COSA SONO I LAOGAI?

I campi di concentramento del terzo millennio

I Laogai sono i campi di concentramento in Cina istituiti da Mao Zedong nel 1950 seguendo l’esempio  dell’URSS dove erano in piena funzione i Gulag. Furono degli esperti sovietici ad aiutare Mao Zedong ad organizzare i Laogai in Cina. Mentre i LAGER nazisti furono chiusi nel 1945 ed i GU-LAG sovietici sono in disuso dagli anni ’90, i LAOGAI cinesi sono tuttora operanti, oggi, nel terzo millennio.

Nei Laogai, piu’ di mille oggi in Cina, milioni di persone, uomini, donne e bambini sono attualmente
costretti al lavoro forzato in condizioni disumane a vantaggio economico del Governo Cinese e di
numerose multinazionali che producono o investono in Cina.

I LAOGAI sono tuttora strettamente  funzionali allo stato totalitario cinese per un doppio scopo:

a.
perpetuare la macchina dell’intimidazione e del terrore, con il lavaggio del cervello per gli oppositori politici;

b. fornire un’inesauribile forza lavoro a costo zero.

Per un aggiornamento sulla situazione dei diritti umani leggi l’articolo di Francesca Bottari

File:Laogai Map.jpg

Cosa significa la parola Laogai?

Riforma attraverso il lavoro

La parola LAOGAI è in realtà una sigla ricavata da “LAODONG GAIZAO DUI” e significa “riforma attraverso il lavoro”. I LAOGAI sono tuttora strettamente funzionali allo stato totalitario cinese per il doppio scopo di perpetuare la macchina dell’intimidazione e del terrore, con il lavaggio del cervello per gli oppositori politici e di fornire al regime un’inesauribile forza lavoro a costo zero. Per queste ragioni il sistema dei Laogai è in pieno sviluppo.

Cosa si intende per lavaggio del cervello?

Costringere le persone contro la propria volontà

La peculiarità del sistema LAOGAI, rispetto ai precedenti modelli sovietici e nazisti, è il sistematico lavaggio del cervello del detenuto. Questo si attua mediante l’indottrinamento politico quotidiano sulle verità infallibili del comunismo e mediante l’autocritica.

L’indottrinamento politico si effettua con “sessioni di studio” giornaliere, che hanno luogo dopo le lunghe e dure ore di lavoro forzato. L’autocritica ha, invece, luogo davanti ai sorveglianti ed agli altri detenuti ed è finalizzata a “riformare” la personalità di chi si auto-accusa. Innanzitutto si devono elencare e analizzare le proprie colpe. Successivamente ci si deve accusare pubblicamente di averle commesse, procedendo alla riforma della propria personalità, per diventare una “nuova persona socialista”. E’ necessario infine mostrare – con i fatti – la propria lealtà al Partito, spesso denun­ciando i propri amici e parenti, i quali a loro volta sono costretti ad accusare e condannare il detenuto.

Tutto ciò continua ancora oggi, nel terzo millennio. Lu Decheng, uno dei tre famosi giovani che lanciarono gusci d’uova pieni di vernice sul ritratto di Mao Zedong in Piazza Tian An Men il 23 maggio del 1989, detenuto nei LAOGAI per 9 anni, durante la sua intervista con l’agenzia di stampa Asianews, il 4 giugno 2007, illustra la sua esperienza nei LAOGAI. Ha detto Lu Decheng “Ho passato 9 anni in un laogai. Era in realtà una fabbrica che produceva autoveicoli. Eravamo costretti al lavoro forzato per 15-16 ore al giorno.. Dopo il lavoro dovevamo seguire le ‘sessioni di studio’, di indottrinamento forzato, che dovevano trasformarci in persone fiduciose nel socialismo”.

Harry Wu spiega : quando si entra nel campo, la prima cosa è confessare il proprio crimine. Bisogna ripetutamente dire loro il proprio crimine. Non dimenticare mai nessun dettaglio. La confessione è di primaria importanza, perchè distrugge la dignità. Bisogna dire ’ sono un criminale, sono colpevole, voglio accettare la riforma del pensiero, voglio cambiare me stesso, voglio essere fedele al presidente Mao ’

Qual è l’impatto economico dei Laogai?

Lavoratori senza diritti e forza lavoro a costo zero

Uno degli scopi principali del Laogai è quello di fornire un’enorme forza lavoro a costo zero. L’importanza economica dei LAOGAI per il regime cinese è anche fondamentale per conquistare i mercati stranieri. Mentre, inizialmente, la produzione nei LAOGAI riguar­dava articoli e prodotti di facile esecuzione, des­tinati soprattutto al mercato interno, oggi, nei LAOGAI si produce di tutto: giocattoli, scarpe, articoli per la casa, mobili, macchinari di ogni genere, prodotti tessili ed agricoli, computer, componenti elettronici, autobus, etc., coprendo ogni settore merceologico. La produzione ora non è più solo per il merca­to interno, ma soprattutto per l’esportazione. Ogni Laogai ha infatti due nomi, uno come prigione e uno come impresa commerciale; normalmente sulla facciata non appare il nome della prigione, ma solo quello dell’impresa.

Poiché nasce da una forza lavoro a costo zero, la produzione dei LAOGAI è in continua crescita. In Cina vige ancora la dittatura del Partito Comunista che controlla i tre poteri, legislativo, esecutivo e giudiziario. Il sindacato, di proporzioni minime con centoquarantamila membri su una popolazione di oltre un miliardo e trecento milioni di persone, è anche sottoposto al regime. Il lavo­ratore senza diritti è, quindi, anche senza difesa.

Il Partito Comunista Cinese rappresenta, dunque, il migliore partner com­merciale per qualsiasi impresa nazionale o multinazionale, cinese o straniera, il cui solo scopo sia l’alto profitto, senza scrupoli.

Non è un caso che il costo del lavoro cinese sia il 5% del costo del lavoro nell’UE. La Cina vanta ormai i due terzi della produzione mondiale di macchine fotocopiatrici, forni a microonde, lettori DVD, giocattoli e calzature. Vanta anche più della metà della produzione mondiale di videocamere digitali e circa i due quinti di quella dei computer. L’Italia è il paese più danneggiato, all’interno dell’UE, dall’invasione dei prodotti cinesi in tutti i settori: il tessile, i mobili da cucina, l’oreficeria, la rubinetteria, le calzature etc., sia nel mercato interno sia nell’esportazione.

Per sostenere questo sistema produttivo, nel 2003, il Ministero della Giustizia Cinese ha elaborato una serie di leggi per aumentare le contribuzioni finanziare e gli investimenti nei LAOGAI.

Oltre ai LAOGAI esiste, in Cina, una vastissima rete di “fabbriche-lager”, con paghe ridicole, ferie praticamente inesistenti, salari pagati in ritardo, ore straordinarie obbligatorie e forfettiz­zate, licenziamento o pene corpo­rali per le negligenze sul lavoro e mancata indennità per i licenziati. Di questa rete parla spesso Federico Rampini de “La Repubblica”.

Lu Decheng, durante una recente riunione al Parlamento Italiano, alla domanda di un parlamentare che chiedeva se l’attuale situazione economica non stia in realtà migliorando la vita del popolo cinese, ha risposto con un vecchio proverbio “ La Cina è ricca ma il popolo è povero. Almeno l’80% della popolazione cinese è sfruttata nelle fabbriche-lager, nelle campagne e nei LAOGAI a vantaggio di una minoranza di circa il 15-20% spesso collegata al Partito”.

Quindi la tanto decantata “competitività cinese” nasce principalmente dal lavoro forzato dei laogai e dallo sfruttamento umano nelle fabbriche-lager.

Quali sono le condizioni di vita nei Laogai?

Maltrattamenti di ogni tipo sui prigionieri

Le condizioni di vita nei LAOGAI sono orribili. L’orario di lavoro arriva fino a 16 ore al giorno, secondo il tipo di attività praticata (industria, campi o miniere). Sicurezza ed igiene non esistono. Il giaciglio è sulla nuda pietra. Il cibo è inadeguato e sempre somministrato in proporzione al lavoro eseguito. La fame è la fedele compagna del detenuto. Fortunato chi lavora nei campi perché può trovare serpenti, rane e tane di ratti con chic­chi di soia o grano per sfamarsi. Sfortunato il detenuto che lavora nell’industria in città. I pestaggi e le torture sono all’ordine del giorno. Frequenti le scariche elettriche e la sospensione per le braccia. Manfred Nowak, inviato delle Nazioni Unite che ispezionò nel dicembre 2005 alcune pri­gioni in Cina, ha denunciato il continuo abuso della tortura e chiesto al Governo di Pechino di eliminare le esecuzioni capitali per crimini non violenti o per ragioni eco­nomiche. Nel suo rapporto del 10 marzo 2006 ha denunciato anche le con­fessioni estorte con la tortura. Le punizioni nei LAOGAI includono pure l’isolamento forzato per numerosi giorni, quasi sempre senza cibo, in cel­lette di circa due-tre metri cubi, in compagnia dei propri escrementi. Non è sorprendente che tale clima di abusi, fame, continui maltrattamenti e ves­sazioni induca i detenuti persino al suicidio.

La persecuzione religiosa in Tibet

Il Tibet e’ una regione dell’Asia centro orientale dalla storia millenaria. I tibetani erano un popolo nomade dedito alla pastorizia, ma già dall’anno 100 a.C. le varie tribù iniziarono la coltivazione di orzo e riso diventando così un popolo stanziale che si sarebbe riunificato  in uno stato unico fin dall’inizio del VII secolo. E’ in questo periodo che vengono gettate le basi della cultura tibetana. Fu inventata una nuova scrittura, mutuata da quella indiana ed il Tibet conobbe un periodo di grande civilizzazione e di grande potenza. Il buddismo fu introdotto dalla vicina India nell’ VIII secolo e si diffuse molto rapidamente fino ad assumere nel secolo XI un ruolo centrale nella vita sociale, politica e culturale del paese. Nel XIII secolo i Mongoli conquistarono un vasto  impero in questa regione ed il Tibet divenne uno stato vassallo nel 1207, ma non fu mai assoggettato all’impero mongolo. Cominciarono così periodiche invasioni di varie etnie mongole con interferenze nelle nomine dei Dalai Lama, ma comunque il Tibet rimase ancora indipendente fino al 1720, quando i cinesi, spaventati dall’invasione del popolo mongolo Dzungar, occuparono Lhasa e si instaurarono in Tibet. E’ da allora che i cinesi cominciano ad avere mire annessionistiche sulla regione tibetana ed a considerarsi, così, sovrani del Tibet, e questo protettorato durerà fino al 1911. Anche se nel 1914 gli inglesi, governatori dell’India, tentano di estendere al Tibet il loro protettorato costringendo il governo tibetano a sottoscrivere accordi commerciali, fino al 1949 il ” Paese delle nevi” gode dell’indipendenza. I tibetani stampano moneta e francobolli e si autogovernano sotto la guida politica e spirituale del Dalai Lama. Ma nel 1950 l’esercito della neonata Repubblica Popolare Cinese entra in Tibet occupandolo militarmente ed annettendolo definitivamente nel 1957. Il 10 marzo del 1959 il risentimento contro il governo cinese spinge il popolo tibetano alla rivolta contro l’occupazione, ma la sommossa viene soffocata nel sangue e la brutale repressione costringe il Dalai Lama alla fuga ed all’esilio con circa centomila fedeli. Centinaia di monasteri furono distrutti e ci furono centinaia di migliaia di morti. La regione fu assoggettata al regime comunista e conobbe, oltre che l’occupazione, gli stessi episodi bui della recente storia cinese, come la rivoluzione culturale del 1966. Un quinto della popolazione, un milione e duecentomila tibetani, sono morti durante l’occupazione cinese, migliaia di dissidenti e prigionieri per motivi religiosi sono stati costretti al lavoro forzato nei laogai. Il governo cinese ha avviato  una politica di insediamento, favorendo il trasferimento in Tibet di coloni cinesi e nello stesso tempo con campagne di sterilizzazioni delle donne in età fertile e con gli aborti forzati perché il potere cinese vuole che la popolazione cinese diventi maggioritaria. Anche la millenaria cultura tibetana sta sparendo perché e vietato l’insegnamento della storia del paese e del buddismo e non c’e’ nessuna libertà religiosa. La quasi totalità dei seimila monasteri sono stati distrutti e devastati ed in quelli ancora aperti ci sono solo falsi monaci esclusivamente per scopi turistici. Il pacifico Tibet e’ diventato una vastissima base militare che ospita missili a testata nucleare anche perché in Tibet ci sono numerose miniere di uranio dove lavorano quasi esclusivamente operai tibetani. La popolazione che vive vicino alle base nucleari e’ esposta all’inquinamento radioattivo come tutte  le coltivazioni e gli allevamenti che sono le uniche fonti di sostentamento dei contadini tibetani. Grandi sono le risorse minerarie che sono d’interesse per il governo comunista. La deforestazione forzata e l’inquinamento della regione stanno distruggendo irrimediabilmente le risorse naturali e il già fragile ecosistema. Benché uno dei motivi dell’occupazione del Tibet sia anche il controllo dei più grandi fiumi di questa parte dell’Asia – Bahmaputra, Indo, Sutle, Mekong, Yarlung Tsangpo – questi sono sempre più inquinati con grave danno per tutto il continente asiatico. Nel 2008 nella provincia di Yushu un terremoto ha distrutto migliaia di abitazioni ed il governo cinese, approfittando di questa situazione, ne ha impedito la ricostruzione per colonizzare il territorio stesso, causando così un alto tasso di nomadismo.
Nonostante la Costituzione cinese stabilisca che la libertà di credo religioso sia uno dei diritti fondamentali e che il governo cinese rispetta e protegga il diritto di libertà e di culto, ogni espressione religiosa è repressa dal governo stesso. Soprattutto per i tibetani, la cui religione è una delle più potenti espressioni della cultura e della politica. Per Amnesty International la grande maggioranza dei prigionieri tibetani sono suore e monaci buddisti. Dall’invasione del Tibet, circa 6.000 istituzioni religiose sono state distrutte (anche se ricostruite successivamente per motivi turistici) e migliaia di monaci sono stati arrestati e costretti a fuggire. Il Centro Tibetano per i Diritti Umani e per la Democrazia continua a documentare la diffusa repressione della libertà religiosa in Tibet.  Nel 1996 la Cina lanciò la campagna “Colpisci duro” contro le istituzioni religiose tibetane con un programma di rieducazione patriottica; ad oggi i funzionari governativi controllano migliaia di monaci e religiosi, costringendoli a disconoscere il Dalai Lama e a riconoscere invece il Panchen Lama, designato da Pechino. Dall’inizio della campagna ci sono stati, secondo le fonti tibetane in esilio, migliaia di espulsioni di monaci dai monasteri ed arresti; i monaci arrestati hanno la proibizione di pratiche religiose in carcere. Dal marzo 2009 si sono susseguite ben 44 auto immolazioni per la libertà religiosa e per protesta contro il governo cinese, la maggior parte delle quali auto-inflitte da religiosi.

Da notare il testamento di Tawu Jamphel immolatosi a Nuova Delhi il 16.3.2012 (http://www.sangye.it/dalailamanews/?p=4539).

Pubblichiamo anche alcuni dati su una recente intervista a Ghesce Lobsang Soepa (monaco buddista esiliato):
Ghesce Lobsang Soepa è nato nel Kham (Tibet), regione tibetana; nel 49, dopo l’occupazione cinese, la sua famiglia è stata espropriata di tutti i suoi possedimenti sia agricoli che di bestiame. I suoi fratelli più grandi sono stati costretti a lavorare come braccianti per il governo cinese; Ghesce invece, dopo aver frequentato 3 anni di scuola elementare, è entrato in monastero mandato da suo padre che lo voleva proteggere dalle prevaricazioni cinesi. Vivendo in monastero fino a 18 anni, ha potuto imparare la cultura e la storia tibetana (insegnata nei monasteri fino agli anni ’80 – mentre ora gli studenti tibetani e i religiosi studiano il mandarino e la cultura cinese). A 18 anni è riuscito, pagando una guida, a fuggire in India attraversando di notte la catena montuosa dell’Himalaya. Lui è stato uno dei pochi che è riuscito a portare a termine la spedizione, visti i numerosi tentativi di fuga falliti a causa del freddo, di incidenti o della fuga delle stesse guide. Dopo la fuga, la sua famiglia è stata sotto stretta sorveglianza del governo cinese. Nel 2011, ad agosto e novembre, proprio nel Kham ci sono state due auto immolazioni che hanno visto la morte di due dissidenti: per questo ora l’intera regione è così controllata dalle truppe cinesi, dove è stata tolta addirittura acqua e luce nei monasteri ed il 6 luglio (compleanno del Dalai Lama) hanno impedito i tradizionali festeggiamenti.

Persecuzione Uiguri Turkestan Orientale

La UAA (Associazione Uiguri Americani) in un comunicato stampa del 6 giugno denuncia le autorità cinesi per  gli ennesimi atti di repressione violenta della libertà religiosa nel Turkestan Orientale (Xinjiang): dalla morte sotto tortura di un ragazzo di soli 11 anni, al raid in una scuola di Hotan.  Gravissimi episodi di violenza della polizia contro gli Uiguri nel Turkestan OrientaleCome per le altre religioni, anche per l’Islam il PCC pretende il controllo totale: gli Imam sono sottoposti a periodiche “sessioni di studio”,  devono insegnare solo ciò che dice il partito e devono far circolare solo le versioni del Corano rivedute e corrette dalle autorità.

I mussulmani non possono portare la barba, le donne non possono portare il velo e sotto i 18 anni è vietato l’accesso alle moschee e alle scuole coraniche. E’ proibito perfino il digiuno durante il Ramadan. In questo contesto la UAA denuncia sul suo sito gli ultimi gravissimi episodi di violenta repressione che i mussulmani uiguri hanno subito nell’ultimo mese.

Nei giorni scorsi c’è stato un violento raid della polizia in una scuola di Hotan. La versione ufficiale parla di “persone sospette” e di “incontro religioso di preghiera illegale”: le autorità hanno  dichiarato di aver “salvato” 54 bambini dall’indottrinamento coatto religioso. La polizia ha lanciato lacrimogeni e fatto irruzione nei locali della scuola picchiando ciecamente insegnanti e studenti. Almeno 12 ragazzi sono rimasti seriamente feriti. Sono state poi arrestate una cinquantina di persone con l’accusa di detenzione di pubblicazioni illegali e di disturbo della sicurezza sociale. La notizia è state riportata anche  dall’Indipendent.

A maggio, insieme ad altri due ragazzi, Mirzahid Amanullah Shahyari, di soli 11 anni, era stato arrestato per lo studio “illegale” del Corano ed è morto in circostanze molto sospette nelle mani della polizia: il corpo mostrava chiari segni di tortura, ma ai genitori è stato detto che si è suicidato. Alla madre è stato ingiunto di non parlare della morte del figlio ed è stato vietato di raggiungere il marito in Turchia, nonostante avesse già i documenti e i permessi in regola.  Lo zio, Pamir Yasin, un uiguro di Urumqi, è stato arrestato per aver Twittato della morte di Mirzhaid “incitando l’odio etnico,le discriminazioni etniche ed aver pubblicato on line contenuti etnicamente discriminatori ed offensivi”. A Kashgar, sempre nel mese di maggio, sono state comminate nove pesanti condanne per “istruzione religiosa illegale”: la più lunga, 15 anni, è stata per Sadike Ku’erban, responsabile dell’educazione religiosa di 86 ragazzi.

Le notizie sulla repressione religiosa degli Uiguri arrivano con difficoltà in Occidente. In Italia non circolano affatto. Sta a tutti voi lettori parlarne e divulgare ciò che riusciamo a conoscere, se amate la Libertà e la Verità.

La persecuzione dei cattolici in Cina

La terribile situazione dei cattolici in Cina. Arresti, violenze e soprusi verso i sacerdoti della Chiesa cattolica

L’oppressione dei cattolici in Cina comincia nel 1949

Il Comunismo cinese, per la sua natura atea, materialista e totalitaria, pone lo Stato al vertice di ogni valore e tutto è concepito nella funzione ultima di sostenere il potere assoluto del Partito Comunista (PCC) che lo incarna. Chi non è disposto a porre lo Stato prima di qualunque altro valore è un potenziale pericolo per il regime, qualcosa di peggio del comune criminale. La pretesa dell’ideologia comunista è quella di voler rivestire il ruolo di una vera e propria religione, tale da non poter tollerare oggetto diverso di venerazione se non il proprio unico e vero dio: lo Stato e il Partito che lo rappresenta. La persecuzione dei cattolici in Cina inizia dal 1949 e continua nei nostri giorni.

Le Olimpiadi del 2008 e la situazione attuale

Le Olimpiadi dell’agosto del 2008 sono servite soprattutto alla leadership della Repubblica Popolare Cinese per mostrare al mondo una realtà totalmente  diversa dal passato. Una Cina ultramoderna alla pari con tutti gli altri paesi. Per questo il regime si è adoperato perché non si producessero attriti di alcun genere durante quel periodo, compresi quelli inerenti la libertà religiosa. Tuttavia non sono mancati gli arresti e gli internamenti forzati in ospedali psichiatrici dei “petitioners” (portatori di istanze a Pechino secondo l’antica usanza dell’Imperatore). Durante ilperiodo delle Olimpiadi il governo aveva costretto agli arresti domiciliari molti vescovi e sacerdoti della Chiesa sotterranea. Altri sacerdoti sono stati costretti dalla pubblica sicurezza a “prendersi delle vacanze” forzate mentre i fedeli della Chiesa sotterranea avevano ricevuto avvertimenti dalla polizia di non incontrarsi durante il periodo dei Giochi per “motivi di sicurezza”.  Durante i Giochi le autorità hanno anche vietato di portare più di una bibbia poichè era proibita l’introduzione di materiale religioso di “propaganda”, considerato pericoloso ed elencato affianco della voce “armi esplosive”.  Ma nella solennità dell’Assunta del 2008, una delle feste più sentite nella Chiesa cinese, nel bel mezzo delle Olimpiadi, almeno 1000 cattolici sotterranei, sfidando il divieto della polizia, hanno deciso di “invadere” la Chiesa di Wuqiu, a fianco della casa dove era segregato il loro vescovo, Mons. Jia, per celebrare la S. Messa. Le autorità hanno dovuto fare buon viso, lasciando che la Messa fosse celebrata.
Ben diverso è stato l’atteggiamento mostrato da Pechino durante il periodo dei Giochi nel villaggio olimpico riservato agli stranieri. Tutta una zona era dedicata alla spiritualità e alla preghiera. Vi erano sale per cattolici, buddisti e musulmani, per ebrei e indù. Grande attenzione era riservata anche alle qualità del cibo offerto secondo le vari fedi religiose: vegetariano, halal, kosher… Tutto questo però avveniva solo nel ben vigilato villaggio olimpico, dove potevano accedere solo persone registrate o accompagnate. Questa liberalità è cessata appena dopo le Olimpiadi. Nei rari incontri con sacerdoti stranieri, i “problemi di sicurezza” sembrano essere per il governo in cima alla lista delle priorità, anche se mai nessun cristiano è mai stato implicato in violenze contro la nazione. Funzioni religiose con sacerdoti stranieri vengono celebrate nelle ambasciate, ma sempre i poliziotti all’entrata vigilano e controllano i passaporti di tutti i fedeli. Dopo le Olimpiadi nulla è cambiato in Cina e la persecuzione dei cattolici continua. Nel mese di marzo del 2009, due picchiatori hanno ridotto in malo modo un sacerdote che era stato chiamato dal sindaco per discutere su un terreno espropriato alla Chiesa. Il pestaggio è avvenuto proprio nell’ufficio dell’autorità comunale. Padre Francesco Gao Jinli, 39 anni, sacerdote della diocesi di Fengxiang (Shaanxi), è stato ricoverato nell’ospedale di Baoji, in cura per le percosse ricevute. É sotto il controllo della polizia che continua ad interrogarlo. Soprattutto nell’Hebei, la regione vicina a Pechino con la massima concentrazione di cattolici, le comunità sotterranee sono sotto continua pressione e viene loro proibito di incontrarsi per la S. Messa. Un sacerdote di Dung Lu, Padre Paolo Ma, 55 anni, ha recentemente celebrato l’Eucarestia con alcuni fedeli sotterranei e per questo è stato arrestato. La comunità cristiana è preoccupata anche perchè padre Ma è malato di cuore e si teme che in prigione non venga curato. Alla fine di marzo, sempre di quest’anno, in concomitanza con l’incontro in Vaticano della Commissione Plenaria sulla Chiesa in Cina è stato nuovamente arrestato Mons. Jia Zhiguo, di 74 anni. Cinque poliziotti e due auto si sono presentati nella casa del vescovo e lo hanno prelevato per una località sconosciuta. Mons. Jia, 74 anni, soffre di vari disturbi a causa delle carcerazioni passate e per la sua età; i fedeli della diocesi sono preoccupati che questo nuovo sequestro possa metterlo in pericolo di vita. Questo ennesimo arresto colpisce al cuore i tentativi posti in essere dal Vaticano di voler riconciliare Chiesa ufficiale e sotterranea, anche se il desiderio di unione fra i vescovi dell’una e dell’altra persiste. Mesi fa Mons. Jang Taoran, vescovo di Shijiazhuang (Hebei), la diocesi della chiesa ufficiale della zona, si è riconciliato con la Santa Sede, ed ha accettato – su indicazione del Vaticano – di collaborare con il vescovo Jia Zhiguo, divenendo suo vescovo ausiliare.
Durante “il dialogo sui diritti umani in Cina” fra la Cina e le Nazioni Unite nel febbraio di quest’anno a Ginevra, numerosi paesi hanno chiesto alla Cina di permettere la libertà religiosa. Fra questi l’Australia, il Canada, la Svizzera, la Germania e l’Italia. Nonostante le pressioni internazionali e la buona volontà della Santa Sede, la persecuzione dei cattolici in Cina continua.

La Laogai Research Foundation Italia Onlus ha pubblicato un libro sulla persecuzione dei cattolici in Cina chevuole essere un omaggio alla Chiesa Cattolica in Cina. Dopo un rapido excursus sulla sua storia, prima e dopo Mao Zedong, si sofferma sulla complessa realtà odierna, alla luce del Magistero degli ultimi Pontefici. Da un lato dimostra la cura e la preoccupazione materna che la Santa Sede ha per i suoi figli cinesi, ma soprattutto vuole rendere omaggio alla schiera senza numero delle “anime di coloro che sono stati immolati a causa della parola di Dio e della testimonianza che gli hanno resa” (Ap.6,9). In particolare vuole essere un tributo ai martiri cristiani nella Cina di oggi, dove i diritti fondamentali dell’uomo sono negati, dove i cattolici, insieme alle altre persone sgradite al regime, scompaiono nei laogai per lunghi anni e senza un giusto processo. Vescovi, sacerdoti e laici sono ancora oggi perseguitati, imprigionati e oppressi, mentre l’Occidente distratto o connivente continua a mercanteggiare con il dragone cinese, attento solo al massimo profitto.

Politica del figlio unico

Si possono avere liberamente i figli in Cina? Come viene risolto il “problema delle nascite”

Il genocidio di Stato in Cina e le sue origini

Ancora oggi, nel 2012, fra le tante libertà represse nella Cina post-olimpica, non è consentito ai genitori di avere il numero desiderato di figli. Anche per sposarsi e per mettere al mondo un figlio è obbligatorio ricevere una licenza speciale emessa dal governo. Di conseguenza, la legge repressiva sulla pianificazione familiare causa decine di migliaia di sterilizzazioni e aborti forzati all’anno (solo nella provincia di Guangdong sono state sterilizzate quasi 10.000 persone). Il Governo cinese si vanta infatti di aver “evitato”, dalla prima introduzione della politica del figlio unico nel 1979, ben 400 milioni di nascite. Il rapporto del 2008 del Dipartimento di Stato americano sui «Diritti umani in Cina», pubblicato il 25 febbraio 2009, denuncia il caso di funzionari dell’Ufficio della pianificazione familiare della provincia di Henan che nel mese di marzo arrestarono una giovane non sposata di 23 anni, al settimo mese di gravidanza.

Gli uomini legarono la ragazza al letto e uccisero il nascituro. Nel suo discorso al Parlamento Europeo il 2 dicembre 2008, Reggie Garcia Littlejohn*, professoressa americana esperta nella politica del figlio unico in Cina, descrive il caso di Jin Yani, una giovane donna incinta di nove mesi, che è stata sottoposta ad aborto forzato per aver portato avanti una gravidanza senza avere il permesso, nonostante attendesse il suo primo figlio. I casi come quello di Jin Yani non sono rari in Cina. Altri esempi sono stati descritti in un articolo del 15 febbraio 2009 da Michael Sheridan sul Times on line. Sheridan racconta la storia di Zhang Linla, madre di una bambina di quattro mesi, costretta ad abortire il suo secondo figlio. Un’altra storia del settembre del 2008 è ancora più orribile; tratta un caso di infanticidio nel Wunan. Un contadino di nome Huang Qiusheng racconta della moglie che, giunta al nono mese di gravidanza, aveva partorito regolarmente nonostante avesse già subito un aborto forzato mediante un’iniezione nell’utero. I poliziotti erano presenti al parto e hanno subito gettato il neonato in un gabinetto pubblico. Il giorno seguente Liu Zhuyu, una donna anziana che aveva udito le grida del bambino, lo prese, lo lavò e lo portò all’ospedale al reparto neonatale. Intervennero cinque funzionari dell’ufficio di pianificazione familiare, afferrarono il bambino e lo uccisero sbattendolo violentemente sul pavimento. Nel luglio 2010 una giovane donna è stata rapita e sterilizzata a forza dai membri dell’Ufficio per il controllo della popolazione. Ancora nel 2010 vi sono stati ulteriori casi: ad aprile un docente universitario è stato arrestato perchè “colpevole” di aver avuto un secondo figlio; a settembre un docente di scienze politiche ha deciso di mettersi in vendita per poter pagare la multa salatissima, imposta dal governo cinese, per aver dato alla luce una seconda figlia.

La legge cinese prevede anche eccezioni. Per esempio le coppie contadine, se hanno avuto come primo figlio una bambina, possono facilmente avere un secondo figlio, nella speranza che nasca un maschio. I ricchi e i burocrati del partito possono permettersi, dietro pagamento di multe salatissime, di avere più di un figlio.

A fronte di tutto ciò, ogni anno migliaia di donne cinesi decidono di andare a partorire negli USA, aiutate da agenzie specializzate.

foto slogan politica figlio unico Cina
Slogan a favore della politica del figlio unico in Cina.Alcuni recitano: Your Home will be destroyed and your cows taken away if you dont abort. “La tua casa sarà distrutta e le tue mucche portate via se non pratichi l’aborto

Inoltre due genitori, se entrambi figli unici, possono spesso avere un secondo figlio. Dopo il terremoto nella provincia del Sichuan del maggio del 2008, il regime ha attenuato le strette regole della politica del figlio unico e ha concesso alcune eccezioni per le famiglie vittime della catastrofe:
1) se è morto il figlio unico nel terremoto, la famiglia è autorizzata ad averne un altro;
2) se la moglie è stata sterilizzata, il partito invierà un medico per cercare di invertire e annullare la sterilizzazione;
3) se il figlio «legale» è morto e la coppia aveva un secondo figlio «illegale», quest’ultimo potrà diventare «legale».

Queste «concessioni» rappresentano anche un’ ennesima conferma di una serie di fatti. Primo, che le coppie cinesi debbono avere un permesso ufficiale per avere figli. Secondo, che il regime cinese attua le sterilizzazioni e gli aborti forzati e, terzo, che si è creata una popolazione di milioni di «bambini illegali», che non esiste ufficialmente, a cui non sarà permesso di andare a scuola, sposarsi o lavorare e, quindi, sarà senza futuro. Un avvocato dei diritti umani, Huang Qi, venne arrestato per avere difeso i diritti delle vittime del terremoto con l’accusa ufficiale di «possedere illegalmente segreti di stato». Chi si batte per i diritti delle donne e dei bambini in Cina viene perseguitato. Chen Guang Cheng, avvocato auto-didatta e attivista per i diritti umani di 37 anni, non vedente, si è battuto contro la campagna di aborti forzati imposta dal regime cinese nella provincia dello Shandong ed è tuttora in prigione. Mao Hengfeng, una donna di 47 anni ha lottato contro la politica del figlio unico fin dagli anno ottanta. Mao è stata arrestata varie volte, ha perso il posto di lavoro, ha subito un aborto forzato e, nel 2004, è stata anche internata in un laogai per un anno e  mezzo, dove ha subito abusi e torture.  Secondo un’indagine della Commissione Nazionale per la Pianificazione Familiare, il 70,7% delle donne cinesi desidera avere due o più figli e l’83% delle donne desidera avere almeno un maschio e una femmina. Tale risultato è piuttosto sgradito alle autorità, che hanno sempre cercato di presentare la politica del figlio unico come una pratica volontaria della popolazione, negando di forzare le donne ad abortire o ad essere sterilizzate. La politica del figlio unico causa altre violazioni dei diritti umani e gravi problemi sociali: eccidio di bambine, traffico delle donne e schiavitù sessuale, suicidio delle donne, furti di bambini,  adolescenti senza esistenza legale, problemi di salute per le donne, bambini abbandonati, rivolte popolari e violenze, discriminazione delle minoranze e l’invecchiamento della popolazione (come denuncia l’inchiesta lanciata il 15 marzo 2010 dall’ inglese Economist). Quest’ultimo fatto preoccupa i funzionari del partito comunista poichè temono che «l’economia soffrirà se vi saranno meno lavoratori e più anziani da mantenere». Quindi, secondo l’opinione delle autorità cinesi, il problema non è la crudele pratica delle sterilizzazioni e degli aborti forzati ma il danno che ne potrebbe derivare all’economia. Infatti, nella Cina di oggi tutto è permesso nel nome del nuovo dio: il profitto. Quindi, in nome dell’utile e del lucro, è lecito inquinare le terre, i fiumi, i mari e l’atmosfera, sfruttare donne e bambini, costretti al lavoro forzato nei laogai per produrre a costo zero a vantaggio economico del regime e delle multinazionali, guadagnare sulla vendita degli organi dei condannati a morte e sfruttare i minatori e i lavoratori che muoiono a migliaia ogni anno a causa della mancanza di misure minime di igiene e di sicurezza. Tutto ciò in nome del dio denaro e in ossequio allo slogan lanciato da Den Xiaoping «arricchirsi è glorioso».  Nonostante ciò, come abbiamo dovuto testimoniare durante la recente visita di Hu Jintao in Italia, le autorità politiche ed economiche nazionali e internazionali continuano imperterrite a collaborare con Pechino. Purtroppo, molti in Occidente pensano che in Cina vi siano troppi abitanti e che una riduzione delle nascite, anche se praticata in modo crudele, sia necessaria, perché si vuol far credere che le risorse naturali del mondo siano limitate e sia permesso solo lo sviluppo sostenibile. La cosiddetta sostenibilità si riferisce infatti all’uso limitato delle risorse della terra, per non pregiudicare, a causa della loro scarsità, il benessere dei popoli. Il precursore di queste teorie era Malthus. Tuttavia, le sue previsioni non si sono realizzate e sono state anzi contraddette dalla storia. Infatti, mettendo da parte le considerazioni etiche, l’idea dello sviluppo sostenibile risulta sbagliata anche dal punto di vista economico. In effetti la stragrande maggioranza delle fonti utili non consiste in un quantitativo prefissato erogato dall’ambiente naturale, ma dipende e varia secondo la creatività e la capacità produttiva dell’uomo. Per esempio fra le risorse naturali – quali i pascoli e il suolo agricolo, lo sviluppo e il mantenimento delle caratteristiche di rinnovabilità dipendono dall’abilità e dalla cura del coltivatore. È vero che esistono risorse come il petrolio che non sono rinnovabili, ma ci sono numerose alternative al problema delle fonti energetiche come il sole, il vento, i salti d’acqua, ecc. Disponiamo sempre di risorse alternative nel creato.  È l’ingegno dell’uomo, stimolato e provocato dalla necessità, che usa e aumenta le risorse a disposizione, anche e soprattutto per mezzo della crescita della popolazione. Fra le numerose cause della caduta dell’impero romano una fu proprio la riduzione della natalità e la conseguente crisi demografica. Al contrario, il grande sviluppo culturale e socio-economico delle città cristiane intorno all’anno Mille si dovette alla crescita demografica. Il problema non è nella mancanza di risorse, ma nel loro controllo e nella loro distribuzione che sono sempre più nelle mani di un numero ridotto di persone. Ricordiamo per esempio, lo strapotere delle multinazionali come Cargill, Louis Dreyfus, Archer Daniel Midland e Monsanto nella produzione e trasformazione dei prodotti agricoli in Italia e nel mondo. In Occidente viviamo in una società dove lo spreco è enorme. Quello spreco alla cui origine stanno la sovrapproduzione e i bisogni non necessari, creati artificialmente dal consumismo. È logico che si sperperino o si distruggano milioni di tonnellate di derrate, mentre decine di milioni di persone muoiono di fame ogni anno? Non vi è qualcosa di profondamente sbagliato in un’economia basata nello stesso tempo sullo spreco e sulla scarsità? Anche in Occidente si idolatra il dio denaro. Viviamo in un mondo dove imperano l’edonismo, l’individualismo e l’utilitarismo, un mondo dove non è giusto ciò che è giusto ma è giusto ciò che conviene, perché regna un relativismo assoluto. Molti giungono alla conclusione che è sempre stato così e che quindi non c’è da meravigliarsi. Il denaro ha sempre controllato il mondo, dicono. Ciò non è vero. Nel mondo classico era stabilita una predominanza di valori religiosi, morali ed etici. Durante le Olimpiadi nell’antica Grecia cessavano le guerre e non si uccidevano persone. Nelle città cristiane dell’alto medioevo esistevano una grande solidarietà sociale e un’elevata concezione del bene comune, che erano realizzate attraverso le responsabilità sociali e ambientali delle corporazioni, gli aiuti ai poveri e agli anziani. La ricchezza non era tenuta in considerazione solo nell’ottica del profitto e del tornaconto personale. In breve, era presente una visione della vita antitetica alla moderna ansia di acquisire con ingordigia e di indirizzare le proprie azioni verso il conseguimento della ricchezza materiale. A conforto di questa nostra opinione possiamo anche invocare la testimonianza dello stesso Karl Marx che ne scrisse nel suo «Forme di produzione precapitalistiche».  Anche nel Novecento molti sono stati gli episodi in cui i principi morali ed etici hanno prevalso su tutte le altre considerazioni di carattere  materiale. Un esempio per tutti: alla fine degli anni Ottanta, l’unanime grande indignazione per il Massacro di Piazza Tien An Men portò anche all’embargo sulla fornitura delle armi alla Cina. Quindi è errato credere che la comunità internazionale sia sempre stata moralmente assente. Temo che l’umanità, anche se in buona fede, sia rimasta vittima delle teorie liberiste, che hanno promosso una concezione della società ispirata all’utilitarismo, all’individualismo e al materialismo, ai cui eventuali disordini avrebbe riparato la mano invisibile del mercato. Tali teorie hanno ridotto l’oggetto delle attività economiche alla ricchezza materiale, allontanando l’economia dalle finalità anche etiche della società e identificando il fine economico con l’egoismo individuale. Oggi sussiste anche una grande confusione sull’economia. Economia deriva dal greco òikos nòmos, era cioè la legge per governare la casa che, con l’avvento della pòlis, divenne economia politica. Fino ai fisiocrati del XVII secolo l’economia era una scienza globale, che studiava l’utilizzazione delle risorse disponibili per raggiungere gli obiettivi, che potevano essere diversi, materiali o etici. Sono stati gli economisti classici come Adam Smith e David Ricardo prima, e Karl Marx dopo, che hanno ridotto l’economia a una scienza settoriale, il cui scopo era principalmente il tornaconto, il vantaggio materiale e utilitaristico. Infatti le loro scuole sostenevano che per liberare veramente l’uomo bisognava cancellare «ogni pressione morale e religiosa». Il costo umano di queste teorie lo abbiamo constatato dopo duecento anni: centinaia di milioni di morti a causa di rivoluzioni, repressioni, bombardamenti indiscriminati, fame e carestie, internamento e assassinio nei lager, gulag e laogai, più innumerevoli altri milioni di bambini direttamente uccisi nell’utero delle madri. Probabilmente è stato a causa di questa comune visione materialista della vita che il grande capitale ha sempre collaborato con i regimi comunisti. Solzenicyn dichiarò varie volte che il regime sovietico si reggeva solamente grazie all’aiuto tecnologico e finanziario dell’Occidente. Lo stesso vale per la Cina capital-comunista di oggi. Nel suo libro Vodka Cola il famoso sindacalista americano Charles Levinson denunciò come, sin dagli anni Venti del secolo scorso, le banche americane ed europee collaboravano con il regime sovietico per produrre nei gulag e vendere in Occidente, costringendoci a toccare con mano che il capitalismo e il comunismo sono due facce della stessa medaglia. In una società sana sussistono, innanzitutto, principi etici che trascendono la vita umana e che vengono trasformati in obiettivi pratici dalla politica. L’economia studia l’utilizzo delle risorse disponibili per raggiungere i fini politici comuni. La statistica e la finanza sono semplici strumenti dell’economia. Oggi è tutto al contrario! Le origini per così dire filosofiche della pianificazione familiare sono, quindi, l’utilitarismo e l’edonismo, che Amintore Fanfani e Francesco Vito, nei loro testi di economia, chiamavano giustamente «spirito capitalista». Questo spirito, o interpretazione della realtà, è stato presente durante la storia in tutte le società ma, in alcuni casi, è stato tenuto sotto controllo dalla forza morale dello Stato e dalla solidarietà sociale della comunità. In altri casi, come accade oggi, risulta preponderante. Quello che succede attualmente in Cina è solo l’estrema razionalizzazione del liberismo, per il quale l’uomo è solo un’unità produttiva e consumatrice da sfruttare, senza nessun riferimento a principi morali e non economici. Rendiamoci quindi conto che tutto ciò che riconosciamo essere immorale si rivelerà, presto o tardi, controproducente anche in termini pratici ed economici.

figlio unico cina foto bambino cinese

Quale è la risoluzione che dobbiamo adottare? Credo che la battaglia vedrà tempi lunghi, poiché è veramente necessaria una rivoluzione di valori. Alle nuove generazioni sono stati trasmessi modelli di vita basati unicamente sul soddisfacimento materiale. Oggi è considerato giusto ridurre la produzione per aumentare i prezzi, la pirateria informatica è cosa «furba», ciò che conta è guadagnare soldi a ogni costo. Al contrario, bisogna educare i giovani ai valori eterni di onestà, generosità, lealtà, giustizia e spiegare loro il rimorso, l’esame di coscienza, l’idea di sufficienza e la cognizione che la libertà e il denaro sono mezzi e non obiettivi ultimi della vita. L’umanità deve riconquistare una visione trascendente della vita. Deve riscoprire la dignità della persona per liberarsi dall’angoscia della ricerca continua e mai soddisfatta della ricchezza materiale. Così l’uomo potrà vivere tempi nuovi all’insegna di valori, come il piacere di fare e dare senza tornaconto, che lo renderanno veramente felice e degno del suo nome. Solo così avremo un giorno un mondo con maggior giustizia sociale e leader politici capaci di individuare le giuste priorità.

La Laogai Research Foundation ha pubblicato un libro sulla pianificazione demografica in Cina

Traffico degli organi

Se incutere paura al popolo è il primo scopo delle esecuzioni, il secondo è l’espianto di organi freschi a scopo di vendita, spesso senza il consenso delle vittime o dei parenti. Migliaia di fegati, reni e cornee cinesi sono immessi nel mercato internazionale del traffico di organi, anche via internet. Secondo le organizzazioni umanitarie internazionali, il 95% viene dai corpi dei condannati a morte. Il governo cinese ha sempre negato queste accuse. Solo nel novembre del 2006 un altissimo funzionario del Ministero per la Salute, Huang Jefu, ha riconosciuto, durante una conferenza di chirurghi a Guangzhou, che “ a parte un piccolo numero di vittime di incidenti di traffico, la gran parte di organi espiantati viene da prigionieri uccisi

Proprio per questo la Cina è accusata dell’enorme traffico di organi

Ma c’è anche un mondo in cui per tanti giovani l’unica via di fuga dalla miseria sembra quella di vendere una parte del proprio corpo. ogni tanto se ne parla, ma vederla in un reportage tutto italiano è decisamente uno shock. Il dvd è intitolato “Pezzi di ricambio” ed è edito dalla Feltrinelli

immagine operazione espianto organi Cina organo espiantato

Gli organi vengono espiantati subito dopo l’esecuzione e trasportati in apposite ambulanze. Vi sono oggi almeno 600 ospedali specializzati in questo traffico ed i relativi profitti sono altissimi, se si considera il prezzo di vendita degli organi che spesso arriva a decine di migliaia di dollari.

Il traffico degli organi umani è una realtà perfino in Europa, nonostante l’esistenza di norme legali e misure di controllo considerate efficaci.

Recentemente il governo cinese ha approvato alcune leggi atte a regolarizzare il “mercato nero” degli organi umani. Secondo queste normative, la precedenza nella distribuzione degli organi andrebbe ai cittadini cinesi, i chirurghi cinesi non potrebbero viaggiare all’estero per effettuare espianti e, soprattutto, il  consenso del prigioniero per la donazione dei propri organi dopo la morte dovrebbe essere obbligatorio. Tuttavia, come denuncia Human Rights Watch in un reportage della CNN dell’11 febbraio 2007, “…parliamo di condannati a morte che possono essere soggetti a qualunque pressione, e quindi il loro non può essere un gesto volontario”. Soprattutto in Cina dove, spesso, le confessioni sono ottenute mediante la tortura.

donna condannata a espianto organi in ospedali Cina contenitore per traffico organi internazionale

Addirittura la Galleria St Louis sta preparando un’esibizione di cadaveri plastinati dei condannati a morte cinesi (dal 2.10.2010 al 31.1.2011). Pratica denunciata nel Congresso USA.

Ricordiamo inoltre che la cultura tradizionale cinese è contraria a qualunque manomissione del corpo, e quindi all’espianto, perché la salma del defunto deve essere  integra e intatta, per il rispetto dovuto  agli antenati.
Ancora più spietata appare perciò la persecuzione contro i Falun Gong o Falun Dafa. E’ questo un movimento religioso non violento, basato sulla tolleranza, la ricerca della verità e la compassione. Riunisce aspetti del Confucianesimo, del Buddhismo e del Taoismo, e insegna metodi di meditazione attuati attraverso esercizi ginnici, che hanno lo scopo di migliorare il benessere fisico e spirituale dei praticanti, preservandone la salute. Alla fine degli anni Novanta in Cina vi erano quasi 100 milioni di praticanti del Falung Gong, inclusi numerosi gerarchi del partito. Il Partito Comunista, però, non poteva accettare il fatto che, dopo 40 anni di martellante indottrinamento marxista, ancora tante persone ricercassero altrove una guida morale e spirituale. Jang Zemin, perciò, iniziò dal 20 luglio del 1999 una persecuzione efferata contro i praticanti del Falun Gong. Da allora i Falung Gong vengono arrestati, imprigionati nei campi di lavoro forzato, i laogai,  uccisi, e i loro organi espiantati e venduti sul mercato internazionale degli organi.  Successivamente spesso i loro corpi vengono cremati per cancellare la prova del crimine commesso. Dal 1999 il movimento denuncia le migliaia di esecuzioni capitali ed espianti di organi alla comunità internazionale. David Kilgour, ex membro del Parlamento Canadese ed ex segretario di stato dello stesso governo canadese, con David Matas, avvocato, ha pubblicato nel luglio del 2006 un rapporto sulla “Conferma di espianti di organi a praticanti del Falun Gong”. Questo rapporto è stato rivisto ed aggiornato nel gennaio 2007.  Nel documento si elencano le prove degli arresti di massa, delle repressioni, delle uccisioni, si documentano le salme private di organi e i corpi cremati dopo l’esecuzione, si intervistano le vittime e si forniscono i prezzi di vendita degli stessi organi. Poiché, ricordiamolo, nella Cina capital-marxista oggi il nuovo Dio è il Denaro. Gli autori concludono il rapporto confermando che, sulla base della loro investigazione, le accuse sono vere e il governo cinese dal 1999 ha fatto uccidere innumerevoli praticanti del Falun Gong, facendo espiantare, contro la volontà dei proprietari, i loro organi vitali, inclusi il cuore, i reni, il fegato e le cornee, per poi metterli in vendita ad alti prezzi sul mercato degli organi. Tale pratica satanica continua tuttora.

Le esecuzioni capitali, con la relativa vendita degli organi, sono uno dei principali fenomeni che derivano dal mancato rispetto dei diritti umani in Cina. Evidenziano la precarietà e la corruzione del sistema giudiziario cinese e la mancanza di garanzie per chi è arrestato; mettono in luce la violazione dei principi etici e morali insita nell’’espianto degli organi senza il consenso del condannato. Il 17 aprile 2006 ventotto membri del Congresso Statunitense hanno scritto una lettera al Presidente Cinese Hu Jintao per denunciare questa pratica orrenda e chiederne la cessazione. Lo stesso Congresso USA ha dedicato un’audizione del Comitato per le Relazioni Internazionali a questo argomento il 29 settembre 2006. Alla seduta hanno partecipato come testimoni anche  Harry Wu, Presidente della Laogai Research Foundation di Washington, Thomas Diflo, sanitario del Centro Medico dell’Università di New York, e Wang Guoqi, ex medico di un ospedale militare cinese.

La ricerca del profitto a tutti i costi conduce anche a pratiche mediche molto rischiose. Infatti l’agenzia di stampa AFP informa, in un comunicato del 14 marzo 2006, che il Ministro della Salute giapponese ha ordinato un’inchiesta sulla fornitura di organi a pazienti giapponesi, dopo che almeno sette di questi sono morti in seguito a trapianti effettuati in Cina.

Il traffico forzato di organi ottenuti senza l’assenso dei donatori ha provocato la pubblica riprovazione e la condanna di numerose organizzazioni mediche. Il prof. Francis Demonico, della Canadian Transplantation Society, si è opposto recisamente all’uso di organi dei condannati a morte per gli espianti poiché “la crescente richiesta di organi sembra causare una crescente domanda di esecuzioni capitali”. Anche il prof. Stephen Wigmore,  della British Transplantation Society, durante un’intervista con la BBC nell’aprile del 2006, ha affermato: “…una montagna di  testimonianze e prove suggerisce che gli organi dei condannati a morte sono espiantati senza il loro consenso; la velocità con cui si possono trovare gli organi adatti ai pazienti sembra anche confermare che i prigionieri sono selezionati prima dell’esecuzione a seconda del  tipo di sangue e di organo da trapiantare”. Attualmente due ospedali del Queensland in Australia hanno deciso di cessare l’addestramento di chirurghi cinesi per non favorire questo macabro traffico a scopo di profitto.

La CBS, stazione televisiva americana, ha denunciato nell’aprile del 2007 la tragedia di  Meng Zhaoping, contadina cinese,  il cui figlio venne ucciso nel gennaio del 2005 senza che le fosse possibile rivederlo né prima né dopo l’esecuzione. Meng Zhaoping si è recata numerose volte sia al tribunale provinciale che a Pechino per chiedere informazioni sull’uccisione del figlio e sul luogo della sepoltura.  Dopo due anni di tentativi falliti e di silenzio delle autorità, Meng Zhaoping ha dedotto  che gli organi del figlio devono essere stati espiantati. Ha confermato  inoltre che nel suo testamento questi non menzionava la donazione degli organi. “Tutto quello che volevo era vederlo un’ultima volta. Era mio figlio, perché non mi hanno permesso di dirgli una sola parola?” conclude Meng  Zhaoping.

Questo è il vero volto della Cina che nessuna iniziativa diplomatica, interesse economico-finanziario  e/o di circostanza, può riuscire a nascondere.  Eppure l’occidente ha detto “sì” alle Olimpiadi di Pechino, profanando l’antica celebrazione dei giochi in onore di Zeus Olimpio, che interrompevano la guerra e, attraverso i secoli, sono giunti fino a noi,  reinterpretati come simbolo di pace, giustizia, solidarietà, amicizia tra i popoli, oltre che di impegno nell’educazione del proprio corpo allo sport e alla vittoria.

La stampa internazionale, Amnesty International, Human Rights Watch, la Laogai Research Foundation e numerosi politici e deputati di vari paesi non si stancano di condannare le esecuzioni capitali e la vendita degli organi dei condannati a morte.

Oltre al Congresso USA, i giornali e le riviste menzionati in questo capitolo, anche la Commissione Europea ha espresso dubbi sulle recenti regole introdotte dal governo cinese sull’espianto degli organi, poiché non tengono conto dell’assenso del donatore, soprattutto nel caso di persone morte in carcere o giustiziate. Il Parlamento Irlandese, un senatore belga, che ha condotto un’ inchiesta a carattere personale fingendosi in cerca di un rene, e numerosi parlamentari e membri del governo australiano confermano la loro condanna per questo traffico raccapricciante, che utilizza il corpo umano come fonte di alti profitti per i membri del governo, le autorità e gli ospedali  cinesi. Una direttiva europea contro sulle donazioni di organi dovrebbe essere adottata entro giugno 2010 dall’Europarlamento, consentendo all’Europa di avviarsi sulla strada di una migliore regolamentazione in questo campo.

La Cina ha tentato di contrastare la notizia degli organi prelevati senza consenso ai morituri, che ha fatto il giro del mondo. Ha prodotto un film di propaganda intitolato “Voci dal buio”. Nella pellicola, girata in un’oscura prigione, dove i detenuti attendono la conferma o la proroga dell’esecuzione, una bella giovane nell’ultima lettera ai suoi parenti detta allo scrivano ufficiale una frase. “Ho agito male nella mia vita, ma riparo donando ora gli organi perchè la parte più utile di me sopravviva e sia di vantaggio agli altri”. Il film, di cui non possiamo riportare nè il nome del regista nè quello del produttore, è stato proiettato un solo giorno, il 4 settembre 2008, al cinema Nuovo Sacher di Roma. Il pubblico era perplesso ed ha accolto con interesse l’opinione della Laogai Foundation al riguardo.

La scoperta dell’espianto di organi, in funzione punitiva e ai danni di una comunista colpevole, è narrata nel romanzo di Yiyun Li “I girovaghi” (titolo originale The vagants), Einaudi, Torino 2010.

Evidentemente la verità si fa strada e scavalca il segreto di stato.

Per un aggiornamento sulla situazione attuale in Cina leggi l’articolo Il silenzio sulle libertà fondamentali in Cina

Conversazione con il Prof. Rocco Maruotti, chirurgo di fama internazionale: clicca qui per leggere la sua intervista

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Esecuzioni capitali

Oggi migliaia di persone, accusate spesso nel corso di processi sommari, sono condannate a morte in Cina mediante la fucilazione, eseguita di frequente  davanti ad un pubblico appositamente convocato che include studenti universitari, scolaresche delle scuole medie e parenti dei condannati, cui inoltre spetta l’onere di pagare il costo delle pallottole usate contro i loro congiunti. Continua dai tempi di Mao Zedong l’uso di trasportare i condannati al luogo dell’esecuzione su autocarri scoperti. Tutti quelli che assistono debbono meditare sulle tragiche conseguenze cui conduce trasgredire la legge, giusta o ingiusta che sia.

Amnesty International e altre organizzazioni umanitarie internazionali segnalano da tempo questa orribile pratica. Nel Rapporto 2008 Amnesty International denuncia le migliaia di esecuzioni e l’aumento di iniezioni letali per uccidere i prigionieri e facilitare l’espianto di organi freschi, nonché gli alti profitti derivanti dalla loro vendita, ma i dettagli delle esecuzioni delle migliaia di persone uccise ogni anno in Cina sono un segreto di stato.

immagine donna uccisa cina foto giovane cinese condannata a morte

Il numero delle esecuzioni capitali è ancora considerato segreto di stato in Cina. Durante un’intervista all’Agenzia Reuters nel febbraio 2006, Liu Renwen dell’Accademia Cinese delle Scienze Sociali conferma che il numero delle uccisioni annuali è tra 8.000 e 10.000. Il sistema giudiziario cinese è approssimativo e corrotto, privo delle minime garanzie legali per gli accusati; a prova di ciò, nella stessa comunicazione della Reuters,  si descrivono due casi: quello di un macellaio accusato e ucciso per avere assassinato una cameriera, successivamente ritrovata viva e vegeta, e la vicenda di un marito incarcerato 11 anni per l’assassinio della propria moglie, rintracciata in seguito viva e sposata a un altro uomo. Un rapporto dell’organizzazione internazionale Human Rights in China denuncia il  caso del diciottenne Hugejileitu, ucciso nel 1996. La sua famiglia, venuta a conoscenza della  testimonianza di un altro detenuto, aveva accusato la polizia di aver torturato il giovane. Nel 2005, quasi dieci anni dopo la sua morte, l’agenzia di stampa Xinhua informa che il vero assassino aveva nel frattempo confessato di essere l’autore dell’omicidio per cui Hugejileitu era stato accusato.

cinesi condannati pena capitale. foto foto di un condannato a morte in Cina

Ricordiamo che Manfred Nowak, l’inviato delle Nazioni Unite che ispezionò nel dicembre 2005 alcune prigioni, denunciò l’uso continuo della tortura e chiese al governo di Pechino di abolire le esecuzioni capitali per i colpevoli di crimini non violenti o di natura economica. In un altro suo  rapporto del 10 marzo 2006, ha denunciato anche le confessioni estorte con la tortura. Oggi, nel 2010, il Chinese Human Rights Defender accusa: “Pechino fa leggi di facciata contro le violenze in carcere, ma queste continuano. Anzi stanno peggiorando.

Non soltanto le organizzazioni umanitarie e la stampa internazionale hanno sempre denunciato le esecuzioni capitali in Cina. Il 31 luglio 2010 è stato presentato a Roma il “Rapporto 2010 sulla pena di morte nel mondo” di Nessuno tocchi Caino; il Parlamento Europeo, nel febbraio del 2007, ha chiesto un’immediata moratoria sulla pena di morte e ha dichiarato che, su un totale di 5.420 esecuzioni (dati ufficiali), almeno 5.000 sono state realizzate in Cina, e cioè circa il 91% del totale mondiale di esecuzioni capitali. Anche il Parlamento Italiano durante la seduta del 12 dicembre 2006 ha condannato la mancanza dei principi fondamentali nel sistema giudiziario cinese e l’aumento del numero delle pene capitali in Cina.

Inoltre un membro dell’Assemblea del Popolo, il prof. Chen Zhonglin, ha dichiarato nel marzo 2004 che il numero di esecuzioni capitali in Cina è di circa 10.000 all’anno.  In un comunicato del 9 febbraio 2005, Amnesty International ha affermato che si sta verificando un grande aumento delle esecuzioni capitali in Cina e la pratica del “colpisci duro”, che tende ad aumentare il numero delle esecuzioni durante i periodi delle festività, continua ininterrotta. L’organizzazione umanitaria ha dichiarato che almeno 200 esecuzioni sono state effettuate nelle due settimane precedenti l’inizio dell’anno lunare, il 9 febbraio 2005, e che almeno 650 altre uccisioni sono state riportate dalla stampa locale tra il dicembre 2004 e il gennaio 2005.

Perché si viene uccisi in Cina oggi? Nel 1989 i reati puniti con la pena di morte, previsti dal codice penale, erano venti, ora sono sessantotto. Tra questi ultimi: frode fiscale, contrabbando, traffico d’arte, violazione di quarantena se ammalati, reati per danni economici, apparte¬nenza anche indiretta ad “organizzazioni illegali”, ecc.  L’allargamento dell’area dei delitti repressi con la punizione capitale non promette nulla di buono, considerando anche la superficialità dei tribunali, che celebrano processi privi di garanzie legali per gli accusati.

Ricordiamo il caso dell’uiguro Ismail Semed, ucciso il 9 febbraio 2007 dopo la condanna pronunciata dal Tribunale del Popolo della città di Urumqi, nella provincia dello  Xiniang.  L’accusa era quella di secessione, di ”voler dividere la patria”. Nello Xiniang,  infatti, vive una minoranza di circa 40 milioni di persone di religione musulmana, continuamente perseguitata dal regime.  La moglie di Ismail racconta, in un comunicato di Voice Free Asia che il marito, durante un breve incontro di pochi minuti  prima di essere ucciso, le ha rivelato che la sua confessione era stata ottenuta con la forza e le raccomandava “di pensare ai figli e di educarli bene”.   Lo stesso destino hanno sofferto Wang Zhedong, condannato a morte dal Tribunale di Yingkou per frode nel marzo del 2007, e Zhao Yanbing, operaio edile, condannato a morte dal Tribunale Popolare di Linfen nella provincia di Shanxi nel luglio del 2007. Ugualmente il Tribunale n. 1 di Pechino ha condannato a morte  nel luglio del 2007  Zheng Xiaoyu,  capo dell’agenzia cinese che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari e farmaceutici. Nell’accusa di corruzione, a lui rivolta, per avere accettato denaro in cambio dell’approvazione di medicinali contraffatti, con il rischio di danneggiare l’immagine della Cina e provocare ripercussioni economiche negative per la finanza cinese, non si accennava affatto alla salute dei pazienti. La stampa internazionale si è occupata di questo caso.  Un articolo del Washington Post  ricorda che “mentre Mao considerava il denaro un nemico della rivoluzione, ora il denaro è la base della nuova ideologia”. Allo stesso modo, nel giugno 2010, il tribunale intermedio del Popolo di Lhasa ha condannato Sonam Tsering a causa delle rivolte in Tibet di due anni prima.

Nel 2010 la Corte Suprema del popolo cinese ha diramato le linee guida sull’utilizzo della pena di morte, sottolineando come la pena di morte dovrebbe essere inflitta solo a coloro che hanno commesso crimini “estremamente gravi”.
Di queste persone  è giunta almeno notizia, ma degli innumerevoli altri?
In seguito all’aumentata pressione internazionale, il regime cinese ha approvato  nel 2006 una legge secondo la quale dal gennaio 2007 tutte le esecuzioni capitali devono essere riviste e convalidate dalla Corte Suprema del Popolo perché ne sia assicurata la validità.  Come descrive il recente rapporto di Human Rights in Cina, le nuove riforme e leggi introdotte dal regime comunista dall’ottobre 2006 al marzo 2007 prevedono la revisione di tutte le pene capitali da parte della Corte Suprema, il rifiuto di confessioni ottenute mediante la tortura e l’originale disposizione che i giudici della stessa Corte Suprema  debbano, per principio,  interrogare l’accusato. Quante corti supreme occorrerebbero in un paese con 1.300.000.000 abitanti?
Il nuovo principio adottato dal partito sarebbe di “uccidere meno ed uccidere con attenzione”.  Tuttavia, come giustamente denuncia il rapporto, quale valore possono avere tali  misure in un sistema dove l’attività di tutti i tribunali è diretta dal comitato legale-politico del partito comunista, da cui i giudici dipendono per la carriera, i salari e gli altri benefici; dove esiste il segreto di stato sulle procedure legali, sul numero delle esecuzioni, sulle prove e le motivazioni che hanno portato alla pena capitale; dove si usa la tortura per ottenere le confessioni; dove non esiste la minima garanzia di un processo equo e di  presunzione di innocenza almeno fino a quando si è riconosciuti colpevoli; dove spesso gli avvocati della difesa sono intimiditi, picchiati, arrestati; dove l’ avvocato difensore non può interrogare i testimoni ? La risposta a questo interrogativo è intuitiva.

Nel settembre 2010 la Cina ha adottato una nuova misura per limitare il numero delle condanne a morte e prevenire quelle errate. Dopo che, nel 2007, la Corte Suprema del Popolo si è ripresa il potere esclusivo di riesaminare le condanne capitali, questa interpretazione è un ulteriore passo verso la diminuzione delle condanne a morte.

La Riforma della legge sulla pena capitale, avverrà in realtà… Spesso vi sono delle vere e proprie campagne di immagine che promettono riforme, ma che non accadono mai…

Nonostante tutto ciò, anche nel 2010, la Cina si aggiudica il primato di Paese con il maggior numero di condannati a morte.

Diritti umani ed economia

Hilary Clinton durante il suo viaggio in Cina nel febbraio del 2009 ha dichiarato che i diritti umani non devono interferire con i rapporti economici. Non è la sola. Molti credono che i diritti umani e la libertà di parola e di opinione siano delle belle cose ma che la realtà economica debba avere il soppravvento. Si sbagliano perchè i diritti umani e l’economia sono due concetti direttamente legati. Tutto ciò che è immorale, prima o poi, si rivelerà controproducente in termini pratici ed economici

Ministro esteri Usa e Presidente cinese incontro in Cina dollari usa e yuan cinese
Clinton e Hu Jintao Moneta statunitense e cinese

Purtroppo, gli accordi dell’Organizzazione Mondiale del Commercio permettono di difendersi dalle pratiche del dumping e della sovvenzione pubblica ma non permettono la difesa contro il “dumping sociale” di quei paesi, come la Cina, che usano il lavoro forzato ed il lavoro minorile per aumentare la loro competitività e questo nonostante che i precedenti accordi del GATT del 1994 prevedevano una clausola (la XX/e) contro il lavoro forzato. Infatti in Cina, oggi, esiste una vasta rete di più di mille campi laogai dove milioni di persone sono costrette a lavorare fino a 18 ore al giorno a vantaggio economico del regime comunista cinese e di numerose imprese che investono in Cina. Eventi recenti, tuttavia, ci incoraggiano. Alla fine del 2009, il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione riguardo all’etichettatura d’origine, la presidenza svedese dell’UE (uscente) e quella spagnola (entrante) hanno pubblicato, nel novembre del 2009, un documento a difesa dei diritti dei lavoratori e Peter Mueller, rappresentante della Laogai Research Foundation, ha recentemente ottenuto il sostegno di numerosi Europarlamentari. Fra questi: Edward McMillan-Scott, Vicepresidente, Crescenzio Rivellini, capo Delegazione UE/Cina e Heidi Hautala, Presidentessa del Comitato per i diritti umani. La

striscione per verità sui campi di lavoro in Cina
Manifestanti chiedono di investigaresui campi di lavoro forzato

La Fondazione Laogai ha anche chiesto al Commissario Ashton ed al Commissario Ferrero Waldner di sospendere il sistema delle agevolazioni daziarie (GSP) per la Cina poichè la stessa sfrutta il lavoro forzato dei laogai ed il lavoro minorile nell’export (la laogai chiede all’UE la sospensione dello schema di preferenze tariffarie generalizzate per le importazioni cinesi). Grazie all’Associazione “La Torre”, i Comuni di Volano, Calliano e del C10, la Coldiretti e l’Associazione Artigiani, si sono svolti vari convegni contro i laogai ed il lavoro forzato in Trentino. Danilo Merz, direttore della Coldiretti della regione, ha denunciato che “molti laogai producono nel campo agro-alimentare ed alimentano le importazioni cinesi in Italia ed in Europa”. È stata anche passata una legge per proteggere il “made in Italy” dal Parlamento Italiano (Reguzzoni/Versace) nel dicembre 2009. Questa legge permetterà l’etichettatura obbligatoria sui prodotti tessili, dell’abbigliamento, dell’arredo casa, delle calzature e della pelletteria (Il made in Italy e il lavoro forzato). Ottima anche l’azione del Ministro Zaia riguardo alla difesa dei prodotti agro-alimentari italiani (Made in china purché regolare)Tuttavia il problema fondamentale è l’uso del lavoro forzato e dello sfruttamento umano e del lavoro minorile da parte della Cina per aumentare la sua competitività sui mercati internazionali. Quindi il problema etico dei diritti negati e dell’economia sono direttamente connessi. Ripetiamo che tutto ciò che è immorale (l’uso del lavoro forzato e del lavoro minorile) sarà, presto o tardi, deleterio in termini economici (la disoccupazione e le bancarotte di impresa). Le autorità cinesi, italiane  ed internazionali tuonano contro il “protezionismo” ma dimenticano che è proprio la Cina che, contrariamente agli accordi del WTO, applica forti dazi sulle importazioni come nel caso delle auto, i pezzi di ricambio delle stesse, alcuni prodotti agricoli ed ha anche bloccato le importazioni di altri prodotti come i libri, i DVD ed il prosciutto italiano! Inoltre, il governo cinese, alla faccia del mercato libero, sostiene le imprese esportatrici mediante agevolazioni fiscali, bassi tassi di interesse e l’uso gratuito della terra (Cina, il trionfalismo mal riposto).  Due recenti rapporti della Laogai Research Foundation confermano che almeno 415, fra i mille laogai conosciuti ed operanti oggi, sono molto attivi nell’export (Il segreto dell’export cinese).

Numerose sono le convenzioni internazionali concernenti il lavoro, sotto¬scritte da almeno centocinquanta Paesi, tra cui la Cina, che non vengono rispettate da Pechino. L’importazione dei prodotti, spesso nocivi alla salute e derivati dal lavoro forzato e minorile, non è soltanto profondamente immorale ma è anche molto dannosa alla nostra economia, soprattutto nel contesto dell’attuale crisi.  Solamente subordinando i rapporti commerciali con la Cina al rispetto delle convenzioni internazionali potremo, partendo da principi etici anche difendere i nostri interessi economici.









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Rieducazione nel Laojiao

Da:
http://www.gdp.ch/articolo.php?id=4769

Pechino
La verità sui gulag cinesi: torture e lavori forzati
Pubblicato un raro documento sui campi di rieducazione

di Maria Acqua Simi

Torturate, malnutrite, costrette a turni di lavoro massacranti, private di qualsiasi diritto.
Questo il drammatico ritratto delle prigioniere dei campi di lavoro nella Provincia settentrionale cinese del Liaoning, reso noto dal reportage di “Lens”, un mensile cinese, basato sui racconti di attivisti, ex funzionari dei campi ed ex prigionieri.

Racconti che vertono principalmente sul campo di lavoro femminile (laojiao) di Masanjia, uno dei 300 «campi di rieducazione attraverso il lavoro» attivi in Cina, dove chiunque può essere rinchiuso fino a quattro anni senza processo.
Nonostante le promesse da parte del Partito comunista di «riformarli», la realtà è che i campi sono in piena attività. E nessuno conosce il numero esatto dei detenuti.

Secondo il rapporto, ogni volta che le donne detenute disobbediscono vengono colpite e torturate con bastoni attraversati da corrente elettrica. «Era estremamente doloroso» racconta una di loro, «quando ti colpivano tutto il corpo tremava».
A un’altra donna il bastone veniva premuto sulla lingua: «Non riuscivo a stare ferma mentre la corrente elettrica si diffondeva nella mia lingua. Era come essere punta da tantissimi aghi».

Altre ancora raccontano di essere state incatenate a una sbarra per le mani anche per un’intera settimana. Spesso le manette venivano fissate al soffitto dove le donne restavano appese senza che i piedi potessero toccare terra. Secondo la legge cinese queste torture sono vietate, così come è vietato far lavorare i detenuti per più di sei ore al giorno.

Ma le donne a Masanjia lavorano ogni giorno tra le 12 e le 14 ore, per essere «rieducate meglio», producendo vestiti. Si comincia alle 5 del mattino e se si va troppo lenti o se gli standard di qualità non vengono rispettati si viene picchiati costantemente.
Le prigioniere affermano anche di avere costruito strade e coltivato 2500 acri di terra a grano e cotone.

Secondo Peng Daiming, ex vice-amministratore del campo di lavoro, il laojiao ospita fino a 5mila detenute, che con il loro lavoro generano un guadagno di 100 milioni di yuan all’anno (circa 12 milioni di euro) che va nelle tasche del Partito comunista e dello Stato.

Chi si sente male, per le percosse o la malnutrizione, deve pagarsi il medico o restare malato. In nessun caso può assentarsi dal lavoro: anche chi non sta bene deve produrre allo stesso ritmo degli altri.

Nessun giornale cinese ha ripreso il rapporto di “Lens”.
Il servizio è stato subito censurato dalle autorità cinesi. A gennaio il Governo cinese aveva promesso di riformare i “campi di rieducazione attraverso il lavoro”.
Ma alla recente prima sessione della 12esima Assemblea nazionale del popolo non se n’è neanche parlato.

Da racconti come questi si capisce bene perché i cinesi non credono ai discorsi dei quadri di partito, come quello tenuto recentemente dal segretario del partito comunista Xi Jinping, che ha parlato di «sogno cinese» e di «benessere della popolazione» da raggiungere grazie al «socialismo con caratteristiche cinesi».
Lo stesso che ha generato l’orrore dei laojiao.

11.04.2013

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Il rischioso mestiere del giornalista

Fonte: http://tuttiicriminidegliimmigrati.com/padova-inviati-de-le-iene-circondati-e-pestati-a-sangue-da-decine-di-cinesi/

L’inviato della trasmissione tv Le Iene, Luigi Pelazza, è stato picchiato selvaggiamente durante la registrazione di un servizio. I fan del programma di Italia1 penseranno: avrà fatto i soliti reportage su droga e prostituzione dal Brasile o dalla Cambogia. E invece no, l’aggressione è avvenuta a Padova, in corso Stati Uniti, al Centro Ingrosso Cina. Il giornalista e la sua troupe (due autori che fungevano da operatori) hanno riportato ferite ed escoriazioni, dopo essere stati presi d’assalto da un gruppo di una ventina di cinesi, che s’è impossessato di una telecamera, mandandola in frantumi.
L’antefatto. Circa un mese fa due attori de Le Iene avevano acquistato (ovviamente senza ricevere lo scontrino) al Centro Ingrosso Cina dieci giocattoli. Dopo averli fatti analizzare, in sette di questi sono state trovate tracce di italati, composti chimici che, secondo alcuni studi, risulterebbero nocivi alla fertilità dei bambini. Ecco perché Le Iene sono tornate in azione, nel padiglione al civico 45. «Sono entrato nel capannone dove avevamo preso i giocattoli», racconta Pelazza, «e ho chiesto perché non li ritiravano dal mercato. Dopo aver ricevuto alcune risposte garbate, ci siamo ritrovati circondati da una ventina di cinesi sbucati dal nulla».

L’aggressione. Una vera e propria spedizione punitiva con i cinesi che, per prima cosa, hanno puntato alla telecamera, strappandola dalle mani dell’operatore e facendola cadere a terra. Mentre uno degli autori esce dal padiglione, alcuni orientali saltano sopra la telecamera per distruggerla completamente, prima che venga aggredito anche il giornalista. Un cinese strappa dal collo la collanina a Pelazza che inciampa, cade, e mentre è a terra viene circondato da sette ragazzi che iniziano a prenderlo a calci. Nella colluttazione cade anche l’operatore, prima che i due riescano ad uscire e chiamare i carabinieri. «Ce la siamo proprio vista brutta», ammette Pelazza. «Avevo paura che qualcuno sferrasse anche una coltellata. È stata impressionante la foga con cui venti persone si sono accanite contro noi tre. Ma soprattutto è incredibile come, appena cinque minuti dopo aver frantumato la telecamera, avevano già fatto sparire tutti i cocci. Attorno a noi c’era anche altra gente, cinesi e italiani, ma nessuno ha fatto nulla».

I soccorsi. Arrivano due pattuglie dei carabinieri, che identificano e denunciano quattro aggressori, tre uomini e una donna, per violenza privata e percosse. I militari ritrovano anche i resti della telecamera e la riportano alla troupe, che sta cercando di recuperare le immagini dalle schede di memoria. Pelazza è già tornato a Milano: «Dispiace per gli 8mila euro di danni. Il collo mi fa male forse oggi vado al pronto soccorso».

Fonte: freeanimals-freeanimals.blogspot.it
Link: freeanimals-freeanimals.blogspot.it/2013/ 04/il-rischioso-mestiere-del-giornalista.html#more
23.04.2013

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Stanno facendo perssione alla Cina… sono in linea con quello che sta succedendo in corea del nord…..e nel mare del Giappone.
Mi pare che questi attacchi mirati alla comunità cinese si ascrivono a ordini esterni che i nostri sevi del governo sono sempre pronti ad eseguire.

Queste pressioni dovrebbero indurre la Cina a spendere di + negli armamenti e quindi a fermare definitivamente il suo sviluppo economico…
oppure vorrebbero una guerra ( calda ) sul pacifico, che vede come teatro, il giappone la corea nord e parte del sud est ( una zona che metterebbe la parola fine alla libera circolazione delle merci (soprattutto Cinesi )……
Questa gurra dovrebbe sfociare in una grave crisi che porterebbe ad una rivoluzione interna ( del partito comnista cinese con una nuova linea di idee per compiacere all’occidente ) con lo scopo di destituire il Vecchio Partito comunista cinese e introdurre un Partito con apertura totale alle leggi del mercato e al Neoliberismo ( Pseudo democratico )….
Insomma un altro colpo di stato come quello avvenuto in Russia….
provocato dagli USA e guidato da pressioni militari ma soprattutto supportato da tutto il mondo finanziario internazionale…..un Golpe provocato dalla cirisi economica che ha colpito anche il gigante asiatico pesantemente.
E se hanno investito in Italia lo hanno fatto solamente per sostenere i consumi interni che sono crollati al minimo, quindi sono qui per difendere il mercato di cui loro sono i + interessati in quanto primi esportatori ( interessi privati dei cinesi e non aiuti umanitari ).

La Cina però si sta difendendo…..allargando la sua influenza in Africa, e in Asia….commercia fortemente con l’Australia…compra minerali di ferro e cabone fossile…fregandosene dell’inquinamento……
Esegue le stesse politiche industriali degli Stati Uniti, ma a loro non vengono risparmiate le critiche mentre gli USA non le accettano.
tutta la stampa mondiale è mobilitata contro i Cinesi.

Golpe.
Nel futuro prossimo, vedo il golpe, sangue sulle strade,milioni di disperati, disastro, una Cambogia, moltiplicata per 1000…..
Il gabinetto del comando ha deciso e vuole tutto questo.
Milioni di morti di cui non importa nulla al demonio che sta in cima….
Bildeberg, massa di criminali ( definiti grandi sognatori da marione ).

Il + grande Business mondiale sta per iniziare un progetto di sangue…
chissa se dopo ci sarà ancora vita in giro…. ciò comfermerebbe anche il 2° piano dabolico, di riduzione di 1/3 della popolaziona mondiale….
Il capitalismo ha bisogno di molte risorse, che non si possono + trovare x questa massa enorme mondiale. ( i problemi si risolvono con le guerre il modo + economico che esiste, a patto però a combattere ci mandano i figli degli altri).

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Cina. Gli incidenti di massa della generazione 80

I «balinghou», il nuovo esercito di riserva del capitalismo cinese, sono i protagonisti all’agitazione spontanea che investe il Paese Questa classe di lavoratori ora rivendica più salario e migliori condizioni di vita Né rurali né urbani, sottopagati, costretti a vivere nelle periferie delle grandi città, ad affitti alti

PECHINO. Chi dice siano 50mila, chi 60mila, chi arriva a sostenere che siano 180mila all’anno. Parliamo di quelli che in Cina vengono definiti «incidenti di massa», ovvero scioperi, rivolte, proteste. Negli ultimi anni a fronte di eventi che hanno contraddistinto lo sviluppo cinese, sono aumentati, tanto che Pechino ha chiuso i rubinetti delle informazioni, segnalando come «segreto» il dato sul numero esatto dei disordini.

Se ne parla tanto, ma cosa significano questi «incidenti di massa»? Stando al numero crescente e alle cause, sembrerebbero indicare due cose: una rinascita della lotta di classe in Cina e l’emergenza di una classe media che chiede migliori condizioni di vita, dato l’aumento dell’inquinamento nelle grandi città e le sempre più drammatiche condizioni della «sicurezza alimentare». In testa alla lista degli «incidenti di massa» ci sarebbero le proteste dei lavoratori e quelle «sociali» per l’ambiente, che stando alle ultime e non ufficiali statistiche supererebbero ormai le prime. Sono due facce della stessa medaglia, il risultato di anni di una politica economica che ha finito per espropriare lavoratori e territorio per dare vita alla locomotiva cinese. Un successo basato sullo sfruttamento della nuova forza lavoro creata dall’epoca delle riforme e poco attento all’utilizzo delle risorse circostanti. Il primo aspetto, legato al mondo del lavoro, in particolare, si inserisce nell’ambito di una riflessione politica in atto da tempo in Cina. Solo nel mese di marzo ci sono stati cinquanta scioperi, tutti contraddistinti da richieste di aumenti salariali e migliori condizioni di vita.

Proletari incompiuti

Contrariamente a quanto si pensa in Occidente, o a quanto viene spesso comunicato sulla Cina, il paese della Grande Muraglia vede una riflessione politica e teorica da sempre molto attiva. In Cina viene tradotto quasi tutto quanto si affaccia nel mondo filosofico e politico (e naturalmente economico) occidentale, molto più di quanto accada il contrario. E così se spesso si fa riferimento agli scioperi o alle rivolte, quando non ai suicidi, della Foxconn, perché produce i globalmente conosciuti Iphone, poco si dice circa la produzione cinese che analizza, studia e cerca di comprendere i nuovi fenomeni lavorativi, associati alla progressione economica del paese. Lu Tu ad esempio è una sociologa cinese. Si è finta operaia e per un anno intero ha lavorato insieme ad altre persone, intervistandole e provando poi a raccogliere la propria analisi in un libro, I nuovi operai cinesi, un boom senza identità, (Zhongguo xingongren, mishi yu juechi, Pechino 2013). Quanto ha osservato Lu Tu è da tempo sotto la lente di ingrandimento di numerosi accademici cinesi, della nuova sinistra o meno. Il processo di accumulazione capitalistico cinese iniziato negli anni Novanta, con il colpo di grazia post 1989, una vera e propria shock terapy, ha dato vita oggi a una nuova classe di lavoratori. Sono i ragazzi, quasi tutti giovani, degli anni Ottanta (i cosiddetti balinghou). Nati in campagna hanno studiato in città grazie alle liberalizzazioni e alle privatizzazioni delle campagne lanciate da Deng, un processo che ha sviluppato l’innata industriosità dei cinesi (come sostiene – tra le altre cose – Giovanni Arrighi in Adam Smith a Pechino) e ha permesso ai genitori di garantire ai figli un’istruzione fuori dai villaggi. Il problema per questi lavoratori è quello di non essere ormai né lavoratori agricoli, né urbani. Stanno in una sorta di limbo che crea l’esercito di riserva per il capitalismo cinese. Devono fare dei lavori mal pagati, una media di 130 euro al mese, costretti a vivere nelle periferie delle grandi città, ad affitti alti, non si sentono né rurali, né urbani perché hanno perso i contorni della propria identità. Eppure questa nuova classe di lavoratori è quella che – rispetto al passato – sembra disposta all’agitazione spontanea, organizzata via sms e smartphone, con chiari intenti di rivendicazione salariale e migliori condizioni di vita. Si tratta di quel fenomeno che molti studiosi in Cina definiscono di «incompleta proletarizzazione» (Pun Ngai and Lu Huilin, Unfinished Proletarianization: Self, Anger and Class Action of the Second Generation of Peasant-Workers in Reform China, Modern China, 2012).

Classe e generazione

Un sondaggio del 2006 condotto dal governo cinese aveva rilevato che oltre il 60 per cento dei laureati si sarebbe trovato negli anni a venire ad affrontare una condizione di disoccupazione. Secondo un rapporto rivelato dal ministero del Lavoro e del Welfare sociale, lo stipendio medio di questi nuovi lavoratori, definiti ancora «migranti», è di circa 1100 yuan al mese. Nel frattempo, il salario medio di studenti universitari neolaureati è sceso a circa un migliaio di yuan mensili, in linea con il trend di diminuzione dei salari visto negli ultimi anni (The Current and Future Condition of China’s Working Class, Chinese Workers Editorial Collective, 2011).

Come si è arrivati a tutto questo? In Cina durante la pianificazione socialista, quando contrariamente a oggi i lavoratori e i contadini avevano largo accesso ai vertici del Partito e al welfare, il sistema dell’hukou (il certificato di residenza) aveva finito per blindare i diritti delle persone al luogo di nascita, in modo da scongiurare massicce migrazioni. Quando invece le Riforme svilupparono l’accumulazione di capitale specie nelle zone della costa cinese, la migrazione divenne una richiesta esplicita del governo. Il sistema dell’hukou garantiva però la certezza che il lavoratore sarebbe tornato in campagna dove avrebbe messo su famiglia, altrimenti sprovvista dei diritti in città. «Questa proletarizzazione è stata quindi caratterizzata da una separazione spaziale tra la produzione nelle aree urbane e la riproduzione sociale in campagna. Questo esercito di riserva di lavoratori cinesi migranti interni, più di 200 milioni a livello nazionale, ha aiutato a ridurre non solo i costi di produzione, ma anche i costi di riproduzione sociale nelle città ospitanti negando ai lavoratori migranti rurali vari tipi di servizi sociali e di istruzione pubblica. Sì è così creata negli spazi urbani industrializzati una sotto-classe permanente» (Ngai Pun and Jenny Chan The Spatial Politics of Labor in China: Life, Labor, and a New Generation of Migrant Workers, 2011). Per questo tipo di lavoratori che costituiscono una minaccia rilevante all’ordine sociale imposto dal Partito Comunista, i dirigenti di Pechino sembrano aver già pensato alla soluzione. Visto che la parola d’ordine è «sviluppare il mercato interno», la spinta verrà data dall’urbanizzazione delle città medie, che potrebbero creare condizioni di vita migliori per questa classe di lavoratori senza identità, placandone per un certo periodo le volontà di lotta.

Potrebbe a questo punto verificarsi un fenomeno già accaduto: in Cina ogni generazione (come quella dei leader, dei registi cinematografici, degli scrittori) presenta nuove istanze, come segno preciso dello sviluppo così rapido del paese. Dopo quella degli anni Ottanta, potrebbe esserci lo scoppio delle problematiche lanciate dai figli degli anni Novanta. Cresciuti durante il boom economico, si affacceranno su un mondo del lavoro in profonda trasformazione. Che tipo di lotte e di coscienza avranno? Lo dirà – forse – la trasformazione economica e sociale in atto.

Simone Pieranni
Fonte: www.ilmanifesto.it
24.04.2013

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COLDIRETTI – L’Italia per anni ha importato i pomodori coltivati nei “lager” cinesi

Segnalazione di www.nocensura.com

LA DENUNCIA DI COLDIRETTI

Importati 85 milioni di chili di merci prodotte nei cosiddetti “Laogai”, i campi di lavori forzati della Repubblica Popolare Cinese.Dalla Cina sono stati importati in Italia 85 milioni di chili di pomodori conservati nel 2012  ”ottenuti anche dai lavori forzati in imprese agricole lager,” i cosiddetti Laogai, che interessano su 1,4 milioni di ettari di terreni che producono per il mercato interno e per l’esportazione. La denuncia è della Coldiretti che commenta così la notizia sulla chiusura dopo 55 anni dei famigerati campi di rieducazione in Cina. ”Dalla Cina – sottolinea la Coldiretti – l’Italia ha importato prodotti agroalimentari per un valore stimato pari a oltre mezzo miliardo di euro tra pomodori, ortaggi e frutta conservata, aglio e legumi mentre il valore delle esportazioni Made in Italy è pari a poco più della metà”. Oltre ad un necessario riequilibrio della bilancia commerciale – secondo Coldiretti – pesano gli effetti di una concorrenza sleale dovuta a situazioni di dumping sul piano sanitario, ambientale e sociale. Se gli standard sanitari sono diversi rispetto a quelli dell’Unione Europea, la produzione in Cina sembra essere infatti anche realizzata – conclude l’associazione di categoria – con sfruttamento del lavoro forzato dei detenuti da parte di molte imprese cinesi impegnate nell’export alimentare, secondo la denuncia Laogai National Foundation.

Fonte: www.fanpage.it

Fonte: http://www.ilfattaccio.org/2013/01/09/coldiretti-litalia-per-anni-ha-importato-i-pomodori-coltivati-nei-lager-cinesi/

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Azienda assembla prodotti hi tech

18.5.2013
foto Ap/Lapresse

06:22 – Altri tre suicidi in un impianto della Foxconn, l’azienda taiwanese con molte sedi in Cina, che produce e assembla iPhone, iPad e prodotti per Nokia, Sony e alter aziende. I tre suicidi, secondo quanto denuncia China Labor Watch, sono avvenuti nel giro di 20 giorni nella fabbrica di Zhengzhou, nella provincia orientale dell’Henan. L’ultimo suicidio è avvenuto lo scorso 14 maggio, quando un trentenne si è lanciato dal tetto della fabbrica.

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“Foxconn, condizioni di lavoro disumane” La denuncia di un giornalista infiltrato – Repubblica.it

“Foxconn, condizioni di lavoro disumane”
La denuncia di un giornalista infiltrato

Il reporter ha trascorso 10 giorni nella sede del colosso tecnologico di Taiyuan, partecipando alla produzione del nuovo iPhone5 di Apple. Il suo diario di viaggio, pubblicato su Shanghai Evening Post, testimonia il malessere dei dipendenti costretti a ritmi massacranti, situazioni igieniche paradossali e mobbing da parte dei supervisori

TAI YUAN (Cina) – Una fucina di progresso. La fabbrica dei sogni, delle meraviglie. La Foxconn International Holdings, la più grande multinazionale in fatto di componenti elettronici, con un giro d’affari da circa 60 miliardi di dollari e più di 1 milione e 200 mila dipendenti, è il colosso taiwanese dove nascono e vengono assemblati tutti gli esemplari del marchio di Steve Jobs, dagli iPad agli iPhone, fino alla neonata versione 5 del famoso smartphone. Ma dal 2009 la Foxconn è stata spesso tristemente citata sulle pagine di cronaca a causa di una serie di suicidi che hanno coinvolto i suoi dipendenti, stressati dall’iperlavoro e dalle cattive condizioni di vita. A ulteriore testimonianza dello scandalo, arriva il reportage di un giornalista cinese dello Shanghai Evening Post: fingendosi un operaio è entrato nella fabbrica di Tai Yuan, nella provincia cinese dello Shanxi, e ha pubblicato un diario della sua esperienza. Dieci giorni da “incubo” fra notti insonni, mobbing, scarafaggi e disumani tour de force nel polo tecnologico d’avanguardia.

LE FOTO

Condizioni igieniche al limite. Per il lancio del suo ultimo “gioiello” l’azienda informatica statunitense di Cupertino ha richiesto di elevare al massimo il grado di efficienza dei suoi poli di produzione per arrivare a immettere sul mercato una media di 57 milioni di iPhone 5 all’anno. Una cifra considerevole. Che richiede qualche sacrificio ai lavoratori. Ma il coraggioso giornalista ha potuto constatare da vicino l’esatto significato che il termine ‘sacrificio’ assume all’interno della sede cinese della Foxconn. “La prima notte nel dormitorio è stato un incubo”, si legge nel reportage. “Il dormitorio intero puzza di spazzatura: un misto di odore di immondizia, sudore, sporco. Fuori da ogni stanza ci sono accatastati rifiuti non buttati”. E ancora: “Quando ho aperto il mio armadio, ho visto sgusciare fuori scarafaggi e le lenzuola che vengono distribuite ad ogni nuovo lavoratore sono sporche e piene di cenere”.

Il training prima di iniziare. Prima di partire con la produzione vera e propria il giornalista ha dovuto fare qualche giorno di rodaggio. “Il giorno dopo la firma del contratto, in cui si fa molta attenzione ai doveri dei lavoratori e meno ai suoi diritti, ci hanno riunito in una sala e siamo stati informati della storia della società Foxconn, delle politiche e delle misure di sicurezza”, scrive il reporter cinese. “Potrebbe non piacervi il modo in cui verrete trattati – avrebbe detto un istruttore – Ma vi assicuro che è per il vostro bene”. Qualcuno avrebbe anche chiesto delucidazioni sulla vicenda dei suicidi. Gli incaricati della gestione del personale “non hanno evitato l’argomento” scrive il reporter, “ma lo hanno liquidato in poche parole”. “Qualcuno ha detto che le condizioni cattive di vita e di lavoro sarebbero responsabili dell’alto tasso di suicidi all’interno della fabbrica”, racconta ancora nel diario. “Ho notato che tutte le finestre del dormitorio hanno grate metalliche che fanno sentire i dipendenti in prigione”.

Il giorno del debutto. Finalmente il giorno dell’ingresso nella fase produttiva. Dopo i giorni di apprendistato il giornalista arriva alle macchine. “Abbiamo raggiunto l’ingresso del piano di produzione. Se il metal detector alla porta d’ingresso trova il lavoratore in possesso di qualsiasi materiale metallico, come la fibbia della cintura, orecchini, macchine fotografiche, telefoni cellulari, lettori mp3, l’allarme suona e viene licenziato sul posto”. È quanto accaduto ad un dipendente che portava con sé un cavo di ricarica Usb. E una volta a lavoro non ci si può fermare, neanche per un minuto: “Un nuovo lavoratore che sedeva di fronte a me era esausto e si è fermato per qualche minuto”, ha raccontato il giornalista. “La vigilanza lo ha notato e lo ha punito chiedendogli di stare in un angolo per 10 minuti, come a scuola”. Il giornalista ha lavorato initerrottamente tutta la notte, fino alle 6 di mattina. Secondo i suoi calcoli, i lavoratori di Foxconn devono marchiare 5 dispositivi – la parte posteriore – al minuto. Si parla di 3mila ogni 10 ore di lavoro. “Ciascuna linea di produzione può arrivare a produrre 36mila parti in mezza giornata – scrive il reporter cinese – è spaventoso”. E al termine della giornata lavorativa di 10 ore un supervisore avrebbe detto: “Chi vuole restare a lavorare fino alle 5 del mattino? Siamo tutti qui per fare soldi! Lavoriamo più sodo! Dovete sentirvi onorati di partecipare alla produzione di un oggetto così prezioso come l’iPhone 5!”. Ma il compenso totale per due ore supplementari di lavoro sarebbe di soli 27 yuan, poco più di 2 euro.

(13 settembre 2012)

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