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Roma – Gli affari della cricca hanno infiltrato l’economia e gli investimenti italiani all’estero nei Balcani, e quindi una ricandidatura di Berlusconi al Governo è fuori discussione. Questo il messaggio che traspare dal reportage sui progetti energetici italiani in Serbia e Montenegro, realizzato dalla trasmissione di Rai 3 “Report” (Corto Circuito 2- dicembre 2012). Nel mirino, la solita storia ormai ben nota di A2A-EPCG e delle connessioni tra Djukanovic e Prva Banka, ma anche il contratto ottenuto da Seci-Energia in Serbia. I contenuti trattati, a nostro parere, rappresentano una lettura di ‘non fatti’ di cui i media locali hanno fatto un’ampia cronaca senza mai fornire elementi concreti. La strumentalizzazione politica della questione balcanica da parte di Report è evidente, cadendo così nella disinformazione e nel più spicciolo complottismo, di cui i Balcani sono pieni. I rapporti economici tra Italia e Balcani sono sostanzialmente politici, essendo Stati confinanti e rivieraschi, per cui sono spesso dettati da esigenze di equilibrio “euro-atlantico” all’interno del Mediterraneo. Ciò premesso, il problema di fondo non è la classe politica di turno che siede al potere, bensì l’approccio del Sistema-Italia che è volutamente ambiguo e non trasparente, per nascondere le inefficienze della macchina diplomatica e gli sprechi dei finanziamenti pubblici devoluti ad una miriade di associazioni per non fare nulla. Se non esiste un piano industriale, energetico e commerciale è perché le istituzioni italiane sono patologicamente disinformate sulla realtà dei Balcani, affidano gli studi di fattibilità sempre agli stessi personaggi e non controllano l’operato delle ambasciate e delle Camere di Commercio.

Il caso Montenegro-A2A

Quello descritto da Report non è qualcosa che ha creato Berlusconi, A2A o Maccaferri, bensì è la realtà dell’inadeguatezza dei funzionari diplomatici, dell’ICE e del MAE, che dovrebbero lavorare instancabilmente per difendere gli interessi nazionali.

Per oltre 20 anni di caos balcanico non hanno fatto che disinformare, cercando di risolvere il gran pasticcio creando fantomatiche agenzie di stampa auto-celebrative, finanziate da quelle imprese che dovrebbero ricevere i contratti e dalle istituzioni che hanno sottoscritto gli accordi. Se tutti avessero fatto il loro lavoro, il Governo italiano sarebbe stato informato che il Montenegro aveva un problema con la società elettrica, e dunque con i russi che controllano la KAP, con le associazioni sindacali e le bollette mai pagate. In primo luogo, abbiamo forti dubbi che la dirigenza A2A sapesse allora dove si trovasse il Montenegro sulla cartina geografica, o che il Primo Ministro avesse una banca e che fosse coinvolto in un processo presso la Procura di Bari. Erano convinti che con un semplice avviso di pagamento avrebbero ricevuto il saldo delle bollette, mentre la realtà si è rivelata ben più complessa. Un caso similare – ad onor di cronaca – si è verificato in Albania, dove la società ceca CEZ che ha privatizzato la compagnia di distribuzione, ha tentato di staccare le forniture di corrente ai debitori insolventi (per lo più istituzioni, nel dettaglio la società degli Acquedotti), ma i dirigenti sono stati arrestati e i tecnici malmenati, mentre il Governo albanese ha chiesto la risoluzione del contratto.

L’opera di disinformazione è stata quindi completata dai giornalisti di Report, che non hanno studiato questo caso nella sua totalità, e hanno dato prova di essere stati parziali e politicamente motivati nella loro ricerca della verità, con una chirurgica selezione delle fonti. Si sono così fermati al solito racconto – ripreso ormai da tutti i media – dei rappresentanti dei sindacati e dell’opposizione, come il noto Nebojsa Medojevic, foraggiato da gruppi di interesse tedeschi e americani, ma che nella sua carriera politica non è riuscito a portare nessuna prova di fatto che dimostri l’esistenza di fantomatici accordi segreti, di corruzione o di pratiche illegali. Non viene invece detto che da oltre 4 anni sulle pagine dei quotidiani montenegrini non si fa che parlare degli ‘italiani’, sino al limite del mobbing e dello stalking, riproponendo come scoop gli articoli di Repubblica ed Espresso. Dinanzi a queste pressioni, la Terna ha risposto pubblicando il contratto interstatale per la realizzazione di un elettrodotto tra Tivat e Pescara, e mettendo così a tacere la campagna di diffamazione che era stata montata proprio dalle ONG finanziate da entità estere. Sulla questione di Djukanovic e del contrabbando di sigarette, se si vuole speculare su tale argomento bisogna fornire tutti i dettagli: il traffico e l’importazione illegale di sigarette furono alimentati dalle grandi società di tabacchi, come la Philip Morris, per mettere fuori mercato il Monopolio di Stato, agevolato anche dalle gravi omissioni delle forze dell’ordine che sorvegliavano i confini marittimi, e questa ormai è storia (si veda l’inchiesta della Etleboro: Scacco matto alla cocaina colombiana La mafia e il gossip).

Per quanto riguarda poi il motivo per cui l’Italia abbia deciso di investire in Montenegro – scegliendo poi A2A – bisogna considerare il fatto che il Montenegro fosse uno Stato giovane, nato solo nel 2006 per volere della Comunità Internazionale, e anche un Paese molto piccolo, contando solo 600 mila abitanti, di cui solo 278 mila sono montenegrini (Vedi scheda Wikipedia). Per cui, l’Occidente ha scelto Djukanovic per sostenere l’equilibrio etnico interno (visto che serbi  bosniaci e albanesi, venivano sostenuti rispettivamente da Belgrado, dalla Turchia e dalla diaspora albanese), e anche per evitare che si venisse a creare un bacino di criminalità. Si trattava, quindi, di un investimento poco attrattivo per grandi società come Enel, ma necessario, proprio nel tentativo di creare una presenza italiana in un Paese confinante, e mettere in sicurezza i futuri corridoi energetici, perché non cadessero in mano di speculatori. L’Italia quindi ha fatto una giusta valutazione dal punto di vista strategico, ma nell’attuazione la politica dell’affarismo ha avuto la meglio, e ha creato un clima di mistificazione. D’altro canto, quando gli altri competitor hanno capito la possibilità del business di vendere energia ad Italia ed Europa, hanno cominciato a fare pressioni e a pagare i giornalisti locali, sollevando la questione delle irregolarità degli accordi o della mancanza di un tender sul cavo sottomarino.

Il caso Serbia-Maccaferri

Con riferimento invece all’accordo energetico con la Serbia, le tariffe incentivanti di 155 euro a megawattore per l’acquisto dell’energia rinnovabile prodotta, sono il prezzo che si paga innanzitutto per i certificati verdi (che hanno un valore finanziario, secondo il protocollo di Kyoto), ma anche e soprattutto per una pace politica, per garantire la stabilità di alcune regioni dei Balcani. Per quanto riguarda invece il Gruppo Maccaferri, la responsabilità della società è evidente: ha utilizzato le strutture diplomatiche per un proprio interesse, per assicurarsi il contratto di costruzione delle centrali idroelettriche sui fiumi Ibar e Drina, accreditando il suo operato con donazioni e cerimonie di gala, puntualmente pubblicizzate da Agenzie di stampa ‘amiche’. E’ anche vero che Maccaferri non è stata la più ‘veloce’, bensì quella più addentro agli usi e costumi delle ambasciate e delle procedure amministrative, quindi ben sapeva come velocizzare le lente procedure e i fraccomodi ambasciatori. Non potendo contare sull’ICE e la Camera di Commercio ha cercato di reperire da sola le informazioni, ma è caduta nella trappola balcanica della disinformazione e del bluff. Un errore banale per chi non conosce i Balcani, e non sa che ‘tradurre articoli’ e ‘sfornare rassegne stampa’ non permette di capire un contesto così complesso e falsato da politici, giornalisti ed opinionisti che sono tuttologhi e triplogiochisti, affetti dalla classica sindrome del ‘balkanski spiun’. Se avessero studiato – o quando meno solo “ascoltato” quanto si era già detto – sarebbe emerso il problema connesso alla Drina in quanto confine interstatale, nonché alla sensibilizzazione della comunità locale che, oggi e domani, ostacolerà sempre i progetti i cui benefici non sono “equamente distribuiti”. I nostri tecnici e funzionari avrebbero dovuto sapere che per portare avanti un progetto strategico di interesse nazionale è necessario innanzitutto un canale informativo, un gruppo di imprese che già operano all’estero per il supporto logistico, un team di giuristi ed economisti preparati, mentre tutte le istituzioni già sul luogo dovevano rimanere ai loro posti. Invece, non è stata fatta una strategia, bensì un’Armata Brancaleone, che si aspettava di trovare “gente con l’anello al naso”.

Ad alimentare questo clima di ambiguità sono stati soprattutto gli impiegati delle ambasciate, che sono delle ‘gole profonde’ per raggiungere degli scopi personali, ma quando sono dinanzi alle telecamere diventano così piccoli ed insignificanti. Infatti, nel filmato di Report, l’atteggiamento del funzionario dell’ambasciata interpellato dal giornalista è del classico ‘viveur di Belgrado’, griffato e gelatinato, che si riempie la bocca per autocelebrarsi e fare da “Paperon de Paperoni” con strette di mano, abbracci e occhiolino. Però, appena si fa una semplice domanda, chiedendo per esempio di consultare il memorandum interstatale, è divenuto così piccolo, quasi invisibile alla telecamere. Dopo uno scambio di e-mail, la consultazione del memorandum è divenuta una questione di Stato. Comunque, per farla breve, il documento era stato già pubblicato sul sito del Governo della Serbia nella sua versione serba, cosa che avrebbe dovuto fare anche l’ambasciata italiana per la trasparenza, ma purtroppo si è caduti nel ridicolo e si è creato un complotto per la stupidità della disorganizzazione. Forse mancava “il tecnico di laboratorio che inseriva il documento nel sistema per la sua visualizzazione”. Tuttavia, trovandosi all’estero, dove vi sono tante organizzazioni che monitorano il rispetto dei cosiddetti standard internazionali, e considerando il moralismo che i nostri ambasciatori fanno nei loro colloqui sull’integrazione per questi Paesi, la pubblicazione di tutti i documenti con dei web-site dedicati alla questione energetica era d’obbligo

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A dimostrazione di quanto stiamo dicendo, citiamo il caso di una organizzazione non governativa finanziata dalle Banche europee (BERS, BEI,ecc.), Bankwatch, che ha realizzato uno studio sul progetto energetico italiano nei Balcani (A Partnership of unequals – Electricity exports from the eastern neighbourhood and western Balkans), contemplando proprio i casi di A2A e Seci-Energia, sui quali esprime delle riserve e dei sospetti di corruzione. Questi rapporti vengono consultati dalla Commissione Europea e dalle cancellerie, e condizionano i politici locali e le organizzazioni locali, creando un clima ostile e di sospetto, anche se non vi è nessuna prova. Ci chiediamo, quindi, perché quando è stato diffuso questo rapporto – sempreché che i nostri diplomatici ne fossero a conoscenza – non vi è stata una reazione da parte dell’Italia, ricordando invece che la Deutsche Telekom ha ammesso e patteggiato dinanzi alla Corte di giustizia statunitense la sua colpevolezza per la corruzione dei funzionari montenegrini per la privatizzazione della Telekom Montenegro, e che l’ambasciatore tedesco ha esplicitamente chiesto di non inserire questo caso nella relazione di progresso della Commissione Europea. Purtroppo il nostro ambasciatore ha portato a Podgorica il Narciso di Caravaggio, sponsorizzato da A2A, per farlo vedere a Milo e Aco Djukanovic.

Infine, ci dispiace per l’opinione dell’onorevole Aldo di Biagio, che stima Valentino Valentini come una grande mente di tutto l’Est europeo, sino alla Russia. “Caro Aldo – scusa che ti diamo del Tu, ma così ci hai concesso nella nostra ultima conversazione – è pur vero che una giornalista del Vijesti (fonte di quasi tutti gli articoli copiati ed incollati da Repubblica e Espresso) va in fibrillazione ogni qual volta sente il nome di Valentini, ma questo mito è nato dalla solita patacca americana, visto che era lui l’unico che parlava molte lingue, e veniva menzionato nei cablogrammi delle ambasciate come diretto interlocutore. Non ha mai avuto però una rilevanza politica”. Cade quindi un’altra leggenda, come quella del contratto segreto per il cavo sottomarino, che – con grande delusione della ONG MANS – non contiene nessuna retrovia dell’accordo tra Italia e Montenegro.

Da parte nostra, abbiamo sempre espresso delle riserve verso il progetto energetico italiano, spiegando con fatti e circostanze che la concorrenza era talmente organizzata, ed in grado di orchestrare delle rappresaglie, ma comunque la disorganizzazione era talmente tanta che l’autodistruzione è stata inevitabile. Nei nostri articoli abbiamo più volte lanciato degli allarmi in merito, interrogando al contempo il Ministero degli Esteri – diretto allora da Franco Frattini – e il Ministro dello Sviluppo economico, che tuttavia non hanno mai dato risposta, nonostante le rassicurazioni. Bisognava infatti chiarire il progetto della centrale nucleare in Albania, del parco eolico di Moncada, della centrale termoelettrica di Enel. La confusione era tanta e le informazioni sempre più contraddittorie. Poi nel tempo la situazione è cambiata, Gheddafi è caduto e con lui l’intera finanza italo-libica destinata all’energia, mentre le lobbies sono divenute sempre più aggressive e pressanti. Le ONG che seguono le attività italiane si sono moltiplicate, mentre la crisi ha indebolito lo Stato. Chi ha avuto l’idea di questo progetto fantastico rimarrà comunque sconosciuto, non è farina del loro sacco, ma di una mente che ha studiato l’Italia in maniera storica ed economica. Purtroppo la messa in opera è stata affidata a qualcuno che crede di essere più furbo di altri. Oggi più che mai vale la pena ancora battersi e cambiare regia, perché c’è ancora spazio per una trattativa dura, lunga e difficile. Ma ci vuole soprattutto ‘amor di patria’, perché ognuno diventi un Enrico Mattei.

Michele Altamura

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LA BORSA VOLA, I SOLDI FIOCCANO. SIAMO DENTRO LA VERA “TEMPESTA PERFETTA”. E COSI’ VENDONO SNAM E ENI

Articolo di Sergio Di Cori Modigliani

Un post noiosetto, lo premetto. Ma utile. Quantomeno me lo auguro.

Per dedicargli dei pensieri nell’arco del week end.

Qui si spiega che cosa stanno combinando Monti e Passera.

Mentre la cupola mediatica, ben orchestrata, gestiva la grancassa dello scilinguagnolo teledipendente in questo finale estivo -facendoci credere che il destino dei popoli europei e delle nazioni mediterranee dipendesse da ciò che fa il mattino Gianroberto Casaleggio- Mario Monti & co. mettevano a segno l’operazione di schiavismo annunciato, gestendo a meraviglia “la tempesta perfetta”, peraltro da loro annunciata con enfasi su tutta la stampa cartacea. Bravi, non c’è che dire. Gli sta andando di lusso.

Talmente “perfetta” nella sua esecuzione  (questo era il vero e autentico Senso del suo essere “perfetta”) da passare completamente sotto silenzio, non commentata, non dibattuta, non analizzata. Per i detentori del potere, la “perfezione” consiste nell’omertà e nel silenzio acquiescente.  Loro devono essere liberi di poter operare a loro piacimento nell’ombra.  Per loro i parlamenti, la Politica, le persone, sono un impaccio.

A fine luglio, avendo preparato molto bene i vassalli dell’informazione, avevano annunciato che il mese di agosto sarebbe stato un mese terribile, che la speculazione si sarebbe scatenata e che bisognava prepararsi all’impatto. Tutti con l’elmetto in testa. C’era addirittura chi voleva esportare i capitali in attesa di clamorosi tonfi in borsa e uno spread a 650. Avevano ragione quelli che annunciavano”la tempesta perfetta”.

E’ ciò che è puntualmente accaduto.

C’è stata.

Anzi, ci stiamo proprio dentro.

All’italiana, si intende, ovvero “a nostra insaputa”.

Approfittando della sonnolenza culturale e della complicità corrotta di chi deve informare, non hanno spiegato che la “cosiddetta speculazione” si muove da sempre –per definizione- su un binario, perché così funziona il mercato finanziario: rialzo e ribasso. Per il mercato finanziario che i titoli siano positivi o siano negativi è del tutto irrilevante, ciò che conta è lo spostamento del capitale in anticipo. Esempio pratico e banale: se io so che il 15 agosto la Tizio & associati varrà -6%, siccome io sono furbo, allora vendo le azioni il 30 luglio così evito un salasso; ma se un altro è più furbo di me e sa che la Tizio & associati il 15 agosto varrà -6% ma il 30 agosto varrà +12% perché il 16 agosto per evitare la bancarotta venderà il proprio pacchetto azionario al miliardario Vattelapesca che li riempirà di soldi, allora io sarò il primo a spingere al ribasso così le compro a un prezzo molto basso (e tutti avranno pena di me pensando che io mi sto rovinando e non so come va il mercato) e addirittura scommetto sopra che il 30 agosto varranno +12% e tutti arriveranno convinti che io sia un demente e accettano la scommessa puntandomi contro. Così il 31 agosto io mi ritrovo con azioni che ho sottopagato e incasso anche il premio delle scommesse vinte perché io sono stato più furbo dei furbi. Il mercato funziona così.

In Italia, invece, hanno fatto credere –per ovvi motivi- che il concetto di “speculazione finanziaria” viaggia su una linea retta singola piuttosto che su un binario parallelo. Questo Falso induce la gente a credere ciò che i telegiornali e il Sole24 ore & co. annunciano quando lo spread sale, le borse perdono, e le aziende denunciano insolvenza, e cioè: “la speculazione si sta accanendo approfittando della situazione di crisi e quindi le borse soffrono” ecc.,ecc. Questa argomentazione è falsa e fuorviante.

La verità che ogni novizio sa molto bene -assunto il giorno prima alla borsa di Milano- consiste nel fatto che è del tutto irrilevante dove punti l’indice; non ha nessuna importanza se le aziende colano a picco o godono di ottima salute, perché in aperto regime iper-liberista finanziario non conta più il bilancio, la produzione, il consumo, la circolazione della moneta, bensì ciò che conta “è la capacità di saper operare con tempismo ed efficacia sul mercato, prevedendo lo spostamento delle curve finanziarie per riuscire ad intervenire preventivamente e quindi essere in grado di spostare ingenti quantità di capitale finanziario dal mercato al ribasso al mercato dove si sta per manifestare il rialzo” (base dei principia economici della teoria della moneta di Milton Friedman sulla auto-regolamentazione dei mercati, basata sul principio che è la finanza ad avere il controllo di chi produce merci e non l’imprenditoria attiva, perché ciò che conta non è la produzione di ricchezza, indivuale e collettiva, bensì la produzione di “danaro puro” che consente al mercato la “possibilità di garantirsi accumulazione del capitale all’infinito grazie alla capacità di massimo impiego della libertà di investimento che consente al capitale finanziario di produrre capitale finanziario”).

Tradotto in parole chiare e nette: l’irruzione sul mercato della carta straccia, ovvero il virtuale che prende il posto del reale. Piuttosto che produrre lavatrici e correre il rischio di non venderle tutte perché io sono Pinco e invece Pallino le fa più belle e più economiche e quindi la concorrenza mi batterà, mi conviene investire i miei soldi, non nella produzione di lavatrici più belle e più economiche, ma in un fondo di investimento finanziario che gestisce il capitale di Pallino, così lo frego sul mercato perché anche se ha ordini di acquisto per tutte le sue lavatrici e le sue lavatrici sono le più belle e le più richieste al mondo, alla fine vinco io che neppure le produco perché siccome gestisco i suoi soldi dentro un modesto ufficio anonimo, posso –in qualunque momento io lo desideri- interrompere la catena negandogli l’accesso al flusso di cassa necessario a Pallino per produrre merci, distribuirle, pagare i salariati. Pallino ha 200 Tir pieni di lavatrici al parcheggio ma io banca non gli do i soldi per acquistare la benzina e trasportarli, quindi o Pallino mi paga l’interesse che io gli propongo oppure butta via le lavatrici.

Per far sì che questo meccanismo funzioni ho bisogno di “produrre e inventare crisi economiche cicliche”. Il punto centrale della teoria iper-liberista di Milton Friedman consiste proprio nella spiegazione di come si costruisce, si programma e si gestisce una crisi economica. Come Mario Monti, ormai in chiaro delirio di onnipotenza, ha candidamente confessato di aver fatto, tre giorni fa.

Ma qual’era lo scopo della “tempesta perfetta”?

E adesso veniamo alle notizie.

Questa noiosa premessa era necessaria per comprendere che cosa sta accadendo nel nostro paese, e capire, quindi, anche, alcuni sommovimenti politici.

Grazie alla crisi economica, grazie al crollo del consumo, grazie all’aumento del debito pubblico, grazie all’eccessiva spesa pubblica volutamente non contenuta, il governo ha fatto credere (e qui c’è “l’invenzione della tempesta perfetta”) di essere talmente nei guai, talmente in crisi, e talmente rovinati, da chiedere, pretendere e ottenere (come straripante vittoria della volontà) dalla BCE e dall’Europa e dai cosiddetti mercati, una copertura finanziaria che consenta il superamento della crisi stessa. Ha fatto credere alla gente che la tempesta è stata evitata perché grazie alla BCE c’è qualcuno che impedirà la “speculazione al ribasso” e quindi ci sono i soldi.

E i soldi sono arrivati.

E Monti e Passera annunciano che la luce è in fondo al tunnel.

E la borsa va su e i conti “magicamente” migliorano.

La cupola mediatica tira un sospiro di sollievo e definisce Monti e Draghi una coppia di maghi meravigliosi che ha evitato la “tempesta perfetta”.

E invece c’è stata, eccome.

La raccontano perfino sui giornali. Tanto la gente non si rende neppure conto di ciò che sta leggendo. L’inflazione bulimica dell’uso indiscriminato del termine “informazione” ha fatto dimenticare il fatto che, senza adeguata formazione, le informazioni sono inutili.

L’Italia industriale, oggi 14 settembre 2012 non è più l’Italia industriale del 14 giugno 2012.

Questa è la notizia in prima pagina nel mio quotidiano surrealista economico.

Ci stanno portando via la spina dorsale della nazione nel silenzio generalizzato.

La prima banca italiana non è più italiana.

Monti e Passera hanno gestito la ricapitalizzazione di Unicredit la scorsa primavera in modo tale da assicurare il pacchetto di maggioranza al fondo del Qatar, il quale si è alleato al Dubai, all’Arabia Saudita, all’Oman e al gruppo di Emirati Arabi del Golfo Persico e subito dopo si sono presi per qualche centinaio di milioni di euro Valentino  e la Marzotto (è l’inizio dell’addio del made in Italy nel settore tessile/moda/stile) e si sono impossessate di circa 50.000 aziende medio/piccole nel settore. Dopodichè sono andate all’attacco delle telecomunicazioni riempiendo di soldi il gruppo decotto di Mediaset che sta svendendo tutte le proprie consociate al pool di arabi e infine (notizia del giorno) sotto gli occhi di tutti, hanno iniziato lo smantellamento dell’ENI. I principali fondi di investimento arabi hanno dato inizio ad acquisizioni di pacchetti azionari di fondazioni bancarie italiane completamente decotte, le quali, essendo proprietarie delle banche, detteranno legge su che cosa bisogna produrre, ma soprattutto dove e a che prezzo: ovvero in Africa e in Asia Minore. Non più in Europa. Ieri è stata formalizzata la vendita di un pacchetto azionario nell’ordine di 1,7 miliardi di euro a soggetti in teoria anonimi senza alcun commento da parte di chicchessia. Il tutto gestito da J.P. Morgan di New York che risulta “ufficialmente” il mediatore e gestore dei nuovi pacchetti azionari.

Se tutto ciò fosse accaduto quando era vivo Enrico Mattei, a quest’ora ci sarebbero venti interrogazioni parlamentari con il coltello fra i denti.

Questi sono i risultati della “tempesta perfetta” pienamente riuscita.

Una gigantesca operazione di speculazione al rialzo che comporta una immissione di capitale finanziario all’interno del sistema Italia che NON VA AFFATTO ad inserirsi all’interno del mercato produttivo industriale che potrebbe quindi creare lavoro, occupazione e ripresa del paese, bensì lo de-industrializza, lo de-localizza, lo annienta. Con l’ottima scusa che, così facendo, si finisce per rispettare il pareggio di bilancio perché si eviterà un aumento dell’Iva. In termini economici secchi, ciò vuol dire che i conti “nudi e crudi” miglioreranno, ma aumenterà la disoccupazione; altre aziende chiuderanno senza che vi sia nessun impatto né sulla borsa nè sui mercati finanziari (e quindi zero notizie da dare) perché seguiteranno a salire in borsa i titoli di banche, finanziarie e aziende che valgono sempre di meno in termini reali, ma sempre di più in termini virtuali, spostando l’Italia dal suo baricentro geo-politico e spingendola, inevitabilmente, nella periferia delle nazioni che contano. L’amministratore dell’Eni, Paolo Scarano, annuncia di aver già dato avvio alle dismissioni nell’azienda Snam progetti (cavallo di battaglia strategico dell’autonomia energetica nazionale, del proprio investimento in innovazione tecnologica, ricerca, sviluppo, per renderci sempre più autonomi): un’altra fetta dell’Azienda Italia che se ne va.

Tra un po’ toccherà a Telecom, il Milan verrà venduto agli arabi, il 40% dell’industria tessile e del mobile marchigiano sta passando sotto il controllo di capitali stranieri, la cui conduzione è sempre gestita da J.P.Morgan e sono già pronti i piani strategici creati da architetti e ingegneri per andare a costruire gigantesche aziende produttrici di cucine, lavatrici, mobili, nello sterminato deserto arabo-saudita. Al posto di operai salariati garantiti –come in Italia- ci saranno gli schiavi sicuri in Asia Minore. Hanno bisogno di avere, proprio là, grandi aziende che producano acciao e alluminio, in modo tale da abbattere i costi di trasporto. E’ ciò che stanno facendo.

Questa è la vera “tempesta perfetta”.

Anonima, silenziosa, clandestina (ancorchè legale) con la totale complicità della classe politica italiana e l’apporto della cupola mediatica. Se andate su Il sole24 ore, oggi trovate quattro articoli a firma Celestina Dominelli, quasi incomprensibili, perché intrisi di termini inglesi, che raccontano la vendita dell’Eni, la dismissione dello Snam, ma quasi tra parentesi. Leggendo questi articoli non si capisce nulla. Il Senso è che l’Eni gode di ottima salute e svende tutto, il che –in teoria- sarebbe incomprensibile. Qual è la famiglia che si va a impegnare al monte di pietà i gioielli ereditati se ha i conti correnti in banca a posto?

Qui di seguito uno degli articoli del quotidiano di Confindustria di cui non si capisce nulla.

Lo propongo perché facciate caso al linguaggio usato, tutto zeppo di terminologia finanziaria anglo-sassone, senza nessun commento alla notizia POLITICA che viene quindi ridotta a meno che zero: ovverossia “L’ENI si sta scorporando ed è già iniziata la svendita a saldo d’autunno senza che nessuno lo sapesse”. Il Sole24ore è stato costretto a scrivere (si fa per dire) questo articolo perché ne parlano sulla stampa economica internazionale e quindi qualcosa bisognava pur dire anche da noi.

Ecco il testo: “Eni chiude il primo semestre 2012 con un utile netto a 3,84 miliardi di euro, in crescita dell’1,1% rispetto allo stesso periodo del 2011 (0,23 miliardi nel trimestre), e l’utile netto adjusted in salita dell’8%, a 3,94 miliardi (1,46 miliardi nel trimestre, +2 per cento). La crescita dell’esplorazione e della produzione, corroborata dalla ripresa delle attività in Libia, spinge poi, nei primi sei mesi dell’anno, a +19% l’utile operativo adjusted delle continuing operations, a quota 10,37 miliardi di euro (4,24 miliardi nel trimestre, +14%), mentre l’utile netto adjusted si attesta a 3,79 miliardi, in aumento del 4% (1,38 miliardi nel trimestre, +0,3%).
Risultati che l’amministratore delegato Paolo Scaroni definisce «eccellenti». «Sono particolarmente soddisfatto dei nostri successi esplorativi e dell’ingresso in nuove aree ad elevato potenziale», prosegue. «In Gas & Power e Refining & Marketing abbiamo contenuto l’impatto della crisi dei mercati di riferimento. Le dismissioni già avviate delle nostre quote in Snam e Galp ci assicureranno una struttura finanziaria adeguata a sostenere, in qualunque circostanza di mercato, una robusta crescita di lungo  termine». E, intanto, nel breve periodo, Eni assicura ai suoi azionisti un acconto di 54 centesimi sulla cedola 2012 (0,52 euro nel 2011). Poi, davanti agli analisti, Scaroni esclude «dividendi straordinari» e fissa la linea. «Rivedremo la politica di remunerazione con la nostra futura presentazione strategica. Penseremo a un dividendo sostenibile e daremo un’ulteriore remunerazione agli azionisti attraverso il piano di buyback», deliberato a luglio.
Trainato dai profitti del l’E&P, il gruppo è riuscito così a compensare la flessione registrata nei settori Gas & Power e Refining & Marketing a causa della contrazione della domanda. Nel secondo trimestre 2012, le vendite di gas ammontano infatti a 20,15 miliardi di metri cubi con una riduzione del 4%, mentre la produzione di idrocarburi è pari a 1,647 milioni di boe/giorno (+10,6% rispetto allo stesso periodo 2011).
Tornando ai conti, il flusso di cassa netto da attività operativa delle continuing operations è stato poi di 4,2 miliardi di euro (8,3 miliardi nel semestre) e, insieme a 774 milioni di incassi da dismissioni, ha consentito di coprire i fabbisogni finanziari connessi agli investimenti tecnici – 3,02 miliardi nel secondo trimestre concentrati su giacimenti e upgrading della flotta Saipem – e al pagamento di 2,3 miliardi di dividendi (di cui 1,8 per il saldo della cedola 2011), con l’indebitamento netto sceso di 1,1 miliardi di euro rispetto a fine 2011, a 26,9 miliardi di euro «che tiene conto – chiarisce Eni – dell’operazione di rifinanziamento con istituzioni creditizie terze di una parte del debito intercompany di Snam (1,5 miliardi di euro).
Proprio dalla spa dei gasdotti, in procinto di passare a Cdp, Eni ha ottenuto, come chiarisce il cfo Alessandro Bernini davanti agli analisti, «già 2,5 miliardi di euro» rispetto agli 11,2 di esposizione complessiva verso il Cane a sei zampe. E, a stretto giro, «entro settembre-ottobre», prosegue Bernini, Snam dovrebbe essere in grado di rimborsare l’intero ammontare. Quanto alla cessione della quota residua in Snam (dopo il collocamento accelerato di un primo 5%), Scaroni è chiarissimo. «Stiamo parlando con diversi potenziali investitori e in base alle condizioni (http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2012-08-02/utili-crescita-esplorazioni-064112.shtml?uuid=AbPcn2HG) di mercato valuteremo come procedere», ma ogni operazione avverrà dopo il closing dello scorporo, previsto in autunno. Nessuna fretta, dunque…..ma, aggiunge Scaroni, «se anche andiamo al di sotto, magari a 10, ci sentiamo perfettamente a nostro agio».
Eni guarda poi con fiducia ai futuri progetti come il South Stream («la final investment decision è prevista tra fine anno e inizio 2013», confermano i vertici).

Anche in rete seguitano a non parlarne, ad esclusione di “Delusi dal bamboo” ottimo sito di “formazione del pensiero critico” non a caso gestito da un ingegnere intellettuale. Possiamo ancora cercare di rompere qualche uova nel paniere.

Se non altro, facendo loro capire che siamo consapevoli dei veri giochi.

Se non altro, chiarendo, in tal modo (una volta per tutte) che chi fa dell’anti-politica oggi, sono i funzionari dei partiti che tutto ciò non lo dicono e non lo spiegano. Se non altro, per spiegare ai cittadini che il vero populismo, la vera demagogia, il vero allarmismo, il vero terrorismo intellettuale è quello operato da coloro che hanno dato il via a una strategia complessiva anti-patriottica, che finirà per spazzare via la Azienda Italia dal nòvero delle nazioni industrializzate avanzate.

Se non altro per denunciare la complicità della cupola mediatica.

E la criminale connivenza dei partiti che si accontentano delle briciole che cadono dal tavolo dei Signori Ragionieri, pur di sopravvivere.

Sulle spalle degli italiani ignari.

“Devono andare tutti alle isole Barbados”.

Prima che siano loro, in un domani prossimo, a spedirci a noi nei Caraibi, in catene.

Come facevano i negrieri nel XVIII secolo perché avevano bisogno di forza lavoro gratis.

Non fatevi venire l’ansia ma soprattutto non fatevi mettere paura, è ciò che vogliono.

La paura sono loro a doverla avere.

Devono capire che noi i loro trucchetti da baraccone li abbiamo capiti perfettamente.

Così, li potremo disinnescare.

Auguro a tutti un buon week end.

Link: http://sergiodicorimodiglianji.blogspot.it/2012/09/la-borsa-vola-i-soldi-fioccano-siamo.ht

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26 marzo 2012 |
Il governo ha varato la misura auspicata dalle majors atlantiche. Poi si svenderanno le quote pubbliche di Eni ed Enel

di: Filippo Ghira * f.ghira@rinascita.eu

Gli integralisti liberisti presenti in Parlamento già pregustano lo scorporo della Snam dall’Eni e la nascita di una società indipendente che gestisca la rete di distribuzione del gas e che offra uguali possibilità di accesso a tutti gli operatori del settore. Un traguardo che le compagnie petrolifere statunitensi, inglesi, anglo-olandesi e francesi sognano da tempo per indebolire il gruppo fondato da Enrico Mattei che con la sua impronta anti colonialista aveva dato tanto fastidio alle Sette Sorelle e agli interessi anglofoni. Una realtà che oggi si sta ripetendo puntualmente dopo i rapporti preferenziali stabiliti dall’Eni e da Berlusconi con la Gazprom e con Putin e dopo quelli ormai dissolti con la Libia di Gheddafi e l’ingresso della Russia in Libia. Quella che era stata la motivazione reale della guerra contro il Rais poi eliminato.
La decisione del governo Monti di procedere alla separazione della Snam dall’Eni era scontata. Poi seguirà la vendita del 30% dell’Eni controllato dalla Cassa Depositi e Prestiti e quindi dal Tesoro, dopo di che l’Italia non avrà più una politica estera autonoma e si vedrà costretta ad andare a rimorchio degli atlantici. La svolta, perché di svolta si tratta, ha rallegrato non poco i liberisti nostrani. Il deputato Linda Lanzillotta, esponente della rutelliana Alleanza per l’Italia, ha intimato che la separazione proprietaria di Snam da Eni dovrà essere completata entro la fine della legislatura. Intervenendo nella discussione generale alla Camera sul decreto legge per le liberalizzazioni,il deputato ha affermato che la politica della concorrenza dovrà ispirare la politica economica dei prossimi anni e rappresentare una leva fondamentale per la crescita, per il lavoro dei giovani e per la mobilità sociale. In tutti i settori strategici, come energia e trasporti, ha concluso, ci vogliono, autorità di controllo e di indirizzo forti, autorevoli e indipendenti. Affermazioni che, se tanto ci dà tanto, vanno intese nel senso che tali autorità dovranno essere sensibili non più all’indirizzo dato dalla politica ma a quelle dei grandi gruppi esteri. Quelli che con un termine abusato rappresentano il cosiddetto Mercato.
Ma che fare di questa Snam? Qualcuno ha suggerito di creare un’unica società di gestione delle rete energetiche attraverso una fusione con la Terna, la società che gestisce appunto la rete di distribuzione dell’energia elettrica e che è nata da un analogo scorporo dall’Enel che è stato imposto dalla finanza anglofona proprio per impedire l’altro colosso italiano dell’energia. Oggi il 31% circa dell’Enel è ancora in mano pubblica e i soliti liberisti d’accatto vorrebbero metterlo in vendita con la scusa che una ulteriore privatizzazione servirebbe a fare cassa e ridurre il debito pubblico. In realtà anche per l’Enel vale il discorso geopolitico fatto per l’Eni. Pure l’Enel infatti negli ultimi anni ha dimostrato un iper attivismo sul piano estero, entrando in forze sul mercato spagnolo, su quello russo e su quello libico. Tutte svolte che non potevano essere molto gradite a Washington e Londra che sul piano mediatico hanno subito attivato un fuoco di sbarramento muovendo i soliti fautori del Libero Mercato, degni eredi dei democristiani di destra e dei liberali alla Montanelli che a cavallo degli anni 50 e 60 sparavano a zero su Enrico Mattei con la scusa ridicola che il petrolio puzzava di tangenti.
Indebolire e perdere in questa fase storica due imprese pubbliche che garantiscono l’approvvigionamento energetico del nostro Paese non è soltanto stupido ma è criminale perché va contro i nostri interessi nazionali, in quanto l’approdo di questa operazione sarebbe la trasformazione dei due gruppi in filiali di concorrenti esteri come potrebbe essere la Exxon. Tanto più che i venti di guerra contro l’Iran o il semplice blocco delle forniture da parte di Teheran fanno presagire che ci sarà un aumento esponenziale dei prezzi del petrolio che il direttore del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde, ha quantificato in un 30%. In tale ottica disporre di due società giuridicamente e operativamente “italiane” servirebbe a muoversi in maniera molto più elastica ed autonoma sullo scacchiere internazionale.

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23 novembre 2011 | Autore

di Luigi Longo  http://www.conflittiestrategie.it/2011/11/22/l%E2%80%99imbroglio-delle-fonti-energetiche-rinnovabili/ 

*L’energia è un elemento essenziale in tutte le attività organiche e inorganiche; la storia dell’evoluzione della cultura umana rappresenta perciò anche la storia delle crescenti capacità

umane nel controllo e nella manipolazione dell’energia.

Marion K. Hubbert

1.Il problema dell’energia è sempre stato fondamentale nella storia del genere umano sessuato per accendere il motore dello sviluppo attraverso i suoi modi di produzione e riproduzione della vita sociale e individuale storicamente data. Si è passato dalla fase dell’Homo sapiens, in cui venivano usati i convertitori biologici di energia come gli animali e i vegetali, alla fase attuale della società capitalistica in cui vengono usati convertitori inanimati di energia da fonti fossili ( petrolio, carbone, gas naturale, altro) e da fonti rinnovabili ( sole, vento, acqua, altro) passando per la rivoluzione agricola e la rivoluzione industriale: << Se la Rivoluzione Agricola è il processo mediante il quale l’uomo pervenne a controllare e ad aumentare la disponibilità di convertitori biologici ( piante ed animali), la Rivoluzione Industriale può essere considerata come il processo che permise di intraprendere lo sfruttamento su vasta scala di nuove fonti di energia per mezzo di convertitori inanimati >> (1).

Oggi viviamo in una società in cui lo sviluppo è acceso da una energia prodotta da fonti inanimate esauribili e da fonti inanimate inesauribili fino a quando il sole avrà vita ( i lunghi << tempi biologici >> ): nel 2009 il consumo mondiale di energia prodotta da fonti fossili è pari al 80% contro il 20% prodotta da fonti energetiche rinnovabili (FER) ( soprattutto idrica), nucleare e altre fonti (2). << La parte del leone nella fornitura di energia nel mondo spetta alle sorgenti fossili, in particolare agli idrocarburi in virtù della disponibilità di infrastrutture in grado di estrarre, raffinare 1.000 barili al secondo di grezzo e di distribuire convenienti vettori energetici, che hanno reso disponibile l’energia in ogni luogo, in qualunque momento e alla potenza desiderata ( corsivo mio ) >> (3).

Quindi l’energia prodotta da fonti fossili esauribili è un elemento fondamentale dello sviluppo della società capitalistica e diventa indispensabile l’appropriazione e la disponibilità delle risorse energetiche da fonti fossili che non sono sparse in maniera omogenea sulla terra ma sono concentrate in alcune aree [ per esempio, la maggior parte delle riserve di petrolio si trovano in Arabia Saudita, Iran, Iraq, Kuwait;( in una ristretta zona del Medio Oriente chiamata << ellissi strategica >>); la maggior parte delle riserve di gas naturale in Russia, Iran, Qatar; la maggior parte delle riserve di carbone in Stati Uniti, Russia, Cina ] (4). La loro appropriazione segue la logica dello sviluppo ineguale e del conflitto tra potenze nazionali per l’egemonia mondiale (5).

L’uso dell’energia, sia da fonti rinnovabili sia da fonti esauribili, è determinato storicamente dal modo di produzione e riproduzione della società. Per esempio, l’uso del cavallo come mezzo di mobilità corrispondeva ad un determinato modo di produzione e riproduzione della società e del territorio ( società tradizionale); l’uso della macchina come mezzo di mobilità implica un diverso determinato modo di produzione e riproduzione della società e del territorio (società capitalistica) (6).

Il passaggio da risorse energetiche con fonti esauribili (preponderanti) a quello d’uso di fonti energetiche “inesauribili” (marginali) è subordinato ad una diversa produzione e riproduzione della società e del territorio. Passaggio che avrà i suoi tempi storici e le sue modalità di attuazione. E’ una vera trasformazione sociale che porterebbe ad una diversa configurazione della società ( una rivoluzione dentro o fuori il capitale inteso come rapporto sociale) in generale, e ad una specificità propria delle formazioni economiche e sociali particolari che si conterranno l’egemonia mondiale (7).

Quindi la sostituzione di sorgenti inesauribili di energia inanimata con le sorgenti attualmente insostituibili rappresenta uno fra i principali problemi della società capitalistica generale e particolare ( le varie formazioni sociali) che coinvolge, attraverso il suo legame sociale, l’insieme conflittuale della società ( politica, economica, sociale, culturale) e del suo rapporto con le leggi della natura. Non è la semplice sostituzione di fonti di energia, ma è un passaggio d’epoca, attraverso la fase multipolare e la fase policentrica (8), che coinvolge tutti gli aspetti della società capitalistica ( economici, politici, sociali, istituzionali, culturali, ideologici) in generale e, in particolare, secondo la loro peculiarità storica, territoriale e sociale, le singole formazioni economiche e sociali (nazioni).

Oggi, parlare di sviluppo basato sulle FER è un imbroglio perché:

a) le fonti di energia tradizionali esauribili saranno ancora, per un lungo periodo (9), importanti per accendere in modo appropriato (energia in forma concentrata ed in gran quantità) lo sviluppo che la società capitalistica si è dato in termini politici, economici, sociali, culturali e territoriali;

b) lo sviluppo delle FER( probabilmente energia in forma meno concentrata e un minore consumo ) presuppone una diversa organizzazione produttiva e riproduttiva della società << Ogni “ rivoluzione” ebbe le sue radici nel passato, ma ogni “rivoluzione” creò anche una profonda frattura con quello stesso passato. La prima “rivoluzione” trasformò cacciatori e raccoglitori in pastori e agricoltori; la seconda mutò agricoltori e pastori in operatori di “schiavi meccanici” alimentati da energia inanimata >> (10);

c) la ricerca e la tecnologia non sono ancora mature e lunga è la fase per arrivare all’innovazione reale, cioè alla svolta epocale << Va considerato che, per avere dati certi sui contributi delle energie alternative, occorrerebbero ricerche di enti che impieghino un gran numero di ricercatori. È fuori dalla portata di un singolo (o anche di più singoli), al di fuori da centri di ricerca organizzati e da finanziamenti appositi, riuscire nell’impresa. Ci sono troppi parametri in gioco, e molte intelligenze e competenze occorrerebbero per tali studi. E certamente i tagli brutali alla ricerca approntati dal centrodestra [ e dal centro sinistra, per chi crede, oggi, ancora a queste apparenti divisioni, precisazione mia] ci rendono ultimi nell’ambito dei Paesi che si pretendono avanzati >> (11);

d) la produzione attuale di energia (da FER) ha bisogno di ingenti finanziamenti pubblici per essere competitiva << …gli incentivi italiani dedicati allo sviluppo delle fonti rinnovabili ai fini della generazione elettrica sono tra i più alti del mondo. >>(12);

e) la carenza e l’insufficienza delle infrastrutture di rete per il trasporto e la distribuzione di energia che impediscono la massima valorizzazione degli impianti delle fer << …lo Strategic Energy Technology Plan presentato dalla Commissione Europea nel 2007 comprende, fra le azioni prioritarie per i prossimi 10 anni, lo sviluppo delle reti intelligenti, mentre assume come obiettivo per il 2050 l’elaborazione di strategie per la transizione verso reti energetiche integrate a livello europeo. Attraverso lo sviluppo delle Smart Grids la Comunità definisce un percorso di progressiva migrazione delle reti di trasmissione verso un modello di rete decentrata, che integri quote crescenti di produzione da fonti rinnovabili e la generazione distribuita di energia elettrica >>(13).

L’America

A noi ci hanno insegnato tutto gli americani. Se non c’erano gli americani… a quest’ora

noi eravamo europei, vecchi, pesanti, sempre pensierosi, con gli abiti grigi e i taxi ancora neri.
Non c’è popolo che sia pieno di spunti nuovi come gli americani. E generosi. Gli americani non prendono mai. Dànno… dànno. Non c’è popolo più buono degli  americani.

I tedeschi sono cattivi. E per quello che le guerre gliVengono male! Ma ci provano non stanno mai fermi.Ci hanno il diavolo che li spinge: dai…dai…Intanto dio fa il tifo per gli americani. E secondo me ci influisce, non è mica uno scalmanato qualsiasi, dio.Ci influisce.E il diavolo si incazza. Stupido prende sempre i cavalli cattivi!Già, ma non può tenere per gli americani. Per loro le guerre sono una missione.Non le hanno mai fatte per prendere, macchè, per dare! C’è sempre un premio per chi perde la guerra: Quasi, quasi conviene: “Congratulazioni, lei ha perso ancora!…” E giù camion di caffè! A loro gli basta regalare. Una volta gli invasori si prendevano tutto del popolo vinto: donne, religione, scienza, cultura… Loro, no. Non sono capaci. Uno vince la guerra, conquista l’Europa e trova… non so… una lampada Liberty… che fa? Il saccheggio è ammesso… la fa sua. No! Civilizzano, loro. È una passione… E te ne mettono lì una al quarzo: tutto bianco. E l’Europa, con le sue lucine colorate, i suoi fiumi, le sue tradizioni, i violini, i valzer…E poi luce, e neon, e vita, colori

e poi ponti, autostrade, grattacieli, aerei… Chewingum…Non c’è popolo più stupido degli americani La cultura non li ha mai intaccati. Volutamente. Sì, perché hanno ragione di diffidare della nostra cultura elaborata, vecchia, contorta. Certo, più semplicità, più immediatezza… Loro creano così. Come cagare.Non c’è popolo più creativo degli americani. Ogni anno ti buttano lì un film, bello, bellissimo. Ma guai se manca un po’ di superficialità. Sotto sotto c’è sempre un po’ il western. Anche nei manicomi riescono a metterci gli Indiani. E questa è coerenza. . I buoni sono loro! E ti regalano idee, scatole di sigari,cassette di whisky, navi, libertà, sapone, computer, squali, abiti usati…A me l’America non fa niente bene… Troppa libertà, bisogna che glielo dica al dottore.

A me l’America mi fa venir voglia di un dittatore. Oeh… Sì, un dittatore. Almeno si vede, si riconosce. Non ho mai visto qualcosa che sgretola l’individuo come quella libertà lì. Nemmeno una malattia ti mangia così bene dal di dentro. Come sono geniali gli americani! Te la mettono lì, la libertà è alla portata di tutti, come la chitarra. Ognuno suona come vuole e tutti suonano come vuole la libertà

Giorgio Gaber

2.L’Italia da oltre due decenni non ha un piano energetico nazionale, cioè non ha un quadro di riferimento strategico di approvvigionamento e di produzione di energia sia da fonti fossili sia da fonti rinnovabili (14). Ha un “Piano di Azione Nazionale per le energie rinnovabili ( direttiva 2009/28/CE)” del 2010, elaborato dal Ministero dello Sviluppo Economico, che riguarda gli aspetti dei consumi finali lordi di energia e gli strumenti per lo sviluppo delle energie rinnovabili [ misure di sostegno: finanziamenti pubblici diretti e indiretti con incentivazioni all’interno del Programma Operativo Interregionale (POIN) Energia 2007/2013 a valere sui fondi strutturali comunitari e del Fondo di Rotazione per Kyoto, procedure amministrative, specifiche tecniche, eccetera ], visti soprattutto in funzione degli obiettivi fissati in sede di Unione Europea da raggiungere nel 2020 che sono a) la copertura del 17% dei consumi finali lordi; b) la copertura dei consumi nel settore dei trasporti pari al 10% (15).

Quindi la disponibilità di una consistente fetta di denaro pubblico per la produzione di energia da FER non ha nulla a che fare con lo sviluppo energetico, con lo sviluppo produttivo e riproduttivo, con l’autonomia energetica, con l’ecologia e con la difesa del territorio del nostro Paese.

Riporto un passo di Giorgio Nebbia ( che non condivido nell’impostazione strutturale ma che avanza con chiarezza delle importanti riflessioni ) nel quale si dice: << Le leggi che hanno consentito la crescita delle fonti energetiche rinnovabili erano motivate dalla buona intenzione di diffondere il solare e l’eolico per motivi ecologici, ma hanno ben presto dato vita ad un ingegnoso sistema di produzione di soldi a mezzo di energia ( corsivo mio).  Gli incentivi, alcuni miliardi di euro ogni anno (16) ( si stimano 170 miliardi di euro nei prossimi venti anni, precisazione mia), sono pagati dai cittadini sia sotto forma di imposte, sia sotto forma di aumento del prezzo dell’elettricità che figura, nelle bollette elettriche, nella voce tariffaria A3 ( il prelievo tariffario obbligatorio presente sulla bolletta di ogni utenza elettrica pesa per il 4% in quelle domestiche e per il 6% in quelle industriali, precisazione mia), per cui ciascuno di noi regala soldi a chi vende, installa e gestisce motori eolici e pannelli fotovoltaici solari, tanto che molti terreni agricoli sono coperti di pannelli solari perché si guadagna di più in questo modo che coltivando carciofi o uva. Che la situazione sia drogata dimostra lo spavento che sta colpendo tutti gli interessati davanti alla prospettiva di una diminuzione degli incentivi che cominciano ad apparire esagerati. Purtroppo si ha l’impressione che le leggi energetiche siano scritte più da gruppi di interessi economici che da una nuova politica nazionale energetica (corsivo mio), coraggiosa e lungimirante diretta ad aumentare l’uso delle fonti rinnovabili senza speculazioni, a far diminuire il costo dell’elettricità per le famiglie e le attività economiche, a far diminuire l’inquinamento e le alterazioni ambientali, a una produzione nazionale di dispositivi solari ed eolici adatti alle caratteristiche del nostro territorio. L’attuale politica che ha portato alle speculazioni finanziarie sulle fonti rinnovabili sta gettando il discredito su tali fonti, di cui avremo invece bisogno sempre di più in futuro, e sta facendo il gioco di chi vuol far credere che l’unica salvezza va cercata nel nucleare, il che non è certo vero. >> (17).

L’autosufficienza energetica complessiva in Italia è molto modesta, il 16.5%. L’83,5% di energia importata (UE-27, circa il 53%) è soprattutto petrolio e gas naturale che raggiungono rispettivamente il 41% e 36%.
Nel 2009, in Italia, la composizione percentuale delle fonti energetiche impiegate per la copertura della domanda è stata determinata con il 77% di produzione da combustibili fossili [ petrolio (41%) e gas naturale (36%) ], il 19,3% da fonti rinnovabili (energia eolica, idroelettrica, solare e geotermica), il 13,3% da fonti solidi e il rimanente 5% di energia elettrica (Rapporto Enea, 2010).

La produzione italiana di energia elettrica nel 2010 da fonti non rinnovabili è stata pari al 63,8% della produzione nazionale totale, con utilizzo di gas pari al 44.9%, di carbone pari al 10,8%, di altri combustibili pari al 7,1% e di idraulica da pompaggio pari all’1%.

Nel 2010 la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili è stata invece pari, nel suo complesso, al 22,8% della produzione nazionale, ma non bisogna dimenticare che in questa percentuale vengono computate anche le quote da combustione rifiuti, annoverate tra le rinnovabili e incentivate dai Cip6, ma a tutti gli effetti da non considerarsi come tali. A tale risultato hanno contribuito per il 15,3% l’energia idroelettrica, per il 2,7% le bioenergie ( biomasse, biogas, bioliquidi), per l’1,5% l’energia geotermica, per il 2,7% l’energia eolica e per lo 0,6% l’energia solare e fotovoltaica.

Il saldo estero per la produzione di energia elettrica è stato invece pari al 13,4%.

In sintesi la produzione netta, espressa sia in valori assoluti, TWh( l’unità di misura pari a mille miliardi di watt), sia in valori percentuali, del bilancio elettrico nazionale per l’anno 2010 è la seguente: da fonti non rinnovabili 210.9 (63,8%); da fonti rinnovabili 75,4 (22,8%); saldo estero 44,2 (13,4%). Mentre i consumi, espressi in TWh e in percentuale, al netto delle perdite di rete (20,6 TWh), sono: agricoli 5,6 (1,8%); industriale 138,4 (44,7%); terziario 96,3 (31%); domestici 69,6 (22,5%).

E’ importante aggiungere ( tralasciando l’ importanza che la mobilità rappresenta nell’organizzazione e nella trasformazione del territorio) che il settore dei trasporti in Italia, come in tutti i paesi sviluppati, riguarda una fetta rilevante dei consumi energetici: << Gli impieghi finali di energia per i trasporti, inclusi quelli delle famiglie che si stima incidano per circa il 40 per cento, rappresentano il 30 per cento del totale e sono cresciuti dal 1990 a un tasso medio annuo dell’1,5 per cento. Per quasi il 90 per cento sono legati al trasporto su strada di persone e merci >> ( Banca d’Italia, Relazione Annuale 2010, pp.125-126).

La soluzione da agrocarburanti ( di prima e seconda generazione) per la sostituzione di fonti fossili ( petrolio) nella mobilità è lontana e poco credibile tant’è che le nuove ricerche suggeriscono che se vogliamo convertire le biomasse in energia, la cosa migliore è trasformarle in elettricità.

L’Italia per quanto riguarda la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili nell’Europa-15 è tra i maggiori produttori con le seguenti posizioni: 3° posto per il solare, 4° posto per le bioenergie e quinto posto per l’eolico (18).

Gli impianti installati in Italia hanno una capacità di produzione potenziale di oltre 106 gigawatt (l´unità di misura pari a un miliardo di watt): contro una richiesta che ha toccato il picco storico di 56,8 GW nell´estate 2007 e una potenza media disponibile stimata in 67 GW. Per di più, negli ultimi due anni, la crisi economica ha ridotto ulteriormente la domanda (51,8 GW nel 2009). In altre parole la potenza di cui disponiamo corrisponde al doppio di quella che occorre.

In sintesi siamo un Paese che:

  1. è dipendente dall’estero per l’83,5% di energia da fonti fossili;
  2. non ha un piano energetico nazionale strategico;
  3. ha un piano di azione nazionale per le FER finalizzato alla distribuzione dei finanziamenti pubblici e comunitari a favore di imprese e banche di investimenti soprattutto degli USA (19);
  4. ha un livello limitato di investimenti in ricerca, in conoscenza e in brevetti in generale, e, in particolare, sulle FER;
  5. ha una produzione di energia elettrica potenziale pari ad oltre il doppio di quella occorrente.

E’ un Paese dove i decisori/blocchi di potere della Grande Finanza parassitaria (GF) e della Industria Decotta delle passate ondate della rivoluzione industriale (ID), per dirla con i termini di Gianfranco La Grassa, non hanno una politica energetica autonoma nazionale. Non tutelano le poche imprese internazionali strategiche nel settore dell’approvvigionamento ( e non solo) dell’energia da fonti fossili. Non creano alleanze strategiche con i nostri maggiori fornitori (Russia, Medio Oriente, Africa ), anzi, hanno aggredito, bombardato e distrutto popolazioni e territori della Libia, una delle nazioni da cui importavamo gas naturale e petrolio di ottima qualità (rispettivamente il 13.2% e 23% del fabbisogno nazionale), seguendo le nuove strategie mediterranee degli agenti dominanti USA in funzione anti Russia e Cina <<… entrambe hanno subito una battuta d’arresto e un significativo danno economico…30 000 operai cinesi evacuati dalla Libia, vaste forniture militari e sfruttamento di giacimenti gas/petroliferi annullati alla Russia, ecc…>>(20).

L’egemonia mondiale degli USA ( anche se incomincia ad essere messa in discussione) non passa solo attraverso il controllo e l’appropriazione delle risorse naturali di energia fossile, ma passa attraverso il dominio, hard o soft, del proprio modello di sviluppo e della propria concezione della vita materiale e del mondo che è un continuo ri-modellare, è un continuo ri-creare l’insieme della propria nazione da esportare egemonicamente nelle formazioni economiche e sociali particolari ( le nazioni) che formano la società capitalistica mondiale storicamente data ( chiarirò meglio quanto detto nel prossimo scritto su “l’americanizzazione del territorio italiano”). Gli agenti strategici dominanti americani << Te la mettono lì, la libertà è alla portata di tutti, come la chitarra. Ognuno suona come vuole e tutti suonano come vuole la libertà >>.

3. La Puglia si caratterizza come regione nella quale si concentra la produzione di energia per autoconsumo oltre a esportare energia (più dell’80%) verso altre Regioni confinanti: infatti, la Puglia presenta un surplus di produzione di energia elettrica, ossia produce più elettricità (soprattutto mediante combustione di carbone) di quella richiesta dai carichi in essa localizzati (PEAR, 2007).

La regione Puglia è la prima regione d’Italia nel settore fotovoltaico e la seconda nel settore eolico sia in termini di produzione sia in termini di potenza installata ( fonte: GSE, 2010). Nella divisione del lavoro territoriale energetico della Regione si ha che lo sviluppo dell’eolico è prevalente nella Capitanata ( o provincia di Foggia) e lo sviluppo del fotovoltaico è prevalente nel Salento ( province di Lecce, la parte centro meridionale di Brindisi e la parte orientale di Taranto). I settori delle FER da sviluppare strategicamente sono: eolico, solare, biocarburanti, biomasse (agroenergie)(21).

La Regione ha prodotto una serie di strumenti ( linee guida, regolamenti regionali, pianificazione energetica, distretto delle energie rinnovabili e dell’efficienza energetica, eccetera) finalizzati allo sviluppo delle FER, nella logica dell’imbroglio innanzi esposto, senza nessuna interconnessione, verifica e coordinamento con gli strumenti della pianificazione territoriale, economica ed ambientale. Ha sacrificato e distrutto il territorio, l’ambiente e il paesaggio per sovrapprodurre energia elettrica senza ricaduta in termini di costruzione completa della filiera FER ( ricerca, investimenti, produzione, occupazione, ecc.). Le tecnologie per le fonti rinnovabili e/o tecnologie efficienti sono in genere prodotti all’estero : i pannelli (l’80% dei componenti sono importati dai paesi asiatici) e le pale eoliche; in Puglia ( e in Italia) queste tecnologie assicurano occupazione soltanto per le opere di installazione e di manutenzione.

In Puglia la sovrapproduzione di energia elettrica, pari a 18.158 GWh differenza tra produzione 34.585,5 GWh e consumo 16.427,5 GWh, non è sufficiente a programmare la chiusura con riconversione delle centrali a carbone di Brindisi ( le più inquinanti d’Italia con 14,8 milioni di tonnellate di CO2 all’anno ); evidentemente la logica del minimo costo e del massimo profitto (una delle ragioni fondamentali della produzione capitalistica) e il blocco di potere dei rapporti sociali territoriale e nazionale ( politici, economici, istituzionali) hanno la forza di contrastare nei fatti il protocollo di Kyoto e il pacchetto energia e clima (il cosiddetto 20-20-20), che, a mio avviso, si rivelano quali strumenti ideologici negativi degli agenti strategici mondiali del sistema capitalistico. Voglio dire che le cause vanno inquadrate nella logica del capitale, inteso come rapporto sociale, che ha nell’accumulazione infinita a mezzo di produzione di merci la sua ragione di essere ( non è un caso che Karl Marx apre Il Capitale con “La merce” ). La merce energia deve essere prodotta in modo da ridurre i costi e incentivare maggiormente i consumi ( quello che gli economisti chiamano l’effetto rebound) e l’acquisto di altri beni di consumo il cui bilancio ( in termini di impiego di energie fossili) sarà probabilmente ancora più negativo per l’ambiente. Così mi spiego la continuazione della produzione di energia elettrica da parte della centrale Enel di Brindisi Sud-Cerano e della centrale Edipower di Brindisi Nord con il carbone. (22).

Il territorio agricolo si avvia verso una trasformazione della sua produzione con gravi conseguenze economiche e sociali essendo l’agricoltura un settore fondamentale per la maggior parte del territorio pugliese. Un esempio per rendersi conto della gravità della situazione e dell’orientamento nefasto dell’UE sia con la nuova PAC (politica agricola comunitaria) sia con l’obiettivo di coprire i consumi del settore dei trasporti con una produzione di biocarburanti pari al 10%, arriva direttamente dagli agricoltori del tavoliere foggiano e della Lomellina padana.

L’agricoltore del Tavoliere foggiano:<< …la disperazione favorisce il fotovoltaico. Prezzi bassi e costi elevati, speculazione sui prodotti agricoli, pagamenti in ritardo, le associazioni di categoria che invitano a non investire per ridurre alcune produzioni ( per es. il pomodoro), aumento di fertilizzanti, fitofarmaci, diserbi, semi, eccetera portano alla necessità per sopravvivere di dare spazio al fotovoltaico.>> (23).

L’agricoltore della Lomellina padana:<< Faccio l’esempio che ho sotto gli occhi della Lomellina, territorio vocato alla coltivazione del riso. Quest’ultima è una coltura che proprio per il particolare valore assegnato al prodotto riceveva dall’Europa incentivi pari all’incirca a mille euro l’ettaro. Con la nuova Pac il contributo scenderà a duecento euro. Questo significa che molti imprenditori saranno spinti a seminare non più riso ma ad esempio mais per produrre biogas, che a quel punto sarà molto più redditizio. Ecco perché la nuova Pac potrebbe cambiare addirittura il paesaggio di territori come la Lombardia o il Piemonte». (24).

Sintetizza così Carlo Petrini:<< Ecco allora che il sistema degli incentivi, cui si uniscono quelli europei per la produzione di mais, ha fatto sì che convenga costruire impianti grandi e costosi (anche 4 milioni di Euro), che possono essere ammortizzati in pochi anni. Soltanto nel cremonese nel 2007 c´erano 5 impianti autorizzati, oggi sono 130. E lì oggi si stima che il 25% delle terre coltivate sia a mais per biogas. In tutta la Lombardia si prevede che entro il 2013 dovrebbero esserci 500 impianti. Ci sarebbe da riflettere su quante volte un cittadino che versa anche le tasse arrivi a pagare quest´energia “pulita”, ma l´emergenza è di altro tipo: così si minacciano l´ambiente e l´agricoltura stessa. Primo e lapalissiano: si smette di produrre cibo per produrre energia. Secondo: la monocoltura intensiva del mais è deleteria per i terreni perché deve fare largo uso di concimi chimici e consuma tantissima acqua, prelevata da falde acquifere sempre più povere e inquinate >> (25).

La regione Puglia non si chiede concretamente se questa produzione di energia, soprattutto elettrica, conduce a uno sviluppo ecologico e territoriale sostenibile per usare termini retorici che riempiono piani territoriali, piani strategici, studi e ricerche. Non ha delegato nessuna provincia in termini di decisione finale sugli investimenti, ad eccezioni di strumenti tecnici vuoti, non incisivi, come la Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) e la Valutazione Ambientale Strategica (VAS). Nè le Province hanno chiesto e posto il problema dell’autodeterminazione territoriale sui progetti e gli investimenti FER visto che producono pianificazione strategica e pianificazione territoriale: strumenti vuoti di relazioni sociali e di rapporti sociali, strumenti vuoti di strategie, strumenti costruiti senza nessuna idea di progetto di territorio, senza nessuna tensione ideologica positiva per raggiungere obiettivi di sviluppo.

En passant, la Provincia è un ente intermedio importante e non va eliminata ma va ripensata e rifondata tenendo conto che << poiché il comune è la base dell’edificio dello Stato, una razionale definizione territoriale del comune consentirà un disegno più ordinato delle province ed una nuova funzionale strutturazione territoriale delle regioni >> (26).

Il paradosso si ha con la provincia di Foggia, la prima provincia d’Italia per potenza e produzione eolica ( fonte: GSE, 2010; Piano Energetico Ambientale della Provincia di Foggia, 2011), che produce e approva il Piano Energetico Ambientale dopo che l’eolico è stata realizzato abbondantemente prendendo letteralmente d’assalto il territorio ( la stessa cosa si sta ripetendo con il fotovoltaico e le biomasse) e la cui linea di fondo della politica energetica è quella che è il libero mercato che stabilisce il livello della produzione e le modalità delle trasformazioni territoriali (Sic).

La Capitanata sta diventando un territorio dell’eolico e del fotovoltaico, FER che distruggono risorse, territorio, paesaggio, ambiente e settori economici importanti come l’agricoltura, senza sviluppo locale e tutela del paesaggio. Ha blocchi di potere dediti solo a sfruttare i residui delle risorse finanziarie nazionali e comunitarie ( così è stato con i finanziamenti del Grande Giubileo 2000, con il Contratto d’Area di Manfredonia ,ed ora con le FER giusto per rimanere alla storia locale recente).

E’ facile ipotizzare che la provincia di Foggia da territorio granaio d’Italia ( che ha/aveva alle spalle una struttura economica e sociale storicamente consolidata ) diventerà territorio eolico d’Italia ( che avrà solo l’amara illusione di uno sviluppo economico e sociale ecosostenibile fondato sulle energie rinnovabili).

La regione Puglia e le sue sei Province ( … la BAT è una provincia da eliminare perché creata su basi di misero potere politico) sono luoghi dove si creano blocchi di potere, a servizio di agenti strategici di imprese internazionali, che, in maniera servile, sfruttano le ingenti risorse finanziarie che ruotano intorno alle FER ( 112 milioni di euro) per l’accrescimento del proprio potere politico ( consensi, occupazione di luoghi istituzionali, gestione di imprese pubbliche locali, di agenzie energetiche , di distretti produttivi energetici), economico (piccole imprese locali ) e sociale ( filiera della produzione di nuove professioni “qualificate”nei vari comparti delle FER che passa attraverso le istituzioni, le università, le imprese sociali no profit di formazione che intrattengono i giovani con lunghi corsi di formazione con la prospettiva illusoria di un futuro occupazionale!).

La conseguenza di quanto detto è la distribuzione a livello territoriale di risorse finanziarie che sono appannaggio di blocchi di potere (già consistenti nei settori dell’edilizia e dell’agricoltura) che investono al puro scopo di sfruttare le briciole dei finanziamenti pubblici senza ricaduta alcuna sullo sviluppo del territorio e su quello di settori strategici capaci di valorizzare l’economia peculiare del territorio.

Sono risorse finanziarie che vengono distribuite a blocchi di potere locale che rafforzano il sistema egemonico di un blocco di potere nazionale servile ( le costituende gerarchie dei subdominanti di cui parla Gianfranco La Grassa nell’ultimo scritto del 20 novembre 2011 apparso sul blog “Conflitti e strategie”) all’impero USA che considera il territorio italiano strategico per le sue politiche di dominio nel Mediterraneo e nel Medio Oriente ( la guerra in Libia ha chiaramente illuminato il blocco di potere nazionale servile e l’uso del territorio italiano come base di teatri di guerra futuri) in funzione dell’egemonia mondiale.

I blocchi di potere sono succubi delle grandi imprese internazionali, dei fondi di investimento, delle banche di investimenti che investono nel territorio pugliese stravolgendolo e distruggendolo ( altro che identità e peculiarità territoriali da tutelare!) con impianti che non sfruttano la potenza installata per le carenze innanzi dette, ma sfruttano le ingenti risorse finanziarie degli italiani.

Intanto, il Presidente della regione Puglia va in Cina a presentare il distretto produttivo regionale delle energie rinnovabili e dell’efficienza energetica “La nuova Energia” (che non riesce a far decollare in Puglia) e mette a disposizione le competenze ambientali, di recupero e di risanamento ( un progetto pilota per la riqualificazione con tecnologie “verdi” italiane) per le periferie delle città della provincia cinese di Guangdong (facente parte di una delle tre grandi regioni dell’industrializzazione cinese sulla costa meridionale ); quelle competenze che non riesce a sfruttare nella sua regione per risanare, per recuperare non solo spazialmente ( costruzioni, forma, assetti) ma soprattutto socialmente  ( ceti popolari, ceti medi in declino, disoccupati) le sue città, a partire da Taranto (inquinamento da diossina) e Brindisi (inquinamento da polveri, radioattività, CO2). Il Presidente dovrebbe sapere che i cinesi conoscono, al contrario dei russi, molto bene il funzionamento delle istituzioni italiane e i loro meccanismi di potere sulla lunga via della produzione amministrativa, normativa e legislativa.

Cambiare il mondo non basta. Lo facciamo

comunque. E, in larga misura, questo

cambiamento avviene persino senza la nostra

collaborazione.

Nostro compito è anche d’interpretarlo.

E, ciò, precisamente, per cambiare il cambiamento.

Affinché il mondo non continui a cambiare senza di noi.

E, alla fine, non si cambi in un mondo senza di noi.

Gunther Anders

4.In Italia, oggi, vogliono far credere che l’energia elettrica prodotta con le FER sia l’energia per lo sviluppo del paese. Ma le FER non sono competitive, in termini di costi, con le energie prodotte da fonti fossili, se non con forti sovvenzioni pubbliche che sono a forte appannaggio degli agenti strategici delle imprese estere e le poche imprese italiane stanno investendo all’estero nella classica ottica liberista di vedere il commercio, anziché la produzione, come cuore pulsante dello sviluppo.

C’è bisogno, invece, di una politica energetica autonoma creando relazioni con i nostri principali fornitori di risorse energetiche da fonti fossili che saranno ancora per un lungo periodo le fonti energetiche del modo di produzione e riproduzione delle società capitalistiche. Occorre quindi uscire dal giogo della potenza mondiale USA: l’ultima miserevole partecipazione alla guerra di aggressione alla Libia insegna questo!. Occorre farlo con decisione e attenzione perché la storia energetica del nostro Paese è sempre stata ostacolata con forme di potere forte ( la morte di Enrico Mattei) e forme di potere morbido ( il blocco della ricerca e la distruzione del patrimonio di esperienza costruito attorno a Felice Ippolito).

Le FER hanno bisogno di forti finanziamenti per la ricerca scientifica, siamo l’ultimo paese cosiddetto sviluppato in termini di investimenti nella ricerca, nella conoscenza e nei brevetti. Bisogna spostare gli ingenti finanziamenti dal commercio alla produzione delle FER intesa come costruzione della filiera che va dalla ricerca applicata alla produzione reale e competitiva nella economia del Paese. Per questa ragione bisogna difendere la nostra autonomia con forme di protezionismo che è una condizione imprescindibile nella ricerca di autonomia così come fanno tutte le nazioni sviluppate e soprattutto le potenze mondiali (USA, Russia, Cina). Protezionismo come forma di autonomia nazionale per le relazioni mondiali, che si realizza con una strategia che passa anche attraverso la formazione di un Piano Energetico Nazionale. Cerchiamo di andare oltre l’attuale maschera del libero scambio: viviamo in una società capitalistica universale e in specifici capitalismi nazionali in lotta perenne per il potere e l’egemonia mondiale non in una fantastica società alternativa di sviluppo eco-sostenibile.

Chi deve farsi carico di un processo-progetto di autonomia nazionale in un paese privato di sovranità politica e geopolitica << Affinché il mondo non continui a cambiare senza di noi. E, alla fine, non si cambi in un mondo senza di noi >>?.

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12 novembre 2011 | Autore
Washington e Londra vogliono che l’Italia non abbia più una politica energetica propria e una sovranità nazionale

Articolo di: Filippo Ghira
Fonte: http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=11477

L’imminente uscita di scena di Silvio Berlusconi dalla scena politica può essere interpretata anche come l’ultimo colpo di coda della Prima Repubblica. Ammesso e non concesso che la Seconda sia mai nata. E non perché il Cavaliere debba essere considerato una creatura imprenditoriale e politica nata cresciuta sotto l’ombrello protettivo del compianto (lui sì) Bettino Craxi quanto perché dello statista socialista ereditò, forse inconsapevolmente, la visione europea, euroasiatica e mediterranea.
Berlusconi avrà pure tutti i difetti di questo mondo che negli ultimi anni si sono aggravati anche in conseguenza di una esuberanza incontrollabile e di una età avanzata che lo hanno condizionato non poco e che lo hanno portato a fare le corna ai vertici internazionali e ad invitare a casa tutta una serie di sgallettate e di ragazze allegre, riducendosi ad una macchietta oggetto di scherno e di disprezzo. Ma quali sono i politici che senza ridursi a fare i buffoni in pubblico, in buona sostanza non sono altro che delle marionette dei gruppi economici e finanziari che li hanno messi al potere? Barack Obama non è forse il maggiordomo ubbidiente di quella Wall Street che lo ha portato alla Casa Bianca?
Berlusconi avrà pure avuto, per scelta e per necessità, frequentazioni poco raccomandabili. Ma quale politico od imprenditore italiano non ha i suoi scheletri nell’armadio? Avrà pure assunto decisioni politiche ed economiche da respingere in blocco. Ma quali sono oggi i governanti europei che sono in grado di non tenere conto dei condizionamenti esercitati dalle realtà politiche transnazionali, come l’Unione e la Commissione europea? Quali sono i governanti che, nell’impostare la politica economica del proprio Paese, possono anche non tenere conto dei condizionamenti esercitati dalla politica monetaria della Bce? Quali sono i governanti che possono resistere da soli alle pressioni esercitate dalla speculazione internazionale quando questa ha deciso di prenderti di mira? Quali sono infine i governanti che possono anche non tenere conto delle richieste provenienti dai propri elettori e dalle imprese nazionali?
Non che tutto questo costituisca una scusante ma si tratta pur sempre di tutta una serie di condizionamenti che in Italia assumono un particolare peso, essendo il nostro un Paese di frontiera, un ponte tra l’Europa e il Nord Africa, che dal 1945 ha cercato, spesso riuscendovi, di ritagliarsi uno spazio autonomo in tutta l’area mediterranea. Bettino Craxi, ad esempio, stabilì rapporti molto stretti con i Paesi del Maghreb e con la Palestina di Yasser Arafat. E pur essendo fedele all’Alleanza Atlantica, né poteva essere diversamente, non ebbe remore a sfidare gli Stati Uniti in occasione del sequestro dell’Achille Lauro e della vicenda di Sigonella, rivendicando fieramente la sovranità nazionale del nostro Paese. Anche se poi con la campagna giudiziaria di Mani Pulite quell’atto di coraggio gli venne fatto duramente pagare.
Berlusconi che ha convogliato nel suo partito non pochi di quei quadri dirigenti che avevano fatto parte del PSI di Craxi, ha finito per mutuarne l’approccio nei riguardi dei Paesi arabi. Il ristabilimento di normali relazioni con la Libia di Gheddafi, sia pure con l’imbarazzante performance dell’anno scorso a Piazza di Siena, aveva rappresentato la presa d’atto che la Libia, che era stata una nostra colonia, è un Paese nostro dirimpettaio con il quale è fisiologico avere rapporti più che amichevoli che vadano al di là della fornitura di gas e di petrolio. Non è un caso infatti che furono i nostri servizi militari (il Sid) a portare al potere Gheddafi nel 1969, non è un caso che furono sempre i nostri servizi (il Sismi) a salvare il colonnello dai vari tentativi di colpo di Stato che erano stati sostenuti dall’Egitto, dagli Usa e da Israele.
La recente rivoluzione libica, in realtà una rivolta finanziata e sostenuta da Washington, Londra e Parigi, e la conseguente fine di Gheddafi, ha rappresentato per Berlusconi un preciso monito. Dopo la fine del tunisino Ben Alì, anche lui portato al potere dal Sismi con una incruenta congiura di palazzo, è stato il messaggio, non hai più nessuno a coprirti il fianco sul fronte Sud. Ti rimane solo la Russia. Non è un caso che lo stesso Putin con la Gazprom, questa volta a traino dell’Eni, era entrata in forze in Libia per sviluppare la produzione di petrolio e di gas. Tutti legami che, con il nuovo governo, più orientato in senso “atlantico” o nord-europeo, rischiano ora di essere vanificati e di saltare.
Il legame, anche personale, che Berlusconi aveva stabilito con Putin non può e non deve essere banalizzato con considerazioni sulla vita privata di entrambi. In realtà Berlusconi, favorendo la penetrazione di Eni ed Enel in Russia, aveva chiarissima l’importanza di creare solidi legami con quello che è il primo Paese del mondo per giacimenti ancora inesplorati di petrolio e di gas. Una impostazione peraltro condivisa dallo stesso Prodi che accompagnò a Mosca i dirigenti dell’Eni per firmare i contratti di fornitura di gas fino al 2040. E quelli dell’Enel per il contratto di acquista dell’Ogk-5, uno dei primi gruppi energetici nazionali.
Un’altra iniziativa di Berlusconi e dell’Eni, che venne affatto apprezzata da Washington e da Londra è stata quella di silurare la realizzazione del gasdotto “atlantico” Nabucco voluto dagli Usa per accerchiare da Sud la Russia, e finanziata incredibilmente dall’Unione europea. Un’opera pensata per portare in Turchia, attraverso la Georgia, il gas dell’Azerbaijan e poi farlo proseguire fino allo snodo di Baumgarten in Austria, dove arrivano diversi gasdotti russi. Al contrario Berlusconi e l’Eni avevano sostenuto il gasdotto South Stream che partendo dalla Russia, attraverso il fondo del Mar Nero, arriva in Bulgaria, passa in Grecia e poi si dirige verso l’Italia e l’Austria. Un’opera “euroasiatica” con la forte partecipazione tedesca che, in quanto tale, non poteva essere apprezzata da Stati Uniti e Gran Bretagna. Due Paesi che non possono accettare che qualche Nazione in Europa possa stabilire in campo energetico un rapporto troppo stretto con Mosca che è sicuramente più fisiologico di quello che Washington vorrebbe che noi avessimo con i Paesi arabi produttori suoi satelliti.
La Gran Bretagna che ha sempre voluto mantenere un piede nel Mediterraneo, e che adesso con l’attacco militare alla Libia vi è tornata in forze, ha operato contro Berlusconi e contro l’Eni attraverso gli gnomi della City. Le speculazioni, realizzate in stretta sintonia con quelle di Wall Street, hanno investito i nostri Btp con il fine di metterne in discussione la solvibilità e quindi obbligare il governo in carica a rivedere totalmente i propri programmi finanziari futuri. E al tempo stesso fare passare l’idea che il governo in carica è troppo debole e squalificato per risanare i conti pubblici e mettere in sicurezza l’affidabilità dei Btp. In realtà quella è soltanto la ragione apparente. Siamo invece di fronte al tentativo, purtroppo destinato a riuscire, visto che al governo ci andrà Mario Monti, di completare il processo che venne iniziato nel 1992 con la famigerata Crociera del Britannia. Il 2 giugno di quell’anno, Festa della Repubblica, mentre l’avviata campagna di Mani Pulite dava già l’impressione che la DC e il PSI, puntelli del sistema politico dell’epoca, sarebbero stati spazzati via, una larga schiera di manager delle imprese a partecipazione statale accettò di essere imbarcata sul panfilo reale inglese per una crociera di una appena giornata. Nel corso della crociera, organizzata da British Invisible, società di promozione del made in Britain, ai manager di Stato venne descritta la bellezza e la necessità di varare le privatizzazioni. A bordo c’era pure Mario Draghi, all’epoca direttore generale del Tesoro, fu lui a gestire poi le privatizzazioni, che fece un discorso introduttivo e che poi scese prima della partenza. Poi, per dimostrare che non era una conferenza fine a se stessa, in autunno vi fu la speculazione della City contro la lira che finì per essere svalutata del 30%, rendendo più convenienti per la stessa percentuale diverse aziende pubbliche che vennero messe in vendita. In seguito con i governi Prodi, D’Alema e Amato, vennero messi sul mercato il 70% circa di Eni ed Enel, prevedendo guarda casa, che una percentuale del 30% di questa, quindi il 21% complessivo, fosse offerta agli investitori internazionali. Cioè quelli anglo-americani che ora sognano di mettere le mani sul restante 30% dell’Eni che un governo Monti presumibilmente sarà ben felice di mettere in vendita, con la scusa di fare cassa e abbattere il debito pubblico. Tanto che su questa misura potrà contare sui voti non solo del postfascista e neo atlantico Fini ma anche su quelli di Casini che nella politica italiana rappresenta l’erede di quell’area politica della DC che sempre osteggiò la politica autonoma dell’ENI di Enrico Mattei per assicurare l’indipendenza energetica e difendere la sovranità nazionale del nostro Paese.Articolo letto: 505 volte (11 Novembre 2011)

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Abramovich, Fbi smentisce l’arresto

25.3.2013

La notizia del fermo in Usa era stata diffusa dalla tv russa Rbk tv. Ma già il portavoce del miliardario aveva negato la notizia

16:35 – Il miliardario russo Roman Abramovich non è stato arrestato: lo afferma il portavoce del Fbi, Paul Bresson, smentendo così le voci su un fermo avvenuto negli Stati Uniti. A diffondere la notizia era stata la tv russa Rbk, ma subito il portavoce del magnate, proprietario anche della squadra di calcio del Chelsea, aveva negato dicendo: “Queste sono sciocchezze”.
L’emittente russa, citando proprie fonti, aveva riferito di un fermo di Abramovich in Usa precisando che non era ancora chiaro se il presunto provvedimento fosse legato alla sua attività imprenditoriale o alla morte a Londra dell’oligarca Boris Berezovski, suo ex socio e poi avversario.

Forbes: “Abramovich a New York con la compagna incinta” – Abramovich si troverebbe da febbraio a New York, dove sarebbe arrivato con il suo maxi yacht Eclipse per accompagnare la sua compagna incinta Daria Zhukova, pare desiderosa di partorire negli Usa. Lo riferisce l’edizione russa di Forbes, secondo cui il magnate avrebbe intenzione di trattenersi nella Grande Mela sino a metà aprile.

Verifiche del consolato russo – Il consolato generale russo a New York ha subito controllato le notizie con queste parole: “Naturalmente vogliamo controllare questa informazione, come controlliamo qualsiasi informazione che riguarda un cittadino russo”, ha spiegato all’agenzia Interfax un funzionario.

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27 marzo 2013 | Autore

di Thierry Meyssan

Articolo pubblicato il 26 gennaio 2013 sul settimanale russo Odnako (rivista vicino a Vladimir Putin)

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Nel 1916, il Regno Unito e la Francia si divisero il Medio Oriente (accordo Sykes-Picot). Quasi un secolo dopo, gli Stati Uniti e la Russia stanno discutendo un nuovo piano di partizione che gli permetterebbe di sgomberare a loro profitto l’influenza franco-britannica.

Il presidente Obama è in procinto di cambiare completamente la sua strategia internazionale, nonostante l’opposizione che il suo progetto genera nella propria amministrazione.

I fatti sono semplici. Gli Stati Uniti stanno diventando indipendenti sul piano energetico, grazie al rapido sfruttamento del gas di scisto e delle sabbie bituminose. Pertanto la Dottrina Carter (1980) per garantirsi l’accesso al petrolio del Golfo è un imperativo della sicurezza nazionale finito. Come del resto l’accordo del Quincy (1945) secondo cui Washington si impegnava a proteggere la dinastia dei Saud se gli avesse garantito l’accesso al petrolio della penisola arabica. I tempi sono maturi per un ritiro massiccio e per trasferire i GI in Estremo Oriente, a contenere l’influenza cinese.

D’altra parte, tutto deve essere fatto per evitare un’alleanza militare sino-russa. Dovrebbero pertanto essere fornite delle opportunità alla Russia per allontanarsi dall’Estremo Oriente.

Infine, Washington soffoca per le sue relazioni con Israele, troppo strette. Per gli Stati Uniti esse sono estremamente costose, ingiustificabili a livello internazionale, ritrovandosi contro tutte le popolazioni musulmane. Inoltre, dovrebbe essere chiaramente punita Tel Aviv, che ha interferito in modo sorprendente nella campagna elettorale presidenziale degli Stati Uniti, mettendosi sempre più contro il candidato che ha vinto.

Questi sono i tre elementi che hanno portato Barack Obama e i suoi consiglieri a proporre un patto a Vladimir Putin, Washington implicitamente riconosce di aver fallito in Siria, ed è pronta a lasciare che la Russia s’installi in Medio Oriente senza contropartita, e di condividerne anche il controllo della regione.

E’ con questo spirito che è stato scritto da Kofi Annan, a Ginevra, il Comunicato del 30 giugno 2012. A quel tempo si trattava solo di trovare una soluzione alla questione siriana. Ma l’accordo è stato subito sabotato da elementi interni dell’amministrazione Obama. Lasciando che gli europei facessero trapelare alla stampa diversi elementi della guerra segreta in Siria, tra cui l’esistenza di un ordine esecutivo presidenziale che impone alla CIA di schierare propri uomini e mercenari sul terreno. Incastrato, Kofi Annan si era dimesso dal suo incarico di mediatore. Da parte sua, la Casa Bianca ha tenuto un basso profilo per non manifestare le divisioni durante la campagna per la rielezione di Barack Obama.

Nell’ombra, tre gruppi si opponevano al comunicato di Ginevra
• Gli agenti coinvolti nella guerra segreta;
• Le unità militari incaricate di contrastare la Russia
• I relè d’Israele.

Il giorno dopo la sua elezione, Barack Obama ha iniziato la Grande Purga. La prima vittima è stato il generale David Petraeus, pianificatore della guerra segreta in Siria. Cadendo in una trappola sessuale tesa da un ufficiale dei servizi segreti militari, il direttore della CIA è stato costretto a dimettersi. Poi una dozzina di ufficiali superiori sono stati posti sotto inchiesta per corruzione. Tra questi, il comandante supremo della NATO (l’ammiraglio James G. Stravidis) e il suo successore designato (general John R. Allen), così come il comandante della Missile Defense Agency, cioè lo “Scudo missile “, (generale Patrick J. O’Reilly). Infine, Susan Rice e Hillary Clinton sono state oggetto di attacchi feroci per l’occultamento al Congresso degli aspetti della morte di Chris Stevens l’ambasciatore ucciso a Bengasi da un gruppo islamico probabilmente sponsorizzato dal Mossad.

Dopo che le sue diverse opposizioni interne sono state disintegrate o paralizzate, Barack Obama ha annunciato un profondo rinnovamento della sua squadra. In primo luogo, John Kerry al dipartimento di Stato. Un sostenitore dichiarato della cooperazione con Mosca su temi d’interesse comune. E’ anche un amico personale di Bashar al-Assad. Poi Chuck Hagel al dipartimento della Difesa. È un sostenitore della NATO, ma un realista. Ha sempre denunciato la megalomania dei neoconservatori e il loro sogno sull’imperialismo globale. Si tratta di nostalgici della Guerra Fredda, quel periodo benedetto in cui Washington e Mosca condividevano il mondo a basso costo. Con il suo amico Kerry, Hagel ha organizzato nel 2008 un tentativo di negoziare la restituzione da Israele delle alture del Golan alla Siria. Infine, John Brennan alla CIA. Questo assassino a sangue freddo è convinto che il vero punto debole degli Stati Uniti è avere creato e sviluppato il jihadismo internazionale. La sua ossessione è eliminare il salafismo e l’Arabia Saudita così, in ultima analisi, alleviando il Nord del Caucaso russo.

Allo stesso tempo, la Casa Bianca ha continuato i suoi negoziati con il Cremlino. Ciò che dovrebbe essere una soluzione semplice per la Siria è diventato un progetto molto più ampio di riorganizzazione e condivisione del Medio Oriente.

Ricordiamo che nel 1916, dopo otto mesi di negoziati, il Regno Unito e la Francia si divisero in segreto il Medio Oriente (accordo Sykes-Picot). Il contenuto di questi accordi fu rivelato al mondo dai bolscevichi quando andarono al potere. Ma ha persistito per quasi un secolo. Ciò che l’amministrazione Obama sta prendendo in considerazione, è un rimodellamento del Medio Oriente per il XXI secolo, sotto l’egida degli Stati Uniti e della Russia.

Negli Stati Uniti, anche se Obama succede a se stesso, non può che gestire gli affari correnti. Non riprenderà le sue massime funzioni che al giuramento del 21 gennaio. Nei prossimi giorni, il Senato sentirà Hillary Clinton sul mistero dell’omicidio dell’ambasciatore in Libia (23 gennaio), poi sentirà John Kerry per confermarne la nomina (24 gennaio). Subito dopo i 5 membri permanenti del Consiglio di sicurezza si riuniranno a New York per discutere le proposte di Lavrov-Burns sulla Siria.

Queste includono la condanna delle interferenze esterne, e il dispiegamento di una forza di pace delle Nazioni Unite, appellandosi a diversi giocatori, in modo tale da formare un governo di unità nazionale e pianificare le elezioni. La Francia dovrebbe opporsi, ma senza la minaccia di usare il veto contro il suo padrone degli Stati Uniti.

Il piano originale prevedeva che la forza delle Nazioni Unite dovrebbe essere composta principalmente da soldati dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO). Il presidente Bashar al-Assad rimane al potere. Negoziando subito una carta nazionale con i leader dell’opposizione non armata scelti con l’approvazione di Mosca e Washington, e che avrebbero adottato questa carta con un referendum sotto il controllo degli osservatori.

Questo accordo è stato preparato molto tempo fa dal generale Hassan Tourkmani (assassinato il 18 luglio 2012) e Nikolaj Bordjuzha. Una dichiarazione comune dei ministri degli esteri della CSTO è stata firmata il 28 settembre 2012 e il protocollo è stato firmato dal dipartimento delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace e la CSTO, che adesso ha gli stessi poteri della NATO. Esercitazioni congiunte UN/CSTO si sono svolte in Kazakhstan sotto il titolo “Fratellanza Inviolabile” (dall’8 al 17 ottobre 2012). Infine, un piano di schieramento dei “colbacchi blu” è stato discusso al Comitato militare delle Nazioni Unite (8 dicembre).

Una volta stabilizzata la Siria, una conferenza internazionale si terrà a Mosca sulla pace globale tra Israele e i suoi vicini. Gli Stati Uniti ritengono che non sia possibile negoziare una pace separata tra Israele e Siria, con i siriani che esigono prima una soluzione della Palestina nel nome del panarabismo. Ma non è possibile negoziare una pace con i palestinesi, perché sono molto divisi, a meno che la Siria venga incaricata a costringerli a rispettare un accordo di maggioranza. Pertanto, i negoziati dovranno essere globali, sul modello della Conferenza di Madrid (1991). In questo caso, Israele si ritirerebbe il più possibile nei suoi confini del 1967. I Territori Palestinesi e la Giordania si fonderebbero per formare uno stato palestinese unico. Il suo governo verrebbe affidato ai Fratelli musulmani che renderebbero la soluzione accettabile agli attuali governi arabi. Poi, le alture del Golan sarebbero restituite alla Siria in cambio dell’abbandono del Mare di Galilea, lungo le linee previste una volta dai negoziati di Shepherdstown (1999). La Siria garantirebbe il rispetto dei trattati da parte giordano-palestinese.

Come in un domino, ci sarebbe poi la questione curda. L’Iraq verrebbe smantellato per dare vita a un Kurdistan indipendente e la Turchia sarebbe destinata a diventare uno Stato federale concedendo l’autonomia alla regione curda.

Gli Stati Uniti, vorrebbero estendere il rimodellamento sacrificando l’Arabia Saudita, diventata inutile. Il paese sarebbe diviso in tre, mentre alcune province verrebbero riunite alla federazione giordano-palestinese o all’Iraq sciita, secondo un vecchio piano del Pentagono (“Taking Saudi out of Arabia“, 10 luglio 2002). Questa opzione permetterebbe a Washington di lasciare un ampio spazio all’influenza di Mosca, senza dover sacrificare parte della propria influenza. Lo stesso comportamento è stato osservato quando il FMI, a Washington, decise di aumentare i diritti di voto dei paesi BRICS. Gli Stati Uniti non fecero nulla, cedendo il loro potere e costringendo gli europei a rinunciare a parte dei loro voti in fare dei BRICS.

Questo accordo politico-militare verrebbe accompagnato da un accordo energetico-economico, sul vero problema della guerra contro la Siria, in cui la maggior parte dei giocatori cerca di conquistarne i giacimenti di gas. Grandi giacimenti, infatti, sono stati scoperti nel sud del Mediterraneo e in Siria. Posizionando le sue truppe nel Paese, Mosca si garantirebbe un controllo più ampio sul mercato del gas, nei prossimi anni.

Il dono della nuova amministrazione Obama a Vladimir Putin raddoppia di valore. Non solo allontana dall’Estremo Oriente i russi, ma viene anche usato per neutralizzare Israele. Se un milione di israeliani ha la doppia cittadinanza degli Stati Uniti, un altro milione è di lingua russa. Installatesi in Siria, le truppe russe dissuaderanno gli israeliani dall’attaccare gli arabi e gli arabi dall’attaccare Israele. Pertanto, gli Stati Uniti non avrebbero più bisogno di spendere ingenti somme per la sicurezza della colonia ebraica.

Il nuovo accordo richiederebbe che gli Stati Uniti riconoscano, infine, il ruolo regionale dell’Iran. Tuttavia, Washington pretenderebbe che Teheran si ritiri dall’America Latina dove ha stabilito relazioni, tra cui il Venezuela. Ignoriamo la reazione iraniana a questo aspetto dell’accordo, ma Mahmoud Ahmadinejad è già ansioso di sapere se Barack Obama avrebbe fatto tutto quanto in suo potere per aiutarlo a prendere le distanze da Tel Aviv.

I perdenti in questo piano sono, in primo luogo, la Francia e il Regno Unito, la cui influenza si affievolisce. Quindi Israele, privato dell’influenza negli Stati Uniti e restituito al giusto status di piccolo Stato. Infine, l’Iraq verrebbe smantellato. E forse l’Arabia Saudita, che ha lottato per settimane per venire a patti con gli uni e con gli altri per sfuggire al destino che gli è stato promesso. Vi sono anche dei vincitori. Prima di tutto Bashar al-Assad, ieri indicato quale criminale contro l’umanità dall’occidente, e domani glorificato come il vincitore sugli islamisti. E soprattutto Vladimir Putin, per la sua tenacia durante il conflitto, riuscendo a far uscire la Russia dal suo “contenimento”, riaprendola al Mediterraneo e al Medio Oriente, e riconoscendole la supremazia sul mercato del gas.

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PETROLIO IN MARE: IL M5S “SCOPRE” I MERITI DI BERLUSCONI

Posted by on 28 mar 2013

Questa è una di quelle vicende che si possono rappresentare metaforicamente come “effetto boomerang”.
Della questione trivellazioni petrolifere e degli interessi dei Rothschild ne abbiamo già scritto in questo articolo http://www.losai.eu/i-rothschild-alla-conquista-del-petrolio-abruzzese-con-chicco-testa-dariete/
e questa notizia ne è il prosieguo.

Alcuni deputati grillini abruzzesi si sono incontrati con il Ministro per l’Ambiente, Clini, per avere delucidazioni sulle documentazioni che il Ministero ha inviato alla Regione Abruzzo in merito alle trivellazioni petrolifere della MEDOIL. Tra i documenti del Ministero, i grillini scoprono la lettera di ringraziamento della società petrolifera al Ministro Climi per aver modificato con il D.L. 83 del 22-06-2012 il precedente D.Lgs 128 del 2010 (clicca e leggi) che limitava le perforazioni petrolifere in mare.

Ma chi governava nel 2010 ? Chi è stato a “bloccare” le trivellazioni per evitare inquinamento ? Chi aveva bloccato gli speculatori internazionali ? Ebbene, nel 2010 c’era proprio la “bestia nera” del M5S e dei partiti ambientalisti: Silvio Berlusconi.

Dagli articoli di giornale del 2010 si legge che la MEDOIL aveva dato mandato, per il finanziamento della piattaforma petrolifera, ai banchieri francesi della BNL-PARISBAS. Il partito dei VERDI chiese subito delucidazioni a Silvio Berlusconi sulle intenzioni del governo in merito alle trivellazioni petrolifere.
Era il 5 maggio 2010.


La pronta risposta del governo non fu a mezzo stampa ma con Decreto Legislativo n.128 del 29 giugno 2010. (http://aia.minambiente.it/UserFiles/File/DLgsn128-2010.pdf )

Senz’altro  sarà stato un duro colpo da parte di ambientalisti e del M5S dover ammettere ed accettare che il loro “miglior nemico” aveva provveduto a FERMARE gli speculatori internazionali.

Ma, caduto il governo Berlusconi, il suo successore Monti non ha perso tempo a varare il D.L. 83-2012 con il quale creava le condizioni idonee e vantaggiose per la MEDOIL ad avviare le trivellazioni.
Ovviamente i comuni costieri abruzzesi non sono stati a guardare e fecero diversi ricorsi al T.A.R. di Roma che ha confermato ,con sentenza n 3045 depositata due giorni fa, dalla Seconda Sezione Bis,  il diniego di effettuare perforazioni in un’area di 730 km quadri posta a 40 km a Nord-Ovest di Punta Penna e in aderenza ai territori dei comuni costieri abruzzesi di Torino di Sangro e Casalbordino e a 26 km dalle isole Tremiti.
(fonte http://www.primadanoi.it/news/cronaca/538757/Trivelle-Abruzzo–arriva-il-no.html#.UVM9BkAVZSE.facebook )

Per il momento la battaglia è vinta e diamo merito a chi ha combattuto per la salvaguardia dell’interesse paesaggistico nazionale. Anche se la ricerca della VERITA’ ha il suo effetto BOOMERANG

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Gabbanelli, ENI e una causa da 25 milioni

Di seguito a questa intervista di Sergio Rizzo a Milena Gabbanelli sulla causa milionaria che l’ Eni ha intentato per una trasmissione di Report, ho messo anche un articolo sulla crisi degli impianti a gas per la produzione di elettricità. Il pezzo, da Repubblica, è vecchio di 20 giorni ma sul Corsera di oggi c’e’ una colonna nella pagina dell’ economia sullo stesso tema.

L’ ipersensibilità di Eni e la rivoluzione energetica si intrecciano, insieme anche ad altre questioni, privatizzazioni ed altro, come altre volte su CDC è stato fatto notare.

Propongo questi due temi insieme, perchè la rivoluzione energetica per l’ Italia potrebbe essere una grossa opportunità. Nonostante i nostri soliti difetti, abbiamo delle competenze che potremmo sfruttare in una gran parte del pianeta.

Marcopa

INTERVISTA di Sergio Rizzo- LA CITAZIONE PER «REPORT»

Gabanelli:«Difendo il diritto
di fare inchieste in un Paese civile»

La giornalista, l’Eni e la causa da 25 milioni: «Non invoco nessuna immunità, se sbaglio voglio essere punita»

ROMA – «Leggi tu stesso», mi fa Milena Gabanelli. E sfoglia un atto di citazione lungo una Quaresima. Pagina 8: «L’incredibile attacco a Eni, peraltro, non si è arrestato (…) quando è andato in onda il servizio “Ritardi con Eni”, ma è proseguito con la dott.ssa Gabanelli ancora protagonista (…) dichiarando in una intervista rilasciata al Corriere della Sera Sette (…) che l’inchiesta più difficile è stata “quella su Eni, perché nessun diretto interessato ha voluto parlare con noi. Per un’azienda dove il maggior azionista è lo Stato, dovrebbe esserci più disponibilità a un confronto critico. Inoltre perché, per una settimana, ho ricevuto quotidianamente lettere minatorie”».

Ho letto. Allora?

«Non capisco dove stia l’incredibile attacco ad Eni. Sottoscrivo ogni parola, che peraltro andrebbe riportata correttamente. Come vedi nell’intervista al Corriere non c’è scritto “lettere minatorie”, ma “intimidatorie”».

Lana caprina, direbbero.

«Eh no, se mi permetti “minatorie” significa che contengono minacce, “intimidatorie” che hanno l’obiettivo di intimorire, lasciando intendere che quello che scrivi potrebbe avere conseguenze…».

Una scivolata. Succede, no?

«Una scivolata in una citazione nella quale l’Eni chiede venticinque milioni di danni per una trasmissione televisiva? Una scivolata a causa della quale la sottoscritta dovrebbe meritare un trattamento speciale a parte, visto che quella parola da me non pronunciata è considerata così gravemente lesiva da “costituire autonomo e ulteriore titolo di responsabilità”?».

Ammetto che la cosa possa lasciare basiti.

«Non è l’unica, e visto che io e Paolo Mondani (l’autore del servizio, ndr ) siamo stati accusati di aver danneggiato l’immagine dell’azienda, mi chiedo: è normale che una compagnia indagata insieme al suo amministratore delegato per corruzione relativamente ai 197 milioni di tangenti pagati in Algeria, un’azienda che ha patteggiato nel 2012 con la Sec e il dipartimento della giustizia americana 365 milioni per corruzione, e questo sì lede l’immagine di un’impresa controllata dallo Stato, voglia trascinare in tribunale la tivù pubblica per aver raccontato fatti sui quali nessuno dei vertici ha voluto accettare un confronto?».

Davvero è andata così?

«Ci hanno detto “rispondiamo solo a domande scritte”, oppure “Scaroni risponde in diretta”. Ma in nessun Paese del mondo i programmi d’inchiesta sono in diretta! Allora cosa devo fare, leggere dei comunicati? Anche se ci tengo a precisare che abbiamo dato conto, dove era possibile, della loro versione».

Ma perché mettere sotto i fari proprio la gestione Scaroni?

«Perché è al terzo mandato, e Scaroni viaggia con la sua storia, nella quale c’è anche un patteggiamento a un anno e 4 mesi per tangenti Enel. Perché dal 2002 è stato ininterrottamente ai vertici delle due più grandi imprese a controllo pubblico. Non è doveroso che la Rai tenga un faro acceso, tanto più in un Paese nel quale le maggiori aziende pubbliche sono coinvolte in grossi guai giudiziari?».

Veniamo ai fatti.

«Nella citazione che ci è arrivata contestano tutto. A partire dal titolo. Contestano che il maggior costo del gas dovuto ai contratti take or pay con la Russia finisca sulle bollette, quando lo stesso Scaroni ha chiesto in un’audizione al Senato che non siano gli azionisti a farsene carico. La ricostruzione della opacità nei contratti con il Kazakistan. Le critiche alla campagna sconti della scorsa estate. La questione ambientale in Basilicata. Perfino la remunerazione di Scaroni, pubblicata sul sito dell’Eni, e di cui abbiamo spiegato il meccanismo delle stock option pagate per cassa. Ce n’è di spazio in 145 pagine…».

Centoquarantacinque pagine? Li hai fatti arrabbiare di brutto.

«Premesso che come giornalista non invoco nessuna immunità, e se sbaglio voglio essere giustamente punita. Nel caso specifico il giudice valuterà, per quel che ci riguarda risponderemo punto per punto e poi chiederemo a nostra volta i danni poiché riteniamo che sia la classica lite temeraria. Per quale motivo non ci possiamo chiedere perché paghiamo il gas così caro? O se esistono criticità ambientali? Oppure perché c’è una indagine per tangenti? Devo forse ignorare il rapporto privilegiato che Putin ha con Berlusconi, che questo management è stato nominato da Berlusconi e che per il gas l’Italia dipende dalla Russia? E visto che è una società controllata dallo Stato perché non posso fare qualche domanda sulla retribuzione del suo vertice, che si è quintuplicata?».

Scaroni dice che è pagato meno dei suoi colleghi esteri.

«A parte che non è sempre vero, come nel caso della francese Total, azienda a partecipazione pubblica. E poi, si può contestare una retribuzione così alta, tanto più in un periodo di crisi devastante per il Paese? In Svizzera hanno appena fatto un referendum per cui lo stipendio del manager è deciso dall’assemblea in base ai risultati non costruiti ad hoc per far salire la retribuzione, e comunque in misura non superiore a 12 volte la paga minima aziendale. Qui siamo a multipli centenari».

Non ci troviamo in Svizzera.

«La domanda resta: è possibile essere critici sulla gestione Scaroni senza finire in tribunale?».

Dovresti sapere che non siamo neppure in Gran Bretagna.

«Anche lì hanno le loro rogne, ma il diritto anglosassone prevede che chi porta un giornalista in tribunale senza motivo rischia di pagare un multiplo di quanto chiede; perché intimorisce il giornalista e quindi lede il principio supremo della libertà di informazione».

L’ultimo rapporto di «Reporter senza Frontiere» sulla libertà di stampa colloca invece l’Italia soltanto al 61° posto nel mondo.

«Non considero queste classifiche una Bibbia, ma non c’è dubbio che per noi la questione è da una parte culturale, ovvero il potere non accetta la critica, dall’altra normativa. Anche il nostro codice prevede la sanzione per lite temeraria, ma non viene quasi mai applicata, o al massimo si rischia un piccola multa. Se invece l’Eni rischiasse di pagare 50 milioni, forse ci penserebbe bene prima di mettere in moto una causa del genere… Senza considerare che nel caso specifico siamo di fronte a un’azienda a controllo pubblico che chiede i danni a un’altra azienda pubblica che è la Rai, e che gli avvocati dell’Eni li pagano gli azionisti e quindi anche i cittadini. Ma poi, se il servizio era così diffamatorio, perché non mi hanno querelata?».

Le querele non sono più di moda. Adesso vanno forte le cause civili. Basta dare uno sguardo ai bilanci delle nostre aziende per comprenderne la ragione.

«Scappano dal penale perché è più rigido e più veloce. Invece in un processo civile puoi chiedere qualunque cifra, e questo tiene il giornalista sulla graticola e costringe l’editore ad accantonare una percentuale nel fondo rischi, in attesa di sentenza, che può arrivare anche dopo 10 anni».

La conclusione?

«Che il giornalista invece di fare il cane da guardia preferisce occuparsi di allergie da polline».

Allergie da polline: non ci avevo mai pensato. Sicura che non si rischia una causa civile da qualche floricoltore?

«Almeno si è sicuri che non è il capo della più grande azienda di Stato».

Sergio Rizzo
2 aprile 2013 | 10:02

www.corriere.it

Energia in crisi, le centrali si fermano

MILANO – Centrali elettriche chiuse, o almeno, “in stato di conservazione”. Non sono spente del tutto, ma di fatto gli impianti per la produzione di energia vengono fermati. Per risparmiare sulla materia prima. E limitando l’attività, anche sul personale. Tanto che con i sindacati sono già partire le trattative per oltre 4mila esuberi in tutto il settore, di cui la maggior parte riguardano Enel. E tutto fa pensare che sia solo l’inizio.
Hanno retto fino a quando hanno potuto. Ma ora, anche le utility, le aziende che producono e vendono sul mercato energia elettrica, sentono tutto il peso della recessione.

Sia i grandi gruppi italiani e stranieri presenti nelle penisola, così come le ex municipalizzate. Risentono del crollo della domanda di energia a causa del calo della produzione industriale, nonché della concorrenza delle rinnovabili. Non è esagerato parlare di crollo: a febbraio, la domanda di energia è calata del 5% rispetto al 2012e nell’ultimo anno e mezzo ci sono stati solo quattro mesi in positivo. Tanto che Assoelettrica, la Confindustria di settore ha parlato di «recessione cronica» e di situazione «intollerabile e drammatica».

ANCHE LE RINNOVABILI ERODONO I MARGINI

Così, come non va sottovalutato il fenomeno rinnovabili: nelle regioni del Sud ci sono già stati giorni in cui l’intera produzione è a carico di eolico e fotovoltaico e in certe ore del giorno il costo dell’energia è arrivato a quota zero. Due fenomeni che stanno erodendo i margini dei produttori, in particolare di chi opera con le centrali alimentate a olio combustibile e a gas.

RINNOVABILI E RECESSIONE INSIEME….

E il protrarsi della recessione, ormai prevista anche per il 2013, ha costretto i manager a scelte non più rinviabili.

Nei giorni scorsi, ha cominciato l’utility lombarda A2a (controllata alla pari dai comuni di Milano e Brescia) a comunicare ai sindacati un esubero di 400 persone. Non solo: ci sarà la fermata a rotazione di 4 centrali (Chivasso, Sermide, Turbigo e Cassano), nonché il ricorso alla cassa integrazione a rotazione per il personale. La messa in “conservazione” di tre centrali riguarda anche Edison, il secondo gruppo italiano del settore, con gli impianti di Sarmato, Porto Vito e Jesi. Gli esuberi nel caso della società passata sotto il controllo del colosso francese Edf riguarda non più di una quarantina di persone. E meno di 200 dipendenti sui 1250 totali, il personale in eccesso della filiale italiana dei tedeschi di E.On, di cui 120 alla centrale di Fiume Santo in Sardegna.

Ma tutto il settore aspetta quanto verrà comunicato domani da Enel, alla presentazione dei conti del 2012. Si saprà, nel dettaglio, quante centrali potrebbero essere fermate, nonché tempi e modi degli esuberi del gruppo. Enel deve confermare i 3.500 già annunciati (tra uscite volontarie e prepensionamenti) a fine 2012 al sindacato. Ma anche se vuole procedere con i contratti di solidarietà, che potrebbero riguardare 15mila dipendenti sui 35mila totali, tutti non operativi.

LUCA PAGNI

12 marzo 2013

www.repubblica.it

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Berezovsky: un “ricco” suicidio

La morte di Boris Berezovsky, l’arcinemico di Putin coinvolto in molte oscure vicende che vedevano compromessi anche i servizi segreti inglesi, era stata rapidamente liquidata come suicidio, senza neppure tentare di coinvolgere il Presidente russo, come sarebbe stato da aspettarsi.

Oltre alle circostanze in cui era stato ritrovato il cadavere, a dare corpo alla tesi del suicidio erano le pessime condizioni finanziarie in cui l’ex multimilionario, specie dopo la sconfitta in una importante causa contro l’altro tycoon russo Abramovich, si era venuto a trovare. Adesso, però, la tesi comincia a scricchiolare: Berezovsky stava per ricevere liquidità per 300 milioni di dollari da tre trust offshore da lui controllati.

Il “movente” del suicidio sarebbe quindi venuto a cadere; chi sta per ricevere una somma del genere non è un uomo ridotto alla bancarotta, anzi non versa neppure in difficoltà economiche, quindi perché dovrebbe porre fine alla sua vita? Sicuramente non perché ridotto in povertà. Il suo non è uno dei tanti suicidi della crisi.

Il “movente” è però elemento centrale in una indagine e quindi, se quello che giustificava il suicidio viene a mancare, è verso altre ipotesi che gli inquirenti dovrebbero dirigersi. Visto che lo scenario Putin è stato escluso in partenza a favore del suicidio, forse le “responsabilità” andrebbero cercate altrove: ma ci sarebbe il rischio di dover rivedere tutti gli impianti accusatori orchestrati nei casi Litvinenko e Politkovskaja, scoperchiando un vaso di pandora che i servizi occidentali pare abbiano tutto l’interesse di tappare con questo comodo suicidio.

(fm)
Fonte: www.ilribell.com
3.04.2013

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11 marzo 2013 – Fonte: http://www.associazionelatorre.com/2013/03/asse-caracas-roma-mosca/
Rilanciamo un nostro comunicato del 31 luglio 2010 in merito alla geopolitica e all’intesa che si era creata tra il Venezuela, l’Italia e la Russia a ricordo di Hugo Chavez. Con il seguente comunicato l’Associazione “La Torre” non vuole certo prendere posizione a favore dell’ideologia socialista. E’ d’obbligo però osservare gli avvenimenti geopolitici e la nascita di un asse “Caracas-Roma-Mosca” del quale auspichiamo una lunga stabilità. Evidenziamo inoltre come tali notizie siano state “dimenticate” dai principali organi di comunicazione.

Mosca – Caracas. Alleanza strategica tra Russia e Venezuela sul fronte dell’energia. Il presidente russo Vladimir Putin e il suo omonimo venezuelano, Hugo Chavez, si sono impegnati in una joint venture petrolifera da 20 miliardi di dollari in 40 anni che prevede la nascita di una nuova compagnia detenuta per il 60% dal venezuela e dal 40% da un consorzio di imprese russo in grado di produrre 450.000 barili di greggio al giorno, circa un quinto della produzione Opec, dal blocco 6 del bacino dell’Orinoco, nell’est del paese sudamericano. Nel consorzio russo sono presenti la Rosneft, la Lukoil, Gazprom, Tnk-Bp e Surgutneftgaz. Tra i progetti anche quello di un generatore nucleare che aiuti il paese latino americano a sviluppare il settore elettrico. Difesa e corsa spaziale Intese preliminari sono state prese anche nel settore della difesa. “Non vogliamo costruire un’alleanza contro gli Usa – ha detto Chavez in una conferenza stampa congiunta con Putin – e comunque non ci interessa quello che pensa Washington”. Nel settore aerospaziale la Russia ha consegnato gli ultimi 38 elicotteri da trasporto militare al Venezuela ma non sono stati firmati nuovi accordi. Chavez ha anche voluto ringraziare Putin per aver messo a disposizione del Venezuela l’esperienza russa in materia spaziale. Il Giornale 3 aprile 2010.
Roma – Caracas. Si e’ concluso a Caracas il secondo Consiglio di cooperazione italo-venezuelano. Per il settore infrastrutture, tema cruciale per il nostro Paese visto che le aziende italiane sono presenti ininterrottamente in Venezuela da oltre 30 anni, e’ stato firmato un comunicato congiunto che prevede l’avvio immediato del gruppo di lavoro misto Italia-Venezuela previsto dall’articolo 8 dell’accordo di collaborazione firmato a Roma tra i due Paesi nel gennaio 2009. Compito principale sara’ quello di individuare rapidamente forme alternative di finanziamento delle opere infrastrutturali, a cominciare dalla possibilita’ di forniture di petrolio in luogo di valuta. La prospettiva e’ la messa in moto di investimenti per oltre 10 miliardi di dollari da affidare a imprese italiane per strade, metropolitane, ferrovie, cabinovie e anche abitazioni. Il viceministro Roberto Castelli ha partecipato ai lavori della delegazione italiana capeggiata dal ministro degli Esteri Franco Frattini e ha partecipato all’incontro con il presidente della Repubblica Bolivariana di Venezuela Hugo Chavez. “Sono stati due giorni di lavoro molto inteso – ha dichiarato il viceministro Castelli – in alcuni momenti anche complicato, ma sono estremamente soddisfatto dei risultati raggiunti: in Venezuela ci sono davvero grandi prospettive per Il sistema Paese Italia per poter partecipare allo sviluppo di questo Stato”. AGI 28 maggio 2010.
Intesa Berlusconi – Chavez.  Lo show di Hugo Chavez va in onda in diretta tv dal Palacio Miraflores. Una spassionata dichiarazione d’amore all’Italia che comincia con un omaggio al presidente del Consiglio: “Invio un grande abbraccio a Berlusconi, al governo italiano e a tutto il popolo italiano che noi venezuelani amiamo”. Chavez ha appena firmato con il ministro degli Esteri Franco Frattini una serie di accordi di cooperazione nei settori delle infrastrutture, della sanita’ e dell’educazione. Il presidente venezuelano e’ in vena di raccontare aneddoti, di raccontarsi. Commenta gli accordi sulla costruzione di linee ferroviarie elogiando “la grande capacita’ di costruire dell’Italia”. Auspica “una presenza dell’Italia in Venezuela ogni giorno maggiore”. Ricorda quando un giornalista in Brasile gli chiese quale fosse la sua attrice preferita e “mi venne fuori dall’anima, Claudia Cardinale”. Sottolinea l’accordo sulle risorse idriche firmato con l’”eroica” Sardegna. “Conosco molto bene l’italiano”, rivela Chavez, che quando “da bambino” si innamoro’ per la prima volta perse la testa per una bambina italiana, “Ernestina Zanetti”, la cui famiglia saluto in modo “molto rispettoso”. “La prima volta che andai in citta’ indossavo un vestito di un sarto italiano”, ricorda. E ne approfitta per sottolineare l’amore per gli italiani che aveva mio zio, il fratello di mio padre. E che aveva mio padre stesso”. [..] “Berlusconi le manda un abbraccio grande, segno di amicizia, stima e profondo rispetto”. Questo il messaggio rivolto a Chavez dal ministro degli Esteri Franco Frattini in apertura di collegamento. Il capo della diplomazia italiana ha consegnato aol presidente venezuelano una lettera di Berlusconi in cui il premier ha espresso “apprezzamento” per la piu’ stretta cooperazione tra i due Paesi e ha ribadito “l’interesse delle nostre aziende a stare in Venezuela”. Frattini era stato accolto a Caracas con una buona notizia: Chavez ha sbloccato pagamenti alle imprese italiane per un miliardo e 200 milioni di dollari che saranno corrisposti in due tranche. Nel corso del colloquio tra Frattini e Chavez, come ha detto lo stesso presidente venezuelano, hanno esplorato la possibilita’ di forma innovative di finanziamento. Italia e Venezuela hanno firmato una serie di accordi in diversi campi: dalle infrastrutture all’educazione, dalla sanita’ alle risorse idriche. Per questo Frattini era arrivato a Caracas con il sottosegretartio agli Esteri con delega all’America Latina Vincenzo Scotti e con il viceministro alle infrastrutture Roberto Castelli. “Sono grato a lei presidente Chavez – ha concluso il titolare della Frarnesina – per aver voluto dare un impulso politico cosi’ importante alle relazioni tra due Paesi fratelli”. AGI 28 maggio 2010.
Petrolio per l’Italia. «Aspiriamo – spiega Chavez – a diventare il paese che dà idrocarburi all’Italia e all’Europa». Un lavoro già avviato «con l’Eni che ha cominciato a operare nel nostro paese sia con il gas che con il petrolio». L’accordo permetterà di produrre 30mila barili al giorno, ma si punta ai 50mila. Corriere.com 29 maggio 2010.
Chavez prende posizione su Israele. «Israele, maledetto tu sia»: così ha reagito il presidente venezuelano, Hugo Chavez, al blitz d’Israele contro la flottiglia umanitaria, accusando d’altra parte Washington di «sostenere il terrorismo». Durante una cerimonia trasmessa per radio e tv, il leader ‘bolivarianò ha definito Israele come «uno Stato genocida», condannando «il massacro contro un gruppo di pacifisti il cui obiettivo era quello di portare un carico umanitario al popolo palestinese». Chavez ha inoltre criticato il «doppio standard» della morale del presidente Barack Obama, che – ha precisato – «condanna il terrorismo sempre e quando non sia perpetrato o da loro stessi o dagli alleati, come Israele». «Ci accusano a noi di terrorismo: sono loro a fomentarlo», ha concluso Chavez. Unionesarda.it 3 giugno 2010.
Chavez dichiara pubblicamente di conoscere chi sono i suoi veri nemici. Indovinate chi sono..?
www.youtube.com/watch?v=KEfmg5N6b2w
Chavez ed il socialismo nazionale. Ottanta aziende di diversi settori merceologici, però tutte appartenenti a facoltosi banchieri venezuelani saranno nazionalizzate dall’amministrazione venezuelana. [..[ Basta speculazioni, rispetto ferreo della legislazione e stop anche con la violazione della concorrenza sui prezzi, goccia che ha fatto traboccare il vaso e che ha condotto Chavez a questa delicata decisione che sicuramente lascerà strascichi per i prossimi mesi. E intanto alcuni imprenditori sono già finiti nel mirino della magistratura venezuelana mentre altri sono al sicuro, all’interno dei confini statunitensi. [..] A questo discorso si aggiunge poi una riflessione sull’acqua, argomento di dominio pubblico anche in altri stati del Pianeta. Il presidente Chavez ha fatto sapere di volere revisionare quanto prima i contratti con le imprese multinazionali che hanno la possibilità di sfruttare acqua, soprattutto a quelle che producono bibite gassate. “L’acqua è proprietà del popolo” ha detto il leader venezuelano che ha aggiunto che tutte le iniziative prese finora sono “solo l’inizio del cammino verso il socialismo. Ora bisogna accelerare”. Peacereporter 7 giugno 2010.
Chavez e Lula difendono l’Iran. Gli Stati Uniti “ devono misurare bene i passi disperati che stanno facendo” e “rispettare la sovranità e l’autodeterminazione dei popoli”. Così il presidente venezuelano Hugo Chavez ha commentato le sanzioni contro l’Iran promosse dagli Usa e approvate dal Consiglio di sicurezza dell’Onu. Il capo di Stato ha accusato l’organismo delle Nazioni unite di “cinismo” per non aver imposto le stesse sanzioni al governo israeliano dopo l’attacco alla flotta di imbarcazioni che trasportavano aiuti umanitari a Gaza. Chavez ha quindi chiesto “rispetto per il popolo iraniano” nel corso di un messaggio trasmesso dalle tv e dalle radio nazionali, e ha lanciato “un allarme mondiale” sulla situazione in Medio oriente e sulle azioni intraprese dagli Stati Uniti in questa regione. “Invadere l’Iran – ha sottolineato – non sarebbe la stessa cosa che farlo in Iraq”. Sulla stessa linea si è espresso il presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva, che da membro non permanente del Consiglio di sicurezza ha espresso un voto contrario, dopo aver svolto un importante ruolo di mediazione per convincere Thran ad accettare un accordo sull’arricchimento dell’uranio necessario per funzionare il reattore nucleare del Paese mediorientale. Lula ha definito la decisione dell’Onu “puro capriccio”: “Dobbiamo riconoscere l’ovvio. Brasile e Turchia sono riusciti in quello in cui il Consiglio di sicurezza dell’Onu hanno fallito: portare l’Iran al tavolo delle trattative. Loro invece che convocarlo al tavolo hanno deciso, a mio parere per puro capriccio, di mantenere delle sanzioni che non hanno alcun senso per Teheran”. “Quando sono andato in Iran ( a maggio) molti dicevano che mi stavo illudendo – ha aggiunto il presidente brasiliano -. In 18 ore abbiamo ottenuto la firma di un documento con il quale Teheran si impegnava a compiere con le richieste volute dai membri del Consiglio di sicurezza”. Il Velino 10 giugno 2010.Obama le finanzia, Chavez le nazionalizza.. Il governo venezuelano ha preso il controllo di Banco Federal, un istituto finanziario di taglia media. La ragione dell’operazione va ricercata, secondo quanto riferito dalle autorità del Paese sudamericano, in una serie di “irregolarità” riscontrate nel comportamento dei suoi dirigenti. Ad annunciare la notizia è stato Egdar Hernandez, direttore dell’organismo che vigila sul sistema bancario venezuelano, la Sudeban. La banca è l’ottava del Paese per quanto riguarda la quantità di depositi, ed è presieduta da Nelson Mezerhane, uno dei principali azionisti del canale televisivo Globovision, notoriamente critico nei confronti del presidente Hugo Chavez. Il ministro delle Banche, Humberto Ortega Diaz, ha specificato che tutte le operazioni dell’istituto di credito sono state sospese, mentre i suoi uffici sono stati chiusi, a causa della «scarsa disposizione dei suoi dirigenti a garantire stabilità in relazione ai fondi necessari per scongiurare problemi di liquidità». Mezerhane, invece, si è detto «molto sorpreso» dalla decisione del governo di Caracas: «Ieri il presidente Chavez- ha commentato – ha dichiarato la sua “guerra” alle banche. Ed ecco che la missione è stata immediatamente compiuta. Si tratta di una scelta arbitraria, oltreché di una mancanza di rispetto». Banco Federal, che vanta 152 filiali e 3 mila impiegati, rimarrà sotto il controllo dello Stato per 60 giorni, al termine dei quali si deciderà se liquidarla oppure lasciarla tornare in attività. Le autorità hanno comunque assicurato che i depositi dei risparmiatori saranno garantiti, ma ci si domanda quale sarà la sorte dei dipendenti dell’istituto. Valori.it 15 giugno 2010.
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L’Eni è ostaggio di Putin e il conto lo spedisce ai consumatori

La crisi abbatte la domanda di gas e fa scendere i prezzi, ma il gruppo italiano è vincolato ai contratti “take or pay” firmati con Mosca ai tempi di Silvio Berlusconi. E l’azienda tenta di scaricare il costo degli errori passati sulle bollette

12 maggio 2013

Da macchina da soldi a ricettacolo di perdite operative e svalutazioni. È l’evoluzione del business gas di Eni. Colpa dei grandi contratti di importazione dai Paesi produttori come Russia e Algeria. Il crollo della domanda dovuto alla crisi ha lasciato Eni alle prese con penali e obblighi pluriennali di acquisto per cifre da capogiro. Ed è forte la tentazione di passare il conto al “parco buoi” dei consumatori.

Nel 2012 la divisione Gas&Power di Eni ha registrato una perdita operativa di 3,2 miliardi, in gran parte dovuta a svalutazioni di asset nella vendita per circa 2,5 miliardi. La revisione dei valori degli attivi è dovuta al contesto di mercato: negli ultimi quattro anni i consumi italiani sono crollati, tornando sotto i livelli del 2003. In Europa le cose non sono andate meglio. Oltre alla crisi hanno pesato l’aumento di produzione elettrica da rinnovabili e carbone, che ha tolto spazio al gas, e un parallelo incremento dell’offerta di gas via nave, effetto indiretto del boom dello shale gas negli Usa.

Una tempesta perfetta per Eni e gli altri grandi fornitori di gas, che si sono trovati a competere per una domanda asfittica mentre i prezzi sui mercati a breve (spot) crollavano per la molta offerta.

Qui entrano in gioco i contratti: costruiti su impegni di importazione pluriennali, contengono clausole dette take or pay (“prendi o paga”) che obbligano a ritirare ogni anno un quantitativo minimo di gas o a pagarlo comunque, salvo ritirarlo in seguito. Il tutto a prezzi che seguono l’andamento del petrolio e per questo sono oggi fuori mercato rispetto ai più bassi prezzi spot.

Risultato: secondo l’ultimo report 20-F dell’Eni alla Sec americana, da quando con la crisi i consumi hanno iniziato a calare Eni ha prepagato gas non ritirato per 2,37 miliardi. Per il prossimo quadriennio 2013-16 la società prevede di onorare i suoi obblighi, grazie a rinegoziazioni dei contratti. Intanto però sul gruppo gravano impegni colossali: per i prossimi anni ritiri minimi per 15-18 miliardi di euro l’anno, per un totale di oltre 247 miliardi da qui alla scadenza dei contratti.

Come limitare i danni? Secondo il piano industriale Eni il fattore decisivo sarà la rinegoziazione coi fornitori, per avvicinare i prezzi a quelli dei mercati spot e allentare un po’ gli obblighi di ritiro. Ma c’è una strada più semplice: traslare almeno parte del fardello sull’ultimo anello della catena, il consumatore.

Nell’energia una via per socializzare una perdita è quella amministrativa. E un possibile strumento lo ha indicato l’ad di Eni Paolo Scaroni lo scorso autunno: poiché i contratti take or pay garantiscono all’Italia forniture sicure ma attualmente fanno perdere soldi, ha detto durante un’audizione al Senato, chi paga le bollette dovrebbe contribuire a mantenerli in vita, pagando di più.

L’accoglienza per la proposta di Scaroni non è stata calorosa. Perché pagare di più proprio quando l’attuale abbondanza di offerta renderebbe possibili forti risparmi? In un primo momento l’Autorità aveva in parte accolto la richiesta, ipotizzando un “premio sicurezza” in bolletta da circa 800 milioni all’anno per i soli titolari di contratti take or pay (Eni, Enel, Edison e pochi altri). Poi ha corretto il tiro annunciando che da ottobre, quando i consumatori inizieranno a pagare prezzi interamente legati ai mercati a breve con un risparmio atteso del 6-7%, un bonus tariffario per i big ci sarà, ma ridimensionato.

Da qualche tempo iniziano finalmente a vedersi alcune concrete occasioni di risparmio per chi abbandona i prezzi regolati per quelli liberi. Tuttavia dietro ad alcune proposte possono nascondersi brutte sorprese. Si pensi alle offerte a prezzo fisso, pubblicizzate come assicurazioni contro aumenti futuri. Ha senso per il consumatore bloccare il prezzo oggi quando, come abbiamo visto, le bollette si avviano a scendere almeno da qui a fine anno? Sarebbe poi folle congelarlo a un livello superiore all’attuale. Che è invece proprio ciò che fanno molte proposte. Basta fare un giro sul Trovaofferte sul sito dell’Autorità: alcune formule “fisse”, quelle con sottoscrizione online, danno risparmi apprezzabili. Altre però, spesso proprio quelle più pubblicizzate, bloccano il prezzo a un livello uguale o anche molto superiore al regolato.

Un cliente tipo che sottoscriva oggi un’offerta Eni3 o Eni Fixa spenderebbe, a seconda della residenza, 40-60 euro in più all’anno rispetto al prezzo regolato, neutralizzando per intero il calo del 4% deciso dall’Autorità ad aprile e autoescludendosi da quelli futuri. Con Enel “Energia Sicura” il maggior esborso sale addirittura a 90 euro e arriva fino a 150 euro con “A Tutto Gas” di Sorgenia. Molte campagne promozionali sul prezzo fisso sono partite lo scorso autunno, quando alle imprese era già nota l’intenzione dell’Autorità di riformare i prezzi. Meno certo però è che lo sapessero o lo sappiano tuttora i consumatori.

Interpellata sull’argomento Eni ha sottolineato attraverso un portavoce che “oltre alle offerte bloccate, che consentono comunque di fissare i prezzi per 2 o 3 anni a seconda dell’offerta per scommettere su un risparmio nel tempo, dà anche la possibilità di un risparmio immediato, con prezzi inferiori rispetto a quelli fissati dall’Aeeg, come per esempio le offerte Young, Link e Free”.

da Il Fatto Quotidiano dell’8 maggio 2013

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/12/leni-e-ostaggio-di-putin-e-conto-spedisce-ai-consumatori/588868/

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I segreti indicibili della guerra a Berlusconi

L’amicizia con Putin è stata un boomerang per Silvio: Gorbaciov ha tessuto una rete per indebolirlo. Una vasta operazione che non dipende certo dai presunti sexy-gate

– Mar, 04/06/2013 – 12:24

Non credo ai complotti internazionali, che andavano molto di moda fra noi giornalisti negli anni Sessanta e Settanta (vedevamo «piste» nere, rosse e bianche in ogni pertugio della politica) ma alle influenze internazionali e alle loro conseguenze sì. Molti di noi hanno pensato che il processo per mafia contro Giulio Andreotti e l’operazione Mani Pulite avessero anche a che fare con dei circoli americani dalla memoria lunga che non dimenticavano Sigonella.

Non lo sapremo mai. Certo, fa impressione che nessun editore italiano se la sia sentita di pubblicare un libro uscito solo in inglese, The Italian Guillotine (La ghigliottina italiana), firmato da Stanton H. Burnett e Luca Mantovani. Il libro è del 1998 e nella premessa a pagina 9 vi si legge: «Un gruppo di magistrati altamente politicizzati, in larga maggioranza orientati a sinistra, agendo come pubblici ministeri, hanno usato una legittima inchiesta giudiziaria per perseguire, selettivamente, i loro nemici politici, ignorando o minimizzando misfatti simili dei loro alleati politici. L’investigazione di fondo è stata un’inchiesta su pratiche che erano andate avanti per decenni… I magistrati sono stati abbondantemente appoggiati da un gruppo di quotidiani e settimanali, tutti di proprietà di alcuni pochi grandi industriali che avevano una chiara posta in gioco nel successo del colpo di Stato».
Infatti, quello che i magistrati hanno deliberatamente perseguito («the fact is that men plotted and planned», p. 241) viene definito dagli autori un «colpo di Stato», vale a dire il «rovesciamento non democratico del regime che ha governato la quarta potenza industriale dell’Occidente» (p. 1). Ciò che colpisce di più di quel testo, è che non sia mai stato tradotto e pubblicato. Guai a chi avanza simili ipotesi. Allora, credo che chiunque possa convenire purché in buona fede, anche alle anime più belle qualche dubbio dovrebbe venire sul bombardamento giudiziario a tappeto scatenato contro Silvio Berlusconi. Possibile che sia e sia stata tutta farina del sacco di un gruppetto di intrepidi servitori dello Stato nelle vesti di pubblici ministeri? Per troncare sul nascere il finto dibattito, basta il dato di fatto più noto: il famoso avviso di garanzia, che in realtà era un invito a comparire, recapitato per via giornalistica il 22 novembre 1994 a Berlusconi presidente del Consiglio mentre era a Napoli a presiedere una conferenza internazionale sulla criminalità. Quell’articolo del Corriere della Sera presentò per la prima volta al mondo intero Berlusconi come un potenziale criminale mentre guidava una crociata contro la criminalità. Le conseguenze le ricordate: un bagno di merda per tutto il Paese, il ritiro di Bossi dalla maggioranza con conseguente ribaltone e prima cacciata di Berlusconi. Il fatto notevole è che Berlusconi risultò poi totalmente innocente per le ipotesi di reato che avevano stroncato la sua partenza come capo del governo, ma la mazzata mediatica determinò la vittoria di Prodi nel 1996 e cinque anni di traballanti governi di centrosinistra (Prodi, D’Alema, Amato, con Rutelli che si cambiava in panchina). Dunque, basterebbe questo solo fatto per concludere che certamente su Berlusconi si è scaricato un fall out radioattivo di materia giudiziaria che puntava a farlo fuori politicamente.
Che poi Berlusconi possa aver commesso gravi imprudenze nella sua condotta privata, dimenticando che nella cultura democratica occidentale la vita privata di un uomo di Stato è un fatto pubblico, è un altro paio di maniche. Ma sta di fatto che oggi lui si trova a fronteggiare una più che probabile condanna non per questioni di imprudenza nello stile di vita a casa sua, ma per reati che suonano gravissimi come la concussione e la prostituzione minorile. Chi mi conosce sa che giudico con molta severità tutte le imprudenze, come minimo, che hanno contribuito a devastare l’immagine di un primo ministro. Trovo prima di tutto imperdonabile aver fornito con generosità armi mediatiche a tutto il fronte politico, giudiziario e mediatico che vuole Berlusconi politicamente morto e con lui politicamente morta una politica liberale non intorpidita dal conformismo imposto a colpi di decreti legge giornalistici. Ma quel che è fatto è fatto e guardiamo all’oggi. E torniamo così alla domanda di partenza: c’è caso che una vasta operazione, che non chiameremo complotto ma proprio operazione, fu avviata e poi mantenuta costantemente attiva per liquidare politicamente Berlusconi?
Questa è una domanda che quando la si fa in privato ad amici di sinistra, trova quasi sempre come risposta un’espressione di comprensione, come dire che è ovvio che sia così. Ma se la metti per iscritto e la pubblichi, devi poi aprire l’ombrello sotto le cateratte degli insulti. Macché, grideranno, Berlusconi si trova sotto attacco giudiziario per sue colpe e delitti, in un libero Paese in cui una magistratura notoriamente «terza» e senza preconcetti lo processa senza altri fini che scoprire i reati e castigarli secondo giustizia. È ovvio che, messa così, viene da ridere.
Di qui, di nuovo, la domanda: ma può essere che l’eliminazione di Berlusconi faccia parte di una vasta operazione politica internazionale, visto che i confini nazionali sono in genere troppo stretti per faccende di così meravigliosa sintonia? Ieri rileggevo un breve articolo di Alessandro Sallusti pubblicato su Libero nel maggio del 2009, in cui dava una notizia che non mi risulta smentita. La notizia è questa: il 23 marzo di quell’anno, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ricevette in forma più che discreta Michail Gorbaciov, un uomo di cui ho uno sgradevole ricordo: mentre Alexander Litvinenko moriva tra atroci sofferenze in ospedale di Londra, l’ultimo capo dell’Unione Sovietica si faceva fotografare in taxi con una vistosa borsa Vuitton da cui emergeva un giornale aperto sul caso Litvinenko. Secondo Sallusti, che immagino avesse una fonte diplomatica da non citare, sosteneva che il tema dell’incontro alla Casa Bianca fra Obama e Gorbaciov fosse Berlusconi. O meglio: come eliminare dalla scena europea lo scomodissimo presidente del Consiglio italiano. Ci si può chiedere: e perché rivolgersi a Gorbaciov? La ragione c’è: l’ultimo segretario del Partito comunista dell’Unione Sovietica (un uomo che è sempre stato rifiutato dai russi e che non è mai stato eletto in libere elezioni dove prese poco più del 2 per cento) è diventato da quei lontani tempi sovietici un guru, un ambasciatore fra lobby di potere, autore di mille articoli del tutto vacui e inutili, ma influente e disposto a viaggiare. Se l’informazione è esatta, Gorbaciov si sarebbe dato un gran da fare per tessere una rete multinazionale con cui catturare ed eliminare Berlusconi. Se ciò fosse vero, è ovvio che un tale interesse non sarebbe certo dipeso da questioni di stile di vita, cene con belle ragazze ed eventuali comportamenti disdicevoli. No, se la notizia fosse solida, il movente andrebbe cercato altrove. Andrebbe cercato nelle pieghe della politica che conta, quella che sposta ricchezze gigantesche e in particolare le questioni energetiche. Che gli americani siano più che irritati con Berlusconi per la sua strettissima amicizia con Putin è un fatto certo. Ricordo un cordiale colloquio con l’ambasciatore Spogli che mi confermò questo elemento di ostilità.
Voglio anche ricordare, per lealtà verso chi mi legge, che io stesso non ho alcuna simpatia per Vladimir Putin, la cui idea della democrazia sta agli antipodi di quella di Thomas Jefferson e di Alexis de Tocqueville. Mi indignò l’invasione russa della Georgia e tuttora mi indigna la persecuzione contro le ragazze del gruppo Pussy Riot e molto altro. Ma è certo che l’antipatia degli Stati Uniti per Putin va molto al di là dei comportamenti censurabili, perché si concentra invece sulla questione energetica.

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I leader mondiali e le trame anti Cav: ecco la vera storia

Il piano per eliminar il Cav politicamente messo a punto da Merkel, Sarkozy e Obama dopo numerosi contatti

– Mer, 05/06/2013 – 10:19

Non vorrei annoiare i lettori con una lunga storia di gasdotti che trasportano milioni di metri cubi di gas dall’est russo e centroasiatico all’Europa occidentale, basterà ricordare che il 23 giugno del 2007 fu dato l’annuncio dell’accordo fra Italia e Russia per il progetto South Stream.

Cioè di un gasdotto lungo 900 chilometri, costruito da Eni e Gazprom, che permetterà alla Russia di rifornire di gas l’Europa senza passare dall’Ucraina, attraversando il Mar Nero a oltre 2000 metri di profondità per raggiungere la costa bulgara. Il memorandum di intesa, che ha «una portata geopolitica senza precedenti» (Corsera) fu firmato a Roma al ministero dello Sviluppo, dai ministri Pier Luigi Bersani (proprio lui) dal ministro russo all’energia Khristenko), dall’ad dell’Eni Scaroni e dal vicepresidente di Gazprom Medvedev (che è soltanto un omonimo l’ex presidente). Quel gasdotto ha di fatto ammazzato il progetto Nabucco per un gasdotto tutto europeo che tenesse la Russia lontana, usando gas dell’Azerbaigian, del Turkmenistan e in prospettiva dell’Iran.
Uno dirà, già lo sento: e che cavolo c’entra questa vicenda di gas russi e turkmeni con la requisitoria della Boccassini e l’imminente sentenza di Milano contro Berlusconi accusato di prostituzione minorile e di concussione? Risposta: ecco, vorremmo saperlo anche noi. Proprio io, che sono stato molto severo con Berlusconi per certe sue intemperanze comportamentali, che ho inventato un termine che era già nell’aria – Mignottocrazia che è anche il titolo di un mio libro – proprio io di fronte a quel processo sento, come dire, puzza di bruciato. Voglio dire: possiamo discutere e giudicare politicamente tutti i comportamenti di chi rappresenta lo Stato, fin da quando al mattino si allaccia le scarpe; ma tutt’altra faccenda è tradurre il life style, il modo di comportarsi e di apparire, in reati previste dal codice penale e in processi che emettono sentenze devastanti senza disporre di una sola vera prova: la famosa «pistola fumante» che Bush non trovò per giustificare l’invasione dell’Irak, ma che invece va benissimo, anche se non fuma, per liquidare un uomo politico di prima grandezza per via giudiziaria. Sia ben chiaro subito: non penso affatto che il procuratore Ilda Boccassini sia il braccio armato di un complotto. Penso anzi che l’infaticabile procuratore sia in cuor suo in perfetta buona fede. Ma penso anche, come altri milioni di persone, che la pretesa criminalità di Berlusconi che a casa sua, nella sua sala da ballo fa il galante e il gaudente, basti a giustificare, o anche soltanto a spiegare una campagna, per dirla con Brecht, di mille galeoni e mille cannoni.
Questa impressione di una vasta operazione l’abbiamo avuta quando Berlusconi tornò dalla famosa riunione in cui Frau Merkel ridacchiava, Sarkozy faceva marameo, mentre Obama in quel periodo giocava all’uomo invisibile e sembrava una festa un po’ diabolica come quella di Rosemary’s baby di Polanski. Tutti sembravano sapere già tutto, salvo l’interessato, profondamente turbato e incredulo.
Qualcosa di molto vasto e di molto collettivo – per questo è meglio parlare di una operazione su vasta scala e non di un complotto – era accaduto e andava a compimento dopo un lungo lavoro fatto di incontri, telefonate (centinaia, si presume) e lavoro lobbistico sul tema: far fuori Berlusconi. Il quale, però, è un tipo strano. Cocciuto, riesce quasi sempre a spiazzare e sparigliare, sicché, dopo essersi dimesso dalla politica pronto a costruire ospedali in Africa, vedendo che l’accanimento contro di lui non diminuiva ebbe l’impressione che la grande rete dell’operazione lo volesse proprio morto, politicamente e umanamente annientato. E siccome è, come dicono i romani, un tipo fumantino, organizzò la propria resurrezione, spolverò la sedia di Travaglio, risalì la china e il resto è storia di questi giorni, come è storia di questi giorni l’esito del processo Ruby e degli altri processi.
Ci sono molte storie dentro questa storia. Molti dettagli e risvolti che meritano di essere rivisitati e connessi. Non voglio citare il solito Andreotti dell’a pensar male si fa peccato ma in genere ci si azzecca. Ma certo è che giornalisti e storici, oggi e domani, avranno un gran da fare per tentare di stabilire ciò che realmente accadde, come accadde con quali moventi, chi mosse le pedine, qual era la posta in gioco. Un primo tentativo può essere fatto anche adesso e la verità, questo famoso bene supremo che dovrebbe animare il giornalismo non può che avvantaggiarsene.

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La guerra della Casa Bianca all’asse tra il Cav e Mosca

Mentre a Bengasi scoppiava la rivolta, Medvedev firmava accordi con l’Eni per i diritti di un pozzo in Libia: uno sgarro per Obama. Quante “coincidenze” contro il Cav

– Gio, 06/06/2013 – 09:31

Se vivete di pane e complotti, il 15 febbraio 2011 vi sembrerà una congiunzione fatidica e fatale. Se non ci credete, godetevi le bizzarrie del destino e della storia. Quel giorno tra Mosca, Bengasi e Milano si compiono tre avv enimenti chiave, apparentemente slegati tra loro.

Nella capitale russa, il consigliere del Cremlino Sergei Prikhodko annuncia l’arrivo a Roma del presidente Dmitry Medvedev per la firma di uno storico contratto con l’Eni,destinato ad aprire le porte della Libia al gigante del petrolio russo Gazprom.

A Milano, nelle stesse ore, il giudice per le indagini preliminari Cristina Di Censo deposita il rinvio a giudizio per gli imputati del processo Ruby. A Bengasi, invece, scoppiano i disordini che spingeranno la Nato all’intervento militare e all’eliminazione di Gheddafi.

Nessuno quel giorno può intravvedere la minima correlazione fra i tre eventi, destinati a determinare l’emarginazione internazionale dell’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e portarlo alle dimissioni.

Le conseguenze del processo Ruby e della rivolta di Bengasi sono ormai chiare.

Quelle dell’annuncio di Mosca, seppure meno trasparenti, sono fondamentali per comprendere perché i legami intessuti dal governo Berlusconi con Mosca e Tripoli fossero un ostacolo agli interessi di alcuni importanti«alleati»dell’Italia. L’accordo firmato dal presidente Medvedev, a Roma il 17 febbraio 2011, mentre a Bengasi già infuriano gli scontri, garantisce il passaggio a Gazprom della metà dei diritti di sfruttamento, detenuti per il 33 per cento da Eni, del pozzo libico di El Feel. Quel giacimento non è una risorsa come le altre. Scoperto nel 1997 da un consorzio internazionale partecipato dall’Eni, e battezzato Elefante per le sue dimensioni, il pozzo, situato a 800 chilometri a sud di Tripoli, custodisce circa 700 milioni di barili di greggio. È insomma una delle più importanti riserve della nostra ex colonia. La cessione di un sesto di quel greggio a Gazprom, la compagnia petrolifera considerata il braccio armato di Mosca nella guerra per l’energia tra Russia e Stati Uniti, viene visto come uno sgarro dell’Italia alle politiche energetiche dell’Europa e della Casa Bianca. Uno sgarro frutto degli stretti legami d’amicizia in­tessuti da Silvio Berlusconi con Vladimir Putin e Muhammar Gheddafi. Per capire perché l’accordo sul pozzo di El Feef diventa la goccia capace di far traboccare il vaso spingendo i nostri alleati a eliminare Gheddafi e a ridimensionare Berlusconi, bisogna far un salto indietro al 3 novembre 2003. Quella notte un’operazione organizzata dal Sismi di Niccolò Pollari, d’intesa con Cia e MI6 britannico, porta alla scoperta nelle stive del portacontainer «Bbc China», da po­co attraccato nel porto di Taranto, di un importante carico di frequenziometri, pompe, tubi di alluminio e altre parti essenziali per assemblare le centrifughe destinate all’arricchimento dell’uranio. Quel carico destinato a Tripoli diventa la «pistola fumante» sufficiente a provare i tentativi del Colonnello libico di dotarsi di armi nucleari. La «pistola fumante» viene subito usata da Cia e MI6 per mettere Gheddafi con le spalle al muro e convincerlo a rinunciare ai suoi programmi nucleari garantendogli, in cambio, la fine delle sanzioni e la ripresa dei rapporti commerciali con l’Occidente.

La capacità dell’Italia di assicurarsi le più importanti commesse libiche, grazie ai rapporti tra Berlusconi e il Colonnello, finisce con il mettere in crisi il patto siglato tra le banchine di Taranto. I primi a soffrire e a lamentarsi sono gli inglesi. Sir Mark Allen, l’uomo dell’MI6 mandato a fine 2003 a gestire la resa di Gheddafi, si ritrova a dovergarantire la liberazione dello stragista di Lockerbie, Abdul Baset Ali al Meghrai, per assicurare alla Bp un contratto da 54 milioni di sterline.

Berlusconi nel frattempo inanella accordi assai più fruttuosi, usando esclusivamente il rapporto personale con l’estroso dittatore libico. Il malessere di Londra resta confinato finché la Casa Bianca resta nelle mani di un George W. Bush e di un’amministrazione repubblicana disposti ad accettare le politiche «parallele» dell’alleato italiano in cambio della collaborazione a livello internazionale, dell’impegno in Iraq e Afghanistan e degli stretti rapporti intessuti con Israele. Lo scenario cambia bruscamente agli inizi del 2009, quando lo Studio Ovale passa nelle mani di Barack Obama e dell’amministrazione democratica. Con il cambio d’inquilino, cambiano anche strategie e obbiettivi. Le costanti frizioni con il premier israeliano Benjamin Netanyahu spingono gli strateghi democratici a definire un’ardita politica di avvicinamento ai Fratelli Musulmani. Dopo averli frettolosamente identificati come la forza emergente pronta ad abbracciare la democrazia e ad accettare, grazie all’aiuto del Qatar, le politiche di Washington, i teorici liberal di Obama scommettono su di loro per sostituire quei dittatori fulcro delle strategie americane in Medio Oriente e Nord Africa. La nuova alleanza, oltre a rendere marginale il ruolo d’Israele, sancisce una svolta nell’ambito dello scontro energetico con la Russia. Il Qatar, nemico dell’Iran sciita e quinto produttore mondiale di gas, diventa- nei piani messi a punto dai think tank democratici – uno dei tanti tasselli destinati impedire a Gazprom e a Mosca di egemonizzare le forniture energetiche all’Europa.

Nell’ambito di questa nuova strategia anche l’Italia di Berlusconi si trasforma in un ostacolo da spianare. E a farlo capire, sollecitando inchieste segrete capaci d’innescare accuse di corruzione e interesse privato ben peggiori di quelle piovute su Berlusconi un anno dopo, ci pensa il segretario di stato democratico Hillary Clinton. «Preghiamo di fornire qualsiasi informazione sulle relazioni personali tra il primo ministro russo Vladimir Putin e il premier Silvio Berlusconi. Quali investimenti personali, potrebbero aver indirizzato le loro politiche economiche ed estere», scrive un lungo cablogramma segreto, diventato pubblico grazie a Wikileaks , in­dirizzato a fine di gennaio 2010 dalla segreteria di stato di Washington alle ambasciate di Mosca e Roma. La Clinton chiede insomma a diplomatici e a servizi segreti di fornirgli delle prove da usare contro l’«alleato » Berlusconi e contro il «nemico » Putin. Cosa vuole fare con quelle informazioni il capo della diplomazia americana? Come intende utilizzarle? A chi vuole passarle? Forse non lo sapremo mai. Ma sappiamo che, in quel gennaio 2010, all’assalto giudiziario contro Berlusconi si aggiunge la guerra internazionale.

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Quando Hillary spiava il Cav per vincere la guerra del gas

Quando Hillary spiava il Cav per vincere la guerra del gas

Intrigo internazionale: svelate le strategie occulte di Berlino, Londra e Washington contro l’asse Roma-Mosca

– Ven, 07/06/2013 – 14:33

«Quali sono i punti di vista dei funzionari del governo e di quelli dell’Eni sulle relazioni nel settore energia dell’Italia con la Russia e con il progetto South Stream… Vi preghiamo di fornire ogni informazione sui rapporti tra i funzionari dell’Eni, incluso il presidente Scaroni e i componenti del governo, specialmente con il primo ministro Berlusconi e il ministro degli Esteri (all’epoca Franco Frattini, ndr)».

La pressante richiesta d’informazioni è contenuta in un cablogramma segreto, datato gennaio 2010, inviato all’ambasciata di Roma dalla segreteria di stato Usa guidata da Hillary Clinton. La richiesta sembra quasi anticipare alcune inchieste giudiziarie destinate a colpire in periodi successivi alcune nostre importanti aziende di stato, impegnate in ambito internazionale. Ovviamente è azzardato pensare che le indagini della nostra magistratura italiana siano state influenzate dalle informazioni raccolte dai servizi segreti o dal personale diplomatico statunitense. Alla base di tutto c’è però il sospetto e l’ostilità per il rapporto personale stretto da Silvio Berlusconi e Vladimir Putin sin dal vertice di Pratica di Mare del lontano 2002. Un rapporto dalle inevitabili ricadute sul fronte della guerra per l’energia e delle condutture strategiche. Un rapporto che gli americani tengono sott’occhio fin dall’aprile 2008, quando un telex inviato dall’ambasciata statunitense a Roma al ministero del Tesoro di Washington consiglia di far pressione su Berlusconi, da poco rieletto, perché metta un freno all’alleanza tra Eni e Gazprom. «Bisognerebbe spingere il nuovo governo Berlusconi ad agire un po’ meno come il cavallo scalpitante degli interessi di Gazprom… l’Eni – scrive il dispaccio confidenziale diventato poi pubblico grazie a Wikileaks – sembra appoggiare i tentativi di Gazprom di dominare le forniture energetiche dell’Europa, andando contro i tentativi americani, appoggiati dall’Unione Europea di diversificare le forniture energetiche».
Quell’informativa non incrina certo i rapporti tra l’amministrazione Bush e il Cavaliere, chiamato di lì a due anni a un intervento davanti al Congresso americano su richiesta della maggioranza repubblicana. Diventa però un pesante atto d’accusa quando a decidere le nuove strategie è l’amministrazione Obama. All’origine di quell’informativa ci sono gli incontri del 2 aprile 2008 tra il presidente dell’Eni Paolo Scaroni e Vladimir Putin nella dacia di Ogaryovo, in cui viene definito l’intervento di Gazprom in Libia e Algeria con l’aiuto dell’Eni e la partecipazione italiana al progetto South Stream. Quei due protocolli d’intesa diventano nell’era Obama un vero atto d’accusa nei confronti del governo Berlusconi, sospettato di favorire una manovra a tenaglia per imporre all’Europa l’egemonia energetica di Mosca. A far paura è soprattutto il South Stream, il progetto di gasdotto italo-russo-turco destinato a portare il gas del Caspio in Puglia e in Friuli Venezia Giulia, tagliando fuori l’Ucraina e passando per Turchia, Serbia e Slovenia. Un progetto in diretta competizione con il Nabucco, il gasdotto messo in cantiere da Ue e Usa per vendere in Europa il gas dell’Azerbaijan ed evitare così qualsiasi dipendenza dalla Russia.
In questo clima la foto di Putin, Berlusconi e del premier Turco Recep Tayyp Erdogan, che firmano – il 6 agosto 2009 – l’accordo per il passaggio delle tubature sotto il Mar Nero, si trasforma in un’autentica ossessione per l’amministrazione Obama e per i paesi dell’Unione Europea avversari di Mosca. Primi fra tutti la Francia e la Gran Bretagna. Nell’immaginario di quell’ossessione, South Stream rappresenta il piano di Berlusconi e Putin per stringere la Ue in una vera e propria ganascia energetica e ricattarla. Il secondo potente braccio di quella tenaglia immaginaria è rappresentato da «Greenstream» e «Transmed», le due condutture controllate dall’Eni che portano in Europa il gas dalla Libia e dall’Algeria. All’accerchiamento dell’Europa contribuisce su un terzo settore anche il North Stream, il gasdotto destinato a rifornire di gas russo il nord dell’Europa. Ma su quel progetto, appoggiato e voluto dalla Germania, nessuno fiata. South Stream e gli accordi Gazprom-Eni diventano, invece, il bersaglio preferito degli strali europei e americani. Bruxelles dichiara già nel 2008 di voler sorvegliare i crescenti interessi garantiti da Eni a Gazprom nel Nord Africa. E Andris Pielbags, al tempo commissario europeo dell’energia, mette in guardia dalla possibilità che Eni collabori con Gazprom anche in Algeria. Nel luglio 2010 il suo successore Guenther Oettinger, non si fa problemi a dichiarare che il South Stream non rientra negli interessi dell’Europa in quanto concorrente del Nabucco. La prima ad agire direttamente è Angela Merkel, che nel luglio 2010 vola ad Astana per chiedere al presidente Nursultan Nazarbayev di mettere il gas kazako a disposizione del Nabucco. Da quel momento la vera tenaglia diventa quella messa insieme da Washington e Londra da una parte e da Parigi e Berlino dall’altra. Una tenaglia studiata per schiacciare l’asse Roma-Mosca e annullarne gli effetti.
Il primo a sfruttare il cambio di strategia introdotto dall’amministrazione Obama è il presidente francese Nicolas Sarkozy. Sospettato e accusato di aver beneficiato di 50 milioni di euro, messigli a disposizione dal rais per la sua elezione, Sarkò si ritrova, come gli inglesi, incapace di tessere un rapporto proficuo con Gheddafi. Nonostante il Colonnello abbia piantato la sua tenda nel cuore di Parigi assai prima che a Roma, la Total porta a casa solo 55mila barili di petrolio al giorno contro gli oltre 280mila della nostra Eni. La «tenaglia» Eni-Gazprom rischia di rendere inutili anche gli accordi per la vendita sul mercato europeo del gas stretti da Parigi con l’emirato del Qatar. Un emirato a cui Sarkozy fa di tutto per «regalare» i campionati mondiali di calcio del 2022.
La deflagrazione delle cosiddette primavere arabe sponsorizzate e appoggiate dal Qatar è un altro atto importante per avvicinare le posizioni dei principali avversari dell’asse Roma-Mosca-Tripoli. Il vero colpo da maestro il Qatar lo realizza in Libia, dove accende la rivolta manovrando gli ex al qaidisti tirati fuori dalle galere di Gheddafi grazie a una mediazione con il figlio Saif. Come è risaputo, la rivolta di Bengasi si realizza solo grazie alla defezione di Adnan al Nwisi, un colonnello dell’esercito libico sul libro paga del Qatar, che consegna a un gruppo jihadista un deposito di armi della città di Derna. I 70 veicoli e i 250 fucili razziati in quell’arsenale consentono qualche giorno dopo di espugnare il quartier generale di Bengasi e accendere la rivolta che porterà alla caduta di Gheddafi. Una caduta che Berlusconi, libero dall’immagine devastante cucitagli addosso dal processo Ruby, avrebbe potuto forse evitare. La fine del Colonnello non porta la democrazia in Libia, ma si rivela perfetta per smantellare gli interessi di Eni e Gazprom, per rendere più debole l’economia dell’Italia e aggravare quella crisi che porterà, alla fine del 2011, alle dimissioni del governo Berlusconi e all’avvento del governo «europeista» e «atlantista» di Mario Monti.

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Inchiesta di Fausto Biloslavo, uno dei pochi inviati speciali che ha sempre raccontato le cose come stanno e come stavano, in particolare in Libia:

Così Sarkozy fregò Gheddafi (e l’Italia)

Le Monde: Nicolas trascinò l’Europa in guerra per nascondere gli aiuti del Colonnello. Ora cerca di cancellare le prove

– Ven, 07/06/2013 – 12:43

I servizi segreti sono alla caccia di settanta scatoloni pieni di cassette audio e video che contengono le registrazioni degli incontri e delle telefonate fra il defunto colonnello Gheddafi ed i dignitari di mezzo mondo, quando veniva trattato con i guanti bianchi.

Il primo a doversi preoccupare degli scottanti contenuti delle registrazioni è l’ex presidente francese Nicolas Sarkozy, come sostiene il quotidiano le Monde che è tornato sul finanziamento libico alla campagna elettorale di Sarkozy nel 2007.
Nel marzo 2011, poche ore prima dei bombardamenti della Nato sulla Libia, Muammar Gheddafi rilasciava a il Giornale l’ultima intervista della sua vita ad una testata italiana. Alla domanda sull’interventismo francese che ha spinto in guerra mezza Europa, compreso il nostro Paese, rispondeva: «Penso che Sarkozy ha un problema di disordine mentale. Ha detto delle cose che possono saltar fuori solo da un pazzo». E per ribadire il concetto si sporgeva verso chi scrive battendosi il dito indice sulla tempia, come si fa per indicare i picchiatelli. Il Colonnello non riusciva a comprendere come l’ex amico francese, che aveva aiutato con un cospicuo finanziamento (forse 50 milioni di euro) per conquistare l’Eliseo fosse così deciso a pugnalarlo alle spalle.
Dell’affaire Sarkozy erano al corrente tre fedelissimi di Gheddafi: il responsabile del suo gabinetto, Bashir Saleh, Abdallah Mansour consigliere del Colonnello e Sabri Shadi, capo dell’aviazione libica. Saleh, il testimone chiave, vive in Sudafrica, ma nel 2011 era apparso in Francia e poi sparito nonostante un mandato cattura dell’Interpol. Il caso era stato gestito da Bernard Squarcini, uomo di Sarkozy, ancora oggi a capo del controspionaggio. E sempre Squarcini è coinvolto nella caccia alle cassette scottanti di Gheddafi, che potrebbero contenere gli incontri con altri leader europei. Silvio Berlusconi non ha mai nascosto l’amicizia con il colonnello, mentre Romano Prodi e Massimo D’Alema, che pure avevano frequentato la tenda di Gheddafi cercano sempre di farlo dimenticare.
Lo sorso anno un politico francese di sinistra, Michel Scarbonchi, viene avvicinato da Mohammed Albichari, il figlio di un capo dei servizi di Gheddafi morto nel 1997 in uno strano incidente stradale. Albichari sostiene che un gruppo di ribelli di Bengasi ha sequestrato «70 cartoni di cassette» di Gheddafi. Scarbonchi si rivolge al capo del controspionaggio, che incontra il contatto libico. «Avevano recuperato la videoteca di Gheddafi con i suoi incontri e le conversazioni segrete con i leader stranieri» conferma Squarcini a Le Monde. I ribelli vogliono soldi e consegnano come esca una sola cassetta, di poca importanza, che riguarda il presidente della Cosa d’Avorio. Il materiale è nascosto in un luogo segreto. Pochi mesi dopo Albichari sostiene di essere «stato tradito» e muore per una crisi diabetica a soli 37 anni. Non solo: il corpo di Choukri Ghanem, ex ministro del Petrolio libico, custode di ulteriori informazioni sensibili, viene trovato a galleggiare nel Danubio a Vienna.
La caccia alle registrazioni del Colonnello deve essere iniziata nell’ottobre 2011, quando la colonna di Gheddafi è stata individuata e bombardata da due caccia Rafale francesi. Il rais libico era stato preso vivo, ma poi gli hanno sparato il colpo di grazia. «L’impressione è che dopo il primo gruppo di ribelli sia arrivato un secondo, che sapesse esattamente cosa fare e avesse ordini precisi di eliminare i prigionieri» spiega una fonte riservata de il Giornale che era impegnata nel conflitto. L’ombra dei servizi francesi sulla fine di Gheddafi è pesante. Sarkozy non poteva permettersi che il colonnello, magari in un’aula di tribunale, rivelasse i rapporti molto stretti con Parigi. La Francia ci aveva tirato per i capelli nella guerra in Libia stuzzicando Berlusconi sui rapporti con Gheddafi. Peccato che Sarkozy ne avesse di ben più imbarazzanti.
Delle cassette di Gheddafi non si sa più nulla. L’unico che potrebbe far luce sul suo contenuto è Seif al Islam, il figlio del colonnello fatto prigioniero, che i libici vogliono processare e condannare a morte.

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mercoledì 10 luglio 2013
petrolioM.jpgOggi parliamo di come l’Europa butti politicamente se stessa dalla finestra ed i denari dei contribuenti nel water per sottostare al volere di Stati terzi,  impropriamente chiamati alleati, in realtà sovrani delle nostre decisioni strategiche.
Di Gianni Petrosillo
Uno dei principali nodi della fase storica presente è quello energetico e passa dalla geografia dei pozzi e dal  groviglio di dotti che attraversano le traiettorie della politica mondiale, determinando intese o diatribe tra i Paesi e le varie aree territoriali. Il tema energetico non attiene unicamente all’industria ma è un’arma geopolitica per penetrare in mercati avanzati, incidere sui rapporti di forza internazionali, creare delle zone d’influenza, veicolare la politica estera.
L’Italia, grazie all’Eni, era riuscita a cavalcare la tigre degli approvvigionamenti e delle prospezioni, estendendo i propri affari in ogni parte del pianeta, anche nelle zone più difficili ed instabili, con accordi paritari o win-win (come si dice in linguaggio tecnico) che altre compagnie, troppo abituate ad imporre la potenza dello Stato di provenienza, si rifiutavano di offrire.
Tra questi progetti importanti c’era, ma tutto sommato c’è ancora sebbene ridimensionato per l’Eni, il South Stream, gasdotto fortemente voluto da russi che ci convocarono all’impresa in ragione di legami privilegiati che attualmente però sono logorati. Il South Stream è un’autostrada del gas che aggira alcune nazioni, come l’Ucraina, che avevano creato interruzioni dei servizi negli anni precedenti, in virtù di alcune dispute politiche ed economiche con Mosca. Inizialmente, il partenariato era a due, Eni e Gazprom, poi le pressioni europee e quelle statunitensi hanno costretto il Cane a sei zampe ad annacquare la propria quota, scendendo al 20% per fare spazio alla tedesca Wintershall ed alla francese EdF, con un 15 % ciascuna. Nel frattempo, l’UE ha fatto di tutto per depotenziare la portata di tale programma poichè, a detta dei burocrati reggicoda di Bruxelles, la dipendenza dalla Russia sarebbe stata eccessiva. In verità, erano soprattutto gli americani a non apprezzare la crescente contiguità tra le imprese di stato russe e le altre aziende europee, in primis italiane. L’obiettivo americano, dopo la presidenza Bush, fu quello di recidere di netto i colloqui russo-italiani sulla politica estera in generale e su quella energetica in particolare, visti come fumo negli occhi negli ambienti atlantici.
Cosicché, Washington e Bruxelles s’inventarono di sana pianta, in barba alla disponibilità di risorse e alla fattibilità del progetto, un altro gasdotto chiamato Nabucco, alternativo al South Stream e molto più vicino alle aspirazioni degli yankees, orientati a limitare l’influenza del Cremlino in Europa. Il Nabucco, doveva attraversare la Turchiariempiendosi di materia prima dal mar Caspio, sia dalla riva occidentale azerbaigiana che da quella orientale turkmena. Pazienza se lo stesso si rivelava impossibile sin dall’inizio, era un modo come un altro per prendere tempo e ricondurre a più miti consigli noialtri.
E’ notizia di questi giorni che il Nabucco è definitivamente fallito, migliaia di km di irrealizzabilità e di fervida immaginazione euroamericana, sono bastati se non a sbarrare almeno a rallentare e ridimensionare le nostre velleità sul South Stream che certo erano più concrete ma molto meno accettabili Oltreoceano. Adesso che contiamo di meno, ora che ad avvantaggiarsene saranno russi, francesi e tedeschi i tubi potranno essere sistemati con meno rischi per i nostri falsi alleati.
Ma torniamo al Nabucco e vediamo come ce lo presentava l’Ue pur di persuaderci a tornare sui nostri passi e rinunciare al  South Stream.  L’intento apparentemente innocente ma totalmente  falso era di differenziare le fonti di approvvigionamento per non creare situazioni  di dipendenza da un solo fornitore che, nel nostro caso, era il terribile orso russo il quale avrebbe potuto ricattarci per ottenere maggiore spazio nelle questioni interne. La commissione europea, per il Nabucco Gas Pipeline International GmbH, arrivò a stanziare 200 000 000 di euro e a strappare impegni dalla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo e dalla Banca europea per gli investimenti al fine di ottenere ulteriori fondi. Nel 2007 la Commissione europea nominò quattro Coordinatori per progetti nel settore dell’energia, con la missione di monitorare ed agevolare la realizzazione di quelli prioritari. Tra questi era compreso il Nabucco e tra gli esperti c’era il nostro professore bocconiano Mario Monti, uno che dovunque è andato ha reso prioritaria l’inefficienza e l’inutilità.
Nella relazione generale sull’attività dell’Unione Europea del 2009 così veniva enfatizzato il Nabucco: “A luglio quattro Stati membri dell’UE (Bulgaria, Ungheria, Austria e Romania) e la Turchia hanno firmato ad Ankara l’accordo intergovernativo Nabucco, che definisce un quadro per l’esportazione di gas dai ricchi giacimenti del Mar Caspio e del Medio Oriente in Turchia e nell’UE, attraverso un oleodotto che attraversa la Bulgaria, la Romania e l’Ungheria fino al centro di smistamento austriaco di Baumgarten. Grazie a Nabucco, i paesi europei che per ora dipendono interamente da un fornitore esterno vedranno aumentare drasticamente la sicurezza degli approvvigionamenti. Imprese situate in Azerbaigian e in Iraq hanno già manifestato interesse ad utilizzare l’oleodotto. Il presidente della Commissione, José Manuel Barroso, ha dichiarato in proposito: «Il progetto Nabucco è di cruciale importanza per la sicurezza energetica dell’Europa e per la sua politica di diversificazione degli approvvigionamenti di gas e delle vie di trasporto. La firma dell’accordo dimostrerà che siamo determinati a trasformare questo oleodotto in realtà il più presto possibile».
La realtà, al contrario di quello che sosteneva Barroso, un altro che se ne intende di defaillances,  è quella venuta alla luce nelle nelle ultime settimane. Il Nabucco è miseramente finito in disgrazia come molte delle iniziative di questa Ue senza anima e senza idee.
Il colpo al cuore, tuttavia, non è venuto dal South stream, ma dal Tap (Trans Adriatic Pipeline). Il consorzio Shah Deniz del quale fanno parte la BP britannica, la Total francese, la Statoil norvegese e la Socar azerbaigiana ha scelto un altro tracciato di soli 500 km, attraverso la Turchia e la Grecia, per il trasporto del gas azerbaigiano,  molto più corto dei 1330 km del Nabucco Ovest. I vertici di Gazprom hanno accolto la notizia con un sorriso sarcastico, del resto avevano previsto tutto,  ma non si dispiacciono affatto di vedere frantumati i piani americani e la sempiterna stupidità nostrana che insegue acriticamente le provocazioni dei primi. I più arrabbiati con l’Ue sono i rumeni e bulgari che si erano spesi (o stesi, forse il verbo è più cogente) per il Nabucco sempre per i soliti timori verso Mosca ed il passato di paesi satelliti della Russia che potrebbe ritornare. Tutta questa vicenda ci insegna, come ha scritto Le Figaro nel numero di ieri, che i gasdotti restano armi geopolitiche i mano ai governi e ai produttori. L’Italia imparerà mai la lezione e quello che costa abbassare sempre la testa per compiacere tutti e tutto fuorché i nostri interessi strategici?
Fonte: conflittiestrategie.it

Tratto da: http://www.frontediliberazionedaibanchieri.it/article-geopolitica-dei-gasdotti-la-fine-miserevole-del-nabucco-118983223.html

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