Lo scandalo a Porta a Porta

Nella puntata di Porta a Porta di giovedì 18 ottobre 2012 si è parlato dei miracoli di Lourdes. In studio, ospiti di un Bruno Vespa più curiale che mai, i soliti noti, la solita compagnia di giro i cui nomi in ditta si sarebbero potuti elencare con precisione assoluta ancor prima dell’inizio del programma: Massimo Giletti, benemerito dell’UNITALSI, Vittorio Messori, la Penna di Dio, Claudia Koll, folgorata in desabillè sulla via di Damasco, e Piergiorgio Odifreddi, l’Avvocato del Diavolo.

Tutto prevedibile, tanto prevedibile che a un certo punto la tentazione di cambiar canale si faceva irresistibile. Un tema sviscerato sino alla nausea infinite volte, per giungere sempre e inevitabilmente alla medesima conclusione: i miracoli non sono materia di fede e ognuno è libero di credervi o meno senza incorrere nei rigori della Congregazione per la Dottrina della Fede.

E dire che Messori, questa volta, avrebbe avuto l’occasione di assestare agli increduli un colpo micidiale. Un’occasione che Odifreddi gli aveva maldestramente servito su un piatto d’argento e della quale, per ragioni che appaiono imperscrutabili, non ha voluto approfittare.

Dopo averci deliziato coi suoi soliti preamboli, grondanti di spocchia neopositivista, l’illustre imbonitore scientifico, portatore di verità stantie che la comunità scientifica più evoluta ha ormai relegato da tempo tra il ciarpame degli avi, ha giocato l’atout della citazione di Zola: “Crederei ai miracoli solo se mi dimostrassero che una gamba tagliata è ricresciuta. Ma questo non è avvenuto e non avverrà mai.”

Di che fare un balzo dalla poltrona sfregandosi le mani, dal momento che Messori è l’autore de “Il Miracolo”, edito da Rizzoli nel 1998, dove si parla proprio dell’unico caso accertato di un arto amputato e miracolosamente ricresciuto, quello del contadino Juan Pellicer, avvenuto nel villaggio aragonese di Calanda nella notte del 29 marzo 1640.

“Ora lo stende”, mi son detto, ostentando un sadico ghigno papista. E invece, con mio grande scandalo, Messori ha lasciato cadere la più ghiotta delle occasioni per confutare in maniera risolutiva il clamoroso errore dell’avvocato del diavolo.

Dopo aver cambiato canale, masticando irripetibili epiteti rivolti alla Penna Spuntata di Dio, ho cercato di capire la ragione del suo comportamento.

Il caso di Juan Pellicer, benché risalente a un’epoca segnata da un fideismo cieco, appare, grazie alle numerosissime e inconfutabili prove documentali e testimoniali esibite nel corso del processo istituito dal Tribunale Ecclesiastico della diocesi di Saragozza, immune da qualunque tentativo di presentarlo come una semplice mistificazione.

Decine di testimoni, tra i quali i chirurghi che amputarono l’arto e coloro che erano presenti la notte del miracolo e conoscevano benissimo la menomazione del Pellicer, dettero testimonianze univoche dell’accaduto, in grado di fugare ogni ombra di dubbio.

E allora, perché Messori, che pure ha dedicato al caso un volume di 253 pagine, ha taciuto? E perché di questo caso unico e incontrovertibile, che potrebbe essere risolutivo nella disputa intorno alla questione dei miracoli, la stessa Chiesa non si è mai servita con la forza che dovremmo aspettarci?

Forse la risposta ce la dà Pascal: “Dio ci vuol lasciare liberi”, non vuol darci prove inoppugnabili a sostegno della nostra Fede e lo stesso caso di  Juan Pellicer, pur nella sua apparente certezza, potrebbe rivelare anche una semplice incrinatura, sufficiente a legittimare il dubbio. Non è sui miracoli, insomma, che si fonda la certezza della Fede ma sull’accettazione del mistero del Cristo morto e risorto per redimerci dai nostri peccati e consegnarci alla vita eterna.

E’ questo, forse, l’insegnamento che, spento sulle nostre labbra il sadico ghigno papista, dovremmo trarre dalla reticenza di Vittorio Messori.

Federico Bernardini

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Calanda: il miracolo dei miracoli

Luciano Garofoli 12 Marzo 2013

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Jean Martin Charcot era un celebre neurologo francese; ed anche l’esponente di spicco del positivismo antireligioso che, nel XIX secolo, permeava soprattutto gli ambienti scientifici francesi. Uno degli scopi principali che si era prefisso, era quello di dimostrare, come Lourdes potesse essere ricondotta, soltanto ad una serie di fenomeni di isteria singola o collettiva. Con molto sussiego soleva affermare che: «Consultando il catalogo delle guarigioni cosiddette ’miracolose’, non si è mai costatato che la fede abbia fatto rispuntare un arto amputato».

Anche lo scettico ed «incredulo» Félix Michaud gli faceva eco affermando: « Nessun credente avrebbe l’ingenuità di sollecitare l’intervento divino, perché rispunti una gamba tagliata. Un miracolo del genere, che pur sarebbe decisivo, non è mai stato costatato. E possiamo prevederlo, non lo sarà mai».

Nel 1894 Èmile Zola celebre romanziere e famoso panflettista del caso Dreyfus, oltre che profeta del positivismo letterario, come Charcot lo era di quello scientifico, si recò a Lourdes sicuro che tutto quello che avveniva in quel piccolo villaggio dei Pirenei non fosse altro che il frutto di illusioni, allucinazioni, fantasmi non escludendo nemmeno la frode. Con un sorriso ironico davanti alla grotta di Massabielle, dove la Vergine era comparsa a Santa Bernadette Soubirous, affermò: « Vedo molti bastoni, molte stampelle, non vedo però alcuna gamba di legno».

Né a questo coro di scettici poteva mancare un italiano, Ambrogio Donini, discepolo prediletto di quell’Ernesto Buonaiuti, sacerdote scomunicato per modernismo, nei bei tempi in cui la Chiesa cattolica esercitava ancora la sua auctoritas: un «cattolico maturo» come lo si definirebbe oggi. Sebbene fosse il più noto storico marxista delle religioni, con sicurezza, affermò: «Neanche i sostenitori più sprovveduti della possibilità di interventi divini prodigiosi, osano più evocare ’miracoli’, che sarebbero davvero ’soprannaturali’, come la ricrescita di gambe o di braccia amputate».

Ebbene nessuno di questi soloni e grandi scienziati razionalisti, era a conoscenza di quanto era avvenuto il 29 marzo del 1640 a Calanda una cittadina della provincia di Teruel, in Aragona, a 118 chilometri da Saragozza; che oggi conta a mala pena quattromila abitanti e che allora era davvero un piccolissimo villaggio a ridosso dei Pirenei. Quel giorno la Vergine del Pilar riattaccò, questo è il termine giusto, la gamba amputata un paio d’anni prima a Miguel Juan Pellicer: la cosa straordinaria non era soltanto che un arto venisse fatto «ricrescere», ma che invece venisse riattaccata, al suo moncherino, proprio quella gamba che i chirurghi avevano amputato due anni prima e che poi era stata seppellita nell’apposito spazio del cimitero di Saragozza, dove l’operazione di amputazione era stata eseguita.

Il contesto storico

Tutto quello che riguarda questa vicenda è speciale. Quel 1640 fu davvero un anno molto importante per la Spagna, un vero e proprio giro di boa della sua parabola di prima potenza mondiale. Essa è costretta a dare definitivamente l’addio alla sua presenza come potenza di primo piano nella scena mondiale, quell’Impero su cui non tramontava mai il sole, si sfalda e si dilegua, termina il Siglo de Oro: la Catalogna insorge contro il potere centrale di Madrid, i francesi di Richelieu passano i confini «naturali», dei Pirenei con i loro agenti ed infiltrati e la guerra che si combatte sul suolo dell’impero spagnolo dura da ventidue anni.

Anche il Portogallo si distacca e riassume di nuovo una sua identità nazionale, che fino ad ora, si era fusa e confusa con il grande impero spagnolo. Ma siccome le disgrazie non arrivano mai sole, le guerre di religione che vedono la cattolicissima Spagna contrapposta alle potenze protestanti, principi tedeschi, svedesi, inglesi che soffiano sul fuoco del continente per accrescere la loro potenza marittima. Ovviamente la Francia continua a seguire la sua spregiudicata politica di alleanze politiche che prima l’aveva vista appoggiare la Sublime Porta in funzione antispagnola, ai tempi di Lepanto, ora briga con la Svezia per cercare di scalzare la sua rivale di sempre, dal centro Europa. In questo trova degli ottimi alleati nei banchieri dei Paesi Bassi che hanno fatto diventare Rotterdam ed Amsterdam il centro di floridissimi scambi economici per le rotte atlantiche. Amsterdam veniva chiamata il centro «privilegiato» di acquisizione di diamanti grezzi da tagliare, sviluppòuna concentrazione di lavoro tale da potersi definire monopolistica.

I Paesi Bassi, fortemente protestantizzati, si distaccano dalla cattolica Spagna, pensando che questa mossa e le grandi risorse finanziarie a disposizione, li avrebbero messi in un situazione di forte predominanza nei confronti di tutta l’Europa continentale ed anche nei riguardi della stessa Gran Bretagna.

Anversa già dal XVI secolo acquistò straordinaria importanza a livello europeo, e sulle banchine del suo porto, sulla Schelda, iniziarono ad approdare in gran numero navi cariche di mercanzie provenienti da ogni dove: bianche e carezzevoli lane inglesi, zucchero di canna indiano, cuoi, odorose spezie, drappi inglesi, legname svedese, allume italiano, ma soprattutto diamanti che venivano dalle Indie Orientali, fatti affluire dalla Compagnia Olandese delle Indie Orientali. Bruges come piazza commerciale, terminal dei commerci veneziani, decade ed i Welser ed i Fugger si trasferiscono nella capitale delle Fiandre.

La separazione definitiva delle Provincie Unite sarà sancita, nel 1648 dalla Pace di Vestfalia: ma i grandi banchieri olandesi avevano sbagliato i conti, di fatto da lì a poco il baricentro dei commerci atlantici e dell’estremo oriente passerà a Londra dove si sono insediati i Rotheschild che vanno a braccetto, nella loro folgorante ascesa, con quella della potenza marittima e commerciale inglese.

A tutto ciò, colmo dei colmi, si aggiunge la bancarotta delle finanze statali e lo scoppio di una terribile epidemia di peste a cui seguirà una carestia che finirà per decimare i superstiti. Il ruolo della Spagna, almeno dal punto di vista politico, diventerà sempre più marginale, trascinando con sé, in questo rovinoso crollo, anche l’Hispanidad.

Quel 1640 era importante anche sotto l’aspetto della storia religiosa. Ricorrevano, infatti, i sedici secoli dall’apparizione reale e corporale della Vergine all’apostolo Giacomo (Sant’Iago) sulle rive dell’Ebro dando così inizio al culto del Pilar nel cui nome si svolse il prodigio dell’apparizione.

A Loviano il vescovo Cornelio Jansen pubblica l’Augustinus libro che diventerà la bibbia dei giansenisti, il quale era fortemente avverso alla devozione mariana, alla religiosità popolare, ai pellegrinaggi, alle processioni ed a quella quotidianità religiosa dei semplici, che si catalizzava nella grande attenzione nei confronti dei miracoli. Jansen predicava una fede «pura» con una salvezza esclusivamente riservata ad una élite di sapienti, dalla coerenza adamantina tra dottrina e vita, quindi caratterizzata da un forte rigorismo morale. Il Miracolo arriva per smentire e rafforzare tutte quelle cose che Jansen negava.

Il personaggio del Miracolo

Miguel Juan Pellicer nacque il 25 marzo del 1617, e come buona consuetudine fu battezzato lo stesso giorno, festività dell’Annunciazione a Maria data molto significativa nel mondo dei simboli e delle ricorrenze liturgiche e che, in questo caso, lega già dalla nascita il piccolo Miguel alla Vergine Maria. In quella stesa data, nel 1858, Nostra Signora dirà a Bernadette Soubirous; «QUE SOY ERA IMMACULADA COUNCEPCIOU» Io sono l’Immacolata Concezione. Ma non basta il giorno in cui Miguel nasce è un sabato, già di per sé giorno legato alla Madonna, ma per di più è un Sabato Santo cioè la vigilia di Pasqua. Era il secondo di otto tra fratelli e sorelle di Maya Miguel Pellicer e di Maria Blasco due modesti agricoltori che i loro concittadini definiranno, come dagli atti del futuro processo che riconoscerà il Miracolo, come dei buoni cristiani, persone timorate di Dio, devoti alla sua Santissima Madre, di buoni e lodevoli costumi, delle persone, insomma, semplici e poveri lavoratori.

Miguel ricevette solo un’istruzione di catechesi orale che gli impartì il parroco prima che potesse ricevere la Prima Comunione: per tutta la vita restò analfabeta! Ma in lui la fede cattolica fu sempre forte e nello stesso tempo, come in tutti i semplici, basilare, ma davvero granitica legata, oltre che alla devozione a Maria anche alla pratica dei sacramenti : confessione ed eucarestia, in primis.

Tutte le notizie che possediamo in maniera copiosa vengono dagli archivi della parrocchia, che oltre a queste testimonianze storiche, comprendevano anche una copia del processo di riconoscimento del Miracolo scritta in maniera dettagliatissima da due notai diversi. Questi archivi furono «miracolosamente» preservati dalla furia distruttrice degli anarchici e dei «rojos» durante la guerra civile spagnola del 1936, come vedremo meglio in seguito.

Miguel tra il 1636 e il 1637, quindi, tra i diciannove ed i vent’anni, lascia la casa paterna per non essere di peso alla famiglia numerosa e con scarse risorse finanziarie. E si trasferisce a Castellòn de la Plana nei pressi di Valencia dove lavora, come bracciante, presso uno zio materno.

La zona dell’ex regno mussulmano di Valencia, era particolarmente bisognosa di braccia, soprattutto dopo la cacciata dalla Spagna dei «moriscos» (1) e, quindi, a Miguel il lavoro non mancava di certo. Un giorno della fine di luglio del 1637 mentre guidava un «chirròn» (2), trainato da due muli verso la fattoria dei parenti, forse a causa di un improvviso colpo di sonno, cosa molto comune nei mesi estivi a causa del gran caldo, del lavoro intensissimo e della mancanza di una quantità di sonno notturno adeguata in quella stagione, il ragazzo cadde dal dorso di uno dei muli che cavalcava (al notaio che lo interrogava in merito all’incidente dirà per sua disattenzione). Cadendo finì sotto la ruota del carro (3), essa gli schiaccia la gamba appena sotto il ginocchio fratturandogli la parte centrale della tibia. Lo zio cerca di farlo curare e lo porta prima all’ospedale di Castellòn, poi subito dopo, all’Hospital Real di Valencia che dista un sessantina di chilometri.

I registri dell’ospedale ci sono pervenuti intatti e da quelli che annotavano il ricovero dei nullatenenti, si sa che il ricovero avvenne il 3 agosto e dettagliatamente descrivono anche come il ferito era vestito: con abiti laceri e di colore «bigio». Se poniamo l’accento su ciò è per rimarcare quello che abbiamo cominciato a vedere ed ancor meglio vedremo in seguito, cioè l’esattezza e la meticolosa precisione che ci resta su tutto questo straordinario caso: siamo anni luce lontano dai «si dice» e dai «si narra» che spesso fanno da contorno all’agiografia dei miracoli e degli eventi straordinari: qui è tutto nero su bianco!

Nell’Hospital Real resta soltanto cinque giorni durante i quali inutilmente gli furono somministrati vari rimedi. Conoscendo bene la fama di cui godeva il Real y General Hospital de Nuetra Señora de Gracia, ma soprattutto sentendo il fortissimo impulso di mettersi sotto la protezione della Vergine del Pilar, chiede ed ottiene il salvacondotto per potersi recare nella città dell’Aragona. Il viaggio è un vero e proprio calvario: dura cinquanta giorni, sotto una canicola estenuante. L’impresa al limite del disumano è resa possibile anche dalla vastissima rete di ricoveri per pellegrini ed infermi che si irradia per tutta la Spagna (4).

Il «passaporto del malato» di cui è stato fornito all’ospedale valenciano, impone, cosa veramente che ha del sublime, a chiunque abbia un mezzo di trasporto il «dovere religioso» di dare un passaggio al povero invalido ed anche, ad ogni battezzato, di prestargli aiuto e soccorso. Badate bene non si costringe nessuno a far niente, gli si impone di mettersi davanti alla propria coscienza e di estrinsecare un «dovere» religioso: questa è una cosa stupenda che la dice lunga sul grado di permeanza del sacro nella società spagnola di allora e che più avanti vedremo rafforzata da un altro tipo di atteggiamento che la gente tiene nei confronti del mutilato.

In fondo chi meglio di chi soffre è quella «Imago Christi», quasi una teofania e dargli magari anche una carezza, una parola di conforto, un bicchiere d’acqua rende degni della vita eterna, in quanto ciò è fatto con il cuore e con lo spirito di donazione e gratuità.

Quando arriva a Saragozza è già ottobre: ha la gamba fratturata piegata e legata con una cinghia, l’appoggia su una gamba di legno e cammina con le stampelle: ha evitato di passare per Calanda, vergognandosi di farsi vedere dai suoi in quello stato miserando.

Giunto nella capitale dell’Aragona, prima di presentarsi all’ospedale, seppure febbricitante, vuole andare nel Santuario della Vergine del Pilar: si confessa e si comunica, la salute dello spirito è prioritaria rispetto a quella del fisico!

La Vergine del Pilar con il drappo della Protrettrice della Spagna


Nel Real Hospital de Gracia viene ricoverato prima nel reparto febbricitanti, poi passato in quello di chirurgia, che è dedicato a San Michele Arcangelo, di cui porta il nome e che è anche il co-patrono di Calanda. Qui i medici, costatata l’inefficacia dei rimedi applicatigli nei primi giorni dopo l’incidente, ma soprattutto in presenza di uno stato di gravissima cancrena decidono che per salvargli la vita l’unica strada percorribile è l’amputazione dell’arto. Questo è l’esito di un consulto presieduto dal professor Juan de Estanga primario del reparto, docente all’Università di Saragozza e stimatissimo professionista in tutta l’Aragona. Faccio notare come questo luminare si metta a disposizione di un nullatenente, di un povero disgraziato senza pretendere denaro, senza nemmeno prendere in considerazione un’ipotesi contraria alla sua deontologia professionale ed al suo dovere religioso. L’operazione viene eseguita alla metà di ottobre: l’arto viene tagliato qualche dita sotto il ginocchio. Anche i medici che compirono con il professor Estanga l’operazione furono interrogati e resero testimonianza nella causa di accertamento del miracolo. In realtà le cause furono due una condotta dal Capitolo del Santuario del Pilar e l’altra dalla Curia Arcivescovile di Saragozza.

L’operazione in pratica fu eseguita senza somministrazione di alcun anestetico se non una cera quantità di bevanda alcoolica e narcotica: per l’impiego in medicina dei primi anestetici, come etere o cloroformio, dovranno passare ancora due secoli. Durante la dolorosissima operazione e cauterizzazione dell’arto, Miguel invoca, tra gli spasimi atroci, in continuazione la Madonna del Pilar. L’arto ancora sanguinante viene raccolto da uno dei medici e trasportato nella cappella dove vengono deposti i cadaveri; qui mostra l’arto al cappellano Don Pascual del Cacho. Poi insieme ad un collega, provvederà al seppellimento della detta gamba amputata, in un apposito settore del cimitero dell’ospedale. Il parroco testimonierà di aver preso visione dell’arto, di essere al corrente del suo seppellimento in terra consacrata e di aver poi cercato di recare conforto adeguato al paziente che versava in uno stato di grande prostrazione.

Anche qui s’impone una riflessione come prima a proposito del viaggio e del «dovere religioso» di prestare aiuto. Il corpo, secondo il cristiano, è destinato alla resurrezione finale, quindi si deve rispetto e venerazione anche per i resti anatomici che da esso potessero provenire e trattarli a guisa di rifiuti costituiva, nell’accezione comune, vero e proprio sacrilegio. Se solo facciamo un attimo mente locale a come vengono trattati oggi queste parti anatomiche o, peggio, a come vengono considerati i corpicini dei feti dopo l’aborto, ci deve assalire un senso di motivata vergogna e di ribrezzo per il nostro comportamento più o meno indifferente se non complice. «Prodotti abortivi» che vengono inceneriti, o venduti a ditte di cosmesi per ricavarne prodotti di bellezza, o addirittura, come in Cina, mangiati per curare asmatici, o per rigenerare tessuti o altro: davvero certe aberrazioni umane o meglio disumane, gridano vendetta al cospetto di Dio.

Il medico testimoniando al processo, affermerà di aver seppellito l’arto in maniera orizzontale in una regolamentare buca profonda un palmo buca che, due anni e mezzo dopo, verrà trovata vuota. Trascorsi alcuni mesi dall’operazione perfettamente riuscita, seppure non sia ancora in grado di poter adoperare una protesi di legno, strisciando a terra e trascinandosi perfino sui gomiti, Miguel si reca al Santuario del Pilar che dista circa un chilometro dall’ospedale.

Qui arrivato ringrazia la Vergine di avergli comunque salvato la vita chiedendole la grazia di continuare ad essere un suo devoto e poter avere la possibilità di servirla: alla Madonna protettrice di Spagna chiede anche la grazia di poter vivere del suo lavoro, nonostante la sua mutilazione. La Virgen del Pilar farà per lui molto, molto di più premiando la sua fede e la sua totale devozione a lei. Quando, nella primavera del 1638, viene dimesso dall’ospedale, l’amministrazione lo fornisce di «pierna de palo y muleta» cioè gamba di legno e di una stampella.

Per quanto possibile non viene abbandonato: i Canonici del Capitolo del Santuario del Pilar gli concedono, per vivere, di poter chiede, in nome di Dio, l’elemosina nella cappella di Nostra Signora della Speranza che sta presso la porta della chiesa verso l’Ebro. Questa figura di giovane infelice, attira non solo l’attenzione, ma suscita la compassione degli abitanti di Saragozza che allora, come oggi, numerosi si recano almeno una volta al giorno « a salutare la Vergine», avendo la città venticinquemila abitanti sono migliaia quelle che lo riconoscono e che con incredulità e meraviglia due anni e mezzo dopo lo rivedranno con entrambe le «sue» gambe in giro per la città.

Miguel ogni mattina, prima di mettersi al suo posto per mendicare, assisteva alla messa nella Santa Capilla davanti alla piccola immagine della Vergine che sta posta sopra il famoso pilastro di diaspro il Pilar, appunto, che ogni giorno viene ricoperto con drappi preziosi e diversi. Poi espone la sua mutilazione in modo che tutti possano vederla.

Ma non basta, ha preso l’abitudine di chiedere, a fine giornata, agli inservienti che abbassano le lampade ad olio che ardono davanti all’immagine della Madonna per pulirle, di poter avere un po’ d’olio di quelle lampade votive. Con esso si unge il moncone della gamba e ciò nonostante che il professor de Estanga, che lo ha eseguito l’amputazione, lo ammonisca e lo sconsigli in quanto l’umidità che provoca l’unzione può ostacolare la cicatrizzazione completa del moncherino. L’assistenza che Miguel riceve sia durante la degenza in ospedale, sia anche molto tempo dopo è quanto di meglio gli possa essere offerto sia da un punto di vista scientifico, sia anche sotto il profilo dell’umanità, in quei tempi. Oltre tutto l’assistenza è completamente gratuita, ma anche molto, diciamo, affettuosa ed in linea con il concetto di carità cristiana. A ciò va aggiunto che questa assistenza medica non è finanziata da un asfissiante prelievo fiscale, bensì da una volontaria e libera elemosina: un ricco ed un povero ottengono lo stesso tipo di trattamento paritario ed assolutamente non discriminatorio, o differente a seconda delle proprie possibilità economiche, per cui chi più può spendere meglio viene trattato. Ed anche questo è un miracolo! Ma nella Spagna del secolo precedente San Giovanni di Dio forse che non aveva fondato i suoi «ospitalieri» quei «Fatebenefratelli» che avrebbero scritto pagine di sublime abnegazione verso gli infermi, soprattutto verso i più poveri e di più ripugnanti?

Basilica di Nuestra Señora del Pilar

De Estanga dopo aver tecnicamente e scientificamente ammonito il suo paziente aggiunge: «Fatta salva la fede nel potere di intercessione della Madre di Dio». Strano, ma tutto sembra essere una serie di consequenzialità, sì casuali, ma che sottendono l’imminente verificarsi di qualche evento soprannaturale; Miguel che è analfabeta non può aver letto la Sacra Scrittura, ciò nonostante quando Cristo affida la missione agli apostoli, il Vangelo di Marco dice con chiarezza: «Essi predicavano la conversione della gente, scacciavano molti demoni, ungevano di olio gli infermi e li guarivano».

Se la questua è stata copiosa, Miguel si può permettere di dormire all’osteria «de las Tablas», non molto distante dalla chiesa del Pilar, altrimenti passa la notte su una panchina sotto il porticato del cortile dell’ospedale, dove è conosciutissimo e dove viene aiutato e dove tutti gli vogliono bene. L’osteria «de las Tablas» è gestita da un certo Juan de Mazas e da sua moglie Catalina Xavierre: entrambi verranno convocati al processo per riconoscere quel cliente che avevano visto spessissimo senza una gamba e che dopo il miracolo rivedono con tutte e due.

Nella primavera del 1640, Miguel decide di tornare a casa e di ritrovare i suoi genitori che non vede da tre anni. E questo anche su esortazione di due sacerdoti di Calanda don Jusepe Herrero, che è il vicario della parrocchia in cui è stato battezzato e don Jaime Villanueva beneficiario della stessa chiesa. I religiosi lo hanno riconosciuto, insieme ad altri compaesani, mentre chiedeva l’elemosina sulla porta della Basilica del Pilar. A don Jusepe confessa il suo cruccio e dichiara: « Come posso tornare dai miei, io che sono partito contro la loro volontà, bello e sano e che ora mi ritrovo con una gamba in meno?». Don Jusepe lo rassicura sull’affetto che i genitori nutrono per lui ma gli promette anche che, tornato in paese, parlerà con loro in suo favore.

Il viaggio di avvicinamento a casa non è meno doloroso di quello che ha sostenuto da Castellòn fino a Saragozza. Dapprima trova un passaggio su un carro fino a Fuentes de Ebro, aiutato da due compaesani, i quali poi lo devono abbandonare in quanto hanno un impegno in paese e non possono tenere il suo passo, a ragione, troppo lento: quindi Miguel è costretto ad appoggiarsi quasi esclusivamente sulle stampelle in quanto la gamba di legno, facendo attrito sul moncone, gli procura sofferenze notevoli. Giunto Samper incrocia un mulattiere che al processo dichiarerà di averlo visto «rotto e stanco», ma che nonostante il dover e di assistenza ai bisognosi non può dargli un passaggio, non tanto per malanimo o disprezzo, ma perché le sue bestie sono già sovraccariche. La Provvidenza gli viene incontro e Miguel riesce a far arrivare una richiesta di aiuto ai suoi genitori grazie ad un suo compaesano. Questi gli mandano incontro un asinello che viene condotto da un garzone della sua famiglia di sedici anni un certo Bartolomé Ximeno: anche nelle famigli meno abbienti, all’epoca, si potevano trovare questi domestici giovanissimi, provenienti da famiglie molto numerose, ai quali, in cambio di lavoro, si offriva vitto e ricovero, da qualche parte, quando non potevano tornare a casa a passare la notte. E la fatidica notte del miracolo Bartolomé stava sistemando il suo giaciglio nella cucina dei Pellicer.

Quando alla fine di un viaggio durato una settimana, Miguel può finalmente riabbracciare, dopo tre anni, i suoi genitori, è un giorno della seconda settimana di Quaresima: lo scorrere del tempo è, tra questa gente di fede, scandito dalla liturgia della chiesa.

La preparazione al Miracolo

Ovviamente Miguel non può svolgere, mutilato come è, alcun tipo di lavoro se non molto marginale, ma nello stesso tempo non vuole essere un peso per la famiglia, quindi decide di continuare a chiedere l’elemosina. La cosa, per un mutilato come era lui, al tempo non costituiva un disonore, caso mai, al contrario, un dovere.

Qui, cosa davvero sublime, dobbiamo costatare che la gente esercitare una carità nei confronti di un povero mutilato era anche un atto di giustizia ed era considerato un vero onore spartire un pane, anche se piuttosto scarso, con un povero ed i mendicanti erano reputati dei veri e propri benefattori in quanto permettevano alla gente di poter esercitare una forma di aiuto ai bisognosi ed ai poveri, che seguendo la sacra scrittura, era condizione necessaria per poter accedere alla vita eterna. Insomma la carità era la chiave che permetteva di poter accedere al Paradiso.

Quanto abbiamo già evidenziato, a proposito del dovere religioso di ogni persona di soccorrere un ammalato, anche qui si ripresenta una situazione davvero molto significativa che esprime quanto profondamente fosse radicato il cristianesimo nelle coscienze di quel popolo. Tutto ciò non era né formalismo vuoto, né tanto meno scadeva in una forma di superstizione, ma era veramente l’accettazione totale della dottrina cristiana ed esprimeva la consapevolezza personale e collettiva che il sacro era dentro di noi. Quindi accadeva che un mendicante quando diceva grazie per l’elemosina ricevuta, si sentiva rispondere che era chi aveva fatto l’atto di carità che doveva ringraziare lui, avendogli permesso di compiere un’opera meritoria che gli avrebbe accorciato la strada per il Paradiso: trovo questo la cosa più sublime e più elevata che un credente possa esprimere. Ed a ciò si aggiunga l’atteggiamento altrettanto elevato delle autorità che rilasciano un documento in cui si attestava che il soggetto era stato regolarmente battezzato e spiegava le cause della sua invalidità. Nessuno poteva fare il furbo fingendosi invalido e, soprattutto, non era possibile mutilare da piccoli i bambini per spingerli, poi a mendicare cosa questa veramente aberrante e raccapricciante, purtroppo prassi tollerata, in un mondo in cui si rende lecita l’uccisione di una vita in formazione nel grembo materno, senza che ciò desti un moto di ribellione e di rabbiosa reazione.

Questo peregrinare di Miguel di casolare in casolare su un asinello rende il suo stato di mutilazione evidente a tantissime persone soprattutto in una zona a scarsa densità demografica: l’apparizione di questo giovane mutilato colpisce e fa ricordare: la gente gli fa offerte in natura gli dona del pane prezioso soprattutto in periodi, come sotto la Pasqua, quando la farina comincia scarseggiare ed il raccolto del frumento è ancora lontano. La relazione stampata subito dopo il prodigio e tradotta in italiano settecentesco così si esprime: «Così disponeva Iddio, acciocché vi fossero più testimoni della malattia, come anche della santità del miracolo». Insomma la Divina Provvidenza sta tessendo la sua tela per preparare e sensibilizzare la gente all’evento prodigioso che di lì a poco accadrà.

Ancora una volta voglio sottolineare come la Chiesa del tempo desse poi la massima rilevanza all’accaduto: tutto il mondo cristiano cattolico, verrà a conoscenza del miracolo: sì ci saranno ben due commissioni di inchiesta per l’accertamento della veridicità dei fatti, ci sarà anche un intervento puntuale e meticolosamente scrupoloso dell’evento certificato anche da organi dello Stato, ma soprattutto una volta accertata la verità non si faranno passare decenni per riconoscere il fatto soprannaturale in nome di una prudenza o meglio sarebbe dire di un’indifferenza od un fastidio allergico a tutto quello che sono i segni inviati dal cielo, per darci spinta e coraggio. Veramente c’è da chiedersi se oggi una forza luciferina spinga la gerarchia a scegliere certi tipi di comportamenti altrimenti inesplicabili.

Il Miracolo: 29 marzo 1640

Richard Wagner

  La Virgen del Pilar

Quel giorno era un giovedì, giorno che, nella tradizione cattolica, è legato all’istituzione dell’Eucarestia, mezzo e modo della salvezza e della redenzione. Ma era anche il giovedì della settimana di Passione cioè quella precedente la settimana Santa. Quindi alla Pasqua di Resurrezione mancano nove giorni tempo ritenuto importante una «novena» e tempo di nove giorni uguale a quello che intercorse tra l’Ascensione al cielo di Gesù e la discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli e Maria riuniti nel Cenacolo, il giorno della Pentecoste. A ciò si aggiunge tutta una serie di 9 che si ripetono e la cui sequela non può, nel disegno divino, essere casuale; ciò ovviamente per chi crede.

Quel giorno era, dunque, il 29 ed erano passati esattamente 29 mesi dall’amputazione della gamba del giovane Miguel. Ma c’è di più, la cifra 9 è la stessa cifra della venuta della Santa Vergine a Saragozza, 9 erano le persone, compreso San Giacomo, a cui la Vergine apparve sulle rive dell’Ebro. Miguel quel giorno decide di non andare per la questua e di aiutare la famiglia, non stendendo la mano, ma svolgendo un piccolo lavoro di braccia che poteva fare tranquillamente: quindi si reca in un campo del padre e per 9 volte riempie le ceste dell’asinello di letame: la sua mancata partenza per la questua forse è legata al fatto che l’asinello quel giorno doveva essere impiegato per questo servizio. Per 9 volte le sorelle, il padre di Miguel e Bartolomé, il piccolo servo che abbiamo già nominato, scaricano il letame nel cortile della casa e rimandano l’asinello nel campo dove Miguel lo aspetta reggendosi a fatica sulla gamba di legno con l’aiuto della stampella.

A sera il dolore del moncone è forte dopo tanto sforzo compiuto, e per di più, tornando a casa, trova una sorpresa che di certo non lo avrà riempito di gioia: il governo impone alla sua famiglia un ospite per la notte, un soldato di cavalleria. Due compagnie di cavalleggeri stanno raggiungendo la frontiera con la Francia contro la quale la Spagna sta combattendo la guerra dei Trent’anni. Ma i soldati sono mandati lì anche per tenere a bada il malcontento che sta montando in Catalogna e che, come abbiamo già detto, di lì a poco esploderà in una rivolta sanguinosa contro il governo centrale, favorita ed aiutata dagli agenti di Richelieu.

Qui il lavoro della Provvidenza diventa un ricamo: Làzaro Macario Gòmez, il notaio del posto è incaricato di trovare l’alloggio ai militari nelle case del paese. Il militare ospitato in casa Pellicer non ha un nome, né fu possibile convocarlo al processo di accertamento del miracolo, ma rese testimonianza dell’evento soprannaturale al notaio e poi, cosa strana, il giorno dopo arrivato a Caspe, cittadina vicino al confine con la Catalogna, chiese ad un frate cappuccino di potersi confessare, dopo dieci anni che non lo faceva più. Coincidenza? Certamente sotto lo choc dell’evento che lo aveva svegliato e gli aveva impedito di dormire, davanti al fatto straordinario di cui era stato testimone, era stato indotto a riconsiderare, sotto una luce diversa, tutta la sua esistenza. Ed insieme ai suoi commilitoni, anche loro accorsi nella notte in casa Pellicer, la voce del Miracolo si spargerà con velocità in tutta la zona: e saranno proprio gli stessi soldati a mandare a Calanda il parroco ed il notaio di Mazalèon che già il 2 aprile ci potranno fornire una documentazione di una precisione estrema dell’accaduto con tanto di dichiarazioni testimoniali e rogito notarile ufficiale.

Miguel, quella notte deve cedere la sua stanza, il suo letto, la sua coperta al militare e si deve accontentare di un giaciglio di fortuna, che la madre gli prepara in fondo al letto dei genitori e, per coperta, deve accontentarsi del mantello del padre il quale essendo troppo corto gli lascia scoperto il piede. Verso le dieci di sera Miguel si ritira e si corica sul suo giaciglio: in casa oltre al soldato erano presenti i genitori, il piccolo servo e due estranei alla famiglia, due vicini di casa Miguel Barrachina e sua moglie Ursula che passavano la veglia della festa dell’Addolorata con gli amici Pellicer. Miguel lascia. Sul seggiolone della cucina, la sua gamba di legno, gli stracci che gli servono per appoggiare la sua gamba mutilata sopra di essa ed anche la stampella a cui si appoggia. Durante la veglia si è lamentato molto del dolore che sta soffrendo anche a causa del lavoro svolto durante il giorno e saltellando raggiunge il suo giaciglio in camera dei genitori.

Verso le dieci e mezzo la madre, munita di una lampada ad olio, va a vedere come si sia sistemato il figlio ed entrando nella camera sente «una fragranza ed un odore soave mai sentiti prima» e come verrà scritto nella relazione notarile questo odore persisterà per alcuni giorni dopo il Miracolo.

La madre di Miguel, Maria, rimane sorpresa da quell’effluvio profumato davvero insolito, si avvicina al figlio, vede che sta dormendo, ma vede anche, pensando di essersi sbagliata, che dal mantello spuntano due piedi incrociati l’uno sull’altro, si avvicina per essere sicura di ciò che vede e pensa che il soldato, si sia sbagliato e si sia coricato in camera sua, chiama il marito, perché chiarisca la situazione. Il marito sopraggiunto sposta la cappa che ricopre il corpo scoprendo l’impossibile: chi dorme sotto il mantello è proprio Miguel Juan. Cominciano a gridare per svegliare il figlio, il quale fa molta difficoltà a svegliarsi: sembra quasi versi in uno stato di coma o in qualcosa di simile a quello stato in cui si trova una persona sotto anestesia totale. Le grida fanno accorrere il giovane servo dalla cucina, il militare e gli altri membri della famiglia. Quando Miguel Juan riprende il suo normale stato di coscienza viene invitato dai genitori a guardarsi le gambe e visto di averne due intere, per prima cosa chiede al padre di perdonarlo per il male che gli può aver arrecato nella sua esistenza. La madre gli chiede se abbia avuto sentore di quello che gli stava capitando e lui dice che stava sognando di essere nella Santa Cappella di Nostra Signora del Pilar e che era intento ad ungersi, come faceva sempre quando era a Saragozza, la gamba con l’olio di una lampada. Il ragazzo comincia a muovere l’arto, ancora incredulo: insieme ai genitori esamina la gamba che si ritrova attaccato e, con somma meraviglia di tutti, si scopre che è proprio la sua gamba che gli è stata in qualche modo «riattaccata» al moncone. Infatti essa presenta dei segni inequivocabili: innanzitutto una cicatrice provocata dall’asportazione di una cisti che gli era stata tolta nella parte inferiore della gamba, dei segni di profondi graffi causati da una pianta spinosa e da ultimo i segni del morso di un cane sul polpaccio. Oltre naturalmente alla cicatrice provocata dalla ruota del carro che gli aveva fratturato la tibia.

Più tardi il 4 giugno 1640 in un Aviso Historico redatto da un famoso poligrafo aragonese residente a Madrid, il giorno prima dell’apertura del processo sull’accertamento della verità su questi fatti, riferisce che non si è trovata traccia della gamba che era stata sepolta nel settore degli organi recisi, nel cimitero dell’ospedale di Saragozza: quindi la Vergine del Pilar aveva riattaccato al moncone, esattamente quella gamba.

Accorrono anche i vicini di casa, si manda a chiamare il vicario parrocchiale quel don Jusepe Herrero che aveva convinto il ragazzo a ritornare a casa dei suoi genitori. Il vicario si porta dietro sia il giudice ed anche responsabile dell’ordine pubblico Martin Corellano il quale stenderà un dettagliato rapporto per le autorità di Saragozza, rapporto che verrà inviato alla corte di Madrid. Poco dopo arriva anche l’alcalde cioè il sindaco, il suo vice ed il notaio reale. Arriveranno anche due chirurghi locali Juan de Rivera ed il giovane Jusepe Nebot che ne aveva preso il posto, in quanto il primo era ormai in pensione. Essi esaminando da un punto di vista scientifico e professionale l’accaduto, avevano dovuto arrendersi all’evidenza dei fatti che aveva dissipato la loro normale iniziale incredulità.

Negli atti del processo, in uno speciale capitolo, si evidenzia come Miguel Juan riusciva sì a camminare con due gambe, ma era costretto ad appoggiarsi ancora alla stampella non potendo appoggiare bene a terra il piede destro. Il padre aveva anche notato come le dita della gamba «riattaccata» fossero ancora contratte, girate all’insù e di color violaceo. Dovettero trascorrere alcuni giorni prima che la gamba ed il piede destro riprendessero i colori naturali, le dita si distendessero e la gamba perdesse delle chiazze violacee che la punteggiavano. Inoltre il punto dove la gamba era stata «riattaccata» presentava una specie di cordone rossastro, come il segno di una saldatura, il quale resterà sempre come segno indelebile anche nel futuro: inizialmente l’arto destro ricomparso era di alcuni centimetri più corto dell’altro, la massa muscolare meno sviluppata: in due anni lo sviluppo del ragazzo era terminato mentre la gamba amputata era rimasta delle dimensioni e della lunghezza che aveva de anni prima. Tuttavia dopo alcuni mesi fu recuperata la piena normalità con l’altro arto.

Queste sono prove decisive che l’arto ricomparso era proprio quello che era stato amputato e seppellito nel cimitero dell’ospedale di Saragozza: la Vergine aveva voluto lasciare dei segni inequivocabili di questo suo intervento ed aveva permesso che non solo persone normali, od autorità civili, ma anche dei medici costata serro, senza difficoltà, l’accaduto e che rendessero di ciò piena e libera testimonianza.

Il primo aprile, terzo giorno dal miracolo, ormai la voce si è sparsa con rapidità ed arrivano a Calanda persone da altri vicini centri abitati. Da Mazaléon arrivano due sacerdoti don Marco Seguer ed il suo vicario, don Pedro Vicente, che accompagnano il Notaio Reale Miguel Andréu: essi redigeranno un rogito notarile diverso da quello fatto dal Notaio Reale di Calanda e accertante le stesse cose: siamo in presenza di un intervento divino certificato per Atto Pubblico. In pratica è come se oggi un miracolo avvenisse sotto gli occhi delle telecamere e che dei notai ne certificassero, con rogito, l’autenticità, sentiti dei luminari della medicina e di eminenti scienziati.

Uno dei tanti francobolli dedicati dalle Poste spagnole al miracolo

La famiglia Pellicer al completo qualche tempo dopo il riconoscimento ufficiale del miracolo da parte del capitolo della Basilica del Pilar e dell’Arcivescovado di Saragozza si recarono in pellegrinaggio per ringraziare ufficialmente la Vergine del Pilar per la grazia ricevuta e donare al santuario la gamba di legno e le stampelle che erano state fornite a Miguel dall’Hospital de Gracia di Saragozza. Purtroppo a causa degli eventi susseguitesi e che videro la Basilica anche bombardata dai soldati di Napoleone, i reperti probabilmente si sono perduti.

Durante la strada molta folla assiste al passaggio del miracolato, a Saragozza, che Miguel aveva lasciato solo un mese e mezzo prima, rimangono sbalorditi tutti: infatti ricordano benissimo il giovane che chiedeva l’elemosina nella Capilla del Santuario. Il più stupefatto di tutti è il professor Jaun d Estanga che ha eseguito l’operazione di amputazione e che ha curato, come abbiamo già visto, il giovane nel decorso post operatorio.

Alla fine, il 27 aprile 1641 dopo undici mesi di lavoro, con ben quattordici sedute pubbliche (5), a meno di tredici mesi dall’accadimento del fatto prodigioso questa era la sentenza che emise l’autorità ecclesiastica di Saragozza:

«Perciò, considerate tutte queste altre cose, con il consiglio degli infra scritti illustri dottori sia di Sacra Teologia, sia di Diritto Pontificio, affermiamo, pronunciamo e dichiariamo che a Miguel Juan Pellicer, nativo di Calanda, di cui si è trattato in questo processo, fu restituita miracolosamente la gamba destra che in precedenza era stata amputata e che non è stato un fatto operato dalla natura, ma opera mirabile miracolosa; che si deve giudicare e tenere per miracolo, concorrendo tutte le condizioni richieste dal diritto, perché si possa parlare di un vero prodigio nel caso qui in esame. Pertanto lo scriviamo tra i miracoli e, come tale, lo approviamo dichiariamo e utilizziamo e così diciamo».

LUdienza Reale

Abbiamo accennato al fatto che il responsabile dell’ordine pubblico di Calanda stilò un dettagliato rapporto sull’accaduto e lo inviò a Madrid all’attenzione del re. Il rapporto, come da iter burocratico, arrivò sul tavolo di don Gaspar Guzmàn il conte Duca de Olivares il più potente ed ascoltato ministro del re Filippo IV, il quale nonostante le sue numerose quotidiane preoccupazioni, si sentì in dovere di avvisare Sua Maestà dell’accaduto. Questi volle essere tenuto informato dell’esito del processo aperto per l’accertamento del Miracolo a Saragozza. Volendosi personalmente rendere conto dell’accaduto convocò Miguel Pellicer a corte. Recentemente è stato rintracciato un documento del Capitolo della Basilica del Pilar che attesta l’avvenuto acquisto di un vestito per il miracolato mettendolo in condizione di essere ricevuto da Sua Maestà.

Filippo IV di Spagna

  Filippo IV di Spagna, Pieter Paul Rubens

All’udienza reale fu invitato anche il corpo diplomatico accreditato presso la corte madrilena: quindi possiamo disporre di tutta una serie di rapporti inviati dagli ambasciatori ai loro governi. Lord Hopton, ambasciatore di Sua Maestà britannica, informò il suo re Carlo I, il quale nonostante fieramente sempre contrario a tutto ciò che arrivava dalla Spagna e nonostante considerasse delle «leggende papiste» le cose che riguardavano il cattolicesimo, fu molto colpito e si convinse della verità del Miracolo tanto da difenderlo, anche davanti agli scandalizzati teologi di corte.

Il re, cominciata l’udienza, iniziò a fare domande a Miguel che rispondeva imbarazzato e turbato, quando terminò il suo racconto sorse tra i presenti uno spontaneo moto di entusiasmo e di fede. Il re, molto impressionato, si rivolse al Protonotaio ed all’Arcidiacono Maggiore del Capitolo Reale i quali entrambi confermarono tutto quanto raccontato dal povero contadino.

Il re si alzò dal trono e, con gli occhi pieni di lagrime, disse: «A questo punto signori, non è più il caso di discutere e di cavillare. E’ il momento in cui occorre accogliere e venerare il Mistero rallegrandoci come cristiani.» L’ambasciatore inglese così narra:

«Avvicinatosi poi a Miguel, che lo guardava attonito, Filippo IV, re di tutte le Spagne, s’inginocchiò davanti al giovane contadino. Gli fece scoprire la gamba destra e baciò con devozione la cicatrice rimasta là dove l’arto era stato amputato e poi riattaccato». Soltanto la certezza di trovarsi di fronte ad uno straordinario e veramente eccezionale segno della Provvidenza divina poteva indurre un sovrano così importante a compiere un atto di modestia così grande.

Un tale avvenimento poteva essere, inoltre, sfruttato da un punto di vista propagandistico per contrastare la guerra senza quartiere che la Francia di Richelieu conduceva contro la Spagna da quasi trent’anni. Ebbene niente di tutto questo fu fatto troppo era il rispetto e la deferenza con cui i segni del soprannaturale venivano accolti, sia dalle persone comuni, sia dal Sovrano stesso.

L’unica cosa che Filippo IV fece, fu un devoto pellegrinaggio al Santuario del Pilar per ringraziare la Madonna e la richiesta di consacrazione della Spagna e di tutti i suoi domini a lei: ancora oggi la Virgen del Pilar è la protettrice della Spagna, della Hispanidad e della Guardia Civil un corpo di polizia simile ai nostri Carabinieri.

L’onda lunga del miracolo

Nel 1808 quando Napoleone istallò sul trono di Spagna suo fratello Luciano, non solo l’esercito, ma tutto il popolo spagnolo, prese le armi contro i francesi inneggiando alla Vergine del Pilar ed al suo miracolo.

Il fratello di Napoleone fu cacciato da Madrid. Napoleone seccato dalla brutta figura rimediata, intervenne direttamente e per disprezzo mandò il suo migliore e più caro dei suoi marescialli: Jeanne Lannes, con l’ordine di vendicarsi di Saragozza e della «sua superstizione fanatica per una decrepita Madonna» Saragozza fu distrutta dopo due mesi di una cruentissima lotta.

I morti fra i difensori furono quasi 60mila, un’ecatombe, ma i difensori della città combatterono strada per strada, casa per casa e lo sforzo difensivo e l’eroismo dimostrato erano fuori dal comune. Scoppiò anche un pestilenza, come spesso succedeva durante gli assedi, alla fine la bandiera bianca della resa fu issata quando i francesi cominciarono bombardare il santuario dove nonostante l’infuriare dei combattimenti mai era cessato il culto e le funzioni religiose. Ma la decisione del bombardamento fu un atto proditorio , un vero e proprio sfregio perpetrato contro la città. Infatti il santuario era stato adibito ad ospedale e tacitamente ci si era accordati per risparmiarlo. Dopo la resa della città Lannes fu implacabile nella vendetta contro Saragozza, non solo, perché aveva esercitato una strenua resistenza, ma perché questa era costata troppo cara alla sua truppa: dette ordine ai suoi soldati di sequestrare tutto il tesoro della basilica, cioè tutto quello che i fedeli avevano donato nei secoli. Il sacco del tesoro della chiesa avvenne tra lazzi e blasfemie il 22 febbraio 1808. A Lannes che arrogantemente se ne vantava, qualcuno ricordò le parole di un antico mistico: «Gesù Cristo sopporta e perdona ogni insulto che viene rivolto alla sua persona. Non sopporta, né perdona gli insulti fatti a Sua Madre».

Strana coincidenza, fatalità, casualità, ma appena tre mesi più tardi, il 22 maggio 1808, mentre era in pieno svolgimento la campagna contro l’Austria, ad Essling una palla di cannone spezzava entrambe le gambe al giovane maresciallo napoleonico. I chirurghi francesi furono costretti ad amputarle entrambe nonostante che il ferito li implorasse e insultasse allo stesso momento: voleva vivere, aveva solo quarant’anni ed era allo zenith della sua brillante carriera. Napoleone stesso si recò in lagrime al capezzale del suo beniamino spronando i medici, affinché tentassero l’impossibile per salvarlo: solo poco tempo prima lo aveva nominato duca di Montebello, proprio per ricompensarlo per la presa di Saragozza. Lannes morì poche ore dopo ormai privo di gambe. Tre mesi prima si vantava di aver depredato il Santuario di una Madonna la quale aveva sentito dire, mentre reagiva tra sghignazzi, che «le gambe le faceva ricrescere.» Ognuno può, da questo episodio storico, trarre le conseguenze che crede, ma la realtà resta comunque sempre la stessa.

Eugeni Tarle il più noto storico del periodo napoleonico, accademico russo sotto Stalin così scrisse: «L’Europa fu scossa, mortificata dal confronto tra l’eroico comportamento della Spagna e di Saragozza in particolare, e la pallida sottomissione di prussiani, austriaci e di tutti gli altri. Dalle rovine fumanti della indomabile capitale aragonese si levò un esempio che porterà finalmente alla rivolta».

Ed arriviamo ad epoche molto più vicine. Si dice che in Spagna tutti corrano dietro ai preti chi con in mano il cero per la processione, chi con il fucile per l’esecuzione. Quando il 18 luglio 1936 Sanjurjo, Mola e Franco si misero alla testa dell’Alzamiento Nacional, la Navarra si schierò con i generali nazionalisti in quanto la sua popolazione era molto religiosa ed aveva molto sofferto per la politica fortemente anticattolica del Governo repubblicano. A Calanda le cose erano tranquille e si arrivò addirittura ad una specie di accordo tra «destre» e «sinistre» tutti deposero, le armi e nessuno fu ucciso.

Nel 1938 dalla Catalogna quelle «colonne infernali» dei «rojos» cominciarono a risalire l’Ebro puntando su Saragozza alle cui porte furono fermati dai nazionalisti di Mola, aiutati dalla popolazione civile. I miliziani anarchici e trotzkisti il 27 luglio entrarono a Calanda: erano preceduti da una fama sinistra, per loro non c’erano regole se non quella di distruggere e incendiare, ma soprattutto il loro primo obiettivo era quello di dare la caccia a preti, religiosi e civili dichiaratamente cattolici.

Poche ore prima del loro arrivo in Calanda il parroco della chiesa del Miracolo che conservava, oltre ai registri parrocchiali, anche la documentazione completa del Miracolo stesso, mise tutto in una cassa di legno. Uscito dalla chiesa, a caso, si diresse all’abitazione di una vedova che era dirimpettaia alla chiesa medesima. La donna, guarda caso si chiamava Pilar: il sacerdote le disse di nascondere la cassetta e di non rivelare a nessuno di averla. In fondo lei era una donna indifesa di nessun tipo di interesse per quei facinorosi, quindi doveva essere al sicuro. Gli asaltos anarchici e «rojos» fecero irruzione nel paese uccisero 42 persone, tutte erano cattolici praticanti, o appartenere al clero. La loro colpa maggiore era quella di non essere comunisti libertari

Sette domenicani, che già dal 1931 avevano dovuto abbandonare Valencia per sfuggire ai «rojos» e che si erano rifugiati a Calanda sperando di poter pregare in pace, pur essendo stati ospitati da alcune famiglie amiche, si consegnarono spontaneamente: furono tutti fucilati dopo un processo farsa in cui venivano schiaffeggiati ed insultati.

Don Miguel nonostante tutto si era rifiutato di abbandonare il suo popolo e la sua chiesa. Anche lui si consegnò volontariamente ai «liberatori»i quali per prima cosa gli fecero togliere la talare e vestire da «proletario», acconsentirono alla sua richiesta di condividere la sorte dei domenicani. La sera del 29 luglio, fu fatto salire su di un camion insieme agli altri religiosi ritenuti colpevoli di essere «spacciatori di oppio dei popoli », fecero far loro il triste «paseo»tra schiaffi insulti e risate perché «il loro Cristo» non veniva a liberarli; quindi furono messi davanti ai fari del camion e fucilati.

Morirono tutti perdonando i loro aguzzini e gridando «Viva Cristo Rey»: don Miguel fu finito con un colpo di pistola alla testa. Era il 29 luglio come il 29 era il giorno del Miracolo. L’ora della fucilazione coincideva perfettamente con quella in cui il Miracolo si era compiuto: cioè tra le dieci e le undici di sera.

Pilar, la vedova a cui aveva affidato i documenti, rimase tappata in casa, nessuno la cercò, nessuno fece irruzione da lei e così la documentazione del Miracolo fu salva ed ora è esposta in Municipio gentro delle teche di vetro.

Forse anche questo un altro piccolo Miracolo del Miracolo compiuto dalla Vergine del Pilar!

Voglio, arrivati a questo punto, chiedere la collaborazione di chi, con tanta pazienza mi legge: vi chiedo di domandare ai vostri parroci se conoscono la storia del Milagro de los Milagros. Se non la sanno raccontategliela voi, poi chiedete le loro impressioni: siate cortesi scrivetemele in calce all’articolo.

Già che ci siete provate a chiedere anche al parroco, come mai la Chiesa di certe cose non ne parla proprio, non le divulga, non le mostra come esempio. Perché mai si ignora questo miracolo, o le apparizioni di Garabandal, perché non si raccontano le storie di Santi come San Marco d’Aviano, San Bernardino da Siena, san Giovanni da Capestrano, San Leopoldo Mandic, tanto per fare degli esempi.

Scrivetemi anche queste risposte per favore: forse comunque questa roba non essendo avvenuta dopo il Vaticano II, non conta un fico secco, è sicuramente solo paccottiglia, o peggio è sicuramente dannosa per la salute e la salvezza delle anime.

Grazie della vostra collaborazione.

Luciano Garofoli


1) I moriscos erano dei mussulmani che erano rimasti nelle loro terre anche dopo la “Reconquista” e che tra il 1492 ed il 1526 erano stati forzatamente convertiti alla religione cattolica. La stragrande maggioranza di loro era però rimasta ancora di fede mussulmana (gli ebrei, che subirono la stessa sorte, ebbero invece il nome dispregiativo di marranos). Nel 1499, il processo di conversione che non era stato accettato da queste popolazioni, sfociò in una rivolta scoppiata nell’Albaicin di Granada e nell’Alpujarra. Rivolta domata in maniera severa dai sovrani cattolicissimi. Tra il 1502 ed il 1526 la conversione forzosa, fu estesa anche alla Castiglia, alla Navarra, alla zona di Valencia e dall’Aragona, la terra di origine di Miguel Pellicer. Nel 1568 un’altra rivolta, guidata da Aben Humeya, scoppiò nella zona di Granata e presto sfociò in guerriglia che dette molto filo da torcere al re Filippo II, il quale alla fine fece domare la rivolta dal fratellastro Don Giovanni d’Austria, lo stesso che comanderà la flotta cristiana a Lepanto. Humeya fu assassinato dal cugino nel 1569 e la rivolta fu definitivamente domata nel 1571. Finalmente, dopo tutta una serie di misure repressive che andavano dalla proibizione di detenere i libri sacri islamici, alla proibizione delle usanze mussulmane, al rispetto delle festività civili entrate in uso nel periodo del dominio mussulmano, alla proibizione dell’uso della lingua araba parlata e scritta, fino ad una forte pressione fiscale. Questi elementi mussulmani, sempre molto in cerca di una revanche, intrattenevano rapporti in funzione antispagnola sia con i francesi (quelli dell’Aragona) sia con i turchi ed i berberi (quelli della zona della costa mediterranea). Alla fine nel 1609, si arrivò alla determinazione di espellere 300mila mussulmani creando un considerevole calo demografico della popolazione spagnola. Quindi erano necessarie braccia per rimpiazzare, specialmente nel settore agricolo, questo vuoto venutosi a creare all’improvviso. E’ chiaro che i lavoratori che andavano a lavorare nel Valenciano fossero particolarmente odiati e spesso oggetto di rappresaglie ed incursioni da parte dei pirati berberi ed arabi dell’Africa del Nord, i quali cercavano di sostenere le rivendicazioni dei fratelli cacciati che si erano rifugiati o in Tunisia o ad Istanbul. La crisi generatasi dalla cacciata dei moriscos fu alleviata solo grazie alla enorme quantità d’oro e d’argento che arrivava in Spagna dall’America del Sud.
2) Chirròn è un carro a due ruote che serviva per il trasporto del grano e di prodotti agricoli.
3) Sappiamo perfino la quantità esatta del grano che veniva trasportata dal carro: cosa davvero che ha dell’incredibile.
4) Qualcosa del genere esiste ancora lungo il Camino di Santiago di Compostela. Esiste anche una rete di alberghi, i Paradores, che ricevono i turisti a prezzi moderati, in palazzi storici bellissimi, la rete è stata creata ed è gestita dallo stato spagnolo.
5) Voglio far notare come la causa avvenga sotto gli occhi dei fedeli con una trasparenza ed una serietà come si conviene alla delicatezza della materia. E come possiamo criticare un regime ed un società civile che permette una così inattaccabile possibilità di acclaramento dei fatti? Questo è un sintomo di civiltà, di ordine, di moralità che supera qualsiasi tipo di diatriba democratica e che è resa possibile solo grazie alla totale permeabilità dei concetti cristiani nella società: è in sostanza Dio che guida il suo popolo con armonia e giustizia. Tutto ciò, mi duole affermarlo, si è completamente perduto non solo nella società civile, ma, cosa peggiore, proprio all’interno della chiesa dove ormai il segreto latomico la fa da padrone e dove qualsiasi cosa debba essere deliberata lo è all’interno dei Sacri Palazzi senza nessuna trasparenza e garanzia di nessun genere e tanto meno sotto il profilo morale. Ormai davvero “il fumo di Satana” è penetrato in Vaticano obnubilando le menti e seminando solo zizzania.

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INDAGINE Una ricerca sul ” miracolo dei miracoli ” avvenuto in Spagna nel 1640: protagonista, un contadino di 23 anni. Senza una gamba

Messori, il prodigio di Calanda

Un fatto che la scienza giudica inspiegabile viene analizzato attraverso le testimonianze storiche di un intero paese

Una ricerca sul “miracolo dei miracoli” avvenuto in Spagna nel 1640: protagonista, un contadino di 23 anni. Senza una gamba Messori, il prodigio di Calanda Un fatto che la scienza giudica inspiegabile viene analizzato attraverso le testimonianze storiche di un intero paese DAL NOSTRO INVIATO SCALANDA trano viaggio, questo: un pulmino carico di cronisti parte da Barcellona e, passando per Saragozza, arriva fino a un gruppo di villaggi chiamati Velilla de Ebro, Mazaleon, Alcaniz, Calanda… Che cosa ci spinge fin qui, fino a questi pueblos dimenticati dal mondo, e immersi in un paesaggio che non a caso e’ indicato, sulle carte geografiche, con il nome di Desierto? Ci spinge un fatto la cui “notizia” risale a ben 358 anni fa. Ed e’ qui la prima stranezza: abituati a verificare l’attendibilita’ delle notizie a noi contemporanee, siamo qui, adesso, a indagare sul passato remoto. Ma ancor piu’ singolare e’ che la “notizia” che stiamo per controllare, sebbene vecchia di tre secoli e mezzo, sembra nuova. Quasi nessuno, infatti, anche tra i cattolici, e’ a conoscenza di quel miracolo che sarebbe avvenuto a Calanda nel 1640. Un miracolo che la Chiesa ha ufficialmente riconosciuto: ma che, al di fuori dell’Aragona, e’ stato inghiottito dal dimenticatoio. Davvero strano perche’, se il fatto su cui stiamo indagando e’ vero, qui siamo di fronte a qualcosa di unico: a el milagro de los milagros. Perche’ di questo si tratta: a Miguel Juan Pellicer, un contadino di 23 anni, sarebbe ricresciuta, all’improvviso, tra le 10 e le 10,30 della sera del 29 marzo 1640, la gamba che gli era stata amputata due anni e cinque mesi prima all’ospedale di Saragozza. Un fatto unico, dicevamo. Certo, nella storia del cristianesimo non mancano prodigi che hanno resistito anche al vaglio della scienza contemporanea: e’ il caso, per fare solo qualcuno tra i molti esempi possibili, dei fenomeni solari di Fatima, delle ultime guarigioni di Lourdes, del carisma misterioso di un padre Pio. Ma un fatto come quello di Calanda sembra andare oltre: qui saremmo di fronte al Miracolo per eccellenza, a quello che atei e positivisti hanno sempre, beffardamente, invocato: “Appese alla grotta vedo molte stampelle. Non vedo pero’ alcuna gamba di legno”, disse Emile Zola dopo un viaggio a Lourdes. E il razionalista Felix Michaud: “Nessun credente avrebbe l’ingenuita’ di sollecitare l’intervento divino perche’ rispunti una gamba tagliata. Un miracolo del genere, che pur sarebbe decisivo, non e’ mai stato constatato. E, possiamo prevederlo, non lo sara’ mai”. Ne’ Zola, ne’ Michaud – a riprova del misterioso silenzio caduto sulla vicenda – avevano mai sentito parlare del “caso Pellicer”. Se questa storia esce ora dall’oblio, lo si deve a Vittorio Messori. Al Gran milagro ha dedicato anni di ricerche, finite ora in un libro che viene appunto presentato qui, “sul posto”. Un'”indagine sul piu’ sconvolgente prodigio mariano”, recita il sottotitolo. Con quale risultato? A viste umane, la guarigione di Miguel Juan Pellicer sembra francamente incredibile. Pero’, va riconosciuto che raramente si conservano, di un fatto storico, cosi’ tanti documenti. I testimoni furono centinaia: i genitori del “miracolato”, tutti gli abitanti di Calanda, i chirurghi che amputarono l’arto incancrenito dopo essere stato schiacciato da un carro, tutti i pellegrini che per due anni e mezzo videro il giovane, senza gamba, chiedere l’elemosina sulla porta del santuario di Saragozza dedicato alla Virgen del Pilar. Dei piu’ importanti di questi testimoni si conservano le deposizioni giurate che indussero l’arcivescovo Pedro de Apaolaza, il 27 aprile 1641, a dichiarare il miracolo. C’e’ la sentenza, c’e’ persino il rogito del notaio Andreu, di Mazaleon, che certifico’ il fatto a poche decine di ore di distanza. E c’e’ pure l’attestato di un’altra autorita’ civile, il Justicia y Juez Ordinario di Calanda, Martin Corellano. Nomi, cognomi, date, biografie: nel libro c’e’ tutto. Non siamo, insomma, davanti a un classico caso di “tradizione orale”. Resta, certo, lo spazio per non credere ai documenti. Ma se a Calanda non avvenne alcun miracolo, c’e’ una sola spiegazione possibile: fu un truffa organizzata con il concorso di centinaia e centinaia di persone. E resterebbe da trovare il movente, visto che ne’ Miguel Juan Pellicer, ne’ il paese di Calanda ci “guadagnarono” qualcosa; e visto che il re di Spagna Filippo IV, che pure volle prostrarsi di fronte alla gamba ricresciuta, non fece alcun utilizzo “politico” del miracolo. Eppure, nonostante el milagro de los milagros, Calanda e’ rimasto uno sperduto villaggio, oggi di tremila anime, indicato su qualche guida solo perche’ diede i natali al regista Luis Bunuel. Come mai? Per capirlo bisogna immergersi nella Spagna di allora, dove nessuno cercava Prove con la maiuscola perche’ la fede era un dato scontato per tutti. Appena si venne a conoscenza del milagro, la devozione popolare si indirizzo’ non a Calanda, non verso il guarito, ma a Saragozza, verso quella Virgen del Pilar – protettrice della Spagna e di tutta la hispanidad – cui il Pellicer si era rivolto con fede per chiederle di intercedere per lui presso Dio. In quella societa’ ancora cristiana, il miracolo fu interpretato non come un “privilegio” accordato al guarito (che morira’, tra l’altro, pochi anni dopo, e in miseria) ma come un “segno” per tutti. Michele Brambilla a Il libro: “Il miracolo”, di Vittorio Messori, Rizzoli, 254 pagine, 28.000 lire.

Brambilla Michele

Pagina 35
(20 ottobre 1998) – Corriere della Sera

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El Miracolo di Calanda

Nel 1640 un miracolo spettacolare doveva rendere ancora più celebre il santuario. Un giovane di diciassette anni, Miguel Juan Pellicer di Calanda (un piccolo paese della provincia di Teruel, in Aragona), conducendo un giorno un carro aggiogato a due muli, cadde dalla cavalcatura e andò a finire sotto una ruota del carro, che gli spezzò e gli schiacciò nel mezzo la tibia della gamba destra. Trasportato in ospedale per le cure del caso, si ritenne urgente amputargli la gamba a circa quattro dita dalla rotula.

Prima dell’operazione, l’infelice si era recato al santuario del Pilar per farvi le sue devozioni e ricevervi i sacramenti. Dopo l’intervento, vi era tornato per ringraziare la Madonna di averlo conservato in vita. Ma,non potendo più lavorare, Miguel-Juan si era unito agli altri mendicanti che domandavano l’elemosina all’ingresso della basilica. Nel frattempo, ogni volta che veniva rinnovato l’olio delle 77 lampade d’argento, accese nella cappella della Vergine, egli vi strofinava le sue piaghe, benché il chirurgo glielo avesse sconsigliato in quanto l’olio ritardava la cicatrizzazione del moncherino.

Tornato infine a Calanda, con la gamba di legno e una gruccia cominciò a mendicare spingendosi fino ai paesi vicini. Ma, il 29 marzo 1640, rientrò a casa sua e, a sera, dopo aver invocato, come al solito, la Vergine del Pilar, si addormentò. Al mattino, svegliandosi, si ritrovò con due gambe ed avvertì così i suoi genitori che la gamba destra, amputata da due anni e cinque mesi, era segnata al polpaccio dalle stesse cicatrici di prima dell’infortunio.
Fu istituita subito una Commissione d’inchiesta, nominata dall’arcivescovo,e i suoi membri, nel corso di accurati accertamenti, con loro grande meraviglia non trovarono più la gamba di Miguel sepolta tempo prima nel cimitero dell’ospedale. La fama del miracolo corse per tutta la Spagna e fu la causa della realizzazione del grandioso santuario attuale, iniziato nel 1681 e consacrato il 10 ottobre 1872.

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Luigi Garlaschelli
I miei dubbi sul miracolo della gamba ricresciuta
(da Scienza & Paranormale, 29, VIII, 2000)

Vittorio Messori è sicuramente il più noto degli scrittori cattolici italiani.
Il suo “Ipotesi su Gesù” ha venduto più di un milione di copie solo in Italia; autore di almeno una dozzina di titoli, il suo ultimo exploit è stato il colloquio con Giovanni Paolo II, (Varcare la soglia della speranza) già tradotto in 53 lingue.
Messori è un agiografo che difende la fede e la religione cattolica in particolare riaffermando con forza la storicità della figura di Cristo, delle narrazioni evangeliche e dei miracoli.
I miracoli, come fatti inesplicabili dalla scienza o addirittura contrari alle leggi di natura note, sono formalmente fenomeni paranormali, e dunque molti studiosi, indipendentemente dalle loro credenze religiose, ne sono incuriositi perché tramite essi si potrebbe forse ingabbiare la “preda sfuggente” della parapsicologia.
Tutti costoro non potranno che trovare l’ultima fatica di Vittorio Messori assolutamente irresistibile. (“Il Miracolo”, Rizzoli, 1998. 253 pagg., L. 28.000; 32 tav. a colori f. t.)

SFIDA AGLI SCETTICI

Tutto il testo è una esplicita sfida agli scettici, agli increduli.

“Crederei ai miracoli solo se mi dimostrassero che una gamba tagliata è ricresciuta. Ma questo non è avvenuto e non avverrà mai.”

Questa frase, ripetuta nel corso degli anni da Felix Michaud, Jean Martin Charcot, Émile Zola, Ernest Renan, ci spiega ora Messori, si ritorce come un boomerang contro chi l’ha pronunciata.
Infatti almeno una volta l’impossibile per eccellenza, il “prodigio dei prodigi” , si è verificato.
A Calanda, villaggio dell’Aragona, nella notte del 29 marzo 1640, al giovane contadino Juan Pellicer rispuntò di colpo la gamba destra, amputata più di due anni prima nell’ospedale di Saragozza. Il fatto avvenne per intercessione della Madonna del Pilar, venerata appunto a Saragozza, [ivi ella sarebbe apparsa a San Giacomo, trasportata da un gruppo di angeli, su un pilastro di pietra, nell’anno 40, dunque mentre era ancora in vita a Gerusalemme]. E il prodigio della gamba sarebbe stato attestato dopo soli tre giorni da un protocollo notarile, e poi da un processo ecclesiastico con decine di testimoni oculari. Conoscenti, medici, sacerdoti, tutti confermano che sì, si tratta proprio di Miguel Juan, che prima aveva una gamba tagliata, e ora ce l’aveva di nuovo attaccata: un po’ rattrappita, per i primi giorni, ma poi uguale a quella di prima. Perfino con le stesse cicatrici, e un segno rosso circolare sotto il ginocchio, dove era stato operata la “saldatura” miracolosa.
L’evento divenne celeberrimo in tutta Europa, e addirittura Pellicer si recò in udienza a Madrid, dal re Filippo IV, che volle baciargli la gamba restituita.
Poi sull’evento calò un silenzio (“sospetto”) che è ora rotto da Messori, il quale si è recato più volte sui luoghi stessi, ha indagato negli archivi, ha interrogato gli storici aragonesi, fornendoci questa straordinaria cronaca di un evento “impossibile” e insieme storicamente comprovato in modo ufficiale.

TONI POLITICI

Prima di entrare nel merito del prodigio, ammesso che sia possibile farlo, occorre spendere alcune parole su questo inconsueto libro.
Duecentocinquanta pagine di gusto lievemente retro, che ricorda vagamente lo stile tipografici di certi volumi degli anni Trenta o Quaranta. Nei titoli le T maiuscole sono trasformate in piccole croci. Messori non è tenero con i suoi “avversari” in materia di fede. Ma il tono si fa anche politico, quando, descrivendo il suo viaggio in Spagna verso Calanda, ricorda ogni due pagine le efferatezze delle truppe comuniste (sempre chiamate “los Rojos”, i Rossi) compiute in quei villaggi, durante i terribili anni della Guerra Civile, ai danni del popolo religiosissimo. Messori non se la prende solo con los Rojos. Pare estendere la sua antipatia antimodernista addirittura a Napoleone Bonaparte: “Usurpatore venuto dalla Francia”, “combattuto come fosse davvero l’Anticristo” che “provocò il furore di queste genti coraggiose, refrattarie ai valori ‘giacobini’ imposti con le baionette straniere e aggrappate alla loro fede cattolica”. E uno dei motivi di odio per Napoleone (“sanguinario parvenu che si era autoproclamato imperatore”) da parte del popolo spagnolo, apprendiamo, fu la decisione di abolire l’amata Inquisizione.
Questa istituzione era “onnipresente in Aragona, nella sua lotta contro ogni ‘nuova devozione’, ogni ‘nuovo miracolo’, ogni traccia di possibile ‘fanatismo’ che minacciasse l’ortodossia. … Al contrario di quanto vuol far crederci la ‘leggenda nera’, l’Inquisizione godeva dell’appoggio pieno e convinto di ogni classe sociale, a cominciare dal popolo, che vi aveva visto un riparo contro i temuti moriscos e marranos.”
Insomma, pare di capire che la Spagna del Seicento (la stessa de I promessi sposi di Manzoni) era il migliore dei mondi possibili: niente giacobinismi, repubbliche, rivoluzioni; ma un popolo che stava al suo posto, povero ma dignitoso perché tale era il volere della Provvidenza; dei ricchi che si facevano obbligo della carità e dei valori della solidarietà cristiana; dei Re cattolicissimi come il loro popolo, e l’Inquisizione che vegliava su tutto. Come stupirsi se in quei tempi e in quei luoghi avvennero i più straordinari miracoli della storia?
Messori, ad un certo punto, si meraviglia di avere ignorato per tanto tempo il prodigio di Calanda: “com’è potuto avvenire che il cronista che qui scrive, per tanto tempo non ne abbia avuto notizia? (…) Non ovviamente perché il cronista in questione si creda onnisciente… il fatto è che da quando una sorta di imprevista e improvvisa evidenza interiore mi ha sospinto, malgré moi, verso una dimensione religiosa sino a quel momento estranea, null’altro ho fatto che indagare sulle ‘ragioni per credere’ nella verità del vangelo.”
Eppure bastava leggere un economico Oscar Mondadori (I miracoli, di Alfred Läpple, p. 127) per trovare il miracolo di Calanda e anche altri altrettanto “impossibili”, tutti con tanto di testimoni attendibili, anche se non con un atto notarile.
Oltre a S. Teresa d’Avila, che levitava dal suolo e sul cui cuore, appena morta, fu trovata la ferita che, in vita, le avrebbe lasciato la spada di un angelo (Salamanca, 1582), ecco la gamba deforme di una suora, senza rotula e senza calcagno, che si riallunga di dodici centimetri (Avallon, Francia, 1710); ecco un bambino con due lingue che ne perde miracolosamente una (Annecy, Francia, 1654), un altro, morto col collo rotto per una caduta, che rivive (Castelnuovo, Italia, 1678); ecco un bimbo di due anni, senza ossa dalla vita in giù, che le riacquista (Leonessa, Italia, 1739); ecco un bimbo affogato da due giorni, che resuscita (Ornay, Francia, 1623)…
Sembra chiaro che Dio volesse testimoniare la sua solidarietà con la Chiesa Cattolica Romana in pieno periodo di Controriforma, dopo la rivoluzione protestante.

LIBERI DI NON CREDERE, OBBLIGATI A NON CREDERE

Messori affronta altri due argomenti interessanti. Uno è la teoria che “solo il credente è veramente libero: anche di non credere”. Il secondo è che Dio non amerebbe forzarci a credere con segni troppo chiari.
Il primo ragionamento è ben sintetizzato dalle parole di G. K. Chesterton: “Un credente è un signore che accetta un miracolo se ve lo obbliga l’evidenza. Un non credente è invece un signore che non accetta neppure di discutere di miracoli, poiché a questo lo obbliga la dottrina che professa e che non può smentire”. Potrebbe essere che l’autore di Padre Brown abbia ragione, ma vale la pena di riflettere su questo sillogismo, poiché si accusano spesso gli scettici di “non credere nemmeno davanti ai fatti”. Il problema, intanto, è che esistono vari gradi di improbabilità negli eventi. Quanto più un avvenimento è straordinario, tanto più certe devono essere le prove addotte a sostegno ( ma naturalmente, non sempre ciò che rappresenta prova conclusiva per qualcuno lo è per tutti.) L’argomentazione di Messori è curiosa anche perché, poche pagine oltre, egli ci ricorda come Padre Gemelli, prima laico e incredulo, dopo aver esaminato alcuni miracoli di Lourdes, si convertì alla fede diventando francescano. E lo stesso Messori ammette di essere stato, inizialmente, estraneo a tematiche religiose. Sembra dunque che anche gli scettici possano cambiar idea.
Ma anche il secondo ragionamento lascia perplessi. Riassumendo, Messori si stupisce di un miracolo così inaudito. Tutti i credenti lo avrebbero voluto, con tanto di notaio a certificarlo, perché invece, di solito, tutti gli altri miracoli erano pur sempre come velati da qualche residuo dubbio che di miracolo poi non si tratti:

“Si resta, dunque, con un senso di incertezza, di insoddisfazione”: perché Dio non dà una volta per tutte un segno inequivocabile?

La risposta di Messori, con Pascal, è che Dio ci vuole lasciare liberi.

“Il Dio cristiano ha stabilito di dare abbastanza luce a chi vuol credere ma di garantire abbastanza ombra per chi non vuole credere. Un Dio che ama il chiaroscuro, che vuole farsi cercare dalle sue creature, quasi giocando a rimpiattino con loro. “Se si scoprisse interamente, non ci sarebbe alcun merito nell’adorarLo; se si celasse del tutto, sarebbe impossibile la fede…”

I concetti si ingarbugliano un po’. Il miracolo di Calanda, nella sua clamorosità, contraddice l’idea di un Dio che non ci vuole forzare a credere in lui, e Messori non se ne sa spiegare il perché. D’altra parte non si sa spiegare nemmeno perché poi esso non sia stato sfruttato dalla Chiesa cattolica come “arma definitiva” contro gli scettici (e forse, tanto definitiva quest’arma non doveva essere, se fu presto dimenticato, e se i non credenti e gli scettici sono, semmai, in aumento).
Degli altri miracoli, chiamiamoli “normali”, è affermata in definitiva la costante mancanza di certezza assoluta; ma allora, contraddicendo quanto si diceva prima, si giustifica in qualche modo anche la posizione degli scettici. In fondo si ammette che, anziché dubitare per partito preso, costoro possano avere delle ragioni.
Ma torniamo alla gamba ricresciuta con tanto di attestato notarile.
Messori è giustamente fiero di avere riportato alla ribalta questo miracolo, e sornionamente, mostrando i sigilli legali e le firme dei testimoni, chiede ai lettori di aiutarlo per favore a dubitare, a scoprire di quale inganno e di quale inghippo potrebbe mai trattarsi, se non fosse un miracolo.
Messori si può tranquillizzare: scoprire un “inganno” sulla base di un rapporto scritto è quasi impossibile.
Occorre riflettere sulla natura dei resoconti scritti.

STORIA E SCIENZA

Il resoconto di un esperimento scientifico è una sorta di “ricetta” che altri possono ripetere e riprodurre, ottenendo risultati simili, su sistemi fisici (o su molecole, o su specie viventi) simili. Si potranno dare casi di fenomeni rari o inusuali, o anche non riproducibili in laboratorio, come certi fenomeni atmosferici, ma essi devono pur sempre sottostare alla legge che “date certe condizioni, si deve verificare il dato fenomeno”.
Un resoconto storico o una cronaca, invece, si basano, per definizione, su fatti avvenuti una volta sola e non più riproducibili a piacere, quindi non passibili di verifica sperimentale. La certezza degli storici non sarà mai della stessa natura di quella dei fisici, dei chimici, dei biologi, degli psicologi sperimentali. La verità storica si basa su documenti che possono essere tra loro confrontati, per verificarne per esempio la reciproca congruenza, ma ha più un valore di probabilità che di certezza scientifica.
Basterebbe riflettere su come anche oggi, nell’epoca dei media, accada che si scoprano certe notizie grottescamente deformate rispetto ai fatti, per capire quali dubbi celi la storia che leggiamo sui libri di testo e che si riferisce ad avvenimenti di secoli fa.
Spesso i miracoli e altri prodigi si trovano descritti (anche in epoca precristiana e in altre civiltà o religioni) come se si trattasse di fatti di quasi ordinaria amministrazione, in modo aneddotico e senza alcun rigore. E’ vero: il miracolo di Calanda è attestato meglio, addirittura da un notaio (è inserito nel libro degli atti del notaio Andréu tra testamenti e ipoteche). Il punto però è che il motto che “fatti straordinari richiedono prove straordinarie” è intrinsecamente difficile da applicare alla storia per i motivi detti prima. Il prodigio resta là, inverificabile e irriproducibile, con testimoni che non si possono “controinterrogare”: una cronaca perfetta su dei fogli di carta, forse ancora una volta aperta alla fede o allo scetticismo.
Le “certezze della storia” sono forse tanto maggiori quanto più i fatti che descrive sono generali, e documentati in modo concorde dalle fonti, dai documenti, eccetera. Per fatti specifici e molto particolari (che cosa fece esattamente il tal personaggio storico in un preciso giorno), però, spesso ci si basa su una sola cronaca. Talvolta non è facile attribuire ad essa il giusto grado di credibilità. E che succede se le fonti sono solo due, e in contrasto tra loro?
I resoconti di fatti straordinari in particolare, e comprendiamo in questi anche descrizioni moderne di fenomeni paranormali, sembrano poi godere di altre due strane e costanti caratteristiche, che chiameremo l’effetto “specchio deformante” e l’”effetto Blackmore”.
Il primo indica che, in base all’esperienza dei ricercatori del paranormale e del misterioso, si verifica di regola che i resoconti di tali fatti sono ingigantiti e deformati. Nella maggioranza dei casi si scopre che i fatti erano molto, molto più prosaici di come sono stati presentati. Alcuni particolari per esempio risultano del tutto inventati, altri mal riportati, altri incredibilmente fraintesi, altri banali. Anche solo nella nostra limitata esperienza di miracoli, esistono infine, per alcuni fenomeni periodici (riguardanti San Gennaro, o la Pietra di Pozzuoli, ecc.) descrizioni così colorite e dettagliate, corroborate da testimonianze autorevoli, da sembrare impossibile dubitarne. Eppure non ne esistono di simili in altre cronache, né prima né dopo, e tali fatti oggi non sono osservabili. Come valutarle? La chiesa stessa e i suoi agiologi si stringono nelle spalle e preferiscono sorvolare, o minimizzarle.
L’ “effetto Blackmore” prende il nome dalla psicologa Susan Blackmore (v. S&P °°°) la quale ha speso tutta la vita a inseguire un vero fenomeno paranormale andando a verificare criticamente, negli stessi laboratori ove essi erano stati condotti, tutti i migliori lavori scientifici pubblicati nel campo della parapsicologia. Lavori che, sulla carta, apparivano perfetti e senza difetti; invece alla prova dei fatti, gli esperimenti si dimostravano deboli, sottilmente errati, i risultati non erano più riproducibili e talvolta davano addirittura adito a sospetti di frode.
Di pubblicazioni formalmente perfette vi è sempre abbondanza in letteratura; fino a quando non ci sarà uno “scettico militante” che si prende la briga di fare ciò che faceva la Blackmore, ovvero una verifica, si potranno anche accettare quei lavori sulla fiducia. E quando si tratta di lavori non verificabili (perché vecchi o per vari motivi), si ricade nel discorso sui limiti delle indagini storiche ai quali si faceva cenno poco prima. Il discorso si allargherebbe troppo se, a questo punto, si parlasse della presunta, o difficile, riproducibilità di certa “scienza controversa” (valga di esempio per tutte il fenomeno della cosiddetta “fusione fredda”); ma per tornare ai fenomeni “incredibili”, si può uscire da questo impasse?
Sarebbe possibile solo se si trovasse finalmente l’esperimento paranormale riproducibile a piacere da chiunque si ponga nelle adeguate condizioni di osservazione. Sarebbe possibile (rinunciando all’idea che Dio ci voglia lasciare liberi anche di non credere) solo se esistesse un miracolo inequivocabile, ma anche ripetibile, periodico, o permanente, che possa essere osservato a piacere da tutti. Un luogo di culto, come una “super-Lourdes” ove le gambe continuino a ricrescere, o dove i morti resuscitino. Una cattedrale – o magari anche soltanto un piccolo crocifisso – che a dispetto di tutte le leggi naturali se ne stia sospeso per aria, fisso per sempre a tre metri dal suolo; così che tutti i fisici del mondo (e gli illusionisti!) lo possano vedere. O forse allora il paranormale finirebbe per essere spiegato e diventare “normale”?
Intanto, anche Lourdes sembra un po’ in ribasso quanto a luogo deputato alla “produzione di miracoli”, se è vero che per vent’anni non ne è stato più dichiarato uno. Quanto ai miracoli non medici e ricorrenti, il più famoso del mondo – pur non essendo un miracolo ufficiale – è quello della periodica liquefazione del sangue di San Gennaro a Napoli. Anche in questo caso si vede quanti e quali dubbi esso abbia generato e continui a generare. Non è esagerato dire che la sua fama è inversamente proporzionale alla quantità e qualità dei test scientifici che sono stati fatti su quella misteriosa ampollina.

AVVOCATO DEL DIAVOLO

Torniamo nuovamente al resoconto notarile della gamba di Calanda. E’ comprensibile che, nonostante tutto ciò che abbiamo detto e premesso poc’anzi, questo documento si legga con grande interesse. E’ inevitabile chiedersi se i fatti si siano veramente svolti come descritti e se tutto sia verosimile, o se vi sia stato qualche grossolano “inghippo”, un fraintendimento, un errore…
E’ inevitabile indulgere in qualche speculazione, probabilmente del tutto inutile, da “avvocato del diavolo” e cercare di capire se, leggendo in trasparenza i fatti, apparentemente così limpidi, se ne intravedono i fili di una filigrana sospetta.
[NDR: la figura del cosiddetto “avvocato del diavolo” è stata abolita nei processi di canonizzazione dall’attuale pontefice, Giovanni Paolo II]
Se non fu un miracolo, che cosa potrebbe essere successo in realtà?
Vediamo intanto brevemente su quali documenti si basa il “caso”. Messori nel suo libro riporta l’atto del registro del notaio Andréu di Mazaléon ( due paginette) redatto a soli tre giorni dal fatto prodigioso, che è la fonte prima della documentazione. Sono citati alcuni testimoni, ma non esiste la trascrizione delle loro testimonianze.
Un processo ufficiale fu tenuto a Saragozza dopo due mesi. Le deposizioni dei testi questa volta esistono nelle 63 pagine degli atti. Sarebbe interessante leggere con quali parole esatte i fatti furono descritti, se vi sono incongruenze e contraddizioni tra i 24 testi, eccetera. I documenti si trovano in Spagna, e possiamo solo sperare che anche il lettore comune possa, prima o poi, averne lettura per una specie di “controllo incrociato”.
Del documento del processo di Saragozza non esiste più l’originale. La copia eseguita per il Municipio si perse nel 1808 durante gli assedi francesi. Della copia (redatta insieme all’originale) in possesso della Curia si perdono le tracce appena prima della Guerra civile di Spagna, agli inizi degli anni Trenta, quando esso fu affidato ad un monaco. Del suo contenuto esistono comunque versioni integrali a stampa, del 1829, 1872 e 1940. Vi è inoltre una “copia autenticata”, coeva degli originali persi, ancora consultabile negli archivi del Santuario del Pilar.
Ma seguiamo la storia dall’inizio.

Miguel Juan Pellicer nacque a Calanda, villaggio aragonese allora di circa mille anime, nel 1617, secondo di otto fratelli e sorelle. Dagli atti notarili risulta che egli nacque da solo (e ciò fugherebbe il sospetto di un fratello gemello, avanzato da taluni); però negli atti del processo, stranamente, vi è traccia solo di una sorella, e nessuno degli altri figli compare o viene mai citato (Non avendo notizie degli altri fratelli, non si potrebbe comunque escludere la presenza di un fratello, di poco più giovane o più vecchio, e ugualmente molto somigliante).
Il giovane Juan a vent’anni si trasferisce dallo zio materno Jaime Blasco a Castellòn de la Plana, ove dopo pochi mesi cade sotto un carro e si frattura malamente una gamba.
Viene portato a Castellòn e poi all’ospedale più vicino, a Valencia. (Esiste una nota d’ingresso a suo nome in data 3 agosto 1637). Da qui, dopo soli cinque giorni di tentativi di cura ritenuti infruttuosi, egli decide di recarsi al famoso Real y General Hospital de Nuestra Señora de la Gracia a Saragozza. Non si capisce come qualcuno sperasse di sanare una gamba malamente fratturata in soli cinque giorni, né sulle testimonianze di chi si basi questa affermazione. Comunque il giovane si reca a Saragozza, a piedi o mendicando passaggi su carri, percorrendo ben trecento chilometri con la gamba fratturata legata dietro la coscia (fatto che già ha dell’incredibile, se si pensa ai dolori che provoca una gamba fratturata a ogni minimo movimento). In questo viaggio, durato ben cinquanta giorni, egli non passa da Calanda, che si trova proprio sulla via, ma fa un girodiverso, per Teruel. Per non farsi vedere in quello stato miserevole, ci dicono. Fatto sta che a Calanda non lo si vede mai con la gamba fratturata e malconcia.
Una gamba fratturata dopo quaranta giorni potrebbe anche essersi saldata; invece a Saragozza, dopo vani tentativi di salvare l’arto dall’ormai incipiente cancrena, esso viene amputato.
I chirurghi e gli aiutanti che eseguirono l’operazione comparvero come testimoni al processo successivo.
Del fatto per ora gli abitanti di Calanda evidentemente non hanno notizia diretta. Il giovane Juan dice di vergognarsi a tornare invalido al paese, e una volta ripresosi, nella primavera dell’anno seguente (1638) diventa mendicante stabile a Saragozza presso la cappella della di Nostra signora della Speranza nella Cattedrale della Vergine del Pilar.
Alla fine, comunque, nel 1640, (tra il 4 e l’11 marzo) Juan torna a Calanda. Ogni giorno si reca a mendicare nei paesi vicini. Poi, pur con le grucce, vuole però rendersi utile e lavorare nei campi. E nei campi resta dalla mattina alla sera, quel 29 marzo del miracolo. Gli era stato concesso, assicura Messori, un regolare permesso a mendicare, che ne comproverebbe l’onestà, ed era stato visto nei paesi vicini; ma sensazione che si ricava da tutto ciò è che, ancora una volta, pochi a Calanda avranno avuto modo di verificare con mano le sue reali condizioni prima del miracolo. Resta insomma il sospetto che le testimonianze dei calandesi, se in buona fede, si potrebbero essere basate più sul sentito dire che su fatti verificati oggettivamente da tutti.
Ma arriviamo alla sera dell’incredibile fatto.
Nella casa dei Pellicer era ospite un estraneo, un soldato che fu il primo testimone della gamba ricresciuta. A sera, il “miracolando” Juan arriva a casa, e il militare lo vede monco; alle dieci il giovane contadino va a dormire in un’altra stanza, seguito poi dagli altri. Verso le undici di sera il soldato vede spuntare dal mantello che copriva il giovane non una, ma due gambe.
Fermiamoci per un piccolo esercizio di logica da “avvocato del diavolo”. Ammettiamo per un momento che non si tratti di un miracolo. Come può rispuntare una gamba ad un monco? Tutti, dopo, sono sicurissimi che la gamba c’è ed è ben reale. Se ne dedurrebbe che la gamba c’era anche prima. Juan Pellicer poteva forse essere un falso invalido che nascondeva la gamba (forse rotta e poi guarita, forse rattrappita e un po’ deforme) sotto i vestiti, estendendola poi quando dormiva o quando nessuno lo vedeva? Non è cosa impossibile, soprattutto per una persona magra.
Ricordiamo che la rottura, le cure, l’amputazione, erano avvenute lontano, che per due anni si era forse parlato del figlio dei Pellicer monco, ma che di persona lo si era visto (e molto poco) solo negli ultimi giorni.
Torniamo al soldato che scopre la gamba riattaccata. Ora, le reazioni da attendersi da parte sua potrebbero essere state: “Razza di imbroglione, finto monco! Guarda qui che in realtà di gambe ne hai due!” oppure “Miracolo! miracolo!”
I commenti dei genitori a queste reazioni potrebbero essere stati: “E’ vero, nostro figlio è un finto mendicante…” oppure “Si’, è un miracolo, un miracolo!”
Fatto si è che del misterioso militare non si conosce il nome e non si hanno testimonianze dirette. Invece, gli atti riportano le prime parole che il giovane Juan pronunciò quando, svegliandolo da un sonno profondissimo, il militare e i genitori gli annunciano che ora egli ha due gambe. Le parole furono “Padre mio, perdonatemi!”
Ma come, di quali colpe chiedeva perdono? Ci saremmo aspettati: “Miracolo, miracolo!”
Messori ci spiega che egli intendeva rifarsi “al Vangelo e le sue esigenze, delle quali il perdono è il cuore”. Non potrebbe essere invece che egli volesse dire, a seconda di quanto i genitori fossero al corrente della situazione da noi supposta:
“Oh, padre, perdonatemi di avervi mentito, di aver fatto scoprire l’inganno, di avervi messo ora in una situazione imbarazzante!”
La mattina dopo il militare riparte; ma dopo un altro giorno arriva il notaio Andréu, del paese di Mazaléon (distante cinquanta chilometri), che era stato avvertito del miracolo, pare, dai soldati di un drappello passato per quel paese, e che si affrettò a recarsi a Calanda per verificare. Messori ci assicura che ciò ci mette al riparo da sospetti di campanilismo; è chiaro, però, che i testimoni erano, per un notaio venuto da un giorno di cammino, dei perfetti estranei; certamente gli mancava quella utile conoscenza dei luoghi, degli usi e delle personalità coinvolte nella sua indagine. (Eppure a Calanda vi era un notaio).
I primi e principali testimoni del fatto sono poi lo stesso miracolato, la madre, il padre, i vicini e amici.
Come l’Autore ripete spesso, sia questo atto che il seguente processo a Saragozza si svolsero sotto gli occhi vigili della Santa Inquisizione, severissima verso i falsi miracoli, il che conferirebbe loro una certezza “granitica”.
Una volta invocato, quella notte fatale, un miracolo anziché un imbroglio, resta da vedere quali avrebbero potuto essere le risposte della famiglia Pellicer al notaio che cala da Mazaléon, accompagnato da due sacerdoti e in tutta la sua autorità, a prendere nota ufficiale di tutto: “Ma no, quale miracolo, lo abbiamo fatto credere al militare per non ammettere un inganno” oppure “Certo, è avvenuto davvero un miracolo”.
Sarà vero che tutti ardevano d’amore per l’Inquisizione; i giornali dell’epoca riportano comunque che proprio il giorno precedente l’inizio del processo che ci riguarda, ebbe luogo a Saragozza un’Autodafé dell’Inquisizione (solenne cerimonia di abiura o condanna degli imputati), che coinvolse molte persone, tra cui un nobile molto in vista che ricevette pubblicamente duecento frustate e fu condannato a diventare rematore sulle galere reali.
Si diceva, dunque, che a provvedere all’ufficializzazione del miracolo pensò poi il processo, iniziato il 5 giugno su richiesta della municipalità di Saragozza, ma in effetti effettuato a cura della diocesi.
Esso riprese e ampliò in pratica, in un documento di 63 (+ 9) pagine, ciò che il buon notaio Andréu di Mazaleon aveva scritto nelle sue poche righe.
In quel periodo, come ci racconta Messori, a Saragozza esisteva un solo vescovo e una sola diocesi, ma due cattedrali con due Capitoli: la Cattedrale del Pilar e la Cattedrale del Salvador (La Seo). Tra le due istituzioni si era al culmine di una diatriba furibonda “per questioni di precedenze e prestigio”, che richiese poi l’intervento del Papa e una apposita bolla (nel 1676) per essere sedata.
Dal processo, benché il miracolo sembrasse essere avvenuto per intercessione della Vergine del Pilar, fu escluso il Capitolo dei canonici proprio del santuario del Pilar. Messori ne vede un’ulteriore garanzia di imparzialità: perché riconoscere un miracolo alla odiatissima parte avversa? Il discorso da fare forse è un po’ diverso; l’opposizione semmai poteva essere su chi avrebbe avuto l’onore di tenere il processo, già con la ferma decisione di rendere ad ogni costo ufficiale quello che secondo tutti era ormai un miracolo, a ulteriore e totale smacco degli avversari.
La gamba riattaccata appariva, per i primi giorni magra, contratta, bluastra. Il vescovo che poi dichiarerà il miracolo, e Messori con lui, ci spiegano che il vero prodigio consisteva nel riattaccare l’arto; poi, come per non strafare, Dio lascia gli ultimi aggiustamenti alla natura. Fatto sta che l’aspetto esile e malconcio di quella gamba rispuntata fa proprio pensare a un arto rimasto inutilizzato (ripiegato e nascosto?) a lungo.
Dopo alcuni giorni, il giovane si muoveva meglio, correva, e poteva portare il piede fino alla testa (dunque era magro…). La gamba fu esaminata da molti. Recava una cicatrice all’altezza della frattura, e anche cicatrici preesistenti. Insomma, non era una gamba “nuova”, ma proprio la stessa di prima; questo pero’ non ci sorprende troppo.
Restano altre testimonianze molto importanti e autorevoli. Sono quelle del chirurgo che eseguì l’amputazione, di infermieri, e di persone che videro il giovane mendicare sotto i porticati dell’ospedale e della cattedrale per quasi due anni.
Nell’immaginetta oleografica che gli atti del processo ci offrono, il chirurgo Estanga si ricorda perfettamente del giovane, dell’operazione, lo riconosce, e così altro personale dell’ospedale.
Ora, questo potrebbe ovviamente essere vero, ma il quadro che traspare implicitamente dalla descrizione dell’Ospedale di Saragozza dà adito ad altre riflessioni.
Messori lo definisce come “uno dei maggiori stabilimenti sanitari eretti in Europa” (L’edificio fu distrutto nel 1808 durante l’invasione francese). Ci immaginiamo un grande numero di medici, di malati, di cure. Attorno ad esso, e alla cattedrale del Pilar, gravitavano forse molti mendicanti, tanto che la loro figura era anche ufficializzata: Juan Pellicer stesso ottenne la nomina a pordiosero de plantilla (mendicante [colui che supplica “por Dios”] in pianta stabile). Insomma, l’ambiente avrebbe potuto essere brulicante di malati, pellegrini, mendicanti come una Corte dei Miracoli. Notare e ricordarne uno in particolare potrebbe non essere stato così facile.
E’ qui – si domanda l’avvocato del diavolo – che potrebbe essere avvenuto un errore, uno scambio di persona, un imbroglio? E come? Tutto ciò che stiamo dicendo necessita del condizionale e ha, ovviamente, un puro valore di speculazione.
Va ribadito con forza il fatto che l’identificazione sicura di un individuo fu un problema molto difficile per le autorità, e fu risolto solo nell’Ottocento quando vennero adottati metodi scientifici: l’antropometria, l’esame delle impronte digitali e soprattutto la fotografia apposta sui documenti. Prima di allora, gli errori, gli scambi di persona e l’incertezza sull’identità personale erano all’ordine del giorno.
Ammesso che esistano registrazioni ufficiali a suo nome presso l’Ospedale di Saragozza (ma a differenza dell’ospedale di Valencia, non se ne citano: forse distrutte nel 1808), era costui il nostro Pellicer, o qualcun altro che gli somigliava e che poi fu con lui confuso? Potrebbe il vero Pellicer essersi inventato tutto, e magari non essersi mai nemmeno rotta la gamba? Potrebbe, a Saragozza, avere suggerito a una persona con una gamba da amputare di farsi passare per lui, per poi approfittarne diventando un falso invalido con permesso ufficiale?
Juan Miguel Pellicer viene descritto devotissimo alla Vergine e di salda (“granitica”) fede; della sua vita seguente non si sa quasi nulla di preciso (anche la famiglia sparisce nel nulla), ma essa non sembra essere stata troppo santa, visto che gli unici, e ultimi, documenti sicuri si collocano tra il 1646 e 1647. Le autorità delle isole Baleari chiedono che a Juan Miguel sia affiancato un tutore che regoli meglio la sua condotta. Un suo cognato, che era con lui in quel periodo finì addirittura in carcere; da qui forse la leggenda che alla fine Juan Miguel finisse i suoi giorni giustiziato. Bigotto o gaglioffo ?
Resta da citare anche il fatto che si sarebbe scavato nel luogo ove la gamba amputata era stata seppellita nel recinto dell’Ospedale, e avvenuto il miracolo, la buca fu trovata vuota.
Messori, ricordando l’aspetto bluastro e scarno della gamba “riattaccata”, ne trae la conferma che proprio di quella sepolta si trattasse.
A parte il fatto che, dopo due anni sotto terra, dell’arto si sarebbero trovate ormai solo le ossa – dovendo essersi il resto ormai putrefatto – questo vorrebbe dire che davvero Dio si ridusse a eseguire un trucco da illusionista che fa scomparire gli oggetti da un cappello per farli ritrovare nella scatola.
Essendo le ragioni di Dio per definizione imperscrutabili, questo non è, naturalmente, un argomento. Si vuole solo dire che sembra un tipico elemento da leggenda o da favola. Piuttosto, sarebbe bene sapere se il luogo esatto ove si scavò era stato registrato prima, al momento della sepoltura, o se fu Pellicer a “farlo ricordare”, o che altro. Quanto siano influenzabili le sicurezze e i ricordi dei testimoni lo si capì soltanto da quando nacque come scienza la psicologia della testimonianza.
Il fatto non sembra risultare dagli atti del processo, ma è riportato solo in un (come lo chiameremmo oggi) trafiletto di cronaca appena precedente il processo medesimo.
Per questo procedimento qualcuno parla di “eccesso di garanzie”, di “prudenza di accertamento che sfiora lo scrupolo”. Ci chiediamo (…quante cose sarebbe bello sapere!) se la sua forma, con tutte quelle firme di notai, procuratori e testimoni, rifletta veramente la sostanza, o se esso non fu che un esercizio di retorica, tipico di un mondo barocco che Messori evidentemente adora, ma giudicato da altri ampolloso e vacuo, “sudicio e sfarzoso”.
Ma non importa. Torniamo ai 24 testimoni e alla loro credibilità. LA prudenza consiglierebbe di giudicare il miracolato stesso, i familiari e gli amici (cinque), come testimoni “di parte”. Le autorità locali – civili e religiose – di Calanda (otto) come abbiamo visto hanno evidentemente avuto poche occasioni di esaminare da vicino la famosa gamba monca, visto che nei pochi giorni tra il ritorno da Saragozza e la notte del miracolo, Juan Miguel mendicava nei paesi vicini, o lavorava in un campo. Di osti e carrettieri vari (sei) non possiamo dire.
Di Castéllon de la Plana (ove avvenne l’incidente), non figura alcun teste, così come assente è lo zio materno.
Comunque, affermare che due anni prima il contadino aveva due gambe, e che è la medesima persona che anche ora ne ha due, è poco utile. I testi più importanti sono evidentemente coloro che dovrebbero aver eseguito l’amputazione e quindi avere visto con la massima chiarezza il giovane Pellicer prima con la gamba incancrenita, e poi tagliata. Medici e infermieri sono cinque; ma due sono di Calanda, cioè vedono Juan solo dopo il miracolo, (e noi crediamo al fatto che la gamba, dopo il 29 marzo, c’era tutta).
Restano tre medici di Saragozza: il chirurgo Estanga, un altro medico e un praticante. I testi di Saragozza sono dunque quelli chiave. Ebbene, due di essi (il cappellano dell’ospedale e l’infermiere) nel dover riconoscere Pellicer, sono gli unici ad usare la formula cautelativa “mi pare”.
Semplice scrupolo di coscienza, indizio ulteriore di totale onestà, o indizio di un possibile scambio di persona?
Non lo sappiamo, e non lo sapremo mai. Questi pensieri sono forse un inutile esercizio di obiezioni “pretestuose e insidiose” a un caso “inattaccabile”. Eppure talvolta, più che dare risposte, occorre porre domande. Lo scetticismo potrebbe anche essere una virtù: in fondo San Tommaso, che volle porre il dito nelle piaghe di Cristo risorto, divenne santo lo stesso.
Ma conviene invece concludere in modo un po’ più lieve, citando una frase attribuita a un politico che nessuno ha mai ritenuto non essere un buon credente: Giulio Andreotti.

“A pensar male forse si fa peccato, ma qualche volta ci si azzecca”.

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