Il mascheramento ideologico nel sistema capitalistico

13 gennaio 2011 | Autore

1. Il nostro è sempre, in fondo, il paese di Pulcinella (anche Arlecchino va bene egualmente). Dal 1992-93, come i lettori già sanno, si svolge la farsa (tragicommedia) inscenata dagli Usa, dalla Confindustria di Agnelli, con il colpo di Stato mascherato da opera di pulizia morale e giudiziaria e l’annientamento quasi totale dell’industria pubblica, nel tentativo di renderci totalmente succubi dei mandanti appena nominati tramite l’uso dell’ammucchiata di rinnegati1, servitori dello straniero, da processare e condannare e che invece hanno goduto di totale immunità e si sono perfino trovati a governare (dal 1995 al 2001 e dal 2006 al 2008). Quando sono stati estromessi con le elezioni dette “democratiche”, hanno trovato sempre connivenze industrial-finanziarie che, in stretta combutta con predominanti ambienti statunitensi, hanno ostacolato ogni nostra minima autonomia, hanno perseguito pervicacemente il tentativo sia di impedire agli altri di governare sia di annientare i “fiori all’occhiello” (Eni, Enel, Finmeccanica) rimasti sotto controllo “pubblico”. Cosicché la sedicente sinistra dei rinnegati di tutte le bandiere (sempre in maggioranza quelli del “comunismo”, cioè piciismo) ha trovato vicinanze con il preteso “centro” dei Casini e poi con la presunta “destra” dei finiani. Si è così chiarito, per chi ha un briciolo di cervello, che tali etichette non significano nulla, esiste solo chi si è venduto al 100% allo straniero (e alle sue laide quinte colonne industrial-finanziarie italiane, guidate da uomini di stretta fedeltà agli Usa) e chi lo ha fatto “solo” per tre quarti.

In questi vent’anni, tutto è stato invertito sulla base del principio espresso da Agnelli: “i miei interessi di destra sono meglio difesi dalla sinistra”. Si è fatto passare il tormentone dell’ascesa del fascismo berlusconiano e del suo controllo delle TV mentre straripava in tutti i media un verminoso e corrotto ceto intellettuale, di puri mentitori e falsificatori di storia e cronaca, uscito dalla gauche caviar della frazione Berlinguer-ingraiana, unitasi a tutti “gli studenti” (e “cattivi maestri”) formatisi nel ’68, ’77, ’85, ecc.; per cui sia chiaro che, se non si annienta l’attuale “movimento studentesco” (nemmeno il 10% dei milioni di studenti fatto passare, con la solita menzogna di questa “sinistra”, come “gli studenti”, cioè tutti questi milioni), ne usciranno nuovi intellettuali terrificanti visto che questo movimento è dieci volte peggiore di quello del ’68, e perfino di quello del ’77.

Per capire l’orrore di simile sedicente sinistra di arrivisti, presuntuosi e pronti ad ogni gesto anche criminale, sarà necessario riscrivere la storia del Pci. Si era pensato che il “male” (revisionismo neokautskiano) provenisse dai cosiddetti amendoliani (di cui faceva parte Napolitano, ma non dopo il 1978 quando si recò negli Usa quale “ambasciatore occulto” del partito; in genere gli “amendoliani” con il loro leader, secondo quanto ricordo, restarono sino alla fine filosovietici). Tale corrente era semplicemente socialdemocratica, quindi senza dubbio filo-capitalista, ma per un capitalismo serio, concreto, fattivo, e legato ad una “ostpolitik”; non alla svendita a Gianni Agnelli, legato (perfino durante la seconda guerra mondiale, per non parlare dopo il 25 luglio e l’8 settembre ‘43) agli Usa. La vittoria della gauche caviar, e di tutto il marcio e corrottissimo ceto intellettuale chiamato ad animare i salotti romani e milanesi (e ad infilarsi sotto le lenzuola di mature signore con l’erre moscia, non certo smaniose di cultura), portò gli eredi del Pci al pieno tradimento.

Lo ripeto: va riscritta la storia di questo partito, senza cadere nel tranello di una solo apparente continuità tra la svolta, certo “revisionista” (su questo non torniamo indietro), di Togliatti e l’autentico slittamento, iniziato con cautela fin dagli anni’70, al servizio della superpotenza Usa (e quindi dell’atlantismo). Purtroppo, anche su questo punto bisogna riflettere in senso autocritico sul comportamento di noi maoisti che, ancora con il mito del comunismo possibile, seguimmo la Cina nell’indicare il “socialimperialismo” quale nemico principale. Bisogna però allora rivedere tante fesserie credute in quei tempi lontani (“qualche secolo”). Sarebbe necessario riconsiderare gli Usa di Nixon, la “grande vittoria” in Vietnam, i contrasti acuiti tra Urss e Cina (con il Pc vietnamita in cui fu sconfitta grazie a tale vittoria la frazione maoista, con successivo scontro anche tra questo paese e la Cina), e via dicendo. Insomma, è necessario riscrivere tutta una storia “immaginaria”, che ci ha ingannato sugli avvenimenti reali in svolgimento sotto i nostri occhi “foderati di prosciutto” (cioè di una ideologia molto “saporita”, che copriva una realtà di putrefazione e imminente crollo).

2. L’eurocomunismo, ritenuto la forma pregiata e innovativa di un movimento di cui invece fu la degenerazione, è stata la fiera degli inganni e delle menzogne. Nel suo ambito fiorì un ceto intellettuale (lo ribadisco: uscito da “movimenti studenteschi” degenerati cui non si deve dare più seguito perché saranno sempre peggiori) di infamia ineguagliabile nella storia. Gente ignobile che canta “Bella ciao” mentre prende emolumenti milionari, farabutti che continuano ad imperversare nei media, capovolgendo la realtà. Tutte le TV sarebbero di Berlusconi mentre nessuno vede qualcosa d’altro oltre alle loro facce di “bambini viziati” che mentono spudoratamente, creduti solo da quel ceto semicolto – lettore di romanzetti di scrittori odierni, magari fatti a computer come i “capolavori” di Eco; ceto frequentatore delle mostre di cui un bello spirito disse: “il sonno della Regione produce mostre” – che sarebbe da isolare come un lazzaretto di lebbrosi e cui invece molti stupidi di “centrodestra” continuano ad inchinarsi, chiedendo perfino la loro solidarietà.

C’è soprattutto un capovolgimento della realtà che ha avuto effetti particolarmente deleteri. Berlusconi sarebbe stato il Male cui una “sinistra progressista” avrebbe reagito per difendere la Ragione e la Morale. Perfino la banale cronologia smentisce simile menzogna. Prima venne “mani pulite” che eliminò, per conto di americani e confindustriali, il vecchio apparato politico, lasciando in piedi solo quelli che, rinnegando il loro passato, si consegnarono all’obbedienza sotto ricatto di essere travolti. I piciisti furono salvati dal “crollo del muro”, alcuni gruppi di democristiani e di socialisti lo furono dal colpo di Stato in veste giudiziaria. Berlusconi, interessato certo a proteggere se stesso, fu appoggiato da chi si nascose dietro di lui e fu favorito dalla fretta degli altri, che non tennero conto di milioni di elettori diccì e piesseì rimasti “orfani” e non certo disposti a passare d’emblée verso lidi sempre considerati avversi. Fu quindi Berlusconi a resistere all’operazione condotta dai rinnegati di ogni bandiera (con alla loro guida gli industriali felloni e i loro fogliacci ben noti).

La degenerazione morale e intellettuale fu portata da costoro con il loro ceto intellettuale di infami ambiziosi, “ultrarivoluzionari” della stessa tempra dei “demoni” dostoevskijani, pronti ad ogni nefandezza. Al loro seguito masse di lavoratori abituati agli ordini dei capi politici e sindacali, chiunque essi siano, e un ceto medio imboscato nel settore dell’impiego “pubblico”, del posticino purchessia; o comunque alimentato con i mille rivoli della spesa pubblica utilizzata per fini clientelari ed elettorali mascherati da “ammortizzatori sociali”, mentre si trattò soltanto della fucina in cui vennero creati strati sociali corrotti, abituati a vivere da parassiti a spese dei reali produttori, che nelle nuove generazioni stanno cominciando faticosamente a capire chi hanno finora appoggiato credendo di seguire dei rinnovatori.

L’ammucchiata dei rinnegati, seguita dai parassiti, è stata considerata “la sinistra”, quella che in altri paese è costituita, come base elettorale, dagli strati lavorativi produttivi, ascesi in un lungo periodo di tempo a condizioni di vita da “ceto medio”, diventando così una delle “alternative correnti” della riproduzione capitalistica. Adesso, lo ripeto, si è appurato – grazie al congiungersi di ambienti di “destra” e di “centro”, del tutto intercambiabili e trasversali – che si aveva a che fare solo con un fenomeno di putrescenza sociale alimentato dai settori industrial-finanziari felloni al servizio degli Usa. I politicanti e gli intellettuali, mandatari dei suddetti felloni e privi di una qualsiasi idea o progetto per la riproduzione sociale, hanno personalizzato il contrasto che sarebbe dovuto essere politico, vedendo in Berlusconi semplicemente la loro immagine riflessa.

Hanno creato il “mostro” alla guisa di Frankestein e, come costui, non sopportano il loro “doppio”, l’hanno ripudiato creando il loro nemico giurato. Lo hanno inseguito in ogni landa per distruggerlo, ma non possono farlo. Come Frankestein, raccontano all’ascoltatore (tra i ghiacci dell’ultima avventura) che loro sono sempre stati i buoni, sono sempre stati i morali. “Il creatore”, il ben famoso dottore, aveva però almeno il sentore di quanto commesso, pur rifiutando di ammettere con se stesso di aver semplicemente dato vita alla parte mostruosa della sua psiche; perseguitandola poi per cancellare la sua colpa e facendola così incattivire. I “sinistri” nemmeno senso di colpa nutrono, si sentono puri e mondi di ogni peccato, dopo aver tradito l’intero paese. Ogni volta che hanno veramente “incocciato” nella loro Creatura, l’hanno insultata, minacciata, ma sempre quest’ultima è sfuggita perché ormai più forte di loro; inoltre, se l’avessero uccisa, si sarebbero suicidati. Adesso, come nell’ottimo libro di Mary Shelley, stanno morendo alla fine dell’inseguimento; e soltanto la loro morte potrà essere anche quella dell’odiato “doppio”.

E’ necessario ripristinare la reale sequenza causa/effetto, sapere chi è Frankestein e perché, e a quali perversi fini sociali di fellonia e tradimento, ha creato il suo “mostro”. Come nel libro, quest’ultimo morrà solo dopo la morte del suo creatore, non certo prima. Quindi noi, per liberarci della mostruosità che ci perseguita da 16 anni, dobbiamo uccidere i suoi creatori, l’immonda “sinistra” cui oggi si uniscono “destri” e “centristi”, cioè l’intera parte malata della nostra società, il cancro che ci consuma. Sopprimiamoli presto, altrimenti saremo perduti. Spazziamo via i politicanti e gli intellettuali che sono Frankestein; avvenga infine la bonifica della porzione di società che costituisce il bacino in cui vivono (e da questa bonifica risulterà anche il risanamento di ciò che certi superficiali, denominati economisti, continuano a vedere come causa della nostra crisi: il debito pubblico, il deficit di bilancio, poiché la quota di gran lunga maggiore della spesa pubblica consta di stipendi per lavoratori in multiplo soprannumero).

3. In un recente commento al blog è stato riportato l’illuminante articolo di Porro, comparso l’ultimo dell’anno nel Giornale; e, accanto a questo, vanno messi l’editoriale di Sallusti, l’articolo di Perna e, su Libero, quello di Giacalone (tutti dello stesso giorno); e si veda ancora Porro nell’editoriale del 6 gennaio. Sia pure in modi diversi, con differente angolazione, essi salutano la finalmente possibile morte della parte “malsana” della nostra industria, quella che veniva rappresentata dalla figura di Gianni Agnelli. Di quest’ultimo, negativo personaggio della storia italiana (nemmeno da tragedia, bensì da farsa tragica), i sunnominati parlano fin troppo benevolmente, pur illustrando con una certa precisione la sua funzione nefasta. D’altra parte, è ammesso che non s’infierisca su un morto, pur se i suoi successori alla presidenza della Confindustria sono in fondo suoi seguaci in tutto e per tutto; e dunque l’hanno continuamente “dissepolto”. D’altra parte, nemmeno si può incolpare una singola persona, se in fondo ha assolto la funzione tipica della nostra miserevole classe che si pretenderebbe dirigente.

Questi articoli pur illuminanti sono, sia chiaro, anche mistificatorî. Sono illuminanti perché indicano, non però consapevolmente a mio avviso, che la Confindustria, ancora agnelliana, è frutto di quella che ho indicato come transizione incompiuta (dalla borghesia ai funzionari del capitale). Una incompiutezza legata all’incapacità di superare del tutto la fase del capitalismo famigliare, che subì una sconfitta di un certo rilievo con la nazionalizzazione dell’Enel (dicembre 1962), legata al compromesso tra Dc e Psi per l’entrata al governo dei socialisti. Il Psi aveva abbandonato completamente il “frontismo” al suo XXXII Congresso (6-10 febbraio 1957), con l’opposizione (minoritaria) delle frazioni della sinistra (quelle dette “carriste”, dai carri armati a Budapest nel 1956), frazioni di cui fece parte all’epoca il futuro presdelarep Pertini. In un certo senso, si potrebbe dire che la sinistra di tale partito rappresentò quello che i “rifondaroli” furono per il Pci negli anni ’90 (ed infatti, alla fine, costituirono il Psiup). La nazionalizzazione, che riunì le varie aziende elettriche, fece uscire di scena famiglie tipo i Faina, i Volpi di Misurata, così come la decadenza del tessile aveva decretato il declino dei Cicogna, dei Borletti (macchine da cucire), dei Marinotti (Snia Viscosa, fibre artificiali, il rayon, “gloria” dell’autarchia).

L’Italia però, sempre in arretrato, divenne allora, con il boom di ben un quindicennio dopo la fine della guerra (grosso modo dal 1958 al ’63), il paese della “rivoluzione” taylorista-fordista (avvenuta all’inizio secolo negli Usa). E questa rivoluzione fu attuata ovviamente nel metalmeccanico e soprattutto nell’auto ed elettrodomestici, divenuti simbolo della “produzione di massa” e dell’odiato/amato consumismo, in nome del quale ancor oggi tanti sciocchi si pronunciano pro o contro il capitalismo, visto nelle vesti del “divino” o del “luciferino”, perché solo così individui di tradizione cattolica possono considerare ogni fenomeno e processo del vivente. Lo sviluppo affidato a tale settore del “progresso tecnologico” (già in fase di superamento nel centro, statunitense, del sistema capitalistico tradizionale) fu ancora una volta appannaggio delle “grandi famiglie”; alcune di “seminobiltà borghese” (come gli Agnelli, perché un borghese da tre generazioni diventa seminobile), altre ruspanti e di nuovo conio (tipo il Borghi della Ignis di Varese, ecc.).

La transizione intracapitalistica, caratteristica della creazione del nuovo capitalismo predominante, fu realizzata a metà in Italia. Solo nell’industria “pubblica”, la cui base fu costituita durante il fascismo e abbastanza casualmente su spinta della “grande crisi” (per quanto molto attenuata in Italia), si fecero delle “aggiunte” (Eni, Finmeccanica, Enel) situate in autentici settori strategici (energia) o di punta (in specie elettronica), che avrebbero potuto rappresentare l’effettivo completamento della suddetta transizione, ma che non furono valorizzate come si sarebbe dovuto da un sistema politico assai misto e variegato, altra caratteristica italiana. La stessa “sinistra” venne a mancare, e il suo posto fu occupato dal comunismo (che non era in origine per nulla di sinistra, ma contro quest’ultima!), il quale entrò però nel compromesso più pieno con il capitalismo arretrato italiano: in parte obbligato dai “patti di Yalta”, in parte mettendoci “del suo” con Togliatti.

Da Berlinguer in poi esso divenne tuttavia autentico tradimento della sua bandiera originaria, costituendo così il ricettacolo di tutto ciò che di più arretrato ed invischiante vi fosse (effetto del solito cattolicesimo, del cui moralismo ipocrita fu imbevuto ogni schieramento politico italiano, anche quelli cosiddetti “laici”). I sessantottini – innamoratisi del Marx “grundrissista” – pensarono che il centro dello scontro, detto “di classe”, fosse situato nel processo di lavoro. Errore sul quale Lenin aveva messo in guardia fin dal Che fare, ma in cui caddero facilmente oppositori “indignati” dallo sfruttamento nel senso banale del termine, come se le classi popolari italiane, con tenore di vita sempre crescente, languissero nella miseria più nera (paradigmatiche, a questo proposito, le sortite infantil-populiste di “Servire il popolo”, dalle cui fila esce ad esempio un Santoro).

4. La Fiom fu presa da intellettuali senza intelletto come avanguardia della “lotta di classe” (in realtà puramente tradunionistica, per quanto robusta), quella che questi sciocchi pensavano avrebbe abbattuto il capitalismo (“padroni, borghesi, ancora pochi mesi”), sostenendo una lotta soprattutto centrata sul processo di fabbrica, di tipo tayloristico/fordista, mentre nuovi settori produttivi avanzavano nel centro (Stati Uniti) del sistema. Si sostenne l’assurdità del salario quale “variabile indipendente”, si coltivò la credenza (oggi, 3 gennaio, la vedo sostenuta da un liberale come Forte, e questo non sorprende troppo) che per un marxista lo sfruttamento dovesse implicare immiserimento operaio quasi che salario e profitto stessero in correlazione inversa come in Ricardo, tesi ampiamente confutata proprio da Marx, per il quale lo sfruttamento significava esclusivamente il pluslavoro – cioè la differenza tra il tempo di lavoro complessivo erogato dal lavoratore e quello contenuto nei suoi beni/salario – che si presenta, data la società della forma di merce generalizzata, come plusvalore (nella figura fondamentale del profitto del capitalista proprietario dei mezzi produttivi).

Con i metodi del plusvalore relativo (non necessariamente legati al taylorismo-fordismo, che all’epoca di Marx non esisteva per nulla), profitto e salario (reale) possono crescere insieme: aumenta lo sfruttamento (la quota del lavoro complessivo erogato appropriata dal capitalista/proprietario) e aumenta il tenore di vita delle “masse lavoratrici” e i loro consumi, oggetto del sunnominato amore/odio da parte di intellettuali di quasi nulla capacità di intelligere. I neoricardiani, seguaci di Piero Sraffa, quelli della cosiddetta “scuola di Modena”, furono all’origine di molte castronerie sostenute in sede sindacale; ma non c’entravano nulla con il marxismo. Purtroppo, il ’68 degli intellettuali anticapitalisti è stato anche questo: un secolo di critica marxiana buttata al vento. E poi sarei io – semplicemente perché sostengo che le categorie critiche di un grande scienziato come Marx (per null’affatto un filosofo elucubrante), dopo un secolo e mezzo, vanno riviste e superate – ad essere l’antimarxista. Andate pure al diavolo, stupidi intellettuali finti anticapitalisti, correi di tutte le peggiori filosofie utopistiche, che hanno annientato ogni capacità di problematizzare il mondo (ma quello reale) in cui si vive.

Negli anni ’80, la Fiat del capitalismo sempre famigliare e della transizione incompiuta – dopo aver sconfitto gli “operai” in una lotta, cui Berlinguer e sindacalisti vari li condussero proprio perché fossero sconfitti – celebrò un timido passaggio alle nuove tecnologie elettroniche, incensate dai soliti funzionari sindacali (pagati con finanziamenti della Confindustria) e dagli intellettuali “operaisti”; il peggiore prodotto dell’anticapitalismo proveniente dal ’68 e ancor più dal ’77 (quegli “autonomi” ancora all’opera nei “centri d’infezione” detti “sociali”, dove allignano i “figlietti-fighetti”, violenti e intellettualmente deflagrati, dei “ceti medi” che vivono di spesa pubblica, autentici parassiti di cui ci si deve liberare). Quello che in realtà conta, nella sfera economica, non è tanto l’innovazione (sia pure legata all’informatica) nel processo lavorativo di settori dell’industria “matura”, quanto le innovazioni di prodotto e l’avanzamento di interi nuovi settori produttivi, possibile strumento operativo per strategie di supremazia dei gruppi dominanti di date formazioni particolari (paesi, nazioni), che non possono non usare, se vogliono emergere nel mondo, quel sistema di apparati dotati di forza senza i quali non esiste in senso proprio lo Stato.

E invece, anche in questo campo ecco straripare la demenza dei finti rivoluzionari, ottusi decerebrati all’origine di derive ignominiose, come i no global, gli ambientalisti e tutti gli altri ismi di una piccola borghesia semicolta, infame nella sua ignoranza cupa e foriera di caos, materiale e mentale. Gli Stati nazionali sono finiti, predicavano questi idioti, ci sono solo transnazionali e moltitudini, forse bisogna tornare alle notazioni marxiane sul general intellect del tutto decontestualizzate; magari bisogna tener conto che i “quadri-e-competenti” (gli specialisti borghesi di Lenin) sono un gruppo sociale che non fa parte della “Grande Classe Rivoluzionaria”, però – forse, chissà – possono essere recuperati ad un’alleanza con quest’ultima. E last but not least, si è rinverdita una lettera di Marx, un anno prima di morire, mettendola in contrasto con le migliaia e migliaia di pagine di autentica scienza sociale per raccontare fanfaluche sulla possibilità che in Russia si potesse saltare lo sviluppo capitalistico e passare subito al comunismo; pardon, al comunitarismo, versione utopistica del comunismo adatta ai “poveri di spirito”, di cui “è il Regno dei Cieli”.

Tale levata di ingegno, che solo certi filosofi fuori del mondo possono coltivare, dipende proprio dal non aver capito nulla del comunismo pensato da Marx quale risultato di una dinamica capitalistica trattata con spirito scientifico, quello spirito che comporta errori di analisi e quindi fallimenti di certe previsioni con la necessità di aggiustamenti o radicali cambiamenti teorici. Se si pensano utopie mai verificabili, si può continuare per secoli e secoli a dire scemenze filosofiche, non si è mai contraddetti da nulla. Almeno, la fine degli Stati nazionali, la Moltitudine contro un Impero globale ed evanescente, le tesi dei vari no global, ecc. hanno mostrato in pochi anni la loro fallacia. E anche le teorie puramente economicistiche – non nel senso di Marx, almeno interessato ai rapporti sociali di produzione, ma proprio basate sulle semplificazioni quantitative relative alla crescita del Pil, alla potenza finanziaria, ecc. – che adesso sostengono l’ascesa della Cina a nuova potenza predominante, faranno attendere al massimo vent’anni per essere smentite dall’incisività crescente di altre nazioni, prima fra tutte la Russia.

Altro che passaggio, com’è nella scuola dell’economia mondo, da un monocentrismo all’altro, cioè da un equilibrio all’altro, da un “ultraimperialismo” kautskiano (o “capitalismo organizzato” alla Hilferding) all’altro; conterà l’epoca multipolare e policentrica, cioè lo squilibrio, quello che Lenin indicò quale sviluppo ineguale delle varie potenze capitalistico/imperialistiche. Questo dobbiamo studiare ed elaborare teoricamente per capirci qualcosa. Quindi Marx e Lenin sugli scudi, gli altri nel dimenticatoio. Tuttavia, Marx è di 150 anni fa, Lenin di 100. Sarà lecito pensare a qualche “aggiornamento”?

5. Prima di continuare, è adesso necessario smontare apertamente l’ideologia contenuta negli articoli di Porro, e altri, che ho indicato essere illuminanti della nuova fase che oggi si apre. Essi mostrano, come già detto, la vecchiezza di un capitalismo confindustriale alla Agnelli. Non sanno che si tratta di una fase di transizione incompiuta, ma di fatto la descrivono. La carenza di consapevolezza teorica, unita alla loro ideologia liberale, li porta però a concludere che finalmente il capitalismo italiano, se passa Marchionne, arriva ad essere compiutamente moderno. La Fiat – e, un domani, gli altri parassiti dei vertici confindustriali – non potranno più cercare sussidi da parte dell Stato assistenziale italiano; vincerà solo chi saprà agire nel magico “libero mercato”. Credo siano in buona fede, ma mancano secondo me di senso in parte teorico e in parte storico.

La “mano invisibile” di A. Smith fu una teoria rivoluzionaria quando fu formulata; ma perché? Eravamo appena agli inizi della prima “rivoluzione industriale”; prevalevano tesi mercantiliste, espressione di una formazione sociale ancora dominata da classi seminobiliari e dalla borghesia intrisa di spirito commerciale, anche se in Inghilterra si era già assai più avanti del Continente per quanto riguarda il superamento della preminenza della borghesia mercantile. Lo Stato era espressione di queste classi non più consone a guidare una vera rivoluzione industriale. Le tesi sul “libero mercato” esprimevano la volontà di liberarsi di quest’impaccio; ma appunto perché si trattava di uno Stato di quel dato tipo di classi dominanti. In esso, nella sua unità e apparente compattezza (di fronte alla quale si inchinano tutti i cultori dello Stato, anche i più critici, che lo considerano un “Soggetto” dotato di volontà e decisione, sede di tutto il potere), si esprimevano interessi di gruppi dominanti in conflitto, ma pur sempre nell’ambito di una formazione sociale in via di superamento da parte della vera borghesia industriale. Smith fu quindi un pensatore rivoluzionario.

Ricardo perfezionò la teoria con riferimento al libero commercio internazionale, “dimostrando” il vantaggio (comparato) di attenersi ad esso da parte di ogni paese, qualsiasi merce producesse. A metà ottocento (corro, ma non ho intenzione di fare ricostruzioni storiche), i seguaci di Ricardo erano già reazionari perché il libero commercio internazionale significava voler rallentare lo sviluppo industriale del mondo, consentendo l’eterno vantaggio inglese in tema di produzione di manufatti, da scambiare con tutti gli altri paesi che avrebbero dovuto restare alla produzione di materie prime (minerarie ed energetiche) e di prodotti agricoli per le industrie (con i loro operai) inglesi. Si affermò invece, in ambienti dominanti di nuove nazioni (formazioni particolari), la teoria di List (dell’industria nascente), che prendeva atto dei costi più bassi (per economie esterne ed interne o di scala) ottenuti da chi era partito in vantaggio nello sviluppo industriale. Stati Uniti (con la guerra di secessione o civile, atto effettivo di nascita della “grande nazione”, mondialmente potente), la Germania (già in gestazione pur se l’atto ufficiale di fondazione si ha nel 1871), il Giappone (appena più tardi, ma sempre con mercato interno protetto e formazione delle grandi concentrazioni industriali, gli zaibatsu, dominatrici della politica) presero il posto della declinante Inghilterra e si affrontarono per la supremazia fino al 1945.

La teoria di List – così trascurata perché dà poca soddisfazione ad economisti che si devono dilettare in grafici, tabelle, complesse formulazioni matematiche, da cui traggono previsioni cervellotiche sugli andamenti dell’economia non appena siamo fuori della “normalità” riproduttiva dei rapporti sociali in un sistema capitalistico sostanzialmente monocentrico (appunto “ultraimperialistico” od “organizzato”) – fu in realtà la nuova teoria rivoluzionaria nell’epoca multipolare detta “imperialistica”, poi sfociata nell’aperto scontro policentrico punteggiato da due guerre mondiali. Tuttavia, la teoria di List fu egualmente economicistica e quindi non mise in luce le vere determinanti della “storia” e delle dinamiche sociali; tanto è vero che tale autore pensava come del tutto temporanea la sospensione del “libero commercio internazionale” per dare modo all’industria nascente di crescere e divenire adulta, dopo di che tutto sarebbe rientrato nell’alveo “normale” che è la forma mentis dell’economista.

6. La “grande crisi” (1929) fu considerata secondo due ottiche del tutto errate. Da una parte, si disse che era stata aggravata dalla paura dei vari protagonisti, che si chiusero in se stessi (nuovo protezionismo) e così si persero tutti insieme (tesi ripristinata nei recenti G8 e G20 dagli economisti odierni). Strano che un paese come l’Italia, già abbastanza “chiuso” prima della crisi, abbia resistito meglio degli altri. Ma, si obiettò, non era ancora un paese industriale, era ancora troppo agrario. Peccato che le economie sudamericane, agricole ma aperte al “libero commercio”, subirono notevoli contraccolpi per la crisi. E peccato che la Germania, industriale, fu travolta dalla crisi durante Weimar e ne uscì in un anno o poco più dopo l’ascesa del nazismo; al momento del Congresso nazionalsocialista di Norimberga, nell’autunno 1934, la disoccupazione era scesa da 6 ad un milione e il Pil era tornato sopra i livelli del 1929. Però, si obietta, ciò fu dovuto all’accelerato riarmo per prepararsi alla rivincita dopo la sconfitta del ’18. Appunto: fu la seconda guerra mondiale a risolvere la situazione. Nel 1936, l’economia statunitense, e quindi in gran parte anche quella mondiale, era nuovamente in panne dopo l’apparente uscita dalla crisi con il famoso New deal, propagandato ideologicamente come cura (keynesiana ante litteram) di grande successo. Non risolse invece nulla, se non come passeggera panacea; bisognava attraversare un devastante evento bellico mondiale.

Abbiamo già di fatto appena accennato alla seconda ottica con cui fu considerata la crisi. Si sarebbe trattato di una improvvisa e grave implosione finanziaria, manifestazione di quella che poteva essere considerata una profonda depressione legata, come teorizzò successivamente Keynes, ad una domanda (complessiva, di beni di produzione come di consumo) insufficiente, in paesi opulenti ad alta produzione di reddito, a sostenere l’offerta; da cui derivò la “santificazione” della politica economica del New Deal e, più in generale, della spesa pubblica (anche per “scavare fosse e poi riempirle”, come si disse per paradosso, assai significativo però) quale rimedio principe della crisi. Si è già rilevato che da essa non si uscì e vi si ritornò di fatto proprio negli anni in cui veniva pubblicata la Teoria generale del grande economista inglese. Ci volle, come già rilevato, una bella guerrona.

Naturalmente i keynesiani, spesso in veste marxisteggiante come Sweezy, non demorsero dalla loro “raffinata” teoria e sostennero che la guerra era stata appunto la dimostrazione della necessità di rimettere in moto l’economia attraverso una spesa pubblica eccezionale dovuta al riarmo; per di più producendo beni (aerei, navi, carri armati, e quant’altro) che generavano reddito capace di alimentare la domanda mentre i suddetti beni non affluivano al mercato ingolfando l’offerta, in gran parte venivano anzi eliminati durante le operazioni belliche. Queste ultime distruggevano inoltre molti altri beni (strade, ferrovie, ponti, città intere, e via dicendo), con il solo effetto collaterale negativo di ammazzare molti milioni di “consumatori”, effetto inferiore a quello positivo di creare vaste occasioni di accrescere la produzione senza tuttavia far traboccare l’offerta in relazione alla domanda. Per chi era un marxista un po’ più ortodosso, vi era la “naturale” aggiunta di distruzioni immani di strumenti di produzione (intere fabbriche, macchinari, ecc.) che riabbassavano la “composizione organica del capitale”, ridando fiato al saggio di profitto in “tendenziale caduta” nello sviluppo capitalistico.

Nel dopoguerra, i keynesiani sono stati l’alimento di politiche socialdemocratiche di “sinistra” (comunque la vera sinistra, non quella italiana da quasi vent’anni a questa parte, semplice ammasso di rinnegati di molte bandiere) e del cosiddetto Welfare State, che era invece soltanto uno Stato assistenziale, fonte non tanto di corruzione, secondo l’ossessione dei moralisti, quanto di masse di impiegati pubblici – fenomeno più evidente in Italia, ma che fu, e ancora in parte è, pure europeo – di produttività pressoché nulla. Secondo i keynesiani ciò sarebbe dovuto essere positivo – come lo scavare fosse e poi riempirle – ma si rivelò invece una palla di piombo al piede; fenomeno, ripeto, particolarmente vistoso in Italia, che ancora non riesce a liberarsi di tale disastrosa distorsione del sistema economico. I riflessi sociali sono ancora più pesanti, poiché la massa dei lavoratori pubblici è la base elettorale dell’ignobile “sinistra”; che tale non è, essendo solo un mucchio di traditori al servizio della peggiore “classe” industrial-finanziaria d’occidente, miserabile accozzaglia di scherani degli ambienti imperiali statunitensi più aggressivi.

D’altra parte, la ripresa del neoliberismo non poteva risolvere la questione, poiché la teoria neoclassica tradizionale sempre ancorata alla smithiana “mano invisibile” – nella nuova situazione venutasi a creare dopo la piena vittoria della borghesia industriale e la riconduzione dello Stato alle sue prerogative “liberali” (in cui il suo scudo coercitivo, costituito dagli apparati di esercizio della forza, verso l’ordine interno e la difesa o aggressione all’esterno, è la sua più eminente prerogativa) – è la teoria del “primato del consumatore”. Siamo talmente dentro il “cerchio magico” della teoria economica del capitale – con l’antitetica complementarietà tra neoliberismo e neokeynesismo – che non c’è oggi alcun cervello, sia apologetico sia ultracritico del capitalismo, capace di abbandonare l’ottica distorta secondo cui è necessario sollecitare i consumi per risollevare la produzione. I liberisti vogliono che la domanda sia alimentata in un regime di libera competizione imprenditoriale per accaparrarsela, i keynesiani desiderano un dirigismo statale più accentuato; tutti però non dubitano che sia la domanda la leva per rilanciare l’economia.

7. In ogni caso, ben pochi oggi dubitano degli effetti decisivi della seconda guerra mondiale per risolvere la crisi. Tuttavia, si da un’interpretazione distorta degli effetti anti-crisi degli eventi bellici. Dalla seconda guerra mondiale emerse il mondo bipolare, messo solo marginalmente in discussione dall’emergere successivo della Cina come polo indipendente. Nel campo “socialista”, attraverso un lungo e tortuoso percorso storico, entrò in gestazione una nuova formazione sociale ancora non ben definita, ma comunque sicuramente non socialista, semmai più vicine, almeno nella sfera economica, alle forme capitalistiche del mercato e dell’impresa. Nel campo capitalistico tradizionale emerse un solo vincitore effettivo (altro che “Alleati”). Inghilterra e Francia persero i loro domini coloniali (in particolare l’India, la prima, e l’Indocina e l’Algeria, la seconda), sostituiti dalla più soft egemonia statunitense, che tuttavia dovette poi impegnarsi assai più duramente, con metodi colonialistici tradizionali, in Vietnam.

Si gonfiò la retorica ideologica della vittoria del pacifismo gandhiano e della neutralità, sancita poi a Bandung (1955), dell’India. Solo parziali verità (quindi sostanziali menzogne), perché fu l’Inghilterra, così come la Francia (malgrado i successivi sussulti indipendentisti di De Gaulle, ormai rientrati), a trovarsi dalla parte dei reali sconfitti nella seconda guerra mondiale, i cui due grandi vincitori furono Usa e Urss. La dimostrazione visiva del fenomeno si ebbe nel 1956. Approfittando della repressione violenta dei moti ungheresi da parte sovietica, con tutta la canea scatenata nel “mondo libero” (sotto stretta predominanza americana), Inghilterra e Francia tentarono l’aggressione all’Egitto e l’occupazione del Canale di Suez. La violenta propaganda antisovietica non incise minimamente sul comportamento dei due vincitori della guerra mondiale. All’Onu, Usa e Urss insieme intimarono alle due ex potenze colonialiste di arrestare l’aggressione, ottenendo l’immediata cessazione della stessa; e dopo questo evento, Inghilterra e Francia non poterono più essere annoverate fra le potenze in grado di avere effettiva voce in capitolo negli affari mondiali (salvo, ripeto, la breve parentesi gollista, del tutto insufficiente a invertire il corso ormai ineluttabile della storia).

Il mondo capitalistico tradizionale per quasi mezzo secolo fu un sistema monocentrico a predominanza statunitense. Si avvicinò quindi alla situazione “ultraimperialistica” o da “capitalismo organizzato”, che Kautsky e Hilferding, da veri marxisti ortodossi, avevano preconizzato quale termine finale dello sviluppo capitalistico tout court, cioè dell’intero sistema mondiale. Dopo il “crollo socialistico” (1989-91), sembrò addirittura che il monocentrismo potesse divenire globale. Le crisi del tipo 1929 furono ritenute debellate, sostituite da brevi recessioni. Ormai si pensava ad un capitalismo governato “razionalmente”, di cui non si potrebbero però prevedere tutte le situazioni (prevalenza della “razionalità limitata”, per cui si attribuì il premio Nobel a questa trovatina priva di spessore teorico, ma di spicciolo buon senso empirico, come quello che indusse per svariate migliaia d’anni l’umanità a credere che il Sole girasse intorno alla Terra). Le crisi più gravi, come quella petrolifera degli anni ’70, sarebbero state dovute agli eventi bellici nel terzo mondo, zona di frizione tra i “due campi”.

Ecco allora svelato il “mistero” della risoluzione della crisi del ’29 solo quando scoppiò la seconda guerra mondiale. Si trattò delle distruzioni belliche, della produzione di armi, eventi che ridiedero fiato alla domanda riportandola a “saldarsi” con le capacità produttive del sistema e dunque con l’offerta dei beni/merce, quelli in vendita nel mercato. Questa è una concezione economicistica, ulteriormente peggiorata dai superficiali che vedono le crisi finanziarie (naturalmente dovute al comportamento banditesco di individui moralmente corrotti, non cristianamente educati) come causa degli sconvolgimenti economici con i loro riflessi sociali. Ci si comporta come coloro che, capitati in mezzo a sconvolgenti terremoti, concentrano l’attenzione su tali movimenti della superficie terrestre; atteggiamento comprensibile in tutti noi, in quanto individui concreti coinvolti in un disastro che travolge pure le nostre vite, ma che non ha nulla a che vedere con la successiva, più meditata, riflessione e ricerca scientifica circa i movimenti tettonici a parecchi Km. di profondità.

La realtà sociale è a più livelli, proprio come la crosta terrestre sconvolta da movimenti di portata e significato diversi. La crisi economica, da metà ottocento sempre iniziata nel suo lato finanziario, è più o meno grave a seconda anche di eventi superficiali (quelli segnalati negli schemini formulati dagli economisti), ma soprattutto a causa dei più o meno violenti scontri tra quelle falde tettoniche che sono le formazioni particolari capitalistiche (ancora oggi paesi o nazioni) in sviluppo ineguale. Il conflitto tra capitalismi di questo tipo (nazionale) è l’aspetto più generale e fondamentale; per cui tale aspetto si presenta nella forma storica delle epoche multipolari e policentriche, durante le quali prevale lo squilibrio del sistema mondiale fino a quando non si afferma una formazione particolare – a livello globale o comunque in vaste aree del mondo – la cui supremazia dà inizio al periodo monocentrico (globale o in quelle vaste aree mondiali, come accadde nell’epoca del bipolarismo), in cui si ha quindi un minimo di “organizzato” equilibrio, sotto il quale però cova sempre il conflitto e si verificano quindi “terremoti” minori (le recessioni).

8. A questo punto diventa chiaro perché, con l’entrata nel XXI secolo, si sia ripresentata una crisi (terremoto) di portata più simile a quella del ’29, comunque assai più grave di quelle verificatesi nel dopoguerra, così come si sente ripetere da due-tre anni a questa parte. Dopo un lungo periodo di bipolarismo e poco più di un decennio di monocentrismo statunitense, a partire dal 2001-3 il mondo è di nuovo attraversato, anche in superficie, dallo squilibrio legato al conflitto multipolare, che anticipa quello più propriamente policentrico ancora non vicinissimo. La “legge” dello sviluppo ineguale sta entrando di nuovo in piena azione; e poiché l’“attrito” che le si opponeva, la supremazia schiacciante degli Usa, si è affievolito, essa funziona con maggiore scioltezza. In poche parole, il conflitto, tortuoso e arzigogolato, si accentua, pur mediante ondate di avanzata, di parziale assestamento e di ripresa dell’impeto. Ogni sua tappa interessa aspetti della configurazione della formazione sociale mondiale a livelli di “profondità” diversi e quindi comporta suoi mutamenti prevedibili con differenti gradi di probabilità: insomma secondo congiunture alle quali prestare molta attenzione e con atteggiamento scientifico, non con la genericità delle “grandi sintesi” (sicure di sé perché solo verbali, frutto della presunzione di impenitenti chiacchieroni, innamorati del loro dire e privi di un qualsiasi rigoroso controllo).

Di conseguenza, le crisi economiche, con il loro inizio finanziario, sono tanto più gravi quanto più ci si avvia verso lo scontro multipolare. Tuttavia, la caratteristica più propria delle crisi da multipolarismo non è quella del 1929. Il periodo tra le due guerre mondiali fu un “interregno”. La grande Rivoluzione d’Ottobre si rivelò, in un certo senso, un “accidente” che disturbò il regolamento dei conti tra le potenze (Usa, Germania, Giappone) in contesa per la successione all’Inghilterra, il cui monocentrismo era ormai in declino dalla seconda metà del XIX secolo. Dalla “Grande Guerra” gli Usa uscirono predominanti, in senso però ancora parziale. Essi erano già da almeno due decenni sede della nuova formazione sociale destinata a sostituire quella del capitalismo borghese (oggetto dell’analisi marxiana, che ne trasse il concetto generalizzante di modo di produzione capitalistico; e che tutti i marxisti, e i non marxisti, hanno continuato a pensare rappresentasse il capitalismo, non un capitalismo).

Tuttavia, il “disturbo” rappresentato dall’Urss, con attorno a sé il movimento comunista mondiale che sembrava poter mettere in seria discussione il predominio capitalistico, bloccava la terminazione del conflitto per la successione definitiva e il conseguente affermarsi di una nuova fase storica monocentrica. D’altra parte, un nuovo “modello” (termine non del tutto proprio) di formazione sociale capitalistica, aspirante alla successione del capitalismo borghese, si presenta con il fascismo e il nazionalsocialismo (già in sviluppo in Germania durante gli anni ‘20). La crisi del ’29 s’inserisce in questo contesto decisamente confuso e “imprevedibile” nella sua origine, ma ancor più nei suoi sbocchi. Questa crisi sembra dunque, in un certo senso, un unicum; tuttavia, come tutte le crisi economiche (“terremoti di superficie”) diventa grave per la situazione di ancora caotico policentrismo e sarà risolta veramente solo con la seconda guerra mondiale, che comporta in ogni caso la risoluzione del conflitto tra potenze (di tipologia capitalistica, sia pure divise in formazioni sociali diverse) con l’affermazione definitiva degli Usa su Germania e Giappone, mentre Inghilterra e Francia, come già visto, vengono relegate sullo stesso piano delle due sconfitte, in quanto potenze decadute e anch’esse sconfitte, seppure formalmente vincitrici.

A questo punto, si chiarisce che la recente crisi non è affatto un ’29 (mi premuro di ricordare che lo affermo dal 2007). E’ altra cosa, per cui vano è l’ottimismo sbandierato ogni secondo momento dai vari economisti “ufficiali”2; ancor più vano è predire lo sconquasso definitivo come fanno gli ultimi “predicatori” pseudomarxisteggianti o semplicemente anticapitalisti “radicaloidi”. Se un parallelo si può fare, è con la lunga crisi di “stagnazione” del 1873-96, la crisi d’inizio della fase multipolare con Usa, Germania e subito dopo Giappone in ascesa mentre l’Inghilterra passava in seconda linea (ma non finanziariamente, poiché la Borsa di Londra rimase la principale fino allo scontro mondiale del 1914-18; capito, o superficiali cantori dell’importanza determinante della finanza nel capitalismo?).

Si trattò di una strana stagnazione, in cui si verificò la “seconda rivoluzione industriale”, si alternarono periodi di crescita e di caduta, pur se l’economia, considerata secondo i soliti inadeguati parametri quantitativi, fu in sostanziale arresto o debole ripresa. Soprattutto però, cambiò la situazione sociale interna ai paesi capitalistici avanzati con l’ascesa del “movimento operaio” (dimostratosi puramente tradunionistico, ma non lo si seppe subito, anzi passò molto tempo); e ancor più cambiò la configurazione mondiale con il multipolarismo, l’accentuazione del conflitto e del caos mondiale, l’alternarsi di alleanze e scioglimento delle stesse, le giravolte infinite delle classi dominanti delle varie potenze, lo squilibrio massimo provocato dallo sviluppo ineguale. In conclusione, ci fu stagnazione per quanto concerne gli indici di crescita, ma si trattò di sviluppo quanto a trasformazione sociale e configurazione mondiale.

9. Ho sopra ricordato che economisti liberisti, non soltanto inglesi, continuarono, anche nella seconda metà dell’ottocento a blaterare sulla smithiana “mano invisibile” e il ricardiano “libero commercio mondiale” (con la “scientifica”, in realtà ideologia dei predominanti mondiali, “teoria dei costi comparati”). Nei fatti prevalsero le tesi di List, tuttavia non riconosciute perché furono in fondo ancora economicistiche, mentre la reale politica economica dei successori dell’Inghilterra in lotta per la supremazia fu ampiamente corroborata da ben più decise politiche di rafforzamento militare degli apparati statali. Oggi si ripete il “giochetto”; ed è qui che si nota la debolezza dei sopra citati articoli del 31 gennaio pur così lucidi contro la Confindustria dell’epoca di Agnelli. Essi affermano che – con la caduta dello Stato assistenziale, soprattutto a favore degli industriali al vertice di quella Confindustria, che si avvalse dell’accordo sulla “scala mobile” tra l’Avvocato e Lama, seguito dalla “concertazione”, lato sindacale del politico “compromesso storico” tra Dc e Pci, con i soli malumori di Craxi – si torna finalmente alla libera competizione in libero mercato; competizione virtuosamente basata su costi e prezzi, su innovazioni di prodotto e di processo, ecc., affidandosi alle “oggettive” indicazioni del mitico mercato sciolto da ogni laccio e intralcio politico.

Sono molto perplesso di fronte a quella che mi riesce difficile pensare sia ingenuità in individui assai simili ai loro corrispondenti dell’epoca del declino inglese e dell’ascesa di nuove potenze. Le loro tesi, comunque, sono favorevoli ai predominanti statunitensi nel loro gioco teso ad ostacolare l’ascesa delle nuove potenze in lizza per la supremazia futura (Russia e Cina in testa, più alcune altre). La competizione in libero mercato globale si addice agli Usa; non semplicemente ricordando le tesi listiane legate alle necessità della “industria nascente” di farsi le ossa (qui stava l’economicismo anche di tale teorico), bensì perché non esiste alcuna libera competizione soltanto economica. Altrimenti, inutile difendere Finmeccanica, Eni, ecc. dall’attacco della magistratura, dai veleni della stampa confindustriale e dell’ammucchiata dei rinnegati più volte nominata, dagli organismi europei in piena combutta con gli interessi statunitensi (vedi, come esempio illuminante, le posizioni pro Nabucco e contrarie al Southstream). Tutti questi nemici della nostra autonomia sostengono che non si deve alterare la trasparenza del mercato con manovre nascoste, che bisogna competere solo tramite metodi di efficienza con imprese che hanno alle spalle tutta la forza militare della superpotenza Usa.

I fondi detti neri sono fondamentali perché bisogna effettuare manovre del tutto estranee alla logica mercantile come insegnata nelle Università (anche per questo da chiudere) da meschini personaggi detti economisti (o altra denominazione di scienziati sociali altrettanto fasulla). Esclusa la balla colossale che esistano multinazionali veramente transnazionali, cioè avulse da ben determinate linee di stretto collegamento con dati centri strategici nazionali, è evidente che l’Italia non può aspirare a possedere alcuna credibile forza militare da opporre agli Stati Uniti, e nemmeno ad altre potenze in crescita. E’ necessario sfruttare altre capacità manovriere, proprio nell’ambito della complessa conflittualità (con prevalenti condizioni di squilibrio e più brevi periodi di instabile equilibrio) in svolgimento sul piano mondiale.

Si deve mostrare particolare abilità, giostrare tra poli di ben superiore forza, spostarsi tendenzialmente, ma non sempre in modo aperto e conclamato, verso quelli che incrinano la predominanza statunitense. Occorre sapere ben praticare l’arte del raggiro, la capacità di corruzione verso settori politici dei paesi in aree dove la competizione è più acuta, ma promette maggiori vantaggi (tanto per fare un esempio, solo uno dei possibili, nelle zone centroasiatiche). Si devono controllare apparati “segreti”, da ridurre a piena fedeltà (perché assai esposti alla corruzione della potenza predominante), così come gli apparati militari, che non devono evidentemente puntare cannoni e missili, muovere armate (inesistenti), squadre navali ed aeree (assai esigue) contro gli Stati Uniti; più semplicemente stabilire contatti e buoni collegamenti con apparati corrispondenti di attuali o potenziali rivali della superpotenza, al fine di impedire a quest’ultima di stabilire una rete di dominio globale entro la quale essere “pescati, infarinati e messi a friggere”.

Simili “cosette” sono conosciute da un tipo come il sottoscritto, nel suo paesello, in una dimora di periferia, dove lavora in un soppalco “al di sopra” del mondo; non solo le capisce, ma le sa. Giornalisti attivi nei grandi centri nevralgici del potere, in mezzo a correnti incrociate di ampi flussi informativi, sarebbero ignari di questioni che io so? Mi dispiace, non è credibile. Quindi, essi non possono sostenere che oggi finalmente, con l’implicita rottura (diventerà poi esplicita? Mah!) tra Fiat e Confindustria, si esce dal capitalismo assistito per avviarsi verso la libera competizione in libero mercato globale. Sono balle e non si può non sapere che lo sono, se lo so io. Gli unici ad essere forse scusabili sono gli economisti; personaggi di genere “troglodita” e poi talmente “unti” di dollari, talmente rincoglioniti dalle specializzazioni in Inghilterra e negli Stati Uniti, da poter chiedere le “attenuanti generiche” (solo queste, però).

10. Siamo entrati, con il XXI secolo, in una lunga crisi di sostanziale stagnazione, con alti e bassi. Tuttavia, non riguardante l’intero mondo, poiché la “legge” dello sviluppo ineguale – tipica delle epoche di declino del monocentrismo e di cammino, tortuoso e accidentato, verso una nuova fase policentrica, quella del pieno manifestarsi del preminente squilibrio – comporta la pur sempre forte ascesa economica di alcuni paesi (formazioni particolari di tipologia capitalistica, ma non tutte dell’identico tipo di capitalismo). D’altronde, la stagnazione, con alterne fasi di riprese e ricadute, riguarda la crescita e non certo lo sviluppo, implicante trasformazione, che anzi si accentua in tale periodo. Non soltanto una trasformazione delle tecnologie o dell’organizzazione produttiva e finanziaria, che sono ancora una volta gli aspetti empiricamente più appariscenti, i soli considerati dai superficiali conoscitori, sia apologeti che “ultracritici”, del capitalismo.

Si manifesterà innanzitutto una complicata e profonda modificazione dell’articolazione delle formazioni particolari nella formazione mondiale, processo già in discreta velocità di marcia. Più confusi, e ancora poco visibili, i mutamenti delle “strutture” dei rapporti sociali. Credibilmente, in un’epoca di più manifesto apparire dello squilibrio (con sviluppo ineguale dei capitalismi), dovrebbe cominciare a modificarsi pure la complessiva formazione sociale di tipologia capitalistica (se vogliamo considerare capitalismo ogni formazione caratterizzata dal mercato e dall’impresa nella sfera economica). La precedente epoca policentrica (dell’imperialismo, in pratica fino al 1945, pur con quell’“accidentalità storica” relativa alla Rivoluzione d’Ottobre) condusse di fatto alla preminenza della formazione dei funzionari del capitale (statunitense) su quella borghese (inglese). La seconda guerra mondiale sconfisse l’altro tentativo (nazifascista) di trasformazione del capitalismo borghese (un tentativo di cui si conosce poco perché gli storici hanno fatto abbastanza poco il loro dovere, quasi come gli economisti).

Nel dopoguerra, nel nuovo monocentrismo dominato dagli Usa, si avviò la trasformazione delle società, in specie europee, del “campo (polo) capitalistico” in direzione della stessa formazione sociale vincente statunitense; con diversi gradi di successo, soprattutto dovuti proprio alla preminenza degli Usa. In effetti, sembra che il predominio di una formazione sulle altre sia più forte non quando le seconde vengono completamente assimilate alla prima (e centrale), bensì allorché nelle dominate (quelle da me dette spesso subdominanti) il passaggio resta “a metà”, una transizione sempre sul farsi ma incompiuta. Da qui dovrebbe prendere le mosse una riconsiderazione della storia d’Italia dal 1945 (direi dal tradimento della borghesia italiana nel 1943, con il cambio di alleanze in direzione della nuova formazione predominante).

Il fatto che solo la forma giuridica pubblica abbia garantito la nascita di nuovi settori strategici e di punta, tipici della nuova fase di industrializzazione (e di “innovazioni di prodotto”), mentre la forma “privata” ha alla fine rinsaldato i settori dell’industria “matura” (di precedenti fasi dell’industrializzazione), al massimo con il manifestarsi, parziale, di “innovazioni” nel processo lavorativo degli stessi. Il fatto che i settori “maturi” siano rimasti appannaggio di una sorta di semiborghesia, mentre nei nuovi cominciava a rafforzarsi un gruppo di dominanti del genere funzionari del capitale (negli Usa, questi crebbero tranquillamente nell’ambito della forma della proprietà privata). Il fatto che la crescita di questi nuovi settori dominanti non borghesi sia stata favorita – pur con gli intralci ben noti relativi soprattutto agli anni ’70 con la deriva filo-atlantica del Pci berlingueriano, con il “compromesso storico” tra Dc e Pci, con la “concertazione” tra sindacati e semiborghesia (Confindustria agnelliana) – dall’esistenza del “campo (polo) socialistico”, rivelatosi negli ultimi tempi il terreno di germinazione di una nuova formazione sociale tutta da studiare, pur se ancora basata sul mercato e sull’impresa nella sfera economica della società. Il fatto che, crollato il “socialismo” e fortemente indebolitosi per poco più di un decennio questo terreno di germinazione della nuova formazione sociale, sia avvenuto tutto ciò che già sappiamo in tema di attacco (tramite azione giudiziaria) degli Usa e della Confindustria agnelliana al regime Dc-Psi, e subito dopo all’industria “pubblica”, con la parziale resistenza legata indebitamente solo alla persona di Berlusconi, ecc. ecc. (cose dette e ripetute molte volte).

Tutti questi fatti vanno inquadrati in una nuova prospettiva storica, da ricostruire tramite il totale superamento dell’ostacolo che ad essa si oppone: un presuntuoso e arrogante ceto intellettuale formatosi “a sinistra”, tra i traditori del paese al servizio di Usa e Confindustria, che esercita egemonia anche sui “destri” e a cui si contrappone, con altrettale mistificazione, un gruppo di politicanti e opinionisti pur essi falsificatori della storia con l’agitazione del fantasma del comunismo, con una smania di subordinazione agli Usa non inferiore a quella degli avversari. Solo la convenienza di certi affari ha reso “migliore” (o “meno peggiore”) la politica estera berlusconiana, sempre causa tuttavia di opposizione, e di continui abbandoni dello schieramento detto di “centrodestra”, da parte di individui molto sensibili al “dollaro” (a qualcuno concediamo la buona fede della confusione tra simpatia per la cultura della formazione sociale statunitense, simpatia che condivido, e la politica di subordinazione a questa formazione predominante, che invece avverso nel modo più netto).

11. Siamo dunque entrati in una non breve fase di stagnazione (della crescita) e di sviluppo (trasformazione internazionale e interna), in cui il polo ancora più potente – e che vede tuttavia scalfita la posizione monocentrica goduta per 10-12 anni dopo il crollo dell’Urss – tenta di mantenere il controllo dell’area a lui “alleata” (di subdominanti) in quell’organismo, la Nato, a direzione americana. Quest’ultimo, approfittando appunto del “crollo socialistico”, ha allargato i suoi confini ad est fino alle porte della Russia, che tuttavia è da ormai alcuni anni in fase di netta ripresa e risposta. Non ci si faccia ingannare dalle continue manfrine (come nell’ultima riunione della Nato a Lisbona) tra Usa e Russia in merito alla possibile collaborazione russa con l’“atlantismo”.

Si tratta di manovre tipiche dell’inizio di una fase multipolare, ancora caratterizzata, come già detto, da un divario di forza tra i diversi poli. Difficile poi capire se all’interno della stessa Russia coesistano (e fino a quando) forze politiche con opzioni strategiche (o solo tattiche?) diverse in merito alla maggiore o minore velocità con cui far crescere (non sto parlando di crescita economica, bensì di potenza) il polo russo, che comunque – contrariamente a quanto viene oggi accreditato dalla maggioranza di studiosi di geopolitica, che privilegiano Cina e, in subordine, India – do per primo, e più forte, antagonista di quello per il momento in vantaggio (pronto ad ammettere l’errore, se questo si manifesterà con chiara evidenza, e non certo in base alle solite superficiali banalità relative alla forza della finanza ed economia cinesi, alla imbattibile competitività delle merci esportate grazie al basso costo della forza lavoro, ecc.).

Se sarà il polo russo a rappresentare il principale, ma non certo il solo (altrimenti si tornerebbe allo statico bipolarismo), antagonista degli Stati Uniti, dobbiamo aspettarci un vivace conflitto nella zona (al di qua dell’Atlantico) che si interpone tra Usa e Russia; fermo restando che vi sarà poi l’altrettanto pluriarticolato scontro nell’area del Pacifico nonché il complicato problema dei rapporti tra Usa e il cosiddetto “giardino di casa”, ormai sempre meno giardino e di difficile “coltivazione”. In ogni caso, per quanto riguarda l’area europea in cui siamo situati, dobbiamo abituarci a vedere continui tentativi statunitensi di riprenderne il completo controllo. Uno degli strumenti, già in azione da tempo e quindi fidato, è rappresentato dalla UE e dai suoi organismi. Ritengo ingenuo pensare di poter trasformare quest’area di semplice mercato comune (e, per gran parte, di moneta comune) in un mezzo di collettiva indipendenza dagli Usa. Si può anche parlare di esercito europeo o di altra unificazione di dati apparati politici. Se a tale processo sono addette le forze oggi in campo, senza troppe distinzioni tra “destra” e “sinistra”, si avrà sempre il rinsaldarsi della “alleanza”, al di qua e al di là dell’Atlantico, in quanto semplice subordinazione della UE ai piani del più lontano “vicino” (e non sembri un bisticcio di parole).

Occorrerebbe invece lo stabilirsi di reali collaborazioni, da veri alleati, tra alcuni dei principali paesi europei occidentali (l’Italia fra questi). Tutto ciò esigerebbe però una trasformazione anche interna a questi ultimi, poiché uno dei mezzi del predominio americano – oltre alla già ricordata Unione Europea – è l’appoggio ai subdominanti industrial-finanziari interni a questi paesi. In essi si impedisce il decollo di autentici centri d’azione strategica (sempre politici in qualsiasi sfera sociale, economica o politica ecc., si muovano). Vi si trovano solo cosche di ignobili politicanti decisamente piegate agli interessi dei suddetti gruppi industrial-finanziari. Tra questi ultimi, vengono privilegiati però quelli delle industrie “mature”, della passata fase dell’industrializzazione3, perché in un certo senso complementari e non competitivi con i settori strategici e di punta della formazione particolare predominante. Ed è su questo punto che si svolge l’azione mistificatrice del neoliberismo.

In Italia, esso tende negli ultimi anni ad una effettiva, e tutto sommato salutare, divaricazione in due tronconi. Da una parte, ci sono quelli che ancora pensano nei termini di un’alleanza (assai dissimmetrica) tra certi settori confindustriali – appunto gli “eredi” di Agnelli, di cui fan parte sia i vertici sotto la presidenza Montezemolo che quelli della presidenza attuale, le cui differenze sono solo di dettaglio e tatticistiche – e i sindacati, apparati burocratici, i cui “impiegati”, da assimilare a quelli pubblici, sono “pagati” dai suddetti confindustriali per accettare una “concertazione” che serve ad attenuare il conflitto tramite la continua azione assistenziale dello Stato: molta assistenza alle industrie (e banche) di questa frazione dei dominanti, poca assistenza ai lavoratori, mantenendo però “relazioni industriali” in cui i sedicenti rappresentanti di questi ultimi (oltre che sindacali, anche quelli del deteriore politicantismo “di sinistra”) trovano comodo “alloggio”. Quando comunque, dato il restringimento dei margini per lauti compromessi (lauti per i “rappresentanti”), scoppia il conflitto (tipo il 1980 alla Fiat; e anche oggi la falsariga sarà la stessa), si fa il possibile per pilotarlo verso soluzioni tali da non lacerare il tessuto concertativo tra la parte più arretrata (e assistita) dell’industria “matura” e gli apparati sindacali di sostanziale controllo dei lavoratori (di una quota sempre minore, per fortuna).

Questo imbastardito, spurio, neoliberismo – tipico dei pennivendoli (con il titolo di economisti, politologi e altri simili errori di denominazione) del Corriere e degli altri giornali confindustriali – blatera di sana competizione mercantile, chiedendo comunque un quadro politico governativo favorevole all’accordo tra imprese e lavoratori, in cui le prime vadano comunque assistite da fiumi di denaro pubblico, una cui parte possa essere destinata a smorzare il conflitto con i secondi, soprattutto ungendo le ruote sindacali (ufficiali). Questa corrente viene fiancheggiata, come forza ormai di semplice complemento, da coloro che si pretendono neokeynesiani. Essi propugnano il sostegno dell’economia produttiva tramite la domanda; tuttavia, quella che interessa loro è la sua parte destinata al consumo, non certo all’investimento. Si tratta di un semplice paravento pseudoscientifico atto a giustificare l’abnorme crescita della spesa pubblica per assumere una massa di lavoratori nello Stato, parastato, Enti locali, ecc. con finalità meramente clientelari ed elettorali.

Questa corrente è sempre stata considerata di “sinistra” perché “benignamente” interessata ai lavoratori; in realtà essa, per le finalità appena considerate, ha favorito la crescita di una massa lavoratrice, di cui larga parte è a produttività pressoché nulla; dove basta un individuo per espletare una certa funzione, se ne assumono come minimo due e anche più. Tuttavia, dato che simili tesi, seguite da corrispondenti politiche dalla “manica larga”, sono servite a conquistare quote elettorali per chi le propugnava, si è messa in moto una insana concorrenza da parte delle forze che si presentano secondo l’opposta etichetta di “destra”. Solo che poi una “sana” magistratura, pienamente politicizzata e schierata su un fronte solo, fa da guardia severa di fronte a sfacciati fenomeni clientelari di questi “incauti” concorrenti, mentre lascia correre – ha sempre lasciato correre dall’epoca di “mani pulite”, manovra effettuata appunto per portare la falsa sinistra dei rinnegati di molte bandiere al governo per conto di Confindustria e ambienti Usa – le analoghe operazioni di tale schieramento pseudopolitico.

12. Questa corrente del neoliberismo (indichiamola come n. 1) è in solo apparente conflitto con lo pseudokeynesismo. Il conflitto, verbale e che non esclude alleanze reali, verte sul ruolo dello Stato (la cui concezione è la solita rudimentale di tutti i politologi “accreditati”). Per i neoliberisti basta che l’esecutivo sia governato da coloro (magari favoriti dal potere giudiziario che annienti i competitori) in grado di assistere le imprese parassitarie e sempre in affanno (più o meno visibile) aiutando anche la concertazione tra esse e i “rappresentanti” sindacali (in effetti “burocrati” corrotti) dei lavoratori; con danno per quelli produttivi e gaudio di quelli beneficati con il “posticino” nel pubblico. I falsi neokeynesiani – sempre ululando contro i liberisti – aggiungono dotte, quanto superficiali, considerazioni sulla necessità che sia la domanda a rilanciare la congiuntura economica. Dove, lo ripeto, la domanda è solo quella di consumo (in ciò sono aiutati da quelle associazioni perverse che si dicono di “difesa dei consumatori”, da disinfestare come un’invasione di cavallette, trattandosi solo di altri burocrati che si prendono stipendi a spese di chi produce). E, per aumentare i consumi, si pensa sempre a difendere l’orda dei dipendenti assunti nel pubblico con i criteri assistenziali e clientelari (elettorali).

L’altra corrente del neoliberismo (chiamiamola n. 2) è almeno più coerente. Chiede il ritiro dello Stato nell’ambito delle sue “normali” funzioni di presunto neutrale regolatore del sistema sociale ed economico, mentre nella sfera economica dovrebbero soltanto funzionare, secondo la convinzione di ogni liberismo, i semplici stimoli del mercato, che darebbero indicazioni “oggettive” circa l’efficiente allocazione delle risorse (principio del “minimo mezzo”, quella della razionalità economica di teorizzazione neoclassica). Essi mistificano di fatto la realtà del conflitto intercapitalistico (anche di quello supposto economico nel mercato globale). Tuttavia, dico subito in via preliminare che, nell’attuale contingenza storica, tale corrente ricopre un ruolo meno negativo del neoliberismo n. 1 di fatto appoggiato dal, formalmente conflittuale, pseudokeynesismo.

Il liberismo n. 2 almeno si ricorda dell’importanza degli investimenti, e soprattutto di quelli nei settori produttivi, non solo effettuati per ampliare le schiere delle cavallette nella sfera “pubblica”. Esso trova oggi più ampi spazi con la rottura prodottasi all’interno della Confindustria ancora legata a schemi “agnelliani” e quindi concertativi; non è però ancora chiaro se si tratti di svolta realmente irreversibile o di riassestamento tattico dei rapporti di forza. Il vero fatto è che tale rottura comporta la svolta della Fiat, di quella dei “motori” (diciamo così), che si divide in Fiat spa (auto) e Fiat industrial (camion e trattori). Sintomatico che la prima guadagni in Borsa, malgrado le vendite siano in piena crisi; mentre la seconda, produttivamente e commercialmente ancora in buono stato, perde finanziariamente. Ovviamente, ci si spreca in spiegazioni su perdite di vendita auto nei vecchi mercati europei mentre si “spopola” in Brasile e ci sono prospettive ottime – ecco la spia rivelatrice – nel mercato americano grazie alla Crhysler, di cui si sottolinea l’acquisizione a dollari zero (lasciamo quanto di distorto ci sia in questa affermazione). Facciamo finta che sia così: dollari zero ma pieno aiuto politico degli ambienti americani oggi al comando dell’esecutivo, un aiuto che non è per nulla a “costo” zero. Solo che per il liberista se il “costo” non si esprime immediatamente e direttamente in valori mercantili (denaro o altro), esso è nullo, perché a questa corrente fa difetto la valutazione dell’effettiva realtà del conflitto “globale”: non certo nel mero mercato, bensì nelle aree (sfere) d’influenza del nuovo mondo in via di multipolarismo.

Lo Stato non è semplicemente un neutrale apparato di regolazione giuridica e/o economica del sistema capitalistico. Il liberista e il keynesiano – due facce della stessa medaglia, gli attori insomma di un confronto antitetico-polare, di complementarietà nel conflitto ideologico – concordano di fatto nell’escludere le reali funzioni assolte dallo Stato di un paese alla ricerca di effettiva indipendenza e autonomia nella sua politica di confronto/scontro nell’ambito del mondo reale, che non è affatto un semplice mercato, soprattutto quando tale mondo è in via di diventare teatro di un conflitto multilaterale. Lo Stato deve giocare il ruolo di rafforzamento di una data società (di una formazione particolare, ancor oggi un paese o nazione) mediante quelle politiche di potenza (certo maggiore o minore a seconda delle condizioni specifiche di ogni dato paese) cui si è già accennato. Comunque, non può limitarsi a stabilire un quadro generale per una fittizia, irreale, concorrenza mercantile in base alla mistificante efficienza economica; nemmeno può limitarsi al sedicente Welfare, dove questo è invece semplice assistenzialismo per gli scopi già considerati. Il “benessere” (sociale) è solo un paravento bassamente ideologico.

13. In tale contesto, i già citati articoli di Porro & C. – in cui si inneggia alla Fiat che rinuncia ad ogni assistenzialismo per dedicarsi alla semplice efficienza nel “libero” mercato – sono, quanto meno “oggettivamente”, la solita mistificazione liberista, assai simile a quella di coloro che a metà ottocento ancora inneggiavano alla ideologia (in precedenza rivoluzionaria) delle teorie di Smith e Ricardo. Ammettiamo pure che lo scontro tra Fiat e Confindustria (perché quello con la Fiom, mi dispiace per chi in buona fede e molto pateticamente ancora crede alla “lotta di classe”, è proprio l’aspetto secondario della questione) rappresenti una vera svolta. Ammettiamo che la votazione a Mirafiori, svolta non certo liberamente ma sotto ricatto del posto di lavoro e altro, finisca con l’approvazione dell’accordo imposto da Marchionne, il che implicherebbe una cesura ben più netta rispetto a quella prodottasi all’epoca della “marcia dei quarantamila”.

Dico sempre “ammettiamo”, perché a mio avviso non è ancora chiaro il quadro della situazione, e se veramente sarà realizzata un’effettiva svolta definitiva. Se si verificasse, è bene dire subito, alto e forte, che si tratterebbe di un tornante diverso da quello del 1980. Allora, si trattò di chiudere con la stagione di una lotta di stampo pur sempre sindacale (tradunionistico), ma con più chiara alternativa nell’appoggio a due contrastanti linee di sviluppo capitalistico, una delle quali aperta pur sempre ai legami con l’Urss e il “socialismo reale” (non maoista, ormai sconfitto pure in Cina): era la linea propugnata dalla corrente “amendoliana” in seno al Pci. Vinse al contrario la piena “concertazione” (annunciata già dall’accordo Agnelli-Lama sulla scala mobile, fatto poi saltare da Craxi, ma senza che fosse sconfitto quello “spirito”) assieme al “compromesso storico” tra Dc e Pci, questo decisamente resistente all’attacco craxiano (ci si ricordi il fatto significativo della propensione di Amendola ad un accordo con Craxi, mentre Berlinguer era indirizzato al “consociativismo” con la Dc; chiara la differenza strategica, no?).

Nei fatti, tenuto conto degli “erratici” andamenti storici, la sconfitta alla Fiat del 1980 (scusate se penso male, ma sono convinto che il segretario piciista l’abbia cercata per piegare e aggregare la “sinistra” del partito e fare un passo avanti sulla via del “cambio di campo” in senso “occidentale” e antisovietico) preparò poi quel che accadde dopo il “crollo” dell’Urss: accordo con gli Usa (del “pentito” Buscetta), con la Confindustria sempre in mano ad Agnelli, distruzione del regime Dc-Psi da parte di “mani pulite” (salvando però gli opportuni gruppi democristiani piegatisi al mascherato colpo di Stato), ecc. ecc.; cose già dette e ridette.

Oggi, se di svolta si trattasse, sarebbe la fine di tutto quel periodo, concertativo e compromissorio, basato sull’assistenza alla GFeID (grande finanza e industria decotta) con briciole indispensabili ad ungere i “burosauri” dei sindacati. Si potrebbe perfino manifestare una spinta ulteriore al passaggio, sempre parzialmente incompiuto, tra capitalismo borghese e la più avanzata formazione “manageriale”, detto meglio dei funzionari del capitale (i suoi reali agenti strategici in azione intrecciata nelle sfere della politica, dell’economia, della cultura e ideologia). Tuttavia, dove ancora funziona il mascheramento ideologico del liberismo (sia pure quello n. 2)? Nell’appoggiare questa svolta con la quanto meno oggettiva menzogna che finalmente la Fiat rientra nell’alveo della libera competizione (concorrenza) in libero mercato. Essa si staccherebbe dalla politica per svolgere una effettiva politica aziendale basata sull’efficienza produttiva. Nient’affatto! La Fiat è ormai un pezzo degli ambienti strategici statunitensi – credo quelli della “tattica del serpente” rappresentati dalla presidenza Obama – nei loro progetti pur sempre imperiali, scontando però un lungo periodo di complesso gioco multipolare.

Per uscire da questa finzione, funzionale agli interessi americani, si devono appoggiare, come primo passo, le imprese strategiche e di punta (in sostanza, in Italia, Eni, Finmeccanica ed Enel; noto, en passant, che la Fincantieri ha seguito la Fiat nel denunciare gli accordi del 1993). Sono d’accordo con un liberista (n. 2) nel non lasciarmi ingannare dalla forma giuridica della proprietà. Solo i dinosauri del vecchio e falso marxismo – pienamente succubi della “sinistra” (ma anche “centro” e “destra” finiana) concertativa e in combutta con la GFeID (grandi banche e Confindustria degli “eredi” di Agnelli) – possono credere in differenze tra “pubblico” e “privato”, in complicità antitetico-polare con i liberisti n.1. I dinosauri credono che la proprietà statale sia di per sé la risoluzione dei mali sociali; i liberisti n. 1 ne vedono l’accentuazione. Questi ultimi (i più accaniti filo-americani) berciano contro il “monopolio” Eni e Finmeccanica che danneggia “i consumatori” (in ciò coadiuvati dalle già citate associazioni di difesa degli stessi); in realtà, vengono attaccati i punti di forza di una nostra possibile autonomia dalla potenza statunitense. I dinosauri di un “comunismo” ormai perfettamente reazionario li coadiuvano pienamente adducendo semplicemente che tali imprese rappresentano il punto di forza della politica estera berlusconiana. Con assoluta grettezza – in ciò mostrandosi sostenitori, particolarmente disgustosi nella loro ipocrita incoerenza, degli americani – essi si accaniscono contro il presunto rafforzamento dell’ancor più presunta amicizia tra il nostro premier e Putin.

14. I liberisti n. 2 considerano semplicemente l’impresa in quanto unità produttiva che deve funzionare adeguatamente, pubblica o privata che sia. Certamente, funziona in tal caso la mistificazione “oggettiva” già considerata: finalmente, con la rottura dell’aspetto concertativo (tra sindacati e industriali parassiti e assistiti) e consociativo (politica in quanto accordo tra forze che devono sottostare all’aspetto concertativo e assistenziale), l’impresa si lancerebbe “virtuosamente” nel libero agone mercantile, dove tutto sarebbe giocato in base ai meriti e alla capacità produttiva (e commerciale) aziendale in concorrenza con le altre della sua branca. Abbiamo già considerato che ciò fa parte dell’immaginario del liberista classico, il quale ignora, consapevole o meno, come la concorrenza sia subordinata al più complessivo conflitto politico basato su complicate strategie coinvolgenti i gruppi dominanti di più formazioni particolari.

Lo scontro tra Fiat e Confindustria ancora agnelliana può certo rappresentare una evoluzione della transizione incompiuta da un capitalismo (borghese) all’altro (funzionari del capitale). Non è un caso, però, che tale evoluzione avvenga sotto la direzione del complesso imprenditoriale (“manageriale”) di un’industria “matura”, al massimo complementare al, e quindi facilmente integrabile con il, sistema economico del paese predominante (Usa) (così come i proprietari di piantagioni di cotone del sud degli Usa erano complementari all’industria inglese, facevano almeno in parte corpo con il sistema economico dell’Inghilterra). Di fatto, questi liberisti difendono anche le nostre imprese strategiche; tuttavia, la sensazione è che lo facciano per motivi eguali, e contrari, a quelli degli avversari: perché difendono insomma Berlusconi e dunque la sua politica estera. Se questa dovesse essere ammorbidita – a mio avviso, è ultimamente assai più incerta nella misura in cui il premier si rifiuta di prendere il toro (le elezioni) per le corna e si avvoltola in compromessi e traccheggiamenti vari con forze del “terzo polo”, attualmente sostituti della “sinistra” (ma in legame con essa) per servire gli ambienti statunitensi e la Confindustria agnelliana – il liberista n. 2 approverebbe la scelta per i motivi già considerati: il liberismo assolve pur sempre, mutatis mutandis, la funzione che svolse a metà ottocento a favore degli interessi inglesi.

Nessuno sostiene che un paese possa vivere solo di industrie strategiche e di punta (dell’ultima fase innovativa). Del resto, si sa bene qual è l’importanza, ai fini della produzione complessiva di reddito (il Pil), il settore immobiliare con tutto l’indotto che muove, anche e soprattutto in termini di piccola impresa e lavoro “autonomo” perfino individuale (idraulici, falegnami, elettricisti, piastrellisti, ecc.). Tuttavia, non è tale settore a consentire l’inserimento adeguato di un paese (con il suo specifico e autonomo sistema economico) nella competizione mondiale, che non si svolge nel libero mercato, in buona parte frutto di fantasie ideologiche dell’economista. Esiste certo il mercato, ma non “libero”, puro, cioè mondo da altri fattori competitivi che non siano la concorrenza in base a merci migliori e/o meno costose (secondo la schematica mentalità di questi limitati scienziati sociali).

E’ bene essere chiari. Non si tratta di “attriti” che si sviluppano all’interno di un supposto “mercato libero”. Non si tratta della “razionalità limitata” che guida l’attività dell’imprenditore, pur sempre mirante al massimo possibile di efficienza economica (legge del minimo sforzo o massimo risultato). Non si tratta di scarsa conoscenza di tutte le variabili in gioco nella concorrenza; nemmeno di alcune limitazioni a quest’ultima esistenti per frizioni tra questo o quel paese o per dati periodi. E nemmeno di altre “imperfezioni” varie dei mercati concreti. Se di ciò si trattasse, la questione rinvierebbe solo alla valutazione della realtà empirica, affidata ad esperti e “praticoni”; la realtà dell’astrazione teorica, quella effettivamente scientifica, non ne viene alterata come – l’ho già detto in altri scritti – l’idea del “moto rettilineo uniforme” non viene impedita dalla considerazione che, in concreto, esistono sempre vari attriti. L’astrazione scientifica è fondamentale, salvo che per il tecnico profondamente ignorante, allo scopo di studiare ogni effettivo movimento in qualsiasi settore avvenga, anche in quello economico, anche in quello del mercato.

Il problema è molto più fondamentale, riguarda proprio l’astrazione scientifica stessa. La dinamica capitalistica si svolge in uno spazio a più dimensioni, non tutte sullo stesso piano, non tutte dello stesso livello e importanza. Lo spazio (piatto) affidato al calcolo efficientistico (il minimax) è intersecato da un altro spazio ben più fondamentale, dotato di curvatura tale da infine avvolgere il primo e condizionarlo, rendendolo produttivo di effetti solo se “serve” dati “soggetti” (i funzionari del capitale) che, attivi in questo secondo spazio “avvolgente”, decidono mosse strategiche di cui si sostanzia quella che chiamiamo politica. Non vedo altro significato migliore da attribuire a tale termine di quello che la indica come il campo del conflitto per una supremazia (al limite, perfino quella “sportiva”) da raggiungere appunto tramite una serie di mosse di ogni dato attore, ognuna delle quali è legata alle successive dallo scopo perseguito in contrapposizione ad altri attori. In tale spazio, assai più ampio e appunto “avvolgente”, l’azione dell’agente in quello solo economico (produttivo come finanziario) segue date linee-guida (ad esempio il calcolo del minimax, quello detto speculativo, ecc.) del tutto condizionate dalle finalità perseguite dagli agenti che sono i reali strateghi del capitale4.

15. La politica, intesa in tal senso, è l’aspetto fondamentale dell’azione dei gruppi dominanti (e dell’eventuale lotta contro gli stessi); essi si scontrano sul piano internazionale (conflitti tra le diverse formazioni particolari) e all’interno di ognuna di queste. In genere, viene chiamata politica solo l’attività svolta in una sfera della società, quella che ha al suo vertice lo Stato. In realtà, gli agenti che lottano per la supremazia (e che sono quindi promotori delle strategie consustanziali alla politica) lo sono in ogni sfera sociale, quindi anche in quella economica (“reale” e “monetaria”, cioè produttiva e finanziaria).

Il liberista n. 2 ha il vantaggio di non limitarsi al solo consumo; ha anzi consapevolezza delle distorsioni di un sistema economico quando, per gonfiare la domanda di consumo, si sacrificano investimenti produttivi e soprattutto ci si dedica a manovre assistenziali (sia verso i capitalisti industriali e finanziari sia verso i lavoratori, assicurando a questi ultimi posti in “soprannumero” e a produttività nulla o quasi); manovre del resto tipiche delle “democrazie elettoralistiche”, in cui i metodi di acquisizione del consenso portano spesso a simili deviazioni “improduttive”. Tuttavia, dalla critica a simili distorsioni il liberista passa subito all’ignoranza della politica e crede che la “svolta” in direzione di imprese, pensate come soltanto interessate all’efficienza, sia positiva. Lo Stato, in quanto considerato quintessenza della politica, dovrebbe ritirarsi dal mercato, questo “spazio” indicatore dell’efficienza, lasciando completa libertà alle imprese meglio attrezzate alla concorrenza mercantile. Attuato tale programma, il liberista si dice convinto che verrà seguita la virtuosa direttrice della massima produzione possibile con conseguente massima soddisfazione dei “consumatori” (perché siamo pur sempre nell’ambito della teoria neoclassica).

Se egli sia consapevole o meno della mistificazione ideologica è in effetti indifferente; va pur sempre contestato. Non è sufficiente che le imprese siano efficienti in termini di produzione (o anche nella loro attività finanziaria). E’ importante appurare se esse danno alle strategie (politica) di quella data formazione particolare (sia pure intanto ai suoi gruppi dominanti) la capacità di muoversi con sufficiente autonomia nell’ambito di dare aree, che sono occupate da altre formazioni particolari (con la loro politica, cioè quella dei loro gruppi dominanti); tali aree non sono per nulla quello spazio denominato ideologicamente “mercato globale”. Anche se una data area non è soggetta a protezione in senso stretto (ad esempio doganale), essa non è un semplice mercato, lo spazio piatto della “pura economia”. Come già rilevato, pur senza riferimento agli “attriti” dell’empiria, pur rifacendosi ad un modello di “astrazione scientifica”, questo spazio piatto è inscritto in uno “avvolgente” che è quello della politica, in piena azione anche nella sfera economica. Dunque, mai esiste il “mercato globale”, sempre invece la lotta politica – in campo economico, culturale, più propriamente politico (statale) – che esige la messa in opera di strategie, in cui le mosse degli “attori” in conflitto segue criteri assai più complicati, e non “rettilinei”, di quello del “minimo mezzo”.

Anche con riguardo alle imprese, una formazione particolare, che desidera accrescere la sua forza autonoma, deve privilegiare quelle dell’ultima ondata innovativa (innovazioni di prodotto con creazione di nuovi settori produttivi) perfino a scapito, se occorre, di quelle “mature” (di passate fasi innovative), in genere complementari al sistema economico di una formazione dotata dei nuovi settori e che di questi si serve per facilitare l’affermazione della sua supremazia. Tale formazione diventa allora quella predominante (se non globale, almeno di una vasta area mondiale), mentre le formazioni particolari che accettano la suddetta complementarietà si limitano alla subdominanza se non addirittura alla vera e propria subordinazione (perché la scala gerarchica della dipendenza ha vari gradini).

Non si immagini però una diretta e deterministica relazione tra predominanza o i diversi gradi di dipendenza (subdominanza, ecc.) e la sola considerazione della “natura” (innovativa o “matura”) delle imprese che vengono privilegiate dai gruppi dominanti nelle diverse formazioni particolari (paesi, in definitiva). Le imprese sono strumenti del conflitto strategico, le strategie sono le varie mosse di cui si sostanzia la politica (tesa alla supremazia nella competizione), la politica trova particolare concentrazione e manifesta efficacia per mezzo degli apparati di forza caratterizzanti uno Stato in senso proprio; senza questi apparati non si avrebbe Stato, ma solo l’organo di amministrazione degli affari generali di una collettività non differenziata in gruppi sociali fra loro in conflitto o in alleanza per il conflitto. Il privilegiare questo o quel settore imprenditoriale – innovativo e dunque in competizione con quelli analoghi di altri paesi; o invece maturo e complementare ai settori avanzati di uno di questi – è solo indice dell’interessata predisposizione di dati gruppi dominanti all’autonomia o ad accettare invece la predominanza di un altro paese.

16. Venendo al caso concreto, la rottura tra Fiat e Confindustria – ancora legata al vecchio modello della concertazione e della piena subordinazione del ceto politico (e di quello culturale) ai suoi interessi di complementarietà con il paese predominante dell’area “atlantica” – non significa di per se stesso un salto verso una nostra maggiore autonomia. Intanto, se la Confindustria “agnelliana” era abituata al pieno assistenzialismo da parte del nostro Stato (della sua spesa pubblica, con quei rivoli secondari necessari a crearsi basi di consenso elettorale presso ceti subordinati, gonfiati oltre il limite della loro utilità sociale), il fatto che Marchionne accetti di rinunciare – proprio per sempre o il suo ricatto ha solo la funzione di piegare gli operai? – all’assistenzialismo dello Stato italiano non significa che non abbia trovato altre fonti (statunitensi) di appoggio, finanziario e altro, dando in cambio la disponibilità a funzionare come loro strumento politico (in specie in Europa e Italia, area in cui il suo settore auto sembra avere ben poche probabilità di divenire redditizio anche in futuro).

La vittoria del “manager” Marchionne (il quale ha sempre dimostrato nella sua vita abilità in campo finanziario, non industriale) significa modernizzazione del capitalismo ancora semiborghese (addirittura famigliare) italiano? Significa potenziare quell’aspetto essenziale per l’esistenza di un vero e proprio Stato (cioè gli apparati di forza che svolsero in modo precipuo la politica nel suo senso più specifico di mosse strategiche per il conflitto) adeguato a conquistare una nostra maggiore autonomia? E non nell’immaginario “mercato globale” bensì nell’arena mondiale, che sarà sempre più investita dal multipolarismo? Direi di non prenderci per i fondelli. La vittoria di Marchionne è pur sempre una vittoria della parte – del nostro sistema economico (produttivo e finanziario) e della sedicente politica (non certo la politica di cui ho detto) al suo servizio – che più intende restare complementare, e subordinata (per interesse), ad ambienti statunitensi.

Questa parte confida nella vittoria di Marchionne per tirare un sospiro di sollievo e poter continuare nel maneggio attuale del premier che si barcamena per sopravvivere alla meno peggio, senza alcun respiro strategico. Egli si avvantaggia di un fallimento “cosmico” dei rinnegati delle varie bandiere, denominati “la sinistra”. L’indebolimento di questa, per anni e anni il cavallo su cui puntavano gli ambienti statunitensi più aggressivi – ma anche più subdoli e abili nei loro raggiri e mascheramenti ideologici (perfino ecologici, ambientalisti, ecc.) – lascia spazio a coloro che hanno seguito, obtorto collo, Berlusconi; e fra questi penso (non lo affermo con certezza) vi sia gente come Tremonti, ma non solo lui. Quelli che potrebbero indebolirsi, ed essere quindi parzialmente sacrificati, sono quei settori – di vera modernizzazione, favorevole nel contempo alla nostra maggiore autonomia – scompaginati con “mani pulite”, il “panfilo Britannia”, Prodi (non ci si faccia ingannare dalle pantomime di costui con la Gazprom poiché i giri di valzer in questi ambiti sono normali, ma bisogna guardare alle tendenze di fondo; e quelle dell’intera “sinistra” sono sempre state viscidamente dirette a favorire gli Usa) e via dicendo.

Tali settori (il loro management, e non senza “quinte colonne” in seno) si sono trincerati dietro la “resistenza” (obbligata per interessi anche suoi) del cavaliere, che ha dovuto giocare il ruolo dell’amicizia con Putin, Gheddafi, ecc.; del resto, guarda caso, “scoppiata” nell’estate del 2003, “giro di boa” del ritorno della Russia nell’agone mondiale a pieno titolo; perché nel 2001, da alcuni ritenuta la data di tale evento, dopo l’attentato alle “Torri gemelle”, la Russia aveva giocato il ruolo dell’alleata degli Stati Uniti contro il terrorismo. Oggi comunque si nota una qualche torpidezza nella politica estera italiana. E la vicenda Marchionne, sconfiggendo la parte confindustriale più antiquata, parassitaria, ancora in connivenza con apparati sindacali di qualche era geologica fa, rischia di dare totale fiato ai settori filoamericani nettamente maggioritari in tutti i settori del servile politicantismo italiano. In ogni caso, la situazione è almeno incerta e da seguire vicenda per vicenda.

Non si creda però che l’alternativa sia la lotta muro contro muro tra Fiom e Marchionne. Non c’è dubbio che il referendum a Mirafiori non è una libera consultazione, dato il ricatto della possibile perdita del posto di lavoro. Tuttavia, non ha progettualità alcuna chi non tiene conto del complesso della questione (con le variabili anche internazionali, dati i legami tra Fiat e Usa). Non c’è vittoria se prevalgono i no, non c’è sconfitta secca se la maggioranza va ai sì. La vera scelta, attualmente non ancora matura, sarebbe l’astensione, l’uscita dai sindacati (compresa la Fiom e la Cgil in genere) degli operai ancora abbarbicati ad essi con continua sopravvivenza di apparati ormai legati ad un conflitto puramente interno alla forma peggiore del capitalismo (semiborghese, famigliare), dotati di burocrati corrotti, parassiti a carico di chi lavora, perfino finanziati dall’avversario o comunque dallo Stato non ancora liberatosi delle sue fisime assistenziali e clientelari della democrazia elettoralistica ormai imbastarditasi.

I dinosauri che ancora invitano all’ultima battaglia come si trattasse dell’inizio di una impossibile rivincita sono quanto di più negativo sussista nella sedicente sinistra. I lavoratori in genere, e gli operai con loro, devono abbandonare i dinosauri, sia politicanti che sindacalisti, privi di una qualsiasi idea che non sia la contrapposizione frontale o l’accordo al ribasso, di mera sopravvivenza. Debbono uscire, formare reti di nuovi organismi per il momento emananti dal “basso”; capaci però di comprendere la fase storica negativa e di agire all’interno della situazione in tumultuoso “divenire” formando nuovi centri culturali, che “saltino” infine il settore dell’istruzione, in particolare universitaria, dove alligna il ceto intellettuale dei pennivendoli ben riveriti e remunerati dal capitalismo peggiore.

Bisogna rimettere in piedi gradualmente una prospettiva capace di ripensare il passato, scritto spesso con onestà dagli storici, senza però l’effettiva conoscenza del suo esito attuale. Sono indispensabili profonde revisioni; nel contempo, è necessario aggiornare, stravolgendoli, vecchi sistemi categoriali ormai obsoleti che non consentono di capire il presente né di formulare un minimo di previsioni per il futuro di breve e medio periodo (non quello “secolare”, tanto amato dai sognatori, delusi dal presente e incattiviti da mille sconfitte).

17. Il primo compito è uscire da ogni forma di astratto moralismo e ricordarsi che siamo nel paese del grande Machiavelli cui non dedicare solo tesi di laurea e preziosi testi di filologia accademica. E’ necessario non più ascoltare gli intellettuali ben pasciuti che piangono sulle miserie dei dominati, inventandosi metodologie ribellistiche del tutto funzionali ai gruppi dominanti; ma quelli ormai completamente superati e decadenti, disposti perfino a sputare (apparentemente) sul capitalismo pur di non tenere conto della sua evoluzione verso le nuove forme del conflitto multipolare e restare invece abbarbicati al quadro governativo di uno Stato, che funzioni ancora da “Babbo Natale” atto a donare per turare le falle della loro irreversibile incapacità di competere.

Nel mondo bipolare, esisteva il campo capitalistico (atlantico) a predominanza centrale statunitense, fronteggiato dal campo detto socialista, in cui l’Urss, dopo un primo periodo d’intenso sviluppo, rimase imbozzolata (allo stato di crisalide insomma) per circa quarant’anni (metà anni ’50- 1991) trascinando con sé gli altri paesi del suo polo (a parte l’eccezione Cina, che fuoriusciva dallo schema). Il campo capitalistico conobbe un periodo di sviluppo, con crisi minori dette recessioni, favorito dalla situazione relativamente “ultraimperialistica” (o di “capitalismo organizzato”) con un centro in cui poi si svolse impetuosamente la “terza rivoluzione industriale” (ovviamente con ramificazioni, in un primo tempo subordinate, nel resto dell’area atlantica) mentre gli altri paesi e in specie l’Italia, certo con eccezioni (tipiche nel nostro paese quelle di Eni, Finmeccanica, ecc.), rimanevano in larghissima parte legati alla fase industriale della passata stagione innovativa (quelli che, per analogia storica di larga massima, ho spesso indicato quali “proprietari di piantagioni di cotone” nel sud degli Usa a metà ottocento).

Non è per nulla un caso che gli Stati Uniti abbiano sempre assestato colpi al possibile sviluppo di settori strategici negli altri paesi della loro area (si pensi, del tutto simbolicamente, all’eliminazione di Mattei), onde almeno controllare simili processi. Nell’altro campo non decollava la nuova stagione industriale; l’informatica rimase indietro perfino nel tanto curato settore militare. In “occidente”, sussisteva inoltre il bisogno di contrapporsi, militarmente ma anche politicamente e ideologicamente, all’Urss; quindi si tollerarono anomalie come quella gollista e, assai minore, quella di certa politica estera italiana. Crollata, dopo la lunga cristallizzazione, l’alternativa sedicente socialista, si cercò da parte americana – sia favorendo il formarsi della UE di Maastricht (1992) cui si aggregarono via via vari paesi est-europei sottratti alla dissoltasi Urss (una UE da affiancare di fatto alla Nato), sia con metodi più energici in Italia (già ben noti ai nostri lettori) – di allargare tendenzialmente l’ultraimperialismo o capitalismo organizzato all’intero globo, guardando a vista la Cina.

La rinascita russa è l’evento che ha fatto saltare questi progetti; soprattutto perché non ha dato affatto vita ad un ulteriore deleterio bipolarismo bensì alla gestazione di nuove potenze e subpotenze (regionali) con tendenziale multipolarismo, pur se ancora lontano da un probabile futuro acuto scontro policentrico. Nel disordine crescente tipico di una simile fase storica sorge la necessità americana di più duri colpi alle velleità di altri paesi di accedere pienamente ai settori della nuova fase innovativa industriale o a quelli comunque strategici di tipo energetico. Sia però chiaro che tali settori sono solo strumenti nell’ambito del sordo – e ancora contorto e aperto a compromessi vari – conflitto multipolare. Il fine reale, e decisivo in termini di posizionamento più favorevole nel confronto per la supremazia, è l’allargamento di fondamentali aree d’influenza: economiche quanto politiche, culturali, ecc. Una tale espansione d’area d’influenza richiede anche altri mezzi oltre all’utilizzo dei settori di nuova industrializzazione e strategici: potenza militare, corruzione e ampie infiltrazioni politiche (meglio se nei Governi) in vari paesi, azioni di intelligence, penetrazione culturale, talvolta qualche assassinio o “strano” incidente, ecc. (le azioni possibili sono svariate).

L’Italia non può certo pensare alla potenza bellica, se non di puro complemento. Deve però sfruttare altre attività dei suoi apparati di Stato – pur sempre quelli dello Stato in senso proprio, non quelli di semplice amministrazione degli “affari generali” – per inserirsi nella lotta tra le potenze in crescita, che daranno vita al mondo multipolare. Bisogna allora che nascano gruppi politici – agenti che svolgono, nella sfera politico-statale, le strategie di cui si sostanzia la politica – di tipo diverso dagli attuali, solo subordinati ad agenti politici nella sfera economica, per di più subdominanti legati agli ambienti statunitensi (o ad alcuni di questi). I gruppi della sedicente “sinistra” – quelli in realtà uniti dal rinnegamento di tante bandiere (cui si aggregano, infatti, i cosiddetti “centristi” democristiani o anche “laici” detti moderati; e ancora i “destri” alla Fini, ecc.) – sono i più “piegati in due” nel favorire la Confindustria concertativa (cioè parassitaria e assistita) con al suo seguito i sindacati, pur disposti in formazione sparsa nell’ambito dello scontro interno ai vertici di tale organizzazione industriale. La loro stampa aggredisce non a caso le industrie di punta e strategiche. E altrettanto fa una magistratura al loro completo servizio (vedi attacco alla Finmeccanica); per non parlate poi dell’aiuto prestato anche dagli organismi europei (vedi intralci all’Eni e propensione per il gasdotto Nabucco invece del Southstream), ecc.

D’altra parte, qual è l’alternativa ai vertici confindustriali in concerto con i burocrati sindacali nello strozzare lo Stato per ridurlo al compito di assisterli a spese dei ceti produttivi? E’ Marchionne, che rappresenterebbe la modernizzazione – nel senso della formazione di un capitalismo più somigliante a quello dei funzionari del capitale – in direzione però di un sostanziale allineamento al capitalismo americano, sia pure probabilmente a quello (della “tattica del serpente”) che sembra accettare tempi più lunghi, e il passaggio per una fase di incipiente multipolarismo, sempre con il fine di ottenere infine la supremazia “imperiale” (monocentrica). E’ indispensabile superare questi giochi alternativi dello stesso tipo del gioco degli specchi tra “destra” e “sinistra”, su cui scrissi pochi anni fa un libretto. Siamo sempre alla contrapposizione antitetico-polare, in cui i due poli sono fra loro complementari ed in reciproco sostegno; i soliti due pugili che si aggrappano l’uno all’altro per restare in piedi, mentre è necessario fare in modo che crollino entrambi al tappeto per poi, se possibile, finirli d’un colpo come si fa con i cavalli azzoppati (quindi con autentico spirito “umanitario”).

18. Sarebbe dunque ora che i “lavoratori” – non solo gli operai, non solo quelli salariati (gli “autonomi” lavorano talvolta di più, il loro “precariato” è fisiologico, la loro autonomia spesso solo di facciata), non solo quelli dei più bassi gradini esecutivi – uscissero da organizzazioni ormai marcite nel “lungo sonno” di una sedicente democrazia, aperta a subordinazioni ancora più vili che in passato, in specie quando propagandata in modi violenti da “movimenti colorati” guidati dall’estero (da si sa bene chi). Non si seguano soprattutto più quelli che fingono sollecitudine verso i “diseredati”, quelli che parlano della popolazione italiana come fosse per la maggior parte composta da indigenti e morti di fame. Bisogna creare una rete di centri capaci di pensare la politica e non semplicemente la difesa immediata delle condizioni di vita, perfino quando queste sono in effetti dure o comunque in via di peggioramento. Dobbiamo saper guardare al complesso della “strutturazione” della nostra società nazionale, per di più ormai inserita in un mondo in ebollizione che si avvia verso il disordine, di cui sempre meno sapranno farsi carico organismi detti internazionali, i cui singoli membri fingono cooperazione nel mentre cercano di attestarsi su migliori posizioni.

Abbiamo a che fare semplicemente con l’alternativa di restare preda delle manovre dei nostri subdominanti (industrial-finanziari), di cui miserabili politicanti, intellettuali, agenti nei media, ecc. non sanno che essere servi senza dignità; oppure ricostituire questi nuovi centri politici e culturali che guardino appunto alle reali configurazioni sia dei rapporti sociali interni al paese sia di quelli tra i vari paesi nella nuova epoca che avanza. Bisogna uscire, teoricamente e ideologicamente, dalle contrapposizioni antitetico-polari di reciproco sostegno e di chiusura delle coscienze nel cerchio magico di vecchie ideologie ormai sterili: liberismo/keynesismo, libero mercato/statalismo (assistenziale), pubblico/privato, e ovviamente destra/sinistra, ecc. Dobbiamo appoggiare le nostre grandi imprese “pubbliche” non in quanto tali (in altra contingenza, potrebbero andare bene anche management privati) ma perché strategiche e possibile strumento di maggiore autonomia; soltanto però se troveranno lo Stato – ancora una volta non in quanto semplice sistema unitario di apparati “amministrativi”, bensì zona focale della politica come insieme di mosse strategiche atte al conflitto tra formazioni particolari nella nuova fase storica di multipolarismo – quale centro d’emanazione di tali politiche tese all’autonomia in questione.

Bisogna chiamare gli strati lavorativi produttivi a schierarsi contro la grettezza di gruppastri pseudo-politici che dell’ormai stantia routine denominata conflitto capitale/lavoro hanno fatto la loro bandiera per arrivare ad una sostanziale collaborazione, tramite il meschino “gioco delle parti” in cui si esercitano in uno sterile battibecco, con settori capitalistici interessati come loro a forme varie di sostanziale assistenzialismo statale. La schematica, e quasi sempre manichea, divisione dominanti/dominati non corrisponde comunque per niente a quella capitale/lavoro. Vertici confindustriali e apparati sindacali (con il loro esercito di tirapiedi) – assieme a larga parte dell’impiego pubblico e ad altri strati di “ceto medio” (fra cui buona parte di quello sedicente intellettuale e di settori detti culturali) mantenuti da rivoli vari della spesa pubblica – rappresentano una greve e torpida massa di interessi reazionari, che mettono piombo nelle ali di un paese che voglia destreggiarsi in una situazione critica come quella che continuerà a sussistere a causa dell’inizio del “disordine e squilibrio” multipolare.

Quanto alla finanza, essa gioca un ruolo negativo in Italia, ma non certo per considerazioni generali sulle funzioni di tali apparati, considerazioni che sono moneta corrente in tesi ormai invecchiate sulla struttura del sistema capitalistico, pensato quale un tutto unico ed esistente da sempre con le presunte stesse caratteristiche dinamiche. Non mi lancio adesso qui in questo nuovo filone, altrimenti finisco di scrivere chissà quando. E del resto, sono intervenuto più volte in merito, anche in libri, così come sulla ideologica distinzione tra pubblico e privato, tra liberismo e keynesismo, tra destra e sinistra, e via dicendo. Dovremo riprendere tutti questi temi dello sterile antagonismo tra poli che si sostengono vicendevolmente.

Uno dei primi da affrontare sarà quello della contrapposizione tra il presunto “libero mercato” (con corrispondente “elegia” della proprietà privata) e dirigismo statale, implicante la distorsione ideologica secondo cui la proprietà pubblica meglio servirebbe gli interessi comuni di una collettività, invece sempre divisa dagli interessi mai permanentemente componibili di gruppi sociali in più o meno acuto conflitto, fra cui possono aversi solo temporanei (anche lunghi) periodi di compromesso. La società è divisa non secondo l’elementare schema di chi sta in alto e chi sta in basso (qualunque sia la versione presentata, questa divisione è quella ben nota tra ricchi e poveri, adatta al cristianesimo, non ad una teoria della società), bensì semmai in differenti blocchi sociali, ognuno composto da più strati (dunque strutturato in verticale) sotto egemonia e direzione di uno d’essi numericamente minoritario, quand’anche quest’ultimo si presenti nella ideologicamente mascherata forma dell’avanguardia di una classe, anzi della Classe (sottinteso operaia).

Il partito leninista era già, in nuce, un nuovo gruppo dominante (composto trasversalmente da membri originari di diversi ceti sociali stratificati). Ed è stato bene che lo fosse, altrimenti quella rivoluzione, che ha comunque cambiato il mondo (e a mio avviso in meglio, ma qualcuno pensa il contrario e si tenga la sua opinione), sarebbe fallita. Non era però l’inizio della “costruzione del socialismo” (alla fine ci si decise comunque, e molto opportunamente, ad operare in tal senso “in un paese solo”) e tanto meno della transizione al comunismo. I suoi risultati effettivi (non quelli pensati e voluti) si vedono sempre più chiaramente proprio oggi nella nuova fase e nel nuovo scontro policentrico tra potenze assai diverse da quelle che hanno “condotto la storia” nei secoli precedenti.

Ci si sforzi di afferrare e spiegare questa “realtà” che avanza; sempre con la formulazione di ipotesi poiché è su di esse che si fonda ogni conoscenza intenzionata, pur indirettamente, a dar vita ad una pratica adeguata allo stare nel mondo. Essendo tuttavia consapevoli che tale “realtà” non è il reale. Essa è pur sempre la posta di una lotta, poiché anche la pretesa conoscenza si fonda su mosse strategiche ed è sempre un conflitto tra conclusioni tratte da premesse diverse, conformate da concezioni del mondo, punti di vista, prese di posizione, assunzione di interessi, ecc. in reciproca contrapposizione e non componibili. Il preteso reale è una preda che sempre sfugge, zigzaga per sottrarsi alle nostre pretese conoscitive pur da punti di vista differenziati. Il successo nell’afferrarla è sempre provvisorio, e la caccia deve continuamente essere ripresa dopo mutamenti di direzione (e, ancor prima, di appostamenti). In ogni caso, solo il successo, pur temporaneo e parziale (e il cui risultato ultimo è poi diverso da quello creduto in principio), “darà ragione”, espressione da accettare cum grano salis, a “qualcuno”.

E allora, entriamo in competizione per riuscire ad essere questo “qualcuno”. S’inizi la caccia; ma in essa, lo si sappia, si devono formare gruppi di cacciatori in competizione. Credere di poter fare commistione tra questi gruppi è solo indice di totale confusione di idee, è essere convinti di stare imbracciando una doppietta e poi accorgersi che si tratta di un fucilino che spara tappi di sughero. Ognuno ha sue precise premesse e “valori”, pur quando finge la “neutralità”, credendo di espungere dalla scienza ogni traccia di ideologia. Non è vero, si combatte la vecchia che ha ormai condotto lontanissimo dalla preda, ma la nuova direzione intrapresa implica sempre una scelta tra opzioni diverse. Dichiariamo che la nostra è vera mentre le altre sono false. E’ un modo sbrigativo (è però decisivo esserne consapevoli) per dichiarare la nostra convinzione (in realtà è una speranza) di essere noi ad avvicinarci maggiormente alla preda, che poi si allontanerà in un momento (epoca storica) successivo per dar modo ad altri gruppi di cacciatori di provare il gusto della stessa avventura.

Perché di avventura sempre si tratta. Il dogmatico che crede di aver raggiunto definitivamente la realtà, quella proprio reale, è il “complemento ad uno” – l’insensatezza più totale – di chi sta sempre in dubbio e non si decide a cacciare, preferendo discutere semmai di “grandi problemi” che sono solo le sue fantasie di individuo ammalatosi a furia di elucubrare sui destini dell’Umanità (non degli uomini concreti che non è in grado d’incontrare mai, dovesse girare il mondo).

Andiamo avanti, allé.

1 Una volta per tutte, ricordo che il termine è certo dispregiativo, ma non discende da nessun odio particolare. Semplicemente, credo che proprio in senso “tecnico” si debba così chiamare chi cambia casacca, chi abbandona certe concezioni del mondo e valori, compreso il nome che li connotava, senza il briciolo di una valutazione critico-problematica dei motivi di un fallimento e di un loro abbandono per semplice obsolescenza e andamento dei processi storici diverso da quanto presupposto e sperato. Nulla di tutto questo contraddistingue i “miracolati” da “mani pulite”, scelti da ambienti Usa e da vertici confindustriali (Agnelli in testa) per divenire i loro migliori sicari nel perseguire un puro servilismo, che nulla ha a che vedere con la politica. Quindi sono rinnegati e, senza dubbio, meritano il massimo disprezzo.

2 Leggo sul Giornale on line (6 gennaio): “Il titolare del dicastero di via XX Settembre lancia un nuovo allarme sulla situazione dell’economia mondiale in un convegno organizzato dal governo francese: <<La crisi non è finita. E’ come in un videogame, spuntano sempre mostri più forti. E i mercati finanziari attaccano un Paese dopo l’altro>>. Poi rilancia gli Eurobond come <<soluzione politica>>”. Soluzione per nulla positiva fin quando la UE è quello che è oggi, sostanzialmente subordinata al capitalismo centrale, proprio quello che orienta gli attacchi finanziari a paesi vari, ma generalmente europei, per indebolirli, ostacolare i più forti (tipo Germania), facilitando così l’opera degli asserviti organismi comunitari. Queste aggressioni sono fatte passare come opera di organismi internazionali non legati ad alcuna potenza; mentre sono strumenti al servizio di strategie lanciate da centri capitalistici della formazione particolare predominante. In ogni caso, si constata che, a fasi alterne, si è costretti a dichiarare la verità: questa è una crisi di lunga durata legata alla fase multipolare in svolgimento.

3 Da me paragonati non a caso, per darne un’immediata colorazione, ai proprietari di piantagioni di cotone nel sud (confederato) degli Usa, che l’industriale nord dovette annientare per rendere il paese quello che poi divenne. Mi auguro che ci si ricordi di questo paragone più volte fatto (nel blog, nel sito, nel mio Finanza e poteri della Manifestolibri); e non mi si voglia scioccamente obiettare che da noi non sussiste il rapporto antagonistico industria/agricoltura né la schiavitù.

4 Su questo punto si è verificato il fondamentale errore (con “il senno di poi”) dello scienziato Marx, delle cui antiquate elucubrazioni filosofiche (del resto assai limitate e di minor valore rispetto ai grandi filosofi dell’epoca) possiamo fare a meno. Per tale fondamentale pensatore di scienza sociale, il capitalista era semplicemente il proprietario dei mezzi produttivi ed inseguiva il massimo profitto con i metodi del plusvalore (relativo soprattutto), che non sono diversi dal calcolo razionale del “minimo sforzo”. Nel capitalismo di concorrenza, quello più propriamente tipico della fase borghese, il capitalista era ancora il dirigente del processo produttivo, interessato al calcolo in questione per guadagnare questo massimo profitto. Nel capitalismo della grande centralizzazione monopolistica dei capitali, il proprietario veniva soprattutto pensato quale rentier, finanziere, quindi estraneo al processo produttivo, dove si sarebbe ricostituita l’unità di direzione ed esecuzione nel “lavoratore collettivo cooperativo”. Nessun marxista successivo ha capito (a parte l’ex marxista Burnham e credo solo parzialmente) che il vero agente capitalistico era invece divenuto il manager, agente delle strategie; la proprietà poteva esistere o meno, il calcolo economico restava subordinato alle strategie, le manovre finanziarie erano puro strumento delle stesse, ecc. Tutto il quadro teorico ne viene sconvolto da cima a fondo.

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IL BILDERBERG NOMINA IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ITALIANA

DI IDA MAGLI
italianiliberi.it

In un recente passato, che appare però lontanissimo, era stata promessa agli Italiani l’elezione diretta del capo dello Stato. Naturalmente non se n’è fatto nulla. In una cosa sola i nostri governi, quali che siano le loro ideologie e i loro orientamenti politici, sono tutti “montiani”: decisi e rapidissimi soltanto nell’aumentare le tasse. Per tutto il resto tempi biblici in attesa che svanisca anche il ricordo delle promesse fatte. Dunque niente elezione diretta del Presidente. Ma c’è invece chi lo sceglie per noi e senza chiedere il permesso a nessuno: quel Potere che in silenzio ha progettato e imposto l’unificazione europea, che ha progettato e imposto la moneta unica e che continua a presiedere a tutte le vicende più importanti dei singoli Stati i quali obbediscono anch’essi nel più assoluto silenzio.

Sono uomini di cui non conosciamo altro che le facce e i nomi dei loro messi, di quelli mandati a mettere in atto la loro volontà, ma che possiamo riconoscere a colpo sicuro da un solo comune connotato: l’andamento disastroso di tutte le loro imprese, il fallimento di ciò che realizzano.

Di fronte ai nomi ventilati in questi giorni dai giornali come possibili Presidenti: Amato, Prodi, D’Alema, ci potremmo domandare quanti voti avrebbero preso se gli Italiani fossero stati chiamati a votare. Sicuramente nessuno, o quasi. Sono stati già abbondantemente bocciati in precedenza e di conseguenza i loro nomi vengono indicati da un potere estraneo alla democrazia e che li impone esclusivamente in funzione del progetto euro finanziario che deve fare da apripista al governo finanziario mondiale. Non abbiamo sentito fino ad ora reazioni di nessun genere da parte dei politici: davanti al Potere nascosto dietro all’Europa nessuno parla. Abbiamo però già assistito a suo tempo all’esaltazione come Capo dello Stato di Ciampi, entusiasta fautore dell’euro in coppia con l’astutissimo Prodi con il quale ha provveduto a svendere e a spogliare di quasi tutti i suoi beni l’Italia pur di riuscire a farla entrare nello spazio paradisiaco dell’euro. Ne deduciamo che il compenso stabilito sia sempre lo stesso: prima dimostri di essere un servo fedelissimo del Potere finanziario europeo e mondiale, adempiendo al compito che ti è stato assegnato quali che siano le sofferenze e i danni che apporti alla tua patria e ai tuoi concittadini, poi diventi presidente della Repubblica. Lo stesso ragionamento, mutati i compiti e le situazioni, vale per gli altri nomi. La presidenza della repubblica italiana è appaltata al Bilderberg.

Adesso, però, che abbiamo fatto una lunga e dura esperienza della quasi assoluta mancanza d’intelligenza che caratterizza i soci del Bilderberg e i loro emissari, montiani o meno, testimoniata chiaramente dai disastri che seguono alle loro imprese, sarà bene che i politici guardino in faccia la realtà. Anche a voler prescindere dai fatti che abbiamo sotto gli occhi (è di questi giorni il macroscopico pasticcio combinato a Cipro) non sono pochi gli analisti finanziari  che prevedono un possibile crac dell’euro per il secondo trimestre e, se non un crac, delle difficoltà sempre più gravi nella gestione dell’economia in Europa. Sarebbe davvero poco “divertente” trovarsi fresco di nomina a capo della Repubblica e mandare in giro per il mondo a rappresentare gli Italiani proprio uno dei responsabili del crac.

Ida Magli
Fonte: http://www.italianiliberi.it
Link: http://www.italianiliberi.it/Edito13/il-bilderberg-nomina-il-presidente-della-repubblica-italiana.html
21.03.2013

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Maschera e volto della politica italiana

Il ciclo politico iniziatosi con l’”operazione colorata” Mani Pulite si sta per compiere con un colpo di scena più apparente che reale, ovvero con il Governo del Presidente, garante degli interessi dei “mercati” e vera manina d’oltreoceano in versione tricolore, che ha benedetto l’alleanza tra Berlusconi – il “nano malefico” che voleva distruggere l’Europa, secondo l’”Economist” (il settimanale preferito dai “centro-sinistri” che considerano “populista” chiunque non riesca a guadagnare almeno 10000 euro al mese), e che “rappresenta”, in particolare, i propri interessi e quelli dei suoi compagni (e “compagne”) di merende – e Bersani, un politico di seconda categoria, “rappresentante” degli interessi del ceto medio “semicolto”, ma soprattutto di quelli della grande industria (decotta) e della finanza (fellona) tricolori, anche se probabilmente non li “rappresenta” bene come il suo rivale, il “giovane” sindaco di Firenze, quel Renzi che come Nanni Moretti pare sia sempre sul punto di affogare in un barattolo di nutella. Eppure si tratta solo del finale di una commedia dell’assurdo per il “popolo bue”, che evidentemente, dopo oltre vent’anni di teatrino politico di infimo ordine, lo si ritiene talmente rincitrullito da poter fargli ingoiare qualsiasi rospo. Infatti, quel che in realtà sta accadendo (perché in politica, se non sempre, quasi sempre l’apparenza inganna) è non opposto a quel che appare, ma un po’ più complesso di che quel che appare, giacché è l’intero che conta, se si vuol comprendere il senso delle singole parti).

Non vogliamo certo sostenere che l’analisi della situazione in cui si trova il nostro Paese non debba tener conto della suddetta “operazione colorata” che diede origine ad uno nuovo corso politico, “simbolo” del quale si può considerare il noto incontro tra “gentiluomini” (o se si preferisce, il gentlemen’s agreement) a bordo del panfilo Britannia, il 2 giugno 1992. Nondimeno, si deve tener presente che se i mezzi di cui si sono avvalsi e si avvalgano gli strateghi dei centri egemonici euroatlantisti (notare il plurale) sono stati e sono gli “agenti” che rappresentano i diversi gruppi d’interesse “indigeni”, tali “attori politici” (da Berlusconi a D’Alema, da Amato a Prodi e così via), anche se ben remunerati per i loro “servigi”, sono solo “strumenti”(spesso perfino inconsapevoli, esattamente come i gazzettieri al soldo dei diversi gruppi d’interesse in lotta tra di loro) di strategie geopolitiche il cui scopo non lo si deve certo confondere con i mezzi che si usano per raggiungerlo. Non ci vuole molto allora per capire qual è il “fine reale” che tali centri egemonici perseguono con tenacia e coerenza almeno dagli anni Settanta, ma che solo le “mani pulite” della magistratura italiana hanno reso assai meno difficile conseguire. Vediamo brevemente perché.

L’Italia, nel secondo dopoguerra – vuoi per il ruolo di una solida e dinamica impresa pubblica, soprattutto nei settori strategici (Eni, Iri etc.), vuoi per una miriade di intraprendenti piccole e medie imprese, diffuse a macchia di leopardo in buona parte del territorio nazionale, vuoi per la presenza della Chiesa cattolica e di un forte partito comunista, assai ben organizzato e ben radicato nella struttura sociale- era uno Stato a sovranità limitata, ma con caratteristiche tali da renderlo “anomalo” rispetto agli altri Stati occidentali (ossia non conforme alla regola generale, alla norma, alla struttura tipica dell’Occidente), e da permettere alla classe dirigente italiana, o meglio ad alcuni membri di essa, di avere un certa libertà di manovra, anche a livello internazionale. Il tutto reso in qualche modo ancora più significativo dal fatto che la società italiana, pur conoscendo un massiccio fenomeno di migrazione interna negli anni Cinquanta e Sessanta (specialmente dal Sud al Nord, verso il triangolo industriale i cui vertici erano Torino Milano e Genova), era ancora contraddistinta da principi e valori di una cultura plurisecolare (e ancora legata al mondo contadino), e dal fatto che la grande industria a gestione pubblica coesisteva con un capitalismo di tipo sostanzialmente familiare e borghese, ossia con poche grande aziende private (benché assai diverse per quanto concerne il modo di intendere la funzione sociale del capitale, sì che non è un caso che oggi sia ancora presente la Fiat, ma non l’Olivetti). Un capitalismo pertanto differente da quello basato sui funzionari del capitale (e che era presente già da tempo in Occidente), dato che la particolare formazione sociale italiana comportava appunto che la maggior parte dei manager fossero al servizio non tanto del capitale quanto dello Stato, inteso come insieme di apparati coercitivi e ideologici (non necessariamente in senso negativo), in grado di svolgere una funzione pubblica e strategica nettamente distinta da (benché, lo si deve riconoscere, non necessariamente contrapposta a) quella di interessi privati, nazionali o stranieri. Una differenza non da poco sia sul piano politico che su quello economico (Enrico Mattei docet).

D’altronde, a partire dagli anni Settanta, con la fine del Gold Standard, il capitalismo occidentale dovendo far fronte alla crisi geopolitica del centro regolatore mondiale del capitalismo, cioè gli Stati Uniti, seppe reagire con una innovazione strategica (che traeva profitto dalla “rivoluzione tecnologica” nel campo dell’elettronica e in quello dell’informatica), incentrata sulla ridefinizione della potenza statunitense in chiave non solo politico-militare, ma anche in chiave finanziaria, e che doveva obbligare, nel giro di pochi anni, i singoli Stati a dipendere dalle decisioni del “mercato”, sfruttando in primo luogo le “disfunzioni” del Welfare State (clientelismo, assistenzialismo, inefficienza etc.), non allo scopo di “curarlo” ma di liquidarlo definitivamente. Un mutamento quindi che non avrebbe potuto non avere “pesanti” conseguenze per la struttura sociale ed economica italiana, qualora l’Italia non si fosse dotata rapidamente di una nuova “corazza” politico-economica, sfruttando quei margini di manovra di cui ancor godeva. Tuttavia, il sistema politico italiano già reso inefficiente dal diffondersi della corruzione e scosso dalla strategia della tensione, nonché dal terrorismo, rosso e nero, aveva enormi difficoltà a rinnovarsi. Tanto che fu il referendum sul divorzio a mostrare al Pci (che, convinto della necessità di un’alleanza con le masse popolari democristiane, temeva che tale referendum fosse un grave errore) che i tempi stavano cambiando anche in Italia e che il vento dell’Ovest avrebbe soffiato molto più forte, considerando pure le evidenti e non contingenti patologie che affliggevano il sistema sovietico. Cominciò così il lungo cammino del più grande e forte partito comunista occidentale verso Washington. Un percorso non “lineare”, né privo di difficoltà o di incertezze – sia per il caso Moro, sia per contrastare la politica del CAF (Craxi, Andreotti, Forlani), sia per non allarmare troppo la propria “base” – ma che venne a configurasi sempre più chiaramente come un passaggio – accelerato ma non causato dal crollo dell’Unione Sovietica – dall’eurocomunismo all’euroatlantismo.

Ragion per cui, negli anni Ottanta, da un lato, venne completamente a mancare quella spinta ideale che negli anni precedenti, nonostante tutto, era ancora presente anche in certi ambienti politici, non solo di sinistra o cattolici, e a consolidarsi un regime partitocratico imperniato sul (già menzionato) CAF, ma pure sulla partecipazione alla gestione della “cosa pubblica” del Pci mentre continuava la sua ”lunga marcia” verso Ovest. Dall’altro, con la rinuncia al controllo politico del settore strategico nazionale e l’abbandono di un’idea di bene comune (e di giustizia sociale) condivisa da tutti gli strati della popolazione, in particolare dai ceti medio-bassi e popolari, si sancì il definitivo distacco di gran parte della intellighenzia italiana da ogni concezione socialista. Un mutamento di “paradigma” politico-culturale favorito non poco dall’onda lunga del Sessantotto che spazzò via nel medesimo tempo la “vecchia” morale borghese e le strutture sociali e culturali ancora legate al mondo contadino – ma unicamente al fine di “glorificare” una sorta di “fondamentalismo laico e liberista” (assai ben rappresentato dal quotidiano “La Repubblica”) che, in quanto “espressione” di un egualitarismo astratto e formale, “maschera” le reali e sostanziali diseguaglianze sociali ed economiche, promuovendo quella forma di individualismo, secondo cui lo Stato deve essere neutrale rispetto ai valori, mentre si deve lasciare che sia il “mercato” a decidere quali siano i valori fondanti di una società.

Si badi però che ciò non significa che non fosse necessario modernizzare il sistema sociale italiano; anzi è vero l’opposto, giacché la modernizzazione del sistema italiano era ormai inevitabile. Il problema era come modernizzare. Un problema che la classe politica di allora non si pose nemmeno, tranne qualche lodevole eccezione, essendo interessata a chi doveva modernizzare – allorché fu palese, soprattutto dopo il risultato del referendum sul divorzio, che si doveva modernizzare – ma non a come si doveva modernizzare. Epperò, non è assurdo ipotizzare che la necessità di modernizzare il sistema sociale italiano, avrebbe potuto anche dare origine ad un corso politico diverso da quello neoliberista, evitando di svellere quelle “radici culturali” che di fatto erano a fondamento del “particolare sviluppo” del nostro Paese – una questione tutt’altro che irrilevante come dimostra il “fallimento” politico, e non solo politico, di una Unione Europea che, privilegiando una “demenziale” ottica economicistica, non tiene neanche conto delle differenze tra l’area mediterranea e quella baltica). Comunque sia, è innegabile che – allorquando si attuava una ristrutturazione della megamacchina capitalistica occidentale tramite le politiche di deregolamentazione e di liberalizzazione del movimento dei capitali, che rendevano possibile ciò che si suole denominare – assai genericamente – mondializzazione o globalizzazione – “ignorando” il “soggetto (geo)politico che mondializza o globalizza) – la cultura politica italiana, anziché concentrarsi sulla funzione della politica della potenza capitalistica predominante e del conflitto (geo)politico, preferì rivolgere la propria attenzione alla “soggettività”, alla microfisica del potere, all’economia libidinale e così via (una “svolta” le cui coneguenze cominciano a vedersi solo oggi che la finanziarizzazione dell’economia mondiale sta rivelando il suo volto (geo)politico).

Non sorprende quindi che, proprio quando era necessario avere un “classe politica” capace di “giocare la carta” della ”peculiarità” del sistema italiano in un contesto geopolitico del tutto diverso da quello che aveva contrassegnato fino ad allora il secondo dopoguerra, con la vicenda di Mani Pulite si siano venute a creare le condizioni per poter smantellare la nostra unica macchina da guerra che – sebbene non fosse del tutto “gioiosa” e fosse pure da ammodernare – sarebbe stata indubbiamente in grado di difendere l’interesse generale se comandata da abili condottieri. Sicché, si può ritenere che, in un certo senso, la stessa “operazione colorata” Mani Pulite sia stata generata, per così dire, dalla “marcia delle cose” più che dalla volontà dei singoli attori (geo)politici (e con ciò si elimina pure, in radice, qualsiasi “complottismo” da bar dello sport), consentendo ai diversi gruppi politici “locali” (invero bande di mercenari al servizio di potentati stranieri tutti filo-atlantisti) di lottare tra di loro per aggiudicarsi l’“osso migliore”, mentre venivano gettate le fondamenta della nuova Nato e della nuova Unione Europea, (una ”ristrutturazione” assolutamente necessaria dopo il crollo del Muro e la riunificazione della Germania).

Facile dunque comprendere il “fine reale” dei centri egemonici atlantisti adesso che il loro disegno si è quasi completamente realizzato: se la Nato è il braccio violento della legge del “mercato occidentale” e l’Unione Europea, dopo l’introduzione dell’euro (anche allo scopo di saldare la Germania all’Atlantico), è uno zombie geopolitico alla mercé dei “mercati”, lo Stato italiano si è definitivamente (o quasi) trasformato (senza che nessuno dei diversi schieramenti in lotta tra di loro vi si sia mai opposto, al di là di alcuni giri di valzer con Putin e Gheddafi da parte del “nano” – in senso politico, s’intende – di Arcore) in un funzionario del capitale euroatlantista che deve svolgere bene i compiti (assai importanti, al contrario di quanto pensano parecchi italiani “ingenui”) assegnatigli dai “mercati”. D’altra parte, dovrebbe essere manifesto a chiunque che se negli anni Novanta il debito pubblico (cresciuto a dismisura dopo il divorzio tra Bankitalia e Tesoro) fu usato per (s)vendere il nostro settore strategico ai potentati stranieri, ancora una volta i “mercati” possono far leva sul debito pubblico per trarre il massimo profitto dalla situazione originatasi dopo lo tsunami finanziario del 2008 (e costato all’Italia, secondo lo stesso Draghi, il 5% del Pil). Il che per i centri egemonici euroatlantisti e i loro zelanti servitori (politici, gazzettieri e intellettuali) è “cosa buona e giusta”, ma non per quei “molti” ormai quasi del tutto privi di diritti sociali ed economici. Ma anche il teatrino della politica italiana, del resto, non può più nascondere il fatto che il berlusconismo e l’antiberlusconismo sono, in realtà, due “effetti di superficie” della medesima “struttura profonda”.

Naturalmente vi sono molte altre questioni di cui si dovrebbe tener conto per spiegare il rapporto tra siffatta “struttura profonda” ed suoi “effetti di superficie”, passati e presenti. Lo scopo di questa breve nota, tuttavia, è solo quello di mostrare, sia pure a grande linee, alcune delle ragioni (geo)politiche, onde capire meglio la tendenza fondamentale della politica italiana adesso che il nostro Paese si trova nella morsa di una gravissima crisi economica (e la “pressione” dei “mercati” e dei loro “agenti” sui ceti medio-bassi e popolari ha raggiunto livelli intollerabili). Anche noi ci rendiamo però perfettamente conto che un’analisi approfondita non deve limitarsi ad alcune considerazioni a volo d’uccello su una fase storica così difficile e densa di eventi, alcuni dei quali perfino di portata epocale. Sotto questo punto di vista, di “lavoro” ve n’è certo ancora molto da fare, e a maggior ragione lo si deve fare per interpretare bene i “singoli particolari”. Ma non è tanto l’aspetto meramente storico che rileva e nemmeno (anche se può sembrare blasfemo considerando la crisi che colpisce milioni di italiani) quello meramente economico, quanto piuttosto evidenziare i lineamenti fondamentali della strategia di quei “centri di potenza” che hanno messo in ginocchio lo Stato italiano trasformandolo in un funzionario del capitale euroatlantista. Sarebbe dunque necessario liberarsi al più presto di schemi concettuali obsoleti e/o “politicamente corretti”, nonché di ogni forma di economicismo, marxista o liberista che sia, e ciò proprio per interpretare correttamente il rapporto tra il Politico – inteso come funzione strategica per “regolare” i conflitti tra (sub)dominanti o tra (sub)dominanti e “dominati” – e l’Economico (secondo la “lezione” di Gianfranco La Grassa, i cui scritti sono di gran lunga i migliori su questo delicato argomento). Vale a dire che è essenziale comprendere la funzione dello Stato alla luce della supremazia del Politico, giacché oggi più che mai la vera “posta in gioco” è la (ri)conquista dello Stato, se si vuole delineare una prospettiva opposta a quella dell’euroatlantismo, sia sotto il profilo (geo)politico che sotto quello culturale e socio-economico.

Fabio Falchi
Fonte: www.eurasia-rivista.org
Link: http://www.eurasia-rivista.org/maschera-e-volto-della-politica-italiana/19317/
28.04.2013

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