Dalla collegialità all’assolutismo, all’anarchia. Il fattaccio di Friburgo

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Il “caso Friburgo” ha portato certa stampa a gridare che la Chiesa “finalmente” apre a queste persone, come se fossero diversi da tutti gli altri peccatori. Sembra poco credibile che papa Francesco voglia modificare questi orientamenti. Probabilmente intende dare indicazioni per smussare certe durezze di comportamento da parte dei sacerdoti, come ha fatto in Argentina. Questo è il suo senso della “accoglienza”…

di Michele M. Ippolito

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Ma sulla Comunione ai divorziati come la pensa davvero Francesco?

Dall’assolutismo alla collegialità fino all’anarchia, il percorso da compiere può essere molto breve. Lo dimostra il caso di un oscuro funzionario della diocesi di Friburgo, che qualche giorno fa ha ben pensato, senza coordinarsi con l’amministratore apostolico della diocesi (che in questo momento fa le veci del vescovo) di pubblicare il manualetto per i sacerdoti che garantisce, contro tutto quello che prevede il magistero della Chiesa cattolica, la liceità dell’accesso all’Eucarestia per uomini e donne divorziati e risposati che abbiano compiuto un precedente percorso di fede ed abbiano messo in pratica una qualche forma di riconciliazione con la Chiesa.

Se per alcuni la “collegialità” è una scusa per l’anarchia…

Lo stravagante, imprevedibile e confusionario arcivescovo uscente di Friburgo, Robert Zollitsch, già presidente dei sediziosi vescovi tedeschi, una chiesa scandalosamente ricca e burocratizzata. Sia chiaro, i frati sono ricchi. Lo stato in base a un vergognoso concordato stipendia con assegni d'oro vescovi e preti, come fossero impiegati dello stato, E come tali, in effetti, si comportano, non come servitori della Chiesa.

Lo stravagante, imprevedibile e confusionario arcivescovo uscente di Friburgo, Robert Zollitsch, già presidente dei sediziosi vescovi tedeschi, una chiesa scandalosamente ricca e burocratizzata. Sia chiaro, i frati sono ricchi. Lo stato in base a un vergognoso concordato stipendia con assegni d’oro vescovi e preti, come fossero impiegati dello stato, E come tali, in effetti, si comportano, non come servitori della Chiesa.

Al di là del caso specifico, alquanto irrilevante poiché è evidente che un funzionario diocesano non ha alcuna autorità su questi temi, quanto accaduto fa sorgere una riflessione sul perché a Friburgo ci sia stato qualcuno che ha pensato di sostituirsi al Papa.

Storicamente il Papa è stato quasi sempre visto, tranne nei primi secoli del cristianesimo, come un sovrano assoluto. Il cardinale Joseph Ratzinger, nel suo famoso libro “Rapporto sulla fede” del 1985, scritto con Vittorio Messori chiariva che la struttura della chiesa “non è democratica ma sacramentale, dunque gerarchica” perché “l’‘autorità non si basa su votazioni a maggio­ranza; si basa sull’autorità del Cristo stesso”. Per centinaia di anni il tema dell’assolutismo papale nella chiesa è stato oggetto di critiche profonde, sia dall’interno che, soprattutto, dall’esterno. Per dirla tutta, oggi il principale ostacolo ad un riavvicinamento con le chiese ortodosse non sono le differenze dottrinarie, che sono minime, ma proprio il ruolo del Papa nel mondo cattolico, opposto alla tendenza delle comunità orientali a governarsi da sé.

Con papa Francesco qualcosa è subito cambiato ed è tornata ad essere in auge la parola “collegialità”. Bergoglio ha nominato un comitato composto da otto cardinali per farsi aiutare a prendere le decisioni più importanti. Qualcuno, però, ha scambiato la “collegialità” con un “liberi tutti” o con un invito all’anarchia nella Chiesa.

Chi abbia letto qualcosa sugli orientamenti pastorali del cardinale Bergoglio sa che questi è un tradizionalista, sia in materia di dottrina che in materia di morale. Tuttavia è stato lo stile del Papa a creare dei fraintendimenti. Non c’è dubbio che Bergoglio usi un linguaggio semplice, capace di toccare i cuori di molti, ma bisogna anche constatare che certe sue uscite, probabilmente, non studiate a tavolino, prestano il campo a differenti interpretazioni, sono poco chiare, talvolta ambigue e fanno sì che chiunque possa manipolarle a suo piacimento.

Le possibili riforme di Bergoglio rischiano di creare confusione. Anche dove non c’era

il papa e il presidente dei vescovi tedeschi

il papa e il presidente dei vescovi tedeschi

Le profonde critiche a Bergoglio di alcuni quotidiani di destra italiani in questi ultimi giorni (Libero, il Giornale, il Foglio) sono una spia di un malessere che si sta pian piano diffondendo nel mondo dei cattolici conservatori nei confronti del Papa e dei suoi atteggiamenti. Si è dovuto scomodare anche Massimo Introvigne, probabilmente il più importante commentatore del magistero papale del nostro Paese, per rintuzzare gli attacchi a papa Francesco dei tre quotidiani e lo ha fatto esprimendosi in maniera molto dura.Per stare nella Chiesa – ha scritto – occorre camminare con i Papi e farsi guidare dal loro Magistero quotidiano. Fuori di questo cammino stretto c’è la strada larga che porta allo scisma” invitando i detrattori di Bergoglio a rendersi conto che “è possibile che Papa Francesco avvii ulteriori riforme nella Chiesa, che il cattolico fedele dovrà accogliere con docilità e insieme cercare di leggere non contro gli insegnamenti dei precedenti Pontefici ma tenendo conto di essi.”

Il problema, però, è che alcune riforme rischiano di ingenerare confusione se non sono espresse e presentate ai sacerdoti ed ai fedeli in modo chiaro. Il termine “accoglienza” non è nuovo nel lessico della Chiesa, come certi commentatori inesperti, ignoranti o peggio ancora in malafede provano continuamente a farci credere, ma è usato da tutti i documenti del magistero, dal Catechismo a scendere. Tuttavia, se papa Bergoglio parla genericamente di “accoglienza” per i divorziati, a Friburgo, terra di sacerdoti progressisti al limite dello scisma, un solerte funzionario decide che allora sì, due parole sono sufficienti per cambiare storie millenarie, e quindi è giusto ammettere alla comunione divorziati risposati. D’altronde non è necessario seguire il vento di cambiamento che parte direttamente da papa Francesco?

Peccato che poi arrivino, immediate o quasi, le smentite. Su tutte, quella di Monsignor Vincenzo Paglia, a capo del Pontificio Consiglio per la Famiglia, che è intervenuto dicendo che ”quando nelle squadre di calcio si segna in fuorigioco l’arbitro fischia”, mentre il portavoce vaticano padre Lombardi ha chiarito che “non cambia nulla, non c’è nessuna novità per i divorziati risposati” e che “proporre particolari soluzioni pastorali da parte di persone o di uffici locali può rischiare di ingenerare confusione.”

E che la confusione sia massima lo si capisce anche dal fatto che lo stesso funzionario diocesi di Friburgo sostiene che un divorziato risposato non possa “accedere ai sacramenti”, affermando pure che chi si trova in questa condizione non possa ricevere il battesimo, accostarsi alla confessione o l’estrema unzione. Sciocchezze che denotano una scarsa conoscenza addirittura dei più noti documenti del magistero se non, anche in questo caso, malafede.

La Chiesa già accoglie i divorziati risposati, ma lo fa nella Verità

matrimonio_sacerdoti_divorzio_filmIl tema della comunione ai divorziati risposati sarà dibattuto dal Sinodo dei Vescovi che si terrà in Vaticano dal 5 al 19 ottobre 2014 sul tema “Le sfide pastorali della famiglia nel contesto dell’evangelizzazione”, da cui usciranno indicazioni chiare o almeno così si spera. Tuttavia, un testo poco conosciuto, una dichiarazione del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi del 2000 (quindi appena tredici anni fa non nel Medioevo) ha già posto ordine nella vicenda. Chi si trova in condizione di peccato, semplicemente, non può accostarsi alla comunione come insegna San Paolo:“Perciò chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna» (1 Cor 11, 27-29)”

Ammettere alla comunione i fedeli divorziati risposati creerebbe uno “scandalo” che sussisterebbe “anche se, purtroppo, – si legge nella dichiarazione – siffatto comportamento non destasse più meraviglia: anzi è appunto dinanzi alla deformazione delle coscienze, che si rende più necessaria nei Pastori un’azione, paziente quanto ferma, a tutela della santità dei sacramenti, a difesa della moralità cristiana e per la retta formazione dei fedeli.” In pratica, anche se per il Mondo divorziare e risposarsi non è poi così grave, è compito dei sacerdoti puntualizzare che si tratta di una situazione che genera un comportamento contrario al Vangelo. Fortemente contrario al Vangelo.

"Prendete e mangiatene tutti" e beveteci su.

“Prendete e mangiatene tutti” e beveteci su.

Allora questo vuol dire che la dottrina cristiana e la Chiesa cattolica allontanano da sé i divorziati risposati? Il “caso Friburgo” ha portato certa stampa a gridare che la Chiesa “finalmente” apre a queste persone, come se fossero diversi da tutti gli altri peccatori. Anche su questo dice parole chiare il documento del 2000: “La Chiesa riafferma la sua sollecitudine materna per i fedeli che si trovano in questa situazione o in altre analoghe, che impediscano di essere ammessi alla mensa eucaristica. Quanto esposto in questa Dichiarazione non è in contraddizione con il grande desiderio di favorire la partecipazione di quei figli alla vita ecclesiale, che si può già esprimere in molte forme compatibili con la loro situazione. Anzi, il dovere di ribadire questa non possibilità di ammettere all’Eucaristia è condizione di vera pastoralità, di autentica preoccupazione per il bene di questi fedeli e di tutta la Chiesa, poiché indica le condizioni necessarie per la pienezza di quella conversione, cui tutti sono sempre invitati dal Signore.”Il senso è: se vi dicessimo che il vostro atteggiamento è lecito, vi faremmo più contenti ma diremmo una falsità, vi allontaneremmo dalla Verità e quindi alla perdizione dell’anima, la cui salvezza è la finalità principale della Chiesa. Non una chiusura, quindi, ma un tentativo di aiuto, di sostegno, che si concretizza anche attraverso azioni di pastorale. Non è un caso, infatti, che in molte diocesi da tempo sono organizzate attività di sostegno spirituale per fedeli divorziati e risposati.

Né il sinodo né il Papa possono andare contro il Vangelo

Un esempio di "accoglienza", che già c'era. Anche se è tutta da dimostrare questa storia che ci sarebbero chissà quanti divorziati risposati a fare ressa ai portoni delle chiese. Viene il sospetto che sia (alla maniera tipica dei radicali) la solita faccenda ideologica, teorica e puramente strumentale per creare una "emergenza" che nella realtà non esiste.

Un esempio di “accoglienza”, che già c’era. Anche se è tutta da dimostrare questa storia che ci sarebbero chissà quanti divorziati risposati a fare ressa ai portoni delle chiese. Viene il sospetto che sia (alla maniera tipica dei radicali) la solita faccenda ideologica, teorica e puramente strumentale per creare una “emergenza” che nella realtà non esiste. Al solo scopo di creare divisione all’interno del mondo cattolico.

Sembra poco credibile che papa Francesco voglia modificare questi orientamenti. Probabilmente intende dare indicazioni per smussare certe durezze di comportamento da parte dei sacerdoti, come ha fatto in Argentina, bacchettando, giustamente, i preti che si rifiutano di battezzare bambini nati fuori dal matrimonio. Questo è il suo senso della “accoglienza”, al di là delle ricostruzioni fantasiose che si sono lette negli ultimi mesi. In ogni caso, è necessario che Bergoglio dica ancora una volta come la pensa sui temi che fin troppe volte dividono le comunità cattoliche, senza indugi e con chiarezza, per non prestare il fianco a chi lo tira continuamente per la mozzetta, addebitandogli pensieri mai espressi.

Tra l’altro, per modificare la dottrina sulla comunione ai divorziati bisognerebbe superare un problemino di poco conto, su cui, incredibilmente, la stampa che ha trattato della vicenda di Friburgo non si è soffermata. Nel Vangelo di Matteo Gesù dice: “Chiunque ripudia sua moglie, eccetto il caso di concubinato, la espone all’adulterio e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio” (Mt 5,32). Può mai una dottrina della Chiesa, espressa da un Sinodo o addirittura da un Papa, andare contro il Vangelo?

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Pubblico per onestà intellettuale e per il dovere che mi compete in qualità di Arciere cristiano innamorato della Chiesa e del Papato, questo passo controcorrente, nell’area della Tradizione, di Don Curzio Nitoglia. Uomo di Chiesa, che più volte ha riveduto le sue tesi, pur ben argomentate. Ma come direbbero alcuni “stoici”: con le buone parole si può dimostrare una cosa e l’altra. Infatti quello che dimentica Don Curzio è il Vangelo nei passi che oramai citiamo a memoria, che sono in San Marco 13, San Matteo 24, San Daniele 8, San Paolo Ts2, San Giovanni Ap13 e persino Fatima e La Salette. Anzi, è il messaggio di La Salette che ha coincolto e afflitto Leone XIII, Pio IX e San Pio X che dovrebbe offrirci una chiave di lettura che al buon “Curato di Campagna” obbediente ed osservante alla Gerarchia Apostata (e non si capisce perchè allora non vi si riavvicina) quale è Don Curzio, sfugge. Perchè i cristiani hanno delle specificità in Credere, avere Fede e Osservare i Precetti, ma anche un dovere nel “portarsi avanti” rispetto agli AVVVISI celesti, che riguradano universalmente tutti. In questo caso, i “profeti di sventura”, per loro forma e sostanza, non possono stravolgere nulla che la gente non percepisca o senta pericoloso per la propria Fede e la Conversione degli altri. E se è vero che si costituiscono Piccolo Resto o Resto Fedele, è vero anche che ciò non influisce nello Combo picture shows the shoes …scenario globale della redenzione, ma anzi lo rafforza.
Per cui mettere in dubbio i Papi che hanno partecipato alla riforma della Chiesa con il velenoso Concilio Ecumenico fatto passare per dogmatico, non significa rimettere in discussione le ragioni della Fede, il Fondamento dell’Oblazione, il Sacrificio Continuo, ma esattamente l’opposto: ciò che pervicacemente le offusca, le sopprime, le sospende, le considera superate. Temo pertanto che Don Curzio non solo non conosca l’Apocalisse, ma abbia in cuor suo una idea superata delle Profezie di Daniele e di Fatima. Da tempo le sue prediche si sono concentrate sull’aspetto socio-politico e come tale sta attuando un compromesso che non fa onore a lui e nemmeno al suo apostolato. Perchè, se fosse davvero coerente rispetto ciò che va dicendo nel testo che segue, dovrebbe definitivamente prendere la decisione di rientrare nei ranghi dei “diktat” del Concilio Vaticano Secondo e offrire totale obbedienza al suo Papa, Francesco I (perchè poi si ostini a chimarlo “I” lo sa solo lui, da buon nordico “savoiardo” piemontese). In conclusione, pur accogliendo favorevolmente molti suoi spunti sul piano storico e nelle riflessioni analitiche di merito, ciò che penso di lui, è ciò che pensano tutte le persone che lo hanno conosciuto nell’arco degli ultimi 30 anni: ossia, che ci sia uno smisurato ego; che voglia in ogni istante distanziarsi dalle tesi ufficiali dei tradizionalisti; che da sedevacantista che era ora ne stia diventando un acerrimo avversario e oppositore; fino a far emergere il suo protagonismo smisurato per condurre il pascolo chissà dove. E’ per questo che considerando totalmente ininfluente il suo ragionamento (in riferimento alla Bolla Cum Ex Apostolatus Officio, per esempio, ha dovuto ammettere che nemmeno nel 1917 è stata abrogata); mi guardo bene di sentire aggredite le nostre posizioni apocalittiche riferite al sedevacantismo. E non essendo Don Curzio nè una autorità e nè incardinato in alcuna diocesi o ufficio, tanto meno nella Fraternità San Pio X, le sue considerazioni restano vacue, incoerenti e persino depistanti, per non dire pericolose ed inconsistenti. Non avrei voluto scrivere quanto dico, ma preferisco, al limite, prendere come riferimento Mons Williamson che pur non avendo ancora ufficialmente dichiarato la Sede Vacante, non assume toni così arroganti da spaventare chi si avvicini alle tesi così ben esposte su escogitur.it di stare PRONTI e di essere DEGNI; senza contare che esiste già un Sacerdote lefebvriano che ha le stesse nostre opinioni circa gli ultimi 5 “falsi” Papi ed il Falso Agnello, che è Don Floriano Abrahamowicz, che è davvero uomo di Carità e della Provvidenza. Non lasciamo dunque che nessuno ci inganni, nemmeno la nostra certezza. Per questo si continui a ricevere i Sacramenti anche qualora avessimo dubbi su chi li amministra. Perchè il momento di crisi e Tribolazione ha già raggiunto livelli di guardia e non possiamo permetterci di rimanere distanti dall’Eucaristia, dalla Confessione e Riconciliazione. Ma non abbiamo alcun obbligo a dover riconoscere Francesco come Papa, come non siamo costretti a dire in giro il contrario. E’ una questione di coscienza, ma anche di Resilienza Cattolica: ossia il superamento del trauma che siamo in piena apocalisse. E che solo Gesù, nella Potenza dello Spirito Santo e tramite sua Madre, Nostra Signora della Tenda, augusto Tabernacolo, possono farci vedere ciò che Don Curzio non vede.

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Certezza del Papa e dei Sacramenti, o Dubbio Metodico?

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CERTEZZA DEL PAPA E DEI SACRAMENTI O DUBBIO METODICO?

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INTRODUZIONE

●La Chiesa (con San Pio X, Pio XI e Pio XII ed il “Codice di Diritto Canonico”) vuole che la certezza e la validità dell’elezione del Papa debba essere fuori di ogni discussione e dubbio.

La catena della successione apostolica, senza alcuna interruzione, deve essere certamente evidente[1] ai fedeli, poiché l’Apostolicità è una delle quattro note essenziali della Chiesa di Cristo (Una, Santa, Cattolica ed Apostolica) e non può essere soggetta a dubbi né specialmente ed assolutamente ad interruzioni.

Il criterio di valutazione dell’elezione del Papa è il suo “Accipio; Accetto” ed il seguente riconoscimento del Papa canonicamente eletto da parte della Chiesa docente o gerarchica (Cardinali elettori e Vescovi) e discente (sacerdoti e fedeli).

Ora è un fatto che Francesco I ha accettato l’elezione canonica, la quale non è stata contestata da nessun Cardinale, Vescovo residenziale, né dai sacerdoti e fedeli, tranne lo sparuto gruppo dei sedevacantisti. Ma “una rondine non fa primavera”.

●Gesù ha voluto anche che la certezza e la validità dei Sacramenti, i quali sono il principale canale ordinario della Grazia senza la quale nessuno può salvarsi, debba essere fuori di ogni discussione.

Perciò il criterio per valutare se vi sia mutazione sostanziale o accidentale nella forma e materia dei Sacramenti ricorre alla maniera comune di pensare dell’uomo, ossia alla retta ragione non elevata a scienza teologica.

Infatti i Sacramenti sono per tutti (“i Sacramenti sono per gli uomini e non gli uomini per i Sacramenti”), perché la Chiesa apostolica e petrina è una Società universale e non una setta iniziatica. Quindi anche la valutazione della materia, forma ed intenzione dei Sacramenti deve essere fatta in base ad un criterio accessibile a tutti e non riservato ad una élite di gnostici.

La Chiesa non è una società esoterica per soli iniziati, ma l’unica arca necessaria di salvezza universale, che si serve dei Sacramenti come strumento principale per la trasmissione della Grazia e della salvezza eterna.

Purtroppo, oggi, alcuni (Sedevacantismo), nella crisi che travaglia l’ambiente cattolico ed ecclesiale a partire dal Concilio Vaticano II e dall’introduzione del Novus Ordo Missae, reputano

a) che i Papi da Giovanni XXIII/Paolo VI sino all’attuale papa Francesco I siano invalidi e mettono così, oggettivamente, in dubbio la  continuità della successione apostolica e petrina, che deve essere formale[2];

b) che i Sacramenti scaturiti dalla Riforma liturgica di Paolo VI siano totalmente invalidi e, così, costoro privano i fedeli del canale principale della Grazia santificante.

Ma questo non è lo spirito della Chiesa né di Gesù Cristo. Cerchiamo di vedere meglio il perché.

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PRIMA PARTE

CERTEZZA DELL’ELEZIONE DEL PAPA

San Pio X ha voluto, molto saggiamente, che la certezza e la validità dell’elezione del Papa dovesse essere fuori di ogni discussione per mantenere – mai interrotta e sempre visibile – la catena dei Vescovi e soprattutto dei Pontefici Romani collegata ai Dodici Apostoli con a capo San Pietro.

a)Il simoniaco eletto Papa

Quindi san Pio X ha eliminato (v. Costituzione Apostolica Vacante Sede Apostolica, 25 dicembre 1904[3]) qualsiasi sanzione invalidante l’elezione del Pontefice apportata, de jure ecclesiastico, da alcuni Papi precedentemente regnanti. Per esempio, papa Giulio II  nel 1505 aveva sanzionato la Simonia come invalidante l’elezione pontificia[4].

Ora la Simonia è equiparata da San Tommaso all’Irreligione, all’Incredulità ossia all’Ateismo (S. Th., II-II, q. 100, a. 1). Secondo la Teologia Morale essa è un peccato grave contro il 1° Comandamento o la Virtù di Fede. Eppure, per S. Pio X, Pio XI, Pio XII ed il Diritto Canonico (can. 219), il simoniaco – ciò nonostante – è egualmente Papa e assicura la certezza ininterrotta della catena successoria apostolica, la quale è essenziale alla Chiesa.

Infatti, essendo la Chiesa una Società divina, ma composta da membri umani santi ed anche peccatori (ed alcuni di questi ultimi sono ascesi al Papato comprando simoniacamente l’elezione), la Chiesa ritiene che un battezzato incredulo, irreligioso, non curante del bene della Chiesa, se viene eletto canonicamente è egualmente e certamente Papa. Altrimenti la catena successoria apostolica della Chiesa potrebbe essersi interrotta numerose volte nel corso della storia e non vi sarebbe più la certezza riguardo all’Apostolicità della Chiesa: il che è impossibile essendo la Chiesa apostolica per sua natura[5].

  b)L’eretico eletto Papa

Lo stesso paragone vale, a maggior ragione, per un eretico eventualmente eletto Papa. Se l’ateo è eletto validamente, a fortiori lo è l’eretico, che non nega tutta la Religione come l’ateo, ma solo alcuni suoi Dogmi.

 c)La ‘Bolla’ di papa Paolo IV

Per cui la Bolla di Paolo IV (Cum ex Apostolatus officio, 15 febbraio 1559, in Bullarium Romanum, Torino, 1862, vol. VI, pp. 551-556, tr. it., in S. Z. Ehler – J. B. Morrall, Chiesa e Stato attraverso i secoli, Milano, Vita & Pensiero, 1958, pp. 207-213), decade ipso facto, come è stata abrogata la Sanzione di Giulio II, del 1505 invalidante l’elezione pontificia a causa della Simonia.

Inoltre la Bolla di Paolo IV «è un atto disciplinare della Chiesa, che riassume tutte le precedenti scomuniche e deposizioni dalle funzioni della Chiesa di tutti i dignitari. […]. Durante il pontificato di Paolo IV, Gian Pietro Carafa, (1555-1559) lo scisma protestante raggiunse proporzioni molto vaste. […]. Contro questa minacciosa marea insorse fortemente il papa Gian Pietro Carafa. […]. L’atmosfera era talmente arroventata che Paolo IV giunse persino a temere defezioni nello stesso Collegio Cardinalizio. I suoi dubbi riguardavano particolarmente l’influente cardinale Morone, la cui possibile elezione alla Santa Sede era causa di grandissima apprensione per Paolo IV. […]. La Bolla Cum ex Apostolatus officio […] prevede la possibile elezione di un Papa di dubbia ortodossia […]. La Bolla dichiara invalida l’elezione al Trono pontificio di qualsiasi candidato, che in precedenza si sia dimostrato connivente con gli scismatici Luterani» (S. Z. Ehler – J. B. Morrall, Chiesa e Stato attraverso i secoli, cit., “Bolla Cum ex Apostolatus officio”, Commento, p. 206).

Non essendo stata ripresa dal CIC del 1917 ed essendo un atto disciplinare, la Bolla di Paolo IV è decaduta ipso facto anche se non abrogata esplicitamente come la Bolla di  Giulio II del 1505 sulla Simonia.

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 SECONDA PARTE

 CERTEZZA DELLA VALIDITÀ DEI SACRAMENTI

Analogamente Gesù ha voluto che la certezza e la validità dei Sacramenti dovessero essere fuori di ogni discussione.

a)Materia e Forma

Per cui “il criterio per valutare se vi sia mutazione sostanziale o accidentale [nella forma e materia dei Sacramenti, ndr] non ricorre al linguaggio scientifico teologico, ma alla maniera comune di pensare dell’uomo, ossia alla retta ragione non elevata a scienza teologica. Infatti i Sacramenti sono per tutti [come la Chiesa, ndr]. Quindi anche la valutazione dei loro elementi [materia, forma, intenzione, ndr] deve essere fatta in base ad un criterio accessibile a tutti e non riservato ad una élite di persone” (P. Palazzini, voce “Sacramenti”, in “Enciclopedia Cattolica”, Città del Vaticano, 1953, vol. X, col. 1579).

La Chiesa non è una società esoterica per soli gnostici, ma è il Corpo Mistico di Cristo per la Salvezza eterna di tutte le anime che vogliono salvarsi.

b)Intenzione del Ministro

Per quanto riguarda l’Intenzione del Ministro, basta la volontà di amministrare un Sacramento o un Rito sacro o di “fare ciò che fa la Chiesa” (Concilio di Trento, DB 854). Tale volontà di fare ciò che fa la Chiesa può essere anche solo implicita, come nell’infedele che s’induce ad amministrare il Battesimo, dietro richiesta, ignorando la Chiesa e i suoi Sacramenti, ma volendo soddisfare la richiesta di colui che glielo domanda (“ad intentionem petentis”)[6].

c)Il problema della ‘Messa di Paolo VI’

Quanto al problema della validità della consacrazione nel Novus Ordo Missae, esso è ben distinto dalla bontà o liceità del Rito della nuova Messa[7]. La validità del Sacramento è diversa da bontà o liceità del Rito liturgico.

Nel Rito del Novus Ordo la sostanza della forma del Sacramento è rimasta pur avendo subìto quanto alla forma della Consacrazione una mutazione integrante[8], ma non essenziale. Infatti è rimasta intatta la sostanza della forma del Sacramento: “Questo è il Mio Corpo” e “Questo è il Mio Sangue”.

Tuttavia, per il rimenente, il Rito della Nuova Messa di Paolo VI “si allontana in maniera impressionante dalla Teologia cattolica sul Sacrificio della Messa definita infallibilmente dal Concilio di Trento” (card. A. Ottaviani – A. Bacci) ed è in rottura radicale ed oggettiva con la Messa di Tradizione apostolica, resa obbligatoria da S. Pio V per la Chiesa latina nel 1570 (mons. K. Gamber).

Perciò, anche se vi è la Presenza reale nelle ostie consacrate durante il “Novus Ordo Missae”, questo è equiparabile ad un Rito acattolico, pur non essendovi ancora una dichiarazione giuridica e formale dell’Autorità sulla nocività di esso[9].

Quindi il nuovo Rito della Messa – oggettivamente –  favorisce l’errore e l’eresia, ma non invalida in sé la Presenza reale di Gesù nell’Ostia consacrata (cfr. S. TOMMASO D’AQUINO, S. Th., III, q. 78, a. 3)[10]. Come la “Messa Nera” (solo per fare l’esempio limite che sia comprensibile a tutti, vedi nota n.° 7) non invalida la consacrazione, ma è oltraggiosa contro Dio e profanatrice della Presenza reale, la quale anzi si vuole assicurata (finis operis o fine oggettivo del Rito) proprio per profanarla (finis operantis o fine soggettivo di chi lo celebra).

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CONCLUSIONE

Prima di emettere sentenze definitive ed obbliganti sulla validità dell’elezione del Papa e dei Sacramenti con conseguenze devastanti per le anime dei fedeli e per l’Istituzione divina della stessa Chiesa gerarchica, si rifletta che  la “suprema lex Ecclesiae” è la “salus animarum” e non la nostra opinione, la nostra tesi o il nostro interesse.

È disumano togliere agli uomini la suprema possibilità di salvarsi l’anima privandoli della Chiesa gerarchica (in successione continua con quella fondata da Cristo su Pietro, senza alcuna interruzione) e dei Sacramenti moralmente necessari per salvarsi l’anima; perciò non emettiamo “leggi”, o meglio “corruzioni di Legge, poiché contrarie al bene comune” (Atti, V, 29; S. Tommaso d’Aquino, S. Th., I-II, q. 98-108; Leone XIII, Enciclica Libertas, 1888), ma aiutiamo le anime a salvarsi.

Il fatto (“quia”) certo  è che il neomodernismo ha occupato l’ambiente ecclesiale. Ognuno cerca, in questo Tsunami che è penetrato dappertutto, di reagire a questa invasione restando legati alla Tradizione apostolica col fare “ciò che la Chiesa ha sempre, dovunque e universalmente fatto[11]” e facendosi un’idea del perché (“propter quid”) questo sia successo e del come si possa superarlo e sconfiggerlo.

L’importante è che, in questi tempi così difficili ed apocalittici, i fedeli abbiano ancora la Fede nella Chiesa visibile e gerarchica risalente formalmente, in atto ed ininterrottamente ai Dodici Apostoli, la Messa di Tradizione apostolica, i sette Sacramenti, l’insegnamento della Dottrina cattolica comune ed ufficiale contenuta nel Catechismo tradizionale (senza dover scendere in questioni teologiche ardue, soprattutto se ancora liberamente disputate) e si accostino regolarmente ai Sacramenti (specialmente alla Confessione e alla Comunione) per vivere in Grazia di Dio e salvarsi l’anima.

Il Diritto Romano insegna: “summum jus, summa injuria; “il diritto applicato troppo strettamente può divenire la massima ingiustizia”; in breve: “il troppo storpia, ogni eccesso è un difetto”. “Chi vuol far l’angelo finisce per diventare una bestia”.

Se si toglie ai fedeli l’Apostolicità formale della Gerarchia ecclesiastica ed i Sacramenti li si mette in uno stato che non è quello in cui Gesù li ha posti. Egli ha fondato la sua Chiesa sui Dodici ed in primis su Pietro; inoltre ha voluto che mai venisse meno l’evidenza della continuità formale della catena, che lega i Pastori attuali (anche se fossero Simoniaci o Irreligiosi) agli Apostoli  e che tutti i fedeli potessero distinguere la sostanza dei Sacramenti, i quali sono il canale principale della Grazia, senza dover essere preda di uno scrupolo metodico sulla validità dell’elezione del Papa e dei Sacramenti.

Cerchiamo di non voler conoscere la Chiesa meglio di Gesù Cristo che l’ha fondata, di San Pio X che l’ha governata e del Diritto Canonico che la regge e di non renderla una società di iniziati in filosofia e teologia o una chiesa “pneumatica” dei soli eletti (come Wycleff, Huss e i Protestanti), togliendo la certezza e la visibilità della continuità apostolica e della validità dei Sacramenti che Gesù ha voluto fossero evidenti a tutti i fedeli e fuori di ogni discussione e dubbio, mentre in questo caso si discute e dubita proprio di ciò che è fuori discussione e dubbio, ossia si cade in una “contraddizione nei termini” e si snatura l’essenza della Chiesa come Cristo l’ha voluta e fondata.

La verità non è ciò che ci piace, ma ciò che è realmente esistente (“adaequatio rei et intellectus”). Non ragioniamo secondo i nostri gusti, ripugnanze, antipatie, con il sentimento, con l’appetito irascibile, ma sforziamoci di conformare il nostro intelletto alla realtà, anche se sgradevole. Se i Papi da Giovanni XXIII sino a Francesco I non ci piacciono, non significa che non esistano come Papi. Se la malattia, la morte, la sconfitta non ci piacciono anzi ci ripugnano, esse esistono egualmente, dobbiamo prenderne atto e non annullarle come cerca di fare la filosofia orientale (buddista e induista).

Secondo San Tommaso (S. Th., I, q. 16, a. 1; De Veritate, q. 1, a. 9; II Sent., dist., 39, q. 3, a. 2, ad 5) le cause principali dell’errore risiedono nelle nostre passioni, che ci inducono a giudizi interessati, passionali, capricciosi e non razionali. Infatti le passioni sensibili offuscano la ragione ed impediscono di vedere la verità serenamente ed oggettivamente per quello che è. Allora non ragioniamo sulla Chiesa in preda alle emozioni spiacevoli che gli uomini di Chiesa possono produrre in noi. Fu l’errore che commisero gli Apostoli davanti alla Passione di Cristo, vedendo in lui solo l’uomo umiliato e sfigurato. Quindi fuggirono e lo rinnegarono. Ora si ripete la Passione della Chiesa, che è Cristo continuato nella storia. Si può dire oggi di Essa ciò che disse allora Pilato di Gesù: “Ecce homo”/ “Ecce Ecclesia”. Non ripetiamo l’errore dal quale gli stessi Apostoli ed Evangelisti ci hanno messo in guardia

d. Curzio Nitoglia

http://doncurzionitoglia.net/2013/03/27/287/

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[1] Evidenza da “ex-videre”, ciò che si vede, si mostra e non si dimostra (San Tommaso d’Aquino, S. Th., II-II, q. 94, a. 2; I Sent., dist. 3, q. 1, a. 2, ob. 1).

[2] La distinzione tra Papa formale o in atto e Papa materiale o in potenza non risolve la questione della successione ininterrotta dei Papi a partire da San Pietro. Per fare un esempio comprensibile a tutti, se ho una Ferrari cui manca il motore, non può muoversi. Ora l’essenza di un’automobile è muoversi e correre. Quindi un Papa solo in potenza e non in atto, non è Papa ed è simile alla Ferrari senza motore, che potrebbe muoversi qualora le fosse montato un motore, ma non si sposta di un centimetro se il motore non passa dalla potenza all’atto, ossia dal materialiter al formaliter. Siccome il Papa materiale Paolo VI è defunto nel 1978 è impossibile che egli divenga Papa in atto, così come se la Ferrari senza motore in atto viene rottamata è impossibile che riceva il motore, perché essa non esiste più, è un rottame non atto a ricevere un motore e muoversi, proprio come Paolo VI è un cadavere, che non può essere soggetto di Ordine né di Giurisdizione.

[3] Pio XI ha riconfermato la “Costituzione Apostolica” di San Pio X del 1904 nel suo “Motu Proprio” Cum proxime del 1° marzo 1922 e Pio XII l’ha ribadita  nella sua “Costituzione Apostolica” Vacantis Apostolicae Sedis dell’8 dicembre 1945. Questi testi sono riuniti in Appendice nel Codice di Diritto Canonico.

[4] Cfr. Vittorio Bartoccetti, voce “Conclave”, in “Enciclopedia Cattolica”, Città del Vaticano, 1950, vol. IV, coll. 176-183.

[5] Per esempio, Alessandro VI pur essendo stato un simoniaco, che ha considerato la Chiesa come un affare personale o di famiglia è stato ritenuto egualmente Papa dalla Chiesa.

[6] Cfr. San Tommaso d’Aquino, S. Th., III, q. 64, aa. 8-10.

[7] Per esempio la “Messa Nera o Diabolica” è una Messa valida in cui avviene la consacrazione e vi è la Presenza reale di Gesù Cristo, per poterla profanare. Ora la validità della “Messa Nera” non implica la sua bontà come Rito, che è perverso. La “Nuova Messa” (senza volerla identificare con la “Messa Nera”, ma solo per fare un esempio comprensibile al lettore e per non venire accusato di essere a favore della nuova Messa, come qualcuno scorrettamente ha voluto farmi dire) favorisce l’errore luterano sul Sacrificio della Messa, però mantiene la sostanza della forma del Sacramento dell’Eucarestia (“Questo è il Mio Corpo”; “Questo è il Mio Sangue”) ed è valida, ciò non significa che sia buona (cfr. Arnaldo Xavier Vidigal da Silveira, La Nuova Messa di Paolo VI. Cosa pensarne? unavoce.it).

[8] Mutazione gravemente colpevole da parte di chi l’ha apportata, poiché in rottura con la Tradizione divino-apostolica. Infatti la forma della consacrazione del pane e del vino che si trova nel Messale Romano restaurato da San Pio V è stata data da Gesù agli Apostoli (cfr. papa Innocenzo III, Epistola Cum Martha circa, 29 novembre 1202, DB 414-415: “Noi crediamo che le parole della forma consacratoria, quale si trova nel Canone della Messa, sono state consegnate da Gesù agli Apostoli e da questi ai loro successori”; Concilio di Firenze, DB 715; Catechismo di Trento, n.° 216). Il mutarla è stato un atto gravemente illecito di rottura con la Tradizione, poiché il Papa ha ricevuto il Mandato petrino per conservare il “Depositum Fidei” e non per cambiarlo. Tuttavia tale mutazione non ha cancellato la sostanza della forma consacratoria, ma solo le sue parti integranti. Quindi essa è valida, anche se gravemente illecita.

[9] Qualcuno ha capito male (in buona fede) e qualcun altro ha voluto farmi dire (in mala fede) ciò che non ho mai detto né pensato, ossia che la Nuova Messa è buona in sé. No! Un conto è la “validità della consacrazione” ed un altro conto è “l’ortodossia del Rito nuovo”, il quale è in rottura con la Messa di Tradizione apostolica e quindi non è ortodosso e non è buono.

[10] Cfr. i migliori Commentatori della Summa Theologiae (III, qq. 73-83) di SAN TOMMASO D’AQUINO: CAJETANUS; GIOVANNI DA SAN TOMMASO; BILLUART; inoltre J. B. FRANZELIN, De SS. Eucharestiae Sacramento, Roma, 1868; G. MATTIUSSI, De SS. Eucherestia, Roma, 1925; L. BILLOT, De Ecclesiae Sacramentis, Roma, VII ed., 1931; R. GARRIGOU-LAGRANGE, De Eucharestia, Torino-Roma, 1943;  A. PIOLANTI, De Sacramentis, Torino-Roma, II ed., 1947; A. PIOLANTI, voce Eucarestia, in “Enciclopedia Cattolica”, Città del Vaticano, 1950, vol. V, col. 772.

[11] San Vincenzo da Lerino, Commonitorium, I.

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Confronto aperto tra amici sulla questione delle SedeVacante.

Lettera di FMP di domenica 24 marzo 2013 03:09

…ho letto con attenzione le due profezie che mi hai inviato e che riallego, perché siano lette anche dai fratelli e sorelle che ho inserito in cc e in ccn.
Che dire?

Che in quella attribuita a padre Pio si parla di “vero Sommo Pontefice“, mentre in quelle della Emmerick (beatificata da Giovanni Paolo II: che fosse solo per questo, non può essere Falso Papa, come ancora si ostina a sostenere il mio amatissimo fratello Marco Turi Daniele. Ma a questo proposito conto sul fatto che il Tempo di Dio non è quello del nostro orologio 🙂 si parla di un Papa che vive misconosciuto e pressoché abbandonato da tutti in un “palazzo diverso da quello di prima”;
e in un altro punto, la stessa Emmerich parla del “rapporto tra due papi“;  lo trovi in questo post: sul redivivo Escogitur, che salvo l’errore dell’identificare nei cinque Papi della Chiesa conciliare – o cinque mariti della donna samaritana – altrettanti cinque pieni Falsi Agnelli, è il più formidabile concentrato di tutta la rete -italiana ma non solo-  di verità svelate e/o inquadrate e/o reinquadrate alla Luce della Verità che E’ Cristo Gesù,  Fondatore, Roccia di Fondazione, Capo e Buon Pastore della Chiesa che E’ Suo Corpo Mistico, quella Una  Santa Cattolica e Apostolica Romana. Quell’Escogitur  dove si era anticipata profeticamente l’elezione di Bergoglio, in particolare in questo post datato 24 febbraio sui “Ber”:

e dove  si è data particolare rilevanza alle intuizioni altrettanto profetiche di Stefano Prior, amico, fratello e Arciere di Nostra Signora della Tenda, che è arrivato a scoprire un “sottile filo rosso” tra la Madonna nera di Oropa -incinta e con Gesù Bambino in braccio- e gli ultimi cinque Papi e lo stesso “neo-Papa” Bergoglio. Aggiungo come terzo allegato lo scritto di Stefano (datato 23 febbraio) su Belial e Biella, che termina anch’esso con un profetico riferimento a Bergoglio, prima della sua elezione.

Personalmente, per quel che può valere ciò che ritengo io, trovo che la quadratura del cerchio ce la fornisca una donna, che si sarebbe dovuta chiamare Francesca, che è stata registrata (e immagino anche battezzata) come Franca e alla quale Dio Trinità ha cambiato nome (hai presente che è una costante di Dio, quella del “cambio di nome” per i Suoi Strumenti “di snodo” nella Storia della Salvezza?) in Conchiglia.
Conchiglia Sua.
Conchiglia Loro.
Conchiglia della Santissima Trinità.
La quale, dopo un iniziale e personale (a dimostrazione che essere strumento privilegiato di Dio non costituisce “garanzia” di infallibilità allorquando si agisce con la propria personale volontà e in assenza di indicazioni dall’Alto) accoglienza di Francesco I (e infatti il 13 marzo apparve sul sito un’immagine di Bergoglio vestito di bianco con sotto gli auguri del Movimento d’Amore San Juan Diego per il suo pontificato), la notte del 21 marzo (giorno di San Benedetto, oltre che equinozio di primavera) ha pubblicato ciò che Gesù, Maria e San Francesco le hanno rivelato il giorno stesso, spazzando le sue stesse -umanissime- aspettative e speranze circa il neo-Papa.

Trovi tutto qui, se non l’hai ancora letto:

Quindi, se è veramente Dio che parla a Conchiglia (come io sento nel cuore e penso nella mente, allo stesso modo in cui sento e penso che abbia parlato -e Si sia mostrato- al Suo “piccolo Giovannni”, Maria Valtorta): ormai ci siamo.
Siamo entrati nella piena manifestazione dell’Anticristo, attraverso l’intronizzazione del Falso Agnello (o Bestia della Terra) che “accrediterà” la Bestia del Mare.
E’ il momento, quindi, di “stringere le fila” e di stringersi e acquartierarci attorno alle Due Colonne (Gesù Eucaristia e Maria Santissima) del sogno profetico di don Bosco.
E di restare fedeli a colui che è il “vero Sommo Pontefice” (per usare l’espressione della Emmerich), ossia Benedetto XVI.
Su quest’ultimo punto la visione mia e del mio amatissimo fratello Marco Turi Daniele (fondatore dell’Arca della Bellezza e fondatore e redattore di Escogitur) è ancora divergente: ma lui stesso, tuttavia, non riesce a non cadere nella contraddizione di “utilizzare” pezzi messigli a disposizione dai Papi che lui considera Falsi Agnelli (ad iniziare da quello menzionato della beatificazione della Emmerich; per non parlare di tutti i Sacramenti, di cui lui stesso continua per Grazia di Dio a beneficiare, celebrati dai preti cattolici pur non facenti parte della FSSPX: che non sarebbero, a questo punto, veri Sacramenti in quanto celebrati da preti che non sarebbero -nella loro ormai stragrande maggioranza- validamente ordinati come preti qualora dal 1958 ad oggi il Seggio di Pietro fosse stato continuativamente occupato da un Falso Agnello).
Ipotesi alternative a questo quadro, in cui Benedetto XVI è il “vero Sommo Pontefice” a cui restare fedeli e Francesco-Bergoglio è il vero Falso Agnello nella cui seduzione non cadere e di cui denunciare la natura appena compia gesti ancora più inequivocabilmente chiari di quelli già compiuti fino ad ora e che non potranno che riguardare Gesù-Eucaristia e Maria Santissima?

Mi pare che siano soltanto due.

1) che Francesco I sia non solo vero Papa ma che sia proprio il Papa che risanerà la Chiesa di Dio, oggi in sfacelo sempre più evidente, specialmente nella sua parte Docente: ma, al di là del fatto che ciò collide sostanzialmente con i segni sempre più manifesti dei Tempi Finali e quindi dell’imminenza della Seconda Venuta di nostro Signore -che sarà Lui Stesso a “mettere a posto”, anzi addirittura a far risorgere il Suo Corpo Mistico; collide anche sostanzialmente con i segnali POTENTISSIMI che Ber-goglio ha lanciato fin da subito, ad iniziare dall’omesso “sia Lodato Gesù Cristo” a favore di un omnicomprensivo e massonico “fratelli e sorelle, buonasera”, continuando in quel suo così evidentemente iscariotico “voglio una Chiesa povera per i poveri” e finendo -per il momento- in quel riferimento al “teologo” (e pure cardinale) Kasper, menzionato nel suo primo Angelus, che è “scomunicato di fatto”, davanti a Dio, poiché pubblico negatore di verità essenziali della Fede Cattolica.
Per non parlare poi dell’accoglienza “a braccia aperte” che ha avuto da parte di tutti quelli (piccoli e grandi) che fino a qualche giorno prima non avevano mai perso l’occasione di dare addosso (o, comunque, di non proteggere) il suo predecessore.
Ma se tutte queste considerazioni  (oltre che i dossier profetico-giornalistici di Marco su Escogitur) fossero false, e Francesco fosse vero Papa: allora Conchiglia e Marco Turi Daniele (che si ostina a chiamarla soltanto “Franca” e che la ritiene priva di carità a seguito di uno screzio intercorso due anni e mezzo fa tra loro, senza mai arrivare a dire se crede oppure no che a parlarle sia Dio), assieme a  tutte le altre (pochissime) “voci” e “strumenti” e moderni “profeti” di Dio che si sono levate a mettere in guardia dall’elezione del successore di Benedetto XVI prima ancora che fosse noto il nome di Bergoglio, sarebbero entrambi in grave errore e soprattutto indurrebbero nell’errore tanti, me incluso (che in realtà sono ancora pochissimi, qualche scarso migliaio, rispetto ai 1200 milioni di cattolici convinti che sia stato eletto un vero Papa). Ma, visto e considerato che entrambi (Conchiglia e Marco Turi Daniele) sono saldissimamente ancorati alla Dottrina di sempre, arricchita dalla rivelazione sul contenuto biologico e genetico del Peccato Originale (e, nel caso di Conchiglia: da altre “novità” di ineguagliabile bellezza che nessuno è ancora riuscito a dimostrare essere in contraddizione rispetto al Deposito della Fede. E costituenti una vera e propria “Rivelazione pubblica” che il CCC ci assicura possibile, se non certa, nel momento del Ritorno Glorioso di Gesù: che, stante l’ipotesi di veridicità di ciò che è rivelato a Conchiglia, è appunto iniziato il 7 aprile 2000, giorno del primo messaggio a lei donato dalla Santissima Trinità), è ragionevole attendersi  che entrambi ammetteranno (assieme a tutti noi che gli abbiamo creduto) il loro errore allorché fosse manifesta la veridicità di Francesco come Papa scelto dalla Spirito Santo per rinnovare la Chiesa.
Del resto, se chi si erge a gridare che sul Soglio di Pietro c’è un Falso Agnello si attiene alla Dottrina di sempre, allora “a chi giova” quel grido, se fosse sbagliato?
Nel caso di Lutero, che invece quella Dottrina snaturava sotto tanti aspetti (ad iniziare dal “servo arbitrio” e dalla negazione della Presenza Reale Eucaristica), era ovvia la risposta al “chi giovava” la sua affermazione che a Roma ci fosse l’Anticristo.
Ma già nel caso di Lefebvre (la cui fedeltà alla Dottrina di sempre è indiscutibile ed indiscussa), tale risposta non è più ovvia: e si può solo trovare nel vantaggio dell’ingannatore di tenere lontani alcuni buoni e integri cattolici dalla consapevolezza dell’imminenza della Seconda Venuta. E dalle “novità” che tale Seconda Venuta porta con sé (la più bella delle quali riguarda la Persona di Maria Santissima)
Tanto più si avvicina, la Seconda Venuta, tanto più è di fondamentale importanza vigilare (come un cacciatore in attesa della preda) nell’attesa di colui che si “deve pienamente manifestare” per poi essere sconfitto dal Soffio di Gesù Adveniente.
Dare l’allarme anche solo un po’ prima (come fece mons. Lefebvre e come ha fatto Marco Turi Daniele, assieme all’altra pattuglia di sedevacantisti apocalittici -ad iniziare dallo “scopritore” di questo termine, il prof. Antonio Coroniti, a cui bisogna quantomeno riconoscere una coerenza formale notevolmente maggiore di quella di un sacerdote per tanti aspetti santo, e a cui fu assegnato da San Pio di Pietralcina la missione di smascherare gli iscariotici massoni ecclesiastici annidatisi all’interno delle più altre Gerarchie, come don Luigi Villa buon’anima), significa fare un errore di timing, come quello del cacciatore che, appunto, spara il colpo prima che la preda-avversario si sia pienamente manifestata. Col rischio, appunto, di farla scappare e rendere più difficile la caccia successiva (e teniamo presente che, sul piano puramente umano, le prede saremo proprio noi che facciamo partire il colpo, mirato alla Bestia. Poiché è fin troppo ovvio che tutti noi che per Grazia di Dio abbiamo il coraggio di affrontare questi temi e di fare da vigili sentinelle, pronte a dare l’allarme appena la Bestia si sia completamente manifestata: siamo candidati naturali al martirio fisico, oltre che avere già iniziato a conoscere il martirio spirituale, nelle nostre vite quotidiane. Ma, sul piano soprannaturale, in quanto partecipi dell’Agnello Immolato e Vittorioso: siamo invece proprio noi i cacciatori implacabili della Bestia sanguinaria e ingannatrice, già votata a quella sconfitta che sarà la conferma della sconfitta definitiva subita prima dell’Inizio dei Tempi dall’Angelo Ribelle, suo padrone, e che è stata poi rinnovata nel tempo, duemila anni fa, sulla Croce del Golgota quel Venerdì di Passione. E resa manifesta la Domenica di Pasqua, quando rotolò via il masso che serrava il Sepolcro che custodiva il Corpo cadaverico dell’Innocente immolatoSi per amore nostro; e ne uscì, in tutto il Suo splendore di Risorto, Gesù Glorioso e Vincitore sulla morte, sul peccato, sulla carne, sul mondo e sullo stesso demonio, padre della menzogna ed omicida fin dal principio).
O come quello, equivalentemente “disottimizzante”, dello sprinter che parte prima del colpo di pistola e che per ciò stesso spreca una rilevante quantità di energie psico-fisiche.
E che corre pure il rischio di venire squalificato dalla gara, se reitera il comportamento.

2) che abbia ragione Marco Turi Daniele (nonostante le patenti contraddizioni nella sua attuale visione) e che Benedetto XVI (ed i suoi quattro predecessori) siano Falsi Agnelli al pari di Francesco I: e in tal caso, qualora si dovesse arrivare a porre la scelta tra i due, sarebbe una falsa scelta, funzionale a farci cadere comunque nell’inganno.
E con Conchiglia che non solo sarebbe un Falso Profeta ma sarebbe addirittura il più alto e più efficace tra essi, assieme a tutti gli altri (comunque pochi) che hanno messo in guardia da Bergoglio (prima o dopo la sua elezione) , poiché funzionale ad un “inganno totale”, mirante a far cadere anche l’intero “piccolo resto”. Con il solo Marco e la sua (nostra) Arca della Bellezza a tener dritta la barra del timone.

Quale che sia lo scenario dei tre, il “trauma” del Sedevacantismo Apocalittico non ce lo possiamo risparmiare in alcun modo: nel senso che non possiamo mettere la testa sotto la sabbia e “affidarci a Dio” come se non fosse Egli Stesso a volere da noi che cresciamo in “età, sapienza e grazia”, così come ha fatto il Figlio Unigenito, vero Uomo e vero Dio.

Che Dio ci benedica e che la Madonna ci accompagni, mentre San Michele Arcangelo scorta le nostre vie.

Vi saluto e vi abbraccio,
in Gesù Adveniente e Maria Corredentrice

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Chiarimenti di Marco Turi Daniele domenica 24 marzo 2013 ore 14:06

Merita faccia una precisazione:
per “falsi” papi non intendo che non appartengano come credenti alla Chiesa. Dico che non avevano diritto ad essere Papi per il dubbio sulla “fede” e negli “atti magisteriali” infallibili dei predecessori, che hanno confermato la Fede nella Tradizione della Chiesa Cattolica. Ciò non vuol dire che fossero Falsi Agnelli e quindi subdoli ed in mala fede, tali da canonizzare apostati o eretici; ma di certo possiamo considerarli precursori del Falso Agnello; così come il Falso Agnello darà potere all’Anticristo, come di conseguenza ad una pessima conduzione delle cose della Chiesa.
Quindi i “cinque mariti della samaritana” hanno prevalentemente il problema col magistero per essere nati a Samaria; nonostante, poi, vadano comunque considerati nella successione, in assenza di Vero Papa (come fa notare il Vescovo di Armagh, San Malachia).
Differente è la questione di Bergoglio, eletto nel Conclave dove non c’era alcuna presenza di Vescovi ante Concilio e quindi, ipso facto, slegati completamente dalla Tradizione plurisecolare (senza contare l’Abominio innalzato e denunciato da B16 dentro la Santa Chiesa).
Ciò detto, il SedeVacantismo Apocalittico se non lo si vuole considerare per la fase che va da G23 a B16, lo si deve considerare per forza ora che il Falso Agnello presiede la Nuova chiesa (fra l’altro non ha voluto nemmeno essere “intronizzato”, perchè nella nuova chiesa non è richiestp questo rito.
Questo dovevo come precisazione.
Buona Domenica
Parusìa
in Gesù Adveniente e Maria CorRedentrice

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Risposta di CDP del mercoledì 27 marzo 2013 ore 03:26

Caro FMP,

anzitutto ti saluto e ti ringrazio per aver condiviso con me e con terzi questa discussione.

Non è così semplice il discorso che affronti e, sebbene da questo scritto si evidenzia il tuo profondo impegno ed amore per la Chiesa, vorrei consigliarti di non approcciare all’analisi con metodi sbrigativi, simil-deduttivi e “profetici”. Anzitutto la Teologia Mistica e di Parte dell’Esegesi, donde lo studio anche della Profetica, non è argomento semplice e, come la storia della Chiesa ci insegna, ci vuole molta attenzione e tanto discernimento; San Giovanni della Croce (il Dottore Mistico) docet!

In secondo luogo ti consiglierei di approfondire con competenza e con grande attenzione i seguenti documenti recenti:

– Magistero di Pio IX
– Magistero di Leone XIII
– Magistero di San Pio X
– Magistero di Benedetto XV
– Magistero di Pio XI
– Magistero di Pio XII

Capisco che il lavoro da fare è tanto e capisco anche che ci vogliono anni per studiare bene tutti i documenti dei Pontefici su elencati, però è necessario e doveroso farlo. Chi vuol parlare di Fede deve farlo.

Una volta studiati tutti i documenti su indicati, allora ti consiglierei di compararli con quelli dei successori (Roncalli, Montini, Wojtyla, Ratzinger).

Stiamo parlando di Magistero Universale, Autentico e di Dichiarazioni Dogmatiche. Temi: Fede, morale, liturgia e disciplina.

Ti renderai conto che c’è una grande frattura fra i primi ed i secondi. Fratture note: liturgia; disciplina; dogmatica; ecumenismo; conciliarismo; terzomondismo; missionariato; primato papale; episcopalismo; laicità; ecclesiologia; eccetera, eccetera, eccetera ….

C’è chi parla di ermeneutica della continuità e di ritorno alle origini, ma uno studio attento e oggettivo fa capire che su numerosi temi non c’è assolutamente continuità e non esiste il presunto “ritorno alle origini”. Basti pensare che, per esempio, noi studiosi stiamo ancora attendendo le presunte fonti di cui tanto parlarono Montini e Bugnini quando vollero “spacciare” il Messale riformato come un “ritorno alle origini”. Padre des Lauries, i Card. Ottaviani e Bacci (firmatari), redassero l’esame Critico al N.O.; il loro testo non è confutabile e Montini promise repliche ma mai nessuno lo fece (questo è solo un esempio), si è attesa la dimenticanza collettiva.

Poi ti consiglierei di comparare il CJC del 17 con quello dell’83. Anche in questo caso ti parlo di un “lavoraccio” che può durare anni.

E’ vero che la disciplina è riformabile, ma in numerosi Canoni e Commi si contraddice con evidenza la Fede cattolica (ovviamente nel CJC dell’83).

Eccetera, eccetera, eccetera.

Io sono 13 anni che studio e comparo i Documenti; ancora oggi proseguo poiché il compito è arduo e lunghissimo.

Il Papa è tale se ha la libera adesione alla Fede cattolica e se ha deciso e scelto di operare (costantemente e durante tutto il corso del suo Pontificato) per il bene di Gesù e della Chiesa.

Le fratture fra i Magisteri Universali dei Papi fino al 1958 e fra quelli successivi sono evidenti; c’è da aggiungere che i Papi fino al 1958 operavano secondo la Tradizione e il Deposito e secondo l’unanime consenso, mentre in seguito ciò non è stato adeguatamente dimostrato.

Un esempio per tutti?

Compara il contenuto di Mortalium Animos di Pio XI e poi leggi una delle ultime massime di Bergoglio:

“Papa Francesco ha ricevuto in udienza i rappresentanti delle Chiese e delle altre comunità ecclesiali, ed ha sottolineato la volontà di proseguire nel dialogo con l’Ebraismo e con le altre religioni: “Innanzitutto i musulmani, – ha detto – che adorano Dio unico, vivente e misericordioso, e lo invocano nella preghiera. Apprezzo molto la vostra presenza: in essa vedo un segno tangibile della volontà di crescere nella stima reciproca e nella cooperazione per il bene comune dell’umanità“.

La doverosa domanda che il Cattolico dovrebbe fare al Bergoglio è: “ma perché i Mussulmani pregano e adorano la Santissima Trinità?”.

Il mio invito è all’equilibrio. Il mio invito è allo studio attento dei Documenti (per non cadere nell’errore).

Ti auguro buona notte, sotto la protezione dell’Arcangelo San Michele.

C.

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Email scritta da FMP domenica, 24 marzo (giunta il 27 marzo 2013).

Carissimo A.,
i Papi, da Giovanni XXIII a Benedetto XVI, sono stati e sono (nel caso di Benedetto XVI): veri Papi.
Con, al più, la variante del fatto che sono stati i “cinque mariti della Samaritana”: ovvero di una Chiesa che era già difforme, dentro di sé e probabilmente a causa del cedimento a Mammona (il boom economico, drogato in ogni caso dal ricorso alla moneta-debito ed al petrolio, risale alla fine degli anni ’50), e dell’allontanamento almeno dallo spirito della Dottrina di sempre. E che ha “ufficializzato” tale difformità anche nella lettera, con il Concilio Vaticano II.
Diventando così da “giudea”, “samaritana”.
Ricordiamo che i “samaritani” erano le antiche 10 tribù di Israele che prima avevano fatto uno “scisma politico” e poi (solo poi) anche quello “religioso” da quella di Giuda (con cui era rimasta solo quella di Beniamino).

“Ma quello attuale non è tuo marito”, dice Gesù alla Samaritana.

Alla fine, io e Marco Turi ci siamo ritrovati (al di là delle sue esplicite ammissioni e del mea culpa che non ha ancora fatto su Conchiglia): mi spiace solo che abbia “tappezzato” la rete (tra SL, Ingannati e lo stesso Escogitur) del suo considerare Benedetto XVI, assieme ai suoi quattro predecessori: Falso Papa e Falso Agnello.
Nonostante la sua attuale posizione non sia più quella e sia invece quella di considerarli “precursori” dell’uomo iniquo.

Ma non sarebbe giusto (e intellettualmente onesto) onesto prendersi la libertà di cancellare gli errori fatti: quelli soltanto Dio li cancella dalla Sua (e anche dalla nostra) vista.

Le risposte (quale irridente, quale bacchettante, quale scomunicante e prospettante l’inferno in caso di morte già stanotte) che mi sono arrivate all’email inviata ieri notte (ma la crocifissione da parte dei buoni l’avevo messa in conto, non sono un ingenuo): mi fanno ulteriormente capire quanto sia grave ed avanzata la situazione.

Te ne dico un’altra: oggi sono stato a Sant’Eustorgio (la parrocchia milanese che è stata la culla di quel metodo di Nuova Evangelizzazione detto “cellule di evangelizzazione”, e dove hanno anche l’Adorazione Eucaristica, ma non perpetua), per la Messa e poi per l’Adorazione e la preghiera di effusione dello Spirito Santo (a valle di un percorso detto di “vita nuova”, iniziato meno di due mesi fa).

Giusta e sacrosanta l’attenzione del movimento delle “Cellule” (appartenente come tanti altri alla “galassia” del Rinnovamento nello Spirito, i carismatici cattolici) alla Terza Persona Divina, che nella Chiesa Cattolica si è colpevolmente trascurato, forse “appiattendosi” sul fatto che la Sua Presenza è già così piena e vitale nei Sacramenti, che solo la Sposa di Cristo amministra così come Gesù ha lasciato detto di fare.

Ma, purtroppo, oggi è successo qualcosa (dopo un’omelia dell’attuale parroco, don Giorgio, durante la quale vi erano state quattro o cinque citazioni delle parole di Francesco I), durante la distribuzione dell’Eucaristia, che lì per lì ho osservato rifiutandomi interiormente di capire a livello razionale.
Solo qualche ora dopo, mentre tornavo, mi sono accorto pienamente dell’enormità dell’abuso commesso.
Di cui domani, se Dio mi concede la forza di farlo, chiederò spiegazioni a chi di dovere.

Ma che è già fin troppo chiaro che è una clamorosa conferma che l’abominio della desolazione (prefigurato da Daniele e nei cui confronti Gesù c’invita ad essere massimamente vigili) è ormai pienamente insediato nel luogo santo

I fatti.

Dopo la Consacrazione Eucaristica, il Parroco comunica ai fedeli che la Comunione, per chi lo vorrà, potrà essere fatta nelle Doppie Specie Eucaristiche: quindi con l’Ostia intinta nel Vino.

Io ero, assieme al mio gruppetto del percorso “vita nuova”, nella cappella laterale subito a destra dell’Altare, sopraelevata di qualche gradino rispetto al piano delle navate centrali.
E vedo che un ministro straordinario dell’Eucaristia si avvicina alla cappella, sale i gradini, e si pone (dandoci le spalle) a distribuire Gesù-Eucaristia nella Specie del Pane.
Lì per lì mi sono anche emozionato, perché avevo le spalle del ministro a meno di un metro da me ed ero quindi a meno di un metro da Gesù, in Corpo, Sangue, Anima e Divinità: cosa che non mi succedeva da più di due anni, dall’ultima volta che mi sono comunicato.

Avevo pensato fosse una grazia, solo in seguito ho realizzato che grazia lo era sì, ma nella misura in cui questa vicinanza mi ha fatto focalizzare l’attenzione su ciò che è accaduto in seguito.
Il ministro in questione, dopo aver distribuito una decina di Ostie Transustanziate, decide di cambiare posizione: scende i gradini, raggiunge il lato laterale destro dell’Altare e sale qualche gradino.
Si trova a questo punto non più di spalle ma esattamente di fronte a me.
E la fila di comunicandi, per converso, li vedo non più di faccia ma di spalle.

E mi accorgo che la pressoché totalità di quelli che prendono l’Ostia sulla mano non se La portano subito alla bocca ma, custodendoLa tra le mani, si avviano verso una seconda fila, che terminava presso una suora che aveva il Calice col Vino (la Specie Eucaristica che testimonia che l’Eucaristia è rinnovazione incruenta del Sacrificio, molto più e molto prima che essere “Santa Cena”, a cui vorrebbero ridurla protestanti, modernisti, massoni e massoni ecclesiastici: poiché il Sangue è effuso all’esterno, pur restando il Corpo Vivo e quindi contenente il Suo Sangue altrettanto Vivo)

Quando il comunicando (intenzionato a beneficiare della possibilità oggi offerta dell’Eucaristia in Doppia Specie) arrivava di fronte alla suora: a quel punto, per evitare un ulteriore e poco “pratico” passaggio dalle sue mani a quelle della suora, immergeva lui stesso (o lei stessa) l’Ostia nel Vino, e se La portava alla bocca.

E ciò avveniva senza che vi fosse, peraltro, alcuna misura di cautela rispetto alla dispersione per terra o sui vestiti del comunicando di alcune Goccie di Vino (molto più facilmente realizzabile, nata la sua natura di liquido, rispetto a quella della dispersione di frammenti dell’Ostia: laddove pure quest’ultima era assai più alta del normale, essendoSi l’Ostia inumidita col Vino).

L’unica volta in cui ho fatto la Comunione in Doppia Specie in una Chiesa (ed era Giovedì Santo), Essa era posta obbligatoriamente sulla lingua (non potendosi certo mettere l’Ostia bagnata di Vino sul palmo della mano del comunicando: ma a questo punto non posso che pensare che è lì, e poi oltre ancora, che si vuole arrivare).
E vi erano due chierichetti ai lati del sacerdote (l’unico, assieme al diacono, che può toccare il Vino secondo l’istruzione Redemptionis Sacramentum: nessun religioso o ministro straordinario dell’Eucaristia può farlo), ognuno dei quali teneva un’estremità di un telo bianco che passava sotto il mento del comunicando.
Pronto quindi ad intercettare eventuali Goccie (o frammenti) cadenti.

Qui, in questo caso, con l’assurda “doppia fila” (una per prendere l’Ostia e l’altra per “pucciarla” nel Vino con le proprie mani) si obbligava di fatto il comunicando che avesse voluto comunicarsi con le Doppie Specie non solo a toccare con le proprie mani l’Ostia (laddove la suddetta istruzione dice esplicitamente che nessuna delle due modalità di ricezione della Comunione, sulle mani o sulla lingua, può essere imposta; ma quella sulle mani deve compiersi in una certa e ben formalizzata maniera, che in almeno tre casi su quattro è platealmente disattesa) ma addirittura a toccare lo stesso Vino: e quindi inducendolo ad infrangere l’istruzione emessa da Benedetto XVI, che appunto vietava che un non ordinato tocchi il Vino.

Ho “fotografato” tutto ciò, ti dicevo, senza dare significato razionale a ciò che vedevo: il che non mi era mai successo, a parte le due o tre volte in vita mia che mi sono ubriacato.
E’ stata una grazia del Signore, in quel momento, che ha prodotto un tale singolare effetto sul mio sistema neuro-sensoriale.
Che, se avesse funzionato come funziona ordinariamente: mi avrebbe provocato probabilmente un dolore “in diretta” di portata tale che il Signore ha voluto risparmiarmelo.

Nel tornare da Sant’Eustorgio e nell’andare a trovare un amico che non vedevo da un po’, ho avuto il “flash” su tutta la vicenda.
E mi è venuto da chiamare istantaneamente il mio amico Francesco, anche lui presente oggi e caratterizzato da un grado di “rigidità” ben superiore al mio, anche nell’aspetto dottrinale (con lui, e per molti aspetti è un bene, devono essere al posto giusto financo le “virgole”, quando si affrontano temi che abbiano una qualche attinenza teologica, anche solo periferica).
E gli ho chiesto quindi se lui aveva fatto la Comunione in Doppia Specie.

Mi ha risposto che si era comunicato con la sola Ostia, e che anzi c’era rimasto un po’ male poiché (per quanto francamente sorpreso dalla “novità” delle Doppie Specie) gli avrebbe fatto effettivamente piacere avere l’Ostia intinta nel Vino.
Mi ha detto altresì che lui ha fatto la fila che terminava nel Parroco.
Il quale distribuiva le sole Ostie.

Quindi, ricapitolando:
– il Parroco (o chi per lui) decide di permettere la Comunione in Doppie Specie
– il Parroco (che pure potrebbe legittimamente toccare il Vino, intingerVi l’Ostia e deporLa obbligatoriamente sulla lingua del comunicando) distribuisce le sole Ostie
– mentre per far fare la Comunione in Doppie Specie si ricorre (per evitare che i ministri dell’Eucaristia tocchino il Vino, che non possono toccare) all’escamotage della “doppia fila”, una per prendere l’Ostia e l’altra per intingerLa nel Vino. Inducendo così il semplice fedele a fare ciò (toccare il Vino) che non può fare, a fortiori rispetto al ministro dell’Eucaristia.

Oggi, 24 marzo 2013, Domenica delle Palme, dopo un’omelia in cui si è idealmente ma massicciamente incensato Francesco I: in Sant’Eustorgio si è compiuto un abuso Eucaristico più che grave.

Solo Dio sa quanto mi piacerebbe mettere la “testa sotto la sabbia” e far finta di non vedere la precisa correlazione esistente tra l’enfasi posta su Francesco I e sulla sua “umiltà” e il grave abuso liturgico commesso, senza alcuna umiltà, nei confronti del Santissimo Sacramento. Ossia di Gesù stesso. E di Maria, che è il Suo Tabernacolo Vivente.

Ti saluto e ti abbraccio,
in Gesù Adveniente e Maria Corredentrice

Quando vedrete l’abominio della desolazione stare nel luogo santo -chi ha orecchie intenda- allora chi è in Giudea salga sui monti, chi è sul terrazzo non scenda giù a prendere alcuna cosa, chi è nei campi non torni a casa a prendere il mantello“.

[103.] Le norme del Messale Romano ammettono il principio che, nei casi in cui la Comunione è distribuita sotto le due specie, «il Sangue di Cristo può essere bevuto direttamente al calice, per intinzione, con la cannuccia o con il cucchiaino».[191] Quanto all?amministrazione della Comunione ai fedeli laici, i Vescovi possono escludere la modalità della Comunione con la cannuccia o il cucchiaino, laddove non sia uso locale, rimanendo comunque sempre vigente la possibilità di amministrare la Comunione per intinzione. Se però si usa questa modalità, si ricorra ad ostie che non siano né troppo sottili, né troppo piccole e il comunicando riceva dal Sacerdote il Sacramento soltanto in bocca.[192]

[104.] Non si permetta al comunicando di intingere da sé l?ostia nel calice, né di ricevere in mano l?ostia intinta. Quanto all?ostia da intingere, essa sia fatta di materia valida e sia consacrata, escludendo del tutto l?uso di pane non consacrato o di altra materia.

287. Se la Comunione al calice si fa per intinzione, il comunicando, tenendo la patena sotto il mento, va dal sacerdote che tiene il vaso con le particole, al cui fianco sta il ministro che tiene il calice. Il sacerdote prende l?ostia, ne intinge una parte nel calice e mostrandola dice: Il Corpo e il Sangue di Cristo; il comunicando risponde: Amen, dal sacerdote riceve in bocca il Sacramento, e poi si allontana.

-o0o-

Mail di FMP come risposta ad altro interlocutore – mercoledì 27 marzo 2013 11:42:49

Agnello, in quanto sacerdote dell’Agnello Immolato e Vincitore, che diede mandato a Pietro di pascere sia le Sue pecore che i Suoi agnelli.
E agnello in quanto con le “due corna” della mitria vescovile: quindi perlomeno Vescovo. Ma, come mi risulta che dicessero gran parte dei padri della Chiesa che focalizzarono l’attenzione su questo delicatissimo tema: non Vescovo “ordinario” ma Vescovo con autorità su tutta la Chiesa.
Falso, in quanto già prima della sua elezione aveva dismesso la fedeltà e la Fede.
E quindi, per la bolla infallibile di Paolo IV “Cum ex apostolatus officio”, egli non è vero Papa (ma neanche vero Vescovo, se la Fede l’aveva abiurata anche prima della consacrazione vescovile), perché per quanto possa essere (in apparenza) formalmente valida l’elezione pontificale, non lo è in sostanza: venendo a cadere una delle tre pre-condizioni perché possa una persona possa essere validamente eletta (che sono: il sesso maschile, l’essere battezzato ed essere cattolico, ossia credere nelle Verità certe ed indiscusse del Deposito della Fede).

Paolo IV ebbe il merito indiscutibile di mettere in luce -infallibilmente- che un Papa (eletto in maniera formalmente valida) non può, una volta eletto, contraddire la Fede (mentre invece può avere “deviazioni”, anche importanti, da Essa).
In quanto assistito in maniera specialissima (e solo lui, Vescovo di Roma, e nessun altro successore degli Apostoli) dallo Spirito Santo: anche nel caso di sua umana indegnità (e sappiamo che ve ne è stata, in questi duemila anni di Papato).

Se ciò avvenisse, allora non si tratta di un Papa che “ha scelto l’eresia” solo dopo la sua elezione (situazione che Paolo IV ci assicura -infallibilmente- essere impossibile; e che ci è confermata, per quanto riguarda i pronunciamenti ex cathedra su Fede e Morale, essere impossibile dal Beato Pio IX, che promulgò il Dogma dell’Infallibilità pietrina).
Bensì di un personaggio che, nel suo foro interno, era già eretico.
Ma che, pur tuttavia, si era ben guardato da esprimere tale sue convinzioni eretiche, per evitare la scomunica e/o evitare ripercussioni sulla sua carriera ecclesiastica.
E poter quindi scalare i gradini della stessa fino alla sua sommità.
Una volta scalata la quale, poter poi ammantarsi dell’infallibilità pietrina per (cercare di) accreditare le eresie che ha in cuore, già da prima della sua elezione.

Un comportamento del genere, che è il massimo immaginabile della “mala Fede”, non può che essere un comportamento “escatologico”: che caratterizza, cioé il Falso Agnello che Gesù fece pre-conoscere al Suo discepolo più amante. Colui che sarebbe rimasto fino al Suo ritorno.

Ecco perché il prof. Antonio Coroniti ha -giustamente- chiamato questa visione “Sedevacantismo Apocalittico”.

Ciò che divide me dal prof. Coroniti (che inserisco esplicitamente in cc) e dal padre di Marco, Araì Daniele: è il “timing” della sua applicazione.

Sbagliò Lutero, nel “timing”. E il suo errore fu usato dal diavolo per abbattere interi pezzi di Dottrina (importanza mai troppo enfatizzata di Maria nell’Economia della Salvezza e Presenza Reale di Gesù nell’Eucaristia, in primis; oltre che primazia del Vescovo di Roma e importanza centrale della Sacra Tradizione, allo stesso livello della Parola di Dio; e del Magistero Straordinario ed Ordinario della Chiesa fondata da Gesù).

Ma hanno sbagliato anche il prof. Coroniti e Araì Daniele ad identificare il Falso Agnello fin da Giovanni XXIII: laddove vi sono state solo “deviazioni dalla Fede” e una sorta di Pietro-Satana, che hanno messo la loro volontà davanti a quella del Signore;
comportamento (questo di “Pietro-Satana”) che è stato di evidenza plateale nell’insabbiamento del Terzo Segreto di Fatima, in cui la Madonna ribadisce ciò che aveva già detto a La Salette, ossia che sul Seggio di Pietro si sarebbe seduto il Falso Agnello, datosi a Lucifero; e che era già stato scritto fin da prima dell’Incarnazione di Dio da San Daniele, poi ribadito esplicitamente da Gesù, ancora esplicitato dal Suo Apostolo a cui Si era mostrato da Risorto e che nella sua Seconda Lettera ai Tessalonicesi (cap 2, versetti da 1 a 12) dice con chiarezza estrema cosa c’è da attendersi negli Ultimi Tempi (che lui stesso, nella Prima ai Corinzi, cap 10, versetti 8 e 9, dice di attendersi lui vivo: ma poi evidentemente “succede” qualcosa nella Chiesa dei primi tempi che allontana il Ritorno di Gesù e l’entrata nella pienezza del Regno Messianico, quello in cui delle spade saranno fatte vomeri, in cui il lupo e l’agnello pascoleranno assieme e in cui il bambino mette la mano nel covo della serpe senza essere morso); e infine fatto pre-conoscere a San Giovanni Apostolo, che scrisse la sua Rivelazione decine d’anni dopo di quando San Paolo scrisse la sua Prima Lettera ai Corinzi e anche decine d’anni dopo la morte di martirio di San Pietro e San Paolo.
E che era a quel punto ben consapevole dell’avvenuto “allungamento” dei Tempi.
Solo Dio legge nei cuori e vede quanto Amore (i.e: Carità) c’è nei cuori di persone come il prof. Coroniti e come Araì Daniele.
Ma, il loro errore di “timing” un effetto negativo evidente lo produce: l’abbattimento della Speranza.
Perché il loro tinteggiare in colori foschi e cupi il “Sedevacantismo Apocalittico” (secondo loro durato già lo spazio di due generazioni), che avrebbe prodotto la perdita di centinaia e centinaia di milioni di Anime: è un affronto alla Speranza.
Concretato nell’esplicito scordarsi delle Parole (piene di Speranza, appunto: e di gioiosa Attesa, dell’Evento a cui ogni cristiano che è veramente tale dovrebbe essere teso come una corda vibrante di Arco): “quando vedrete il compiersi di tutte queste cose, alzate gli occhi al Cielo ed esultate: perché il momento della vostra liberazione è vicino”.

E’ un dolore immane, quello del Travaglio: ma il prof. Coroniti ed Araì Daniele (grazie a Dio, già oggi non più come negli ultimi due anni il mio amico e fratello, per cui sono pronto a dare la mia vita: Marco Turi Daniele) sembrano quelle (rare) donne che guardano solo e soltanto al dolore del Travaglio e sono completamente inconsapevoli del fine di quel dolore: che è la nascita del Bambino e la Gioia piena.

Siamo entrati nella fase più difficile e acuta del Travaglio: ma Gesù ha fatto -per tutti noi- un accurato corso “pre-parto” ed ha lasciato un manuale per tutti coloro che hanno “bigiato” il corso e che avranno bisogno di fare una “full immersion” dell’ultimo momento.

Non solo: in questi che sono i Tempi della Sua Misericordia più enormente profusa e durante i quali fiumi di Grazie stanno ancora fluendo dalle Sue Cinque Piaghe (oltre che dal Cuore Immacolato e ancora Trafitto da una lama di Maria), i moderni profeti (da cui il prof. Coroniti e Araì Daniele sono purtroppo ancora lontani) ci assicurano che tale Misericordia avrà il suo “picco” con ciò che è chiamato “Grande Avvertimento”.
In cui tutto sarà chiaro a tutti, in una sorta di “giudizio Universale in piccolo” (il “giorno del Signore” menzionato a profusione nell’Antico Testamento ma anche nel Nuovo) in cui ciascuno si vedrà con gli Occhi di Dio e in cui i Tiepidi saranno “vomitati” da Gesù per essere messi di fronte al loro tiepidume e -allora sì- “forzati” a fare la scelta -a quel punto definitiva- tra diventar Caldi o irrimediabilmente Freddi;
e in cui i Freddi avranno l’ultima possibilità (in “zona cesarini”) di pentirsi dei loro abomini sistematici e di chiedere perdono al Signore, in ginocchio tra lacrime di acqua e forse anche di sangue;
e in cui ai Caldi sarà chiesta la conferma della loro scelta, e se vogliono diventare “Ardenti”.

Ecco, la conseguenza dell’errore di “timing” di persone dalla Fede rocciosa come il prof. Coroniti ed Araì Daniele: non aver dato l’adeguato peso al fatto che, pur entrando nella fase escatologica, l’infinita Misericordia del Signore vi avrebbe avuto un ruolo ancora più rilevante di quello avuto tra il Getsemani ed il Golgota. Prima di cedere il posto alla Sua altrettanto infinita Giustizia.
Ma, così come un Piede era inchiodato sull’Altro: così il Signore eserciterà prima la Sua Misericordia e poi la Sua Giustizia.

Un errore, quindi, in cui preservando la Fede, si è dato un colpo immane (ma, grazie a Dio, il “Sedevacantismo Apocalittico” è stato fino ad oggi conosciuto solo da pochi) alla Speranza.

Fede, Speranza e Carità: Dio vuole che le viviamo all’unisono.

E’ venuto il momento in cui ciò è diventato imprescindibile.

Chi fino ad oggi ha privilegiato la Carità, alla Speranza ed alla Fede: si apra alla novità, che è “cosa antica”, della Seconda Venuta di Gesù, nella Potenza dello Spirito Santo; ed alla Fede nella Dottrina di sempre, che non escluda però la “novità” che Dio Stesso ci sta portando, nella “Seconda Pienezza dei Tempi”.

Chi fino ad oggi ha privilegiato Fede e la Speranza, si apra alla Carità (anche fattiva, fatta di opere di Misericordia Corporale, oltre che di Misercodia Spirituale), e chieda che il suo cuore si possa allargare sempre di più, per contenere sempre più Amore, che viene da Dio e va verso i fratelli e le sorelle.

Chi fino ad oggi ha privilegiato la Fede, a scapito della Speranza e -di fatto- della Carità: usi la forza della Sua Fede, pura e cristallina, per chiedere a Dio di cambiargli il cuore da pietra a carne.

Che la Pace e la Gioia di Gesù e di Maria siano con te, fratello mio.
E con tutti gli altri fratelli e sorelle che leggono.

Maranathà.

-o0o-

Risposta di Marco Turi Daniele a FMP – mercoledì 27 marzo 2013 ore 13:11:59

Il Timing ci può stare tutto.
Ma vedi Fabio il Signore non penalizza chi si dà da fare nella missione di testimoniare i fatti, ma chi si arricchisce o chi si fa finanziare per mettere su una setta, un’altra chiesa.
La posizione sedevacantista secondo quanto scritto nell’Apocalisse e indicato nei Vangeli, da Daniele, negli Atti e nelle Apparizioni di Maria, Nostra Signora della Tenda, augusto Tabernacolo, non è errata, ma un obbligo per chi l’ha percepita in tutta la sua “crudezza” traumatizzante. E se vai bene a guardare sia Antonio, che mio padre, che Marco Turi Daniele (sebbene mitigato dal fatto che sta portando avanti in maniera alternata e a singhiozzo il progetto dei Borghi di Xenobia e delle CAERP) sono molto rallentati nella loro missione proprio dal Cielo, ma non impediti a portarsi avanti con il lavoro. Tanto che ciò che tu conosci ed elenchi, interpreti e riporti, si fonda su queste conoscenze che possono essere utili per sbrogliare ogni cosa che ad altri non appare chiara volenti o nolenti.
Mettiamola così: se è vero che le Profezie parlano in maniera sibillina e poco chiara fino a che queste cose narrate non si realizzano, l’opera di Araì e Antonio anticipa in forma chiara, palese, con nomi e cognomi, ciò che forse già domani potrebbe apparire chiara.
Non concordo nel dire che loro abbiamo mai attribuito ai “falsi” papi da G23 a B16 il titolo di Falsi Agnelli. Ho sentito parlare di “anticristi” in minuscolo, “antipapi” (ma se non ce n’è uno Vero come possono essere “anti”), ma mai Falsi Agnelli, come risulta invece oggi facile pensarlo per Bergoglio.
Per quanto mi riguarda penso che sia giunto il momento di ragionare sul Papa Cum Degnitate, escludendo Ratzinger da questo scenario. Almeno fino a che non riconosca che lui ha “rinunciato” secondo l’ipotesi di San Roberto Belarmino che solo un Papa “eretico” può rinunciare dall’essere Papa (ed in questo gli ho reso ufficialmente gli “onori” riabilitandolo come uomo e forse anche come presbitero), e non rinneghi tutto il danno che ha combinato nella Chiesa introducendo l’equivocità modernista dei Padri conciliari quali Rahner, Kasper, Chardin, De Lubac, Bonaiuti, ecc..
Ecco perchè ritengo che serva il coraggio di chi riesce a parlargli per risolvere una serie di “formalità” tra cui se definire già da subito Bergoglio anche AntiPapa e poi se passare all’atto formale previsto da Antonio per l’elezione di un Vero Papa Cum Degnitate, che secondo me dovrebbe rimanere chiuso in clausura fino all’attuazione degli effetti della Consacrazione della Russia al Cuore Immacolato di Maria debitamente e formalmente compiuta). Ecco il punto: comprendere se Benedetto XVI dopo la rinuncia ad essere “falso” Papa della Chiesa di Cristo, ma “vero” Papa della nuova chiesa conciliare di “samarìa” è ora Vero Papa (isolato) o se sta studiando per diventare il primo Presidente della Nuova Religione Unita nell’ONU e posta a garanzia della New Age e del Nuovo Ordine Mondiale.
Il mio punto di vista? Eleggere subito il Papa Cum Degnitate e tenerlo in decantazione fino all’esito della risposta. Nella peggiore delle ipotesi c’è la buona fede nella scelta di una figura indicata dallo Spirito Santo che consacra in buona fede la Russia al Cuore immacolato di Maria. E Dio avrà perdono per questo Resto Fedele. Ecco perchè suggerisco, però, la non esposizione pubblica del Papa Cum Degnitate e da parte dei Sacerdoti l'”Una Cum” con il Papa, senza fare il nome, come sempre suggerì Don Bosco.
Per il resto diamoci da fare con Borghi e CAERP. Cosa può desiderare il Cielo di più gradito che le comunità siano armonizzate nell’amore e nella preghiera secondo il Vangelo?
Parusìa
in Gesù Adveniente e Maria CorRedentrice

-o0o-

Risposta di FMP a CDP – mercoeldì 27 marzo 2013 13:33

Carissimo C., fratello in Gesù e Maria,
grazie per la tua risposta accurata ed approfondita.

Io sono e resto un “piccolo”, quanto alla conoscenza in estensione della Dottrina.
E applico il talento naturale della Ragione (dono di Dio, con cui sono nato, e che ho poi esercitato ed affinato nel corso della vita), abbinato ed illuminato con e da quell’altro talento soprannaturale della Fede (Dono di Dio, ricevuto al momento del Battesimo, il 16 aprile 1972; e poi vivificato da Dio Stesso al momento della mia risurrezione spirituale, il grandissimo miracolo da Lui operato di cui sono stato beneficiario; e ben più grande della risurrezione di un corpo alla vita mortale), quando e dove Dio vuole.

Motivo per cui non coglierò la tua indicazione di “leggere le carte” (prassi che, in generale, è cosa buona da fare sempre, anche in contesti laici e naturali; a maggior ragione bisogna farlo quando ciò riguarda il piano soprannaturale della Fede, in un momento escatologico come questo che viviamo) da te indicate;
non penso e non sento che sia la Volontà di Dio, per me, in questo momento.

Ma, tuttavia, ti chiedo:
la tua posizione è quindi quella che siano stati Falsi Papi (ergo: Falsi Agnelli. Perché un -apparente- Papa può infrangere e tradire il Deposito della Fede solo alla Fine dei Tempi, e non durante il corso di essi) i cinque da Giovanni XXIII a Benedetto XVI?
Come pensano Antonio Coroniti, Araì Daniele e (fino a poco tempo fa) Marco Turi Daniele (che è invece recentemente passato, anche a seguito di una provvidenziale e soprannaturalmente inspirata lettura, fatta dal nostro comune amico Stefano Prior, del passo evangelico del pozzo di Sicar proprio il giorno dell’annuncio delle dimissioni di Benedetto XVI: a considerarli “precursori” del Falso Agnello e “cinque mariti” della Samaritana; che, quando incontra Gesù, sta con uno “che non è suo marito”)?

E, già che ci sono, ti chiedo:
hai fatto un discernimento sul contenuto della Rivelazione donata a colei che la riceve dal 7 aprile del 2000 e che dal 21 marzo 2013 ha dato pubblica visibilità all’identità di Bergoglio come Falso Agnello escatologico (dopo che Gesù Stesso gliel’ha -o gliel’avrebbe, visto che sto parlando con te- confermato, in quello stesso giorno)?

Resto a tua totale disposizione in tal senso,
e ti abbraccio fraternamente, in Gesù e Maria.

Che Dio ti benedica, che la Madonna ti accompagni e che San Michele Arcangelo scorti le tue vie.

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CONCLUSIONE

Il “sedevacantismo mitigato” accessibile a tutti

DON CURZIO NITOGLIA

26 febbraio 2009

http://www.doncurzionitoglia.com/SedevacantismoMitigato.htm

1) Sedevacantismo mitigato

1°) Secondo p. Guérard des Lauriers, siccome il nuovo rito delle consacrazioni episcopali è dubbio, qualora fosse stato eletto Papa un soggetto consacrato con il nuovo rito, non sarebbe stato validamente vescovo e quindi non potrebbe essere neppure Papa (ossia vescovo di Roma) neanche materialmente. Padre Guérard parlava, in tale evenienza, di “pure comparse di papi” (Il problema dell’Autorità e dell’episcopato nella Chiesa, Verrua Savoia, CLS, 2005, p. 37).

2°) Con l’elezione al Soglio Pontificio di Benedetto XVI (2005), ci siamo venuti a trovare esattamente in questa situazione: J. Ratzinger infatti è stato consacrato vescovo con il nuovo pontificale e quindi – per p. Guérard – non sarebbe stato vescovo né tanto meno Papa, neanche materialmente. Dunque a partire dal 2005 la Chiesa si troverebbe, stando a ciò che p. Guérard aveva scritto nel 1978-1987, in uno stato di vacanza totale (materiale e formale) di Autorità.

3°) Ma ciò ripugna, stando a quanto aveva scritto lui stesso: «Chi dichiara attualmente che mons. Wojtyla non è per nulla Papa [neanche materialmente], deve o convocare il conclave, o mostrare le credenziali che lo costituiscono direttamente e immediatamente legato di N.S.G.C.» (Il problema dell’Autorità…, p. 37).

4°) La Tesi di Cassiciacum (“papa solo materialiter”) è finita, storicamente parlando, con l’elezione di Benedetto XVI che, secondo la “Tesi”, non sarebbe vescovo e neppure Papa (neanche materialmente). Ora l’ipotesi di Benedetto XVI non realmente Papa, neppure in potenza, sarebbe inammissibile per p. Guérard, che ha fondato tutta la sua “Tesi” sulla distinzione tra Papa in atto e “papa” solo in potenza, negando decisamente la vacanza totale (ossia anche materiale) della Sede Apostolica.

5°) Coloro che seguono la tesi della Sede totalmente (in potenza e in atto) vacante, si basano sul fatto che un eretico non può essere capo della Chiesa, in quanto non è membro di essa. Ma questa è solo un’opinione poco probabile, non ritenuta solida neppure dai teologi che hanno studiato il problema del Papa eventualmente eretico; essi – infatti – unanimemente asseriscono (come sentenza più probabile o addirittura certa) che il Papa non può cadere in eresia. Tuttavia, ribattono i sedevacantisti totali, un soggetto può essere eretico prima di essere eletto Papa e allora, la sua elezione sarebbe invalida, rifacendosi alla Bolla di Paolo IV Cum ex Apostolatu.

6°) Mi sembra che si possa rispondere in tre maniere a tale istanza:

a)    secondo san Tommaso d’Aquino “la simonia viene considerata eresia (simonia haeresis dicitur) (S. Th., II-II, q. 100, a. 1, ad 1um), ma nello stesso tempo l’Angelico insegna che “il Papa può incorrere nel peccato di simonia” (ad 7um) e non dice che non è Papa in atto o neppure in potenza. Ad esempio, è storicamente certo che Alessandro VI prima di divenire Papa comprò simoniacamente il Papato, ma de facto è annoverato universalmente nel catalogo ufficiale dei Papi.

b)    Inoltre san Pio X in una ‘Costituzione pontificia’ per la Chiesa universale (e quindi infallibilmente assistita) “Sede Apostolica Vacante” del 25 dicembre 1904, insegna che anche se l’eletto ha comprato il papato simoniacamente è comunque validamente Papa. Tale questione è quindi non solo regolata de facto, ma anche de jure e per di più infallibilmente.

c)     È dottrina comune della Chiesa che ove ci sia elezione canonica e l’eletto l’abbia accettata, immediatamente diviene Papa con giurisdizione universale in atto su tutta la Chiesa. Ora “i Papi del concilio” sono stati eletti canonicamente ed hanno accettato l’elezione la cui canonicità non è stata messa in dubbio da nessuno avente autorità.

7°) L’Autorità è l’essenza della società e quindi della Chiesa, che è una società perfetta d’ordine spirituale; onde il Papa non è accidentale ma essenziale e necessario alla sussistenza di essa. Senza un Papa che regni in atto non sussiste il Corpo mistico, che sarebbe simile ad un corpo senza forma o anima, ossia morto.

8°) Il caso di “sede vacante” o interregno tra un Papa morto e uno che deve ancora essere eletto è essenzialmente diverso da quello di “vacanza totale o solo attuale di Autorità nella Chiesa” (Papa, vescovi e cardinali). Infatti, quando un Papa muore i cardinali, collegialmente sotto il cardinal decano, suppliscono il Papa defunto, governano la Chiesa con autorità e assicurano la sua unità e permanenza nell’esistenza, l’Autorità essendo il principio di unità e di essere della società, che non sarebbe più una né esisterebbe senza Autorità. Mentre nella sede vacante totale o formale di Autorità nel Papa, vescovi e cardinali, manca proprio il principio (Autorità) di unità e di vita della Chiesa, che verrebbe quindi a morire, ma ciò è contro la fede cattolica. Tanto per fare un esempio, ciò è paragonabile all’anestesia che mantiene in vita, pur con una “morte chimicamente indotta” e una vita potenziale, il paziente che deve essere operato, ma una volta terminata l’operazione, il paziente è riportato, in atto, in piena vita dall’anestesista. Mentre se l’anima lascia il corpo non c’è più nulla da fare, è cessata ogni potenzialità di vivere: la morte non è chimicamente indotta, ma reale e irreversibile. Ora con Benedetto XVI, l’anima o principio vitale di unità ed esistenza della Chiesa (Autorità), avrebbe lasciato (secondo la “Tesi”) anche materialmente o potenzialmente il corpo della Chiesa. Quindi Essa non sarebbe più neppure in potenza, ma sarebbe finita totalmente in atto e in potenza, cioè morta realmente (cervello, cuore e respirazione piatti).

9°)  La conclusione mi pare essere la seguente: Benedetto XVI de facto governa praticamente, inoltre è Papa de jure o gli spetta il Titolo di Papa; ma l’esercizio di tale Autorità è difettoso (applicazione del Vaticano II e delle riforme da esso scaturite).

Altrimenti si dovrebbe asserire che la Chiesa, non avendo più Autorità sia nel Papa che nei vescovi e cardinali (in atto e in potenza) è morta da cinquanta anni. Dopo il Vaticano II e il NOM (eventi apocalittici e tragici che non hanno pari nella storia della Chiesa), la “Tesi” del “materialiter” di p. Guérard poteva conciliare la crisi di Autorità con l’indefettibilità della Chiesa e salvare la sua sussistenza (come una sorta di anestesia), ma essa ha cessato di esistere nel 2005 con l’elezione al Soglio Pontificio di un soggetto che non essendo neppure vescovo (stando a quanto aveva scritto p. Guérard stesso) non può a fortori essere Papa o vescovo di Roma, nemmeno in potenza (analogamente al caso di morte reale e totale). Alcuni pretendono correggere p. Guérard nella spiegazione della “Tesi” del Guérard stesso, e quindi saperne più di lui sulla sua “Tesi”. “Buttiamola sul ridere”. Io non ho tempo da perdere con costoro, per me è un “caso chiuso”. Se vogliono riaprirlo scrivano alla Merlìn.

2°) “Papa dubbio, Papa nullo”?

Risposta: S. Roberto Bellarmino ne ha trattato nel De conciliis , libro II, capitolo 19, ad 3um. Il caso è il seguente: si tratta di un Papa la cui elezione è discutibile, ossia non è certo (o vi è un dubbio) se sia stato eletto canonicamente. In tal caso bisogna rifare l’elezione canonica per sapere con certezza se sia stato eletto o meno. Una volta che l’elezione canonica è certa o non contestata dai cardinali elettori, se l’eletto accetta diventa Papa. Ora nessun cardinale (neppure mons. Lefebvre e de Castro Mayer) ha messo in dubbio l’elezione canonica (per scrutinio) dei “Papi conciliari”. Quindi è certo che essi sono Papi, anche se esercitano la loro funzione in maniera deficiente.

2°) Un Papa che erra nell’esercizio del potere (sino all’eresia) è vero Papa?

Risposta: quella del Papa eretico è solo un’ipotesi, un’opinione probabile e non una certezza. I Dottori della Chiesa, soprattutto nella controriforma, ne hanno discusso senza arrivare ad un accordo unanime e mai ad una certezza, ognuno ha espresso la sua ipotesi probabile, non una tesi certa.

a)    La prima ipotesi (s. Roberto Bellarmino, De Romano pontifice, libro II, capitolo 30; Francisco Suarez, De fide, disputa X, sezione VI, n° 11, p. 319; cardinal Louis Billot, De Ecclesia Christi, tomo I, pp. 609-610) sostiene che un Papa non può cadere in eresia dopo la sua elezione. Ma analizza anche l’altra ipotesi (ritenuta meno probabile) di un Papa che può cadere in eresia. Come vede questa prima ipotesi non è ritenuta certa dal Bellarmino né dal Billot, ma solo più probabile delle altre. Anzi il Billot (ibidem, pp. 610-612) insegna che la Chiesa docente ha lasciato la libertà di ritenere possibile che il Papa cada in eresia, anche se a lui sembra meno probabile. Anche il Bellarmino ammette che tale ipotesi, pur essendo meno probabile, è possibile (ibidem, libro II, capitolo 30, p. 418).

b)    La seconda ipotesi (che il Bellarmino qualifica come possibile ma molto improbabile, ivi) sostiene che il Papa può cadere in eresia anche notoria e mantenere il pontificato; essa è sostenuta solo da un canonista francese D. Bouix (+ 1870) nel Tractatus de Papa, tomo II, pp. 670-671, su 130 autori (“una rondine non fa primavera”).

c)     La terza ipotesi sostiene che il Papa può cadere in eresia e perde il pontificato solo dopo che i cardinali o i vescovi abbiano dichiarato la sua eresia (Cajetanus, De auctoritate Papae et concilii, capitolo XX-XXI). Il Papa eretico non è deposto ipso facto ma deve essere deposto (deponendus) da Cristo dopo che i cardinali hanno dichiarato la sua eresia ostinata e manifesta.

d)    La quarta ipotesi sostiene che il Papa può cader in eresia manifesta e perde ipso facto il pontificato (depositus). Essa è sostenuta dal Bellarmino (ut supra, p. 420) e dal Billot (idem, pp. 608-609) come meno probabile della prima, ma più probabile della terza.

Come vede si tratta solo di ipotesi più o meno probabili, mai di certezze teologiche, men che mai “specificazioni di un atto di fede”.

3°) Un vero Papa dovrebbe esercitare la sua autorità solo rettamente, senza alcun errore?

Risposta:

a) Alcuni teologi parlano di “rispettoso silenzio esterno”, ossia interiormente si dissente ma esteriormente non si contesta l’errore (Diekamp, Pesch, Merkelbach, Hurter, Cartechini).

b) Altri, invece ammettono anche la resistenza pubblica, come san Paolo resistette a s. Pietro pubblicamente, nel caso di occasione di pericolo imminente per la fede (san Tommaso d’Aquino) o di aggressione contro le anime che hanno diritto alla legittima difesa (san Roberto Bellarmino) o di scandalo pubblico (Cornelius a Lapide) nel dominio dottrinale. (Oltre i tre citati, cfr. Vitoria, Suarez, Wernz-Vidal, Peinador, Camillo Mazzella, Orazio Mazzella, Prummer, Iragui, Tanquerey, Palmieri). Questa ipotesi mi sembra la più probabile. Ma la Chiesa non si è pronunciata, onde non la si può imporre come obbligante.

c) Occorre evitare lo scoglio di coloro che pretendono rendere certa o di fede un’opinione teologica di una scuola ([1]), che è del tutto minoritaria: è possibile che documenti del magistero siano erronei, ma non si deve sospendere l’assenso interno (Choupin, Pègues, Salaverri).

Infatti le due scuole più comuni ammettono tale possibilità. Quella più severa nega la liceità della resistenza pubblica, ma ammette la liceità della dissidenza interna; mentre quella meno comune, ammette la possibilità di errori, ma non la sospensione dell’assenso (il che mi sembra un contro[buon]senso).

d) L’impossibilità di errore, quando il Papa o il concilio non voglia obbligare o essere infallibile, è sostenuto da alcuni teologi approvati (Franzelin, Billot) come pura opinione teologica ed è minoritaria. Vi sono, poi, dei gruppuscoli estremisti che ne fanno un dogma o una “specificazione di un atto di fede”, il quale è solo il loro e non della Chiesa; non è neppure teologicamente certo anzi è solo l’opinione – meno probabile e meno comune – di un gran teologo (Guèrard des Lauriers). Caso analogo al canonista succitato D. Bouix (“una rondine non fa primavera”).

Onde i documenti del magistero pontificio o anche conciliare, se non sono vincolanti, possono contenere degli errori. Ora il Vaticano II non ha voluto vincolare. Quindi può contenere errori. In tal caso si può e si deve rifiutare l’assenso a questi documenti erronei.

Cosa fare?

Non possiamo rendere certo ciò che è solo probabile. Siamo liberi di aderire all’opinione che più ci aggrada, ma non possiamo farne un dogma, non avendone l’autorità. Capisco che di fronte allo scandalo pubblico dato dai Papi conciliari ci si senta scossi, indignati e anche smarriti, ma non bisognerebbe sorpassare il limite consentito dalla sana teologiae dal buon senso. In certis unitas, in dubiis libertas, in omnibus caritas ([2]). Tuttavia, data la situazione estremamente grave e confusa in cui ci troviamo (“hanno colpito il pastore e il gregge si è disperso”), occorre avere anche molta comprensione verso coloro che – in buona fede – per difendere la fede cattolica dall’aggressione modernista, “peccano” per eccesso o per difetto. Non si può pretendere di vedere chiaro a mezzanotte. Lo stesso Gesù predisse ai suoi Apostoli di camminare sino a che c’era ancora Lui e quindi la Luce, poiché sarebbero venute le Tenebre (Crocifissione) e quando si cammina al buio si inciampa facilmente. Gli stessi Apostoli inciamparono; a fortori possiamo inciampare noi, onde non ci si deve scandalizzare davanti alle incertezze e divergenze di opinioni, ma occorrerebbe far fronte comune (ognuno restando fedele a se stesso e alla sua identità, ma senza reputarsi infallibile ed impeccabile) contro il nemico reale della Chiesa, il neomodernismo. La situazione odierna, in campo spirituale, è analoga a quella vissuta, in campo politico, nell’8 settembre 1943: il re è fuggito i generali si sono dileguati e i poveri soldati lasciati in balìa di se stessi sono stati inviati al macello. Non mi sembra che sarebbe stato opportuno sparare sui soldati e i civili che, allora, furono vittime del loro re; non spariamoci addosso oggi: il fuoco amico è il più pericoloso.

Velletri 26 febbraio 2009

don Curzio Nitoglia

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La Bolla “Cum ex Apostolatus Officio” nel Diritto della Chiesa

di A.A. V.V.

Ultimamente è apparso un articolo in cui viene messo in discussione il valore dottrinale della Bolla “Cum ex Apostolatus Officio” di papa Paolo IV, nel quale si afferma che trattasi esclusivamente di un documento che ha avuto valenza disciplinare e quindi, non essendo stato incluso nel Codice di Diritto Canonico del 1917, le norme contenute nella Bolla non sono più in vigore, pertanto devono considerarsi papi legittimi tutti gli eletti dal Conclave che abbiano accettato la nomina.

Il cattolico deve sapere che l’autorità della Chiesa rappresenta in terra l’infallibile autorità di Dio, ragione per cui il Papa Bonifacio VIII ha definito l’assoluta necessità per la salvezza della sottomissione al Romano Pontefice (Bolla “Unam Sanctam” DS. 875) e il Concilio Vaticano I ha definito la sua infallibilità nell’esercizio del Magistero supremo della Chiesa (Cost. “Pastor Aeternus”, DS. 3074.)

Ecco perché il Papa, giudice supremo dei fedeli, non può essere giudicato da nessuno in terra, né può essere redarguito, salvo che sia trovato deviante dalla Fede; fatto riguardante il Diritto divino.

La Bolla di Paolo IV, che definisce in materia di autorità nella Chiesa e tratta proprio del caso di chi, in posizione di autorità, viene redarguito, ha indirettamente come oggetto i due dogmi citati, e quindi si fonda necessariamente su quanto è al di sopra del diritto ecclesiastico. Sia dunque chiaro che la Bolla Cum ex Apostolatus riguarda il Diritto divino, su cui Papa Paolo IV fonda e definisce il suo documento.

Già dall’Esordio la Bolla «Cum ex apostolatus officio» chiarisce la sua materia trattando dei doveri dell’Autorità Apostolica nella difesa della verità rivelata, perciò parla in termini scritturali (cfr. Gv 21, 15 – 17; Gv 10, 12, 13, Mt 7, 15 -20). Papa Paolo IV dichiara un preciso dovere del Magistero papale: impedire l’insegnamento dell’errore.
Paolo IV impegna in questa Bolla la pienezza del suo potere apostolico, promulgando una Costituzione valida in perpetuo, intenta ad impedire la perversione della Fede da parte di persone in posizione d’autorità. Lo fa impegnando l’autorità pontificale per definire ciò che è proprio all’autorità cristiana. Ed è di fede che l’Autorità divina rappresentata dai Successori di Pietro, non procede dalla Chiesa o dai Cardinali, che possono ingannarsi, ma procede immediatamente da Dio, Autore della Fede che non s’inganna nel conferire quest’Autorità a un uomo di fede quando questo accetta la propria elezione a Papa, supremo confessore della Fede nella Sua unica Chiesa. Un Papa non avrebbe impegnato la pienezza della sua autorità Apostolica, e non avrebbe usato termini quali: “Sanzioniamo, stabiliamo, decretiamo e definiamo” per una questione di pura misura disciplinare.

La Bolla tratta, quindi, dell’autorità di giurisdizione nella Chiesa, che fa sempre riferimento al Papato e perciò è direttamente materia di fede, avendo una natura dottrinale, che determina la canonica.
Le leggi ecclesiastiche derivano dalle questioni dottrinali, che a loro volta provengono dalla Legge Divina (cfr. G. Le Bras «La Chiesa del Diritto», Bologna, 1976 pp. 58-60.) Solo essa determina la missione della Chiesa e del Successore di Pietro riguardo al Vangelo.
La presentazione della materia è fatta in linguaggio evangelico che richiama la parola del Signore sull’albero che, privo di (buoni) frutti, che viene dato alle fiamme (Mt 7, 19; Eb 12-15; Gl 1, 9; II Gv 10, 11). L’eresia nella Chiesa non è una questione disciplinare, è una questione di Fede.

In ogni caso, l’”occasio legis”, e cioè il timore da parte di Papa Paolo IV che in un conclave convocato successivamente alla sua morte potesse essere eletto il cardinale Morone – sospettato di eresia, ma che mai era stato ufficialmente riconosciuto come eretico – dimostra l’evidenza che la Bolla intendeva colpire chiunque versasse in eresia anche se non in precedenza riconosciuta. L’interpretazione qui patrocinata del resto, e cioè l’invalidità “ipso jure” dell’elezione a pontefice romano di un eretico o scismatico, è pacifica in dottrina, tant’è vero che l’Enchiridion Juris Canonici – (cfr.S. Sipos, Enchiridion Iuris Canonici,  Pecs 1940, p. 187), afferma: “Eligi potest masculum, usu rationis pollens, membrum Ecclesiae. Invalide ergo eligerentur feminae, infantes, habituali amentia laborantes, non baptizati, haeretici, scismatici.(Può essere eletto: ogni maschio sano di mente, membro della Chiesa. Sarebbero invalidamente eletti, le donne, i bambini, i non sani di mente, i non battezzati, gli eretici e gli scismatici).

Secondo il diritto della Chiesa è vero che l’autorità proviene al papa al momento in cui risponde alla domanda: “Acceptasne electionem de te canonice factam in Summum Pontificem” con il verbo “Accepto”, ma affinché questa autorità possa essere trasmessa da Cristo al suo Vicario è necessario che questo sia “materia apta” ad assumere l’incarico di Sommo Pontefice.

Veniamo, quindi, alle argomentazioni suggerite dall’autore dell’articolo per dimostrare la decadenza del valore della Bolla, che sono insufficienti in quanto dicono solo parte della verità. La Costituzione“Vacante Sede Apostolica” di San Pio X ci aiuta ad evidenziare un dato importantissimo sul punto che stiamo trattando: in essa si afferma che la Bolla “Cum tam divino” di Papa Giulio II del 14 gennaio 1506 non era da ritenersi di diritto divino come alcuni teologi già precedentemente sostenevano e che non si poteva, quindi, impugnare l’invalidità dell’elezione papale in base a questo documento. Se la Costituzione Apostolica di papa Paolo IV fosse stata della stessa natura San Pio X avrebbe incluso anche questo documento pontificio e non è stato fatto. Quanto poi insistere che il Codice di Diritto Canonico del 1917 non riportando il documento lo avrebbe quanto meno “obrogato” è falso. Prima di tutto, non è affatto vero che il Codex non riporti – tradotto in termini appunto codicistici – il contenuto della Bolla.

Esso, al contrario, la riproduce integralmente al can. 188 § 4, che testualmente recita: “Ogni ufficio rimane vacante per tacita rinuncia “ipso facto” e senza alcuna dichiarazione se: § 4 il chierico pubblicamente si sia allontanato dalla fede cattolica”.

Ora, è indubitabile che anche il Papa ricada nella categoria dei chierici perché il can. 108 § 3, definendo tale categoria, espressamente lo ricomprende. Questo richiamo è già sufficiente a stabilire la piena e totale validità e attualità della Bolla, anche perché il precedente can. 6, a sproposito invocato per sostenere la tesi contraria, al par. 4 espressamente stabilisce: “in dubio num aliquod canonum praescriptum cum veteri jure discrepet, a veteri jure non est recedendum.” (Nel caso sorga un dubbio su qualche canone qui prescritto con il preesistente diritto, non si discosti dal precedente diritto); la Bolla di Paolo IV faceva parte del “Corpus Juris Canonici”. Non si deve quindi, discostare da tale diritto.

Un altro argomento, pure decisivo, a sostegno del nostro assunto è dato dal fatto che il documento in questione è iscritto tra le fonti del Codex. In tale contesto normativo è evidente che la tesi qui oppugnata è frutto di una scarsa dimestichezza con le regole dell’ermeneutica e con i testi giuridici.

A conclusione di una parte dell’articolo concernente la Bolla“Cum ex Apostolatus officio” vogliamo suggerire la lettura di un brano dell’enciclica “Satis cognitum” di Leone XIII: “Cum absurdum sit opinari, qui extra Ecclesiam est, eum in Ecclesia praeesse”

(E’ assurdo pensare che chi sia fuori dalla Chiesa abbia potere nella Chiesa).

Ci si consenta infine un argomento “ad hominem” tra tutte le tesi e i vari studi dati da teologi e non in materia di sede vacante, in ogni caso è preferibile seguire il Magistero della Chiesa che discostarsi da esso. Non troviamo in nessuna raccolta di testi magisteriali che un eretico o un deviato dalla fede possa avere potere ed autorità nella Chiesa di Nostro Signore Gesù Cristo, mentre troviamo nella Costituzione Apostolica di papa Paolo IV che un eretico non può essere papa.

Ad ogni buon conto mi pare che una frase detta dal buon Catone sia più che attuale: “Dum Romae consulitur Saguntum expugnatur” (Mentre a Roma si discute Sagunto è espugnata), che può risuonare oggi in questo modo: mentre i teologi e canonisti discutono Roma è espugnata!

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  • #1 da antonio diano il 2 aprile 2013 – 09:50

    Finalmente un testo (che già conoscevo) decisivo e dirimente.
    La bolla di Paolo IV è infallibile. Non è un atto disciplinare perché si utilizzano tutte le forme delle definizioni solenni. Essa è dunque vincolante.
    Quanto al CJC, l’obiezione che la vorrebbe non accolta è FALSA (per buona o cattiva fede qui non importa).
    La Divina Provvidenza ci ha fatto dono di questa nozione teologica veicolata attraverso il magistero infallibile (non quindi ex post, in senso storicistico).
    Che poi le condizioni storiche ch’essa indica ricorrano o meno, è altro discorso. Nondimeno gli pseudo-papi conciliari incarnano ed esprimono tutte le condizioni presenti nella bolla ed occorre quindi prenderne atto (“sine ulla declaratione”) in modo conseguente.
    Chi disobbedisce al magistero autentico pecca.
    Et de hoc satis.
    Grazie alla bella mens che ha condensato nell’articolo la verità e gli obblighi che ne conseguono.

  • #2 da Arai Daniele il 2 aprile 2013 – 10:14

    Devo congratularmi con voi per la diffusione di un documento chiave per la difesa della Chiesa.
    Esso dovrebbe portare a miglior consiglio Padre Ricossa e compagnia «materialiter» che continuano, dopo tanti anni sulla stessa «inezia» (anti Bolla) … indegna da cattolici intelligenti. Dice: un conclave elegge «canonicamente» un chierico che avrà l’autorità di Dio se e quando “vuol fare il bene della Chiesa”! E se non lo vuol fare, perché seguiva già da prima altri piani? Allora non avrà l’autorità e il mondo sarà in attesa (e in balia) della sua conversione! Ma il posto d’autorità divina sarebbe suo, a Roma e nel mondo: una «realtà» che sarebbe confermata canonicamente!
    Quanta falsità. Basta pensare cattolicamente, o almeno leggere la Bolla «Cum ex apostolatus» per capire che la questione è messa dalla Chiesa seguendo il Diritto divino a monte del conclave. In parole semplici: 1 – l’indicato dal conclave per ricevere l«autorità di Dio dev’essere vero cattolico; 2 – il conclave può sbagliare anche con l’unanimità del voto dei cardinali (come lo ha fatto da decenni eleggendo modernisti); 3 – Anche se questo sbaglio si conoscerà molto dopo a causa della limitazione dei fedeli (e di cotanti sinistri sofismi), ma evidente nell’opera anticattolica dell’eletto papa, il conclave che lo ha eletto è nullo (si può dire pure esecrabile). Altrimenti l’opera nefasta per la Fede operata dall’infiltrato che per arti demoniache passava per cattolico, sarebbe da attribuirsi a Dio, che (senza saperlo?) gli ha dato in modo immediato, non per mezzo della Chiesa, il sommo potere sulla Fede (per corromperla?).
    Quindi, questa «tesi materialiter», che poi ha pure figliato una spuria successione materialiter da matti (che ha messo P. Nitoglia in crisi), è estremamente deleteria in sé stessa, corrompe le anime e lo fa con la superbia di cancellare una Bolla papale. Pentitevi in quanto è tempo!

    #21 da Timoteo il 6 aprile 2013 – 13:43

    Carissimi amici,

    permettetemi di dire che l’articolo sulla Bolla di Paolo IV che state commentando è pieno zeppo di inesattezze, di fraintendimenti e di grossolani errori giuridici. Voglio precisare che non vi dico questo con spirito polemico. Assolutamente. Le mie intenzioni sono volte al bene, così come – ne sono fermamente convinto – le intenzioni di chi ha scritto l’articolo che tanto ammirate e vi sentite di condividere.

    Purtroppo non è questo il luogo adatto per fornire una confutazione dettagliata e minuziosa di quanto viene detto in tale articolo. Né, d’altra parte, ho il tempo in questo momento di dilungarmi su tutti i numerosi abbagli che prende l’autore o gli autori dello scritto. Mi limito a poche e veloci osservazioni.

    Lascio da parte ogni commento sulla confusione che vien fatta all’inizio dell’articolo tra legge positiva e legge divina, che mi ruberebbe troppo tempo e vengo direttamente ai singoli argomenti con cui si pretende affermare che la Bolla è ancora vigente.

    Premetto solo che le disposizioni di Paolo IV contenute nella Bolla sono dirette a disciplinare l’ELEZIONE del Romano Pontefice al fine di evitare che venga eletto al Soglio di Pietro un eretico o comunque un uomo che abbia deviato dalla fede. E che si può ben astrarre dalle circostanze concrete che resero opportuno emanare la normativa in questione (impedire l’elezione del card. Morone), ma questo non consente di rendere irreformabili norme ecclesiastiche (in quanto aventi ad oggetto – ripeto – la disciplina dell’ELEZIONE pontificia) con la scusa che “le leggi ecclesiastiche derivano dalle questioni dottrinali, che a loro volta provengono dalla Legge Divina”. Tutto nella Chiesa è volto alla custodia della Fede Cattolica e alla salvezza delle anime, anche la più marginale e provvisoria disposizione della legge ecclesiastica, ma questo non è sufficiente a comunicare ad ogni disposizione normativa il carattere dell’immodificabilità o dell’assolutezza.

    Pertanto, mi sembra a dir poco eccessivo affermare che: “La Bolla tratta, quindi, dell’autorità di giurisdizione nella Chiesa, che fa sempre riferimento al Papato e perciò è direttamente materia di fede, avendo una natura dottrinale, che determina la canonica”. L’Autorità pontificia è una cosa diversa dall’elezione che consente di ricevere questa Autorità. Le cose sono connesse, ma è del tutto sbagliato pensare che gli interventi legislativi sulla disciplina dell’elezione pontificia godano dell’immodificabilità di cui godono i principi dottrinali retrostanti.

    Ma veniamo alla pretesa confutazione degli argomenti che sostengono il fatto dell’avvenuta abrogazione della Bolla Cum ex Apostolatus Officio.

    1. “Prima di tutto, non è affatto vero che il Codex non riporti – tradotto in termini appunto codicistici – il contenuto della Bolla. Esso, al contrario, la riproduce integralmente al can. 188 § 4, che testualmente recita: “Ogni ufficio rimane vacante per tacita rinuncia “ipso facto” e senza alcuna dichiarazione se: § 4 il chierico pubblicamente si sia allontanato dalla fede cattolica”. Ora, è indubitabile che anche il Papa ricada nella categoria dei chierici perché il can. 108 § 3, definendo tale categoria, espressamente lo ricomprende. Questo richiamo è già sufficiente a stabilire la piena e totale validità e attualità della Bolla…”.

    Innanzitutto, va detto che è profondamente sbagliato affermare o lasciare intendere che LA BOLLA sia in vigore perché IL SUO CONTENUTO è riportato altrove. Una cosa è la vigenza della Bolla, un’altra cosa è la validità del contenuto. Quest’ultimo può certo essere valido perché ripreso in un nuovo atto di legge, ma questo non vuol dire che il precedente atto di legge sia ancora in vigore. Anzi, di solito è l’esatto contrario: quando una legge riporta il contenuto di una legge precedente è perché quest’ultima è stata abrogata, anche se il legislatore intendeva far salvo in tutto o in parte il suo contenuto trasferendolo in una legge di nuova emanazione.

    In secondo luogo, ugualmente sbagliato è affermare che le disposizioni della Bolla di Paolo IV sono state riprodotte nel can. 188 § 4 CJC . Ancora una volta è necessario ricordare che tale Bolla riguarda l’invalidità dell’ELEZIONE, mentre il can. 188 riguarda la perdita dell’officio. Una persona invalidamente eletta non possiede l’officio. Non vi accede nemmeno e quindi non lo può perdere. Chi decade da un officio non poteva che possederlo un attimo prima. Si noti bene, perciò, che applicare ai “papi conciliari” il can. 188 significa ammettere che essi sono stati veri papi e poi hanno perso l’officio (!). Applicare al loro caso la Bolla di Paolo IV serve invece per sostenere che i “papi conciliari” non sono mai stati eletti al papato, essendo l’elezione di un eretico invalida. Pertanto non si può sostenere allo stesso tempo che, ad esempio, l’elezione di Bergoglio è invalida e che egli ha perso l’officio papale ex can. 188 CJC.

    2. “il precedente can. 6, a sproposito invocato per sostenere la tesi contraria, al par. 4 espressamente stabilisce: “in dubio num aliquod canonum praescriptum cum veteri jure discrepet, a veteri jure non est recedendum.” (Nel caso sorga un dubbio su qualche canone qui prescritto con il preesistente diritto, non si discosti dal precedente diritto); la Bolla di Paolo IV faceva parte del “Corpus Juris Canonici”. Non si deve quindi, discostare da tale diritto”.

    Identificare la Bolla di Paolo IV con il “precedente diritto” significa esattamente ammettere l’avvenuta abrogazione della Bolla.

    3. “Un altro argomento, pure decisivo, a sostegno del nostro assunto è dato dal fatto che il documento in questione è iscritto tra le fonti del Codex. In tale contesto normativo è evidente che la tesi qui oppugnata è frutto di una scarsa dimestichezza con le regole dell’ermeneutica e con i testi giuridici”.

    Qui si fa confusione tra testo di legge e note al testo di legge. La legge vigente è il testo di legge non le note presenti nelle edizioni del Codice. Le note del Codice non fanno parte della legge. È dunque da escludere che la Bolla Cum ex Apostolatus Officio sia vigente perché richiamata nelle note del Codex.

    4. “Ci si consenta infine un argomento “ad hominem” tra tutte le tesi e i vari studi dati da teologi e non in materia di sede vacante, in ogni caso è preferibile seguire il Magistero della Chiesa che discostarsi da esso. Non troviamo in nessuna raccolta di testi magisteriali che un eretico o un deviato dalla fede possa avere potere ed autorità nella Chiesa di Nostro Signore Gesù Cristo, mentre troviamo nella Costituzione Apostolica di papa Paolo IV che un eretico non può essere papa”.

    Nel caso in cui si voglia qui far riferimento anche alla Tesi di Cassiciacum, ricordo che per quest’ultima i “papi conciliari” non godono di alcuna Autorità nella Chiesa e che questa conclusione è pienamente conforme al Santo Magistero.

    Per la lettura di una rigorosa confutazione di tutte le vie che conducono al sedevacantismo simpliciter rinvio alla seguente opera dell’abbé Bernard Lucien: La situation actuelle de l’autorité dans l’Église. La thèse de Cassiciacum (1985).

    Mi scuso per il disturbo. E mi scuso altresì di eventuali errori anche grammaticali, ma scrivo di gran fretta. Ribadisco che non ho scritto con intenzioni polemiche.
    Ci tengo a chiarire, infine, che stimo molto don Floriano Abrahamowicz e che lo spirito di amicizia che corre tra lui e i sacerdoti dell’Istituto Mater Boni Consilii, nella consapevolezza di combattere assieme la buona battaglia, è certamente un grande bene per la Chiesa.

    Cordialmente

    Timoteo

    —————-o0o—————-

Di luce e d’ombra: ricordo di un pontificato. Nel giorno del beato Giovanni Paolo II

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L’uomo venuto dall’Est comunista che, con le parole che Cristo rivolse ai discepoli, ha detto ai cattolici: “Alzatevi, andiamo!”. Ma dove di preciso?

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L’entusiasmo mediatico e di pubblico per Papa Francesco non ha attenuato il ricordo di questo grande beato – per il quale da più parti s’è chiesto il titolo di Magno – e che presto sarà santo. Giovanni Paolo II ha traghettato con coraggio la Chiesa verso il futuro, invitandola a non temere tutte le sfide che l’attendevano perché se Cristo è in cammino fino alla fine dei tempi, deve esserlo anche la Chiesa.. Le ombre del suo pontificato? Ci sono, certo, ma in una prospettiva cristiana hanno il loro valore.

di Claudia Cirami

ciramiSe dovessimo definire Giovanni Paolo II potremmo dire che è “l’uomo che non ha avuto paura”. Salito al soglio pontificio a soli 58 anni, si è caricato letteralmente la Chiesa sulle spalle per condurla, senza timore, per 26 anni, attraverso quello che è stato il terzo pontificato più lungo della storia. Niente lo ha fermato nel compiere fino in fondo il suo dovere di pastore. Tutti noi conosciamo le tappe del suo lungo calvario che ha saputo trasformare in un cammino di speranza per i tanti malati per i quali è diventato esempio e per i tutti gli altri, credenti e non, di cui è diventato punto di riferimento indiscutibile.

Essere Papa: mai temere.

Il momento dell'elezione di Giovanni Paolo II.

Il momento dell’elezione di Giovanni Paolo II.

Innanzitutto, non ha mai avuto paura di sedere al soglio petrino. Come scrisse lui stesso nel libro intervista “Varcare la soglia della Speranza” con Vittorio Messori: «Non dobbiamo temere la verità su noi stessi. Pietro ne prese coscienza, un giorno, con particolare vivezza e disse a Gesù: “Signore, allontanati da me che sono un peccatore” (Lc 5,8). Penso che non sia stato solo Pietro ad avere coscienza di questa verità. La rileva ogni uomo. La rileva ogni successore di Pietro… E, dunque, “non aver paura” quando la gente ti chiama Vicario di Cristo, quando ti dicono Santo Padre, oppure Vostra santità…» (Giovanni Paolo II con Vittorio Messori, Varcare la soglia della speranza, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1994, pp. 5-6). Era consapevole, infatti, che questi titoli umani – e stridenti con la logica dell’umiltà evangelica – hanno un’importanza relativa di fronte al Mistero di Cristo, alla sua Morte e Resurrezione e a quella potenza dello Spirito Santo di cui è investito il Papa e grazie al quale riesce a portare il “peso” del pontificato.

Se Cristo cammina, anche la Chiesa deve farlo

Il libro Alzatevi, anndiamo. Indirizzato ai vescovi è, però,  importante per la Chiesa tutta.

Il libro Alzatevi, anndiamo. Indirizzato ai vescovi è, però, importante per la Chiesa tutta.

Nel libro intitolato Alzatevi, andiamo! è poi delineata con coraggio e lucidità l’idea che la Chiesa non deve temere il mondo e andare incontro a quelle nuove sfide che l’attendono, guidata dai suoi pastori. Perché – dice GPII – «Gesù Cristo vuol dire: fedeltà alla chiamata, cuore aperto verso ogni uomo che si incontra, cammino in cui non può esserci neppure “dove posare il capo” (Mt 8, 20), e infine Croce, per mezzo della quale giungere alla Risurrezione. Questo è Cristo, Colui che procede intrepido e non si lascia fermare prima di avere tutto compiuto…» (Giovanni Paolo II, Alzatevi, andiamo!, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2004, p. 157).

La Chiesa di Gesù Cristo, allora, deve camminare, sulle orme del suo Sposo che non sta mai fermo, senza lasciarsi prendere da timori ingiustificati. Chi si stupisce oggi della presunta portata rivoluzionaria del pontificato di Papa Francesco finge di non ricordare che anche il papa polacco ha coraggiosamente invitato la Chiesa a non temere l’incontro con il mondo, consapevole che essa non porta se stessa ma offre la novità evangelica all’uomo di tutti i tempi e di tutte le latitudini. Nell’omelia per i suoi funerali, il card. Ratzinger ha detto che con le parole “Alzatevi, andiamo!” Giovanni Paolo II «ci ha risvegliato da una fede stanca, dal sonno dei discepoli di ieri e di oggi» .

Il papa del futuro che si apre alla speranza

Ratinger e Wojtyla. Un'amicizia che li ha legati anche nella successione al soglio petrino.

Ratinger e Wojtyla. Un’amicizia che li ha legati anche nella successione al soglio petrino.

Il suo è stato un pontificato all’insegna della speranza, quella che frantuma il muro dei timori infondati, che abbatte le roccaforti degli egoismi, che colma gli abissi della chiusura in se stessi. I viaggi in giro per il mondo sono stati la metafora perfetta di una Chiesa che – presa per mano dal suo pastore – si è fatta fedele all’esigenza evangelizzatrice richiesta con forza da Gesù Cristo e che si e fatta prossima ad ogni uomo, anche a quello più lontano. Perché in ogni uomo, il credente scopre il volto di Cristo.

Nell’omelia per la beatificazione del papa polacco, Benedetto XVI ha ricordato: «Il suo messaggio è stato questo: l’uomo è la via della Chiesa, e Cristo è la via dell’uomo… egli ha dato al Cristianesimo un rinnovato orientamento al futuro, il futuro di Dio, trascendente rispetto alla storia, ma che pure incide sulla storia. Quella carica di speranza che era stata ceduta in qualche modo al marxismo e all’ideologia del progresso, egli l’ha legittimamente rivendicata al Cristianesimo, restituendole la fisionomia autentica della speranza, da vivere nella storia con uno spirito di “avvento”, in un’esistenza personale e comunitaria orientata a Cristo, pienezza dell’uomo e compimento delle sue attese di giustizia e di pace» .

Pregare come respirare

L'intensità della preghiera di Giovanni Paolo II: un esempio per tutti i credenti.

L’intensità della preghiera di Giovanni Paolo II: un esempio per tutti i credenti.

L’uomo che non aveva paura e che offriva speranza era anche l’uomo della preghiera. In lui, abbiamo visto concretamente quello che ha voluto dire Papa Francesco quando ha parlato di preghiera come “il respiro della fede: in un rapporto di fiducia, di amore, non può mancare il dialogo, e la preghiera è il dialogo dell’anima con Dio”. Giovanni Paolo II ha insegnato a molti credenti cosa si intende per preghiera.

Assorto davanti al Crocifisso o meditativo davanti ad un’icona di Maria, ha mostrato che pregare non è inanellare una serie di formule l’una dopo l’altra, tentando di “propiziarsi” la divinità come accadeva ai pagani, né biascicare parole, lasciando che la mente vaghi per altre direzioni. Pregare è, prima di tutto, abbandonarsi con fiducia filiale al Padre. E il Rosario, orazione mariana per eccellenza – che spesso ha rischiato di diventare una preghiera desueta, antica, stantia – attraverso il suo esempio vivo, è tornato ad essere, nel cuore dei fedeli, quella “catena dolce che ci rannoda a Dio”, per usare le parole di Bartolo Longo, e che, congiungendo Cielo e Terra, dà all’uomo la possibilità di unirsi in modo più stretto con la Trinità, attraverso l’intercessione della Madre.

E le ombre?

Incontro Interreligioso ad Assisi nel 1986: qualcuno non ha gradito le modalità dell'incontro.

Incontro Interreligioso ad Assisi nel 1986: qualcuno non ha gradito le modalità dell’incontro.

Esistono anche delle ombre nel pontificato di Giovanni Paolo II. Anche senza voler dar credito ad argomenti inventati in malafede di sana pianta, è chiaro che ogni papa commette qualche errore di valutazione, potrebbe tacere qualcosa che invece sceglie di rivelare, potrebbe dire una parola in più che non dice. Così è accaduto anche nel pontificato di Giovanni Paolo II. Qualcuno gli ha rimproverato, per esempio, un anticomunismo eccessivo che lo rendeva incapace di cogliere le differenze tra la situazione della Polonia vissuta prima di diventare Papa e gli altri contesti diversi per tempo e per spazio.

Da parte cattolica, poi, non sono mancate le accuse provenienti dal mondo tradizionalista (che non ha gradito le “scuse” per non meglio precisati “errori” dei cristiani del passato, una scarsa attenzione per certe degenerazioni in ambito liturgico, il modo troppo disinvolto in cui sono stati condotti gli incontri interreligiosi) e anche da quello progressista (aver tradito il fantomatico “spirito del Concilio”, essere stato rigido in campo morale, non avere portato avanti tutte le “aperture” desiderare sulle donne, sui sacerdoti, etc.). Non entriamo nel merito di ciascuna ombra per vedere quale di questa è più o meno aderente al vero. Rimanendo, invece, in un contesto più generale, possiamo dire che, in una logica cristiana le ombre di un pontificato rivestono un loro ruolo perché danno concretezza all’umanità di un pontefice, evitando che gli intenti agiografici di molti ne deformino la personalità fino a ridurla ad un “santino” senza colore.

Quella degna conclusione…

Giovanni Paolo II con il card- Bergoglio, futuro Papa Francesco, il pontefice che proclamerà santo il polacco.

Giovanni Paolo II con il card- Bergoglio, futuro Papa Francesco, il pontefice che proclamerà santo il polacco.

Papa Francesco proclamerà santo Karol Wojtyla il 27 Aprile 2014. Qualche cattolico ha mugugnato sulla fretta di questa canonizzazione, ma i due milioni di persone che si sono riversati a Roma per i suoi funerali sono chiaramente segno di quella fama di santità che lo accompagnava già in vita. Veniva da lontano, il papa polacco: la sua santità di vita ha ridotto le distanze spaziali e, dal 27 Aprile in poi, non dubitiamo che diventerà patrimonio spirituale anche di chi ancora esprime dei dubbi.

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