerimento della pressione fiscale di solito) che, accompagnati alla forte mobilità di lavoro, ripristinano l’equilibrio. Quindi l’integrazione fiscale combinata alla perfetta mobilità di capitale e lavoro garantisce in sostanza un’arma di contrasto contro i vari shock asimmetrici che si possono presentare. Tutto ciò viene gestito naturalmente dall’intervento statale, anzi secondo la costituzione canadese è espressamente previsto che: il governo federale ha il compito di trasferire ricchezza dalle regioni più “ricche” a quelle più “povere”, in modo da garantire a queste ultime di godere di un analogo livello di servizi pubblici.

Se volgiamo lo sguardo all’Europa, ci rendiamo conto dell’inesistenza di una integrazione fiscale (ogni stato membro ha una propria autonomia nella gestione del fisco) della scarsa mobilità di lavoro, e dell’inesistenza di un governo federale capace di contrastare i vari shock asimmetrici. Succede invece l’esatto contrario, i paesi in difficoltà vengono lasciati soli e sbranati dalla speculazione finanziaria (vedi PIIGS) e come se non bastasse si soffocano gli investimenti e quindi la crescita, con la scusa dell’adempimento di trattati che a tutto portano tranne che alla sabilità (Fiscal compact).

Se davvero miriamo a realizzare il sogno degli Stati Uniti d’Europa non si può prescindere dagli studi di Mundell e dall’osservazione delle politiche fiscali delle due unioni monetarie (Usa e Canada) che funzionano da tempo e che si pongono come punti di riferimento negli studi sulle aree valutarie ottimali.

Giuseppe Bianchimani su il fattoquotidiano

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Quel salto mortale nel buio in nome di un’unica moneta

«Il tramonto dell’euro» dell’economista Alberto Bagnai per Imprimatur Editore

La crisi europea pone con forza il ripensamento della sinistra con l’economia critica Un godibile volume utile per leggere il presente da una prospettiva keynesiana Nel 1983 «il manifesto» bucò la notizia della morte di Piero Sraffa, rimediando poi con un ricordo di Federico Caffè. Non fu un caso. I rapporti del giornale con l’economia critica sono, infatti, sempre stati tiepidi. Gli economisti critici tollerati, più che ricercati. A tutt’oggi le preferenze vanno prevalentemente nella direzione della scuola di Caffé o di economisti «light». Caffè era un valoroso compagno di strada del movimento operaio, ma non organico alla teoria critica dell’economia politica che pure dovrebbe essere cara alla tradizione intellettuale del giornale. Per Caffè la buona fede degli economisti di qualsiasi persuasione era fuori discussione, mentre per gli economisti «light» c’è sempre una economia reale sana a cui si contrappone una finanza malvagia. Tutto questo dovrebbe essere analizzato nell’ambito del tormentato rapporto che la tradizione comunista italiana ha con l’economia politica, tradizione stretta fra il liberismo amendoliano e la poetica ingraiana. Sottolineata la distanza di Caffè dalla critica dell’economia politica, non ne va però sottaciuto il suo sforzo di riempire di riformismo pragmatico il vuoto che c’è nel mezzo. Anche se, avrebbe ritenuto invalicabile il confine oltre il quale la critica alla costruzione europea si fa assai duro. Sono i limiti che le tradizioni progressiste del Novecento pongono a sé stesse.

Una scelta sciagurata

Nell’autunno dello scorso anno è stato pubblicato il libro di Alberto Bagnai, Il tramonto dell’euro (Imprimatur editore, pp. 414, euro 17). Bagnai non è propriamente per storia e formazione un economista critico, ma neppure Keynes lo era strettamente. E Bagnai è un genuino economista keynesiano (con qualche piccolo inciampo). Il che significa avere nel cuore: (a) che è la domanda aggregata a determinare il livelli di produzione, nel breve come nel lungo periodo; e (b) che il sostegno alla domanda aggregata per un singolo paese si scontra col vincolo estero, ovvero con la necessità di finanziare un volume crescente di importazioni attraverso un corrispondente aumento delle esportazioni. La crescita implica dunque una espansione coordinata fra i diversi paesi che può svolgersi nel quadro di diversi sistemi monetari internazionali, purché ben congeniati, e l’euro non lo è. Bagnai non ha dubbi che la scelta dell’Italia di aderirvi sia stata sciagurata. Questa adesione e non una imprecisata finanza perversa è alla base della crisi europea (la finanza malvagia può spiegare Cipro, ma non il resto). Che la finanza sia da porre sotto controllo questo Bagnai non nega, ma che ciò sia sufficiente per uscire dalla crisi è una facile ricetta che egli lascia agli economisti «light».

L’analisi dei movimenti di capitale dai paesi europei core verso quelli periferici, in linea con altre accreditate analisi della crisi (come quella dell’argentino Roberto Frenkel) è centrale nell’analisi di Bagnai. Tali flussi hanno consentito uno sviluppo effimero in Spagna, Irlanda e Grecia sostenendo il modello mercantilista tedesco basato su compressione del mercato interno ed esportazioni. Lo scoppio delle bolle immobiliari nella periferia ha generato la crisi. L’economia italiana era già sofferente dalla continua erosione di competitività – i nostri sforzi di ridurre l’inflazione ai livelli target europei sono stati vanificati dal gioco sporco della Germania che li ha tenuti ancor più bassi. La gestione maldestra della crisi da parte delle autorità europee e l’austerità supinamente somministrataci dal governo Monti ci hanno ora collocato su un sentiero che dir rovinoso è un eufemismo.

Da genuino keynesiano, l’analisi di Bagnai è impietosa contro i luoghi comuni e il moralismo mal riposto che imperversa nella sinistra italiana a proposito, soprattutto, di debito pubblico ed Europa. Ne sanno qualcosa i trecento economisti, tra i quali chi scrive, che all’inizio della crisi, nel predisporre un documento per alcune associazioni, denunciarono che in Europa c’era uno scontro fra interessi nazionali. L’accusa, sottoscritta anche da alcuni collaboratori di questo giornale, fu di «leso europeismo». Gli stessi collaboratori che, pur non abbandonando le elegie del «più Europa», come le chiama Bagnai, azzardano ora timide denunce del comportamento tedesco. A differenza di costoro, l’autore del volume non ha, a ragione, molte speranze in una qualche redenzione dell’Europa. Qui il punto è delicato. Dirlo apertamente vuol dire troncare quasi ogni interlocuzione politica a sinistra, anche perché una uscita dall’euro è nel novero delle cose che non si dicono ma si fanno. Ma è pur un bene che se ne parli, e in maniera documentata. Bagnai chiarisce che la rottura dell’euro non sarebbe quel «salto nel buio» che Enrico Grazzini attribuiva su queste colonne (12/3/13) agli economisti di sinistra.

Una concessione didattica

Il volume di Bagnai è ben scritto, documentato, di facile leggibilità. Come nel caso della lunga citazione del discorso di Giorgio Napolitano alla camera del 1979 contro l’adesione allo sistema monetario europeo, che è nei fatti una perorazione contro l’euro (suggerita probabilmente da Luigi Spaventa che, come spesso gli è accaduto, ha poi cambiato posizione seguito a quanto pare dallo stesso Napolitano). Encomiabile è l’assenza di anglicismi che invece flagellano, per esempio, il recente «Piano del lavoro» della Cgil – in cui il tema europeo non è affrontato, peraltro, in termini adeguati. Il volume è assai consigliabile per uso didattico all’università, ma anche per lavori di gruppo negli ultimi anni del liceo. L’unico appunto che si può fare riguarda una scivolata anti-keynesiana in cui Bagnai talvolta incorre nel ritenere che i risparmi abbiano una esistenza autonoma rispetto agli investimenti, potendo essere eccessivi rispetto a questi. Per esempio dove sostiene che «è l’eccesso di risparmio globale che ha contribuito all’abbassamento del costo del denaro in tutto il mondo». Questa è la tesi neoclassica di Bernanke della «congestione da risparmi», criticata dagli economisti più genuinamente keynesiani, i quali le hanno contrapposto la tesi della «congestione di liquidità» creata, peraltro, dal medesimo Presidente della Fed. Bagnai ha però sostenuto che si tratta di una concessione al modo di pensare tradizionale a scopo didattico, e che rivedrà il punto in una seconda edizione.

Il volume di Bagnai è inoltre una ottima cronistoria degli errori del passato che, dallo Sme al «divorzio» fra Banca d’Italia e Tesoro, ci hanno condotto alla Caporetto della moneta unica. I Cadorna sono i presunti eroi della sinistra: Ciampi, Andreatta, Prodi e Padoa-Schioppa. Senza un ripensamento critico di questo passato, riteniamo, essa non potrà maturare ricette efficaci per far uscire il paese da un destino che, al momento, appare, questo sì, buio. Il libro continua dunque a essere quanto mai attuale e una bussola nella presente fase di incertezza politica.

Sergio Cesaratto
Fonte: http://www.ilmanifesto.it
3.04.2013

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Maroni: in Lombardia moneta complementare all’euro

4 aprile 2013

Il leader della Lega Nord prende spunto dall’emiro dell’Emilia Romagna e il sardex sardo. Nuovi strumenti pagamento agevolano scambio beni e servizi. E attribuzione a Regioni del 75% del gettito fiscale.

MILANO (WSI) – La Lombardia studia una moneta ‘complementare all’euro. Lo ha annunciato il neo governatore leghista Roberto Maroni, che si è detto sicuro, tra l’altro, di varare la macroregione del Nord entro la sua legislatura. “Procederemo con lo studio di fattibilità di un sistema di moneta complementare, anche tramite il coinvolgimento dei principali stakeholder, come banche, associazioni, istituzioni, Cciaa”, ha detto Maroni, che ha presentato stamane in Consiglio regionale il suo programma di governo.Secondo Maroni, “in periodi congiunturali caratterizzati da credit crunch, come l’attuale, lo sviluppo di nuovi strumenti di pagamento può agevolare lo scambio di beni e servizi”.Il presidente della Regione si è quindi impegnato a conseguire entro la fine della sua legislatura i suoi due principali cavalli di battaglia della campagna elettorale, e cioè l’istituzione della Macroregione del nord e l’attribuzione alle Regioni di una quota non inferiore al 75 per cento del gettito tributario complessivo prodotto nel singolo territorio regionale.Maroni ha anche annunciato l’istituzione di un “Fondo regionale per la previdenza integrativa”, in modo che i lavoratori potranno contare “su un’unica posizione anche se avranno occupazioni in settori diversi nel corso della loro vita lavorativa, con la certezza di versare i propri risparmi in un fondo la cui garanzia è data da Regione Lombardia”.Infine, il presidente ha illustrato l’intenzione di sostituire in regione la Equitalia con un ente di riscossione regionale entro la fine dell’anno. “La riscossione dei tributi deve essere più vicina al territorio e tener conto del contesto sociale – ha detto Maroni – Equitalia non sta operando con questi criteri”.Per il presidente della Regione il nuovo Ente incaricato per la riscossione dei tributi servirà a dare “un adeguato supporto agli Enti locali e allo stesso tempo ridurre disagi e costi per i cittadini in difficoltà”. (TMNews)

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SE ESCI DALL’EURO TI POSSONO FAR SALTARE LE BANCHE

  FONTE: COBRAF.COM

La Germania non vuole assolutamente che usciamo dall’Euro e così la “Troika” (BCE, UE, FMI) e anche le grandi istituzioni finanziarie e banche di Londra e New York, la cosiddetta grande finanza, quella che adora Mario Monti e Mario Draghi e ora sta puntando le sue fiches su Matteo Renzi.

Sai perchè ? Perchè, come spiegato nel post sotto, SE L’ITALIA ESCE DALL’EURO DEVE PER FORZA ELIMINARE I BTP dal mercato. E loro odiano proprio una cosa del genere.

Quello che Borghi e Bagnai sottovalutano è che, se esci dall’Euro, devi anche simultaneamente far creare alla Banca d’Italia centinaia di miliardi per assorbire tutti i BTP in asta e anche quelli che vengano liquidati sul mercato secondario e poi le obbligazioni bancari che vengano liquidate dagli investitori (e poi anche rimpiazzare i finanziamenti della BCE con finanziamenti della Banca d’Italia).

Altrimenti ti ritrovi, come nel 1992-1997, a pagare più del 20% delle tasse o della spesa pubblica solo per gli interessi sul debito pubblico, vedi grafici sotto. Se esci dall’Euro devi quindi assorbire tu Italia, con lire o euro-lire create a costo zero da Banca d’Italia, su una scala colossale tutto il debito italiano bancario e di titoli governativi che il “mercato finanziario” si metta a liquidare. In questo modo benefici veramente dell’uscita dall’Euro, perchè schiacci i costi del debito pubblico sotto l’inflazione dopo 30 anni che invece questo, pur essendo “risk free” paga sempre più dell’inflazione e quindi cresce su stesso mangiandosi sempre più del reddito.

Ma facendo così devi eliminare in pratica il più lucroso mercato di titoli a reddito fisso che ESISTA OGGI SUL PIANETA TERRA. E alle grandi istituzioni finanziarie e banche questo non piace, anzi francamente odiano una cosa del genere.

Oggi come oggi, per chi non lo sapesse, l’Italia è il mercato del reddito fisso al mondo più grande che esista che paghi dei bei 4-5% quando tutti gli altri pagano dei 1% o 1.7% (tra i paesi industrializzati). Nel mondo della grande finanzia amano l’Italia per questo! E odiano invece che una simile bazza possa scomparire solo perchè l’economia italiana alrimenti soffoca.

Per cui faranno di tutto per impedirtelo. E sai come ? tramite le banche, Cipro è servito farlo capire, è stato “un avvertimento”.

Ora, la Germania, la “Troika” (BCE, UE, FMI) e le grandi istituzioni finanziarie e banche di Londra e New York finora non hanno lasciato uscire dall’Euro nemmeno la Grecia persino Cipro. Hanno dimostrato di essere disposti a tutto per impedirlo. Quando in Grecia Papandreu propose un referendum (e sui salvataggi, neanche sull’euro) gli spararono addosso da tutte le parti e dopo soli due giorni se lo rimangiò, Sarkozy dichiarò che era un bene perchè avrebbe “innervosito i mercati…”. Qui a Cipro piuttosto che farlo uscire dall’Euro hanno attaccato i depositi bancari (1) creando un precedente e ora hanno messo così a rischio le banche di Portogallo, Spagna e Italia. E non è stato un caso, i due pezzi grossi della UE hanno insistito che si può confiscare parte dei depositi, ieri Ollin Rehn ha ripetuto

“…i depositi bancari oltre una certa cifra nella UE possono dover contribuire al costo del fallimento della banca, secondo la nuova legislazione bancaria della UE…”

Lo hanno fatto apposta, perchè ora Portogallo, Spagna e Italia sono vulnerabili in qualunque momento ad una fuga dei depositi appena una loro banca vada sotto, stanno inficiando la fiducia della gente, ma ovviamente giocando anche con le smentite e le rassicurazioni per tenere il gioco dentro i limiti per ora.

Allora. Bisogna ricordare che le banche di Portogallo, Spagna e Italia, che sono state indotte dal 2011 a comprare centinaia di miliardi di titoli di stato dei rispettivi paesi, per “sostenere il debito pubblico”. Ma in questo modo poi hanno aumentato la loro vulnerabilità e si reggono ora molto di più di prima solo grazie al massiccio sostegno della BCE. Ma questo sostegno può essere tolto in un attimo, basta che la BCE si rimangi la promessi di “fare tutto il necessario” per sostenere i BTP del 2 agosto, che termini l’LTRO o sospenda l’ELA…

Quando parli di uscita dall’Euro devi pensare cosa succede alle banche italiane, sono il nostro tallone d’Achille, la cosa su cui possono fare leva per farti saltare. Hanno creato il precedente di Cipro per farti capire che non puoi uscire, che possono farti saltare le banche, do you understand ? verstest du ? est ce tu a compris ?

Fonte: http://www.cobraf.com

8.04.2013

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10 motivi per tornare alla lira

1.tornando alla lira il governo italiano potrà abbassare le tasse subito. Il dramma dell’euro risiede nel fatto che la sua adozione costringe a politiche pro-cicliche; significa che in un periodo di crisi il governo deve aumentare le tasse, peggiorando cosi la situazione della gente. Via l’IVA, decremento del costo del lavoro subito;

2.tornando alla lira l’Italia potrà agire, attraverso incentivi/disincentivi o investimenti diretti, per migliorare la situazione ambientale del Paese. Sarà in grado di adottare quelle politiche di cui beneficia l’ambiente, quindi noi. Lo Stato deve essere in grado di agire nelle aree dove il privato latita perché non vede nessun profitto immediato;

3.sarà possibile pagare immediatamente, sottolineo subito, i debiti che la pubblica amministrazione ha con le aziende. Dare loro respiro, ora;

4.sarà ridotto il prezzo dei carburanti. Con la lira le accise diverranno inutili poiché uno Stato a moneta sovrana non si finanzia con le tasse. I soldi non vengono dal tuo portafoglio poiché li crea autonomamente lo Stato. Con l’euro, lo Stato italiano deve prendere in prestito denaro presso le banche come se fosse un qualsiasi privato, e per questo non può essere l’àncora di salvezza nei periodi di crisi. Oggi un cittadino in difficoltà è lasciato solo, a meno che non trovi assistenza all’interno del nucleo familiare;

5.perché l’Unione Europea preleverà parte dei nostri risparmi, è questione di tempo. Ora ha eseguito un test a Cipro per valutare la fattibilità. Hanno visto che si può fare, i prossimi potremmo essere noi;

6.sarà possibile adottare programmi di piena occupazione verso chiunque sia disposto a lavorare, uomo, donna, disabile, a un reddito lievemente inferiore a quello previsto per la stessa mansione nel settore privato;

7.l’Italia, abbandonando l’euro, e potendo acquistare tutto ciò che è prezzato nella valuta che emette, potrà programmare miglioramenti infrastrutturali significativi, in grado di incrementare il benessere di tutti: sistemi fognari e distribuzione idrica, strade, ponti, marciapiedi, inoltre, trasporto pubblico, insegnanti, dottorandi, aule scolastiche, lampioni a efficienza energetica, attrezzature sanitarie, pulizia, sicurezza pubblica, cancellerie dei tribunali, ecc.ecc;

8.diremo addio alla perniciosa strategia neomercantilista dell’export. Il guadagno reale è dato da tutto ciò che produciamo noi (fino alla piena occupazione) più quello che producono molto meglio soggetti esteri. Adottare la nuova lira è necessario per rigettare il piano dell’elite europee che prevede per i lavoratori europei condizioni di lavoro neo-feudali;

9.lo Stato deve tornare ad adempiere all’unico compito per cui esiste: garantire ai cittadini la sicurezza del futuro, deve rappresentare la base per eliminare quell’ansia per cui domani potrebbe caderci il mondo addosso. I cittadini devono esigere questo e controllare il corretto funzionamento della macchina statale;

10.tornare alla nuova lira perché dobbiamo tornare Italia, perché l’Europa e nessun altro continente merita questo scempio. L’Unione Europea non ce lo permetterà mai.
Questo articolo vuole rappresentare una proposta su cui riflettere. Ha avuto inizio un attacco durissimo per screditare chi sostiene un ritorno al benessere e alla prosperità, che passa esclusivamente attraverso il recupero della sovranità monetaria. Non c’è altra strada.

Dario De Angelis

Linkhttp://memmt.info/site/10-motivi-per-tornare-alla-lira/

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George Soros sull’Euro per “Il Corriere della Sera”

SOROS, ANTITEDESCO PER SEMPRE – L’OLOCAUSTO È ANCORA TROPPO VICINO PER SOPPORTARE UNA NUOVA GRANDE GERMANIA (A QUESTO E’ SERVITO L’EURO?)

Il finanziere ebreo cannoneggia la Germania e suggerisce l’idea di Tremonti: ci vogliono gli eurobond! – Ma quei malvagi dei tedeschi non ci pensano proprio a dare l’ok, e neanche a uscire dall’euro – E così per Soros è in arrivo “una tragedia di dimensioni storiche”….

George Soros per il “Corriere della Sera”

La crisi dell’euro ha trasformato l’Unione Europea in qualcosa di radicalmente diverso. Quella che doveva essere un’associazione volontaria di Stati alla pari si è trasformata in una prigione per debitori, con la Germania e altri creditori al comando per perseguire politiche che prolungano la crisi e perpetuano la subordinazione dei Paesi debitori. La crisi rischia ormai di distruggere l’Ue, una tragedia di proporzioni storiche. Questo può essere evitato solo con la leadership della Germania.
Le cause della crisi non possono essere comprese in pieno senza riconoscere il difetto fatale dell’euro: creando una banca centrale indipendente, i Paesi membri si sono indebitati in una valuta che non controllano. Innanzitutto, sia le autorità che gli investitori hanno trattato tutti i titoli di Stato come se fossero senza rischio, creando un incentivo perverso per le banche ad accumulare titoli deboli.
Quando la crisi greca ha sollevato lo spettro del default, i mercati hanno reagito relegando tutti i Paesi membri dell’Eurozona altamente indebitati allo status di Paese del Terzo mondo iper-indebitato in valuta estera. Poi questi Paesi sono stati trattati come se fossero gli unici responsabili delle loro sventure, e il difetto strutturale dell’euro non fu corretto.
Una volta compreso questo, la soluzione viene da sé. Può essere riassunta in una sola parola: eurobond. Se i Paesi che si attengono al nuovo Fiscal Compact potessero convertire l’intero stock di titoli di stato in eurobond, l’impatto positivo rasenterebbe il miracolo. Il pericolo di default svanirebbe, e così i premi sul rischio.

I bilanci delle banche e i bilanci dei Paesi molto indebitati ne riceverebbero beneficio immediato. L’Italia, ad esempio, risparmierebbe il 4% del Pil; il suo bilancio andrebbe in attivo e gli stimoli fiscali sostituirebbero l’austerità. L’economia crescerebbe e il debito calerebbe. Gran parte dei problemi apparentemente intrattabili svanirebbe nel nulla. Sarebbe come svegliarsi da un incubo.
Il Fiscal Compact fornisce tutele adeguate. Consentirebbe ai Paesi membri di emettere nuovi bond per sostituire quelli in scadenza, ma nulla più; dopo cinque anni, il debito scaduto sarebbe gradualmente ridotto al 60% del Pil. I Paesi non conformi sarebbero penalizzati con una riduzione della quantità di eurobond da poter emettere. Se un governo accumula ulteriori debiti, potrà finanziarsi solo in proprio.

Le multe in caso di violazione del Fiscal Compact devono essere automatiche e non così severe da non essere credibili. Gli eurobond non rovinerebbero quindi il rating della Germania. Anzi, reggerebbero bene il confronto con i bond degli Stati Uniti, del Regno Unito e del Giappone.
Certamente gli eurobond non sono una panacea. L’area euro ha anche bisogno di un’unione bancaria e di un’unione politica – necessità che il salvataggio di Cipro ha reso più pressanti mettendo in dubbio il modello delle banche europee, che si basa sui depositi -. Soprattutto, gli eurobond non eliminerebbero le divergenze di competitività dei Paesi membri dell’Eurozona, ma la possibilità che la Germania accetti gli eurobond trasformerebbe l’atmosfera politica e agevolerebbe le riforme strutturali che devono intraprendere i singoli Paesi.
Purtroppo la Germania è fermamente contraria agli eurobond. Da quando la cancelliera Angela Merkel ha posto il veto, l’idea non è nemmeno stata presa in considerazione. I tedeschi non comprendono che accettare gli eurobond sarebbe molto meno rischioso e costoso che continuare a fare solo il minimo indispensabile per preservare l’euro.

La Germania ha diritto di rifiutare gli eurobond, ma non di impedire che i Paesi altamente indebitati sfuggano alla loro disgrazia aggregandosi ed emettendo eurobond. Se la Germania si oppone, dovrebbe valutare l’idea di lasciare l’euro. Sorprendentemente, gli eurobond emessi da un’Eurozona senza la Germania reggerebbero ancora bene il confronto con le obbligazioni americane, inglesi e giapponesi.
La ragione è semplice. Dal momento che tutto il debito accumulato è denominato in euro, la differenza la fa quale Paese lascia l’euro. Se la Germania dovesse abbandonare, l’euro si deprezzerebbe. I Paesi debitori riguadagnerebbero competitività. Il loro debito diminuirebbe in termini reali e, se emettessero eurobond, la minaccia di default svanirebbe. Il debito diverrebbe improvvisamente sostenibile.

Allo stesso tempo, gran parte del peso dell’aggiustamento ricadrebbe sui Paesi che hanno lasciato l’euro. Le loro esportazioni diverrebbero meno competitive e incontrerebbero una pesante concorrenza dall’area euro nei loro mercati nazionali. Inoltre subirebbero perdite sui loro titoli e investimenti denominati in euro.

Se invece fosse l’Italia ad abbandonare l’Eurozona, il suo debito denominato in euro diverrebbe insostenibile e andrebbe ristrutturato, gettando il sistema finanziario globale nel caos. Quindi se qualcuno deve lasciare, dovrebbe essere la Germania e non l’Italia. Occorre che la Germania scelga definitivamente se accettare gli eurobond o lasciare l’euro, ma è meno ovvio quale delle due alternative sarebbe meglio per il Paese. Solo l’elettorato tedesco può decidere.

Se fosse indetto oggi un referendum, i sostenitori di un’uscita dall’Eurozona vincerebbero a mani basse. Invece una più approfondita valutazione potrebbe cambiare l’opinione pubblica. Si scoprirebbe che il prezzo da pagare se la Germania accettasse gli eurobond è stato ingigantito e il prezzo dell’uscita dall’euro è stato fatto apparire piccolo. Il problema è che la Germania non è stata indotta a scegliere.

Dunque può continuare a fare non più del minimo indispensabile per preservare l’euro: è chiaramente la scelta preferita della Merkel, almeno fino alla fine delle prossime elezioni. Intanto la situazione sta peggiorando e alla lunga diventerà insostenibile. Una disintegrazione caotica lascerebbe l’Europa in condizioni peggiori rispetto all’epoca di avvio dell’ambizioso esperimento dell’unificazione. Non è certo questo l’interesse della Germania.

http://www.dagospia.com/rubrica-4/business/soros-antitedesco-per-sempre-lolocausto-ancora-troppo-vicino-per-sopportare-una-nuova-grande-germania-53897.htm

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GRECIA: ‘BOMBA A OROLOGERIA’ CONTRO LA GERMANIA PER DANNI DI GUERRA

DI AMBROSE EVANS-PRITCHARD
telegraph.co.uk

Il governo greco è disorientato dopo aver ricevuto una esplosiva relazione che calcola il valore degli enormi danni provocati dalla Germania durante  la Prima e la Seconda Guerra Mondiale.

Il conto da presentare alla Germania raggiungebbe un totale complessivo di € 162 miliardi, di cui 108 per la ricostruizione delle infrastrutture del paese dopo l’occupazione nazista del 1941-1944. Parliamo dell’80% del PIL greco.

Il Premier Antonis Samaras ha indetto una riunione speciale con il Ministro degli Esteri, Dimitris Avramopoulos, per limitare i danni diplomatici causati dal rapporto di ottanta pagine.

Il documento – classificato “Aporito”, o segreto – è stato redatto da un gruppo di esperti nominati dal Ministero delle Finanze greco e consegnato ai funzionari il mese scorso.

La commissione presieduta da Panagiotis Karakousis, Direttore Generale della Ragioneria Generale presso il Ministero delle Finanze, si è basata su 190 mila pagine di documenti conservati nei ministeri e negli archivi del paese.

Karakousis ha detto al Daily Telegraph che il rapporto è stato commissionato dal governo  attuale e non dal precedente governo Pasok con  “lo scopo di raccogliere tutto il materiale disponibile, in modo che i leader politici possano controllare i dati“.

Il ministero degli Esteri greco ha detto questa mattina che la relazione sarà inviata al servizio giuridico di Stato “per verificare se abbia validità legale, sia valutata e si stabilisca se i crediti dello Stato greco abbiano titolo per essere presentati.”

L’esistenza di questa relazione è stata rivelata dal giornale greco To Vima lo scorso fine settimana in un articolo intitolato “Cosa ci deve la Germania” e assicura che Atene abbia motivi legittimi per presentare il conto. “La Grecia non ha mai ricevuto nessun indennizzo, né per i prestiti che è stata costretta a fare alla Germania, né per i danni subiti durante la guerra”.

Il giornale riporta che la faccenda è “esplosa come una bomba” in un momento critico in cui la Grecia è sotto forte pressione da parte dei creditori. “Il governo dovrebbe pubblicare tutti i risultati e chiarire la propria posizione su questa delicata questione“.

L’aver incluso i danni anche della prima guerra mondiale ha sconcertato molti storici. La Grecia dichiarò guerra contro gli Imperi Centrali nel 1917 e per lo più combatté contro la Bulgaria. “Non ho mai sentito niente di simile prima. E’ pazzesco”, ha detto uno scrittore greco.

C’è stata una lobby che ha chiesto a lungo danni di guerra alla Germania, il cosiddetto “Consiglio Nazionale” che chiedeva € 500 miliardi a copertura delle opere d’arte rubate e per la perdita della metà della produzione economica di quasi quattro anni di guerra.

Ma la risposta degli storici è che tutti i debiti della Germania furono condonati nella Conferenza di Londra del 1953 – tra questi anche i debiti verso la Grecia – infatti Berlino dovrebbe ricordare che il Wirtschaftwunder, il Miracolo economico della Germania cominciò con l’aiuto del Piano Marshall americano.

E 300 mila greci sono morti durante l’occupazione dell’Asse, per lo più per fame.

Ma questo rapporto è un documento ufficiale, porta l’imprimatur del Ministero delle Finanze e non è chiaro cosa spera di ottenere Atene fomentando l’emotività popolare, in questo momento, con questo tema.

Il rapporto sarà certamente sotto gli occhi dei funzionari tedeschi e visto come una forma di ricatto morale durante la difficile trattativa in atto tra la troika Ue-Fmi e la Grecia.

Alcune fonti in Grecia dicono che il documento è stato preparato come strumento negoziale da utilizzare solo se la Germania e gli altri creditori gonfiassero troppo le loro pretese, ma la cosa non è ben chiara.

La mossa solleva gravi interrogativi circa le vere intenzioni di Samaras e del suo partito Nuova Democrazia, che si è posto come amico del cancelliere tedesco Angela Merkel.

Ci si espone nuovamente a considerazioni sulla fiducia nei principi fondamentali che regolano la zona euro, dopo tre anni di depressione di tutto il Sud e ricominciano le solite recriminazioni reciproche tra creditori e debitori. Vecchi demoni che sono stati evocati di nuovo.

Il rapporto include anche una quantità di addebiti diversi, tra cui i € 54 miliardi per i costi di prestiti forzosi fatti dalla Banca di Grecia per coprire stipendi e le forniture delle truppe naziste, e per sostenere gli Afrika Korps.

La Grecia ha già riscosso un notevole alleggerimento del debito, anche se assorbito dai fondi pensione privati, dalle assicurazioni, e dalle banche, piuttosto che direttamente dallo stato tedesco o da altri paesi della zona euro.

Si stima che i contribuenti tedeschi potrebbero aver perso € 12 miliardi finora indirettamente attraverso i tagli sulle obbligazioni greche di banche in comproprietà delle autorità tedesche, o che sono state in parte nazionalizzate.

Seguendo la politica attuale, la Grecia deve attenersi al suo regime di austerità fino alla fine del decennio, quando si prevede che il debito pubblico si stabilizzerà al 122% del PIL, se tutto andrà avanti senza intoppi.

Ma i critici sono scettici, e sanno che la Troika ha sottovalutato la portata del crollo economico in ogni sua fase.

Oggi è arrivata una notizia agrodolce che dice che i prezzi sono in calo per la prima volta da 45 anni. La Grecia sta tirando fuori la sua `svalutazione interna’ come aveva richiesto l’Europa, anche se rischia la deflazione che aggrava la crisi del debito.

La Grecia potrebbe essere saltata dalla padella nella brace.

Ambrose Evans-Pritchard
Fonte: www.telegraph.co.uk
Link: www.telegraph.co.uk/finance/financialcrisis/9981837/Vast-Greek-war-claims-against-Germany-explode-like-a-time-bomb.html
9.04.2013

Traduzione per http://www.ComeDonChisciotte.org a cura di BOSQUE PRIMARIO

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Paul Krugman, premio Nobel 2008 per l’Economia, circa l’Euro:

«Adottando l’Euro l’Italia si è ridotta allo stato di una nazione del Terzo Mondo che deve prendere in prestito una moneta straniera, con tutti i danni che ciò implica.» Paul Krugman, Premio Nobel per l’Economia. EPIC “Documento di progettazione economica e fiscale” per un’evoluzione delle politiche economiche dell’Italia: https://docs.google.com/file/d/0B_a3aO5ctv8Od2ExMEowNjFKbVE/edit?usp=sharing

Fonte: economiapericittadini

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Saxobank: uscire Dall’euro e anche dalla Ue

Lars Seier Christensen, amministratore delegato di SaxoBank, importante banca danese che opera nel trading online sul suo blog dice di uscire dall’Euro e anche dall’Unione Europea ( http://www.tradingfloor.com/posts/must-evaluate-european-union-1837717741 ) prima che sia troppo tardi

«Inizialmente, i cittadini europei avevano un’idea molto positiva della UE; nel tempo, questo sostegno ed ottimismo è svanito. La massiccia burocratizzazione-centralizzazione, l’arroganza della burocrazia europea, la mancanza di rispetto per l’indipendenza, la storia e la cultura degli Stati nazionali ha distrutto la fiducia nel progetto. Dobbiamo ammettere che, personalmente, ci abbiamo messo troppo tempo a riconoscere la vera natura del progetto europeo; ma si deve deplorare che molti altri sono ancora più in ritardo, e che i nostri politici ovviamente non ci sono arrivati».

«La grande domanda è se la Ue sia più il problema che la soluzione alla presente crisi. L’euro ha mostrato la sua reale consistenza e chiunque abbia un po’ di razionalità vede che l’unificazione valutaria è stata un fallimento storico. Un fallimento che può trascinarci ad altre fatali conseguenze per l’Europa e per la nostra competitività di fronte al mondo. C’è una cosa, ed una sola, che può salvare l’euro, ed è una molto più completa integrazione fra i Paesi europei; una politica finanziaria comune, una comune emissione di debito pubblico, la volontà di pagare gli enormi trasferimenti (necessari) dai Paesi ricchi ai poveri, o più precisamente, dalla Germania agli altri stati membri».
«Questa è la rotta possibile; ma non è desiderabile. È venuto il momento di avvertire gli europei delle conseguenze future di questa scelta, in modo che gli europei ne capiscano l’importanza. Spero personalmente di non doverla sperimentare mai.

Ma oso predire come sarà l’Europa “forte”, se la Commissione Europea, il Parlamento Europeo, e i Barroso e Van Rompuy di questo mondo avranno quel potere che sognano, e che sono sul punto di conquistare». «Più tasse e più povertà. Ci sarà un sistema di tassazione uniforme, e di livello molto più alto di oggi. La UE avrà il potere di tassazione diretta, e il gettito andrà direttamente alla Commissione e al bilancio Ue. Ci saranno gravi tassazioni d’uscita, multe ed altre barriere contro coloro che volessero uscire dalla UE. E se qualcuno comunque uscirà dalla UE, la UE esigerà diritti globali di tassazione».
«Ci sarà più povertà in una quantità di “regioni” che un tempo si chiamavano Spagna, Italia, Grecia ed altre. Grandi e crescenti poteri saranno concentrati nelle mani dei tedeschi (e dei francesi, per il loro sostegno al progetto). Gli Stati nazionali non avranno alcun diritto di veto, e i piccoli Stati avranno ben poca influenza». «Stagnazione economica. Tutta la UE soffrirà di stagnazione economica. Il settore finanziario si sposterà in Usa, Cina, Hong Kong e Singapore. L’industria finanziaria emigrerà in Asia, e i giovani di talento e con alta istruzione se ne andranno via sempre più. In compenso, la UE sarà la guida mondiale in attività irrazionali e simboliche: le più basse emissioni di CO2, aziende “verdi” ed altre idee costose ed economicamente perdenti». «Si sopprimerà sempre più la libertà d’espressione e di critica riguardo ad altre culture, religioni e riguardo alla stessa UE, e si perseguiranno atteggiamenti “devianti e antisociali” come lo scetticismo sui progetti climatici, i diritti “sociali” e così via. La political correctness raggiungerà vertici mai visti».

«Sul piano internazionale, la UE sarà un attore debole con poca credibilità e poco rispettato, e dovrà obbedire alle grandi nazioni creditrici, in quanto l’Unione dipenderà fortemente da esse. Nelle Nazioni Unite, la UE cercherà la collaborazione del terzo mondo perché tenterà di trasferire il suo proprio sistema ad una istituzione globale». «Possiamo lasciare che ciò accada? Gli europei come popoli stanno facendo, e faranno, la scelta giusta (ossia il rifiuto del progetto eurocratico, ndr) quando avranno chiaro fra quali vie scegliere. Non sono tanto sicuro che i politici europei faranno la scelta giusta. E non ho fiducia che si cureranno di chiedere il parere agli europei, se appena potranno evitarlo. Sicché l’imperativo del momento è obbligare i politici a chiedere il parere degli europei. È venuto il tempo di far capire bene agli europei quali sono gli esiti futuri di questa prospettiva; e che gli europei capiscano il rischio che probabilmente non avranno mai più la possibilità di decidere da sé il loro destino. Io sono sicuro che riusciremo a mettere in guardia gli europei. E penso che riusciremo la via d’uscita dall’Europa».

(SaxoBank CEO: «We Must Re-Evaluate The European Union»)

Fonte: www.cobraf.com
30.04.2013

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Ci voleva un Premio Nobel per dirci che l’euro è una catastrofe

di Marcello Foa

Questa mattina, conducendo Prima Pagina su Radio 3, ho citato ampi brani di una bella intervista che il Nobel Amartya Sen ha concesso a Danilo Taino del Corriere della Sera. Qui potete leggere l’intervista integrale ma ne riprendo alcuni concetti chiave:

L’euro è stato un’idea orribile. Lo penso da tempo. Un errore che ha messo l’economia europea sulla strada sbagliata. Una moneta unica non è un buon modo per iniziare a unire l’Europa. I punti deboli economici portano animosità invece che rafforzare i motivi per stare assieme. Hanno un effetto-rottura invece che di legame.

Quando tra i diversi Paesi hai differenziali di crescita e di produttività, servono aggiustamenti dei tassi di cambio. Non potendo farli, si è dovuto seguire la via degli aggiustamenti nell’economia, cioè più disoccupazione, la rottura dei sindacati, il taglio dei servizi sociali. Costi molto pesanti che spingono verso un declino progressivo. È successo che a quell’errore è stata data la risposta più facile e più sbagliata, si sono fatte politiche di austerità. L’Europa ha impiegato anni a costruire lo Stato sociale. Ora rischia di distruggerlo, nell’Educazione, nella Sanità, nella rete di sicurezza sociale.

L’Europa ha bisogno di riforme: pensioni, tempo di lavoro, eccetera. E quelle vanno fatte, soprattutto in Grecia, Portogallo, Spagna, Italia. Ma non hanno niente a che fare con l’austerità, con tagli indiscriminati. È come se avessi bisogno di aspirina ma il medico decide di darmela solo abbinata a una dose di veleno: o quella o niente. No, le riforme si fanno meglio senza austerità, le due cose vanno separate

Ci voleva un Nobel per affermare con solare semplicità concetti che la stragrande maggioranza degli economisti stronca sul nascere definendoli eretici ovvero che l’austerity imposta dalla Bce di Draghi, dal Fmi e dalla Germania porta alla disperazione e non a un futuro migliore. Grazie, professor Sen.

Fonte: blog.ilgiornale 22/05/2013

<p style=”text-align: center;”><strong><a href=”http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=Forums&amp;file=viewtopic&amp;t=60046&#8243; target=”_blank”>A BRACCETTO CON SOROS. Il salto della quaglia del Prof. Bagnai di Moreno Pasquinelli</a></strong></p>
28 maggio. Sapevamo che con Bagnai è difficile intavolare un contraddittorio. Lui lo si può solo adulare. Quando gli si muovono obiezioni [vedi: Le divergenze tra il compagno Bagnai e noi] perde la testa, la butta in caciara e, come un gradasso, rovescia sui malcapitati una caterva di insulti che superano la linea oltre la quale il Diritto e il buon senso ritengono ci sia diffamazione.

Pur senza mai citarmi (un classico della tecnica subdola della delegittimazione), mi definisce pubblicamente, cito, un “relitto umano”, un “povero imbecille”. Travolto dalla compulsione isterica così giustifica perché non intende rispondere alle critiche: “Non vi aspetterete da me una mediazione coi platelminti, o con gli anellidi, e nemmeno coi nematelminti, insomma, con tutti gli infiniti vermi del terrario nostrano, provinciale, egotista, intellettualmente ed eticamente deficitario”. [1]

Le contumelie qualificano chi ne fa uso. Noi proviamo a tornare sui contenuti. Tenteremo di dimostrare che i fuochi pirotecnici a base di improperi esibiti da Bagnai sono solo un disperato tentativo di depistaggio.

La risposta che Bagnai è stato obbligato a darmi non poteva essere più clamorosa. Il Nostro ha dovuto rendere finalmente pubblico in Italia un Manifesto, di cui egli è firmatario, tenuto furbescamente nascosto ai suoi followers per ben quattro mesi, proprio perché questi l’avrebbero considerato, non a torto, come una clamorosa giravolta.

Chi abbia seguito il Nostro sa che, al netto dei tecnicismi, il suo teorema si poteva riassumere in quattro assiomi: (1) Ogni area valutaria unica basata sulla rigidità del cambio è destinata a crollare perché va contro le leggi di mercato; (2) l’euro non solo porta la colpa di aver accresciuto gli squilibri in seno all’Unione europea, esso non è solo una moneta ma un “metodo di governo”, bollato come “nazista”; (3) Non c’è “un’uscita da sinistra dal nazismo”, l’Italia per salvarsi deve subito riconquistare la sua sovranità monetaria e politica; (4) quindi guerra frontale alle sinistre “luogocomuniste” che chiedono “più Europa” visto che, date le differenze tra nazioni, l’Unione europea stessa è una mera utopia.

Come ora vedremo questo Manifesto manda a farsi friggere tutti e quattro questi assiomi. Già il titolo è sconcertante: “Solidarietà europea di fronte alla crisi dell’eurozona”. Potrebbero sottoscriverlo non solo i capobastone del Pd o del Pdl, ma anche Monti o uno qualsiasi dei tecno-oligarchi di Bruxelles.

Un titolo infelice? No! Il contenuto è in linea e consiste in una difesa non solo dell’Unione europea ma della moneta unica. Inaudito? Inconcepibile? Per niente.

Leggiamo assieme le chicche più notevoli:

«La creazione dell’Unione Europea e del Mercato Comune Europeo si colloca fra le maggiori conquiste dell’Europa post-bellica in campo politico ed economico. Il notevole successo dell’integrazione europea è scaturito da un modello di cooperazione che beneficiava tutti gli stati membri, senza minacciarne alcuno….l’Eurozona, nella sua forma attuale, è diventata una seria minaccia al progetto di integrazione europea…L’euro, invece di rafforzare l’Europa, produce divisioni e tensioni che minano le fondamenta stesse dell’Unione Europea e del Mercato Comune Europeo».
Sì, avete capito bene: avanti col processo d’integrazione europea, quindi riforma della moneta unica, necessaria per portare avanti questa integrazione.

In concreto cosa propone il Manifesto? Due misure essenzialmente.

La prima:

«Un nuovo sistema di coordinamento delle valute europee, volto alla prevenzione di guerre valutarie e di eccessive fluttuazioni dei cambi fra i paesi europei».
Il voltafaccia di Bagnai è clamoroso e addirittura imbarazzante, poiché smentisce tutto quanto chi lo ha seguito ha detto non solo dell’euro (non solo una orribile moneta ma un “metodo nazista di regime”) ma dello stesso Sme (si ricordino le paginate sulla svalutazione “salutare” del 1992).
La seconda:

«Riteniamo che la strategia che offre le migliori possibilità di salvare l’Unione Europea, la conquista più preziosa dell’integrazione europea, sia una segmentazione controllata dell’Eurozona attraverso l’uscita, decisa di comune accordo, dei paesi più competitivi. L’euro potrebbe rimanere – per qualche tempo – la moneta comune dei paesi meno competitivi. Ciò potrebbe comportare in definitiva il ritorno alle valute nazionali, o a differenti valute adottate da gruppi di paesi omogenei. Questa soluzione sarebbe un’espressione di vera solidarietà europea».

In pratica si chiede un nuovo Sme ma, si badi, non di paesi a sovranità monetaria. Questa sarebbe un’ipotesi di ultima istanza, se possibile da evitare. L’euro dovrebbe restare, è la Germania che deve uscirne. Detto di passata: questa tesi non è nuova, circola da anni, anche a sinistra, e Bagnai l’ha sempre brutalmente contestata — Albè, ti ricordi il nostro convegno di Chianciano Terme dell’ottobre 2011? [2]

Una tesi recentemente sostenuta non solo da W. Munchau ma niente-poco-di-meno-che da George Soros. [3] Così forse ci spieghiamo come mai, con la scusa di farla finita col “complottismo”, Bagnai sia giunto, il 13 maggio scorso, in soccorso di Soros, secondo il Nostro per niente colpevole per aver affondato la lira nel 1992. [4] Giungere a fare l’avvocato d’ufficio di Soros, assolvendolo dal ruolo di criminale stregone della finanza predatoria globale —inopinatamente scaricandone tutte le colpe sui governanti italiani quando tutti conosciamo con quali e quante invettive ha maltrattato chiunque osasse fare della “casta” il nemico principale—, è un fatto gravissimo, che la dice lunga sul dove Bagnai sia andato a parare.

Uno ha il diritto di cambiare idea, non può però chiedere indulgenza se mente o se esibisce il più italico dei vizietti, il trasformismo. Il Nostro, una volta scoperta l’arma del delitto, vorrebbe negare che le impronte sul grilletto siano le sue, e implora le attenuanti… “faccio solo da palo”.

Sappiamo che un simile fare spinge molti suoi seguaci a considerarlo un impostore. Si sentono ingannati, turlupinati. Chi si illude finisce prima o poi per disilludersi. La lezione dovrebbe invece aiutarli ad aprire gli occhi, a comprendere che non esiste una scienza economica neutrale, oggettiva, al di sopra delle classi sociali. Dietro ad ogni “scienza”, per quanto vestita di una panoplia di statistiche e tabelle, c’è sempre una concezione della società. L’economia è sempre economia politica.

Questo, tra l’altro, volevo dire, col mio articolo che tante polemiche sta suscitando: non ci si può fidare di qualcuno che pensa di poter fare a meno di una teoria economica generale, che pensa di stare al di sopra delle classi sociali. Volevo dire che una simile posizione cela un avventurismo che poteva andare in tutte le direzioni, uno che avrebbe potuto mettersi al servizio del primo padrone.

Per quanto ad alcuni non entri in zucca, la teoria economica implicita del Bagnai sovranista anti-euro di ieri è la stessa di quello di unionista e pro-euro di oggi, quello che certi suoi estimatori considerano un inconcepibile “tradimento” è, per quanto clamoroso e gravissimo politicamente, un salto della quaglia, un riposizionamento, più a destra, nello stesso campo.

Ecco quindi il Manifesto in questione, questo distillato di economicismo imperialistico, che non contiene, non diciamo idee socialiste, ma nemmeno keynesiane. Per questo potrebbero sottoscriverlo, fra qualche mese, non solo Fassina, ma pure Crosetto, Brunetta e Berlusconi. Anzi, più questi ultimi che Fassina, se si tiene conto, appunto, della totale assenza di qualsivoglia riferimento agli interessi dei popoli, dei lavoratori, dei precari, dei disoccupati. Ricordate le violente bordate di Bagnai ai sinistrati che dicevano che era meglio tenersi l’euro con l’argomento che l’uscita avrebbe significato un’ecatombe per i lavoratori? Ora il Nostro firma un Manifesto che parte dallo stesso paradigma eurista dei sinistrati, ma per difendere i dominanti. Lo fa infatti, dimmi con chi vai ti dirò chi sei, assieme a dei consiglieri di Sua Maestà, suggeritori dei governi liberisti, esponenti delle cupole aristocratiche e rentier europee.

Dei dominanti condividono la preoccupazione di salvare la baracca del capitalismo-casinò, i suoi sistemi bancari predatori, i suoi meccanismi oligarchici e classisti. Identica la paura sbirresca di eventuali, Dio ce ne scampi!, sollevazioni popolari che facciano saltare il sistema. Infatti leggiamo:

«Questa situazione rischia di portare allo scoppio di gravi disordini sociali nell’Europa meridionale e di compromettere definitivamente il sostegno dei cittadini all’integrazione europea».

Il delirio élitario tutto borghese è totale, come il disprezzo verso la povera gente: occorre salvare dall’alto e in maniera pilotata e tecnocratica la baracca poiché “la minaccia” è che alcuni paesi potrebbero decidere di farla saltare «sotto la pressione della pubblica opinione». Per Lorsignori sarebbe una disgrazia se il volgo, cacciati i governanti corrotti, prendesse in mano i propri destini e appendesse ad un palo i responsabili del massacro sociale. Un concentrato di pensiero, non liberale, ma liberista e reazionario.

Osservate infatti, l’ha già fatto notare Fiorenzo Fraioli, con quali compagni di merende Bagnai ha sottoscritto il Manifesto: non solo precettori e luogotenenti dei governi neoliberisti, o ausiliari degli euro-oligarchi o di multinazionali, ma banchieri di Goldman Sachs, di Deutsche Bank, di Nomura. “Persone di elevato profilo scientifico”, così Bagnai camuffa senza il minimo pudore i suoi nuovi compari.

Restammo perplessi quando Bagnai, nel dicembre scorso, mentre il governo Monti se ne stava andando, ci disse che forse occorreva siglare un nuovo “Patto Ribbentrop-Molotov”. Consideranmmo lì per lì una cazzata l’idea che si dovesse fare un’alleanza coi berluscones in funzione non solo anti-piddina ma anti-grillina. Adesso è chiaro cosa realmente bolliva nella pentola mentale del Nostro.

Azzeccata ci appare così l’evocativa definizione del Nostro fatta da Emiliano Brancaccio in occasione di un memorabile dibattito in cui i due furono protagonisti:

«Alberto Bagnai non è veracemente uno, ma è veracemente due. Da un lato c’è l’autore di un libro veramente interessante, e c’è poi, dall’altro lato, l’autore di un blog, che fa pure un buon lavoro, ma che di tanto in tanto, sembra somigliare ad un predicatore che si metteva a fare proseliti nel bel mezzo di Hide Park, nudo come mamma l’aveva fatto, con il vangelo secondo Giovanni sotto il braccio, e con una vigorosa erezione in bellissima mostra..». [5]

Nb

Nel mio articolo “Le divergenze tra il compagno Bagnai e noi”, iniziavo dicendo che eravamo venuti a sapere che Bagnai e altri stavano partorendo un Manifesto politico. Il Nostro ha risposto pubblicando il Manifesto europeista in questione, smentendo poi che sarebbe mai entrato in politica. Ora, nel caso che la meritevole opera di resistenza anti-eurista non fosse già tutta politica, di certo in politica c’è entrato firmando quel Manifesto insulso. Tuttavia io mi riferivo ad un’altra cosa. Mi riferivo proprio al fatto che Bagnai stava scrivendo con altri pochi eletti, un altro manifesto. Il suo sodale e blogger Orizzone48, il 18 maggio alle ore 13:05 sul suo blog così rispondeva ad un lettore che, proprio segnalando sollevAzione e il Manifesto spagnolo, lo esortava a scendere in campo:

«Pensa che ho anche consegnato a un prestigioso esponente del costituzionalismo e del potere giurisdizionale spagnolo l’articolo sulla incostituzionalità di tutte le manovre finanziarie successive a Maastricht. E mi ha poi scritto che l’avrebbe fatto tradurre.
Il “manifesto” in questione ovviamente dice le cose su cui qui stiamo lottando e insistendo. Al suo interno si enuncia la difficoltà di arrivare a quelle “masse” manipolate che non sono in grado di mutare tempestivamente la loro percezione delle cause della crisi.
Il problema è ovviamente anche italiano.
Con Alberto (e non solo) stiamo provvedendo ad analogo “manifesto” e anche a dargli un seguito di “pensiero organizzato nella società”.
A quel punto ci conteremo. E non saremo mai abbastanza».

NOTE

[1] In un tweet mi qualifica poi come “il trotskysta scalzo della Valnerina”. Descrizione trinitaria che potrei considerare encomiastica, visti la grandezza di un rivoluzionario come Trotsky o quanto ha donato la Valnerina alla civiltà europea, anche solo sfornando uno come S.Benedetto. In verità non sono della Valnerina né trotskysta. Per quanto concerne lo “scalzo” confesso che ho un rispetto grande, se è questo che Bagnai voleva intendere, verso chi sceglie la pauperitas come scelta di vita, mentre non ne ho affatto verso gli scaltri e i furbacchioni in cerca di fama e cadreghe spacciandosi per “sommi economisti.

[2] Al convegno di Chianciano “Fuori dal denito! Fuori dall’euro” questa tesi fu sostenuta dall’economista Ernesto Screpanti, ma con ben altra prospettiva, quella di una rottura rivoluzionaria e internazionalista dell’eurozona.

[3] Disse Soros il 10 aprile scorso in un convegno a Francoforte: «Se invece fosse l’Italia ad abbandonare l’Eurozona, il suo debito denominato in euro diverrebbe insostenibile e andrebbe ristrutturato, gettando il sistema finanziario globale nel caos. Quindi, se qualcuno deve lasciare, quel qualcuno dovrebbe essere la Germania, e non l’Italia.» Il Sole 24 Ore 28 maggio 2013

[4] Speculazione finanziaria: quelli che “è brutta e cattiva. Il Fatto quotidiano del 13 maggio 2013

[5] Emiliano Brancaccio, Osservazioni critiche sulle tesi di Alberto Bagnai. Napoli 4 aprile 2013

<a href=”http://sollevazione.blogspot.it/2013/05/a-braccetto-con-soros-il-salto-della_28.html&#8221; target=”_blank”>http://sollevazione.blogspot.it/2013/05/a-braccetto-con-soros-il-salto-della_28.html</a&gt;
<p style=”text-align: center;”>-o0o-</p>
<p style=”text-align: left;”>E continuano a votare e considerare il PD un partito che protegge i poveri e gli operai.

E continuano a parlare di “sinistra” e di “destra”, ma dov’è la sinistra e dov’è la destra.

E continuano a considerare come poveri solo gli operai: gli impiegati invece sono ricchi, gli artigiani che falliscono anche, i piccoli imprenditori che si suicidano pure.

E continuano ad adulare Marx e il suo manifesto.</p>
<p style=”text-align: center;”>-o0o-</p>
<p style=”text-align: left;”>Io sarò cieco, ma il conflitto che vede ‘sto Pasquinelli tra il manifesto e le idee espresse nel blog non lo vedo così chiaramente.

Ma poi perché dedicare un intero articolo al pensiero di una persona che non ha alcun ruolo istituzionale? A me ‘sta roba sa tanto di bruciore al c.ulo …</p>

—————o0o—————

Quello che non capisce il povero Bagnai (e i sovranisti)

Riccardo Bellofiore, Francesco Garibaldo: Euro al capolinea?

“C’è una linea sottile tra l’avere torto ed essere dei visionari.
Sfortunatamente per vederla si deve essere dei visionari”
(Sheldon Cooper, The Big Bang Theory)

Il libro di Alberto Bagnai (Il tramonto dell’euro. Come e perchè la fine della moneta unica salverebbe democrazia e benessere in Europa, Imprimatur , Roma 2012) è un libro utile sia lo si condivida nelle sue tesi di fondo sia, come nel nostro caso, pur apprezzandone i meriti, si abbiano su punti chiave opinioni diverse.

Il libro è utile in primo luogo perché rappresenta uno sforzo divulgativo di alto livello; ciò consente a molti di potere comprendere il merito di complesse questioni economiche e di potere quindi partecipare a una discussione, sulle sorti dell’Italia, che si vuole ristretta a minoranze tecnocratiche.

In secondo luogo perché è tra i primi, e altrettanto sicuramente lo fa con massima radicalità, che da noi pone la questione della dissoluzione dell’unione monetaria, e propone seccamente l’uscita dall’euro: una posizione che in varia forma ha preso il largo, e oggi molti, in un modo o nell’altro, vi aderiscono, senza avere forse il coraggio dell’estremismo della tesi di Bagnai. Tesi discussa, da almeno due – tre anni, da altri economisti non ortodossi italiani (tra gli altri, Bellofiore, 2010), e comunque ben presente nel dibattito tra gli economisti a livello internazionale. I dubbi sulla sostenibilità dell’euro risalgono per altro alla sua stessa nascita. (Gaffard, 1992; Grahl, 1997; in tempi più recenti Vianello, 2013, e per un inquadramento generale Toporowski 2010 e Wray 2012)

Non era difficile, in verità, predirlo. Durante la fase del cosiddetto SME credibile (dal 1987 agli inizi del 1992), con cambi fissi fra le valute aderenti, situazione allora vista come una sorta di antipasto della moneta unica, le contraddizioni si andarono accumulando sino all’esplosione.

Prima di passare alle nostre osservazioni critiche vanno messi nella dovuta evidenza i punti importanti che il libro mette in luce.

Dice innanzi tutto una cosa sacrosanta. Ogni economia vive di debito. Può essere il debito che l’imprenditore schumpeteriano ottiene dall’autentico banchiere che scommette su di lui, e che si vede ormai poco in giro. Anche il debito pubblico ha i suoi meriti. Basta vedere come nella crisi, benché tutti parlino male del debito pubblico, anche quando la crisi si dice provenga dalla crisi della finanza pubblica, nell’incertezza la caccia è innanzi tutto ai titoli di debito pubblico. Dopo di che giustamente Bagnai dice, attenzione che il debito privato è più rischioso e pericoloso del debito pubblico, e aggiunge, ancora a ragione, il vero problema è il debito estero.

E’ evidente che se c’è un debito c’è un credito. I bilanci dei macro-operatori – il settore privato, il settore pubblico ed il settore estero – sono connessi tra di loro, e tutti e tre insieme danno un saldo nullo. Se, per esempio, il settore estero fosse in pareggio, e se ci fosse un surplus del settore privato, ci deve essere un corrispondente deficit del settore pubblico. Se l’area dell’eurozona avesse un bilancio con l’estero pari a zero (ed è stato grosso modo così fino a un paio d’anni fa, ora il saldo è in leggero attivo), allora, perché ci sia un avanzo del settore privato, questo richiederebbe un bilancio negativo dell’operatore pubblico. Da questo punto di vista, si deve dire, i movimenti per il non pagamento del debito commettono spesso un errore elementare, si dimenticano che non pagare il debito vuol dire non pagare il creditore, ed è rilevantissimo a questo punto chi sia il creditore, e se sia possibile discriminare i creditori; tra i creditori dello stato vi sono spesso famiglie di classe media, non particolarmente ricche. La crisi dell’Europa, come altrove, non è affatto una crisi del debito pubblico ma è semmai una crisi del debito privato scaricata sulle finanze dei governi.

Il terzo punto importante – ed è questo, a noi pare, il fuoco del discorso di Alberto Bagnai – è l’attenzione prevalente, qualche volta addirittura esclusiva, al bilancio con l’estero, cioè alla bilancia dei pagamenti, ma forse più ancora alla bilancia delle partite correnti, e forse più ancora alla bilancia commerciale.

Indubbiamente, si tratta di un punto di vista importante per capire cosa sta succedendo in Europa, e nell’eurozona. Alcuni di noi – Bellofiore, assieme a Joseph Halevi – lo sostennero nel 2005 per un convegno di economisti italiani eterodossi, i quali ritenevano all’epoca che il problema cruciale fosse il Patto di Stabilità e la proposta da farsi la stabilizzazione del disavanzo dello stato. Noi lo vedevamo piuttosto come un’imposizione di natura prettamente politica, tant’è che fu infranto a ripetizione senza che ne subissero conseguenze paesi come la Germania e la Francia, e ritenevamo che i problemi strutturali richiedessero nel medio-termine di concordare, o imporre, un aumento del rapporto disavanzo/PIL in una logica di piano del lavoro. La questione dei disavanzi di partite correnti è sicuramente cruciale per comprendere come si configurano le relazioni tra nazioni e aree regionali in questo continente. Dopo un paio d’anni il tema degli squilibri commerciali interni all’eurozona è entrato nell’orizzonte degli economisti critici prendendosi la rivincita, perché quegli squilibri sono a questo punto diventati per loro il problema, attribuito per di più sic et simpliciter alla moneta unica; come più avanti argomenteremo meglio, questa tesi, che sembra condivisa da Bagnai, a noi pare una semplificazione eccessiva, come hanno ben messo in evidenza, in un loro recente saggio, Simonazzi (et al. 2013)1.

Alberto Bagnai nel suo libro disegna molto bene la situazione squilibrata dell’economia europea, per cui c’è un’area, grosso modo il Centro Nord, in attivo sistematico, difeso ferreamente, e c’è l’area dei PIIGS (Portogallo, Italia, Irlanda, Spagna e Grecia), il Sud Europa più l’Irlanda, che invece è in passivo. Bagnai quasi identifica la prima area con la Germania, si tratta invece della Germania con i suoi “satelliti”, una cosa un po’ diversa ora che anche quel blocco sta disgregandosi. E’ vero comunque che ereditiamo una divisione dell’Europa in due blocchi, da un lato quelli che esportano più di quanto importano, non solo all’esterno ma anche all’interno dell’area, e dall’altro quelli che importano più di quanto esportano. Tra i satelliti vi erano, almeno fino a poco tempo fa, l’Olanda, il Belgio, cui si aggiungevano la Svizzera e la Danimarca, che però stanno fuori dall’euro, vi erano poi l’Austria, la Finlandia, e ancora la Svezia che è fuori dall’euro. Bagnai chiarisce gli effetti devastanti di questa frattura, come questa divisione in due esistesse prima della nascita dell’euro, come sia stata aggravata dalla moneta unica.

Un quarto punto, infine, è il giusto rilievo dato da Bagnai al divorzio Tesoro-Banca Centrale del 1981, come un vero e proprio spartiacque nella storia italiana recente. Tale decisione – il divieto per la Banca centrale di garantire in asta il collocamento integrale dei titoli offerti dal Tesoro e il ricorso quindi, senza salvagenti, al mercato finanziario per finanziare lo Stato, con il conseguente aumento vertiginoso dei tassi d’interesse – è, infatti, assimilabile alla controrivoluzione reaganiana e thatcheriana. Un evento catastrofico nelle sue conseguenze, all’origine dell’esplosione del debito pubblico, un segno del cambio di regime, assieme alla sconfitta alla Fiat nel settembre-ottobre 1980, che sanzionò la svolta nei rapporti di forza tra le classi, nel senso che “chiuse” i primi conti di una strategia di normalizzazione iniziata a metà degli anni Settanta, aprendo così la nuova fase.

Le nostre osservazioni critiche riguardano in primo luogo la storia dell’esperienza dell’euro come è ricostruita da Bagnai. Prima è utile ricordare che nell’analisi e nella proposta di Bagnai un concetto cardine, assieme all’indipendenza o meno della Banca Centrale, è la sovranità monetaria ed è per lui il criterio con cui analizzare le diverse fasi della storia economica italiana recente: prima e dopo la perdita della sovranità monetaria, a causa dell’adesione all’euro, e, durante le diverse fasi della partecipazione allo SME.

La differenza di valutazione nasce da una diversa idea dell’unità d’analisi necessaria a comprendere quanto è accaduto. Il discorso di Bagnai è spesso troppo rinchiuso nel contesto dell’eurozona, per di più con una opposizione troppo secca tra la Germania e il resto dei paesi. L’Europa sta nel mondo.

La storia dell’esperienza dell’euro, che va divisa tra il periodo degli albori (1999-2002) e poi la fase di realizzazione (2003 – 2013), appare in questa prospettiva alquanto diversa. Il disegno della moneta unica è un progetto francese, non tedesco. E’ un progetto costruito nel mondo di prima, non la risposta alla caduta del muro. L’idea dietro il trattato di Maastricht la superiorità del capitalismo europeo- continentale contro quello USA, salta in aria tra il 1992 e il 1993 proprio a causa della caduta del muro. Come l’Araba Fenice, è risorta dalle sue ceneri qualche anno dopo per più motivi, tra i quali la relativa debolezza (allora) della Germania e il grande rilancio egemonico del capitalismo USA2. Ciò che bisogna capire è che gli anni Novanta sono un decennio in cui la Germania è rivolta al suo interno, e patisce una qualche debolezza verso l’esterno, e ha dovuto accettare una moneta unica “larga” e non “stretta”, come probabilmente nelle sue intenzioni, cioè comprendente soltanto i suoi satelliti, ed eventualmente la Francia. Costretta a cedere, la Germania ha agito come sempre, dal Trattato di Maastricht alla crisi più recente: “scambiando” ogni passo in avanti verso una unione monetaria più integrata, con la previa imposizione di vincoli stretti sulla finanza pubblica (allora furono, prima i parametri sulla finanza pubblica, poi il Patto di Stabilità, negli anni a noi più vicini il Fiscal Compact). Salvo essere lei stessa, sinora, a infrangerli – non si dimentichi che la stessa ripresa ormai evanescente dell’economia tedesca degli anni più recenti è dovuta in primis a (intelligenti) politiche attive di disavanzo keynesiano in risposta alla crisi del 2008.

Perché andò in questo modo? L’euro riparte perché negli anni Novanta gli Stati Uniti diventano di nuovo un traino dell’economia mondiale, nelle forme contraddittorie della new economy. Sono anni in cui i tassi di interesse, oltre che l’inflazione, declinano, mentre i tassi di crescita degli Stati Uniti forniscono sbocchi alle economie neomercantiliste, come quella tedesca e italiana. In occasione del primo decennio della moneta unica, un attimo prima che la crisi investisse l’Europa, nel 2008, si sono sprecate le iniziative e gli articoli che ne celebravano il successo. Al di là di crederci o non crederci va spiegato per quale motivo la moneta unica è parsa, fino alla crisi, un modello di successo, e per quale ragione l’area europea sia poi sprofondata nella crisi. La nostra tesi, a differenza di quella di Bagnai, è che l’elemento scatenante non sia affatto riconducibile alla bizzarra costruzione dell’euro, per le sue contraddizioni (che ci sono). Non sono stati gli squilibri commerciali, e neanche quelli della finanza pubblica. E’ stata una crisi importata dall’esterno, un rimbalzo violento della crisi globale nata negli Stati Uniti. Una grande crisi del capitalismo. Questo segna una novità enorme. Noi parliamo di una crisi dell’Europa e dell’euro dentro una crisi finale del neoliberismo, cioè dentro una crisi lunga, di quelle che segnano uno spartiacque tra una fase e l’altra del capitalismo: e noi siamo nel bel mezzo della transizione, senza poter intravedere lo sbocco. Ogni parallelo tra un’eventuale uscita dall’euro e svalutazioni precedenti, che è l’argomento centrale di Bagnai sul perché e sul come bisogna uscire dall’euro, è inficiato anche solo per questa considerazione.

La crisi europea non nasce dall’interno, nasce dal crollo del modello di capitalismo anglosassone, il cui centro sono stati gli USA, basato sul consumo a debito e su un certo tipo di finanza. E’ quel modello che ha consentito ai modelli neomercantilisti, che fanno profitti dalle esportazioni nette, di prosperare, trovando sbocchi alle proprie merci. Le due cose vanno in qualche modo legate, e qui il libro ha un buco, non lo fa, ed è un limite non da poco. Non si può replicare che è un’obiezione illegittima, un parlare d’altro. Si parla della cosa stessa.

Infatti, il progetto dell’euro e il suo concreto svolgimento, contraddizioni comprese, sono difficilmente comprensibili senza riferirsi all‘economia reale, all’obiettivo cioè, prima francese, coi campioni settoriali governati politicamente, poi tedesco, con la selezione naturale per via di mercato e di capacità innovativa, di costruzione di un unico capitalismo europeo industriale e manifatturiero che privilegiasse le esportazioni. L’assunto implicito di tale scelta era che la globalizzazione in concreto significasse l’inizio di una guerra commerciale globale per conquistare i nuovi mercati emergenti, nel mentre si doveva consolidare il mercato interno europeo come il “cortile di casa” di questo nuovo capitalismo europeo. Un cortile di casa il cui obiettivo strategico era quello di posporre ogni altra considerazione alla competitività delle sue industrie con una discriminazione interna, verificata sia dalla capacità di ciascuna impresa di occupare il mercato interno che quello globale. In questa prospettiva le bilance commerciali sono sì un indicatore chiave, ma un indicatore, appunto, di una gigantesca e continua ristrutturazione industriale e di ridefinizione del potere di mercato delle singole imprese, non solo in Europa ma a livello globale. In questa prospettiva neomercantilistica e di forzatura sulla competitività si capisce meglio come il destino dell’euro sia fortemente dipendente dall’economia globale, più specificatamente dal livello di sovrapproduzione relativa sia a livello globale sia tra le aree geopolitiche; in questa partita le scelte politiche e istituzionali delle autorità nazionali e sovranazionali hanno un peso rilevante.

Alberto Bagnai propone, con molta coerenza e con molta chiarezza, che è bene uscire dall’euro, senza se e senza ma. Il sottotitolo del suo libro recita: “come e perché la fine della moneta unica salverebbe democrazia e benessere in Europa”. Per rispondere alle critiche a questa prospettiva, che non può non dar luogo a una subitanea svalutazione, per valutarne conseguenze e dimensioni, Bagnai ripercorre alcuni degli episodi passati di svalutazione del nostro paese. Lo fa però, di nuovo, quasi come se il quadro storico, il contesto generale e le scelte politiche e istituzionali non contassero. Non è così. La vicenda del cambio del nostro paese è più articolata, e piena di insegnamenti.

E’ utile partire da una crisi in cui la svalutazione non ci fu, la crisi del 1963-1964. Vigeva allora il sistema dei cambi fissi (benché aggiustabili) pattuito a Bretton Woods. Le lotte salariali, conseguenza del pieno impiego nel triangolo industriale seguita agli anni ruggenti del miracolo economico di fine Cinquanta-primissimi Sessanta, rovesciarono in un anno solo il rapporto salario-produttività dal 1950. Eravamo uno stato-nazione indipendente, con sovranità monetaria, e una Banca Centrale non autonoma dal Tesoro, condizioni ottimali nell’ipotesi di Bagnai. Il Governatore della Banca Centrale, malgrado ciò optò per una difesa strenua dei margini di profitto delle imprese per il tramite di una strategia inflazionistica, sostenendola con la tesi che alti profitti significavano alti investimenti, e per questo andavano ristabiliti. L’esito fu un passivo della bilancia commerciale (in verità erano andati in rosso anche i movimenti di capitale, per fughe illegali), che fu assunta come motivazione di una svolta a 180 gradi, verso una deflazione della quantità di moneta, e quindi una caduta degli investimenti, del reddito, dell’occupazione. I capitalisti italiani – questa purtroppo è una storia di lungo periodo e a nostro parere (che qui seguiamo Marcello De Cecco) all’origine delle traversie del nostro paese – hanno avuto un’incapacità di reagire a quel conflitto distributivo in un’ottica di qualche respiro.

A conferma di quanto dice De Cecco, è bene ricordare che, caduto il fascismo, la scuola liberale, sfruttando anche la scelta delle sinistre di lavorare per la ricostruzione del paese senza porre problemi di controllo statale dell’economia, attuò una politica liberista pura, unico paese del dopoguerra, senza porsi un problema di transizione, anzi “volendo consolidare i vecchi rapporti economico-finanziari, all’interno dei gruppi privati e fra tali gruppi e l’apparato statale” (Daneo 1975:155). L’Italia, infatti, spicca, tra i paesi europei destinatari del piano Marshall, per una politica economica a tal punto di rigorosa cautela da provocare le critiche dell’amministrazione americana dei fondi ERP (European Recovery Program). Insomma, nel mentre in Europa si sviluppava il piano Beveridge, in Inghilterra e il piano Monet in Francia, in Italia si attuava un riaggiustamento selvaggio secondo principi liberisti – un ritirarsi dello Stato – motivato dal fatto che la presenza dello Stato in assenza del controllo poliziesco sui lavoratori ed il sindacato era potenzialmente pericoloso. Si determina così un intreccio perverso tra liberismo, proclamato in chiave di controllo sociale, e politiche di freno alla crescita della base produttiva (nel 1946 la produzione industriale fu pari ad un terzo delle possibilità tecniche, Daneo, 1975: 155). La situazione divenne a tal punto ingovernabile – una iperinflazione fuori controllo – che nel ’46 si ebbe un parziale sblocco dei licenziamenti ed una tregua salariale la tregua salariale che aprì la strada, nel ’47, alla svolta deflattiva: la così detta stabilizzazione che si tradusse in una stagnazione produttiva rotta solo negli anni ’50 (Daneo, 1975).

Ciò che si vuole metter in luce è che l’uscita dal fascismo, riaprendo una sia pur timida, ipercentralizzata e fortemente controllata dalla convenienza politica, dinamica tra capitale e lavoro, spinge i gruppi dirigenti a respingere l’idea, affacciata da Togliatti, di un patto di solidarietà nazionale, cioè di una uscita lunga e regolata dalle distruzioni della guerra – come in Inghilterra e Francia -e dalla ingessatura fascista della società e dell’economia italiana. Liberismo significa liquidare l’ingerenza statale fascista e lasciare che il mercato si autoregoli ma, quando l’ipotesi naufraga nella iperinflazione, allora si dà inizio ad una ristrutturazione finanziata dallo Stato e dai fondi ERP (Daneo , 1975), in una ipotesi di rigorosa cautela, sfruttando la moderazione rivendicativa e salariale offerta per favorire la ripresa. L’idea che la rottura con lo stato fascista significasse introdurre i diritti sociali, in corso di affermazione in Inghilterra, veniva esplicitamente scartata; impressionante in uno scritto di Einaudi (1942), il brano riportata da Daneo (1975: 109):

anche là dove la macchina comanda, dove la concorrenza impone al massimo la divisione del lavoro, importa porre una diga, molte dighe al dilagare del livellamento (…) ponendo un limite al crescere delle città industriali.(…) Se anche ne andrà di mezzo una parte, forse grande, della moderna legislazione sociale di tutela universale e sulle assicurazioni in caso di malattie, disoccupazione, vecchiaia, invalidità, se anche ne usciranno stremate le organizzazioni coattive in cui oggi i lavoratori sono classificati [i sindacati], poco male. Anzi, molto bene, se così avremo ridato agli uomini il senso della vita morale, della indipendenza materiale e spirituale.i

Questo pensiero einaudiano ricorda niente?

Alla metà degli anni Sessanta vivemmo dunque una ristrutturazione senza investimenti. La ripresa dell’accumulazione della fine degli anni Sessanta fu dovuta in primo luogo ad un aumento selvaggio dell’intensità di lavoro, ben rappresentato in film come La classe operaia va in Paradiso. E’ da allora che si è imboccata la via della crisi della grande industria, e dello smantellamento di buona parte della nostra base industriale.

Il secondo grande episodio inflazionistico, in condizioni non poco diverse, è quello degli anni Settanta. Il sistema di Bretton Woods collassa tra il 1971 e il 1972, e l’Italia entra nel mondo dei cambi flessibili tra il 1972 e il 1973, dopo una presenza fugace nel serpente monetario. Gli aumenti di salario superiori agli aumenti di produttività furono accompagnati da una serie di svalutazioni tra il 1973 e il 1979. Quello che, con riferimento al 1974-1975, fu chiamato il processo di disinflazione dell’economia mondiale non fu un processo neutrale rispetto alle classi e non può essere letto solo in termini di economia nazionale. Si poteva scegliere tra diverse modalità e si scelse di fare precipitare ciò che in teoria (con i cambi fluttuanti, in particolare) avrebbe dovuto evitare, una prova di forza interna verso il movimento operaio e sindacale. (Biasco, 1979: 120-123)

Alberto Bagnai ne parla, ma a noi pare non ne chiarisca gli aspetti più significativi: importanti, perché il “successo” di quella manovra, se così lo si vuole chiamare, venne dal tipo particolare di svalutazione che fu praticata, e dal particolare contesto internazionale che la rendevano possibile. Il contesto internazionale era quello di un dollaro che tendeva alla svalutazione rispetto al marco. La scelta politica delle autorità di politica economica fu di agganciarci al dollaro, e dunque di svalutarci rispetto al marco, riducendo l’impatto negativo dal lato delle importazioni (dove la valuta significativa era per noi quella statunitense), massimizzando l’impatto positivo sull’esportazione (la nostra area principale di sbocco essendo al contrario l’area del marco).Ciò consentì di dare una mano alle imprese nel conflitto distributivo con i salari. Una svalutazione “differenziata” e non socialmente neutrale.

L’altra cosa di rilievo che ci pare assente nel libro di Alberto Bagnai è che le svalutazioni degli anni Settanta furono svalutazioni eccedenti quella che era stata l’inflazione passata, e la cosa non si ripeté successivamente. Per questa ragione negli anni Settanta le svalutazioni offrivano subito un vantaggio competitivo alle industrie italiane, cosa che non accadde più in seguito. Per Bagnai la possibilità di un rilancio produttivo a seguito di una inflazione guidata, come secondo lui, sarebbe possibile nel caso di un abbandono unilaterale dell’euro da parte dell’Italia, è un dato incontestabile. Non fu così allora.

Le imprese italiane, infatti, cosa fecero nella loro grande maggioranza? Fecero, mutatis mutandis, come negli anni Sessanta rispetto alla manovra prima inflazionistica e poi deflazionistica: accolsero con gratitudine l’aiuto, alzarono i prezzi, e si guardarono bene da un impiego del vantaggio competitivo che così era loro temporaneamente concesso per migliorare in modo strutturale e permanente sui mercati esteri, a differenza di ciò che fece ad esempio la Germania. E’ chiaro che una risposta di lungo periodo al conflitto distributivo sarebbe stata l’aumento della produttività attraverso una strategia di investimenti. Negli anni Settanta l’industria italiana usò invece la svalutazione non per aumentare le quote di mercato, ma per aumentare i prezzi, dissolvendone rapidamente i vantaggi senza lasciare un sedimento positivo permanente.

Nel 1976 ci fu un altro picco di svalutazione. Eravamo anche qui uno stato sovrano, con la propria Banca Centrale, non divorziata dal Tesoro. Non di meno dovemmo ricorrere all’FMI, che ci impose (a noi come alla Gran Bretagna) delle condizioni dure. La storia degli anni successivi fu dovuta anche a ciò, oltre alla circostanza che il Partito Comunista Italiano aderì alla politica di solidarietà nazionale. La svalutazione fu, da molti punti di vista, un’occasione persa. E un episodio della normalizzazione e ristrutturazione del “caso” italiano: per quello disegnata, per quello agita.

Gli anni Ottanta sono tutta un’altra storia, divisa per di più in due fasi, se non tre. Il periodo dal 1980 al 1987 è caratterizzato dal fatto che l’Italia, che è entrata nel Sistema Monetario Europeo, vive sì altre svalutazioni, ma queste ultime sono sempre inferiori all’inflazione passata, non consentono perciò alcun recupero del guadagno competitivo, e non permettono di conseguenza alle imprese di proseguire nella strategia accomodante sul terreno del salario. Secondo autori come Giavazzi e Pagano vi sarebbero dei vantaggi nel “legarsi le mani”. Si può così razionalizzare la scelta di aderire allo SME. La Banca d’Italia, in accordo con il Tesoro, era convinta che impedire svalutazioni “competitive” avrebbe imposto la ristrutturazione del sistema produttivo italiano (il che fu vero, ma in termini di puro adeguamento tecnologico, non di autentica innovazione, come sostiene a ragione Graziani, 2000). E si era per di più convinti, del tutto a torto, come Bagnai dimostra e come tutti dovremmo sapere, che in questo modo si costringeva lo Stato a spendere meno. La spesa sociale corrente iniziava a venire compressa, è vero, ma, al suo posto, cresceva la spesa per interessi, dato il forzato ricorso del governo al finanziamento sul mercato dei titoli, a causa del divorzio tra la Banca d’Italia e il Tesoro avvenuta nel 1981, in un decennio di alto costo del denaro. L’aumento del rapporto debito pubblico/PIL è poi da attribuire in larga misura all’andamento del denominatore.

Un’altra cosa che va detta è che in questi anni la situazione del cambio marco-dollaro si è totalmente invertita nella prima metà degli anni Ottanta: è il dollaro che tende a rivalutare, mentre il marco tende corrispettivamente a svalutarsi. La politica della svalutazione differenziata non era più praticabile. C’è un interludio, 1985-87 (un interludio in cui cambia di nuovo la situazione globale sul terreno dei cambi). Dal 1980 al 1985 la lira godeva di una banda di oscillazione più larga di quella concessa agli altri aderenti all’accordo valutario, dal 1985 al 1987 rientra nella fascia ristretta. Si arriva così al periodo dello SME credibile, 1987-1992. Una cosa che va detta, e lo stesso Bagnai a un certo punto del suo libro la ricorda, è che non esiste il mercato libero dei cambi. I cambi sono sempre sporchi, la loro fluttuazione sempre manovrata. Francesco Farina, Adriano Giannola e Ugo Marani all’epoca sostennero, a ragione, che in quel periodo la lira fosse una valuta forte (tanto che premeva sulla fascia superiore, non quella inferiore della banda di oscillazione) perché la Banca Centrale manteneva il tasso d’interesse più alto di quanto sarebbe stato richiesto dalle altre condizioni dell’economia, incluso lo stato della finanza pubblica3. La ratio era, ancora una volta, quella di premere sulla ristrutturazione interna delle imprese e sulla compressione del disavanzo pubblico di parte corrente al netto degli interessi. E così dall’inizio degli anni ’90 che noi viviamo in un universo di avanzi primari del settore pubblico che si accumulano, senza sollievo alcuno della situazione.

In queste vicende ebbe un ruolo significativo l’accordo sulla scala mobile del dicembre del 1975 che tutelava il salario lordo della gran parte dei lavoratori al 100%. Ottima cosa, si dirà. Peccato che era entrato in vigore, da pochissimo, un sistema fiscale progressivo, per cui quando aumentavano i redditi monetari (per esempio i salari, causa l’inflazione elevata, a sua volta favorita dalla svalutazione), aumentava il prelievo fiscale, e dunque il salario reale al netto delle tasse cadeva anche se era tutelato al lordo. Quei soldi cosa sono andati a finanziare? Sono andati a finanziare la ristrutturazione dell’impresa privata, dentro il nuovo quadro di rapporti di forza che si andava delineando. A questo era servita la svalutazione di uno stato sovrano monetariamente.

Insomma, la storia della svalutazione, è una storia complicata: sempre segnata dal rapporto capitale-lavoro, dalle vicende dell’industria e delle banche, dalle scelte autonome di politica economica. E quando non c’era l’euro, l’imposizione si chiamava comunque vincolo esterno.

Arriva il 1992. Non fu una catastrofe, ci dice Bagnai. No, la svalutazione del 1992 non fu una catastrofe: se non per un soggetto. Non che si stesse bene prima (il declino dell’autonomia sindacale data dalla seconda metà degli anni Settanta, e aveva vissuto già gravi colpi come la Fiat o il referendum della scala mobile). Ma certo la pietra tombale sulla scala mobile, per quel poco che ne era rimasto, e l’inizio di una lunga lotta di svuotamento della contrattazione nazionale collettiva, hanno nel 1992 un anno di realizzazione e drammatica accelerazione.

Lamberto Dini, allora Direttore Generale della Banca d’Italia, al convegno dell’AIOTE (associazione degli operatori in titoli esteri) nel Giugno del 1993, invitò le imprese “a trasformare il margine offerto dal più basso valore della lira in un duraturo guadagno di competitività e di quote di mercato, piuttosto che in un effimero recupero di profitti” e definì la manovra come il raggiungimento di “una dinamica del costo unitario del lavoro che seguiti ad essere allineata a quella dei principali paesi concorrenti“, costruendo così i “capisaldi di un circolo virtuoso, che potrà coniugare aggiustamento della bilancia dei pagamenti, rientro dell’ inflazione e stimolo allo sviluppo. Ne conseguirà per l’economia la possibilità di beneficiare anche di una sostenibile tendenza al ribasso dei tassi di interesse reali e di un cambio stabile“. Se l’economia italiana “procederà lungo la strada intrapresa – disse Dini – quella del risanamento della finanza pubblica della moderazione nella dinamica dei redditi, potrà trasformare il trauma della svalutazione in una rinnovata occasione di crescita del prodotto e dell’occupazione”. Su questa base fu costruito l’accordo di concertazione del 1993, ma del circolo virtuoso non ci fu traccia e, dopo due anni, fonti sindacali4 già denunciavano la deriva di quell’accordo nella direzione di una riduzione drastica del peso del monte salari nel reddito nazionale.

“Noi” riacquistammo allora la sovranità monetaria, dice Bagnai. Ma chi è quel “noi”. Il popolo italiano? Lo stato italiano? La svalutazione fece ripartire la piccola impresa (la grande impresa privata entrava in una crisi con pochi margini di respiro, quella pubblica venne di fatto svenduta), e certe regioni del paese. L’inflazione, è vero, non ripartì, perché i salari vennero compressi, complice la concertazione, e perché la torsione verso l’austerità divenne ora sistematica. Il riaggancio all’euro fu comunque dovuto alla ripresa della new economy, alla caduta esogena dei tassi d’interesse, al rallentamento dell’inflazione importata, e così via.

Non sapremmo trovare parole migliori su quella esperienza quelle che pronunciò Augusto Graziani nel 1994 ad un convegno sullo SME – parole che sono di monito a chi veda nell’uscita dall’euro e nella conseguente svalutazione una sorta di “salvezza”:

c’è un altro problema, cioè che questo ritorno a una politica della svalutazione come protezione delle esportazioni e della politica di sviluppo guidata dalle esportazioni è una politica che, da un lato, ha degli effetti diseguali dal punto di vista territoriale sullo sviluppo del nostro paese perché avvantaggia largamente le regioni della piccola e media impresa esportatrici, mentre penalizza tutte le altre regioni che non sono in grado di trarre vantaggio dalla svalutazione. E poi è, ancora una volta, una politica di sostegno all’industria, attraverso la svalutazione e non attraverso l’avanzamento tecnologico. 5

Nel libro di Bagnai, non a caso, vi è un’assenza assoluta di analisi della struttura industriale ed economica europea, prima e dopo l’Unione Europea e la creazione dell’Euro, e delle ragioni geopolitiche, oltre che economiche, del modificarsi dei rapporti interni all’area dei paesi aderenti all’Unione Europea. Analisi, queste, che sono essenziali per spiegare il perché del successo della politica neomercatilista tedesca e la direzione dei processi di ristrutturazione messi in moto dalla nascita dell’Unione Europea e dell’Unione Monetaria Europea (Bellofiore, 2013; Simonazzi, et al, 2013, Bellofiore e Garibaldo, 2011, Garibaldo et al., 2012). In questa prospettiva analitica gli aspetti qualitativi della produzione e il posizionamento relativo dei settori chiave dei singoli paesi nella divisione del lavoro globale e interna all’Unione Europea acquistano un carattere discriminante nel giudicare i margini odierni di una classica manovra di inflazione/svalutazione; di qui i dubbi espressi da Simonazzi (et al, 2013: 670-673) sul fatto che manovrando solo le leve macroeconomiche senza mettere mano a scelte di politica industriale e di politica sociale e del lavoro si possa uscire dalla drammatica situazione attuale.

Il secondo gruppo di obiezioni che facciamo al libro di Bagnai riguarda il ruolo delle tecnocrazie sovranazionali, la BCE in Europa ad esempio, e nazionali, la FED negli USA e quello delle autorità politiche, ad esempio il governo Abe in Giappone. Queste autorità hanno un mandato manifesto, definito per legge, ma anche spesso un’agenda non manifesta, una strategia che discende non solo da una valutazione della realtà ma da un progetto d’intervento trasformativo della realtà.

Proviamo, per esempio, a prendere sul serio Mario Draghi quando dice – in un discorso a Londra del luglio dell’anno scorso – che lui farà whatever it takes per evitare la dissoluzione della moneta unica – al che fa seguire, un po’ come in un film di Scorsese, la battuta “e vi assicuro, sarà abbastanza”. Una cosa a cui nel libro non si presta adeguata attenzione è l’entità del cambiamento istituzionale nell’eurozona, a partire dalla Banca Centrale Europea, almeno dopo Lehman Brothers, cioè dopo il settembre 2008, già con Trichet e poi ancor di più con Draghi. Gli economisti e gli analisti sociali critici, come noi, sono bravissimi a rivelare la massa di contraddizioni delle istituzioni europee in un momento dato, e a dedurne (prendendo a questo punto quel contesto istituzionale come un dato) le catastrofi prossime venture. Solo che quelle contraddizioni medesime, con le crisi che esse stesse provocano, impongono, come dice Soros con la teoria della riflessività, il cambiamento, e quel cambiamento sospende per un po’ la crisi, e la catastrofe viene rimandata. Non succede per caso, o reattivamente. E’ parte della strategia di Draghi, e non solo.

Il meccanismo che Mario Draghi ha costruito tra luglio e settembre dell’anno passato la Outright Monetary Transaction – la promessa di un acquisto illimitato di titoli di stato sul mercato secondario, condizionata alla richiesta esplicita degli stati e, in buona misura, alla loro accettazione di un controllo esterno sulle loro politiche – non sta in piedi. Infatti, nessuno l’ha chiesta (anche se non crediamo che il punto di Draghi fosse allora chiedere più austerità, semmai mettere in sicurezza quanto già gli stati andavano decidendo: come sempre, un gioco sulle aspettative). Se mai venisse davvero messa in opera, se ne rivelerebbero tutte le pecche e i problemi che essa comporterebbe6, come mette in evidenza Stark, uno dei due membri tedeschi dimessisi della BCE a causa della scelta di Draghi. Fino ad adesso è bastato l’annuncio perché la situazione di drammatizzazione sulle sorti dell’euro di un anno fa rientrasse, e gli spread si sgonfiassero rispetto ai livelli di allora. La riflessività degli agenti istituzionali, ma anche privati e le scelte non ortodosse che ne conseguono cambiano la situazione e per esempio può succedere che l’euro, invece di esplodere subito, abbia la possibilità di sopravvivere.

Dal nostro punto di vista questo non rappresenta necessariamente un miglioramento della situazione; Hans-Werner Sinn7 dice che l’unica strada è “muddling through”, cioè tirare a campare, avrebbe detto Andreotti. Tirare a campare in questa situazione vuol dire condannare milioni di persone a una situazione sociale intollerabile.

Draghi utilizza un approccio che può non piacerci, quello secondo cui in Europa le cose cambiano solo grazie alla crisi, e lo gioca all’interno di un sapiente progetto politico volto a favorire la costituzione di un capitale tendenzialmente unificato su scala europea, che impone regole non soltanto ai lavoratori, ma anche alle varie frazioni della finanza e dell’industria dell’area. La Merkel si è alleata a Draghi: ha praticamente licenziato, o accettato il licenziamento (che è la stessa cosa), di due membri tedeschi della BCE provenienti dalla Bundesbank, tra cui Stark. Ci sono forze e idee che si stanno dislocando direttamente su un contesto sovranazionale, europeo. Per questo progetto l’euro è essenziale, e verrà difeso con determinazione. Tale difesa interagisce, e interagirà, con i calcoli strategici della FED, così come con la scelta aggressiva del governo Abe, in Giappone, e la scelta di riequilibrio tra mercato interno e strategia esportatrice del governo cinese, mettendo così in moto nuovi circuiti di riflessività. Questi circuiti interagenti devono fare i conti con una situazione inedita della crisi globale, una situazione nella quale ogni attore rilevante, con un ridimensionamento cinese volto al suo sistema economico, sembra volere ripartire dalla produzione manifatturiera come fattore guida di una strategia espansiva di tipo neomercantile.

La sopravvivenza dell’euro nel breve e nel medio termine, in questo quadro, non può che danneggiare il lavoro e le classi popolari. Senza peraltro che vi sia garanzia alcuna che la moneta unica sia davvero in grado di costituirsi su base stabile, fuori dalla tempesta, nel lungo termine. Per quanti siano gli sforzi, l’euro non potrà che rimandare la sua fine, se non cambia pelle e natura, o passare, più che attraverso crisi, attraverso catastrofi (basta ricordarsi come si sono costituite le unioni monetarie dollaro e lira: non ne sappiamo abbastanza, ma sospettiamo che non sia troppo diverso per l’unione monetaria marco). La tendenza deflazionistica implicita non solo nella struttura istituzionale della moneta unica come fu disegnata al suo parto, ma anche insita nel disegno di Draghi per spingere ristrutturazione del lavoro, regolazione delle frazioni del capitale, transizione da una visione sostanzialmente confederale a una autenticamente federale, non può reggere a meno che lo sviluppo capitalistico non riparta altrove. Non si vede però oggi chi sia l’acquirente finale di una strategia neomercantile, tanto più che gli Stati Uniti vorrebbero essi stessi tornare a far parte degli esportatori netti. Non si vede delinearsi la forma del nuovo capitalismo. E’ un quadro aperto, e fosco.
Ma il “tempo comprato” – qui vale più l’inglese, buying time, che il nostro tempo guadagnato – da Draghi a favore del progetto dell’euro significa due cose importanti. Ci rammenta che il problema del soggetto su una scala immediatamente europea non può non porsi anche dal lato del lavoro e dei movimenti. Davvero non si capisce perché la sinistra, sia sindacale sia politica, italiana predichi un internazionalismo astratto, parli così tanto di globalizzazione, ma stia chiusa in un recinto di analisi e proposte così strettamente nazionale. Lo stesso è vero per l’atteggiamento degli economisti e degli analisti sociali critici sull’euro: se si cancella l’unione monetaria all’inizio di un ragionamento, non è strano che alla fine un’unione monetaria non esista più nel proprio discorso, e che non si vedano neanche le forze che la perpetuano. Se la categoria chiave del discorso sulla moneta o l’industria o la banca è la nazione, se si pensa che non sia comunque possibile una transfer union, una banking union e così via, è ovvio che l’euro non può sopravvivere. Draghi tutte queste cose le sa benissimo (la sua tesi di laurea con Federico Caffè era critica del progetto di moneta unica!), tant’è che ha definito la moneta unica come un calabrone: non dovrebbe volare ma vola, ha volato. Se vogliamo che continui a volare – l’ha detto, evidentemente, dal suo lato della barricata – si deve produrre un cambiamento strutturale di portata enorme, perché il capitalismo è cambiato, vive una nuova fase, e questo cambiamento avverrà spinto dalle crisi. Una coscienza della sfida analoga latita dal lato del lavoro, dei soggetti sociali, dei movimenti sociali, come ha osservato recentemente anche Brancaccio (2013), anche se il suo ragionamento continua a restare nell’ambito di una prospettiva ancora una volta sostanzialmente nazionale. Più facile, senz’altro, sognare il mondo di ieri: il discorso della svalutazione dentro un ritorno all’economia nazionale è di questa natura, ed è sostanzialmente consolatorio.
Se dunque l’euro è difficile che alla lunga possa vivere, così com’è, per le sue contraddizioni interne e se è vero che la determinazione a farlo vivere è nondimeno potente, allora quello che ci attende – per citare una poesia famosa di T.S. Eliot – non è che questo mondo finisca con un bang, cioè con una esplosione, ma con un whimper, con un gemito.
C’era una alternativa alla moneta unica negli anni Novanta? E c’è oggi, nella crisi, qualcosa che non sia il puro semplice ritorno al passato? A metà degli anni Novanta vi era, tra gli economisti, già chi pensava che ci fosse un’alternativa alle monete nazionali, e alla forbice deflazione competitiva (tedesca) versus svalutazioni (italiane), un’alternativa che non fosse la moneta unica. Tutti i limiti dell’euro erano noti ante litteram, basta andarsi a leggere un economista non certo radicalissimo come Jean Luc Gaffard, su Le Monde Diplomatique del 1992. L’alternativa possibile alla moneta unica è quella che i francesi, che sono bravissimi nelle distinzioni, chiamano moneta comune. La differenza tra moneta unica e moneta comune un qualche interesse ce l’ha. La moneta unica è anche circolante tra i cittadini dell’area. La moneta comune è invece soltanto mezzo di pagamento tra le banche centrali aderenti all’unione. Ogni nazione mantiene la sua moneta, i vari aderenti mantengono cambi fissi ma esistono alla bisogna margini di flessibilità. Se c’è uno squilibrio grave che nel medio periodo non possa essere aggiustato dall’espansione dei paesi in avanzo, viene consentita una svalutazione, mentre intanto la Banca Centrale Europea ha il potere di far credito alle aree in crisi, come anche ai governi. Non è un’idea di un’originalità devastante, è l’applicazione all’Europa di un’idea di Keynes del 1944, è il progetto di una qualche Bretton Woods europea. In questo orizzonte aveva scritto cose di grande interesse una marxista solida come Suzanne de Brunhoff (1997).

La nostra convinzione è che una pura e semplice uscita dall’euro non sia la soluzione, che anzi gli effetti domino possono essere gravi, e la pressione per l’austerità che ne risulterebbe più e non meno elevata. Ma non crediamo che cambi il segno di questa uscita dalla moneta unica la pura difesa del lavoro su scala nazionale, o di un’area particolare d’Europa (detto tra parentesi, le contraddizioni dell’euro si ripeterebbero su una scala minore, come se per esempio si volesse costruire l’Europa del Sud). Quello di cui vi sarebbe bisogno sono piuttosto lotte coordinate e proposte politiche uniche della sinistra su scala europea, a partire dai conflitti del lavoro e dei soggetti sociali, una spinta dal basso che c’è ma non è adeguatamente organizzata e neanche pensata, nell’orizzonte o di un drastico cambio del disegno della moneta unica, o della transizione alla moneta comune. L’alternativa vera che abbiamo davanti non ci pare essere quella tra esplosione a breve dell’area dell’euro o ritorno alle valute nazionali in Europa, ma semmai quella tra stagnazione prolungata (funzionale alla ristrutturazione contro il lavoro, contro le donne, contro i soggetti sociali) o lotte transnazionali in grado di imporre un vincolo sociale e un cambio di rotta. La questione autentica non è euro sì euro no, ma come si devono configurare la lotta di classe e le lotte sociali per poter riaprire quegli spazi che oggi non possono non apparire, allo stato delle cose, inesorabilmente chiusi, come in una cappa d’acciaio.

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NOTE

1 Si veda anche De Cecco 2012

2 Per uno sviluppo di queste tesi cfr. Riccardo Bellofiore 2013

3 Rimandiamo a Farina 1990, e più in generale al volume di cui quel saggio è parte Giannola-Marani 1990.

4 Si veda Sabattini (1995)

5 Il riferimento è a Graziani (1994)

6 Cfr. De Cecco (2013)

7 Cfr. Sinn (2013)

http://www.inchiestaonline.it/economia/riccardo-bellofiore-francesco-garibaldo-euro-al-capolinea/

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