29 aprile 2013 | Autore

Lo Stato deve creare il denaro di cui necessitiamo esercitando la Sovranità monetaria senza indebitarsi con la BCE

Perché è importante

In Italia esiste una legge che da anni giace inapplicata, ingiustamente temuta da tutti i politici che se ne tengono alla larga, la Legge 28 dicembre 2005, n. 262.
Questa legge all’Art. 19 comma 10, recita testualmente:
Con regolamento da adottare ai sensi dell’articolo 17 della legge 23 agosto 1988, n. 400, è ridefinito l’assetto proprietario della Banca d’Italia, e sono disciplinate le modalità di trasferimento, entro tre anni dalla data di entrata in vigore della presente legge, delle quote di partecipazione al capitale della Banca d’Italia in possesso di soggetti diversi dallo Stato o da altri enti pubblici.
La semplice attuazione di questa legge permetterebbe allo Stato italiano di recuperare la Sovranità monetaria, lo Stato è Sovrano (art 1 costituzione) di rientrare in possesso della Banca d’Italia e della sua moneta nazionale, di essere debitore verso la sua Banca Centrale come Giappone e Cina e di garantire un Reddito di cittadinanza senza creare debito verso nessuno.

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Nel totale vuoto legislativo, in cui non si riesce a formare un Governo in Italia (30 marzo 2013) alla vigilia della Pasqua, ecco cosa accade sotto i nostri occhi:

Un golpe istituzionale?

Napolitano sta attuando un golpe istituzionale ? Non si dimette ma non dà a nessuno l’incarico di formare un nuovo governo, lascia in carica il governo Monti ad libitum e forma due “gruppi ristretti” di persone scelte non si sa da chi e con quale legittimazione che elaboreranno proposte di legge. La domanda quindi sorge spontanea: il Parlamento cosa sta a fare? Perchè abbiamo votato?

Nato, Napolitano firma Dpr per rinuncia giurisdizione

Roma, 30 mar. – La Gazzetta Ufficiale odierna pubblica il Dpr, firmato dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, sul regolamento che consente all’Italia di rinunciare alla giurisdizione per i procedimenti penali che riguardano militari della Nato. Il Dpr entrera’ in vigore domani e assegna al ministro della Giustizia la facolta’ di richiedere all’autorita’ giudiziaria di rinunciare ‘al diritto di priorita’ nell’esercizio della giurisdizione’. Tale richiesta – si legge nel Dpr – ‘puo’ essere fatta in ogni stato e grado del procedimento fino al passaggio in giudicato della sentenza. Il giudice, accertata l’esistenza delle condizioni previste dalla legge per l’ammissibilita’ e la validita’ della rinuncia, dichiara con sentenza la rinunzia al diritto di priorita’ nell’esercizio della giurisdizione.

http://www.repubblica.it/ultimora/24ore/nato-napolitano-firma-dpr-per-rinuncia-giurisdizione/news-dettaglio/4324041

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Per approfontimenti: Blu Notte di Carlo Lucarelli

postato da Gianluca Freda  in Blogghete!! (14/11/2010)

Articolo di Maurizio Barozzi (prima parte)

Intrigo Internazionale: un libro fondamentale ma da “integrare”

<<”Intrigo Internazionale” un libro di importanza fondamentale per comprendere lo stragismo, ma se preso alla lettera, rischia di essere dispersivo e fare confusione>>

13 Novembre 2010

Nel giugno scorso, per i tipi della Chiarelettere Editore è uscito un importantissimo e fondamentale libro che nell’affrontare la storia della strategia della tensione, delle stragi e del terrorismo rosso o presunto “nero”, esce fuori dai soliti schemi stereotipati e falsi per i quali dietro questi avvenimenti ci sarebbero stati “servizi deviati” e “massonerie deviate” e altre stupidaggini simili.

Con “Intrigo internazionale”, infatti, dell’ex magistrato Rosario Priore, per oltre trent’anni al centro di inchieste ed istruttorie giudiziarie su questi versanti, e del giornalista scrittore Giovanni Fasanella, già autore di alcuni lavori in merito ai segreti di Stato, ecc., si è finalmente affrontato il problema di anni di stragismo con un ottica interpretativa più consona e veritiera, ovvero quella che lo vede dipendere e scaturire, per lo più da intrighi ed interessi internazionali, nei quali l’Italia, paese situato in un delicato contesto geopolitico (area mediterranea e attigua a quella mediorientale, interessi petroliferi, ecc.) e in una difficile situazione storica (gli accordi di Jalta con la subordinazione del nostro paese agli Stati Uniti, i rapporti con l’Unione Sovietica e altri paesi d’oltre cortina, le mire anglo francesi su la nostra penisola, ecc.), ha dovuto subire trame e strategie disegnate fuori dei nostri confini.

Come vedremo, però, se da una parte le tesi e le interpretazioni avanzate dal giudice Priore sono importanti e decisamente di un livello più veritiero rispetto alle solite tiritere su le Stragi di Stato, i Servizi deviati, e così via, tutte interpretazioni queste, più che altro di comodo e di convenienza politica che, come è noto, non hanno mai portato a scoprire la verità e mandare in galera mandanti ed esecutori di inaudite stragi, da un altra parte rischiano di deviare dall’interpretazione esatta di quegli eventi per sconfinare in una confusione di responsabilità internazionali che, invece, non sono, non possono essere poste tutte su lo stesso piano.

In “Intrigo internazionale”, un libro scritto sotto forma di domande – intervista poste dal giornalista Fasanella e relative risposte del magistrato, semplificando, possiamo dire che si viene giustamente a sostenere che il nostro paese, collocato in una posizione geografica e strategica geocentrica e delicatissima è stato per molti anni vittima di una “guerra non dichiarata” in conseguenza degli interessi per l’egemonia nel mediterraneo, per il controllo delle fonti energetiche nel settore nord africano e mediorientale e per i riflessi delle guerre arabo – israeliane e israelo – palestinesi nel medioriente.  Ipotesi questa da condividere totalmente.

Per il magistrato l’esito giudiziario delle stragi: “è stato condizionato da certe interpretazioni che hanno nuociuto moltissimo al lavoro investigativo di polizia e magistratura. Si tratta di stragi dalla matrice ancora incerta. E la stessa cosa mi sentirei di dirla, andando avanti negli anni, per la strage alla stazione di Bologna dell’agosto 1980 e per la tragedia di Ustica”.

E ancora, proprio su la cosiddetta tesi dei “Servizi deviati”, il giudice Priore viene a fare un altra importante precisazione:

Occorre una volta per tutte prendere le distanze anche da questa categoria interpretativa. Un servizio ‘totalmente’ deviato, come pure hanno sostenuto diverse inchieste costituirebbe una ‘patologia gravissima nell’organizzazione di uno Stato democratico… Perchè se fosse stato vero, avrebbe comportato una scissione totale tra potere politico e apparati, con un servizio completamente distaccato dalla linea del governo se non addirittura operante contro lo stesso governo. E non era così”.

Parole queste di un ex “addetto ai lavori” che affossano per sempre le vecchie e strumentali interpretazioni sullo stragismo.

Secondo il magistrato, invece, proprio gli aspetti strategici nell’aerea mediterranea e il problema del petrolio,  avrebbero messo l’Italia in rotta di collisione con gli interessi anglo francesi, soprattutto in conseguenza del colpo di stato del settembre 1969 in Libia del colonnello Gheddafi, un golpe che rovesciò la monarchia filo britannica di Re Idris ed  estromise gli inglesi dall’ex “scatolone di sabbia”. A quanto pare il colonnello libico era salito al potere con un colpo di stato progettato, nei mesi precedenti, proprio in Italia e con un non indifferente aiuto del nostro paese che ebbe poi a sostenerlo, dietro le quinte, nei periodi successivi.

Considerando le date in cui si svolsero questi avvenimenti e considerato il fatto che il Golpe di Gheddafi ebbe la conseguenza di rafforzare, di fatto, la posizione italiana nel mediterraneo, il giudice Priore adombra il sospetto e qualcosa di più, che ci fu una reazione britannica.

A suo parere quindi si potrebbe ipotizzare, ma purtroppo non provare, che la  strage di Piazza Fontana, la strategia della tensione ad essa collegata (termine, al tempo, non a caso coniato dalla stampa inglese), e forse anche i tentativi di colpo di stato in Italia attorno al 1976 per fermare l’ascesa al governo del Pci, furono la conseguenza di quegli avvenimenti.

Insomma gli anglo francesi, soprattutto i primi con i loro servizi M15 e M16, geopoliticamente nostri nemici storici fin dai tempi precedenti il secolo scorso, furono il “terzo giocatore” che si inserì nella cruenta partita che si giocava sul nostro territorio e che già vedeva in atto gli interessi della Nato in concorrenza con quelli sovietici e dei paesi del patto di Varsavia, sopratutto la Cecoslovacchia e la Germania est con il suo servizio segreto della Stasi.

Interessante l’excursus storico ricostruito dal magistrato che indirettamente conferma come la geopolitica euro asiatica di Mussolini, sostanzialmente antibritannica, in definitiva rispondeva ai nostri immutabili interessi geopolitici, tanto che anche nel dopoguerra, i regimi successivi, furono influenzati da quei progetti e costretti a ripercorre quelle stesse strade geopolitiche anche se con tattiche, metodi e strategie, più soft e completamente diverse.

Si immagini quindi quali poterono essere i risultati di questa “partita” giocata a più mani sul nostro suolo. Per Priore, infatti, esistono più contesti sul piano internazionale che hanno influito sulle nostre vicende interne e quindi, in definitiva, egli dice:

“Le grandi stragi compiute in Italia non sono opera di bande di ragazzi, ma grandi operazioni progettate nelle capitali di paesi che avevano interessi a tenerci sotto scacco”.

Ed ancora: “Da Piazza Fontana in poi nessuna delle grandi stragi compiute in Italia è mai stata rivendicata, nemmeno quelle dei primi anni novanta attribuite alla mafia. Quindi c’è una nuova categoria interpretativa da introdurre è, semmai, proprio quella delle ‘stragi silenti’. Episodi la cui comprensione sfugge a chiunque. Tranne, ovviamente, agli autori e i destinatari del messaggio”

Il magistrato, nelle sue risposte a Fasanella, illustra quindi una miriade di particolari, di riscontri come egli dice, spesso purtroppo non provabili sul piano giudiziario, di ipotesi e di esperienze personali, ai quali si può sostanzialmente dare credito, ma a nostro avviso occorre integrarli con una analisi più esaustiva del problema, un analisi che faccia emergere con evidenza quelli che furono i veri ispiratori dello stragismo e del terrorismo, da quelli che, più che altro, ne furono invece dei comprimari o comunque elementi di secondo piano.

Se non  si procede in questo modo si rischia di annacquare l’interpretazione di quegli avvenimenti in una confusione e in una spartizione di responsabilità tra Cia, Mossad, Kgb, Stasi, servizi anglo francesi, ecc., che invece  non sono tutte su lo stesso piano.

Ed è qui che ci permettiamo, sia pure modestamente, di abbozzare alcune “correzioni” o forse sarebbe meglio dire integrazioni al libro di Fasanella e Priori.

Intanto, a nostro avviso, bisogna dire che in Italia il lungo periodo stragista non è certamente uniforme ovvero non risponde ad una sola ed unica strategia di grande portata.

Come già ebbe ad intuire, pur senza poterlo dimostrare, Pier Paolo Pasolini :

<<Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi opposte fasi, della tensione: una prima fase anticomunista, Milano 1969, e una seconda fase antifascista, Brescia e Bologna 1974… (intende la strage dell’Italicus, n.d.r.). Io so i nomi di un gruppo di potenti, che con l’aiuto della CIA…”.

In sintesi nel nostro paese, collocato in una posizione geocentrica estremamente delicata, di fatto una vera portaerei naturale nel mediterraneo, si dispiegò una strategia via via sempre più cruenta che parte dalle prime forme di violenza e contestazione che presero corpo agli inizi della seconda metà degli anni ’60 e sfociò nelle bombe del 12 dicembre 1969.

Una strategia tipica della “guerra non ortodossa” di matrice atlantica e statunitense, non inglese, che negli anni ‘60, nel nostro paese, venne fatta camminare, dietro il paravento dell’anticomunismo e con le gambe di ambienti reazionari e conservatori legati e gestiti in qualche modo dai nostri Servizi, a loro volta subordinati, per diktat, accordi segreti e protocolli aggiuntivi, alle centrali di Intelligence occidentali e della Nato.

In seguito, una volta avviata, sparso il sangue, la “politica delle stragi e del terrorismo” camminò anche con altre “gambe” e le stesse organizzazioni di destra vennero buttate a mare (Usa & getta) se non in galera.

Ma oltretutto, a parte le strutture segrete della Gladio in mano statunitense, in base agli accordi Nato, il nostro servizio di sicurezza e di Intelligence era tenuto a passare notizie e ricevere istruzioni da una centrale apposita della Cia alle dirette dipendenze del Presidente degli Stati Uniti. Inoltre gli accordi segreti della Nato prevedevano l’istituzione degli Uspa (Uffici Sicurezza Patto Atlantico) alle dipendenze del capo servizio segreto militare presso il nostro Ministero Difesa, preposti anche a rilasciare i Nos (nulla osta di sicurezza) in accordo con la Nato. Figurarsi se gli americani lasciavano terreno libero agli inglesi in Italia.

Certamente la strage di Piazza Fontana, che può definirsi la madre di tutte le stragi, da quel momento cambiò radicalmente il modo di fare politica e di praticare la violenza sul nostro territorio, oramai divenuto terreno di scontro di vari ed opposti interessi internazionali.

E’ ovvio quindi che da Piazza Fontana in poi in tanti parteciparono al ballo degli attentati, e ogni paese che aveva qualche interesse rispetto al nostro ci mise il suo zampino

Ma a nostro avviso, da un certo punto in poi, a lato di questi interessi geopolitici, vi fu anche una sottile strategia “ideologica”, intesa a spostare il nostro paese dalla sua cultura borghese e cattolica e le sue strutture statali, di sicurezza e sociali che ancora vedevano in auge personaggi con  vecchie mentalità conservatrici, quindi una strategia che mirava a cambiamenti “modernisti”, neoradicali e progressisti onde adeguare l’Italia alle grandi democrazie occidentali.

Era evidente, infatti, che le bombe, da quel certo punto in poi, pur tinteggiate di matrice “nera”, in realtà erano utili proprio a quello spostamento progressista di tutta la società italiana. Al contempo il terrorismo brigatista, Ustica e Bologna nel 1980, ecc., potevano invece rientrare in quegli scenari di guerra internazionale, tratteggiati anche dal giudice Priore.

Dunque l’interpretazione di quegli eventi e di quel periodo storico è alquanto complessa e abbisogna di chiavi di lettura particolarmente attente.

A nostro avviso, a differenza della tesi principale del magistrato, tutto questo non nasce dai soli interessi petroliferi e quindi dalla situazione creatasi nel nord Africa con il golpe di Gheddafi.

Tra l’altro, esponendo l’ipotesi che il colpo di stato di Gheddafi a Tripoli forse determinò l’intervento inglese contro l’Italia, fino ad arrivare a Piazza Fontana, il magistrato puntella questa ipotesi con un altro sospetto: il principe Junio Valerio Borghese, chiamato in causa per l’organizzazione della strage, viene ritenuto (ricorda Priore) dalla storiografia di destra (?), come un uomo legato ai servizi britannici.

Questa supposizione, però, ci sembra completamente errata. Borghese, infatti, venne tratto in salvo, nel dopo liberazione, dall’Oss di J. Jesus Angleton e furono gli americani a gestirlo in qualche modo fin dal suo periodo di prigionia, tanto è vero che nel 1947 si riscontrano uomini di Borghese in Sicilia ad operare a pro degli statunitensi e quindi in concorrenza degli inglesi a cui proprio in quegli anni venne definitivamente sottratto dagli Usa il controllo del nostro paese. A quei tempi poi, ex ufficiali della X Mas collaborarono anche con il nascente stato di Israele. Infine se ci proiettiamo agli anni che stiamo prendendo in esame, troviamo che nelle trame del  subdolo “Golpe Borghese” del dicembre 1970, c’era la Cia, non i servizi inglesi.

Comunque sia, non siamo certo noi a ridimensionare i contrasti e i dispetti che fin dalla fine della guerra si crearono a seguito del passaggio dell’Italia dall’egemonia inglese a quella statunitense, oppure della enorme importanza del controllo delle fonti energetiche, che già condannò a morte Enrico Mattei, ma questi semmai possono essere degli elementi per una analisi di geopolitica generale proiettata nel tempo e sul piano storico dove si riscontra come la posizione geografica dell’Italia e il petrolio sono la costante che ha determinato e condizionato la storia del nostro paese.

Il riscontro delle trame e dei servizi inglesi, come di quelli dei paesi del Patto di Varsavia, possono  anche essere degli elementi “aggiuntivi” nel calderone esplosivo della strategia della tensione ovvero la classica benzina gettata su fuoco.

Ma nello specifico di quella “strategia”, invece, tutto nasce dalla delicata situazione che venne a crearsi nel sud Europa e nel mediterraneo in conseguenza della guerra arabo israeliana ovvero l’aggressione sionista all’Egitto e alla Siria che dal 5 giugno 1967 diede vita alla famosa guerra dei “sei giorni”. Una aggressione da tempo progettata a Washington e Tel Aviv e che doveva consentire ad Israele di rapinare territori altrui da sempre agognati e di raggiungere uno stato strategico di definitiva sicurezza nei propri confini.

Il periodo antecedente e susseguente alla “guerra dei sei giorni” è la chiave di volta interpretativa del perchè nel nostro paese si ritenne opportuno applicare le strategie, made Cia, della “guerra non ortodossa”.

Fu proprio in prospettiva di quella guerra, infatti, con la relativa situazione esplosiva che si sarebbe inevitabilmente creata nel mediterraneo (con il pericolo che i sovietici potessero in qualche modo approfittarne per insinuarsi nell’area) che gli Stati Uniti, supporto neppure troppo nascosto alle mire belliche sioniste, intesero premunirsi, soprattutto in virtù del fatto che dal 1966 la Francia di De Gaulle era uscita dalla struttura militare della Nato.

In Italia, più o meno già dal 1965, si era  iniziato a gettare le basi per la guerra non ortodossa, uno stato di tensione estrema continuo fatto di infiltrazioni e gestione di movimenti cosiddetti eversivi (altra strategia americana detta Chaos), incrudimento delle violenze studentesche e sociali in atto nel paese e dal 1967 anche un crescendo di attentati sempre più cruenti.

Tutti questi riferimenti si riscontrano facilmente quando si va a considerare che ad aprile del 1967, gli americani pilotarono il famoso golpe dei colonnelli in Grecia, un intervento necessario per avere la certezza che quel paese, molto importante per la Nato e con una situazione politica in ebollizione (si prevedeva una vittoria delle sinistre alle prossime elezioni), potesse garantire, nell’imminente situazione di emergenza, il ruolo che gli era stato assegnato nella Nato.

Lo stesso pericolo di scollamenti dalla collocazione atlantica lo si poteva paventare in Italia a seguito della cronica crisi dei governi di centro sinistra, della presenza del più forte partito comunista europeo, e di un agguerrito fronte sindacale che in quegli anni post boom economico rendevano caotica ed esplosiva anche la situazione sociale.

Insomma, in vista e poi in conseguenza della crisi aperta dalla “guerra dei sei giorni”, occorreva assolutamente evitare che in Italia potessero sorgere iniziative governative che mostrassero una certa autonomia sul piano internazionale (come già era accaduto con quelle di Mattei) e che invece, a tutti i costi, il nostro paese rimanesse ingessato e ancorato indissolubilmente ai suoi impegni Nato. Non essendo possibile in Italia, paese molto più evoluto della Grecia, un golpe risolutivo, la strategia della guerra non ortodossa doveva creare quello stato di insicurezza e di terrore con il fine di “destabilizzare per stabilizzare” la situazione del paese, ovvero ricattare, terrorizzare e tenere sotto pressione i governi e le iniziative politiche affinché non ci fossero “sorprese” e  l’ingessamento italiano nella Nato restasse stabile e sicuro.

by Gianluca Freda (14/11/2010 – 21:03)

Articolo di Maurizio Barozzi (seconda parte)

Le origini e le cause della “strategia della tensione” vanno ricercate in questo contesto internazionale, politico e militare e tutto il resto che pur prese successivamente o contestualmente ad aggiungersi (petrolio, Libia, ecc.)  passa in secondo piano. Come di secondaria importanza, sono i dispetti e le ritorsioni dei britannici, evidentemente indispettiti, le cui centrali di Intelligence attraverso la stampa (l‘Obeserver), a cavallo della strage di Piazza Fontana, presero a indicare nel “partito americano”, cioè nel presidente Saragat in particolare, smanioso di gestire uno “stato di emergenza”, come gli artefici della strategia della tensione e a sua volta Saragat rispose insinuando invece uno zampino inglese.

Superata, infatti, questa crisi strategica della Nato nel mediterraneo, più o meno dopo quella strana guerra detta del Kippur del 1973, nella quale Israele oramai poteva dirsi strategicamente al sicuro, morto De Gaulle e successivamente con il Watergate del 1974 in America, cambiati i rapporti di forza dell’amministrazione americana, cambiarono anche le strategie e venne, seppure in parte, ma non del tutto, accantonata la “guerra non ortodossa”.

Ora però in Italia, non solo presero a scontrarsi molteplici ed eterogenei interessi di ordine internazionale, contrapposizioni di Servizi di ogni colore, ma come accennato, tendenzialmente si cercò di perpetuare un “terrorismo” che potesse modificare, come in effetti modificò, tutta la struttura sociale e culturale del paese in senso progressista.

Da Brescia in poi, bomba dietro bomba, strage dietro strage, dietro le etichette di un fantomatico “terrorismo nero” l’Italia venne radicalmente sconvolta nelle sue culture e lo stesso Pci ne ottenne evidenti benefici tanto da arrivare a sfiorare la maggioranza elettorale.

La prospettiva di un Compromesso storico Dc – Pci, infine, palesatasi dal 1975 in avanti, determinò altri e diversi pericoli per la stabilità degli accordi di Jalta, ma anche il “pericolo” per chi aveva interesse a mantenere insicuro il nostro paese, che l’incontro di grandi masse contadine e operaie organizzate nel Pci e nei sindacati, e altrettante masse e realtà industriali con riferimenti nella Democrazia Cristiana, raggiungendo un accordo di governo, potessero dar vita ad una stabilità di potere che a tutti i costi in Italia, interessi straneri volevano evitare.

Un ricercatore storico impegnato a decifrare il periodo stragista, riscontra sicuramente la presenza di interessi e volontà straniere ed il fatto che tutto nasce fuori dai nostri confini, ma al contempo non può che osservare anche alcune evidenze alquanto inquietanti.

Tra le tante ne citiamo due: chi progettò di far esplodere le bombe del 12 dicembre 1969 a Roma e Milano, precedute  da tutto un gran daffare di infiltrazioni, provocazioni e criminalizzazioni degli ambienti anarchici e dal forte stato di tensione di un precedente autunno caldo nei rinnovi contrattuali, sapeva benissimo che i morti e i feriti che ne scaturivano sarebbero stati addebitati ai “rossi”, agli anarchici appunto. E questo diciamo che è oramai dato per scontato un po’ da tutti.

Ma analogamente chi ideò di porre una bomba a Brescia il 24 maggio 1974 ad un comizio sindacale antifascista, era ben conscio che morti e feriti sarebbero stati addebitati alla destra neofascista, visto che oramai da tempo erano in corso tutta una serie di inchieste, procedimenti giudiziari, arresti e così via nell’ambito dell’estremismo di destra da più parti ritenuto responsabile per Piazza Fontana, e soprattutto dopo che pochi giorni prima un ragazzo della destra neofascista Silvio Ferrari, proprio a Brescia, era saltato per aria a causa dell’esplosivo che trasportava.

Quindi dietro allo stragismo c’era “anche” un disegno ideologico ben preciso e ci sarebbe piaciuto che Rosario Priore, oltre a cogliere gli “intrighi internazionali” avesse colto anche questo importante aspetto di quel triste periodo storico.

E’ quindi evidente, al di là dei singoli avvenimenti più o meno spontanei o provocati o fatto in modo che degenerassero, delle bombe che presero a esplodere, dapprima dimostrative poi assassine, del crescendo degli episodi di violenza del 1967 /’68, a seguire con le bombe della primavera estate del 1969, dette “della fiera campionaria” e “sui treni”, per arrivare a Piazza Fontana, Brescia, l’Italicus, ecc., che dietro tutto questo c’era una strategia sottile, una “mano” che tirava certi fili, che cercava di conseguire determinati risultati o nel migliore dei casi, di sfruttare e incanalare per i suoi scopi certi avvenimenti.

E che questa “mano” fosse straniera non ci sono dubbi, visto che oltretutto Piazza Fontana, dai cui morti si innescherà poi tutto il resto, è conseguenza di una crisi internazionale nel mediterraneo e vista la collocazione coloniale del nostro paese che, come già accennato, a seguito del diktat impostoci con la fine della guerra, e  per tutta una serie di accordi, protocolli e intese successive, vede i suoi più alti vertici militari e quelli delle strutture di intelligence, di fatto subordinati nel sistema Nato.

Se un alto esponente del Sid, quale il generale Gianadelio Maletti, che durante il suo operato da numero due del Sid, era ritenuto tra l’altro “amico” del Mossad israeliano, nel corso di una intervista rilasciata il 4 agosto del 2000 da Johannesburg (ripresa anche in un importante libro – intervista della Aliberti Editore “Piazza Fontana Noi sapevamo”), affermò esplicitamente che la CIA, attraverso la strumentalizzazione di ambienti di destra, aveva giocato un certo ruolo nello stragismo, tanto che il giornale La Repubblica, sottotitolò quell’intervista “La Cia dietro quelle bombe”, e se questo viene messo in relazione a tanti altri elementi emersi nel corso delle inchieste giudiziarie, tra cui soprattutto quelli del giudice Guido Salvini, nelle quali emersero certi collegamenti e certi traffici che risalivano alle  basi americane in Veneto ed elementi di destra, la genesi della strategia della tensione comincia a ricomporsi.

Possiamo quindi dire che si può sottoscrivere in pieno quanto fece capire, nei suo ultimi anni Francesco Cossiga, un uomo che ha ricoperto quasi tutte le più alte cariche dello Stato e molti lo hanno anche visto come uno degli uomini politici più addentro ai “Servizi” e persino intento a pilotare, in sintonia con Andreotti, in “un certo modo” le insulse e inefficaci  indagini sul rapimento di Aldo Moro. In pratica Cossiga, chissà forse per scaricarsi la coscienza, ha fatto capire che la strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 è attribuibile agli americani; che la strage di Ustica del 27 giugno 1980, fu provocata da un aereo militare francese; che il nostro aereo “Argo”, nel novembre del 1973, a Porto Marghera, fu fatto esplodere in volo dagli israeliani (ritorsione con l’Italia per la liberazione dei palestinesi di Fiumicino).

Niente di “clamoroso”, visto che tutto questo lo si evince da più parti e dimostra che interessi internazionali e contingenti e altri di natura “ideologica” perpetuarono per anni lo stragismo in Italia, ma dimostra anche che al centro delle strategie che portarono a questi avvenimenti c’erano principalmente le centrali di Intelligence occidentali.

Successivamente, con gli anni ’70, il terrorismo brigatista, volente o nolente, rispose pienamente a queste esigenze “straniere” e su questo aspetto il libro del giudice Priore ne tratteggia i molti intrecci, con i servizi segreti dell’Est, le forniture di armi dai palestinesi e soprattutto la famosa scuola di lingue Hyperion con il suo Superclan (influente sulle brigate rosse morettiane) a Parigi, protetto dai servizi francesi.

Anche qui però, en passant, vorremmo far notare come i francesi, sia i governi di Giscard d’Estaing che soprattutto quelli ancor più massonici di Mitterand, mai avrebbero appoggiato per lungo tempo strutture para terroriste, in contatto anche con ambienti della guerriglia palestinese e mediorientali e dato protezione alla latitanza di tanti terroristi di sinistra, se non fossero stati più che certi che queste attività non avrebbero nuociuto ad Israele, anzi…

Il magistrato, passando a considerare gli “anni di piombo, periodo a cui dedica quasi tutte le sue risposte a Fasanella e che poi è proprio quello che conosce meglio avendoci lavorato come magistrato, nel  cogliere gli innumerevoli nessi che legavano il terrorismo rosso alla Raf, quindi ai servizi della Stasi della Germania orientale, le forniture di armi che costoro si procuravano dalla Cecoslovacchia e dai palestinesi, ecc., indirettamente da l’impressione di tendere invece a minimizzare il ruolo del Mossad israeliano (e anche quello della Cia).

Eppure almeno una piccola osservazione dubitativa poteva essere formulata nel considerare che il fondatore e per anni direttore della Stasi era stato quel Markus Wolf, figlio del fisico scrittore ebreo Friedrich Wolf e fratello del regista Konrad Wolf. Non vogliamo fare del razzismo, ma in base a tante altre coincidenze ed evidenze storiche la domanda se questo super agente segreto sia sempre stato fedele al comunismo e basta oppure era anche un poco “sensibile” alle sorti dell’ebraismo e di Israele, non è poi così tanto peregrina e potrebbe cambiare i veri scopi per i quali la Stasi manteneva contatti con le organizzazioni della guerriglia palestinese e con il terrorismo di sinistra.

Considerando, infatti, gli “agganci” del servizio segreto israeliano verso il terrorismo rosso (sappiamo per certo che già nei primi anni ’70 gli israeliani contattarono le prime Br di Curcio e Franceschini proponendo aiuti), Priore nel considerare gli scopi di queste “attività” dei sionisti, pone la questione sul dubitativo, ma a suo avviso l’ingerenza israeliana forse era più che altro di tipo “informativo” e di convenienza e semmai il Mossad apparirebbe tutto al più interessato a che si perpetuassero certe attività brigatiste, per destabilizzare l’Italia ed avere, secondo il magistrato, dagli Usa la palma di nazione affidabile nell’area mediterranea – mediorientale.

In questo non siamo completamente d’accordo con lui, intanto perchè dobbiamo dire che l’interesse israeliano ad essere privilegiato dagli USA quale partner principale in quest’area, era del tutto secondario, essendo pressoché scontati e mai posti in dubbio gli stretti rapporti e interessi Usa – Israele.

Se poi invece andiamo a considerare molti particolari, che qui non abbiamo lo spazio per elencare tutti, ma per esempio: dai sospetti di una presenza del Mossad nell’operazione Moro, così come a quelli di sostegno alla Raf tedesca (condizionata quindi non solo dalla Stasi), dal fatto che dietro  l’Hyperion agiva  un Superclan a livello europeo che apparentemente strumentalizzava il terrorismo eversivo in mezza Europa, ma in realtà, con l’ispirazione di certe insensate attività eversive e  attentati, fungeva da elemento stabilizzatore di Jalta, ci accorgiamo che il ruolo del Mossad andrebbe quantomeno meglio riconsiderato.

Non a caso, nel Superclan all’ombra della scuola di lingue di Parigi, a cui il magistrato dà giustamente la dovuta importanza rispetto al suo elaborare strategie del terrore e condizionare l’area della sinistra antagonista e quella armata, si riscontra la mano dei servizi contrapposti dell’est e dell’ovest e persino l’ombra del servizio segreto del Vaticano: tutte intelligence, impegnate in attività di varia natura, ma sostanzialmente finalizzate a operare e vigilare che la spartizione dell’Europa stabilita a Jalta non venisse messa in discussione.

A prima vista, per fare un esempio, potrebbe sembrare assurdo che il potente e planetario servizio segreto statunitense, la Cia, fosse dietro una struttura preposta a progettare e ispirare attentati soprattutto contro persone, uffici e caserme americane o della Nato o di paesi alleati.

Ed invece, se solo applichiamo il classico cui prodest, ci accorgiamo che  anche queste strategie, per così dire “autolesioniste”, potevano essere indirettamente funzionali al controllo geopolitico del continente. Intanto questi servizi segreti occidentali sapevano benissimo che, per quanto vasti e cruenti potessero essere gli attentati anti americani e anti Nato, militarmente erano pressoché insignificanti, ma sapevano anche che indirettamente potevano contribuire a mantenere le nazioni e i governi europei in un clima di continua tensione e spesso di caos interno, favorendo così quella instabilità politica utile ad impedire ai governanti europei di intraprendere politiche o iniziative tendenzialmente autonome e divergenti dalla loro sottomissione stabilità a Jalta. Una sottomissione imposta a tutto il continente nel 1945, ma che con il passare degli anni, per le naturali e inevitabili  dinamiche storiche si sarebbe potuta in qualche modo allentare. Ed infine, dietro la facciata di queste azioni terroristiche, non a caso venivano ad essere spesso eliminati personaggi affatto scomodi proprio per la stabilità di Jalta (vedi Moro) o per certi interessi dell’Alta Finanza (vedi Schleyer).

Per ragionare in quest’ottica bisogna avere una profonda esperienza di relazioni internazionali e di realtà geopolitiche, oltre che ad una certa elasticità mentale.  Occorre, infatti, partire dal presupposto vero e sacrosanto che gli accordi di Jalta avevano una funzione strategica (sia pure temporale, perdurarono infatti quasi 45 anni), mentre tutti i dissidi, anche cruenti causati dalla divisione del mondo in due blocchi apparentemente contrapposti e sfociati in anni di guerra fredda e guerre di servizi segreti, avevano una caratteristica sostanzialmente “tattica”, ovvero quella di reagire, anticipare o prevenire a ogni tentativo del blocco opposto di allargare la sua influenza rispetto a quanto stabilito da quegli accordi o in conseguenza dei cambiamenti scaturiti dalla naturale dinamica geopolitica degli avvenimenti storici.

Quindi il vero substrato di Jalta era la “coesistenza pacifica”, lo scambio segreto di “piaceri” e informazioni ad alto livello che garantiva agli Usa e all’Urss il mantenimento dello status quo.

Lo stesso giudice Priore osserva giustamente, che i paesi del Patto di Varsavia sapevano bene che gli assetti e la spartizione geografico – politica stabilita a Jalta era immutabile ed infatti mai si è verificato che un paese di uno schieramento sia poi passato dall’altra parte, però poi il magistrato non ne trae la giusta conseguenza quella ovvero che  le attività e le rivalità dei servizi segreti dei paesi comunisti contrapposti a quelli occidentali avevano altri scopi e interessi che non quelli di conquistare al proprio blocco un paese dell’altro schieramento.

Questo ovviamente non toglie che al contempo le due superpotenze fossero anche obbligatoriamente costrette a farsi  le scarpe a vicenda, a farsi la guerra per interposta persona o a praticare la guerra delle spie.

Quando, tanto per fare un esempio, andiamo a riscontrare, come il testo del giudice Priore spesso ci ricorda, che nell’operazione Moro, ma non solo, partendo dalle Br vi troviamo tracce della Raf, quindi della Stasi, quindi del Kgb (per esempio la presenza del famoso “studente russo” Sergheij Sokolov che gironzolò attorno a Moro fin al giorno precedente il rapimento del presidente democristiano), non dobbiamo arrivare alla affrettata deduzione che Moro venne rapito e quindi eliminato dietro direttive dei sovietici perchè il suo “Compromesso storico” rischiava di mettere in crisi la politica di Mosca sulla “sovranità limitata” e il suo ruolo guida nei paesi oltrecortina.

In realtà, più semplicemente, accadeva che “anche” i sovietici, che avevano un occhio e forse una mano, dentro le Br, vi giocarono una loro parte ed avevano un loro interesse (anche perchè altrimenti vi si sarebbero opposti), alla eliminazione di Moro, ma tutta quell’operazione, costruita e consumata in un paese della Nato, era principalmente funzionale alle strategie occidentali e quindi si deve dedurne che l’ispirazione e il controllo definitivo di quella operazione nasceva dalle strategie occidentali, rispondeva principalmente ai loro interessi. Che poi per attuarsi e dispiegarsi materialmente doveva  passare dalle Br, una organizzazione comunista armata che attingeva armi ed altro anche e soprattutto, direttamente o indirettamente che sia, da intelligence dei paesi dell’Est ed aveva per tramite un “centro” particolare come il Superclan dell’Hyperion è un altro discorso.

Per tornare all’Hyperion si riscontra anche il fatto che, tanto per fare un esempio, in quel superlan come disse Alberto Francescini, uno dei capi storici della BR, vi operava anche Duccio Berio, ovvero:

…il braccio destro di Simioni, suo padre era un famoso medico ebreo milanese a suo dire legato ai servizi segreti israeliani. Berio, tra l’altro, era anche il genero di Alberto Malagugini esponente di primo piano del vecchio PCI. Ho quasi la certezza che il canale attraverso cui fummo contattati (le Br, dagli israeliani, n.d.r.) passava per questa persona”.

Ma oltretutto, come pur osserva lo stesso magistrato, il Mossad poteva all’occorrenza servirsi dell’apporto di molti correligionari della diaspora, e nei movimenti di sinistra, aggiungiamo noi e del resto lo dice anche Priore,  attivisti e leader ebrei abbondavano assai.

In definitiva poi, particolare decisivo,  se consideriamo che tutto questo trafficare e operare, con il tempo, non ha portato affatto all’indebolimento di Israele, ma alla sua abnorme crescita politica e militare, tanto dal diventare oggi una superpotenza dotata persino di arsenale nucleare, dobbiamo dedurne che, alla fin fine, tutto andava a vantaggio degli interessi dei sionisti e statunitensi, mentre gli altri paesi interessati (quelli dell’Est), ebbero certamente un loro ruolo, finalizzato ai propri scopi, certo non indifferente, ma sicuramente secondario.

La ricostruzione del terrorismo brigatista e delle sue possibili strumentalizzazioni, così come tratteggiata dal magistrato, invece, dà più che altro l’impressione di ingigantire il ruolo dei servizi segreti dei paesi dell’Est, interessati a far fallire i progetti di Compromesso storico di Berlinguer (e Moro) esiziali per la politica sovietica.

Se questo è pur vero, a nostro avviso però, non ha la stessa incidenza degli interessi occidentali affinchè il Compromesso storico abbia a fallire (Kissinger), che in Italia non nasca un governo forte e duraturo, che la politica di Moro, una politica di equidistanza e prudenza rispetto allo scontro che stava divampando anche sul territorio europeo tra israeliani e palestinesi, era particolarmente indigesta allo stato ebraico, e così via. A questo proposito sarebbe anche stato il caso di accennare all’infame attentato del novembre 1973 contro l’aereo  Argo 16 utilizzato dai nostri Servizi e fatto esplodere sul cielo di Porto Marghera e da tutti messo in relazione ad una forma di ritorsione per la liberazione dei palestinesi arrestati per l’attentato di Fiumicino alle linee aeree israeliane.

Il giudice Priore sottolinea i rapporti tra Br e Raf tedesca, e sostiene che dietro la Raf  come altri gruppi simili per esempio il “movimento 2 giugno”, vi era la Stasi. I riscontri che la sua attività di magistrato gli ha fatto scoprire non presentano dubbi.

Ma è pur ero che da tempo è stato rilevato come la Raf, dicesi molto più delle Br, era anche influenzata dalla intelligence israeliana e se poi andiamo a vedere bene a chi poteva giovare il terrorismo di queste organizzazioni  tedesche troviamo che forse era più funzionale alle strategie occidentali e solo in parte a quelle dei paesi dell’Est. Per lo stesso rapimento dell’industriale Martin Schleyer, molto simile per le oscure finalità che lo determinarono, per la tecnica usata nel rapimento e per la fine cruenta dell’ostaggio, non pochi osservatori hanno fatto notare che se c’era qualcuno che ne veniva forse avvantaggiato questo era un certo circuito d’alta finanza in Germania.

Potremmo sbagliarci, ma avvertiamo nel testo un (involontario?) “ridimensionamento”, circa il ruolo e la presenza della Cia e del Mossad negli anni di piombo. Strutture di Intelligence queste che sono state le “vere” vincitrici negli avvenimenti storici successivi che portarono alla “caduta del muro” (1989) e all’implosione e disintegrazione di tutti gli stati dell’Est Europa, Russia compresa.

Chi legge il libro di Fasanella e Priore, invece, e non è bene informato su tutto il resto, potrebbe trarne la errata considerazione che in questi “intrighi internazionali” Cia, Mossad, M16, Kgb, Stasi, Palestinesi, ecc., ebbero più o meno le stesse responsabilità nella strategia della tensione e nel terrorismo, quando è vero invece che tutti erano presenti e inzupparono il loro “biscotto”, ma alcuni tirarono i fili dei loro burattini più degli altri e soprattutto ne colsero i frutti molto più degli altri.

Il Fasanella, per fare un esempio, nella introduzione al libro ricorda quando il giudice Priore con il collega Ferdinando Imposimato fecero dei sopraluoghi notturni ed in incognito nei pressi di via Caetani dove era stato ritrovato il cadavere di Moro. Il giorno dopo, ricorda il giornalista, i magistrati trovarono le foto di quella loro ricognizione nelle proprie cassette delle lettere. Una evidente minaccia e un avvertimento a non proseguire in quelle indagini.

Ma il giornalista omette di specificare o comunque di dire chiaramente, che quelle ricognizioni avvennero nel ghetto ebraico, alla ricerca di covi brigatisti, di cui uno si era già trovato in via Sant’Elena e quindi, se di intimidazione trattavasi, non poteva che ipotizzarsi che era finalizzata a tenere nascosta l’ubicazione dell’ultima prigione di Moro e di altre basi brigatiste, sospettate nel ghetto, una zona ben controllata dal Mossad.

Ma anche il giudice Priore fa una affermazione infelice, che lascia trasparire come egli quando esprime osservazioni verso Israele tenda ad andarci con i piedi di piombo.

Ad un  certo punto, infatti, egli afferma quanto segue: “Il dato dal quale non si può prescindere è la particolare situazione di quello stato (Israele, n.d.r.), circondato da nazioni arabe ostili, che vogliono distruggerlo fisicamente…”.

Una affermazione questa apparentemente realistica, ma fuorviante perchè dimentica letteralmente il particolare che “quello stato”, circondato da nazioni arabe ostili, fin dalla sua nascita nel 1948, già segnata da sconfinamenti e stragi, espulsioni di residenti e villaggi conquistati a fil di spada e nel corso di altre innumerevoli guerre e aggressioni, ha allargato a dismisura i suoi confini, più che quadruplicando la sua estensione geografica e provocato l’espulsione di popolazioni scacciate dalle proprie abitazioni con operazioni (vedi anche oggi quanto accada a Gaza) da vera e propria “pulizia etnica”.

Semmai il magistrato avesse voluto sottolineare che Israele era costretto a vivere in condizioni di costante vigilanza armata, avrebbe dovuto almeno aggiungere che tutto questo era in conseguenza della sua politica guerrafondaia e di rapina. Anzi, visto che “quelle nazioni arabe confinanti e ostili” (vedi il Libano) erano loro a dover temere aggressioni, Israele doveva considerarsi più carnefice che vittima.

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Grandi Opere
Terrorismo nel mondo MONDO IN FIAMME
  La bomba dell’estremismo islamico.
  Le  lotte cruente dei
  movimenti di  liberazione.
  Il terrorismo di Stato
LE STRAGI
8 massacri.
 150 morti
 39 processi
 15 anni di misteri
LE STRAGI
I FATTI DI GENOVA I FATTI DI GENOVA
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 Qualcosa è cambiato.
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IL '68
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 Il partito del Golpe
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IL GOLPE BORGHESE
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IL CASO SINDONA
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LE STRAGI DEL 1993
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 1945 – 1950: il  banditismo in Sicilia.
 L’infanzia dello  stragismo.
Il bandito Giuliano

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Italia: 90 testate atomiche sotto i nostri piedi

Giovedì, 28 Marzo 2013 17:11

Italia: 90 testate atomiche sotto i nostri piedi
Le bombe nelle basi Usa di Ghedi Torre (Brescia) e Aviano (Pordenone). Silenzio assoluto sugli arsenali. Un accordo americano copre tutto. di Fabrizio Di Ernesto.

Per ben due volte nell’arco degli ultimi 15 anni, milioni di italiani si sono recati alle urne per dire no alla possibilità, per il nostro Paese, di sviluppare e produrre energia nucleare per scopi civili.
Questi stessi italiani però, forse, non sanno che possediamo un verso e proprio arsenale nucleare.
La cosa appare assurda e paradossale considerando che nel 1975 Roma ha sottoscritto il Trattato di non proliferazione nucleare, eppure sul nostro suolo si trovano poco meno di un centinaio di testate atomiche. Per l’esattezza sono 90 le bombe di questo tipo stipate, poco più della metà di queste ovvero 50, nella base Usa di Aviano nei pressi di Pordenone, mentre le restanti si trovano custodite nella base statunitense di Ghedi Torre nel bresciano.
Tecnicamente parlando si tratta di armi tattiche, di potenza e gittata minore rispetto a quelle strategiche quindi, denominate B61; queste sono bombe gravitazionali che per essere utilizzate devono essere lanciate da aerei appositi, o almeno compatibili, attualmente potrebbero essere lanciate solo dagli F16 o dai Tornado; hanno una potenza che varia, a secondo del tipo e della grandezza essendone state costruite almeno tre diversi tipi, da 0,3 a 170 chilotoni che se utilizzate genererebbero una distruzione 900 volte superiore a quella prodotta su Nagasaki o Hiroshima.

Un altro articolo selezionato per il progetto “Merito mio”
Nelle basi per 3 anni
A breve, all’incirca nel 2016, queste testate lasceranno l’Italia, o meglio lasceranno il posto a nuove bombe, più maneggevoli e moderne; in modo molto lento infatti sarà avviato lo smantellamento di questi ordigni e la sostituzione con le nuove testate nucleari, realizzate secondo gli ultimi progetti approvati dal Pentagono, che però non saranno pronte prima del 2019.
Nello specifico questi nuovi ordigni avranno una maggiore precisione e ridurranno il fallout radioattivo conseguente all’esplosione, mentre la carica nucleare verrà riutilizzata, con una potenza massima nell’ordine dei 50 chilotoni.
Nel frattempo inoltre inizieranno gli addestramenti di nuove truppe specializzate capaci di utilizzare questi ordigni, in Italia hanno queste facoltà solamente i militari statunitensi di stanza a Ghedi o Aviano, mentre ai nostri soldati non è concesso l’uso di questi mezzi, anche se la clausola della “doppia chiave” contenuta in alcuni documenti tra le parti prevede la possibilità che queste bombe siano utilizzate anche dalle nostre forze armate, ma solo dopo che gli Usa ne abbiano deciso l’impiego.

Omertà Ovviamente i politici italiani non hanno mai ammesso o confermato la presenza di queste bombe nel BelPaese ma sono stati gli stessi Usa a confermarla in più di una occasione.

Già l’11 luglio 1986, pur nel silenzio generale, alcune agenzie di stampa ribatterono una notizia apparsa sul Washington post in cui si riferiva che il Pentagono aveva appena annunciato il Piano WS3 il quale prevedeva che in 25 diverse basi americane sparse per il mondo, tra cui quelle italiane di Ghedi, Aviano e Rimini, sarebbero stati dislocati bombardieri atomici ed ordigni nucleari non più sotto gli hangar dei bombardieri, bensì all’interno di speciali rifugi.
Una nuova conferma arrivò nel 2005 quando la declassificazione di un rapporto statunitense sulle armi nucleari americane in Europa accertò la presenza nel vecchio continente di circa 400 testate nucleari, 90 delle quali custodite in Italia.
Altra conferma importante quelle giunta alcuni anni fa da parte Robert Norris, uno studioso del Natural resources defense council di Washington, che dopo aver esaminato alcuni documenti ufficiali del Pentagono confermò la presenza di queste bombe in Italia, quantificandole però in una trentina, la maggior parte delle quali custodite ad Aviano.
Inquietante però quanto aggiunto subito dopo dal ricercatore.
Questi infatti disse che quasi tutta la parte riguardante il nostro Paese era stata cancellata; lui e i suoi colleghi avrebbero ricostruito gli “omissis” del documento principale utilizzando altre fonti e analizzando nel minimo dettaglio tutte le tabelle allegate al foglio più importante.
Accordo Italia-Usa
Ma quando, come e perché queste armi sono arrivate in Italia?
I primi ordigni giunsero nel 1957 anche se già dalla fine dell’anno precedente i militari statunitensi di stanza nello Stivale erano equipaggiati con missili Corporal e Honest John su cui vennero montate testate nucleari tattiche da impiegare, in caso di attacco sovietico, contro i carri dell’Armata rossa.
Negli anni ’60 e ’70 vennero dispiegati altri tipi di missili, mortai da otto pollici per il lancio di ordigni nucleari, e bombe atomiche di profondità destinate agli aerei della base di Sigonella per la caccia di sottomarini sovietici nel Mediterraneo.
Successivamente sono arrivate le bombe attualmente stipate tra Ghedi e Aviano.
Gli Usa hanno portato in Italia questo tipo di armamenti grazie all’accordo bilaterale denominato Stone Ax; una prima versione di questo fu siglato negli anni ’50; successivamente tra il 2003 ed il 2004 ne dovrebbe essere stata sottoscritta una nuova versione, figlia del clima post 11 settembre, che tra le principali innovazioni prevedrebbe periodiche revisioni e conseguenti aggiornamenti. Per quanto riguarda l’accordo tra Italia ed Usa purtroppo il condizionale è d’obbligo visto che nessun patto in tal senso è mai stato sottoposto a voto parlamentare e che le uniche informazioni che si hanno le dobbiamo ad alcuni ricercatori statunitensi, come ad esempio William Arkin, un ex analista d’intelligence per l’esercito americano, che hanno diffuso tramite libri e ricerche le informazioni in loro possesso.

Fonte: http://www.lanotiziagiornale.it/novanta-testate-atomiche-sotto-i-nostri-piedi/

http://italian.irib.ir/notizie/politica5/item/123244-italia-90-testate-atomiche-sotto-i-nostri-piedi

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L’idea di Democrazia che muove l’Unione Europea

Che le opinioni del popolo, quando siano ragionevoli e mature, debbano dirigere la condotta di coloro a cui ha affidato i suoi affari, è ciò che risulta naturalmente dallo stabilimento di una Costituzione repubblicana; ma i principi repubblicani non esigono affatto che ci si lasci impressionare dal minimo vento delle passioni popolari, né che si debba obbedire a tutti gli impulsi momentanei che la massa può ricevere dalla mano artificiosa di coloro che ne accarezzano i pregiudiziper tradirne gli interessi. Il popolo generalmente non desidera altro che il bene pubblico, questo è vero; ma sbaglia spesso nel cercarlo. (…)

Quando i veri interessi del popolo sono contrari ai suoi desideri, il dovere di quelli che esso ha posto alla guida dei suoi interessi è di combattere l’errore di cui esso è momentaneamente vittima, per dargli tempo di riconoscersi e di vedere le cose a sangue freddo. Ed è avvenuto più di una volta che il popolo, salvato così dalle fatali conseguenze dei suoi errori, abbia voluto elevare monumenti a uomini che avevano avuto il coraggio di dispiacergli per servirlo.

Alexander Hamilton, Federalist Paper n. 71. Citato in La Democrazia in Europa, di Monti e Goulard, a pp. 38. (C.M.)

Fonte: http://il-main-stream.blogspot.it/
Link: http://il-main-stream.blogspot.it/2013/03/lidea-di-democrazia-che-muove-lunione.html
28.03.2013

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Un secondo colpo di Stato in Italia e il “teatrino” può continuare

approfondisci su Nicoletta Forcheri Un secondo colpo di Stato in Italia e il “teatrino” può continuare

Domenica, 31 Marzo 2013 12:48

di Mauro Indelicato. Dunque, l’Italia da oggi è retta da un consiglio di saggi; se in nottata le lancette degli orologi sono andate avanti di un’ora per effetto dell’ora legale, quelle della storia invece vanno indietro di parecchio tempo. Di fatto, ci manca soltanto che il Presidente Napolitano nomini un cavallo Senatore e torniamo dritti dritti ai tempi della dinastia Giulio – Claudia nei primi anni di impero Romano.

L’effetto immediato che l’insediamento che questi “saggi” avranno, consisterà nel dare all’attuale governo Monti una legittimazione a non essere un governo uscente dedito a gestire meramente l’ordinaria amministrazione, ma un governo con pieni poteri, coadiuvato dai dieci personaggi che secondo Napolitano dovrebbero individuare le riforme istituzionali ed economiche adeguate per risollevare le sorti di un Paese sempre più nel ridicolo.

Leggendo bene la situazione, sembra trattarsi di un vero e proprio colpo di Stato: non è bastato quello del 17 novembre 2011, quando si è spodestato un governo Berlusconi certamente discutibile ma espressione legittima della volontà elettorale degli italiani, per mettere il fedel Monti a palazzo Chigi, adesso la troika europea ci riprova e, nonostante un meno che mediocre risultato della lista di Monti alle elezioni, ha fatto in modo che l’ex di Goldman Sachs restasse al timone e gestisca senza particolari limiti la transizione.

La sensazione che si ha, è che tutto era stato già deciso: si è dato vita al teatrino delle consultazioni, si è fatto in modo che PD, PDL e M5S, le tra maggiori forze politiche, non trovassero accordi, o meglio, che non li cercassero affatto, dopodiché per screditare l’esito del voto, con la scusa dello stallo politico, si è tirata fuori una soluzione mai adottata, di stampo medievale da un lato e molto simile ai politburi sovietici dall’altro e soprattutto, come detto prima, che permette al maggiore servitore italiano della Troika di restare a galla a Palazzo Chigi, in modo che si possa quantomeno gestire la transizione verso l’elezione del nuovo presidente della Repubblica.

Da ieri sera, si può ben dire, la democrazia in Italia, quella poca che ne era rimasta, è ufficialmente stata bloccata e sospesa: scorrendo poi i nomi dei dieci saggi, sembra quasi di vivere all’interno di una gigantesca burla e che da un momento all’altro qualcuno vada in tv a dire “tranquilli, era solo uno scherzo”.

Violante, Quagliarello, Mauro, sono solo alcuni dei nomi che rappresentano il peggio della prima e seconda repubblica e che adesso faranno da spalla al governo voluto dall’Europa, che non a caso è tra le prime a “complimentarsi” con Napolitano per il presunto “coraggio” dimostrato nella scelta.

In realtà, la troika e chi per lei, ha visto una brutta aria nel paese, ha notato come l’austerity ha fatto precipitare il consenso a Monti ed in generale ai filo – europeisti e non poteva permettersi di avere un governo capitanato o comunque solo appoggiato da uno tra Grillo o Berlusconi ed ecco che, con il buon viatico dello stallo da superare a tutti i costi, si è imposto un consiglio di saggi.

Il quadro che esce fuori, è quello di un’Italia umiliata e vilipesa, oltre che presa in giro, in cui mentre la gente patisce sempre di più la fame e la povertà, un manipolo di “saggi” sembra divertirsi nel far affiorare giorno dopo giorno debolezze e ridicolaggini di quello che un tempo era definito il “bel Paese.”

Fonte: http://www.ilfarosulmondo.it/wp/?p=13194

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Ecco il vostro paladino chi è. Casaleggio e il pensiero massonico

– di Roberto Dal Bosco –

Chi è Casaleggio? In cosa crede? A cosa si ispirano le sue complicate teorie? Esistono dei legami con la massoneria? Nel giorno in cui Panorama lancia la sua inchiesta sul guru di M5S La Nuova Bussola dà la sua interpretazione.
Chi è davvero Gianroberto Casaleggio? Quali segreti nasconde nella sua vita trascorsa il «guru» informatico di Beppe Grillo? In che cosa crede? Un’approfondita inchiesta, cui il settimanale Panorama dedica la copertina del numero in edicoladomani, giovedì 28 marzo, rivela nei dettagli un Casaleggio del tutto inedito: le due mogli, i due figli, le case, l’auto… Particolarmente interessanti sono i rapporti di Casaleggio con Giuliano Di Bernardo, già gran maestro del Grande oriente d’Italia e fondatore della Gran loggia regolare, massima autorità sulla e nella massoneria italiana. Con Panorama Di Bernardo sottolinea il comune sentire che lo lega a Casaleggio: «La sua visione e la mia sono molto simili» dice Di Bernardo.
Ancora una volta, torniamo a Gaia, l’oramai famoso video programmatico della Casaleggio Associati sul futuro dell’umanità. Qui, come ribadito più volte, si prefigura una guerra totale con l’Est del mondo, dove – secondo il guru – internet non è libera. Una guerra, precisa la clip, che sarà batteriologica.
In risultato di questa si avrà la riduzione della popolazione terrestre a un miliardo appena di persone, che quindi saranno per forza di cose portate a realizzare finalmente la democrazia elettronica e quindi la pace perpetua, in un nuovo Eden sostenuto dall’intelligenza informatica collettiva: evento, che, come riportato in un articolo precedente, accadrà al centesimo compleanno del guru Gianroberto Casaleggio.
Quando si tratta di Casaleggio, fate sempre attenzione ai numeri: quel miliardo di sopravvissuti di cui si parla nel video, non è una cifra a caso, buttata lì per dare un effetto di shock a questo racconto fantascientifico. È un numero preciso.
L’ultima volta che il mondo contava una simile cifra di viventi, fu a fine Settecento, periodo in cui nacquero i lumi e le democrazie create dalla Rivoluzione Americana e soprattutto Francese (secondo la battuta di un popolare comico calvo, il Settecento è anche l’epoca da cui viene la capigliatura del Casaleggio). Far rientrare la popolazione totale ad un miliardo di persone è la meta di moltissimo del pensiero antinatalista dell’ultimo mezzo secolo. Basti pensare a John Holdren, fisico che è stato advisor scientifico di Clinton e che tuttora lo è di Obama: in Ecoscience, un suo saggio scritto nel 1977 con l’entomologo inventore della teoria della “bomba demografica” Paul Ehrlich, Holdren discute delle soluzioni per la futura sovrappopolazione, indicando come buone opzioni l’aborto forzato e la sterilizzazione coatta, ottenuta diffondendo sostanze sterilizzanti nell’acqua di rubinetto.
Holdren, come Casaleggio e Grillo, ha anche lui delle visioni catastrofiche per il futuro: nel 2020 un cambiamento climatico – ovviamente prodotto dall’uomo – che porterà una nuova era glaciale ucciderà almeno un miliardo di persone. Per quanto le teorie di Holdren siano tuttora ascoltate in ambienti governativi di altissimo livello, è con probabilità un’altra la genealogia dell’idea supercastrofica del guru a 5 stelle. Chi ha seguito il gran finale della campagna di Grillo avrà notato che Grillo, al presentarlo, ha tirato in ballo – in una goffa excusatio non petita – le accuse rivolte a Casaleggio su una sua affiliazione con la mega-banca J.P. Morgan, la quale è concretamente connessa con la Casaleggio Associati attraverso la società Enamics.
Ebbene, la J.P. Morgan Chase altro non è che un ramo della multinazionale Rockefeller Group. La questione non è da poco, perché ad oggi, tra i fautori principali delle teorie di “limiti dello sviluppo” e della necessità della depopolazione (da cui poi sono derivati ecologismo, veganesimo, teorie della “sostenibilità” etc.) vi sono stati, gradualmente in modo sempre più aperto, i Rockefeller.
«L’impatto negativo della crescita della popolazione nel nostro ecosistema sta diventando terribilmente evidente» dice in un video reperibile su YouTube David Rockefeller, le cui fortune, peraltro, venivano essenzialmente dal petrolio.
I Rockefeller, con l’aiuto degli Agnelli furono grandi finanziatori del misterioso torinese Aurelio Peccei, uomo dalle molte entrature in Europa e nelle Americhe. Il Peccei, introdottosi nella cultura della sovrappopolazione, ebbe ad esprimersi sul tema in modo non esattamente “filantropico”: «perché dovrei preoccuparmi del fatto di quanti muoiono? Anche la Bibbia Cristiana dice: perché mai Dio dovrebbe preoccuparsi di lui. Per me gli uomini non sono altro che un cervello ad una estremità e una fabbrica di merda dall’altra».
Con questa bella lucidità, Peccei istituì a fine anni Sessanta Club di Roma, il think thank dei potenti della terra (ne fanno oggi parte la Regina Beatrice d’Olanda, Javier Solana, Mikhail Gorbachev, e moltissimi altri) che commissionò al prestigioso Massachusetts Institute of Technology lo studio chiamato Limits to Growth (1972), documento da cui sfociarono tutte le teorie della decrescita egli ecologismi aggressivi che sono ora lo sfondo naturale del magma grillino.
Il Club di Roma, tuttora attivo e che anzi ha raddoppiato con l’istituzione del TT30 (la sezione giovanile del consesso), nella sua publicazione Goals For Mankind (1977) affermava che «l’ideale sostenibile della popolazione è più di 500 milioni di individui, ma meno di un miliardo». Ecco trovata la quota di umanità che Casaleggio vuol trovare dopo la guerra totale tra l’Occidente con internet libero e l’Oriente cattivo. Un numero che Casaleggio può avere origliato con le sue frequentazione con i poteri fortissimi – i clienti di Enamics – o dal socio della Casaleggio Assocciati Enrico Sassoon, uomo della Camera di Commercio americana in Italia nonché membro dell’Aspen Institute, che ricordiamo, è un’organizzazione finanziata dalla Carnegie Foundation, dalla Ford Foundation e – sorpresa – dal Rockefeller Brothers Fund.
Ricordiamo, en passant, che i Rockefeller furono anche i primi generosi finanziatori di Margaret Sanger, la creatrice di Planned Parenthood: ossia l’ente che promuove ed effettua materialmente l’aborto a livello mondiale.
Il denatalismo di Casaleggio è però ancora più estremo, perché per arrivare al fine della decrescita umana scavalca persino la contraccezione e l’infanticidio e immagina direttamente l’eliminazione della maggior parte dell’umanità per via della guerra batteriologica: anche questa non è una idea originale, origliabile in quegli ambienti di cui abbiamo scritto più sopra.
Vale la pena di andarsi a rileggere Lord Bertrand Russel (con Aldous Huxley, un frequentatore di molte conventicole affini alle sopracitate) che ne L’impatto della scienza sulla società (1951) scriveva:
«Tempi oscuri necessitano di mezzi straordinari (…) Nel presente la popolazione mondiale sta aumentando di 58.000 unità al giorno. La guerra, al momento, non ha avuto un grande effetto su questa crescita, che è continuata attraverso le guerre mondiali (…) la guerra rispetto a questo è stata deludente (…) forse la guerra batteriologica può provare di essere più effettiva. Se una Morte Nera potesse spargersi per il mondo una volta ad ogni generazione, i sopravvissuti potrebbero procreare liberamente senza rendere il mondo troppo pieno (…) questo stato delle cose può essere spiacevole, ma che dire? Le persone con un alta mente sono indifferenti alla sofferenza, specialmente quella degli altri».
Voilà, vediamo più nitidamente da dove deriva il sogno bellico-batterico di cui parla il fondatore del Movimento 5 Stelle, voilà la base mostruosamente oligarchica ed elitista che ne informa l’ideologia: la Guida della Rivoluzione, l’uomo superiore, deve essere insensibile alle sofferenza dei miliardi di uomini, che vanno eliminati per assicurare il proprio ideale di equilibrio del pianeta. Siamo all’esatto contrario dell’uomo che si sacrifica per il suo prossimo, che prende su di sé il dolore dell’altro e il proprio, come da fondamento cristiano; al contempo non siamo invece molto distanti dalle fantasie – poi diventate pratiche – di un Hitler o di un Pol Pot. Si tratta, per chiamarle con il loro nome, di teorie genocide.
È quindi urgente denunciare come allla base del M5S vi sia una cultura realmente anti-umana, ostile alla dignità della persona, alla Vita, nel modo più tetro ed assoluto. Si tratta di dire, e con forza, che il Movimento 5 Stelle è concretamente una proiezione politica della Cultura della Morte: forse, a livello mondiale, è la sua realizzazione parlamentare più boriosa e disinibita, in cui i deliri di annientamento dell’uomo sono oscenamente slatentizzati.

(cercate anche okpor, per capire meglio)

www.losai.eu

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Il “Grande Gioco”. Il mezzo secolo di intrecci tra massoneria deviata, mafia e servizi segreti deviati che ha sconvolto l’Italia

di Gea Ceccarelli
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All’inizio del ‘900, circa un milione di siciliani abbandonò le proprie terre per trasferirsi negli States, in special modo a New York, città che, già dal 1870, era legata a Palermo grazie al commercio di agrumi. In mezzo alle centinaia di migliaia di emigranti, vi furono molti “uomini d’onore” che nella Grande Mela trovarono terreno fertile per le proprie attività delinquenziali; in particolar modo il traffico dei prodotti commerciali divenne una prerogativa italiana, le banchine dei porti di New York parlavano siciliano.
Per decenni Cosa Nostra in America regnò indisturbata, il gangsterismo si configurò come una potenza occulta e feroce, in rapida crescita, mentre, in Sicilia, le famiglie d’onore venivano tartassate dal regime di Mussolini e vivevano in uno stato di profonda crisi in concomitanza della Seconda Guerra Mondiale. E proprio in questo contesto vi fu il primo vero e documentato approccio del governo americano alla mafia.
Il 9 febbraio 1942, infatti, un ex transatlantico trasformato in unità di trasporto truppe, la Normandie, prese misteriosamente fuoco e si capovolse alle foci dell’Hudson. Subito si pensò che si fosse trattato di un sabotaggio e i primi ad essere additati come colpevoli furono gli italo-americani di New York. Per far luce sull’incidente, dunque, la Marina degli Stati Uniti decise di entrare in contatto con la mafia che controllava i docks del porto. Così, su raccomandazione di due boss, Joseph Socks Lanza e Meyer “Little Man” Lansky, gli ufficiali dell’US Navy contattarono Charles Lucky Luciano, già in carcere. Lui, considerato il padre moderno del crimine organizzato, primo boss ufficiale della famiglia Genovese, dall’alto del suo potere, era in grado di cambiare le sorti della guerra.

E così, spinto dal patriottismo e dalla solidarietà verso i “cugini” mafiosi siciliani, vessati da Mussolini, Luciano decise di collaborare con le autorità e fece in modo che i porti newyorkesi si schierassero dalla parte degli Alleati.
Un aiuto incredibile, grazie cui gli americani si resero effettivamente conto di quanto fosse importante avere dalla propria parte la mafia. Per questo, durante la preparazione dell’Operazione Husky, decisero di rivolgersi nuovamente a Luciano, stavolta tramite l’Oss, l’Office of Strategic Service, precursore della più nota Cia. Luciano, in cambio della grazia, mise in moto una serie di trattative che si videro compiute il 10 luglio del 1943, quando gli americani sbarcarono sulla costa sud della Sicilia. Lì trovarono un terreno favorevole per l’occupazione, proprio grazie alle famiglie mafiose contattate da Cosa Nostra Americana.

Nel frattempo, l’agente Max Corvo, diretto referente di Allen Dulles, alto funzionario dell’Oss, formò un’unità militare denominata “the mafia circle”, grazie alle raccomandazioni di Luciano: tra i contatti “celebri” si contavano personalità quali il boss Vito Genovese e i finanzieri Michele Sindona e Licio Gelli.
Grazie al loro contributo, i servizi segreti americani riuscirono a raggiungere le prigioni siciliane e liberarono circa 850 mafiosi per arruolarli. Una volta terminata la guerra, nella sola provincia di Palermo, almeno 62 di essi vennero nominati sindaci.
Il legame con Luciano, nello spaccato della Seconda Guerra Mondiale, non fu certo l’unico ambiguo, per Dulles. Nello stesso periodo, infatti, l’alto funzionario mantenne contatti anche con il generale delle SS, Karl Wolff, che comandava i contingenti della Gestapo in Italia. Un rapporto scottante, che si vide compiuto nei negoziati dell’Operazione Sunrise.

In base ad essi, le forze naziste sarebbero state “graziate” dagli americani, in cambio del loro appoggio nella battaglia pre-pianificata atta a sconfiggere la minaccia sovietica. Cioè la Guerra Fredda. Al tempo stesso, per permettere ai nazisti di salvarsi, Dulles consigliò a Wolff di avvalersi delle “ratlines”, le vie di fuga del Vaticano. Quelle stesse vie che furono poi utilizzate da Cosa Nostra, negli anni ’80, per il contrabbando di droga in America, l’ormai celebre operazione “Pizza Connection” su cui indagò anche Falcone. Non deve sorprendere l’affinità della Santa Sede con la Cia: molti illustri membri dell’agenzia segreta americana erano anche Cavalieri dello Smom, meglio conosciuto come Ordine dei Cavalieri di Malta, da sempre ritenuto il braccio armato del Vaticano.
Fu così che, in nome degli accordi presi con gli Usa, gli ormai ex nazisti si spostarono tutti verso l’America Latina, laddove combatterono la minaccia comunista, allestendo di fatto il terreno per la Guerra Fredda.

Non molto diverso fu il panorama in Europa, in cui il lavoro preparatorio aveva stabilito di rovesciare o contrastare i governi eletti democraticamente attraverso una rete di “unità Stay Behind” equipaggiata con uomini fascisti, in Italia organizzata sotto l’egida dell’Operazione Gladio, voluta prevalentemente dalla Nato.
Nel nostro paese, la Gladio venne costituita il 26 novembre del 1956, con un protocollo di intesa tra servizi segreti italiani e americani. Si trattava di un’organizzazione atta a bloccare qualsivoglia invasione sovietica nel Paese. Nel 1972, questa struttura, che sorse in Sicilia, si collegò indissolubilmente al Sid di Vito Miceli. Erano gli anni in cui Gladio iniziava a potenziarsi: nascevano nuclei indipendenti, tra cui quello della neofascista Rosa dei Venti, coinvolto in numerosi atti eversivi, non in ultimo il celebre “Golpe Borghese”.
Il primo a parlare di Gladio fu l’ex terrorista Vincenzo Vinciguerra, accusato della strage di Peteano. Nel 1984, all’interno del processo della strage di Bologna, l’uomo parlò apertamente di una struttura occulta nelle forze armate italiane, che era stata in grado di coordinare le varie stragi per evitare che il paese si spostasse troppo a sinistra; questo, sempre secondo la testimonianza dell’ex terrorista, a nome della Nato e con il supporto dei servizi segreti e di alcune forze politiche e militari italiane. E’ interessante notare come il perito balistico Marco Morin, che si occupò della strage di Peteano, nonché dell’omicidio Moro e di quello Dalla Chiesa, risultò essere legato all’organizzazione Gladio e, secondo il giudice Felice Casson, falsificò la perizia per nascondere come le armi utilizzate nella strage provenissero proprio dai depositi di Gladio.

Nello stesso procedimento per la strage di Bologna, Gian Adelio Maletti, l’ex capo Reparto D del Sid, venne accusato di depistaggio delle indagini, come anche Licio Gelli. Nel 2001, in un’intervista, il generale dichiarò come, ai tempi, esistesse una “regia internazionale” delle stragi, relativa alla strategia della tensione, e come la Cia finanziasse sia il Sid che Gladio.
Intanto, il Sid aveva formato una “altra Gladio”, ben più celata. Su di essa scrisse Paolo Biondani: “Una struttura mista militari civili, parallela alla rete ‘Stay Behind’, con obiettivi analoghi ma con protagonisti diversi: nuovi nomi, ancora top secret, di presunti responsabili di operazioni coperte che i magistrati collegano alla strategia della tensione degli anni 1969-1974.

Un’organizzazione che agiva sotto una sigla pseudo istituzionale, ‘Nuclei di difesa dello Stato’, della quale finora nessuna autorità aveva mai parlato, neppure dopo la divulgazione degli elenchi dei 622 gladiatori ‘ufficiali’”
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Sei anni dopo le allusioni di Vinciguerra, nel 1990, Giulio Andreotti rese pubblica l’esistenza di Gladio. Si disse che era una struttura atta a contrastare la criminalità organizzata. Nello stesso anno morì Miceli e due magistrati militari aprirono un’inchiesta per far luce sui misteri legati all’unità “Stay Behind” siciliana. Conducendo indagini, risalirono a diversi fascicoli archiviati dai Servizi. In essi si leggeva chiaramente come la Cia rivestisse un ruolo di primo piano nella vicenda. L’agenzia americana raccomandava ai Servizi italiani di mantenere il segreto su Gladio: “si dovrebbe sapere solo che ha il compito di creare quadri di guerriglieri destinati a svolgere attività armata contro l’occupante.

Avrebbe poca importanza che le strutture Sios, i servizi segreti delle singole armi, vengano a conoscenza di questi compiti, l’importante è che pensino che i nominativi che forniscono sono destinati a questo scopo soltanto” Inoltre, la Cia si sarebbe posta in prima linea per rendere operativo il tutto: “nostra cura creare altri due livelli organizzativi, che sarebbero di nostra esclusiva conoscenza nei quali immettere a varie tappe coloro che abbiano dato buona prova”.
Sempre nel 1990 l’ex agente della Cia Richard Brenneke, raccontò di come l’agenzia, ai tempi, avesse pagato ingenti somme a Licio Gelli affinché mettesse in moto una serie di stragi, in maniera tale da far sprofondare l’Italia nel terrore.

Lui, Gelli, entrato in contatto con gli americani dopo le raccomandazioni di Lucky Luciano durante la Seconda Guerra Mondiale, è una figura chiave di questi anni. I suoi rapporti con l’Agenzia segreta vennero rinforzati dalla sua collaborazione con Ronal Rewald, fondatore dell’Istituto finanziario Bishop, Baldwin, Rewald, Dillingham & Wong con base alle Hawaii, una società della CIA che poi divenne la Banca Nugan Hand, di proprietà della CIA stessa.
Al tempo stesso, Gelli fu Maestro Venerabile della lista Propaganda 2, la celebre P2. La stretta connessione tra l’operazione Gladio e la loggia massonica la esplicò lui stesso in un’intervista del febbraio 2011, in cui dichiarò: “Io avevo la P2, Cossiga la Gladio, Andreotti l’Anello”. Erano, tutti e tre, apparati “segreti”, anelli di congiunzione tra la società civile e gli 007.

Sulla figura di Gelli si concentrò anche il giudice bolognese Libero Mancuso, secondo cui, in Italia, operava un’unica centrale criminale, una sorta di holding in grado di mettere d’accordo tutti, raccogliendo fondi e investendo in aree, settori e uomini. In questo contesto, l’imprenditore si configurava come l’uomo di raccordo tra tutti i protagonisti: servizi segreti, mafia, massoneria, Vaticano, estremismo neofascista.
Il potere di Gelli, in continua crescita, venne bruscamente interrotto nel 1979. I Servizi segreti americani scaricarono il massone, ormai troppo influente, inserendo, al suo posto, un faccendiere romano legato agli 007, Francesco Pazienza, anch’egli iscritto alla P2. Il tutto rientrava in un piano di preparazione in vista del 1980, quando, secondo la Cia, si sarebbe verificata una vera e propria rivoluzione, a cui Gladio avrebbe dovuto rispondere potenziandosi e modificandosi. Si parlava, cioè, del golpe di Michele Sindona.
Raccomandato dal boss Luciano esattamente come Gelli, Sindona fu uno dei più potenti e corrotti massoni coinvolti nel “ Gioco Grande”. I suoi primi guai cominciarono nel 1967, quando, dopo aver comprato la Banca Privata Finanziaria, l’Interpol lo segnalò come implicato nel riciclaggio di denaro sporco proveniente dal traffico di stupefacenti, gestito da Cosa Nostra americana: numerosi boss, d’altronde, erano suoi soci. Nel 1969 Sindona s’associò alla banca vaticana, lo Ior, e, attraverso essa, fece trasferire enormi somme in Svizzera. Nel frattempo, tramite una serie di libretti al portatore, trasferì 2 miliardi di lire nelle casse della Democrazia Cristiana, mentre parecchi milioni di lire transitarono attraverso la CIA, la Franklin Bank e il SID per finanziare, secondo la commissione d’inchiesta del Senato degli Stati Uniti, la campagna elettorale di 21 politici italiani.
Nonostante fosse stato più volte definito da Giulio Andreotti “il salvatore della Lira”, Sindona, nel 1974, spinse la Banca Privata Italiana in bancarotta per frode e cattiva gestione. Per questo venne ordinato un commissario liquidatore, Giorgio Ambrosoli, che assunse la direzione dell’istituto e, nel frattempo, esaminò tutte le trame occulte e criminose con cui il finanziere Sindona aveva cercato, negli anni, di salvare il banco. Un’indagine che gli costò la vita: nel ’79 venne ucciso dal sicario legato a Cosa Nostra americana William Jospeh Aricò (accusato di aver freddato, cento giorni prima, il giornalista Mino Pecorelli) su mandato di Michele Sindona. L’intento del finanziere era quello di nascondere le tracce di come avesse investito il denaro sporco di boss mafiosi della portata di Stefano Bontate, Salvatore Inzerillo e Rosario Spatola.

Gli stessi con cui, nello stesso 1979, il finanziere tentò il golpe: si recò in Sicilia cercando di convincere le cosche a scindere l’isola dal resto dell’Italia, per consegnarla in mano alle famiglie mafiose e alla P2, dove trovava spazio anche Umberto Ortolani, membro del consiglio interno dei Cavalieri di Malta, e considerato “il grande apri porta Vaticano”.
Sindona era collegato a un’altra figura di spicco, di questi anni: Roberto Calvi, direttore del Banco Ambrosiano, una banca privata, strettamente legata allo Ior. Proprio grazie a Gelli e Sindona, Calvi entrò nella P2. Quando, al finire degli anni ’70, il Banco si trovò ad affrontare una crisi di liquidità, Calvi domandò aiuto a Eni e a Bnl, che finanziarono circa 150 milioni di dollari. Nel 1980, a una seconda crisi, l’uomo pagò tangenti a Claudio Martelli e a Bettino Craxi affinché la Eni tornasse a erogare stanziamenti per il Banco Ambrosiano. Nel 1981 esplose il caso della P2

; Calvi, ormai in rotta anche con Sindona, rimase senza protezione e, nell’estremo tentativo di appianare il debito del Banco Ambrosiamo, strinse rapporti con Flavio Carboni, finanziere legato a personalità del calibro di Gelli, Pippo Calò e i membri della banda della Magliana. Amicizie pericolose, che giocarono un grosso peso nel suo destino. Nel 1982, il banchiere venne ritrovato impiccato a Londra, appeso sotto il ponte dei Frati Neri, apparentemente suicida.
Secondo la vedova, il vero capo della P2 era Andreotti, il quale avrebbe fatto uccidere l’uomo. Effettivamente, prima di partire per Londra, Calvi incontrò il politico, ma al riguardo non si sa altro. Nel frattempo, in Italia, fu aperta un’inchiesta, basata sulle testimonianze di diversi collaboratori di giustizia. Tra queste, quella di Francesco Marino Mannoia, il quale sostenne che Calvi e Gelli avevano investito denaro sporco nello Ior e nell’Ambrosiano per conto del boss mafioso. Al riguardo dichiarò: “Calvi fu strangolato da Francesco Di Carlo su ordine di Pippo Calò.
Calvi si era impadronito di una grossa somma di danaro che apparteneva a Licio Gelli e a Pippo Calò. Prima di fare fuori Calvi, Calò e Gelli erano riusciti a recuperare decine di miliardi e, quel che più conta, Calò si era tolto una preoccupazione perché Calvi si era dimostrato inaffidabile.” Una versione contestata da Francesco Di Carlo, il quale negò di essere l’assassino, pur ammettendo che gli fosse stato domandato. Ma, sottolineò il pentito, “la questione venne risolta con i napoletani”. Antonino Giuffrè, un altro pentito, sposò questa tesi, spiegando come i camorristi legati ai Corleonesi -di cui Calò curava gli interessi- si fossero affidati a Calvi per i propri investimenti, e che dunque, una volta perso tutto, volessero vendicarsi.

E ancora, il collaboratore Pasquale Galasso raccontò di come l’esecutore materiale dell’omicidio fosse Vincenzo Casillo, che doveva un favore a Pippo Calò, mentre Antonio Mancini, membro della banda Magliana, specificò che, oltre al boss mafioso, l’altro mandante dell’assassinio era Flavio Carboni. Non di poca rilevanza, inoltre, è il fatto che Roberto Calvi, su richiesta del Vaticano, finanziò “paesi e associazioni politico-religiose” in America Latina “allo scopo di contrastare la penetrazione e l’espandersi di ideologie filomarxiste”. Cioè, collaborava parallelamente all’operazione Sunrise voluta dalla Cia.
Un altro membro della potente loggia fu Eugenio Cefis. Fu lui, dal suo ruolo di presidente dell’Eni, ad aiutare Roberto Calvi quando l’Ambrosiano riversava in gravi condizioni economiche. Imprenditore potentissimo, fu al centro di un libro inchiesta di Pier Paolo Pasolini.

In questo volume, il regista, poco prima della misteriosa morte, ipotizzò che Cefis avesse avuto un ruolo nello stragismo legato alle trame internazionali. Inoltre, Pasolini lo indicò come principale sospettato nell’ambito della morte del suo predecessore e fondatore dell’Eni, Enrico Mattei.
Sulla morte di Mattei ritorna ancora la Cia, così come Cosa Nostra. L’onorevole Oronzo Reale affermò come il mandante dell’assassinio fosse Cefis, dopo che Mattei scoprì che era manovrato dagli agenti segreti americani. Ma, al tempo stesso, un’altra ipotesi è stata mossa negli anni, ossia quella che vede nel fondatore dell’Eni un nemico per le “sette sorelle”, le compagnie petrolifere più ricche del mondo che domandarono dunque a Cosa Nostra di eliminare il rivale. Una tesi sostenuta da pentiti di mafia come Gaetano Iannì e Tommaso Buscetta, nonché da un agente del KGB di stanza in Italia negli anni ’60, Leonid Kolossov.
Anche un eventuale intervento della Cia pare non poter essere preso sotto gamba: l’agenzia, proprio nei giorni in cui si verificò l’attentato contro Mattei, era impegnata in una fase cruciale della Guerra Fredda e, di conseguenza, aveva buone ragioni per sperare nella morte dell’imprenditore, che con la Russia aveva allestito una linea commerciale, rompendo di fatto l’embargo politico. Quel che è certo è che, il 27 ottobre 1962, il più potente manager di stato italiano venne ucciso dall’esplosione di una bomba sull’aeroplano privato su cui viaggiava. Venne aperta un’inchiesta, condotta dal pm Vincenzo Calia, il quale, durante le indagini, rintracciò anche un appunto del Sismi, nel quale veniva illustrato il ruolo di Cefis nella P2: ne era il fondatore.

Precedentemente Pasolini, anche il giornalista Mauro De Mauro si interessò alla morte di Mattei, prima di sparire nel nulla. Ufficialmente è stato ucciso dalla mafia, come almeno altri due personaggi noti che si occuparono del caso: Boris Giuliano e Carlo Alberto Dalla Chiesa.
Quest’ultimo, nel particolare, prima di essere ucciso da Cosa Nostra, si era occupato, tra gli altri casi, del sequestro e dell’omicidio di Aldo Moro, il quale aveva sollevato seri dubbi su ciò che Gladio compieva in Italia, tanto da citare l’organizzazione nei suoi memoriali. E non stupirà sapere che le carte relative al sequestro del politico, che Dalla Chiesa aveva portato con sé a Palermo, sparirono inspiegabilmente dopo l’attentato che gli strappò la vita.
Dopo Moro e Dalla Chiesa, un altro personaggio si interessò all’unità “stay behind” italiana: Giovanni Falcone. Il magistrato voleva approfondire l’incidenza di Gladio nei delitti politici di Palermo degli ultimi anni, tra cui quello di La Torre, di Reina e di Mattarella. Aveva inoltre supposto che dietro la morte del giornalista Mauro Rostagno potessero celarsi gli agenti segreti, visto e considerato che, durante le sue indagini, il cronista si era imbattuto in verità scottanti riguardo il contrabbando di droga e di armi con l’Africa.

Verità talmente sconvolgenti da aver persino richiesto, prima di morire, un colloquio con Falcone, presumibilmente riguardante la base operativa Centro Scorpione, una propaggine di Gladio, a Trapani, creata nell’87. Per l’omicidio di Rostagno, avvenuto nell’88, fu sospettato come mandante il boss trapanese Vincenzo Virga, colui che, pochi anni dopo, fu incaricato dal boss Riina di procurare gli esplosivi per le stragi e da Marcello Dell’Utri di trattare il recupero di un credito di Publitalia con la Pallacanestro Trapani. Lo stesso mafioso è anche mandante della strage di Pizzolungo.
E’ interessante notare come Rostagno avesse scoperto casualmente i traffici verso il Continente Nero, laddove, pochi anni dopo, nel marzo 1994, sarebbe stata uccisa in circostanze misteriose Ilaria Alpi. Inviata in Somalia a seguire in prima persona la guerra civile e per indagare sul traffico d’armi e di rifiuti tossici illegali, probabilmente scoprì che nella questione erano coinvolti anche i servizi segreti, come confermato successivamente da alcuni pentiti.

Altresì, riveste i contorni di oscuro presagio il fatto che, nel novembre precedente, era stato ucciso, sempre in Somalia, l’informatore della stessa Alpi sul traffico illecito di scorie tossiche nel paese africano, il sottufficiale del SISMI Vincenzo Li Causi, capo del Centro Scorpione.
Scrisse Alfio Caruso: “Che bel mistero quel Centro Scorpione, ufficialmente incaricato di contrastare dal basso Mediterraneo l’arrivo dell’Armata Rossa, viceversa invischiato in combinazioni poco chiare, talmente cieco – ma è possibile? – da non accorgersi che da Trapani per otto anni sono transitati tutti i carichi di missili, di esplosivo, di mine, di granate diretti verso l’Iran e l’Iraq, impegnatissimi a scannarsi vicendevolmente.”
Falcone iniziò a sospettare qualcosa. Ritenne che esistessero strutture segretissime all’interno di Cosa nostra “con finalità ancora ignote ma certamente di enorme portata”. Trovò prove inoppugnabili di come la mafia fosse stata interpellata per salvare Aldo Moro, nonché collegamenti tra omicidi celebri e massoneria: su tutti Pierluigi Concutelli, assassino di Occorsio, tessera 4070 della Loggia Camea di Palermo. Ma, quando il giudice provò ad indagare sul Centro Scorpione di Trapani, gli venne impedito. Il procuratore Pietro Giammanco gli comunicò che avrebbe preferito condurre lui quell’inchiesta e il magistrato si trasferì a Roma, divenendo direttore degli affari penali, accettando il posto offerto da Martelli.
Non per questo smise di interessarsi a Gladio e al Centro Scorpione. Fu la sua ultima indagine, sebbene non ufficiale. Conservò tutti gli appunti sul suo computer, forse arrivò veramente vicino alla verità. Così tanto che divenne impellente la necessità di eliminarlo. Il 23 maggio 1992, a Capaci, Falcone venne ammazzato e, con lui, la moglie e alcuni uomini della scorta. Nei cieli volava anche un piper sconosciuto, probabilmente dei Servizi. Poche ore dopo, qualcuno s’introdusse nell’ufficio del magistrato e manomise i dati su Gladio.

Fonte:http://www.articolotre.com/2013/04/il-gioco-grande-il-mezzo-secolo-di-intrecci-tra-massoneria-mafia-e-servizi-segreti-deviati-che-ha-sconvolto-litalia/155978

http://informazioneconsapevole.blogspot.it/2013/04/il-gioco-grande-il-mezzo-secolo-di.html

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Craxi: Napolitano mentiva agli italiani? VIDEO

di Daniele Di Luciano

Durante il processo Cusani, Bettino Craxiaccusa l’allora Presidente della Camera Giorgio Napolitano di aver taciuto sul finanziamento illegale dell’Unione Sovietica verso il PCI.

Negli anni ’90, il dossier Mitrokhin ha confermato che solo negli anni 1971-1977 il PCI ricevette dall’Unione Sovietica 22 milioni di dollari.

Non mi risulta che Napolitano abbia mai fatto ammenda per il suo silenzio. Quest’uomo silenzioso oggi è Presidente della Repubblica, rispettato da tutti e da alcuni addirittura osannato. (Tratto da:fonte)

Antonio Di Pietro, che in quel processo del 1993 era il magistrato di punta, ha rilasciato nel 2012 un’interessante dichiarazione al settimanale Oggi, in cui parla dell’esistenza di “due Napolitano”:

“Quello che ci racconta oggi la pubblicistica ufficiale, il limpido garante della Costituzione. E quello che raccontò l’imputato Bettino Craxi in un interrogatorio formale, reso, nel 1993, durante una pubblica udienza del processo Enimont, uno dei più importanti di Tangentopoli”

E continua:

“Io credo che in quell’interrogatorio formale che io condussi davanti al giudice, Craxi stesse rivelando fatti veri. Perché accusò pure se stesso e poi gli altri di finanziamento illecito dei partiti. Ora delle due l’una: o quei fatti raccontati non avevano rilevanza penale oppure non vedo perché si sia usato il sistema dei due pesi e delle due misure”

Il Quirinale rispose che Di Pietro:

“ricorre a nuovi, assurdi artifizi provocatori nel quotidiano crescendo di un’aggressiva polemica personale contro il Presidente della Repubblica”

Ma Di Pietro replicò, a “coloro che si qualificano come ‘fonti del Quirinale’”, di andarsi a vedere il video su Youtube. Questo:

Fonte: http://www.losai.eu

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Quando l’America vota per il Quirinale

Da Lockheed a Bilderberg: senza le credenziali degli americani e in specie delle grandi banche d’affari oggi nessuno può pensare di aspirare seriamente al Quirinale. L’ambasciatore Usa negli anni di Scalfaro: “I dc erano tristissimi per Mani Pulite, sembrava di essere a un funerale”.

di CONCITA DE GREGORIO

L’ombra dell’America è verde come il colore dei dollari. Tuona come le armi che varcano l’oceano in perpetuo e spesso illecito commercio. Parla la lingua dei banchieri, la sola lingua degli affari. Si affaccia sull’Italia dalla postazione mediterranea di Israele, si ammanta del velluto della diplomazia quando riunisce a convegno i potenti del mondo, a centinaia e a porte chiuse, in esclusive dimore in cui confortati da coppe d’argento colme di praline si discute di come “favorire le relazioni economiche fra blocchi”.

Di soldi, in pratica. Di soldi e di chi li gestisce. C’è un momento esatto della storia in cui tutto questo, di solito materia per complottisti appassionati della letteratura di genere, diventa chiaro e inconfutabile. È un discorso pubblico. Quello che il senatore Frank Church fa al Senato degli Stati Uniti mentre esibisce le prove – trascrive il New York Magazine, siamo nel 1976 – che “la Lockheed corporation ha pagato tangenti in almeno 15 paesi e in almeno sei ha provocato crisi di governo”. Uno di quei Paesi è l’Italia. Il presidente in carica è Giovanni Leone. La Lockheed, colosso dell’industria aeronautica usa, paga uomini di stato e di governo per piazzare i suoi aerei. Il loro delegato in Italia si chiama Antonio Lefebvre. Compare tra le carte uno scambio di assegni per 140 milioni fra Lefebvre e la signora Leone. Il nome in codice del destinatario di quel denaro è – si dice a voce alta nelle aule del Senato Usa – Antelope Cobbler. Ma forse c’è un errore di trascrizione, è gobbler non cobbler. In questo caso sarebbe: chi mangia l’antilope. Una disdetta chiamarsi proprio in quel momento Leone. I giornali deducono, è un massacro.

Più o meno negli stessi anni, a partire da un decennio prima, i soldi della Lockheed avevano cominciato ad arrivare copiosissimi al principe consorte dei Paesi Bassi, Bernardo, in cambio dell’acquisto di forniture di Starflighter e altre cortesie. Il Principe Bernardo è stato – per coincidenza – il primo presidente della Bilderberg, associazione di finanzieri, banchieri, politici e uomini di Stato fondata nel ’54 allo scopo di “favorire la cooperazione economica fra Stati Uniti ed Europa”. I membri del gruppo, circa 130, si riuniscono ogni anno in un conclave a porte chiuse. Sempre in un paese diverso, ogni 5 anni in America, sempre in primavera inoltrata. La prossima riunione sarà forse vicino a Londra, forse la prima settimana di giugno. E’ un segreto. Pochissimi gli italiani ammessi. Tra gli ultimi John Elkann, Gianni Letta, Franco Bernabè. Negli anni e nei decenni precedenti Tremonti, Monti, Draghi, Padoa Schioppa, Siniscalco, Prodi, finché erano in vita naturalmente gli Agnelli, l’ex ministro Ruggiero, prima ancora Giorgio La Malfa Claudio Martelli Virginio Rognoni. Ogni tanto qualche giornalista, una volta Veltroni, una Emma Bonino. Ai grandi gruppi economico-politici internazionali, alla finanza e dunque alla politica nordamericana interessa molto e moltissimo chi governa, chi comanda, chi ha influenza in Europa, e in subordine in Italia. Gli ambasciatori sono per loro missione di questo curiosi, prediligono le anticipazioni. Ricevono politici in ascesa, annusano l’aria che tira. L’attuale ambasciatore Thorne ha per esempio grandissimo interesse per Beppe Grillo e per il suo movimento, interesse decuplicato dalla prospettiva eventuale di un referendum anti-euro che, come si capisce, non arrecherebbe alcun danno alla supremazia del dollaro come moneta di riserva. Reginald Bartholomev, ambasciatore dal ’93 al ’97, gli anni di Scalfaro, ha raccontato poco prima di morire a Maurizio Molinari, era l’agosto del 2012, delle relazioni del consolato di Milano con il pool di Mani pulite e delle sue con i leader politici: “Venne una delegazione dc, erano tristissimi, sembrava un funerale”. Prodi voleva essere ricevuto subito da Clinton, ma non si poteva. Con Massimo D’Alema si sviluppò “un rapporto che sarebbe durato nel tempo”.

Gli ambasciatori sondano, fanno ricevimenti, conoscono i nuovi, coltivano l’interesse del loro Paese. Sono in stretta relazione coi gruppi di affari e di discussione politica dove nascono intese. Uno è il gruppo Bilderberg, un altro è l’entourage della banca d’affari Goldman Sachs che si è avvalsa nel tempo dei consigli di Prodi, Draghi, Monti, Gianni Letta. Uno è l’Aspen, che in Italia conta su Amato Prodi e D’Alema, un altro ancora è la Trilaterale fondata da Rockefeller nel giugno del ’73 con lo scopo di “favorire le relazioni fra Europa, Usa e Giappone”. Monti l’ha presieduta fino al 2011. La frequentano la consulente per la politica estera di D’Alema Marta Dassù, il giovane Elkann, Enrico Letta, Carlo Pesenti, Guarguaglini, Sella di banca Sella, Sala di Intesa San Paolo, vari esponenti di Confindustria. Molti anni fa Kissinger e Agnelli, oggi i loro eredi.

“Giulio Andreotti era amico personale di Rockefeller, il fondatore della Trilaterale. Moltissime volte il banchiere lo ha pregato di fargli l’onore di partecipare ai loro incontri, posso testimoniarlo – racconta Paolo Cirino Pomicino, vecchio dc – Andreotti non ha mai accettato perché, diceva, la politica e i banchieri fanno mestieri diversi, è bene che non si mescolino”. Non è vero, non è questa la ragione. Questo era quel che Andreotti diceva, certo, ma ciò che gli ebrei d’America non gli perdonavano era in realtà la sua attenzione alla causa palestinese – tra le altre il suo essere filoarabo in nome di una ricerca del dialogo fra i popoli che nella tradizione dc ha avuto un campione in La Pira. Il suo sguardo a un’altra parte di mondo, ad altri interessi e, in Europa, ad altro tipo di famiglie che in quanto a potere e liquidità potevano competere con i banchieri americani. Altre banche, in un certo senso, che gli consentivano di dire agli Usa: no, grazie. Non è del resto un caso che Andreotti non sia mai stato eletto al Quirinale. Dice ancora Pomicino, in procinto di presiedere al Parco dei Principi di Roma, il 12, un convegno su “politica ed economia nel nuovo quadro politico”: “Senza le credenziali degli americani e in specie delle grandi banche d’affari oggi nessuno può pensare di aspirare seriamente al Quirinale. Del resto nessuno dei presidenti italiani è stato mai davvero sgradito all’America. Anzi. Tutt’al più, quando era irrilevante, è stato ignorato”.

Nessuno può farcela senza le credenziali giuste. E’ sempre stato così. Il primo pensiero di Einaudi, appena insediato nel maggio ’48, fu di mandare un telegramma amichevolissimo a Truman. Quello di Gronchi di farsi perdonare dell’essere stato eletto coi voti del Pci, e pazienza se la visita ad Eisenhower fu funestata da un’improvvida intervista preventiva in cui Gronchi diceva che sarebbe stato utile riconoscere la Cina popolare e ammetterla all’Onu. Henry Luce, proprietario del Time, ne riferì sul suo giornale. Sua moglie Claire Booth, ambasciatrice in Italia, se ne lagnò con parole vivaci. Fu il Washington Post a liquidare la questione: il presidente italiano non conta nulla, è solo decorativo. Con Segni comincia la stagione del golpismo, sul fondo sempre sfuggente e viva l’ombra della rete atlantica. Prima il tintinnar di sciabole del “Piano Solo”, ordito per la “tutela dell’ordine pubblico” allo scopo di incarcerare “esponenti politici pericolosi”. Poi Saragat, tanto amato dal presidente Johnson, compagno di battute di caccia di Licio Gelli e capo dello Stato al tempo del tentato golpe del principe nero Junio Valerio Borghese. E’ nel settennato di Leone, s’è visto, che le reti di intelligence iniziano a lasciare spazio alla più moderna legge degli affari. Scoppia lo scandalo Lockheed, armi e tangenti. Le Br in Italia rapiscono Moro, Cossiga è ministro dell’Interno. Quando sarà eletto presidente, dopo il settennato di Pertini, si ricomincerà a parlare di reti misteriose e di oscuri finanziatori: il piano Stay Behind, conosciuto come Gladio, doveva armare una rete di incursori pronti a respingere un eventuale tentativo di invasione sovietica. Siamo alla fine degli anni Ottanta. Alla fine di quel decennio arrivano Gorbaciov e la sua Perestroijka, la Russia non è più quella di prima, nessuno sbarco in armi sembra più possibile. C’è Scalfaro, ora, al Quirinale. C’è il ciclone di Mani Pulite che spazza via una stagione di politica corrotta per lasciare spazio ad una generazione nuova. Più avvezza all’uso di mondo, alle relazioni internazionali, alla lingua degli uomini d’affari. E’ dal denaro adesso, dalla finanza che passano gli interessi politici. Cresce l’influenza delle agenzie di brain storming, i conclave a porte chiuse, avanzano i tecnocrati. E’ ai banchieri che si ricorre quando la politica tace o sobbolle di sue interne diatribe. Ciampi, una traiettoria politicamente specchiatissima culminata in Bankitalia, è eletto all’unanimità e al primo scrutinio, salutato nel ’99 come salvatore della patria. Napolitano è a Monti che pensa quando deve tenere ferma la rotta del Paese in un momento di crisi economica gravissima. Per la successione più d’uno dice Draghi. Ma poi anche i banchieri finiscono, o hanno altro di più importante da fare. Ed è sempre alla politica, alla fine, che bisogna tornare.

(5-continua)

http://www.repubblica.it/politica/2013/04/09/news/quando_l_america_vota_per_il_quirinale-56245829/

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Ida Magli – Il bunker patologico del proprio interesse

C’è un’unica e sicura dirimente oggi per capire i significati e le intenzioni degli esponenti politici, sia quando sono ambigui, sia quando appaiono chiari e schierati dalla parte dei cittadini: la loro dipendenza dai cosiddetti “poteri forti”, dall’alta finanza, e dall’Europa che ne è serva. Così, per esempio, può essere apparso onesto e perfino simpatico il “saggio” un po’ cretino Valerio Onida quando ha ammesso di star lì, insieme agli altri “saggi”, per occupare la scena vuota; ma è ridiventato subito quello che è, un succube dell’alta finanza, uno che odia l’Italia e gli italiani, non appena ha indicato come suo prediletto per la Presidenza della Repubblica, Giuliano Amato. Come avrebbe potuto essere diversamente, del resto, visto che era stato scelto dal massimo odiatore degli italiani, Giorgio Napolitano?

Sembra quasi incredibile il punto di degrado etico cui giunge una classe politica quando si trasforma, come oggi quella italiana, in un piccolo gruppo di persone chiuse nel bunker della conservazione e difesa di se stesse. Nulla più esiste ai loro occhi salvo questo: la propria sussistenza, il proprio interesse; e per difenderli  escogitano mezzi che non hanno nessun riscontro con la realtà, così che tutta la nazione che in apparenza essi continuano a rappresentare, si configura come un paese agli ultimi termini, lebbroso, marcio, putrefatto, consegnato davanti ai propri cittadini e davanti al mondo ai crimini di coloro che lo governano. Questa è, infatti, la legge della natura umana, cui nessun individuo e nessuna società può sfuggire: superato il livello di guardia posto dalla consapevolezza del rapporto con gli altri, con le norme che lo regolano, non sussiste più nessuna “etica” perché la percezione dell’altro serve esclusivamente per usarlo, ucciderlo per il proprio interesse, la propria salvezza.

Il quadro offerto in questi giorni dai responsabili dei Partiti, dalle massime cariche dello Stato, dal Governo in carica, è appunto quello dell’assoluta devastazione di ogni pur minima coscienza etica, della rottura di ogni legame con il proprio popolo che, infatti, tace annientato e si suicida (quattro suicidi negli ultimi due giorni indotti dal governo). La pseudo logica che sostiene quanto dicono e fanno i politici è appunto uno dei sintomi più vistosi della patologia mentale che li guida. Si sono aggrappati alla battaglia per i pochi posti di potere rimasti in lizza come lupi affamati agli ultimi brandelli di carne pendenti dalla vittima: non pensano ad altro, non vogliono altro. Se n’è avuta una specie di controprova nell’esaltazione offerta dal partito di Berlusconi all’unico sciacallo che si è sempre vantato della sua natura di sciacallo e che lo fa gongolare di ogni distruzione sociale che provoca. Pannella si è esibito al suo meglio, sparando con la solita violenza che non teme smentite le più grosse menzogne sull’enorme consenso alle sue idee, un consenso che non gli ha dato alle ultime elezioni neanche il minimo dei voti per entrare in Parlamento. Ci si domanda: perché proprio il Pdl vuole servirsi di Pannella e dei Radicali? Ammesso che possano portargli qualche voto, sicuramente gliene faranno perdere molti fra i suoi abituali elettori, non soltanto fra quelli cattolici, ma anche fra quelli che, forniti di buon senso, sanno bene che dietro ai Radicali ci sono sempre stati i “poteri forti”, l’alta finanza mondialista ed europea che se ne serve come strumento ottimale per quella disgregazione delle società e delle nazioni indispensabile al primato dei banchieri. Ma, bisogna ripeterlo: i politici hanno ormai perso qualsiasi sensibilità etica e l’unico Potere in cui vedono la possibilità di sostegno è quello dell’alta finanza che guida tutto e tutti, nel mondo e in Europa. È una guida alla distruzione: i banchieri non sono soltanto privi di etica, ma anche forniti di scarsissima intelligenza. Possiamo sperare soltanto che ci sia data la possibilità di liberarcene con le prossime elezioni.

Ida Magli
Fonte: www.italianiliberi.it
Link; http://www.italianiliberi.it/Edito13/il-bunker-patologico-dei-proprio-interesse.html
5.04.2013

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Finito il lavoro dei ‘saggi’. Ecco tutte le proposte

Dall’emergenza lavoro alla legge elettorale, ineliminabile adeguato finanziamento ai partiti

12 aprile, 19:01

Finito il lavoro dei 'saggi'. Ecco tutte le proposteLa commissione dei dieci ‘Saggi’ istituita dal presidente della Repubblica ha terminato il suo lavoro.

Ecco le loro proposte contenute nel documento conclusivo presentato oggi al Capo dello Stato. Le relazioni – come ha sottolineato lo stesso Napolitano – faranno parte delle mie consegne al nuovo presidente.

LEGGE ELETTORALE MISTA CON PREMIO GOVERNABILITA’: Superare la legge elettorale vigente: Il nuovo sistema “potrebbe prevedere un sistema misto (in parte proporzionale e in parte maggioritario) un alto sbarramento, un ragionevole premio di governabilita”.

UNA SOLA CAMERA CON POTERE DI INDIRIZZO POLITICO – La governabilità sicura si ha solamente con sola Camera. Lo dicono i saggi nella loro relazione finale. “Nessun sistema elettorale garantisce automaticamente” la maggioranza in entrambi rami del parlamento. “Diverse sarebbero le prospettive della stabilità se si attribuisse l’indirizzo politico a una sola Camera”.

– GIUDICE DECIDA SU INCOMPATIBILITA’ NON CAMERE – Modificare l’art. 66 della Costituzione in modo da attribuire “ad un giudice indipendente e imparziale” la decisione su legittimità dell’elezione, ineleggibilità e incompatibilità, togliendolo al Parlamento: é quanto propongono i saggi nella loro relazione, sottolineando che ora c’é il rischio “del prevalere di logiche politiche”.

ADEGUATO FINANZIAMENTO PARTITI INELIMINABILE – “Il finanziamento pubblico delle attività politiche in forma adeguata e con verificabilità delle singole spese, costituisce un fattore ineliminabile per la correttezza della competizione democratica e per evitare che le ricchezze private possano condizionare impropriamente l’attività politica”.Lo scrivono i ‘saggi’ nel loro documento

LAVORO E’ EMERGENZA CHIAVE, SERVE SVILUPPO EQUO – “La principale emergenza che ci troviamo oggi ad affrontare” è “quella del lavoro e della conseguente crescita della povertà” e “la via maestra” per combatterlo è lo “sviluppo economico equo e sostenibile”.

‘VOLA’ RISCHIO POVERTA’, SALE 4 PUNTI IN UN ANNO – La percentuale delle persone a rischio di povertà o esclusione è salita in Italia è salita di 4 punti in un solo anno: è rimasta stabile intorno al 25% tra il 2005 e il 2010 ed è salita, tra il 2010 e il 2011, al 28,2% “con un aumento di ben 4 anni in un solo anno”.

SAGGI, ENTRO GIUGNO SERVE 1 MLD PER CIG IN DEROGA – “Non può non essere sottolineata l’urgenza di rifinanziare entro il mese di giugno il meccanismo degli ammortizzatori sociali in deroga per il secondo semestre dell’anno 2013 (circa un miliardo di euro)”. Lo chiedono i saggi economici nella relazione consegnata a Napolitano.

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In Italia i furbi sono chiamati saggi

Ho dato una prima lettura delle conclusioni dei dieci Saggi. Saggi perchè furbacchioni che propongono le cose che i “palazzi” vogliono sentirsi proporre. Niente di veramente nuovo sotto il sole tranne che questi signori hanno la tracotanza di chiedere un indurimento della legge Fornero nelle assunzioni con la speciosa motivazione che ne ha ancora bisogno l’Italia fino a quando non verranno tempi migliori (sic).
Si ripropone la vecchia marcia idea del Parlamento monocamerale a 480 deputati con il Senato che diventerebbe il Senato delle Regioni. Non si capisce perchè si dovrebbe avere in simile organismo la cui esistenza deriva dalle regioni esistenti in Italia e che sono causa principale del suo dissesto economico strutturale. L’Italia non sarà mai in grado di poter mantenere senza indebitarsi venti statarellli amministrati spesso da oligarchie politiche fatte da irresponsabili demagoghi. L’ultima impresa di questi signori è stata quella di dotare le Regioni di grattacieli che sono adibiti ad uffici. Il Presidente della Lombardia si è riservato un intero piano del suo grattacielo.
L’Italia non ha alcun bisogno di un Senato delle Regioni. L’Italia non ha bisogno di nuova precarietà di liquefare ancora di più i rapporti di lavoro. Semmai dovrebbe abolire la legge Biagi e tutte le leggi che ne sono successive.

http://www.repubblica.it/politica/2013/04/12/news/saggi_relazione-56488726/?ref=HRER2-1

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Re Giorgio NATOlitano e la regina Elisabetta

Nell’imminenza dell’elezione del nuovo inquilino del Qurinale, il sito della Presidenza della Repubblica – alla nota illustrativa del bilancio di previsione per il 2013 – ci informa che “il bilancio di previsione per il 2013 dell’Amministrazione della Presidenza della Repubblica, ultimo del settennato del Presidente Giorgio Napolitano, conferma una dotazione a carico del bilancio dello Stato di 228 milioni di euro, pari a quella degli anni 2010, 2011 e 2012″.
“Dopo i significativi ridimensionamenti conseguiti negli anni precedenti, nel corso del 2012 si è avuta una ulteriore riduzione di 24 unità del personale di ruolo (da 823 a 799) mentre è rimasto sostanzialmente stabile (da 103 a 102 unità) l’ammontare del personale comandato e a contratto, il cui rapporto di collaborazione fiduciaria si concluderà alla scadenza del settennato. Anche la consistenza del personale militare e delle forze di Polizia distaccato per esigenze di sicurezza – che, come è noto, viene determinata sulla base di intese con la Sovraintendenza centrale dei Servizi di sicurezza e con le Amministrazioni interessate – si è ridotta nel corso del 2012 di 42 unità, passando da 861 a 819.”
“Il personale complessivamente a disposizione dell’Amministrazione si è pertanto ridotto – dal 31 dicembre 2006, anno d’inizio del settennato, al 31 dicembre 2012 – di ben 461 unità, passando da 2181 a 1720. Deve per altro osservarsi che la spesa per le 819 unità del personale distaccato per esigenze di sicurezza grava, in misura largamente prevalente, sulle amministrazioni di appartenenza.”
“La spesa per il personale in servizio e in quiescenza costituisce il 90,88% della spesa complessiva suindicata. La spesa per il personale in servizio (pari al 53,78%) ammonta a circa 131 milioni di euro“.
“La spesa pensionistica, che ammonta a circa 90,4 milioni di euro, registra un aumento di 2,2 milioni di euro rispetto al 2012 a causa del progressivo incremento del numero dei trattamenti di quiescenza”.
Aumento approssimativamente compensato dal calo della spesa per beni e servizi, pari a 22,2 milioni di euro.
Da non scordare, però, che “il bilancio è comprensivo degli oneri relativi all’intera dotazione, compresi quindi, oltre al palazzo del Quirinale, anche la tenuta di Castelporziano e Villa Rosebery“.
Detraendo “gli extra costi derivanti dalla gestione, manutenzione e valorizzazione di un compendio immobiliare e naturalistico unico al mondo e aperto alla più ampia fruizione del pubblico, che alla luce delle risultanze di bilancio può essere stimato in circa 30 milioni di euro” -appunto il palazzo del Quirinale, Castelporziano e Villa Rosebery…- e il crescente ammontare delle spese pensionistiche -che nella generalità di altri Paesi gravano sui bilanci di distinte gestioni previdenziali- il cosiddetto costo comparabile dell’amministrazione della Presidenza della Repubblica italiana ammonta a 123 milioni di euro.
“Comparabile” con cosa? Con “analoghe amministrazioni di altri Paesi, specialmente se si tiene conto di fondamentali dati di fatto, non facilmente quantificabili con esattezza ma comunque rilevanti, quali la diversità delle funzioni dei Capi di Stato, spesso molto inferiori a quelle attribuite al Presidente della Repubblica dalla Costituzione italiana, nonché dei criteri contabili di imputazione delle spese, con particolare riguardo al personale comandato o distaccato da altre amministrazioni, che in altri ordinamenti è largamente prevalente rispetto a quello di ruolo ed il cui costo grava nella maggior parte dei casi esclusivamente sui bilanci delle amministrazioni di appartenenza del personale. Tali differenze risultano particolarmente evidenti quando il confronto viene fatto con istituzioni titolari di poteri prevalentemente formali”.
Sarà vero?
Ci risulta infatti che la regina Elisabetta II d’Inghilterra abbia appena ottenuto, “nonostante la crisi”, un aumento delle entrate per l’anno fiscale 2013-2014 di circa 5 milioni di euro, passando da 31 a poco oltre 36 milioni di euro.
La somma è a copertura, tra le altre cose, delle spese di mantenimento dei palazzi reali e per i viaggi e gli impegni ufficiali, sia nel regno che all’estero.
Quando verrà designato il suo sostituto, da Re Giorgio NATOlitano ci congederemo senza alcuna nostalgia.

Fonte: Bye Bye Uncle Sam [scheda fonte]

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Gli USA spostano 500 marines a Sigonella

Gli Usa spostano la forza di intervento rapido
cinquecento marines dalla Spagna a Sigonella.
Il loro compito, ha spiegato il portavoce George Little, è intervenire rapidamente nel caso di nuovi attacchi al personale diplomatico e agli americani presenti in Libia

PALERMO – Dopo l’ultimo attentato a Bengasi (guarda il video), in Libia, il Pentagono ha spostato un contingente di circa 500 marines dalla Spagna alla base di Sigonella in Sicilia. Il loro compito, ha spiegato il portavoce George Little, è intervenire rapidamente nel caso di nuovi attacchi al personale diplomatico e agli americani presenti in Libia ed eventualmente effettuare la loro evacuazione. L’unità è dotata degli aerei da trasporto Bell Boeing CV-22 Osprey. Si tratta di un “convertiplano” (un bi-turboelica in grado di decollare come un elicottero e poi volare come un normale aereo). L’Osprey è in grado di trasportare fino a 24 soldati completamente equipaggiati alla velocità massima di 509 chilometri orari.

Lo spostamento delle truppe spiega quanto e come gli Usa contino oggi più che mai sulla posizione strategica della Sicilia nel Mediterraneo. Nelle scorse settimane, nelle campagne di Palermo era stata segnalata la presenza di marines americani impegnati in misteriose esercitazioni i militari in assetto di guerra atterravano dagli elicotteri gettando nel panico la popolazione e suscitando
la protesta dei sindaci, che non erano stati avvisati delle manovre militari. Il ministero della Difesa aveva poi ammesso di avere autorizzato le esercitazioni senza informare le autorità locali. Una posizione strategica, quella dell’Isola, sottolineata dalla presenza della base radar “Muos” di Niscemi, dove da mesi è in atto uno scontro tra le popolazioni locali, sostenute dalla Regione Siciliana, contrarie all’impianto, e l’amministrazione Usa, che ha dalla sua parte il ministero della Difesa. Da tempo gli attivisti No Muos presidiano la zona in cui è in costruzione il radar, impedendo l’accesso alla base di militari e operai e dando vita a scontri, anche violenti, con la polizia.

Ma quella dei marines a Sigonella è solo la punta dell’iceberg. Nell’Isola sono decine le installazioni militari americane che comprendono droni, aerei supersonici e navi. Basi, mezzi e impianti alla cui presenza ambientalisti e pacifisti hanno sempre cercato di opporsi.

http://palermo.repubblica.it/cronaca/2013/05/13/news/gli_usa_spostano_la_forza_di_intervento_rapido_cinquecento_marines_dalla_spagna_a_sigonella-58734396/?ref=HREA-1

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Sardegna: le nuove servitù militari

Di Piero Mannironi

Tutto è apparentemente immobile. Nulla è infatti cambiato nella geografia militare nell’isola, cristallizzata nel disegno di confini tracciati oltre mezzo secolo fa su una visione strategica che si è ormai sfarinata nel tempo. Ma niente è come sembra.
Dietro l’incomprensibile rigidità della tecnocrazia militare che non vuole rinunciare neppure a un pezzo di quegli enormi spazi conquistati nella metà del secolo scorso, si sta infatti verificando un cambiamento profondo, addirittura genetico, nella presenza delle stellette nell’isola. Un cambiamento silenzioso, sotterraneo e complesso, che elude le cicliche diatribe politiche, ignora le rivendicazioni di una revisione delle servitù e segue i tempi di una programmazione segreta.
Dunque, non più bombe, missili al Torio o all’Uranio impoverito, sbarchi e guerre simulate. O meglio, non solo. Da qualche anno l’orologio militare segna i tempi della guerra del futuro: ipertecnologica, cibernetica, computerizzata. Un’evoluzione che sta cambiando l’identità stessa dei presìdi e dei poligoni sardi perché sta diventando sempre più stretto il rapporto tra esigenze strategiche e affari, tra geopolitica e industria bellica.
La pista della discordia. La cosiddetta “striscia tattica funzionale”, al centro delle polemiche di questi giorni tra autorità militari, Comipa e Comune di Teulada, non è infatti una semplice pista di atterraggio per i droni, gli aerei senza pilota. Come il Predator dell’americana General Atomics o lo Sky-X, l’aereo-spia con motore diesel progettato e costruito dall’Alenia. Oppure il Nibbio della Galileo Avionica. O ancora, i tre micro-aerei Selex (sempre del Gruppo Finmeccanica) chiamati Otus, Asio e Strix.
La “striscia tattica funzionale” è soprattutto necessaria per il programma Neuron, che ha il suo cuore nel poligono interforze del Salto di Quirra. Si tratta di un’intesa tra paesi europei per la progettazione di un velivolo da combattimento non pilotato (Ucav, Unmanned Combat Air Vehicle). Un gioiello tecnologico con accentuate caratteristiche “stealth”. Cioè capace di essere invisibile ai radar. Il consorzio Neuron è formato dalla francese Dassault Aviation, dalla svedese Saab, dalla spagnola Eads Casa, dalla svizzera Ruaag Aerospace, dalla greca Hai e da Alenia, controllata di Finmeccanica.
Il programma prevede una spesa di 400 milioni di euro. La metà è a carico dei francesi della Dassault Aviation, mentre Alenia parteciperà con 90 milioni di euro. Tra le caratteristiche tecniche di questo aereo del futuro, la capacità di sparare due bombe a guida laser da 250 chilogrammi, una lunghissima capacità di volo e la possibilità di spingersi a velocità prossime a quella del suono (Mach 0,7-0,8).
Il volo inaugurale di questo sofisticatissimo velivolo pilotato da una stazione remota, è avvenuto il primo dicembre dello scorso anno in Francia nella base militare di Istres. Il prototipo Neuron si sposterà ora a Bruz, vicino a Rennes (Bretagna), nel “Centre d’essais d’electronique della Diréction Générale de l’Armament française”, per essere sottoposto a un primo ciclo di verifiche della sua “furtività”. Poi sarà la volta di una serie di test in volo con i radar della difesa aerea francese e nel poligono svedese di Visel. Nel 2015 approderà infine in Italia, nel poligono del Salto di Quirra, per essere sottoposto a test di tiro reali e a nuove prove di verifica della stealthness, l’invisibilità.
Come in un videogioco. Ecco dunque perché le autorità militari italiane premono per la pista di decollo e atterraggio. Perché tutto deve essere pronto entro il 2015. Lo spostamento a Teulada è probabilmente nato perché l’inchiesta della procura di Lanusei sul poligono di Quirra sta creando molte turbative, mettendo in pericolo le scadenze del programma Neuron. Andando a spulciare le caratteristiche di questo aereo futuristico, si trova anche un’espressione criptica: «Integrazione in un ambiente C4i». Un acronimo che rivela molte cose sul concetto futuro di guerra, ma anche un inganno politico-militare scoperto due anni fa per un’incredibile ingenuità. Prima di tutto cosa significa l’acronimo C4i? Le quattro “C” stanno per comando, controllo, comunicazioni e computer e la “i” sta per informazioni. Ma si potrebbe dire anche intelligence, cioè spionaggio. In estrema sintesi, un sistema la cui architettura include centri di rilevamento fissi e mobili che comunicano attraverso reti satellitari, strategiche e tattiche, e attraverso computer. È come se esistessero migliaia di occhi elettronici capaci di vedere e comunicare in tempo reale a una centrale remota scenari in movimento.
Insomma, un formidabile sistema spionistico al quale nulla può sfuggire. Ma anche il sistema nervoso di un concetto operativo nuovo in uno scenario di guerra. Si legge in un documento della Difesa: «Per il singolo soldato la comunicazione e la condivisione delle operazioni, sia a livello di squadra che verso i livelli di comando sovraordinati, risultano di fondamentale importanza in quanto permettono di integrare l’unità di manovra in un sistema di comando e controllo network-centrico. In un ambiente network-centrico, tutti gli elementi partecipanti a un’operazione diventano nodi intelligenti e attivi di una rete unificata». Insomma, la guerra diventa come un immenso videogioco dove tutto è virtuale, ma anche maledettamente reale. Sì, perché bombe e proiettili sono sempre veri.
Scrive Antonio Camuso, dell’Osservatorio sui Balcani: «In poche parole, grazie alle alte tecnologie impiegate nel sistema C4i, utilizzando reti che viaggiano su satelliti e su reti dedicate (Internet e/o Intranet della forza armata in questione), permette la presenza virtuale in ogni punto operativo del C4i del Comando (che si chiami Pentagono, o comando Nato, ecc…) e nel contempo di “processare” un’infinità di informazioni provenienti dal campo operativo (di battaglia) o dall’acquisizione da opera di spionaggio di qualsiasi genere, politico, economico o personale».
Spionaggio e controllo tattico. Il sistema nel nostro Paese è nato nel 2004. Il comando venne affidato all’ammiraglio Bizzarri e al generale Viarengo. Ma interagiscono anche i servizi segreti Aise e Aisi e il cuore tecnologico del network è costituito dalla brigata Rista-Ew (Reconnaissance, intelligence, surveillance, target acquisition – Electronic warfare), che raggruppa le unità di guerra elettronica delle forze armate. L’origine politica di questa rete militare risale al luglio 1997: venne decisa in un vertice di capi di Stato e di Governo dei Paesi dell’Alleanza atlantica, a Madrid. Un mondo che avrebbe dovuto rimanere segreto o comunque molto riservato.
Ma l’esistenza della rete C4 i venne a galla quasi per caso nel febbraio 2004. La trovò un giornalista pugliese che frugava nel sito internet del Pentagono. Si apprese così che Taranto era diventato uno dei gangli strategici della rete militare Usa, controllata dal “Navy Center for Tactical System Interoperability” che ha base a San Diego, in California.
In Sardegna era prevista una rete radar costiera presentata alla Regione e ai Comuni come un sistema di monitoraggio contro l’arrivo di immigrati clandestini nell’isola. La protesta popolare contro questi grandi radar dell’israeliana Elta System innescò una serie di interrogazioni parlamentari alle quali rispose il ministro per i rapporti con il Parlamento Elio Vito commettendo un clamoroso autogol: «La realizzazione della rete radar costiera è destinata a integrare il sistema di comando e controllo C4i del Corpo (la Guardia di finanza ndr), dichiarato segreto». Bastò che un giornalista curioso in Sardegna indagasse sull’acronimo per scoprire l’inganno e rivelare che il contrasto all’immigrazione clandestina era una grottesca bugia che nascondeva una nuova servitù per la Sardegna.
Comunicazioni sottomarine. Negli ultimi giorni, infine, alcune notizie che hanno acceso i riflettori dell’attenzione su una base Nato (ma nella sostanza statunitense) che finora è sempre rimasta nell’ombra: il centro di comunicazione con i sommergibili nucleari dell’Us Navy di Tavolara. Sembra infatti che la base sarda sia inserita nel progetto Muos (Mobile User Objective System) della Marina militare statunitense. Cioè un moderno sistema di telecomunicazioni satellitari ad altissima frequenza (Uhf) e a banda stretta (da 64 kbit/s), composto da quattro satelliti geostazionari e quattro stazioni di terra, di cui una a Niscemi, in Sicilia. Il sistema Muos integrerà le forze navali, aeree e terrestri statunitensi in movimento in qualsiasi parte del mondo dieci volte più velocemente di oggi.
La paura di un inquinamento elettromagnetico ha fatto però insorgere le popolazioni locali e la Regione Sicilia ha revocato l’autorizzazione alla costruzione della base. I timori di effetti dannosi sulla salute da parte dei radar sono stati anticipati dai fisici del Politecnico di Torino Massimo Zucchetti e Massimo Coraddu.
Ma il fisico americano John Oetting, della “John Hopkins University”, nelle scorse settimane ha cercato di gettare acqua sul fuoco: «Un forno a micronde è più pericoloso dei radar del Muos». La risposta di Zucchetti è stata tagliente e ironica: «Oetting? Sì, lo conosco.È il Project Manager e Lead Systems Engineer del Muos Project. Non penso sia il caso di tradurre. Mi complimento con lui: certamente essere manager del progetto Muos e ingegnere-capo dello sviluppo del Sistema Muos è una grande responsabilità…».
Nasce a questo punto un interrogativo: ma qualcuno ha mai verificato se il campo elettromagnetico sviluppato dalle antenne di Tavolara, che trasmettono in Vls (Very low frequency) a 20.27 kHz, è dannoso per la salute?

Fonte:http://lanuovasardegna.gelocal.it/sassari/cronaca/2013/05/11/news/aerei-robot-radar-e-satelliti-le-nuove-servitu-1.7043405

http://informazioneconsapevole.blogspot.it/2013/05/sardegna-le-nuove-servitu-militari.html

Gli Usa spostano la forza di intervento rapido
cinquecento marines dalla Spagna a Sigonella.
Il loro compito, ha spiegato il portavoce George Little, è intervenire rapidamente nel caso di nuovi attacchi al personale diplomatico e agli americani presenti in Libia

PALERMO – Dopo l’ultimo attentato a Bengasi (guarda il video), in Libia, il Pentagono ha spostato un contingente di circa 500 marines dalla Spagna alla base di Sigonella in Sicilia. Il loro compito, ha spiegato il portavoce George Little, è intervenire rapidamente nel caso di nuovi attacchi al personale diplomatico e agli americani presenti in Libia ed eventualmente effettuare la loro evacuazione. L’unità è dotata degli aerei da trasporto Bell Boeing CV-22 Osprey. Si tratta di un “convertiplano” (un bi-turboelica in grado di decollare come un elicottero e poi volare come un normale aereo). L’Osprey è in grado di trasportare fino a 24 soldati completamente equipaggiati alla velocità massima di 509 chilometri orari.

Lo spostamento delle truppe spiega quanto e come gli Usa contino oggi più che mai sulla posizione strategica della Sicilia nel Mediterraneo. Nelle scorse settimane, nelle campagne di Palermo era stata segnalata la presenza di marines americani impegnati in misteriose esercitazioni i militari in assetto di guerra atterravano dagli elicotteri gettando nel panico la popolazione e suscitando
la protesta dei sindaci, che non erano stati avvisati delle manovre militari. Il ministero della Difesa aveva poi ammesso di avere autorizzato le esercitazioni senza informare le autorità locali. Una posizione strategica, quella dell’Isola, sottolineata dalla presenza della base radar “Muos” di Niscemi, dove da mesi è in atto uno scontro tra le popolazioni locali, sostenute dalla Regione Siciliana, contrarie all’impianto, e l’amministrazione Usa, che ha dalla sua parte il ministero della Difesa. Da tempo gli attivisti No Muos presidiano la zona in cui è in costruzione il radar, impedendo l’accesso alla base di militari e operai e dando vita a scontri, anche violenti, con la polizia.

Ma quella dei marines a Sigonella è solo la punta dell’iceberg. Nell’Isola sono decine le installazioni militari americane che comprendono droni, aerei supersonici e navi. Basi, mezzi e impianti alla cui presenza ambientalisti e pacifisti hanno sempre cercato di opporsi.

http://palermo.repubblica.it/cronaca/2013/05/13/news/gli_usa_spostano_la_forza_di_intervento_rapido_cinquecento_marines_dalla_spagna_a_sigonella-58734396/?ref=HREA-1

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2 giugno: Italia, cosa festeggi?

Segnalazione di Redazione www.ilfarosulmondo.it

di Mauro Indelicato

Secondo il calendario delle feste istituzionali, spesso più misterioso di quello Maya, domenica è la festa della Repubblica.

I professionisti della retorica, tanto politica quanto mediatica, sono già all’opera per ricordare cosa si festeggia in occasione del 2 giugno: a ricordarlo soprattutto ai romani, è la parata in stile nordcoreano che avviene tra i fori imperiali ed il Colosseo; militari, perfino crocerossine e tanto altro, sfilerà all’ombra di un gigantesco tricolore che i Vigili del Fuoco di Roma calano da una delle pareti del monumento simbolo della città eterna.

Ma, guardando più nello specifico, la domanda sorge spontanea: il 2 giugno cosa si festeggia realmente? Sui libri di scuola, c’è scritto: il 2 giugno è nata la Repubblica grazie ad un referendum popolare democratico, che ha visto per la prima volta la partecipazione delle donne al suffragio.

Oggi però, alla luce di quello che sta accadendo in Italia, è quantomeno lecito porsi un’altra domanda: ha senso festeggiare il 2 giugno?

Partiamo da un sunto storico: se in quel referendum avesse vinto la monarchia, la penisola era pronta a ripiombare in guerra. Infatti, né gli americani né i sovietici volevano ancora la monarchia sabauda a Roma; al contrario del Giappone, dove dopo aver sganciato l’atomica gli States hanno mantenuto Imperatore, politici e ministri responsabili della seconda guerra mondiale, in Italia doveva cambiar tutto, troppo importante la nostra posizione geografica per rischiare di perdere il controllo sullo stivale.

Diversi documenti parlano di diffusi brogli elettorali: lo spoglio, si legge in qualche sparuto blog che ha ancora voglia, per fortuna, di ripristinare la verità, è andato molto a rilento, ma questo era normale viste le condizioni logistiche di un Paese devastato dalla guerra; però, i misteri sono parecchi, specie nelle delicate fasi di spoglio.

Il primo mistero da chiarire e sul quale riflette, risale al 4 giugno 1946, in cui alcuni carabinieri avrebbero informato, tramite la segreteria di Stato vaticana, il Papa Pio XII che la monarchia era nettamente avanti; altri testimoni in passato, hanno riferito che alcuni membri del governo di transizione, avvisarono Re Umberto I che la monarchia aveva la vittoria ormai consolidata.

Poi però, qualcosa è cambiata tra il 5 ed il 6 giugno: le truppe jugoslave di Tito, dai confini ancora instabili del Carso, erano pronte ad entrare in Italia in caso di proclamazione della vittoria della Monarchia. Sempre in quei giorni, il guardasigilli, Palmiro Togliatti, leader del PCI, scrisse una lettera al Presidente della Corte di Cassazione, Giuseppe Pagano, in cui si sollecitava l’organo a dare i risultati e si invitava alla “prudenza”, parola che secondo molti risuonava come un’autentica minaccia verso lo stesso Pagano, il quale se avesse dichiarato la sconfitta repubblicana, si prendeva la responsabilità di portare il Paese nella guerra civile.

Ipotesi, supposizioni, fonti incerte e spesso anche sparite, ma il nodo della questione è legato da un unico filo: la Repubblica è un “processo” imposto dall’alto, sul quale hanno pesato più gli interessi internazionali che la reale volontà popolare.

Ed un sistema che nasce dall’imposizione di Stati stranieri, non può che essere nocivo alla popolazione che subisce un’autentica colonizzazione; ecco perché, la domanda sull’opportunità di festeggiare la nascita di una forma di governo sulla quale gravano diversi sospetti anche sulla sua stessa fondazione, appare oggi più che mai doverosa imporla alle nostre coscienze.

La Repubblica che presidenti, ministri e politici domani applaudiranno dal palchetto d’onore dei fori imperiali, non verrà applaudita da tanti giovani lasciati a piedi dallo Stato, da tanti disoccupati che hanno perso ogni speranza, da tanti cittadini che vedono nella Repubblica la fonte di ogni male, un organismo che ha sacrificato gli interessi nazionali per gli interessi del sistema finanziario internazionale.

Una Repubblica, quella nata dalle elezioni farsa del 2 giugno 1946, il cui collante, più che sull’identità nazionale, è stato trovato negli scellerati accordi tra i gruppi di poteri interni ed esteri, in cui massoneria e mafia hanno da sempre giocato un ruolo importante in questo aberrante scacchiere.

Una Repubblica, quella nata 67 anni fa, che ha nascosto le varie ruberie di baroni, politici e speculatori, dando in pasto alla gente una sensazione di falso benessere, che ha assuefatto quell’italiano medio già di per sé più attento al calcio che alle reali problematiche del Paese, ma che oggi, grazie alla crisi, inizia ad intravedere su quanto fango si è appoggiato quello Stato tanto decantato ed applaudito.

Una Repubblica che, in definitiva, oggi si presenta alla storia più che con il peso dell’età, con gli enormi pesi sulla propria coscienza, su cui grava la morte di tanti martiri che credevano di servire un’istituzione democratica e su cui oggi grava una situazione economica da terzo mondo per tanti cittadini.

Lo Stato italiano, come già detto in altre occasioni, nato già grazie ad altri tipi di pressioni internazionali in quel fatidico 17 marzo 1861, si mostra oggi quasi scavalcato dagli ultimi eventi storici: da qualche anno a questa parte, c’è una fuga enorme dall’Italia, ma non soltanto di singoli individui che preparano le valigie e vanno all’estero, ma anche di interi porzioni di territorio che aspirano a sganciarsi dal sempre più pesante tricolore. Veneto ed Alto Adige sono le prime a preparare dei referendum sull’indipendenza, Sardegna, Sicilia e Lombardia preparano invece le raccolte di firme, mentre a Trieste sempre più cittadini aderiscono al movimento che persegue il ritorno allo status di “territorio libero” della città giuliana.

Le bugie, tanto nella vita quotidiana, tanto in quella della grande storia, prima o poi escono fuori: uno Stato nato da una serie di bugie e di pressioni e tenuto unito da interessi internazionali e da accordi tra micidiali gruppi di potere, prima o poi è destinato a ritrovar il gusto della verità e, conseguentemente, ad ambire ad una dissoluzione che oggi, da nord a sud, inizia a non essere più un tabù.

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Due giugno, la festa della Repubblica che spende 5,4 miliardi per armarsi

Non solo F35, ecco la lista completa di tutti gli armamenti di cui la nostra Difesa si vuole dotare. 5,4 miliardi di investimenti in un anno, 17miliardi il bilancio complessivo delle nostre forze armate. Che arriva anche dai fondi per lo Sviluppo e per l’Istruzione

di | 2 giugno 2013

Due giugno, la festa della Repubblica che spende 5,4 miliardi per armarsi

I due milioni di euro per la parata militare “sotto tono” del 2 giugno – l’anno scorso era costata 2,6 milioni – sono solo la ciliegina sulla torta delle spese militari italiane, che quest’anno ammontano a 17,64 miliardi di euro. Una cifra gigantesca, in linea con gli anni passati, che se per oltre metà va a coprire i costi del personale (9,68 miliardi per gli stipendi di 177.300 persone) e della manutenzione di infrastrutture e mezzi (1,55 miliardi), per il resto serve a finanziare le missioni militari all’estero (un miliardo nel 2013, per due terzi destinati alla guerra in Afghanistan) ma soprattutto l’acquisto di nuovi aerei e navi da guerra, nuovi carri armati e nuove bombe, per un spesa totale che quest’anno sfiora i 5 miliardi e mezzo di euro.

Una corsa al riarmo che sembra dettata non da esigenze di difesa del territorio, ma dalle ambizioni prestigio nazionale che animano i nostri generali, oltre che dagli interessi economici dell’industria bellica. Del resto, “la quantità e l’operatività delle forze armate dipende dalle ambizioni nazionali”, spiega in un’intervista a Rivista Italiana Difesa il capo di stato maggiore dell’esercito, generale Claudio Graziano. E se l’Italia si ritiene “una grande potenza”, come dichiarato pochi giorni fa dal ministro della Difesa Mario Mauro, non si può badare a spese.

Quindi, le risorse per i nuovi armamenti devono saltar fuori, anche a costo di continuare a sottrarre preziose risorse dai bilanci di ministeri ‘civili’ che oggi più che mai dovrebbero essere investite nel rilancio dello sviluppo economico e sociale del paese. Dei 5,4 miliardi di spesa in armamenti per quest’anno, 3,18 miliardi provengono dalle casse della Difesa ma 2,18 miliardi sono fondi del ministero per lo Sviluppo Economico (che inoltre finanzia per intero le missioni all’estero) e 42 milioni provengono addirittura del ministero dell’Istruzione.

Vediamo nel dettaglio, iniziando dal programma bellico più oneroso messo a bilancio quest’anno: l’acquisizione di altri sei aerei da combattimento Eurofighter Typhoon, per la bellezza di 1,19 miliardi. La Difesa ci mette solo un obolo da 51,6 milioni: tutto il resto lo paga il ministero per lo Sviluppo Economico1,14 miliardi (cento milioni in più dell’anno scorso). E altrettanto pagherà sia il prossimo anno che quello dopo, per altri dodici aerei. Dal 2005 fino al 2022 il programma Eurofigter avrà dirottato dallo Sviluppo Economico l’esorbitante cifra di 6,28 miliardi di euro. Un regalo alla Difesa deciso nel lontano 1997 dall’allora ministero dell’Industria Pier Luigi Bersani (art. 4, legge 266/1997, meglio nota come Legge Bersani).

Si deve invece a Claudio Scajola – che nel 2005, quando era ministro delle Attività Produttive, fece inserire un comma ad hoc in Finanziaria – il sostegno integrale del ministero per lo Sviluppo Economico all’acquisizione di dieci fregate multi-missione (Fremm) per la marina militare. Tale programma, il secondo più costoso per il 2013, prevede per quest’anno una spesa di 655,3 milioni,  interamente a carico del Mise, che il prossimo anno ne verserà altri 449,3 e  quello successivo 514,3: in tutto, tra il 2006 e il 2022, ben 2,89 miliardi di euro saranno stati dirottati dal dicastero economico verso questo programma bellico navale. Cui presto se ne aggiungerà un altro da 4,5 miliardi per l’acquisizione di dodici navi da combattimento costiero (Lcs) polifunzionali ancora in fase di progettazione:  anche queste, vista la loro natura “dual-use”, saranno con tutta probabilità pagate con fondi del ministero per lo Sviluppo Economico.

Gli altri programmi di riarmo cofinanziati dal Mise sono le nuove bombe di precisione per i Tornado (con 100 milioni solo nel 2013), i carri armati ruotati Freccia (99,7 milioni), gli elicotteri Nh-90 (82 milioni), i caccia da addestramento M-346 (36 milioni), la digitalizzazione delle forze armate – programma Forza Nec (30 milioni), gli elicotteri Aw-101 (21,5 milioni) e i satelliti spia Sicral-2 (15,1 milioni). I contributi pluriennali stanziati per questi programmi dal ministero dello Sviluppo Economico per il periodo 2006-2024 ammontano complessivamente a 3,14 miliardi di euro.

Alcuni stanziamenti sono però destinati a lievitare, e di molto. Il già citato programma Forza Nec, ad esempio, nei prossimi cinque anni richiederà una spesa di 9,5 miliardi e alla sua conclusione, nel 2031, ci sarà costato addirittura 22 miliardi di euro. Un patrimonio dedicato esclusivamente all’ammodernamento tecnologico delle forze di “proiezione”, vale a dire quelle da impiegare nei futuri interventi militari all’estero. Scriveva nel 2006 l’allora capo di stato maggiore Di Paola: “La trasformazione netcentrica delle forze armate italiane, operante in analogia a quanto avviene nei principali paesi alleati, rappresenta un’esigenza assolutamente prioritaria e ineludibile. Se non lo faremo, resteremo inesorabilmente tagliati fuori dalla possibilità di interoperare nelle missioni multinazionali e scadremo a un livello che, certamente, non corrisponde al ruolo e alle responsabilità del Paese”.

Passiamo ora alle spese militari del ministero dell’Istruzione. A scuola, università e ricerca – cui la neoministro Maria Chiara Carrozza ha appena risparmiato tagli per 75 milioni – quest’anno vengono sottratti, tramite il Cnr, 50 milioni di euro (5 quest’anno e il resto nel prossimo biennio) per l’acquisizione di una nave da guerra che servirà a fornire supporto alle forze speciali e a scorrere i sommergibili. Altri 97 milioni (37 quest’anno e 30 ognuno dei prossimi due anni) sono destinati dal Miur, attraverso l’Agenzia spaziale (Asi), al cofinanziamento del programma satellitare militare Cosmos-Skymed: nello stesso triennio la Difesa sborserà da parte sua solo 27,5 milioni. Questo programma prevede per la sua prosecuzione nei prossimi cinque anni che, accanto ad altri 175 milioni a carico della Difesa, il ministero dell’Istruzione sganci altri 330 milioni di euro: cifra per ora non disponibile e quindi momentaneamente congelata.

Oltre ai programmi di riarmo cofinanziati da ministeri civili, ci sono poi tutti quelli esclusivamente a carico della Difesa (qui sotto l’elenco completo), tra i quali l’acquisizione dei famosi cacciabombardieri F-35, contro i quali Sel e Cinquestelle hanno appena presentato una mozione parlamentare snobbata dal Pd. Per dotarci di novanta di questi costosissimi velivoli (giudicati dallo stesso Pentagono inaffidabili e inferiori a qualsiasi potenziale aereo nemico) spendiamo mezzo miliardo quest’anno, 535,4 milioni l’anno prossimo e 657,2 milioni quello dopo. Nei prossimi dieci anni il programma F-35 ci costerà altri 10 miliardi secondo la Difesa, almeno 15 miliardi secondo stime indipendenti, senza tenere conto degli incalcolabili costi di manutenzione. Una spesa irrinunciabile – secondo il capo di stato maggiore della Difesa Luigi Binelli Mantelli – per non essere “esclusi” dai futuri interventi militari all’estero. Come se fosse quello il terreno di confronto per misurare il progresso e il prestigio della nostra Repubblica. Quella stessa Repubblica di cui – in uno dei suoi messaggi alla nazione – Pertini ebbe a dire: ”Si svuotino gli arsenali e si colmino i granai!”.

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