Decrescita Felice contro il Nuovo Ordine Mondiale ed il Genocidio del Pianeta Terra

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Annie Leonard ci spiega qual’è il problema della corsa al consumismo iniziata negli anni 50 all’insegna del pensiero unico del grande fratello e del Nuovo Ordine.
L’uso e lo smaltimento di tutte le cose, nella nostra vita, ha un enorme impatto, ma la maggior parte di questo ciclo è nascosto alla nostra vista. Come tutto.

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OBSOLESCENZA PROGRAMMATA: beni progettati per “scadere”.
Elettrodomestici, apparecchi tecnologici, automobili… ma anche vestiti e utensili. Tutto è progettato per durare il meno possibile, perché il mercato deve essere in continuo movimento. Ma i consumatori cominciano a prendere coscienza e cercano strade alternative (come la decrescita felice proposta da Serge Latouche).

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L’elettronica di consumo è programmata per durare poco

di Dario d’Elia – pubblicato giovedì 21 marzo 2013
Uno studio commissionato dal Partito Verde tedesco conferma il principio di obsolescenza programmata ampiamente diffuso nel settore dell’elettronica di consumo. Tutto viene realizzato per durare poco e quindi stimolare l’acquisto del nuovo.

L’elettronica di consumo è “programmata” per non funzionare più dopo pochi anni di lavoro. Un gruppo di scienziati ed economisti ha realizzato uno studio, commissionato dai Verdi tedeschi, che confermerebbe da parte dell’industria l’applicazione del principio di “obsolescenza programmata”.

In pratica TV, frigoriferi, lavatrici e gli elettrodomestici in genere sono realizzati per durare giusto il tempo della garanzia. Dopodiché si scopre che la riparazione spesso è meno conveniente rispetto al nuovo. Ecco così individuato il senso di questa strategia: alimentare i consumi a dismisura per consentire alle aziende di vendere sempre più prodotti.

L’esperto hi-tech Stephan Schridde e il professor Christian Kleiss della facoltà di Economia di Aalen hanno stimato che questo gioco sia costato alla Repubblica federale non meno di 100 miliardi di euro negli ultimi anni. Senza contare che lo studio è stato effettuato valutando una ventina di elettrodomestici e altri prodotti di largo consumo.

In verità l’obsolescenza programmata non è una novità: nel 1924 i produttori di lampadine si misero d’accordo per limitare la durata di ogni modello a mille ore. Cosa che non avvenne ad esempio nel 1940 con le calze di nylon, e infatti a causa della loro robustezza le vendite crollarono dopo pochi mesi. Anche oggi è facile individuare i punti deboli dei prodotti che ci circondano. Le TV a schermo piatto “hanno condensatori elettrolitici di scarsa qualità”, come ricorda La Repubblica. Tutta l’elettronica di consumo spesso ha problemi di alimentazione. E la lista di peccatucci potrebbe proseguire.

La verità è che la vita media di un elettrodomestico negli anni ’70 era di 20/30 anni, oggi è di dieci volte meno. Nel 1998 una lavatrice era fatta per resistere almeno 12 anni, adesso quelle più economiche si fermano a 3. Complessivamente la classifica redatta dai due studiosi è lapidaria sulla durata media: un frigorifero sopravvive 12 anni; una lavatrice mediamente arriva a 7 anni; TV, PC, Smarpthone e spazzolini elettrici hanno una vita media di 3 anni.

“L’obiettivo è la massimizzazione della rendita di capitale”, sostiene Stefan Schridde. E infatti, come si legge sul rapporto, “la strategia del deterioramento della qualità dei prodotti viene alla fine premiata dall’aumento degli utili”.

Ma quali sono le tecniche adottate dai progettisti e dai produttori per raggiungere tali obiettivi? Di fatto abbassano gli standard qualitativi, rendono alcuni ricambi costosi o introvabili, si affidano a piattaforme integrate che non consentono la sostituzione, oppure adottano componenti che sono fatti per durare un periodo di tempo limitato.

Zabriskie Point (1970 – M. Antonioni) non trovate che sia la citazione cinematografica più giusta?

Fonte: La Repubblica
http://www.tomshw.it/cont/news/l-elettronica-di-consumo-e-programmata-per-durare-poco/44123/1.html

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10 novembre 2011 – Articolo di Mondart * Link

“Ma è proprio così inconcepibile un sistema sociale equo e bilanciato ?”

Neanche per idea; non solo infatti come già visto l’ utilizzo di appropriati “bilancieri interni” è sufficiente a rendere stabili e funzionali sistemi che già in partenza si mostrano farlocchi e poco produttivi quali i governi e il motore a scoppio; ma dopo che sociologi e psicologi hanno scientificamente individuato le “molle reali e profonde” che muovono l’ uomo ed il suo agire, i sistemi sociali potrebbero “potenzialmente ed utopicamente” aumentare in modo esponenziale la loro funzionalità adattiva ponendo a loro fondamento proprio quegli stessi principi individuati quale più sincera motivazione dell’ agire umano. Se solo lo si volesse.

Invece si insiste strumentalmente a basarli su stupide quanto funamboliche “pseudo-filosofie” proprio per poter controllare e sfruttare come una vacca da latte l’ intero sistema e infine condurlo alla sua macellazione: pseudo-postulati che non solo offrono una visione discutibile, parziale e dicotomica del reale, ma non basandosi su enunciati scientifici possono facilmente essere “interpretati” ad hoc dagli esperti di turno, stiracchiandoli fino ad avere quelle tipiche contraddizioni, tanto care al potere, che fanno dire per esempio a Kant l’ idiozia concettuale per cui “L’ Uomo, pur dotato della capacità di distinguere il Bene dal Male, è portato naturalmente a scegliere il Male” ( principio di “Male Radicale“, che non è altro che la versione illuminista del vecchio e tanto provvidenziale principio di “Peccato Originale” ).
Ora chiedetevi: è “filosofia” questa ?? … Neanche per sogno: si chiama “propaganda di asservimento dogmatico al potere”.


Concetto, quello di male radicale, quantomeno strambo, e prontamente divulgato e assunto a credo sociale proprio in quanto teso a far credere alla casalinga di Voghera, al pastore di Orgosolo e al metalmeccanico di Ivrea che sono proprio quei pochi centimetri di corteccia cerebrale che essi possiedono in più rispetto ad un gatto o un cercopiteco a rendere la loro vita sociale così tremendamente complicata, complicazione del tutto assente nel felide o nella scimmia che vivono allo stato brado; un errore certo di quel gran distrattone di Dio che, passando il tempo a pettinarsi tra le nuvole e avendo quindi ben poca confidenza con la vita pratica, ha ovviamente voluto ( secondo il pensiero politicamente corretto ) che ci evolvessimo oltre il livello animale proprio per complicarci l’ esistenza anzichè semplificarcela, sennò che gusto ci sarebbe ?
Distrazione quantomeno maldestra, peraltro ben teosoficamente e storicamente giustificata proprio con la tanto provvida introduzione di quell’ altro tortuoso concetto di “peccato originale”: un peccato a cui Cristo non ha stranamente mai fatto menzione, un peccato non riportato da nessuno dei quattro Vangeli, e che appunto per questo andava introdotto dalla struttura di potere ecclesiastica a dire al popolo che “nasce schiavo”, e che è meglio che accetti questo destino.
Un destino “indotto” con tecnica squisitamente mediatica, sulla quale i geniali cartoni di Willy Coyote ci rendono perfettamente edotti: non importa quanto ti ingegni, non importa quanto fantasiosi e geniali siano i tuoi sforzi e quanto cerchi di applicare alla tua esistenza proprio quei pochi centimetri superflui di inutile materia grigia messa lì per caso da un Dio bizzarro e cattivo: sarà tutto inutile proprio perchè vuolsi così colà dove si puote, ossia in quella cabina di regia che ha già stabilito che sarà Bip-Bip il vincitore di ogni episodio, nunc et in hora mortis nostris, amen.

Meccanica di “induzione pubblicitaria” che risponde al principio già ben descritto di “avvelenamento lento”, per cui si introduce progressivamente a livello immaginifico proprio l’ idea consciamente inaccettabile che sarà usata per schiavizzare la massa, preannunciandone nell’ inconscio collettivo la sua concreta ed aperta realizzazione: “esponi lentamente al veleno per abituare e desensibilizzare la vittima”
I vari aspetti variopinti con cui tanto folkloristicamente è descritto il NWO sul web altro non sono che un perfetto esempio di tale tecnica di “enunciazione messianica”: l’ aspetto ingenuo e altamente immaginifico col quale tale idea è presentata e “venduta” attraverso il furbo ricorso ad alieni e quant’ altro è appunto parte integrante dell’ espediente e del messaggio mediatico stesso, che dovendo rivolgersi alla “massa” usa un linguaggio popolare e fortemente emozionale proprio per introdursi e concretizzarsi nell’ Immaginario Collettivo eludendo l’ opposizione critica.
In tal modo il successo dell’ espediente e dell’ idea collegata è garantito SULLA TOTALITA’ della popolazione, sia che lo accetti, sia che lo rifiuti: anche chi infatti, ritenendosi scaltro e sgamato, semplicemente rifiuterà tale idea definendola “troppo fantasiosa” sarà in effetti il suo PRIMO BOCCALONE, in quanto proprio “negandola” non opporrà alcuna opposizione alla sua concreta realizzazione, al pari di chi vi aderisce nel modo più totale ed ingenuo.
Ed è proprio grazie alla mancanza di qualsiasi valutazione razionale ( ma sola sua accettazione/negazione totalmente emotiva ) che oggi l’ immaginario collettivo ha incamerato come fatto incontrovertibile e scontato il prossimo realizzarsi di un “riassetto sociale” che, distante dagli alieni quanto la coca-cola da Babbo Natale, avrà tuttavia una sua concretezza ben tangibile, concretezza di cui cominciamo oggi ad avere le prime dolorose avvisaglie.

( Tra parentesi: la valutazione e decifrazione “iconica” della propaganda è la sola via per comprenderla e potersene difendere; non solo, ma costituisce al tempo stesso la miglior “sfera di cristallo” con la quale poter prevedere gli sviluppi futuri: è quanto predico dall’ inizio di questo e altri blog, ma evidentemente gli aspetti di indagine psico-dinamica di cose così fumose come la “pubblicità” sono troppo meschini per essere presi seriamente in considerazione dai tanti acculturati che proprio in virtù della loro sedicente cultura saranno infinocchiati esattamente come l’ ultimo degli ingenui. Ma probabilmente mi spiego male, per cui invito ancora una volta i presuntuosi colti ad andarsi a leggere “Il Linguaggio Dimenticato” e provare di persona a decifrare in tal chiave investigativa qualche loro sogno ricorrente. Provare per credere, e chiusa la parentesi ).

Tornando a noi e al nostro “Male Radicale”: è una idiozia concettuale e ossimoro talmente evidente, quanto culturalmente introdotto proprio per poter essere abilmente sfruttato dal potere che si pone quindi a “provvida guida” di un’ Umanità completamernte incapace a gestirsi ( ma se l’ uomo sceglie istintivamente il male, quale umano potere potrà fare diversamente ? ), e comodo assunto cui dare la colpa di ogni malfunzionamento sistemico, primo tra tutti la necessità della guerra.
E questo è solo un piccolissimo esempio di quei “virus sistemici” introdotti sia a livello strutturale che immaginario-culturale proprio per offrire delle “falle” opportunamente cavalcabili e strumentalizzabili dal potere di turno, che tutto vuole fuorchè un sistema equo, e che proprio attraverso tali falle potrà controllarlo finchè gli accomoda, ed infine distruggerlo per introdurne uno nuovo, formalmente diverso ma egualmente fallace.

Concetto che possiamo efficacemente sintetizzare nell’ assunto che “funzione della filosofia è proprio quella di uccidere l’ utopia“.

Per capirci: il mio meccanico riesce ad aggiustarmi ancora la macchina proprio perchè, non avendo mai preso in mano un tomo di filosofia, applica un pensiero DEDUTTIVO E PRAGMATICO alle dinamiche intrinseche del motore; per tale principio un bullone ideale ( astrazione utopica ) avrà tanta più QUALITA’ quanto maggiormente riuscirà a svolgere la funzione per cui è stato ideato.  Per dirla con Robert M. Pirsig: “Il Buddha dimora con la stessa disinvoltura tra gli ingranaggi di un motore come tra i petali di un fiore”.
Ma il giorno che dovessi sorprendere il mio meccanico intento a leggere un libro di qualche filosofo, magari economista ( quelli à la page sono sempre anche economisti, parbleu ) lo tirerò impietosamente sotto con la macchina: perchè i filosofi sono brutte creature, e ogni volta che parlano è una truffa.

E dopo che, tornati dal meccanico ed essendovi dedicati alla lettura politicamente scorretta dell’ ultimo post di Mondart, vi sarete fatti un’ idea abbastanza precisa di quello che sul lungo termine sarà il “Nuovo Sistema Sociale” che l’ attuale potere ha forsennatamente iniziato ad introdurre nell’ occidente, potrete confrontarlo con un modello “utopico” ( ossia astratto ma funzionante proprio in quanto presuppone che nessuno voglia porsi a sua guida esclusiva ), e vedere già da ora quali saranno i “virus” che, tra due o tre secoli, porteranno al suo abbandono e ad un nuovo rinnovamento: ogni sistema, proprio in quanto tale, è facilmente prevedibile nelle sue future dinamiche.
( L’ unico vero dramma, che vi accomunerà in questo ai veri “grandi scienziati”, è che non vivrete abbastanza a lungo da avere la soddisfazione di vedere confermate le ipotesi formulate: vi basti pertanto sapere di essere nel giusto, parola di Francesco Amadori ).

Il vero problema concettuale e strutturale che si pone a chi vuol controllare saldamente col potere un sistema è infatti quello di renderlo “disfunzionale”, come il vero problema di chi voglia davvero il benessere sociale non è tanto di trovare il modello più adatto, quanto di “limitare il potere” potenzialmente conseguibile all’ interno del sistema stesso.

( L’ “utopia” infatti si crea non in quanto non possa esistere un modello teorico realmente applicabile, poichè quasi ogni sistema è adattabile in entrambi i sensi, ma proprio perchè non esiste la volontà del potere di andare nella direzione della propria limitazione ).

Il Pentagramma della vita 

La misconosciuta “Scuola Di Francoforte” è la scuola di pensiero che, prima in assoluto, ha posto le basi per lo studio “scientifico” ( quindi non teosofico, religioso, idealistico o dogmatico ) delle dinamiche sociali.

Ciò è stato reso possibile solo dopo che Freud e seguaci avevano ben compreso il modello di funzionamento inconscio della mente umana e dei suoi meccanismi di “introiezione” degli schemi sociali; schemi che vanno a sovrapporsi psichicamente, in modo più o meno giusto o sbagliato, alle “pulsioni innate” nella natura umana. Pulsioni che, individuate da Freud col termine generico di “libido”, trovano una loro perfetta enunciazione in termini “sociali” proprio con Fromm, che nella sua “Anatomia della distruttività umana” ( vedi al capitolo 10 ) identifica in quello che potremmo chiamare “il pentagramma della vita” cinque regole la cui esatta e non distorta applicazione è condizione NECESSARIA E SUFFICIENTE ad edificare un modello sociale “adattivo alla vita”, intendendo con ciò l’ habitat più favorevole alla piena realizzazione delle naturali tendenze ed aspirazioni in termini di sana sopravvivenza fisica e psichica dell’ uomo.
L’ allontanamento più o meno marcato da tali regole, o la loro più o meno indotta soddisfazione “distorta”, comporta modelli sociali “malati” che Fromm chiama coi termini di “modello non adattivo alla vita” e “modello necrofilo e distruttivo”, in ordine crescente di distruttività intrinseca conseguente all’ allontanamento da queste regole “già scritte” nella stessa natura umana.
E come si vede, tali “bisogni innati” possono essere indirizzati sia verso la loro naturale e spontanea soluzione “adattiva alla vita”, che verso molteplici false canalizzazioni indotte per altri scopi “non adattivi alla vita”.

Eccoli elencati per l’ ennesima volta:

1) Bisogno di avere uno schema di orientamento
2) Bisogno di mettere radici
3) Bisogno di coerenza con se stessi e con il mondo esterno
4) Bisogno di interagire efficacemente
5) Bisogno di avere stimoli diversificati

… Semplice, chiaro, e relativamente facile da mettere in pratica, no ? … Eppure, esattamente come fa il meccanismo della propaganda, le tecniche di dominio USANO STRUMENTALMENTE tali bisogni per condurre proprio ad una loro realizzazione stravolta, proponendo modelli di comportamento distruttivi che sarà l’ “immaginario sociale” stesso a concretizzare.

Scopo di tale stravolgimento è sempre la sottomissione della popolazione ed il controllo in tal senso dell’ intero sistema: in questo senso il punto 5 ( bisogno di stimoli diversificati ) viene per esempio stravolto dalla civiltà attuale indirizzandolo verso una pseudo-stimolazione virtuale e consumistica, assurta a surrogato gratificante e compensatorio di una vita monotona e ripetitiva dove la produzione, rigidamente incanalata entro un puro ambito di profitto, è eletta a motivo esistenziale stesso, unificando in tal modo (erroneo) i punti 1, 3, 4, e 5 in un unico, grande centro catalizzatore … è esattamente quanto accade oggi, no ? … e c’è chi pensa che tutto ciò sia “naturale” … invero TUTTI lo pensano inconsciamente, nella pratica quotidiana …
( E succede così che, pur salvaguardando la sua sussistenza psicofisica, l’ uomo e la società stessa si “ammaleranno”, sviluppando forme di crescente dipendenza da stimoli falsi e mediaticamente imposti, ossia evolvendo verso modelli sociali non adattivi alla vita o più apertamente distruttivi … Tale esempio sintetizza anche perfettamente come il morbo “primario” indotto viene ulteriormente usato quale strumento di potere, sfruttando a proprio vantaggio l’ innaturale senso di sudditanza così innescato a risolversi in quel vortice assurdo per cui la popolazione giunge a dominarsi da sè, contro il proprio stesso interesse … ! ).

Vediamo alcuni altri esempi in cui si applica una tecnica analoga ( anche se più esplicita ) di uso stravolto del postulato a fini di controllo:


a) SCIENZA / DOGMA: Il dominante usa per sè il pensiero scientifico per approcciare e conoscere la verità, mentre riempie la testa al popolo di menzogne spacciate per scienza e cultura, tenendovelo dogmaticamente legato al semplice scopo di dividerlo in fazioni dalle quali non riuscirà mentalmente a svincolarsi ( sostanzialmente un pensiero di tipo manicheo filosofico, culturale e religioso, in cui si inserirà andando ad aumentare le dicotomie: classico esempio le due opposte visioni ideologiche, entrambe parziali e non scientificamente definibili, di “destra e sinistra” con cui controllare la vita politica ).

b) TRIBALITA’ / DEMOCRAZIA: Il dominante usa per sè un’ organizzazione in termine di vincolo fortemente tribale, autocratico e familiare del potere ( espediente che ne consente sia la trasmissione diretta e conservazione che il pieno controllo ) mentre invischia il popolo in democrazie di facciata, svuotate di ogni possibilità di reale controllo sulla vita politica, ed introduce politiche atte alla minimizzazione della famiglia e della vita associativa in genere

c) LINGUAGGIO ADULTO / LINGUAGGIO INFANTILE: Il dominante userà coi suoi simili una comunicazione da adulto ad adulto per potersi capire, ma userà verso il popolo una comunicazione di tipo Adulto > Bambino per colpevolizzarlo, farlo sentire inferiore e impossibilitarlo a capire le “cose da grandi”  ( Vedi nello specifico anche questo post )

… e via di questo passo, fino a prosciugarsi la lingua …

L’ essenziale funzione dell’ utopia ( e suo storpiamento storico ? )

Fu proprio il pensiero umanista-rinascimentale a rendere possibile, con l’ affrancamento dal dogma temporale della chiesa, l’ ipotesi di modelli di civiltà a misura d’ uomo, ipotesi variamente formulate da pensatori quali Tommaso Campanella, Tommaso Moro, ecc. e modelli urbanistici presi a schema di “città ideale” da tanti architetti dell’ epoca … a testimoniare come ogni nuova epoca renda plausibile il riproporsi dello stesso sogno di sempre a ipotesi di governo …

Ipotesi che purtroppo proprio nell’ umanesimo comincia ad essere cavalcata, storpiata e strumentalizzata con vari espedienti tecnico-culturali atti a favorire l’ ascesa di quella che, in sostanza, è ancora oggi la classe mercantile e bancaria che con gli stessi espedienti monetari detiene il potere, avendo semplicemente sostituito il vecchio potere assoluto esplicito con un egual potere occulto.
Anche in questo caso purtroppo, l’ idea originaria in sè geniale ( proprio per la sua grande capacità “rivoluzionaria” di progressiva unificazione del potere in un’ unica èlite capace di sostituirsi al potere temporale della chiesa ) non rinuncia al suo potere uscendo allo scoperto, ed anzichè estendersi successivamente a beneficio dell’ intera popolazione viene mantenuta nei secoli successivi quale occulto strumento di allargamento a sempre nuovi territori del medesimo potere reale. 
Ancora, abbiamo quindi che un postulato di enorme potenza rivoluzionaria e unificatrice viene stravolto ad uso e consumo della sola parte al potere … o forse proprio qui nasce l’ idea di utilizzare ancora tale strumento formidabile fino alla sua estrema conseguenza, ossia una unificazione “globale” da organizzare finalmente secondo i principi di quella utopia scaturita in seno al Rinascimento …

 Ognuno può a questo punto sbizzarirsi a proporre il proprio modello utopico di “società perfetta”: punto fondamentale dovrebbe essere in ogni caso l’ eliminazione di ogni possibilità di prevaricazione di una parte sull’ altra, e poichè il “Potere Costituito” non sarà tanto stolto da togliersi dai piedi da solo, occorrerà innanzitutto abolire le leve usate dall’ èlite per assurgere al potere: leve che oggi sono di natura squisitamente economica ( ossia controllo del sistema attraverso l’ emissione di moneta-debito ).
Ancor prima di ogni ogni altro aspetto sarà dunque necessario stabilire i parametri precisi secondo i quali dovrà svilupparsi l’ economia ed il suo controllo, mettendo innanzitutto al bando ( ossia dichiarando illegale ) ogni strumento finanziario e di capitalizzazione monetaria, che porta inevitabilmente al sopravvento della classe capitalista …

… ecco quindi come dovrebbe configurarsi il mio, ( personalissimo, da anarchico qual sono ) modello utopico a partire proprio da tale fattore:

Pur intervenendo il meno possibile nella regolamentazione della vita individuale, lo Stato dovrà essere assolutamente sovrano per quanto riguarda la regolamentazione dell’ economia e l’ emissione monetaria, adottando la tecnica del “Fiat Money” a controllo statale, un welfare ampio ed esteso ad ogni aspetto essenziale dell’ esistenza ( diritto alla casa, reddito di cittadinanza, possibilità teorica per lo Stato di costruire ogni sovrastruttura senza ricorso alla tassazione, assistenza medica, ecc ) ed una economia rigidamente controllata dallo stesso volta sia a sviluppare la piena potenzialità interna che ad impedire ogni possibile sottomissione a poteri esterni … e questo è l’ assunto-base senza il quale è assurdo pensare ad ogni ulteriore sviluppo sociale positivo nel senso postulato da Fromm, che andrà vagliato come realizzabile solo internamente a tale habitat di base.
Ad organismi sovranazionali potranno poi essere affidati lo sviluppo ed interconnessione di sovrastrutture logistiche globali, la funzione di difesa dall’ aggressione militare, l’ armonizzazione dei commerci … ossia nient’ altro di QUANTO POTENZIALMENTE C’ ERA GIA’, nulla di strutturalmente diverso da quanto già previsto alla fine della seconda guerra mondiale …

Insomma, ci eravamo già avvicinati a qualcosa di molto simile al miglior modello utopico, e forse proprio per questo esso doveva essere definitivamente stravolto e demolito da un potere che intendeva mantenerne ben saldo il controllo, e artatamente portato alle contraddizioni interne che ben conosciamo in modo da essere sostituito col “nuovo” che si va profilando … o forse bisognava “temporeggiare” ancora per poter instaurare un modello che stravolge l’ assunto di “Sovranità Nazionale in struttura globale” in quello opposto di “Sovranità globale in strutture nazionali” … in pratica una organizzazione simil-feudale eretta a sistema globale, dove l’ élite già unificata tramite l’ espediente monetario possa ora regnare senza più doversi preoccupare di difendersi, e porsi nuovamente ad unica guida e agente di modellazione plastica del corpo sociale. Insomma, un allontanamento vertiginoso dall’ utopia democratica appena intravista, ed un avvicinamento sui generis a quell’ “internazionale socialista” rivisitata secondo l’ ottica fabiana del laburismo britannico e l’ ideale di “Società Aperta” promosso da Soros e Company … Alla fine un modo come un altro di sostituire l’ utopia con un modello fortemente controllato.
Staremo a vedere …

Analizziamo i principali aspetti del “Nuovo Ordine”

Ecco quindi che la direzione in cui si va configurando il “Nuovo Ordine” non è altro che il consolidamento dell’ élite internazionale finanziaria fin qui sviluppatasi in modo da rendere il proprio dominio stabile e non più attaccabile, a prescindere dalla necessità di una sua continua difesa tramite l’ esercito.
E poichè uno stato di polizia, plausibile come fase di transizione, non può durare impunemente per secoli, ecco che il dominio di grandi masse prevede sempre un loro esplicito od implicito consenso: da qui, e solo da qui, prende il via tutto l’ ambaradàn di sviluppo di teorie, di cultura, di modi di pensiero che non sono altro che IMMAGINARIO INDOTTO … anche se la massa lo riterrà poi “il solo modello applicabile”, il solo politicamente, o religiosamente, o ideologicamente corretto, infine quello quello che sarà considerato “maggiormente evoluto” rispetto ai precedenti.

In effetti non si tratta che di “contenitori più alla moda” della medesima bevanda: ma come oggi inorridiamo all’ idea di indossare un vestito degli anni ’50 in quanto le sue linee ci appaiono antiquate, e non ci capacitiamo di come allora si potesse andare in giro così abbigliati, allo stesso modo domani inorridiremo di fronte all’ attuale modello sociale ( così come magistralmente vi stanno inducendo ad inorridire di fronte al “terribile Berlusconi” anche se non si capisce bene per quale preciso motivo, costituendo egli una variabile di nessuna influenza reale nel sistema: in realtà si tratta del semplice bersaglio scenico di un marketing ben mirato: sarebbe stato credibile un Prodi donnaiolo strafatto di viagra e bunga-bunga ? sarebbe stato credibile un Prodi che finge di opporsi agli interessi dei banchieri internazionali ? sarebbe stato facile trovare un “catalizzatore del crollo” altrettanto “teatralmente perfetto spendibile” del grande mattatore Berlusconi ? no, vero ? )
QUINDI: è solo strategia di marketing, solo una questione di design, solo un problema di obsolescenza programmata, solo la necessità di indurre la “voglia di cambiare macchina” nella testa della gente.

Per questo non credo nella concretezza a medio-lungo termine di uno “stato di polizia” come descritto da certa propaganda ( tesa piuttosto a far accettare una possibile “transizione” attraverso tale fase ); così come non credo nella totale negatività di un nuovo ordine che semplicemente non potrebbe reggersi solo sulla forza dovendo comunque in qualche modo rendersi “accettabile”, quindi dovendo giocoforza armonizzare in qualche modo elementi di dominio con elementi di accettazione sociale. Per lo stesso motivo ritengo stramba l’ idea che un sistema completamente distopico alla 1984, dove sia impedita la stessa facoltà di pensiero, adotti per instaurarsi proprio un mezzo fortemente critico come Internet: e che tale modello “distopico” non stia in piedi ce lo dice proprio lo stesso medium e la contestuale direzione realmente intrapresa dal potere verso uno “svuotamento di efficacia pratica” di ideologie e relativa potenzialità associativa: il pensiero critico e la funzione cognitiva saranno al contrario liberamente incoraggiati, in quanto piuttosto che sopprimerli si preferirà inserirli in un contesto dove sia impedita ogni loro potenziale capacità a tradursi in reale efficacia politico-fattiva non controllabile.

Detto tra parentesi, ritengo che le immagini più fortemente distopiche di NWO ( Stato di polizia, avvento luciferiano, stato orwelliano, ecc. ) siano introdotti quale propaganda virale ( il controllo occulto delle masse esiste già e nessuno si sogna di difendersi da esso: che bisogno c’è di introdurre un più esplicito controllo materiale, peraltro molto più visibile ed attaccabile di quello “buonista-pubblicitario” attualmente in uso ? ) proprio per svolgere la duplice funzione di:
a ) giustificare una “fase di transizione” tutt’ altro che bonaria e pacifica che prevede conflitti, crisi economiche, contraddizioni estese e guerre
b) favorire un processo collettivo di forte atteggiamento critico e crescente disgusto proprio verso alcune “leve sacrificabili” usate dal potere stesso per instaurarsi, e che prossimamente dovranno essere abbandonate e demonizzate ( entrambi assunti perfettamente coerenti con la loro ispirazione massonica che prevede che l’ evoluzione verso il nuovo debba avvenire distruggendo l’ ordine di cose esistente in modo non più edificabile ) … Allo stesso modo si spiegherebbe perchè al potere piaccia tanto in questa fase metterci così al corrente di ogni suo subdolo espediente “prossimamente sacrificabile”, invece di seguire la più consueta prassi del silenzio: un esempio eclatante di ciò è fornito proprio dall’ azione di auto-demolizione ed auto-denuncia in atto verso il sistema politico ed economico fin qui utilizzati.

Più razionale mi sembra pertanto l’ atteggiamento di previsione di tale modello in base agli assunti-base che vediamo già oggi così chiaramente esplicitarsi, cercando di individuarne sia gli aspetti positivi che negativi, e gli eventuali “virus” già previsti a suo controllo e futuro eventuale abbattimento.

Tutta la fase attuale va quindi considerata come preparatoria all’ introduzione del nuovo modello sociale e non confusa con esso; fase di estreme contraddizioni che vedono come strumenti di un’ unica volontà ( di matrice tipicamente Fabiana ) sia la distruzione indotta con guerre e crisi economiche che il “traghettamento” della “mente sociale” attraverso i media e Internet: a tale scopo sia il sistema che la sua opposizione “ufficiale” condotta su siti e network da lungo tempo predisposti a ciò ( leggi Casaleggio Associati, Indignati, Soros, Network organizzati in genere, Opinion Leaders, ecc ) fungono allo stesso scopo: se i primi servono a “chiudere un ciclo”, i secondi servono ad introdurre l’ immaginario del nuovo modello: in tal senso vanno letti gli attacchi alla politica, al sistema capitalista, la spinta ecologista ecc propalati anche inconsapevolmente da siti cosiddetti “alternativi”, e comunque dall’ intero corpus internettiano, secondo la logica che in un sistema che ha unificato l’ élite in un pensiero unico, ogni manifestazione di dissenso non potrà che pervenire dal sistema stesso.

Ecco in sintesi perchè in tali condizioni “opporsi” è impossibile: perchè lo stesso Internet ( che molti ritengono ingenuamente massima espressione di libertà di dissenso ) non è altro che uno strumento volutamente concepito così disponibile e reso tanto facilmente fruibile proprio dal sistema stesso, quale principale veicolo di propaganda virale degli assunti culturali e ideologici che verranno posti a fondamento della futura struttura organizzativa. In questo il sistema si avvale oggi di una base “intellettuale” nello stesso modo in cui nel settecento si avvalse dei filosofi illuministi; di nuovo e positivo c’è il fatto che tale base è “allargata e dinamica”, e sfrutta in questo la potenzialità di “intelligenza condivisa” tipica del web … il che non è negativo, anzi, è il preludio di un concetto di auto-aggiustamento dinamico che se fosse ampiamente esteso al nuovo sistema sarebbe in sè garanzia di una sua “solidità dinamica”, peraltro bilanciere interno indispensabile a sostituire in qualche modo una indispensabile potenzialità che verrebbe automaticamente a mancare in un sistema completamente feudale … e il fatto che potrebbe finalmente essere una “molla intellettuale e virtuale” a sostituire la storica “molla di avidità concreta” che ha sempre costituito il movente delle élites ponendolo a stesso motore storico è di per sè positivo, e mi spinge ad azzardare che un “Nuovo Ordine Mondiale” non debba per forza essere solo negativo e staticamente tirannico … ma di questa funzione “internettiana” ne riparliamo.
Tra le eventuali “positività” va anche tenuto in non poco conto il fatto che l’ esternarsi di un potere finora occulto a potere dichiarato porrebbe finalmente fine ai più ignobili strumenti di governance occulta fin qui adottati e non più necessari, cosa che potrebbe evolvere verso una maggior trasparenza generalizzata: un potere non più minacciabile, per quanto assoluto, non necessita più di nascondersi alla vista della popolazione, e può dichiararare più apertamente le proprie reali intenzioni. “Fusse la volta bona” che anche i media tornino a fare il loro mestiere ”Ma questa è la fine della Democrazia”, direte … “Beh, non l’ abbiamo mai avuta”, tenderei a rispondere, in quanto sempre governati da un assolutismo occulto che si è solo mascherato coi panni della Democrazia … vera “utopia” di là a venire, modello perfetto esistente nel solo mondo delle idee, ma proprio per questo idea potentissima a guidare l’ agire reale, come Dio, come la “Qualità” di Robert Pirsig … ossia un “buco nero” più che un pianeta, un “non essere” che attrae con la sua impossibile realizzazione ogni nostra aspirazione concreta … Ancora, la formulazione pratica che più si avvicina all’ impossibile utopia … ma anche questa non è alla fin fine che filosofia massonica e fabiana …
“E’ un mondo difficile …” direbbe sbrigativamente Paolo Conte per trarsi d’ impaccio … e del resto sono disquisizioni accademiche che non interessano certo la casalinga di Voghera, o il pastore di Orgosolo, e sicuramente non il metalmeccanico di Ivrea …

Premesso ciò, vediamo quindi che l’ unico approccio veramente “rivoluzionario e neutrale” sta, ancora una volta, nel tentativo di comprensione più “scientifica” possibile delle principali dinamiche che ci si prospettano innanzi:

1) Consolidamento dell’ élite già unificata tramite il “pensiero unico”
2) Introduzione progressiva di una Moneta Unica
3) Abbattimento del sistema capitalista ad economia di decrescita
4) Depotenziamento delle sovranità nazionali e delle ideologie
5) Virtualizzazione e frammentazione della vita associativa

… Ma è quanto vedremo, per motivi di spazio e di attenzione, solo col prossimo post ( … sempre che interessi ancora alla casalinga di Voghera, o al pastore di Orgosolo, o al metalmeccanico di Ivrea, che sono poi anche i miei unici tre lettori rimasti … e che trovi ancora della roba buona come quella fumata oggi: non preoccupatevi pertanto se non tutto vi è chiaro, io non sono nemmeno riuscito a rileggere … ma sì, pubblico così, ciàpa ). Ciao belle gioie!

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7 novembre 2011 | Autore

Pochi giorni fa, il ministro La Russa ha firmato un ordine d’acquisto di 131 nuovi aerei da guerra, per una spesa complessiva di 13 miliardi di euro [1]. Lo ha fatto senza chiedere la mia autorizzazione, quel mefistofelico mariuolo! Di questi tempi, con le famiglie che non ce la fanno ad arrivare alla fine del mese, è meglio che non si sappia troppo in giro, ma io ho i miei informatori e sono venuto a saperlo lo stesso.

Spesso mi sono divertito a fare calcoli su quanti pozzi d’acqua si potrebbero costruire in Africa, quanti ospedali e quante scuole si potrebbero realizzare nei paesi del Terzo Mondo, con i soldi spesi anche per un solo Tornado [2], ma con il passare del tempo non ho più la forza di ricorrere a questi paragoni, perché mi sento obsoleto, stantio e retorico. O, come direbbero a Napoli, mi sento “sgarrupato”. Come posso continuare a parlare di aiuti all’umanità sofferente se qui si è perso ogni barlume di buon senso e siamo governati da una classe politica amorale?

Una casta di politicanti marionette che favorisce le industrie belliche e, contemporaneamente, tradisce senza remore gl’insegnamenti di Cristo, che pure hanno avuto un bel mucchio d’anni per sedimentare nelle coscienze.

Non ho più nemmeno la forza di protestare per tanto scempio, per questo stillicidio di follia distribuita a piene mani e che si dirama nella società in tutte le direzioni, così in alto come in basso, facendo escursioni perniciose dal basso popolo agli alti vertici del governo. Trasversalmente.

Durante la prima guerra del Golfo del 1991, l’allora ministro Gianni De Michelis [3] in un’intervista disse che la guerra, da tutti vituperata, rappresentava tuttavia un “volano” dell’economia. Usò proprio questa parola ed evidentemente come i preti predicano bene e razzolano male, così i politicanti dalla lingua biforcuta parlano di pace e nello stesso momento acquistano 131 aerei da guerra, predicano la pace a voce alta e pensano alla guerra nel loro intimo, sperando che gli elettori non se n’accorgano. La dichiarazione di De Michelis  fu solo un intermezzo, una pausa, perché per un momento smise di parlare con lingua biforcuta e disse la pura verità: la guerra fa girare l’economia.

Già, perché ci sono anche illustri esperti che lo dicono fuori dai denti, senza quelli che qualcuno chiama falsi moralismi. E’ curioso! Se siamo contro la caccia ci chiamano sentimentalisti; se ci pronunciamo contro la guerra ci definiscono moralisti e se andiamo a manifestare davanti a una base militare ci chiamano pacifinti.

L’ipocrisia e il falso dualismo, come c’insegna il caso di De Michelis hanno radici antiche; sono anzi il pilastro della gestione di governo, già dai tempi di Machiavelli, e forse per questo si dice comunemente che la politica è una cosa sporca: bisogna essere viscidi! Evidentemente, anche ai tempi di quel ministro socialista amante della vita notturna, c’erano esperti che la pensavano allo stesso modo. C’erano luminari come Maurizio Dallocchio, ordinario di finanza all’università Bocconi di Milano che sulla rivista “Oggi” del 7 settembre scorso ebbe a dire che “in una fase di stagnazione o recessione come quella attuale, un aumento delle spese militari a sostegno della propria industria ha un effetto di stimolo verso l’economia interna” (pag.  88). E il premio Nobel per l’Economia Paul Krugman ammette che “la crescita degli stanziamenti per la difesa dopo l’11 settembre è scandalosa”, ma aggiunge che “oggi il cuore dei problemi di bilancio del governo non è la spesa militare” (ibidem).

Più viscidi di così si muore! Se le tasse dei cittadini vanno per la guerra non vanno per la pace. Mi sembra ovvio e la conclusione schizofrenica di Krugman è del tutto insostenibile, anzi è solo un goffo tentativo per assolvere il governo americano dalle sue responsabilità. Del resto, dopo il conferimento del premio Nobel per la pace a Obama, abbiamo imparato a diffidare di quanti vengono insigniti di tale onorificenza e, come guide morali, semplicemente li respingiamo.

Bene o male, piano piano, stiamo cominciando ad aprire gli occhi, accorgendoci che le regole etiche elargite dalle istituzioni sono come la farina del diavolo: vanno in crusca. Un occhio allenato vede la secolare ipocrisia della Chiesa, ma vede lo stesso tentativo di presa in giro da parte di enti ed istituti laici. Se stiamo cominciando a rendercene conto è anche grazie a scrittori come Robert Pirsig [4] per il quale “le istituzioni quali le scuole, le chiese, i governi e le organizzazioni politiche di ogni sorta tendono a orientare il pensiero verso fini diversi dalla verità, a utilizzarlo per la perpetuazione delle proprie funzioni e per il controllo degli individui al servizio di tali funzioni”.

Se si pensa che l’autore di questa frase, pronunciata quando ancora nessuno parlava di teoria del complotto, ha avuto problemi mentali (come Hermann Hesse) e tuttavia è stato capace di dire una semplice verità, non possiamo non farci venire in mente quella frase di Gesù che disse: “Beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli”. Dio è Verità e il motociclista pazzo Robert Pirsig ha visto Dio. L’ha vista giusta.

Anche se, personalmente, a paragonare il costo di un solo carro armato con la potenziale realizzazione di scuole od ospedali in Africa mi sento come se parlassi in un deserto, cosa che m’infonde un profondo senso di frustrazione, vi è la possibilità che l’attuale situazione cambi drasticamente e repentinamente, in virtù di quel famoso fenomeno che va sotto il nome di massa critica. Cioè, potrebbe verificarsi un ribaltamento dei valori e verità e giustizia potrebbero far capolino nella società, almeno per un momento. Non saranno i pacifisti, o pacifinti che dir si voglia, a farle emergere, giacché né quelli autentici come io mi reputo, né quelli manovrati che vanno in gregge, su comando, alle manifestazioni del Partito Democratico, riusciranno ad imporre valori etici nella società, ma sarà l’anonima folla arrabbiata a farlo per noi. Visceralmente. La massa critica dell’insofferenza e del malcontento potrebbe essere raggiunta se il popolo continuerà ad essere vessato e schiavizzato. Noi che abbiamo tempo e voglia di tenerci informati sul web ce ne accorgiamo e riusciamo anche a darci uno straccio di spiegazione, ma la gente che lavora in fabbrica o che si dedica interamente alla prosaica conduzione giornaliera delle proprie vite, nel momento in cui dovesse toccare l’acme della rabbia, potrebbe innescare un processo di rivolta irrefrenabile.

Marta Vincenzi, sindaco di Genova, è stata contestata e un consigliere comunale della Lega Nord si è preso pure un pugno simbolicamente sporco di fango [5] ma questi sono pesci piccoli. Potrebbero diventare sempre più numerosi coloro che vorrebbero fare la stessa cosa a Silvio Berlusconi e a tutti i ministri della Repubblica. Più oltre non vanno perché non sospettano, per il momento, l’esistenza di un ulteriore livello di comando. Il segnale comunque c’è. L’andazzo è quello. Michele Lecchini che si è preso un pugno, pur stando dentro la sua auto blu, è un caso paradigmatico. E anche se per ora la gente non si arma di falci e forconi e non sembra voler dare l’assalto al Palazzo d’Inverno, crescerà sicuramente il numero di quelli che non andranno più a votare.

Tutti i V.I.P. televisivi pronunciatisi in questi giorni, da Mario Tozzi a Luciana Littizzetto [6] nella puntata di ieri di “Che tempo che fa”, puntano il dito contro l’abusivismo e l’allegra gestione del territorio tipicamente italiana, basata sul menefreghismo e la mancanza di previdenza e lungimiranza, ma così facendo tendono a colpevolizzare la popolazione, spalmando la responsabilità su 60 milioni d’italiani e incriminando un colpevole astratto e non punibile: l’incuria. Poco ci manca che non accusino direttamente il Fato. Nessuno degli intervistati a vario titolo ha fatto cenno alle scie chimiche. Nessuno che si ponga domande su causa ed effetto di quei fumi bianchi rilasciati in atmosfera. Tutti credono nella menzogna delle scie di condensa.

C’è stato uno scienziato che volle esagerare dicendo che il battito d’ali d’una farfalla in Messico provoca un cataclisma dall’altra parte del mondo [7]. E’ la teoria del caos [8]. Se veramente basta poco per creare scompiglio nei delicati equilibri ecologici del Pianeta, quanto più una sistematica distribuzione di sostanze chimiche nell’aria, indipendentemente dalla loro composizione,  dovrebbe avere effetti non certo benefici da qualche parte!

Se nessuno in tivù pone in relazione l’intenso traffico aereo clandestino con le abbondanti precipitazioni di questi ultimi giorni, nonostante si sappia che l’inseminazione artificiale delle nubi sia tecnologia consolidata, nonché pratica decennale, può voler significare solo che l’élite mondialista tiene ben nascosta alla consapevolezza della gente la sua arma più efficace. Le spese militari sono solo la parte visibile dello spreco di risorse, nello stesso modo in cui l’attività politica dei governi che ci viene mostrata quotidianamente dai telegiornali è solo la cortina fumogena dietro cui si dipanano le vere manovre gestionali delle società umane. Impoverirci con le crisi economiche pilotate e sottrarre fondi al nostro benessere per dirottarli su macchinari di distruzione e morte non è niente in confronto al vero danno che ci stanno infliggendo: la menzogna.

Tenere il popolo nell’ignoranza è sempre stato il metodo principe adottato dal Principe e la regola è più attuale che mai. Sono così sicuri di farcela e,  prima o poi, di riuscire anche a ridurre la popolazione mondiale, che si permettono pure di prenderci in giro istituendo ministeri dell’ambiente, ARPE varie e commissioni per lo studio dei fenomeni geologici. Ci prendono in giro tutti, i piccoli enti locali, che sono i più a rischio cazzotti, e le grandi istituzioni internazionali, tutti impegnati a mostrare il loro aspetto presentabile, nel mentre ci accarezzano con la mano destra e ci pugnalano con la sinistra. L’ultimo sfregio in ordine di tempo è quello che si è celebrato ieri, la giornata mondiale contro lo sfruttamento dell’ambiente durante le guerre [9]. In questo modo, istituendo addirittura una ricorrenza periodica, sembra quasi che l’ONU dia per scontato che le guerre non avranno mai fine, benché ella stessa sia nata su questo presupposto. Per forza che non avranno mai fine: le organizzano loro!

La Russa può ben acquistare 131 aerei da guerra, ma prima o poi arriverà qualche Black Bloc che glieli brucia, anche se bruciare un F 35 è più difficile che bruciare una camionetta. Purtroppo temo che anche questa, più che la dimostrazione del malcontento popolare, sarebbe un’azione pilotata dagli Illuminati, che del caos hanno fatto una religione, e siccome la follia umana non è  prerogativa della cricca massonica ma alberga anche nei loro antagonisti, i Black Bloc gli danno volentieri una mano. In ogni caso, la distruzione di camionette e aerei da guerra, fatta da rivoltosi incappucciati o da professionisti in tuta mimetica, oltre ad essere uno spreco dei nostri soldi, rientra nella logica consumistica della frenetica obsolescenza pianificata. I capitalisti armieri si fregano le mani!

Comunque vadano le cose, siamo fregati. Anche se innalziamo forche e ghigliottine e resettiamo la classe politica, facciamo un favore agli Illuminati. Anzi, è proprio quello che vogliono da noi. E’ proprio ciò che si aspettano. Si serviranno della popolazione incollerita per sbarazzarsi dei loro lacché, ormai diventati inutili e ingombranti. Instaureranno il NWO e daranno inizio alle danze.

Danze macabre.

Orsù, cominciate a dire le vostre ultime preghiere.

Noi atei, anche se non servirà a nulla, faremo altri scongiuri.

Note:

[1] http://scheggedivetro.blogosfere.it/2009/03/il-governo-berlusconi-spende-13-miliardi-di-euro-per-131-aerei-da-guerra-alla-faccia-della-crisi-eco.html

[2] http://www.aereimilitari.org/Aerei/TornadoADV.htm

[3] http://it.wikipedia.org/wiki/Gianni_De_Michelis

[4] Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta

[5] http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=9284

[6] http://www.lucianalittizzetto.it/

[7] http://it.wikipedia.org/wiki/Effetto_farfalla

[8] http://it.wikipedia.org/wiki/Teoria_del_caos

[9] http://www.corriere.it/ambiente/11_novembre_05/giornata-ambiente-guerra_18771da0-055c-11e1-bcb9-6319b650d0c8.shtml

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Ma serve davvero questa Tav?

di Roberto Di Caro e Claudio Lindner

Non parliamo delle grandi opere in genere, ma proprio della ferrovia veloce fra Torino e la Francia: cerchiamo di vedere, senza ideologismi, costi, convenienze, problemi e prospettive

(07 luglio 2011)

Gli attori in campo lo recitano, e lo vivono sulla loro pelle, come uno scontro epocale. “Opera fondamentale e irrinunciabile per il Piemonte e l’Italia” secondo il neosindaco di Torino Piero Fassino. “Ennesimo scempio a una valle già martoriata da autostrada, trafori e una centrale idroelettrica” per i valligiani anti-tav. “La madre di tutte le battaglie” per i ribelli di Askatasuna. Simile capitale importanza sembra comprovarla il crescente numero di feriti a ogni attacco: quello delle forze dell’ordine al presidio alla Maddalena il 27 giugno e quello dei No Tav al cantiere appena aperto il 3 luglio.Ma è davvero così, dopo sei anni di trattative, tavoli, commissioni congiunte? Sono sul serio in gioco, con quel che resta della Tav, da una parte i destini economici e logistici del nord Italia, e dall’altra il futuro di ambiente, paesaggio, salute e speranza in Val di Susa? O una serie di automatismi psicologici, finanziari e burocratici stanno invece riproducendo atto dopo atto lo stesso spettacolo in barba ai numeri e alla contabilizzazione di costi e benefici, inclusi quelli sociali?Un progetto sotto accusa.
Quello originario era letteralmente insensato. Piaccia o no agli aedi del progresso che cammina con l’avanzare delle rotaie manco fosse il vecchio West, la guerriglia del 2005 e l’alzata di scudi di sindaci e amministratori hanno impedito che si buttassero miliardi di euro in un’opera concepita male, giacché il tragitto fra Torino e lo scalo merci di Orbassano disegnava un tortuoso andirivieni con enorme spreco nei tempi di percorrenza, e pericoloso per la salute: oltre un milione di metri cubi di rocce amiantifere da asportare in cento milioni di sacchetti di plastica in discariche provvisorie da bagnare con milioni di litri di acqua, roba da scienziato pazzo dei fumetti. Bene, ma il nuovo progetto?
Frutto di sei anni di limature e compromessi gestiti dall’Osservatorio sulla Torino-Lione, ridisegna un percorso meno invasivo sulla sponda destra anziché sinistra della Dora Riparia, risolve la questione dello scalo di Orbassano, concede un contentino a Susa con una stazione ferroviaria internazionale: anche se ci faranno sosta al massimo due o tre Tgv al giorno e qualche treno nel weekend per i turisti inglesi low cost dall’aeroporto di Torino Caselle. La tratta centrale sottoterra è rinviata a dopo il 2035. Sotto le Alpi avremo un nuovo buco che, dice Mario Virano presidente dell’Osservatorio, “sarà in linea con gli standard attuali del trasporto merci in treni affidabili e convenienti, a quota pianura cioè sui 250-300 metri e con basso dislivello”: l’attuale traforo del Fréjus lo volle Cavour, fu inaugurato nel 1871, dopo cinque anni di lavori hanno appena finito di abbassare di 50 centimetri il piano rotaia in una direzione perché nessun container ci poteva transitare. Ma appena dopo Susa ci si terrà la linea attuale, un rosario di treni in mezzo ai paesi. Un disastro, a guardare le proiezioni sul futuro traffico merci allegate al progetto. Ma sono attendibili? Pare di no.Sempre meno traffico.
Il progetto parte dal presupposto che ci sarà un incremento continuo degli interscambi e del traffico merci sull’asse Italia-Francia. Ipotesi confutata da diversi economisti e dalla realtà dei numeri. Via ferrovia del Fréjus sono passate nel 2009 (ultimo dato disponibile) merci per 2,4 milioni di tonnellate. L’anno prima erano state 4,6 milioni, nel 2000 addirittura 8,6 milioni. Per i lavori, certo, ma il calo c’è stato anche nel trasporto su gomma. E negli ultimi due anni ha riguardato allo stesso modo Svizzera e Austria. La Tav servirebbe a trasportare prodotti per o da Francia, Spagna e Portogallo, mercati in fase di stallo, “dove import ed export sono arrivati quasi alla saturazione”, dice Francesco Ramella, esperto di trasporti e autore di vari articoli su Lavoce.info. Ben diverso, aggiunge, sarebbe se il tracciato servisse per arrivare più velocemente in Germania, nostro partner commerciale in forma smagliante, o ai porti di Rotterdam, Amburgo e Anversa. Cosa c’entrano i tre porti? C’entrano eccome: da lì passano le merci da e verso la Cina e gli altri mercati emergenti, che privilegiano la Svizzera o il Brennero se devono scaricare in Italia. L’autista del Tir, arrivato a Torino o a Lione, deve avere incentivi a scegliere il treno o disincentivi a usare l’autostrada. Gli svizzeri non fanno complimenti: in autostrada esigono un superpedaggio in base a chilometri, peso e inquinamento del veicolo: 250-300 euro a volta.

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12 settembre 2011 | utore

http://ilcorrosivo.blogspot.com/2011/05/cosa-serve-il-tav.html

Marco Cedolin

Fin dal momento della sua nascita il progetto TAV fu propagandato all’opinione pubblica attraverso l’uso sistematico della menzogna. Nei proclami di coloro che nel 1991 la presentarono alla stampa, l’infrastruttura avrebbe dovuto essere finanziata per il 60% da capitale privato, sarebbe statadestinata ad ospitare esclusivamente treni passeggeri e avrebbe comportato un costo di 26.180 miliardi di lire.
In realtà gli investitori privati non esistevano affatto, come emerse pubblicamente alcuni anni più tardi, i potenziali passeggeri sarebbero stati pochissimi, per cui nel corso del tempo la destinazione d’uso fu allargata al trasporto delle merci ed il costo dell’opera lievitò in maniera esponenziale fino a raggiungere nelle stime più attendibili la stratosferica cifra di 90 miliardi di euro.
Per giustificare l’utilità e la necessità dell’opera sono state accampate nel corso degli anni le ragioni più disparate, destinate a venire regolarmente smentite dalla realtà oggettiva dei fatti e dal giudizio degli esperti che si esprimevano riguardo al loro campo di competenza. Questo poiché in realtà il progetto TAV non interpreta nessuna delle esigenze connaturate alla movimentazione di merci e persone presenti nel nostro paese.
La prima motivazione a sostegno dell’alta velocità ferroviaria è stata quella di potere offrire ai viaggiatori italiani la possibilità di spostarsi in maniera più rapida…..

Il sistema TAV è però strutturato in maniera tale per cui la velocità si traduce in risparmio di tempo solamente quando la distanza da percorrere è di una certa rilevanza (generalmente superiore ai 300/400km.) dal momento che su tratte più brevi il tempo risparmiato non sarebbe apprezzabile e risulterebbe impensabile imporre ad un treno ad alta velocità molte fermate intermedie che per forza di cose ne vanificherebbero le prerogative di rapidità. Secondo studi compiuti dalle stesse ferrovie l’80% dei viaggiatori che utilizzano la rete ferroviaria italiana è però composto da passeggeri che effettuano viaggi inferiori ai 100 km. e non trarrebbero dalle nuove linee TAV alcun genere di utilità. Una parte di coloro che compiono viaggi più lunghi sceglie il treno per la sua convenienza economica e non sarebbe disposta a barattare un eventuale risparmio di tempo a fronte di un incremento sostanzioso del prezzo del biglietto e molti fra i viaggiatori che coprono distanze superiori ai 500 km dichiarano che qualora interessati ad un risparmio di tempo, in presenza di costi del biglietto assimilabili, privilegerebbero il trasporto aereo.
Queste semplici osservazioni dimostrano in maniera inequivocabile come il TAV possa ambire ad interpretare le esigenze di una esigua minoranza dei viaggiatori italiani, il cui numero non sarebbe assolutamente sufficiente per giustificare e rendere remunerativo un investimento di siffatte ciclopiche dimensioni. Di contralto la stragrande maggioranza di coloro che abitualmente usano le ferrovie non domanda treni super veloci bensì un maggior numero di convogli per i pendolari, un servizio più efficiente, maggiore puntualità, carrozze più pulite e attenzione per la sicurezza, tutte prerogative che a differenza del TAV avrebbero comportato modesti e mirati investimenti economici.
Di fronte alla debolezza delle argomentazioni concernenti i passeggeri, intorno alla metà degli anni 90 la motivazione principe della nuova infrastruttura traslò dal trasporto delle persone a quello delle merci. All’alta velocità (TAV) si affiancò l’alta capacità (TAC) e l’opera venne proposta come un sistema in grado di rispondere alle necessità logistiche delle aziende e come una panacea utile a decongestionare le caotiche autostrade italiane spostando le merci dalla gomma alla rotaia, attribuendo in questo modo al progetto anche una velleità ecologica.
La poca realisticità di queste motivazioni traspare già da una prima analisi della costituzione del territorio italiano, caratterizzato da molte piccole e medie città, situate a distanze relativamente brevi le une dalle altre. Questa componente tende per forza di cose a sfavorire il trasporto delle merci tramite ferrovia, poiché tale sistema di trasporto si rivela ideale quando si tratta di coprire lunghi tragitti superiori ai 400 km, mentre diventa antieconomico ed improponibile man mano che la distanza da coprire diminuisce. Già questa realtà oggettiva, ben nota a tutti gli esperti che si occupano di trasporti, dimostra come in Italia ben difficilmente si riuscirà a ridurre significativamente il transito dei mezzi pesanti, poiché la distribuzione capillare delle merci, dovuta anche alla disposizione delle nostre città, coinvolgerà sempre e comunque il trasporto su gomma.
Molto calzante a questo riguardo è l’esempio prodotto da Angelo Tartaglia, docente di fisica nucleare presso il Politecnico di Torino. Tartaglia pone il caso di un qualche imprenditore che sia intenzionato a trasportare il camion su rotaia. L’imprenditore deve caricare le merci sul camion, raggiungere lo scalo più vicino, aspettare che tutto il treno si riempia, poiché il treno non parte vuoto, poi essere trasbordato allo scalo di arrivo e da li raggiungere il destinatario. A conti fatti gli converrebbe decisamente spedire direttamente via camion, sia per quanto concerne i costi, sia per quanto riguarda i tempi. Perciò, sempre secondo Tartaglia, anche se si rendesse più attraente il trasporto su rotaia, e lo si potrebbe fare aumentando l’affidabilità e non certo la velocità, non si supererebbe comunque il volume del 30% a fronte del valore attuale di traffico merci su ferrovia che è del 12%.
Si tratta dunque di una prospettiva d’incremento molto modesta per la quale sarebbero impensabili investimenti faraonici (come quelli destinati al TAV) mirati oltretutto ad incrementare la velocità e non come richiesto l’efficienza e l’affidabilità.
Angelo Tartaglia entra anche nel merito dell’incongruenza costituita dall’intenzione manifestata nel progetto di far correre sulle nuove linee ad Alta Velocità un traffico esagerato e costante, alternato tra merci e passeggeri. I treni che devono correre a 300 km/h (TAV) sono treni leggeri che necessitano di binari perfettamente lisci. Facendo correre sugli stessi binari a 160 km/h treni che pesano 1000 tonnellate per convoglio (TAC), non si può evitare di lasciare sui binari pesanti tracce che richiedono una manutenzione altrettanto pesante, prima che possa passare un nuovo convoglio passeggeri a 300 km/h. Bisognerebbe perciò investire cospicue somme in tale manutenzione ed avere il tempo per farla, caratteristica quella temporale, non compatibile con gli altissimi volumi di traffico previsti nel progetto.
In Francia e in Giappone, fa notare ancora Tartaglia, sulle linee ad Alta Velocità passano solo treni passeggeri, in Francia i treni non viaggiano di notte, quando viene effettuata la manutenzione.
Queste semplici riflessioni, sistematicamente ignorate dall’informazione mediatica ma facilmente riscontrabili interpellando qualunque esperto di trasporti e logistica, dimostrano inequivocabilmente come oltre ai passeggeri non esistano neppure le merci necessarie per motivare un’opera come il TAV. I traffici passeggeri e merci previsti nel progetto sono un puro esercizio di fantasia totalmente disancorato dalla realtà e perfino la destinazione d’uso delle nuove linee (passeggeri e merci) non appare compatibile con i limiti fisici dell’infrastruttura e lo sfruttamento intensivo della stessa che il progetto propone.
Nella migliore delle ipotesi quando l’opera sarà terminata ripercorrerà le orme di Eurotunnel, manifestandosi come un’infrastruttura sotto utilizzata destinata a produrre ogni anno una cospicua perdita di esercizio che sommata all’esorbitante costo di costruzione, peserà però in questo caso sulle spalle di tutti i cittadini italiani e non di un ristretto gruppo d’investitori privati.
Anche le velleità ecologiche del progetto TAV appaiono chiaramente pretestuose e disancorate dalla realtà.
Se infatti da un lato non esistono dubbi sul fatto che sia preferibile in termini d’inquinamento e risparmio energetico trasportare le merci sulle normali linee ferroviarie anziché per mezzo dei TIR, dall’altro non si riesce a comprendere come il TAV potrebbe contribuire a conseguire questo proposito, proponendo un’infrastruttura e dei treni con un impatto ambientale enormemente più elevato rispetto a quelli tradizionali.
Abbiamo già visto come il margine d’incremento del trasporto merci su ferro in presenza di un servizio ferroviario ottimizzato sarebbe piuttosto limitato (nelle ipotesi più ottimistiche non arriva al 18%) e come tale ottimizzazione prescinda dalla pura velocità dei convogli. Ora prenderemo coscienza con l’ausilio di un Dottorato di Ricerca redatto nel 2001 dal Dottor Mirco Federici appartenente al dipartimento di chimica dell’Università degli Studi di Siena, di come l’impattoambientale, l’inquinamento ed il consumo energetico del TAV non siano per nulla assimilabili a quelli delle ferrovie tradizionali.
Mirco Federici ha operato un confronto fra la tratta ad alta velocità Milano – Napoli e l’equivalente tragitto dell’autostrada del Sole. Nello studio si contabilizza l’intero consumo di energia e di materia e le emissioni associate lungo l’intero ciclo di vita dei sistemi. Si tiene cioè conto dei consumi nella fase di costruzione delle linee stradali e ferroviarie, della manutenzione periodica, della costruzione e manutenzione dei veicoli e del loro funzionamento annuale. Gli impatti sono inoltre stati calcolati utilizzando 6 analisi differenti, le quali conducono tutte a risultati convergenti.
Le conclusioni del confronto, secondo le parole di Mirco Federici, si manifestano quanto mai sorprendenti, in quanto dimostrano come il TAV abbia impatti ambientali superiori al trasporto merci su gomma e addirittura paragonabili al trasporto individuale in auto, inoltre non migliora l’impatto dovuto alle emissioni ed anzi peggiora la qualità ambientale a causa dell’invasività delle sue infrastrutture. Viene sottolineato come risulti inutile ed oltretutto dannoso investire su una tipologia di trasporto che non offre miglioramenti ambientali nel caso del trasporto passeggeri e addirittura peggiora la situazione per quanto concerne il trasporto merci. Si aggiunge inoltre che se questi risultati venissero integrati dagli altri impatti ambientali relativi alla cantierizzazione del TAV, che nello studio non sono stati considerati, come ad esempio le falde acquifere deviate, infiltrazioni e contaminazioni dei terreni e delle falde, inquinamento acustico ed altro ancora, il giudizio finale diverrebbe ancora più negativo.
La causa di una così scarsa competitività delle linee ad alta velocità/capacità rispetto agli altri sistemi di trasporto è da ricercarsi nella troppa infrastrutturizzazione del sistema TAV e nella eccessiva potenza dei treni, sovradimensionati rispetto alla loro capacità di trasporto. Un treno TAV, ad esempio un ETR ha una potenza di 8 MW, il che significa che per muovere un solo treno occorre la potenza di una centrale elettrica di medie dimensioni.
Nelle conclusioni si afferma che se la costruzione delle linee ad alta velocità/capacità dovesse essere giudicata solo per mezzo di criteri termodinamici il verdetto sarebbe di una sua completa inutilità.
Anche dal punto di vista ecologico il TAV non può dunque nutrire alcuna velleità, poiché perfino se l’infrastruttura riuscisse (pur non avendo le caratteristiche per farlo) a spostare su di essa quel 18% di traffico merci che oggi corre su gomma l’effetto sarebbe in tutto e per tutto ecologicamente peggiorativo. A questo riguardo occorre inoltre sottolineare come i termini del confronto fra rotaie dell’alta velocità/capacità e gomma, già oggi nettamente sfavorevole alla ferrovia, siano destinati a cambiare profondamente nel prossimo futuro acuendo ancora di più l’assolutamente scarsa “competitività ecologica” del TAV/TAC. Questo poiché mentre l’impatto ambientale complessivo dell’alta velocità/capacità è destinato a rimanere immutato nei decenni futuri, le emissioni dei TIR a breve e medio termine saranno soggette ad un drastico miglioramento grazie alla riduzione delle emissioni unitarie dei veicoli pesanti conseguente al rinnovo del parco circolante.Infatti in base alle risultanze dello studio della Commissione Europea ExternE, circa il 90% dei costi esterni in termini d’inquinamento atmosferico sono riconducibili alle emissioni di particolato. A condizioni di traffico invariato il completo rinnovo del parco circolante da Euro 0 a Euro 5 produrrebbe una riduzione delle emissioni complessive di particolato nell’ordine del 97%. Tenendo in considerazione la reale evoluzione del parco circolante si può pertanto stimare una riduzione effettiva delle emissioni nell’arco dei prossimi 15 anni nella misura di circa l’80%. L’impatto ambientale derivante dal trasporto delle merci a bordo dei TIR è perciò destinato nel breve periodo a ridimensionarsi, mentre quello conseguente al TAV/TAC resterà nello stesso arco di tempo praticamente immutato.

TAV: una stirpe di ecomostri

Marco Cedolin

In Italia, fra le tante mostruosità che ogni giorno ci capita di vedere, esiste un mostro di nome TAV che come un’immensa muraglia cinese taglia in due la pianura padana, prima orizzontalmente da Torino a Milano, poi verticalmente giù fino a Bologna, per poi infilarsi in maniera devastante dentro l’Appennino e riemergere nei pressi di Firenze, il cui sottosuolo sta ancora aspettando di essere sventrato in profondità, e poi ancora giù per altri centinaia di chilometri, attraversando Roma per giungere fino a Napoli.
Quando fra alcuni anni, dopo il completamento del sottoattraversamento di Firenze che dovrebbe iniziare fra qualche mese, il mostro sarà terminato, sarà lungo circa 1000 km che saranno costati al contribuente italiano qualcosa come 90 miliardi di euro.
Lo scopo di questa immensa infrastruttura non è quello di migliorare  lo stato del nostro sistema ferroviario attuale, costituito per quasi due terzi da linee a binario unico, poiché sui binari del TAV potranno correre solamente i costosissimi treni ad alta velocità/capacità e non quelli che attualmente circolano sulla normale rete ferroviaria……

Le nuove linee TAV utilizzano infatti un sistema di alimentazione a 25.000 V in corrente alternata a fronte dei 3.000 V in corrente continua della rete ordinaria, sfruttabili solamente dalle motrici ETR di seconda generazione con politensione.

In una situazione come quella degli ultimi decenni, nella quale le ferrovie italiane versano in uno stato di sempre più profonda crisi a causa dell’arretratezza della rete ferroviaria esistente, della scarsità e della preoccupante obsolescenza del materiale rotabile, dell’assoluta mancanza d’investimenti da destinare al personale e alla gestione del sistema, la scellerata scelta della politica è stata quella di bruciare 90 miliardi di euro e circa 20 anni di lavori nella costruzione di una nuova infrastruttura che andrà ad affiancarsi a quella attuale senza la prospettiva di poterla né sostituire né tanto meno migliorare ed avrà costi di manutenzione tripli rispetto a quelli delle linee tradizionali.
Ma oltre al “mostro” esiste una progenie di “mostri”, costituita da tutte le linee TAV non comprese in questi 1000 km che al momento sono ancora in fase di progetto.
La controversa TAV in Val di Susa che dovrebbe sventrare una valle alpina per poi infilarsi in un tunnel di 53 km sotto montagne cariche di uranio.
Il Terzo valico Milano – Genova che perforerà l’Appennino ligure.
Il TAV Milano – Venezia – Trieste che taglierà diagonalmente la pianura padana per oltre 400 km prima d’infilarsi sotto il Carso.
Il TAV del Brennero che prevede due gallerie di 55 km e oltre 200 km di infrastrutture per giungere fino a Verona con un costo stimato in oltre 20 miliardi di euro.
La nuova linea TAV Napoli – Bari per la quale è già stato firmato un protocollo d’intesa.
Progetti e poi ancora progetti per realizzare i quali non basterebbero altri 90 miliardi di euro e altri 20 anni di lavori, durante i quali le nostre ferrovie molto probabilmente cesseranno di esistere.

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Ecomostri senza confini, oltre 200 foto
negli scatti dei lettori l’assalto del cemento

di VALERIO GUALERZI

ROMA – Un grande successo, ma in realtà c’è poco di cui essere soddisfatti. “Hai visto un EcoMostro?”, la campagna lanciata da Legambiente, Repubblica.it ed Ecoradio per invitare i cittadini e vigilare su abusi edilizi e scempi ambientali, ha mobilitato moltissime persone. “In soli dieci giorni abbiamo ricevuto più di duecento segnalazioni – spiega uno dei promotori, Marco Lamonica – tuttavia nonostante la soddisfazione per la grande partecipazione dei cittadini, non si può non essere preoccupati per l’elevato numero di casi”.

LE FOTO INVIATE DAI LETTORI

La mappa delle denunce, che saranno ora verificate sul posto e nei dettagli dagli esperti di Legambiente, non conosce confini. “Da Nord a Sud – lamenta ancora Lamonica – lo scempio si concentra in modo particolare e imprevedibile proprio in quelle aree che dovrebbero essere protette o che potrebbero rappresentare una risorsa turistica per il territorio, come le coste del Sud della Penisola”.

Stefano Scapigliati segnala ad esempio a Lavinio Mare, sul litorale laziale, “un enorme palazzo praticamente costruito vicinissimo al mare e su un lotto di terreno che non rispetta nemmeno la distanza minima tra una costruzione e l’altra”. “Bloccata la costruzione circa 10 anni fa – ricorda ancora il lettore – continua con il suo scheletro a deturpare il panorama”.

Marco Saba scrive dalla Sardegna per lamentare la presenza di “un albergo di sei piani in costruzione sulla strada provinciale che unisce Olbia a Golfo Aranci di fronte alla spiaggia di Bados”. Fortunatamente la costruzione “al momento è sotto sequestro della Guardia Forestale per cui i lavori sono stati momentaneamente fermati”. Un anonimo denuncia invece come “scandaloso” un edificio nel comune di Bobbio (Piacenza) “mai concluso sulla riva del fiume Trebbia”.
Giuseppe Dongiacomo spedisce una serie di immagini di un grande edificio sul lungomare di Castellammare di Stabia che parlano da sole. “Non penso che ci sia bisogno di aggiungere molto rispetto alle foto – denuncia – se non che l’edificio si trova in pieno centro e che versa nello stato di completo abbandono da oltre trent’anni”. Lo scempio ambientale non risparmia neppure le aree protette. Dalla Puglia arriva una denuncia, corredata da un ampio servizio fotografico, di “una serie di abitazioni dall’architettura obsoleta, dal cemento facile, prive di qualsiasi criterio di ecosostenibilità, edificate sul territorio del Parco Nazionale del Gargano”.

Un vasto campionario insomma dell’assalto che cemento e speculazione continuano a portare contro il territorio, spesso in barba alla legalità oltre che al buonsenso. “Speriamo di aver messo in moto un processo di sensibilizzazione che non si fermi ma che possa arricchirsi di mezzi e strumenti per combattere il degrado – conclude Lamonica – noi ci stiamo impegnando proprio per raggiungere questo ambizioso obiettivo, realizzabile solo grazie alla fondamentale partecipazione dei cittadini”.

Per questo la campagna “Hai visto un EcoMostro?” va avanti.

Manda una mail all’indirizzo ecomostri@ecoradio.it

Ma oltre che i lettori, a mobilitarsi secondo il parlamentare del Pd Roberto Della Seta, dovrebbero essere qualcun altro. “La bella e importante campagna lanciata da Legambiente, Repubblica.it ed
Ecoradio – sostiene il senatore democratico – ci sta mostrando un paese disseminato di ecomostri, grazie anche alle centinaia di segnalazione di cittadini. Il Ministro Bondi che fa? Questa battaglia è una sua priorità?”.

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Molti prodotti sono progettati per guastarsi a fine garanzia

Di Paolo D’Arpini
http://retedellereti.blogspot.it/

Molti elettrodomestici che acquistiamo normalmente sono “programmati per morire” poco dopo la scadenza della garanzia. Non è una lamentela o un sospetto complottista del consumatore medio arrabbiato, ma il risultato di uno studio commissionato dal partito dei Verdi tedeschi.

Secondo gli ecologisti tedeschi, infatti, i produttori degli elettrodomestici li realizzerebbero proprio con l’idea di farli durare poco, in modo da costringere gli acquirenti a comprarne sempre di nuovi. Fanno notare i Verdi però, tutto ciò produce una montagna di RAEE (Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche) estremamente pericolosi se non vengono recuperati e riciclati correttamente, perché spesso contengono metalli pesanti.

I Verdi tedeschi, per questo, chiedono che il periodo minimo di garanzia obbligatorio per legge venga rivisto al rialzo. Anche perché l’industria del riciclo dei RAEE ha ancora qualche problema e non è pronta a gestire questa montagna di rifiuti da trattare: le competenze specifiche, spiegano i Verdi, sono ancora incomplete e non ci sono stime affidabili.

Per quanto riguarda la situazione tedesca, poi, il partito chiede al Governo di adattare la normativa alla direttiva europea sull’Eco Design. Cioè sulla sostenibilità ambientale del prodotto sin dalla sua progettazione, sul design con il riciclo in mente come fine vita dell’elettrodomestico.

Polemiche a parte, e uscendo dal caso tedesco, c’è di sicuro un problema relativo a come gli elettrodomestici vengono prodotti e consumati. Greenpeace da anni stila una sua classifica di sostenibilità dell’high tech dalla quale emerge chiaramente che non tutti i gadget elettronici che compriamo siano ecocompatibili e che, ancor peggio, molti dei produttori usino processi produttivi altamente inquinanti. Se a questo aggiungiamo l’obsolescenza programmata, allora il quadro si fa ancor più difficile.

Fonte: Partito dei Verdi

http://retedellereti.blogspot.it/2013/03/consumismo-di-comodo-molti-prodotti.html

http://informazioneconsapevole.blogspot.it/2013/03/consumismo-di-comodo-molti-prodotti.html

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Senato. Mozione per bloccare l’acquisto degli F-35.

SeL ha presentato una mozione per sospendere la partecipazione italiana al programma dei Lokeed Martin F-35. Personalmente non approvo quanto sostiene la mozione sul ruolo dell’ Europa nella nostra politica di difesa, dobbiamo seguire Hollande ? Lo seguano loro. Non condivido neanche che il peacekeeping sia un compito che spetta alle Forze Armate. Devono esserci Corpi Civili di Pace, non militari. Comunque aspettiamo che questa mozione sia discussa, ma credo che aspetteremo molto, anche Grillo ha altre priorità, ormai è evidente.

marcopa

DE PETRIS, BAROZZINO, CERVELLINI, DE CRISTOFARO, PETRAGLIA, STEFANO, URAS, CIRINNA’, SPILABOTTE, VACCARI – Il Senato,

premesso che:

il Joint strike fighter (F-35) è un cacciabombardiere di quinta generazione, capace di trasportare anche ordigni nucleari con caratteristiche stealth e net-centriche, ovvero bassa rilevabilità da parte dei sistemi radar e capacità di interazione con tutti i sistemi di comunicazione presenti sullo scenario di guerra, decolla ed atterra in verticale e viaggia a velocità supersoniche;

il progetto per la realizzazione di questo velivolo è frutto di un accordo tra gli Stati Uniti e 8 Paesi partner, tra cui l’Italia, partner di secondo livello, che prevede la realizzazione di 3.173 velivoli per un costo complessivo stimato di 396 miliardi di dollari, anche se nessuno, allo stato attuale, è in grado di quantificare il costo finale dell’intero progetto e quindi di ogni singolo aereo, comunque oggi stimato intorno ai 190 milioni di dollari;

tra i Paesi partner sono sempre crescenti i dubbi su questo progetto, tanto che: la Gran Bretagna deciderà il numero degli aerei da acquistare dopo la pubblicazione del Defence and Security Review, nel 2015; l’Olanda ha avviato un’inchiesta parlamentare a seguito di un pesante voto contrario al progetto; l’Australia non userà l’F-35 come piattaforma esclusiva acquistando anche altri aerei; la Turchia ha rinviato l’acquisto dei primi F-35; la Norvegia ha minacciato di ripensare le sue scelte sul JSF; la Danimarca ha riaperto la gara per decidere entro il 2015 di quale aereo dotarsi ed il Canada ha sospeso la gara per l’acquisto del nuovo caccia;

in Canada, in particolare, il ripensamento nasce dalle polemiche dovute alle omissioni sui costi fatte dal Governo: uno studio indipendente (Kpgm) ed altri organi di controllo pubblici hanno infatti stabilito che il costo complessivo in 40 anni, includendo anche l’uso e la manutenzione, è di oltre 45 miliardi di dollari, pari a 3 volte le previsioni fatte dal Governo;

ai quasi 400 velivoli che verrebbero a mancare rispetto alle ipotesi iniziali si potrebbero aggiungere anche ipotesi di tagli da parte del Pentagono rispetto ai 2.443 previsti, questo comporterebbe un ulteriore aumento del costo unitario per tutti gli acquirenti;

il programma presenta diverse criticità costantemente evidenziate e denunciate sia dal Government accountability office (GAO) che dal Pentagono. Oltre all’inarrestabile lievitare dei costi ed i ritardi del programma, nel tempo, si sono riscontrati molti problemi tecnici che, da un lato, portano a continui abbassamenti degli standard operativi e, dall’altro, al lievitare dei costi;

i problemi del casco del pilota, la vulnerabilità ai fulmini, i problemi al motore che hanno portato allo stop dei voli, la denuncia dei piloti dell’incapacità di combattere non avendo nessuna chance di successo in uno scontro reale con un aereo sono solo alcuni dei maggiori problemi finora riscontrati nell’F-35;

l’Italia partecipa al progetto sin dal suo inizio, nel 1998, con una richiesta iniziale di 131 aerei, ridotta poi nel 2012 a 90 velivoli, considerati dalle forze armate “indispensabili” perché andrebbero a sostituire tre linee di velivoli: i Tornado, gli AMX e gli AV-8 B, senza tuttavia alcuna spiegazione circa il ruolo di un aereo tanto sofisticato, considerati i nostri impegni internazionali;

nel 2009 le Commissioni Difesa di Camera e Senato, esprimendo parere favorevole al programma, hanno posto alcune condizioni: la conclusione di accordi industriali e governativi che consentano un ritorno industriale per l’Italia proporzionale alla sua partecipazione finanziaria, anche al fine di tutelare i livelli occupazionali; la fruizione da parte dell’Italia dei risultati delle attività di ricerca relative al programma; la preventiva individuazione di adeguate risorse finanziarie che non incidano sugli stanziamenti destinati ad assicurare l’efficienza della componente terrestre e, più in generale, dell’intero strumento militare;

tali condizioni, in parte già espresse anche in precedenza, non hanno trovato riscontro nell’avanzamento del progetto: gli oneri previsti per l’Italia nelle prime 3 fasi ammontano a 1.942 milioni di dollari a cui vanno aggiunti gli oltre 800 milioni di euro per la costruzione della fabbrica FACO (Final assembly and check out) a Cameri (Novara), contestualmente le nostre industrie hanno attenuto appalti per circa 800 milioni di dollari, a fronte dei circa 3 miliardi di euro spesi fanno un ritorno di poco sopra al 20 per cento delle spese, che difficilmente renderà possibile un ritorno di circa 14 miliardi, cioè il 100 per cento più volte sbandierato dai Governi che hanno sostenuto questo progetto;

fonti governative e militari negli anni hanno ipotizzato l’arrivo di 10.000 posti di lavoro, mentre secondo stime sindacali si tratterebbe al massimo di circa 2.000 posti e per di più sarebbero ricollocazioni di lavoratori precedentemente impegnati con l’Eurofighter;

il Parlamento ha recentemente approvato una legge delega al Governo (di cui alla legge n. 244 del 2012) che prevede un taglio di 30.000 militari e del 30 per cento delle strutture, portando i risparmi conseguiti all’investimento, in particolare sull’F-35;

il programma dell’F-35 è diventato un progetto dal costo elevato a fronte di prestazioni peraltro incerte e non corrispondente alle esigenze difensive del nostro Paese, con ricadute industriali ed occupazionali molto lontane dalle aspettative;

considerato che:

in una scuola su tre (su due al sud) mancano i certificati di sicurezza. Migliaia insistono su territori a rischio sismico o idrogeologico. Non è solo l’intonaco che cade, l’infiltrazione d’acqua, l’umidità. Lo stato dell’edilizia scolastica nel nostro Paese è drammatico, al punto che in alcune città le amministrazioni si trovano nel dilemma se aprire una scuola non a norma o lasciare a casa i bambini;

dei 42.000 edifici scolastici presenti in tutta Italia il 29 per cento non ha il certificato di agibilità sanitaria, il 42 quello di agibilità statica, il 47,81 per cento non rispetta le norme anti incendio. Più del 60 per cento non è dotato neppure di scale di sicurezza o porte anti panico. E poi ci sono le strutture con l’amianto (11,13 per cento) e quelle con il radon, un gas radioattivo. Oltre il 60 per cento delle scuole ha più di 40 anni. Se poi si aggiunge che per via della loro ubicazione territoriale le scuole sono soggette al rischio sismico, idrogeologico, vulcanico e industriale, il panorama assume tratti drammatici tanto da connotarsi come un emergenza;

ma non è solo la messa in sicurezza straordinaria a mancare. Gli enti locali non hanno più i fondi neanche per la manutenzione ordinaria: crescono, infatti, fino a costituire il 56 per cento del totale, gli edifici che negli ultimi 5 anni non hanno goduto di nessun tipo di intervento;

secondo un’indagine di Legambiente, sono ben 6.633 i comuni in cui sono presenti aree ad alta criticità idrogeologica, l’82 per cento del totale delle amministrazioni comunali italiane. Dal 1950 al 2009 sono state oltre 6.300 le vittime del dissesto idrogeologico;

gli effetti conseguenti ai cambiamenti climatici in atto sono ormai tali che gli eventi estremi in Italia hanno subito un aumento esponenziale, passando da uno circa ogni 15 anni prima degli anni ’90, a 4-5 all’anno;

secondo i recenti dati forniti dal Consiglio nazionale dei geologi, dal 1996 al 2008 in Italia sono stati spesi più di 27 miliardi di euro per dissesto idrogeologico e terremoti, oltre al fatto che 6 milioni di italiani abitano nei 29.500 chilometri quadrati del territorio considerati ad elevato rischio idrogeologico, e ben 1.260.000 sono gli edifici a rischio frane e alluvioni. Di questi sono 6.000 le scuole e 531 gli ospedali;

a questo si aggiunge il crescente grado di rischio di erosione costiera, che interessa oltre 540 chilometri lineari dei litorali italiani in cui sono direttamente coinvolti beni esposti;

nell’anno scolastico 2010/2011, secondo l’Istat, risultano iscritti agli asili nido comunali 157.743 bambini fino a 2 anni di età, mentre altri 43.897 usufruiscono di asili nido convenzionati o sovvenzionati dai Comuni, per un totale di 201.640 utenti;

nel 2010 la spesa impegnata per gli asili nido da parte dei Comuni o, in alcuni casi, di altri enti territoriali delegati dai Comuni stessi è di circa 1.227.000.000 euro, al netto delle quote pagate dalle famiglie;

fra il 2004 e il 2010, nonostante il graduale ampliamento dell’offerta pubblica, la quota di domanda soddisfatta è ancora limitata rispetto al potenziale bacino di utenza: gli utenti degli asili nido sono passati dal 9 per cento dei residenti fino a due anni di età dell’anno scolastico 2003/2004 all’11,8 per cento del 2010/2011. Mentre rimangono molto ampie le differenze territoriali: la percentuale di bambini che usufruisce di asili nido comunali o finanziati dai Comuni varia dal 3,3 per cento al Sud al 16,8 per cento al Nord-Est,

impegna il Governo:

1) ad attivarsi al fine di sospendere immediatamente la partecipazione italiana al programma di realizzazione dell’aereo Joint strike fighter – F35;

2) a procedere in tempi rapidi ad un’attenta ridefinizione del modello di difesa italiano sulla base del dettato costituzionale e della nostra politica estera, affermando un ruolo centrale per la politica europea e sostenendo il ruolo di peacekeeping per le forze armate;

3) a destinare le somme così risparmiate ad un programma straordinario di investimenti pubblici riguardanti piccole opere e finalizzato prioritariamente alla messa in sicurezza degli edifici scolastici, del territorio nazionale dal rischio idro-geologico, e alla realizzazione di un piano pluriennale per l’apertura di asili nido.

(1-00008)

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Ultime sugli F35: non possono volare

Il più grande bidone sfornato dal complesso militare industriale statunitense – il cacciabombardiere F35 – è stato bloccato a terra dal Pentagono. Il motore si rompe, quindi meglio non metterlo in moto.

Il “gioiello” – per il prezzo, soprattutto – cui il governo Monti (dopo quelli Prodi e Berlusconi) proprio non poteva rinunciare ha tirato fuori un altro di quei “difettucci” che ne rendono impossibile l’utilizzo.

Il Pentagono è stato costretto a sospendere tutti i voli degli esemplari fin qui completati. Una delle tante ispezioni necessarie – come per tutti gli aerei, anche civili – ha riscontrato una ‘frattura’ in una delle pale della turbina del reattore. In pratica, è probabilissimo che si possano spezzare in volo, quando le temperature e le sollecitazioni arrivano al limite. Si capisce senza sforzo che un aereo così, una specie di Ferrari da combattimento, tutto può sopportare tranne che l’esplosione di uno dei due motori mentre va a velocità pazzesche.

Il problema riscontrato in precedenza era più ridicolo, ma in fondo “minore”. I serbatoi del velivolo – nel tentativo di ridurre al minimo il peso di ogni componentte – erano troppo “sensibili” ad eventuali scariche elettriche ad alto voltaggio. Insomma, infilandosi in una nube, potevano incendiarsi se colpiti da un fulmine (com’è noto, tutti gli aerei sono protetti da una “gabbia di Faraday” che impedisce tale sgradevole eventualità; ma nel caso dell’F35 questa “gabbia” presenta un varco mortale proprio nel punto dei serbatoi).

Un terzo problema, ancora più piccolo ma altrettanto invalidante, si era verificato un mese fa. La sonda per il rifornimento in volo si era staccata su un esemplare della versione per i Marines, F-35 B (a decollo corto e atterraggio verticale), di cui l’Italia dovrebbe acquistarne 30 per la Marina. Gli F-35 B vennero tenuti a terra per circa un mese.

I responsabili del programma F-35, costruito dalla Lockheed Martin (una delle colonne portanti del “complesso militare-industriale Usa) in collaborazione con aziende dei paesi che hanno preso l’impegno ad acquistare il velivolo (Alenia Aermacchi, dalle nostre parti), stanno ora verificando la portata del problema motore con la società subappaltante che o costruisce, la Pratt & Whitney.

“Gli ingegneri stanno inviando la turbina agli impianti della Pratt e Whitney di Meddletwon, per condurre una valutazione e analisi più approfondita sulle cause”, si legge nel comunicato del Pentagono e della Lockheed, anche se “è troppo presto per accertare l’impatto della scoperta sull’intera flotta, tuttavia, come misura di precauzione, tutte le operazioni di volo degli F-35 sono state sospese”.

Qualcuno lo dica al generale ministro Di Paola, o meglio al suo successore: quell’ordine di acquisto di 90 esemplari (con relativi armamenti, upgrade, manutenzione, ecc) va annullato. Non solo per risparmiare soldi pubblici. Fin qui sono stati firmati contratti per 3 esemplari, e il governo era pronto alla firma per prenderne altri tre. Tra le motivazioni meno credibili, c’era anche quella di “mantenere l’occupazione” nello stabilimento Aermacchi di Cameri, dove vengono montate le parti di competenza italiana. Il primo F35 “completo” con la bandierina tricolore dovrebbe uscire da quell’hangar nel 2015.

Come ricorda l’agenzia di stampa Bloomberg, l’F35 è stato un bidone fin dalla nascita. Ha evidenziato un tale numero di problemi (alla struttura, ma anche ai software dei computer di bordo) da ritardare di sette anni i tempi di sviluppo.

Il Pentagono, prima degli annunciati tagli anche alla spesa militare, aveva progettato di comprarne ben 2.443, con una previsione di spesa di oltre 395 miliardi di dollari. Il “bidone”, come le autostrade italiane, presenta una rivalutazione continua dei costi che fin qui si è materializzata in un incremento del 70 per cento rispetto all’anno della prima ordinazione: il 2001.

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L’Italia in crisi non rinuncia al drone killer

Di Ennio Remondino

Dev’essere il fascino del mostro. Ne abbiamo scritto la scorsa settimana ricevendo richieste di altre informazioni. Aggiornamento sui Droni assassini.
Identifichiamo il killer. In questa caccia immaginaria alla macchina assassina, innanzitutto, come veri sbirri, dobbiamo avere l’esatta identità. Immaginiamo un rapporto Fbi (da telefilm made in Usa), e subiamo un po’ d’anglo-americano. Nome: MQ-9 Reaper. Ruolo: Unmanned combat air vehicle. Nazionalità: United States. Genitori: General Atomics Aeronautical Systems. Data di nascita: 2 February 2001. Servizio militare: 1 May 2007. Forze armate servite: United States Air Force; U.S. Customs and Border Protection; Royal Air Force; Aeronautica Militare italiana. Caspita, dopo americani ed inglesi ci siamo noi italiani! Il dubbio emerge proseguendo negli accertamenti da banale uso di internet.

Le parole chiave -a nostro avviso- sono queste: «The MQ-9 is the first hunter-killer UAV designed for long-endurance, high-altitude surveillance». Anche senza aver frequentato l’accademia militare di Annapolis la definizione di “cacciatore-assassino” dice tutto.

Chi conta balle. Quotidiani del febbraio 2008. “Italia acquisirà 4 UAV Predator B/Reaper” titola qualcuno. Leggi e vieni a sapere che “La IV Commissione Difesa della Camera ha approvato l’acquisizione di 4 UAV (Unmanned Aerial Vehicle) Predator B di General Atomics, compreso il pacchetto di sensori, sistemi di controllo a terra e supporto logistico”. Per gli appassionati della materia, altri dettagli: “I velivoli si andranno ad aggiungere ai 5 Predator A acquistati nel 2004 dall’Aeronautica Militare (di cui uno perso in fase di addestramento, perdita ripianata da un ordine per 2 velivoli effettuato nel 2005) di base ad Amendola presso il 28° Gruppo Velivoli Teleguidati del 32° Stormo, 3 dei quali attualmente stanziati a Herat, in Afghanistan, per compiti di ricognizione, scorta sorveglianza e intelligence [.]”. Sorveglianza, intelligence e, quindi, niente armi. Parrebbe. L’allora sottosegretario alla Difesa garantisce: l’eventuale opzione armi passerà per il Parlamento.

Tutti un po’ distratti. Mai parlato di armi da montare sugli italici “cacciatori-assassini”. Almeno in nessuna aula parlamentare. Eppure le fonti americane, solitamente precisine e disinvolte in fatto di armi, ci dicono, «On 30 May 2012, it was reported that U.S. plans to sell kits to arm Italy’s six Reapers with Hellfire missiles and laser-guided bombs». Vale a dire che l’Italia ha ordinato, assieme a sei assassini tecnologici (e qui i numeri paiono già quelli di una lotteria: 4, 5, 6?), anche i kit per armare i Reapers con missili Hellfire e bombe a guida laser. Voglie occultate di potenza. Come la decisione del governo ‘tecnico’ di usare i quattro aerei Amx della base italiana di Herat non più per semplice ricognizione. Finora, in caso di necessità di ‘supporto aereo’ in soccorso a truppe a terra in difficoltà, erano sempre intervenuti i nostri elicotteri Mangusta A-129 con i loro missili Tow e i loro micidiali cannoni rotanti da 500 colpi al minuto. Qualche contraddizione costituzionale si affaccia.

Spara e dimentica. Lasciando da parte le questioni etico-giuridiche, scegliamo la strada oggettiva dei fatti. Curiosando, scopriamo che uno di quegli assassini volanti costa, come dicono loro, ” Us$ 36.8 million”. Più o meno 29 milioni di euro. Una bella somma per l’Italia della Cassa Integrazione da rifinanziare. Altrettanto inquietante l’intenzione di guerra, la scelta di colpire che è propria della dotazione stessa di un certo tipo di armamento. L’AGM-114 Hellfire -andiamo a scoprire- è un missile anticarro, nato per dotare gli elicotteri di capacità d’attacco contro veicoli corazzati. L’acronimo HELLFIRE, scelto anche per il suo significato evocativo di “fuoco infernale”, sta per HELicopter Launched FIre and foRgEt, missile elilanciato “spara e dimentica”. Il pilota individua il bersaglio, lo inquadra con la guida laser, schiaccia il bottone e quel piccolo siluro di un metro e largo un palmo ammazza per te. Costo di affezione tra 68.000$ e 122.000$ circa. L’uno ovviamente.

Droni alla siciliana. Dalle rivelazioni del New York Times sulla scelta statunitense di far diventare la base Nato di Sigonella, “Capitale” per i suoi attuali 7500 droni in servizio, passiamo al dettaglio del telecomando dei robot assassini. Ricordate la polemica sulle due antenne alte 149 metri e tre grandi parabole dal diametro di oltre 18 metri in Sicilia? Il sistema di telecomunicazioni satellitari della marina Usa, il Muos (Mobile User Object System), dotato di cinque satelliti geostazionari e quattro stazioni di terra. Ecco a voi il super telecomando planetario per quei killer per aria. Furono battaglie pacifiste ed ecologiste a Niscemi, a Sud della provincia di Caltanissetta, verso la Piana di Gela, al confine con l’estremità occidentale delle province di Catania e Ragusa. Per quella fabbrica di impulsi radio c’era l’Ok del Governo e dell’ex governatore siciliano Raffaele Lombardo. Ora il neogovernatore Rosario Crocetta sospende le autorizzazioni, sperando non sia stato troppo audace.

Spiccioli e supermercato. Certo, parlare di questa sofferente Italia che si arma quasi di nascosto per andare a buttar via mezzi e sacrifici umani in Afghanistan, appare quasi caricaturale rispetto alla dimensione del problema armi nel mondo. I dati resi pubblici oggi dal Sipri, il centro ricerche per la pace di Stoccolma, ci dice che, nel 2012, i Governi di tutto il mondo hanno speso l’esorbitante cifra di 1750 miliardi di dollari per mantenere le proprie strutture militari. Armi, apparato militare e il suo complessivo mantenimento. Veniamo così a sapere che il nostro Paese “cresce”, unico caso di sviluppo attuale oltre le vendite di vino: dopo un anno di assenza per il sorpasso brasiliano, torniamo nei primi 10 posti della lista di chi spende di più per armamenti. Podio per Stati Uniti, Cina e Russia. L’Italia, soltanto decima, dai conti dell’istituto svedese viaggia sui 34 miliardi di dollari, con qualche pasticcio di cambio con l’euro. Ma nel 2013 promette ufficialmente di crescere!

Fonte:http://www.globalist.it/Detail_News_Display?ID=42874&typeb=0

http://www.megachip.info/tematiche/guerra-e-verita/10121-litalia-in-crisi-non-rinuncia-al-drone-killer.html

http://www.antimafiaduemila.com/2013041642298/guerre/litalia-in-crisi-non-rinuncia-al-drone-killer.html

http://informazioneconsapevole.blogspot.it/2013/04/litalia-in-crisi-non-rinuncia-al-drone.html

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Usa e getta. Le follie dell’obsolescenza programmata

Usa e getta. Le follie dell’obsolescenza programmata» di Serge Latouche. Genesi e sviluppo di un concetto divenuto la stella polare delle strategie globali delle imprese

In quella che è, probabilmente, la più famosa delle Operette morali di Giacomo Leopardi, il «Dialogo della Natura e di un Islandese», nel suo ultimo intervento, la Natura afferma: «Tu mostri non aver posto mente che la vita di quest’universo è un perpetuo circuito di produzione e distruzione, collegate ambedue tra sé di maniera che ciascheduna serve continuamente all’altra, ed alla conservazione del mondo; il quale sempre che cessasse o l’una o l’altra di loro, verrebbe parimenti in dissoluzione». È difficile che non vengano in mente tali parole leggendo l’ultimo testo di Serge Latouche, intitolato Usa e getta. Le follie dell’obsolescenza programmata, uscito di recente per Bollati Boringhieri (pp. 114, euro 14,50). Tutto il discorso verte, infatti, sulla necessità, per l’attuale sistema capitalista, di creare un ciclo continuo, e sempre di più breve durata, di produzione e distruzione delle merci. Come afferma Günther Anders, citato dallo stesso Latouche, «la produzione vive della morte dei prodotti singoli (che vanno forniti sempre di nuovo); deve dunque la sua “eternità” alla mortalità dei suoi esemplari». Per cui una stampante deve bloccarsi dopo aver prodotto diciottomila copie, un computer essere fuori uso dopo un paio d’anni e così via. Nello stesso tempo occorre che non sia possibile, perché economicamente non conveniente, che i prodotti vengano riparati, ma bisogna sempre acquistarne di nuovi.

Il libro, come si racconta nella prefazione, prende le mosse da un film, Pret à jeter/ The Light Bulb Conspirancy di Cosima Dannoritzer, in cui il teorico della decrescita felice era stato coinvolto, e dall’incontro con Giles Slade, autore del testo di riferimento per la realizzazione della pellicola. Così, richiamandosi soprattutto a The Waste Makers di Vance Packard, si affronta il concetto dell’obsolescenza programmata, ovvero quell’insieme di tecniche «messe in opera per ridurre artificialmente la durata di un bene manifatturiero, in modo da stimolare il rinnovo del suo consumo».

Messa da parte quella che viene definita obsolescenza tecnica, ossia il fatto per cui un prodotto risulta essere superato a causa dell’evoluzione e del progresso tecnologico, l’attenzione dell’autore si concentra sulla cosiddetta obsolescenza psicologica o simbolica, per cui grazie alla pubblicità, alla moda, al marketing si convincono i consumatori a cambiare un prodotto, e su quella strictu sensu programmata: «l’estinzione di un prodotto dovuta al fatto che il produttore vi ha inserito di proposito un pezzo difettoso destinato a limitarne la durata». Naturalmente, spesso nella realtà, tecniche legate ai differenti tipi di obsolescenza vengono attuate sincronicamente per raggiungere l’effetto desiderato.

Latouche passa poi a narrare la storia della progressiva affermazione del concetto di obsolescenza e ad esaminarne i modi di funzionamento. Tutto ha inizio negli Stati Uniti tra la fine ell’Ottocento e l’inizio del Novecento, con la comparsa del primo usa e getta: «Già nel 1872, l’America produce 150 milioni di colli e polsini da camicia non lavabili». Si va avanti con i preservativi di caucciù o di latex, poi, nel 1895, con i rasoi usa e getta, nel 1920 i primi assorbenti e nel 1924 i kleenex. E si prosegue con la nascita del «sistema Detroit», quando la General Motors, per contrastare il successo della Ford, basato su macchine solide e di poco prezzo, inizia ad utilizzare il marketing, lanciando un modello nuovo ogni anno, senza alcuna innovazione tecnologica significativa, e spingendo la gente a cambiare macchina ogni tre anni, «il tempo necessario a rimborsare il prestito di quella precedente». Si passa poi al periodo dell’obsolescenza programmata propriamente detta, quando le macchine, in genere elettrodomestici, iniziano a diventare più fragili, soprattutto per la «proliferazione di accessori che, quando si guastano, (NE)bloccano completamente il funzionamento». Segue la seconda ondata dell’usa e getta, che investe prodotti più sofisticati come la radioline a transistor, e vede l’introduzione della cosiddetta data di deperimento. L’ultimo tassello è quello dell’obsolescenza alimentare: dal 30 al 50% dei prodotti alimentari «finisce nelle discariche prima di essere venduto nei centri commerciali, o è gettato nelle pattumiere domestiche perché ha superato la data di scadenza».

Il testo prosegue analizzando gli aspetti morali della questione e i possibili limiti, anche e soprattutto a livello ecologico. La conclusione non può che essere la proposta della decrescita serena come unica soluzione «per sfuggire al destino funesto di una obsolescenza programmata dell’umanità».

Mauro Trotta
Fonte: www.ilmanifesto.it
19.04.2013

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Le ali degli F-35? Le fanno gli israeliani

“C’è una possibilità – parlo di possibilità, perché dipenderà dalle decisioni che verranno prese – che su quei numeri sia prevista la costruzione in Italia di 1.215 ali…..Il valore di milleduecento ali si aggira intorno ai 6 miliardi di dollari.” (Camera dei Deputati, resoconto stenografico dell’audizione in Commissione Difesa 1 febbraio 2012, pagina. Il generale Domenico Esposito, direttore generale degli armamenti aeronautici, sprizzava ottimismo quando espose le prospettive industriali che si aprivano all’Italia grazie all’F-35. Erano i giorni dei diecimila posti di lavoro.

Nelle diapositive mostrate durante l’audizione si aggiungeva anche che “la produzione/assemblaggio ali costituisce il maggiore contributo alla partecipazione industriale italiana” al progetto e si azzardava come bisognasse capitalizzare la capacità produttiva del FACO di Cameri (798 milioni di euro pagati dal contribuente) “per assorbire richieste produttive in eccesso rispetto alla capacità di Fort Worth” (Fort Worth è la sede degli stabilimenti Lockheed n.d.r.). A Cameri si possono costruire fino a “sei ali al mese” il che, se gli ordini dovessero arrivare, significherebbe lavoro per duecento mesi, quasi 17 anni.

Nei mesi successivi, però, di contratti per le ali italiane non si è più sentito parlare. O meglio, quelle “milleduecento ali” si erano come volatilizzate. L’unico contratto di cui si era avuta notizia, ma ben quattro anni prima, era di 15 milioni di dollari per le fasi preliminari della produzione. Poi, il 2 maggio, un altro annuncio: 141 milioni di dollari ad Alenia Aermacchi per l’assemblaggio della prima ala (compresi 60 milioni per i macchinari). In realtà il protocollo di intesa con la Lockheed era stato firmato a febbraio e allora si era detto che comportava potenzialità di lavoro “fino a 1,5 miliardi di dollari”. E quelle milleduecento ali sembravano MIA, missing in action, nessuno sapeva più dove fossero finite.

Dove siano finite, almeno in parte, adesso è chiaro: in Israele. Qualche giorno fa la IAI, l’azienda aeronautica del governo di Tel Aviv, ha firmato un contratto con Lockheed per costruire ali per l’F-35. Nel comunicato non si specifica quante saranno ma si dice chiaramente che si tratta di una commessa del valore “fino a 2,5 miliardi di dollari”. Val la pena di ricordare che Israele non è un partner del progetto come lo è l’Italia. Il nostro bilancio ha già sborsato circa due miliardi di dollari per la fase di ricerca e sviluppo e ha messo quasi un altro miliardo per l’infrastruttura di Cameri. Israele nulla di tutto ciò: ha ordinato venti F-35 con il meccanismo delle Foreign military sales, cioè è il governo statunitense che effettivamente compera gli aerei e poi li “rivende” agli israeliani. Israele non ha messo una lira per la ricerca e lo sviluppo e in più la spesa per l’acquisto è coperta da un mutuo di Washington per tre miliardi di dollari. In cambio, già a settembre 2010 quando venne ufficializzato l’ordine, l’agenzia Reuters scriveva che gli israeliani avrebbero costruito 800 ali per l’aereo, nell’ambito di un pacchetto di compensazioni pari a 4 miliardi di dollari.

Dunque, c’è un contratto israeliano per 2,5 miliardi che dovrebbe riguardare 800 ali. E uno potenzialmente di 1,5 miliardi con l’Italia. Mia nonna diceva “se due più due fa quattro”: allora, se gli italiani hanno firmato un accordo da 1,5 miliardi vuol dire che a Cameri di ali, al massimo, se ne costruiranno 480. E le altre 800 circa? In Israele, naturalmente. I conti tornano perfettamente.

Altro che offrire la capacità produttiva alla Lockheed, altro che sei miliardi di dollari (un’altra bufala? stando al contratto israeliano 1200 ali valgono al massimo 3,75 miliardi. E gli altri 2,25 di chi sono?). Sempre di più dunque questo programma è un mistero neppure tanto buffo, un tragico valzer degli inganni. Sperare in un ravvedimento di questo improbabile Governo è inutile. Al ministro amico di Finmeccanica adesso si è aggiunta la sottosegretaria Roberta Pinotti, che appena insediata ha annunciato che si prodigherà per dare lavoro all’industria delle armi.

Intanto, nel resto del mondo si annunciano tagli e ripensamenti. Gli olandesi stanno pensando di tagliare i loro aerei da 80 a 35 e i due che hanno già comperato sono stati messi a terra per due anni in attesa di una decisione. Persino gli inglesi, partecipanti di 1° livello al progetto (noi siamo solo di 2° livello) forse non compreranno più di 48 aerei, per la sola Royal Navy. Lo ha detto il segretario alla difesa britannico, Philip Hammond, in un’intervista alla britannica Sky News. Il ministro di Sua Maestà ha affermato che non intende prendere impegni oltre questi 48. “Dipende dalla politica, dai soldi e dalla situazione mondiale”. Per ora, solo noi siamo sicuri che avremo tanti soldi e che dovremo andare a bombardare a destra e a manca. Vincere e vinceremo.

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/07/ali-dellf-35-fanno-israeliani/585809/

L’unica consolazione, visto come le “forze del bene” occidentali usano codesti aerei, è che saremo un po’ meno corresponsabili della morte di civili indifesi sotto le bombe “intelligenti”….
Però ormai è davvero esser ciechi non vedere come va il mondo e chi tira i fili del disastro mondiale attuale.

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