Scritto da Carlo Panella
Tuesday 22 February 2011

Aumentano i segnali che indicano che la rivolta in Libia avrà uno sviluppo ben diverso da quelle della Tunisia e dell’Egitto. Il regime di Muammar Gheddafi infatti è sempre più chiaramente intenzionato di innescare una vera e propria guerra civile, contrapponendo alle manifestazioni di protesta non solo reparti fedeli dell’esercito, ma anche la mobilitazione dei Consigli Rivoluzionari che – a quanto risulta, salvo verifica – hanno una discreta capacità di mobilitazione quantomeno in Tripolitania a sostegno del regime.

Le notizie più preoccupanti, oltre a quelle dei morti (una trentina o forse una cinquantina) dicono che il colonnello Gheddafi avrebbe ieri percorso le strade di Tripoli per galvanizzare i manifestanti a suo favore, dando il chiaro segnale di tentare una mobilitazione popolare che contrasti le manifestazioni di protesta, tanto che a darne conto è l’agenzia ufficiale di stampa Jana.
Ancora più preoccupante la notizia che il figlio di Gheddafi, Hamis, ha tentato di occupare manu militari Bengasi, epicentro della rivolta che al momento riguarda essenzialmente la Cirenaica (in Tripolitania si sono mobilitate solo Tobruk e al Marj). La brutalità e le modalità adoperate dai reparti guidati da Hamis avrebbero scioccato le regolari forze di sicurezza locali, che si sarebbero schierate con i manifestanti, ingaggiando uno scontro e spingendo le forze fedeli a Gheddafi fuori città.
Anche al Beida (in cui si sono contati 14 morti giovedì) è stata assediata da un battaglione dei reparti comandati da Hamis. A completare il quadro, un minaccioso proclama dei Comitati rivoluzionari libici che minaccia “una risposta affilata e violenta agli avventurieri che manifestano contro il regime: la risposta del popolo e delle forze rivoluzionarie a questi gruppuscoli sarà affilata e violenta; il potere del popolo, la Giamahiria, la Rivoluzione e il leader sono tutte linee rosse e chi cerca di superarle o di avvicinarle gioca con il fuoco e compie un suicidio”. Intanto, è stata rinviata sine die la riunione del Parlamento in cui secondo Quirina, il giornale di un altro figlio di Gheddafi, Seif al Islam, attestato su pur prudenti posizioni di fronda e fautore di profonde riforme, avrebbero dovuto essere dimessi e sostituiti i vertici del governo di Al Baghdadi Al Mahmoudi, leader dello schieramento conservatore.
Il quadro della crisi libica è dunque complesso e non chiaro e solo nei prossimi giorni si potrà vedere quale sia l’evoluzione dei rapporti di forza. Certo è che l’esercito libico ha caratteristiche ben diverse da quello tunisino ed egiziano, là dove i generali si sono rifiutati di far sparare sui dimostranti e che addirittura sono stati invocati dalle piazze in rivolta affinchè costringessero –come hanno poi fatto- i due raìs alla fuga, diventando garanti della transizione alla democrazia. L’esercito libico è formato da quadri che hanno combattuto molte guerre in Africa, a iniziare da quella tragica nel confinante Ciad, agisce di concerto con Servizi Segreti che hanno tentato (ma spesso fallito) putsch in molti paesi africani (persino nelle Seychelles) e pare – di nuovo, salvo conferma – sostanzialmente fedele alla linea di comando del più longevo dittatore africano, al potere da ben 42 anni. Gheddafi pare dunque avere la possibilità concreta di tentare allo stesso tempo la carta della repressione violenta su grande scala e la mobilitazione di una non piccola area di consenso tra quella parte della popolazione che in questi anni ha goduto del Welfare e delle prebende prodotte dalla manna petrolifera.

(Libero del 19 febbraio)

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20 giugno 2012 | Autore

Segue: “Paradigma per un dittatore” un articolo rivelatore del 2011 dell’ottima  Saura Plesio  http://www.sauraplesio.blogspot.it

Egitto: Mubarak ”clinicamente morto”, ma e’ giallo sull’ex presidente

20 Giugno 2012 – 08:43

(ASCA) – Roma, 20 giu – E’ giallo sul decesso dell’ex presidente egiziano Hosni Mubarak: ieri sera l’agenzia di stato Mena lo ha definito ”clinicamente morto”, poi la precisazione di fonti militari: ”E’ in coma ma ancora in vita, attaccato ad un respiratore”. La moglie, Suzanne Sabet, lo ha raggiunto all’ospedale penitenziario di Maadi, dove e’ ricoverato da diversi giorni. Nelle ultime due settimane le condizioni di salute dell’ex rais erano drasticamente peggiorate. ”Mi vogliono uccidere in prigione”, aveva accusato di recente dopo essere stato colto da diverse crisi di insufficienza cardiaca per le quali era stato sottoposto a defibrillazione.

Mubarak, che al momento e’ a scontare l’ergastolo che gli e’ stato inflitto per la morte di oltre ottocento manifestanti durante la rivoluzione che lo ha deposto lo scorso febbraio, nelle ultime settimane riceveva con frequenza le visite dei suoi due figli, Gamal Mubarak, il piu’ giovane e indicato a lungo in passato come possibile successore al padre, e Alaa, entrambi condannati alla prigione con l’accusa di corruzione, poi caduta in prescrizione. Alla notizia della presunta morte del Faraone, ieri notte una folla di migliaia di persone e’ uscita in strada ed ha cominciato a riempire piazza Tahrir, scandendo slogan di liberta’ e democrazia. Nato il 4 maggio del 1928 nel villaggio di Kafr El Meselha, nel Delta del Nilo, Hosni Mubarak e’ stato il quarto presidente dell’Egitto, carica che ha ricoperto per quasi trent’anni, a partire dal 14 ottobre 1981 fino all’11 febbraio 2011, quando le rivolte antigovernative esplose sulla scia della Primavera araba lo costrinsero alle dimissioni da capo del governo. Passato alla storia come ”l’ultimo Faraone” il 2 giugno e’ stato condannato al carcere a vita per aver cercato di soffocare nel sangue le proteste. Nel corso del processo l’accusa ne chiese la condanna a morte per impiccagione. Intrapresa la carriere militare, l’ascesa di Mubarak si apri’ nel 1975, dopo la nomina prima di vicepresidente del Paese e poi del Partito Nazionale Democratico (NDP). A seguito dell’assassinio dell’allora capo dello Stato Anwar al-Sa-da-t da parte dei fondamentalisti qualche anno piu’ tardi, divenne Presidente della Repubblica Araba d’Egitto sfuggendo nella sua vita a non meno di sei tentativi di omicidio. L’ultimo nel 2005 ad Addis Abeba fu sventato da Omar Suleiman, il capo dei servizi segreti che il rais aveva nominato vicepresidente nei suoi ultimi giorni al potere. In politica estera, Mubarak riusci’ a riportare nel 1989 l’Egitto nella Lega araba, da dove era stato escluso dopo la pace con Israele, e tenne il Paese ancorato all’Occidente facendone un alleato-chiave degli Stati Uniti grazie al ruolo svolto nel processo di pace in Medio Oriente. Si espresse contro la guerra in Iraq del 2003 voluta dagli Usa e dalla Gran Bretagna, rilevando la necessita’ di affrontare prima la questione Israelo-palestinese. Le voci sulla sua morte, giungono a due giorni dall’annuncio dei risultati delle presidenziali, che hanno visto un testa a testa al ballottaggio tra il Fratello Musulmano Mohammed Morsi e il premier dell’ancien regime, Ahmed Shaquif, in una tornata elettorale altamente simbolica per il futuro democratico del Paese. In Egitto, infatti, e’ ancora in atto lo stato d’emergenza decretato nel 1981 dopo l’omicidio di Sadat. La misura e’ stata oggetto di dure critiche da parte dell’opposizione per l’abnorme estensione del provvedimento che prevede de iure, tra le altre cose, arresti preventivi e il controllo diretto dei media. rba/sam/rl

Ben Ali è stato condannato a 20 anni

L’ex presidente tunisino è stato ritenuto responsabile da un tribunale militare della morte di quattro ragazzi nelle proteste del gennaio 2011

13 giugno 2012

Zine El Abidine Ben Ali, 75 anni, presidente della Tunisia dal 1987 al 2011, è stato condannato questa mattina dal tribunale militare di Tunisi a 20 anni di carcere per “incitamento al disordine, omicidi e saccheggi sul territorio tunisino”, secondo quanto ha riferito l’agenzia di stampa tunisina TAP, ripresa poi da diverse agenzie internazionali.

L’ex presidente si trova in esilio in Arabia Saudita dal 14 gennaio 2011, dopo che un mese di proteste violente nel paese lo avevano costretto a lasciare il potere. La condanna fa riferimento al cosiddetto “caso di Ouardanine”, la morte di quattro giovani ragazzi a cui le forze di sicurezza avevano sparato durante gli scontri nella cittadina di Ouardanine, circa 170 chilometri a sud di Tunisi. Nel giugno 2011, un tribunale tunisino aveva già condannato Ben Ali e la moglie Leila Trabelsi a 35 anni di carcere per furto e appropriazione indebita, a causa delle grandi somme di denaro, ai reperti archeologici, alla droga e alle armi che l’ex presidente aveva accumulato durante i suoi oltre vent’anni al potere.

Le proteste tra il dicembre del 2010 e il gennaio del 2011 hanno ispirato un ampio movimento di protesta in molti altri paesi arabi e hanno avuto il successo più netto ed evidente in Tunisia: nell’ottobre del 2011 si sono tenute le prime elezioni libere dalla fine del regime di Ben Ali, vinte dal partito islamico moderato Ennahda, che oggi governa insieme al Congresso per la repubblica (CPR) di orientamento liberal e con il partito Ettakatol di centrosinistra. Nonostante i successi sul fronte politico e democratico, nelle ultime settimane ci sono stati tensioni e scontri intorno ad alcune manifestazioni organizzate da gruppi salafiti.

Un discorso televisivo di Ben Ali poco prima di abbandonare la Tunisia, il 13 gennaio 2011.
foto: AP Photo / Channel 7 Tunisia

Paradigma per un dittatore

Ricordate Slobodan Milosovic? Fu una delle rivoluzioni colorate, OTPOR  (il cui logo era il pugno chiuso e alzato) sostenuto dal National Endowement for Democracy americano, a rimuoverlo. Poi sappiamo com’ è andata. La Serbia venne bombardata per 80 gg  dalle forze Nato con l’allora Presidente del consiglio Massimo D’Alema ansioso di mostrare agli Alleati che aveva messo in naftalina il suo comunismo “pacifista”. E giù bombe su bombe! Senza nemmeno la copertura Onu, gli aerei decollarono dalla base di Aviano sganciando siluri “umanitari” su Belgrado. Fu la guerra benedetta dell’Ulivo Mondiale. Tutti convinti olivetani pacifondai: dai clintoniani ai prodiani passando per il Papa Wojtyla che parlò dell’”ingerenza umanitaria” come male necessario. Si distinse per accanimento Madeleine Albright dell’amministrazione Clinton che andò a stringere personalmente la mano sporca di sangue dell’albanese Thaci dell’Uck, nominato poi premier del neonato stato secessionista del Kossovo, uno stato all’insegna del narcotraffico.L’epilogo lo conosciamo:  il processo-farsa di Carla Del Ponte, ed  infine lo strano caso del  “suicidio”  di Milosevic in cella.

Morto Slobo, pacificata (si fa per dire) l’area balcanica, la Serbia poté finalmente entrare nella Ue, secondo la formula della pax mercantile, panacea per tutti i mali del secolo.

Ricordate Saddam Hussein? Era l’uomo-chiave degli Usa per combattere la guerra iraniana. Poi si montò la testa e non fece tesoro dell’affermazione di Kissinger “essere nemici dell’America può essere pericoloso, ma essere suoi amici può essere fatale” e  si mise in mente di occupare il Kuwait. Mal gliene colse con Bush senior. Nel frattempo ci fu la guerra al terrorismo internazionale in Afghanistan dopo l’attentato alle torri gemelle e si cominciò a parlare del dittatore dell’Iraq  come di colui che aveva nascosto le famigerate armi di distruzione di massa. Non ne fu trovata traccia, ma il dittatore venne deposto comunque, sotto l’amministrazione di Bush jr. Prima la statua, poi lui con tanto di corda al collo.  Le foto dimostrano come. Il paradosso di questa guerra irachena è che mentre con Saddam c’era tolleranza nei confronti dei cristiani (Tareq Aziz ministro di Saddam era un cristiano caldeo) ora i cristiani vengono perseguitati, e ogni due per tre salta per aria un loro luogo di culto.
Ricordate Ben Alì? Disintegrato nel corso della rivoluzione dei gelsomini  dei mesi scorsi ( o rivoluzione del  cus- cus a seconda dei casi). Pare che fosse un ballon d’essai per vedere se era possibile provarci anche con l’Egitto, secondo la dottrina di Gene Sharp. E funzionò. Tipici dei dittatori sono  i loro tesori. Dopo la deposizione, la distruzione delle loro icone propagandistiche si cerca sempre il tesssorro.  ”Congelato”. Sì, ma da chi, di grazia? E siamo sicuri che quei denari serviranno poi all’edificazione della neonata democrazia tunisina? Se così fosse non ci sarebbe bisogno di pesanti traversate mediterranee di legioni di disperati che approdano stremati nelle nostre coste in cerca di cibo. Bastano e avanzano i tesori di Ben Alì, novello Ali Babà del Maghreb.
Ricordate Mubarak? Era l’uomo di fiducia di americani e israeliani (“un figlio di puttana, ma il nostro figlio di puttana”, secondo la nota citazione di Roosevelt, ripetuta di recente anche da Shimon Peres). Deposto e cacciato via, anche lui. Ora si è ammalato gravemente in quel di Sharm el Sheik. Non so quale sarà l’exit strategy congegnata per lui, ma forse riuscirà a schivarsi la solita farsa dell’Aja. Qualche obolo ai buoni servitori bisogna pur darlo.

Tocca ora a Gheddafi. In questo caso è già pronta la corte dell’Aja per violazione conclamata di diritti cosiddetti umani. Curioso che fino a ieri la Libia sedesse sullo scranno del Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite in veste di difensore di quegli stessi “diritti umani”, di cui ora è il principale violatore,  e che l’America non dicesse un ”beh”. Ma il vento evidentemente è cambiato.
Qualche interessante retroscena di questa ennesima  rivoluzione tarocca? Gheddafi ha recentemente acquisito una quota di partecipazione azionaria rilevante in Finmeccanica.

“Per chi non lo sapesse quest’ultima è una società leader al mondo nella produzione di sistemi di difesa aerospaziale ed al tempo stesso principale fornitore della difesa statunitense. Pertanto Gheddafi, a meno che non venga quanto prima destituito o spazzato via, ha tranquillamente accesso alla consistenza degli approvvigionamenti militari statunitensi. Questo è più che sufficiente per istigare una finta rivoluzione con sommosse sociali pilotate al fine di ottenere la solita scusante per l’intervento militare con il nobile scopo di esportare la democrazia. Dubito infatti che quanto stia accadendo in Libia, un paese la cui popolazione godeva di un tenore di vita considerevolmente migliore rispetto alle popolazioni di paesi confinanti, non sia affatto casuale quanto piuttosto una classica operazione di false flag” – scrive Eugenio Benetazzo nel suo sito.
E questa è una lunga triste storia di dittature sostenute, incoraggiate e nutrite fino a quando fanno comodo, destituite allorquando non fanno più comodo. Di rivolte e rivoluzioni fomentate fino a quando sono utili, di restaurazioni e normalizzazioni imposte per il proprio tornaconto mediante eserciti locali compiacenti;  di tribunali internazionali che in luogo di essere al servizio dei popoli sono al servizio delle multinazionali e delle grandi corporations. Market uber alles. Tu chiamala se vuoi, democrazia.
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23 ottobre 2012

Dean Henderson, Left HookCounterpsyops, traduzione di Alessandro Lattanzio

Non dovrebbe avere sorpreso nessuno quando i sei paesi che compongono il Gulf Cooperation Council (GCC) hanno invitato i loro protettori occidentali ad imporre una no-fly zone nei cieli della Libia, lo scorso anno. Perché queste nazioni arabe: Arabia Saudita, Kuwait, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Oman e Qatar, hanno fatto appello a un atto di guerra contro un altro produttore di petrolio arabo? Una breve storia del CCG è necessaria. La rivoluzione iraniana del 1979 è stato un evento spartiacque. Con lo scià deposto e il Consorzio iraniano nazionalizzato, i Quattro Cavalieri: Exxon Mobil, Chevron Texaco, BP Amoco e Royal Dutch/Shell, e i loro proprietari Rockefeller/Rothschild hanno cercato di creare un sistema di sicurezza più completo per la salvaguardia del greggio del Golfo Persico.
La Casa dei Saud è  rapidamente diventata il parafulmine dei nazionalisti arabi, che vedevano nella monarchia un surrogato occidentale. Il Dipartimento di Stato ha cercato di far togliere la pressione sui sauditi, trovando altri leader regionali disposti ad abbracciare lo stesso scambio petrolio per armi che era in vigore nel regno saudita dall’inizio degli anni ’50. Tale accordo prevede la protezione degli Stati Uniti per la Casa dei Saud, per proteggerla dai nemici interni ed esteri. In cambio, i sauditi operano da “produttori a comando”, assicurando all’occidente la fornitura costante e relativamente a buon mercato del petrolio. Mentre le agenzie fantasma degli Stati Uniti come SAIC, Booz Hamilton, TRW e Vinnell Corp. addestravano la Guardia Reale saudita, i piloti pakistani ed egiziani (i cittadini sauditi non dovevano essere affidabili) venivano addestrati a volare sui caccia statunitensi F-15, per la protezione del Regno. I sauditi, a loro volta diventarono il principale finanziatore delle operazioni segrete di CIA/MI6/Mossad in tutto il mondo, comprese quelle contro la Libia basate nel Ciad controllato da Exxon-Mobil.
Mentre la regione del Medio Oriente contiene il 66,5% delle riserve mondiali di petrolio conosciute, la costa sud-ovest del Golfo Persico, che è controllata da Arabia Saudita, Kuwait, Qatar, Bahrain, Oman ed Emirati Arabi Uniti (EAU), contiene il 42% delle riserve di greggio del Mondo. I sauditi hanno 261 miliardi di barili, più del doppio rispetto a qualsiasi altra nazione e il 26% delle riserve mondiali conosciute. Il regno possiede non meno di 60 giacimenti di petrolio e di gas che producono 10 milioni di barili al giorno. L’enorme giacimento di Ghawar è di gran lunga il più grande sulla Terra. L’Iraq ha la seconda riserva più grande del Mondo comprovate, 112 miliardi di barili. Gli Emirati Arabi Uniti sono terzi con 97,8 miliardi di barili. Il Kuwait è quarto con 96,5 miliardi di barili. Nel 1981 i governi degli Stati Uniti e dell’Arabia Saudita fecero lo sforzo di creare il Gulf Cooperation Council (GCC), composto da Arabia Saudita, Kuwait, Qatar, Bahrain, Oman ed Emirati Arabi Uniti. Tutti tranne l’Oman sono membri dell’OPEC. Tutti sono conosciuti come le nazioni bancarie dell’OPEC. Iran, Indonesia, Venezuela, Iraq, Algeria e Nigeria sono considerate le nazioni industrializzate dell’OPEC.
La formazione del GCC ha attirato critiche immediate da Libia, Siria, Iraq e OLP, che avevano detto che l’accordo divideva la Lega araba in ricchi e poveri. Le nazioni bancarie sono inclini a vendere petrolio ai Quattro Cavalieri a buon mercato, in quanto i loro paesi sono già sviluppati e gli eventuali proventi del petrolio possono essere riciclati in investimenti globali che vanno a beneficio delle élite di questi paesi. Le nazioni industrializzate hanno bisogno di un prezzo del petrolio più elevato, sia per sviluppare le infrastrutture dei loro paesi che per pagare i loro debiti enormi ai banchieri occidentali. Le nazioni bancarie dell’OPEC sono le colombe del prezzo, mentre le nazioni industrializzate sono i falchi del prezzo. Le colombe dei prezzi e gli stati bancari del GCC sono tutti governati da monarchi, che Big Oil trova facile da gestire. I falchi dei prezzi, le nazioni industrializzate dell’OPEC, tendono ad essere più democratici e quindi più difficili per i quattro cavalieri manipolarli attraverso regimi corrotti o altre forme di corruzione. Queste democrazie tendono a nazionalizzare l’industria del petrolio, per cui i benefici della vendita del petrolio va a tutta la società, mentre il settore del petrolio del GCC è sempre più privatizzato, con un fatturato che arricchisce i quattro cavalieri e i loro sovrani-fantoccio.
Culturalmente nel mondo arabo la fondazione del GCC ha drammaticamente diffuso il potere dei centri più tradizionali e nazionalistici del potere geopolitico in Medio Oriente, come Damasco e Beirut, migliorando nel contempo la potenza delle relativamente giovani monarchie-Gucci degli Stati del Golfo. Questo nuovo blocco di nazioni bancarie aveva rapidamente firmato l’accordo economico del GCC, con la liberalizzazione delle loro economie per consentire maggiori investimenti diretti da parte delle banche e società occidentali; la creazione di una zona di libero scambio tra i membri e il lancio di un porto franco a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti. Il Bahrain divenne un importante centro bancario offshore. Lavoratori stranieri provenienti da Paesi poveri dell’Asia, come le Filippine e il Bangladesh, furono incoraggiati a entrare nei paesi del GCC, fornendo manodopera a basso costo per l’elite del petrolio. Un mercato comune venne istituito. Le politiche del petrolio furono armonizzate. Secondo il Wall Street Journal, le valute più importanti del mondo non sono la sterlina inglese, il dollaro USA o il franco svizzero. Molto più importante sono il dinaro kuwaitiano (0,30 dinari = 1 dollaro USA), il dinaro Bahraini (0,37 dinari = 1 dollaro USA) e la lira maltese (0,46 lire = 1 dollaro USA). Malta è stata fondata da Cavalieri Crociati cattolici di Malta con l’aiuto del Vaticano. Si tratta di un insieme di attività della criminalità organizzata e della CIA nel Mediterraneo. Nel 1966, il giornale al-Baath a Damasco enunciava che la posizione nazionalista araba dei falchi dei prezzi era la ragion d’essere dell’OPEC, in primo luogo. “Non resta nessun altra strada alle forze nazionali e progressiste, tranne la lotta in tutte le sue forme“, implorava il giornale, aggiungendo: “anche se questo porta a tagliare la produzione di petrolio… e alla chiusura dei pozzi di petrolio, al fine di privare il monopolista, il malversatore, il despota di questo petrolio“.
I malversatori sorseggiano tè Al fine di comprendere appieno il significato della formazione del GCC, si deve apprezzare la storia del dominio feudale dell’élite e della colonizzazione britannica che ha determinato l’esistenza stessa degli emirati che compongono il GCC. Una storia di dominio unifamiliare in questi Stati del Golfo Persico, ha reso questi emirati maturi per l’imposizione di un patto di sicurezza petrolio-per-armi, come quello creato nel 1981. Come il ministro del petrolio del Qatar ha dichiarato senza mezzi termini, recentemente, “Il mondo industriale dovrà proteggere il petrolio. Crediamo che questo sia un adeguato scambio di interessi e benefici“. Nel 1776 la British East India Company istituì un quartier generale in quello che oggi è il Kuwait. Quando i membri del clan hashemita del Kuwait, al-Sabah, che condividono il loro cognome con il fondatore degli assassini Hasan bin Sabah, aiutarono i turchi ottomani a sedare rivolte nel sud dell’Iraq, lo Sheik della tribù Muntafiq regalò agli al-Sabah dei boschetti presso al-Fao e al-Sufiyah nel sud dell’Iraq. Il Kuwait era visto come altamente strategico dai britannici, nel suo ruolo a protezione delle rotte marittime dell’Oceano Indiano. Nel 1900 gli inglesi si accordarono con Mubaraq al-Sabah, ritagliando il Kuwait dall’Iraq e facendone un protettorato britannico. La stragrande maggioranza delle persone che vivevano in quello che ora viene dichiarato Kuwait, si opposero al progetto britannico e volevano continuare a far parte dell’Iraq.
Nel 1914, nel pieno della prima guerra mondiale, il residente britannico nel Golfo Persico promise allo sceicco Mubaraq al-Sabah il riconoscimento dalla corona del suo nuovo paese, in cambio del passaggio di campo degli al-Sabah e dell’assalto alle truppe dell’Impero ottomano a Safwan, in Mesopotamia, quella che oggi è l’Iraq. Il clan al-Sabah si era guadagnato la sua striscia nell’Union Jack. La monarchia hashemita da allora governa il Kuwait. Nel 1917 gli inglesi ebbero un cliente in Ibn Saud, cui dissero, anche a lui, di incoraggiare le tribù arabe a respingere i turchi ottomani dalla regione del Golfo Persico, all’inizio della Prima Guerra mondiale. Nello stesso anno la Camera dei Rothschild sostenne la Dichiarazione di Balfour, la promessa del supporto della Corona a una patria ebraica in Palestina. Rothschild era meno preoccupato del popolo ebraico che di stabilire un avamposto in Medio Oriente, da dove lui e i suoi lacchè potessero vegliare sul centro del loro monopolio mondiale del petrolio. Un anno dopo gli ottomani furono sconfitti. Iraq, Giordania e Arabia Saudita furono divise dall’Impero Ottomano e caddero sotto il dominio britannico, con Ibn Saud che prendeva il controllo dell’omonima Arabia Saudita. La sua progenie forma la moderna Casa dei Saud. La Palestina divenne parte della Transgiordania ed era gestita da un emiro piazzato dagli inglesi. Gli Stati della Tregua dell’Oman (ora Emirati Arabi Uniti) e le Coste dell’Oman (ora Oman) divennero anch’essi dei protettorati britannici. Come Winston Churchill commentò tre decenni più tardi, “L’emiro è in Transgiordania, laddove l’ho messo in una domenica pomeriggio a Gerusalemme”.
Nel 1922 il trattato di Jeddah diede all’Arabia Saudita l’indipendenza, dalla Gran Bretagna, anche se la Corona ancora esercitava una considerevole influenza. Nel corso del 1920, con l’aiuto delle truppe britanniche, Ibn Saud strappò altro territorio agli ottomani, quando occupò Riyadh. Aveva  anche occupato le città sante di Mecca e Medina, tolte agli hashemiti. Gran Bretagna e Francia firmarono l’accordo di San Remo che divideva le concessioni petrolifere del Medio Oriente tra i due paesi. Entro due settimane, gli Stati Uniti risposero con la politica della porta aperta, che incluse i Cavalieri degli Stati Uniti nel gioco del petrolio in Medio Oriente. I piccoli produttori indipendenti statunitensi come Sinclair, si opposero a tale politica, lamentando che favoriva gli interessi petroliferi dei Rockefeller. Le Major petrolifere statunitensi Exxon, Mobil, Chevron, Texaco e Gulf, la progenie della Standard Oil Trust di John D. Rockefeller, si unirono a British Petroleum, Royal Dutch/Shell, di proprietà in gran parte della Real Casa degli Orange d’Olanda e della famiglia Rothschild, e alla Compagnie des Petroles dei francesi, per dividersi i giacimenti di petrolio del Medio Oriente. La Iraqi Petroleum Company (IPC) e il Consorzio iraniano sarebbero stati dominati dalle società europee, mentre l’Aramco dell’Arabia Saudita sarebbe stata di proprietà dei Cavalieri statunitensi. I protettorati britannici sarebbero stati sfruttati attraverso le diverse combinazioni dei quattro cavalieri.
Una controllata della IPC, la Petroleum Development Trucial Coast, iniziò la perforazione in quello che oggi sono gli Emirati Arabi Uniti (UAE), nel 1935. Oggi, dell’industria petrolifera ADCO degli Emirati Arabi Uniti, il 24% è della BP-Amoco, il 9,5% della Royal Dutch/Shell e il 9,5 % della Exxon-Mobil. ADMA è di proprietà per il 14,67% della BP-Amoco e per il 13,33% della francese ex-Compagnie des Petroles, che si è oramai consolidata come Total. La Esso Trading Company/Abu Dhabi è al 100% di proprietà della Exxon-Mobil. La Dubai Oil è per il 55% di proprietà della Conoco, che possiede anche il 35% della Dubai Marines Areas, di cui BP-Amoco detiene una quota del 33,33%. La maggior parte del petrolio degli Emirati Arabi Uniti va in Giappone. BP e Total hanno contratti a lungo termine per la sua spedizione, con gli Emirati Arabi Uniti. Chevron e Texaco, già unite attraverso ARAMCO e il suo ramo del marketing Caltex, hanno costituito la Bahrain Petroleum Company (BPC) in quel protettorato. La nuova Chevron-Texaco ora controlla la BPC. In Qatar, Exxon-Mobil domina il ricco settore del gas naturale. Possiede una grande quota della Qatargas, che attualmente rifornisce il Giappone con 6 milioni di tonnellate di gas naturale all’anno. E’ anche un partner al 30% del gigantesco giacimento gasifero di Ras Laffan, che produce 10 milioni di tonnellate di gas naturale l’anno. La BP si è unita alla Gulf per avviare la Kuwait Oil Company, che oggi vende greggio scontato agli ex proprietari della BP-Amoco e della Chevron-Texaco (la Chevron acquistò la Gulf nel 1981). Nel 1949 i Cavalieri degli Stati Uniti controllavano il 42% delle riserve di petrolio in Medio Oriente, mentre i cavalieri anglo-olandesi ne avevano il 52%. Il restante 8% era di proprietà di Total-Fina-Elf e di altre società minori.
Gli inglesi, in seguito, concessero l’indipendenza ai loro protettorati degli Stati del Golfo, a partire dal 1961, con il Kuwait, e terminando nel 1971, quando gli Emirati Arabi Uniti si formarono da sette emirati, i più importanti dei quali sono Dubai, Abu Dhabi e Sharjah. L’influenza britannica non era in declino. L’Oman rimane particolarmente vicino alla Corona. I mercenari britannici costituiscono le guardie reali che proteggono le famiglie dominanti in tutti i sei stati del GCC. Questi emirati sono governati da monarchie monofamiliari selezionate dai colonialisti britannici, per portare avanti il loro piano per dominare il petrolio del Medio Oriente e le rotte marittime, fin dal tardo 18° secolo.
Le sei famiglie regnanti del GCC sono legate tra loro, così come lo sono le famiglie reali d’Europa. Le monarchie del GCC sono invenzioni del monopolio petrolifero dei Rockefeller/Rothschild. Loro interesse, come con Mubarak in Egitto e re Hussein di Giordania, è arricchirsi servendosi dei malversatori del petrolio arabo. Gheddafi, invece, ha trascorso la sua vita combattendo quei malversatori. I media corporativi ingannano i progressisti occidentali ritraendo gli arabi come un gruppo monolitico di despoti corrotti. Ma proprio come Castro, Ortega, Chavez, Morales e Correa hanno fatto grandi passi avanti nella liberazione del Centro e Sud America, Gheddafi, Ahmadinejad, Nasser, Boumedienne e Nasrallah hanno combattuto il cartello bancario mondiale a vantaggio del loro popolo. Questo è il motivo per cui c’è il lavaggio del cervello per farli odiare. Quello che è successo in Libia è un’operazione segreta classica, evocata dall’intelligence occidentale e finanziata dal GCC, che tenta di arraffare i giacimenti petroliferi appartenenti al popolo della Libia e di consegnarli ai trilionari Rothschild/Rockefeller. Non lasciatevi ingannare. Si tratta sempre della stessa stronzata coloniale.
Viva Gheddafi!

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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4 dicembre 2011 | Autore
Articolo di Fulvio Grimaldi   http://fulviogrimaldi.blogspot.com/2011/11/democrazia-per-tutti-siria-libia-egitto.html
L’arma più potente nelle mani dell’oppressore è la mente dell’oppresso. (Steve Biko, rivoluzionario sudafricano)

Lo Stato può darti libertà e te la può togliere. Ci sei nato, come con i tuoi occhi, le tue orecchie. La libertà è qualcosa che dai per scontato, poi aspetti qualcuno che te la porti via. La misura con cui resisti è la misura di quanto sei libero. (Utah Phillips)
Commisera la nazione che deve impedire ai suoi scrittori di dire ciò che pensano… Commisera la nazione che incarcera coloro che chiedono giustizia, mentre assassini di massa, killer professionisti, speculatori multinazionali, saccheggiatori, stupratori e quelli che depredano i più poveri dei poveri, spaziano liberi. (Arundhati Roy)
Nessuno fa un errore più grande di colui che non fece niente perché poteva fare solo poco. (Edmund Burke)
La nostra razza è la razza padrona. Noi siamo gli unici semi-dei con qualità divine di questo pianeta. Noi siamo tanto diversi da tutte le altre razze inferiori quanto loro lo sono dagli insetti. (Menachem Begin, terrorista e primo ministro israeliano)
Quando non ci sarà più posto all’inferno, i morti cammineranno sulla Terra. (George Romero, regista)

Va subito detto che la ripresa dei moti rivoluzionari in Egitto, una volta scremati dall’inquinante e strumentale presenza dei Fratelli Musulmani, dà la baia a tutti gli scemi o imbroglioni che, gufando a più non posso, avevano attribuito all’insurrezione di massa del 25 gennaio 2011 una regia statunitense. Salvo poi attribuire alle compagnie di ventura islamiste, scatenate dal coacervo petromonarchie-Nato, la qualifica di “giovani rivoluzionari” avidi di democrazia e diritti umani. Rientra nel processo di inversione della realtà praticato, come s’è visto girando lo sguardo da destra a sinistra, con straordinario successo da tutti i media padroneggiati, o intimiditi, dagli organizzatori di colpi di Stato e delle successive dittature mercatisto-confessionali. Quelle affidate a fantocci tipo Mustapha Al Jalil in Libia, la giunta militare del Cairo, i vari Karzai e Maliki in Afghanistan e Iraq, coloro che la petrolcosca satrapi-Nato vorrebbe installare nell’ancora libera e sovrana Siria. Colpi di Stato per Stati di polizia inflitti anche a noi, miserabili periferie imperiali dette sardonicamente PIIGS, tramite banchieri, preti, generali (anche ammiragli) e “tecnici” specializzati nella spoliazione del famoso 99%, nelle bastonate al cane che affoga. E lo Zeitgeist di un Ottocento finalmente recuperato nella sua originalità classista. Schiavista. L’approdo finale, se lo sono scritti Marchionne, Monti e Draghi nei loro pizzini (altro che il pizzino del valletto Enrico Letta al nuovo capo cui leccare gli stivaletti chiodati): l’Arabia Felix, quella della famiglia reale saudita, con diritto di vita e di morte su plebi informi.

C’è, tuttavia, una differenza decisiva tra quanto il complotto planetario massonico-finanziar-militar-plutocratico-cattogiudioislamista riesce a realizzare qui, nelle decrepite società del subire per sopravvivere, dove tutto gli va liscio come un trampolino da sci, e tra le energie giovani ed esplosive del “Terzo Mondo” (che sia Nord, Occupy Wall Street, Piazza Syntagma, Valdisusa, o Sud arabo-islamico-lationamericano), dove tutto promette di andargli di traverso. La differenza sta certamente anche nell’età media, da noi 45, da loro 20, e nel luogo dove si posa il culo: da noi pur sempre almeno su una sedia di rafia, da loro, se va bene, su un sasso. Che poi risulta facile alla mano, più di una sedia. Ma sta soprattutto nel fatto che da noi maestri venerandi di ogni denominazione politico-culturale ci hanno condotto, con guinzagli etico-ideologico-chiesastici, allo “sradicamento” della violenza, specie nella gioventù dove meglio fiorisce per giuste cause. Sradicare, insieme alla violenza, il suo agente. E lo si “sradica” meglio, quando lo si criminalizza da teppista o tifoso, lo si banna dalla sua comunità generazionale inchiodandolo davanti a videogiochi, lo si induce fin da bambino a entrare nel mondo cattolico dell’ipocrisia e del raggiro, a deidentificarsi, a prostituirsi, con i genitori per ruffiani, negli spot commerciali delle tv, o negli applausi al presidente-gaglioffo che passa.

E’ il metodo Bilderberg, dell’atomizzazione della collettività sociale ( solo quella del 99%, naturalmente) per arrivare all’agognato governo mondiale dell’1%. E’ quello di Oded Yinon, il consulente militare israeliano, inventore nel 1982 della strategia della frantumazione dei popoli della regione lungo linee confessionali, etniche, tribali per arrivare al dominio, da parte dell’1% nazisionista, sui 400 milioni di abitanti dell’area (e oltre). Meno sei collettivo, meno stai in comunità, più sei solo e più facile risulterà sradicarti quella maledetta violenza che nei millenni ha visto susseguirsi rivoluzioni e liberazioni. E così devi annegare nell’ideale sciropposo, “politicamente corretto”, di una nonviolenza, dichiarata apoditticamente inerente ai rapporti umani naturali, beneducata, in cui ci crogioliamo e di cui la logorrea della voce mediatica del padrone ama intrattenere la patologica illusione, come dice René Sherér sulla scia di Genet e Fourier. Questo disarmo unilaterale, grazie al quale i vecchi con culo al caldo dell’aria condizionata abbattono o omologano il “nemico infanzia e adolescenza”, è passato su di noi alla grande, ma non ha attecchito più a sud, dove la violenza sacrosanta dei giovani, nell’affrontare la brutalità di regimi a noi amici, si vede sempre più affiancata dai “maturi” e dagli anziani.

Ne è prova convincente la capacità del movimento rivoluzionario delle masse egiziane, preparate – contro la vulgata maligna della “spontaneità senza capi e senza ideologie” – da anni di scioperi, lotte proletarie e studentesche, dal fermento antisionista, antimperialista, antiglobalizzazione nei giovani, donne in testa come in Latinoamerica, di tornare protagonisti e vincenti dopo 10 mesi di mobilitazione di massa, scontri, infiltrazioni (Fratelli Musulmani, rivoluzionari colorati e di velluto), repressioni, carneficine, raggiri e imposture. Vedevo ieri sera in diretta Tahrir di nuovo trasformata in assemblea nazionale e presidio rivoluzionario, con ospedali da campo e medici volontari a fare turni ininterrotti da cinque giorni per curare le migliaia di feriti e ricuperare le decine di ammazzati, sbattuti dagli sgherri di regime sulla spazzatura- Vedevo nelle strade adiacenti i ragazzi contrastare con i mezzi della creatività l’avanzata degli sbirri e dei teppisti mubaraqiani. Fantastico, tutti con mascherine e maschere antigas per neutralizzare l’arma decisiva dell’ordine dei potenti, i gas (ovunque i probiti nervini e CS (passati da Genova alle piazze del martirio palestinese): edema polmonare, convulsioni anche mortali, asfissia, lesioni cerebrali e al DNA), nelle retrovie riserve di liquidi antinfiammatori, ondate di attaccanti che ripiegano dopo aver scagliato i propri proietti, sostituite, come in un esercizio ginnico, da ondate che sincroniche spuntavano dai vicoli. E gli ascari dei generali golpisti costretti al ritiro. Quando impareremo?

Sanno di rischiare la vita – il massimo della non-violenza autentica – per tenere il punto e la piazza. La stanno spendendo a centinaia. Difendono, con la forza del numero, dei sassi, delle mazze e delle barricate, laddove alle schiere dei brutalizzatori in divisa noi ci avviciniamo con le mani alzate. E, per la seconda volta s’impongono, vincono un’altra delle battaglie che conducono alla fine della guerra, per quanto lontana, ma come dimostrano Iraq, Afghanistan, Somalia, e ora Egitto, Siria, Libia, Yemen, (e hanno da veni’ gli altri), invincibile per il nemico. Ai quasi mille caduti nella prima fase, culminata con la cacciata del tiranno Mubaraq, se ne sono aggiunti in questi giorni altri 90. Migliaia i feriti. Ma tutti questi martiri sono rivissuti nel milione e mezzo che si è ripreso Piazza Tahrir, il simbolo della combattiva indignazione che incendia il terreno sotto gli anfibi della Cupola. A dimostrazione che certe morti servono. A nulla è valsa la terrificante intimidazione del feldmaresciallo Tantawi, sodale numero uno del despota cacciato, dei 12mila manifestanti sequestrati e processati da tribunali militari. Il governo fantoccio, appeso ai fili dei generali di Mubaraq, a loro volta installati dal burattinaio a stelle e strisce, ha dovuto dimettersi. Non è bastato. Venerdì a Tahrir ci saranno due milioni, e altri nelle Tahrir di Suez, Ismailia, Alessandria, ovunque. I generali, padroni del 50% dell’economia egiziana e del più potente armamentario militare del mondo arabo-africano, lancinati dalla paura, si rifugiano nel solito “governo di salvezza nazionale”, la maestosa inculata di riserva là dove le armi non bastano, o non ci si può permetterle. Copioni delle truffe alla Berlusconi-Bersani-Monti, o alla Papandreu-Papademos in Grecia. Vedremo come va a finire. Intanto in questo Egitto eroico, modello dei nostri sogni, non è passata l’involuzione tunisina da moto rivoluzionario in pseudoriformismo sotto la ferula dei finto-moderati Fratelli Musulmani, vincitori delle elezioni, coccolati da tutto l’Occidente perché affini al fido Erdogan, carta di ricambio Usa. Fratelli Musulmani, copia carbone di quelli in Libia e in Siria, che, con tutto il loro impegno, non sono ancora riusciti a egemonizzare e pervertire in direzione islamocapitalista la collera e gli obiettivi del moto del 25 gennaio. Qualche esempio incoraggiante già c’è. Fu con questa fantastica tenuta di popolo in lotta, durata anche lì mesi e anni, con tanto di candelotti dei minatori, barricate e pietre dei ragazzi, che la Bolivia e l’Ecuador abbatterono despoti filo-yankee, borghesie compradore e vampiresche, apparati militari da sociocidio e che il Venezuela difese la sua rivoluzione bolivariana, il suo leader, il suo ruolo di avanguardia antimperialista continentale. E’ questo il passo della rivoluzione oggi.

Lo stesso discorso vale per la Libia, la Siria, altri paesi sotto attacco da destabilizzazioni, eversione, infiltrazione armata, droni, compresa la Somalia, ora nuovamente invasa dalle truppe di Stati mercenari dell’Occidente, Uganda ed Etiopia, e massacrata dai droni Usa, contro un’irriducibile volontà di popolo di sottrarsi al destino dello Stato-caos, pattumiera del mondo, esempio a tutti coloro che mettono in discussione il ruolo di colonia e presidio geopolitico e geoeconomico assegnatogli dalla guerra infinita imperiale. Dalla Siria, ultimo baluardo regionale della resistenza nazionale, rilanciati dai tamburi di tutti i media, l’ONU, Hillary Clinton, Sarkozy, Erdogan, satrapi del Golfo e del deserto, l’UE, Lega Araba, Amnesty International, Human Rights Watch, Moreno Ocampo, ci alluvionano con storie di atrocità del regime, al solito, dittatoriale. Senza esserci mai stati. Senza sognarsi di porre un frammento di orecchio a quello che invece dice un “regime” che, ogni due per tre, vede nelle piazze di tutto il paese milionate di suoi sostenitori e che diffonde immagini e confessioni di innumerevoli “ribelli” catturati e confessi, spediti da Libano, Turchia, Giordania a far casino sparando su manifestanti inermi e sulle forze di sicurezza. Immagini e documenti trattati dai media come le ragioni di Montezuma alle prese con i ratti cristiani spagnoli. I 1.350 poliziotti e soldati uccisi da questi emuli dei briganti bengasiani, tutti con nome e cognome (e famiglia), pesano, nella bilancia redazionale, un bello zero rispetto al quintale dei “3.500 massacrati dal regime, 280 bambini” (fino a ieri, ma in 24 ore, secondo le affidabili fonti degli “attivisti” e dei loro quartieri generali a Londra e Washington, balzati a 4.500). “20 vittime a Homs, 72 a Hama, 14 a Deraa, 47 ad Aleppo…”, si snocciola un rosario le cui salmodie avevamo già udito: 10mila morti in 36 ore in Libia, 50mila feriti, 300 morti a Ras Lanuf, 2.700 a Misurata… Confortati tutti dall’anonimato, quando non serva il puntello del nome di qualche morto vero, come a suo tempo le 40mila famiglie intervistate dalla famosa psichiatra di Bengasi, con altrettanti formulari spediti per posta in pieno marasma bellico, con qualche centinaio di risposte positive sugli stupri di massa dei soldati di Gheddafi, di cui la meticolosa dottoressa aveva però smarrito schede e recapiti.

Che importa, è la prima notizia che conta, non la smentita del reporter rompicoglioni. E così, pari pari, HRW, Amnesty, Ban Ki-moon, Cameron, qualche Abdallah incoronato, ora rimettono il disco del Rais che stermina la propria gente, delle torture, degli stupri, delle fosse comuni. Un deja vue, talmente pedissequamente ripetitivo e grossolano, da riuscire ancora ad abbagliarci solo grazie allo tsunami di sostegno dei media. Un disco, peraltro, di buona qualità, se è riuscito a non far smozzicare la sua puntina nonostante l’estenuante abuso che se ne è fatto nei concerti per la Serbia, l’Iraq, l’Afghanistan, la Libia. I cosiddetti ribelli dell’”Esercito della libera Siria”, le solite truppe di terra Nato infiltrate travestitesi da disertori delle forze armate siriane, sono la stessa marmaglia che ha consegnata una Libia maciullata ai cannibali occidentali e che manovra in Egitto per sabotare la rivoluzione e sostituire i generali negli appartamenti della servitù degli Usa. Le masse che insistono da 10 mesi a schierarsi in difesa di governo, patria, indipendenza, proprie scelte di organizzazione politica, geopolitica e sociale, sono la versione siriana della sollevazione delle pietre in Egitto e della nascente resistenza libica. E così lo sono i giovani e meno giovani della comunità siriana a Roma che, in Piazza SS Apostoli, hanno allestito, con gigantesca bandiera, pari alla loro lealtà, una bella manifestazione contro i nemici del loro paese. E sono sulla stessa lunghezza d’onda dei giovani, dei disoccupati, degli esclusi, delle donne, che in Bahrein e Yemen, anche loro con una capacità di tenuta meravigliosa, contrastano la conferma delle tirannie filo-Usa. In Yemen, dopo 10 mesi di risposta armata e civile ai pretoriani del dittatore Ali Saleh, con migliaia di morti, gli insorti hanno conseguito la sua liquidazione.

Al passo dell’oca nelle retrovie del nuovo colonialismo obamian-europeo, la Lega Araba, addomesticata da paesi, anzi da dinastie, il cui PIL e le cui armate, tutti intrecciati alla globalizzazione imperialista, sono il centuplo rispetto al resto, ha equanimemente decretato che il governo siriano cessi i bagni di sangue degli oppositori e, con Obama e affini, che Bashar Al Assad si tolga dai piedi. Provoca capogiri la fantastica richiesta di uscita di scena di Assad avanzata da principi sauditi il cui paese sta alla Siria come un nostro CIE sta a un villaggio vacanze. Quella che lì deve instaurarsi è qualcosa del tipo Qatar: una simpatica famiglia, magari coronata, che possiede la totalità del paese, usa il popolo come strofinaccio di cucina, si dà di gomito con Israele e ospita basi statunitensi. A questo scopo, la Lega, più saudita che araba, che non si è sognata di sollevare un ciglio sui massacri egiziani e che ha ormai la credibilità del quisling Abu Mazen, ha proposto quel “piano di pace” fondato sulla fine delle violenze… del regime. Non un borbottio su una rivolta divenuta subito, come in Libia, armata e dichiaratasi tale quando la fola dei “protestatari non violenti” non reggeva più neanche sul “manifesto” e barbuti armati spediti dal gaglioffo libanese Saad Harini, dal re travicello giordano e dall’ avamposto Nato turco, sacralizzati in rivoluzionari da Al Jazira, sparavano sulla gente e massacravano i difensori della Siria libera. Il piano era palese: Assad avrebbe – e ha – accettato le condizioni – ritiro dei presidi militari dai luoghi della rivolta, dialogo, elezioni, riforma costituzionale, liberazione dei prigionieri, osservatori stranieri -, ma sarebbero bastati due vigili urbani siriani che si opponessero alla prima sparatoria dei “ribelli”, ovviamente non stigmatizzata, per dichiarare il governo siriano colpevole di uccidere i propri cittadini e meritevole di ultimatum, sanzioni, aggressione. In tre giorni la Siria avrebbe dovuto soddisfare tutte le richieste. Come se le sue fatiche, Ercole, le avesse dovuto compiere tra prima colazione e cena. Intanto i “giovani rivoluzionari” avrebbero dovuto mettere a ferro e fuoco un altro po’ di Siria, fornendo a Amnesty e Onu altre vittime da caricare sul conto di Assad. E propiziando lampi di guerra turchi, per garantire “zone cuscinetto” di 30 km quadrati oltre il confine, dentro la Siria. Zone cuscinetto ove insediare quel coacervo coloniale made in Libya, di invasati integralisti, “legione Al Qaida della Nato”, Consiglio Nazionale Siriano, Coordinamento dei Comitati dei Diritti civili e le spie nutrite a biscotti Cia e NED a Londra, Washington, Ginevra. Si proclamerà un governo di transizione e si avrà tutto il diritto, e tutta la simpatia destra-sinistra, di invocare forze speciali Nato e droni Usa. Nella carneficina araba che dovrebbe seguire, i paesi della Coalizione dei Volenterosi non perderanno di nuovo neanche un uomo. E Obama, carico di tali trionfi, potrà volare alla rielezione, prima che anche la Siria si riveli quel pantano in cui finiscono con lo sprofondare tutte le voracità e ferocie imperialiste, impegnate nell’estremo tentativo di dissanguare popoli e classi e risolvere per un altro po’ i propri problemi di accumulazione. A ottundere la nostra percezione del programmino USraeliano-UE, arrivano gli assordanti clamori dell’imminente guerra all’Iran. Balle, per ora. Sarebbe come voler conquistare un castello, prima di averne abbattuto le mura di cinta. Eppoi, una guerra non si preannuncia per anni, al nemico da abbattere si salta addosso all’improvviso. Per il Giorno D si pubblicizza Calais, ma si sbarca in Normandia.

Intanto l’’assemblea generale dell’ONU, con 122 paesi su 192, vota una risoluzione modellata sulla spudorata infingardaggine della Lega dei satrapi. Come la risoluzione del Consiglio di Sicurezza del marzo scorso che diede il via all’uccisione della Libia, anche questa è basata unicamente sulle affermazioni dei media (unanimemente guerrafondai), che a loro volta avallano le sparate, esagerate fino al grottesco, dei terminali locali delle centrali golpiste. Non un ispettore ONU sul posto, non un ambiguone di Amnesty, ma la Lega satrapista pretendeva di mandare 500 “osservatori” del tipo di quelli OSCE capeggiati dal criminale britannico William Walker in Kosovo e incaricati di avallare le menzogne UCK sulla “pulizia etnica”. E l’universo dei pacifisti, diritti umanisti, democraticisti, si è adombrato perché il governo siriano aveva chiesto l’esclusione di certe ONG, note per il loro ruolo nelle rivoluzioni colorate alla Otpor. Di Assad e del suo governo si potranno lamentare molte cose, difficilmente di più di quelle che subirebbero i siriani se prevalessero Nato e i suoi ratti, difficilmente di più di quelle inflitteci da Berlusconi e ora nei programmi della cupola della soluzione finale. Si può deplorare la severità con cui concedono visti ai giornalisti che dovrebbero raccontare la verità vista e vissuta. Ma se penso a miei colleghi che, in piena guerra, ammessi in Serbia come stormi di cornacchie, segnalavano ad Aviano gli obiettivi da centrare, o a quegli altri che a Baghdad ridicolizzavano i bollettini, veritieri, del governo, e spandevano stronzate Nato, indifferenti alla mattanza intorno a loro, o ancora a quelli che rintanati nell’Hotel Rixos di Tripoli vedevano inesistenti attacchi di Gheddafi alla sua gente e restavano ciechi e muti davanti alle stragi Nato di civili, se penso a questo corteo di olgettine di regime, capisco la prudenza di Damasco.

Dietro al fumo dell’attacco all’Iran si cela una Siria da infilare nel forno crematorio. Washington, mentre prepara la nuova No fly zone, da affidare all’aviazione turca e petrolaraba “in difesa dei civili”, invita tutti i suoi cittadini a lasciare la Siria “immediatamente”. Cameron, il bulldog inglese al guinzaglio del gestore dei combattimenti, sollecita i leader mondiali a collaborare con i gruppi dell’opposizione siriana. Sarkozy riconosce il Consiglio Nazione Siriano, stanziale a Istanbul ed eterodiretto da Londra, Parigi e Washington, come legittimo (sic!) rappresentante del popolo siriano e propone di creare in Siria, in collaborazione con rinnegati arabi e complici europei, “corridoi umanitari”. Ci si ricordi di quelli voluti da Napolitano per la Libia e realizzati a Misurata da forze speciali Nato, con la musica d’accompagnamento di Save the Children (quelli del Viagra di Gheddafi ai suoi soldati perchè stuprassero “bambini di 8 anni”), con lo sterminio della popolazione residente. E allora, viva la flotta russa arrivata a Latakia, viva Putin, presto bentornato, alla faccia di un altro trombettiere Nato nel “manifesto” che da anni ci impesta con le sue russofobia e slavofobia, l’albanese Astrit Dakli, ruotino di scorta dello scudo missilistico d’attacco Usa ai confini della Russia. Speriamo che, nei mesi che gli restano, il “morbido” Medvedev, presidente dai giri di valzer con l’Occidente, non comprometta un equilibrio che salverebbe la Siria e chissà quanti altri. E innalziamo preci anche alla Cina, qualunque cosa essa sia, comunista in chiave turbo capitalista, ma contrappeso agli Usa.

Nel gigantesco trasferimento forzato di ricchezza dal 99% all’1% non tutto è guerra, ma tutto è destabilizzazione. Vuoi con mercenari armati e teste di cuoio nostre, vuoi con rivoluzioni colorate, vuoi con le grisaglie fresche di Armani e le facce, da Centro Benessere, lisce e ottuse, dei Monti, Draghi, Barroso, Bertone e famigli di rango. Tre sono le cose che piacciono a me ha fatto enfaticamente sapere, in perfetta continuità con i predecessori pasticcioni e burini, ma eletti, lo zombie burocratico installato dal golpismo BCE-Napolitano-Vaticano: Marchionne, Gelmini, Letta Gianni. Come dire, i missili all’uranio sulla classe operaia, sulla formazione critica del nemico giovani, sulla legalità. I tre laureati dal “governo tecnico”, un governo dal conflitto di interessi collettivo rispetto al quale quello di Berlusconi è un inghippetto delle tre carti, se ne sono subito fatti una ragione: per passare dai contratti di lavoro tra le parti allo schiavismo unilaterale, per vedere sana e salva la controriforma dell’istruzione che punta ad avallare pecore e pitbull da combattimento sociale, per sapersi salvaguardato dalle conseguenze dei suoi traffici tra P4, Bisignani, Finmeccanica e tutta una vita da maggiordomo di malviventi.

Ero a Kyoto nel novembre 1997 per il TG3, a raccontare la conferenza di 169 paesi cannoneggiati dal cambiamento climatico e avviati sulla strada della soluzione finale per il pianeta. Un accettabile ministro dell’ambiente, Edo Ronchi, apparve solo sul finale, per la firma. Nei 10 giorni di dibattito, proposte e sabotaggi, di questi ultimi fu nostro coriaceo attivista, contro il benintenzionato sottosegretario Calzolaio, l’allora direttore generale del ministero Corrado Clini. Il suo boicottaggio di un qualsiasi esito che promettesse un soprassalto di ragionevolezza ecologica veniva alla fine sacralizzato dall’intervento annichilatore del vice di Clinton, Al Gore, poi riciclatosi al servizio della redditizia Green economy e delle multinazionali che se ne fanno profitto e scudo alla devastazione perseguita. Una vita, quella di Clini, da infiltrato. Si meritava il ministero. E lo ha subito onorato riproponendo, contro il referendum trionfante, il nucleare e, visto che c’era, gli OGM. Possiamo rassicurarci: sotto di lui la guerra al dissesto idrogeologico e alla nostra salute sarà come quella per la salvezza del paese di Vittorio Emanuele III. Poi, nel governo di Supermario, ci sono comunità religiose dai grandiosi traffici internazionali e nazionali, S. Egidio (quello che aiuta a sobillare nel Darfur) e la  CL dal monopolio sussidiario, cattointegralisti della manipolazione degli intelletti, rettori che al posto di Cicerone e Dante collocano Marchionne e Ichino e varie espressioni della criminalità bancaria incaricate di portare a compimento, con il consenso unanime dei purosangue della democrazia rappresentativa in versione golpista, l’esproprio inziato da Adam Smith nel ‘700. Eseguiranno alla lettera il dettato, dettato agli eletti dal popolo della BCE, di Bruxelles e di Wall Street, dalla cosca mondialista dei Drakula, pronti a siringarci l’ultima goccia di sangue. Pensioni, salari, diritti, salute, casa, ambiente, scuola, tutto privato, tutto a ramengo. A garantirlo, professionisti militari in ordine pubblico, mazzate, gas tossici, carcere e, se non basta, come in Egitto, fucilate. Lo spirito santo che su tutto aleggia lo forniscono i cardinali Bertone e Bagnasco, grandi estimatori, sponsor, co-pronubi, di questa “bella squadra”. Restano nel solco tracciato nei millenni.

Come siamo arrivati a tutto questo? Alla stessa maniera e grazie agli stessi meccanismi che ci hanno resi passivi e complici nella distruzione della Libia. Qui, lo psico-terrorismo del baratro che sta per inghiottirci “tutti” (e che vedete intensificarsi, nonostante il fiduciario della cupola a Palazzo Chigi: proseguirà fino a saccheggio compiuto) e che ci costringe appecorinati per la grande abbuffata sodomitica dei “tecnici”. Lì, la psico-guerra con l’arma di distrazione di massa del dittatore pazzo, dei civili da salvare dalla sua ferocia e riscattare alla democrazia. Ogni dubbio viene disintegrato dai media, come un ciclone spazza gli alberi dell’Alabama. Ne ho visto una esemplificazione perfetta nel programma del “liberal” sionista Gad Lerner. “L’Infedele” ad ogni regola deontologica, aveva assemblato il fior fiore del collaborazionismo domestico e del ciarpame fuoruscito da Siria e da altri paesi da consegnare alla democrazia dei califfi. Vogliamo toglierci dalla testa che questa gramigna sedicente di sinistra, i Lerner, i Fazio, i Saviano (ora spedito a Zuccotti Park per depistare la collera contro la Cupola verso la Camorra, causa della crisi), i sodali del “manifesto”, Bersani, Vendola, il Revelli pronto a “baciare il rospo” che ci resterà nella strozza, tutti coloro che festanti celebrano il funerale di Berlusconi, non avvedendosi che da quella bara è riuscito, pulito, stirato, profumato, candido di bianca chioma, dotato di bon ton e di borborigmi, stavolta espressi non in triviali barzellette, ma in elegante fuffa.

L’Italia, in questi giorni di nuovo sepolta dal fango e sospesa sul vuoto, trova la sua metafora in tempi antichi, quelli così tenacemente perseguiti dai nostri potenti. In quella gabbia appesa dai magistrati del principe alle mura della cittadella, con dentro gli eretici, i sediziosi e i briganti, da estinguere per fame, sete, freddo o canicola, con il concorso finale di avvoltoi per quel che ne resta. Al di là si estende il deserto. E noi aspettiamo i tartari.

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11 novembre 2011 | Autore

Postiamo con affetto questo scritto di Fulvio Grimaldi; giornalista, scrittore, documentarista disincantato, con gli occhi aperti e l’anima gonfia.

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(Ragazzi, questa è tosta per lunghezza. Abbiate pietà considerando che è un po’ che non vi importuno, che sarà un altro po’ prima che riappaia, che si tratta del capitolo finale di un libro in lavorazione e che il pezzo è diviso in 4 parti è può essere consumato a tappe).

PARTE PRIMA
Viva le forze armate, viva la guerra. Scrivo nel tempo che dalla mia finestra fa entrare i clangori della banda di paese, sindaco, uniformi e cravatte in testa. Si celebra la Festa delle Forze Armate, la Grande Guerra, la Vittoria. Dall’alto di monumenti e lapidi in tutta Italia, con incisi e rosi dal tempo i nomi di una generazione uccisa dai suoi padri, scendono sui corifei in ghingheri tricolori sputi e vomito. Burattini, questi, allora come oggi, di coloro che imbavagliandole e accecandole con il tricolore, dei sacrificati al dio Mammone strozzano in gola l’urlo da non far udire ai predestinati a venire: “ Morti non per Trento e Trieste.

Morti per gonfiare le vene di quei compatrioti i cui mezzi di produzione sono la trasfusione del nostro sangue”. Gli epigoni bipartisan di quella mattanza dei costruttori del capitalismo italiano, dalla Serbia all’Iraq, dall’Afghanistan alla Libia, hanno saputo non essere da meno. Il propiziatore della “coesione nazionale” tra carnefici sociali e bellici, così li blandisce:

“Le forze armate italiane costituiscono un’istituzione di riferimento per il paese e per la comunità internazionale e, con la loro opera, contribuiscono a costruire, insieme agli strumenti militari di stati amici e alleati, la sicurezza e la stabilità nelle aree più critiche del mondo e lungo le grandi vie di comunicazione, vitali per la libertà dei traffici commerciali… Occorre che le Forze Armate siano poste in condizione di affrontare con crescente efficacia le nuove sfide e le minacce emergenti” (ogni riferimento a Siria, o Iran, o Somalia, è puramente casuale). Di Giorgio Napolitano, candidato alla Norimberga che verrà, né Leopoldo del Belgio, nè la regina Vittoria, Hitler o Churchill, avrebbero potuto onorare meglio chi, per loro, ha messo alcune centinaia di milioni di morti ammazzati a guardia delle “grandi vie di comunicazione vitali per la libertà dei traffici commerciali”. Sarà un caso quel suo colpo di mano – di Stato ? – con cui ha improvvisato Mario Monti senatore a vita, proprio quando se ne aspettava la nomina a capo del governo? Non è Mario Monti quel sommo che è al tempo dirigente della loggia Bilderberg, della cosca Trilateral, della Goldman Sachs? Altro che il finto nero di Washington! Un’idra a tre teste.

Scrivo anche nel tempo che in un’altra guerra, non per l’oro, ma per la vita, la libertà, la giustizia, sulle montagne della Colombia, è caduto, assassinato dagli sgherri del narcopresidente Santos, il comandante delle FARC-EP, Alfonso Cano. Tempi di primavere. Si tuffa nel nostro tempo, annaspa, nuota, avanza, la primavera. Dal Cairo a Oakland, da Piazza San Giovanni a Piazza Synthagma, da tutte le resistenze in armi del mondo a quella della selva colombiana. Alfonso Cano cento volte aveva proposto al regime un’uscita politica del conflitto. Appeso ai fili del Pentagono, la marionetta di Bogotà rifiutava. Oportet ut bellum eveniat , senza conflitto non c’è militarizzazione, né ci possono essere basi Usa per la lotta “al terrorismo” e l’assalto ai popoli latinoamericani, né commesse di armamenti. Ai compagni di Alfonso ricordiamo: la morte di un fiore non ferma la primavera.
Scrivo nel tempo in cui la natura, coinvolta nel planeticidio dal cannibalismo ecologico degli sviluppisti, ci somministra, con violenza potenziata dal saccheggio umano, uno dei suoi estremi avvertimenti. Novembre 2011, l’ennesima alluvione di fango terrigno frantuma e sommerge l’Italia. Mescolata all’uragano di fango morale sprigionata da palazzi, gazzette e schermi e al fango, cementato in mazza o missile, che si abbatte sui corpi ancora vivi per piazze e nazioni, l’Italia fa la sua parte nella guerra di classe dell’1% contro il 99% residuo. Guerra di classe con bombe a grappolo e di fango. “Bombe d’acqua” chiamavano il genovesi il diluvio cacciatogli addosso da coloro che gli avevano disintegrato il territorio e incendiato l’aria. Sono gli stessi, e ugualmente disintegrano territorio e incendiano l’aria, i bombaroli all’uranio. Stessa faccia, stessa razza.

E scrivo nel tempo, mala tempora currunt, in cui quello che noi chiamiamo “mondo”, o “comunità internazionale”, l’organizzazione criminale che governa il 7% dell’umanità, è impegnato a estrarre financo il midollo da viventi e terre, come dettato ai governi, a nome della cupola, dai Draghi e dai Trichet della BCE, mentre, ottenuto tale risultato in Libia, distoglie e fa distogliere lo sguardo da dove si inceneriscono terre e viventi, già liberi e prosperi, nel turibolo della liturgia capitalista. E sono i fumi turibolari davanti ad altari che, da sempre, offuscano la vista e costringono in ginocchio i popoli del mondo. Un’orda di psicopatici invasati, sostenuti dalla maggioranza di un aggregato confessionale avvelenato e furibondizzato dal proprio senso di colpa per i genocidi che sostiene, si accinge all’assalto, inevitabilmente nucleare, al non-nucleare Iran. Sostenuto dal rettile a tre teste, Netaniahu, Barak, Lieberman e da tutti coloro che utilizzano l’olocausto d’antan per compiere olocausti planetari, Simon Peres, il più longevo nel crimine di tutti i nazisionisti, appropriatamente capo di Stato, annuncia quello che sarà la fine del mondo. Si danno da fare per dare credibilità alla panzana Maya del 2012. I pretesti per l’apocalisse sono degni del Bagaglino: sta per produrre l’atomica, ha negato l’olocausto, ha annunciato la distruzione dello Stato ebraico.
La Cia aveva sentenziato che l’Iran aveva smesso la ricerca sulle armi nucleari nel 2003; sull’olocausto Ahmadinejad ha solo detto che non ti permettono neanche di discuterne, su Israele ha auspicato, come tutte le persone perbene del mondo, non che sparisse il popolo, ma l’aberrazione istituzionale razzista e stragista. Pretesti come quelli delle armi di DM di Saddam, o dei bombardamenti di Gheddafi sulla sua gente. Ma alle patacche rimedia la superpatacca AIEA: “la corsa iraniana all’atomica è in atto, decisivi sono l’aiuto dello scienziato russo Danilenko e consulenze nordcoreane”. Addirittura tre piccioni-canaglie con una fava. Il “mondo”, paralizzato dalla capacità di rappresaglia terrorista, finanziaria, mediatica e diplomatica, dello Stato neonazista, tace. Ci promettono l’armagheddon, la soluzione finale vera, e questi non vedono, non sentono, non parlano. Nessun pacitonto in piazza, nessun sit-in di sinistre antiguerra, neppure le liete facce e i giulivi danzatori e clown che animano le nostre processioni per la pace, l’acqua, la democrazia, per un minimo di buone maniere nella guerra dei ricchi ai poveri da far condurre, al posto del fantoccio sbrindellato, da uno fresco di messa in piega nella Quinta Strada. Questa è gente che, impegnata nelle celebrazioni per l’arrivo in Libia, sotto le svettanti insegne di Al Qaida-Cia, vive in quella democrazia che, al solo accenno a una consultazione popolare su come il popolo greco debba farsi affettare alla tavola delle banche, l’ha stritolata come un insetto. Non c’è tentacolo dell’europiovra che non si sia attivato.

A Decimomannu si fanno esercitazioni italo-israeliane, anche di rifornimento in volo, per vedere come si può arrivare a sfasciare un paese lontano. Israele si pavoneggia con un nuovo missile capace di testata nucleare atto a infilzare Tehran manco fosse Tripoli o Gaza. Si deve approfittare di come si è incasinata e messa in tumulto la Siria, Stato inammissibilmente sovrano e fronte occidentale dell’Iran; si deve mettere in un angolo, con la tiretera del nemico esterno, la propria sollevazione sociale (e questo vale anche per Obama), si deve far raggrinzare di spavento le varie primavere arabe, far regredire la malattia infantile anti-Wall Street e anti-tutto il resto, negli Usa e ovunque. Ci stanno, fingendo di farsi tirare per la giacchetta, gli Usa, scalpita Londra per far portare in Iran “il fardello dell’uomo bianco” dai suoi matamoros SAS, non ci stanno, ma si fregano le mani e i forzieri, sauditi e maggioranza satrapesca e coloniale della Lega Araba. Libia, Egitto,Tunisia risultano disperse, digerite nella pancia perennemente ruminante della Fratellanza Musulmana, a volte “moderata”, a volte Al Qaida, sempre carta di ricambio imperiale Degli europei non fa conto parlare, non hanno scelta, ça va sans dire, Israele e gli Usa non scherzano. E l’AIEA, l’agenzia per l’Energia Atomica, non s’è forse liberata del tentennante El Baradei e l’abbiamo messa nelle mani del fidatissimo samurai Yukiya Amano, che sugli spropositi nucleari iraniani dà tutte le ragioni ai nuclearisti israeliani?
Per Blair, Saddam poteva in 45 minuti vaporizzare mezzo Occidente. Per il fido Amano, le 400 bombe atomiche dello Stato terrorista sono ben poca difesa contro un Iran che pretende di pasticciare con il nucleare civile e fra 45 minuti ne farà la sua bomba. Ci si è messo pure il fabbricante FBI di attentati islamici con il video giochino da asilo infantile in cui musulmani farlocchi iraniani affidano l’assassinio di ambasciatori della coppia Israele-Saudia al narcocartello messicano “Zeta”, da sempre arnese Usa, con un intermediario dotato di documenti falsi forniti da Israele. Ci prendono per deficienti, ma il concerto dei media glielo consente. E vuoi che una situazione tanto favorevole non vada sfruttata da chi si propone lo sfoltimento della popolazione terrestre e il furto con scasso dei suoi beni? Che non se ne debba trarre l’occasione per quell’apocalisse che pare covare nei cromosomi del popolo della Bibbia? Per molto meno, un passaggio a nordovest, dal Caspio all’Oceano Indiano attraverso l’Afghanistan, qualcuno si è mandato per aria due torri e 3000 vite a Manhattan e s’è fatto un buco nel Pentagono.
E poi, perchè turbarsi? Non scrivo nel tempo in cui gli Usa e ascari annessi conducono guerre in Libia, Iraq, Afghanistan, Pakistan, Yemen, Somalia, Uganda e ne hanno in atto di segrete in altri 120 paesi, dove operano gli ausiliari: forze speciali, piloti di droni da Las Vegas, terroristi autoctoni, killer dei servizi segreti, paramilitari narcos al servizio della City Bank e centinaia di migliaia di contractors? Che sarà mai un’altra guerra, un altro mattatoio? Fa girare indietro la ruota della sovrapopolazione e avanti il registratore di cassa dell’1%. Meglio di così. E alla fin fine, se pur avessero un tallone d’Achille (e, deformi, ne hanno in sovrappiù), colpendo il quale fuoruscirebbe tutta la tossicità di cui sono compenetrati, non glielo proteggerebbero con robusto scudo i media? E gli embedded, di azione, redazione ed edizione, mica devono guadagnare a ufo, mica a ufo possono farsi chiamare giornalisti. Tutti i media, tutti i giornalisti, anche quelli che, incongrui, visto che ne condividono il paradigma “democrazia contro dittatori”, imprecano contro gli usurai che, con diktat bancari e mazzate di polizia per ogni dove e ogni testa, uno, ci tolgono il bene costato qualche milione di vite, la sovranità e, due, estorcono le ultime fibre da quel po’ di tessuto sociale che è rimasto vivo. Voci critiche che servono ad allestire con anestizzanti salsiccette la vetrina del macellaio. Le lasciano fare, le lasciano sfogare, sono innocue visto che su ciò che conta e che tutto risolve, democrazia, diritti umani, la demonizzazione del nemico che lubrifica la guerra, questi giornaletti e gruppetti e intellettualetti sono allineati e coperti. E così, tra una devastazione sociale e una bellica, la cessione del Partenone alla McDonald’s e quella del Grande Fiume del popolo libico alla Suez, tra linciaggi in Libia da far impazzire d’invidia il Ku Klux Klan e missili e sbranatori islamisti su chiunque nell’universo mondo si opponga, chi lavora per “la fascia alta”, la BMW, ha visto crescere del 24% i suoi utili, la Exxon del 500%, e la Goldman Sachs del 77%, con bonus di milioni di dollari ai manager (l’uomo di questa suprema associazione a delinquere è ora direttore della BCE). Decollano profitti e beni di lusso, per quell’1% dell’umanità. Crisi, che ridere!
PARTE SECONDA
Fossimo nati dove essi sono nati e ci avessero insegnato ciò che a essi è stato insegnato, crederemmo ciò che essi credono (Scritta in una chiesa nordirlandese).
L’orribile fine di Rossana Rossanda nella notte dei morti viventi. Il “manifesto”, giornale che osa, anzi, ha la faccia, di definirsi di sinistra, anzi, comunista, è il più bravo di tutti. C’è un di più di etica, nella misura in cui è trattata come disvalore, di onestà intellettuale, alla luce di come è rinnegata, di coerenza con le altosonanti e impavide dichiarazioni d’intenti ideologiche ed epistemologiche, per come sono rovesciate nel loro contrario. E’ il plusvalore realizzato con la mistificazione. Un gradino più su rispetto al servo encomio offerto dai main stream media ai quattro cavalieri dell’Apocalisse che hanno maciullato un popolo e il mito eroico, vivo e concreto, che lo ha guidato alla liberazione e alla giustizia. Va privilegiato, sebbene il “quotidiano comunista”, oggi bollettino aziendale di chi respinge il diktat criminale della BCE, ma ne sposa i sinistri sicofanti, non abbia poi quel gran peso editoriale e politico, per la notevole funzione simbolica che nei suoi quarant’anni di esistenza gli è stata riconosciuta: il giornale per noi “altri”, faut de mieux . E per le lotte sociali ci si poteva pure stare. Restavano quelle, i contributi di qualche intellettuale fuori carreggiata, cronache non sacconiane di manifestazioni. Ma, a dispetto dei pervicaci e reprobi difensori della professione e resistenti antimperialisti, degni di sconfinata stima (Manlio Dinucci su tutti, Michele Giorgio, Maurizio Matteuzzi, a volte Tommaso De Francesco, Valentino Parlato il “tripolino”), la pagina internazionale è da tempo degenerata in copia un po’ sbianchettata del mattinale di La Russa, Ministro dell’Offesa., con rubrichetta rosa affidata a chi con i droni vorrebbe, in primis, colpire il burka delle donne. Copia rosa, con qualche perplessità cerchiobottista quando gli oceani di sangue allestiti dai sostenitori dei diritti umani e della democrazia arrivano a lambire la sensibilità di chi fiancheggia quei diritti umani per come inflitti a Iraq, Afghanistan, Pakistan, Somalia, Libia, Siria. Di chi insiste, su imbeccata Cia, a dare dell’Al Qaida a qualunque resistente sull’orlo dell’abisso Nato, della globalizzazione, del regime change, o ancora di chi affonda i suoi scandagli informativi nelle turpi e depistanti ipocrisie delle ONG, a partire da Human Rights Watch (Soros-Mossad) e Amnesty International (Dipartimento di Stato), portavoce dell’Impero in divisa di scout e coccinelle.
Già, Human Rights Watch, con Amnesty un coro greco della tragedia pervertito nel suo contrario, non sofocleo severo controcanto alla frode, all’inganno, all’errore, al peccato, ma di questi arrangiamento musicale che i sinistri suonano con la voluttà dell’autoassoluzione. HRW e Amnesty, senza di voi quale materasso morale inserire tra la mia compunta apprensione per le 40mila bombe scagliate in testa ai libici e gli eccessi antropofaghi del linciaggio di Gheddafi, o di Saddam, o di Milosevic, da un lato, e la condivisione con i carnefici dei loro alibi diffamatori, dall’altro? L’altro giorno c’era tutto un paginone dal “manifesto” che, partito dell’infame cerchiobottismo delle atrocità commesse “non solo dai lealisti”, attribuisce al “Wall Street Journal” il primato della notizia che da Tawarga, città libica di neri, erano stati cacciati i neri. Non s’erano accorti delle decine di urla di orrore che i siti libici e filolibici erano andati lanciando da settimane sull’eliminazione di un’intera cittadinanza. Poi, nel paginone dedicato agli “aiutini” alla verità provenenti dai piastrellatori della camera mortuaria Libia, cita, apprezza e avvalora, le denunce su qualcosa che non andava, pigramente scaturite da HRW e Amnesty. Già proprio quelle benemerite ONG che avevano abbattuto la barriera tra rifiuto e accettazione della guerra, facendo da mosche cocchiere alle menzogne dei media sulle quali si è poi basata la risoluzione ONU 1973, il via al massacro: “10mila morti, 50mila feriti in tre giorni, stupri al viagra dei gheddafiani, i mercenari africani, le carceri dell’orrore, la strage di Abu Salim nel 1996… Tutte balle, in assoluto sincronismo con i desiderata dei vari ministri della guerra.

Poi, a lavoro compiuto, le sommesse rettifiche, quando non se ne poteva fare a meno di fronte alle pile di cadaveri ammonticchiati a Tripoli, Bengasi, dappertutto. A Sirte, HRW aveva scoperto 53 corpi di gente di “incerta affiliazione”, quando poi la Croce Rossa ne aveva trovati 250 con le mani legate ed esecuzioni sommaria, tutti gheddafiani, e centomila abitanti si sapevano, o in fuga, o sterminati. E quando il britannico “Telegraph” già parlava da mesi della caccia al nero da squartare da un capo all’altro della Libia, HRW e Amnesty ancora si gingillavano con i “mercenari” di Gheddafi. E sempre HRW aveva la finta dabbenaggine di chiedere al CNT di tenere sotto controllo i suoi armati. Al CNT che li aveva assoldati e scatenati e che del bagno di sangue è il responsabile primo. Zitta invece, l’ONG finanziata dal sionista George Soros, sulle 40mila bombe, spesso all’uranio, spesso a grappolo, piombate sui civili libici durante 8 mesi.

Non credo che i futuri genitori di quel paese si rivolgeranno a HRW o Amnesty quando scopriranno nei loro neonati le stesse leucemie e deformazioni che ci ha offerto la democratizzazione dell’Iraq. Né, tantomeno, le due arpie dell’umanitaresimo, si sono mai sognate di denunciare le mostruosa illegalità della guerra d’aggressione e dei suoi metodi e strumenti, o il rifornimento di armi a una parte della guerra civile, o il reclutamento e uso di mercenari, tutti crimini secondo le convenzioni internazionali? Perché non trascinano in tribunale, per crimini di guerra e contro l’umanità evidentissimi, Obama, Cameron, Sarkozy e compagnia assassina varia? Ancora più perfida HRW quando, nell’intento di mettere il carico da 90 sulla demonizzazione di Gheddafi, con mira ai giusti nel mondo che avrebbero dovuto stare con la Libia, negli uffici dell’intelligence libica il suo capoccia locale “scoprì” documenti che attestavano alla vergognosa intesa tra servizi occidentali e Gheddafi. Una favoletta al veleno come quella del “Saddam, uomo degli americani”, finalizzata a screditare il soggetto a sinistra e paralizzare ogni solidarietà con il paese aggredito. HRW e Amnesty, prima di lasciare il campo per la Siria, dove stanno allestendo lo stesso spettacolo umanitario rilanciando, come a Bengasi (a Tripoli si rifiutarono di andare, pur invocati da Mussa Ibrahim), il ritratto splatter di Assad, dipinto esclusivamente da “attivisti” e “comitati dei diritti umani” su dettagliata imbeccata dei loro quartieri generali a Londra, Washington, Doha e Riad, hanno espresso “preoccupazioni umanitarie” su quanto accadeva a Sirte. Manco un sobbalzo di preoccupazione umanitaria quando, per otto mesi, Nato e subumani distruggevano un paese e squartavano un popolo. Riferire quanto denunciava e, magari, documentava “l’altro”, il “dittatore”, era sicuramente al di sotto della dignità umanitaria e professionale di HRW e Amnesty. Quella riconosciuta a pieno titolo e in ogni circostanza dal “manifesto”.
Per quanto arginata dagli onesti come Dinucci, o Parlato, la macchina del fango ha buon gioco anche nel “manifesto”, grazie all’immeritato ruolo di editorialista “che dà la linea” riconosciuto alla dama di compagnia del piromane Sion-Nato (in Serbia, Iraq, Afghanistan, Libia, Tibet) Bernard Henri Levy e fondatrice del quotidiano berlinguerian-bertinottian-vendoliano (“Stiamo meglio sotto la Nato”). Rossana Rossanda, che da finestra a finestra in Rue de Rivoli si scambia dei ciao-ciao con lo pseudofilosofo Mossad, bastonato il professionista vero Matteuzzi per i suoi onesti reportage da Tripoli (venne sostituito a Bengasi e Misurata dal portavoce dei tagliagole Stefano Liberti), nei primi giorni del golpe Nato-Al Qaida aveva inneggiato ai “giovani rivoluzionari”, fino a spingersi alla sconcia e ingiuriosa invocazione di “brigate internazionali”, tipo quelle di Spagna, da affiancare al mercenariato che già invocava sulla propria gente patriotticamente i cataclismi bombaroli (come poi faranno, sempre patriotticamente, i successivi “giovani rivoluzionari” di Siria). Non paga di una figuraccia da far impallidire Berlusconi mignottaro, l’augusta maestra è tornata sulla scena del delitto a Tripoli caduta e Gheddafi sbranato dai suoi “giovani rivoluzionari”.
Combinando la solita arroganza con il solito aristocraticismo eurocentrista, la solita ignoranza con la solita burbanza baronale, Rossanda, arricciato lievemente il naso per come i “ribelli” hanno sistemato Gheddafi, non si sogna di fare un passo indietro e riconoscere la facciata presa, il turpe servizio offerto ai genocidi, alla regressione culturale, alla catastrofe sociale, al razzismo e alla strategia USraeliana di smembramento delle nazioni. Si divincola tra un rimbrotto a chi uccide prigionieri e non fa processi (ah, con Moreno Ocampo del TPI sarebbe stato diverso!), e la conferma della natura abietta delle vittime: “dittatori e terroristi”, “satrapi del Sud” corrotti che perpetuano la prassi colonialista, “intrallazzi fatti assieme all’aggressore di oggi”. Vale anche per la Libia, prima in Africa per promozione dei diritti umani, del progresso, dell’indipendenza e della giustizia sociale. Un altro po’ di fango, inevitabile a copertura del carcinoma di spocchia e ottusità (leggete le banalità con cui analizza la “crisi”) in via di metastasizzazione oltre le epifanie epigonali della ragazza del secolo scorso. Per non farsi mancare nulla, la guru della sinistra compatibile, sfottendo di passaggio l’antimperialismo quasi fosse Bertinotti, si allarga all’America Latina dove, non credendo in “dittature progressiste” (intende Chavez e Castro) e visto che noi abbiamo creato, tra Marx e Friedman, il migliore dei mondi possibili, semina un po’ di dispregio sui ”regimi che socialisti non sono”, secondo la depositaria del verbo, e chi ne se impippa se hanno rotto con gli Usa e ci stanno provando a migliorare le cose. Quelli del Nord non sono mai satrapi. Hanno più sangue sulle mani di tutti i governanti del Sud messi insieme, ma non sono satrapi. Come diceva Roosevelt del macellaio Somoza? “E’ un bastardo, ma è il nostro bastardo”. L’atteggiamento di Rossanda verso il Sud del mondo rende affettuoso quello di Calderoli e Maroni verso i migranti.
Ci sarebbe a questo punto da citare il paginone, con gigantografia di “giovani rivoluzionari” in armi, del repellente Uri Avnery, un nazisionista mascherato e inghirlandato dal “manifesto” e da quella medusa urticante che è Luisa Morgantini, con pacifinti e pacitonti (ottimo termine da me rubato) al seguito. Cari amici del “manifesto”, non basta mettere in capo due righe di blanda presa di distanza da un tale proclama himmleriano sulla necessità di stuprare la Libia e fare a pezzi il suo leader. Per azzerare quella putrescenza colonialista e razzista ci sarebbero voluto tre paginoni tra scritti di Gheddafi e temi sulla guerra dei bimbi di Tripoli cui hanno sbriciolato la casa, disintegrato un po’ di parenti e amichetti, scuoiato il maestro nero, avvelenato l’habitat.

Figurarsi, tanto più che al “manifesto” è giunto l’esempio dell’ancor più audace “Guardian”, giornale sinistro inglese, che, senza neppure quella lieve presa di distanza, ha onorato di un ampio editoriale il comandante militare di Tripoli Abdel Hakim Belhadj. Va riconosciuto al “Guardian” il merito di aver distolto per un attimo il fondatore del Gruppo Libico Islamico Combattente, filiale di Al Qaida, dalla pulizia etnica condotta casa per casa dai suoi “giovani rivoluzionari”.
Benedetta la Nato, dato del clown a Gheddafi (si pensi a come è addobbata la nostra massima autorità spirituale, Joseph Ratzinger), messolo a pari di Hitler e Mussolini e attribuitegli tutte le grottesche efferatezze con cui i pifferai della guerra infinita ci decerebrano, anche questo pacisionista, scopertosi SS, non trascura di allargare lo sguardo. Gli piace pure quanto l’Occidente ha fatto in Kosovo, finalmente messo in mano a Hashim Thaci, espiantatore di organi di prigionieri e massimo narcos dei Balcani, ma caro alla correligionaria Madeleine Albright. Visto come collimano interesse e strategia di Israele e Al Qaida, non c’è, per Avnery, neanche da farsi troppi scrupoli sullo Stato della Sharìa proclamato e lanciato in faccia alle donne libere di Libia dal fidato Primo Ministro Mahmud Jibril per assicurarsi, insieme alla burletta delle armi atomiche e chimiche ritrovate, una nicchia nella benevolenza che il vincitore riserva ai traditori. Del resto, tra Stato della Sharìa e Stato teocratico degli ebrei che differenza c’è? Eppoi, come non riconoscere a questi nuovi amici il merito di aver riconosciuto in un colpo solo, sia Israele, sia il Consiglio Nazionale Siriano, gemello Nato di quello libico.
Non c’è, invece, che da seppellire sotto le risate quel soggettone alla Zelig che, sempre sul disponibilissimo quotidiano antiguerra, si presenta come psichiatra, Sarantis Thanopulos (guarda dove li vanno a scovare!) e, come ti educo il pupo, ci ammannisce un Gheddafi che “fa della repressione il correlato funzionale della regressione psicologica collettiva” (nella solita Libia posta dall’ONU al primo posto progressista africano), dal che discende poi il parricidio metaforico: un rito di iniziazione che istituisce una società di pari e consente di introiettare il potere arbitrario del padre trasformandolo in autorità democraticamente gestita e condivisa. Dunque, gli orrori sul corpo di Gheddafi hanno il significato liberatorio del tirannicidio. Se non sono cialtroni, al “manifesto” non li vogliono.
Non manca mai, il “manifesto”, di apporre la sua tessera al mosaico della guerra infinita. Preziosi gli interventi (Forti, Colotti, Sgrena, Giordana, amanuensi vari) che dissipano i sani dubbi sull’autenticità di Al Qaida, che i soliti “complottisti” sospettano costola della Cia, etichettando, su modulo strategico USraeliano, ogni difesa dei deboli da sopprimere, ogni lotta di liberazione, con lo stigma Al Qaida. Che si tratti di combattenti afghani, degli Shabaab somali, della resistenza in Iraq o in Yemen, di un villaggio di immigrati libanesi nei dintorni dell’ambito acquifero Guaranì in Sudamerica. E quando tu dai, del tutto abusivamente, dell’Al Qaida a chi si batte contro il mostro imperialista, a quel mostro hai bell’e lisciato il pelo, alle sue vittime hai ficcato un coltello nella schiena. Lo fa anche Vauro, principe dei vignettisti davvero antagonisti, quando disegna Gheddafi come potrebbe essere la faccia sotto la maschera di Darth Vader.
Del resto l’orchestrina che sul “manifesto” suona la musica del padrone ha molti strumentisti. C’è l’autorevole Danilo Zolo che, avvallato per l’ennesima, manifestaiola volta la superpatacca dell’11/9 e fatto un miscione unico di primavere arabe e inverni libici, sentenzia che Gheddafi qualcosa pur “meritava per le gravi colpe di cui s’era coperto ”. E non dovevano forse pensarci le “nuove autorità della Libia, eventualmente sostenute dal Consiglio di Sicurezza “? Non c’è dubbio, nessuno più sopra le parti di costoro. Proclama, Zolo, che “la democrazia è ormai un obiettivo irrinunciabile, in Libia come lo è per l’intero mondo islamico”. E meno male che, sottobraccio, in Libia sono arrivati i sadici ossessi della Sharìa e il Fondo Monetario Internazionale : la democrazia è garantita. Come anche l’equa distribuzione dei beni. Raffina il suo passo in sintonia con quello degli anfibi Nato, Zolo, quando lamenta che “il sangue degli innocenti continua e continuerà a essere versato… anche dalla disperata e grottesca resistenza di Muammar Gheddafi e dei suoi lealisti”. Siamo all’osceno. Combattere fino all’ultimo sangue, fino all’ultimo palazzo sventrato, insieme al proprio popolo, contro la cupola criminale del mondo, Grottesco? Che transfert, ragazzi! E’ piaciuto anche alle ginocrate della caccia al velo, damigelle di corte di Rossana. In comune, questi chierichetti delle tavole della legge imperiale, hanno un’altra figata: Gheddafi l’hanno dovuto far ammazzare, quei cattivoni, perché chissà quali rivelazioni avrebbe potuto fare, in un processo, sui turpi negozi da lui svolti con loro. Neanche l’esempio di Milosevic, fatto morire in carcere dopo tre anni in cui non si era riusciti a inchiodarlo su alcun misfatto, gli fa balenare il sospetto che il procuratore del TPI, Moreno Ocampo, si sarebbe visto spuntare le armi Nato, sia dalle rivelazioni sulle infinite porcate occidentali durante 42 anni di complotti, sia dalla colossale opera di costruzione di una nazione, di resistenza agli Stati canaglia, di emancipazione e liberazione di un popolo. Già era stata un’abiezione far giudicare i gerarchi e generali nazisti dagli omologhi Churchill e Roosevelt. Quale chance avrebbe una masnada di killer di massa come i governanti occidentali di fronte a Muammar Gheddafi?

Comunque il lupo perde il pelo (le copie, la credibilità), ma non il vizio, nonostante le virtù dei Dinucci. E, non paga di aver appesantito la sua fedina penale giornalistica con gli autentici stupri di verità ispirati all’inviato a Bengasi dagli stupri dei “giovani rivoluzionari” su neri, soldati e dissenzienti, l’acidula direttrice Norma Rangeri (ora disarcionata, credo proprio per meriti libici) rinnova lo scempio del logo di testata con una Carneade spuntata miracolosamente a Damasco, pur nell’ “esclusione di tutta la stampa straniera”, come suol deplorare. Da lì, stupefacentemente non violentata dagli sgherri di regime, ci ammannisce il rosario infinito degli “eccidi di regime” denunciati dagli “attivisti umanitari” a imitazione dei pari-rivoluzionari in Libia. Come non capirla: ha il consenso dell’ONU e il plauso della civiltà occidentale. Sapete quel’è la ciliegina su tutto questo? E’ tale Ercole, esperto e recensore entusiasta di tutti i videogiochi del serialkilleraggio pulp sfornati dai creativi del Pentagono per tirare su bene i nostri fanciulli, per abituarli a praticare poi quei giochi sul campo. Da lui ci aspettiamo con ansia la glorificazione, ovviamente tecnico-artistica, del nuovo videogioco Usa nel quale si può ripetere e migliorare il linciaggio di Gheddafi.
PARTE TERZA

Informazione è ciò che si vuole mantenere nascosto; tutto il resto è pubblicità (Bill Moyers alla Conferenza Nazionale Usa sulla riforma dei media, 2005).
lls son tous des assassins. Mi sono dilungato sul “manifesto” perché il giornale è sintomatico. Nel nostro paese è il capofila mediatico di quell’ideologia della “sinistra” che, uno dopo l’altro, pavimenta gli eccidi di popoli. E’ contiguo, e spesso li ospita con le loro maligne scempiaggini, a venerandi maestri della sinistra intelligente come Immanuel Wallerstein, Ignazio Ramonet (“Gli insorti libici meritano l’aiuto di tutti i democratici”), il citato Avnery, Gilbert Achcar, Samir Amin, Atilio Boron, Ramzy Baroud, insomma quelli del fatuo e fuorviante “un altro mondo è possibile”. Tutta una combriccola di prestigiosi mistificatori e imbonitori, finalmente rivelatisi nient’altro che i ponteggi sui continui lavori di restauro delle balle imperiali: 11 settembre, Al Qaida, il terrorismo islamico, gli islamici “moderati” che ci rassicurano in Tunisia, Egitto, Siria, Libia, la perfidia di un Pakistan, inaccettabilmente atomico, che ospita Osama bin Laden, appoggia i taleban, sparge ordigni esplosivi nei propri mercati e in quelli dell’India, il trapanatore iraniano Moqtada Al Sadr fatto passare per vindice del nazionalismo iracheno, più il contorno di dittature da democratizzare, di diritti umani da importare, di società civili da esaltare, del pur ben intenzionato Obama da salvare. E poi Milosevic, Saddam, Gheddafi, Assad, Ahmedinejad, il mullah Omar, tutti Hitler. A dispetto di Guantanamo, delle guerre di sterminio, degli assassini extragiudiziali commissionati, delle banche da rimpinzare con i soldi e le case dei disperati, della guerra alla morte contro l’Europa, dei finti ritiri da Iraq, Afghanistan, Libia, messi nelle mani di compagnie di ventura che garantiscano la rendita dell’aggressione.
Nessuno di questi sommi analisti, mentre affondava le zanne sul corpo mistico di Gheddafi unito al suo paese, ha conosciuto o capito un’acca della Libia, o di Gheddafi. Anche perché sarebbe sotto la loro eccellenza professionale ascoltare in Libia un rettore universitario, uno studente, una donna, un migrante, un operaio, che non abbiano chiesto missili Nato sul popolo, o leggere qualche riga dei testi di Gheddafi. La schiera è vasta, tra diffamatori, bugiardoni e depistatori. Naomi Klein, Vandana Shiva, il negriano Michael Hardt, Noam Chomsky e, ahinoi, Eduardo Galeano, insomma l’empireo della società civile, firmano un appello a “globalizzare Tahrir Square”, frullando, nel nome della primavera globale, in un unico dispregio Mubaraq, il Fondo Monetario, le banche e… Gheddafi e Assad, la Libia e la Siria. Vale anche per quei grandi registi della critica all’esistente, Polanskl di “Carnage”, o Paolo Sorrentino di “ This must be the place” che, nettano la coscienza critica collettiva insistendo ad allungare lo sguardo a ritroso, alle scontate colpe naziste, mentre fanno le talpe cieche sulle colpe all’ennesima potenza dei regimi in cui prosperano e che hanno sotto gli occhi. Le primavere, a volte, recuperano spifferi glaciali e vapori tossici dal più funesto degli inverni. Che i ragazzi delle varie Piazze Tahrir del mondo non ne ricavino virus letali.
Al seguito di questi santoni della società civile ci sono i marciatori di Assisi, di Vendola, di Bersani, le varie conventicole trotzkiste quando si dimenticano di azzannarsi fra di loro, un buon numero di gravi pensatori marxisti-leninisti, Attac, Peace Reporter, l’infame Save the Children del Viagra di Gheddafi per stuprare bimbi di 8 anni…Tutti sperduti nelle sabbie libiche, o troppo impegnati nelle processioni con Aung San Suu Kyi, il Dalai Lama, i verdi di Tehran, quegli indigeni rompicoglioni che fanno i leghisti negli Stati progressisti latinoamericani. Sono stati la disonestà intellettuale, l’ignoranza, la stupidità, l’arroganza, l’ipocrisia, il cinismo, spesso l’assoluta malafede, dei succitati padroni del pensiero sinistro, nella loro narcisistica collaborazione con la macchina della psico-guerra Nato, a rinchiudere nella gabbia dell’ideologia borghese, democraticistica ed eurocentrista, le infinite realtà di un potenziale antagonismo. Antagonismo internazionalista alla fangazza che ci travolge a casa e, insieme, alla desertificazione di popoli e continenti. Traditori delle masse di cui si dicono vessilliferi ideali, non meno di quanto la classe operaia organizzata britannica abbia tradito i fratelli di colore annichiliti dai genocidi e dalle rapine degli operativi della regina. Di quella di ieri, come di quella di oggi. Per lo stesso motivo per cui Obama è peggio di Bush e Bersani di Berlusconi, la frode, questi intellettuali sono più colpevoli degli stessi governanti e mercenari che in Libia hanno commesso e commettono crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Forse sarebbe stato più difficile commetterli, questi delitti, se prima non ci fossero stati i loro crimini contro la verità. Sciagurato parnaso di una società (ci)vile che guaisce sotto i bulldozer del sociocidio, ma si accontenta di mettere gli stuzzicadenti dei suoi ultimi pasti tra i cingoli del carro armato imperialista, mentre ne potenzia il carburante con l’additivo della perversione ideologica.
PARTE QUARTA

Orizzonti rossi di sangue. Non solo. Faccio un giro d’orizzonte sugli scenari che da anni frequento. Alle sue guardie del corpo, donne a cui Ghedddafi, nel contesto dell’uguaglianza tra maschi e femmine, aveva voluto riconoscere il compito riservato da noi alla virilità dei combattenti più affidabili, sono preda una dopo l’altra dei cannibali di terra della Nato, mentre non un sospiro s’è levato dalla muta delle sedicenti femministe, acrobate della coerenza che riescono a conciliare la fregola di ginocrazia con il medioevo della sharìa e dell’emirato islamico in cui verranno occultate le donne della Libia. In tutto il paese lo scempio del corpo di Gheddafi viene moltiplicato all’infinito su un popolo che deve tornare alle catene e all’inedia dei fasti coloniali. Nessuna Amnesty, nessuna organizzazione umanitaria, fa sentire la sua voce su Abuzaid Omar Dorda, già ambasciatore libico all’ONU, torturato nelle carceri del CNT, sul primo ministro Al Baghdadi al Mahmudi, incarcerato in Tunisia dai “rivoluzionari” fratelli musulmani che ora ne hanno deciso l’estradizione ai macellai di Tripoli. Il compianto e l’indignazione per il martirio di Vittorio Arrigoni, voce di Gaza, non si estende alle voci di verità che si sprigionano dai martiri di Libia e Siria, paesi canaglia che FMI e “comunità internazionale” hanno affidato agli sfoltitori di umanità in modo da attuare impunemente le loro depredazioni. E’ lo stesso FMI che oggi arma la mano dei nostri governanti per lo sfracello finale. Vengono abbattuti in Siria a centinaia le forze patriottiche dell’ultimo caposaldo arabo non conquistato, ma qui ci si adonta delle stragi immaginarie denunciate da ratti che quel caposaldo rosicchiano in attesa delle bombe. Tanta è la sete di conoscere come stanno le cose che neanche un umanitario ha voluto segnalare alla Farnesina l’imboscata a mitraglia fatta dai “ribelli” a Homs a una delegazione italiana che, per conoscere, pareva muoversi anche fuori dagli ambiti frequentati assiduamente dagli ambasciatori di Usa e Francia e che avrebbe riportato in Italia le immagini proibite delle ininterrotte manifestazioni di massa per Bashar El Assad, per la sovranità e contro la Nato.

Per non turbare la soddisfazione generale per la democratizzazione e liquidazione della Libia, nessuno ha avuto il cattivo gusto di menzionare le trecento milizie mercenarie che, 5000 mercenari qatarioti in testa (presto, insieme ad Al Qaida, Navy Seals e SAS, in Siria), si distraggono da saccheggi ed eccidi facendosi a pezzi tra di loro: tagliatesta islamisti di Misurata contro tagliatesta berberi (eterna quinta colonna coloniale) di Zintan e tutti contro i pupazzi Exxon e BP del Consiglio Nazionale di Transizione. CNT tanto in controllo del paese da pigolare che la Nato rimanga un altro po’. Saranno sostituiti dagli omologhi contractors di Blackwater (ora “Xe”) e teste di cuoio anglosassoni collaudati in Iraq quando, travestiti da arabi, portavano nei mercati ordigni stragisti da attribuire alla resistenza, poi ad Al Qaida. Un minimizzante FMI ha calcolato in 35 miliardi di dollari quanto la guerra ha rubato al popolo libico, ma sono 150 i miliardi di euro che quel popolo aveva in giro per il mondo e che, rapinati, ora allevieranno la crisi di banche e multinazionali. Tanto, era il “tesoro” della vorace famiglia del dittatore, immersa nel lusso scandaloso di un idromassaggio.

Lo strazio senza fine inflitto a Gheddafi e al suo popolo anticipa, anzi già introduce, senza che nessun obiettore alla macelleria sociale a casa sua abbia voluto notarlo, all’estensione delle satrapie totalitarie, di gran lunga maggioritarie e decisive nella Lega Araba, alla spoliazione dell’intera regione mediorientale-africana. Oltre ai propri ascari in azione in Siria, Usa e Nato installano comandi militari in Africa, inviano truppe e attivano droni in Yemen, Somalia, Uganda, Costa d’Avorio, Kenya, Burundi, Congo, a garanzia di locali tirannie compradore. La dove l’accesso diretto non è per ora attuabile, Iran, Siria, Cuba, Nordcorea, nel cappio degli embarghi e delle sanzioni vengono stritolate le società di quei paesi. Ci si aspetta che dovrebbero trarne motivo per rivoltarsi e frantumarsi. L’embargo all’Iraq costò 1,5 milioni di morti, un terzo bambini. Mussolini pensava di essere stato bravo avendo tolto di mezzo 600mila libici su due milioni.

Ecco ciò che la Libia aveva e non avrà più fino alla vittoria finale, nella sconoscenza e imbecillità dei piloti della “società (ci)vile”: una bolletta della luce senza cifre, lo zero d’interesse sui prestiti, la casa come diritti umano assicurato dallo Stato, i 50mila dollari donati a ogni nuova coppia, la donna libera, l’istruzione e la sanità gratuite e di alto livello, un’alfabetizzazione al 93%, ai futuri agricoltori terra da coltivare, fattoria, macchinari, sementi e animali, sempre gratis, gli studi gratuiti all’estero, il 50% di Stato del costo di un’automobile, il prezzo della benzina a 10 centesimi al litro, l’assenza di un debito estero e riserve per 150 miliardi di dollari, il salario medio della propria professione ai disoccupati, una fetta degli introiti da idrocarburi pagati direttamente sui conti correnti dei cittadini, i 5000 dollari dati alla madre di ogni neonato, il prezzo di 12 centesimi di euro per 40 pagnotte, il 25% di libici che avevano la laurea, l’acqua per tutta la terra e per tutti i viventi grazie alla più grande opera idraulica di tutti i tempi.

Sui tetti di Bengasi sventola la bandiera di Al Qaida-Cia. Dal bagno di sangue sorge il verminaio dei venduti, compratori, giustizieri. Il nuovo primo ministro della Libia uccisa, Abdelrahim El Keib, con doppi nazionalità libico-statunitense, è un manutengolo dei carnefici, reduce dalla presidenza dell’Ente petrolifero di Abu Dhabi, finanziato da BP, Shell, Total, ricercatore al servizio di agenzie governative Usa, che per anni ha sparso veleno sul proprio paese dalla cattedra dell’Università dell’Alabama. Una marionetta fascista dell’industria globalizzata, un dissacratore della sovranità del suo paese. Ha inaugurato il suo mandato lasciando che i diritti umani della nuova Libia si arricchissero della profanazione e devastazione delle tombe della madre di Gheddafi e dei suoi congiunti.

Tutto questo è il menu per la Siria, sempre che prima non si polverizzi l’intera regione con l’assalto all’Iran. Siria che ha accettato per intero il piano di pace di una Lega Araba – amnistia, liberazione dei detenuti, elezioni, pluripartitismo, nuova costituzione, ritiro delle truppe dai centri urbani – tanto astuta da vestire i piani del pacificatore sapendo benissimo che, come è successo immediatamente, i propri emissari armati l’avrebbero rifiutato e sabotato a forza di provocazioni stragiste. Da marzo ad oggi, 1500 soldati e poliziotti siriani sono stati uccisi dai “rivoluzionari”, ma vengono fatti sparire sotto le 3.500 strepitate vittime del regime, subito avallate dall’ONU, che non ha neanche un ispettore su piazza. Non ce lo aveva neanche in Libia, l’esperienza con gli inviati ONU in Iraq, Von Sponeck e Halliday, sprovveduti accusatori dell’embargo infanticida, ha reso circospetto il maggiordomo Ban Ki-Moon.

Nelle ore in cui vado scrivendo queste righe, mezza settimana, gli Usa hanno ammazzato sui 500 civili, bambini compresi, in tre paesi, Somalia, Pakistan ,Yemen, in 10 mesi hanno ucciso 1.500 civili afghani. Sullo stesso conto continuano ad andare i milioni di morituri, per sempre minati nella salute, che si sono trovati sotto le armi chimiche e radioattive di Usa e Israele. I carnefici masticano a piene ganasce, chevengano divorati gli operai di Marchionne, o gli abitanti neri di una Tawarga che non c’è più e che verrà seppellita dalla sabbia.

Verde, sotto controllo della Resistenza, bianco, zona contesa, nero, controllo CNT, rosso, focolai della Resistenza.

Sono orizzonti rossi di sangue. Ma non solo. C’è anche il rosso dei valori umani, un tempo una bandiera con stella gialla, che si riflette nel cielo annunciando l’alba, per quanto lontana. Brigate partigiane della guerriglia diretta da Seif al Islam e supportate dalle popolazioni del Sahel, fanno saltare porti e aeroporti, le installazioni della rapina petrolifera, franchi tiratori spuntano da tutte le parti per seccare l’abominio subumano dei predatori. Metà del paese è in mano a popolazioni e combattenti che non si piegano. In Iraq una resistenza rimossa, o fatta passare per Al Qaida, cresce di giorno in giorno e contrasta gli eccidi di regime, fatti per rinfocolare la guerra civile, con ininterrotte esecuzioni di occupanti e loro fantocci. Gli Shabaab, avendo dietro un popolo, impediscono la ricolonizzazione della Somalia contro la potenza Usa e i suoi ascari etiopici, kenioti e ugandesi. Presto o tardi, l’Africa si ricorderà del legato di indipendenza e giustizia lasciatogli da Gheddafi. In tanti paesi arabi l’eversione-rivoluzione, in armi come in Yemen, o nuda come al Cairo, in Bahrein, in Marocco, Arabia Saudita, o Giordania, o arde sotto la cenere, o tiene in scacco il futuro. In America Latina, tentativi di stabilizzazione imperiale, vengono neutralizzati dall’avanzata sociale e politica delle masse. Ci sono, a costellare l’Occidente, le piazze degli indignati, di corto o lungo respiro che siano, contro la cupola, finalmente riconosciuta origine di tutti gli orrori. E, toh, ci voglio anche mettere quelle decine di migliaia di giovani e meno giovani che, anche da noi, le loro piazze, le loro parole, la loro vita, le difendono con i corpi e con i mezzi che i corpi sanno adoperare. Alla faccia dei non-violenti. Viva Gheddafi.

Avanti con la lotta contro l’aggressore straniero. Avremmo potuto contrattare e vendere la nostra causa in cambio di una vita pacifica e prospera. Abbiamo ricevuto molte offerte, ma abbiamo scelto di porci in testa al combattimento, per il dovere e per l’onore. E anche se non vinceremo, daremo una lezione alle generazioni furue. Scegliere la nazione è un onore, venderla è il tradimento che la storia ricorderà per sempre (Muammar Gheddafi).

Ei fu. Siccome immobile,
dato il mortal sospiro,
stette la spoglia immemore
orba di tanto spiro,
così percossa, attonita
la terra al nunzio sta,
muta pensando all’ultima
ora dell’uom fatale;
né sa quando una simile
orma di pie’ mortale
la sua cruenta polvere
a calpestar verrà.

Lui folgorante in solio
vide il mio genio e tacque;
quando, con vece assidua,
cadde, risorse e giacque,
di mille voci al sònito
mista la sua non ha:
vergin di servo encomio
e di codardo oltraggio,
sorge or commosso al sùbito
sparir di tanto raggio e
scioglie all’urna un cantico
che forse non morrà.

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22 ottobre 2011 | Autore

Fonte: http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=40784
di Pepe Escobar – 21/10/2011

Fonte: Come Don Chisciotte [scheda fonte]

Stanno combattendo su una carcassa come degli avvoltoi. Il Ministro della Difesa francese ha detto che sono stati loro a colpirlo con un elicottero d’assalto Rafale che ha sparato sul suo convoglio. Il Pentagono dice che sono stati loro con un Predator che ha lanciato un missile Hellfire. Dopo che il colonnello Muammar Gheddafi, ferito, ha cercato rifugio in una sporca conduttura sotto l’autostrada – un’eco inquietante del “buco” di Saddam Hussein–, è stato trovato dai “ribelli” del Consiglio Nazionale di Transizione (CNT). Poi è stato doverosamente giustiziato.

Abdel-Jalil Abdel-Aziz, un medico libico che ha accompagnato e esaminato il corpo di Gheddafi in ambulanza, ha detto che è morto a causa di due proiettili, uno al torace e una alla testa.

Il CNT – che ha disseminato menzogne, menzogne e ancora menzogne per mesi – giura che è morto sotto un “fuoco incrociato”. Potrebbe essere stata una gang. Potrebbe essere stato Mohammad al-Bibi, un ventenne con un cappellino da baseball dei New York Yankees in testa che ha posato di fronte al mondo intero brandendo la pistola d’oro di Gheddafi; forse il suo tagliando per ritirare gli spropositati 20 milioni di dollari che sono stati fatti balenare come taglia per un Gheddafi “vivo o morto”.

È sempre più curioso ricordare che ciò è esattamente quello che il Segretario di Stato Hillary Clinton, nel corso della sua illuminante visita a Tripoli, aveva annunciato meno di quarantotto ore prima; Gheddafi doveva essere “catturato o ucciso”. La Regina delle Fiabe ha soddisfatto i desideri della Clinton, che ne è venuta a conoscenza guardando lo schermo di un BlackBerry, reagendo con il terremoto semantico di uno “Wow!”
Ai vincitori, spetta il bottino. E se lo sono preso; la North Atlantic Treaty Organization (NATO), il Pentagono e il CNT. Dal minuto in cui una risoluzione delle Nazioni Unite per imporre una no-fly zone sulla Libia si è trasformata in un lasciapassare per un cambio di regime, il piano A è diventato quello di catturarlo e ucciderlo. Un omicidio mirato: è la pratica ufficiale dell’amministrazione di Barack Obama. Non c’era un piano B.

Lasciati bombardare perché ti protegga

Riguardo la R2P (“Responsabilità di Proteggere” i civili), i dubbiosi dovrebbero affidarsi alla spiegazione del Segretario Generale della NATO, Anders Fogh Rasmussen: “La NATO e i nostri partner hanno adempiuto con successo allo storico mandato delle Nazioni Unite per proteggere il popolo della Libia.” Chiunque voglia assistere alla protezione della NATO sui civili deve solamente salire su un pick-up e partire per Sirte, la nuova Fallujah.

Le reazioni sono state davvero istruttive. Al burocrate del CNT Abdel Ghoga sembrava di stare al Colosseo al tempo dell’Impero Romano: “I rivoluzionari hanno la testa del tiranno.”

Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha detto che la morte di Gheddafi significa che “stiamo vedendo la potenza della leadership americana in tutto il mondo”. È solo quello che ci si poteva aspettare, considerando anche che Washington ha pagato non meno dell’80% dei costi operativi di questi bambocci della NATO (più di un miliardo di dollari, che Occupy Wall Street potrebbe ben denunciare che siano più utili per la creazione di posti di lavoro negli Stati Uniti). Strano, ora, poter dire “ce l’abbiamo fatta”, perché la Casa Bianca ha sempre detto che questa non era una guerra; era una qualcosa di “cinetico”. E che non ne erano al comando.

È stato il maestoso stratega di politica estera, il vicepresidente Joe Biden, a essere ben più illuminante di Obama; “In questo caso, l’America ha speso due miliardi di dollari e non ha subito un solo decesso. Questa è un’indicazione su come trattare con il mondo nel futuro, diversamente dal passato.”

Mondo, sei stato avvisato; così l’impero ti tratterà d’ora in poi.
Senti il mio amore umanitario
E allora congratulazioni alla “comunità internazionale” che, come tutti sanno, è formata da Washington, alcuni membri oramai spacciati della NATO e dalle potenze democratiche del Golfo Persico, il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti. Questa comunità, almeno, ha goduto del risultato. L’Unione Europea ha omaggiato “la fine di un’era di dispotismo”, quando fino a giovedì stava ancora carezzando le vesti di Gheddafi, e ora rimangia sé stessa negli editoriali, parlando del regno quarantennale di un “pagliaccio”.

Gheddafi sarebbe stato un ospite molto inopportuno alla Corte Penale Internazionale all’Aja, dove avrebbe avuto piacere nel ricordare tutti i baciamano, i caldi abbracci e gli accordi succosi che l’Occidente implorava di assicurarsi, dopo che era stato promosso da “Cane Rabbioso” (Ronald Reagan) a “Nostro Bastardo”. Avrebbe anche gioito nel descrivere tutti i retroscena oscuri di questi opportunisti che ora si atteggiano a “rivoluzionari” e “democratici”.

Per quanto concerne il concetto di legge internazionale, giace in un luogo altrettanto zozzo di quello in cui Gheddafi si era infilato. Il dittatore iracheno Saddam almeno ha avuto un processo farsa in un tribunale illegale prima di incontrare il boia. Osama bin Laden è stato semplicemente spento, con un assassinio, dopo un’invasione territoriale del Pakistan. Gheddafi è sparito, smorzato da una mistura di guerra aerea e di omicidi.

Gli avvoltoi del potere stanno congestionando i cieli. Il domiciliato a Londra Mohammed El Senoussi, l’erede al trono libico (il Re Idris fu deposto nel 1969) è pronto per il suo primo piano, avendo già sancito che lui “è un servo del popolo libico, e sono loro a decidere cosa vogliono”. Traduzione: io voglio il trono. È ovviamente il candidato preferito dalla controrivoluzionaria Casa di Saud.

E cosa dire dei somari dei think-tank di Washington che hanno borbottato che questo era il “momento Ceausescu” della Primavera Araba”? Se solo il dittatore rumeno avesse migliorato il livello di vita della sua nazione – nei termini di assistenza sanitaria gratuita, incentivi per i neo-sposi, eccetera – di una frazione rispetto a quanto ha fatto Gheddafi in Libia. Oltre al fatto che Nicolae Ceausescu non fu deposto da un bombardamento “umanitario” della NATO. Solo i fusi di testa possono aver fatto propria la propaganda delle oltre 40.000 missioni “umanitarie” della NATO che hanno riportato le infrastrutture libiche all’età della pietra (Shock and Awe al rallentatore, giusto?) Tutto ciò non ha mai avuto niente a che fare con la R2P, e il bombardamento senza sosta dei cittadini di Sirte ne è testimonianza.

Come i quattro membri dei paesi BRIC già sapevano prima di votare la Risoluzione 1973 delle Nazioni Unite, tutto ciò riguardava la volontà della NATO di gestire il Mediterraneo come un suo lago, la guerra dell’Africom contro la Cina e la realizzazione di una base strategica, riguardava i francesi e i britannici che volevano siglare dei bei contratti per sfruttare le risorse naturali libiche a proprio beneficio, e anche una nuova narrativa della Primavera Araba da parte dell’Occidente, dopo che si era fatto un sonnellino in Tunisia e in Egitto.
Ascoltate i mugolii barbarici
Benvenuti nella nuova Libia. Le milizie islamiste intolleranti muteranno le vite delle donne libiche in un inferno in terra. Centinaia di migliaia di africani sub-sahariani – quelli che non sono riusciti a fuggire – verranno perseguitati senza ritegno. Le ricchezze naturali della Libia verranno depredate. Quella collezione di missili anti-aereo di cui si sono appropriati gli islamisti diventeranno una ragione estremamente convincente perché la “guerra al terrore” nel Nord Africa diventi eterna. Ci sarà sangue, una sanguinosa guerra civile, perché la Tripolitania rifiuterà di essere governata dalla cafona Cirenaica.

Per quanto riguardo i dittatori rimasti in giro, stipulate una polizza vita con la NATO Inc.; l’egiziano Hosni Mubarak, il tunisino Zine al-Abidine Ben Ali e lo yemenita Ali Abdullah Saleh sono stati abbastanza svegli da farlo. Tutti noi sappiamo che non ci sarà mai una R2P per liberare i tibetani e gli iuguri, la gente in quel gulag mostruoso che è il Myanmar, il popolo dell’Uzbekistan, i curdi in Turchia, o i Pashtun su entrambi i lati della Linea Durand tracciata in modo imperiale.

Sappiamo anche il cambiamento a cui il mondo può credere giungerà il giorno in cui la NATO stabilirà una no-fly zone sull’Arabia Saudita per proteggere gli sciiti nella provincia occidentale, quando il Pentagono stenderà un tappeto di Hellfire sulle migliaia di corrotti e medievali principi della Casa di Saud.

Ma non accadrà. Nel frattempo, a questo è arrivato l’Occidente; a un botto della NATO e a un migliaio di mugolii barbarici e fuorilegge. Disgustati? Mettetevi una maschera di Guy Fawkes e fate un macello.
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Fonte: How the West won Libya

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE

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www.disinformazione.it
di Marcello Pamio – 8 novembre 2012

Naturalmente, la gente comune non vuole la guerra;né in Russia, né in Inghilterra, né in America, né in Germania. Questo è chiaro. Alla fine, però, è il leader di un Paese a determinare la politica ed è sempre abbastanza semplice costringere la gente a seguirlo, che ci sia una democrazia, una dittatura fascista, un Parlamento o una dittatura comunista. Che abbiano voce o meno, le persone possono sempre essere portate a seguire i propri leader.

E’ semplice. Tutto quello che bisogna fare è dire loro che sono sotto attacco e denunciare i pacifisti per la mancanza di patriottismo, per esporre la nazione al pericolo. Funziona allo stesso modo in ogni Paese.

Hermann Wilhelm Göering, Presidente del Reichstag tedesco

Foto rivelatrice.  Woytila, Bonino, Pannella;  i guerrafondai. (Ma poi i radicali non sono, erano anticlericali?)

Nel gennaio 2011 nell’Africa settentrionale e nel Medio Oriente hanno cominciato a diffondersi a tappeto delle ribellioni “spontanee” e “locali” che sarebbero poi esplose nella cosiddetta Primavera Araba. Questo è quello che ci hanno fatto credere.
Ci sono voluti diversi mesi perché la verità venisse a galla, e cioè che dietro le sollevazioni popolari e libere si celava la lunga mano uksraeliana (Inghilterra, Usa e Israele).
Il New York Times ad aprile dello stesso anno ha dovuto intitolare: “Gruppi americani hanno favorito la diffusione della Primavera Araba”.

Chi sono questi gruppi e qual è il loro gioco?
Tanto per citarne qualcuno: “Otpor!” in Serbia e in altri paesi, il “Movimento Giovanile 6 aprile” in Egitto, il “Centro per i Diritti Umani” del Bahrain, il “Fronte Nazionale per la Salvezza della Libia”, “Donne sotto assedio” in Siria, “Golos” in Russia, la “Fratellanza Musulmana”, ecc. Questi gruppi hanno ricevuto, finanziamenti dal National Democratic Institute (NDI), dal Freedom House di Washington e addestramento dall’intelligence statunitense (CIA) e britannica (MI5).

Per meglio comprendere qual è il gioco, ad esempio il “Movimento Giovanile 6 aprile” è collegato con il CANVAS (Centro per l’Azione e le Strategie Applicate Non Violente), una ONG (Organizzazione non governativa) chiamata “Otpor!”, creata dal governo americano in Serbia nel 2000 e finanziata dall’Open Society Institute di George Soros, per rovesciare il governo di Slobodan Milosevic. Il CANVAS ha inoltre fornito assistenza ai manifestanti della “Rivoluzione Rosa” in Georgia e a quella “Arancione” in Ucraina.

Chi sceglie i colori delle Rivoluzioni?
L’attuale e potentissima élite economico-finanziaria, crea dal nulla organizzazioni non governative di facciata per poter lavorare indisturbato nei paesi che vuole rovesciare.
Esistono, oltre a NDI e Freedom House, altri centri utili a dirottare milioni di dollari dalle casse governative ed esportare la cosiddetta democrazia a stelle e strisce, per esempio il Fondo Nazionale per la Democrazia (National Endowment for Democracy) riceve ogni anno 100 milioni di dollari dal Congresso statunitense.

Vi sono però gruppi che non finanziano, ma creano letteralmente le Primavere e le Rivoluzioni, è il caso dell’International Crisis Group il cui motto ufficiale nel sito è il paradossale e ipocrita “Working to prevent conflict worldwide”, letteralmente: “lavorando per prevenire conflitti nel mondo”.
I nomi di alcuni membri del gruppo possono far comprendere la portata: il Presidente israeliano Simon Peres, il governatore della Banca d’Inghilterra Stanley Fisher, il banchiere-speculatore George Soros della Open Society Institute, gli storici della manipolazione della geopolitica come Zbigniew Brzezinski, Richard Armitage, Samuel Berger e il generale Wesley Clarck, e la nostrana Emma Bonino.

Tra i finanziatori vi sono le peggiori società del pianeta, tra cui le petrolifere BP, Chevron, Shell, Statoil e la società mineraria (platino, diamanti, minerali, ecc.) Anglo American PLC.
Risulta essere molto interessante e indicativo sapere che le società che partecipano attivamente alla distruzione ambientale, energetica e sociale di interi paesi e continenti, fanno parte del gruppo che “lavora per prevenire i conflitti nel mondo”!

Tra tutti i membri, merita un approfondimento a parte l’ebreo ungherese George Soros (il cui vero cognome poi modificato era Schwartz). Soros è il quindicesimo uomo più ricco al mondo, secondo la rivista Forbes, e uno dei maggiori e spietati speculatori planetari.

Membro, tra le altre cose, del Consiglio per le Relazioni con l’Estero (CFR, il governo ombra americano) e del Gruppo Bilderberg, finanziò Solidarnosc, fece crollare sterlina e lira nel 1992, e negli ultimi anni si è dilettato, tramite il suo Open Society Institute, a finanziare le varie Rivoluzioni. La sua collusione è a tal punto evidente che “il premier russo Vladimir Putin per difendere il proprio Paese dalle intromissioni esterne, avrebbe emesso un mandato di cattura nei confronti di Soros, accusato di speculare sul Rublo e di finanziare l’opposizione in vista delle elezioni di marzo” (ASI, Agenzia Stampa Italia).
Putin ha perfettamente ragione, perché c’è sempre Soros dietro le Pussy Riot, il gruppo russo di femministe riottose che, nel nome delle libertà, usano pornografia (atti sessuali di gruppo in luoghi pubblici, una di loro si è perfino fatta filmare in un supermercato mentre s’infilava un pollo dentro la vagina) e blasfemia, il tutto per creare rotture mirate interne all’attuale governo di Mosca.
Le immagini che circolano in Rete non lasciano spazio a dubbi: le ragazze esagitate si fanno fotografare sventolando la bandiera dell’Otpor!…

Un’altra istituzione è il Brookings Institution.

Si tratta di un’organizzazione no-profit con sede a Washington, la cui missione è condurre ricerche indipendenti per poi fornire raccomandazioni pratiche su come rafforzare la democrazia americana, promuovere lo sviluppo economico e il benessere sociale, la sicurezza per tutti gli americani, e infine fissare una più aperta e prospera cooperazione internazionale.

E’ completamente sconosciuto, ma il Brookings è il think tank (serbatoio di pensiero) della politica americana, cioè uno dei gruppi più influenti al mondo.

Il Brookings riceve finanziamenti da Fondazioni Carnegie, Rockefeller e Ford, da banche come Goldman Sachs e Banca d’America e da industrie come Lockheed Martin (armi e difesa), Exxon, Boeing, General Electric, Alcoa, Nike, Gruppo Carlyle, Duke Energy, PepsiCo, At&T.

Il comitato è composto da dirigenti d’azienda, illustri accademici, funzionari governativi ed ex leader. E’ così influente questo gruppo che l’attuale embargo economico all’Iran è opera loro. Nello studio pubblicato nel 2009 dal titolo: “Quale strada verso la Persia?”, il Brookings ha esaminato attentamente le modalità con cui l’amministrazione statunitense possa influenzare il cambio di regime a Teheran, e il suggerimento, poi reso operativo, è stato di costringere il paese a penalizzanti sanzioni economiche. La realtà è che le analisi e le soluzioni fornite dal gruppo, vengono poi messe in atto dai camerieri dei banchieri: i politici.

“Fa tutto parte – spiega Flynt Leverett, ex ufficiale del Consiglio di Sicurezza Nazionale sotto Bush – di una campagna di provocazione, finalizzata ad aumentare la pressione sull’Iran. L’idea è che a un certo punto gli iraniani risponderanno e allora l’Amministrazione avrà il pretesto per colpirli”.

Stanno cercando la scusante mediatica (armi nucleari o una risposta militare) per poi intervenire e rovesciare il regime.

Problema à Reazione à Soluzione

La Soluzione è il cambio di regime nei paesi considerati dall’élite il Male assoluto: Siria e Iran per esempio, il tutto per instaurare delle dittature militari e/o governi fantoccio filoccidentali; il Problema è creare divisioni e dissidi attraverso organizzazioni e la stampa, scontri armati, omicidi e stragi grazie a mercenari e spie, facendo poi cadere la colpa sul governo di turno, al fine di innescare la Reazione emotiva violenta delle persone.

Allora può intervenire l’esercito salvatore del Messia, lo zio Tom, che con missili intelligenti, bombe a grappolo, al fosforo, all’uranio impoverito, bombe nucleari tattiche e sporche può riportare la Pace e l’Armonia, tanto implorata dalla miserabile e stremata popolazione.

Non ricorda qualcosa di già visto?

Il ruolo della CIA
Cosa c’entra la CIA in tutto questo?
L’Agenzia di intelligence più famosa al mondo, grazie ai film propaganda di Hollywood, mette lo zampino da oltre sessant’anni in tutte le guerre, attentati, colpi di stato e Rivoluzioni.
Secondo la Commissione investigativa del senatore statunitense Church, la CIA avrebbe organizzato oltre 3000 operazioni maggiori e 10.000 operazioni minori che hanno provocato la morte di più di 6 milioni di persone.

Quando c’è qualcosa di illegale, i servizi segreti hanno sempre la mani in pasta.
Con i fondi neri che derivano dall’esportazione illegale di droga e armi, le intelligence finanziano gruppi armati, li addestrano e li preparano per i vari scenari globali.
Qualche esempio? Negli anni Ottanta i mujaheddin, quando combattevano in Afghanistan contro il nemico russo, erano dipinti, dalla cricca massonica CIA & Hollywood, come eroi e combattenti per le libertà. Venivano definiti come la “resistenza afghana”, e la loro guerra decennale è stata finanziata segretamente dall’intelligence.

Proprio dalla CIA-mujaheddin nasce al-Qaeda, che non è il nome di un gruppo terroristico, ma il nome di un database (o meglio “la base”) con tutti i nomi dei mujaheddin e trafficanti internazionali di armi utilizzato da CIA e dai regnanti sauditi. Per essere più precisi, si trattava di due file: “Q eidat il-Maaloomaat” e “Q eidat i-Taaleemaat”, tenuti in un unico file “Q eidat ilmu’ti’aat”, abbreviato dagli arabi in al-Qaeda, che in arabo significa la base.
Da allora la base, al-Qaeda, ha continuato a ricevere segretamente supporto dalle varie intelligence ed è stata utilizzata nei vari scenari: nel 2000 in Serbia (Esercito di Liberazione del Kosovo) fino ai nostri giorni, nella infinita e dissanguante “Guerra al terrorismo”.

Al-Qaeda era un database che è diventato uno strumento militare pronto per essere usato quando serve.
L’élite ha sempre avuto la necessità di mantenere attiva la paura di qualsiasi genere.
Il nemico è utilissimo perché da una parte permette di guadagnare migliaia di miliardi di dollari per le spese militari, di sicurezza e difesa, dall’altra occupare i media e distrarre l’attenzione del grande pubblico e infine, far passare leggi repressive, antiliberali e antidemocratiche.
Prima si faceva tutto questo grazie alla Russia e alla Guerra Fredda, ora, dopo la caduta del muro di Berlino, hanno dovuto creare dal nulla un altro nemico, uno molto più subdolo, invisibile e feroce: il terrorismo.

Il terrorismo diretto e indiretto oggi viene utilizzato in qualsiasi situazione: è il classico nemico-amico camaleontico, adattabile e funzionale al Sistema. Apparentemente è un nemico quando uccide civili inermi (attentati, stragi, 11 settembre 2001, ecc.), ma diventa utile quando permette l’intervento militare successivo (Afghanistan, Iraq, ecc.).

L’invenzione dell’Asse del Male
Il 2 marzo 2007 il generale Wesley Clarck in una intervista a Amy Goodman, ha spiegato che l’amministrazione Bush aveva programmato di “far fuori” sette paesi dell’Asse del Male: Iraq, Libano, Somalia, Libia, Siria e Iran.
L’agenda dell’élite, a prescindere dai vari burattini (Bush, Obama e gli altri), è stata portata avanti in maniera sistematica, ad eccezione dell’ultima roccaforte: l’Iran. Tutti gli altri paesi, chi più chi meno, sono stati “liberati” e “occidentalizzati”.

L’ultimo paese sovrano ad eccezione dell’Iran, è la Siria che è sempre stata anche nella “lista nera” di Israele: è l’ultimo Stato arabo indipendente, secolarizzato e multietnico in Medio Oriente, fedele alleato dell’ex Persia e quindi un ostacolo per l’egemonia israeliana sulla regione.
Una verità molto scomoda è che tutti i governi arabi che rifiutano di sottomettersi al dominio occidental-israeliano vengono tormentati con attentati e destabilizzati di continuo, fino a essere costretti, se vogliono sopravvivere, a sviluppare un apparato di sicurezza che risulta totalitario. A questo punto, quando fa loro più comodo, le potenze occidentali e Israele possono evidenziare, con toni accusatori, la mancanza di “libertà” all’interno delle nazioni prese di mira e avviare il processo di rovesciamento. Viene per così dire, guardata la pagliuzza nell’occhio degli altri, ma non la trave nei propri.

Come nasce una Rivoluzione colorata?
Ogni Rivoluzione che si rispetti, ha un nome e un colore diversi: Rivoluzione di Velluto in Cecoslovacchia, Rivoluzione del 5 maggio in Serbia, delle Rose in Georgia, dei Tulipani in Kirghizistan, dei Cedri in Libano, Arancione in Ucraina, Zafferano in Myanmar, Verde in Iran e Viola in Italia.
Colori e nomi a parte, dietro c’è sempre lo stesso artista e il medesimo motto: Divide et Impera.

Prendendo spunto dall’ultima strategia di gioco messa in atto in Siria, ecco una breve panoramica che ben descrive però quello che realmente è successo. Tale modello è lo stesso messo in atto anche negli altri paesi.
Prima viene fondata una o più ONG, Organizzazione non-governativa, per creare un clima di protesta nel paese preso di mira; alcuni provocatori ben pagati organizzano manifestazioni di piazza, per poi sparare sulla folla allo scopo di alimentare le violenze; creare e pubblicare in Rete video artefatti che danno l’illusione della repressione da parte del governo; si procede con l’invasione delle città di confine con forze speciali e squadroni della morte; si fomenta la guerra civile e si fabbricano i pretesti per un intervento militare dell’ONU o della NATO; il socialismo arabo e il governo popolare viene rimpiazzato da un governo fantoccio nelle mani dei banchieri di Wall Street e della City di Londra. Infine le multinazionali firmano i contratti miliardari per la “ricostruzione“ e la “sicurezza”.

In questo modo distruggono dall’interno un paese sovrano, sostituiscono i legittimi governanti mettendo al loro posto un governo fantoccio totalmente controllato, depredano le risorse del sottosuolo (minerali, metalli, petrolio, gas, acqua, ecc.), e infine, ricostruiscono dalle macerie, guadagnandoci migliaia di miliardi di dollari.
Esportare la democrazia, è la scusa ufficiale per cancellare dalle carte geografiche tutti i governi indipendenti e sovrani, che potrebbero essere da esempio ad altri, mettendo a rischio il controllo globale, e dall’altra parte, l’intervento militar-industriale serve per accaparrarsi le risorse energetiche e/o minerarie.

Pochi sanno che il Regno Unito ha investito ben 500 milioni di dollari nell’intervento della Nato in Libia, e non certo per liberare la popolazione da una dittatura pluridecennale. Secondo il Dipartimento del Commercio e degli Investimenti i contratti per la ricostruzione del paese (sanità, educazione, elettricità e risorse idriche) ammontano a più di 300 miliardi di dollari.
La guerra e la successiva ricostruzione fa diventare ricchissimi, visto che il rapporto è 1:600, cioè investi 1 dollaro e ne porti a casa 600.
La strategia è perfetta e soprattutto ben oliata.

La “Rivoluzione siriana”, i media e le false flag
La rivoluzione è iniziata nel marzo 2011, quando sono scoppiati i primi scontri armati, ma è stata concepita molto tempo prima…
Questa rivoluzione è la copia carbone della maggior parte dei “cambi di regime” incoraggiati e fomentati dalla CIA: mercenari, sicari (vedere uno dei nostri precedenti articoli dal titolo “Il sicario dell’economia”), squadroni della morte pagati centinaia di migliaia di dollari per accendere la miccia, il tutto seguito da una campagna di bombardamento al momento opportuno.
Esattamente quello che è accaduto in Libia, con britannici e israeliani che hanno coordinato le loro risorse e condiviso le dotazioni di combattenti mercenari di al-Qaeda reclutati.
In Libia e Siria, i cecchini e i criminali che hanno sparato sulla folla e sulla polizia, erano soldati mercenari pagati per farlo.
I media mainstream totalmente allineati, alterano e modificano sistematicamente le notizie per farci credere quello che l’élite vuole che noi crediamo: a sparare sulla folla sono stati i militari siriani o libici.

Inventare atrocità mai commesse è uno dei mezzi più antichi ed efficaci per ottenere il supporto ad una guerra. Un esempio di questa strategia sono le notizie che accusavano Muammar Gheddafi di avere colpito dei pacifici dimostranti con aerei da combattimento, facendo una strage e uccidendo più di 6000 civili, il doppio delle Torri Gemelle. Queste notizie sono state il pretesto per l’espulsione del governo libico dal Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite e per realizzare i crimini contro l’umanità verificatisi successivamente in Libia.
Non stupisce sapere che una delle fonti di queste gravissime accuse è la Lega Libica per i Diritti Umani, che riceve sovvenzioni direttamente dal Dipartimento di Stato americano…
L’esercito russo ha pubblicato un rapporto in cui si afferma che la zona dove sarebbe avvenuta la strage è monitorata costantemente dallo spazio con i loro satelliti, e nessun attacco ha mai avuto luogo! Avete sentito questa notizia? Non è mai avvenuta quella strage, quindi i media occidentali hanno riportato notizie false, inventate di sana pianta.

Le false flag o false bandiere, sono esattamente la strategia contraria: un attentato o una strage realmente accaduta, viene addebitata a qualcun altro. L’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001 è la pietra miliare delle false flag: l’auto-attentato è stato artatamente addebitato a dei talebani, diventati per l’occasione piloti provetti di Boeing.
I giornalisti embedden continuano ancora oggi, dopo ben 11 anni, a riportare la versione ufficiale, quella cioè politicamente corretta: i cattivi sono stati i talebani, mentre i buoni sono gli americani.

Per avere maggiori informazioni e chiarirsi eventuali dubbi su Rivoluzioni e Primavere arabe consiglio i seguenti libri: “Rivoluzioni S.p.A.: chi c’è dietro la Primavera Araba” di Alfredo Macchi, Alpine studio e “Obiettivo Siria”, Tony Cartalucci e Nile Bowie, Arianna editrice.

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CHI VOLEVA LA MORTE DI GHEDDAFI?

DI GIANNI PETROSILLO
conflittiestrategie.it

Chi voleva Gheddafi morto? Noi, cioè la Nato, ovvero l’aggregazione dei Paesi democratici che esporta la libertà e la civiltà coi bombardamenti e le esecuzioni mirate. Portatori di droni di pace in ogni angolo del pianeta.

L’Italia, che fino al primo raid, in quel fatidico marzo del 2011, era stata amica e partner della Libia, in un interessante quadrangolare geopolitico nel mediterraneo, con Russia ed Algeria (e in un secondo momento anche la Turchia, interessata al progetto di gasdotto South Stream, di cui Roma era titolare con una partecipazione maggioritaria) si schierò con francesi, inglesi ed americani (in ordine inverso di aggressività) per eliminare il dittatore.

Perché lo fece avendo tutto da perdere e niente guadagnare? Perché rimettere in discussione i profittevoli accordi e la strategia vincente, tanto commerciale che diplomatica, concordata col leader arabo-africano, peraltro, dopo aver ammesso le proprie responsabilità coloniali risarcendo i libici?

Il governo italiano, che inizialmente provò almeno a restare fuori dalla guerra, proprio per il rispetto dei patti stretti con Tripoli, all’improvvisò si schierò per l’intervento attivo. Berlusconi non era affatto contento ma i suoi ministri degli esteri e della difesa, dapprima dichiaratisi apertamente contro la soluzione militare perché loro stessi pienamente coinvolti nell’imbastitura di entente con Gheddafi, mutarono atteggiamento. A parere di Umberto Bossi, membro di quel gabinetto, fu il Presidente della Repubblica a fare pressione sugli uomini dell’esecutivo che parlarono, senza mettere B. al corrente, coi vertici della Nato. C’è da crederci se si pensa che oggi Franco Frattini è candidato alla segreteria dell’Organizzazione del trattato Nord Atlantico e che La Russa, dopo aver sostenuto il mero appoggio logistico alla coalizione, fece lanciare ordigni sul territorio libico (secondi solo alla Francia per quantità di missioni e di sganciamenti) tentando di nasconderlo alla pubblica opinione.

Adesso, il Fatto quotidiano ritiene, avendone ricevuto da notizia da ambienti diplomatici e d’intelligence, che B. avesse chiesto ai servizi di uccidere Gheddafi per timore che questi rivelasse fatti compromettenti. In realtà, sempre a detta di Bossi, B. aveva paura che le barbe finte del colonnello si mettessero sulle sue tracce per l’infame voltafaccia. Ma con l’escalation del conflitto e le difficoltà del Rais, sempre più isolato internazionalmente, con Russia e Cina che non opposero il veto allo stabilimento della No Fly zone, questa eventualità risultava piuttosto remota.

Più di chiunque altro, a voler Gheddafi fuori dai giochi, erano gli stessi che lo avevano sdoganato, molto prima dei governi italiani, e che si erano sentiti traditi per i business perduti, a favore di russi e connazionali. Fu George Bush ad abolire, nel 2003, alcune sanzioni decretate da Ronald Reagan, perché così vollero le multinazionali petrolifere americane. Qualche anno dopo, nel 2006, Tripoli sparì anche dalla black list dei rogue state. Nel 2009 la Gran Bretagna restituisce Abdel Basset al-Megrahi, l’ “eroe” Lockerbie a Gheddafi che reclamava un segno di amicizia per favorire gli appalti petroliferi della Bp, la quale si lamentava di essere stata danneggiata dalla concorrenza di altre società estere. Infine, il presidente francese Sarkozy, il vero “nanonapoleone” della campagna di Libia, accreditatosi agli occhi del mondo come il nemico più acerrimo del satrapo della Jamaria. Costui era quello che più di tutti aveva qualcosa da far dimenticare, i finanziamenti del Colonnello alla sua corsa alla presidenza. Furono i rafale francesi ad intercettare il convoglio governativo che scappava attraverso il deserto e a colpirlo ripetutamente. Gheddafi fu preso dai mercenari ribelli che lo torturarono, poi una manina compassionevole, o, forse, fin troppo lesta ad eseguire gli ordini superiori (francesi) premette il grilletto in nome e per conto dell’inquilino dell’Eliseo.

Questi gli eventi. B. non ha mai controllato la Sicurezza nostrana per avanzare richieste così ardite, come l’annichilimento di un leader straniero, tanto che il suo sport più sgradito era farsi fotografare in tutte le pose, presso la sua villa in Sardegna, con gli 007 distratti dal mare e dal sole. Forse, ad un certo punto, anche lui si è augurato la morte di Gheddafi ma non ha mai voluto che il nostro paese s’infilasse in quel meschino conflitto nel quale danneggiavamo la quarta sponda del Belpaese. Questa resterà la macchia più grande sulla sua carriera politica, perché la Storia perdona le scappatelle ma non le fughe vigliacche di fronte alle responsabilità epocali.

Gianni Petrosillo
Fonte: http://www.conflittiestrategie.it
Link: http://www.conflittiestrategie.it/chi-voleva-la-morte-di-gheddafi
14.06.2013

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Oppure dell’oro Libico che si trovava nelle sacrestie delle banche americane, che non avevano più, e che Gheddafi voleva indietro, come anche quello depositato in UK.Se non era tutta una fola quella che lessi in un sito, sullo stato sociale Libico, allora la Libia era una Sangrilà.Uno stato sociale da baciargli le mani, ma non il baciamano vigliacco e giudeo di B.Un’altro grande errore di G, fu quello di pretendere il pagamento del suo petrolio, con la nuova moneta che stava approntando, il Dinaro d’oro, e non in carta straccia verde, e quando tocchi il dollaro si muore