Da sinistra, Pietro Ferrero, Giovannino Agnelli, Francesco Trussardi, Nicola Bardelle, Andrea Pininfarina e Vittorio Missoni.

Dinastie sfortunate

Da sinistra, Pietro Ferrero, Giovannino Agnelli, Francesco Trussardi, Nicola Bardelle, Andrea Pininfarina e Vittorio Missoni.

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Il corpo senza vita trovato nel greto del fiume Stura
L’ipotesi più probabile è il suicidio

Morto Edoardo Agnelli
il figlio dell’Avvocato
Forse già giovedì i funerali a Villar Perosa

TORINO – Il viadotto dell’autostrada Torino-Savona corre 80 metri più in alto. La Croma è ferma nella corsia d’emergenza col motore acceso. Questa mattina, Edoardo Agnelli, unico figlio maschio di Gianni e Marella, presidente onorario della Fiat, l’ha parcheggiata lassù. E’ sceso: forse stava male o forse voleva farla finita. E’ volato di sotto. Il suo corpo è stato trovato intorno alle 10, sfracellato in un prato. Qualcuno, tra le cascine e i viottoli fangosi di contrada Boschetti, sulla sponda sinistra del torrente Stura, ha visto il cadavere e ha avvisato la stradale. Sul viadotto, quasi nello stesso tempo, un operaio della società Autostrade ha visto l’auto ferma e ha pensato alla scena di un suicidio, scena non nuova per quel ponte della Torino-Savona intitolato al generale dei carabinieri Franco Romano. Anche lui ha chiamato aiuto. I poliziotti sono arrivati, hanno esaminato il corpo senza vita, in una tasca hanno trovato i documenti.

I documenti erano quelli di Edoardo Agnelli, 46 anni, figlio dell’Avvocato, una vita sempre un po’ ai margini della famiglia, mai coinvolto fino in fondo nell’azienda e nelle cariche sociali del gruppo. Una vita un po’ difficile, nonostante ricchezza e status sociale, segnata da qualche esperienza dolorosa simile a quelle di altri uomini della sua generazione. Una personalità che gli amici definiscono “solare”, molto diversa, forse, da quello che tanti s’immaginavano. Un’amicizia profonda col cugino Giovanni Alberto, detto Giovannino, figlio di Umberto; lui sì, capace di diventare un manager famoso, alla Piaggio, l’altra grande industria di famiglia. Anche lui scomparso presto, a soli 36 anni, il 13 dicembre del 1997, colpito da una rara forma di cancro.

Dicono che Edoardo e Giovannino Agnelli, al di là di interessi e stili di vita diversi, si sentissero spesso e si scambiassero confidenze. Raccontano che, per Edoardo, la morte del cugino era stato un colpo duro. Ne aveva parlato, poco dopo quel lutto, in una delle rare interviste concesse nella sua vita. Un’intervista al “Manifesto” nella quale aveva criticato la decisione del gruppo di famiglia di sostituire Giovannino, ad appena un mese dalla morte, col giovanissimo (22 anni) Jaki Elkann, figlio della sorella Margherita e dello scrittore Alain: “Considero quella scelta – aveva detto – uno sbaglio e una caduta di stile. Decisa da una parte della mia famiglia, nonostante e contro le perplessità di mio padre… per riempire un posto”. Nelle sue parole si sentiva l’affetto per il cugino. Aveva parlato di “offesa alla sua memoria”.

Sotto il ponte di Fossano, dunque, c’era il cadavere di un uomo famoso. Subito è stato avvertito il questore di Torino, Nicola Cavaliere che ha accompagnato personalmente sul posto Gianni Agnelli. Da lontano, chi stava sul viadotto, ha visto la testa bianca dell’Avvocato avvicinarsi lentamente al luogo dove il cadavere era stato coperto da un lenzuolo. L’Avvocato ha effettuato il riconoscimento con compostezza, ha chiesto solo che autopsia e formalità fossero sbrigate in fretta per poter far presto i funerali. Le esequie dovrebbero svolgersi già giovedì. Poi è andato a Villar Perosa, alla casa di famiglia dove, a poco a poco, gli Agnelli sono cominciati ad arrivare un po’ da tutta Italia e dall’estero. La madre di Edoardo, Marella Caracciolo, ha preso un volo dagli Stati Uniti. Sono arrivati i fratelli di Gianni, Umberto e Susanna, i nipoti: 70 persone, almeno di tre, forse quattro generazioni. Verso le 19,30, dopo l’autopsia all’ospedale di Fossano, è giunto il carro funebre con la salma. La camera ardente dovrebbe essere allestita nella cappella di famiglia. Davanti ai cancelli della villa, una piccola folla di giornalisti.

Sul viadotto e sul prato sono rimaste molte domande. Ad alcune, la risposta potrà venire solo dall’autopsia. La morte, a prima vista sembra provocata solo dalle fratture riportate nel lungo volo. Cadrebbe, quindi, l’ipotesi del malore, si rafforzerebbe quella del suicidio che molti danno come quasi certa. Ma perché a Fossano e come ha fatto Edoardo Agnelli (che, negli ultimi giorni, stando agli amici, non era parso particolarmente depresso) a sfuggire al controllo ferreo delle guardie del corpo che avevano l’ordine di non perderlo di vista?

Dicono che, forse, volesse andare a Fossano a trovare un’anziana signora che gli aveva fatto da “tata” quando era un bambino. Un’amica ha detto: “Chissà cosa gli è successo… A volte basta un attimo per lasciarsi andare”.

(15 novembre 2000)

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Vai anche a La nascita della FIAT
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Il giallo di Edoardo Agnelli
Un’inchiesta tv riapre le domande

A dieci anni dalla scomparsa, dubbi ancora irrisolti

Edoardo con Gianni Agnelli (Reuters)
Edoardo con Gianni Agnelli (Reuters)

MILANO – Un «insofferente che soffriva», uno che «non vedeva possibilità di una vita felice» (Lapo Elkann, nipote). Un «adolescente perenne», un «Pollicino che si doveva confrontare con la grande storia di una grande famiglia» (Vittorino Andreoli, psichiatra). Uno che «si ribellava verso le cose costituite» (Lupo Rattazzi, cugino).
Edoardo Agnelli, figlio di Gianni e Marella Caracciolo, era di tutto questo un po’. Classe 1954. Un uomo stretto fra solitudine e filosofia, affascinato dalle religioni, deluso dalla vita. La mattina del 15 novembre 2000 si alzò di buon’ora nella sua villa, collina torinese. Infilò la giacca sul pigiama e «scappò» dalla scorta, si mise alla guida della sua Croma, imboccò la Torino-Savona e tirò dritto fino al chilometro 44,800. In quel punto – territorio di Fossano – c’è un viadotto alto 73 metri. Ed è fra i ciottoli e le erbacce ai piedi dei suoi pilastri che il corpo di Edoardo viene trovato, quella stessa mattina, dal pastore Luigi Asteggiano.
Sono passati dieci anni ma è come se il tempo si fosse fermato. Le domande restano le stesse. È stato un suicidio? E come mai nessuno lo ha visto quando ha accostato, è sceso, ha scavalcato il guardrail e si è buttato? Perché non è stata fatta l’autopsia? E se invece fosse stato un omicidio? Seguendo quest’ipotesi si finisce negli orari che non tornano: per esempio il pastore che dichiara di averlo trovato fra le otto e le otto e mezzo mentre il telepass dell’autostrada segna il passaggio della Croma alle 8.59. Poi c’è la scorta che non lo segue: come mai?
La lista delle domande senza risposta è ben più lunga. Le ha messe tutte in fila Giovanni Minoli con la sua La storia siamo noi. La puntata di giovedì 23 settembre si intitolerà L’ultimo volo (Raidue, ore 23.30) e sarà dedicata al giallo di Edoardo Agnelli, alla sua vita bruciata e a quel che resta del suo ricordo. Sette, il magazine del Corriere della Sera in edicola giovedì, anticipa l’inchiesta tivù con un lungo servizio (Decennale di un suicidio presunto). Nelle sue pagine un’intervista a Minoli, la ricostruzione del caso, fotografie di casa Agnelli, parte dell’intervista rilasciata a Raidue da Lapo Elkann e il profilo psicologico di Edoardo a cura di Vittorino Andreoli.

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La tragica fine di un Agnelli ‘controcorrente’

ROMA, 15 NOVEMBRE – Termina a 46 anni ed in modo tragico, la vita di Edoardo Agnelli. Una morte che si aggiunge ad una non piccola serie di eventi luttuosi che hanno segnato la dinastia industriale per eccellenza d’Italia. Edoardo era nato a New York: unico figlio maschio di Gianni Agnelli. Nascere in una famiglia ricca e famosa, proprietaria della Fiat, cioè della maggiore industria privata nazionale, poteva sembrare un destino invidiabile, basato sulla facile carriera di un erede designato. Ma non sarebbe stato così: Edoardo Agnelli in Fiat non avrebbe mai avuto nessun ruolo.

Un ruolo comunque forse a tratti più temuto che desiderato, almeno a giudicare dai dati della sua biografia, cominciando dalle scelte fatte dopo il tradizionale percorso scolastico dei giovani Agnelli. Scelte poco in linea con il potenziale successore di un impero industriale e finanziario: la laurea in lettere moderne a Princeton ma soprattutto la passione per le questioni religiose e la filosofia orientale (alle religioni orientali aveva dedicato approfondimenti e un vivissimo interesse, con lunghi viaggi in India).

Qualche esperienza aziendale c’era stata: all’ Ifi, alla Lehman a New York e all’ Unicem (società del gruppo), esperienze che non sembrarono però destinate a sfociare in una scelta definitiva e professionale. Edoardo restò così un personaggio appartato, nell’ ambito di una famiglia che alla privacy ha sempre tenuto: poche citazioni sulla stampa, nessuna immagine da scapolo d’ oro o da protagonista della cronaca rosa, al massimo l’ immagine di un Agnelli un po’ anomalo e controcorrente, con inclinazioni pacifiste ed ecologiche.

Un po’ più di notorietà gli arrivò da una delle passioni ereditarie di famiglia, quella per la Juventus. Negli anni ’80 sia Edoardo, sia Giovanni jr – il cugino, figlio di Umberto Agnelli, scomparso per una malattia dopo essere diventato l’erede in pectore della dinastia – sono consiglieri di amministrazione della squadra. Un’ intervista concessa da Edoardo a «Tuttosport» nel 1985 fece nascere ipotesi di alternative alla presidenza allora detenuta da Boniperti ed Edoardo fu costretto a diffondere delle precisazioni. Non fu l’ unica intervista a creare problemi ad Edoardo: giornalisti dell’ Espresso e di Panorama lo individuarono in una manifestazione ad Assisi e lo intervistarono nel 1986. Le sue dichiarazioni sui rapporti tra proprietari di un’azienda e manager, suscitarono polemiche ed un certo clamore.

Le cronache registrano poi un’altra intervista concessa nel 1987 al mensile Class in cui si toccava il tasto delicato della posizione rispettiva dei due cugini (Edoardo e Giovannino) in relazione all’ eredità ai vertici del gruppo Fiat. Un’ulteriore intervista ad «Epoca» nel 1987 riguardava la creazione della finanziaria di famiglia «Giovanni Agnelli e co.». Edoardo vi accennava ai rapporti con il padre e ne approfittava per chiudere ogni risvolto polemico: «sono pienamente d’accordo con mio padre verso cui nutro il più grande affetto e rispetto – diceva Edoardo – anche se in passato può essere apparso che vi sia stata una specie di discussione tra me e papà sulla successione, che ha comportato delle divergenze di opinione. Ora tutto è pienamente risolto». Ancora qualche intervento da possibile «erede» sul «Mondo» nel 1989 (tema: la stima per il vertice di Mediobanca e l’ impegno di ricorrere a Vincenzo Maranghi come «consigliere» in futuro, «prima di prendere decisioni importanti»).

Ma nel 1990 arrivò la vicenda che creò più problemi ad Edoardo Agnelli facendolo balzare sulle cronache giornalistiche; un fermo in Kenia per detenzione di stupefacenti (tre milligrammi di eroina, secondo l’ accusa). Una vicenda chiusasi dopo qualche settimana con un’ assoluzione completa ma che ovviamente concentrò sul figlio del presidente della Fiat un’ attenzione certamente sgradita. «Mi sento sfibrato e stanco, disse all’ uscita dal tribunale, è stata una dura battaglia che credo di avere affrontato fondamentalmente da solo».

Di Edoardo nel periodo successivo i giornali si occuparono pochissimo. Una sua intervista comparve nel 1998 su una testata inaspettata, Il Manifesto, dopo l’ elezione del giovane John Elkann nel consiglio di amministrazione della Fiat. Edoardo Agnelli sottolineava la giovane età di John Elkann, il fatto che la sua nomina era avvenuta pochi giorni dopo la morte per cancro del cugino Giovanni e sosteneva che il padre aveva avuto delle «perplessità» (ma l’Avvocato replicò subito con una dichiarazione affermando che non c’era stata alcuna esitazione sulla scelta di John Elkann). Edoardo Agnelli confermava comunque di non avere «mai pensato di fare il manager» o di occuparsi «in prima persona dell’ aziendà. E così sarebbe stato.

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Giovannino Agnelli, un addio in silenzio

Corriere della Sera

E’ scomparso a Torino nella casa del padre Umberto, aveva 33 anni. Ha combattuto sino all’ ultimo con tenacia e dignita’ . La causa della morte

Giovannino Agnelli, un addio in silenzio

Romiti e il Consiglio della Fiat: porto’ nell’ azienda umanita’ ed entusiasmo Per suo desiderio, i funerali saranno in forma privata. Colpito da un tumore rarissimo: al mondo noti soltanto 56 casi

E’ scomparso a Torino nella casa del padre Umberto, aveva 33 anni. Ha combattuto sino all’ultimo con tenacia e dignita’ Giovannino Agnelli, un addio in silenzio Romiti e il Consiglio della Fiat: porto’ nell’azienda umanita’ ed entusiasmo Per suo desiderio, i funerali saranno in forma privata TORINO – Non ce l’ha fatta. Giovanni Alberto Agnelli e’ morto: la rara forma tumorale all’intestino che l’aveva colpito nel marzo scorso se lo e’ portato via ieri mattina, nella casa del padre Umberto dove era tornato a fine agosto dopo l’intervento e le cure al “Memorial Sloan Kettering Center” di New York. Li’, nella quiete verde della tenuta “La Mandria”, assieme ai genitori e alla moglie Frances Avery Howe ha combattuto sino all’ultimo con tenacia e dignita’, seguito nelle cure da una equipe di luminari torinesi in stretto contatto con i medici americani. Li’, soprattutto dopo la nascita (il 16 settembre) della figlia Virginia Asia, aveva moltiplicato la voglia di vivere ed era sembrato recuperare energie. Non e’ bastato: a soli 33 anni il giovane uomo che, per unanime decisione del padre Umberto e dello zio Giovanni, avrebbe dovuto guidare l’impero Fiat verso il Duemila, se n’e’ andato stroncato da una delle peggiori e rare forme di cancro che esistano. Per espresso desiderio di Giovanni Alberto, che non ha mai abbandonato la speranza e lo spirito combattivo ma e’ sempre stato consapevole della gravita’ della malattia (la annuncio’ lui stesso in un’intervista alla Stampa per evitare voci e speculazioni), i funerali avverranno in forma strettamente privata e ne sara’ dato l’annuncio solo a esequie avvenute. E anche la famiglia si stringe in “un dolore strettamente privato” che chiede rispetto: gia’ oggi si svolgera’ una cerimonia a Villar Perosa. L’unico messaggio all’esterno, affidato al portavoce del gruppo Ifi – Ifil, e’ “il desiderio di ringraziare per l’imponente, affettuosa partecipazione ricevuta in questi mesi”. Una partecipazione spontanea, generale, di fronte alla tragedia di un uomo di 33 anni che avrebbe potuto avere tutto e, di colpo, si e’ trovato a combattere contro un cancro. Una partecipazione fatta di rispetto per la dignita’ e il senso di responsabilita’ mostrati sino all’ultimo da Giovanni Alberto Agnelli. Alla cui memoria rende omaggio l’intero vertice Fiat: “Il presidente Cesare Romiti, il vicepresidente Gianluigi Gabetti e l’amministratore delegato Paolo Cantarella – reca una nota ufficiale – interpretando il sentimento di tutti i dipendenti delle societa’ del gruppo, della dirigenza e dei consiglieri, si uniscono al dolore della famiglia e rimpiangono il giovane Giovanni Alberto Agnelli, che ha portato nel consiglio di amministrazione della Fiat, insieme con le sue capacita’, le doti di umanita’ ed entusiasmo che appartenevano alla sua personalita”. Doti che non sono mai mancate a Giovanni Alberto Agnelli, neppure nei momenti piu’ drammatici. La sua forza di volonta’, nelle ultime settimane, aveva fatto sperare nel miracolo: aveva trovato nuove energie, aveva ricominciato a uscire, a fare progetti. Mercoledi’ sera la sua prima apparizione in pubblico dal marzo scorso: in tribuna d’onore allo Stadio delle Alpi, assieme al padre Umberto, per vedere la Juventus battere il Manchester United e qualificarsi in Champions League. Era dimagrito, segnato dalla malattia, ma sereno e determinato. E l’impressione generale era stata: la sua presenza allo stadio (una presenza per una volta non infastidita dall’invadenza, dalla curiosita’ morbosa, con la stampa non all’assalto), significa che ce la puo’ fare. Invece no. Quel match di calcio e’ stato quasi l’ultimo desiderio di una vita normale, una vita che si avvicinava spietatamente alla fine. Non ce l’ha fatta. E la sua morte lascia tutti impietriti.

LA CAUSA DELLA MORTE Colpito da un tumore rarissimo: al mondo noti soltanto 56 casi Soltanto 56 casi conosciuti al mondo: e’ una forma di tumore rarissima, della categoria dei sarcomi, quella che ha colpito Giovanni Agnelli Junior. La malattia era cominciata nella primavera scorsa, con forti dolori addominali. Si era pensato dapprima a un’infezione intestinale contratta in Oriente, dove Agnelli aveva viaggiato poco tempo prima. Ma la situazione era peggiorata tanto da richiedere un intervento chirurgico d’urgenza per un’occlusione intestinale. Dell’equipe facevano parte l’anestesista Felicino De Bernardi, il gastroenterologo Francesco Rossini e il chirurgo Paolo Calderini. E gia’ durante l’operazione si era cominciato a sospettare la diagnosi peggiore, inaspettata in una persona giovane, di soli 33 anni: un tumore. Le cellule tumorali avevano invaso la parete intestinale, fino a provocare un blocco. E avevano formato una massa retroperitoneale, cioe’ un accumulo in profondita’, come avevano rivelato le ecografie. La conferma e’ venuta poi dalla biopsia, cioe’ dal prelievo dei tessuti malati e dal loro esame al microscopio. Commenta, con poche parole, il professor Rossini: “Ci siamo resi conto che si trattava di una forma di tumore rarissima e abbiamo cominciato a cercare casi analoghi, descritti nella letteratura scientifica, attraverso Medline, una sorta di catalogo in cui sono registrate le ricerche mediche condotte nel mondo: ne abbiamo trovati 56 di cui una trentina seguiti al Memorial Sloan Kettering Center di New York. Pochi altri casi erano stati diagnosticati a Houston e in un centro oncologico francese”. La malattia non poteva essere controllata soltanto con un intervento chirurgico, che e’ indispensabile di fronte a situazioni di emergenza come un blocco intestinale, ma non riesce ad asportare tutti i tessuti colpiti dal tumore. In queste forme tumorali si tenta la chemioterapia con i farmaci oppure la radioterapia ed e’ indispensabile che siano i centri con una certa esperienza a praticare le cure. Giovanni Agnelli ha scelto di farsi ricoverare proprio allo Sloan Kettering, considerato uno dei migliori centri oncologici al mondo e all’avanguardia nella cura dei tumori intestinali: si sperimentano cure, soprattutto per le forme rare, dieci anni prima che diventino di uso generalizzato. Un centro famoso anche per la privacy che circonda i pazienti e da cui poco e’ trapelato sulle cure praticate ad Agnelli. Si dice che molti altri personaggi famosi vi siano stati ricoverati, ma i medici non hanno mai rivelato il nome ne’ la diagnosi o le terapie. Allo Sloan Kettering (il nome e’ quello di due industriali che hanno finanziato l’ospedale nato nel 1884) i gastroenterologi hanno sperimentato e messo a punto una tecnica particolare per somministrare i farmaci chemioterapici nella cura dei tumori intestinali: quella della perfusione ipertermica, un metodo sofisticato inventato da uno specialista di Washington, Sugar Baker. I farmaci vengono diluiti in un liquido riscaldato a una temperatura di 42 gradi per potenziare l’effetto del chemioterapico. Inoltre la temperatura, superiore di alcuni gradi a quella normale dell’organismo, riesce a distruggere le cellule maligne, piu’ sensibili al calore di quelle sane. Tutte le terapie tentate non hanno, pero’, avuto alcun esito positivo: spesso i farmaci chemioterapici sono tossici e se il tumore non risponde devono essere sospesi, altrimenti rischiano di diventare un boomerang e aggravare le condizioni del paziente. E la forma di sarcoma che e’ stata diagnosticata ad Agnelli e’ quasi sempre insensibile ai farmaci: e’ un tumore che si diffonde soprattutto all’addome e poi puo’ invadere altre parti dell’organismo: quando le terapie non funzionano, ha una prognosi molto grave e le speranze di vita si limitano a pochi mesi. Giovanni Agnelli jr e’ tornato in Italia alla fine di agosto: per lui, a questo punto, non rimanevano che le cure palliative: una serie di interventi di supporto che potevano aiutarlo ad alimentarsi ed eventualmente a sopportare il dolore che spesso compare in queste forme di tumore. L’equipe che lo ha seguito nei suoi ultimi mesi di vita era, infatti, composta da un nutrizionista, da un esperto di terapia del dolore e da un oncologo chemioterapista. Quest’ultimo, il professor Felice Gavosto dell’Universita’ di Torino, a cui abbiamo rivolto alcune domande, ha risposto “No comment. Per noi e’ un problema di deontologia professionale e di privacy. Posso soltanto dire che era una persona di grande coraggio. Ha trovato la forza di alzarsi, di vestirsi e di assistere a una partita di calcio qualche giorno fa. Era animato da una gran voglia di vivere e ha lottato fino alla fine”. Non e’ infrequente nelle persone malate, anche in una fase avanzata del tumore, sentirsi relativamente bene, proprio grazie alle cure palliative, ma il crollo finale e’ poi rapidissimo, una questione di pochi giorni.

Polato Raffaella, Bazzi Adriana

Pagina 2
(14 dicembre 1997) – Corriere della Sera

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Intervista al dott. Marco Bava, amico di Edoardo Agnelli

Giovedì 24 Marzo 2011 07:41

Intervista al dott. Marco Bava, amico di Edoardo Agnelli

Lei come ha conosciuto Edordo Agnelli e che tipo di rapporto esisteva tra voi, Di lavoro o di amicizia?

Io l’ho conosciuto nel 1987-88 in un’assemblea della famiglia Agnelli in cui si discuteva del controllo della società. Io portai degli elementi che lui non conosceva sul fatto che il controllo della società stesse cambiando. Stavano costituendo delle società per, probabilmente, escludere Edoardo dalla successione. A quel punto lui volle conoscermi meglio, mi vide documentato, volle i documenti e lì cominciò la nostra amicizia. Mi chiede come posso definire Edoardo, ed io direi che è uno delle persone più trasparenti e corrette che ho conosciuto nella mia vita. Lui sentiva il dovere di distribuire attraverso azioni sociali, facendo del bene alla gente ed occupandosi dei meno fortunati; questi erano i grandi privilegi che gli erano arrivati per nascita. Quindi lui si è sempre occupato dei deboli, delle persone sofferenti ed ha sempre voluto cercare di trasmettere questa sua grande fortuna e questo suo grande privilegio agli altri che invece non avevano avuto la stessa fortuna. Io lo definirei una persona generosa, disponibile e semplice.

Lei era al corrente della sua conversione all’Islam?

Io ne ho sentito parlare da lui a grandi linee. I nostri ragionamenti erano prevalentemente sui temi economici ed anche di politica internazionale. So che lui aveva “eletto” la nazione iraniana e la Repubblica iraniana come suo secondo paese di adozione. Nel senso che lui in Italia non si sentiva sicuro, aveva paura di essere ucciso e tutte le volte che questa paura diventava più pressante scappava in Iran per essere protetto. Però i suoi rapporti con gli Usa erano pessimi, in particolare lui aveva continue scaramucce, discussioni con Henry Kissinger. Come tutti sappiamo si tratta di un personaggio molto importante nella storia degli Stati Uniti. Edoardo è nato negli Stati Uniti, ma la sua seconda patria dopo l’Italia, era l’Iran. Dal punto di vista religioso diciamo che io ho percepito che lui avesse un’attrazione nei confronti dell’Islam ma non ha mai rinunciato ai rapporti con il Papa Giovanni Paolo II. Aveva dei rapporti anche con il Cardinale di Torino, ed anch’io in alcune occasioni feci in modo che lui avesse dei rapporti. Io non so quando questa conversione sia avvenuta ma posso dire con certezza che più di una volta siamo andati insieme nelle chiese cattoliche per delle funzioni particolari come quella della Pasqua.

Il 31 Marzo del 2008 nell’assemblea Fiat, Lei si è espresso così: “Edoardo Agnelli è stato suicidato ed io considero co-responsabile la vigilanza Fiat per un’omessa vigilanza. Lei conferma tutto ciò?

Certo, in quanto io considero impossibile per chiunque entrare in casa Agnelli, essendo un posto tutelato dalla sicurezza privata, dal personale armato e dalla polizia privata della Fiat . Io considero impossibile il suicidio ed ovviamente ho pensato a che cosa potesse essere successo. Io considero impossibile il suicidio perché Edoardo non si sarebbe mai suicidato e se l’avesse fatto, avrebbe scritto qualche cosa che lo giustificasse. Per di più avevamo in quel periodo l’intenzione di occuparci di tre fatti: il primo era la sua successione. Volevano proporgli una estromissione in cambio di soldi ed io gli ho consigliato di non accettare, quello che poi è avvenuto a Margherita Agnelli, che adesso ha impugnato attraverso un processo presso il tribunale di Torino. Il secondo tema era che il padre adottasse John Elkann, cambiandogli il cognome da Elkann in Agnelli e lui era al contrario. Ed il terzo la sostituzione dell’amministratore delegato della Fiat, che allora era Cantarella, con un certo Quadrino che era stato dirigente Fiat, direttore Fiat ed attualmente amministratore delegato della AM. Avevamo degli accordi per incontrare il padre per discutere di questa storia della successione ed io so che in quel momento a tutto pensava, sicuramente al suo futuro, ma non certo a suicidarsi. Per di più io essendo in possesso del dossier, ho scritto ben 16 pagine di controdeduzioni sul suicidio che ho mandato alla procura generale, al Consiglio Superiore della quel momento a tutto pensava, sicuramente al suo futuro, ma non certo a suicidarsi. Per di più io essendo in possesso del dossier, ho scritto ben 16 pagine di controdeduzioni sul suicidio che ho mandato alla procura generale, al Consiglio Superiore della Magistratura e tra queste posso elencare che a 155 Km, la velocità con cui si sarebbe impattato al suolo, lui non avrebbe avuto le lievi conseguenze constatate dai medici. I medici non hanno neanche controllato se era lui, in quanto pur essendo alto 1,90 e pesasse 120 chili hanno detto che pesava 75 chili ed era alto 1,75. Quindi la negligenza nella perizia medica, negligenza in tutta una serie di esami che non sono stati fatti. Ad esempio nel palmo della mano è stata trovata della terra. Era impossibile che cadendo da 155 km lui riuscisse a raccogliere la terra di dove è caduto. Evidentemente questa terra poteva non essere stata di quel posto. Nessuno ha analizzato la terra e la provenienza. A questo punto io ho pensato cosa potesse essere successo e mi sono immaginato una possibile ipotesi, non provata, dinamica. Qualcuno è entrato in casa e quindi la sorveglianza poteva aver permesso questo ingresso, l’ha prelevato dal suo letto, l’ha vestito alla bene medio, ci deve essere stata una colluttazione oppure lui è stato lanciato giù da casa sua. Sono tre metri, c’è un piccolo terrazzo, da cui uno può essere lanciato. A quel punto, sempre ipoteticamente, potrebbe essere stato caricato sulla sua automobile. La sua automobile è andata sotto il cavalcavia, lo hanno scaricato. Possono avere preso un masso, possono avergli fracassato la testa. Il masso potrebbe essere stato buttato nel fiume per non lasciare prove e poi l’automobile è stata portata sul cavalcavia, dopo aver contato attraverso i sobbalzi il pilastro sotto al quale lui è stato abbandonato. I moventi possono essere più di uno. Primo, dava fastidio che Edoardo si occupasse della Fiat attraverso la successione legittima, in quanto era in contro tendenza rispetto alle indicazioni che potevano arrivare da parte dell’esterno. Sicuramente è stato suicidato, sicuramente da un gruppo di professionisti che hanno potuto farlo. Sicuramente questa cosa non può essere avvenuta casualmente e senza nessun tipo di copertura. Sicuramente lui era contrario a rapporti fra Fiat e Russia. Sicuramente osteggiava questi rapporti che un suo parente, suo cognato – marito di Margherita Agnelli, che è un nobile, un principe russo – teneva. Sicuramente Edoardo è sempre stato amico di Gorbachov, contrario a Yeltsin ed a tutta la sua successione. Traete voi le conclusioni.

Giuseppe Puppo – “Ottanta metri di mistero. La tragica morte di Edoardo Agnelli” pref. di Ferdinando Imposimato, Koinè Nuove Edizioni, 2009

Sulla tragica vicenda di Edoardo è stato pubblicato in Italia un libro dal titolo “Ottanta metri di mistero. La tragica morte di Edoardo Agnelli“ .

L’autore, Giuseppe Puppo è un bravo giornalista che con l’ausilio di interviste e testimonianze inedite conduce una inchiesta, rigorosa ed obiettiva, per tentare di chiarire i molti dubbi che caratterizzano questo caso. Otto anni di silenzio e indifferenza sono infatti calati sulla morte di Edoardo, divenuta un mistero oscuro ed inquietante.

L’autore infatti dichiara: «Mi tornarono alla mente le voci, gli articoli, le illazioni fatte al tempo della morte di Edoardo, quello che riportarono certi siti internet, il suicidio misterioso, la lotta di potere, l’esclusione del figlio da ogni ruolo. Per sei mesi ho raccolto testimonianze di amici, parenti, altre figure per riscrivere i fatti di quel giorno, il quindici di novembre dell’anno duemila. Mi sono chiesto: come mai per la morte di lady Diana sono stati scritti mille articoli, trenta libri e svolte due inchieste una in Inghilterra, un’altra in Francia mentre per Edoardo il caso si è chiuso in quarantotto ore».

La prefazione del libro è scritta da Ferdinando Imposimato, magistrato in passato titolare di importanti indagini sul terrorismo e i “misteri italiani”, e conferisce al libro-inchiesta di Puppo un ulteriore valore.

Molte le zone d’ombra sulle quali il testo cerca di fare luce. Non crede assolutamente al suicidio Marco Bava, analista finanziario e amico di Edoardo, intervistato dall‘ autore. Bava, dal giorno della morte, ha sempre cercato la verità su quanto accade in quei tragici momenti. Non si può capire, sostiene egli, la morte di Edoardo se non inquadrandola nel contesto degli affari finanziari della famiglia. Interessanti anche le altre interviste, come quella al medico legale che prende le distanze dalla vicenda e scarica ogni responsabilità del certificato di morte sul suo superiore gerarchico.

Il medico del 118, accorso per primo sul posto, invece preferisce non rispondere alle domande di Puppo. Difficili da spiegare le tracce di terriccio tra le mani del giovane Agnelli, per chi era piombato da un’altezza di 90 metri, così come i mocassini ancora ai piedi. Molte le incongruenze e le stranezze individuate dall’autore: l’assenza delle guardie del corpo di Edoardo Agnelli; l’intervallo di due ore tra l’uscita di casa e l’arrivo sul viadotto di Fossano; le telecamere di casa Agnelli, le cui immagini non sono state mai viste; il traffico telefonico sui due cellulari; la totale assenza di testimoni lungo un tratto stradale che registra il passaggio, a quell’ora, di almeno otto vetture al minuto; l’assenza di impronte digitali sull’auto; la sepoltura affrettata; l’esame autoptico mancante. In questo quadro, l’autore del libro, in modo obiettivo ed equilibrato, documenta i rapporti tra Edoardo e una parte della famiglia: relazioni conflittuali , come quando Edoardo rifiutò di cedere un mese prima della morte, in cambio di una liquidazione, i diritti sulla società finanziaria che controllava l’impero degli Agnelli e denunciò pubblicamente il “tentativo di estromissione radicale dalla Fiat” e l’intenzione del padre di voler dare ai figli di Margherita, John e Lapo Elkann, il cognome degli Agnelli.

Ai contrasti originati da questioni ereditarie interne alla famiglia si aggiunsero le implicazioni politiche e religiose legate alla conversione di Edoardo all’Islam. Una scelta quest’ultima poco apprezzata, se non temuta, da componenti familiari legate ad ambienti internazionali particolarmente ostili al mondo musulmano….

Da: Associazione islamica Imam Mahdi (AS)

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di Mario Consoli – 16/01/2011

Fonte: Rinascita [scheda fonte]

Le prime tragedie di famiglia colpiscono proprio il capostipite, il senatore Giovanni. Dopo la prematura morte della figlia Tina, che lasciò cinque orfani in tenera età, perse il figlio maschio destinato ad essere l’erede dell’impero di famiglia. 
Siamo nel 1935; Edoardo era di ritorno da Forte dei Marmi dove era andato a trovare i figli in villeggiatura, a bordo di un idrovolante pilotato dal leggendario Arturo Ferrarin; ammarato a Genova, scese sull’ala e si mise in posa per i fotografi, ma un pattino del velivolo urtò contro un tronco; Edoardo perse l’equilibrio e cadde verso l’elica ancora in movimento che praticamente lo decapitò. 
La giovane vedova, Virginia Bourbon del Monte, figlia del principe di San Faustino, è ricordata da tutti come bellissima e piena di vita. Non rassegnata al ruolo di perenni gramaglie cui la famiglia del marito avrebbe voluto costringerla, riprese presto a frequentare il “bel mondo”, si occupò dei suoi sette figli, ma non disdegnò occasioni di svago e divertimento. È nota una sua lunga relazione con il famoso giornalista Curzio Malaparte, che la presentava in qualità di sua “fidanzata”, come riferisce Giuseppe Prezzolini.
Gli scontri con il suocero si fecero sempre più violenti e frequenti. Dopo aver rinunciato al controllo del comportamento della nuora, il senatore fece di tutto per sottrarle i figli. Voleva essere nominato tutore dei nipoti così come era riuscito a fare, avendo poca stima del genero, con i figli di Tina. Si arrivò a situazioni d’ogni tipo: dall’utilizzo della polizia per bloccare il treno sul quale Virginia viaggiava con i figli – riportando con la forza i bambini a Torino, dal nonno – alla richiesta della donna di intervenire in sua difesa fatta direttamente a Mussolini, che si occupò del caso e ottenne che i bambini rimanessero affidati alla madre. Ciò nonostante Agnelli riuscì a decidere sull’educazione del maschio primogenito, Gianni, che fu affidata a Franco Antonicelli, un intellettuale antifascista amico di Piero Gobetti e Norberto Bobbio. I litigi con la nuora finirono nel 1945 con la morte violenta della donna in un incidente automobilistico, mentre si recava da Roma a Forte dei Marmi.
Fu poi la volta della tragica fine di Giorgio – fratello di Gianni – a soli 36 anni. Uomo brillante e giudicato da molti di viva intelligenza, finì invischiato in storie di droghe ed esaurimenti. Secondo la versione ufficiale si sarebbe gettato dall’ultimo piano della clinica dove era ricoverato.
Gianni fa un matrimonio di alto rango: sposa Marella, la figlia di Filippo Caracciolo, principe di Castagneto, duca di Melito e Segretario generale del Consiglio d’Europa. Da questo matrimonio nascono due figli: Edoardo e Margherita. 
Edoardo, personaggio schivo e riservato, si dedica a studi filosofici e orientali. Nel 1974 si converte all’Islam. Nel 1988 si viene a sapere che fa uso di eroina: a Roma è indagato e poi prosciolto perché viene riconosciuta la detenzione di droga per uso personale. Nell’ottobre del 1990 è, per gli stessi motivi, arrestato in Kenia, a Malindi; a toglierlo dai guai si precipitò sul posto suo cugino Giovannino. Tra i due intercorrevano ottimi rapporti ed Edoardo non aveva mai manifestato disappunto per il fatto che il figlio di suo zio Umberto fosse stato designato come futura guida della Fiat.
Ma, dopo il 1997, le cose cambiano: Giovannino – a soli 36 anni – muore per una rara forma di cancro, la questione della successione si riapre e l’ “avvocato” sembra prendere in considerazione la candidatura del nipote John Elkann, primogenito della figlia Margherita. Edoardo non è d’accordo: “Se il potere della nostra famiglia cadesse nelle mani sbagliate – afferma – sarebbe una cosa estremamente pericolosa per questa nazione”; si dichiara disponibile, alla morte del padre, a prendere le redini dell’impero di famiglia; comincia a delineare scelte strategiche ed economiche nuove. Edoardo crede nelle energie alternative e ritiene maturi i tempi perché un’azienda come la Fiat si dedichi a immettere nel mercato autovetture non inquinanti e a bassi consumi. I rapporti col padre cominciano a guastarsi; si parla di discussioni e di malumori. 
Della ventilata successione al giovane John, Edoardo non vuole nemmeno parlare. Gli vengono presentati dei documenti che prevedono la rinuncia, sua e della sorella Margherita, a posti di comando all’interno delle aziende di famiglia in cambio di un’adeguata liquidazione in denaro e beni immobili. Edoardo si rifiuta di firmare e denuncia pubblicamente il “tentativo di estromissione radicale dalla Fiat”.
Alle 10 di mattina del 15 novembre 2000 il corpo del primogenito di Gianni Agnelli viene trovato sotto un cavalcavia dell’autostrada A6 Torino-Savona, in località Fossano. Lo chiamano “il ponte dei suicidi”; dal greto del sottostante torrente Stura l’altezza del cavalcavia fa paura: 80 metri.
Arriva sul posto la polizia e il procuratore di Moncalieri, Riccardo Bansone, che dichiarerà al giornalista del Corriere della Sera: “Di sicuro c’è che il signor Agnelli è finito qui sotto. Non ho le prove inoppugnabili per affermare che si tratti di suicidio. Il suicidio è una delle tre possibilità che stiamo vagliando. Le altre due sono malore e omicidio”.
Il padre, l’ “avvocato” Gianni, riesce a raggiungere il posto, per il riconoscimento, solo nel primo pomeriggio. Alle 15 la salma è trasportata all’obitorio del cimitero di Fossano. Alle 17 è già a Villar Perosa dove prontamente arriva il nullaosta per la sepoltura. Lo scrupolo dei magistrati manifestato la mattina si è dissolto: nessuna indagine, niente autopsia. Trovato il corpo a metà mattina, la sera è già nella tomba di famiglia. In questi ultimi dieci anni molti giornalisti hanno cercato di analizzare i dettagli del “suicidio” ed hanno tentato di riaprire un’indagine così frettolosamente archiviata. 
Come mai non c’era – come accadeva abitualmente – né autista né scorta? Perché alcuni testimoni parlarono di un corpo “quasi intatto”? Perché, sotto i vestiti, aveva la giacca del pigiama? Come faceva, dopo un volo di 80 metri – e quindi dopo un impatto calcolato sui 150 km orari – ad avere ancora le scarpe ai piedi, le bretelle allacciate e al collo una collana di palline di legno intatta? Come mai aveva del terriccio nelle mani, mentre il greto su cui era stato trovato il cadavere era una pietraia? Che logica può avere il fatto che, prima di morire, Edoardo avesse telefonato al dentista per spostare l’appuntamento? Come mai un pastore di mucche, tal Luigi Asteggiano, ha testimoniato di aver visto il cadavere sotto il cavalcavia già alle ore otto, mentre il Telepass della Croma di Edoardo ha registrato il passaggio al casello autostradale alle 8.59?
Inoltre, lo psicologo-amico Alberto Pini, che lo seguiva da undici anni, dichiarò che mai aveva avuto l’impressione che in lui potessero prender corpo intenti suicidi. Il suo amico e consulente finanziario Marco Bava affermò: “La storia di Caino ed Abele si ripete… Edoardo è morto perché era contro i giochi di potere che prima ti blandiscono, poi ti escludono, infine ti eliminano!”. E ancora: “Non mi pare credibile il suicidio. Negli ultimi giorni della sua vita Edoardo stava occupandosi di tante cose, studiava, era pieno di attività. Fra l’altro si riproponeva di ristrutturare casa sua, avrebbe voluto iniziare subito i lavori e aveva fissato per questo un appuntamento preciso col sindaco di Torino. Strano, no? Volersi suicidare e al tempo stesso voler chiedere di sveltire una pratica burocratica per ristrutturare quanto prima la propria casa…”.
Il giornalista Giuseppe Puppo, nel febbraio 2009, ha pubblicato un libro, Ottanta metri di mistero, dove sviluppa meticolosamente i molti aspetti inquietanti della morte di Edoardo Agnelli; ad oggi nessuna risposta è giunta ai quesiti formulati da Puppo.
Il giornalista Giovanni Minoli ha recentemente riproposto il “giallo”, dedicandogli un’intera puntata della sua trasmissione televisiva La storia siamo noi (RaiDue, 23 settembre 2010). Per l’occasione Sette, il supplemento settimanale del Corriere della Sera, è uscito con in copertina la foto di Edoardo Agnelli e il titolo Omicidio o suicidio? A Teheran si è parlato apertamente di “complotto sionista” messo in atto per eliminare un ostacolo che si frapponeva alla presa del potere all’interno della Fiat da parte di elementi ebraici; Edoardo, nella capitale iraniana, è stato ricordato, e onorato, come “martire”.
Soffermiamoci ora sulla sorella Margherita, il cui figlio primogenito, dopo tante tragedie, si è saldamente insediato al comando dell’impero Agnelli.
Bella e ribelle, già a 17 anni esce di casa e va a Roma dove conosce il giovane Carlo Torlonia, col quale vive per due anni, finché lui non si fa sopraffare dalla droga, che arriva ad ucciderlo. Di lì a poco incontra Alain Elkann, giovanotto elegante e apparentemente timido. Ha le nazionalità francese e americana e lavora a Torino, all’IFI. Pochi mesi dopo chiede di sposarla. Lui è di padre e madre ebrei, lei cattolica, optano quindi per il matrimonio civile. La cerimonia si svolge a Villar Perosa; “celebra”, in qualità di sindaco del paese, il padre, l’ “avvocato” Gianni, sotto il ritratto del “senatore”, capostipite della famiglia.
Gli sposi si trasferiscono a New York, dove Alain viene assunto nella casa editrice Bantam Books, una delle tante aziende sparse per il mondo con partecipazione Fiat. Alla nascita del primo figlio cominciano gli scontri tra Margherita e la famiglia del marito: “Io intendevo agnellizzare il mio bambino, mentre l’altra parte voleva a tutti i costi elkannizzarlo”. Il primo round, quello della scelta dei nomi, si concluse con un compromesso: il bambino si chiamerà John, Philip – in onore del nonno e del bisnonno di Margherita – e Jacob – in ossequio alla religione ebraica –. Ma in famiglia è sempre stato chiamato Yaakov – poi contratto nel diminutivo Jaki – tanto per chiarire quale dei tre nomi avesse maggior peso. Alain Elkann, nel suo recente libro “Nonna Carla”, dedicato alla famiglia e alla morte della madre, non indica mai il suo primogenito con il nome John; è Jaki, Giacobbe, e basta.

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La morte di Edoardo Agnelli fa ancora discutere, anche se qualcuno non vorrebbe

La sua conversione all’Islam sciita, i suoi progetti per la FIAT e la scalata degli Elkann

La FIAT è uno dei caposaldi dell’economia italiana e la vita economica nazionale risente nel bene e nel male delle sue scelte. Le spregiudicate
operazioni finanziarie dell’a.d. Marchionne, la paventata chiusura dello stabilimento di Termini Imerese ovvero le note di cronaca al limite dello scandalistico che rigurdano gli esponenti della famiglia Agnelli (ormai Agnelli-Elkann) sono di dominio pubblico. In effetti a questo modello di
capitalismo selvaggio c’era stata la possibilità di trovare un’alternativa nella persona di Edoardo Agnelli, il quale sarebbe risultato a tutti gli effetti erede dell’impero economico-finanziario di famiglia, ma il suo stile non rientrava nei parametri manageriali contemporanei e più volte era stato esortato a
farsi da parte a fronte di laute prebende fino alla sua scomparsa rimasta agli annali come caso di suicidio.

In effetti l’aspetto che tutti conosciamo di lui è quello di una persona stravagante, seguace del discusso santone Say Baba, devoto di San Francesco d’Assisi ed occasionalemnte dedito agli stravizi,
le cui complessità e difficoltà caratteriali sarebbero culminate nel suicidio del 15 novembre 2000. Sulla sua scomparsa si era ben presto incentrata l’attenzione di una troupe televisiva iraniana, intenzionata a girare un documentario su Edoardo Agnelli, convertitosi a suo tempo all’islam shiita e al centro di grande interesse in Iran per la sua spiccata sensibilità che avrebbe voluto canalizzare in una gestione della FIAT più oculata e attenta alle istanze sociali. Gli ostacoli giudiziari che questa troupe trovò nel
corso delle sue ricerche in Italia attireranno perciò l’attenzione di Giuseppe Puppo, giornalista e scrittore trapiantato da anni a Torino, il quale, senza alcun pregiudizio in positivo o in negativo su Edoardo Agnelli, si sarebbe parimenti impegnato in queste ricerche sulla sua vita e morte. Il suo lavoro
sarebbe culminato nella pubblicazione per i tipi di Koinè Nuove Edizioni a inizio 2009 del libro Ottanta metri di mistero. La tragica morte di Edoardo Agnelli e dalle sue indagini giornalistiche ha preso il via la conferenza che ha tenuto per l’associazione culturale Strade d’Europa di Trieste nella
conferenza Luci e ombre della FIAT, realizzata con il contributo finanziario dell’Ente Regionale per il Diritto allo Studio Universitario di Trieste. Nella sala conferenze dell’Hotel Letterario Victoria piena di pubblico, Puppo ha spiegato che questi 80 metri che danno il titolo alla sua opera, sono il volo che
Edoardo avrebbe fatto dal cavalcavia stradale da cui si sarebbe gettato per suicidarsi, ma vi sono diversi lati oscuri, a partire dalle condizioni del cadavere, ben differenti da quelle di una persona getattasi da quell’altezza. Per non parlare del suo abbigliamento oltremodo trasandato, cosa per lui non usuale, e del fatto che in un’ora di traffico autostradale intenso nessuno ha notato Edoardo gettarsi, tanto più visto che avrebbe dovuto scavalcare un parapetto di una certa altezza, cosa estremamente ardua per lui all’epoca claudicante e sovrappeso. Queste sono solo alcune delle discrepanze maggiori notate da Puppo, ma evidentemente trascurate dagli inquirenti e dai medici legali che, a fronte delle dichiarazioni del primo minuto in cui si promettevano accurate indagini, archiviarono altresì rapidamente tutta la
vicenda.

In un cammino a ritroso, l’autore scopre gli aspetti meno noti della vita di Edoardo, a partire dalla sua sensibilità sociale per giungere al consenso di cui godeva in Iran, ove oggi è ricordato come martire dell’Islam: attento studioso del mondo sciita, nonché amic corrispondente di personalità
estremamente in vista nello Stato iraniano, Mahdi (questo il nome da lui scelto al momento della conversione) Agnelli è ritenuto vittima di un complotto sionista, giacchè certi ambienti economici avrebbero mal visto una sua ascesa al potere nella FIAT e favorito piuttosto la scalata del ramo Elkann (imparentato con l’alta finanza ebraica parigina), come poi sarebbe in effetti accaduto. A prescindere da questi aspetti complottistici, Puppo attinge preziose informazioni da Marco Bava, consulente finanziario ed amico fraterno di Edoardo, col quale avrebbe lavorato in tandem nel caso di una sua ascesa ai vertici della casa torinese. Bava conferma l’approccio pesantemente critico del suo giovane amico nei confronti del capitalismo selvaggio che stava assorbendo anche la FIAT, laddove avrebbe
voluto creare un’azienda attenta alle esigenze del Paese e protagonista del suo sviluppo non solo economico ma anche e soprattutto sociale: a fronte delle possibilità economiche che gli si prospettavano, avrebbe voluto investirle affinchè la FIAT non fosse più un parassita dello Stato tramite
incentivi alla rottamazione e sussidi vari, bensì un attore attivo e attento anche alle scelte strategiche globali all’estero. Grande era stato quindi il suo sconforto a fronte delle insistenti pressioni del patriarca di casa Agnelli che intendeva liquidarlo con una corposa buonuscita e lasciare mano libera ai cugini Elkann: a tal proposito è cronaca recente la polemica scatenata da Margherita Agnelli, sorella di Edoardo a suo tempo beneficata di un cospicuo vitalizio per farsi da parte nella gestione del patrimonio di famiglia, ma salita alla ribalta per aver sollevato sospetti ben fondati in merito all’esistenza di un patrimonio occulto di famiglia di cui lei non sarebbe stata resa partecipe e tanto meno il fisco italiano. Proprio i rapporti famigliari saranno un nervo scoperto di Edoardo, il quale sentiva la sua sensibilità sociale e la sua ricerca spirituale (ancorchè condotta in maniera apparentemente caotica e con alcune cadute di stile fattesi però via via più rare, ma che erano le informazioni su di lui rimaste maggiormente impresse nei media) incompresa dalle fredde regole del capitalismo cui la sua famiglia si era soggiogata. Moltissimi amici in Italia e nel mondo hanno testimoniato a Puppo le frustrazioni di Edoardo e di come sentisse la mancanza attorno a sé di una sfera famigliare affettuosa e non dedita solamente agli affari.

Nel corso del dibattito seguito all’intervento del relatore sono emersi ulteriori spunti su cui l’ospite si è infine soffermato: sono state evidenziate le similitudini fra i lati oscuri della morte di Edoardo e quella di Jörg Haider, anch’essa frettolosamente archiviata; l’attualità dell’argomento in oggetto è testimoniata dall’uscita proprio in queste settimane del libro del giornalista Gigi Moncalvo dal titolo I lupi e gli Agnelli. Ombre e misteri della famiglia più potente d’Italia; questo presunto suicidio rimane al centro dell’attenzione non solo in Iran ma anche in Libano, con approfondimenti giornalistici e documentari televisivi, laddove in Italia Ottanta metri di mistero ha trovato notevoli difficoltà nella distribuzione e pubblicizzazione.

Lorenzo Salimbeni
Fonte: http://www.conflittiestrategie.splinder.com/
28.01.2010

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Sabato, 19 novembre 2011 – 12:50:50
I DOCUMENTI (per gentile concessione di Aliberti Editore S.p.A.)Il documento che prova la mancata autopsia su EdoardoIl verbale della deposizione di Marco Bava, amico intimo di Edoardo

di Lorenzo Lamperti

Monarchia, impero, dinastia, casa reale. Sono solo alcuni degli aggettivi associati alla famiglia Agnelli, una delle più potenti d’Italia del XX e, forse, dell’inizio del XXI secolo. Proprietari della Fiat e della Juventus, con ampie partecipazioni in società editoriali e finanziarie. Ma la loro influenza non si ferma qui. E come tutte le grandi famiglie che si rispettino, ci sono anche dei punti oscuri. Li esplora tutti il giornalista Antonio Parisi nel suo libro “I misteri di casa Agnelli”, in uscita in questi giorni.

Antonio Parisi ha scelto Affaritaliani.it per raccontare il suo libro e spiegare i segreti degli Agnelli: “Ci sono tantissime cose che nessuno sa sul loro conto. Per esempio, chi sa che nel 1913 il nonno dell’avvocato Gianni Agnelli rischiò di essere arrestato per truffa e falso in bilancio?”. Nel libro ci sono molti documenti sulla morte di Edoardo, che ufficialmente si è suicidato il 15 novembre del 2000: “Le cose non sono andate come ci hanno voluto far credere”, spiega Parisi. “Sul suo corpo non è mai stata fatta un’autopsia”.

Lapo Elkann 4

Lapo Elkann
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Sulla questione legata all’eredità dell’Avvocato, Parisi dice che “il tesoretto occultato è molto più grosso dei 2 miliardi di euro già accertati”. E sul potere della famiglia: “Oggi è calato molto. Ho anche dei seri dubbi che la Fiat sia ancora di loro proprietà”.

I MISTERI DI CASA AGNELLI LOW

L’INTERVISTA

Come nasce la decisione di scrivere un libro sulla famiglia Agnelli?

“E’ una cosa nata per caso. Un paio di anni fa mi ha chiamato dal settimanale Visto per scrivere qualcosa sul suicidio di Edoardo. Era un servizio che doveva uscire per il decennale della sua morte. Durante le ricerche, mi sono imbattuto in Marco Bava, l’amico del cuore di Edoardo. Bava era anche il suo consulente finanziario ed è il depositario dell’intero carteggio di Edoardo, che era un grafomane. Bava sosteneva che si trattasse di un omicidio e non di un suicidio. E l’argomento ha iniziato a interessarmi”.

All’epoca hai denunciato di essere stato ingiustamente screditato, giusto?

“Certamente. E’ stata una lotta difficile. Al secondo articolo su Visto, sulla base di alcune fondate testimonianze, ho scritto che sul corpo di Edoardo non fu mai effettuata un’autopsia. Apriti cielo. Arriva subito una smentita dall’agenzia Adnkronos, che pubblica un’affermazione anonima riportandola come ‘fonte giudiziaria’, per di più alla presenza del Procuratore della Repubblica di Mondovì. Al momento ho fatto la figura del pallaro. Un anno dopo si è riproposta la stessa cosa quando sono stato ospite del programma di Minoli, La storia siamo noi. Questa volta smentisce l’Ansa. Grazie a un fascicolo giudiziario introvabile e coperto da segreto che ci siamo procurati, abbiamo dimostrato che l’autopsia non c’era mai stata per davvero”.

Cosa è successo a Edoardo?

“Difficile dirlo, ma sicuramente non è andata come hanno sempre raccontato. Insieme a Marco Bava sono andato a Fassano, il paese dove è stato ritrovato il suo corpo. Lì sembrava di essere a Corleone. Non avrei mai pensato che in un paesino del Piemonte, proprio nel profondo Nord, mi sarebbe capitata una cosa del genere. Camminavamo per il paese con in mano una telecamera e tutte le strade si svuotavano. Persino il cassamortaro ha fatto trovare chiuso il negozio. Ho chiamato al numero di telefono per le urgenze e quello mi ha detto: ‘Antonio Parisi, a lei non ho niente da dire’. Sapeva già il mio nome e non voleva che gli facessi domande. Avrei potuto avere bisogno di qualche cosa di grave, ma lui sembrava sapere già tutto. In quel preciso istante ho deciso di rompere l’omertà e scrivere un libro”.

Avete trovato qualcosa a Fassano?

“Abbiamo trovato un pastore di mucche che ci ha raccontato che alle 8 di mattina il corpo di Edoardo era già sotto il pilone dove è stato poi ritrovato. E questa cosa fa saltare tutte le teorie precedenti. Si dice infatti che Edoardo avrebbe usato il telefono varie volte nell’intervallo tra le 8 e le 10 del mattino, quando fu ritrovata in autostrada la sua auto. Negli ultimi mesi della sua vita Edoardo era stato minacciato. Volevano che rinunciasse ai suoi diritti societari, come aveva fatto la sorella Margherita. Per parlare con suo padre doveva chiamare al centralino della Fiat, come se fosse un estraneo”.

Ma la famiglia Agnelli non si è mai interessata alle tue ricerche?

“Macché, anzi quando ho scritto quegli articoli si sono stizziti non poco. Non volevano che si parlasse della vicenda. E a me è sembrata una cosa strana, perché se fossi un familiare di una persona che è morta in modo strano vorrei sapere la verità, non occultarla”.

La famiglia Agnelli può essere paragonata a una monarchia?

“Sicuramente. In Italia ha preso il posto della Casa Reale, facendone le veci, anche nell’immaginario della gente comune. Gli Agnelli sono piemontesi, come i Savoia. Gianni è stato vissuto da molti come un personaggio mitico. Una volta Vittorio Emanuele III si è fatto fotografare al volante di una Fiat, lui che non sapeva neppure guidare. Forse non era lui il vero re. E come tutte le monarchie, la famiglia Agnelli è piena di misteri, con morti quantomeno bizzarre”.

Ci fai qualche esempio?

“I genitori dell’Avvocato sono morti tutti e due in circostanze particolare. Il papà è morto decapitato dall’elica di un aereo proprio il giorno dell’anniversario della Rivoluzione Francese. Sua madre invece ha perso la vita in un incidente molto chiacchierato. Si dice che lei stesse correndo dal proprio amante, Curzio Malaparte. Poi c’è Giorgio, fratello di Gianni, morto per un suicidio che, come quello di Edoardo, lascia molti dubbi”.

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Da dove arriva il potere degli Agnelli?

“Per esempio dal controllo della stampa. Nel 1913 il nonno dell’Avvocato ha rischiato di essere arrestato per truffa e falsificazione dei bilanci. La Fiat stava per fallire. Tutto per due articoli pubblicati su La Stampa. Per risolvere la cosa hanno comprato il giornale. Poi ci sono i rapporti con le istituzioni. Giovanni Agnelli aveva messo sul suo libro paga il capo della Polizia, che fu poi il capo della Polizia segreta fascista. Una volta Giovanni ha fatto fermare un treno per far portare via i nipoti alla moglie del defunto figlio. Insomma, altro che Berlusconi. L’avvocato Ganma, che ha seguito la vicenda dell’eredità dell’Avvocato, ha detto che Margherita, figlia di Gianni, una volta gli ha detto: ‘A me non mi possono fare niente perché sono un’Agnelli’. Si potrebbe dire l’importanza di chiamarsi Agnelli, no?”

A proposito dell’eredità, credi davvero ci sia un tesoretto dell’Avvocato occultato all’estero?

“Altroché. E secondo me è ben più grosso dei due miliardi di euro di cui si è parlato. La si potrebbe anche definire sexy-eredità. L’avvocato Franzo Grande Stevens ha detto a Margherita che tutti e due quei miliardi non li può avere, perché la metà è destinata alle donne ‘amate’, diciamo così, da Gianni Agnelli. L’Avvocato ha creato una specie di fondo di un miliardo di euro per non far soffrire le amanti dopo la sua morte”.

Chi è l’erede dell’Avvocato?

“John Elkann. Continua a usare lo stile del nonno”.

Ma la famiglia è ancora così potente?

“No, il loro potere si è smosciato da quando è morto Gianni. Addirittura, ho dei seri dubbi che siano ancora loro i veri proprietari della Fiat”.

E chi potrebbe essere allora a controllare l’azienda?

“Qualcuno dice Franzo Grande Stevens e Gianluigi Gabetti, anche se io non ho nessuna certezza a tal merito. Però è una voce”.

Dieci anni fa sarebbe uscito questo libro?

“Assolutamente no”.

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Nella storia mai scritta di Edoardo la chiave del giallo di casa Agnelli

Un’inchiesta tv a caccia di risposte.
Nel 2000 il figlio dell’Avvocato cadde dal viadotto di Fossano Dieci anni di misteri, quesiti irrisolti e voci: fu omicidio o suicidio?
Era solitario, e si sentì abbandonato quando il padre nominò erede John Elkann. Tra le ipotesi addirittura l’assassinio religioso, un complotto sionista

– Gio, 16/09/2010 – 10:00
Edoardo Agnelli decise di farsi conoscere in una gior­nata grigia e fredda. Era metà novembre del duemila, l’an­no atteso, l’anno della svolta. Dieci anni dopo, Edoardo Agnelli resta una leggenda, un’ombra che vola da un via­dotto, finisce di vivere e inco­mincia un’altra storia, quella del mistero.

Non fu suicidio. Fu omicidio. Non fu un gesto improvviso ma la conclusio­ne di un’esistenza infelice. Non fu un atto inconsulto ma una teatrale esecuzione. Gianni Agnelli arrivò appog­giandosi curvo a un bastone, come un vecchio qualunque; aveva il volto di cera, nessu­no, tranne lui, insieme con il questore di Torino, ebbe la fa­coltà di scendere in quel pre­cipizio di settanta metri, tra le pietre umide dello Stura, per vedere quello che restava di un corpo bellissimo, di un ragazzo di quarantasei anni, di un uomo che non aveva mai vissuto veramente.
Dieci anni di voci fastidiose e drammatiche, addirittura di un assassinio religioso, del­la nuvola nera dell’islam, di un complotto sionista, Mah­di, era il suo nome dopo la conversione, era stato giusti­ziato, una vendetta prepara­ta nei minimi dettagli per far intendere, invece, alla scelta suicida del figlio della fami­glia più illustre d’Italia. Edo­ardo, si disse e fu scritto, la­sciò il motore acceso della sua vettura parcheggiata su quel lungo ponte che provo­ca l’angoscia agli occhi; Edo­ardo, si disse e fu scritto, pre­parò accuratamente i propri documenti esponendoli sul cruscotto, perché si capisse, si leggesse, chi fosse, chi fu, dopo averlo invece trascura­to, compatito, sopportato, evitato: «ecco, leggete, que­sto sono io, adesso lo sapete». Edoardo non esibiva il casa­to, viveva solitario ma non so­lo, parlava di filosofia e di sto­ria, anche il tono del suo dire era diverso da quello degli al­tri componenti il quadro del­la dinastia. Qualcuno ricor­dò, in modo malefico, che un giorno lontano, quando Edo­ardo aveva soltanto dieci an­ni, suo padre, l’Avvocato, gli avesse promesso di portarlo allo stadio per vedere la parti­ta di pallone e la Juventus, la squadra di football che Gian­ni Agnelli definiva «qualcosa per la domenica». Mentre la tata acconciava il signorino, il padre, insieme con il conte Cinzano, salì in vettura e se ne andò allo stadio, dimenti­cando il bambino pettinato. Forse è una leggenda, come altre che nascondono, quasi un foglio di cellophane, la fi­gura di un personaggio bru­ciato da una vita veloce che lo portò a frequentare luoghi e scienze diverse, il buddismo e il francescanesimo, di sicu­ro la maledetta droga che lo portò all’isolamento non sol­tanto fisico.
Quando suo padre lo tagliò fuori dall’eredità d’impresa non ebbe smorfie, il nome pronunciato dell’erede a gui­dare la Fabbrica Automobili Italiane Torino (così usava di­re l’Avvocato) fu quello di Giovanni Alberto, il cugino fi­glio di zio Umberto. Giovan­ni era un amico, oltre che un parente, Edoardo intuì co­munque che la scelta non po­teva­essere letta come una of­fesa profonda. Quando, mor­to Giovanni di cancro feroce e precoce, Gianni Agnelli no­minò John Elkann detto Yaki, allora Edoardo si sentì solo come quel giorno della sua in­­fanzia, l’automobile era parti­ta e lui era rimasto ad osserva­re il giardino e il silenzio.
Il mistero resiste, conforta­to e illustrato da libri, da testi­monianze, da inchieste, dal­le lettere affettuose e delicate di Edoardo alla sorella Mar­gherita, righe e parole di un malessere di vita, e poi i di­sturbi provocati da una cura dimagrante aggressiva; il mi­stero resiste nel ricordo di quei giorni di novembre, la se­poltura affrettata, la mancan­za dell’autopsia, l’assenza di impronte digitali sulle portie­re della Croma con il motore acceso su quel viadotto di Fossano, quasi si volesse can­cellare, sulla lavagna della fa­miglia e della storia del Pae­se, un nome senza un cogno­me.
Edoardo se ne andò senza immaginare che altri precipi­zi avrebbero sconvolto la vita della sua famiglia, la morte del patriarca, le liti eredita­rie, le storie drammatiche di cronaca. O forse lo aveva intu­­ito, lasciando la sua dimora, Villa Bona, in quella mattina grigia e fredda di novembre. Giovedì prossimo Giovanni Minoli ripercorrerà questi dieci anni e quel viadotto, con nuovi interrogativi e nuo­ve risposte ne La storia siamo noi . La storia che non è stata di Edoardo.

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Dagospia

A DIECI ANNI DAL SUICIDIO (PRESUNTO) DI EDOARDO, ULTIMO MISTERO DI CASA AGNELLI – CI SONO ALMENO VENTI ELEMENTI CONCRETI CHE SI OPPONGONO ALLA TESI DEL SUICIDIO – UN GIALLO CHE MINOLI PORTA IN TV: PERCHÉ LA SCORTA NON L’AVEVA SEGUITO? PERCHÉ NON VENNE ESAMINATA LA DOCUMENTAZIONE DELLE TELECAMERE CHE CONTROLLAVANO VILLA SOLE? PERCHÉ LE INDAGINI VENNERO SBRIGATE CON UNA RAPIDITÀ DEL TUTTO ECCEZIONALE? PERCHÉ SI DECISE DI NON EFFETTUARE UN’AUTOPSIA? – (UN CASO CHE IL SUICIDIO DI EDOARDO AVVENGA ALL’INDOMANI DELLA RICHIESTA DELL’AVVOCATO DI FIRMARE UN ATTO CHE LASCIAVA IL COMANDO FIAT IN MANO A JOHN ELKANN?)

Enrico Mannucci per “Sette” del “Corriere della Sera

edoardo agnelliedoardo agnelli
1 – DECENNALE DI UN SUICIDIO PRESUNTO…
Un babbo e il bambino in viaggio. Su due sedili, accanto. Il genitore porge al figliolo l’acqua nel bicchiere di carta. Un’immagine normale, domestica. La vecchia foto bianco e nero che tutti potrebbero conservare. No, non tutti: pochissimi, forse nessuno. Perché siamo negli anni sessanta, siamo in aereo e l’aereo è un jet privato, un executive come si chiamavano. In Italia, allora, chi se lo poteva permettere? L’Avvocato, quello con la A maiuscola, Gianni Agnelli. Infatti è lui nelle vesti di papà a dissetare il figlio Edoardo, che ha un’aria a metà grata, a metà stupefatta e spaurita.

La foto non è più banale. Apre spiragli su scenari familiari che si aggroviglieranno micidialmente negli anni. Offre i fili per indovinare le più oscure dinamiche psicologiche. L’immagine arriva a metà di Edoardo Agnelli – L’ultimo volo, un numero speciale di La storia siamo noi – va in onda giovedì prossimo alle 23,30 su Raidue, Sette l’ha visionato in anteprima – che Giovanni Minoli ha curato per il decennale della morte di un ragazzo che ormai non era più un ragazzo, dell’erede di una dinastia industriale che non aveva trovato alcun ruolo nell’impero, di un suicida giù da un viadotto sulla Stura che alcuni vorrebbero, invece, assassinato.

Perché quella fine non è lineare, induce alle dietrologie. Minoli – «Circostanze poco chiare non convincono sul suicidio» – dà conto di tutte le ipotesi: quelle che risalgono a beghe familiari come quelle che tirano in ballo la geopolitica planetaria. Ma, accanto, fa anche il ritratto “di un uomo sensibile”: la storia, gli affetti, le debolezze.

IL PIGIAMA SOTTO LA GIACCA – Il decennale cade il 15 novembre prossimo. Quel giorno, nel 2000, Edoardo esce di casa – villa Bona, collina torinese, poco lontano da villa Frescot, la dimora dell’Avvocato – verso le sette e venti, giacca di velluto e sotto, ancora, la giacca del pigiama. Avrebbe la scorta ma prende la sua Croma e si avvia da solo («Era abilissimo a scappare», dice nel filmato la cugina Tiziana Nasi). Poi imbocca la Torino-Savona, sorte a un casello e rientra subito, rifà il percorso che più o meno – stando ai tabulati della Società Autostrade – ha coperto regolarmente nei tre giorni precedenti.

Si ferma sul viadotto al chilometro 44,800, territorio di Fossano, frazione Boschetti. Il viadotto è lungo e altissimo. Scrive Giorgio Bocca che quei viadotti “non sono ponti ma alte vie di cemento, quasi delle portaerei, fra la fredda pianura piemontese e il mare, e anche, per quelli stanchi della vita, fra la sofferenza senza fine e la morte liberatrice”. Il corpo di Edoardo viene ritrovato 73 metri più in basso. Lo vedrà lì anche il padre, avvertito personalmente dal questore di Torino, Nicola Cavaliere, e lungo il tragitto tenacemente e disperatamente aggrappato all’illusione dell’incidente, della caduta fortuita.

edoardo agnelliedoardo agnelli

IL GOLPE BIANCONERO – Nel ritratto della trasmissione, al primo posto fra le passioni figura la Juventus. Anche perché non è una spensierata fede ludico-sportiva ma ennesimo terreno di sotterranei conflitti, e neppure i meno importanti. Uno dei problemi più evidenti – al limite della banalità – del delfino che non fu mai era appunto la sofferenza per non avere la fiducia dell’Avvocato. Lui tenuto fuori dai centri direzionali dell’impero mentre Gianni, a 23 anni, era già diventato vicepresidente della Fiat. Dice Lupo Rattazzi: «Il padre era una persona molto dura e aveva certe pretese verso il figlio maschio che lui non riusciva a soddisfare».

Marco Bernardini, uno dei non pochi giornalisti che ebbe momenti di grande confidenza con Edoardo, ricorda invece come si lamentasse perché Gianni tornava in elicottero a Torino, scendeva e abbracciava il cane prima di lui: «Un’altra volta arrivò una telefonata alle cinque del pomeriggio. Avvisava che l’Avvocato sarebbe passato a prendere Edoardo poco più tardi per portarlo allo stadio dove la Juve giocava una partita di Coppa dei Campioni. La mattina dopo il ragazzo si svegliò sul letto, completamente vestito e con una sciarpa bianconera al collo. Nessuno era venuto a prenderlo».

In altri casi, Edoardo cerca di bruciare sul tempo queste vane attese. Se non gli danno un ruolo in Fiat magari può conquistarselo nella Juve. Il 28 aprile 1986 va in panchina accanto a Trapattoni, l’allenatore, il Trap. È una sorpresa, all’uscita i giornalisti gliene chiedono conto. E lui rilascia un’intervista “correttissima”, la “erre” debitamente arrotata, un orgoglio represso che ribolle fuori: «Nessuna scaramanzia. Rafforzare il morale dei giocatori è importante».

Viene chiesto conto a papà dell’imprevista apparizione. E lui, paternalista al cubo, svicola con un comprensivo sorriso: «Non ne sapevo nulla. Nessun permesso. No, è stata una sua scelta». Soprattutto, Edoardo sfiorerà il golpe bianconero con un’intervista a Bernardini in cui dichiara scaduto il tempo di Boniperti. Le reazioni che Minoli ricostruisce valgono poco meno che una guerra nucleare. Interviene l’Avvocato da oltreoceano, intervengono quelli che – nella trasmissione – vengono spesso definiti i “i suoi generali”, Grande Stevens e Chiusano.

Telegrammi, comunicati ufficiali: Edoardo viene smentito dalla a alla zeta. Dimostra anche coraggio perché vorrebbero dicesse che il giornalista ha travisato tutto e lui, invece, conferma la correttezza dell’articolo.

UN GRILLO PARLANTE ALLA FIAT – Gli attriti, i conflitti con l’establishment di casa Fiat sono innumerevoli, aspri, probabilmente sommersi in tanti casi. Lui scrive al padre indirizzando al “signor presidente della Fiat” per “ricordarle che l’azienda deve produrre automobili, non incentivare la corruzione”. In realtà, poi, neanche la semplice produzione di auto soddisferà gli scenari immaginati dall’erede impaziente e già spodestato. Ragiona su sbocchi industriali alternativi.

Quando Giovanni Alberto Agnelli, figlio di Umberto fratello dell’Avvocato, viene indicato per la successione alla guida della Fiat, gli scrive una lettera di fuoco. Giovannino – che morirà tre anni prima di lui per un tumore – gli risponde. E finisce tutto in un patto in cui si giurarono eterna solidarietà. Pino Buongiorno osserva: «Giovannino aveva la testa al business, Edoardo era un filosofo».

Famiglia AgnelliFamiglia Agnelli

Chiosa Bernardini: «Sono convinto che se Giovannino fosse vivo, sarebbe vivo anche Edoardo». Il trauma si ripete – stavolta con un’intervista televisiva – quando la scelta cade su John Elkann. Il figlio di Gianni è sempre più lontano dalla fabbrica, dalla holding, dagli infiniti affari di famiglia. I tempi che precedono il suicidio sono segnati da burrascose trattative per fargli rinunciare ai diritti ereditari in cambio di una sostanziosissima buonuscita. Qui si innestano i sospetti. Giuseppe Puppo, un giornalista, li ha depositati in un libro (Ottanta metri di mistero; Koinè nuove edizioni): «Ci sono almeno venti elementi concreti che si oppongono alla tesi del suicidio».

Perché la scorta non l’aveva seguito? Perché non venne esaminata la documentazione delle telecamere che controllavano villa Sole? Perché le indagini vennero sbrigate con una rapidità del tutto eccezionale? Perché si decise di non effettuare un’autopsia? E altri notano come fosse diventato un “personaggio pericolosissimo, un grillo parlante che disturbava assai l’universo Fiat”. Un anno dopo la morte la teoria del complotto criminale è stata rilanciata con un servizio della Tv iraniana.

Stavolta con un retroscena politico-religioso: Edoardo viene celebrato come un martire musulmano ucciso dagli ebrei Elkann. «Le religioni gli interessavano molto», dice Gelasio Gaetani Lovatelli, un amico di Edoardo, uno di quelli cui telefonò – senza annunciare nulla, comunque – il giorno prima della morte. E nella biografia si incontrano studi che spaziano all’islamismo all’induismo, fascinazioni per guru indiani, ribadito interesse al misticismo orientale. Osserva Lupo Rattazzi: «Abbracciare altre religioni era un aspetto del suo carattere che si ribellava verso le cose costituite».

agnelli figlio edoardo trapattoniagnelli figlio edoardo trapattoni

Interviene, però, Minoli: «La tesi è suggestiva ma assolutamente priva di fondamento. Nessuno degli amici di Edoardo conferma l’assunto di partenza, cioè che lui fosse un musulmano praticante». Senza spaziare fino alle crisi mediorientali, un elemento sconcertante, però, c’è. E a due passi dal viadotto sullo Stura. Luigi Asteggiano è un pastore, di mucche e piemontesissimo. Davanti alla telecamera dichiara di aver visto il cadavere schiacciato sotto il ponte poco prima di dare da mangiare alle bestie.

Questo è un appuntamento fisso, alle otto di mattina, massimo le otto e mezzo. Come si concilia questa testimonianza con l’orario d’ingresso in autostrada registrato dal telepass alle 8,59? E con l’affermazione dell’Avvocato che, a caldo, dice di aver ricevuto una telefonata da Edoardo poco prima delle 9? Se Edoardo era già morto alle 8,59 chi ha guidato la macchina su e giù per la Torino-Savona? La risposta non c’è. C’è un complesso di pareri e di perizie scientifiche che accreditano il gesto solitario.

Luciano Garofano, capo del Ris di Parma fino all’anno scorso, valuta il punto di caduta – “sulla ortogonale rispetto al guard-rail del viadotto” – assolutamente compatibile con la caduta spontanea. È vero, poi, che è strano come nessuno fra chi percorreva quella strada abbia notato una persona che si arrampicava sul parapetto e si lanciava nel vuoto. Ma ancora più strano sarebbe immaginare che nessuno abbia visto diverse persone che ne buttavano un’altra – presumibilmente niente affatto consenziente – di sotto.

edoardo agnelliedoardo agnelli

A favore della tesi del suicidio c’è poi, potente, la consapevolezza dell’instabilità psicologica e dei problemi – «L’uso per quanto limitato e saltuario di sostanze stupefacenti» – del giovane Agnelli. Dice cruda Tiziana Nasi: «A parte il fatto che si è parlato immediatamente di suicidio… Poi cosa è meglio? Almeno lì ha seguito il suo istinto, ha ammesso di non avere la forza di vivere. Come la trovi la forza di buttarti giù da un viadotto? Ci deve essere uno stato di esaltazione, o creato chimicamente dal tuo cervello, o, dico io, più facilmente creato da qualche sostanza chimica esterna».

E Lupo Rattazzi è ancora più duro: «Sarei felice mi dicessero che l’hanno ucciso, vorrebbe dire che non era così disperato». C’è un punto in cui non si può andare oltre. Minoli lo affronta sapendo che al fondo più vero non si arriverà mai: «Se i dati medico-legali confermano la tesi del suicidio, resta la domanda: perché?»

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2 – LE PAROLE DI LAPO ELKANN, SINCERE FINO ALLA CRUDEZZA: IO, LUI, E LA VOGLIA DI AUTODISTRUZIONE

Lapo Elkann è ormai perfettamente a suo agio nella parte di reincarnazione (con minori responsabilità) dell’Avvocato, battitore libero con licenza di dire parolacce e crudezze per altri sconvenienti. Nella trasmissione di Minoli parla spesso, padroneggia il video, mette e toglie gli occhiali da sole, sintetizza efficace il ritratto di Edoardo:

«Una persona bella dentro e bella fuori. Molto più intelligente di quanto molti l’hanno descritto, un insofferente che soffriva, che alternava momenti di riflessività e momenti istintivi: due cose che non collimano l’una con l’altra, ma in realtà era così». E in poche battute dipinge anche un quadro dei rapporti familiari, in quella Villar Perosa “dove ci sono state tante gioie ma anche tanti dolori”.

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Dice Lapo: «Con tutto l’affetto e il rispetto che ho per lui e con le cose egregie che ha fatto nella vita, mio nonno era un padre non facile… Quel che si aspetta da un padre, dei gesti di tenerezza, non parlo di potere… i gesti normali di una famiglia normale, probabilmente mancavano». E poi riconosce quanto abbia pesato l’indicazione di John Elkann, suo fratello, a erede ufficiale per la guida dell’impero Fiat: «Credo che la parte difficile sia stata prima, la nomina di Giovanni Alberto. Poi, Yaki è stata come una seconda costola tolta. Ma si rendeva conto che non era una posizione per lui».

Nessuna concessione alla tesi dell’omicidio: «Credo che di cazzate se ne dicano tante. Tutti hanno bisogno di riempire la carta e i format». E nessuna reticenza, poi, sulla “metà oscura” dello zio, ricostruita partendo dalla propria biografia: «Non ho voglia di fare confronti ma aveva un lato autodistruttivo che in parte ho avuto anch’io. Solo che lui, penso, non ne sia mai uscito. Io ho avuto problemi con la cocaina, che è un certo tipo di droga, ti dà iperattività, ti spinge a far girare il mondo. Lui con l’eroina che ti fa vivere senza vivere. Sono due cose diverse. L’eroina gli ha permesso di offrire i fianchi al mondo.

Ma poi i problemi in Kenya l’avevano indebolito ancora di più. La mia storia non c’entra niente con la sua, ma quel momento di vuoto è uno dei più difficili della vita. L’unica cosa che a me diceva era: stai attento perché è pericoloso».

Non lo sapeva dire abbastanza anche a se stesso, pare dire Lapo fra le righe: «La voglia non ti va mai via. Avrai sempre dei film in testa. Allora è un percorso duro quello che devi fare. E devi avere le palle per dire mi rimetto in gioco. Nell’immaginario collettivo sei il figlio di Agnelli, puoi fare quello che vuoi. Non è vero, è dura». Lapo è giovane ma nella saga nera degli Agnelli che tanto ricorda quella dei Kennedy ha già vissuto tante occasioni tristi: «Ma la morte di Edoardo è quella che mi ha toccato di più: una persona che non ha vissuto la sua vita, non vedeva possibilità a una vita felice».

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14 gennaio 2011

Lo Strano Suicidio di Edoardo Agnelli

di C. Gambescia
Ecco il riassunto del libro a firma di Giuseppe Puppo: Ottanta Metri di Mistero: La Morte di Edoardo Agnelli. Il testo gode della prefazione di Ferdinando Imposimato, magistrato presidente onorario aggiunto della Suprema Corte di Cassazione, giudice istruttore di drammatici processi ai terroristi, dallo omicidio di Moro allo attentato a Giovanni Paolo II.
Imposimato registra, non si schiera ma lascia aperta la porta alla ipotesi che qualcosa di diverso da quello registrato ufficialmente agli atti possa essere accaduto.

Il libro di Puppo riaccende la luce nelle zone buie, che sono molte, direi troppe e Ottanta Metri di Misterosulle quali nessuno ha mai voluto veramente fare chiarezza, confermando il sospetto o la teoria che qualunque vicenda riguardi o sfiori la famiglia più importante d’Italia sia destinata a smarrirsi nel silenzio.

Così non vorrebbero alcuni personaggi avvicinati dall’autore, così non vuole Marco Bava, analista finanziario, amico di Edoardo, convinto che il suicidio sia una copertura e l’omicidio la verità, così il medico legale di turno, il dottor Carlo Boscardini che si chiama fuori da quel pomeriggio tragico con il titolo «Io non c’ero», scaricando ogni responsabilità del certificato di morte sul dottor Marco Ellena, suo superiore gerarchico, che compilò il referto con alcune imprecisioni dovute alla fretta, forse, le tracce di terriccio tra le mani del giovane Agnelli, difficili da spiegare per chi era piombato da un’altezza di 90 metri, così come i mocassini ancora ai piedi.
Sceglie il silenzio il medico del 118 accorso per primo sul posto, e non risponde alle domande di Puppo.
E ancora, la strana e ingiustificata assenza degli «angeli custodi», guardie del corpo di Edoardo Agnelli, nelle due ore trascorse da quando uscì di casa alle 7 e un quarto per arrivare, dopo sessanta chilometri, sul viadotto di Fossano;
Le telecamere a circuito chiuso di casa Agnelli, le cui immagini non sono state mai riviste;
Il traffico telefonico sui due cellulari lasciati a bordo della Croma prima dello epilogo;
La totale assenza di testimoni alle 9 del mattino lungo un tratto stradale che registra il passaggio, a quell’ora, di almeno otto vetture al minuto;
L’abbigliamento di Edoardo Agnelli, con il pigiama sotto la camicia;
L’assenza di impronte digitali sulle portiere ed a bordo della Croma;
La sepoltura affrettata;
L’esame autoptico mancante;
E come una nuvola grigia, fastidiosa sopra questo scenario già angosciante, la tesi di un complotto sionista che troverebbe la giustificazione nella adesione nel 1974 di Edoardo all’Islam e sulle conseguenze che questa sua scelta avrebbe avuto sul futuro dell’azienda e del patrimonio Fiat, di cui, lui, sarebbe stato erede.
Tesi lanciata in Iran subito dopo la morte di Edoardo (al quale nel novembre del 2005 è stata intitolata una piazza di Khomein città natale dell’ayatollah e l’aula magna dell’università Al Zahra di Teheran), tesi costruita sul dissidio «religioso» e non soltanto con l’altro ramo di famiglia, gli Elkann legati al mondo ebraico, tesi smentita tuttavia dal profondo rapporto che legava Edoardo a Margherita (? – n.d.A.), ribadito dalle lettere numerose, accorate nelle quali il fratello confessava il proprio disagio: «…Margi sono felice ma un poco in tensione. Papà mi ha parlato di alcuni lavori e di certi progetti dei quali, lo confesso, nel particolare ho capito ben poco. Oppure ho capito troppo bene e ora ho paura di avere inteso una canzone stonata. Lo sai bene che la mia mente vola alta sopra le megalopoli industriali e, osservando con attenzione sotto, vedo poco di buono e tantissimo da trasformare… Vorrei che papà mi stesse vicino per accompagnarmi lungo i primi passi del percorso che, immagino, sarà lungo e assai impegnativo. Mi auguro proprio che questo accada, anche se pensandoci provo un disagio simile alla paura». 
E in un altro scritto Edoardo parla del proprio impegno in Fiat, della idea di affidare le competenze a una persona, sembra Marco Bava appunto che ne curava il profilo economico: «Se il potere della nostra famiglia cadesse nelle mani sbagliate sarebbe una cosa estremamente pericolosa per questa nazione… Mio padre si è comportato benissimo fino ad oggi. Ma se non imposta la propria successione in maniera corretta anche lui dovrà rispondere delle proprie azioni e dare le sue spiegazioni davanti a Dio. Questo se lo deve mettere in testa».

E infine il rifiuto di firmare una sorta di rinuncia ai diritti di «Dicembre» la società finanziaria della famiglia (che controllava l’intero mondo Agnelli), in cambio di benefici economici.

Ma chi può dimenticare i problemi esistenziali di Edoardo? La droga, i viaggi in India, le improbabili lettere scritte ai capi di Stato di ogni dove? Il suo carattere ora solare ora buio. Resta il mistero, il libro di Puppo riapre interrogativi. Come in questi otto anni, ricadranno nel silenzio.

Articolo pubblicato sul sito Arianna Editrice
Link diretto:
UN GIORNALE IRANIANO SOSTIENE CHE EDOARDO AGNELLI POTREBBE ESSERE STATO UCCISO DAI SIONISTI
Parigi, 20 novembre 2000 (IPS)
Il corpo mutilato di Edoardo è stato scoperto mercoledì in un profondo burrone lungo l’autostrada Torino-Savona. La sua automobile, una Fiat Croma, è stata trovata ferma a margine della strada, senza alcuna traccia di furto o violenza.
La polizia italiana ha concluso per un possibile suicidio, ma il giornale di lingua inglese Iran Daily ha sostenuto, citando una e-mail ricevuta da un anonimo amico di Edoardo, che “essendo un buon musulmano e avendo una forte fede, è difficile credere al suo suicidio, piuttosto potrebbe essere stato assassinato”.
Secondo la stessa fonte Edoardo si era convertito segretamente all’Islam parecchi anni fa mentre studiava il Corano, il libro sacro ai musulmani e aveva adottato il nome di Mehdi. “A causa di questa conversione, che non era accettata dalla famiglia, era stato respinto e ricoverato in un ospedale psichiatrico curato da dottori sionisti”, ha scritto Iran Daily.
Benché fosse l’unico figlio del [più] anziano Agnelli, anche conosciuto come l'”Avvocato”, Edoardo non aveva mai mostrato molto interesse nel condurre il gruppo familiare Fiat, il più grosso costruttore di automobili italiano e uno dei maggiori in Europa, e preferiva recarsi in India per studiare l’induismo e altre filosofie e religioni orientali. “Mehdi aveva  spesso espresso preoccupazione sui pericoli rappresentati dai sionisti, ripeteva che aveva paura delle loro minacce e pensava che la sua vita fosse in pericolo”,  ha aggiunto il giornale [Iran Daily], citando la stessa fonte.
Fonti della famiglia hanno confermato che Edoardo, nato a New York, fosse debole e distante e mostrasse più interesse nella filosofia che nei grossi affari.
NOTA DI ANTICORPI: Di una persona che nella posizione di E. Agnelli ascolti la propria coscienza, rifiuti di contribuire alla attività della propria inquinante, bilderberghiana famiglia per darsi alla filosofia e alla spiritualità, tutto può dirsi, eccetto che sia debole. Bisognerebbe aprire un dibattito su cosa sia la debolezza, e  quanto facilmente possa essere confusa con la diversità e la avulsità da questo sistema malato. Ad ogni modo, sembra che altri componenti della sua famiglia fossero – e continuino ad essere – molto più forti di lui. A giudicare dai risultati conseguiti dalla Fiat negli ultimi 10 anni, forse sarebbe stato il caso che a prendere le redini del gruppo fosse qualcuno un pò meno forte, e magari un pò più capace.
(New York, 9 Giugno 1954 – Fossano, 15 Novembre 2000)
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Edoardo Agnelli, la vita fragile di un principe

Le domande ancora aperte, a dieci anni dalla scomparsa, sulla vita e la morte dell’unico figlio maschio dell’Avvocato in un documentario de La Storia Siamo Noi: “Edoardo Agnelli – L’ultimo volo” su RaiDue, giovedì 23 settembre alle 23:30

La mattina del 15 novembre 2000 il suo corpo senza vita viene trovato da un pastore ai piedi del viadotto autostradale “Generale Franco Romano” dell’autostrada Torino-Savona. La sua Croma, con il motore ancora acceso, parcheggiata a lato della carreggiata del viadotto. Un volo di 73 metri che la magistratura archivia formulando l’ipotesi del suicidio di Edoardo Agnelli, 46 anni, unico figlio maschio dell’Avvocato Gianni , e, per alcuni anni, erede designato alla successione alla plancia di comando della Fiat.

A dieci anni dalla tragica scomparsa di Edoardo, ‘La Storia Siamo Noi’ manda in onda alle 23:30 su RaiDue il documentario “Edoardo Agnelli – L’ultimo volo” di Alberto D’Onofrio e Alessandra Ugolini. La biografia filmata descrive il percorso di un uomo tormentato e fragile, che doveva essere l’erede di un impero e al quale, invece, il padre aveva preferito il nipote Giovanni Alberto, “Giovannino”, morto anche lui appena tre anni prima (per un tumore, nel 1997) a soli 33 anni. La tragedia di Edoardo, così segnato dalla precoce fine del cugino, lascia tutti sgomenti.

La prima ipotesi, suffragata dall’inchiesta ufficiale, è che il giovane Agnelli si sia suicidato. Tuttavia, qualcuno ha messo in dubbipo questa versione. Gia nel 2008 il giornalista Giuseppe Puppo aveva formulato dei dubbi sulla vicenda nel libro ‘Ottanta metri di mistero’ (con prefazione del giudice Ferdinando Imposimato) descrivendo le palesi incongruenze delle testimonianze rese sui fatti di quella mattina di novembre. C’è poi la tesi di una tv iraniana, che aveva fatto scalpore con un documentario in cui prospettava la tesi di un omicidio «sionista», commesso per eliminare l’erede della dinastia italiana convertitosi all’Islam.

Il documentario cerca di fare luce sugli aspetti più controversi dell’inchiesta: veramente poteva esserci qualcuno interessato a uccidere Edoardo Agnelli? Il primo elemento a favore di quanti sostengono la tesi del complotto, è la mancanza della scorta, l’assenza di un messaggio d’addio e di testimoni che lo abbiano visto gettarsi dal ponte di una autostrada molto trafficata; le ferite e la posizione del corpo incompatibili con una caduta di quel tipo. Hanno accettato di rispondere a domande sulla vicenda Lapo Elkann, figlio di Margherita Agnelli, sorella di Edoardo, il medico Enrico Ravera, Luciano Garofano, capo Ris Parma (1995-2009). E se i dati tecnico scientifici e medico-legali sembrano confermare la tesi del suicidio, rimane, come sempre in questi casi, la domanda di sempre: perchè il figlio di uno degli uomini più ricchi e potenti d’Italia decide di togliersi la vita?

Intanto ci sono da registrare le prime reazioni ufficiali al documentario riportate dal quotidiano di famiglia, ‘La Stampa‘, sull’anteprima vista a Torino nel corso del Prix Italia. Dando atto a Minoli di aver messo in fila “tutti gli elementi, anche quelli controversi, di un avvenimento che, data la notorietà del protagonista, ha avuto negli anni anche interpretazioni assai dietologiche”. Colpisce in particolare quanto dice il cugino Lupo Rattazzi: «Se qualcuno mi dimostrasse che Edoardo è stato ucciso ne sarei in qualche modo felice, perché significherebbe che non era così disperato da fare questo gesto». Ma la conclusione è che sì, era davvero disperato; aveva deciso di farla finita, di lasciare l’auto accanto al parapetto del viadotto fra Marene e Fossano e andare giù per 73 metri nel suo «ultimo volo», come dice il titolo della trasmissione.

(23 Settembre 2010)
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14 giugno 2009 | Autore

La morte stranissima di Edoardo Agnelli, omicidio o suicidio? Le prove della seconda ipotesi prova a fornirle Giuseppe Puppo in questo articolo a cui fa seguito un fulminante commento di un lettore che lascia impietriti.
Complimenti a Giuseppe Puppo che trova anche lui giustamente ora posto nel nostro blog.

…E’ LA TELEVISIONE, BELLEZZA !

DI GIUSEPPE PUPPO
Uno dice una cosa, uno un’altra, un po’ di video, tutto di fretta, e in mezzo un po’ di tonno, fra l’altro carissimo ( verificate al supermercato: costa più del caviale ) e Little Tony che si presta alle amenità pubblicitarie. Così si fa.

Poi, alla fine, qualche meschino telespettatore che pure avrebbe voluto capire, non ci ha capito un cazzo di niente. Ma questa è un’altra storia…
Che importa? Qual è l’audience? A quanto è lo share?

E’ andato in onda ieri sera martedì 9 giugno a tarda ora, pardon, in seconda serata, a cavallo di mezzanotte, su La7, “Complotti”, il nuovo programma condotto da Giuseppe Cruciani, la cui prima parte ( la seconda, ogni volta è per un fatto diverso ) era dedicata alla morte di Edoardo Agnelli.

Nella foto: Gianni Agnelli con la moglie Marella, ai funerali del figlio Edoardo

Allora. Grazie a La7, per il solo fatto di aver pensato e realizzato qualcosa a questo proposito, anche perché so che, per quanto a tarda ora, pardon, in seconda serata, comunque è stato raggiunto un pubblico vastissimo, che almeno è venuto a conoscenza della questione. Grazie in particolare a Stefano Digioacchino, con il quale ho tenuto i contatti in questi mesi, e agli altri redattori, che hanno fatto un meritorio lavoro di ricerca di documenti e raccolta di testimonianze.
Bellissima, la dichiarazione dell’epoca del magistrato che dice di voler indagare in tutte le direzioni, e che poi invece, dopo poche ore, dà l’autorizzazione a spostare il cadavere del povero Edoardo senza autopsia, affermando così nei fatti che il caso era chiuso, come suicidio, ovvio.

Detto questo, sono rimasto come dire? perplesso. Qui di seguito, sia pur in sintesi giornalistica, vorrei provare a spiegare le mie perplessità.

Prima di tutto, sono sulla formula, sulla struttura stessa del programma. Ora, io capisco che questo è il format che va di moda adesso, capisco i tempo televisivi, capisco tutto, però, insomma… C’è troppa fretta, troppa, tale che il telespettatore non riesce a ragionare su di un elemento, perché già gliene viene proposto un altro, di segno completamente opposto, magari e il risultato finale, già dopo qualche minuto, tanto più alla fine, è di una paurosa confusione, avvilente.
Poi, manca del tutto il contraddittorio. Non c’è la possibilità di avanzare obiezioni, di dialogare almeno, di proporre argomentazioni stringenti, semplicemente di ragionare.

Insomma, se qualcuno dice, per esempio: “Edoardo era predestinato al suicidio”, non gli si può opporre rilievi di merito e questa rimane la verità.

Ancora, ho trovato – e non certo per vanagloria, ci mancherebbe altro – scorretto, prima che sconveniente, che su di un’ora e passa dell’intervista che avevo rilasciato, abbiano mandato in onda, pure spezzettato, meno di un minuto in tutto.
Scusate se esisto, eh! Ma insomma, l’avevo aperto io il problema, col mio libro ( del quale non è stata detto nemmeno che è edito da Koinè, altra scorrettezza ) e proprio io ho “parlato” in trasmissione meno di tutti gli altri, illustrissimi, ospiti in differita.

Fra l’altro, ci tenevo a dire quello che mi preme più di tutto, e di cui ovviamente ieri sera non c’è stata traccia: io non ho fatto un’ inchiesta giornalistica per dimostrare che Edoardo non si è suicidato; io l’ho fatta per cercare la verità, o quanto meno avvicinarmi ad essa il più possibile, con la oggettiva limitatezza dei mezzi di cui dispone sempre un giornalista.
Ho sentito e registrato tutti e tutto con lo stesso rigore. Se avessi trovato altro, avrei scritto altro.
Invece, ecco quello che ho trovato e che ho dunque scritto:
ELEMENTI CHE CONFERMANO LA TESI UFFICIALE DEL SUICIDIO: ZERO, TOH, DICIAMO MEZZO;
ELEMENTI CHE SI OPPONGONO ALLA TESI UFFICIALE DEL SUICIDIO: 20 E PASSA.

Attenzione: non teorie, elementi concreti. Ci sono almeno venti fatti, non ipotesi, che si oppongono con ragionevole evidenza alla tesi ufficiale del suicidio.

Come si fa a concludere che si è trattato di suicidio? Come è possibile sostenere che non ci sono elementi per riaprire le indagini?

Spiegatemi come mai Edoardo aveva i mocassini ai piedi, dopo un volo di ottanta metri, quando a chi precipita in montagna si sfilano finanche gli scarponi allacciati. Spiegatemi perché non c’è traccia di impronte sull’auto rimasta sopra, mentre c’è traccia di terra sulle dita della sua mano, laggiù. Come mai nessuno l’ha visto, quando su quel viadotto passano decine di persone al minuto. Come mai sul certificato ufficiale c’è scritto che era alto 1.75 e pesava 75 kg, quando era alto quasi due metri e in quel momento della sua vita era soprappeso, e inoltre zoppicava da un piede. E potrei –e non è una frase fatta – continuare a lungo. Ecco, spiegatemi queste cose qui, anche soltanto qualcuna di queste cose qui, e poi dirò anche io che non c’è bisogno di riaprire le indagini. Ma nessuno mi ha mai spiegato nulla, anzi. Allora, fino a che qualcuno non spiegherà, non dimostrerà, non indagherà, allora certo che invece sì, c’è bisogno di riaprire le indagini.

Sui fatti concreti, non sulle teorie. Ieri sera, a proposito di teorie, è stato dato spazio spropositato alla versione degli Iraniani, secondo i quali Edoardo sarebbe stato ucciso da un “complotto sionista” e questo finisce a far perdere autorevolezza a tutti coloro i quali mettono in dubbio la versione ufficiale: le ragioni dell’ omicidio di Edoardo ( perché va da sé: se non si è suicidato, qualcuno l’ha fatto fuori ) non vanno ricercate nelle ipotesi parareligiose, o fantapolitiche, bensì negli enormi interessi dei gruppi di potere all’interno dell’impero finanziario ed economico della Fiat, gruppi che già avevano estromesso di fatto Edoardo e volevano del tutto eliminare l’eventualità che egli potesse reclamare, come più volte aveva fatto invano in passato, i suoi diritti, sia di possesso, sia di gestione.

Già – ed è un’altra cosa importante, che ho scoperto col mio libro – Edoardo non era quel personaggio eccentrico che hanno a lungo variamente illustrato, disilluso e disinteressato. Edoardo era motivato e impegnato, ed era convinto che un mondo migliore fosse possibile e avrebbe voluto dare il suo non certo secondario contributo alla pratica realizzazione di un sistema economico e sociale più equo e più giusto.

Infine, a Giuseppe Cruciani che ha sentenziato che si tratta di suicidio, agli altri illustri partecipanti che hanno sostenuto che non c’è bisogno di riaprire le indagini, ecco, una cosa sola: la prima, la più evidente, la più banale.

Spiegatemi perché il corpo di Edoardo era tutto sommato composto, con il volto e la testa perfettamente riconoscibili, con nessuna frattura agli arti superiori ( mentre si spezza un braccio chi cade da una bicicletta, figurarsi dopo un volo da ottanta metri ) e presunte fratture interne, ipotizzate in base a una semplice palpazione.

Mentre scrivevo il libro, mi è stato detto che il terreno fangoso avrebbe attutito gli effetti dell’impatto e che questo spiegherebbe la mancanza degli sfaceli fisici che chi cade da una certa altezza inevitabilmente riporta.

Bene, come chi ha letto “Ottanta metri di mistero” saprà, io sono andato a vedere, là sotto, che cosa c’era: ho trovato roccia, non terra, addirittura pietre affioranti.

Ma sì, mi è stato detto in seguito: tu ci sei andato in giorni asciutti, assolati, mentre a novembre del 2000 pioveva, c’era fango là.

Benissimo. Questa storia non finirà mai di stupire. Il quotidiano “Il giornale” nel paginone dedicato al mio libro di sabato 07 febbraio 2009, intitolato L’ultima verità su Edoardo: «Ucciso da un complotto» Scriveva: «Ho tanta paura» a firma Tony Damascelli, pubblica alcune foto dell’epoca. In una, con gli inquirenti sul luogo del ritrovamento del cadavere, si vede chiaramente che il terreno quel giorno era perfettamente asciutto: in più, si notano le ruote di una macchina della Polizia, ferma sulla stradina poco oltre, piene di polvere bianca. E allora?

Giuseppe Puppo (http://www.giuseppepuppo.it/) giornalista, è autore di Ottanta metri di mistero. La tragica morte di Edoardo Agnelli , Koinè Edizioni, Roma 2008.
11.06.2009

gentilmente segnalato da Carlo Gambescia

Re: …E’ LA TELEVISIONE, BELLEZZA ! (Voto: 1)
di nsu_prinz_atomic_car il Giovedì, 11 giugno @ 09:21:28 CDT
(Info Utente | Invia un Messaggio) Perché i sionisti l’hanno ucciso? Primo, perché Edoardo era un musulmano, secondo perché con la sua morte la sua eredità va alla sorella che ha 4 figli dal suo primo marito ebreo. Tramite lei, la ricchezza e la direzione della Fiat vanno nelle mani di Jon Elkan e dei suoi fratelli ebrei. In Italia si è attuato, con successo, un grande golpe economico, la ricchezza di Agnelli e la direzione delle aziende sono passate nelle mani degli ebrei e nessuno si è accorto di nulla o forse tutti hanno taciuto.

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ma non erano i tedeschi che si stavano comprando l’italia?
Come si mente per coprire gli amici …

venerdì 26 aprile 2013

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Continua lo shopping del Made in Italy. I francesi si son presi anche Pomellato

Pubblicato da ECONOMIA, NEWS apr 25, 2013

MADE-in-ITALYAnche Pomellato passa ai francesi. Kering (Ppr) acquisisce quota di maggioranza. Fatturato 2012 di 146 milioni.

Il gruppo Pomellato passa in mani francesi. La Kering, nuovo nome della holding Ppr, ha firmato un accordo con la Ra.Mo Spa per l’acquisizione della quota di maggioranza della società italiana. Pomellato, con un fatturato di 146 milioni di euro nel 2012, “è un gruppo di gioielleria tra i più importanti in Europa e uno dei principali player nel settore a livello internazionale”.

La transazione, sottolinea Kering, “è soggetta all’approvazione delle autorità garanti della concorrenza e dovrà essere finalizzata nelle prossime settimane. Andrea Morante resterà amministratore delegato della società”Alessandra Nucci, dovrà aggiornare la sua agenda dove riporta le aziende Made in Itay che finiscono in mani straniere.

L’articolo di Alessandra Nucci su Italiaoggi: Big shopping di aziende italiane.

I marchi di maggior prestigio del Made in Italy finiscono sempre più in mani straniere

Le società francesi sono sempre le più attente e determinate

La pasta Buitoni e l’acqua Sanpellegrino, i cioccolatini Perugina, il panettone Motta, l’Antica Gelateria del Corso e la Valle degli Orti non sono più italiane ma di proprietà dell’azienda svizzera Nestlé. La francese Lactalis ha acquistato i marchi Galbani e Invernizzi, Cademartori, Locatelli e, lo scorso giugno, Parmalat. Agli spagnoli del marchio Agrolimen è andata la proprietà della Star, la società italiana leader nei dadi da brodo. Spagnola è anche Sos Cuetara, che ha acquisato la Minerva Oli (proprietaria del marchio Sasso), la Carapelli e, tramite la Unilever, la Bertolli.

La grande distribuzione in Italia è in mano ai francesi di Carrefour, Auchan, Castorama e Leroy Merlin. La catena Coin, fondata nel 1916 dal veneziano Vittorio Coin, oggi appartiene alla francese Pai Partners. La Standa, fondata nel 1931 da Franco Monzino, è finita all’austriaca Billa, controllata del gruppo tedesco Rowe. La anglo-olandese Unilever ha acquistato i gelati Algida, l’olio d’oliva Bertolli (poi ceduto alla spagnola Sos Cuetara), le confetture Santa Rosa e ilriso Flora.

Nel campo dei prodotti di lusso sono passati alla Lvmh di Louis Vuitton la Emilio Pucci, l’Acqua di Parma e Fendi. Il marchio Gianfranco Ferrè è stato ceduto al Paris Group di Dubai, che fa capo al magnate Abdulkader Sankari. Gucci è da tempo sotto il controllo di Ppr, Pinault-Printemps-Redoute. Valentino dal 2007 è nelle mani della britannica Permira. Fiorucci è della società giapponese Edwin International. François Henri Pinaultcontrolla le pelletterie di Bottega Veneta e le calzature Sergio Rossi. Di pochi mesi infine fa la cessione a Bernard Arnault dei gioielli di Bulgari, colosso mondiale da 20 miliardi di euro di ricavi.

La Safilo (Società azionaria fabbrica italiana lavorazione occhiali), fondata nel 1878, che oggi confeziona occhiali per Armani, Valentino, Yves Saint Lauren, Hugo Boss, Dior e Marc Jacobs, è diventata di proprietà del gruppo olandese Hal Holding.

Nel settore della telefonia, a Milano nel 1999 era nata Fastweb, una joint venture tra e.Bisom e la comunale Aem, ma oggi fa parte del gruppo svizzero Swisscom. Nel 2000 Omnitel è passata di proprietà del Gruppo Vodafone. Nel 2005 il gruppo Enel ha ceduto la quota di maggioranza di Wind Telecomunicazioni al magnate egiziano Sawiris, il quale nel 2010 l’ha passata ai russi di VimpelCom.

Nel campo dell’elettrotecnica e dell’elettromeccanica nomi storici come Ercole Marelli, Fiat Ferroviaria, Parizzi, Sasib Ferroviaria e, recentemente, Passoni & Villa sono stati acquistati dal gruppo industriale francese Alstom, presente in Italia dal 1998.

Nel 2005 le acciaierie Lucchini Spa sono passate di proprietà ai russi di Severstal, mentre rimane proprietà della famiglia italiana la Lucchini RS, che delle controllate anche all’estero.
Fiat Avio, a soli cinque anni di distanza dal primo volo dei fratelli Wright, nel 1908, e ancora oggi uno dei maggiori player della propulsione aerospaziale, è proprietà oggi del socio unico BCV Investments S.C.A., una società di diritto lussemburghese, che è partecipata all’85 per cento dalla società inglese Cinven Limited (il restante 15 per cento è di una società appartenente a Finmeccanica S.p.A. )

Benelli, la storica casa motociclistica di Pesaro, di proprietà del gruppo Merloni, nel 2005 è passata nelle mani del gruppo cinese QianJiang per una cifra aggiratasi fra i 6 milioni di euro, più il trasferimento dei 50 milioni di euro di debito annualmente accumulato.

Nel 2003 la SPS Italiana Pack Systems è stata ceduta dai Gruppi CIR alla multinazionale americana dell’imballaggio PFM Spa.

Nel 2005 il colosso italiano dell’energia Edison è passata, grazie a un’Opa, a Transalpina di Energia, società controllata pariteticamente dal gruppo francese EDF (Electricité de France) e da Delmi (controllata attraverso A2A dai Comuni di Milano e di Brescia).

In una transazione di meno di un mese fa Loquendo, azienda leader nel mercato delle tecnologie di riconoscimento vocale, sintesi vocale e identificazione del parlatore, che deteneva più di 25 anni di ricerca svolta nei laboratori di Telecom Italia Lab e un vasto portafoglio di brevetti, è stata venduta da Telecom alla multinazionale statunitense Nuance, per 53 milioni

Negli ultimi anni ad alcune acquisizioni estere si è tentato di opporre resistenza, ma inutilmente. BNL è stata acquistata da BNP Paribas. Abn Amro si è portata a casa la Banca Antonveneta lasciando nei guai il Governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio che a quella operazione aveva tentato di opporsi.[1]

Com’è noto, un’azione di contrasto all’acquisizione di una grossa compagnia italiana che ha avuto successo c’è stata: è l’Alitalia, che era destinata a essere acquistata da Air France. Ma i sindacati italiani hanno fatto di tutto per sabotare la cordata italiana e si dice che alla fine è solo questione di tempo prima che ad Air France sia ceduta comunque. Nel frattempo, a scanso di equivoci, Parigi è diventata l’hub su cui deve ruotare il traffico aereo dell’Alitalia, e non più Malpensa, e questo nonostante fosse già in vista l’Expo 2015, proprio a Milano.

ALCUNI AGGIORNAMENTI:

La Costa Crociere dal 1997 è in mano all’americana Carnival Corporation.

Il marchio Gancia è stato ceduto a un oligarca russo

Edilcuoghi ed Edilgres di Sassuolo sono passati ai turchi del Kale Group

La giapponese Princes ha acquistato la Ar Alimentari, primo produttore italiano di pomodori pelati.

Il più potente marchio della nautica italiana, Ferretti Group, è acquistato dal gruppo cinese Shandong Heavy Industry

Omsa: azienda sanissima, sceglie di delocalizzare in Serbia

La Ducati è stata acquistata dall’Audi