Sulla necessità dell’infallibilità del Pontefice e sulla condanna della collegialità

Nel ringraziare la Redazione di Radio Spada per l’invito alla riunione svoltasi sabato 3 Agosto a Verona, che ha posto le basi per una collaborazione costante e operativa con noi del Christus Rex, pubblichiamo questo articolo molto interessante, frutto di un lungo lavoro di ricerca, del comune amico Carlo Di Pietro e dal quale emerge che anche Sant’Alfonso si espresse chiaramente e profeticaemente sulla Vacanza delle Sede Apostolica:

di Carlo Di Pietro

Nel testo Verità della fede, al capitolo X (Si prova l’infallibilità del pontefice romano nel definire le questioni di fede e de’ costumi) della parte III (Contro i settarj che negano la chiesa cattolica essere l’unica vera), il Dottore della Chiesa e mirabile educatore, che è Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, affronta il tema dell’Autorità del romano Pontefice con tutto ciò che ne segue per vincolo diretto ed indiretto; il testo, Verità della fede, pubblicato in parte già nel 1762 con il titolo Verità della Fede fatta evidente per li contrassegni della sua credibilità, seguiva la precedente opera di apologetica datata 1756 Breve dissertazione contro gli errori dei moderni increduli;

Nel 1959 Oreste Gregorio, riferendosi all’opera del Liguori che introduce, così scrive “Una ristampa aggiornata dell’opuscolo riuscirebbe gradita anche oggi alla lettura popolare avida di cultura. E si ergerebbe in pari tempo una diga salda davanti alle acque limacciose degli errori che irrompono a gettito continuo da una colluvie di pubblicazioni astiose od immature”; Verità della Fede, che non ha mai perduto la sua “freschezza apologetica per i semplici” spiega “la santità della dottrina cristiana, la conversione del mondo, la stabilità sempre uniforme dei dogmi, la testimonianza delle profezie, la testimonianza dei miracoli”.

Sant’Alfonso nel suo scritto ha intenzione di offrire un valido supporto agli apologeti, al clero in generale ed agli educatori cristiani, nel contrastare e combattere (motivando e documentando quindi istruendo clero e fedeli) ogni forma di eresia: dal protestantesimo manifesto o subdolo, al conciliarismo, all’anti infallibilismo, all’incredulità, al relativismo proprio, ecc …

Cercherò di offrire al lettore odierno un fedele riadattamento del testo, quantomeno del Cap. X della Parte III che qui a noi interessa per tematica affrontata, con alcune “attualizzazioni” che ritengo congeniali per meglio capirsi, facendolo sarà mia premura usare accuratamente le ( ) o il grassetto per evitare confusione o mescolanza dei pensieri. Parte delle citazioni latine che il Liguori estrapola dalla Scrittura, saranno presentate anche con una aggiunta traduzione italiana secondo la Volgata di mons. Martini, Edizione G. Tasso, 1829-1834, opera pubblicata in 36 volumi; in casi di eventuale “incomprensibilità”, sarà aggiunta una terza traduzione, più attuale, proposta da mons. Salvatore Garofalo, da La Sacra bibbia in 3 volumi, Edizione Marietti, 1963, una delle ultime edizioni “non protestanti”. Alcune importanti citazioni latine da altre opere saranno tradotte, ove possibile per le mie competenze, in proprio ed i riferimenti precisi rimarranno in parentesi affinché il lettore benevolo possa controllare o tradurre il mancante. In presenza di dubbio grave eviterò di tradurre e mi scuso sin d’ora per eventuali piccole imprecisioni.

Si legge …

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Anche nell’antica legge la sentenza del sommo sacerdote era infallibile, difatti veniva punito come reo di morte chi non avesse ubbidito ai suoi decreti. Ecco come sta scritto nel Deuteronomio (17,12): Qui autem superbierit, nolens obedire sacerdotis imperio, qui eo tempore ministrat Domino Deo tuo et decreto iudicis, morietur homo ille, et auferes malum de Israel. Chi poi si leverà in superbia, e non vorrà obbedire al comando del sacerdote che è in quel tempo il ministro del Signore Dio tuo, né al decreto del giudice; costui sarà messo a morte e toglierai il male da Israele.

E nell’ecclesiaste (12,11) si dice: Verba sapientium sicut stimuli et quasi clavi in altum defixi, quae per magistrorum consilium data sunt a pastore uno. His amplius, fili mi, ne requiras. – Le parole de’ saggi son come pungoli, e chiodi, che penetrano profondamente, e ci sono state date mediante la schiera d’ maestri all’unico pastore. Figlio mio non cercar nulla di più

E sebbene allora vi era il Sanhedrim (o Sinedrio), che era composto di 70 uomini, nondimeno il sommo sacerdote era colui il quale dirimeva i dubbi e le questioni più pesanti e difficili, perciò egli portava in petto il razionale con l’iscrizione: Iudicium et veritasGiudizio e verità […]. Se dunque un tal privilegio fu concesso alla sinagoga, tanto più deve credersi dato alla Chiesa, la quale, essendo distesa per tutto il mondo e combattuta da tante eresie, ha maggior bisogno di un giudice, il quale sia uno e sia infallibile, che possa presto porre fine agli errori contro la fede e contro l’onestà dei costumi (o morale).

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Quindi bisogna avvertire che le definizioni del Papa quando si tratta di questioni di puro fatto che dipendono dalla sola testimonianza degli uomini, o quando egli parla come semplice dottore privato, sono fallibili. Sono invece infallibili, allorché parla, anche fuori del concilio, come dottore universale della Chiesa, e/o definisceex cathedra le controversie di fede o di costume, che sono di mero dritto, o di fatto unito al dritto; e ciò per la podestà suprema conferita da Gesù Cristo a San Pietro e per lui a tutti i suoi successori. Ecco come parla il dottore angelico (San Tommaso d’Aquino): egli, dopo aver detto (Summa Th. II.II q. 1. a. 9. ad 2), che le verità della fede s’insegnano nei simboli (cit. Come dice l’Apostolo, “una è la fede”. Ora, un simbolo è una professione di fede), nell’articolo 10 poi così scrive: Hoc autem pertinet ad auctoritatem summi pontificis… Et huius ratio est, quia una fides debet esse totius ecclesiae, secundum illud: Idipsum dicatis omnes, et non sint in vobis schismata. Quod servari non posset, nisi quaestio fidei exorta determinetur per eum qui toti ecclesiae praeest, ut sic eius sententia a tota ecclesia firmiter teneatur. – Cit. estesa: Ecco perché il Signore disse a Pietro, che aveva costituito Sommo Pontefice: “Io ho pregato per te, o Pietro, affinché la tua fede non venga meno; e tu, quando sarai convertito, conferma i tuoi fratelli“. E la ragione di ciò sta nel fatto che la Chiesa deve avere un’unica fede, secondo l’ammonimento di S. Paolo: “Dite tutti la stessa cosa, e non ci siano tra voi degli scismi“. Ma questo non si può osservare se, quando sorge una questione di fede, non viene determinata da chi presiede su tutta la Chiesa, in modo che la sua decisione sia accettata dalla Chiesa intera con fermo consenso (Summa Th. II.II q. 1. a. 10. ad 10 s. c.).

Lo stesso insegnarono San Bonaventura, Tomassino, Melchior Cano, Spondano, Gaetano, Soto, Duvallio, Lodovico Bayle, il Bellarmino, Valenza, il cardinal Gotti, monsignor Milante ed altri comunemente.

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Altri tra costoro dicono che il Papa è infallibile, ma solamente quando procede maturamente nel definire le questioni, dopo aver ascoltato il giudizio dei saggi e specialmente del concistoro dei cardinali, e dopo aver implorato il lume dello Spirito Santo e fatto fare pubbliche preghiere. Altri contrariamente dicono che è meglio che tale condizione sia di sola congruenza, ma non assolutamente di necessità, poiché l’infallibilità al solo pontefice è stata promessa, non già ai suoi consultori o solo conseguentemente la consultazione, altrimenti gli eretici sempre potrebbero opporre che non si è posto il dovuto esame o che il Papa si sia valso del consiglio di uomini poco dotti o pregiudicati.

Ma se il Papa procedesse temerariamente senza l’opportuno consiglio? Questo caso non può avvenire, risponde il Bellarmino (de Summo Pontifice); perché quel Dio che ha promesso l’assistenza al suo vicario affinhé non erri mai nelle definizioni di fede (rogavi pro te, ut non deficiat fides tuaho pregato per te, affinché la tua fede non venga mai meno), siccome non può mancare nelle sue promesse, così non può permettere né che il Papa erri, né che egli definisca temerariamente. Quindi si disse nel concilio di Trento (Sess. XXV, Dovere di accettare ed osservare i decreti del concilio) che se mai nel ricevere le definizioni del concilio nascesse qualche difficoltà, la quale richiedesse nuova dichiarazione o definizione, fosse cura del Papa di dichiararla o definirla celebrando un altro concilio generale, oppure in altro modo che stimasse più opportuno: Quod si, son le parole del Tridentino, in his recipiendis aliqua difficultas oriatur, aut aliqua inciderint, quae declarationem (quod non credit), aut definitionem postulent, et praeter alia remedia, in hoc concilio instituta, confidit s. synodus, beatissimum romanum pontificem curaturum, ut, vel evocatis ex illis praesertim provinciis, unde difficultas orta fuerit, iis quos eidem negotio tractando viderit expedire, vel etiam concilii generalis celebratione, si necessarium iudicaverit, vel commodiore quacumque ratione ei visum fuerit… consulatur – Cit. estesa: Se nella loro ricezione sorgesse qualche difficoltà, o sia sfuggito qualche cosa che richieda una dichiarazione o una definizione – ma il concilio non lo crede -, esso confida che oltre agli altri mezzi messi a disposizione da questo santo concilio, il santissimo pontefice romano – chiamati quelli che gli sembrerà necessario per trattare quel problema (specie da quelle province dalle quali è sorta la difficoltà) o con la celebrazione di un concilio generale, se lo crederà necessario, o in qualunque altro modo che gli sembri opportuno, – si preoccuperà di provvedere alle necessita delle province, per la gloria di Dio e la tranquillità della chiesa.

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Del resto il padre Francisco Suarez dice: Veritas catholica est pontificem definientem ex cathedra esse regulam fidei quae errare non potest, quando aliquid proponit ecclesiae tanquam de fide credendum; ita docent hoc tempore omnes catholici doctores, et censeo esserem de fide certam (De fide, d. 5. sec. 8. n. 4) – Cit. estesa: Nondimeno è verità cattolica, che il Pontefice definiente ex cathedra è regola di fede, che non può errare, quando propone autorevolmente a tutta la Chiesa alcuna cosa da credersi come di fede divina: così insegnano oggidì tutti i dottori cattolici, ed io credo esser cosa certa di fede.

Ed appresso (Disp. 20. sect. 3. n. 22), parlando contro Rogero, il quale negava esser di fede che il Papa non può errare, benché definisca senza concilio generale, risponde: Est responsio, non solum nimis temeraria, sed etiam erronea; nam tam est constans ecclesiae consensus, et catholicorum scriptorum concordis de hac veritate sententia, ut eam in dubium revocare nullo modo liceat. – Cit. estesa: Se non che il predetto Rogero osò rispondere, sia quanto a questa definizione (di Bonifacio VIII nell’Estravag. Unam Sanctam) come quanto ad altri decreti pontificii, non essere certo de fide, che il Pontefice, definiente senza Concilio Generale, non possa errare. Ma questa risposta è non solo sommamente temeraria, ma anche erronea; imperocchè, quantunque alcuni dottori cattolici anticamente abbiano per avventura dubitato o errato in ciò senza pertinacia, nondimeno è oggimai così costante il consenso della Chiesa e così concorde la sentenza degli scrittori cattolici in questa verità, che non è per niuna guisa lecito il rivocarla in dubbio. Lo stesso dice il padre Bannez, parlando dell’autorità del Papa.

Di più dice il card. Bellarmino che la sentenza contraria videtur erronea omnino et haeresi proxima (de Summo Pontifice, L. 4) – sembra del tutto erroneo o prossimo all’eresia. A ciò conforme fu il Duvalliodottore sorbonico, il quale scrisse nell’anno 1712, e disse: Opinio quae Romae tenetur, vacat omni temeritate, cum totus orbis, exceptis pauculis doctoribus, eam amplectatur, et praeterea rationibus validissimis tum ex scriptura, conciliis et patribus, tum ex principiis theologiae petitis confirmatur (De super. pont., part. 1., q. 7) – Il parere che si tiene a Roma, è libero da ogni avventatezza, così crede tutto il mondo, con l’eccezione di un paio di insegnanti, così come è confermato dalla Scrittura, dai concilii e dai padri, dai principi della teologia. E (ibid., Parte 4,. quaest. 7) aggiunse: Nemo nunc est in ecclesia, qui ita pro certo non sentiat, praeter Vigorium et Richerium, quorum si vera esset sententia, totus fere orbis christianus, qui contrarium sentit, in fide turpiter erraret.

Inoltre dice il dottissimo Melchior Cano nella sua celebre opera de Locis Theologicis (L. 6. c. 7), che la Chiesa nelle cose di fede sempre ha usato di ricorrere non ad altri che al pontefice romano, e sempre ha stimati irrefragabili i suoi giudizi; e che solamente nella Chiesa romana si sono veduti adempiti i comandi di Cristo spettanti a san Pietro e suoi successori, poiché le altre “chiese”, dagli apostoli ad ora, sono state col tempo occupate o dagli infedeli o dagli eretici, ma la sola romana non è stata mai stata infettata da essi. Quindi dice: Nos autem communem catholicorum sententiam sequamur… quam sacrarum etiam litterarum testimonia confirmant, pontificum decreta definiunt, conciliorum patres affirmant, apostolorum traditio probat, perpetuus ecclesiae usus observatNoi abbiamo una comune visione cattolica da seguire… confermata anche dalle testimonianze di Letteratura sacra, dalle definizioni dei pontefici, dai padri dei Concilii, provata dalla tradizione degli apostoli, che la Chiesa osserva , ha in uso, da sempre in maniera perpetua. E poi soggiunge le seguenti notabili parole: Hinc quaeri solet, an haereticum sit asserere posse quandoque romanam sedem, quemadmodum et ceteras, a Christi fide deficere? Et faciant satis Hieronymus periurum dicens, qui romanae sedis fidem non fuerit secutus; Cyprianus dicens: Qui cathedram Petri, supra quam fundata est ecclesia, deserit, in ecclesia esse non confidat: Synodus constantiensis haereticum iudicans, qui de fidei articulis aliter sentit, quam s. romana ecclesia docet. Illud postremo addam: cum ex traditionibus apostolorum ad evincendam haeresim argumentum certum trahatur, constat autem romanos episcopos Petro in fidei magisterio successisse ab apostolis esse traditum; cur non audebimus assertionem adversam, tanquam haereticam, condemnare? Sed nolimus ecclesiae iudicium antevertere. Illud assero, et fideliter quidem assero pestem eos ecclesiae, et perniciem afferre, qui negant romanum pontificem Petro fidei, doctrinaeque auctoritate succedere, aut certe adstruunt summum ecclesiae pastorem, quicunque ille sit, errare in fidei iudicio posse. Utrumque scilicet haeretici faciunt: qui vero illis in utroque repugnant, hi in ecclesia catholici habentur.

Taluno forse dirà che io potevo far di meno, e risparmiarmi di rivangare questa controversia già discussa da tanti autori; ma da ciò che ho riferito di Melchior Cano ognuno può vede chiaramente quanto importa al bene della fede il confermare questo punto dell’infallibilità del Papa nelle sue definizioni. Ed a ciò che dice il Cano molto favorisce quello che scrisse San Cipriano (Epist.LV ad Cornelium edt. Baluzi, cf. Epist. LXIX ad Florent. l’upianumi): Neque enim aliunde haereses obortae sunt, quam inde quod sacerdoti Dei non obtemperatur, nec unus in ecclesia sacerdos et ad tempus iudex vice Christi cogitatur. Poiché, come bene avverte monsignore Milante, quei che pertinacemente hanno resistito a’ decreti del papa, prima si sono fatti scismatici e poi eretici – Cit. estesa: Tutte le eresie e tutti gli scismi nascono da questa unica ragione, perché non si ubbidisce all’autorità dei sacerdoti di Dio, né si pensa che essi ci parlano e ci comandano in nome di Dio medesimo: che se tutti deferissero, come debbono secondo gli insegnamenti divini alla loro autorità, non vi sarebbero mai né scismi, né eresie nella Chiesa(San Cipriano sta parlando del vescovo che insegna fede e disciplina conformemente agli altri vescovi, sotto il comando del Papa).

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Ma veniamo alle prove dell’infallibilità dei giudizi del pontefice romano. L’infallibilità per prima si prova dalle scritture. Disse Gesù Cristo a San Pietro: Quodcunque ligaveris super terram, erit ligatum et in coelis(Matth. 16,19) – cit. estesa: E a te io darò le chiavi del regno de’ cieli: e qualunque cosa avrai legato sopra la terra, sarà legata anche nei cieli: e qualunque cos avrai sciolto sopra la terra, sarà sciolta anche ne’ cieli. Il legare secondo le scritture indica promulgare leggi ed obbligare; dunque Pietro ricevette allora la podestà generale di obbligare tutta la Chiesa indipendentemente dal concilio; e la stessa podestà fu allora conferita ai successori di Pietro, che dovevano governare la Chiesa dopo la sua morte. Inoltre disse il Signore a San Pietro: Simon, Simon, ecce Satanas expetivit vos, ut cribraret sicut triticum: ego autem rogavi pro te, ut non deficiat fides tua; et tu aliquando conversus confirma fratres tuos(Luc. 22,31) – cit. estesa: Disse di più: Simone, Simone, ecco che Satana va in cerca di voi per vagliarvi come si fa del grano. Ma io ho pregato PER TE, affinché la TUA fede non venga meno: e tu una volta ravveduto conferma i tuoi fratelli. Il Signore dunque prima parlò di tutti gli apostoli:expetivit vos, ma di poi disse solamente a Pietro: Rogavi pro te, non pro vobis: privilegio speciale dato a Pietro di non mancare nella fede.

Scrive San Leone sulle predette parole: Pro fide Petri proprie supplicatur, tamquam aliorum status sit securus, si mens principis victa non fuerit (Serm. 3. de Assumpt.) – Cit. completa: La fede cristiana si concepisce per l’udito, e per la predicazione della parola di Dio; ed è necessaria l’infallibilità della predicazione per servire di fondamento alla fermezza somma di quella fede. Gesù Cristo dunque volendo munire la predicazione della sua parola col dono della infallibilità, promette questa direttamente a San Pietro, e indirettamente solo per mezzo di San Pietro agli apostoli: San Pietro riceve l’infallibilità da Gesù Cristo; gli altri apostoli la ricevono mediatamente per il canale di San Pietro: così si forma e si assicura l’unità della fede in tutta la Chiesa, quando il pascolo della dottrina si porge in origine da una sola mano a pascere tutto l’ovile di Gesù Cristo, e i ruscelli partono da una sola fonte ad innaffiare tutto il campo del buon padre di famiglia. Questa è economia della fede cristiana.

Lo stesso privilegio fu dato ancora ai successori di Pietro, giacché tutte le promesse fatte a Pietro come capo della Chiesa si debbono intendere necessariamente fatte anche ai successori, così come definì il Concilio Costantinopolitano III, il quale nell’azione 4. ed 8. ricevette con lode l’orazione di sant’Agatone, dove il Papa spiegò chiaramente questo punto; e la ragione è evidente, perché un tal privilegio fu dato a Pietro per superare tutti gli insulti di Satana contro la Chiesa, la quale ragione corre anche per tutti i successori. E così comunemente l’hanno inteso i santi padri, Sant’Agostino (De Corrept. et grat. c. 18.), San Giovanni Crisostomo (Hom.), San Leone (Serm. 3. de Assumpt. ad pontif.), San Gregorio (L. 6. ep. 37. ad Eulog.), San Bernardo (Ep. 190. ad Innoc.) e San Tommaso (Summa Th 2. 2. q. 1. a. ult.).

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Soggiunse il nostro Salvatore: Et tu aliquando conversus confirma fratres tuos. Qui più chiaramente si vede che il Signore impetrò l’infallibilità non già alle membra, ma al capo che era Pietro, affinché fosse infallibile anche senza le membra. Se la fede di Pietro dipendesse dalla direzione del concilio, non sarebbe Pietro a confermare i fratelli, ma sarebbe confermato dai fratelli, e questa è una eresia. Appose di più il Signore la parola Conversus: et tu aliquando conversus confirma etc. Alcuni intendono che ciò fu detto alla Chiesa; ma una tale spiegazione non può aver sussistenza, poiché la Chiesa non ha mai mancato, né può mancare, sì che abbia bisogno di convertirsi; ma deve necessariamente intendersi come detto a Pietro che, come uomo (Simone), come previde il Signore, avrebbe mancato nel tempo della passione di Cristo, ma come pastore universale doveva poi confermare gli altri; e si intende anche detto ai suoi successori, mentre la Chiesa deve sempre avere un pastore che la confermi infallibilmente nella fede. Ecco come scrisse San Bernardo di Chiaravalle ad Innocenzo II (Ep. 190): Dignum namque arbitror ibi resarciri damna fidei, ubi non possit fides sentire defectum. Cui enim alteri sedi dictum est aliquando: ego pro te rogavi, ut non deficiat fides tua? Istam (si notino le seguenti parole) infallibilitatis pontificiae praerogativam constantissima perpetuaque ss. patrum traditio commonstratl’infallibilità del pontefice è prerogativa costantissima e perpetua divulgata dalla tradizione e dai santissimi padri.

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Altri poi vogliono che per essere infallibili le definizioni del Papa debba concorrervi il consenso della Chiesa. Ma risponde a ciò il Gagliardi (Instit. Can. tit. 12. de pont): Quo vero pacto stabit sponsio Christi de fide Petri nunquam defectura, deque Petro fratres confirmaturo, si Petri fides subiiciatur omnino fratrum, puta episcoporum, censurae, aut confirmationi? Soggiunge saviamente un altro autore che, se ciò fosse vero, il Papa non avrebbe alcuna prerogativa più di ogni altro semplice vescovo, anzi di ogni privato dottore: giacché ancora la sentenza di un privato dottore diverrebbe infallibile, se tutta la Chiesa l’approvasse; ma Gesù Cristo volle che solamente a Pietro spettasse il confermare i fratelli, avendo solamente sopra di lui (San Pietro) edificata la Chiesa.

Inoltre il Signore disse a San Pietro: Simon Ioannis, amas me?… Pasce oves meas (Ioan. 21,17) – Cit. estesa: Gli disse per la terza volta: Simone, figliuolo di Giovanni, mi ami tu? Si contristò Pietro, perché per la terza volta egli avesse detto, mi ami tu? E disse egli: Signore, tu sai il tutto, tu conosci, che io ti amo. Gesù gli disse: pasci le mie pecorelle. Il pascere si intende insegnare la sana dottrina e non giammai la falsa; il che sarebbe non pascere le pecorelle, ma ucciderle, conducendole a pascoli velenosi.

Da questo testo deduce San Tommaso essere un grande errore il negare l’obbligo di assoggettarsi alle definizioni pontificie. Ecco come parla il santo dottore: Petro dixit (Christus): Pasce oves meas etc. Per hoc autem excluditur quorundam praesumptuosus error, qui se subducere nituntur a subiectione Petri, successorem eius romanum pontificem universalis ecclesiae pastorem non recognoscentes (L. 4. contra Gen. c. 76) – Cit. estesa: Ecco perché egli disse a Pietro prima della sua ascensione: “pasci le mie pecore”; e prima della passione gli aveva detto “Tu una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli”; e a lui solo aveva fatto la promessa: “A te darò le chiavi del regno dei cieli”; per mostrare che il potere delle chiavi doveva derivare agli altri da Pietro, allo scopo di conservare l’unità della Chiesa. Né si può dire che, pur avendo egli dato a Pietro questa dignità, che essa non sia derivata ai suoi successori. E’ evidente infatti che Cristo ha istituito la Chiesa perché durasse fino alla fine del mondo, secondo la profezia di Isaia IX,7: “Egli siederà sul trono di David, e possiederà il suo regno per consolidarlo e rafforzarlo nel giudizio e nella giustizia da ora in poi, per sempre”. E’ chiaro quindi che Cristo istituì ministri i discepoli suoi contemporanei, affinché il loro potere si trasmettesse ai posteri per il bene della Chiesa fino alla fine del mondo; soprattutto tenendo presenti queste sue parole: “Ecco, io sono con voi [tutti i giorni] fino alla fine del mondo” [Matt. XXVIII,20]. Viene così confutato l’errore presuntuoso di certuni, i quali cercarono di sottrarsi all’obbedienza e alla sottomissione a Pietro; non volendo riconoscere il Romano Pontefice suo successore, quale pastore della Chiesa universale.

Al padre Alessandro poi il quale dice che quel Pasce oves meas si intende detto alla Chiesa e non solo a Pietro, si risponde: dunque la Chiesa è quella che deve pascere se stessa; e pascere anche Pietro? Ma se il Signore avesse inteso di riferirsi alla Chiesa, avrebbe detto: pecorelle, se mi amate, pascete Pietro mio vicario, pascete voi il vostro pastore. Ma la verità è che parlò a Pietro, ed a Pietro impose il pascere tutti i fedeli, sudditi e prelati. Pascit filios, scrisse San Eucherio, pascit et matres: regit et subditos et praelatos (Serm. de nat. ss. apost.) – Cit. estesa: In virtù di questo testimonio evangelico, una ben distinta linea di separazione è seguita tra l’ufficio conferito a’ Vescovi, quali successori degli Apostoli, e quello commesso a’ Pontefici, i quali succedono alla cattedra di San Pietro. Certamente i Vescovi, come Pastori particolari debbono istruire e reggere il gregge particolare affidato alle loro cure; ma il Papa, come Pastore universale, è tenuto a istruire e reggere, non solo tutti questi greggi particolari, ma ben anco i loro rispettivi Padri e Pastori. La Chiesa di Gesù Cristo è un gregge visibile sotto il governo di un Pastore visibile ; epperò il principio organico della sua unità visibile deve derivare dall’adesione perfetta di tutti i Vescovi al Superiore Pastore in tutto ciò che spetta al governo ecclesiastico e alla fede.

E San Leone disse: Unus Petrus eligitur, qui omnibus praeponatur, ut, quamvis multi sint pastores, omnes regat Petrus (Serm. 3. de Assumpt.) – Un solo Pietro è eletto per prevalere su tutto, in modo che anche se ci sono molti pastori, Pietro li regge e comanda tutti.

Nonostante però che il Vangelo parli così chiaro, alcuni eretici contrari vogliono che il pastore debba esser pasciuto dalle pecorelle (oggigiorno spesso si sente dire “leggere i documenti firmati dal Pontefice alla luce della tradizione”, come se debba essere il lettore a pascere il pastore, debba essere il lettore a ricondurre il pastore nella tradizione), che il fondamento debba essere sostentato dalla casa, che il maestro istruito dagli scolari, il capo diretto dalle membra, Pietro confermato dai fratelli: tutto insomma al rovescio.

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Ma non vi può esser prova maggiore a chiarire l’infallibilità del papa, che le sentenze degli stessi concilii ecumenici, e perciò è necessario qui ripetere molti passi già addotti dei concilii nel capo antecedente. Nel concilio Niceno I, sotto Silvestro si disse: Qui tenet sedem Romae, caput est… cui data est potestas in omnes populos, ut qui sit vicarius Christi super cunctos populos et cunctam ecclesiam christianam; quicunque contradixerit, a synodo excommunicaturColui che detiene la Sede di Roma è il capo… a cui è stato dato il potere su tutte le genti, è il vicario di Cristo su tutti i popoli e su tutte le Chiese, chiunque lo nega è scomunicato da questo Sinodo.

Nel concilio Calcedonese sotto San Leone nell’anno 451, cui assisterono 630 vescovi, come riferisce San Tommaso (Opusc. contra error graecor.), si dissero queste parole: Omnia ab eo (scilicet a Leone) definita teneantur, tamquam a vicario apostolici thronitutto ciò che è definito da lui deve tenersi, lui lega perché detiene il trono del vicario di Cristo. E nell’azione 2. essendosi letta l’epistola di San Leone, si disse: Omnes ita credimus. Anathema qui non credit. Petrus per Leonem ita locutus est Questo noi crediamo. Sia in anatema chi non crede. Pietro ha parlato per bocca di Leone. Ivi anche si disse, come scrive San Tommaso (De potest. quaest. 10. a. 4. ad 18): Ex gestis chalcedonensis concilii habetur primo, quod sententia synodi a papa confirmatur: secundo, quod a synodo appellatur ad papamLa sentenza è confermata dal Papa del Sinodo … il Papa convoca il Sinodo. Il che fu prima stabilito dal concilio Sardicese sotto Giulio I nell’anno 351 nel canone 4 e 7, ove si disse: A synodo comdemnatos posse romanam sedem appellare, eiusque arbitrio sedere, velit ipse causam cognoscere, an iudices in partibus delegare. Il che è conforme a quel che si disse nel concilio Niceno I tra i canoni 19 e 29 ove, parlandosi della sede apostolica, fu scritto: Cuius dispositioni omnes maiores ecclesiasticas causas antiqua apostolorum eorumque successorum atque canonum auctoritas reservavit. Ed è conforme a quel che si disse ancora nel concilio Lateranese III, come si ha nel cap. Licet, 6 de elect., ove al § 3, parlandosi delle chiese particolari, si dice che i dubbi possono definirsi col giudizio del superiore, ma, parlandosi della Chiesa romana, dicesi: In romana vero ecclesia aliquid speciale constituitur, quia non potest recursus ad superiorem haberi – Cit. completa: Vale a dire, che questo rimedio del ricorso non corre per il Romano Pontefice, il quale non riconosce qui in terra Tribunale che sia superiore ad esso. Se dal Pontefice non v’è ricorso ad altro superiore, necessariamente egli deve ritenersi da tutti infallibile nelle sue definizioni. Lo stesso si dice nel concilio Romano sotto il Papa Simmaco: Papam esse summum pastorem, nullius, extra causam haeresis, iudicio subiectum (T. 2. concilior.) – Il Papa è il supermo pastore, nessuno può giudicarlo, e chi lo giudica o pretende che possa giudicarsi, questi diventa eretico.

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Inoltre nel concilio Costantinopolitano II, sotto Vigilio papa nell’anno 553, contro l’eresia di Origine ed i tre capitoli di Teodoro, Teodoreto ed Iba, si disse: Nos apostolorum sedem sequimur, et ipsius communicatores communicatores habemus etc. Nel concilio Costantinopolitano III, sotto Sant’Agatone dell’anno 680, avendo il Papa prescritto nella sua lettera al concilio quel che doveva tenersi per fede contro i monoteliti, la lettera fu ben ricevuta dai padri, quindi nell’azione 8 dissero: Et nos notionem accipientes suggestionis directae ab Agathone, et alterius suggestionis, quae facta est a subiacente ei concilio, sic sapimus et credimus: Per Agathonem Petrus loquebaturPietro ha parlato per bocca di Agatone. E nel Costantinopolitano IV, sotto Adriano II nell’anno 869, nella sessione 5 al canone 2, fu chiamato Nicolò Papa organo dello Spirito santo, onde poi dissero: Neque nos sane novam de illo iudicio sententiam ferimus, sed iam olim a ss. papa Nicolao pronunciatam, quam nequaquam possumus immutareil pronunciamento di Nicolò non può essere cambiato da nessuno. Ed i padri dopo la loro sottoscrizione al concilio soggiunsero queste notabili parole: Quoniam sicut praediximus, sequentes in omnibus apostolicam sedem, et observantes omnia eius constituta, separamus (s’intende della separazione di Fozio), ut in una communione, quam sedes apostolica praedicat, esse mereamur, in qua est integra et vera christianae religionis soliditas – Analoga dichiarazione la troviamo nella Pastor Aeternus, Concilio Vaticano I, Denz. 1833 quia in Sede Apostolica immaculata est semper catholica reservata religio, et sancta celebrata doctrina. Ab huius ergo fide et doctrina separari minime cupientes (.) speramus, ut in una communione, quam Sedes Apostolica praedicat, esse mereamur, in qua est integra et vera christianae religionis soliditas – … perché nella Sede Apostolica la religione cattolica è stata sempre conservata pura e la dottrina santa tenuta in onore. Non volendo separarci affatto, perciò, da questa fede e dottrina, speriamo di essere nell’unica comunione che la Sede Apostolica predica, nella quale è la intera e vera solidità della religione cristiana.

Di più nel concilio Lugdunense II, sotto Gregorio X nell’anno 1274, col concorso di 500 vescovi si disse:Ipsa quoque romana ecclesia principatum super universam ecclesiam obtinet, quam se ab ipso Domino in b. Petro, cuius romanus pontifex est successor, cum potestatis plenitudine recepisse recognoscit. Et sicut prae ceteris tenetur fidei veritatem defendere, sic et, si quae de fide subortae fuerint quaestiones, suo debent iudicio definiri etc.

Se dunque dal Papa devono definirsi le questioni di fede, tutte le definizioni del Papa devono tenersi per dogmi di fede. No, dice monsignor Bossuet, parlando appunto di questo testo del concilio: la facoltà di Parigi anche definisce molte cose circa la fede, ma non perciò ella fa dogmi. Rispondiamo: la facoltà di Parigi definisce più cose: ma nessuno ha mai comandato che debba essere la facoltà di Parigi a definirle, come si disse invece del Papa: suo debent iudicio definiridal suo giudizio devono essere definite.

Altro è certamente il definirsi un punto da una facoltà, altro il definirsi un dogma dal Papa, di cui si sa che detiene il primato e principato sopra la Chiesa universale, e che ha l’obbligo di difendere le verità della fede. Se questi le definisce come primate e principe della Chiesa, la Chiesa è tenuta di stare a quel che egli definisce; tanto più che dallo stesso concilio si dichiarò in che consistesse la pienezza di podestà:Potestatis plenitudo consistit quod ecclesias ceteras ad sollicitudinis partem admittit…, sua tamen observata praerogativa, et tum in generalibus conciliis, tum in aliquibus aliis semper salva. E finalmente essendosi letta questa sentenza, fu dal concilio accettata colle seguenti parole: Supradescripta fidei veritate, prout plene lecta est et fideliter exposita, veram, sanctam, catholicam et orthodoxam fidem cognoscimus et acceptamus, et ore ac corde confitemur quod vere tenet, et fideliter docet, et praedicat s. romana ecclesia.

Se non vi fosse altra dichiarazione dei concilii che questa, io non so come possa negarsi l’infallibilità del papa e la di lui superiorità sopra i concilii. Di più nel concilio generale Viennese sotto Clemente V si stabilì che il dichiarare i dubbi di fede solamente spettava alla sede apostolica: Dubia fidei declarare, ad sedem dumtaxat apostolicam pertinere. Di più nel concilio di Costanza fu approvata la lettera di Martino V, ove si ordinava d’interrogare i sospetti di eresia: Utrum credant quod papa sit successor Petri, habens supremam auctoritatem in ecclesia Dei? La podestà suprema è quella, come ben dice il Bellarmino, a cui non vi è né maggiore né eguale. Di più nel concilio fiorentino nell’ultima sessione si disse: Definimus romanum pontificem in universum orbem habere primatum et successorem esse Petri, totiusque ecclesiae caput, et christianorum patrem ac doctorem existere, et ipsi in b. Petro regendi ecclesiam a D.N. Iesu Christo plenam potestatem traditam esse, quemadmodum etiam in gestis oecumenicorum conciliorum et in sacris canonibus continetur.

Se dunque è certo che il Papa è dottore di tutta la Chiesa, deve anche tenersi per certo che sia infallibile in tutte le sue definizioni di fede, affinché la Chiesa non resti dal medesimo suo maestro ingannata. Quindi scrisse il sinodo parigino di 85 vescovi al Papa Innocenzo X, nell’anno 1650, così: Maiores causas ad sedem apostolicam referre solemnis ecclesiae mos, quem fides Petri nunquam deficiens retineri pro suo iure postulat.

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Il Launoio ed altri che oppugnano la infallibilità del Papa distinguono la sede apostolica ossia romana, che intendono la Chiesa universale, dal sedente ch’è il sommo Pontefice, e dicono che la sede è infallibile, ma non il sedente. È ingegnosa la distinzione, ma non è vera; mentre è contraria al sentimento comune dei concilii, dei pontefici e dei padri, i quali per sede apostolica, ossia romana, intendono comunemente il romano pontefice. Nel concilio Niceno I (Can. 19 e 29) si disse: Omnes episcopi apostolicam appellant sedem. Nel concilio Sardicese (Can. 4 e 7) si disse: A synodo posse romanam sedem appellare etc. Nel concilio Viennese si disse: Dubia fidei declarare ad sedem apostolicam pertinere. Nel concilio Costantinopolitano II si disse: Nos apostolicam sedem sequimur… condemnatos ab ipsa condemnamus. Nel concilio Lugdunense II si disse: Ipsa quoque romana ecclesia principatum super universam ecclesiam obtinet. Anacleto papa (Can. sacrosancta 2 dist. 22) disse: Haec vero apostolica sedes, caput omnium ecclesiarum etc. Teodoreto nella sua epistola a Leone Papa: Ergo apostolicae vestrae sedis expecto sententiam. Gli stessi vescovi del sinodo Parigino scrissero ad Innocenzo X come di sopra riferimmo:Maiores causas ad sedem apostolicam referre solemnis ecclesiae mos, quem fides Petri nunquam deficiens retineri pro suo iure postulat. Dunque per sede s’intende il sedente.

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Si prova inoltre l’infallibilità del papa dalla tradizione apostolica, che ci viene attestata da’ santi padri. Sant’Ignazio martire (Ep. ad Trallens.) scrisse: Qui igitur iis, scil. romanis pontificibus, non obedit, atheus prorsus et impius est, et Christum contemnit, et constitutionem eius imminuit. Sant’Ireneo scrisse: Omnes a romana ecclesia necesse est, ut pendeant, tanquam a fonte et capite. E San Girolamo nella sua epistola a Damaso, chiedendo il di lui oracolo, se nella ss. Trinità dovessero ammettersi una o tre ipostasi, scrisse:A pastore praesidium ovis peto: cum successore piscatoris loquor etc. Super illam petram aedificatam ecclesiam scio… Non novi Vitalem, Meletium respuo, ignoro Paulinum: quicumque tecum non colligit, spargit. E poi conclude: Quamobrem obtestor beatitatem tuam, ut mihi in epistolis tuis tacendarum, sive dicendarum trium hypostaseon detur auctoritas. A pastore praesidium ovis flagito. Discerne, si placet, non timebo tres hypostases dicere, si iubebis.

San Gregorio nella sua epistola a’ vescovi di Francia scrisse che nelle questioni di gran momento ad nostram studeat perducere notionem, quatenus a nobis valeat congrua sine dubio sententia terminari. Sant’Atanasio (Ep. ad Fel. pap.) scrisse: Romanam ecclesiam semper conservare veram de Deo sententiam. E nella stessa epistola dice al pontefice: Tu profanarum haeresum, atque imperitorum, omniumque infestantium depositor princeps et doctor, caputque omnium orthodoxae doctrinae et immaculatae fidei existis. San Cipriano (Epist. 8. lib. 1) scrisse: Deus unus est, Christus unus est, et una ecclesia et cathedra una super Petrum. Domini voce fundata. Aliud constitui sacerdotium, novum fieri, praeter unum sacerdotium non potest. Quisquis alibi collegerit, spargit. Ed altrove lo stesso San Cipriano ( L. de unit. eccl.): Qui cathedram Petri, supra quam fundata est ecclesia, deserit, in ecclesia se esse confidit? Ed altrove (Ep. ad Corn. pap.) parlando dei pontefici romani, scrisse: Ad quos perfidia habere non possit accessum. San Pier Grisologo (Ep. ad Eutychet. part. 1. conc. chalced.) esortando Eutichete ad ubbidire al Papa, gli dice: Quoniam b. Petrus, qui in propria sede et vivit et praesidet, praestat quaerentibus fidei veritatem. Teodoreto (Ep. ad Leon. pap.): Ego apostolicae vestrae sedis expecto sententiam, et obsecro V.S. ut mihi opem ferat iustum vestrum et rectum appellanti iudicium.

Sant’Agostino (L. 1. contra Iulian. c. 5. ): Per papae rescriptum causa pelagianorum finita est. Ed altrove (In ps. cont. par.), disse: Numerate sacerdotes vel ab ipsa sede Petri: in ordine illo patrum quis cui successerit videte; ipsa est petra, quam non vincunt superbae inferorum portae – Cit. estesa: dice Sant’Agostino, quale è la vera chiesa di Gesù Cristo? Ritrovate quella ove si numerano i sacerdoti che per continua serie son succeduti nella sede di Pietro, e questa è la pietra, contro cui non possono prevalere le porte dell’inferno. Ed in altro luogo asserisce il santo dottore, che tal successione dei sacerdoti lo teneva in essa chiesa: Tenet me in ipsa ecclesia ab ipsa sede Petri usque ad praesentem episcopatum successio sacerdotum. Poiché in verità questo carattere della continua successione degli apostoli e poi dei loro discepoli è un carattere che non si trova che nella sola chiesa cattolica. San Bernardo afferma nel luogo citato di sopra (Epist. 190. ad Innoc. II):Istam infallibilitatis pontificiae praerogativam constantissima perpetuaque ss. patrum traditio commonstrat.

San Tommaso (Summa Th. II.II q. 11. art. 2 ad 3): Postquam essent aliqua ecclesiae auctoritate determinata, haereticus esset, si quis repugnaret; quae quidem auctoritas principaliter residet in summo pontifice – Cit. estesa: Rispondiamo con S. Agostino: “Se uno difende senza animosità e senza ostinazione la propria opinione, sia pure falsa e perversa, e cerca con la dovuta sollecitudine la verità, pronto a seguirla quando la trova, non si può annoverare tra gli eretici“: perché non ha la determinazione di contraddire l’insegnamento della Chiesa. E in tal senso alcuni Santi Dottori furono in disaccordo, o su questioni che per la fede sono indifferenti; oppure su cose riguardanti la fede, ma che la Chiesa non aveva ancora determinato. Sarebbe invece un eretico chi si opponesse ostinatamente a una simile definizione, quando fossero state determinate dall’autorità della Chiesa universale. E questa autorità risiede principalmente nel Sommo Pontefice. Nei canoni infatti si legge: “Tutte le volte che si tratta della fede penso che tutti i vescovi nostri confratelli debbano ricorrere a nessun altro che a Pietro, cioè a chi detiene la sua autorità“. E contro l’autorità del Pontefice, né S. Agostino, né S. Girolamo, né altri Santi Dottori, osarono difendere la propria sentenza. Scrive infatti S. Girolamo: “Questa è la fede, o Beatissimo Padre, che abbiamo appreso nella Chiesa Cattolica. E se nella nostra formulazione abbiamo detto o posto qualche cosa di inesatto o di avventato, desideriamo di essere corretti da te, che possiedi la fede e la cattedra di Pietro. Ma se questa nostra confessione è approvata dal tuo giudizio apostolico, chiunque vorrà accusarmi dimostrerà di essere ignorante o malevolo; oppure non cattolico, ma eretico.

E già nella questione 1 articolo 10. aveva detto che nella Chiesa non avrebbe potuto esservi l’unità di fede,nisi quaestio fidei exorta determinetur per eum (cioè per il sommo pontefice) qui toti ecclesiae praeest. Lo stesso scrisse San Bonaventura (De sum. theol. qu. 1. a. 3. §. 3): Papa non potest errare, suppositis duobus: primum, quod determinet quatenus papa: alterum, ut intendat facere dogma de fide. E lo stesso intese Giansenio nel suo libro proemiale capo 29. dove scrisse ch’egli seguiva la Chiesa romana, il successore di Pietro, soggiungendo queste parole: Super illam petram aedificatam ecclesiam scio; quicumque cum illo non colligit, spargit.

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Si prova di più dai sacri canoni. Nel Can. Sacrosancta 2. Dist. 22. disse Anacleto Papa: Haec vero apostolica sedes, cardo et caput omnium ecclesiarum a Domino, et non ab alio est constituta, et sicut cardine ostium regitur, sic huius s. sedis auctoritate omnes ecclesiae, Domino disponente, reguntur. Gelasio Papa, come si ha nel Can. Cuncta 18. caus. 9. qu. 3. , scrisse ai vescovi della Dardania: Cuncta per mundum novit ecclesia quoniam quorumlibet sententiis ligata pontificum, sedes b. Petri apostoli ius habeat resolvendi, utpote quae de omni ecclesia fas habeat iudicandi. Bonifacio VIII (Extrav. commun. unam sanctam c. 1. de maior. et obed.) disse: Porro subesse romano pontifici omnem humanam creaturam declaramus, definimus, et pronuntiamus omnino esse de necessitate salutis. Quindi il dotto padre Berti (De theol. disc. l. 17. c. 5) scrive: Quorundam sententia de appellatione a sententia pontificum ad concilia et de infallibilitate romanae et apostolicae sedis dependenter ab aliorum episcoporum approbatione, licet tanta animositate et argumentorum apparatu a nonnullis propugnetur, falsissima est.

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Gran cosa! Se alcun Papa ha espresso qualche parola ambigua dell’autorità dei concilii, ecco gli avversari, che interpretandola a loro piacere, la decantano come una proposizione sacrosanta. Tutto quello che poi hanno detto espressamente molti pontefici dell’autorità suprema ed infallibile del Papa non vale a niente, perché, come dicono, essi hanno difesa la causa propria. Ma lo stesso possiamo dire noi di quelli che hanno parlato dei i concilii e della loro superiorità, come pretendono i contrari. Provocazione: Dunque Gesù Cristo ha lasciato questo gran disordine nella sua Chiesa, che, se mai un concilio fa una decisione opposta a quella del Papa, noi non sappiamo a chi dobbiamo credere? Ma no che gli stessi concilii ben troppo espressamente hanno dichiarato, come abbiamo appreso prima, che la podestà del Papa è suprema ed infallibile, e ch’egli presiede non solo a tutte le chiese particolari, ma a tutta la Chiesa universale.

Ma veniamo alla ragione. È certo che nella Chiesa deve esservi un giudice delle controversie di fede, il quale sia infallibile; altrimenti, essendo diverse le opinioni degli uomini, anche nei dotti, resterebbero molti dogmi confusi ed incerti. A deciderli non bastano sempre le Scritture, perché spesso sopra il senso di quelle cadono le controversie. Tanto meno può bastare il senso privato difeso dagli eretici, perché questo è totalmente incerto ed inetto a regolare la fede; ed inoltre così diverso tra gli uomini, che, se mai egli fosse regola di fede, vi sarebbero al mondo tante fedi quante sono le teste degli uomini (vedi i protestanti). I concilii generali poi non possono sempre unirsi o per ragione delle guerre, o per il bisogno delle spese, o per la mancanza del luogo; almeno non possono unirsi così presto, quanto bisogna per estirpare le eresie, che subito infettano come la peste. Quindi se Dio non avesse disposto che le definizioni del Papa fossero infallibili, ma che per i soli concilii generali si determinassero le questioni di fede, non avrebbe a sufficienza provveduto al bene della Chiesa; poiché, attese le tante difficoltà considerate di congregare i concilii generali, sarebbe mancato per la maggior parte dei secoli nella Chiesa il giudice infallibile, che avesse posto pronto riparo agli scismi ed alle eresie che in ogni tempo possono nascere.

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Ma no che Gesù Cristo ha lasciato in terra il suo Vicario, ed a lui ha promesso la sua assistenza, acciocché sia giudice infallibile nei dubbi di fede, e così possa presto estirpare gli errori dei nemici della Chiesa. Ed infatti questa è stata la pratica perpetua che dai soli pontefici sono state condannate le eresie; e solamente allora si sono congregati i concilii dopo la definizione del Papa, quando vi è stato possibile tenerli, e si è conosciuto adeguato il convocarli per spegnere maggiormente il fuoco di qualche errore che camminava. Del resto nei primi secoli non si tenne alcun concilio generale, ma dai soli pontefici furono condannate più eresie; e quelli che dal Papa erano condannati, già da tutta la Chiesa erano ritenuti veri eretici. Così nei primi tre secoli furono condannati i nicolaiti, i marcioniti, i montanisti, i novaziani, i tertullianisti, gli origenisti ecc. Nel quarto secolo poi dai soli papi furono condannate le eresie di Gioviniano e di Priscilliano; e nel secolo quinto quelle di Pelagio e Vigilanzio; come anche appresso Leone IX condannò gli errori di Berengario; Eugenio III di Gilberto Porretano; e San Pio V ed Urbano VIII di Baio. Sant’Anacleto Papa sin dall’anno 101 nella sua Epist. ( Ep. Gemina advers. episc. orientales.) ordinò:Quod si difficiliores ortae fuerint quaestiones, aut episcoporum, aut maiorum iudicia, aut maiores causae fuerint, ad sedem apostolicam reparantur, quoniam apostoli hoc statuerunt iussione Salvatoris. Fra le cause maggiori certamente le prime sono le cause di fede. Così anche San Giulio nell’anno 336 scrisse:Conciliorum convocandorum iura et maiores causas ad sedem apostolicam evangelicis et apostolicis institutis referri oportet. Id a sanctis apostolis et successoribus eorum, id a nicaena synodo definitum est. Di più Sant’Agostino (L. 4. contra duas ep. Pelag. c. 12), riprovando l’opinione che sia necessario sempre il concilio per condannare un’eresia, scrisse: Quasi nulla haeresis aliquando, nisi synodi congregatione damnata sit, cum potius rarissimae inveniantur, propter quas damnandas necessitas talis extiterit. Ed in altro luogo (Epist. 118), parlando delle decisioni del pontefice, scrisse: Eis repugnare insolentissima insania est. Ma soprattutto vale quel che si dice nel concilio Romano generale, celebrato sotto Adriano II nell’anno 869: Retro, olimque semper, cum haereses et scelera pullularent, noxias illas turbas et zizania apostolicae sedis romanae successores extirparunt. Dice il Du-Hamel col suo Pietro de Marca che le definizioni del Papa allora solamente si danno per infallibili quando sono di cose chiare. Oh il gran privilegio che questi autori danno al capo della Chiesa! Quando le cose per se medesime sono chiare o nella Scrittura o per la tradizione, ogni privato può affermare che sono di fede, e che erra chi le nega. Ma questa è la promessa fatta dal Salvatore a San Pietro ed ai suoi successori, di non errare in tutte le dichiarazioni che avrebbero fatto nelle cose di fede che erano dubbie ed oscure ai fedeli.

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Dunque, diranno, sono inutili i concilii generali? No signore, non sono inutili, i concilii giovano a più fini: giovano, acciocché i decreti siano ricevuti più volentieri dai popoli, essendo stati stabiliti di comune consiglio. Anche i monarchi sogliono talvolta convocare i parlamenti per alcuni affari, che potrebbero decidere da loro stessi. Giovano, acciocché i vescovi convocati siano meglio informati delle dottrine e ragioni dei decreti, e così possano meglio istruire i fedeli circa le verità dichiarate. Giovano per otturare la bocca dei mormoratori delle definizioni del Papa. Giovano ancora per far meglio esaminare alcuni punti non ancora definiti né abbastanza discussi; restando però sempre fermo che le definizioni dei concilii per avere autorità di fede hanno bisogno di essere corroborate colla conferma del Papa, ricevendo dalla sua approvazione tutta la loro forza, come fu dichiarato nella sessione XI dell’ultimo concilio Lateranese, ove si disse: Consueverunt antiquorum conciliorum patres, pro eorum quae in suis conciliis gesta fuerunt, corroboratione a romanis pontificibus subscriptionem. approbationemque humiliter petere et obtinere, prout ex nicaena, ephesina, chalcedonensi, sexta costantinopolitana, septima nicaena, romana sub Symmaco synodis habitis, eorumque gestis manifeste colligitur – Si aggiunse, circa la Sanzione [pragmatica di Bourges] ed il conciliabolo di Basilea: Del resto è noto che solo il romano pontefice regnante, in quanto ha una autorità superiore a tutti i concili, ha pieno diritto e potestà di convocare, trasferire, sciogliere i concili, come testimoniano chiaramente non solo la sacra Scrittura, le sentenze dei santi padri e degli altri pontefici romani nostri predecessori, i sacri canoni, ma anche le ammissioni degli stessi concili. Al che si uniforma quel che scrisse Pasquale II nell’epistola all’arcivescovo di Palermo, riferita dal Baronio nell’anno 402, cap. Significasti, extrav. de Elect., ove disse:Aiunt in conciliis statutum non inveniri quod romanae ecclesiam legem concilia ulla praefixerint, cum omnia concilia per romanae ecclesiae auctoritatem et facta sint, et robur acceperint, et in eorum statutis romani pontificis patenter excipiatur auctoritas.

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Ma se le eresie non si potevano condannare dai pontefici con decisione infallibile, e fosse stato necessario aspettare il concilio, non avrebbe potuto evitarsi il gran danno del progresso che frattanto avrebbe fatto l’errore, finché dal concilio non fosse stato condannato. In contro bisogna riflettere che per gli eretici, che non vogliono sottoporsi alle definizioni del Papa, i concilii riescono per lo più inutili, poiché non mancano loro pretesti di disprezzare anche le definizioni del concilio, come avvenne in tempo di Lutero, con dire o che il concilio non è stato libero, o non è stato legittimo, o che i decreti non si son fatti col dovuto esame, o non conclusi coi voti di tutti coloro che dovevano intervenirvi, o finalmente dicendo che gli atti del concilio sono stati corrotti. Vi è stato chi ha scritto che al concilio debbono concorrere non solo tutti i vescovi, ma tutti i parroci, sacerdoti e diaconi ed anche i secolari. Scrive un certo autore che segue tal opinione: Il Papa e i vescovi non sono che commessi e incaricati dal popolo. Le facoltà, i corpi ed i particolari stessi dovrebbero unirsi insieme per l’interesse comune. Cosa che è tutta opposta all’uso dei primi concilii della Chiesa ed a quel che insegnano i santi padri, come San Cipriano (Ep. ad Iubain.), Sant’Ilario (L. de synod.), Sant’Ambrogio (Ep. 31), San Girolamo (Ep. ad solit. vit. agent.), i quali dicono che ai soli vescovi spetta dare il voto come giudici nel concilio. E lo stesso scrisse Teodoro Iuniore nella sua epistola al concilio Efesino, dicendo: Nefas est enim, qui ss. episcoporum cathalogo adscriptus non est illum ecclesiasticis negotiis se immiscere. Solamente ai cardinali è concesso dare il voto insieme coi vescovi ed anche agli abati e generali degli ordini regolari, per ragion della giurisdizione quasi episcopale che essi hanno, come scrive Benedetto XIV (De synod. l. 8. c. 2. n. 5).

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Oltreché gli eretici pertinaci sempre diranno che il concilio non è stato universale e legittimo, per non esservi intervenuti, o per avervi ripugnato essi che si stimano quali la miglior parte della Chiesa. Ond’è che, tolta l’infallibilità al Papa, non vi è modo di convincere gli eretici. E perciò ben avvertì San Tommaso, come notammo di sopra, che l’unità della fede servari non posset, nisi quaestio fidei determinaretur per eum qui toti ecclesiae praeest, ut sic eius sententia a tota ecclesia firmiter teneatur (Summa Th. II.II quaest. 1. a 10) – Cit. estesa: Ma questo non si può osservare se, quando sorge una questione di fede, non viene determinata da chi presiede su tutta la Chiesa, in modo che la sua decisione sia accettata dalla Chiesa intera con fermo consenso. Perciò spetta alla sola autorità del Sommo Pontefice la promulgazione di un nuovo simbolo: come del resto ogni altra funzione che interessa tutta la Chiesa: adunare, p. es., il concilio generale e altre cose del genere. Ecco quanto intervenne nell’eresia di Lutero: Lutero prima appellò dal Papa male informato al Papa meglio informato; poi dal Papa al concilio futuro; poi dal concilio tridentino già fatto alla Sacra Scrittura; e finalmente dalla Scrittura allo spirito privato, viene a dire al suo cervello sconvolto, ed indi formò un libro, ove cercò di provare, Nihil opus esse conciliisnon è necessario alcun concilio; e giunse a chiamare anche il I concilio Niceno foenum et stramencome fieno e paglia.

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SULLA VACANZA DELLA SEDE

Seguentemente Sant’Alfonso fornisce tutta una serie di spiegazioni circa presunti errori di fede o costume attribuiti ai papi del passato. Il tema è già stato affrontato in questo articolo DA SANT’ALFONSO MARIA DE’ LIGUORI AL “VESCOVO DI ROMA” FRANCESCO [1].

Sant’Alfonso, quindi (aggiungiamo OVVIAMENTE), non ravvisa eresie su fede e costume e nella conduzione del gregge da parte dei papi, neanche in quelle situazioni che potrebbero sembrare controverse (e lui le spiega [1]), poiché eresia (in varie forme) può esserci solo in un anti-papa (fino ad ora c’è chi documenta 42 anti-papi) che, con il suo operato malvagio, guiderebbe il gregge verso il peccato mortale e la dannazione. Secondo Sant’Alfonso, addirittura è probabilmente impossibile che il Papa cada in eresia “occulta”. Alfonso Maria de’ Liguori scrive, con riferimento a quanto detto dallo stesso Bellarmino: «Che poi alcuni pontefici sieno caduti in eresia, taluni han cercato di provarlo, ma non mai l’han provato, né mai lo proveranno; e noi chiaramente proveremo il contrario nel fine del cap X. Del resto, se Dio permettesse che un Papa fosse notoriamente eretico e contumace, egli cesserebbe d’essere Papa, e vacherebbe il pontificato. Ma se fosse eretico occulto, e non proponesse alla chiesa alcun falso dogma, allora niun danno alla Chiesa recherebbe; ma dobbiamo giustamente presumere, come dice il cardinal Bellarmino, che Iddio non mai permetterà che alcuno de’ pontefici romani, anche come uomo privato, diventi eretico né notorio né occulto»; l’ipotesi (sulla vacanza della sede) alla quale fa riferimento Sant’Alfonso è la seguente: San Roberto Bellarmino nel De Romano Pontifice (Cap. XXX): “La quinta opinione (riguardo all’ipotesi del papa eretico) pertanto è vera; un papa che sia eretico manifesto, per quel fatto (per se) cessa di essere Papa e capo (della Chiesa), poiché a causa di quel fatto cessa di essere un cristiano e un membro del corpo della Chiesa. Questo è il giudizio di tutti gli antichi Padri, che insegnano che gli eretici manifesti perdono immediatamente ogni giurisdizione”.

Sempre in Verità della fede, parte III, cap. VIII, il Liguori scrive: “Niente ancora importa che ne’ secoli passati alcun pontefice sia stato illegittimamente eletto, o fraudolentemente siasi intruso nel pontificato; basta che poi sia stato accettato da tutta la chiesa come papa, attesoché per tale accettazione già si è renduto legittimo e vero pontefice. Ma se per qualche tempo non fosse stato veramente accettato universalmente dalla chiesa, in tal caso per quel tempo sarebbe vacata la sede pontificia, come vaca nella morte de’ pontefici. Così neppure importa che in caso di scisma siasi stato molto tempo nel dubbio chi fosse il vero pontefice; perché allora uno sarebbe stato il vero, benché non abbastanza conosciuto; e se niuno degli antipapi fosse stato vero, allora il pontificato sarebbe finalmente vacato.

Nella versione del testo Verità della Fede, Volume primo, Giacinto Marietti, Torino, 1826, alla pagina 142, si leggono le parole del santo Dottore: “La seconda cosa certa si è, che quando in tempo di scisma si dubita, chi fosse il vero papa, in tal caso il concilio può esser convocato da’cardinali, e da’ vescovi; ed allora ciascuno degli eletti è tenuto di stare alla definizione del concilio, perchè allora si tiene come vacante la sede apostolica. E lo stesso sarebbe nel caso, che il papa cadesse notoriamente e pertinacemente in qualche eresia. Benché allora, come meglio dicono altri, non sarebbe il papa privato del pontificato dal concilio come suo superiore, ma ne sarebbe spogliato immediatamente da Cristo, divenendo allora soggetto affatto inabile, e caduto dal suo officio.

San Pio X conferma questa ipotesi nel suo Catechismo Maggiore:

109. La Chiesa perché è santa?
La Chiesa é santa perché sono santi Gesù Cristo suo capo invisibile, e lo Spirito che la vivifica; perché in lei sono santi la dottrina, il sacrificio e i sacramenti, e tutti son chiamati a santificarsi; e perché molti realmente furono santi, e sono e saranno.

115. La Chiesa docente può errare nell’insegnarci le verità rivelate da Dio?
La Chiesa docente non può errare nell’insegnarci le verità rivelate da Dio: essa è infallibile, perchè, come promise Gesù Cristo, “lo Spirito di verità” * l’assiste continuamente. * Giov., XV, 26

116. Il Papa, da solo, può errare nell’insegnarci le verità rivelate da Dio?
Il Papa, da solo, non può errare nell’insegnarci le verità rivelate da Dio, ossia è infallibile come la Chiesa, quando da Pastore e Maestro di tutti i cristiani, definisce dottrine circa la fede e i costumi.

117. Può altra Chiesa, fuori della Cattolica-Romana, essere la Chiesa di Gesù Cristo, o almeno parte di essa?
Nessuna Chiesa, fuori della Cattolica-Romana, può essere la Chiesa di Gesù Cristo o parte di essa, perchè non può averne insieme con quella le singolari distintive qualità, una, santa, cattolica e apostolica; come difatti non le ha nessuna delle altre Chiese che si dicono cristiane.

122. Che significa ” comunione dei santi ” ?
Comunione dei santi significa che tutti i fedeli, formando un solo corpo in Gesù Cristo, profittano di tutto il bene che è e si fa nel corpo stesso, ossia nella Chiesa universale, purché non ne siano impediti dall’affetto al peccato.

124. Chi è fuori della comunione dei santi?
E’ fuori della comunione dei santi chi é fuori della Chiesa, ossia i dannati, gl’infedeli, gli ebrei, gli eretici, gli apostati, gli scismatici e gli scomunicati.

125. Chi sono gl’infedeli?
Gl’infedeli sono i non battezzati che non credono in alcun modo nel Salvatore promesso, cioè nel Messia o Cristo, come gl’idolatri e i maomettani.

126. Chi sono gli ebrei?
Gli ebrei sono i non battezzati che professano la legge di Mosè e non credono che Gesù è il Messia o Cristo promesso.

127. Chi sono gli eretici?
Gli eretici sono i battezzati che si ostinano a non credere qualche verità rivelata dà Dio e insegnata dalla Chiesa, per esempio, i protestanti.

128. Chi sono gli apostati?
Gli apostati sono i battezzati che rinnegano, con atto esterno, la fede cattolica già professata.

129. Chi sono gli scismatici?
Gli scismatici sono i battezzati che ricusano ostinatamente di sottostare ai legittimi Pastori, e perciò sono separati dalla Chiesa, anche se non neghino alcuna verità di fede.

130. Chi sono gli scomunicati?
Gli scomunicati sono i battezzati esclusi per colpe gravissime dalla comunione della Chiesa, affinchè non pervertano gli altri e siano puniti e corretti con questo estremo rimedio.

131. E’ grave danno esser fuori della Chiesa?
Esser fuori della Chiesa è danno gravissimo, perchè fuori non si hanno nè i mezzi stabiliti nè la guida sicura alla salute eterna, la quale per l’uomo è l’unica cosa veramente necessaria.

132. Chi è fuori della Chiesa si salva?
Chi è fuori della Chiesa per propria colpa e muore senza dolore perfetto, non si salva; ma chi ci si trovi senza propria colpa e viva bene, può salvarsi con l’amor di carità, che unisce a Dio, e, in spirito, anche alla Chiesa, cioè all’anima di lei.

352. Come si adempie il primo comandamento?
Il primo comandamento si adempie coll’esercizio del culto interno ed esterno.

355. Non basta adorar Dio solo col cuore internamente?
No, non basta adorar Dio solo col cuore internamente, ma bisogna adorarlo anche esternamente, collo spirito insieme e col corpo, perché Egli è Creatore e Signore assoluto dell’uno e dell’altro.

356. Può stare il culto esterno, senza l’interno?
No, non può stare in verun modo il culto esterno senza l’interno, perché quello scompagnato da questo rimane privo di vita, di merito e di efficacia, come corpo senz’anima.

357. Che cosa ci proibisce il primo comandamento?
Il primo comandamento ci proibisce l’idolatria, la superstizione, il sacrilegio, l’eresia ed ogni altro peccato contro la religione.

363. Che cosa è l’eresia?
L’eresia è un errore colpevole dell’intelletto, per cui si nega con pertinacia qualche verità della fede.

Ed il C.J.C. del 1917: “ Tutti gli apostati dalla fede Cristiana, e tutti gli eretici e scismatici: sono ipso facto scomunicati … Il Delitto di Eresia: procura una scomunica ipso facto. Questa basilare scomunica è la pena incorsa da tutti gli eretici… Un eretico… è in tal modo incorso nella scomunica ed ha perso la appartenenza alla comunione generale di quella società (la Chiesa)“.

Ora, durante la Santa Messa, come sappiamo, v’è anche il logico divieto di pregare per un eretico e scomunicato ipso facto, pertanto ove un Papa fosse eretico e scomunicato ipso facto, quindi fuori dalla Chiesa, non essendo più Papa poiché eretico e scomunicato ipso facto e quindi fuori dalla Chiesa, nella Santa Messa non sarebbe possibile pregare o essere “una cum” un eretico e scomunicato ipso facto, ovvero un anti-papa perché fuori dalla Chiesa (in prossimi studi spiegherò bene questo concetto che qui accenno soltanto).

Torneremo sull’argomento poiché, a discapito di quello che in molti credono, le fonti sono centinaia; pertanto sarà più probabile che compendierò il tutto in un testo e che ne diramerò alcuni capitoli sul web gratuitamente.

Note:

[1] http://radiospada.org/2013/06/da-santalfonso-maria-de-liguori-al-vescovo-di-roma-francesco/

Approfondimenti dottrinali e pratici:

L’INFALLIBILITÀ DELLA CHIESA E DEL PAPA: MAGISTERO UNIVERSALE E ORDINARIO

http://radiospada.org/2013/06/linfallibilita-della-chiesa-e-del-papa-magistero-universale-e-ordinario/

http://radiospada.org/2013/07/la-infalibilidad-de-la-iglesia-y-del-papa-magisterio-universal-y-ordinario/

SULL’INFALLIBILITÀ NELLA CANONIZZAZIONE

http://radiospada.org/2013/07/sullinfallibilita-nella-canonizzazione/

RILEGGERE SAN PIO X PER CAPIRE LA CRISI ATTUALE

http://radiospada.org/2013/06/rileggere-san-pio-x-per-capire-la-crisi-attuale/

BENEDETTO XVI: “RILEGGERE I DOCUMENTI DEL CONCILIO ALLA LUCE DELLA TRADIZIONE”

http://radiospada.org/2013/07/bendetto-xvi-rileggere-i-documenti-del-concilio-alla-luce-della-tradizione/

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Se un “vescovo vagante” s’infiltra in Vaticano

di Massimo Introvigne 05-03-2013
Cardinali vagantiHa fatto sensazione – specie sulla stampa straniera – la bizzarra vicenda del «vescovo» Ralph Napierski, un personaggio che si è presentato in Vaticano vestito con paramenti episcopali ed è riuscito a mescolarsi ai cardinali che si avviavano alla prima congregazione generale preparatoria al Conclave, e ha perfino rilasciato qualche dichiarazione ai giornalisti, prima di essere identificato ed espulso. Tutto sommato, la sicurezza vaticana ha reagito abbastanza rapidamente, e non è il caso di allarmarsi. Non varrebbe neanche la pena di occuparsi di Napierski, se non fosse che l’episodio richiama a soffermarsi su chi sono esattamente i «vescovi vaganti», personaggi che spesso si presentano anche nelle diocesi italiane, ingannando sacerdoti e giornalisti e creando un buon numero di problemi, e sul cui conto chi scrive riceve richieste di chiarimenti almeno una volta al mese.

I «vescovi vaganti» come Napierski non sono semplicemente vescovi «falsi», impostori che si vestono da vescovi. A richiesta, esibiscono una serie di documenti che dovrebbero provare che sono vescovi «veri», ancorché non in comunione con la Chiesa Cattolica di Roma. Spesso si dichiarano «ortodossi» o «vetero-cattolici», ma in realtà non sono in comunione né con le Chiese Ortodosse né con la Chiesa Vetero-Cattolica o Vecchio-Cattolica, uno scisma che nasce dal giansenismo e si alimenta poi con chi rifiuta l’infallibilità pontificia proclamata dal Concilio Vaticano I e che in diversi cantoni svizzeri è riconosciuto fra le religioni sostenute dallo Stato.

Chi sono, allora, i «vaganti»? Le loro esperienze non nascono – nella maggior parte dei casi – da un dissenso teologico chiaramente riconoscibile nella sua cornice dottrinale, ma piuttosto dalla ricerca di un episcopato «autonomo» da parte di singoli personaggi che riescono in genere a radunare un numero piuttosto modesto di seguaci, e che del resto vanno a cercare la loro legittimità non solo nel mondo cattolico, ma anche in quello ortodosso ovvero anglicano.
Lo strano fenomeno dei «vaganti» nasce dalla dottrina prevalente nel mondo cattolico secondo cui un vescovo, anche separato dalla comunione con Roma, conserva la potestà di consacrare vescovi e ordinare sacerdoti. Non bisogna infatti confondere validità e liceità. Tali vescovi e sacerdoti saranno consacrati e ordinati illecitamente – chi li consacra farà un peccato mortale, e sarà passibile di scomunica -, ma validamente; e ciascun vescovo consacrato illecitamente potrà a sua volta validamente (e illecitamente) consacrare altri vescovi e ordinare altri sacerdoti.

I «vaganti», come documentato da diversi specialisti, sono nel mondo diverse migliaia. Alcune catene risalgono al secolo scorso, altre sono di origine più recente. È difficile, naturalmente, dire con certezza se un «vagante» odierno, che si situa al termine di una di queste catene, sia stato consacrato validamente: è necessaria, infatti, la validità di ogni singolo passaggio della catena, e nel mondo dei «vaganti» non mancano irregolarità tali da escludere tale validità, come consacrazioni per posta e consacrazioni episcopali di donne (per definizione non solo illecite, ma anche invalide dal punto di vista cattolico).

Quello che è certo è che per i «vaganti» la validità – potenzialmente suscettibile di essere riconosciuta dalla teologia cattolica – della loro consacrazione è un punto d’onore sostenuto con zelo e con calore.
Dal punto di vista sociologico, i «vaganti» sono molto diversi fra loro. Se ne possono distinguere due categorie. La prima comprende semplici avventurieri, pronti a sfruttare la confusione del pubblico – che normalmente non distingue fra un «vagante» e un vescovo cattolico in comunione con Roma – a fini meramente utilitaristici. Molti «vaganti» fanno commercio di ordinazioni sacerdotali, di reliquie «con autentica episcopale», di titoli cavallereschi e di diplomi universitari senza valore legale. Sono tutte attività che sono diventate tipiche di una parte di questo mondo e che in alcuni Paesi sono illegali, così che si legge talora che la polizia ha semplicemente arrestato un «falso vescovo», anche se quando ci si trova di fronte a un «vagante» le cose sono in realtà più complesse.

Nel secondo caso, i «vaganti» sono figure romantiche che sognano di ricreare forme antiche e perdute di cristianesimo, personaggi ingenui, ma non necessariamente truffatori. Ma che talora, una volta ordinati, attaccano la Chiesa su punti di teologia e di morale.
Ralph Napierski – che si muove fra Australia, Inghilterra e Germania – a prima vista può sembrare un «vagante» del secondo tipo. La sua (piccolissima) organizzazione, Corpus Christi, cui è collegata un’Abbazia della Santa Rosa, offre antiche liturgie celtiche e attacca la Chiesa sia sulla sua storia – sostenendo che Dan Brown ha ragione e che Gesù era sposato con Maria Maddalena – sia sulla sua morale.
Napierski si fa spesso fotografare a manifestazioni di omosessuali e lesbiche. Ma in realtà, a più attento esame, il personaggio che si è presentato in Vaticano è un «vagante» del primo tipo, quello commerciale e truffaldino. Si guadagna da vivere vendendo titoli cavallereschi e «lauree» di un’università tutta sua, la Jesus Christ University.
Lo fanno tanti altri «vescovi vaganti» che percorrono le diocesi italiane – spesso accolti da sacerdoti ingenui che magari li scambiano per «ortodossi» e li accolgono in nome dell’ecumenismo -: ma naturalmente i titoli cavallereschi e le lauree sono tutti di pura fantasia.

Napierski, però, non è un semplice truffatore vestito da vescovo. È un tipico «vagante», con una genealogia interessante. Per capirla, occorre fare due premesse. La prima è che il maggior numero di «vaganti» oggi presenti nel mondo nasce dalle consacrazioni episcopali illecite celebrate dall’arcivescovo emerito di Hué, il vietnamita Pierre-Martin Ngô-Dinh Thuc (1897-1984). Thuc era fratello del presidente del Vietnam del Sud Ngô-Dinh Diêm (1901-1963). E proprio perché accusava la Santa Sede di avere abbandonato ai comunisti il Vietnam, oltre che per le sue idee utra-conservatrici, Thuc lasciò la Chiesa Cattolica ed è all’origine di centinaia di «vescovi vaganti», prima di morire riconciliato con Roma nel 1984.

La seconda premessa è che oltre ai «vescovi vaganti» nel mondo esistono anche una dozzina di personaggi con pretese più elevate, che hanno radunato un po’ di «vaganti» e si sono fatti eleggere Papi, o meglio antipapi. L’antipapa di maggiore successo dei tempi moderni è stato uno spagnolo, Clemente Domínguez y Gómez (1946-2005), che si è proclamato Pontefice con il nome di Gregorio XVII ed è riuscito a radunare diverse migliaia di seguaci intorno al suo Vaticano alternativo di Palmar de Troya, presso Siviglia, oggi in crisi dopo la sua morte nel 2005 e le beghe fra i suoi successori.
Gregorio XVII era un Papa finto, ma un vescovo consacrato validamente, ancorché illecitamente. Infatti il solito Thuc lo aveva consacrato vescovo nel 1976. E lo stesso Gregorio XVII, forte della consacrazione di Thuc, si mise a sua volta a consacrare vescovi un buon numero di suoi seguaci. Fra questi, nel 1978, il tedesco Alfred Seiwert-Fleige. Il quale però, come molti vescovi consacrati da Gregorio XVII, finirà per abbandonare la sua «Chiesa Cattolica Palmariana», dedicandosi dal 1980 alla più lucrosa attività di consacrare vescovi dietro corrispettivi in denaro.

Ed è proprio Seiwert-Fleige ad avere consacrato vescovo Napieski. Tra l’altro Seiwert-Fleige nel 2001 era riuscito a infiltrarsi in una Messa concelebrata in Vaticano e a farsi fotografare con il beato Giovanni Paolo II (1920-2005). E, preso da dubbi sulla sua consacrazione «palmariana», lo stesso Seiwert-Fleige si era fatto riconsacrare nel 1995 in Francia da Antoine Roux, a sua volta consacrato vescovo direttamente da Thuc e noto per una bella fotografia dove, a un’udienza di Benedetto XVI, saluta Papa Ratzinger.

Questi dati possono sembrare complicati, ma ci danno una lezione. Non bisogna fidarsi neppure delle foto con i Pontefici, che purtroppo non è così difficile farsi scattare. Quando qualcuno si presenta come «vescovo cattolico» non è detto che lo sia. Se vende lauree, reliquie o titoli cavallereschi probabilmente non lo è. È meglio controllare sempre, come hanno fatto i gendarmi pontifici, più prudenti di qualche cardinale che c’è cascato e si è fatto fotografare con l’allegro Napierski.

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Il Sedevacantismo
(Mons. Mark A. Pivarunas, CMRI)

Il Sedevacantismo è la posizione teologica di quei cattolici tradizionali che con la massima certezza credono nel papato, nell’infallibilità papale e nel primato del Romano Pontefice, e tuttavia non riconoscono Giovanni Paolo II come legittimo successore di Pietro nel primato. In altre parole, non riconoscono Giovanni Paolo II come vero papa. Il termine sedevacantismo è composto da due parole latine che insieme significano “la Sede [apostolica] è vacante.” Nonostante i vari argomenti sollevati contro questa posizione — cioè che sia basata su una falsa aspettativa che il papa non possa commettere errori, o che si tratta di una reazione emotiva ai problemi nella Chiesa — la posizione sedevacantista è fondata sulle dottrine cattoliche dell’infallibilità e della indefettibilità della Chiesa e sulla opinione teologica del gran Dottore della Chiesa, S. Roberto Bellarmino.
Come introduzione a questo articolo, bisogna che il cattolico tradizionale si chieda anzitutto perché è un cattolico tradizionale. Perché non assiste alle messe del Novus Ordo? Perché rigetta gli insegnamenti del Concilio Vaticano II sulla Libertà Religiosa e sull’Ecumenismo? Perché rigetta il nuovo codice di diritto canonico (1983) secondo il quale in certe circostanze gli scismatici e gli eretici possono, senza abiura dei loro errori e senza professione della Fede Cattolica, ricevere da un prete cattolico i Sacramenti della Penitenza, dell’Estrema Unzione, e la SS. Eucarestia?
Se il cattolico tradizionale risponde correttamente alla prima domanda, afferma molto semplicemente che la nuova messa è senza dubbio un pericolo per la fede e che, a causa dei cambiamenti radicali nell’Offertorio e nella Consacrazione, è dubbio che la transustanziazione abbia mai luogo.
In risposta alla seconda domanda, il cattolico tradizionale dovrebbe affermare propriamente che gli insegnamenti che si trovano nei decreti sulla Libertà Religiosa e sull’Ecumenismo del Vaticano II sono stati condannati dai papi precedenti, in particolare da Papa Pio IX nel Sillabo degli Errori.
Infine, alla terza domanda, il cattolico tradizionale risponderebbe sicuramente che tale legge del nuovo codice non può mai essere considerata come legislazione vera e obbligante poichè i sacramenti verrebbero altrimenti amministrati sacrilegamente ad eretici e scismatici.
L’anziano Arcivescovo Marcel Lefebvre ebbe a scrivere in modo pertinente il 29 giugno 1976, in occasione della sospensione a divinis comminatagli da Paolo VI, la riflessione:
“Che la Chiesa Conciliare è una Chiesa scismatica, perché rompe con la Chiesa Cattolica quale è sempre stata. Essa ha i suoi nuovi dogmi, il suo nuovo sacerdozio, le sue nuove istituzioni, il suo nuovo culto, tutti già condannati dalla Chiesa in molti documenti, ufficiali e definitivi.
“Questa Chiesa Conciliare è scismatica, perché ha preso per base per il suo aggiornamento, principi opposti a quelli della Chiesa Cattolica, come la nuova concezione della Messa espressa ai numeri 5 della Prefazione al [decreto] Missale Romanum e 7 del suo primo capitolo, che attribuisce all’assemblea un ruolo sacerdotale che non può esercitare; come similmente il naturale — vale qui a dire divino — diritto di ogni persona e di ogni gruppo di persone alla libertà religiosa.
“Questo diritto alla libertà religiosa è blasfemo, perché attribuisce a Dio scopi che distruggono la Sua Maestà, la Sua Gloria, la Sua Regalità. Questo diritto implica libertà di coscienza, libertà di pensiero, e tutte le libertà massoniche.
“La Chiesa che afferma tali errori è al tempo stesso scismatica ed eretica. Questa Chiesa Conciliare è, pertanto, non cattolica. Nella misura in cui Papa, vescovi, preti e fedeli aderiscono a questa nuova Chiesa, essi si separano dalla Chiesa Cattolica.”
Si chiedano i cattolici tradizionali, specialmente i membri della Fraternità S. Pio X, fino a che punto Papa, vescovi, preti e laicato abbiano aderito a questa nuova Chiesa che li separa, secondo la riflessione dell’Arcivescovo Lefebvre, dalla Chiesa Cattolica.
Giovanni Paolo II aderisce completamente alla Chiesa Conciliare. Egli impone la Messa del Novus Ordo e i falsi insegnamenti del Vaticano II. Ha promulgato il Nuovo Codice di Diritto Canonico (1983). Ha sfrontatamente praticato il falso ecumenismo e l’eretico indifferentismo religioso in Assisi, Italia, il 27 Ottobre 1986, mediante l’atroce convocazione di tutte le false religioni del mondo per pregare i loro falsi dei per la pace del mondo!
Per quanto questo soggetto possa essere spiacevole, i cattolici tradizionali devono affrontare le terribili e brucianti domande:
La Chiesa Conciliare è la Chiesa Cattolica?
Giovanni Paolo II, capo della Chiesa Conciliare, è un vero papa?
Il sedevacantista direbbe senza esitazione e senza ambiguità no.
Credere altrimenti, rispondere si alle domande di cui sopra, implicherebbe che la Chiesa Cattolica ha fallito il suo scopo, che la Chiesa di Cristo non è infallibile e indefettibile, che il papa non è la roccia su cui Cristo ha fondato la sua Chiesa, che la promessa di Cristo di essere con la sua Chiesa “tutti i giorni fino alla consumazione del mondo” e che la speciale assistenza dello Spirito Santo, sono mancate alla Chiesa — conclusioni che nessun cattolico tradizionale potrebbe mai accettare.
Considerate la seguente citazione dal Concilio Vaticano I (1870):
“Perchè i Padri del IV Concilio di Constantinopoli, che seguirono da vicino le orme dei loro predecessori, fecero questa solenne professione: ‘La prima condizione della salvezza è mantenere la norma della vera Fede. Perché è impossibile che le parole di Nostro Signore Gesù Cristo, che disse, “Tu sei Pietro, e su questa pietra costruirò la mia Chiesa” (Matt. 16:18), non siano verificate. E la loro verità è stata provata dal corso della storia, poiché nella Sede Apostolica la religione Cattolica è sempre stata mantenuta senza macchia, e l’insegnamento mantenuto santo.’ …poiché essi compresero pienamente che questa Sede di S. Pietro resta sempre intatta da qualsiasi errore, secondo la divina promessa di Nostro Signore e Salvatore fatta al principe dei suoi discepoli, ‘Ho pregato per te, che la tua fede non venga meno; e tu, quando ti sarai convertito, conferma i tuoi fratelli’ (Luca 22:32).”
Papa Leone XIII, nella sua enciclica Satis Cognitum, insegnò che l’Autorità Docente della Chiesa non può mai essere in errore:
“Se (il vivente magistero) potesse essere in alcun modo falso, ne seguirebbe una evidente contraddizione; perché allora Dio stesso sarebbe autore dell’errore.”
Come può un cattolico tradizionale da un lato rigettare la Nuova Messa, gli insegnamenti eretici del Concilio Vaticano II, e il Nuovo Codice di Diritto Canonico (1983), e dall’altro, continuare a riconoscere come papa proprio colui che ufficialmente promulga e impone questi errori?
Occorre considerare anche un’altra domanda: la fede ed il governo del cattolico tradizionale sono gli stessi di Giovanni Paolo II e della sua Chiesa Conciliare? I cattolici tradizionali credono le stesse dottrine di Giovanni Paolo II e della Chiesa Conciliare riguardo alla Nuova Messa, al falso ecumenismo, ed alla libertà religiosa? I cattolici tradizionali sono soggetti alla gerarchia locale ed in ultimo luogo a Roma?
Papa Pio XII, nell’enciclica Mystici Corporis insegnò:
“Ne segue che tutti coloro che sono divisi nella fede e nel governo non possono ritenersi viventi nell’unico Corpo [di N.S. Gesù Cristo, cioè nella Chiesa] in quanto tali, nè possono ritenersi compartecipi della vita dell’unico Divino Spirito.”
I cattolici tradizionali sono uniti o divisi, quanto alla fede ed al governo, rispetto alla Chiesa Conciliare?
Il sedevacantista riconosce onestamente che la sua fede attualmente non è la stessa di Giovanni Paolo II e della Chiesa Conciliare. Riconosce che non è attualmente soggetto né obbedisce a Giovanni Paolo II. Come cattolico tradizionale, il sedevacantista crede e professa tutti gli insegnamenti della Chiesa Cattolica, e questa professione della vera Fede include il rigetto dei falsi insegnamenti del Vaticano II (“tutti già condannati dalla Chiesa in numerosi documenti, ufficiali e definitivi” — S.E. Mons. Marcel Lefebvre, 29.06.1976).
Durante la prima preghiera del Canone della S.Messa tradizionale, che inizia con Te igitur, il sacerdote in tempi normali dovrebbe recitare una cum papa nostro N. (uno col nostro papa N.). Che significato comporta questa breve frase — una cum, uno con?
Uno nella fede, uno nel governo, uno nella Messa e nei Sacramenti — uniti — questo è il significato! Può un sacerdote tradizionale onestamente recitare nel Canone della Messa che egli è una cum Giovanni Paolo II? In che cosa è una cum Giovanni Paolo II? Negli insegnamenti conciliari, nel governo, nella nuova messa e nei sacramenti ufficiali — è attualmente una cum?
Un’ultima considerazione su questo tema del sedevacantismo è la maniera nella quale sono accadute tutte queste cose. Quando sono avvenute? Come sono avvenute? Questa è un’area nella quale i sedevacantisti si differenziano. Alcuni ritengono che le elezioni papali furono invalide basandosi sulla Bolla di Papa Paolo IV del 1559, Cum ex apostolatus:
“Se mai, in qualunque epoca, avvenga che… il Romano Pontefice abbia deviato dalla Fede Cattolica o sia caduto in qualche eresia prima di assumere il papato, tale assunzione, anche compiuta coll’unanime consenso di tutti i Cardinali, è nulla, invalida e senza effetto; né può dirsi divenire valida, o esser tenuta per legittima in qualsivoglia modo, o esser ritenuta dare a costoro alcun potere di amministrare delle materie sia spirituali che temporali; ma qualsiasi cosa sia detta, fatta o stabilita da costoro è priva di ogni forza e non conferisce assolutamente alcuna autorità o diritto a chicchessia; e costoro per il fatto stesso (eo ipso) e senza che sia richiesta alcuna dichiarazione siano privati di ogni dignità, posto, onore, titolo, autorità, ufficio, e potere.”
Alcuni sedevacantisti citano il Codice di Diritto Canonico (1917) al canone 188, art. n. 4:
“Qualsiasi ufficio sarà vacante ipso facto [per il fatto stesso] per tacita rinuncia e senza che sia richiesta alcuna dichiarazione, … §4 per pubblica defezione dalla Fede Cattolica;… (Ob tacitam renuntiationem ab ipso iure admissam quaelibet officia vacant ipso facto et sine ulla declaratione, si clericus: … 4. A fide catholica publice defecerit;…)”
Altri ritengono l’opinione di S. Roberto Bellarmino nel De Romano Pontifice (Cap. XXX):
“La quinta opinione (riguardo all’ipotesi del papa eretico) pertanto è vera; un papa che sia eretico manifesto, per quel fatto (per se) cessa di essere papa e capo (della Chiesa), poichè a causa di quel fatto cessa di essere un cristiano (sic) e un membro del corpo della Chiesa. Questo è il giudizio di tutti gli antichi Padri, che insegnano che gli eretici manifesti perdono immediatamente ogni giurisdizione.”
Papa Innocenzo III, citato dal teologo Billot nel suo Tract. De Ecclesia Christi, p. 610:
“La fede mi è necessaria a tal punto che, avendo Dio come mio unico giudice in altri peccati, potrei comunque venir giudicato dalla Chiesa per i peccati che potessi commettere in materia di fede.”
Basta dire che, la questione del papa è una questione difficile, spiacevole, e che fa paura; tuttavia è una questione necessaria e importante, che non può essere evitata.
In conclusione, non si dica che il sedevacantista rigetta il papato, il primato, o la Chiesa Cattolica. Al contrario è proprio a causa del suo credere nel papato, nel primato, nell’infallibilità ed indefettibilità della Chiesa Cattolica che egli rigetta Giovanni Paolo II e la Chiesa Conciliare. Per il sedevacantista, la Chiesa Cattolica non può venir meno e non è venuta meno. La grande apostasia predetta da S.Paolo nell’ Epistola ai Tessalonicesi ha avuto luogo:
“Che nessuno vi inganni in alcun modo, perché il giorno del Signore non verrà a meno che prima non venga l’apostasia, e sia rivelato l’uomo del peccato, il figlio di perdizione, che si oppone e si esalta sopra tutto ciò che è detto Dio, o che viene adorato, in modo da sedersi nel tempio di Dio per farsi adorare come fosse Dio…. E ora sapete ciò che lo trattiene, affinché sia rivelato al tempo opportuno. Poiché il mistero di iniquità è già al lavoro; dato soltanto che colui che al presente lo trattiene, lo trattenga ancora, finché sia tolto di mezzo. Ed allora il perverso sarà rivelato…” (2 Thess. 2:3-8).
Chi è colui “che al presente lo trattiene… finché egli sia tolto di mezzo. Ed allora il perverso sar à rivelato”? Forse Papa Leone XIII ne fornisce la risposta nel suo Motu Proprio del 25 settembre 1888, quando scrisse l’invocazione a S. Michele:
“Questi astutissimi nemici hanno riempito e inebriato di fiele e amarezza la Chiesa, la sposa dell’Agnello immacolato, e hanno messo empie mani sulle sue più sacre proprietà. Nello stesso Luogo Santo, dove fu posta la Sede del beatissimo Pietro e la Cattedra di Verità per la luce del mondo, hanno elevato il trono della loro abominevole empietà, con l’iniquo disegno che quando il Pastore sia stato colpito, il gregge venga disperso.”

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Sedevacantismo (dagli anni ’60 del XX secolo) e gruppi sedevacantisti

Fare clic per visualizzare la fotoMichel Guérard des Lauriers, ideatore della “Tesi di Cassiciacum” – Definizione

Per sedevacantismo s’intende quel movimento cattolico tradizionalista, che, rigettando le conclusioni del Concilio Vaticano Secondo (1962-1965), soprattutto in tema di ecumenismo, libertà religiosa e riforma liturgica (con l’abbandono della Messa in latino a favore di quella in lingua vernacolare), credeva che i papi successivi al Concilio avessero perso la legittima autorità per governare la Chiesa Cattolica e che quindi la Sede (o trono) papale fosse rimasta vacante dopo la morte di Papa Pio XII (1939-1958), o tutt’al più dopo la morte di Papa Giovanni XXIII (1958-1963). Infatti, i sedevacantisti non hanno riconosciuto i successori di quest’ultimo, vale a dire i papi Paolo VI (1963-1978), Giovanni Paolo I (1978), Giovanni Paolo II (1978-2005), e Benedetto XVI (2005-).

Monsignor Guérard des Lauriers e la tesi di Cassiciacum

È utile qui segnalare l’elaborazione teologica sedevacantista, denominata “tesi di Cassiciacum”, in quanto pubblicato per la prima volta sui “Quaderni di Cassiciacum” (il nome latino della cittadina lombarda di Cassago, dove Sant’Agostino si ritirava a meditare). Essa fu elaborata nel 1979 da Monsignor Michel Guérard des Lauriers (1898-1988), un domenicano francese (con il nome di Fra Louis-Bertrand) consacrato validamente ma illegalmente (non c’era il benestare del Vaticano) nel 1981 dall’arcivescovo emerito di Hué (in Vietnam), Pierre-Martin Ngô-Dinh Thuc (1897-1984), noto consacratore di una folta schiera di vescovi vaganti. A sua volta, Guérard des Lauriers ha in seguito consacrato vescovi tre sacerdoti: nel 1984 il tedesco Gunter Storck, nel 1986 l’americano Robert Fidelis McKenna, e il 25 novembre 1987 a Raveau (in Francia) l’italiano Franco Munari.

Secondo Guérard des Lauriers, nella figura del Papa si fondono due aspetti: quello fisico della persona in questione e quello relativo all’Autorità papale con l’Assistenza dello Spirito Santo. Solitamente la persona fisica del Papa ha la capacità di recepire l’Autorità-Assistenza, e quindi di pronunciarsi secondo quell’infallibilità ex cathedra, affermata nel 1870 nel Concilio Vaticano Primo (1869-1870), ma se egli entra in netto contrasto con le proposizioni – infallibili – dei papi precedenti, allora vuol dire che l’eletto non è la persona giusta, e che quindi la Santa Sede si può ritenere vacante. E questo è avvenuto, secondo questa tesi, dal 1965 con la promulgazione da parte di Papa Paolo VI dell’enciclica Dignitatis humanæ, che sarebbe in contrasto con gli insegnamenti precedenti: lo stesso Paolo VI e i suoi successori, non godendo più dell’Assistenza dello Spirito Santo, non sarebbero più formalmente (formaliter) papi, ma solo materialmente (materialiter) gli occupanti della Sede Apostolica. Altri sedevacantisti fanno decorrere quest’anomalia già dal papato di Giovanni XXIII. Per Guérard des Lauriers, sta ai legittimi elettori del Papa (cardinali e vescovi residenziali) ammonire il Pontefice ad abiurare i suoi errori, e in caso contrario, convocare un nuovo conclave.

In questo i sedevacantisti [entro il cui movimento si differenzia la posizione di coloro (come l’Associazione Santa Maria Salus Populi Romani) che ritengono che i papi non occupino neppure materialmente (materialiter) la Sede Apostolica] si distinguono da altri gruppi tradizionalisti, come i lefebvriani, che contestano molte conclusioni del Concilio Vaticano Secondo, ma non mettono in discussione l’autorità del Papa.
Inoltre, alcuni di questi gruppi nominano propri papi (o antipapi), sebbene con questa mossa non si possono più definire tecnicamente sedevacantisti, poiché hanno “occupato” il trono papale con un loro candidato. In questo caso si definiscono più correttamente “conclavisti” (vedi la voce antipapi del XX secolo per elenco e approfondimenti sugli antipapi).

Congregation of Mary Immacolate Queen (Congregazione di Maria Regina Immacolata) (CMRI)

Comunità cattolica tradizionalista sedevacantista americana, conosciuta anche come Chiesa di Rito Latino Tridentino, Crociati di Fatima, oppure Oblati di Maria Immacolata Regina dell’Universo. La CMRI fu fondata nel 1967 a Coeur d’Alene, una cittadina nello stato dell’Idaho, da Francis Konrad Schuckardt (1937-2006), un ex aderente al gruppo religioso chiamato Blue Army of Our Lady of Fatima (Armata blu di Nostra Signora di Fatima) e dedicato alla propagazione del messaggio della Madonna di Fatima. La fondazione della CMRI ottenne l’approvazione del vescovo di Boise (sempre nell’Idaho) Sylvester William Treinen (1917-1996).

Anche questo movimento, come gli altri sedevacantisti, decise, dopo la fine del Concilio Vaticano Secondo nel 1965, di non riconoscere la validità del magistero di Papa Paolo VI (1963-1978), separandosi quindi come chiesa autonoma, denominata in seguito (1978) Chiesa di Rito Latino Tridentino, e cercando di organizzarsi con sacerdoti che condividessero le stesse idee teologiche. Lo stesso Schuckardt ricorse ad un vescovo vecchio-cattolico, Daniel Quilter Brown (consacrato dal noto vescovo vagante Arnold Harris Mathew), per essere ordinato sacerdote e consacrato vescovo tra il 28 ottobre ed il 1 novembre 1971.

Nei dieci anni successivi, la Chiesa si trasferì in un ex seminario gesuita a Mount Saint Michael (vicino a Spokane, nello stato di Washington) e ebbe una notevole crescita tale da annoverare 120 suore, 6 sacerdoti, 61 chierici e fratelli, ma fu travolta nel 1984 dallo scandalo suscitato dalle accuse di un prete della comunità, Denis Chicoine, che denunciò Schuchardt di cattiva gestione finanziaria del gruppo, di abuso di droga e di omosessualità. Il fondatore (si vocifera che si fosse auto-proclamato papa Adriano VII) fu quindi estromesso dalla chiesa, i cui sacerdoti chiesero una nuova ordinazione da parte del vescovo George Musey (consacrato dal noto arcivescovo Pierre-Martin Ngô-Dinh Thuc), fecero approvare nel 1986 la propria Regola dal precedentemente citato vescovo Robert Fidelis McKenna (consacrato da Michel Guérard des Lauriers), ed elessero nel 1989 Superiore Generale della Congregazione Mark Pivarunas, consacrato nel 1991 vescovo da Moises Carmona (altro vescovo della linea Thuc).
Va da sé che Schuckardt (che morì di cancro il 5 novembre 2006) scomunicò prontamente i capi della frazione di Chicoine, creando un proprio gruppo (con non più di 100 seguaci) nei dintorni di Seattle.
Il gruppo maggioritario (quello di Chicoine) ha oggigiorno 29 chiese o cappelle in Stati Uniti, Canada e Nuova Zelanda, oltre ad un seminario in Omaha (Nebraska). Il loro sito ufficiale è http://cmri.org/.

Seibo no mikuni (Il regno di Nostra Signora)

Gruppo sedevacantista apocalittico anti-abortista giapponese, fondato da Yukio Nemoto (1925-1988): convertitosi alla fede cattolica nel 1950, egli era entrato nella Milizia di Maria Immacolata nel 1965, ma, poco dopo la fine del Concilio Vaticano Secondo (1962-1965), abbandonò la Chiesa Cattolica per fondare la propria setta. Nemoto sviluppò una sua teologia, basata sulla predicazione apocalittica (egli dedicò una Spiegazione in quattro volumi all’interpretazione dell’Apocalisse di San Giovanni), sulla decadenza e perversione della Chiesa cattolica (attaccata con violenza nel materiale divulgativo della setta), sul ruolo centrale della Vergine Maria.
I cinque punti dell’atto di fede dei seguaci di Nemoto sono:

  1. Credere ai tre dogmi della Vergine Maria, vale a dire Immacolata Concezione, Assunzione e Mediazione Universale. Quest’ultimo concetto, che non è mai stato proclamato ufficialmente dalla Chiesa Cattolica, ha comunque anche nella Chiesa di Roma i suoi sostenitori. Al riguardo, Nemoto ha istituito la festività della “Mediatrice di tutte le Grazie” la seconda domenica di maggio.
  2. Riconoscere la Seibo no mikuni come l’unica vera Chiesa Cattolica degli ultimi giorni.
  3. Proclamare che la Chiesa di Roma è diventata la “Grande Prostituta” dell’Apocalisse di San Giovanni (17,1).
  4. Professare che i papi di Roma (Giovanni XXIII e i suoi successori) sono l’Anticristo e la Bestia dell’Apocalisse (13,11).
  5. Uscire dalla Chiesa Cattolica.

Il gruppo, la cui sede è a Fukushima (in Giappone), non conta più di qualche decina di membri, guidati dalla figlia di Nemoto, Suor Maria Immacolata.

Istituto Mater Boni Consilii

Il già accennato don Franco Munari (consacrato vescovo nel 1987 da Guérard des Lauriers), assieme ai colleghi sacerdoti Curzio Nitoglia, Giuseppe Murro e Franco Ricossa, aveva lasciato nel 1985 la Fraternità Sacerdotale San Pio X di Monsignor Lefebvre, per dissidi dottrinali sull’obbedienza dovuta al Papa: mentre, infatti, i lefebvriani contestavano le conclusioni del Concilio, senza discutere l’autorità del Papa, il gruppo di Munari seguiva puntigliosamente le conclusioni della tesi di Cassiciacum (alcuni dicono con un fervore perfino superiore alle posizioni più sfumate dello stesso Guérard des Lauriers). Munari e gli altri fondarono a Nichelino (vicino a Torino) – poi trasferito a Verrua Savoia (sempre in provincia di Torino) – l’Istituto Mater Boni Consilii, un sodalizio che celebra la messa in latino (senza citare il nome del papa, poiché, come si diceva, ritengono che la Sede sia vacante) in 14 località diverse, tra Italia, Francia e Spagna. Dopo il ritiro di Munari nel 1990, l’istituto si appoggia a vescovi stranieri (come il già nominato McKenna) per le ordinazioni dei propri sacerdoti. Il sito internet è http://www.sodalitium.biz.

Associazione Santa Maria Salus Populi Romani

Come precedentemente accennato, quest’associazione, fondata nel 1991 dall’ex seminarista lefebvriano Stefano Filiberto, sostiene che i papi non occupino né formalitermaterialiter la Sede Apostolica, e che, anzi, essi siano eretici e apostati. La stessa Tesi di Cassiciacum è integralmente respinta dal loro teologo, don Franco Maria Paladino. Da qui, a scendere, una serie di altre considerazioni: la Sede Apostolica è vacante, la Chiesa ha perso la sua credibilità (ovviamente ancora presente in coloro, come i sedevacantisti, che si oppongono a questa situazione) e un nuovo conclave non sarebbe la soluzione al problema (anche perché molti cardinali sono stati consacrati durante il pontificato di Giovanni Paolo II, e quindi la loro successione apostolica sarebbe dubbia).
L’associazione è collegata ad un network di organizzazioni sedevacantiste in Messico, Stati Uniti, Germania, Francia, Belgio e Canada.

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SE SIA LECITO ANDARE ALLA MESSA DEI SACERDOTI SEDEVACANTISTI

Dopo l’articolo sul “Neo-Donatismo”, alcuni lettori mi hanno posto la questione, se sia lecito andare alla Messa celebrata da sacerdoti sedevacantisti.

Mi sembra (non mi reputo infallibile e non ho nessuna giurisdizione per obbligare chicchessia, esprimo soltanto un’opinione personale) che, a certe condizioni, sia lecito.

Infatti i preti sedevacantisti celebrano la Messa tradizionale, sono sacerdoti validamente ordinati e, se insegnano i princìpi della Dottrina cattolica comunemente professata dalla Chiesa e compendiata nel Catechismo del Concilio di Trento e di San Pio X (senza entrare, con eccessiva insistenza, nei dettagli specifici della tesi teologica disputata sulla sede vacante ed obbligare di assentire ad essa), non vedo la ragion sufficiente per impedire ai fedeli di assistere alla loro Messa.

La regolarità canonica e la pienezza della purezza dottrinale (anche riguardo alla tesi teologica sulla maniera di affrontare e risolvere l’errore neomodernista penetrato nella Chiesa), nell’attuale stato di crisi dell’ambiente cattolico, sono difficilmente ottenibili e conciliabili, come ho cercato di spiegare nell’articolo sul Donatismo.

Certamente, qualora si costatino evidenti e pubblici errori contro la Fede cattolica, la Dottrina teologicamente certa o la Dottrina comunemente insegnata (per esempio l’elezione di un “papa” e la creazione di una “gerarchia” da parte dei fedeli, la negazione di un dogma o di una dottrina morale certa e costantemente insegnata), allora ci si deve astenere dal frequentare coloro che li professano, sedevacantisti o meno[1]. Diverso è il caso di una tesi teologica dibattuta sulla quale la Chiesa gerarchica non si è ancora pronunciata esplicitamente, dogmaticamente ed in maniera obbligatoria. Infatti non i soli  sedevacantisti possono sbagliare e non sono neppure il Male e l’Errore assoluto: “ogni altare porta la sua croce”, dice il proverbio.

Quindi se un fedele vive in una città ove l’unica Messa tradizionale è celebrata dai sacerdoti sedevacantisti, può assistere alla loro Messa e sarebbe molto imprudente proibirgli di frequentarla, privandolo delle fonti della Grazia.

Così pure se una persona anziana, che ha difficoltà per spostarsi da una zona ad un’altra, vive in una città nella quale l’oratorio a lei più vicino è quello dei sacerdoti sedevacantisti, può frequentare la loro Messa.

Tuttavia occorre distinguere:

1°) quanto al “sedevacantismo mitigato” occorre fare attenzione a non dare a questa tesi disputata sulla ‘sede formalmente vacante’ da Paolo VI in poi un assenso certo, che non mi sembra corrispondere alla realtà dei fatti;

2°) per quanto riguarda il “sedevacantismo totale”, invece, bisogna evitare coloro che abbiano eletto un “papa” e creato una “gerarchia” senza avere il potere per farlo perché in questo caso si sarebbe in presenza di una setta (v. Palmàr de Troja).

L’assistenza alla Messa di un sacerdote non significa seguire ipso facto la tesi teologica che egli propugna. Per esempio non tutti i fedeli che si recano a Messa dai Domenicani sono ipso facto Bannesianisti (cioè seguaci della tesi teologica, ancora liberamente disputata, di Domingo Bañez sul problema della Grazia efficace), come non tutti i fedeli che vanno dai Gesuiti sono Molinisti (vale a dire seguaci della tesi, liberamente dibattuta, sostenuta da Molina sulla Grazia, che è diametralmente opposta a quella di Bañez). Così non tutti i fedeli che prendono Messa in una Cappella in cui officiano, spiegano il Vangelo domenicale ed insegnano i rudimenti principali della Dottrina cattolica contenuti nel Catechismo tradizionale i sacerdoti sedevacantisti debbono ipso facto e necessariamente esserlo anch’essi e seguire la loro tesi teologica sulla sede vacante.

L’importante è che, in questi tempi così difficili ed apocalittici, i fedeli abbiano la Messa di Tradizione apostolica, l’insegnamento della Dottrina cattolica comune ed ufficiale contenuta nel Catechismo tradizionale (senza dover scendere in questioni teologiche ardue, ancora liberamente disputate) e si accostino regolarmente ai Sacramenti (specialmente la Confessione e la Comunione) per vivere in Grazia di Dio e salvarsi l’anima. “Salus animarum suprema lex: è questo il principio che deve guidarci e non “inter-esse nostrum supremum jus”. Il Diritto Romano insegna: “summum jus, summa injuria; il diritto applicato troppo strettamente, può divenire la massima ingiustizia”, in breve: “il troppo storpia, ogni eccesso è un difetto”.

Il problema che non riesco a capire è quello di proibire (con quale Autorità?), anche addirittura sotto pena di peccato grave, di frequentare la Messa tradizionale celebrata da sacerdoti che seguono una tesi teologica non condivisa da noi sul problema dell’attuale crisi che agita l’ambiente cattolico. Problema che è ancora dibattuto e sul quale la Chiesa gerarchica non si è ancora pronunciata esplicitamente, in maniera dogmaticamente obbilgatoria e definitoria.

Sinceramente non vedo nessun sacerdote o Istituto sacerdotale fondato, assistito infallibilmente e indefettibilmente da Dio, né può esistere. Solo la Chiesa cattolica lo è. Ma – ahimè – oggi, con la Nuova Messa del 1970, il “fumo di satana è penetrato anche nella Chiesa”, come ha riconosciuto lo stesso Paolo VI. Se il nuovo rito “pone i fedeli nella tragica necessità di opzione” (cardinali Alfredo Ottaviani e Antonio Bacci) e si deve frequentare la Messa che la Chiesa ha sempre celebrato sin dall’era apostolica (“quod semper, quod ubique, quod ab omnibus”, S. Vincenzo da Lerino, Commonitorium), non si può proibire l’assistenza al Rito tradizionale, poiché si ritiene (a ragione o a torto) che gli unici a celebrare e predicare correttamente su ogni questione particolare della Teologia cattolica siamo soltanto noi. Occorre sempre distinguere una tesi teologica liberamente disputata dalla Dottrina comune ed ufficiale della Chiesa, da quella teologicamente certa o addirittura di Fede rivelata e definita.

La Chiesa è stata fondata gerarchicamente e monarchicamente, non democraticamente, da Gesù su Pietro ed i suoi successori, i Papi ai quali trasmette la sua Autorità; da loro viene la giurisdizione ai Vescovi i quali la delegano ai Parroci. Ora se “in tempi di grave crisi, che comincia ad invadere quasi tutta la Chiesa, occorre fare ciò che la Chiesa ha sempre fatto, evitando le novità”[2] (S. Vincenzo da Lerino, Commonitorium), e, quindi, “si può resistere pubblicamente ed eccezionalmente a decisioni dell’Autorità ecclesiastica” (Arnaldo Vidigal Xavier Da Silveira)[3], non è mai lecito attribuirsi una giurisdizione che non viene da noi, ma solo da Dio tramite il Papa. Se agissimo così, faremmo allora parte non più della Chiesa fondata da Cristo, ma di una “chiesuola” fondata ed immaginata da noi.

Se i sedevacantisti esagerano ed impediscono (con quale Autorità?) di frequentare la Messa tradizionale “una cum”, non cadiamo nel loro errore e non arroghiamoci una giurisdizione che neghiamo de facto al Papa. L’essenziale è che i fedeli abbiano il maggior numero di sacerdoti che celebrino la Messa apostolica e che insegnino i rudimenti della Dottrina cattolica comune, riassunta nel Catechismo del Concilio di Trento o di San Pio X. Quanto alla purezza assoluta della loro tesi teologica anche riguardo al problema attuale della crisi nella Chiesa, “chi di voi è senza ‘errore’ lanci la prima pietra!”. “Nescire quaedam, magna pars sapientiae” dicevano gli antichi Romani. Pensar di sapere tutto è segno di grande insipienza!  In quest’ora tenebrosa ogni sacerdote, ogni Istituto ha le sue piccole ombre, le sue incertezze e le sue deficienze di fronte al “Mysterium iniquitatis” che ha avvolto l’ambiente ecclesiale; nessuno che sia sano di mente può pretendere di vedere chiaro in piena notte (“haec est hora potestas tenebrarum”, e in tale ora anche i Dodici si smarrirono). Se lo facesse sarebbe o un illuso-manipolato, che ha subìto il lavaggio del cervello, o un ipocrita, che mente spudoratamente sapendo di mentire.

Ringraziando Dio, in questi anni così tragici, le Messe tradizionali ed i sacerdoti che insegnano le basi della Dottrina cattolica comune de ufficiale si sono moltiplicati ed estesi quasi dappertutto, di modo che i fedeli possano averli anche nei posti ove prima era “follia sperar”. Allora non siamo gelosi come gli operai della prima ora, rimbrottati dal Vangelo, ma rallegriamoci che la Messa apostolica ed il Catechismo tradizionale siano alla portata di quasi tutti i poveri fedeli, “che vengono da lontano e se li rimandassimo a mani vuote verrebbero meno per la fame”.

La tragedia del Concilio Vaticano II è stata paragonata ad uno “Tsunami limaccioso” (mons. Brunero Gherardini), che ha travolto ogni cosa. Se un fedele  sopravvissuto alla sua furia devastatrice trova una “tavola di salvezza” cui aggrapparsi (la Messa e la Dottrina cattolica tradizionale), non sarebbe normale richiedere il marchio di fabbrica o la “griffatura” della “tavola” (in teoria, la “tesi teologica” sul problema attuale della crisi nella Chiesa, ed in pratica, l’appartenenza della “tavola” a questo o quell’Istituto) ai fortunati che grazie ad essa son riusciti ad evadere il naufragio. Inoltre, ringraziando Dio, nessun fedele sano di mente sarebbe disposto ad abbandonare l’asse di legno cui si è aggrappato perché il tale sacerdote o Istituto gli dice che esso non è di “Denominazione di Origine Controllata” e quindi bisogna abbandonarlo ed affogare “sperando nella Provvidenza” e nell’ausilio del di lui Istituto, anche se oggi pur esso inizia a far acqua da qualche fessura. Questo modo di agire non ha nulla a che vedere con la virtù di Speranza, ma significa tentare Dio ed essere temerari.

Spero che nessuno voglia prendersi questa terribile responsabilità per interessi campanilistici. “Se Atene piange, Sparta non ride” dicevano gli antichi Greci. Oggi si può dire: «se Roma piange, i “Tradizionalisti” … non ridono». Non nascondiamoci dietro un dito.

Miserere nostri Domine, miserere nostri, quia multum repleti sumus despectione”. Si badi bene: “omnes, tutti noi” e non  “tutti gli altri tranne noi”.

d. Curzio Nitoglia

29 settembre 2012

http://doncurzionitoglia.net/2012/10/01/se-sia-lecito-andare-alla-messa-dei-sacerdoti-sedevacantisti/


[1] Errore dogmatico sarebbe per esempio arrogarsi il diritto, che spetta alla Prima Sede, di dichiarare giuridicamente la nullità dei Matrimoni, di dispensare i Sacerdoti dal celibato ecclesiastico. Mentre deviazione morale sarebbe quella di ritenere come non obbligatorio il celibato ecclesiastico e far esercitare il Sacerdozio a “preti sposati”. Cose che, purtroppo, succedono nel mondo “tradizionalista” e non solo sedevacantista. San Paolo direbbe: “Dio ci ha rinchiusi tutti nell’infedeltà per usare a tutti misericordia, di modo che nessun uomo confidi e glorifichi se stesso”.

[2] Per esempio, si possono evitare le dottrine neomodernistiche contenute nei Documenti del Concilio Vaticano II, il quale «si è imposto di non definire nessun dogma, ma ha scelto deliberatamente di restare ad un livello modesto, come semplice Concilio puramente pastorale» (card. J. RATZINGER, Discorso alla Conferenza Episcopale Cilena, Santiago del Cile, 13 luglio 1988, in “Il Sabato”, n. 31, 30 luglio-5 agosto 1988). Quindi il Concilio Vaticano II non obbliga e si può non aderire alle sue indicazioni pastorali, restando legati a ciò che la Chiesa ha sempre insegnato o definito dogmaticamente.

[3] Si può, dunque, non frequentare la nuova Messa, perché “si allontana in maniera impressionante dalla Dottrina cattolica definita infallibilmente dal Concilio di Trento sul Sacrificio della Messa” (cardinali Alfredo Ottaviani e Antonio Bacci, Breve Esame Critico del Novus Ordo Missae, 1969).

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Lettera di un Prete Perplesso a “La Tradizione Cattolica”

PRIMA PARTE ~

L’ASSISTENZA ALLA MESSA TRADIZIONALE

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La posizione de “La Tradizione Cattolica”

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La Tradizione Cattolica”, organo ufficiale del ‘Distretto Italiano’ della ‘Fraternità Sacerdotale San Pio X’ (d’ora in poi ‘FSSPX’) al n.° 86, 1/2013 (p. 21) afferma:

“Quanto alle Messe tradizionali celebrate da sacerdoti che fanno professione di accettare gli errori del Concilio, o a quelle celebrate in virtù del motu proprio […], dovremo fare attenzione non alla fede personale del celebrante, ma a quella di cui si fa professione esplicita in quella particolare celebrazione. Se si intende esplicitamente celebrare in virtù del motu proprio, che assimila l’antico rito al nuovo (e che nell’istruzione applicativa richiede, come il vecchio indulto, l’adesione al Concilio), è ovvio che si sta partecipando alla professione di una falsità, e ci si deve astenere da questo”.

Alcune perplessità

1) Questa direttiva mi lascia perplesso perché soprattutto in questi ultimi tempi anche la Direzione generale della ‘FSSPX’ fa professione di accettare il Concilio nella quasi totalità dei suoi Documenti. Si legga, per esempio, l’intervista rilasciata da mons. Bernard Fellay, Superiore generale della ‘FSSPX’, al quotidiano vallesano ‘La Liberté’ dell’11 maggio 2001 e ripresa dall’Agenzia stampa ufficiale della Fraternità “DICI”, n. ° 8, 18 maggio 2001: «Potrebbe sembrare che rifiutiamo interamente il Vaticano II. Invece, ne accettiamo il 95%. È piuttosto ad uno spirito, ad un’attitudine che ci opponiamo».

Secondo mons. Fellay, come per Benedetto XVI, non è la lettera (ossia i Documenti) del Vaticano II ad essere in rottura con la Tradizione apostolica, ma solo lo spirito ossia l’interpretazione abusiva datane dagli ultra progressisti nell’ottica dell’ermeneutica della rottura. Invece gli errori che riguardano la collegialità, l’ecumenismo, la libertà delle false religioni, il pancristismo e l’antropocentrismo si trovano nei Documenti stessi del Concilio Vaticano II, i quali non sono in continuità con la Tradizione apostolica.

Infatti i Documenti del Vaticano II (e non la loro interpretazione abusiva) presentano dei punti assai controversi, che sono perlomeno teologicamente erronei, temerari, contrari alla dottrina comune, offensivi del senso religioso dei fedeli, male sonanti, ambigui, scandalosi, se non addirittura favorenti l’eresia e prossimi all’eresia.

Brevemente:

I) la Costituzione dogmatica su “La Divina Rivelazione” Dei Verbum del Vaticano II accantona la dottrina definita dal Concilio Tridentino e dal Vaticano I sulle “due Fonti” della Rivelazione (Tradizione e S. Scrittura), per far convergere la Tradizione e il Magistero nella sola S. Scrittura;

II) la Costituzione dogmatica su “La Chiesa” Lumen gentium si allontana dalla Dottrina della Chiesa della quale la Collegialità episcopale non fa parte[1]. Il conciliarismo, invece, tende ad assegnare ai Vescovi riuniti in Concilio ecumenico una funzione suprema eguale se non superiore a quella del Papa[2];

III) l’antropocentrismo della Costituzione pastorale Gaudium et spes su “La Chiesa nel mondo contemporaneo” (n.° 24, § 4): «l’uomo è in terra la sola creatura che Dio abbia voluto per se stessa (“propter se ipsam”)» è in opposizione radicale con la Dottrina cattolica la quale come San Pio X vuole “instaurare omnia in Cristo, ricentrare tutto in Cristo”, mentre Gaudium et spes vuol “instaurare omnia in homine; ricentrare tutto nell’uomo”, essa rappresenta un contro-Magistero tutto orientato in direzione dell’uomo e proteso ad abbassare Cristo al livello del puramente naturale, disarcionandolo dal trono della sua Divinità. Quale rottura più radicale di questa?;

IV) La Dichiarazione su “La Libertà Religiosa” (Dignitatis humanae, 7 dicembre 1965) è in contraddizione con la Tradizione apostolica e il Magistero costante della Chiesa riassunte nel Diritto Pubblico Ecclesiastico[3]. Pio IX nella Quanta cura (8 dicembre 1864) ha definito esplicitamente che la libertà religiosa in foro esterno “è contraria alla dottrina della S. Scrittura, della Chiesa e dei Santi padri ecclesiastici” e che “lo Stato ha il dovere di reprimere i violatori della Religione cattolica con pene specifiche”;

V) la Dichiarazione su “Le relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane” Nostra aetate (7 dicembre 1965) è in difformità con la Tradizione cattolica (Padri ecclesiastici) ed il Magistero costantemente insegnato dal IV secolo sino a Pio XII. Inoltre sempre secondo la dottrina conciliare (cfr. Nostra aetate: “i doni di Dio sono irrevocabili”) e postconciliare (cfr. Giovanni Paolo II a Magonza nel 1980: “L’Antica Alleanza mai revocata”) l’Ebraismo attuale sarebbe ancora titolare dell’Alleanza con Dio. Invece la Tradizione cattolica (S. Scrittura interpretata unanimemente dai Padri e Magistero ecclesiastico costante e uniforme) insegna che «c’è una prima e c’è una seconda Alleanza: irrevocabile è ciò che dalla prima passa alla seconda, subentrata all’altra, quando questa “antiquata e soggetta ad invecchiamento ulteriore, sta ormai per scomparire” (Ebr., VIII, 8-13). Se non che la grazia promessa ai titolari dalla prima Alleanza non muore con essa, ma viene elargita ai titolari della seconda: questo, infatti, si verificò, quando quasi tutti i titolari della prima, rifiutando Cristo, non riconobbero il tempo in cui Dio li aveva visitati (Lc., XIX, 44). “A quelli, però, che l’accolsero” il Visitatore “fece il dono della figliolanza divina” (Gv., I, 12), strinse con essi (la “piccola reliquia” del popolo ebraico che accettò Cristo) la seconda Alleanza e l’aprì a quanti (i pagani) sarebbero sopraggiunti “dall’oriente e dall’occidente” da settentrione e da mezzogiorno (Lc., XIII, 29), trasferendo alla seconda tutti i doni già in possesso della prima. Quindi molti membri del popolo eletto rifiutarono Cristo, ma “un piccolo resto” (Apostoli e Discepoli) Lo accolsero (Rm., XI, 1-10). La Dichiarazione Nosta aetate non reca una sola citazione di un Padre della Chiesa, di un Papa o di un pronunciamento del Magistero, perché non ve ne sono. Come si può dire che al 95% questi Documenti sono accettabili e mantenere integra ed inviolata la Fede cattolica, senza la quale nessuno può salvarsi?

L’unico Documento del Concilio Vaticano II, che non contiene gravi errori, è il Decreto su “Gli strumenti di comunicazione sociale” Inter mirifica (4 dicembre del 1963)[4]. Esso conta grosso modo 10 pagine sulle circa 600 dei 16 Documenti del Vaticano II. Non vedo, perciò, come si possa dire che i Documenti del Concilio Vaticano II siano accettabili al 95%, quando la proporzione giusta sarebbe all’incirca di 1 su 60, ammesso e non concesso che sia lecito fare un’equazione matematica in questioni riguardanti la Dottrina ed i Costumi.

Questa intervista di mons. Fellay sull’accettazione del Concilio Vaticano II al 95%, che verte su questioni di Fede, senza la quale “è impossibile piacere a Dio” (Ebr., XI, 6)[5], è stata ripresa dall’organo stampa ufficiale “DICI” della ‘FSSPX’ e non è stata mai smentita. Perciò non può essere minimizzata come se fosse di poca importanza e lascia dubitare dell’integrità dottrinale della Direzione generale della ‘FSSPX’.

Infatti la Fede non può essere accettata al 95% e l’errore non può essere rifiutato al 5%.

La teologia cattolica insegna che le “Verità di Fede”, non ammettono la scelta o la selezione e gli errori contro la Fede non ammettono il rifiuto parziale.

La Rivelazione, la Fede, la Dottrina cattolica o la si accetta integralmente come è ed allora essa apre la via al Cielo se è accompagnata dalle Buone Opere, oppure, anche se si nega un solo Articolo o Verità di Fede, la si rigetta per intero, ed allora si imbocca una strada pericolosa, poiché “senza Fede è impossibile piacere a Dio” (Ebr., XI, 6).

La definizione etimologica di eresia (dal greco “hàiresis” = scelta) è proprio quella di selezionare e scegliere alcune Verità o Articoli di Fede ed altri no.

Ora “ad ogni peccato misericordia”, se c’è pentimento; però qui mi sembra che non solo manchi ogni pentimento o ripensamento, ma che vi sia quanto meno una grave incoerenza da parte de “La Tradizione Cattolica” nel condannare gli altri per analoghe dottrine professate dal Superiore generale della ‘FSSPX’[6]. Non voglio stracciarmi le vesti e dire di non frequentare le Messe dei Sacerdoti della Fraternità, ma resto più che perplesso di fronte alle loro ingiunzioni di frequentare soltanto la loro Messa.

Infatti domando: “La Tradizione Cattolica” disapprova questa intervista di mons. Fellay o l’approva? E se l’approva, come può dare la direttiva di evitare la Messa dei sacerdoti che “fanno professione di accettare gli errori del Concilio”, quando, per dichiarazione ufficiale del Superiore generale, la stessa Fraternità accetterebbe il Concilio al 95%?

2) Lascia perplessi anche la direttiva riguardante il motu proprioSummorum Pontificum cura” del 7 luglio 2007, esso ha dichiarato che la Messa tradizionale non poteva essere abrogata e quindi è ancora in vigore ed ogni sacerdote può celebrarla. Questa parte positiva del motu proprioSummorum Pontificum cura” implicitamente riconosce che Paolo VI ha commesso un abuso di potere dichiarando abrogata la Messa tradizionale ed inoltre rende possibile ad ogni sacerdote di celebrare la Messa tradizionale senza obbligarlo a riconoscere la bontà dottrinale dei Documenti del Vaticano II e la piena ortodossia del Novus Ordo Missae come richiedeva invece l’indulto del 1984, lasciando così i sacerdoti al riparo da censure abusive, che han dovuto subire dal 1976 sino al 2007.

È vero che successivamente il motu proprio assimila (in maniera erronea e inappropriata) l’antico rito (Messa di Tradizione apostolica) al nuovo rito (Novus Ordo Missae), ma ciò non significa che i Sacerdoti, i quali hanno (ri)-cominciato a celebrare la Messa tradizionale dopo il motu proprio del 2007, ipso facto facciano o debbano fare propria tale assimilazione, come invece lascia intendere “La Tradizione Cattolica” n. ° 86, 1/2013.

3) Infine per quel che riguarda il vecchio Indulto mi pare giusto ricordare che l’allora Superiore generale della ‘FSSPX’, don Franz Schmidberger, aveva inoltrato una “petizione” a Giovanni Paolo II per ottenere la liberalizzazione della Messa di S. Pio V e di conseguenza il Papa concesse (3 ottobre 1984) un “indulto” alla condizione (che non si trova nel motu proprio del 2007) di riconoscere la piena ortodossia del Concilio Vaticano II e del ‘Novus Ordo Missae’ di Paolo VI, condizione che fu accolta abbastanza favorevolmente da don Schmidberger[7], ma non da mons. Marcel Lefebvre e neppure da mons. Antonio de Castro Mayer, che parlò addirittura di “indulto doloso”.

Precisazioni giuridico/canoniche

Quanto alla piena ortodossia della dottrina dogmatica di un Ministro o del suo Istituto, solo il giudizio canonico e giuridico della Gerarchia (Papa e Vescovi residenziali) può stabilire quale Ministro o Istituto siavitando”. Non è un singolo Sacerdote, un singolo Ordine o la ‘FSSPX’ che può emettere una decisione vincolante in questa materia.

Al massimo si può consigliare o sconsigliare caso per caso, ma non obbligare i fedeli, facendo attenzione a non commettere un Abuso di autorità, cadendo nel soggettivismo democraticista, secondo cui l’Autorità viene dal basso.

Nella Chiesa l’Autorità, per diritto divino, viene da Dio al Papa e da questo al Vescovo diocesano. La ‘FSSPX’ non ha ricevuto l’Autorità o la Giurisdizione da Dio tramite il Papa, quindi non può attribuirsela, sotto pena di peccato grave e di errore dottrinale (dogmatico e disciplinare) contro la divina Istituzione della Chiesa gerarchica.

Bisogna poi fare attenzione a non privare i fedeli della Messa tradizionale là ove ve ne è una sola, anche se non è celebrata dai sacerdoti della ‘FSSPX’, che non è la Chiesa universale.

In tempi catastrofici come questi, bisogna fare il possibile per aiutare i fedeli ad avere i Sacramenti ed il Rito tradizionale affinché vivano in grazia di Dio e si salvino l’anima, e non dissuaderli o persino proibire loro di frequentarli là ove ci sono.

È facile per un Sacerdote della ‘FSSPX’ dire: “andate qui e non andate là”, perché lui personalmente ha la Messa tradizionale quotidianamente assicurata. Ma quanto al fedele che, nel mondo “infernale” di oggi, in cui è molto difficile vivere abitualmente in Grazia di Dio, abita in una metropoli in cui vi è una sola Messa tradizionale celebrata da un Sacerdote che non è della ‘FSSPX’, sarebbe – come minimo – gravemente imprudente proibirgli di frequentarla, poiché si ritiene che l’unico Istituto totalmente buono sia la Fraternità[8]. Prima di emettere (arrogandosi una Giurisdizione ed un’Autorità che non si ha) sentenze definitive ed obbliganti sulla sostanziale integrità dogmatica e liturgica di un Sacerdote o di un Istituto, con conseguenze devastanti per le anime dei fedeli, si rifletta che la “suprema lex Ecclesiae” è la “salus animarum”.

L’assistenza alla Messa di un Sacerdote non significa seguire ipso facto la Tesi teologica che egli propugna[9]. Così non tutti i fedeli che seguono la Messa tradizionale in una Cappella in cui officiano, spiegano il Vangelo domenicale ed insegnano i rudimenti principali della Dottrina cattolica tradizionale i Sacerdoti sedevacantisti, i Parroci che celebrano anche secondo il Nuovo Rito, i Sacerdoti dell’Ecclesia Dei o i Sacerdoti che hanno iniziato a celebrare la Messa tradizionale dopo il 7 luglio del 2007 debbono ipso facto e necessariamente condividere la Tesi teologica dei celebranti sulla crisi, che travaglia attualmente gli uomini di Chiesa. L’importante è che, in questi tempi così difficili ed apocalittici, i fedeli abbiano la Messa di Tradizione apostolica, l’insegnamento della Dottrina cattolica comune ed ufficiale contenuta nel Catechismo tradizionale (senza scendere in questioni teologiche ardue ed ancora disputate) e si accostino regolarmente ai Sacramenti (specialmente alla Confessione e alla Comunione) per vivere in Grazia di Dio e salvarsi l’anima.

Son perplesso e non riesco a capire con quale Autorità si possa proibire, persino sotto pena di peccato grave, di frequentare la Messa tradizionale celebrata da Sacerdoti che seguono una Tesi teologica non condivisa al solo 5% dalla FSSPX sul problema dell’attuale crisi che agita l’ambiente cattolico e non mi pare con ciò di offendere nessuno. Su questo problema la Chiesa gerarchica non si è ancora pronunciata esplicitamente, in maniera dogmaticamente obbligatoria e definitoria, né tanto meno può farlo la Fraternità. La ‘FSSPX’ si attribuisce forse una Giurisdizione universale, analoga e parallela a quella del Papa, che le verrebbe direttamente da Dio, su tutti i fedeli del mondo? Se è così lo dica chiaramente. Se non è così per quale ragione proibisce ai fedeli di frequentare le Messe tradizionali celebrate da Sacerdoti non facenti parte della Fraternità stessa?

Sinceramente non vedo nessun Sacerdote o Istituto sacerdotale assistito infallibilmente ed indefettibilmente da Dio, né può esistere. Solo la Chiesa cattolica lo è. Ma – ahimè! – oggi, con il Concilio Vaticano II e la Nuova Messa del 1970, il “fumo di satana è penetrato anche nella Chiesa”, come riconobbe lo stesso Paolo VI (anche se poi non fece nulla per farlo uscire). Se il Nuovo Rito pone i fedeli in una tragica “necessità di opzione” (cardinali Alfredo Ottaviani e Antonio Bacci) e si deve frequentare la Messa che la Chiesa ha sempre celebrato sin dall’era apostolica (“quod semper, quod ubique, quod ab omnibus”, S. Vincenzo da Lerino, Commonitorium, I), non si può proibire l’assistenza al Rito tradizionale, solo perché si ritiene che gli unici a celebrare e predicare correttamente su ogni questione particolare della Teologia cattolica siano soltanto i membri della ‘FSSPX’. Occorre sempre distinguere una Tesi teologica liberamente disputata dalla Dottrina comune ed ufficiale della Chiesa, da quella teologicamente certa o addirittura di Fede rivelata e definita.

La Chiesa è stata fondata gerarchicamente e monarchicamente, non democraticamente, da Gesù su Pietro ed i suoi successori, i Papi, ai quali trasmette la Sua Autorità; da loro viene la Giurisdizione ai Vescovi nelle loro Diocesi i quali la delegano ai Parroci nelle proprie Parrocchie. Ora, se “in tempi di grave crisi, che comincia ad invadere quasi tutta la Chiesa, occorre fare ciò che la Chiesa ha sempre fatto, evitando le novità”[10] (S. Vincenzo da Lerino, Commonitorium, I), e, quindi, “si può resistere pubblicamente ed eccezionalmente a decisioni dell’Autorità ecclesiastica” (Arnaldo Xavier Vidigal Da Silveira)[11], non è mai lecito attribuirsi una Giurisdizione che viene solo da Dio tramite il Papa ai Vescovi diocesani. Se agissimo così, faremmo allora parte non più della Chiesa fondata da Cristo, ma di una “chiesuola” fondata o, meglio, immaginata da noi.

In quest’ora tenebrosa ogni sacerdote, ogni Istituto ed anche la ‘FSSPX’ ha le sue “ombre[12], le sue incertezze e le sue manchevolezze di fronte al “Mysterium iniquitatis” che ha avvolto l’ambiente ecclesiale; nessuno che sia sano di mente può pretendere di vedere chiaro in piena notte (“haec est hora potestas tenebrarum”, ed in tale ora anche i Dodici si smarrirono, Pietro in primis). Se lo pretendesse sarebbe o un illuso o un ipocrita.

Ringraziando Dio, in questi anni così tragici le Messe tradizionali ed i Sacerdoti che (ri)-insegnano le basi della Dottrina cattolica comune ed ufficiale si sono moltiplicati ed estesi quasi dappertutto, di modo che i fedeli possano averli anche nei posti ove prima “era follia sperar”. Allora non dobbiamo essere gelosi come il “fratello del figliol prodigo” o “gli operai della prima ora”, rimbrottati dal Vangelo, ma rallegriamoci che la Messa apostolica ed il Catechismo tradizionale siano alla portata di quasi tutti i poveri fedeli, “che vengono da lontano e se li rimandassimo a mani vuote verrebbero meno per la fame [spirituale]”, come ci ha insegnato Gesù. Conosco molti Sacerdoti che celebrano la Messa tradizionale ed hanno la vera Fede cattolica pur senza far parte della ‘FSSPX’.

La tragedia del Concilio Vaticano II è stata paragonata ad uno “Tsunami limaccioso” (mons. Brunero Gherardini), che ha travolto ogni cosa. Se un fedele sopravvissuto alla sua furia devastatrice trova una “tavola di salvezza” cui aggrapparsi (la Messa e la Dottrina cattolica tradizionali), non sarebbe normale richiedergli il marchio di fabbrica della “tavola” o pretendere che si cerchi una nave da crociera (in pratica, l’appartenenza alla “nave” della ‘FSSPX’). Questo modo di agire non ha nulla a che vedere con la virtù di Speranza, ma significa tentare Dio ed essere temerari.

Spero che nessuno voglia prendersi questa terribile responsabilità per interessi campanilistici. “Se Atene piange, Sparta non ride” dicevano gli antichi Greci. Oggi si può dire: «se Roma piange, la ‘FSSPX’ … non ride».

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SECONDA PARTE

ABUSO DI POTERE E USURPAZIONE CANONICA

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Casi recenti

Purtroppo, da qualche tempo, la ‘FSSPX’ (anche in Italia) nega i Sacramenti o addirittura impedisce l’ingresso nelle proprie Cappelle a fedeli laici (Interdictus ab ingressu ecclesiae), sui quali strettamente parlando non ha Giurisdizione, pur presumendo che le sue cappelle siano le sole abilitate a conferire la vera Messa tradizionale ed i veri Sacramenti. E ciò perché i fedeli laici qualora manifestino la non-adesione alle direttive del Superiore generale della Fraternità medesima sui recenti colloqui con il Vaticano o sul “caso Williamson”, sono accusati di essere nemici della Fraternità o addirittura di Diffamazione[13].

Calunnia e opinioni liberamente dibattute

Ora tra “non-adesione” alle direttive del Superiore della ‘FSSPX’ e “inimicizia” o “Diffamazione” nei confronti del Superiore della ‘FSSPX’ vi è una differenza enorme. Infatti secondo la Teologia Morale “i Giornali [e quindi i siti web o “Giornali elettronici”, ndr] possono lecitamente pubblicare i delitti di uno, se essi sono pubblicamente noti o non possono più restare nascosti a lungo. Per il bene pubblico, i giornali possono indagare lecitamente e rivelare anche mancanze occulte, se il loro autore ricopre cariche pubbliche per le quali è incapace; possono pubblicare e criticare i difetti in cui sono incorse persone di pubblici uffici nell’esercizio delle loro mansioni[14].

Inoltre il fatto di non condividere tutte le decisioni prese da una persona non rende nessuno nemico di colui con il quale non si consente, tranne che detta persona non consideri suoi nemici tutti coloro che non la pensino esattamente come lei nei minimi dettagli. Per esempio, quando San Tommaso d’Aquino si recò a render visita a San Bonaventura da Bagnoregio e gli dissero che stava scrivendo la Vita di San Francesco d’Assisi, l’Aquinate rispose: “lasciamo che il Santo scriva per il Santo!”, eppure dissentiva notevolmente e pubblicamente dal sistema filosofico/teologico di San Bonaventura, però non solo non lo considerava suo nemico, ma lo riteneva Santo. Sant’Agostino insegna: “Nelle cose certe occorre l’unità, nelle cose disputate ci sia la libertà, in ogni caso si mantenga la carità!”.

A maggior ragione si può non assentire a tutte le direttive che vengono dal Superiore generale della ‘FSSPX’, soprattutto se non si è chierici giuridicamente membri della medesima, senza commettere ipso facto un peccato morale di Calunnia ed un Delitto penale di Denigrazione e senza essere nemici suoi e della sua Fraternità. Attenzione! Gli adulatori sono i nostri peggiori nemici, chi ci corregge è il nostro vero amico. Per esempio, quando San Paolo corresse pubblicamente San Pietro ad Antiochia (Galati, II, 11), gli fu massimamente amico, mentre se lo avesse tranquillizzato nella sua pratica ambigua nei confronti dei giudaizzanti gli sarebbe stato nemico mortale. È per questo che L’Imitazione di Cristo ci ammonisce: “Signore dammi la forza di evitare chi mi lusinga e la saggezza di ascoltare chi mi corregge”.

Peccato e Pena canonica di Detrazione

I canonisti distinguono nettamente tra il Peccato di Ingiuria, Calunnia o Detrazione (ammesso e non concesso che vi sia Calunnia e che non ci si trovi davanti ad una semplice divergenza d’interpretazione) e Delitto di Ingiuria. Il peccato è senza Pena canonica, ma è una colpa morale, che può essere anche mortale e se ne occupa la Teologia morale; mentre il Delitto di Calunnia è accompagnato da una Pena canonica (CIC[15], can. 1938). Però i canonisti spiegano che il Delitto di Ingiuria è quello commesso “contro il Papa, i Cardinali, l’Ordinario del luogo o Vescovo residenziale” (cfr. P. Palazzini, voce “Ingiuria”, in “Enciclopedia Cattolica”, Città del Vaticano, 1951, vol. VI, coll. 2006-2009).

Per di più “la Pena canonica non è mai irrogata ipso facto o latae sententiae, vale a dire automaticamente, ma deve essere applicata da un giudice che ha ricevuto l’investitura o il mandato dalla Chiesa gerarchica, ossia essa è sempre ferendae sententiae” (ivi)[16]. Perciò la pubblicazione su un giornale di una mancanza del Superiore generale della ‘FSSPX’ fatta per il bene pubblico o dei privati non è Delitto penale di Diffamazione canonicamente parlando né è un peccato moralmente parlando e non incorre in Pene ecclesiastiche, onde l’Interdetto lanciato contro i laici fedeli che dissentono dalla linea del Superiore generale della ‘FSSPX’ o ne espongono le deficienze non ha ragione di sussistere in sé, e neanche quanto al soggetto che lo ha lanciato, il quale non ha l’Autorità per farlo[17].

Vi sono questioni teologiche nelle quali è lecito avere opinioni diverse senza dover essere considerato per questo come un nemico o un peccatore pubblico cui negare i Sacramenti.

Abuso di potere

L’Interdetto lanciato dai Superiori di Distretto o dal Superiore generale della ‘FSSPX’, canonicamente non ha alcun valore, perché essi non sono abilitati a farlo dalla Chiesa, che sola dà la Giurisdizione ai suoi membri.

Ora la proibizione di entrare nelle Cappelle della ‘FSSPX’ (Interdictus ab ingressu ecclesiae) e la privazione dei Sacramenti vengono inflitte da un soggetto non avente Autorità sui Christi fideles laici (il Superiore del Distretto Italiano della ‘FSSPX’ ha potere solo sui chierici e Sacerdoti del Distretto Italiano e il Superiore generale della ‘FSSPX’ ha potere solo sui membri chierici, Sacerdoti e Vescovi di tutta la suddetta Fraternità). Quindi canonicamente queste pene sono nulle (CIC, canoni 2226-2235). Ed il fatto di comminarle è un Abuso di potere in se stesso, che diventa ancora più grave se si pensa che la FSSPX presume di essere la sola a conferire i veri Sacramenti, la vera Messa e la pura Dottrina tradizionale. In breve queste Pene nell’ottica della ‘FSSPX’ equivalgono praticamente ad una “Scomunica”, che separa dalla “Chiesa” [= ‘FSSPX’] “unica arca di salvezza” i suoi fedeli, i quali non avrebbero più la possibilità di partecipare alla vera Messa e di ricevere i veri Sacramenti e la sana Dottrina.

Questo Abuso di potere è un peccato contro la virtù di Giustizia (dare a ciascuno il suo o ciò che merita) moralmente parlando ed un Delitto canonicamente perseguibile a norma del CIC can. 2404-2414.

“L’Abuso di potere propriamente detto, in Diritto canonico, si verifica ogni qual volta taluno, oltrepassando i limiti della propria competenza, commetta un atto illecito. […]. L’Abuso di potere nel CIC dà sempre luogo ad un Illecito penale (can. 2904). […]. Nei casi di Abuso commesso da potestà ecclesiastica, vedi CIC can. 2405-2414” (F. Roberti – P. Palazzini, voce “Abuso di potere, in Dizionario di Teologia Morale, Roma, Studium, vol. I, p. 17, IV ed., 1968)[18]. Come Delitto a sé stante “l’Abuso di potere da parte degli ecclesiastici, per esempio la comminazione di Censure ingiuste o excessus praelatorum, sia punito secondo la decisione prudente del Superiore legittimo, in proporzione alla gravità della colpa” (CIC, can. 2404).

Usurpazione di potere

Come si vede l’ingiusta comminazione di un Interdetto (Interdictus ab ingressu ecclesiae) o di una Pena (privazione dei Sacramenti) vanno puniti canonicamente. L’abuso, però, presuppone il possesso di Autorità, Ufficio, Carica o Potere legittimo. Infatti l’Abuso di potere consiste nel “sorpassare – sia quanto al fine, sia quanto alla sostanza o al modo – i limiti imposti dalla Legge all’esercizio di certe facoltà inerenti a Cariche o Uffici pubblici. […]. Perciò l’Abuso di potere presuppone da parte del soggetto che abusa il legittimo ed effettivo possesso di Autorità o dell’Ufficio. Altrimenti vi è Usurpazione di poteri e titoli” (F. Liuzzi, voce “Abuso di potere”, in “Enciclopedia Cattolica”, Città del Vaticano, 1949, vol. I, coll. 154-155).

Ora nel caso della ‘FSSPX’, che lancia Interdetti e Censure canoniche, ci si trova più propriamente davanti all’Usurpazione di poteri e titoli che non si hanno: quelli di Vescovo residenziale con Giurisdizione sui fedeli della propria Diocesi o del Papa con Giurisdizione universale sui fedeli battezzati di tutto il mondo, perché il Superiore del Distretto Italiano della ‘FSSPX’ non è il Vescovo diocesano e il Superiore generale della Fraternità non è il Vescovo residenziale avente Giurisdizione e tanto meno è il Papa.

Il CIC al canone 2345 recita: “chi usurpa da sé o per mezzo di altri beni o diritti [di infliggere censure canoniche, ndr] spettanti alla Chiesa romana [ossia al Papa e ai Vescovi che hanno ricevuto la Giurisdizione dal Papa, ndr] incorre nella scomunica latae sententiae riservata speciali modo alla Sede Apostolica. Se sono chierici siano privati dei loro benefici, uffici, dignità …”[19].

L’Ufficio, l’Autorità, la Carica o il Potere è il cardine dell’intera organizzazione della Chiesa, lo strumento indispensabile per l’esercizio normale ed ordinato delle sue funzioni, altrimenti si vivrebbe nel difetto dell’Anarchia (sedevacantismo totale) o nell’eccesso dell’Usurpazione tirannica (gli ultimi eccessi della ‘FSSPX’), mentre la Chiesa è una Società giuridicamente e monarchicamente strutturata per Volontà divina, senza anarchia né tirannide.

Il CIC del 1917 al canone 145 distingue tra l’Ufficio (munus) in senso lato e l’Ufficio in senso stretto. L’Ufficio in senso lato è qualsiasi funzione o incarico esercitato legittimamente per un fine spirituale (salus animarum), per esempio l’Ufficio di Sacerdote, catechista, predicatore. Mentre in senso stretto l’Ufficio è una Carica stabile alla quale è annessa una partecipazione alla Giurisdizione (can. 145, § 1), per esempio l’Ufficio di Vescovo, Parroco, Superiore religioso.

Dunque per esercitare l’Ufficio di applicare le Censure ecclesiastiche bisogna aver ricevuto un “Conferimento canonico” dalla Chiesa gerarchica (Papa e Vescovo residenziale) detto anche “provvista” o “provvisione”. La “provisio canonica” (can. 147) è la concessione dell’Ufficio ecclesiastico fatta dall’Autorità competente (can. 147, § 2) ed è indispensabile per porre atti canonicamente leciti e validi ed applicare Censure ecclesiastiche.

Infatti l’Usurpazione è l’occupazione indebita di un Ufficio o Carica a cui non si ha diritto, non avendo ricevuto il mandato o la provvista canonica dall’Autorità. Perciò chi esercita tale Ufficio senza titolo è un usurpatore ossia un tiranno spirituale (can. 146-153).

Questa è la differenza essenziale tra l’Abuso di potere e l’Usurpazione. 1°) Si ha l’Abuso di potere quando l’atto arbitrario è commesso da una persona avente Autorità, Ufficio o Carica canonica (CIC, can. 2404-2014), ed è punito con una pena ferendae sententiae proporzionata alla gravità del delitto; 2°) si ha l’Usurpazione quando l’arbitrio è commesso da chi non ha alcuna autorità canonica per porre certi atti ed applicare Censure ecclesiastiche[20].

CONCLUSIONE

1°) È lecito frequentare la Messa tradizionale celebrata da qualsiasi Ministro validamente ordinato e non solo dai Sacerdoti della ‘FSSPX’, la quale ultimamente accetta al 95% il Concilio Vaticano II;

2°) se la ‘FSSPX’ proibisce ciò commette un Abuso di potere e se essa commina Censure (privazione dei Sacramenti, interdizione di entrare in chiesa), cade nell’Usurpazione di potere o tirannide spirituale.

Carissimi fedeli potete frequentare la Messa presso la ‘FSSPX’, ma se “La Tradizione Cattolica/FSSPX” vuol perseverare su questa linea (spero di no) e vi nega i Sacramenti, frequentate tranquillamente la Messa tradizionale presso Sacerdoti non imbevuti da pregiudizi teologici, che giungono sino a gravi Abusi di potere e ad Usurpazioni canoniche.

In una situazione difficile come quella odierna è facile sbandare troppo a destra o troppo a sinistra. Capisco la pressione cui sono sottoposti i Sacerdoti della Fraternità e la tensione che ne può seguire, ma spero vivamente che non vogliano perseverare nella direzione abusiva sopra esposta.

d. Curzio Nitoglia

12 aprile 2013

http://doncurzionitoglia.net/2013/04/13/332/

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[1] La Collegialità episcopale è stata costantemente condannata dal Magistero ecclesiastico sino a Pio XII, il quale ancora tre mesi prima di morire nell’enciclica Ad Apostolorum principis (29 giugno 1958), ribadì per la terza volta, dopo la Mystici Corporis del 1943 e la Ad Sinarum gentem del 1954, che la giurisdizione viene ai Vescovi tramite il Papa.

[2] Il card. Arcadio Maria Larraona il 18 ottobre 1964 inviò una lettera a Paolo VI in cui fra l’altro scrisse: «sarebbe nuovo, inaudito e ben strano che una dottrina [collegialità episcopale], la quale prima del Concilio era tenuta come meno comune, meno probabile, meno seria e meno fondata, passasse improvvisamente […] a divenire più probabile, anzi certa o addirittura matura per essere inserita in una Costituzione conciliare. Questo sarebbe cosa contraria ad ogni norma ecclesiastica, sia in capo di definizioni infallibili pontificie sia di insegnamenti conciliari anche non infallibili. […]. Lo schema [sulla collegialità] cambia il volto della Chiesa, infatti: la Chiesa diventa da monarchica, episcopale e collegiale; e ciò in virtù della consacrazione episcopale. Il Primato papale resta intaccato e svuotato. […]. Il Pontefice romano non è presentato come la Pietra sulla quale poggia tutta la Chiesa di Cristo (gerarchia e fedeli); non è descritto come Vicario in terra di Cristo; non è presentato come colui che solo ha il potere delle chiavi. […]. La Gerarchia di Giurisdizione, in quanto distinta dalla Gerarchia di Ordine, viene scardinata. Infatti se si ammette che la consacrazione episcopale porta con sé le Potestà di Ordine ma anche, per diritto divino, tutte le Potestà di Giurisdizione (magistero e governo) non solo nella Chiesa propria ma anche in quella universale, evidentemente la distinzione oggettiva e reale tra Potere d’Ordine e Potere di Giurisdizione, diventa artificiosa, capricciosa e paurosamente vacillante. E tutto ciò – si badi bene – mentre tutte le fonti, le dichiarazioni dottrinali solenni, tridentine e posteriori, proclamano questa distinzione essere di diritto divino. […] La Chiesa avrebbe vissuto per molti secoli in diretta opposizione al diritto divino […]. Gli ortodossi e i in parte i protestanti avrebbero dunque avuto ragione nei loro attacchi contro il Primato» Cit. in M. Lefebvre, J’accuse le Concile, Martigny, Ed. Saint Gabriel, 1976, pp. 89-98.

[3] Dottrina costantemente e quindi infallibilmente (cfr. Pio IX, Lettera all’Arcivescovo di Monaco Tuas libenter, 1863) insegnata da S. Gregorio Nazianzeno († 390), Hom. XVII; sino a Pio XII († 1958), Discorso ai Giuristi Cattolici Italiani, 6 dicembre 1953.

[4] Inter mirifica insegna che gli strumenti di comunicazione (giornali, radio, televisione, cinema, ecc.) sono neutri in sé e possono diventare buoni se sono ordinati ad un fine onesto (insegnare la verità e muovere al bene); mentre possono diventare nocivi se sono finalizzati al male (l’errore e il vizio). Quindi esorta i produttori, gli operatori ed i consumatori a farne buon uso come un mezzo ordinato al fine onesto, “tanto quanto né più né meno”.

[5] Il Simbolo di Sant’Atanasio (275-373) recita: «Chiunque voglia essere salvato, innanzitutto deve avere la Fede cattolica: se qualcuno non l’avrà conservata integra ed inviolata, senza dubbio perirà in eterno. […]. Questa è la Fede cattolica: chiunque non l’avrà creduta fedelmente e fermamente, non potrà essere salvato» (DS 75-76).

[6] Vedi la Parabola del Vangelo secondo Matteo (XVIII, 23-35): «Un Re volle fare i conti con i suoi servi. Gli fu presentato uno che gli era debitore […]. Non avendo quello di che restituire, il Signore ordinò di venderlo […]. Ma il servo gli si gettò ai piedi dicendo: “ Signore, sii paziente con me e ti renderò ogni cosa!”. Il Signore lo lasciò andare e gli condonò il debito. Uscendo fuori, quel servo incontrò uno dei suoi compagni che aveva un debito con lui […], e afferratolo per la gola lo soffocava dicendo: “Restituiscimi quel che mi devi”. Il compagno lo supplicò dicendo: “Sii paziente e ti renderò tutto!”. Ma quello rifiutò e andò a farlo gettare in prigione. […] Allora il Signore gli disse. “Servo malvagio, ti ho condonato tutto quel debito […], non dovevi, anche tu, aver pietà del tuo compagno come io avevo avuto pietà di te?”».

[7]Nonostante ciò [le condizioni imposte da Giovanni Paolo II, ndr], ci rallegriamo di questa decisione …” (don Franz Schmidberger, Rikenbach 18 ottobre 1984).

[8] Ogni Ordine o Istituto ha i suoi lati d’ombra o limiti dottrinali, solo Dio è assolutamente semplice, puro e perfetto. Per esempio i Domenicani, i Francescani e i Gesuiti seguono tre dottrine teologiche liberamente disputate assai diverse tra di loro (Tomismo, Scotismo, Suarezismo). Sarebbe un grave abuso di potere, oltre che una mancanza di buon senso, se i Gesuiti o i Domenicani o i Francescani dicessero: «si può andare solo alla Messa celebrata dalla ‘Compagnia di Gesù’ o dall’ ‘Ordine dei Predicatori’ o dai ‘Frati Minori’».

[9] Per esempio, non tutti i fedeli che si recano a Messa dai Domenicani sono ipso facto tomisti, come non tutti i fedeli che vanno a Messa dai Gesuiti sono suarezisti. Si può frequentare la Messa dei Domenicani ed essere suarezisti o la Messa dei Gesuiti ed essere tomisti. I Gesuiti non possono espellere dalle loro chiese i tomisti né i Domenicani possono espellere dalle loro i suarezisti.

[10] Per esempio, si possono evitare le “novità” neomodernistiche contenute nei Documenti del Concilio Vaticano II, il quale «si è imposto di non definire nessun dogma, ma ha scelto deliberatamente di restare ad un livello modesto, come semplice Concilio puramente pastorale» (card. J. RATZINGER, Discorso alla Conferenza Episcopale Cilena, Santiago del Cile, 13 luglio 1988, in “Il Sabato”, n. 31, 30 luglio-5 agosto 1988). Quindi il Concilio Vaticano II non obbliga e si può non aderire alle sue indicazioni pastorali, restando legati a ciò che la Chiesa ha sempre insegnato o definito dogmaticamente. Questa medesima tesi era già stata formulata da Paolo VI per ben tre volte il 6 marzo 1964, il 16 novembre 1965 ed il 15 novembre 1966.

[11] Cfr. A. X. Vidigal Da Silveira, Se vi possa essere errore nei documenti del Magistero, in “sì sì no no”, n. ° 17, 15 ottobre 2010; Id., Qual è l’autorità dottrinale dei documenti pontifici e conciliari?, in “sì sì no no”, n. ° 18, 31 ottobre 2010; Id., Resistenza pubblica a decisioni dell’Autorità ecclesiastica, in “sì sì no no”, n. ° 19, 15 novembre 2010; Id., La Nouvelle Messe de Paul VI. Qu’en penser?, Chiré en Montreuil, DPF, 1975.

Si può, dunque, non frequentare la nuova Messa senza commettere peccato, perché essa è in rottura con la Tradizione apostolica (Da Silveira) e “si allontana in maniera impressionante dalla Dottrina cattolica definita infallibilmente dal Concilio di Trento sul Sacrificio della Messa” (cardinali Alfredo Ottaviani e Antonio Bacci, Breve Esame Critico del Novus Ordo Missae, 1969).

[12] Attenzione! Non dico che la Fraternità è solo ed esclusivamente “ombra”, riconosco che anch’essa, come ogni ente creato, può avere delle ombre e di fatto ne ha, vedi l’intervista citata sopra di mons. Fellay.

[13] Cfr. P. Ciprotti, De iniuria ac diffamazione in iure poenali canonico, Roma, 1937; F. X. Wernz – P. Vidal, Jus Canonicum, tom. VII, Jus Poenale Ecclesiasticum, Roma, 1937, nn. 445-500, pp. 476-557; F. M. Cappello, Summa Juris Canonici, vol. III, Roma, 1940, n. 452, p. 407 ss.; P. Palazzini (a cura di), Dictionarium morale et canonicum, Roma, Officium Libri Catholici, 1965, vol. II, voce “Detractio”, pp. 70-72 e voce “Iniuria”, pp. 719-727.

[14] E. Jone, Compendio di Teologia Morale, Torino, Marietti, VI ed., 1964, p. 311, n.° 377.

[15] Mi riferisco al Codice del 1917, che è più severo di quello del 1983. Per cui se il primo Codice non punisce certi atti, a maggior ragione il nuovo Codice promulgato da Giovanni Paolo II non li penalizza.

[16] Sul Delitto canonico-penale di Ingiuria cfr. F. M. Cappello, Tractatus canonico-moralis de censuris, III ed., Torino, 1933; F. Liuzzi, voce “Autorità Ecclesiastiche. Delitti contro le”, in “Enciclopedia Cattolica”, Città del Vaticano, 1949, vol. II, coll. 491-496.

[17] Cfr. A. Retzbach, Il Diritto della Chiesa, tr. it., Alba, Paoline, 1958, libro V, parte 1, 2 e 3, pp. 577-660; P. Ciprotti, Lezioni di diritto canonico, Padova, 1943.

[18] F. Roberti, Abuso di potere canonico, in “Nuovissimo Digesto Italiano, I, 1, pp. 104-107.

[19] Cfr. E. Jone, Compendio di Teologia morale, cit., p. 374, n.° 439, § 9.

[20] Cfr. F. Roberti, De delictis et poenis, I, 1, Roma, 1930.

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Il Sedevacantismo

di S.E. Mons. Mark A. Pivarunas, CMRI

Il Sedevacantismo è la posizione teologica di quei cattolici tradizionali che con la massima certezza credono nel papato, nell’infallibilità papale e nel primato del Romano Pontefice, e tuttavia non riconoscono Giovanni Paolo II come legittimo successore di Pietro nel primato. In altre parole, non riconoscono Giovanni Paolo II come vero papa. Il termine sedevacantismo è composto da due parole latine che insieme significano “la Sede [apostolica] è vacante.” Nonostante i vari argomenti sollevati contro questa posizione — cioè che sia basata su una falsa aspettativa che il papa non possa commettere errori, o che si tratta di una reazione emotiva ai problemi nella Chiesa — la posizione sedevacantista è fondata sulle dottrine cattoliche dell’infallibilità e della indefettibilità della Chiesa e sulla opinione teologica del gran Dottore della Chiesa, S. Roberto Bellarmino.

Come introduzione a questo articolo, bisogna che il cattolico tradizionale si chieda anzitutto perché è un cattolico tradizionale. Perché non assiste alle messe del Novus Ordo? Perché rigetta gli insegnamenti del Concilio Vaticano II sulla Libertà Religiosa e sull’Ecumenismo? Perché rigetta il nuovo codice di diritto canonico (1983) secondo il quale in certe circostanze gli scismatici e gli eretici possono, senza abiura dei loro errori e senza professione della Fede Cattolica, ricevere da un prete cattolico i Sacramenti della Penitenza, dell’Estrema Unzione, e la SS. Eucarestia?

Se il cattolico tradizionale risponde correttamente alla prima domanda, afferma molto semplicemente che la nuova messa è senza dubbio un pericolo per la fede e che, a causa dei cambiamenti radicali nell’Offertorio e nella Consacrazione, è dubbio che la transustanziazione abbia mai luogo.

In risposta alla seconda domanda, il cattolico tradizionale dovrebbe affermare propriamente che gli insegnamenti che si trovano nei decreti sulla Libertà Religiosa e sull’Ecumenismo del Vaticano II sono stati condannati dai papi precedenti, in particolare da Papa Pio IX nel Sillabo degli Errori.

Infine, alla terza domanda, il cattolico tradizionale risponderebbe sicuramente che tale legge del nuovo codice non può mai essere considerata come legislazione vera e obbligante poichè i sacramenti verrebbero altrimenti amministrati sacrilegamente ad eretici e scismatici.

L’anziano Arcivescovo Marcel Lefebvre ebbe a scrivere in modo pertinente il 29 giugno 1976, in occasione della sospensione a divinis comminatagli da Paolo VI, la riflessione:

“Che la Chiesa Conciliare è una Chiesa scismatica, perché rompe con la Chiesa Cattolica quale è sempre stata. Essa ha i suoi nuovi dogmi, il suo nuovo sacerdozio, le sue nuove istituzioni, il suo nuovo culto, tutti già condannati dalla Chiesa in molti documenti, ufficiali e definitivi.

“Questa Chiesa Conciliare è scismatica, perché ha preso per base per il suo aggiornamento, principi opposti a quelli della Chiesa Cattolica, come la nuova concezione della Messa espressa ai numeri 5 della Prefazione al [decreto] Missale Romanum e 7 del suo primo capitolo, che attribuisce all’assemblea un ruolo sacerdotale che non può esercitare; come similmente il naturale — vale qui a dire divino — diritto di ogni persona e di ogni gruppo di persone alla libertà religiosa.

“Questo diritto alla libertà religiosa è blasfemo, perché attribuisce a Dio scopi che distruggono la Sua Maestà, la Sua Gloria, la Sua Regalità. Questo diritto implica libertà di coscienza, libertà di pensiero, e tutte le libertà massoniche.

“La Chiesa che afferma tali errori è al tempo stesso scismatica ed eretica. Questa Chiesa Conciliare è, pertanto, non cattolica. Nella misura in cui Papa, vescovi, preti e fedeli aderiscono a questa nuova Chiesa, essi si separano dalla Chiesa Cattolica.”

Si chiedano i cattolici tradizionali, specialmente i membri della Fraternità S. Pio X, fino a che punto Papa, vescovi, preti e laicato abbiano aderito a questa nuova Chiesa che li separa, secondo la riflessione dell’Arcivescovo Lefebvre, dalla Chiesa Cattolica.

Giovanni Paolo II aderisce completamente alla Chiesa Conciliare. Egli impone la Messa del Novus Ordo e i falsi insegnamenti del Vaticano II. Ha promulgato il Nuovo Codice di Diritto Canonico (1983). Ha sfrontatamente praticato il falso ecumenismo e l’eretico indifferentismo religioso in Assisi, Italia, il 27 Ottobre 1986, mediante l’atroce convocazione di tutte le false religioni del mondo per pregare i loro falsi dei per la pace del mondo!

Per quanto questo soggetto possa essere spiacevole, i cattolici tradizionali devono affrontare le terribili e brucianti domande:

La Chiesa Conciliare è la Chiesa Cattolica?

Giovanni Paolo II, capo della Chiesa Conciliare, è un vero papa?

Il sedevacantista direbbe senza esitazione e senza ambiguità no.

Credere altrimenti, rispondere si alle domande di cui sopra, implicherebbe che la Chiesa Cattolica ha fallito il suo scopo, che la Chiesa di Cristo non è infallibile e indefettibile, che il papa non è la roccia su cui Cristo ha fondato la sua Chiesa, che la promessa di Cristo di essere con la sua Chiesa “tutti i giorni fino alla consumazione del mondo” e che la speciale assistenza dello Spirito Santo, sono mancate alla Chiesa — conclusioni che nessun cattolico tradizionale potrebbe mai accettare.

Considerate la seguente citazione dal Concilio Vaticano I (1870):

“Perchè i Padri del IV Concilio di Constantinopoli, che seguirono da vicino le orme dei loro predecessori, fecero questa solenne professione: ‘La prima condizione della salvezza è mantenere la norma della vera Fede. Perché è impossibile che le parole di Nostro Signore Gesù Cristo, che disse, “Tu sei Pietro, e su questa pietra costruirò la mia Chiesa” (Matt. 16:18), non siano verificate. E la loro verità è stata provata dal corso della storia, poiché nella Sede Apostolica la religione Cattolica è sempre stata mantenuta senza macchia, e l’insegnamento mantenuto santo.’ …poiché essi compresero pienamente che questa Sede di S. Pietro resta sempre intatta da qualsiasi errore, secondo la divina promessa di Nostro Signore e Salvatore fatta al principe dei suoi discepoli, ‘Ho pregato per te, che la tua fede non venga meno; e tu, quando ti sarai convertito, conferma i tuoi fratelli’ (Luca 22:32).”

Papa Leone XIII, nella sua enciclica Satis Cognitum, insegnò che l’Autorità Docente della Chiesa non può mai essere in errore:

“Se (il vivente magistero) potesse essere in alcun modo falso, ne seguirebbe una evidente contraddizione; perché allora Dio stesso sarebbe autore dell’errore.”

Come può un cattolico tradizionale da un lato rigettare la Nuova Messa, gli insegnamenti eretici del Concilio Vaticano II, e il Nuovo Codice di Diritto Canonico (1983), e dall’altro, continuare a riconoscere come papa proprio colui che ufficialmente promulga e impone questi errori?

Occorre considerare anche un’altra domanda: la fede ed il governo del cattolico tradizionale sono gli stessi di Giovanni Paolo II e della sua Chiesa Conciliare? I cattolici tradizionali credono le stesse dottrine di Giovanni Paolo II e della Chiesa Conciliare riguardo alla Nuova Messa, al falso ecumenismo, ed alla libertà religiosa? I cattolici tradizionali sono soggetti alla gerarchia locale ed in ultimo luogo a Roma?

Papa Pio XII, nell’enciclica Mystici Corporis insegnò:

“Ne segue che tutti coloro che sono divisi nella fede e nel governo non possono ritenersi viventi nell’unico Corpo [di N.S. Gesù Cristo, cioè nella Chiesa] in quanto tali, nè possono ritenersi compartecipi della vita dell’unico Divino Spirito.”

I cattolici tradizionali sono uniti or divisi, quanto alla fede ed al governo, rispetto alla Chiesa Conciliare?

Il sedevacantista riconosce onestamente che la sua fede attualmente non è la stessa di Giovanni Paolo II e della Chiesa Conciliare. Riconosce che non è attualmente soggetto né obbedisce a Giovanni Paolo II. Come cattolico tradizionale, il sedevacantista crede e professa tutti gli insegnamenti della Chiesa Cattolica, e questa professione della vera Fede include il rigetto dei falsi insegnamenti del Vaticano II (“tutti già condannati dalla Chiesa in numerosi documenti, ufficiali e definitivi” — S.E. Mons. Marcel Lefebvre, 29.06.1976).

Durante la prima preghiera del Canone della S.Messa tradizionale, che inizia con Te igitur, il sacerdote in tempi normali dovrebbe recitare una cum papa nostro N. (uno col nostro papa N.). Che significato comporta questa breve frase — una cum, uno con?

Uno nella fede, uno nel governo, uno nella Messa e nei Sacramenti — uniti — questo è il significato! Può un sacerdote tradizionale onestamente recitare nel Canone della Messa che egli è una cum Giovanni Paolo II? In che cosa è una cum Giovanni Paolo II? Negli insegnamenti conciliari, nel governo, nella nuova messa e nei sacramenti ufficiali — è attualmente una cum?

Un’ultima considerazione su questo tema del sedevacantismo è la maniera nella quale sono accadute tutte queste cose. Quando sono avvenute? Come sono avvenute? Questa è un’area nella quale i sedevacantisti si differenziano. Alcuni ritengono che le elezioni papali furono invalide basandosi sulla Bolla di Papa Paolo IV del 1559, Cum ex apostolatus:

“Se mai, in qualunque epoca, avvenga che… il Romano Pontefice abbia deviato dalla Fede Cattolica o sia caduto in qualche eresia prima di assumere il papato, tale assunzione, anche compiuta coll’unanime consenso di tutti i Cardinali, è nulla, invalida e senza effetto; né può dirsi divenire valida, o esser tenuta per legittima in qualsivoglia modo, o esser ritenuta dare a costoro alcun potere di amministrare delle materie sia spirituali che temporali; ma qualsiasi cosa sia detta, fatta o stabilita da costoro è priva di ogni forza e non conferisce assolutamente alcuna autorità o diritto a chicchessia; e costoro per il fatto stesso (eo ipso) e senza che sia richiesta alcuna dichiarazione siano privati di ogni dignità, posto, onore, titolo, autorità, ufficio, e potere.”

Alcuni sedevacantisti citano il Codice di Diritto Canonico (1917) al canone 188, art. n. 4:

“Qualsiasi ufficio sarà vacante ipso facto [per il fatto stesso] per tacita rinuncia e senza che sia richiesta alcuna dichiarazione, … §4 per pubblica defezione dalla Fede Cattolica;… (Ob tacitam renuntiationem ab ipso iure admissam quaelibet officia vacant ipso facto et sine ulla declaratione, si clericus: … 4. A fide catholica publice defecerit;…)”

Altri ritengono l’opinione di S. Roberto Bellarmino nel De Romano Pontifice (Cap. XXX):

“La quinta opinione (riguardo all’ipotesi del papa eretico) pertanto è vera; un papa che sia eretico manifesto, per quel fatto (per se) cessa di essere papa e capo (della Chiesa), poichè a causa di quel fatto cessa di essere un cristiano (sic) e un membro del corpo della Chiesa. Questo è il giudizio di tutti gli antichi Padri, che insegnano che gli eretici manifesti perdono immediatamente ogni giurisdizione.”

Papa Innocenzo III, citato dal teologo Billot nel suo Tract. De Ecclesia Christi, p. 610:

“La fede mi è necessaria a tal punto che, avendo Dio come mio unico giudice in altri peccati, potrei comunque venir giudicato dalla Chiesa per i peccati che potessi commettere in materia di fede.”

Basta dire che, la questione del papa è una questione difficile, spiacevole, e che fa paura; tuttavia è una questione necessaria e importante, che non può essere evitata.

In conclusione, non si dica che il sedevacantista rigetta il papato, il primato, o la Chiesa Cattolica. Al contrario è proprio a causa del suo credere nel papato, nel primato, nell’infallibilità ed indefettibilità della Chiesa Cattolica che egli rigetta Giovanni Paolo II e la Chiesa Conciliare. Per il sedevacantista, la Chiesa Cattolica non può venir meno e non è venuta meno. La grande apostasia predetta da S.Paolo nell’ Epistola ai Tessalonicesi ha avuto luogo:

“Che nessuno vi inganni in alcun modo, perché il giorno del Signore non verrà a meno che prima non venga l’apostasia, e sia rivelato l’uomo del peccato, il figlio di perdizione, che si oppone e si esalta sopra tutto ciò che è detto Dio, o che viene adorato, in modo da sedersi nel tempio di Dio per farsi adorare come fosse Dio…. E ora sapete ciò che lo trattiene, affinchè sia rivelato al tempo opportuno. Poiché il mistero di iniquità è già al lavoro; dato soltanto che colui che al presente lo trattiene, lo trattenga ancora, finchè sia tolto di mezzo. Ed allora il perverso sarà rivelato…” (2 Thess. 2:3-8).

Chi è colui “che al presente lo trattiene… finchè egli sia tolto di mezzo. Ed allora il perverso sar à rivelato”? Forse Papa Leone XIII ne fornisce la risposta nel suo Motu Proprio del 25 settembre 1888, quando scrisse l’invocazione a S. Michele:

“Questi astutissimi nemici hanno riempito e inebriato di fiele e amarezza la Chiesa, la sposa dell’Agnello immacolato, e hanno messo empie mani sulle sue più sacre proprietà. Nello stesso Luogo Santo, dove fu posta la Sede del beatissimo Pietro e la Cattedra di Verità per la luce del mondo, hanno elevato il trono della loro abominevole empietà, con l’iniquo disegno che quando il Pastore sia stato colpito, il gregge venga disperso.”


Bishop Mark A. Pivarunas, CMRI (E-mail)
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