18 ottobre 2013

Riceviamo e volentieri pubblichiamo:

COME RISOLVERE LA CRISI ITALIANA

UNA PALUDE

da bonificare

di Filippo Giannini

Per uscire dalla crisi che ci attanaglia dobbiamo ripartire dall’aprile 1945. Lo storico Rutilio Sermonti, ne L’Italia nel XX Secolo, scrive: «La risposta poteva essere una sola. Perché le democrazie volevano un generale conflitto europeo, quale unica risorsa per liberarsi della Germania – formidabile concorrente economico – e soprattutto dell’Italia. Questo è necessario comprendere se si aspira alla realtà storica: soprattutto dell’Italia». Perché Sermonti attesta questo? Ce lo spiega il grande scrittore irlandese Bernhard Shaw, che nel 1937 così si esprimeva: «Le cose da Mussolini già fatte lo condurranno, prima o poi, ad un serio conflitto con il capitalismo». Bernhard Shaw non dovette attendere molto per la conferma di quanto attestato. Infatti, i Paesi capitalisti dovevano far presto: le idee di Mussolini si stavano espandendo e minacciavano il potere mondiale dei Rockefeller, dei Rothschild e degli altri 250-300 in parte oscuri personaggi in grado di fissare e imporre le linee guida in politica e, quindi, nell’economia di tutti i Paesi del mondo: la politica guidi l’economia, non viceversa.

Zeev Sternhell, ebreo, professore di Scienze Politiche presso l’Università di Gerusalemme, col saggio La terza via fascista (Mulino, 1990), afferma: «Il Fascismo fu una dottrina politica, un fenomeno globale, culturale, che riuscì a trovare soluzioni originali ad alcune grandi questioni, che dominarono i primi anni del secolo». Sono proprio le soluzioni sociali ad attrarre maggiormente il giudizio del professore di Scienze Politiche: «Il corporativismo riuscì a dare la sensazione a larghi strati della popolazione che la vita fosse cambiata, che si fossero dischiuse dellepossibilità completamente nuove di mobilità verso l’alto e di partecipazione». In queste ultime osservazioni possiamo intravedere le cause che portarono, da lì a pochi anni, alla «svolta» drammatica.

La cosa appare più chiara leggendo un’altra considerazione sempre di Sternhell: «Il potere dello Stato incide sulla mobilitazione dell’economia nazionale, sulle possibilità di programmazione economica su larga scala e favorisce l’unità morale e l’unanimità spirituale delle masse». La lotta politica a livello mondiale si sposta sul binomio: civiltà del lavoro e civiltà del denaro. E fu la Seconda guerra mondiale.

La risposta italiana alla grande crisi economica mondiale del 1929 fu che, nel giro di poco tempo, l’Italia di quegli anni realizzò una tale mole di lavori pubblici, come non avvenne in nessun altro Paese; e senza ruberie.

Giorgio De Angelis scrive: «L’onda d’urto provocata dal risanamento monetario non colse affatto di sorpresa la compagine governativa e provvedimenti di varia natura attenuarono, ove possibile, i conseguenti effetti negativi soprattutto nel mondo della produzione (…). L’opera di risanamento monetario, accompagnata da un primo riordino del sistema bancario, permise comunque al nostro Paese di affrontare in condizione di sanità generale la grande depressione mondiale sul finire del 1929 (…)».

Il professor Gaetano Trupiano, ha affermato: «Nel 1929, al momento della crisi mondiale, l’Italia presentava una situazione della finanza pubblica in gran parte risanata; erano stati sistemati i debiti di guerra, si era proceduto al consolidamento del debito fluttuante con una riduzione degli oneri per interessi e le assicurazioni sociali avevano registrato un sensibile sviluppo».

I ministri finanziari del Governo Mussolini e, ultimo in ordine di tempo fra questi, Antonio Mosconi, riuscirono a far sì, che negli anni fra il ‘25 e il ‘30, i conti nazionali registrassero attivi da primato. Vennero intraprese iniziative che ancor oggi non mancano di stupire per la quantità e la qualità dei meccanismi messi in opera e per il successo da esse ottenute. Oggi, sembra una menzogna; ma fu realtà.

Lo Stato affrontò la crisi congiunturale spaziando «dalla politica monetaria alla politica creditizia, dalla politica finanziaria alla politica valutaria, dalla politica agricola alla politica industriale, dalla politica dei prezzi alla politica dei redditi, dalla politica fiscale alla politica del commercio estero, dalla politica previdenziale alla politica assistenziale» (Sabino Cassese). In conseguenza di ciò, lo Stato italiano divenne titolare di una parte delle attività industriali.

Seguendo questa impostazione, la cura fu quella più appropriata per il superamento della crisi, anche se comportò sacrifici: per sostenere le industrie a fine 1930 si rese necessaria una riduzione dei salari dell’8 per cento circa per gli operai; per gli impiegati la riduzione variò, a seconda dell’entità delle retribuzioni, dall’8 al 10 per cento. Il sacrificio venne, però, quasi subito compensato dalla contrazione dei prezzi delle merci, per cui il valore reale d’acquisto ammortizzò in breve tempo l’entità del taglio. Sacrifici affrontati dal popolo con disciplina e partecipazione.

Nel periodo di maggior ristagno l’attività del Governo si svolse con due diversi interventi. Uno, immediato, indirizzato ad assistere le famiglie più colpite dalla grande crisi: taglio degli stipendi e dei salari; riduzione delle ore lavorative per evitare, il più possibile, il licenziamento; l’introduzione della settimana lavorativa a 40 ore (operazione che comportò il riassorbimento di 220 mila lavoratori); la diminuzione dei fitti; una forte riduzione delle spese nei bilanci militari; opere di assistenza diretta, come distribuzione di buoni viveri e centri di distribuzione di pasti.

Il secondo, tendente ad incrementare gli investimenti statali nelle grandi opere. Ci riferiamo alle Fiere e attività similari. Non ultima, quella di Napoli, la Mostra Triennale delle Terre Italiane d’Oltremare: concepita per far sì che ogni tre anni Napoli fosse al centro degli scambi economici e culturali fra l’Africa e l’Europa, una iniziativa che oggi sarebbe ancor più valida per fronteggiare il fenomeno della migrazione. Per rimanere a Napoli, ricordiamo la realizzazione degli ospedali collinari (il XXIII Marzo, poi intitolato a Cardarelli; il Principe di Piemonte, ribattezzatoMonaldi; la Stazione Marittima; la Stazione di Margellina; il nuovo rione Carità con i palazzi delle Poste, delleFinanze, della Provincia e dei Mutilati; il Collegio Costanzo Ciano per 3 mila ragazzi; la nuova sede del Banco di Napoli; il palazzo dell’INA, e numerosi rioni di case popolari.

Mussolini e i suoi collaboratori erano consapevoli dell’importanza che queste istituzioni potevano esercitare nel settore commerciale: negli scambi, nelle contrattazioni e nel rilevante stimolo che tutto ciò poteva esercitare per la produzione e acquisto di beni, anche di origine lontana o di lontana destinazione.

«Sotto il dominio fascista, ci viene detto, l’Italia subì un rapido sviluppo con l’elettrificazione dell’intero Paese, lo sviluppo e il fiorire delle industrie dell’automobile e della seta, la creazione di un moderno sistema bancario, la prosperità dell’agricoltura, la bonifica di notevoli aree agricole (…), la costruzione di una larga rete di autostrade ecc. (…). Il rapido progresso dell’Italia dopo la Seconda guerra mondiale e il fatto che oggi è già in marcia verso uno sviluppo intensivo capitalistico sarebbe impensabile senza i processi sociali iniziati durante il periodo fascista».Così Mihaly Vajda scrive in The Rise of Fascism in Italy and Germany.

Sembra incredibile, ma l’ulteriore sferzata di dinamismo alla politica mussoliniana venne impartita proprio per battere la grande crisi. Così, mentre negli anni Trenta tutto il mondo era soggiogato dalla crisi economica, in Italia iniziò un’attività, con interventi in tutti settori della vita economica, sociale, urbanistica e produttiva. I benefici si proietteranno nei decenni a venire.

Dalla politica agraria, ispirata e pilotata da Arrigo Serpieri, nacquero le leggi sulla bonifica e le trasformazioni agrarie. Queste opere furono affidate all’Opera Nazionale Combattenti (ONC), creata nel 1917 per il reinserimento dei reduci nella vita civile.

Grazie ai reduci ed alle loro famiglie, l’Operazione Bonifica, iniziata nel basso Veneto ed in Emilia, si allargò alle altre zone d’Italia interessate: dalle Paludi Pontine a Maccarese, l’Isola Sacra, Acilia, Ardea, la Sardegna, Metaponto, Campania, Puglie, Calabria, Lucania, Sicilia, Dalmazia. La terra strappata alle paludi portò a nuovi posti di lavoro: strade, acquedotti, reti elettriche, borghi rurali ed ogni genere di infrastrutture. La bonifica di Serpieri diventò strumento di progresso economico.

Questi miracoli venivano seguiti e apprezzati anche all’estero, tanto da muovere l’ammirazione e la curiosità di tecnici europei, americani e sovietici. Le Corbusier, il maestro francese del movimento moderno d’architettura, venne a Roma e in una conferenza tenuta all’Accademia d’Italia, elogiò i pregi delle nuove città.

Non dimentichiamo le grandi opere realizzate in Somalia, Eritrea e in Libia. Si devono alla instancabile attività di Carlo Lattanzi la bonifica e la messa a coltura, in Libia, di ampie aree a grano, oliveti, vigneti, frutteti ecc. su oltre 2.600 ettari di terreni aridi e sabbiosi.

Armando Casillo (dal cui lavoro abbiamo attinto alcuni dati) riporta i risultati delle bonifiche e delle leggi rurali: 5.886.796 ettari bonificati, tra il 1923 e il 1938. E un confronto è necessario fra il periodo pre-fascista, quando in 52 anni nell’intera Penisola furono bonificati appena 1.390.361 ettari. Né va dimenticata la sconfitta della malaria, causa di centinaia di morti ogni anno.

Un altro dato significativo sulla qualità tecnica raggiunta nel settore agricolo dal nostro Paese è la comparazione fra i 16,1 quintali di frumento per ettaro prodotti nelle terre bonificate e la produzione statunitense, considerata la migliore, ferma a 8,9 quintali/ettaro. «L’attribuzione ai braccianti di poderi nelle zone di bonifica è il fiore all’occhiello della politica rurale fascista. Come si vede, traguardi che cambiarono il volto dell’Italia» (Armando Casillo).

La spinta impressa da Mussolini alle opere del Regime si indirizza sempre a nuove mete. Si può ben dire che negli anni della bonifica integrale «tutto il territorio italiano era un’enorme, bruciante, palpitante, esaltante fucina di opere, azionata da braccia, da idee, da inesauribile volontà di cambiare il volto a un’Italia rurale che aveva dormito per secoli» (Armando Casillo).

In piena congiuntura economica mondiale la fantasia produttiva italiana era riconosciuta ovunque. Il 22 dicembre 1932, il deputato laburista inglese Lloyd George rimproverava il suo Governo di inerzia e lo spronava a risolvere i problemi della disoccupazione, proponendo di «fare come Mussolini nell’Agro Pontino».

Ancora più incisivamente il giornale Noradni Novnij di Brno, il 15 dicembre 1933, scriveva: «Con successo infinitamente superiore a quello annunciato per il suo piano da Stalin, in Russia si è fatta un’opera di costruzione, ma in Italia si è compiuta un’opera di redenzione, di occupazione. All’altra estremità dell’Europa si costruiscono enormi aziende, città gigantesche, centinaia di migliaia di operai sono spinti con folle velocità a creare un’azienda colossale per il dumping [rifiuti, N.d.R.] che dovrà portare la miseria a milioni di altri Paesi europei. Mentre invece in Italia il piano Mussolini rende una popolazione felice e nuove città sorgono in mezzo a terre redente, coperte ovunque di biondi cereali».

I consensi non riguardavano soltanto i metodi usati dal Governo italiano per superare la crisi congiunturale, ma partivano dagli anni precedenti.

Lo svedese Goteborgs Handels il 22 marzo 1928 scriveva: «Non si può davvero non restare altamente sorpresi di fronte al lavoro colossale che il Governo fascista viene svolgendo con una incredibile intensità di energia: amministrazione pubblica radicalmente cambiata, ordinamento sociale posto sulla nuova base della organizzazione sindacalista, trasformazione dei Codici, riforma profonda della istituzione e un tipo di rap­presentanza nazionale affatto nuovo negli annali del mondo».

Il londinese Morning Post del 29 ottobre 1928: «L’opera del fascismo è poco meno che un miracolo». Il prestigioso Daily Telegraph del 16 gennaio 1928: «II fascismo non è soltanto uno sforzo verso un nuovo sistema politico, ma un nuovo metodo di vita. Esso è perciò il più grande esperimento compiuto dall’umanità dei nostri tempi».

Altri dati rivelano che quanto si scriveva nel mondo era ben meritato. Nel 1922 i braccianti erano oltre 2 milioni: nei primi anni del ‘40 il loro numero si ridusse a soli 700 mila unità, gli altri erano divenuti proprietari, mezzadri o compartecipi di piccole o grandi aziende. Nella sola Sicilia i proprietari terrieri passarono dai 54.760 del 1911 a 222.612 del 1926. Questo è un ulteriore dato che può far meglio comprendere lo sforzo compiuto in quegli anni.

Possiamo quindi dire che l’obiettivo politico fu, in gran parte, centrato. Questo avveniva mentre nel mito marxista la collettivizzazione delle terre risultava fallimentare e affogata nel sangue e nella disperazione. Mussolini al contadino del kolchoz di Lenin o Stalin contrapponeva il contadino italiano compartecipe della produzione.

Nacquero così, soprattutto nel Mezzogiorno d’Italia, nuovi ceti di piccoli proprietari, superando i motivi della lotta di classe e creando lo «strumento di pace e di giustizia sociale».

Attratto dal grande rumore sollevato dal miracolo italiano, il Mahatma Gandhi, dopo essersi fermato nel corso di un viaggio a Parigi e in Svizzera, volle passare per l’Italia. Sostò a Milano, quindi a Roma, dove si fermerà l’11 e il 12 dicembre 1930. In quest’ultimo giorno Gandhi fu ospite, a Villa Torlonia, del Duce, appagando, così, il desiderio di incontrare il capo del Fascismo. Intervistato poi dal Grande Oriente, organo della comunità italiana al Cairo, (9 settembre 1931), rilasciò le seguenti dichiarazioni: «Tra tutte le Nazioni che dopo la guerra, tendono con sforzi vigorosi, ad affermarsi e a creare una realtà, l’Italia occupa un posto privilegiato e distinto. Perciò Mussolini che è l’animatore di questo risveglio, ha tutta la mia ammirazione».

Per concludere; dato che da decenni siamo colpiti da coma cerebrale, porrò una semplice domanda: Dato che i principi dell’economia non cambiano nel corso degli anni (ho scritto i principi dell’economia), e dato che negli anni ’30 dell precedente secolo l’allora crisi congiunturale fu superata con grande successo, per vincere la crisi che ci attanaglia in questi anni, perché non utilizzare gli stessi principi oggi? Qualora ci fossero dei vincoli, sorti in questi anni, non si potrebbe trovare il modo di sospendere, anche temporaneamente detti vincoli per riesaminarli, eventualmente più avanti?

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Decrescita felice o felicità in decrescita?

La Grande Storia: la prima puntata si intitola ‘Mussolini. Marcia, Morte e Misteri’, di Enzo Antonio Cicchino. A 90 anni dalla Marcia su Roma, alcune domande sono rimaste ancora senza una risposta. La narrazione è sotto forma di inchiesta, tornando su alcuni dei luoghi che sono stati testimoni della storia e incontrando persone che conservano ricordi, cimeli, testimonianze. Cercando documenti negli archivi di stato, mostrando immagini inedite provenienti da cineteche italiane e straniere. Non solo Marcia su Roma, l’inchiesta va oltre e affronta la lunga lista di attentati che Mussolini subisce negli anni successivi alla Marcia: pochi portati a segno, molti tentati, moltissimi prevenuti, altri ancora rimasti del tutto ignoti alla polizia. Zaniboni, Gibson, Lucetti, Schirru, Sbardellotto, Bovone…e molti altri: chi ha armato la mano degli attentatori? A impugnare pistola e ordigni sono tutti antifascisti o sono implicate frange estreme del fascismo intransigente? Si proverà a capire anche attraverso i nuovi documenti emersi dagli archivi. Eppure Mussolini non è morto per mano di attentatori: la sua morte avverrà oltre un ventennio dopo la marcia su Roma e dopo una guerra persa. Con un salto nel tempo, La Grande Storia prosegue l’inchiesta tentando di far luce anche sulle ultime ore del duce: sui documenti segreti che ha con sé fino agli ultimi momenti, forse l’introvabile carteggio con Churchill sull’oro giunto a Dongo. Una testimonianza inedita di un partigiano fa pensare che l’oro giunto a Dongo non sia solo i 100 kg di cui sempre si è raccontato, ma molto di più: oltre mezza tonnellata.

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4 febbraio 2013 | Autore

“Il mio amico Ezra Pound ha ragione. La rivoluzione è guerra all’usura. È guerra all’usura pubblica e all’usura privata. Demolisce le tattiche delle battaglie di borsa. Distrugge i parassitismi di base, sui quali i moderati costruiscono le loro fortezze. Insegna a consumare al modo giusto, secondo logica di tempo, quel che è possibile produrre. Reagisce alle altalene del tasso di sconto, che fanno la sventura di chi chiede per investire nell’industria, e aumenta il mondo del risparmio, riducendone il coraggio, contraendone la volontà di ascesa, incrementandone la sfiducia nell’oggi, che è più letale ancora della sfiducia nel domani.

Allorché il mio amico Ezra Pound mi donò le sue “considerazioni” sull’usura, mi disse che il potere non è del danaro, o del danaro soltanto, ma dell’usura soltanto, del danaro che produce danaro, che produce soltanto danaro, che non salva nessuno di noi, che lancia noi deboli nel gorgo dalla cui corrente altro danaro verrà espresso, come supremo male del mondo. Aggiunse in quel suo italiano, gaelico e slanghistico, infarcito di arcaismi tratti da Dante e dai cronachisti del trecento, che il potere del danaro e tutti gli uomini di questo potere regnano su un mondo del quale hanno monetizzato il cervello e trasformato la coscienza in lenzuoli di banconote. Il danaro che produce danaro.

La formula del mio amico Ezra Pound riassume la spaventosa condizione del nostro tempo. Il danaro non si consuma. Regge al contatto dell’umanità. Nulla cede delle proprie qualità deteriori. Contamina peggiorandoci in ragione della continua salita del suo corso tra i banchi e le grida della borsa nelle cui caverne l’umano viene, inesorabilmente, macinato. Il mio amico Pound ha le qualità del predicatore cui è nota la tempesta dell’anno mille, dell’anno “n volte mille” sempre alle porte della nostra casa di dannati all’autodistruzione. La lava del denaro, infuocata e onnivora, scende dalla montagna che il cielo ha lanciato contro di noi, mi ha detto il mio amico Pound; e nessuno, tra noi, si salverà.

Il mio amico Pound ha continuato con voi, come mi avete detto, nella casa romana dello scrittore di cose navali Ubaldo degli Uberti, l’analisi di come il danaro produce soltanto danaro, e non beni che sollevino il nostro spirito dalla palude nella quale il suo potere ci ha immerso. Non è ossessione la sua. Nessun uomo saggio, se ancora ne esistono, ha elementi per dichiarare esito di pericolosa paranoia il suo vedere, tra i blocchi di palazzi di Wall Street e tra le stanze dei banchieri della City, le pareti indistruttibili dell’inferno di oggi. I Kahn, i Morgan, i Morgenthau, i Toeplitz di tutte le terre egli vede alla testa dell’armata dell’oro. Pound piange i morti che quell’esercito fece. E vorrebbe sottrarre a ogni pericolo tutti noi esposti alla furia del potere dell’oro. Con il vostro amico Pound ho parlato di quello che Peguy ha scritto contro il potere dell’oro. Conosce quasi a memoria quelle pagine. Ne recita brani interi, senza dimenticarne alcuna parola. Il suo francese risale agli anni parigini in cui la gente di New York, di Boston, emigrata a Parigi, pensava ancora che l’occidente fosse fra noi. Illusa, quella gente, che scegliendo Parigi, il potere dell’oro sarebbe andato per stracci, almeno per questi migranti della letteratura. È, quel francese di Pound, come un prodotto del passato, come una denuncia del troppo che stiamo dimenticando, tutti noi che corriamo il rischio, o che già lo abbiamo corso, di finire maciullati dal potere dell’oro”.

(Così, Benito Mussolini riferì al giovane giornalista triestino Yvon De Begnac durante i loro colloqui tra il 1934 e il 1943, che oggi ritroviamo nei famosi postumi “Taccuini mussoliniani”).

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31 gennaio 2013 | Autore

Il presidente del Tribunale della razza diventò il più stretto collaboratore di Togliatti al ministero di Grazia e Giustizia. Poi guidò la Consulta. Il Pci ha mai avuto nulla da ridere? 

Illustre Presidente Napolitano, dopo aver sentito il suo vibrante discorso sul fascismo e l’antisemitismo, mi permetta di rivolgerle tre brevi domande.

La prima. Sapeva che il presidente dell’infame Tribunale della razza, nonché firmatario del «Manifesto della razza», Gaetano Azzariti, diventò il più stretto collaboratore del suo leader Togliatti al ministero di Grazia e Giustizia, dopo essere stato Guardasigilli con Badoglio? Avete mai avuto nulla da ridire, lei e il suo Partito, sul fatto che poi, grazie a questi precedenti, lo stesso Azzariti sia diventato presidente della Corte costituzionale fino alla sua morte nel 1961?

La seconda. Sapeva che il primo concordato tra lo Stato italiano e gli ebrei fu fatto nel 1930 dal regime fascista? Una commissione composta da tre rappresentanti degli ebrei e tre giuristi varò un concordato in cui, scrive De Felice, «il governo fascista accettò pressoché in toto il punto di vista ebraico». Il presidente del consorzio ebraico, Angelo Sereni, telegrafò a Mussolini «la vivissima riconoscenza degli ebrei italiani» e sulla rivista ebraica Israel Angelo Sacerdoti definì la nuova legge «la migliore di quelle emanate in altri Stati».

Terzo. Presidente, ha mai detto e scritto qualcosa sulle centinaia di italiani, comunisti, antifascisti e a volte anche ebrei, che fuggirono dall’Italia fascista e furono uccisi nella Russia comunista con l’avallo del segretario del suo partito, il sullodato Togliatti? In Italia, persino sotto il Duce, avrebbero avuto una sorte migliore…

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Giornale Luce A0208 del 11/1928
Descrizione sequenze: Mussolini e alcuni notabili salgono le gradinate dell’altare della patria e fanno il saluto romano ; Mussolini brucia sulla fiamma perpetua alcune pagine del bilancio del debito pubblico – alcuni notabili lo aiutano a far bruciare bene il foglio – alla cerimonia è presente anche Turati ; l’altare della patria ; il foglio che continua a bruciare ; il foglio incenerito nel bruciatore ; particolare dell’altare della patria.

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MUSSOLINI, L’ULTIMA CONFESSIONE

di Marco Dolcetta

Dopo i saluti, il Duce cominciò a parlare: «Sono molto contento di fare la vostra conoscenza», mi disse in un francese molto corretto, «nessuna introduzione presso di me poteva essere più favorevole di quella del fratello del vostro amico squadrista della prima ora, uno di quelli che mi erano stati vicini ai tempi eroici del covo, in più so che uno dei vostri parenti, per matrimonio, è ufficiale in uno dei battaglioni destinati alla mia protezione. Sono felice di parlare con un fascista francese che è un principale collaboratore di Iacques Doriot di cui ammiro il coraggio politico e militare. Parliamo dunque liberamente, ne abbiamo tutto il tempo». Interrogai dunque Mussolini. Duce, vorrei innanzitutto assicurarvi che sento un onore profondo in seguito al vostro appuntamento concesso. E poiché mi avete permesso di parlare senza giri di parole permettetevi di dire come mi dispiace che voi non abbiate avuto occasione, prima della guerra, di conoscere Doriot. «Sì, senza dubbio rimpiango molto il fatto di non averlo incontrato, ma ho incontrato dei dirigenti del partito popolare francese come Bertrand de Jouvenel di cui avevo conosciuto molto bene il padre quando era ambasciatore a Roma». «Sì, lo so Duce, e voi avete ricevuto anche Victor Arrighi che, tra l’altro, era molto legato al conte Ciano». «Sì, me lo ricordo, è vero che tutto questo non costituisce una conoscenza molto approfondita del fascismo francese. Noi abbiamo avuto anche qualche contatto, diverso tempo fa, con dei piccoli partiti che non avevano avuto molto successo in Francia. So che questo non era il caso del partito di Doriot. Io credo che se contatti come quelli che noi abbiamo evocato fossero stati presi, e soprattutto mantenuti, questo sarebbe stato molto utile ai nostri due paesi, ed anche agli ideali che noi difendiamo insieme, senza che sfortunatamente ci sia stata un’armonizzazione delle nostre azioni. Voi avreste voluto che ci fosse stata un’internazionalizzazione del fascismo, in qualche maniera…» Si, voi lo sapete. Doriot e molti dirigenti ed anche molti membri del suo partito sono dei vecchi comunisti. «Noi sappiamo per esperienza il tipo di espansione forza che l’esistenza della Terza Internazionale ha dato all’idea del comunismo nel mondo… esisteva alla vigilia della guerra la presenza di movimenti di tendenza fascisti importanti in Europa e nel resto del mondo. Alcuni di loro hanno avuto col fascismo italiano, ed anche voi, dei contatti che si sono limitati in generale a qualche visita a Palazzo Venezia. Se si fossero stabiliti con voi, sotto la vostra egida, dei legami che definirei organici fra di noi, non credete che noi avremmo potuto costituire una forza importante che avrebbe potuto lavorare a favore della pace. Intendo una pace giusta con una certa efficacia…? Può darsi, anzi di sicuro, ma c’erano molte difficoltà per realizzare un tale progetto. Vedete, c’è una grande differenza tra la concezione comunista del mondo e la concezione fascista. Comunismo è basato su due idee fondamentali: la lotta di classe considerata come un’evidenza storica, e l’internazionalismo considerato come una necessità in vista del trionfo del comunismo. «Il fascismo ha ripudiato la lotta di classe come motore della storia, e, considera la ragione della nazione come un’evidenza e una necessità per lo sviluppo dei popoli. Il fascismo non è internazionalista». Duce, mi sono senz’altro espresso male. Voi stesso avete sottolineato il carattere universale del fascismo. E il principale ostacolo all’esistenza di un legame più stretto tra i fascisti del mondo intero, non è venuto dall’importanza, ogni giorno più grande che, sia il fascismo, come il nazionalsocialismo, hanno dato al fatto nazionale, al nazionalismo? A scapito della parte sociale della dottrina originale…? «Ah, voi toccate una delle mie più grandi preoccupazioni. Quello che voi chiamate il fatto nazionale, in realtà il nazionalismo, era una necessità assoluta per il fascismo e per l’Italia. Il fascismo aveva come prima missione storica di fare dell’Italia una grande nazione, quello che non era in realtà ancora all’indomani della Grande guerra. Doveva procurare al suo popolo i territori necessari alla sua espansione e i grandi mezzi materiali e spirituali per difenderli. Questo lo abbiamo fatto. Almeno per la prima parte di quello che sto dicendo. Per la seconda parte il tempo ci è mancato. L’Italia non aveva nel 1940 i mezzi per fare la guerra. Né i mezzi materiali, né la forza d’animo necessaria. E qua arriva ciò che voi avete detto della dimenticanza, almeno relativa alla parte socialista del nostro programma del 1919. È vero che non abbiamo spinto abbastanza il nostro socialismo. Non abbiamo fatto ragionare come volevamo i capitalisti italiani. Loro che ci avevano accolto come salvatori nel 1922. Grazie al nostro regime, l’ordine che si era stabilito, la pace sociale, hanno potuto sviluppare i loro affari e arricchirsi scandalosamente. E quando noi siamo stati alle prese con le difficoltà della guerra loro hanno fomentato contro il regime e contro me stesso il complotto del 25 luglio, aiutati da quel patetico pagliaccio di Vittorio Emanuele e da un gruppo di traditori che per venti anni si sono pretesi fascisti e hanno beneficiato dei favori del fascismo». Alcuni di questi traditori, sono stati almeno duramente puniti… «Questa è un’altra storia, una crudele storia. Per quelli che sono stati fucilati a Verona e soprattutto per me… De Bono, quadrumviro della marcia su Roma…e Ciano, il padre dei miei nipoti…non lo auguro a nessuno, nemmeno al mio peggiore nemico, una notte come quella che io ho passato…la ragione di Stato…e poi, c’erano gli altri…è una cosa terribile quella di non essere liberi, signore, lei conoscerà senz’altro i versi di Dante». Il volto di Mussolini era disfatto. Il suo colorito già pallido era diventato pressoché terreo. Gli occhi erano attoniti. Era un uomo… come gli altri. Poi alzando le spalle come se avesse voluto alleggerire il peso di un fardello, così continuò: (segue a pagina 23)

17 February 2005 pubblicato nell’edizione Nazionale (pagina 22) nella sezione “Cultura

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Inviato da Nicoletta Forcheri su Stampa Libera il 31/03/2013 alle 16:10

…In Italia esistono due categorie di rancorosi pavloviani, indotti: contro B e contro il fascismo. Non ho voglia di risponderti a dovere, perché ho altro da fare, ma approfondiremo la questione, nel frattempo la tua lista è visibilmente parziale, ad esempio i lavori forzati, ah si? Dove? nel 1928? Nell’insieme era una politica tipo keynesiamo che molti oggi paventano come la soluzione delle soluzioni, e benché noi sappiamo che non è la soluzione è certamente meglio di un pugno nell’occhio (austerity). Inoltre sostengo che con le nazionalizzazioni delle banche in realtà tale keynesianesimo fu vicino alla sovranità monetaria anche se noi sappiamo che la vera sovranità monetaria è quella del popolo, in auritiana maniera. Inoltre bisogna sapere che l’unità d’Italia si fece a profitto di creditori privati (Rothschilds) che indebitarono i Savoia nell’aiutarlo al complotto di esproprio dei Borboni e sequestro dell’oro del sud. Quando arrivò al potere Mussolini ereditava una pesante situazione di debito pubblico che doveva risolvere. Il numero 8 ad esempio mi sembra più che giusto. In quanto al n 4 dimentichi forse che Beneduce fu il genio che creò l’IRI, e che se non fosse stato depredato ex accordo Britannia noi saremmo il paese più ricco del mondo, e che fu proprio l’IRI a produrre il miracolo all’italiana degli anni 60 e non l’indebitamento massiccio del dopoguerra a favore degli occupanti vincitori. Anzi si chiamò miracolo all’italiana perché nessuno se l’aspettava uno sviluppo economico così nonostante le pesanti condizioni economicomonetarie e politiche imposteci nel dopoguerra. Fu l’IRI e non Marshall né gli americani la chiave di volta del miracolo. L’IRI di Beneduce. Di cosa stiamo parlando. Togliti il livore e ristudia la storia con oggettività e senso di analisi.

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Tutte queste cose sono state finanziate dal regime fascista grazie a quanto segue:

1. prelievo fiscale denominato diversamente da oggi;
2. unificazione del sistema bancario centrale (1926);
3. centralizzazione delle stanze di compensazione interbancarie (1926);
4. totale controllo finanziario in mano a un manipolo di personaggi indipendenti ed estranei al Partito Nazionale Fascista (Stringher, Beneduce, Azzolini);
6. salvataggi di Stato del sistema bancario con nazionalizzazioni stile anglosassone;
7. politica monetaria bancaria para-pseudo-keynesiana dopo il 1935: mega-indebitamenti pubblici a lungo termine col sistema bancario pubblico e privato per tutti i finanziamenti e rimozione dei limiti all’indebitamento pubblico con la banca centrale (1936); buona parte delle infrastrutture vennero finanziare (come oggi, guarda un po’…) dalla Cassa Depositi e Prestiti;
8. obblighi per i privati più abbienti a investire in debito pubblico a lunga scadenza (Prestito del Littorio);
9. creazione di nuovi strumenti di debito pubblico per raschiare il fondo del barile: buoni fruttiferi postali;
10. riduzioni dei salari per legge;
11. lavori forzati;
12. stato di polizia-militarizzazione permanente.

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L’Istituto per la ricostruzione dell’Italia voluto e fondato da Mussolini

L’IRIacronimo di Istituto per la Ricostruzione Industriale – è stato un ente pubblico italiano, istituito nel 1933 e liquidato nel 2002.

Nacque per iniziativa dell’allora capo del Governo Benito Mussolini al fine di evitare il fallimento delle principali banche italiane (Commerciale, Credito Italiano e Banco di Roma) e con esse il crollo dell’economia, già provata dalla crisi economica mondiale iniziata nel 1929.

Nel dopoguerra allargò progressivamente i suoi settori di intervento e fu l’ente che modernizzò e rilanciò l’economia italiana durante soprattutto gli anni ’50 e ’60; nel 1980 l’IRI era un gruppo di circa 1.000 società con più di 500.000 dipendenti. Per molti anni l’IRI fu la più grande azienda industriale al di fuori degli Stati Uniti d’America; nel 1992 chiudeva l’anno con 75.912 miliardi di lire di fatturato ma con 5.182 miliardi di perdite.[1] Ancora nel 1993 l’IRI si trovava al settimo posto nella classifica delle maggiori società del mondo per fatturato, con 67.5 miliardi di dollari di vendite.[2] Trasformato in società per azioni nel 1992, cessò di esistere dieci anni dopo.

Le origini

l’Iri nacque come ente temporaneo con lo scopo prettamente di salvataggio delle banche e delle aziende a loro connesse. Il nuovo ente era formato da una “Sezione finanziamenti” e una “Sezione smobilizzi”. Nel 1930 la crisi di liquidità del Credito Italiano portò alla fusione con la Banca nazionale di credito. Il Credito Italiano assunse le attività e le passività a breve scadenza della Banca nazionale del credito (BNC), cedendole gran parte degli investimenti a lunga scadenza. In un secondo momento la BNC cedette le sue partecipazioni in società industriali alla Società Finanziaria Italiana (Sfi), mentre le partecipazioni immobiliari e le partecipazioni in aziende di pubblica utilità furono trasferite alla Società Elettrofinanziaria. Sfi e Società Elettrofinanziaria furono messe in liquidazione nel 1934 dopo essere passate sotto il controllo dell’IRI.

Nel 1931 l’intervento pubblico riguardò la Banca Commerciale Italiana che, di fronte alla crisi del 1929, aveva aumentato la propria esposizione verso il sistema industriale. Il crollo delle quotazioni azionarie richiese l’intervento statale, che si concretizzò nella cessione dalla Comit alla Società Finanziaria Industriale Italiana della totalità delle azioni possedute dalla banca.

Nel pieno della crisi la Banca d’Italia si trovò esposta verso l’Istituto di liquidazioni, un ente pubblico creato nel 1926 per sostenere finanziariamente le imprese in crisi, e verso le banche, per oltre 7 miliardi, ovvero oltre il 50% del circolante.

Lo Stato assunse dunque le partecipazioni delle banche in crisi, finanziandole affinché non fallissero. Le partecipazioni furono poi trasferite all’IRI, la cui principale preoccupazione divenne rimborsare alla Banca d’Italia il capitale ricevuto. Una volta trasferite le quote all’Istituto, questo avviò una propria campagna di mobilitazione del credito attraverso lo strumento delle obbligazioni industriali garantite dallo Stato. L’operazione fu l’applicazione in larga scala di quanto era già stato abbozzato con l’INA, ovvero l’organizzazione del piccolo risparmio che le banche, vincolate in legami a doppio filo con il sistema industriale, non riuscivano ad impiegare in reali processi di sviluppo.

In questo modo l’IRI, e quindi lo Stato, smobilizzò le banche miste, diventando contemporanenamente proprietario di oltre il 20% dell’intero capitale azionario nazionale e di fatto il maggiore imprenditore italiano, con aziende come Ansaldo, Ilva, Cantieri Riuniti dell’Adriatico, SIP, SME, Terni, Edison. Si trattava in effetti di aziende che già da molti anni erano vicine al settore pubblico, sostenute da politiche tariffarie favorevoli e da commesse belliche. Inoltre l’IRI possedeva le tre maggiori banche italiane.

Al 1934, il valore nominale del patrimonio industriale era di 16,7 miliardi di lire, pari al 14,3% del Pil. Tra i principali trasferimenti all’ente figuravano[3]:

  • la quasi totalità dell’industria degli armanenti
  • i servizi di telecomunicazione di gran parte dell’Italia
  • un’altissima quota della produzione di energia elettrica
  • una notevole quota dell’industria siderurgica civile
  • tra l’80% ed il 90% del settore di costruzioni navali e dell’industria della navigazione

Primo presidente, oltre che tra gli artefici della creazione dell’ente, fu Alberto Beneduce, economista di formazione socialista e fiduciario del Presidente del Consiglio dei Ministri.

IRI ente permanente

Inizialmente era previsto che l’IRI fosse un ente provvisorio il cui scopo era limitato alla dismissione delle attività così acquisite. Ciò in effetti avvenne con la Edison, che fu ceduta ai privati, ma nel 1937 il governo trasformò l’IRI in un ente pubblico permanente; in questo probabilmente influirono lo scopo di mettere in atto la politica autarchica lanciata dal governo e di tenere sotto controllo del governo le aziende navali ed aeronautiche, mentre era in corso la guerra d’Etiopia.

Per finanziare le sue aziende l’IRI emise negli anni Trenta dei prestiti obbligazionari garantiti dallo Stato, risolvendo in questo modo il problema della scarsità di capitali privati. L’IRI si diede una struttura che raggruppava le sue partecipazioni per aree merceologiche: l’Istituto sottoscriveva il capitale di società finanziarie (le “caposettore”) che a loro volta possedevano il capitale delle società operative; così nel 1936 nacque la Finmare, nel 1937 la Finsider e la STET, poi nel dopoguerra Finmeccanica, Fincantieri e Finelettrica.

Le partecipazioni IRI

Le partecipazioni dell’IRI erano strutturate in una serie di holding di settore che a loro volta controllavano le società operative. Le principali aziende controllate dall’IRI sono state:

  • Banche di Interesse Nazionale
  • Siderurgia
    • Finsider: 99,82%. Ricostituita nel 1988 come Ilva, privatizzata “a pezzi” (operazione conclusa nel 1995)
  • Meccanica
  • Cantieristica
  • Costruzioni
  • Telecomunicazioni
  • Trasporto via mare
  • Trasporto via cielo
  • Trasporto via strada
  • Alimentare
    • SME (secondo maggior azionista: Mediobanca 4%), privatizzata “a pezzi” negli anni ’90.
  • Teleradiodiffusione
  • Altro

    I debiti e la crisi

    All’IRI vennero richiesti ingentissimi investimenti anche in periodi di crisi, quando i privati riducevano i loro investimenti. Lo Stato erogava i cosiddetti “fondi di dotazione” all’IRI, che poi li allocava alle sue caposettore sotto forma di capitale; tali fondi però non erano mai sufficienti per finanziare gli enormi investimenti e spesso venivano erogati con ritardo. L’Istituto e le sue aziende dovevano quindi finanziarsi con l’indebitamento bancario, che negli anni Settanta crebbe a livelli vertiginosi: gli investimenti del gruppo IRI erano coperti da mezzi propri solo per il 14%; il caso più estremo era la Finsider dove nel 1981 questo rapporto scendeva al 5%[9]. Gli oneri finanziari portarono in rosso i conti dell’IRI e delle sue controllate: nel 1976 si verificò che tutte le aziende del settore pubblico chiusero in perdita[10]. In particolare, la siderurgia e la cantierisitica riportarono perdite fino agli anni ’80, così come erano pessimi i risultati economici dell’Alfa Romeo. La gestione anti-economica delle aziende IRI portò gli azionisti privati ad uscire progressivamente dal loro capitale. All’inizio degli anni ’80 i governi iniziarono un ripensamento sulla funzione e sulla gestione delle aziende pubbliche.

    L’epoca Prodi

    Nel 1982 il governo affidò la presidenza dell’IRI a Romano Prodi. La nomina di un economista (seppur sempre politicamente di area democristiana, come il predecessore Pietro Sette) alla guida dell’IRI costituiva in effetti un segno di discontinuità rispetto al passato. La ristrutturazione dell’IRI durante la presidenza Prodi portò a:

    • la cessione di 29 aziende del gruppo, tra le quali la più grande fu l’Alfa Romeo, privatizzata nel 1986;
    • la diminuzione dei dipendenti, grazie alle cessioni ed a numerosi prepensionamenti, soprattutto nella siderurgia e nei cantieri navali;
    • la liquidazione di Finsider, Italsider ed Italstat;
    • lo scambio di alcune aziende tra STET e Finmeccanica;
    • la tentata vendita della SME al gruppo CIR di Carlo De Benedetti, che venne fortemente ostacolata dal governo di Bettino Craxi. Fu organizzata una cordata di imprese, comprendente anche Silvio Berlusconi che avanzarono un’offerta alternativa per bloccare la vendita. L’offerta non venne poi onorata per carenze finanziarie, ma intanto la vendita della SME sfumò. Prodi fu accusato di aver stabilito un prezzo troppo basso (vedi vicenda SME).

    Il risultato fu che nel 1987, per la prima volta da più di un decennio, l’IRI riportò il bilancio in utile, e di questo Prodi fece sempre un vanto, anche se a proposito di ciò Enrico Cuccia affermò:

    « (Prodi) nel 1988 ha solo imputato a riserve le perdite sulla siderurgia, perdendo come negli anni precedenti. »
    (S.Bocconi, I ricordi di Cuccia. E quella sfiducia sugli italiani, Corriere della Sera, 12 novembre 2007)

    È comunque indubbio che in quegli anni l’IRI aveva per lo meno cessato di crescere e di allargare il proprio campo di attività, come invece aveva fatto nel decennio precedente, e per la prima volta i governi cominciarono a parlare di “privatizzazioni”.

    L’accordo Andreatta-Van Miert

    Per le sorti dell’IRI fu decisiva l’accelerazione del processo di unificazione europea, che prevedeva l’unione doganale nel 1992 ed il successivo passaggio alla moneta unica sotto i vincoli del Trattato di Maastricht. Per garantire il principio della libera concorrenza, la Commissione Europea negli anni Ottanta aveva incominciato a contestare alcune pratiche messe in atto dai governi italiani, come la garanzia dello stato sui debiti delle aziende siderurgiche e la pratica di affidare i lavori pubblici all’interno del gruppo IRI senza indire gara d’appalto europea. Le ricapitalizzazioni delle aziende pubbliche e la garanzia dello Stato sui loro debiti furono da allora considerati aiuti di stato, in contrasto con i principi su cui si basava la Comunità Europea; l’Italia si trovò quindi nella necessità di riformare secondo criteri di gestione più vicini alle aziende private il suo settore pubblico incentrato su IRI, ENI ed EFIM. Nel luglio 1992 l’IRI e gli altri enti pubblici furono convertiti in Società per azioni. Nel luglio dell’anno successivo il commissario europeo alla Concorrenza Karel Van Miert contestò all’Italia la concessione di fondi pubblici all’EFIM, che non era più in grado di ripagare i propri debiti.

    Per evitare una grave crisi d’insolvenza, Van Miert concluse con l’allora ministro degli Esteri Beniamino Andreatta un accordo che consentiva allo Stato italiano di pagare i debiti dell’EFIM, ma a condizione dell’impegno incondizionato a stabilizzare i debiti di IRI, ENI ed ENEL e poi a ridurlo progressivamente ad un livello comparabile con quello delle aziende private entro il 1996. Per ridurre in modo così sostanzioso i debiti degli ex-enti pubblici l’Italia non poteva che privatizzare gran parte delle aziende partecipate dall’IRI.

    Le privatizzazioni

    L’accordo Andreatta-Van Miert impresse una forte accelerazione alle privatizzazioni, iniziate già nel 1992 con la vendita del Credito Italiano. Nonostante alcuni pareri contrari, il ministero del Tesoro scelse di non privatizzare l’IRI SpA, ma di smembrarlo e di vendere le sue aziende operative; tale linea politica fu inaugurata sotto il primo governo di Giuliano Amato e non fu mai messa realmente in discussione dai governi successivi. Raggiunti nel 1997 i livelli di indebitamento fissati dall’accordo Andreatta-Van Miert, le dismissioni dell’IRI proseguirono comunque e l’Istituto aveva perso qualsiasi funzione se non quella di vendere le sue attività e di avviarsi verso la liquidazione.

    Tra il 1992 ed il 2000 l’IRI vendette partecipazioni e rami d’azienda che determinarono un incasso per il ministero del Tesoro, suo unico azionista, di 56.051 miliardi di lire, cui vanno aggiunti i debiti trasferiti.[11] Hanno suscitato critiche le cessioni ai privati, tra le altre, di aziende in posizione pressoché monopolistica come Telecom Italia ed Autostrade S.p.A., che hanno garantito agli acquirenti posizioni di rendita.

    L’analisi della Corte dei Conti sulla stagione delle privatizzazioni

    Con un documento pubblicato il 10 febbraio 2010[12], ormai ultimata la stagione delle privatizzazioni che prese il via quasi 20 anni prima, la Corte dei Conti ha reso pubblico uno studio nel quale elabora la propria analisi sull’efficacia dei provvedimenti adottati. Il giudizio, che rimane neutrale, segnala sì un recupero di redditività da parte delle aziende passate sotto il controllo privato; un recupero che, tuttavia, non è dovuto alla ricerca di maggiore efficienza quanto piuttosto all’incremento delle tariffe di energia, autostrade, banche, etc ben al di sopra dei livelli di altri paesi Europei. A questo aumento, inoltre, non avrebbe fatto seguito alcun progetto di investimento volto a migliorare i servizi offerti.[13] Più secco è invece il giudizio sulle procedure di privatizzazione, che:

    « evidenzia una serie di importanti criticità, che vanno dall’elevato livello dei costi sostenuti e dal loro incerto monitoraggio, alla scarsa trasparenza connaturata ad alcune delle procedure utilizzate in una serie di operazioni, dalla scarsa chiarezza del quadro della ripartizione delle responsabilità fra amministrazione, contractors ed organismi di consulenza al non sempre immediato impiego dei proventi nella riduzione del debito[14] »

    La liquidazione

    Le poche aziende (Finmeccanica, Fincantieri, Fintecna, Alitalia e RAI) rimaste in mano all’IRI furono trasferite sotto il diretto controllo del Tesoro. Nonostante alcune proposte di mantenerlo in vita, trasformandolo in una non meglio precisata “agenzia per lo sviluppo”, il 27 giugno 2000 l’IRI fu messo in liquidazione e nel 2002 fu incorporato in Fintecna, scomparendo definitivamente. Prima di essere incorporato dalla sua controllata ha però pagato un assegno al Ministero del Tesoro di oltre 5000 miliardi di lire, naturalmente dopo aver saldato ogni suo debito.

    La governance dell’IRI

    Per la maggior parte della sua storia l’IRI è stato un ente pubblico economico, che rispondeva formalmente al Ministero delle Partecipazioni Statali, che fino agli anni ’80 fu ricoperto da esponenti della DC.

    A capo dell’IRI vi erano un consiglio di amministrazione ed il comitato di presidenza, formato dal presidente e da membri nominati dai partiti di governo. Se il presidente dell’IRI fu sempre espressione della DC, la vicepresidenza fu spesso ricoperta da esponenti del PRI come Bruno Visentini (per più di vent’anni) prima e Pietro Armani poi, a controbilanciare il peso dei cattolici con quello dei grandi imprenditori privati e laici, di cui i repubblicani erano espressione. Le nomine ai vertici delle banche, delle finanziarie e delle maggiori aziende erano decise dal comitato di presidenza.

    Dopo la trasformazione dell’IRI in società per azioni nel 1992, il consiglio d’amministrazione dell’Istituto fu ridotto a tre soli membri e l’influenza della DC e degli altri partiti, in un periodo in cui molti loro esponenti furono coinvolti nelle indagini di Tangentopoli, fu di molto ridotta. Negli anni delle privatizzazioni, la gestione dell’IRI fu accentrata nelle mani del Ministero del Tesoro.

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L’IRI – ISTITUTO PER LA RICOSTRUZIONE INDUSTRIALE – UNA STORIA DI QUASI 70 ANNI

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L’IRI – ISTITUTO PER LA RICOSTRUZIONE INDUSTRIALE – UNA STORIA DI QUASI 70 ANNI -> Dalle origini al dopoguerra: riorganizzare il sistema industriale e bancario per superare la crisi (1933-1945)

Dalle origini al dopoguerra: riorganizzare il sistema industriale e bancario per superare la crisi (1933-1945)
L’IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale) fu istituito il 24 gennaio 1933, inizialmente come ente pubblico temporaneo, per far fronte alla gravissima crisi bancaria ed industriale dell’economia italiana di quegli anni. Al centro della crisi vi erano le tre maggiori banche (Banca Commerciale Italiana, Banco di Roma, Credito Italiano): banche miste (sul modello tedesco) che svolgevano sia la funzione di banche commerciali che di banche d’investimento anche con partecipazione al capitale delle imprese. Tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento le banche miste avevano in effetti svolto un importante ruolo di sostegno allo sviluppo economico italiano, fronteggiando la scarsità di capitale di rischio del sistema imprenditoriale italiano.
La crisi italiana, innestata dall’impatto deflazionistico conseguente alla decisione (1927) di rivalutazione della lira (c.d. quota 90) oltre a risentire dell’onda recessiva diffusasi dopo il crollo di Wall Street del 1929, presentava sue caratteristiche specifiche. La caduta produttiva, era particolarmente accentuata nelle maggiori imprese, specie di settori, come siderurgia e meccanica, che avevano ampliato considerevolmente investimenti ed impianti, spinte anche dalle commesse pubbliche legate alle esigenze della Prima Guerra Mondiale. Una parte considerevole di queste imprese erano entrate in grave crisi e, con esse, le banche che le avevano sostenute inizialmente con finanziamenti e partecipazioni, fino ad assumerne talvolta il controllo, con fitto intreccio di interessi reciproci. Questa situazione, che aveva già portato nel 1921 alla caduta della Banca Italiana di Sconto, rischiava così di provocare il fallimento delle maggiori banche nazionali.
L’IRI nacque con il compito di affrontare il problema del risanamento bancario e al tempo stesso di procedere alla riorganizzazione delle partecipazioni nelle imprese che erano detenute dalle banche. Da questo compito derivava la sua denominazione: Istituto per la Ricostruzione Industriale.
Il disegno e la guida dell’operazione furono opera di Alberto Beneduce, tecnico ed amministratore di alto profilo, che fu il primo Presidente dell’IRI. Egli faceva parte di un gruppo di tecnici che avevano collaborato nell’Italia dei primi due decenni del secolo con due preminenti statisti, Giovanni Giolitti e, soprattutto, Francesco S. Nitti. Essi ritenevano che fosse necessario per lo sviluppo economico e sociale del Paese un intervento pubblico di sostegno che avesse caratteristiche di imprenditorialità ed efficienza, in un quadro di autonomia gestionale. In quegli anni la scelta di una personalità quale Beneduce, che era stato stretto collaboratore di Nitti, poi deputato socialista riformista e Ministro nel Governo Bonomi e che anche se aveva abbandonato la vita politica attiva dopo il 1922, non era comunque iscritto al partito fascista, appare dettata dall’esigenza, in un momento di grave crisi, di ricorrere ad un tecnico di indubbia capacità e prestigio, indipendente da interessi particolari. Beneduce chiamò come suo principale collaboratore Donato Menichella , che nel 1934 fu nominato Direttore Generale.
Con l’istituzione dell’IRI, fu realizzata una complessa operazione articolata in due grandi interventi:

  • riorganizzazione del sistema bancario, con la separazione fra banche commerciali e banche d’investimento, e rafforzamento del ruolo di regolazione e vigilanza della Banca d’Italia, che furono sanciti dalla nuova legge bancaria del 1936;
  • riallocazione delle partecipazioni di controllo detenute dalle tre maggiori banche nelle imprese: per una parte di queste fu realizzato il trasferimento a privati; un’altra parte non trovò invece pratica possibilità di essere trasferita a causa dell’elevato fabbisogno d’investimento necessario e della riluttanza degli operatori privati ad assumere rischi a lungo termine, ma anche per l’opposizione espressa in sede governativa a trasferire attività che presentavano caratteri monopolistici sotto il controllo di concentrazioni private e che ne avrebbero aumentate il peso.

Il 24 giugno 1937 l’IRI diventa Ente permanente, con due sezioni:

  • “sezione bancaria” costituita dalle tre banche (definite Banche di interesse nazionale, c.d. BIN), cui fu assicurata stabilità della maggioranza di controllo del capitale azionario, ma anche autonomia nella gestione;
  • “sezione industriale” costituita dalle partecipazioni di controllo delle imprese (sia industriali che di servizi) trasferite dalle banche.

Al centro del sistema vi era quindi l’IRI: holding controllata al 100% dal Tesoro che assunse la forma di Ente pubblico di gestione. Le imprese, a loro volta, controllate dall’IRI erano società commerciali di diritto privato, sottoposte alle stesse regole di queste; esse avevano talvolta significative partecipazioni di privati nel loro capitale sociale, e in diversi casi, erano quotate in borsa.
Le società controllate dall’IRI erano presenti in settori di grande rilievo del sistema produttivo dell’epoca: siderurgia, cantieri navali, industria meccanica ed elettromeccanica, gestione di grandi reti di servizi (linee di navigazione marittime di interesse nazionale; parti significative delle reti telefoniche ed elettriche). L’IRI promosse la loro riorganizzazione che interessò interi settori dell’economia nazionale. Le esigenze belliche, poi, conseguenti alla politica del fascismo e alla Seconda Guerra Mondiale spinsero lo sviluppo di stabilimenti in settori dell’industria meccanica, connessi agli armamenti, molti dei quali localizzati nell’aerea napoletana.
Estensione e varietà delle attività delle imprese controllate motivarono l’istituzione delle c.d. “Finanziarie di settore”, praticamente “sub holding” cui, sotto la responsabilità dell’IRI, furono delegate funzioni di controllo e coordinamento tecnico e finanziario di imprese operanti in attività omogenee. Già nell’ottobre 1933 fu istituita la prima finanziaria: la Stet, che raggruppava le partecipazioni nel settore telefonico.
Con il passaggio ad Ente permanente nel 1937 era stato assegnato all’IRI un fondo di dotazione. Ma il finanziamento delle attività delle sue aziende venne assicurato, in misura prevalente, attraverso emissioni di obbligazioni (anche convertibili in azioni delle società) ed anche con il ricorso per le società quotate al mercato azionario.
La gestione delle imprese venne, per questa via, condotto al principio della redditività. Si venne così configurando un sistema diverso rispetto a quello delle tradizionali imprese nazionalizzate, con una sua peculiarità, che in seguito venne definito “formula IRI”.
I drammatici eventi della Seconda Guerra Mondiale comportarono distruzioni di impianti e, nella fase finale, la spaccatura della sede dell’IRI: una al Nord, sotto la sovranità della Repubblica di Salò e dell’autorità militare tedesca di occupazione, ed una ripristinata a Roma, dopo la sua liberazione, nel 1944.

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Tra il 1922 e il 1926 si ha un periodo di rapida espansione economica, soprattutto nel settore industriale. La produzione manifatturiera cresce del 10% l’anno, contribuendo a una forte espansione delle esportazioni. In soli quattro anni la spesa pubblica passa dal 35% al 13% del PIL. I disoccupati passano da 600.000 del 1921 a 100.000 del 1926 [1]. Tramite il vigoroso taglio alle spese, unitamente all’impegno di maggiori capitali per lo sviluppo dell’economia, Stefani riuscì a riportare il bilancio statale al pareggio. Il 2 giugno 1925 De Stefani annunciò il raggiungimento del pareggio di bilancio.
Nello stesso anno si iniziò anche a distruggere la cartamoneta al fine di frenare l’inflazione. Complessivamente furono inceneriti 320 milioni di lire.

Fonte: Historia, articolo intitolato “Il ministro delle Finanze da alle fiamme 320 milioni”, a pag 8 dell’inserto

IL 2 GIUGNO 1925 IL GOVERNO FASCISTA CON IL SUO MINISTRO DELLE FINANZE
DE STEFANI ANNUNCIO’ IL PAREGGIO DEL BILANCIO

EPPURE IL GOVERNO DI ALL’ORA NON AVEVA

L’IRPFEF
L’ICI
LA TARSU
L’IRAP
L’IPEG
ADDIZINALE REGIONALE
ADDIZIONALE COMUNALE
L’IVA AL 23%
IMPOSTE CATASTALI
IMPOSTE DI REGISTRO
IMPOSTA DI SUCCESSIONE
IMPOSTA IPOTECARIA
IMPOSTA DI BOLLO
IMPOSTA SULLE PUBBLICITA’
ACCISA
IMPOSTE E ADDIZIONALI SULL’ENERGIA ELETTRICA

BENITO MUSSOLINI RINUNCIO’ AL SUO STIPENDIO DI CAPO DI STATO, DOVETTE RESTAURARE L’ECONOMICA ITALIA E FINANZIARE UNA GUERRA

ECCO COSA FECE PER L’ITALIA E GLI ITALIANI:

Opere sociali e sanitarie

1. Assicurazione invalidità e vecchiaia, R.D. 30 dicembre 1923, n. 3184
2. Assicurazione contro la disoccupazione, R.D. 30 dicembre 1926 n. 3158
3. Assistenza ospedaliera ai poveri R.D. 30 dicembre 1923 n. 2841
4. Tutela del lavoratore di donne e fanciulli R.D 26 aprile 1923 n. 653
5. Opera nazionale maternità ed infanzia (O.N.M.I.) R.D. 10 dicembre 1925 n. 2277
6. Assistenza illegittimi e abbandonati o esposti, R.D. 8 maggio 1925, n. 798
7. Assistenza obbligatoria contro la TBC, R.D. 27 ottobre 1927 n. 2055
8. Esenzione tributaria per le famiglie numerose R.D. 14 maggio 1928 n. 1312
9. Assicurazione obbligatoria contro le malattie professionali, R.D. 13 maggio 1928 n. 928
10. Opera nazionale orfani di guerra, R.D.26 luglio 1929 n.1397
11. Istituto Nazionale della Previdenza Sociale (I.N.P.S.), R.D. 4 ottobre 1935 n. 1827
12. Settimana lavorativa di 40 ore, R.D. 29 maggio 1937 n.1768
13. Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro (I.N.A.I.L.), R.D. 23 marzo 1933, n.
264
14. Istituzione del sindacalismo integrale con l’unione delle rappresentanze sindacali dei datori di lavoro
(Confindustria e Confagricoltura); 1923
15. Ente Comunale di Assistenza (E.C.A.), R.D. 3 giugno 1937, n. 817
16. Assegni familiari, R.D. 17 giugno 1937, n. 1048
17. I.N.A.M. (Istituto per l’Assistenza di malattia ai lavoratori), R.D. 11 gennaio 1943, n.138
18. Istituto Autonomo Case Popolari
19. Istituto Nazionale Case Impiegati Statali
20. Riforma della scuole “Gentile” del maggio 1923 (l’ultima era del 1859)
21. Opera Nazionale Dopolavoro (nel 1935 disponeva di 771 cinema, 1227 teatri, 2066 filodrammatiche, 2130
orchestre, 3787 bande, 1032 associazioni professionali e culturali, 6427 biblioteche, 994 scuole corali, 11159
sezioni sportive, 4427 di sport agonistico.). I comunisti la chiamarono casa del popolo
22. Guerra alla Mafia e alla Massoneria (vedi “Prefetto di ferro” Cesare Mori)
23. Carta del lavoro GIUSEPPE BOTTAI del 21 aprile 1927
24. Lotta contro l’analfabetismo: eravamo tra i primi in Europa, ma dal 1923 al 1936 siamo passati dai
3.981.000 a 5.187.000 alunni – studenti medi da 326.604 a 674.546 – universitari da 43.235 a 71.512
25. Fondò il doposcuola per il completamento degli alunni
26. Istituì l’educazione fisica obbligatoria nelle scuole
27. Abolizione della schiavitù in Etiopia
28. Lotta contro la malaria
29. Colonie marine, montane e solari
30. Refezione scolastica
31. Obbligo scolastico fino ai 14 anni
32. Scuole professionali
33. Magistratura del Lavoro
34. Carta della Scuola

Opere architettoniche e infrastrutture

35. Bonifiche paludi Pontine, Emilia, Sardegna, Bassa Padana, Coltano, Maremma Toscana, Sele ed
appoderamento del latifondo siciliano. Con la fondazione delle città di Littoria, Sabaudia, Aprilia, Pomezia,
Guidonia, Carbonia, Fertilia, Segezia, Alberese, Mussolinia (oggi Alborea), Tirrenia, Tor Viscosa, Arsia e
Pozzo Littorio e di 64 borghi rurali, 1933 – 1939
36. Parchi nazionali del Gran Paradiso, dello Stelvio, dell’Abruzzo e del Circeo
37. Centrali Idroelettriche ed elettrificazione delle linee Ferroviarie
38. Roma: Viale della Conciliazione
39. Progetto della Metropolitana di Roma
40. Tutela paesaggistica ed idrologica
41. Impianti di illuminazione elettrica nelle città
42. Prosciugamento del Lago di Nemi (1931) per riportare alla luce navi romane
43. Creazione degli osservatori di Trieste, Genova, Merate, Brera, Campo Imperatore
44. Palazzo della Previdenza Sociale in ogni capoluogo di Provincia
45. Fondazione di 16 nuove Province
46. Creazione dello Stadio dei Marmi (di fronte allo stadio si trova ancora un enorme obelisco con scritto
“Mussolini Dux”)
47. Creazione quartiere dell’EUR
48. Ideazione dello stile architettonico “Impero”, ancora visibile nei palazzi pubblici delle città più grandi
49. Creazione del Centro sperimentale di Guidonia (ex Montecelio), dotata del più importante laboratorio
di galleria del vento di allora (distrutto nel 1944 dalle truppe tedesche che abbandonavano Roma)
50. Costruzione di numerose dighe
51. Fondò l’istituto delle ricerche, profondo stimatore di Marconi che mise a capo dello stesso istituto grazie
alla sua grandiosa invenzione della radio e dei primi esperimenti del radar, non finiti a causa della sua
morte
52. Costruzione di molte università tra cui la Città università di ROMA
53. Inaugurazione della Stazione Centrale di Milano nel 1931 e della Stazione di Santa Maria Novella di
Firenze
54. Costruzione del palazzo della Farnesina di Roma, sede del Ministero degli Affari Esteri
55. Opere eseguite in Etiopia: 60.000 operai nazionali e 160.000 indigeni srotolarono sul territorio più di
5.000 km di strade asfaltate e 1.400 km di piste camionabili. Avevano trasformato non solo Addis Abeba,
ma anche oscuri villaggi in grandi centri abitati (Dessiè, Harar, Gondar, Dire, Daua). Alberghi, scuole,
fognature, luce elettrica, ristoranti, collegamenti con altri centri dell’impero, telegrafo, telefono, porti,
stazioni radio, aeroporti, financo cinematografi e teatri. Crearono nuovi mercati, numerose scuole per
indigeni, e per gli indigeni crearono: tubercolosari, ospizi di ricovero per vecchi e inabili al lavoro,
ospedali per la maternità e l’infanzia, lebbrosari. Quello di Selaclacà: oltre 700 posti letto e un grandioso
istituto per studi e ricerche contro la lebbra. Crearono imprese di colonizzazione sotto forme di
cooperative finanziate dallo stato, mulini, fabbriche di birra, manifatture di tabacchi, cementifici, oleifici,
coltivando più di 75.000 ettari di terra.
56. Sviluppo aeronautico, navale, cantieristico

Opere politiche e diplomatiche

57. Patti Lateranensi, 11/02/1929
58. Tribunale del popolo
59. Tribunale speciale
60. Emanò il codice penale (1930), il codice di procedura penale (1933, sostituito nel 1989), il codice di
procedura civile (1940), il codice della navigazione (1940), il codice civile (1942) e numerose altre
disposizioni vigenti ancora oggi (il Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza, il Codice della Strada,
le disposizioni relative a: polizia urbana, rurale, annonaria, edilizia, sanitaria, veterinaria, mortuaria,
tributaria, demaniale e metrica)
61. Conferenza di Losanna
62. Conferenza di Locarno
63. Conferenza di Stresa
64. Patto a quattro
65. Patto anti-Comintern
Opere espansionistiche

66. Riconquista della Libia
67. Conquista dell’Etiopia
68. Guerra di Spagna

Opere economiche e finanziarie

69. Istituto di Ricostruzione Industriale
(I.R.I.), 1932
70. Istituto Mobiliare Italiano (I.M.I.), 1933
71. Casse Rurali ed Artigiane, R.D. 26 agosto 1937, n. 1706
72. Riforma bancaria: tra il 1936 e il 1938 la Banca d’Italia passò completamente in mano pubblica e il suo
Governatore assunse il ruolo di Ispettore sull’esercizio del credito e la difesa del risparmio
73. Socializzazione delle imprese. Legge della R.S.I., 1944
74. Parità aurea della lira
75. Battaglia del grano
76. 1929: crisi finanziaria mondiale. Il mondo del capitalismo è nel caos: il Duce risponde con 37 miliardi di
lavori pubblici e in 10 anni vengono costruite 11.000 nuove aule in 277 comuni, 6.000 case popolari che
ospitano 215.000 persone, 3131 fabbricati economici popolari, 1.700 alloggi, 94 edifici pubblici,
ricostruzione dei paesi terremotati, 6.400 case riparate, acquedotti, ospedali, 10 milioni di abitanti in
2493 comuni hanno avuto l’acqua assicurata, 4.500 km di sistemazione idrauliche e arginature, canale
Navicelli; nel 1922 i bacini montani artificiali erano 54, nel 1932 erano arrivati a 184, aumentati 6
milioni e 663 mila k.w. e 17.000 km di linee elettriche; nel 1932 c’erano 2.048 km di ferrovie elettriche
per un risparmio di 600.000 tonnellate di carbone; costruiti 6.000 km di strade statali, provinciali e
comunali, 436 km di autostrade. Le prime autostrade in Italia furono la Milano-Laghi e la Serravalle-
Genova (al casello di Serravalle Scrivia si trova una scultura commemorativa con scritto ancora “Anno di
inizio lavori 1930, ultimato lavori 1933”)
77. Salvò dalla bancarotta l’Ansaldo, il Banco di Roma e l’Ilva (1923-24)
78. Attacco al latifondo siciliano
79. Accordi commerciali con tutti gli Stati compreso l’Urss
80. Pareggio di bilancio già dal 1924

Opere sportive e culturali

81. Costruzione dell’Autodromo di Monza, 10/09/1923
82. Fondazione di CINECITTA’
83. Creazione dell’ente italiano audizione radiofoniche (EIAR), anno 1927
84. Primi esperimenti della televisione che risalgono all’anno 1929 per volere del Duce; nel dicembre del ’38
l’ufficio stampa dell’EIAR comunicò che nei primi mesi del ’39 sarebbero iniziati servizi regolari di
televisione. Il 4 giugno 1939 alla Mostra del Leonardo ci furono alcune trasmissione sperimentali, sul
Radiocorriere apparvero i programmi e persino le pubblicità di alcuni paleolitici apparecchi televisivi.
Purtroppo il progetto venne abbandonato a causa dell’entrata in guerra
85. Istituzione della Mostra del Cinema di Venezia, prima manifestazione del genere al mondo, nata nel
1932 per opera del direttore dell’Istituto Luce, De Feo, e dell’ex ministro delle Finanze Giovanni Volpi di
Misurata
86. Creazione dell’albo dei giornalisti, anno 1928
87. Fondazione dell’istituto LUCE, anno 1925
88. Nel 1933 appoggiò la prima trasvolata atlantica compiuta da Italo Balbo (tra l’altro, fu in quella
occasione che venne inaugurata la “posta aerea”)
89. Accademia d’Italia (Marconi, Pirandello, Mascagni, ecc.)
90. Littoriali della cultura e dell’arte

Opere di utilità varie

91. Registro per armi da fuoco
92. Istituzione della guardia forestale
93. Istituzione dell’archivio statale, anno 1923
94. Fondazione della FAO
95. Fondazione dei consorzi agrari
96. Annessione della Guardia di Finanza nelle forze armate
97. Istituzione di treni popolari per la domenica con il 70% di sconto, anno 1932
98. Istituì il Corpo dei Vigili del Fuoco.
99. Ammodernò il Pubblico Catasto urbano e dei terreni
100.Mappò tutto il territorio nazionale compilando le mappe altimetriche usate ancora oggi, e che non sono
mai state aggiornate da allora.

Indicare la fonte di quanto sopra mi sembra quantomeno inutile e stupido, perchè ampiamente documentato ed accettato.

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L’Iri, Prodi, Maccanico, De Benedetti e compagnia.

Con la caduta del governo Prodi, finisce l’era di un uomo che ha guidato per tanti anni l’Iri, e costruito così la sua carriera politica. Ma cosa è stato l’Iri?

Dopo la crisi del 1929, che getta nel panico i risparmiatori del Nuovo Mondo e quelli della vecchia Europa, vi sono ovunque banche e aziende che chiudono e disoccupati che vagano. La soluzione al dramma economico, pressochè dappertutto, è costituita dall’intervento degli Stati in economia: negli Stati Uniti viene adottato il New Deal, in Germania, di fronte a 6 milioni di disoccupati, Hitler investe soldi pubblici nell’industria bellica, nelle autostrade e nella ricostruzione.

Anche in Italia la situazione è difficile, con 1.300.000 disoccupati, l’industria e l’agricoltura in crisi. Il regime fascista cerca di porvi rimedio istituendo l’IMI nel novembre 1931 e l’IRI, Istituto per la Ricostruzione Industriale, nel gennaio 1933. All’Istituto, inizialmente, vengono affidate le seguenti funzioni: “il finanziamento a lungo termine di aziende industriali; l’assistenza finanziaria a banche in situazioni di immobilizzo e la gestione di valori mobiliari attribuiti allo Stato a seguito di salvataggi e risanamenti bancari”(Mario Cataldo, Storia dell’industria italiana, Newton, 1996).

Col tempo l’IRI, passato da ente provvisorio ad ente permanente, si trova ad avere partecipazioni nei settori più disparati: dalla telefonia alle armi, dalla chimica all’agricoltura, dal tessile alla meccanica: “alla vigilia della II guerra mondiale l’IRI si troverà a detenere oltre il 44% del capitale azionario allora esistente in Italia” (op.cit.). L’Italia ha così un settore pubblico inferiore soltanto all’URSS, cioè al paese in cui la rivoluzione comunista del 1917 aveva portato lo Stato ad essere proprietario non solo della libertà dei suoi sudditi, ma anche di tutti i “mezzi di produzione”, dalle industrie alle banche alla terra. Il nostro diventa uno “Stato banchiere ed imprenditore” in cui, secondo una definizione dei maligni, si privatizzano gli utili e si socializzano le perdite. Nel dopoguerra lo Stato italiano decide di non smantellare il patrimonio industriale pubblico e l’IRI rimane il colosso dell’era fascista.

L’enciclopedia Motta nel 1961 afferma che all’epoca l’IRI ” comprende 119 aziende nel settore delle industrie siderurgiche (tra cui Dalmine, Ilva, Terni), metallurgiche, cementizie e meccaniche (Alfa Romeo, Filotecnica, Motomeccanica, San Giorgio); 21 nelle industrie navali (Ansaldo, Cantieri Riuniti dell’Adriatico…); 18 società di navigazione (Adriatica, Italia, Lloyd Triestino, Tirrenia); 9 nelle industrie chimiche, 5 in quelle di costruzione e 8 nei trasporti; 32 società elettriche (tutto il gruppo Sip e Società Meridionale Elettrica); 18 società telefoniche; 25 società immobiliari, 5 agricole e 8 industrie varie. Controlla pure 26 enti bancari (tra cui la Banca Commerciale, il Banco di Roma e il Credito Italiano, le cosiddette Bin, banche di interesse nazionale ndr.) e 8 società finanziarie italiane; partecipa inoltre a 19 società estere. Anche dall’IRI dipendono alcune industrie turistiche, alimentari e della pesca. Di alcune società le azioni possedute dall’IRI costituiscono la totalità, di altre la maggioranza, di altre infine una minoranza ma che talvolta rappresenta la più valida partecipazione finanziaria”. All’IRI appartengono anche Alitalia e Rai.

Nel 1990 l’IRI conta 419.559 dipendenti. Si tratta insomma di un impero economico straordinario, colossale, che nel 1994, ultimo anno di gestione Prodi, pur dopo parecchie privatizzazioni-svendite, è ancora il principale datore di lavoro del sistema Italia. A tale data infatti l’IRI può contare su 292.689 dipendenti, contro i 268.956 dell’IFI degli Agnelli, e i 27.363 di Fininvest ( poi Mediaset), di proprietà di Silvio Berlusconi. Quanto al fatturato si parla di 73.155 miliardi di lire per l’IRI, contro i 10.360 della Fininvest.

Ma chi ha creato e controllato, in circa 70 anni di storia, questo immenso patrimonio umano ed economico? E come ha fatto a sciogliersi come neve al sole in pochi anni, dal 1992 al 2000? Il fondatore e il primo padrone dell’IRI è Alberto Beneduce un casertano, massone, seguace del socialismo interventista di Bissolati, nel 1914-15, poi parlamentare ed infine vicino a Mussolini, pur non aderendo mai con decisione al fascismo. La sua carriera, per la quale ha meritato il titolo di “padrone dell’economia italiana”, è brillantissima e tutta dietro le quinte: in epoca fascista è soprattutto fondatore e presidente dell’IRI, ma anche presidente del Consorzio Navale, presidente delle Ferrovie Meridionali Bastogi, presidente della Meridionale di elettricità, presidente del Consorzio di Credito per le opere pubbliche, dell’Istituto per il credito navale…e tutto alla faccia del divieto fascista di accumulo delle cariche.

Nel suo libro I giorni dell’IRI. Storie e misfatti da Beneduce a Prodi (Mondadori, 2000) Massimo Pini scrive: “Alberto de Stefani ricorda che Beneduce possedeva una dote singolare, la misteriosità, che gli consentiva di essere presente in tutti i passaggi obbligati dell’alta finanza e di avviarla verso i suoi meditati fini”. Beneduce muore nel 1944 a Roma: era stato il vero duce dell’economia italiana, in un’epoca in cui un ex giornalista divenuto dittatore, Benito Mussolini, pur dominando politicamente il paese, non era riuscito, come dimostrerà la guerra, a controllare settori importantissimi della vita italiana, dall’economia, all’esercito, alla grande industria privata. La figlia di Beneduce, Idea Socialista, diviene intanto la moglie di un siciliano che diverrà potentissimo: Enrico Cuccia. Come a dire che i regimi passano, ma le dinastie familiari restano. Questo è ancora più vero negli anni della Repubblica: mentre i governi durano anche meno di un anno e si alternano di continuo, solo alcuni uomini rimangono saldamente e con continuità al controllo di realtà politicamente ed economicamente significative.

Tra questi, oltre agli Agnelli, ci sono appunto alcuni presidenti dell’IRI (Prodi durerà in carica dal 1982 al 1989, durante ben otto governi diversi) ed Enrico Cuccia, l’erede di Beneduce. Come il suocero è avvolto da un grande mistero: mentre è in vita quasi nessun giornale ne parla; non rilascia interviste, non compare in televisione, cammina ogni mattina presto, a testa bassa, verso il suo ufficio di via Filodrammatici, oggi piazzetta Cuccia, in cui, nei momenti difficili, si decidono le sorti dei grandi gruppi industriali privati, della Pirelli, della Fiat, dell’Olivetti… Ma quando muore, quasi solo ora si potesse dirlo, tutti i giornali spiegano che è deceduto “il signore della finanza italiana”, “il grande vecchio della finanza italiana” e cose simili (Quotidiano.net 23/6/2000; la Repubblica 24/6/2000).

Eppure anche la morte è all’insegna della segretezza: i funerali sono in forma rigidamente privata (vi partecipano solo Fazio, Romiti, Geronzi, Maranghi e Cingano, tutti banchieri, e un solo politico, La Malfa figlio). La creatura di Cuccia, Mediobanca, di cui sarà per lunghissimi anni dirigente e, alla morte, presidente onorario, è il forziere dell’industria italiana: è nata nel 1946 come ente specializzato per i finanziamenti a medio e lungo termine, per iniziativa delle già citate banche d’interesse nazionale dell’IRI, le cosiddette Bin (la Commerciale italiana – Comit; il Credito italiano- Credit; il Banco di Roma) e di una piccola quota di capitale privato. Cuccia viene subito nominato direttore generale: può infatti contare sulla parentela acquisita con Beneduce e sull’amicizia con importantissimi personaggi del Partito d’Azione, e poi del Partito Repubblicano, Ugo La Malfa e Adolfo Tino, presidente di Mediobanca sino alla morte.

Amicizie importantissime per i legami che hanno con gli Agnelli, gli Usa e la massoneria internazionale. Del giro di amici, e che amici, fa parte anche Tonino Maccanico, nipote di Adolfo Tino e membro anch’egli del partito repubblicano. Maccanico è un personaggio singolare anch’egli: senza bisogno di presentarsi alle elezioni, di fare manifesti o proclami, fa il segretario generale al Quirinale, assistente di La Malfa al Bilancio e in altri incarichi, segretario del Presidente della Repubblica e solo poi il senatore del PRI prima e della Margherita prodiana poi. Panorama lo definisce “uno di quei personaggi che si perpetua per vie misteriose ed elitarie dentro la pubblica amministrazione, e che vive a strettissimo contatto con la politica”.

Ebbene nel 1987-8, mentre Prodi è a capo dell’IRI, Maccanico viene chiamato temporaneamente a sostituire Cuccia al vertice di Mediobanca e pilota la privatizzazione dell’Istituto svincolandolo dal controllo dell’IRI e delle banche pubbliche. Racconta lui stesso: ” Quando il primo patto andò in scadenza, nel 1987, le tre bin non lo volevano rinnovare. Allora fui nominato io alla presidenza perché trovassi una soluzione. Chiamando a raccolta forze economiche nuove, come Giancarlo Cerruti, Carlo De Benedetti, Alberto Pecci e Pietro Ferrero, rinnovai la compagine azionaria e stipulai un nuovo patto di sindacato: da una parte le tre bin con il 25%, dall’altra con un uguale pacchetto del 25% i privati…L’obiettivo era sempre di garantire, con la presenza dei privati, l’autonomia di Mediobanca dalle bin”. (intervista a Panorama 29/3/03). Maccanico, dunque, mentre Prodi gestisce l’IRI, prende dentro De Benedetti, il padrone di la Repubblica e de l’Espresso…

Ma torniamo a Maccanico. Secondo un giornalista di “Avvenire”, “Maccanico è anche un talent scout. Nel 1982 è stato lui a scoprire e presentare nel salotto buono della finanza italo-lazardiana il politico del futuro, democristiano ma laico quanto l’oligarchia lo vorrebbe: De Mita Ciriaco. L’avellinese, invitato per l’esame in casa De Benedetti (presenti Agnelli, Scalfari…) convince, nonostante l’accento. E viene cooptato. A patto s’intende, che lui coopti Maccanico nel prossimo governo, che lui presiederà e di cui Eugenio Scalfari s’incaricherà di cantare le lodi al di là di ogni verosimiglianza. Infine nel 1989 ecco Maccanico alle costole del Presidente del Consiglio De Mita, nei panni di ministro delle Riforme Istituzionali”.

Poi, vista la mala parata dei repubblicani, Maccanico esce dal partito repubblicano e trova posto, in un collegio blindato, nella Margherita prodiana; nel governo Prodi diventa ministro delle Poste. Ciriaco De Mita: segretario della DC per quasi sette anni, dal 1982 al 1988, “un record straordinario per un partito che faceva ruotare gli incarichi direttivi come la biancheria” (Bruno Vespa), è rappresentante dell’ala sinistra del partito. Se ricordiamo che De Mita è colui che sceglie Prodi, sempre nel 1982, il cerchio si chiude!

Ma prima di cambiare argomento vale la pena di spendere qualche ulteriore parolina su De Benedetti: il finanziere torinese è editore, insieme al principe Caracciolo, di la Repubblica dell’Espresso, di Limes, Micromega, di 15 quotidiani locali, un bisettimanale, due mensili, due trimestrali, tre emittenti radio nazionali, Dee Jay TV ecc.ecc.(www.quotidianiespresso.it). La sua carriera è descritta così dall’economista Giano Accame: “Troppi i regali di Stato su cui ha costruito la fortuna industriale: dalla legge del suo socio Bruno Visentini, ministro delle Finanze, che rese obbligatori i registratori per cassa per i commercianti (l’Olivetti, guarda caso, li stava producendo), ai discutibili acquisti delle poste, che gli hanno svuotato i magazzini dei telex, invendibili perchè superati dai fax, agli esuberi di personale scaricati a spese di enti pubblici”(Lo Stato 20/1/’98).

Mentre Vittorio Feltri scrive: “Ex Fiat. Ex Olivetti. EX Omnitel. Ex tutto”, a significare le tormentate vicende di un finanziere che continua a cambiare, senza riuscire a far decollare nulla, ma che pure rimane un potentissimo personaggio grazie al suo potere mediatico.

De Benedetti è uno di quei grandi mai toccati dalle indagini di Tangentopoli: mentre la DC e il PSI vengono decapitati a partire dal 1992, mentre deputati e senatori finiscono nelle patrie galere, lui, Agnelli e Prodi, rimangono incredibilmente illesi. La Repubblica, in quegli anni, urla alla corruzione dei politici e degli industriali italiani, e massacra chiunque, a qualunque titolo abbia alimentato il mercato delle tangenti. Oggi fa lo stesso con Berlusconi. Eppure il suo editore, De Benedetti, “a Roma fu costretto a riconoscere di aver fatto larghissimo uso di strumenti di corruzione”; consegnò poi “a Di Pietro un memoriale in cui sosteneva di essere stato costretto a pagare, tra il 1987 e il 1991, per ottenere lavori alle Poste e più in generale per non fare uscire la Olivetti dal mercato internazionale dei computer. I suoi giornali ne uscirono con una intervista di Giampaolo Pansa all’ingegnere: ‘ Perché non hai mai detto niente, Carlo? Lo sai che siamo molto incazzati con te?’ Pansa glielo disse con la bocca a cuore, tanto che Prima Comunicazione, giornale specializzato in media, la interpretò così: ‘Carlo, sono incazzato. Sono talmente incazzato che…baciami’…De Benedetti, per fortuna, incontrò magistrati garantisti, sia a Milano che a Roma…(però) fu arrestato e tenuto a Regina Coeli per sole dodici ore, poiché ottenne immediatamente gli arresti domiciliari…Poco dopo confessò per iscritto di aver dato ai funzionari delle Poste dieci miliardi.

Nel ’94 il giudice Cordova (di Roma) acquisì documenti che provavano a suo giudizio la vendita di telex malfunzionanti a prezzi più alti di quelli di mercato. Per la logica degli accoppiamenti tra pubblico ministero e Gip, che ogni tanto variano, cambiò il giudice per le indagini preliminari che seguiva il caso. Trascorsero quattro anni e il nuovo Gip che aveva ereditato l’inchiesta si accorse, nel ’98, di non essere competente. La pratica passò al Tribunale dei ministri, dove la fine del secolo la trovò sonnecchiante, in attesa dell’ormai certa prescrizione”(Bruno Vespa, Dieci anni che hanno sconvolto l’Italia, pp.187-189, Mondadori, 2000).

E’ sempre Vespa, nell’opera citata, a ricordarci che Bettino Craxi, in un colloquio con Di Pietro “ricordò di aver vietato a Balzamo di accettare un contributo elettorale della Olivetti (di De Benedetti) in cambio di affari con l’IRI” (p.175), e che Severino Citaristi, segretario amministrativo della DC dal 1986 al 1993, pluricondannato per Tangentopoli, ebbe a confidargli: ” Mi sono mosso soltanto per tre persone. Andai a trovare De Benedetti nei suoi uffici romani a piazza di Spagna, Sama nella sede della Montedison all’Ara Coeli, Gardini al Grand Hotel. Sama mi consegnò i contributi: una volta tre miliardi, una volta uno. De Benedetti e Gradini ce li accreditarono su conti esteri: il primo poco più di un miliardo, il secondo due” (p.178). Per queste affermazioni, riportate in un’opera che ha venduto oltre 150.000 copie, Vespa non è mai stato processato né smentito.

Potremmo continuare l’antologia di prodezze dell’ingegnere ancora molto a lungo, ma ci accontentiamo di chiudere con due brevi citazioni. La prima è di Gianni De Michelis, sul Corriere della Sera del 6/5/2003: “Per capire la posizione di De Benedetti nei nostri (dei socialisti, ndr) confronti le racconto questo aneddoto. C’erano da rinnovare i vertici di Eni e Iri e un giorno l’Ingegnere mi prese da parte e mi disse: ‘Vi serve un bravo presidente dell’Iri? Io sono disponibile…’”.

L’altra dell’ex ministro democristiano Cirino Pomicino: “E’ il marzo 1991. Carlo De Benedetti viene a trovarmi al ministero del Bilancio. Mi espone un progetto che sta elaborando con diversi amici, industriali e giornalisti, per affidarlo poi ad alcuni uomini politici. A bruciapelo mi chiede: ‘vuoi essere mio ministro?’”. (Geronimo, Strettamente riservato, Mondadori 2000).

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Monday 20 february 2012

Dopo la seconda guerra mondiale il nostro Paese si trovò a decidere tra i due sistemi economici dominanti: il liberalismo di stampo americano e il collettivismo di marchio sovietico.

I due grandi schieramenti DC e PCI si accordarono, invece, per la c.d. “terza via”, cioè per lo “stato imprenditore” che avrebbe dovuto incoraggiare l’economia del Paese.

Alla base dello stato imprenditore c’era l’IRI (Istituto di Ricostruzione Industriale), fondato nel 1933 per iniziativa dell’allora capo del Governo Benito Mussolini. L’IRI era un istituto creato al fine di evitare il rischio di crollo dell’economia il cui scopo era quello di salvare dal fallimento le nostre principali banche:
Credito Italiano, Banca Commerciale e Banco di Roma.
Nell’intenzione di Mussolini doveva essere un ente transitorio, ma come molte cose provvisorie nel nostro Paese, finì per diventare permanente: lo Stato assunse le partecipazioni delle banche in crisi finanziandole affinché non fallissero e tali partecipazioni furono poi trasferite all’IRI, che diventò così il maggior imprenditore italiano, proprietaria di oltre il 20% dell’intero capitale azionario nazionale. e di fatto il maggiore imprenditore italiano, il suo campo d’azione era vastissimo e comprendeva: acciaierie, autostrade, telecomunicazioni, settore finanziario settore alimentare, trasporti, con aziende come Ansaldo Ilva, Cantieri Riuniti dell’Adriatico, SIP, SME, Terni, Edison, ecc.

Altri enti importanti erano l’ENI (Ente Nazionale Idrocarburi), che gestiva le partecipazioni statali nell’industria petrolifera e nella petrolchimica, all’avanguardia nella ricerca, lo sfruttamento e il trasporto degli idrocarburi; l’EFIM (Ente Finanziamento Industria Meccanica) e l’EGAM (Ente Gestione Aziende Minerarie). Al fine di coordinare al meglio lo stato imprenditore, nel 1956 fu istituito il “ministero delle partecipazioni statali”, che si basava sull’idea dell’azienda pubblica come motore di sviluppo economico e strumento di politiche sociali ed occupazionali.

Negli anni ’80 i grandi potentati mondiali decisero che era arrivato il momento di mandare in soffitta la “terza via” italiana. Lo stato imprenditore doveva essere bandito dall’economia lasciando ai “privati” la competizione sui mercati. Ho messo “privati” tra virgolette perché nel prosieguo capiremo meglio di che privati si tratta. Per dare forma a questo piano c’era bisogno di personaggi che si prestassero a quest’opera di demolizione.

I primi personaggi che avvallarono questa “privatizzazione” furono Romano Prodi e Carlo De Benedetti.

Il primo venne nominato presidente dell’IRI nel 1982, il secondo invece, era (ed è tuttora) il proprietario del gruppo Repubblica/Espresso. En passant, faccio notare che Prodi era anche dirigente della società di consulenze Nomisma, alla quale guarda caso darà incarichi miliardari per portare avanti le privazioni (sic! privatizzazioni) dell’IRI.

La prima cosa che fece fu vendere l’Alfa Romeo alla FIAT. Era una cosa logica e tutti si inchinarono compiaciuti: non aveva senso che lo Stato producesse automobili. Solo che la vendita avvenne a rate per 1.000 miliardi di lire (là dove Ford offriva invece il doppio e in contanti!). Nessuno, allora, si chiese come mai e in base a quale criterio la Nomisma avesse deciso per Fiat. Probabilmente ci sarà stata la solita baggianata di lasciare un marchio prestigioso in mani italiane … un po’ come anni dopo avverrà per gli aiuti alla compagnia di bandiera Alitalia. Un obbrobrio che vide solo i radicali battersi contro tali aiuti di stato.

Nel 1985 Bettino Craxi decise che era giunto il momento di privatizzare la SME che era il comparto agro-alimentare dell’IRI e che presentava da tempo bilanci in deficit e solo nel 1984 raggiunse un bilancio in attivo.

Quindi fu incaricato per tale operazione il consiglio di amministrazione dell’IRI. Anche in questo caso, Prodi si accordò con la Buitoni (presieduta da Carlo De Benedetti) svendendo quasi due terzi della SME per soli 393 miliardi nonostante il valore di mercato fosse 8 volte superiore.

Anche in questo caso si ripeté lo stesso copione: Prodi non prende in considerazione le offerte maggiori degli altri acquirenti. Probabilmente Craxi su suggerimento del ministro delle partecipazioni statali Clelio Darida, fiutò che qualcosa non andava e non diede l’autorizzazione alla svendita lasciando la SME ancora nell’ambito pubblico, cosicché la combriccola Prodi-De Benedetti, dovette far buon viso a cattivo gioco e non se ne fece più nulla, causa a quanto pare di una offerta anonima superiore del 10% rispetto a quella di De Benedetti.

De Benedetti si sentì discriminato e volle far valere l’accordo firmato con Prodi come se fosse stato un vero e proprio contratto portando l’IRI in tribunale. La sentenza di primo grado, diede torto alla Buitoni e fece erompere alle cronache il celebre Processo SME, che vide imputati Silvio Berlusconi e altri per corruzione di giudici. Berlusconi fu definitivamente assolto dall’accusa di corruzione in atti giudiziari per i 434 mila dollari che da un conto Fininvest finirono al giudice Renato Squillante attraverso Cesare Previti. Per questo capo d’accusa l’assoluzione per non aver commesso il fatto era già arrivata in appello, mentre in primo grado era stato prosciolto per prescrizione grazie alla concessione delle attenuanti generiche. La sentenza di primo grado venne poi confermata sia in appello sia in cassazione. Nel 1988 un nuovo intervento del CIPI (Comitato interministeriale per la Politica Industriale) tornò invece a considerare “strategico” il mantenimento del gruppo. Finalmente la SME fu poi venduta tra il 1993 e il 1996, in piena stagione di “mani pulite”.

Rivedendo questo “film” con gli occhi della storia, viene il sospetto che tutta la stagione di “mani pulite” sia stata organizzata ad hoc per permettere di spartirsi una torta di 50 miliardi di euro.

Sia la DC sia il Partito Socialista erano impregnati di statalismo e dunque inseriti nella concezione delle partecipazioni statali, perciò non avevano scrupoli ad offrire prebende ed elargizioni di Stato per comprare il consenso dei cittadini. Questa mentalità non andava bene al neocapitalismo emergente ed ecco che puntuale arriva l’evento che fa saltare il banco: l’arresto di Mario Chiesa il 17 febbraio del 1992. Questo episodio dà l’abbrivio alla stagione di mani pulite, da lì a poco crolleranno DC e PSI, e inizierà la lunga manovra delle privatizzazioni con l’aiuto dei “governi tecnici” (capitanati da pirati predoni come Ciampi, Dini, Amato, Draghi, Andreatta …).

Il 2 giugno 1992, a poco più di tre mesi dall’arresto di Mario Chiesa, sul panfilo “Britannia” della Regina Elisabetta, ci fu un incontro riservato per discutere delle “privatizzazioni” tra top manager italiani e britannici. Erano presenti i presidenti di ENI, INA, AGIP, SNAM, ALENIA e Banco Ambrosiano, l’ex ministro del Tesoro Beniamino Andreatta e al direttore generale del Tesoro “Mario Draghi”.

Come abbiamo visto, l’Italia del ’92 non era ancora pronta a privatizzare alcunché, tanto, che l’allora consigliere di Confindustria Mario Baldassarri sentenziò: ”Per privatizzare servono 4 condizioni: una forte volontà politica; un contesto sociale favorevole; un quadro legislativo chiaro; un ufficio centrale del governo che coordini tutto il processo di privatizzazioni. Da noi oggi non se ne verifica nemmeno una”.

Tuttavia a dispetto del pensiero di Baldassarri, molti dei nostri manager pubblici, incluso Draghi, erano già proiettati verso il nuovo indirizzo economico, e la loro volontà veniva incontro agli interessi degli “amici” britannici, che avevano fretta per spartirsi una bella torta dal valore di circa 100 mila miliardi di lire, cioè 50 miliardi di euro.

Mani pulite fu dunque la stagione che creò le condizioni per distruggere l’economia con privatizzazioni insensate e a bassissimo costo e soprattutto permise in pochissimo tempo di creare quelle 4 condizioni enunciate da Baldassarri: la volontà politica che a causa Tangentopoli fece arrivare i tecnocrati Ciampi, Dini & Co.

Il contesto sociale favorevole grazie all’indignazione contro la classe politica “corrotta”.

Il quadro legislativo che cominciò ad essere chiaro dal 1993, con l’ accordo Andreatta/Van Miert (che regolava la ricapitalizzazione del settore siderurgico a patto che lo si privatizzasse) e con il “decreto Amato” che trasformarono l’IRI, l’ENI, l’ENEL e l’INA in società per azioni. E infine la creazione di un ufficio centrale di governo che coordinasse le privatizzazioni: fu istituito il “Comitato Permanente di Consulenza Globale e Garanzia per le Privatizzazioni”, presieduto dal tecnocrate Draghi, fu l’ufficio che coordinò le privatizzazioni.

Nel 1994 ci furono le prime elezioni post Tangentopoli, e al governo ci andò il centrodestra guidato dal Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. In questo governo c’era Alleanza Nazionale che aveva posizioni fortemente contrarie alle privatizzazioni. Non c’è da sorprendersi se questo governo durò pochi mesi. Bisognava finire il lavoro appena iniziato, perciò ci fu un nuovo governo dove alla presidenza del consiglio venne messo Dini, un “tecnico” favorevole allo spezzatino delle nostre industrie. Dini subito iniziò la prima fase di privatizzazione dell’ENI dismettendo circa il 15% dell’intero pacchetto azionario. Nel 1996, a vincere le elezioni è il centrosinistra guidato da Romano Prodi, che cedette un altro 16% delle quote ENI ed inoltre privatizzò la Dalmine e la Italimpianti appartenenti al gruppo IRI. Nel 1997 Prodi ritorna a “trattare” col suo vecchio amico l’Ingegner Carlo De Benedetti al quale cedette in “regalo” Infostrada (la rete telefonica delle Ferrovie dello Stato) per 750 miliardi di lire da pagare in comode rate. De Benedetti la vendette subito per 14 mila miliardi di lire ai tedeschi di Mannesman”. Sempre quell’anno Prodi mise sul mercato “Telecom”, con le azioni che furono vendute ad un prezzo ancora di regalo dato che appena un anno dopo le stesse azioni varranno sul mercato 5 volte di più.

Dopo la caduta del governo Prodi nell’ottobre 1998, entra in scena un altro post-comunista convertito alla causa liberista delle privatizzazioni: Massimo D’Alema. D’Alema diventa presidente del consiglio e immediatamente privatizza la BNL, con la consulenza della banca d’affari americana JP Morgan. Nel 1999, dopo il “decreto Bersani” che liberalizzava il settore dell’energia, venne privatizzata l’ENEL e sempre quell’anno venne ceduta la società Autostrade alla famiglia Benetton. Siamo arrivati ormai alle ultime fasi di privatizzazione riguardante quel poco che era rimasto dell’ENI. Infine, per ultimo fu regalato il gruppo Sasa (assicurazioni) alla SAI di Ligresti, la cui incapacità di gestione varie volte denunciata ha fatto collezionare al gruppo una quantità sorprendente di multe da parte dell’Isvap.

Sasa Vita in quel momento era leader di una innovazione di mercato dato che aveva introdotto per la prima volta in Italia l’assicurazione Long Term Care; ma al golem mangiasoldi SAI non interessavano nulla gli aspetti assicurativi e mandò tutto a ramengo. Come pescecani che fiutano il sangue, avevano intuito che la Cofiri (la finanziaria dell’IRI, azionista di riferimento di Sasa) aveva una furia maledetta di chiudere con le dismissioni, e come si sa, la furia è cattiva consigliera. Cofiri si fece abbindolare dall’indignazione farlocca dei consumati furbetti che avevano trovato alcune riserve sinistri leggermente sottostimate. La Cofiri non capiva niente di assicurazioni e finì per rimetterci una barca di quattrini a copertura di quelle riserve, a patto di fare in fretta e furia. Tutta quella iniezione di liquidità non servì a nulla se non a rimpinzare gli affamati azionisti di quella che possiamo definire una delle peggiori compagnie del nostro Paese. Infatti attraverso il gioco delle riserve riuscirono a costituirsi un tesoretto che poi fecero emergere sotto forma di utili da dare in pasto ai famelici azionisti.

E’ notizia di questi giorni che il rating di FonSai e Milano Assicurazioni, sono stati rivisti a negativo (BBB-) da parte di Standard&Poor’s. Certamente non occorreva aspettare la S&P, bastava semplicemente seguire il becero atteggiamento villano e incivile di alcuni loro dirigenti incapaci. Con la vendita del gruppo Sasa la fase delle privatizzazioni si chiuse con la dismissione e la liquidazione dell’IRI. Così, in meno di 10 anni, l’intero sistema economico del nostro Paese venne distrutto e grazie al massacro di queste svendite l’Italia si è giocata il 36% del suo PIL.

Che dire? Certo non ero presente alla svendita de nostri colossi Enel, Eni, BNL, SME, ecc. Però ho assistito personalmente alla liquidazione in ribasso del gruppo Sasa, ed è stato deprimente. Una fretta ingiustificata per buttare la compagnia nelle braccia del peggior compratore. Mah! Qualche giorno fa 11 ex dirigenti della Pirelli sono stati rinviati a giudizio con le accuse di omicidio colposo aggravato e lesioni colpose gravi in relazione a 24 casi di operai morti di mesotelioma o che si sono ammalati di forme tumorali per l’esposizione all’amianto. Lo stesso numero di morti, 24, furono quelli del disastro aereo dell’ATR del 12 novembre del 1999, nel Kosovo. L’aereo s’innalzò in volo senza copertura assicurativa. La compagnia di assicurazioni era la Sasa che in quel momento stava convogliando a nozze con SAI. Da notare che qualche mese prima aveva cacciato a malo modo il suo a.d. paracadutando uno pseudo-tecnocrate che doveva svenderla. Un brutto inizio per la c.d. nuova gestione: Sasa aveva l’obbligo di informare l’Enac, ché, se l’avesse fatto, l’Ente per l’aviazione civile non avrebbe mai lasciato che l’aereo decollasse, e così si sarebbero salvate 24 vite umane. Il paracadutato per evitare lo scandalo, diede l’ordine di pagare tutti i famigliari delle vittime nonché il valore dell’aeromobile. Certo, così facendo qualcuno doveva rimanere fregato ma siccome si era nel momento della vendita si decise per la via più facile: buggerare i riassicuratori internazionali. Pessima e sconsolante immagine del nostro Paese. Ci vorrebbe anche qui un giudice per le indagini preliminari come quello che ha appena rinviato a giudizio gli ex dirigenti della Pirelli.

L’Androide Monti, non è altro che il proseguito della DEVASTAZIONE FINALE DELL’ITALIA.

capito bene?
La Dc ed il PCI lottarono per gestirsi la politica vincente di Mussolini. Cosa successe dopo l’epoca veramente d’oro dell’italia post guerra ? I veri padroni, i vincitori,  decisero che la nostra pacchia era finita e distrussero tutto. Fecero un grande spezzatino per meglio dividerselo ed eccoci qua, ci ritroviamo il golem monti avallato da un unico partito, i nato-sionisti, un’ unica moneta, l’ euro, un unico corpo di polizia europea denominato eurogendfor e con un cumulo impressionante di cambiali da pagare per le loro maledette guerre per i prossimi duecento anni. Intanto l’italia non esiste piu, siamo  tutti dei maledetti schiavi.

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18 dicembre 2012 | Autore

I governanti italiani sono “bravi”, “stimati” e “credibili” quando piegano il collo davanti a diktat delle banche, delle multinazionali e degli Stati usciti vincitori nel 1945, tutti ben decisi a vivere di rendita.

Articolo di Francesco Lamendola – 17/12/2012 – Fonte: Arianna Editrice

bancaIl fatto che a sostenerlo sia Silvio Berlusconi, personaggio (a ragione) screditatissimo sia in patria che all’estero, può farla prendere per una delle tante buffonate cui ci ha abituati negli ultimi diciotto anni di vita politica: eppure ci sono forti probabilità che sia vero.

L’Italia è vittima di un complotto internazionale per tenerla in un perenne stato di minorità, per impedirle di aspirare a un ruolo più alto e più degno di lei sulla scena della politica mondiale. Così hanno deciso le grandi banche, le agenzie di rating e le maggiori potenze occidentali, prima di tutte quella che a torto viene sempre descritta come la nostra sorella latina: la Francia.

Ciò risale indietro nel tempo, almeno fin dal 1861, anno della nascita del Regno d’Italia come stato indipendente e  sovrano. La cosa non piacque ai nostri cugini d’Oltralpe, ma all’epoca avevano altre grane a cui pensare, la minaccia prussiana a sul Reno e, poi, la sconfitta di Sédan e la tragedia della Comune di Parigi. Ma ci misero poco a riprendersi e a fare di tutto per ostacolare il nuovo ruolo internazionale dell’Italia, fin dal colpo di mano su Tunisi, nel 1881, precedendo d’un soffio una analoga mossa italiana, tanto più fondata di quella francese, sia sul piano della necessità economica (in Tunisia era presente una grossa colonia d’immigrati italiani), sia su quello strategico (data l’estrema vicinanza di Tunisi alla Sicilia).
Sarebbe lungo l’elenco delle manovre con cui la Francia ha fatto di tutto per impedire all’Italia di contare qualcosa sul piano internazionale, affermandosi come grande potenza: basti ricordare le armi fornite all’Abissinia, che poi si rivelarono decisive per la nostra sconfitta di Adua, o il contrabbando di armi a favore degli Arabo-Turchi durante la guerra di Libia, fatto proprio sotto il nostro naso. Nel 1914-15, però, con i Tedeschi attestati a cinquanta chilometri da Parigi, l’amicizia dell’Italia apparve utile ai “cugini” francesi, i quali corteggiarono e circuirono abilmente Salandra con il patto di Londra; salvo poi, a Versailles, trattare il nostro Paese come il classico parente povero, cui si centellina avaramente perfino ciò che era stato promesso. Anche Fiume ci venne negata, contro il principio di autodeterminazione dei popoli, complice la politica filo-jugoslava di Woodrow Wolson (in barba ai quattordici punti) e la solita posizione pilatesca della Gran Bretagna; e ciò a dispetto del fatto che l’Italia aveva sofferto 650.00 morti e danni incalcolabili nella guerra comune contro i suoi ex alleati, la Germania e l’Austria-Ungheria.
La Gran Bretagna, a sua volta, teneva d’occhio la situazione con gelosa preoccupazione per i suoi interessi nel Mediterraneo, del quale stingeva le due chiavi di Suez e Gibilterra: non era nemmeno nel suo interesse un’Italia troppo forte, specie sul mare. Il Mediterraneo era il suo “giardino di casa” della Royal Navy, come il Mar dei Caraibi lo è per gli Stati Uniti d’America: perché da Suez si entrava nel Mar Roso e si controllavano le rotte per l’India, l’inestimabile gemma dell’Impero britannico.
Era perciò interesse tanto della Francia, quanto dell’Inghilterra ridurre al minimo il peso internazionale del nostro Paese: politica che si sarebbe puntualmente ripetuta con il trattato di Parigi, dopo la seconda guerra mondiale, relegandoci definitivamente nel Limbo di grande potenza mancata. Solo per un momento, nel 1935, l’Italia venne presa sul serio: quando Mussolini aggredì l’Etiopia, nonostante la contrarietà britannica e nonostante le sanzioni della Società delle nazioni. Questo è un discorso che, oggi, non piace, pure bisogna farlo: non si può giudicare quella vicenda con le buone intenzioni degli spiriti democratici che ragionano sempre a senso unico, vedendo tutto il male nel fascismo e tutto il bene nelle democrazie occidentali. Francia e Gran Bretagna si erano spartite quasi tutta l’Africa: al loro confronto, l’impero coloniale italiano era cosa ben modesta. Eppure nessuna delle anime belle che hanno censurato aspramente, allora e oggi, l’impresa etiopica, ha mai speso una parola per stigmatizzare con altrettanta convinzione le rapine coloniali anglo-francesi, talvolta anche a danno di popoli europei – come nel caso dei Boeri del Sudafrica, aggrediti senza alcuna valida giustificazione dall’Impero britannico, se non per pura e semplice brama di oro e diamanti.
Le anime belle che si sono formate nel cima della Vulgata democratica e resistenziale fingono di non sapere che ogni azione politica deve essere valutata nel proprio preciso contesto storico, e non in base a criteri di giustizia astratta; e che, cosa ancor più importante, non si possono usare due pesi e due misure, una quando si tratta di dipingere a tinte fosche ciò che viene fatto dalla parte politica che non piace, una per scusare ed assolvere ciò che è opera di quella con cui ci si identifica.
Sarebbe bello se la politica internazionale fosse un party fra gentlemen, come s’immaginano, appunto, le anime belle che vedono da un occhio solo; ma così non è. Nella politica internazionale vige una lotta senza quartiere, in cui i più forti, pur combattendosi fra loro, lottano anche per tenere ai margini, lontano dalla spartizione del banchetto mondiale, i nuovi arrivati. Così le vecchie potenze imperiali, più gli Stati Uniti che si accingevano a raccoglierne l’eredità, si regolarono nei confronti della Germania, dell’Italia e del Giappone. Queste ultime tre nazioni erano giunte in ritardo sulla scena della politica mondiale e non è un caso se finirono per stringere alleanza tra loro nel patto Tripartito. Ci si vuol far credere che ciò corrispondeva a una intima necessità storica, vista la somiglianza ideologica dei tre regini in questione: ma è falso. C’erano ben poche affinità tra il fascismo italiano e il nazismo tedesco, e praticamente nessuna fra questi due sistemi politici e quello giapponese. L’alleanza fra le tre nazioni nasceva da ragioni oggettive di carattere internazionale: giunte per ultime sulla scena mondiale, quando la tavola era stata già quasi sparecchiata, non si rassegnavano ad accontentarsi delle briciole. Volevano il loro posto al sole, come già se l’erano conquistato le altre. Che poi l’Italia abbia finito per gettarsi nelle braccia della Germania nazista, ciò fu in gran parte il risultato della politica anglo-francese, che la spinse deliberatamente in quella direzione. Perché la vicenda del 1935 aveva insegnato una cosa a Londra, a Parigi e a Washington: l’Italia doveva essere punita in modo esemplare, perché scordasse una volta per sempre la sua “assurda” pretesa di non subire più la condizione di prigioniera nel Mar Mediterraneo, il mare di casa sua.
L’indignazione dell’opinione pubblica contro l’Italia al tempo della guerra d’Etiopia fu puramente strumentale: si voleva contestare all’Italia il diritto di ottenere anch’essa il proprio posto al sole, utilizzando ragioni di ordine morale che i suoi grandi censori, la Francia e la Gran Bretagna, non avrebbero dovuto osare nemmeno sussurrare. Entrambe avevano compiuto ogni sorta di atrocità nella conquista dei rispettivi imperi coloniali, ogni sorta di azioni banditesche. Né gli Stati Uniti, con la guerra di conquista ai danni del popolo filippino, avevano le carte molto più regola di esse, per farci la morale; e non pariamo né dello sterminio dei pellerossa, né della schiavitù dei neri nelle piantagioni di cotone.
Nel giugno del 1940 Mussolini giocò il tutto per tutto e puntò sulla carta sbagliata. Il destino di un popolo non si dovrebbe giocare alla roulette; ma, in quel momento, è difficile capire che cos’altro avrebbe potuto o dovuto fare l’Italia, qualsiasi governo avesse avuto in quel momento, davanti alle strepitose vittorie tedesche e alla probabile sconfitta anglo-francese. Restare neutrale? Hitler si sarebbe vendicato. Unirsi alle democrazie occidentali? Erano state proprio esse a sospingere l’Italia nell’abbraccio fatale con i Tedeschi. Altro che pugnalata alle spalle della Francia. Ogni nazione, nei momenti decisivi della storia, ha il diritto di badare al proprio interesse nazionale, infischiandosene di tutto il resto. Così è sempre stato: così era stato anche nell’agosto-settembre 1939, quando Hitler e Stalin si spartirono la Polonia. Perché non si parla mai della pugnalata alla schiena della Polonia da parte dell’Unione Sovietica? Forse perché questo getterebbe un’ombra poco simpatica su quest’ultima e sui suoi zelanti ex simpatizzanti nostrani? Non si dimentichi che, quando i carri armati russi invasero Budapest nel 1956 e la immersero in un bagno di sangue, un certo Giorgio Napolitano scriveva enfaticamente che i Sovietici, con quella azione, stavano dando un contributo inestimabile alla stabilità e alla pace mondiali. Queste sono le persone, queste sono le idee con cui si è costruita la Vulgata democratica e resistenziale, dopo il 1945.
I simpatizzanti delle democrazie occidentali hanno la coda di paglia altrettanto lunga di quella degli ex comunisti. La Standard Oil faceva affari d’oro sia con le potenze democratiche, che con la Germania hitleriana: e questo è un fatto. Se poi qualcuno vuol credere ancora alla favola di un Occidente intrinsecamente buono e desideroso di difendere la libertà del mondo e di un Tripartito tutto brutto, sporco e cattivo, buon pro gli faccia. Ma la verità è che, nella crisi mondiale del 1939, non c’erano i buoni contro i cattivi: erano tutti cattivi.
Con il Trattato di Parigi del 1947 l’Italia venne trattata come meritava: non solo come potenza sconfitta, ma come potenza che aveva perso la faccia. L’aveva persa con la tristissima vicenda dell’8 settembre 1943, con il voltafaccia politico-militare e con la miserevole pretesa di sentirsi anch’essa un po’ vincitrice, non si sa bene di chi o di cosa, pretesa pagata a un prezzo esorbitante: quello di una guerra civile che ancora un paio d’ani dopo la sedicente Liberazione continuava a mietere vittime inermi per le strade e nelle case – e tutte di una parte sola, quella ormai sconfitta. Su tutte le questioni importanti – il destino della Venezia Giulia, quello delle colonie, quello della flotta – la nostra peggior nemica fu, come sempre, la Francia: ancora una volta alleata della Jugoslavia contro di noi. Stati Uniti e Gran Bretagna le tennero il sacco, senza però sporcarsi le mani, proprio come era avvenuto nel 1919 a Versailles.
Da quel momento, il nostro destino di grande potenza abortita fu segnato. Già Goebbels – che era certamente un criminale, ma non era uno stupido – aveva osservato nel suo diario, dopo la vicenda del 25 luglio del 1943, che gli Italiani non vogliono essere una grande potenza; ed era vero. Gli Italiani sono sempre stati più interessati a sbranarsi fra loro che a far fronte comune contro i pericoli esterni; anzi, si sono sempre vantati di chiamare in casa lo straniero per regolare i loro conti in sospeso. Così è stato anche con la guerra civile del 1943-45: si sono spalancate le porte agli Anglo-americani, che stavano riducendo in cenere le nostre città con i loro selvaggi bombardamenti aerei,  per chiudere i conti coi fascisti. La manovra era già incominciata fin dal 10 giugno del 1940: è da allora che pezzi grossi dell’industria e dell’esercito avevano cominciato a tramare contro la propria patria, preparando la sconfitta e vanificando il sacrificio di trecentomila soldati, aviatori e marinai caduti nel corso della guerra, insieme ai civili sepolti sotto le macerie. Una apposita clausola del trattato di pace faceva proibizione al governo italiano di perseguire simili traditori. In qualunque altro Paese, un simile contegno sarebbe stato inconcepibile: vincere una guerra civile con le baionette straniere sarebbe stato considerato un abominio e una calamità nazionale. Solo da noi la cosa è stata glorificata e trasformata in una leggenda luminosa, la leggenda dei buoni, senza macchia e senza paura, che riescono vittoriosi contro i cattivi. Solo i primi erano “veri” Italiani; gli altri erano schierati al soldo dello straniero (lo straniero tedesco, non lo straniero anglo-americano, perché questo era anch’esso “buono”).
Da quel momento, le grandi potenze occidentali hanno stretto un patto per tenere sempre ai margini l’Italia dai tavoli che contano, dove si decidono i destini del mondo e ci si spartiscono le materie prime e i mercati internazionali. Chi si oppone a quel patto è un uomo morto, come si è visto nel caso di Enrico Mattei. I governanti italiani sono “bravi”, “stimati” e “credibili” quando piegano il collo davanti a diktat delle banche, delle multinazionali e degli Stati usciti vincitori nel 1945, tutti ben decisi a vivere di rendita. L’arma principale di cui queste forze si sono servite per tenere l’Italia in stato di sudditanza è stato il ridicolo. I media francesi, inglesi e americani ci ridicolizzano ogni volta che accenniamo a fare qualcosa che sia suscettibile di mettere in discussione, anche solo minimamente, il nostri ruolo di potenza subalterna, a sovranità limitata.
È vero che troppe volte abbiamo fatto il loro gioco: uomini politici come Berlusconi ci hanno veramente coperti di ridicolo. Ma il ridicolo ce lo avrebbero rovesciato addosso comunque, se avessimo osato fare il più piccolo gesto di autonomia e di fierezza nazionale: dissentire dalla politica americana verso l’Afghanistan o l’Iraq, nel 2001 e nel 2003; dissentire dalla politica israeliana verso i Palestinesi; dissentire dalla politica francese, inglese a americana verso la Libia, nel 2011, nazione con la quale il nostro governo aveva da poco firmato un trattato di alleanza e collaborazione, e che pure si è unito all’aggressione della Nato.
La vergogna dell’8 settembre ci è rimasta attaccata addosso come un marchio, non ce ne siamo più liberati; l’eterna propensione nazionale all’auto-denigrazione ha fatto il resto. In nessun altro Paese al mondo si vive parlando perennemente male di se stessi, come da noi; in nessun Paese al mondo l’auto-disprezzo e l’auto-caricatura arrivano ai nostri livelli e mostrano una tale insistenza. Ne abbiamo fatto un mito alla rovescia, gelosamente coltivato: anche nel cinema, alla televisione, sulla stampa. Alberto Sordi, l’Albertone nazionale, è l’attorte-emblema di questo difetto del carattere nazionale: il piacere di umiliarsi, di rendersi ridicolo, di ostentare la propria buffoneria e cialtroneria. Per anni il pubblico italiano è stato invitato a identificarsi con la vigliaccheria dei personaggi interpretati da Alberto Sordi o con la buffoneria dei personaggi, anzi delle macchiette, interpretate da Totò. L’Italiano medio è migliore di così, molto migliore in verità; eppure abbiamo finito per identificarci con quel cliché. Facendo il più gran favore ai poteri forti internazionali, che ci vogliono perennemente umiliati e vergognosi di noi stessi, nonché perennemente relegati nell’angolo buio della scena internazionale.
Sarebbe piacevole se si potesse far finta, come amano credere le anime belle, che il nazionalismo è superato, che nel mondo del Duemila e nell’Europa della globalizzazione esso non è altro che un ricordo del passato. Ma non è così. La Germania, sconfitta assai più duramente di noi, ma non umiliata, perché non ha avuto l’8 settembre, è di nuovo al centro della scena; e così il Giappone. Noi, invece, non contiamo nulla sulla scena mondiale e Mario Monti non è che l’uomo di fiducia delle banche e della signora Merkel, quasi un proconsole imposto dall’esterno. Sappiamo come è andato al governo e capiamo benissimo perché i mass–media internazionali parlano così bene di lui: fa tutto quello che vogliono i poteri forti, Banca Centrale europea in testa. Non si sogna di rinegoziare il debito che ci sta strangolando: si limita a scaricare il suo pagamento sulla classe media, che ormai è stata praticamente distrutta; e intanto ha mandato l’Italia in recessione. Ma questo alla signora Merkel poco importa; a lei basta che lo spread fra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi continui ad assicurare vantaggi cospicui al suo Paese, che si finanzia con il sangue e le lacrime dei nostri lavoratori e pensionati e con la distruzione della speranza per i nostri giovani in cerca di lavoro.
Ma l’Italia, si obietterà, conta pure qualcosa a livello internazionale; per esempio, fa parte del G-8. È vero: ma fin da quando nacque il G-7 (senza la Russia), nel 1976, la Francia aveva fatto di tutto per opporvisi; alla fine, ottenne che vi entrasse anche il Canada (in parte francofono), proprio per sminuire il significato dell’ingresso dell’Italia nel club dei “grandi”. Sappiamo che il nostro Paese è tagliato fuori dall’eventuale allargamento del Consiglio di scurezza dell’Onu, mentre vi entrerebbero Germania e Giappone, oltre all’India, al Brasile e perfino al Sud Africa. Eppure noi, effettivamente, in base alle nostre potenzialità, potremmo contare qualcosa: siamo pur sempre fra le prime dieci nazioni del mondo quanto a peso economico, per non parlare del prestigio culturale. L’Italia ha circa la stessa popolazione della Francia e della Gran Bretagna; è povera di materie prime [qua dissento, NdNF], ma la sua economia è sostanzialmente sana, come attesta l’entità del risparmio privato. Le famiglie italiane non sono affatto indebitate come lo sono quelle americane o inglesi. Il debito pubblico italiano viaggia intorno ai 2.000 miliardi di euro, ma il risparmio privato italiano è di 9.000 miliardi di euro: una proporzione che farebbe crepare d’invidia molte altre grandi nazioni, se il governo fosse capace di farla pesare nelle sedi finanziarie e diplomatiche opportune. In alcuni settori industriali, inoltre, siamo pur sempre un Paese leader, capace di eccellenze universalmente riconosciute, perfino nel settore della tecnologia spaziale. E la scuola italiana, benché terribilmente in crisi negli ultimi anni, è pur sempre fra le migliori d’Europa –  o, se si preferisce, fra le meno peggiori. Un nostro studente di liceo non parlerà benissimo l’inglese, ma in quanto a filosofia, storia, letteratura, ne sa dieci volte di più che uno studente tedesco, inglese o francese, per non parlare di un americano.
Quel che ci tira in basso è il peso del ridicolo, il peso di una classe dirigente senza dignità e senza onore; gli scandali a ripetizione, la brevità dei governi, la mancanza di serietà e di efficienza della pubblica amministrazione. La nostra scarsa credibilità internazionale si traduce in scarsa propensione agli investimenti da parte del capitale estero: da noi ci sono troppe tasse, troppa burocrazia, troppa lentezza; e, per giunta, una malavita organizzata che la fa da padrona in aree sempre più vaste del Paese. L’evasione fiscale è a livelli astronomici, e intanto la pressione fiscale è tra le più feroci al mondo: i cittadini italiani versano al fisco una quota spropositata dei loro salari e delle loro pensioni, in cambio di servizi da Terzo Mondo. In compenso, i nostri amministratori e i nostri parlamentari sono fra i meglio pagati al mondo; e, non soddisfatti di ciò, indulgono al saccheggio sistematico del denaro pubblico sotto svariate ed ingegnose forme di finanziamento ai partiti, di appalti truccati, di pura e semplice corruzione. Il tutto restando pressoché impuniti e facendosi appositamente le leggi per restare intoccabili.
Sono queste le cose che ci tirano in basso e che vengono usate come altrettante armi, da parte delle grandi agenzie d’informazione internazionali, per dipingerci in maniera offensiva e ridicola. Queste, e in più la nostra mancanza di amor proprio, di coesione nazionale. Il pubblico tedesco, britannico o francese non avrebbe tollerato una vicenda come quella dei due marò processati e trattenuti in India come malfattori, dopo essere stati attirati con l’inganno in un porto indiano, a seguito di un incidente verificatosi in acque internazionali, mentre erano a bordo di una nave battente bandiera italiana e mentre indossavano l’uniforme dell’esercito italiano. In quei Paesi, non ci sarebbero più stati conservatori e progressisti, laici e cattolici, destra e sinistra: ci sarebbero sati solo cittadini tedeschi, britannici e francesi preoccupati e indignati per l’affronto fatto al proprio Paese. E la stampa, la televisione non avrebbero parlato d’altro, fino alla risoluzione della vicenda: avrebbero preteso dai propri governi dei passi concreti, delle azioni energiche, magari la rottura delle relazioni commerciali o diplomatiche con l’India o una formale richiesta di intervento da parte della Corte internazionale di giustizia delle Nazioni unite.
Ma questo, noi figli dell’8 settembre, non arriviamo a capirlo. Pensiamo che, con Monti, l’Italia abbia ritrovato chissà mai quale credibilità internazionale. Eppure, ogni volta che capita un caso come quello de due marò, o semplicemente come la scelta per la sede delle Olimpiadi, l’Italia sperimenta ogni volta il più desolante isolamento internazionale. Tutti ci voltano le spalle, perfino le nazioni più piccole o quelle che dovrebbero pur avere qualche debito di riconoscenza nei nostri confronti. Questi fatti dovrebbe pure insegnarci qualcosa.
E intanto mandiamo i nostri soldati a rischiare la pelle sulle montagne dell’Afghanistan e spendiamo cifre colossali per dotare il nostro esercito di aerei ultimo modello e di armi sofisticate. Ma queste spese avrebbero un significato se l’Italia avesse una politica estera fiera e coerente: così come stanno le cose adesso, stiamo solo facendo gli ascari degli Stati Uniti d’America. Nelle numerose “missioni di pace” l’Italia si è letteralmente svenata, senza che vi sia stato un benché minimo ritorno in termini di aumento dell’autorevolezza internazionale del nostro Paese. A parte l’ipocrisia di chiamare “missioni di pace” delle guerre di aggressione, se ne vedrebbe forse l’utilità solo nel caso servissero ad aumentare il peso specifico del nostro Paese nel contesto della politica mondiale. Le cose, invece, stanno altrimenti: e allora, a che scopo spendere tanto denaro e mandare a rischiar la vita tanti ragazzi in uniforme grigioverde?
Dovremmo ritrovare, o imparare, un po’ di sana fierezza. Ma ciò non è possibile se non ci si accosta al proprio passato con spirito di onestà e verità. Gianfranco Fini ha dichiarato che è stato un bene se i nostri soldati sono stati sconfitti nella battaglia di El-Alamein. Ciò è perfettamente logico, se si pensa che lo stesso personaggio aveva dichiarato il fascismo essere stato “il male assoluto”. Queste cose uno le può pensare e le può dire, anche se è stato fascista, anche se è stato per decenni un nostalgico del fascismo: però dovrebbe trarne una lezione. Dovrebbe fare mea culpa, riconoscere che tutta la propria carriera politica è stata un errore, e poi sparire per sempre in un eremo. Non dovrebbe pretendere di restare a far politica, come niente fosse. Una simile faccia di bronza sarebbe inconcepibile in qualunque altro Paese, tranne quelli politicamente e culturalmente più scalcinati, nelle plaghe estreme dell’Africa o dell’America Latina.
Quanto al fatto che sia stato un bene che i nostri soldati siano stati sconfitti a El Alamein, è questione di opinioni. Di nuovo, si finge di non vedere che, in quel momento storico, non era solo il fascismo ad essere in gioco, ma l’Italia: il suo interesse nazionale, la sua sopravivenza come Stato sovrano, il suo futuro politico ed economico. «Right or wrong, it’s my country»: «giusto o sbagliato, prima di tutto il mio Paese», dicono gli Inglesi. Solo noi diciamo e pensiamo in altro modo; solo noi mostriamo compiacimento perché una catastrofica sconfitta nazionale, e addirittura la tragedia di una guerra civile, ci ha liberti da una dittatura – peraltro da una dittatura che, al costo umano meno oneroso possibile – vedi quanto accadeva, invece, nella Germania di Hitler o nell’Unione Sovietica di Stalin – ha goduto di maggior consenso e di maggior autorevolezza internazionale di quanto sia mai accaduto ad alcun governo precedente o successivo.
E poi, vogliamo dirlo?, non è moralmente bello dire una cosa come quella che ha detto Gianfranco Fini sui nostri soldati di El-Alamein. Quei ragazzi combatterono eroicamente, in condizioni di spaventosa inferiorità, contro un nemico che si apprestava a passare in Sicilia e ad invadere il nostro Paese: lottavano per difendere la Patria. Molti di loro, fatti prigionieri dagli Alleati, rifiutarono di collaborare con i vincitori e vennero internati nei campi di prigionia “punitivi” del Texas. Ma tennero la schiena dritta.
Certo più dritta di un uomo politico che, pur di piacere ai vincitori, si abbassa fino a compiacersi della loro sconfitta. Un uomo politico, oltretutto, che ha costruito la propria carriera rivendicando con orgoglio l’eredità politica del fascismo – mentre i ragazzi di El-Alamein non erano, in grande maggioranza, fascisti, ma semplicemente degli Italiani che sentivano di essere l’ultimo baluardo per la difesa della Patria minacciata e sul punto di essere sottoposta ai micidiali bombardamenti aerei contro i civili.
Dopo Palmiro Togliatti che, a caldo, si compiaceva della prigionia degli alpini italiani in Russia all’indomani dello sfondamento sul Don e della battaglia di Stalingrado, ci mancava un politico ex fascista che si compiacesse, a distanza di tanti anni, della disfatta dei nostri fanti in Africa settentrionale: ora abbiamo rimediato alla lacuna, possiamo annoverare anche questo. Da sinistra a destra, il cerchio è completo, l’abiezione è totale.
Certo, l’Italia è vittima di un complotto internazionale dei poteri forti della finanza e delle maggiori potenze mondiali, per essere tenuta in un perenne stato di soggezione: ma bisogna pur dire che, con simili uomini politici, noi ce la stiamo mettendo proprio tutta per non meritare alcuna stima, neppure da parte di noi stessi [Che fa Lamendola? Dopo avere criticato l’autodenigrazione del paese, ci (auto)denigra? Come se questi uomini politici li avessimo scelti veramente noi? NdNF]
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Aiuto! Oltre che imbecille, sono impazzito

PER DUE… AVANTI MARCH; UN…DUE…UN…DUE…

di Filippo Giannini

   Il titolo è piuttosto stravagante, lo riconosco, ma è anche voluto. Perché? L’ho appena scritto: “Sono impazzito”. Dopo quasi settant’anni di demonizzazione del Fascismo e del suo capo, scrivere una collana che ha per titolo “Benito Mussolini, l’uomo della pace” solo un pazzo può avventurarsi in simile avventura. Uomini di indiscussa serietà e coerenza come lo furono Giovanni Spadolini, Gianfranco Fini, Giorgio Bocca e, ultimamente il venerando Presidente della Repubblica, di cui nessuno può disconoscere la coerenza politica, personaggi che al solo nominare “Fascismo” entrano in rotta di collisione con l’ambiente che li circonda.

D’altronde, l’ho riconosciuto poco sopra: “Sono impazzito”. Lo “stinnicchio” che ha investito Giorgio Napolitano, Laura Boldrini, Gianfranco Fini e tanti altri democratici cervelloni, soprattutto quelli con la  “chippa”, dimentichi (ma attenzione, parla un pazzo, l’ho confessato) del bene ricevuto da “quell’uomo” e dal suo Regime.

In questo momento ho un attimo di lucidità (almeno lo spero) e cercherò di spiegare la natura stramba del titolo: Avanti march! Un due…

Dopo anni di “stinnicchiamenti”, in questi giorni lo “stinnicchio” ha colpito Giorgio Napolitano e la comunità ebraica; il motivo degli “stinnicchi” va ricercato in alcune dichiarazioni del super coerente Alemanno e del suo collega La Russa. La loro colpa? Non hanno detto sufficientemente male del “male assoluto”. Dato che sono un pazzo confesso, porterò meco altri pazzi e imbecilli nella fossa dei serpenti.

La prima fila, avanti march. Un… due…

De Gasperi (“Il Trentino” 7 aprile 1921): <Noi non condividiamo il parere di coloro i quali intendono condannare ogni azione fascista sotto la generica condanna della violenza. Ci sono delle situazioni in cui la violenza, anche se assume l’apparenza di aggressione, è in realtà una violenza difensiva, cioè legittima>.

Matteo Matteotti (Il figlio di Giacomo): <(…). No, il duce non aveva alcun interesse a farlo uccidere (il padre, nda): si sarebbe alienato per sempre la possibilità di un’alleanza con i suoi vecchi compagni, che non finì mai di rimpiangere>.

L’intellettuale Stanley Baldwin (1928): <Non credo che vi siano in Europa uomini di eccezione come Mussolini>.

   L’attore di Hollywood Wallace Beery (1933): <Mussolini grande! Italia bellissima! Italiani simpaticissimi! Evviva Italia! Evviva Mussolini>.

Renzo De Felice (in merito alle leggi sulla comunità ebraica – settembre 1931): <Le critiche erano poche e, sostanzialmente di scarso peso. Sempre nello stesso numero dell’”Israel” ancora più favorevoli si mostrarono poi il presidente Sereni e il rabbino Sacerdoti: “La nuova legge che io non esito a definire la migliore di quelle recentemente emanate in altri Stati – procurerà un rifiorire degli istituti ebraici italiani>.

Pio XI (1929): <E forse ci voleva un uomo come quello che la Provvidenza ci ha fatto incontrare (…). E dunque, con profonda compiacenza, che crediamo di avere con esso ridato Dio all’Italia e l’Italia a Dio>.

Ildefonso Shuster (Religioso – 1936): <Mussolini è il simbolo della Nazione, dello Stato, della Cristianità: egli porta la Croce di Cristo, spezza le catene degli schiavi, spiana le strade ai missionari del Vangelo (…). Dopo la Marcia su Roma e dopo la Convenzione del Laterano, Dio ha risposto dal Cielo, ricingendo – per opera del Duce – Roma e il Re in un ripullulante lauro imperiale la Pax Romana>.

   Il commediografo George B. Shaw – 1936: <E’ la lotta tra la civiltà  e la barbarie. E’ perfettamente inutile scandalizzarsi davanti all’Italia di Mussolini che si preoccupa di imporre in Abissinia la cultura e il progresso>.

   Winston Churchill (Seconda Guerra Mondiale, 1° Vol. pag. 209): <Adesso che la politica inglese aveva forzato Mussolini a schierarsi nell’altro campo, la Germania non era più sola>.

   George Trevelyan (Storia d’Inghilterra, pag. 834): <E l’Italia fu gettata in braccio alla Germania dalle sanzioni economiche(…)>.

Léon Nöel (1980): <Colpa della Francia se, dopo Stresa, il Duce è stato spinto ad allearsi con Hitler. Ci siamo lasciati sfuggire Mussolini>.

Renzo De Felice (nel corso di una intervista televisiva): <Una volta che Mussolini fu gettato nelle braccia della Germania di Hitler, era impensabile che anche l’Italia non avesse le sue leggi razziali>.

Mordechai Poldiel (Storico israeliano): <L’Amministrazione fascista e quella poltica, quella militare e quella civile, si diedero da fare in ogni modo per difendere gli ebrei, per fare in modo che quelle leggi rimanessero lettera morta>.

   Daniele Vicini (giornalista de l’Indipendente – 20 luglio 1993): <Ebrei e comunisti sciamano verso il Brennero, frontiera che possono varcare senza visto a differenza di altre (americana, sovietica, ecc.) (…). Polizia e carabinieri ricevono disposizioni dal Duce, chiare ed essenziali, anzi ridotte ad una sola parola: “Sorvegliare”. Non arrestare (…). Strana dittatura quella fascista. Strana democrazia quella americana>.

Rosa Paini (Storica ebrea. Il Sentiero della speranza, pag. 22): <Quel colloquio lo aveva voluto Mussolini ancora più favorevole agli ebrei, in modo da essere indotto a concedere tremila visti speciali per tecnici e scienziati ebrei che desideravano stabilirsi nel nostro Paese>.

George L. Mosse (Docente nell’Università di Gerusalemme, autore del libro Il razzismo in Europa, pag. 245): <Mentre in Germania Hitler restringeva sempre più il numero di coloro che potevano sottrasi alla legge, in Italia avveniva il contrario: le eccezioni furono legioni. Come abbiamo già detto, era stato Mussolini stesso a enunciare il principio “discriminare non perseguire”. Tuttavia l’esercito italiano si spinse anche più in là, indubbiamente con il tacito consenso di Mussolini>.

Zeev Sternhell (Studioso ebreo, autore del libro La Terza Via Fascista): <Il Fascismo fu una dottrina politica, un fenomeno globale, culturale, che riuscì a trovare soluzioni originali ad alcune grandi questioni che dominarono i primi anni del secolo (…). Le ragioni dell’attrazione esercitata dal Fascismo su eminenti uomini della cultura europea, molti dei quali trovarono in esso la soluzione dei problemi relativi al destino della civiltà occidentale (…). Il Corporativismo riuscì a dare la sensazione a larghi strati della popolazione che la vita fosse cambiata, che si fossero dischiuse delle possibilità completamente nuove di mobilità verso  l’alto e di partecipazione>.

Winston Churchill (1925): <Il genio romano è impersonato da Mussolini, il più grande legislatore vivente>.

André F. Poncet (Diplomatico – 1951): <Se nel 1936 la Francia e la Gran Bretagna fossero state disposte ad imitare Mussolini, non sarebbe scoppiata la guerra e per Hitler sarebbe stata la catastrofe>.

Winston Churchill (1947): <Le grandi strade che egli tracciò resteranno un monumento al suo prestigio personale e al suo lungo governo>.

    Ezra Pound (Poeta americano – 1940): <Churchill credeva nella forza brutale mentre Mussolini era molto umano>.

   Pio XII (1952): <Mussolini è il più grande uomo da me conosciuto e, senz’altro, fra i più profondamente buoni; al riguardo ho troppe prove per dimostrarlo>.

Paul Gentizon (Le Mois Suisse – maggio 1945): <Coloro i quali vogliono ad ogni costo raffigurarlo come un essere intrattabile, rude, duro come il granito si ingannano completamente. Il potere non lo logorò per niente. Per tutta la vita egli conservò intatta la sua spontaneità emotiva. Non si possono enumerare i suoi atti di bontà (…). Il bilancio del Fascismo? Ha nome: autostrade, ferrovie, canali di irrigazione, centrali elettriche, scuole, stadi, sports, aeroporti, igiene sociale, ospedali, sanatori, bonifiche, industrie, commercio, espansione economica, lotta contro la malaria, battaglia del grano, Littoria, Sabaudia, Pontinia, Guidonia, Carta del Lavoro, collaborazione di classe, Corporazioni, Dopolavoro, Opera Maternità e Infanzia, Carta della Scuola, Enciclopedia, Accademia, Codici mussoliniani, Patti Lateranensi, Conciliazione, pacificazione della Libia, marina mercantile, marina da guerra, aeronautica, conquista dell’Abissinia. Tutto ciò che ha fatto il Fascismo è consegnato alla storia. Ma se c’è un nome che, in tutto questo dramma, resterà puro e immacolato, sarà quello di Mussolini>.

Sarà per la mia condizione di soggetto paranoico e imbecille, ma pur avendo a disposizioni altri mille e mille giudizi di altri pazzi e imbecilli, qui termino. Ma, nel contempo, mi metto rigidamente sull’attenti e radunati i “pazzi e imbecillii”, autorizzo il Presidente Giorgio Napolitano a farli marciare: “Per due, avanti march…Un due… Un due…fino a condurli nella fossa dei serpenti. Tra i “pazzi e imbecilli” intravedo anche Pio XII, Pio XI, gli ebrei George L. Mosse, Rosa Paini, Mordechai Poldiel, Zeev Sterrnhell, Angelo Sacerdoti, Angelo Sereni, studiosi e attori, storici-giornalisti, come Paul Gentizon e di seguito. Tutta gente di secondo se non di terzo piano intellettuale a confronto dei Giorgio Napolitano, dei Laura Boldrini, dei Gianfranco Fini e geniacci simili, tutti colti da “stinnicchi” al solo nominare il “male assoluto”.

    Diventiamo seri, anche se in questo contesto risulta difficile. Chi scrive queste note è un “romano de Roma” da almeno sette generazioni, e sente, oltre ad un non comune senso della Giustizia, anche la spinta civilizzatrice dei suoi antenati.

Il motivo del mio disprezzo verso tutto e tutti lo chiarisce l’intellettuale francese Claude Ferrere, che nel 1946 sentenziò: <Alcuni italiani si sono vendicati di un Capo troppo grande per loro, le cui stesse benemerenze apparivano troppo gravose. E tutti i governanti d’Europa anche se non osarono approvare apertamente, gioirono in segreto. Dinanzi a quell’Uomo (così nel testo, nda) erano afflitti da un conplesso di inferiorità insopportabile, come era accaduto tempo prima con Napoleone. Duemila anni or sono per le stesse ragioni, venne ucciso Giulio Cesare>.

Ed io “non-ce-stò!.

E allora, “italioti”, avanti march.

Io torno indietro. Retro-front: un due…

Ho ricevuto una mail dall’avv. P.T. (non indico il nome perché non autorizzato), con la quale, anche se in forma sintetica, elenca tante miracolose innovazioni portate all’Italia (e non solo all’Italia) dal Male assoluto. Ritengo il lavoro tanto ben fatto che voglio proporlo ai miei amici lettori, pertanto lo pongo in allegato.

Ed ora vorrei proporre una domanda a tutti, ai detrattori e ai sostenitori del Male assoluto. Dato che viviamo un periodo di crisi, apparentemente senza via d’uscita, e dato che molti economisti e politici sostengono che la crisi del 1929 fu peggiore dell’attuale, e dato che l’Italia del Male assoluto ne uscì brillantemente, allora perché non adottare lo stesso sistema di quel periodo per uscire dai guai odierni?

D’altra parte – e mi ripeto – le leggi sull’economia (parlo di leggi), non cambiano. Sono le stesse di allora.

Amici lettori, la risposta è ovvia. Se si verificasse lo stesso miracolo che si verificò allora, che razza di Male assoluto sarebbe?

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